PREFAZIONE La pubblicazione dell’ 11° volume delle Opere Complete di Stalin, conformemente al testo originale edito a suo tempo in Unione Sovietica, costituisce un’importante iniziativa per il movimento operaio e comunista del nostro Paese. Degli scritti di Stalin si conoscono varie parti, sia per le edizioni di Mosca in lingua italiana dopo la seconda guerra mondiale, sia per diverse pubblicazioni in Italia, soprattutto per l’inizio della stampa delle Opere complete che venne interrotta con la degenerazione opportunista di chi l’aveva promossa. Gli avvenimenti successivi alla morte di Stalin particolarmente il XX Congresso del PCUS, l’opera di revisione del marxismo-leninismo portata avanti dai kruscioviani, l’avvento al potere nell’URSS di un gruppo dirigente revisionista, lo stabilirsi di gruppi burocratici revisionisti ala direzione dei vari partiti comunisti, da una parte, la lotta del Partito Comunista Cinese e del Partito del Lavoro d’Albania in difesa del marxismo-leninismo, le grandiose esperienze di continuità della rivoluzione in Cina ed in Albania, lo sviluppo di partiti marxisti-leninisti, dall’altra, hanno proposto con forza l’esigenza di conoscere tutta l’opera politica e teorica di Stalin, soprattutto quelle parti che si collegano ai problemi di quest’ultimo periodo storico. La «questione» di Stalin è stata ed è oggetto di innumerevoli interpretazioni. Specialmente il «vuoto» lasciato in vari settori della opinione pubblica della degenerazione dei gruppi dirigenti di vari partiti comunisti con il concomitante scadimento e stravisamento del lavoro ideologico, «vuoto» che oggi stano colmando i partiti marxisti-leninisti dei vari paesi, ha permesso l’insorgere, insieme con l’attività apertamente denigratoria dei kruscioviani, di tutta una serie di «studi» che, per l’influenza del revisionismo di destra oppure di «ultrasinistra», in particolare di quello trotskista, portano a continue distorsioni. Anche certi intellettuali, che intendono definirsi marxisti-leninisti e fanno seri sforzi per giungere a interpretazioni corrette, sono scivolati in un modo o nell’altro sulle stesse posizioni kruscioviane. La realtà è che essi non fanno un’autentica analisi marxista, sia perchè partono da atteggiamenti di ribellismo anarcoide e piccolo-borghese, giungendo alla pretesa di «reinventare» il marxismo, sia perché quelli meno superficiali non hanno potuto conoscere compiutamente in modo corretto l’opera di Stalin. Il movimento operaio e comunista, tutti coloro che si pongono questi problemi sul piano storico e politico ideologico, sono impegnati seriamente nell’apprendimento dello studio. La nostra pubblicazione colma alcune notevoli lacune, l’ 11° volume infatti illumina molti aspetti di questioni che sono oggetto di importanti dibattiti: l’edificazione del socialismo in un solo paese; il rapporto fra città e campagna e lo sviluppo di un’agricoltura socialista; la lotta politica e ideologica all’interno e fuori del Partito; l’azione diversiva e di sabotaggio dei nemici interni ed esteri; la continuazione della lotta di classe in tutto il periodo della costruzione socialista fino al comunismo; la lotta al burocratismo e il controllo critico delle masse; i problemi della rivoluzione culturale; la questione nazionale; l’internazionalismo proletario. Questi sono i più importanti temi che Stalin affronta in rapporti, discorsi e scritti vari fino ad oggi del tutto sconosciuti nel nostro Paese. Da questo materiale, per molti, emergeranno aspetti nuovi della figura del continuatore di Lenin alal testa del Partito comunista bolscevico. In particolare, per quanti cercano di coinvolgere Stalin nell’origine del moderno revisionismo, sono da meditare le sue parole pronunciate nel 1928 all’attivo della organizzazione di Mosca: «Dobbiamo far si che si sviluppi la vigilanza della classe operaia, che non venga addormentata, che centinaia di migliaia e di milioni di operai si inseriscono attivamente nell’opera generale dell’edificazione del socialismo, che centinai di migliaia e di milioni e milioni di contadini e operai, e non solo una dozzina di dirigenti, seguano con vigilanza l’andamento della nostra edificazione, indichino i nostri errori e li portino alla luce del giorno. Solo con questi presupposti da noi non ci saranno sorprese». Se è vero che Stalin non dispiegò sufficientemente la sua opera in questo campo per la mancanza di una viva esperienza storica e per le condizioni di accerchiamento imperialista, risulta evidente, specialmente dalla sia costante cura per i problemi della bolscevizzazione, che egli si prospettava continuamente la questione la questione della lotta di classe nella società socialista e le misure conseguenti per la difesa della dittatura del proletariato. Nel contempo Stalin aveva sempre presenti i doveri derivanti dall’internazionalismo proletario per un partito comunista al potere. Così egli si esprimeva, fra l’altro, nel luglio 1928 su l programma dell’Internazionale Comunista: « Non c’è dubbio che il carattere internazionale della nostra rivoluzione impone alla dittatura proletaria dell’URSS certi doveri nei confronti dei proletari e delle masse operaie di tutto il mondo, Lenin partiva da questo presupposto, quando diceva che il senso dell’esistenza della dittatura proletaria nell’URSS consiste nel fare tutto il possibile per lo sviluppo e la vittoria della rivoluzione proletaria in altri paesi». Sono pure di estrema attualità queste parole riferentesi alle manovre imperialiste riguardo agli «aiuti» e al «pacifismo»: «Se rinunciamo alla nostra politica rivoluzionaria, se facciamo concessioni di principio al capitale internazionale, questo non sarebbe contrario ad “aiutarci” nel trasformare il nostro paese in una “buona repubblica borghese” ». «Il mezzo più diffuso per addormentare la classe operaia e per distrarla dalla lotta contro il pericolo di guerra, è l’odierno pacifismo borghese, con le sue prediche di pace, divieto della guerra, con le sue chiacchiere sul disarmo, ecc. il pacifismo imperialista è uno strumento di preparazione di guerra, serve a mascherare questa preparazione con farisaiche frasi di pace». Queste poche citazioni sono sufficienti a dare un’idea del grande valore di questo 11° volume delle opere complete di Stalin. Esso costituirà certamente la base per una approfondita analisi di questioni fondamentali del marxismo-leninismo, della lotta di classe, di problemi storici che costituiscono i punti nodali dello sviluppo della società, che investono l’avvenire dell’umanità. Con quest’analisi approfondita si configurerà in modo più preciso l’opera di Stalin. L’approfondimento degli studi e tanto necessario in quanto nella azione dei marxisti-leninisti, nelle lotte rivoluzionarie, nel movimento di massa vivono gli insegnamenti di Stalin come esempio di militante proletario e di dirigente comunista. Tutta la sua vita è stata al servizio della causa rivoluzionaria, della lotta contro il regime zarista alla Rivoluzione di Ottobre, ala costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica, alla vittoria contro il nazi-fascismo nella seconda guerra mondiale. Tutta la sua vita è stata al servizio dell’internazionalismo proletario, delle lotte degli oppressi e degli sfruttati di tutto il mondo,per la creazione di una nuova società di liberi ed eguali,per il socialismo, per il comunismo. A fianco di Lenin fu uno dei principali artefici della Rivoluzione di Ottobre, fu il paziente e coraggioso organizzatore delle giornate insurrezionali, fu il tenace militante impegnato nella costruzione del partito della classe operaia capace di guidare la rivoluzione, il Partito bolscevico. Durante la guerra civile, veniva inviato dove la lotta era più difficile: afferrata prontamente la situazione, organizzava la riscossa e guidava l’esercito Rosso alla vittoria contro le guardie bianche appoggiate dai corpi di spedizione degli imperialisti. Le sue qualità, il suo valore di combattente rivoluzionario emersero particolarmente nella battaglia di Zarizin che prese quindi il nome di Stalingrado. Per le capacità dimostrate, nel 1922, su proposta di Lenin, fu designato segretario del Partito. Nelle terribili condizioni di arretratezza ereditate dal regime zarista e nella situazione di accerchiamento da parte degli imperialisti che non si erano rassegnati alla sconfitta, la costruzione del socialismo si presentava complessa, dura e difficile. Dopo la morte di Lenin nel 1924, il Partito bolscevico, sotto la direzione di Stalin, portò avanti l’edificazione della società socialista e attuò i piani quinquennali per la trasformazione dell’ex-impero russo in uno stato federativo multinazionale con una industria potente, un’agricoltura sviluppata sulla base della collettivizzazione, una nuova cultura rivoluzionaria. Nekl contempo Stalin dovette sostenere dure lotte per consolidare il Partito e la dittatura del proletariato, dall’affermazione della possibilità di costruire il socialismo in un solo paese all’impegno contro le deviazioni di destra e di «sinistra», allo smascheramento completo del trotzkismo divenuto ormai un’agenzia di provocazione e diversione. In quella difficilissima situazione, con gli imperialisti che infiltravano agenti ovunque, si presentò estremamente complesso il problema delle contraddizioni durante la costruzione del socialismo. Nel 1939, con il patto sovietico-tedesco, che suscitò allora diffuse incomprensioni e tendenziosi attacchi, fu sventato il disegno degli stati capitalisti e occidentali rivolto a lanciare la potenza militare nazista contro l’Unione Sovietica isolata. Quando nel 1941 Hitler scatenò l’aggressione, i due anni intercossi avevano consentito al governo sovietico di preparare meglio la difesa e di sviluppare una politica di alleanze antifasciste sul piano internazionale. Stalin fu alla testa del Partito e del Governo nella guida dell’Armata Rossa, dei partigiani, dei popoli sovietici, per fronteggiare l’attacco nazista, organizzare la controffensiva e passare all’offensiva generale. Con la vittoria di Stalingrado, svolta fondamentale nella seconda guerra mondiale, inizio il crollo del regime hitleriano. Anche nei momenti più difficili Stalin volle sempre stabilire una distinzione fra governati nazi-fascisti e popoli da essi trascinati nelle guerre imperialiste. In varie occasioni fece appello direttamente ai popoli perché si liberassero dei regimi fascisti. La politica estera dell’URSS fu basata sull’internazionalismo proletario e sulla coesistenza pacifica leninista, sulla ferma opposizione ad ogni manovra e azione aggressiva dell’imperialismo capeggiato da quello americano. Stalin si preoccupò sempre di aiutare le forze rivoluzionarie di tutto il mondo, segui incessantemente lo sviluppo dei partiti comunisti, curò in ogni momento l’attività della Terza Internazionale; i comunisti di tutti i paesi sapevano di avere nell’URSS, nel Partito bolscevico e in Stalin personalmente l’appoggio e l’aiuto per qualsiasi lotta. Come militante proletario e dirigente comunista, come guida dell’Unione Sovietica e del proletariato mondiale, come autore con le sue opere di notevoli contributi teorici alle tre componenti del marxismo, la filosofia materialista e dialettica, l’economia politica e il socialismo scientifico, Stalin rappresenta la fedeltà all’ideologia marxista-leninista, ala causa rivoluzionaria, rappresenta la lotta inconciliabile contro tutti gli opportunisti e i rinnegati. Per questo è attaccato continuamente dai nemici di classe, imperialisti e borghesi, riformisti e revisionisti, opportunisti di ogni specie, kruscioviani e trotzkisti, da tutti i reazionari e tutti i rinnegati della rivoluzione. Poiché in lui vedono come la personificazione della dittatura del proletariato e della disciplina proletaria, l’attaccano anche quelli che, pur definendosi rivoluzionari o addirittura marxisti, in realtà sono lontani dal reale contenuto del marxismo-leninismo. D’altra parte l’opera di Stalin è stata così complessa e le condizioni in cui ha lottato così difficili, che molte questioni hanno potuto sollevare problemi controversi anche in certuni che hanno cercato di interpretare correttamente queste esperienze storiche. Una piccola difficoltà è costituita dalla mancanza di conoscenza delle opere complete di Stalin. Ecco perchè chiudiamo queste note introduttive, esprimendo ancora fiducia che l’11° volume costituirà un notevole contributo all'approfondimento di questioni di tanta importanza e di così vasta portata. SUL RIFORNIMENTO DI GRANO E SULLE PROSPETTIVE DI SVILUPPO DEL’AGRICOLTURA Da discorsi tenuti in vari distretti in Siberia nel gennaio 1928 (1) (Breve Protocollo) Sono stato inviato per un breve periodo da voi in Siberia. Il mio incarico è aiutarvi nella realizzazione del piano del rifornimento di grano. Inoltre ho l’incarico di discutere insieme assieme a voi la questione delle prospettive di sviluppo dell’agricoltura, il piano dello sviluppo dell’edificazione di colcos e sovcos nella vostra regione. Vi sarà noto che quest’anno abbiamo un ammanco del bilancio del grano. In questo contesto il governo e il CC si sono visti costretti a fare tutto il possibile in ogni distretto e regione per colmare questo ammanco nel nostro bilancio del grano. Il deficit dovrà essere colmato soprattutto dai distretti e dalle regioni con alti raccolti; bisogna ottenere che questi non solo adempiono il piano di rifornimento, ma che lo superino. Voi sapete, naturalmente, che conseguenze può avere il deficit, se non viene colmato. Avrà come conseguenza che le nostre città, i centri industriali e anche l’Esercito Rosso si troveranno in una situazione difficile, essi verranno scarsamente riforniti e rischieranno la fame. E’ chiaro che non possiamo permettere questo. Che cosa pensate di questo, quali misure intendete prendere per adempiere il vostro dovere nei confronti del paese? Ho percorso i distretti della vostra regione e ho convincermi che da voi da voi non ci sforza in modo serio di aiutare il nostro paese ad uscire dalla crisi del grano. Avete un raccolto come capita una volta in molti anni, si può dire come mai si è verificato sinora. Quest’anno eccedenze di grano più che mai, ma il piano del rifornimento non viene adempiuto. Perché, per quale causa? Voi dite che il piano sarebbe forzato, sarebbe inattuabile. Perché inattuabile, come potete sostenere una cosa simile? Non è forse un fatto che il vostro raccolto quest’anno è veramente eccezionale? Non è forze un fatto che il piano del rifornimento per la Siberia per quest’anno è quasi lo stesso dell’anno scorso? Guardate le aziende kulak: li i magazzini e i granai sono pieni, e siccome mancano i magazzini, il grano sta all’aperto; nelle aziende de i kulak ci sono eccedenze di grano dai 50,000 ai 60.000 pud per azienda, senza contare le scorte per la semina, l’alimentazione, l’allevamento del bestiame; e ciò nonostante voi dite che il piano del rifornimento di grano sarebbe inattuabile. Da cosa deriva questo vostro pessimismo? Voi dite che i kulak non vogliono conseguenze il grano, che aspettano un aumento dei prezzi e che prefersicono fare una speculazione senza scrupoli. Questo è vero. Ma i kulak non aspettano semplicemente un aumento dei prezzi, esigono una triplicazione in confronti ai prezzi statali. Pensate spossa accontentare il kulak? I contadini poveri e largaparte dei contadini medi hanno già consegnato il grano a prezzi statali allo Stato. Si può permettere che lo stato paghi i kulak per il grano il triplo del prezzo corrisposto ai contadini poveri e medi? Basta porre questa domanda per capire che è assolutamente inammissibile soddisfare le richieste dei kulak. Se i kulak fanno una speculazione senza scrupoli su prezzi del grano, perché non li processate per speculazione? Non sapete forse che esiste una legge contro la speculazione – l’articolo 107 del codice penale della RSFSR, in virtù della quale persone che si rendono colpevoli di speculazione, vengono sottoposti a processo e le merci confiscate a vantaggio dello Stato? Avete forse paura di disturbare la quiete dei signori kulak? Voi dite che l’applicazione dell’articolo 107 contro i kulak sarebbe una misura straordinaria che non avrebbe buoni risultati e peggiorerebbe la situazione nelle campagne. Soprattutto il compagno Sagumenny si è fissato su ciò. Ammettiamo pure che questa sia una misura straordinaria. Cosa ne segue? Perché in altre regioni e distretti l’applicazione dell’articolo 107 ha dato risultati eccellenti, perché è riuscita a schierare attorno al potere sovietico i contadini lavoratori e a migliorare la situazione nelle campagne, mentre da voi, in Siberia, dovrebbe dare cattivi risultati e peggiorare la situazione? Perché,per quale ragione? Voi dite che i vostri magistrati e tribunali consono disposti a ciò. Ma perché i magistrati e i tribunali sono stati disposti a farlo in altre regioni e distretti e agiscono con peno successo, mentre da voi consono disposti ad applicare l’articolo 107 contro gli speculatori? Di chi è la colpa? E’ ovvio h cela colpa e delle vostre organizzazioni di partito, che evidentemente lavorano male e che non si sforzano do far rispettare scrupolosamente le leggi del nostro paese. Ho parlato con alcune decine di rappresentanti della vostra magistratura e dei vostri tribunali. Quasi tutti abitano presso kulak, sono ospiti a pranzo e cercano naturalmente di vivere in pace con i kulak. Alla mia domanda hanno risposto che dai kulak l’abitazione sarebbe più pulita e il mangiare più buono. Naturalmente non ci si può aspettare nulla di ragionevole e utile per lo Stato sovietico da simili rappresentanti della magistratura e dei tribunali. Soltanto non si capisce perché sinora questi signori non sono stati sbattuti fuori e sostituiti con altri, con uomini onesti. Propongo: a) esigere dai kulak la consegna immediata di tutte le eccedenze di grano a prezzi statali; b) nel caso di rifiuto da parte dei kulak di obbedire alla legge, sottoporli a processo, secondo l’articolo 107 del codice penale della RSFSR, e confiscare le loro eccedenze di grano a vantaggio dello Stato, distribuendo il 25 per cento del grano confiscato ai contadini poveri e ai contadini medi economicamente più deboli, ai bassi prezzi statali oppure a credito a lungo termine. Per quanto riguarda i rappresentanti della vostra magistratura e dei tribunali, propongo di destituire tutti i non idonei e di sostituirli con elementi sovietici onesti e scrupolosi. Vedrete presto che queste misure avranno risultati eccellenti e che riuscirete non solo ad attuare a a superare il piano del rifornimento di grano. Ma con ciò la cosa non è esaurita. Queste misure basteranno per mettere a posto la situazione di quest’anno. Ma non c’è garanzia che i kulak non saboteranno il rifornimento anche dell’anno venturo. Anzi, si può sicuramente dire con sicurezza che, fino a quando ci saranno i lulak, verrà sempre sabotato il rifornimento di grano, per creare una base più o meno soddisfacente per il rifornimento di grano, necessitano altre misure. Quali sono, dunque, queste misure? Intendo lo sviluppo dell’edificazione di colcos e sovcos . I colcos e i sovocs sono, come sapete, grandi aziende in grado di utilizzare trattori e macchinari. Sono aziende con una produzione più grande dei latifondi e delle aziende dei kulak. Non bisogna dimenticare che le nostre città e la nostra industria crescono ogni anno e cresceranno ancora. Ciò è necessario per la industrializzazione del paese. Quindi crescerà ogni anno la domanda di grano e perciò anche la portata dei piani di rifornimento di grano. Non possiamo far dipendere la nostra industria dagli umori dei kulak. Perciò bisogna raggiungere l’obiettivo che nel corso dei prossimi tre o quattro anni i colcos e i sovcos possano, come fornitori, consegnare allo Stato almeno un terzo del grano necessario. Questo farebbe passare in seconda linea i kulak e creerebbe la base per l’approvvigionamento di pane più o meno sufficiente per gli operai e l’Esercito Rosso. Ma per raggiungere questo obiettivo bisogna sviluppare con tutta energia, senza risparmiare forze e mezzi, l’edificazione dei colcos e dei sovcos. Questo si può fare e lo dobbiamo fare. Ma anche ciò non basta. Il nostro paese non può vivere alla giornata. Dobbiamo pensare anche al domani, alla prospettiva di sviluppo della nostra agricoltura, infine alla sorte del socialismo nel nostro paese. Il problema del grano è una parte del problema agricolo, e il problema agricolo è una componente del problema dell’edificazione del socialismo nel nostro paese. La collettivizzazione parziale dell’agricoltura, di cui ho parlato adesso, basta per rifornire di pane, in modo più o meno soddisfacente, la classe operaia e l’esercito rosso, ma è del tutto insufficiente per: a) creare una base solida per un approvvigionamento di prodotti alimentari pienamente sufficiente per tutto il paese, assicurando allo stesso momento le scorte necessarie di viveri nelle mani dello stato; b) portare alla vittoria l’edificazione socialista nelle campagne, nell’agricoltura. Attualmente l’ordine sovietico è fondato su due basi eterogenee: sull’industria socializzata e sulla piccola azienda contadina individuale, il cui fondamento è la proprietà privata dei mezzi di produzione. L’ordine sovietico si può fondare per molto tempo su queste basi eterogenee. No, non so può. Lenin dice che, fino a quando prevale nel paese l’azienda contadina individuale, che produce capitalisti e capitalismo. Naturalmente, non si può parlare seriamente di vittoria dell’edificazione socialista nel nostro paese, finché esiste il pericolo. Quindi è del tutto insufficiente per il consolidamento dell’ordine sovietico e la vittoria dell’edificazione socialista la sola socializzazione dell’industria. E’ necessario passare dalla socializzazione dell’industria alla socializzazione di tutta l’agricoltura. Ma che cosa significa ciò? Significa: primo, che gradualmente ma inesorabilmente bisogna riunire le aziende contadine individuali, che forniscono la minima produzione per il mercato. Significa,in secondo luogo, che bisogna coprire tutti i distretti del nostro paese, senza eccezione, con colcos (e sovcos), che sono in grado di sostituire come fornitori di grano per lo Stato non solo i kulak ma anche i singoli contadini. Significa, in terzo luogo, eliminare tutte le fonti che producono capitalisti e capitalismo, ed eliminare la possibilità di una restaurazione del capitalismo. Significa,in quarto luogo, creare una base solida per un approvvigionamento abbondante e senza intoppi di tutto il paese, non solo di grano ma anche di altri prodotti alimentari, assicurando allo stesso tempo le scorte necessarie allo Stato. Significa, in quinto luogo, creare una solida base unitaria socialista per l’ordine sovietico, per il potere sovietico. Significa, infine, assicurare la vittoria dell’edificazione socialista nel nostro paese. Queste sono le prospettive di sviluppo della nostra agricoltura. Questo è il compito non è facile è difficile, ma può essere senz’altro risolto, perchè le difficoltà si presentano proprio per essere superate ed essere vinte. Bisogna avere chiaro che non possiamo avanzare ulteriormente sulla base della piccola azienda contadina individuale, che abbiamo bisogno di grandi aziende nell’agricoltura in grado di utilizzare macchinari e di fornire il massimo di prodotti per il mercato. Ci sono due vie per la creazione di grandi aziende nell’agricoltura: la via capitalistica, che viene realizzata attraverso al rovina in massa dei contadini e la organizzazione di grandi aziende che sfruttano il lavoro, e la via socialista, che viene realizzata attraverso la riunione delle piccole aziende contadine in grandi colcos – senza mandare in rovina i contadini e senza lo sfruttamento del lavoro. Il nostro Paese ha scelto la via socialista della creazione di grandi aziende nell’agricoltura. Lenin già prima della Rivoluzione di Ottobre, e poi immediatamente dopo la vittoria ha dato al Partito il compito di riunire le piccole aziende contadine in grandi colcos, come prospettiva di sviluppo della nostra agricoltura e come mezzo decisivo per la vittoria del socialismo nel paese, nelle campagne. Lenin ha detto: a) “il sistema della piccola azienda, ferma restando la produzione mercantile, non è in grado di salvare l’umanità dalla miseria di massa e dalla oppressione di massa” (vol. XX, p. 122) (2) b) “Se rimaniamo fermi, in modo, tradizionale, sulle piccole aziende, anche se come cittadini liberi su una terra libera, ciò nonostante ci incombe una inevitabile rovina” (vol. XX, p. 417) (3) c) “solo attraverso lavoro collettivo arbel, cooperativo, si può trovare una via di uscita dal vicolo cieco in cui c ha cacciato la guerra imperialista” (4° edizione, vol. 30 p. 123, russo). Lenin afferma inoltre: “solo nel caso che ci riesca di far balzare agli occhi dei contadini nella pratica, i vantaggi dell’agricoltura sociale, in comune, di artel solo se si riesce ad aiutare il contadino con l’economia comune, con l’artel, solo in questo caso la classe operaia, che ha in mano il potere statale, darà ai contadini veramente la prova che ha ragione e attirerà veramente stabilmente dalla sua parte i milioni di contadini. Perciò è difficile sopravvalutare l’importanza di qualsiasi tipo di azienda, che promuova l’agricoltura cooperativa di artel, abbiamo milioni di villaggi dispersi, sparsi agli angoli più sperduti, di singole aziende. Solo quando sarà dimostrato praticamente, con l’esperienza accessibile ai contadini, che il passaggio all’agricoltura cooperativa, di artel, è necessario è possibile, solo allora avremo il diritto di dire che è stato fatto un passo serio verso l’agricoltura socialista, in un paese di contadini cosi gigantesco quale è la Russia (*) (4° edizione, vol. 30, pp 173/174). Queste sono le indicazioni di Lenin. Prendendo come spunto queste indicazioni di Lenin, il XV Congresso del nostro Partito (4) ha deciso nella sua risoluzione “Sul lavoro nelle campagne”: “nel periodo attuale il compito di riunire e trasformare le piccole aziende contadine individuali in grandi collettivi, deve essere considerato come compito principale del Partito nelle campagne” (5) Cosi,compagni, stanno le cose per quanto riguarda la questione della socializzazione dell’agricoltura nel nostro paese. E nostro dovere applicare queste indicazioni. I PRIMI RISULTATI DELLA CAMPAGNA DI RIFORNIMENTO E GLI ULTERIORI COMPITI DEL PARTITO A tutte le organizzazioni del PCUS(b) Un mese e mezzo fa, all'inizio del gennaio 1928, avevamo una crisi multo seria nel rifornimento di pane. Mentre fino AI gennaio del 1927 riuscivamo a fornire 428 milioni di pud di grano, il rifornimento fino al gennaio 1928 raggiungeva appena 300 milioni di pud Nel Gennaio 1928 avevamo quindi un deficit nei confronti del gennaio del 1927, un ammanco di 128 milioni di pud. Questo ammanco è al tempo stesso l'espressione approssimativa in cifre della crisi nel rifornimento di grano. Cosa significa Ia crisi nel rifornimento di grano, cosa dimostra e quali sono le sue probabili conseguente? Significa soprattutto una crisi nell’approvvigionamento dei distretti operai, un aumento un aumento dei prezzi di grano in questi distretti, un attacco salario reale degli operai. Significa, in secondo luogo. una crisi nell’approvvigionamento dell'Esercito Rosso, malcontento fra i soldati rossi. Significa, io terzo luogo, una crisi nell'approvvigionamento dei distretti a coltura di lino e cotone, prezzi speculativi per il grano in vari distretti, il passaggio dei coltivatori di lino e cotone alla coltivazione di grano — cioè voi restrizione della coltivazione di cotone e lino, che comporta una restrizione dei rami corrispondenti dell'industria tessile. Significa, in quarto luogo, la mancanza di scorte di grano nelle mani dello Stato, sia per il fabbisogno all'interno del paese (nel caso di un cattivo raccolto) che per il fabbisogno dell’esportazione, di cui abbiamo bisogno per poter importare attrezzature industriali e macchine agricole. Significa, infine. minare tutta li nostra politica dei prezzi, minare la politica di stabilità dei prezzi del grano, minare la politica della diminuzione sistematica dei prezzi dei prodotti industriali. Per uscire da queste difficoltà si doveva recuperare il perduto e colmare il deficit di rifornimento di 128 milioni di pud. Ma per colmare questo deficit il Partito e il governo dovevano adoperare ogni mezzo, dovevano essere scosse le organizzazioni dal loro letargo invernale, dovevano essere get-tate le forze migliori del Partito, dal vertice alla base, sul fronte del rifornimento doveva essere aumentato ad ogni costo il rifornimento, sfruttando sino in fondo il breve periodo di tempo disponibile, prima che le strade diventino difficilmente percorribili a causa del disgelo. Appunto per questo scopo furono emanate le prime due difettive del CC del PCUS(b) sul rifornimento di grano (la prima il 14.12.1927 e la seconda il 24.12.1927). Ma siccome queste direttive rimanevano senza effetto, il CC del PCUS(b) si è visto costretto a emanare una terza diret-tiva il 6.1.1928, una direttiva del tutto inconsueta sia per quanto riguarda il tono che per quanto riguarda le indicazioni. Questa direttiva si chiude con una minaccia, indirizzata ai dirigenti delle organizzazioni del Partito, nel caso che non realizzino entro brevissimo tempo un cambiamento decisivo per il rifornimento di grano. E' chiaro che una minaccia simile può essere espressa solo in casi straordinari, tanto più che i segretari delle organizzazioni di partito non lavorano per amore del loro posto, ma per la rivoluzione. Nonostante ciò, il CC riteneva necessario fare questo passo, tenuto conto delle circostanze straordinarie di cui appunto parlavo. Della serie di cause, che erano decisive per la crisi del rifornimento di grano, sono da sottolineare le seguenti. Primo. La campagna cresce e diventa più ricca. Cresciuto e diventato ricco è soprattutto il kulak. Tre anni di buon raccolto non sono passati senza lasciar tracce. Eccedenze di grano ce ne sono quest'anno non meno dell'anno scorso, come, del resto, anche i prodotti dell'industria non sono meno ma più dell'anno scorso. Intanto gli strati benestanti della campagna hanno ottenuto quest'anno la possibilità di procurarsi i mezzi necessari attraverso la vendita di materie prime agricole, di carni ecc, e di trattenere il grano, per aumentarne il prezzo alle stelle. Veramente, non si può dire che il kulak disponga della massa principale di grano, ma egli costituisce un'autorità economica nella campagna, è legato stretta-mente con gli speculatori della città. che pagano di più per il grano, ed ha la possibilità di influenzare il contadino medio per quanto riguarda l'aumento dei prezzi del grano, e di sabotare la politica sovietica dei pieni, perché non incontra resistenza da parte delle nostre organizzazioni di rifornimento. Secondo. Le nostre organizzazioni di rifornimento non sono state all'altezza dei loro compiti. Abusando del compenso per 13 qualità e di maggiorazioni di prezzo «legali» di ogni tipo. le nostre organizzazioni di rifornimento, invece di reprimere la speculazione, si sono fatta una sfrenata con-correnza fra di loro, hanno minato il fronte unitario degli organi di rifornimento, hanno portato i prezzi del grano alle stelle e aiutato in questo modo, senza volerlo, i kulak e gli speculatori a sabotare la politica sovietica dei prezzi. a peggiorare la situazione del mercato, a diminuire il rifornimento di grano. E' vero che il Partito avrebbe potuto farla finita con questi difetti, se fosse intervenuto. Ma. ubriaco dei successi ottenuti nel rifornimento di grano dell'anno scorso e distolto dalla discussione (6), passava sopra a questi difetti, supponendo che tutti i difetti sarebbero scomparsi spontaneamente. Ancora di più, tutta una serie di organizzazioni di partito hanno affrontato il compito del rifornimento di grano in modo formalistico, come qualcosa che non le riguardasse minimamente, dimenticando che la responsabilità di fronte alla classe operaia per i difetti del rifornimento di grano, così come per i difetti nel lavoro di tutte le organizzazioni di tipo economico e cooperativo, ricade in primo luogo sul Partito. Terzo. La linea del nostro lavoro nelle campagne è stata deformata in tutta una serie di distretti. La parola d’ordine principale del Partito “appoggiati ai contadini poveri, stabilisci una alleanza solida con il contadino medio, non sospendere neanche per un minuto la lotta contro i kulak» non di rado è stata applicata in modo sbagliato. Mentre le organizzazioni di partito hanno imparato a stabilire l'alleanza col contadino medio, cosa che significa una enorme conquista per il Partito, non hanno affatto dappertutto avviato il lavoro coi contadini poveri. Per quanto riguarda la lotta contro i kulak e il pericolo dei kulak, le nostre organizzazioni di partito sono state ben lontane dal fare tutto quello che si sarebbe dovuto. Questo spiega fra l'altro anche il fatto che negli ultimi tempi nelle nostre organizzazioni, sia in quelle di partito che in altre, sono apparsi estranei al Partito, i quali non vedono le classi nelle campagne, non capiscono i principi della nostra politica di classe, cercano di organizzare il loro lavoro in modo da non offendere nessuno, e vivono in pace con kulak e in generale conservano la loro popolarità fra «tutti gli strati» della campagna. E' evidente che l'esistenza di tali «comunisti» nella campagna non poteva contribuire a migliorare il nostro lavoro a contenere le tendenze sfruttatrici del kulak e schierare i contadino poveri attorno al Partito. Ancora. Fino a gennaio la domanda solvente dei contadini era aumentata in misura rilevante nei confronti dell'anno passato, in seguito ai maggiori introiti realizzati dai contadini con culture non cerealicole, con allevamenti e attività secondarie; però, nonostante l'aumento della quantità dei prodotti industriali consegnati alla campagna, c'era da osservare un certo regresso del valore globale dell'offerta, cioè l'offerta rimaneva indietro rispetto alla crescita della domanda solvente. Tutto ciò — in connessione con errori nel nostro lavoro, come il rifornimento ritardato di prodotti industriali alla campagna, le inadeguatezze dell'imposta agricola, l'incapacità di detrarre le eccedenze di denaro dalla campagna, ecc. — ha creato le condizioni che hanno portato alla crisi del rifornimento di grano. Va da sé che la responsabilità di questi errori ricade soprattutto sul CC e non solo sulle organizzazioni del Partito. Per liquidare la crisi, era soprattutto necessario rinsalare le organizzazioni di partito, chiarirgli che il rifornimento di grano è compito di tutto il Partito. In secondo luogo era necessario frenare la speculazione e, utilizzando le leggi sovietiche contro la speculazione sui generi di largo consumo, ripristinare condizioni sane sul mercato con un attacco contro gli speculatori e gli elementi speculatori dei kulak. In terzo luogo era necessario, utilizzando le leggi sull'autotassazione, detrarre le eccedenze di denaro dalla campagna, mediante il prestito da parte dei contadini poveri e la lotta contro la distillazione in proprio di liquori. In quarto luogo, era necessario subordinare le nostre organizzazioni dì rifornimento al controllo delle organizzazioni di partito, costringerle a porre fine alla reciproca concorrenza, e obbligarle ad applicare la politica sovietica dei prezzi. In ultimo, era necessario farla finita con la deformazione della linea del Partito nel lavoro pratico nelle campagne, ponendo l’accento principale sulla lotta contro il pericolo dei kulak, e impegnando le nostre organizzazioni di partito a «sviluppare l'offensiva contro i kulak» (vedi la risoluzione del XV Congresso « Sul lavoro nelle campagne») (7). Dalle direttive del CC risulta evidente che il Partito, nella sua lotta per il rafforzamento del rifornimento di grano. adottava appunto queste misure e avviava una campagna di questo genere in tutto il paese. In altre condizioni e in una situazione diversa, il Partito avrebbe potuto adottare anche altre forme di lotta, per esempio avrebbe potuto gettare sul mercato decine di milioni di pud di grano e piegare in questo modo gli strati benestanti della campagna, che non portano grano sul mercato. Ma per far questo sarebbero state necessarie o scorte sufficienti di grano nelle mani dello Stato o cospicue riserve di valuta per l'importazione di decine di milioni di pud di grano dall'estero. Però, com'è noto, lo Stato non aveva queste scorte. E proprio perché non esistevano queste scorte, il Partito si è visto costretto a prendere le misure straordinarie, le quali hanno trovato espressione nelle direttive del CC e nello sviluppo della campagna di rifornimento, e che in gran parte possono rimanete valide solo per il periodo dell'anno di rifornimento in corso. Le chiacchiere su una presunta abolizione della NEP, che introdurremmo la consegna obbligatoria, che porteremmo avanti la espropriazione dei kulak, ecc., sono pettegolezzi controrivoluzionari, contro i quali bisogna condurre una lotta decisa. La NEP è la base della nostra politica economica e lo rimarrà per un lungo periodo storico. La NEP significa scambio di merci 'e tolleranza del capitalismo a condizione che lo Stato conservi il diritto e la possibilità di regolare il commercio dal punto di vista della dittatura del proletariato. Senza ciò, la NEP significherebbe né più né meno restaurazione del capitalismo, cosa non voglio capire i parolai controrivoluzionari, che parlano di abolizione della NEP. Ora possiamo constatare con pieno diritto che le misure prese e la campagna di rifornimento di grano che si è sviluppata, sono state già coronate da una prima decisiva vittoria del Partito. Il ritmo del rifornimento di grano è aumentato decisamente e dappertutto. Il rifornimento di grano si è raddoppiato da dicembre a gennaio. Il ritmo di rifornimento nel febbraio dà come risultato un ulteriore aumento. La campagna di rifornimento è diventata una pietra di paragone per tutte le nostre organizzazioni, sia per le organizzazioni di partito che per i sovcos e i colcos; ha facilitato l'epurazione di clementi degenerati e portato alla luce nuovi funzionari rivoluzionari. I difetti nel lavoro delle organizzazioni di rifornimento diventano evidenti e nel corso della campagna di rifornimento si delineano le vie per la loro eliminazione. Il lavoro di partito nelle campagne migliora, prevale uno spirito più fresco, la si fa finita con la deformazione della linea del Partito. L'influenza dei kulak nelle campagne diminuisce, il lavoro ha i contadini poveri si ravviva, la vita sociale sovietica nelle campagne si consolida, l'autorità del potere sovietico cresce fra le grandi masse dei contadini e anche fra í contadini medi. E' evidente che stiamo per uscire dalla crisi del rifornimento di grano. Accanto ai successi sopra citati, nella realizzazione pratica delle direttive del Partito esiste per altro tutta una serie di deformazioni ed esagerazioni che, se non liquidate, possono provocare nuove difficoltà. In queste deformazioni ed esagerazioni rientrano le tendenze, presenti in singoli distretti, a uno scambio di merci immediato, a una applicazione obbligatoria del prestito agricolo, a organizzare un surrogato di squadre di sbarramento e, infine, a eseguire arresti abusivi, confische illegali di eccedenze di grano, ecc. Tutti questi fenomeni devono essere liquidati decisamente. Accanto all'ulteriore rafforzamento del lavoro di tutti gli organi allo scopo della realizzazione completa del piano di rifornimento di grano, il CC fa obbligo a tutte le organizzazioni locali di partito e dei soviet, di cominciare immediatamente a preparare la campagna per la semina del grano estivo in modo che venga assicurato un allargamento della superficie per la semina estiva. All'agitazione di singoli speculatori e kulak per diminuire la superficie di semina, bisogna contrapporre, una campagna unitaria, unanime e organizzata, degli strati poveri e dei contadini medi, per l'allargamento della superficie di semina con sostegno particolare da parte dei colcos. Partendo da quello che è stato spiegato, il CC del PCUS(b) richiede: 1) La campagna per il rafforzamento del rifornimento di grano bisogna portarla avanti con energia immutata c il compimento del piano annuale del rifornimento di grano dev'essere raggiunto ad ogni costo. 2) Bisogna rafforzare la lotta contro tutti i metodi, diretti e indiretti, per aumentare i prezzi fissati contrattualmente. 3) Bisogna porre fine decisamente alla concorrenza fra gli organi di rifornimento statali e cooperativi e deve essere garantito che procedano veramente in un fronte unitario nella lotta contro accaparratoti e kulak, che fanno affari speculatisi con l'aumento dei prezzi. 4) Bisogna proseguire nella pressione sui kulak — i veri grandi detentori di eccedenze di grano per il mercato — esercitando questa pressione esclusivamente sulla base della legalità sovietica (soprattutto at-traverso l'applicazione pratica dell'articolo 107 del codice penale della RSFSR e del corrispondente articolo del codice penale dell'Ucraina contro singoli elementi malintenzionati che posseggono eccedenze di 2000 e più pud di grano per il mercato), stando però attenti a non colpire in nessun caso í contadini medi con queste o simili misure. 5) Delle eccedenze di grano, confiscate in base alla legge a speculatori ed elementi speculatori dei kulak, bisogna consegnare il 25% ai contadini poveri con credito a lungo termine, in modo che questi possano coprire il loro fabbisogno di semina e, in caso di necessità, il fabbisogno di grano per il proprio consumo. 6) Durante il lavoro pratico nel corso della campagna per l'aumento del rifornimento di grano, bisogna decisamente eliminare esagerazioni e deformazioni, che, in singoli casi, hanno portato all'applicazione di metodi risalenti ai tempi della consegna obbligatoria, come differenziazione a seconda dell'azienda della quantità di grano da consegnare, squadre di sbarramento fra i singoli distretti, ecc. 7) Nel riscuotere debiti dei contadini allo Stato (arretrati sulla i tassa agricola, assicurazione, crediti, ecc) bisogna concedere facilitazioni e vantaggi ai contadini poveri e, in caso di necessità, ai contadini medi economicamente più deboli, mentre però sugli strati benestanti della campagna, e particolarmente sui kulak, deve ancora essere esercitata pressione. 8) Per quanto riguarda l’autotassazione, bisogna aumentare la progressione della tassazione dei kulak e degli strati benestanti della campagna in confronto all'imposta agricola. Agli strati più poveri della campagna bisogna garantire una esenzione dall'autotassazione e ai contadini medi. economie:unente più deboli, e alle famiglie dei soldati dell'Esercito Rosso bisogna concedere facilitazioni. La campagna per l'autotassazione deve essere sviluppata dappertutto, elevando l'iniziativa sociale, e impegnando in modo massiccio in questo lavoro i contadini poveri, l'Unione della Gioventù Comunista, delegati delle donne e l'intellighentsia della campagna . I contributi derivanti dall'autotassazione devono essere utilizzati rigidamente per lo scopo previsto, non può essere ammesso che vengano spesi per il mantenimento dell'apparato; progetti per l'investimento di questi mezzi, previsioni di costi, ecc., bisogna discuterli e deciderli concretamente in assemblee contadine: dev'essere garantito un controllo collettivo e completo sull'utilizzazione dei contributi. 9) Bisogna farla decisamente finita con misure amministrative per ciò che riguarda l'attuazione del prestito dei contadini (pagamento ai contadini delle consegne di grano mediante il prestito, collocamento forzato del prestito, differenziazione per azienda, ecc.), bisogna concentrare l'attenzione sul chiarire ai contadini i vantaggi che gli dà il prestito contadino, e bisogna usare l'influenza e le forze delle organizzazioni sociali della campagna per collocare le obbligazioni del prestito contadino anche fra gli strati ricchi. 10) Immutata attenzione dev'essere rivolta al soddisfacimento della domanda di prodotti industriali nei distretti di rifornimento di grano. Le forme dirette e indirette di scambio di grano contro prodotti industriali, venuti alla luce, devono essere eliminate; in casi straordinari, per prodotti che scarseggiano in modo particolare, bisogna estendere i vantaggi che godono i membri delle cooperative anche ai contadini non organizzati in cooperative, nel caso che questi vendano grano. 11) Nel corso della campagna di rifornimento bisogna continuare il controllo e la decisa epurazione delle organizzazioni di partito, dei soviet e delle cooperative; elementi estranei ed elementi che hanno cercato di ingraziarsi le organizzazioni, devono essere cacciati e sostituiti da funzionari disciplinati di partito e da provati funzionari senza partito. 13 Febbraio 1928 Per incarico del CC del PCUS(b) G. Stalin SALUTO PER IL DECIMO ANNIVERSARIO DELL ESERCITO ROSSO Saluto all’Esercito Rosso che in grandiose battaglie ha affermato le conquiste dell’Ottobre! Gloria ai combattenti, caduti per la causa del proletariato! Gloria ai combattenti che vegliano sulla grande opera dell’edificazione del socialista. “Krasnaja Swesda” n. 46 23 Febbraio 1928 SU TRE CARATTERISTICHE DELL’ESERCITO ROSSO Discorso alla sessione solenne del Plenum del Soviet dio Mosca in occasione del decimo anniversario dell’Esercito Rosso. Compagni! Permettetemi di salutare in nome del CC del nostro Partito i combattenti del nostro Esercito Rosso, i combattenti della nostra Marina Rossa. i combattenti della nostra Aeronautica Rossa e infine i nostri miliziani, gli operai armati dell’URSS. Il Partitio è orgoglioso di essere riuscito. con l'aiuto degli operai e dei contadini, a creare il primo Esercito Rosso del mondo, che ha difeso e affermato in grandiose battaglie la liberta degli operai e contadini . Il Partito è orgogliose del fatto che l'Esercito Rosso è riuscito percorrere con onore il difficile cammino di lotte durissime contro i nemici interni ed esterni della classe operaia dei contadini del nostro paese, che è riuscito a diventare la più potente forza rivoluzionaria — per il terrore dei nemici della classe operaia. per la gioia di rutti gli oppressi e soggiogati. Il Partito è orgoglioso del fatto che l'Esercito Rosso, il quale ha percorso il lungo cammino della liberazione degli operai e contadini dal giogo dei latifondisti e capitalisti, si è or, conquistato il diritto di festeggiare il decimo anniversario della sua esistenza. Compagni, in che cosa consiste la forza, la fonte della forza del nostro Esercito Rsso? In che con consistono le caratteristiche che distinguono dalle fondamenta il nostro Esercito Rosso da tutti quanti gli eserciti che siano mai esistiti al mondo? In che cosa consistono le caratteristiche che costituiscono la fonte della forza e della potenza del nostro Esercito Rosso? La prima caratteristica fondamentale del nostro Esercito Rosso consiste nel fatto che è l’esercito degli operai e contadini liberati, l’esercito della Rivoluzione di Ottobre, l’esercito della dittatura del proletariato. Tutti gli eserciti che finora esistevano sotto il capitalismo, qualunque fosse la loro composizione. Erano e sono eserciti che consolidano il potere del capitale. Erano e rimangono eserciti del dominio del capitale. I borghesi di tutti i paesi mentono, quando sostengono che l’esercito è politicamente neutrale. Ciò non è vero. Negli stati borghesi, l’esercito è privo di diritti politici, viene tenuto lontano dall’arena politica. : Questo è vero. Ma ciò non significa minimamente che esso sia politicamente al contrario, sempre e ovunque, in tutti i paesi capitalisti, l’esercito veniva e viene coinvolto nella lotta politica, in quanto serve come strumento per l’oppressione dei lavoratori. Non è forse vero che in quei paesi l’esercito opprime gli operai, che serve come bastione di padroni? A differenza di questi eserciti, il nostro Esercito Rosso ha la caratteristica di essere uno strumento per il consolidamento del potere degli operai e dei contadini. uno strumento per il consolidamento della dittatura del proletariato, uno strumento per la liberazione degli operai e contadini dal giogo dei latifondisti c dei capitalisti. Il nostro esercito é un esercito della liberazione dei lavoratori. Avete fatto caso, compagni che, ai vecchi tempi, il popolo temeva l’esercito e lo teme ancora nei paesi capitalisti, che c’è una barriera fra popolo e esercito? E da noi? Da noi, invece, popolo e esercito formano un tutto unico, un’unica famiglia. In nessuna parte del mondo il popolo circonda l’esercito con tanto amore e cura come da noi. Da noi, l’esercito e amato, stimato e curato. Perché? Perché per la prima volta al mondo gli operai e i contadini hanno creato il loro proprio esercito, che non serve i padroni, ma gli schiavi di una volta, gli operai e i contadini ora liberati. Qui risiede la fonte della forza del nostro Esercito Rosso. Che cosa significa l’amore del popolo per il suo esercito? Significa che un esercito del genere avrà la più solida retrovia, che un esercito del genere è invincibile. Cos’è un esercito senza una solida retrovia? Niente. Gli eserciti più grandi, gli eserciti meglio armati si sgretolarono e si dissolsero, non avendo una retrovia solida, non avendo il sostegno e le simpatie della retrovia, della popolazione lavoratrice. Il nostro esercito e l’unico esercito del mondo ce possiede simpatie e il sostegno degli operai e dei contadini. Qui è la sua forza, qui il suo vigore. Soprattutto per questo il nostro Esercito Rosso si distingue da tutti gli altri eserciti, che esistevano e esistono nel mondo. Il desiderio, il compito del Partito è mantenere e assicurare al nostro Esercito rosso questa caratteristica, questo stretto collegamento fraterno con gli operai e contadini La seconda caratteristica del nostro Esercito Rosso sta nel fatto che esso è un esercito della fraternità delle nazioni del nostro paese, un esercito della liberazione delle nazioni oppresse del nostro paese. Ai vecchi tempi di soltio gli eserciti venivano educati nello spirito dello scio9vinismo, nello spirito delle conquiste, spirito della necessità della sottomissione delle nazioni deboli. Questo spiega precisamente anche che gli eserciti di vecchio tipo. gli eserciti capitalistici, erano al tempo stesso eserciti di oppressione nazionale e coloniale. Questo fatto costituisce una delle debolezze principali dei vecchi eserciti. Il nostro esercito si distingue dalle fondamenta dagli eserciti di oppressione coloniale. Tutta la sua essenza, tutta la sua organizzazione si fonda sul consolidamento dei legami d’amicizia fra le nazioni del nostro paese, sull'idea della liberazione dei popoli oppressi, sull’idea della difesa della libertà e indipendenza delle repubbliche socialiste, facenti parte dell’Unione Sovietica. In ciò consiste la seconda fonte principale della forza e della potenza del nostro Esercito Rosso. In ciò sta la garanzia. che il nostro esercitò avrà, nel momento critico, il massimo sostegno delle masse di milioni di uomini, di tutte quante le nazioni e nazionalità che abitano nel nostro immenso paese. Il desiderio, il compio del Partito è mantenere e assicurare al nostro Esercito Rosso anche questa caratteristica. Infine, La terza caratteristica dell'Esercito Rosso. Essa consiste nell’educazione del nostro esercito nello spirito dell’internazionalismo, nel consolidamento di questo spirito, consiste nel fatto che lo spirito internazionalismo compenetra tutto il nostro Esercito rosso. Nei paesi capitalisti si usa educare gli eserciti nello spirito dell’odio contro i popoli di altri paesi, nello spirito dell’odio contro gli altri Stati, nello spirito dell’odio contro gli operai e contadini di altri paesi. Perché viene fatto questo? Viene fatto per trasformare l’esercito in un gregge obbediente nel caso di un confronto bellico fra Stati, fra potenze, fra paesi. Questa è la causa della debolezza degli eserciti capitalisti. Il nostro esercito è costruito su basi del tutto diverse. La forza del nostro Esercito Rosso consiste nel fatto che viene educato fin dal primo giorno delle sua esistenza nello spirito dell’internazionalismo, nello spirito del rispetto nei confronti dei popoli degli altri paesi, nello spinto dell'amore e della stima nei confronti degli operai di tutti i paesi, nello spirito del mantenimento e del consolidamento della pace fra i paesi. E’proprio perché il nostro esercito viene educato nello spinto dell'internazionalismo, nello spirito della comunanza degli interessi degli operai di tutti i paesi, proprio per questo il nostro esercito è l'esercito degli operai di tutti i paesi. E che questa circostanza è la fonte della forza e della potenza del nostro esercito, questo sperimenteranno un giorno i borghesi di tutti i paesi, se dovessero osare attaccare il nostro paese, perché allora vedrebbero che il nostro Esercito Rosso, educato nello spirito dell’internazionalismo, ha innumerevoli amici e alleati, in tutte le parti del mondo, da Shanghai a New York, da Londra a Calcutta. Questa, compagni, è la terza caratteristica fondamentale, dalla quale è compenetrato lo spirito del nostro esercito e che costituisce la fonte della sua potenza. Il desiderio e il compito del Partito è mantenere e assicurare anche questa caratteristica al nostro esercito. Il nostro esercito deve la sua forza e la sua potenza a queste tre caratteristiche . Ciò spiega anche fatto che il nostro esercito sa quale via percorrere, perché non è composto da soldatini di piombo, ma da uomini coscienti che sanno dove devono andare e per che cosa devono combattete. Un esercito che sa per che cosa combattere, è invincibile, compagni. Perciò il nostro Esercito Rosso possiede tutto per essere il migliore esercito del mondo. Viva il nostro Esercito Rosso! Viva i suoi combattenti! Viva i suoi dirigenti! Viva ha dittatura del proletariato che ha creato l'Esercito Rosso, che l’ha portato alla vittoria e coronato di gloria! “Pravda” n, 50 28 Febbraio 1928 SUI LAVORI DELLA SESSIONE PLENARIA COMUNE D'APRILE DEL COMITATO CENTRALE E DELLA COMMISSIONE CENTRALE DI CONTROLLO Discorso alalriunione dell’attivo dell’organizzazione di Mosca del PC(b) Mosca dei PC(b) dell’URSS 13 Aprile 1928 (*) Compagni! la sessione plenarie comune del CC e della CCC(8), appena conclusasi presenta una caratteristica che la distingue dalle sessioni plenarie degli ultimi due anni. Questa caratteristica consiste nel fatto che è stata una sessione completamente serena, una sessione senza lotta all'interno del Partito una sessione senza inasprimento all'interno del Partito. Sull’ordine del giorno, c'erano questioni della più grande attualità: la fornitura di grano, l'affare Schachty (9), infine il pino di lavoro dell'Ufficio Politico e della sessione plenaria del CC. Come vedete questioni piuttosto serie. E tuttavia, nonostante ciò, la discussione nella sessione plenaria si é svolta in modo completamente sereno e la risoluzione è stata approvata ad unanimità. Ciò si spiega col fatto che non c’è stata alcuna opposizione nella sessione plenaria. Si Spiega col fatto che si sono affrontate le questioni in modo rigorosamente oggettivo senza invettive frazionistiche, senza demagogia di frazione. Si spiega col fatto che il Partito ha ottenuto, solo dopo il XV Congresso, solo dopo la liquidazione dell'opposizione, la possibilità di affrontare le questioni pratiche in modo serio e energico. Questo è il Iato positivo, e, se volete, è un progresso inestimabile della fase di sviluppo in cui siamo entrati dopo il XV Congresso del nostro Partito, dopo la liquidazione della opposizione. 1 SULL'AUTOCRITICA E’ caratteristica,per il lavoro della sessione plenaria per gli interventi nelle discussioni e per le risoluzioni del plenum, che dall'inizio alla fine il lavoro si sia svolto all'insegna della più severa auto:autocritica. Ancor più, la discussione di nessuna questione, nessun discorso era sprovvisto di critica sugli errori del nostro lavoro, di autocritica delle nostre organizzazioni. Critica dei nostri errori, autocritica onesta e bolscevica delle organizzazioni del Partito, dei soviet e dell’economia questo è stato il tono fondamentale dei lavori della sessione plenaria. So che nelle file del nostro Partito ci sono elementi che hanno una avversione per la critica in generale, e per l’autocritica. Tali elementi. che io vorrei definire comminasti «laccati», si sottraggono continuamente all’autocritica e brontolano: di nuovo questa dannata autocritica, di nuovo questa insistenza sui nostri errori - non ci potrebbero lasciare in pace? E’ chiaro che questi comunisti «laccati» non hanno nulla in comune con lo spirino del nostro Partito con lo spirito del bolscevismo. In considerazione di tale stato d'animo in elementi che sono ben lontani dall’entusiasmo per l’autocritica, sia ora consentita la domanda: abbiamo bisogno dell’autocritica, di dove deriva e qual è la sua utilità. Penso compagni che abbiano bisogno dell’autocritica come dell’aria, come dell’acqua. Penso che il nostro Partito senza di essa non potrebbe progredire, non potrebbe scoprire le nostre debolezze, non potrebbe eliminare i nostri difetti. E ci sono molti difetti in noi: questo dev'essere ammesso sinceramente e apertamente. La parola d'ordine dell’autocritica non può essere considerata come una parola a ordine nuova. E’ nella essenza stessa del Partito bolscevico. E’ nell’essenza del regime a dittatura del proletariato. Dato che il nostro paese è il paese della dittatura del proletariato e che la dittatura è guidata da un Partito, il Partito Comunista, che non divide né può dividere il potere con altri partiti – non è chiaro allora noi stessi dobbiamo scoprire e correggere i nostri errori, se vogliamo andare avanti? Non é chiaro che diversamente non ci sarebbe nessuno che li scopra e li corregga? Non è chiaro, compagni, che l’autocritica deve essere una delle forze più importanti per il nostro sviluppo? La parola d'ordine dell'autocritica ha trovato una diffusione particolarmente vigorosa dopo il XV congresso. Perché? Perché dopo il XV Congresso in cui è stata liquidata l'opposione, si è creata nel Partito una nuova situazione che non possiamo trascurare. In che cosa consiste la novità della situazione? Nel fatto che da noi non c’è più o quasi opposizione, nel fatto che considerata facile la vittoria sull’opposizione - di per se significa un grande progresso per il Partito - può sorgere nel Partito il pericolo che ci si riposi sugli allori o si abbandoni alla spensieratezza e chiudano gli occhi davanti ai difetti del nostro lavoro. La facile vittoria sull'opposizione è un enorme progresso per il nostro Partito. Ma comporta anche certi lati negativi, cioè, nel Partito si potrebbero far strada l’autosoddisfazione, l'autocompiacimento, il Partito potrebbe incominciare a riposare sugli allori. Ma cosa significa riposare sugli allori? significa rinunciare una volta per sempre alla nostra avanzata. Perché non si arrivi a questo pan punto, abbinino bisogno dell'autocritica - non di quella critica maligna e in fondo controrivoluzionaria che adoperava l’opposizione, ma di una critica onesta e aperta di un'autocritica bolscevica. Il XV Congresso ha tenuto conto di questa circostanza, quando ha lanciato la parola d'ordine dell'autocritica. Da allora. l'ondata dell'autocritica sta montando e ha lasciato la sua impronta anche sul lavoro della sessione plenaria di aprile del CC e della CCC. Sarebbe strano, se dovessimo aver paura del fatto che i nostri nemici, tanto quelli interni quanto quegli esterni, potrebbero utilizzare la critica dei nostri difetti per levare alte grida: Ecco, fra loro, fra i bolscevichim non tutto va per il meglio. Sarebbe strano se noi bolscevichi dovessimo aver paura di tutto questo. La forza del bolscevismo risiede proprio nel fatto che esso non ha paura di ammettere i propri errori. Possa il Partito, possano i bolscevichi, possano tutti i sinceri operai e lavoratori del nostro paese scoprire i difetti del nostro lavoro, della nostra edificazione; possano essi mostrare la via per l'eliminazione di tali difetti, affinché nel nostro lavora e nella nostra edificazione non ci sia alcuna battuta d'a:resto, alcuna stagnazione, alcun imputridimento, affinché tutto il nostro lavoro, tutta la nostra edificazione migliori di giorno in giorno e proceda di successo in successo. Questa è ora la cosa più importante. Ciancino pure i nostri nemici sui nostri difetti: tali inezie non possono e non devono portare fuori strada i nolscevichi. Infine, c'è un'altra circostanza che ci spinge all’autocritica. Penso alla questione: masse e dirigenti. Negli ultimi tempi. da noi, hanno cominciato a manifestarsi strani rapporti fra i dirigenti e le messe Da una parte si è sotricamente formato e sviluppato un gruppo da dirigenti, la cui autorità cresce continuamente e che diventano quasi irraggiungibili per le masse. Dall'altro lato, l'ascesa delle masse, delle classe operaia in particolare, e delle masse dei lavoratori in generale, procede con straordinaria lentezza; esse cominciano a guardare dal basso ì dirigenti, sono come accecate dallo splendore e spesso temono di criticarli. Il fatto che da noi si sia formato un gruppo di dirigenti, arrivati molto in alto e che godono di grande autorità è naturalmente, in sé, una grande conquista del nostro Partito. E’ chiaro che, senza la presenza di un tale autorevole gruppo di dirigenti, la direzione di un grande paese sarebbe impossibile. Ma il fatto che i dirigenti nella loro ascesa si allontanino dalle masse, e che le masse comincino a guardarli dal basso, senza avere il coraggio di criticarli, fa sorgere il pericolo del distacco dei dirigenti dalle masse e dall’allontanamento delle masse dai dirigenti. Questo pericolo può condurre i dirigenti a diventare superbi e a ritenersi infallibili. E cosa ci potrebbe essere di buono nel fatto che i più alti dirigenti diventino superbi e cominciano a guardare le masse dall'alto in basso? E’ chiaro che questo a null’altro potrebbe condurre se non alla rovina del Partito. Noi, però, vogliamo andare avanti e migliorare il nostro lavoro, non invece rovinare il Partito. E proprio per andate avanti e per migliorare le relazioni fra le mise e i dirigenti. bisogna tenere aperta continuamente la valvola dell'autocritica, bisogna dare la possibilità ai sovietici di «lavare la testa» ai propri dirigenti, di criticarli per i loro errori, in modo che i dirigenti non diventino arroganti e le masse non si allontanino dai dirigenti. Qualche volta la questione delle masse e dei dirigenti viene confusa con la questione dell'avanzare a posizioni dirigenti. Questo è sbagliato, compagni. Non si tratta dell’avanzare di nuovi dirigenti, benché tale questione meriti la più seria attenzione del Partito. Si tratta di conservare i dirigenti che sono già avanzati e godono grande autorità, stabilendo un contatto continuo e indissolubile fra loro e le masse. Si tratta di organizzare, nella forma di autocritica e di critica dei nostri difetti, le larga opinione pubblica del Partito, la larga opinione pubblica della classe operaia, come controllo morale vivo e vigilante, alla cui voce devono prestare attentamente orecchio i dirigenti che godono grande autorità, se vogliono conservarsi la fiducia del Partito, la fiducia della classe operaia. In questo senso il ruolo della stampa, della nostra stampa di partito e sovietica, é veramente inestimabile. In questo senso bisogna senz’altro approvare l’iniziativa della «Pravda» di organizzare la «Listok-Rabotsche-Krestjanskoj Inspekzi» (10), un foglio che sottopone i difetti del nostro lavoro a una critica sistematica. Solo bisogna far si che la critica sia seria che arrivi in profondità e non rimanga alla superficie. In questo senso bisogna anche salutare l'iniziativa della Komsomolkaja Pravda» (11) che attacca con zelo e veemenza i difetti del nostro lavoro. Qualche alcuni se la prendono coi critici, perché la loro critica non è completa, perché la loro critica delle volte non risulta giusta al cento per cento. Non di rado pretende che la critica sia esatta in tutti i punti, e se non è esatta sotto tutti gli aspetti si comincia a ingiuriare a diffamare gli autori della critica. Questo è sbagliato, compagni. E’ un errore pericoloso. Si accenni ad avanzare tale pretesa e si chiuderà la bocca a centinaia persino migliaia di operai, di corrispondenti contadini,. che vogliono correggere i nostri errori, che però qualche volta non sono in grado di formulare in modo preciso i toro pensieri. Così avremmo un cimitero e non l’autocritica. Dovete sapere che gli operai esitano talvolta a esprimete la verità sui difetti del nostro lavoro. Esitano, non solo perché potrebbe «andar loro male», ma anche perché ci si potrebbe «beffare» di loro per una critica imperfetta. Come il semplice operaio o il semplice contadino, che sente su se stesso e difetti del nostro lavoro e della nostra pianificazione, potrebbe fondare la sua critica regola d'arte? Se gli richiedete una critica esatta al cento per cento, allora distruggete ogni possibilità di una critica dal basso, ogni possibilità di autocritica. Perciò penso si debba accogliere con favore anche una critica che contiene solo il 5-10 per cento di verità, ascoltarla attentamente e prendere in considerazione il suo nocciolo sano. Altrimenti dovreste, come già detto, chiudere la bocca a tutte quelle centinaia di mialgia di persone, fedelmente attaccate al regime sovietico, che non hanno ancora abbastanza esperienza nella critica, ma dalla cui bocca parla la verità stessa. E appunto per non soffocare l’autocritica, ma per svilupparla, appunto per questo é necessario ascoltare attentamente ogni critica proveniente da uomini sovietici, anche se qualche volta non é esatta in tutto e per tutto. Solo in queste condizioni le masse possono convincersi che per una critica imperfetta non gli «va male» e che non ci si «befferà» di loro per qualche errore nella critica. Solo a queste condizioni l’autocritica può assumere veramente un carattere di massa e trovare veramente una risonanza di massa. Va da sé che qui non i tratta di «qualsiasi» critica. Anche la critica di un controrivoluzionario é critica. Ma ha come scopo la diffamazione del potere sovietico, il sabotaggio della nostra industria e la disorganizzazione del nostro lavoro di partito. Evidentemente qui non si parla di una critica di questo genere. Non parlo di una critica di questo genere, ma di una critica proveniente da uomini sovietici, di una critica the si pone come fine il miglioramento degli organi del potere sovietico, il miglioramento della nostra industria e il miglioramento dei nostro lavoro di partito e di sindacato. Abbiamo bisogno della critica per consolidare il potere sovietico, non invece per indebolirlo. E appunto per consolidare e migliorare la nostra opera, appunto per questo il Partito lancia la parola d’ordine della critica e dell’autocritica. Che cosa ci aspettiamo soprattutto dalla parola d'ordine dell'autocritica, quali risultati può avere se viene fatta in modo giusto e corretto? deve avere almeno due risultati. In primo luogo deve elevare la vigilanza della classe operata, acuire la sua attenzione per quanto riguarda nostri difetti, facilitare l’eliminazione di questi difetti e rendere impossibili e «sorprese» d’ogni genere nel nostro lavoro di edificazione. In secondo luogo, deve elevare il livello di cultura politica della classe operaia, deve sviluppare in essa la consapevolezza di essere il padrone del paese, e deve facilitare ad insegnare alla classe operaia come amministrare il prese. Avete notato chi non solo l'affare Schachty, ma anche la crisi dei rifornimenti nel 1928 fu una «sorpresa» per molti di noi? L'affare Schachty è particolarmente significativo a questo riguardo. Pcr la durata di cinque anni un gruppo controrivoluzionario di specialisti borghesi, che ricevevano le direttivela organizzazioni antisovietiche del capitale internazionale, poté compiere le sue malefatte. Per la durata di cinque anni vennero compitate e spedite dalle nostre organizzazioni tutte le possibili risoluzioni e decisioni. Naturalmente, nonostante ciò, la nostra industria del carbone progrediva, dato che il sistema economico sovietico è di una tale vitalità e forza che prevalse nonostante tutto, nonostante la mitra sciatteria e i nostri errori, nonostante l’attività diversiva degli specialisti. Per la dorata di cinque anni questo gruppo controrivoluzionario dì specialisti compì un'opera di sabotaggio della nostra industria, faceva saltare caldaie, distruggeva turbine, ecc. Ma noi, stavamo li, come se tutto andasse per il meglio. E «all’improvviso» come un fulmine a ciel sereno l’affare Schachty. Ciò vi sembra normale, compagni? Penso che sia più che anormale. Stare al posto di comando, guardarsi intorno per poi non vedere niente, fino a quando le circostanze ci fanno sbattere il naso su un qualsiasi imbroglio, ciò non significa affatto dirigere. Il bolscevismo ha una concezione diversa della direzione. Per dirigere bisogna prevedere. Ma prevedere, compagni, non è sempre facile. Una cosa è se una, due decine di compagni dirigenti si guardano intorno e notano ì difetti nel nostro lavoro, ma senza che le masse operaie si guardino intorno né vogliano o possano notare i difetti. In questo caso si può prevedere con tutta sin:sicurezza che parecchie cose sfuggano, che non tutto venga notato. Un'altra cosa invece è se assieme a una o due decine di compagni dirigenti, centinaia di migliaia e milioni di operai sì guardano intorno e notano i difetti del nostro lavoro, scoprono gli errori, si inseriscono attivamente nell’opera generale di edificazione e mostrano le via per il miglioramento di quest’opera. Allora c’é più. facilmente la garanzia che non ci saranno sorprese, che fenomeni negativi verranno riconosciuti in tempo e che tempestivamente verranno prese misure per eliminare questi fenomeni. Dobbiamo far sì che la vigilanza della disse operaia sviluppi e non venga invece addormentata, che centinaia di migliaia e milioni di operai si inseriscano attivamente nell'opera di edificazione socialista, che centinaia di migliaia e milioni di ormai e contadini - e non solo una decina di dirigenti – seguano in modo vigilante l'andamento della netto edificazione, indichino i nostri errori e li panino alla luce del giorno. Solo in queste condizioni non avremo a «sorprese». Ma per ottenere questo dobbiamo sviluppare la critica dei nostri difetti dal basso. dobbiamo fare della critica una critica di massa, dobbiamo assimilare la parole d'ordine dell'autocritica e metterla in pratica. Infine, sull'elevamento delle forze culturali della classe operaia, necessarie sullo sviluppo delle capacità della classe operaia, necessarie per l’amministrazione del paese, in connessione con la realizzazione della parola d'ordine dell'autocritica, Lenin ha detto: «la cosa più importante che ci manca è la capacità, l’arte di amministrare… Economicamente e politicamente la NEP ci assicura appieno la possibilità di edificare il fondamento dell’economia socialista. Dipende “solo” dalle forze culturali del proletariato e della sua avanguardia. » Cosa significa ciò? Significa che uno dei compiti fondamentali della nostra edificazione è fornire alla classe operaia le conoscenze e il sapere, necessari per amministrare il paese, per amministrare l’economia,per amministrare l’industria. Si possono sviluppare nella classe operaia queste conoscenze e questo sapere. senza liberare le forze e le capacità degli operai, senza sviluppare negli elementi migliori della classe operaia la forza e le capacità di criticare i nostri errori, di indicare i nostri difetti e di portare avanti il nestro lavoro? E’ chiaro si può. Ma cosa é necessario per liberare le forze e le capacità della classe operaia e dei lavoratosi in generale e per dargli la possibilità di acquisire le conoscenze necessarie per l'amministrazione del paese? Ci vuole soprattutto un'applicazione onesta e bolscevica della parola d'ordine dell’autocritica, un'applicazione onesta e bolscevica della parola d'ordine della critica dal basso dei difetti e degli errori del nostro lavoro. Cosa significa se gli operai utilizzano la possibilità di criticare apertamente e francamente i difetti del lavoro, di migliorare e portare avanti il nostro lavoro? Significa che gli operai partecipano attivamente alla direzione del paese, dell'economia. dell'industria. Ma questo rafforza la consapevolezza negli operai di essere i padroni del paese. eleva la loro attività, la loro vigilanza e il loro livello culturale. La questione delle forze culturali della classe operaia è una delle questioni decisive. Perché? Perché di tutte le classi dominanti che ci sono state finora, la classe operaia occupa nella storia moria, come classe dominante, una posizione particolare. non del tutto favorevole. Tutte le classi dominanti che ci sono state finora - i proprietari di schiavi, i feudatari, i capitalisti - erano tutte classi di ricchi. Avevano la possibilità di fornire i loro figli dalle conoscenze e capacità necessarie per l’amministrazione. La classe operaia si distingue da loro, fra l'altro, per il fatto che non è una classe ricca, che prima non aveva la possibili:il di fornire i suoi figli delle conoscenze per l’amministrazione. Solo adesso dopo la presa del potere ha questa possibilità. Appunto da ciò risulta, fra l’altro, l’urgenza con cui si pone da noi la questione della rivoluzione culturale, dell’URSS nei dieci anni del suo dominio è riuscita a ottenere molto di più a questo riguardo che non i latifondisti e i capitalisti nel corso dei secoli. Ma la situazione internazionale e interna è tale che i risultati raggiunti sono ben lungi dal bastare Perciò. deve essere utilizzato da noi Sino in fondo ogni mezzo che può innalzare il livello di sviluppo delle forze culturali delle classe operaia, ogni mezzo che può facilitare nella classe operaia la formazione delle conoscenze e del sapere necessari per l’amministrazione del paese e dell’industria. Da ciò deriva che la parola d'ordine dell’autocritica è uno dei mezzi più imputanti per sviluppare le forze culturali del proletariato e per formare nella classe operaia le conoscenze necessarie per l’amministrazione. Ne consegue un ulteriore motivo che spiega come la realizzazione pratica della parola d'ordine dell’autocritica é per noi un compito d'importanza vitale. Questi sono, in generale, i motivi che ci dettano la parola d'ordine dell’autocritica come parola d’ordine del giorno. Perciò non c’è da meravigliarsi che il lavoro dell'assemblea plenaria d'Aprile del CC e delle CCC • siano svolti all'insegna dell’autocritica. Passiamo ora alla questione del rifornimento di grano. II LA QUESTIONE DEL RIFORNIMENTO DI GRANO Innanzitutto alcune parole sulla natura della crisi del rifornimento di grano, che è scoppiata all'inizio di gennaio di quest’anno. Il nocciolo della questione è che il rifornimento di grano cominciò a diminuire fin dall'ottobre dello scorso anno, nel dicembre raggiunse il livello più basso e all'inizio di quest’anno avevamo un deficit di 130 milioni di pud nel rifornimento di grano. Il raccolto quest’anno è stato appena peggiore dell'anno scorso, è possibile che rimanga di poco inferiore al raccolto dell'anno passato. Scorte da vecchi raccolti ci sono state quest'anno più dell'anno scorso, e in genere, è prevalsa l'opinione che il nostro paese possieda quest'anno non meno, ma più grano dell'anno scorso. Di conseguenza, anche il piano di rifornimento è stato stabilito per quest'anno con un ceno aumento rispetto al piano dell'anno scorso. Nonostante ciò il rifornimento di grano è diminuito e nel gennaio 1928 abbiamo avuto un deficit di 130 milioni di pud. Si è verificata una situazione «originale»: di grano ce n'è molto nel paese, ma il rifornimento di grano diminuisce, ciò che provoca il pericolo della fame nelle città e nell'Esercito Rosso. Come si spiega questa «originalità» della situazione? Si tratta forse di un caso? Molti tendono a spiegarlo col fatto che sarebbe stato cala. sciato qualcosa che si sarebbe stati occupati coll'opposizione e sarebbe stato trascurato questo e quello. Naturalmente è vero che é stato trala-sciato qualcosa. Ma voler spiegare tutto col fatto che è stato tralasciato qualcosa. significa commettere un errore grossolano. Ancora meno si può spiegare la crisi del rifornimento di grano con un caso. Cose di questo genere non accadono per caso. Questa sarebbe una spiegazione troppo comoda. Allora, quali condizioni sono stare determinanti per la crisi di rifornimento? Penso che vi siano state almeno tre di tali condizioni. Primo: le difficoltà della nostra edificazione socialista, in considerazione della nostra situazione internazionale e interna. Mi riferisco soprattutto alle difficoltà dello sviluppo dell’industria della città. Bisognerebbe inondare la campagna di merci di ogni genere, per ricevere dalla campagna un massimo di prodotti agricoli. Perciò è necessario uno sviluppo della nostra industria più rapido di quello attuale. Ma per poter sviluppare maggiormente l'industria, è necessario un ritmo più veloce dell'accumulazione socialista. Però, raggiungere un tale ritmo di accumulazione non è facile compagni. Di qui la mancanza di merci per la campagna. Penso inoltre alle difficoltà della nostra edificazione nelle campagne. L'agricoltura si è sviluppa lentamente, compagni. L'agricoltura dovrebbe marciare con gli stivali delle sette leghe, il grano dovrebbe costare meno, il raccolto dovrebbe aumentare, i concimi dovrebbero essere utilizzati in modo massiccio, la produzione meccanizzata del grano dovrebbe svilupparsi con ritmo accelerato. Ma da noi questo non è il caso e non sarà il caso tanto presto, compagni. Perché? – Perché la nostra agricoltura è un'agricoltura di piccole aziende contadine per la quale miglioramenti seri sono difficili da attuare. Le stati. miche dicono che prima della guerra esistevano in tutto il paese circa 16 milioni di aziende contadine individuali. Adesso abbiamo, circa 25 milioni di aziende contadine individuali. Ciò significa che siamo spiccatamente un paese di piccole aziende contadine. Ma cosa rappresenta la piccola azienda contadina? Rappresenta un'economia agricola estremamente insicura, estremamente primitiva e sottosviluppata, con una produzione per mercato estremamente ridotta. Questo è il nocciolo della questione, compagni; concime, macchinari, conoscenze agronomiche e altri perfezionamenti sono cose che possono essere adoperate con successo nelle grandi aziende Ma che non trovano nessuno o quasi nessun impiego nella piccola azienda contadina. In ciò consiste la debolezza della piccola azienda e perciò non regge alla concorrenza delle grandi dei kulak. Esistono da noi grandi aziende nelle campagne che adoperano macchinari, concimi, conoscenze agronomiche, ecc? Si, esistono Ci sono in primo luogo i colcos e i sovcos. Ma di questi ne abbiamo pochi, compagni. In secondo luogo ci sono le grandi aziende (capitalistiche) dei kulak. Aziende di questo tipo non sono affatto poche nel nostro paese, e hanno ancora un molo importante nell'agricoltura. Possiamo prendere la via dello sviluppo di grandi aziende private capitalistiche nelle campagne? E’ evidente che non lo possiamo fare. Ne deriva la conclusione: fare di tutto per sviluppare nelle campagne grandi aziende del tipo dei colcos e sovcos, e impegnarsi a farne delle fabbriche di grano per tutto il paese, organizzate sulla base della scienza moderna. Così si spiega anche che il XV Congresso del nostro Partito ha lanciato la parola d'ordine dello sviluppo multilaterale dell'edificazione dei colcos e sovcos. Sarebbe un errore credere che i colcos dovrebbero essere formati solo dagli strati dei contadini poveri. Sarebbe sbagliato, compagni. I nostri colcos devono essere composti da contadini poveri e medi, devono abbracciate non solo singoli gruppi e gruppetti, ma villaggi interi. Bsogna dare una prospettiva al contadino medio e dimostrargli che può sviluppare l’azienda nel modo migliore e più veloce possibile mediante i colcos. Se il contadino médio non può innalzarsi a livello di kulak, e se, d'altra parte un abbassamento sarebbe irragionevole, allora bisogna dargli la prospettiva che può migliorare l'azienda attraverso l'edificazione di una economia collettiva. Ma per il momento esistono da noi pochi colcos e sovcos, incredibilmente pochi. Da ciò derivano le difficoltà della nostra edificazione nelle campagne, e quindi lo stato non soddisfacente della produzione di grano. Secondo: ne segue che le difficoltà della nostra edificazione nelle città e nelle campagne costituiscono la base, che può provocare una crisi di rifornimento. Ma ciò non vuol dire che proprio quest'anno si debba giungere a una crisi di rifornimento. Notoriamente queste difficoltà non si sono presentate solo quest'anno, ma anche nell'anno passato - perché allora si à giunti proprio quest’anno a una crisi di rifornimento? In cosa consiste il segreto? Il segreto sta nel fatto che il kulak ha avuto quest'anno la possibilità di sfruttare queste difficoltà per alzare i prezzi del grano, per attaccare la politica sovietica dei prezzi e frenare così il nostro lavoro di rifornimento. Sfruttare queste difficoltà gli è riuscito, però, per lo meno o per due ragioni: Primo, perché tre anni di buon raccolto non sono passati senza lasciare tracce, il kulak si è rafforzato in questo periodo, nella campagna in generale e presso il kulak in particolare si sono accumulate scorte di grano, e cosi il kulak ha potuto tentare di imporre i prezzi. secondo, perché i kulak ha avuto il sostegno degli speculatori della città, che alzano i prezzi del grano con le loro manovre speculative. Ciò non significa naturalmente che il kulak dispone della maggior parte del grano. La massa che dispone della maggior parte del grano sono sostanzialmente i contadini medi. Ma il kulak gode di una certa autorità economica nella campagna, e per quanto riguarda la questione dei prezzi, riesce delle volte a esercitare un'influenza sui contadini medi. Da ciò la possibilità, per gli elementi kulak de1la campagna, di sfruttare le difficoltà della nostra edificazione, per alzare a scopo speculativo i prezzi del grano. Ma cosa significa alzare i prezzi del grano, diciamo del 40-50 per cento, come hanno fatto per esempio gli elementi kulak e speculatori? significa soprattutto minare il salario reale degli operai. Supponiamo che avessimo aumentato in seguito i salario degli operai; avremmo dovuto poi aumentare i prezzi dei prodotti industriali per cui sarebbe stato pregiudicata la situazione materiale sia della classe operaia che dei contadini poveri e dei contadini medi. Ma che cosa avrebbe significato ciò? Avrebbe significato compromettere direttamente e indubbiamente tutta la nostra politica economica. Ma la cosa non sarebbe finita lì. Supponiamo che avessimo aumentato i prezzi del grano nel gennaio o nella primavera di quest’anno, prima della preparazione della semina, circa del 40-50 per cento. Cosa sarebbe successo? In questo caso avremmo disorganizzato la base di materie prime della nostra industria. I coltivatori di cotone avrebbero abbandonato il cotone e sarebbero passati alla coltivazione del grano, in quanto più redditizio. I coltivatori di lino avrebbero abbandonato il lino e sarebbero passati anche loro alla coltivazione del grano. I coltivatori di barbabietole avrebbero fatto lo stesso, e cosi via. Insomma, avremmo minato la base di materie prime della nostra industria per i desideri di speculazione degli elementi capitalistici delal campagna. Ma neppure questo sarebbe tutto. Se avessimo alzato i prezzi del grano diciamo nella primavera, di qeust’anno, avremmo rovinato immancabilmente i contadini poveri, che comprano in primavera il grano, sia per l'alimentazione che per la semina. A buon diritto i contadini poveri e gli strati inferiori dei contadini medi avrebbero potuto dirci: Ci avete ingannato, perché noi vi abbiamo venduto il nostro grano nell'autunno dell'anno scorso a prezzi bassi, adesso invece ci costringete a comprare il grano a prezzi alti - allora, chi proteggete, signori sovietici, i nullatenenti oppure i kulak? Perciò il Partito ha dovuto rispondere al colpo dei kulak, aumento speculativo dei prezzi del grano, con un altro colpo, che fa passare la voglia ai kulak e agli speculatori di minacciare di fame la classe operaia e l’Esercito Rosso. Terzo, senza dubbio gli elementi capitalistici della campagna non avrebbero potuto sfruttare le difficoltà della nostra edificazione nella misura in cui infatti lo hanno fatto e la crisi di rifornimento non avrebbe assunto un carattere cosi minaccioso, se non fosse venuta in loro aiuto ancora un’altra circostanza. Quale è questa circostanza? Si tratta della confusione nei nostri organismi competenti per il rifornimento, del fatto che non procedono in un fronte unitario, che sono in concorrenza tra di loro, che non sono disposti a portare avanti una lotta decisa contro l’aumento artificiale dei prezzi del grano. Si tratta infine, della pigrizia delle nostre organizzazioni di Partito nei distretto di rifornimento, del fatto che non sono disposti ad intervenire in un modo adeguato nella campagna per il rifornimento di grano, che non sono disposti a intervenire e a farla finita con al confusione sul fronte di rifornimento. Inebriate per i successi della campagna di rifornimento dello scorso anno, e supponendo che quest’anno il rifornimento di grano sarebbe avvenuto spontaneamente, le nostre organizzazioni per il rifornimento e di Partito hanno affidato tutto alla «divina provvidenza» e ceduto il campo agli elementi kulak e agli speculatori. Ma proprio questo aspettavano i kulak. E’ fuori dubbio che la crisi di rifornimento non avrebbe potuto assumere un carattere cosi minaccioso senza questa circostanza. Non bisogna dimenticare ce noi, cioè, le nostre organizzazioni, sia le organizzazioni per il rifornimento che le altre, abbiamo in mano quasi l’80% dell’approvvigionamento di prodotti industriali della campagna e quasi il 90% del rifornimento di grano. E’ inutile sottolineare che questa circostanza ci da la possibilità di imporre le condizioni al kulak nella campagna, premesso chele nostre organizzazioni sappiano sfruttare questa situazione favorevole. Noi, invece, anziché sfruttare la situazione favorevole, abbiamo abbandonato tutto alla spontaneità e con ciò – naturalmente senza volerlo – abbiamo facilitato gli elementi capitalistici della campagna nella lor lotta contro il potere sovietico. Queste, compagni, sono condizioni determinanti per la crisi di rifornimento della fine dell’anno scorso. Quindi vedete che la crisi di rifornimento non può essere considerata un caso. Vedete che la crisi di rifornimento costituisce il primo serio attacco degli elementi capitalistici della campagna contro il potere sovietico, attacco intrapreso nelle condizioni della NEP in una delle più importanti questioni della nostra edificazione, nella questione del rifornimento di grano. Questi, compagni,sono i retroscena di classe della crisi del rifornimento di grano. Sapete che il Partito e il potere sovietico sono stati costetti a prendere una serie di misure pratiche per liquidare la crisi di rifornimento e per reprimere i desideri di speculazione dei kulak. Su queste misure la nostra stampa ha riferito ampiamente. Di ciò si parla in modo abbastanza esauriente nella risoluzione dell’assemblea plenaria comune del CC del CCC. Sono perciò del parere che non sia necessario ripetere qui queste cose. Vorrei parlare soltanto di alcune misure straordinarie che sono state prese riguardo a circostanze straordinarie e che naturalmente verranno a cadere, appena non esisteranno più queste circostanze straordinarie, penso all’applicazione dell’articolo 107della legge contro la speculazione. Questo articolo è stato è stato approvato dal Comitato Centrale Esecutivo nell’anno 1926. Non abbiamo applicato questo articolo nello scorso anno. Perché? Perché il rifornimento di grano si svolse come si suol dire, normalmente e non ci fu motivo per l’applicazione di questo articolo. Di questo articolo ci siamo ricordati solo quest’anno, all’inizio del 1928. e ce ne siamo ricordati perché ci siamo trovati di fronte alcune circostanze straordinarie, provocate dalle manovre speculative dei kulak e che evocano il pericolo di una carestia. Se nel prossimo anno non si verificano circostanze straordinarie e il rifornimento si svolge normalmente, l’articolo 107 non verrà naturalmente applicato. E viceversa se si verificano circostanze straordinarie e gli elementi capitalistici ricominciano a fare «finte», allora l’articolo 107 troverà di nuovo applicazione. Sarebbe assurdo parlare per questo di una «abolizione» della NEP, di un ritorno alla consegna obbligatoria, ecc. Ad una abolizione della NEP possono pensare oggi solo nemici del potere sovietico. Per nessuno la Nuova Politica Economica è oggi cosi vantaggiosa come per il potere sovietico. C’è della gente però, che crede che la NEP non significhi un rafforzamento della lotta contro gli elementi capitalistici. Non c’è bisogno di sottolineare che tali persone non hanno niente in comune con il leninismo, e che per persone di questo genere non c’è e non ci può essere posto nel nostro Partito. I risultati delle misure, prese dal Partito e dal potere sovietico per liquidare la crisi alimentare, vi sono anch’essi noti. In breve sono i seguenti: primo, abbiamo recuperato il perduto e procurato grano, raggiungendo e i parte superando il ritrmo di rifornimento dell’anno scorso. Come è noto, siamo riusciti a procurarci nel giro di tre mesi, da gennaio a marzo, più di 270 milioni di pud di grano. Non è, naturalmente, tutto quello di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo anche procurarci altri 100 milioni di pud. E comunque una conquista che ti ha permesso di liquidare la crisi di rifornimento. Possiamo dire adesso con pieno diritto che il Partito e il potere sovietico hanno raggiunto su questo fronte grandiosi successi. Secondo, abbiamo ottenuto un risanamento, maggiore o minore delle nostre organizzazioni locali di rifornimento e di partito, verificando nella pratica la loto capacità di lotta, ed epurandole da elementi notoriamente demoralizzati, i quali non riconoscono nessuna classe nelle campagne e non vogliono «guastarsi» col kulak. Terzo, abbiamo migliorato il lavoro nella campagna, abbiamo avvicinato di più i contadini poveri e abbiamo guadagnato in modo stabile la stragrande maggioranza dei contadini medi, isolando i kulak, e con qualche svantaggio lo strato superiore benestante dei contadini medi. Con ciò abbiamo. Realizzato la vecchia la vecchia parola d’ordine bolscevica lanciata da Lenin già nel VIII Congresso del Partito (13): appoggiati sui contadini poveri, sappi stabilire una solida alleanza col contadino medio, non smettere neppure per un attimo la lotta centro i kulak. So che alcuni compagni non riconoscono molto volentieri questa parola d'ordine. Sarebbe strano se, nelle condizioni della dittatura consolidata del proletariato, l'alleanza degli operai e dei contadini significasse un'alleanza degli operai con tutti i contadini, fra cui anche i kulak. No, compagni non propagandiamo e non possiamo propagandare un'alleanza del genere. Nelle condizioni della dittatura del proletariato, nelle condizioni del consolidamento del potere della classe operaia, l'alleanza della classe operaia coi contadini significa: appoggiarsi ai contadini poveri, alleanza coi contadini medi, lotta contro i kulak. Chi crede che l'alleanza coi contadini significhi nelle nostre condizioni un'alleanza coi kulak, non ha niente a che fare col leninismo. Chi crede che nelle campagne debba essere portata avanti una politica che piaccia a tutti, ai ricchi come ai Poveri, non è marxista ma folle, perché una simile politica non esiste affatto, compagni. La nostra politica è una politica di classe. Questi sono, nel complesso, i risultati delle misure che abbiamo preso per rafforzare il rifornimento di grano. Sanza dubbio, nel corso dell'applicazione pratica di queste misure. ci sono state tutt'una serie di esagerazioni e deformazioni della linea di Partito Tutt'una serie di casi di deformazione della nostra politica, che, in consegue della nostra balordaggine, hanno colpito soprattutto i contadini poveri e i contadini medi, l’applicazione sbagliata dell’articolo 107 ecc. sono fatti universalmente noti Abbiamo punito con tutta severità i colpevoli di queste deformazioni e Io faremo anche in futuro. Sarebbe strano però se a causa di tali deformazioni, si volessero ignorare i risultati favorevoli e veramente importanti delle misure prese dal Partito, senza le quali non avremmo potuto superare la crisi di rifornimento. Chi fa così, chiude gli occhi davanti alla cosa principale e mette in primo piano cose secondarie e casuali. Chi fa così, vuole per così dire annegare in un bicchiere d'acqua gli importanti successi della campagna di rifornimento; vede solo i singoli casi di deformazione della nostra linea, che non derivano affatto dalle misure prese dal Partito. C'erano circostanze che hanno agevolato i nostri successi nel corso dei rifornimenti e della nostra lotta contro l'attacco degli elementi capitalistici delle campagne? Si, c'erano. Si potrebbe mettere in evidenza almeno due di queste circostanze. C'è in primo luogo il fatto che l'intervento del Partito nella campagna di rifornimento e il colpo contro i kulak e gli speculatori avveniva dopo il XV Congresso, dopo la liquidazione dell’opposizione, dopo che il Partito aveva raggiunto 1a massima unità distruggendo i nemici di Partito La lotta contro i kulak non dev'essere considerata di poco conto. Per distruggere le manovre dei kulak e degli speculatori, senza che da ciò sorga qualche complicazione nel paese, bisogna avere un Partito assolutamente compatto, un retroterra assolutamente solido e un potere statale del tutto solido. E’ difficile dubitare che la presenza di queste condizioni ha contribuito in modo significativo a costringere i kulak a ripiegare subito dopo il primo colpo. C'è in secondo luogo il fatto che siamo riusciti a collegare le nostre misure pratiche per la repressione dei kulak e degli speculatori con gli interessi più autentici della classe operaia, dell’esercito Rosso e della maggioranza degli nullatenenti della campagna. Il fatto che i kulak e gli speculatori evocavano sulle masse lavoratici delle città e della campagna il fantasma della fame e che, per di più, violavano le leggi del potere sovietico (articolo 107), questo fatto doveva aver come conseguenza che noi avevamo alle spalle la maggioranza della campagna nella lotta contro gli elementi capitalistici della campagna. Il kulak ha fatto una speculazione sfacciata col grano, ha provocato in questo modo le più gravi difficoltà sia nelle città che nelle campagne, per di più ha violato le leggi del potere sovietico, cioè la volontà del Comitato Esecutivo Centrale dei soviet dei depurati degli operai e contadini e dei soldati dell’ Esercito Rosso: non è forse chiaro che questa circostanza doveva facilitare l’isolamento dei kulak? Si verificava, fino a un certo punto la stessa situazione di fatto (naturalmente con le debite differenze) che avevamo nel 1921, quando il Partito con Lenin alla testa, di fronte alla carestia nel paese, per .procurare pane alle regioni affamate, sollevò la questione della confisca dei beni della chiesa e sviluppò, sulla base di tali misure, una vasta campagna antireligiosa; e quando i preti, che si aggrappavano ai tesori della chiesa, si schieravano nella pratica contro le masse affamate, e suscitarono così l'indignazione delle masse contro la chiesa in generale, contro i pregiudizi religiosi in particolare e contro singoli preti e i loro capi. C’erano allora nel nostro Partito certi tipi strani, i. quali credevano che Lenin avesse riconosciuto la necessità della lotta contro la chiesa solo nel 1921, mentre, fino allora, non l’avrebbe avvertita Naturalmente questo è assurdo, Compagni. Lenin ha visto chiaro sulla necessità della lotta contro a chiesa, naturalmente, anche prima del 1921. Ma non si trattava affatto di questo. Si trattava di collegare la vasta campagna antireligiosa con la lotta per gli interessi più autentici delle masse popolari e di condurre la campagna in modo che fosse comprensibile per le masse e fosse appoggiata dalle masse. Lo stesso vale per le misure attuate dal Partito all'inizio di quest’anno nell'ambito della campagna per il rifornimento di grano. C'è gente, la quale crede che il Partito abbia riconosciuto solo adesso la necessità della lotta contro il pericolo dei kulak. Naturalmente, ciò è assurdo, compagni. Il Partito ha visto sempre chiaro sulla necessità di una lotta del genere c l'ha condotta non con parole ma con fatti. La caratteristica delle misure applicate dal Partito all'inizio di quest'anno consiste nel fatto che il Partito ha ottenuto quest'anno la possibilità di collegare la lotta decisa contro i kulak e gli speculatori delle campagne con la lotta per gli interessi più autentici delle larghe masse lavoratrici, e cosi è riuscito a isolare il kulak e a tirare saldamente dalla sua parte la maggioranza delle masse lavoratrici delle campagne. L'arte della politica bolscevica non consiste per niente nello sparare alla leggera con tutti i cannoni su tutti i fronti, senza prendere in considerazione le condizioni di tempo e di luogo, senza prendere in considerazione la disposizione delle masse appoggiare questo o quel passo dei dirigenti. L'arte della politica bolscevica consiste nello scegliere con accortezza tempo e luogo e prendere in considerazione tutte le circostanze per concentrare il fuoco od fronte sul quale possono essere raggiunti al più presto ì risultati maggiori. Infatti, quali. sarebbero oggi i risultati. se avessimo sferrato il colpo poderoso contro i kulak circa tre anni fa, quando non avevamo ancora guadagnato saldamente i contadini medi, quando il contadino medio era esasperato e attaccava i nostri presidenti dei comitati esecutivi dei distretti amministrativo, quando i contadini poveri erano sgomenti per i risultati della NEP, quando era coltivalo solo il 75% delle aree dell'anteguerra, quando l'aumento della produzione di prodotti alimentari e di materie prime nella campagna costituiva per noi la questione fondamentale, quando non avevamo ancora una seria base di prodotti alimentari e di materie prime per l'industria? Non ho dubbi che in questo caso avremmo perso la battaglia, che non saremmo riusciti ad allargare l'area coltivata nella misura in coi l'abbiamo allargata adesso, che avremmo minato la possibilità della creazione di una base di prodotti alimentari e materie prime per l’industria, agevolato il rafforzamento dei kulak: allontanato da noi il contadino medio e che avremmo forse adesso lepiù serie complicazioni politiche nel paese. Com'era la situazione nella campagna agli inizi di quest'anno? Avevamo un’area coltivata che raggiungeva lo stadio d’anteguerra, una base una base di prodotti alimentari e materie prime per l'industria, la maggioranza base dei contadini medi appoggiava saldamente il potere sovietico, i contadini poveri erano più o meno organizzati, le organizzazioni del Partito e dei Soviet nella campagna avevano migliorato il loro lavoro e si erano rafforzati. Non è forse chiaro, che solo in queste condizioni si poteva contare su un serio successo nell’organizzare il colpo contro kulak e gli speculatori? Non è forse chiaro che solo dei pazzi non sono in grado di capire la differenza esistente fra queste due situazioni per l'organizzazione di una vasta lotta di Massa contro gli elementi capitalistici della campagna? Qui avete un esempio su come è assurdo sparare alla leggera con tutti i cannoni su tutti i fronti, senza prendere in considerazione le condizioni di tempo e luogo e il rapporto di forza fra le forze in lotta. Così, compagni, stanno le cose per quanto riguarda la questione del rifornimento di grano. Passiamo ora alla questione dell'affare Schachty. III L’AFFARE SCHACHTY Quali sono i retroscena di Classe dell'affare Schachty, dove affonda le radici l’affare Schachty su quale base di classe poteva nascere questa controrivoluzione economica? Ci sono compagni che considerano casuale l'affare Schachty. Dicono di solita: abbiamo dormito profondamente, non siamo stati attenti, e se non avessimo dormito, non ci sarebbe stato un affare Schachty. Che si sia dormito, e che si sia dormito profondamente - non c'è dubbio. Ma voler spiegare tutto con ciò significa non comprendere l'essenza della questione. Cosa dicono i fatti i documenti sull'affare Schachty? I fatti dicono che l’affare Schachty è una controrivoluzione economica tessuta da una parte degli specialisti borghesi che prima dominavano l'industria carbonifera. I fatti dicono inoltre che questi specialisti, organizzati in un gruppo clandestino, ricevevano soldi per il loro sabotaggio dai proprietari di una volta, che si trovano oggi nell'emigrazione, e anche da organizzazioni occidentali controrivoluzionarie, antisovietiche, capitaliste. I fatti dicono, infine. che questo gruppo di specialisti borghesi agiva su ordini di organizzazioni capitalistiche dell'occidente e che cercava di distruggere la nostra industria. Cosa dimostra tutto questo? Dimostra. che qui abbiamo a che fare con un intervento economico negli affari della nostra industria da parte di organizzazioni capitaliste antisovietiche dell'Europa occidentale. A suo tempo, ci fu un intervento politico-militare, che siamo riusciti a liquidare con la nostra vittoria nella guerra civile, Adesso abbiamo di fronte il tentativo di un intervento economico, per liquidare il quale non abbiamo bisogno di una guerra civile, ma che dobbiamo ciò nonostante liquidare e che liquideremo con tutti i mezzi a nostra disposizione. Sarebbe stupido pensare che il capitale internazionale ci lascerà in pace. No,compagni, non è così. Esistono classi, esiste il capitale internazionale ed esso non può assistere tranquillo allo sviluppo del paese che edifica il socialismo. Prima il capitale internazionale sperava di poter rovesciare il potere sovietico con un intervento militare diretto. Questo tentativo è fallito. Oggi si forza e si sforzerà anche in futuro di indebolire il nostro potere economico attraverso un intervento economico nascosto, non sempre percettibile, ma piuttosto persistente. organizzando sabotaggi, preparando «crisi» d'ogni genere in questo o quel ramo dell’industria e facilitando la possibilità di un futuro intervento militare. Tutto ciò si è intrecciato in un nodo, il nodo della lotta di classe del capitale internazionale contro il potere sovietico e non si può affatto parlare minimamente di un caso qualsiasi. Delle due l'una: O porteremo avanti anche in futuro una politica rivoluzionaria e schiereremo attorno alla classe operaia dell'Unione Sovietica i proletari e gli oppressi di tutti i paesi - e allora il capitale internazionale cercherà con opti mezzo di disturbare la nostra avanzata; oppure rinunciamo alla nostra politica rivoluzionaria, facciamo una serie di concessioni di principio al capitale internazionale e allora il capitale internazionale non sarebbe contrario ad «aiutarci» a trasformare il nostro paese in una «buona» repubblica borghese. C'è gente la quale crede che noi potremmo portare avanti sul piano estero una politica di liberazione e ottenere al tempo stesso la lode dei capitalisti d’Europa e d'America. Non c'è bisogno di dimostrare che questi ingenui non hanno né possono avere niente in comune col nostro Partito. L’Inghilterra, per esempio ci chiede di stabilire, assieme zone di influenza, a scopo di rapina, in qualche posto, diciamo in Persia, in Afghanistan oppure in Turchia, assicurando la sua disponibilità a fare «amicizia» con noi, se facciamo questa concessione. Dovremmo allora fare unta concessione, compagni? Acclamazione generale. No! Stalin: L'America pretende che rinunciamo al principio della politica di appoggio al movimento di liberazione della classe operaia di altri paesi, e assicura che tutto andrebbe per il meglio se facessimo una tale concessione Dovremmo allora fare una tale concessione? Acclamazione generale. No! Stalin: Potremmo allacciare relazioni «amichevoli» col Giappone se fossimo d'accordo di spartirci fra di noi la Manciuria Possiamo fare questa concessione? Acclamazione generale. No! Stalin,: Oppure si pretende che noi «allentiamo» il monopolio del commercio e che ci diciamo disposti a pagare tutti i debiti della guerra e dell’anteguerra. Dovremmo acconsentire a questo compagni ? Acclamazione generale. No! Stalin: ma proprio perché non possiamo fare questi o simili concessioni, senza rinunciare a noi stessi – proprio per questo dobbiamo essere preparati al fatto che il capitale internazionale commetterà anche in futuro tutt'una serie di infamie contro di noi, non importa se alla maniera dell'affare Schachty oppure in un’altra simile. Queste sono le radici di classe dell'affare Schachty. Perché poteva riuscire da noi un intervento militare del capitale internazionale?. Perché nel nostro paese c'erano interi gruppi di specialisti militari, generali e ufficiali, figli di borghesi e latifondisti, costantemente pronti a minare le fondamenta del potere sovietico. Avrebbero potuto questi ufficiali e generali organizzare una seria guerra contro il potere sovietico senza l’aiuto finanziario, militare e d'ogni altro genere da parte del capitale internazionale? Naturalmente no. Avrebbe potuto il capitale internazionale organizzare un serio intervento senza l'aiuto di questo gruppo di ufficiali e generali delle guardie bianche? Non credo. C'erano compagni allora, i quali credevano che l'intervento miliare fosse un casoe che non ci sarebbe stato un intervento se non avessimo liberato dal carcere Krasnon, Mamontov, ecc. Ciò non è vero,naturalmente. Che il rilascio di Mamontov, di Krasnov e di altri generali delle guardie bianche abia giocato un ruolo nello sviluppo della guerra civile, non può esser dubbio. Che però le radici dell'intervento militare non siano queste ma invece gli antagonismi fra il potere sovietico da una parte e i capitale internazionale con i suoi complici, i generali russi dall’altra, anche su ciò non ci può esser dubbio. Avrebbero potuto alcuni specialisti borghesi, gli ex proprietari delle miniere organizzare qui l’affare Schachty senza l'aiuto finanziario e morale del capitale internazionale, senza al prospettiva che il capitale internazionale li avrebbe aiutati a rovesciare il potere sovietico? 'Naturalmente no. Avrebbe potuto il capitale internazionale organizzare qui da noi un intervento economico alla maniera dell'affare Schachty se non fosse esistita nel nostro paese una borghesia, fra cui un certo gruppo di specialisti borghesi pronti a rovinare il potere sovietico in tutti i modi possibili e immaginabili? E' chiaro che. non avrebbero potuto, Esistono qui da noi veramente gruppi di specialisti borghesi pronti a minare il potere sovietico? Credo di si. Ma non credo però che possano essere in molti. Ma che esistano da noi alcuni gruppi insignificanti di specialisti borghesi controrivoluzionari, il cui numero è molto minore che durante l'intervento militare - su ciò non ci può essere dubbio. L'unione di queste due forze costituisce proprio la base dell'intervento economico nell’URSS. Appunto queste sono le radici di classe dell'affare Schachty. Vediamo adesso le conclusioni pratiche che risultano dall'affare Schachty. Vorrei soffermarmi su quattro conclusioni pratiche. segnalateci dall'affare Schachty. Lenin diceva che la questione della scelta degli uomini è una questione fondamentale dell’edificazione del socialismo. L'affare Schachty dimostra che abbiamo scelto male i nostri quadri dell'economia, e non solo li abbiamo scelti male, ma li abbiamo posti inoltre in una situazione che rende più difficile la loro crescita. Si parla della disposizione n. 33 e soprattutto delle «direttive modello» che la completano (14). La particolarità caratteristica di queste direttive modello consiste nel fornire di quasi tutti i diritti il direttore tecnico, mentre concede al dirigente d’azienda il diritto di appianare conflitti di far da «rappresentative» e di suonare la balalaika. E' evidente che in queste condizioni i nostri quadri dell'economia non hanno potuto svilupparsi in misura sufficiente. A suo tempo questa disposizione era assolutamente necessaria, perché emanata in a momento in cui non avevamo. per niente quadri propri dell’economia, quando non sapevano ancora dirigere l'industria e dovevamo per forza di cose concedere i diritti più importanti al direttore tecnico. Ma adesso questa disposizione è diventata un freno. Adesso abbiamo i nostri quadri dell’economia che dispongono di esperienze e che possono svilupparsi in veri dirigenti della nostra industria. E appunto per questo è ora di abolire le direttive modello invecchiate e sostituirle con nuove. Si dice che per i comunisti, in particolare però per gli economisti comunisti provenienti dalle file de li operai, sarebbe impossibile padroneggiare formule chimiche e, in generale, assimilare conoscenze tecniche. Ciò non è vero, compagni. Non esiste nessuna fortezza che i lavoratori, i bolscevichi non possono conquistare. Abbiamo già conquistato ben altre fortezze nella nostra lotta contro la borghesia. Dipende tutto dal fatto se si ha o no il desiderio di assimilare le conoscenze tecniche e che ci armi o no di tenacia e pazienza bolscevica. Ma per cambiare le condizioni di lavoro dei nostri quadri dell’economia e per aiutarli a diventare veri maestri e pienamente riconosciuti della loro materia, è necessario abolire le vecchie direttive modello e sostituirle con nuove. Altrimenti corriamo il pericolo che i nostri quadri appassiscano. Erano forse peggiori di qualcuno di noi quei nostri economisti, che sono ora finiti male? Come si spiega che questi e simili compagni si siano messi sulla cattiva strada e abbiano cominciato a rovinarsi adottando Io stile di vita degli specialisti borghesi? Si spiega con la nostra prassi sbagliata nell'economia, si spiega col modo in cui vengono scelti i nostri funzionari dell'economia e con le condizioni di lavoro che rendono difficile il loro sviluppo e li trasformano in un'appendice degli specialisti borghesi. Con una simile prassi bisogna farla finita. compagni. La seconda conclusione, segnalataci dall'affare Schachty, consiste nel fatto che istruiamo male i quadri nelle nostre università tecniche, che addestriamo male i nostri specialisti rossi. Questa è una conclusione che non possiamo evitare in nessun caso. Perché, ad es., molti dei nostri giovani specialisti non sono all'altezza dei loro compiti, perché non sono buoni per l'industria? Perché hanno imparato solo dai libri, perché sono specialisti solo di formule libresche, perché non hanno esperienze pratiche, perché sono staccati dalla produzione e perciò. naturalmente, falliscono. Ma forse che abbiamo bisogno di specialisti di questo genere? No, di simili specialisti non abbiamo bisogno, siano pure giovani dieci volte specialisti. Abbiamo bisogno di specialisti - non importa se comunisti o meno - che non siano forti solo nella teoria, ma che abbiano anche esperienza pratica e siano legati alla produzione. Il giovane specialista che non ha mai visto una miniera e che non vuole in vuole scendere in una miniera, il giovane specialista che non ha mai visto una fabbrica e che non vuole sprecarsi le mani in nessuna fabbrica, uno specialista del genere non riuscirà mai a sbarazzarsi dei vecchi specialisti, temprati dall'esperienza pratica, ma ostili nei confronti della nostra causa. Si spiega perciò facilmente che non solo i vecchi specialisti e non solo i nostri economisti, ma anche gli operai accolgono non di rado con ostilità tali giovani specialisti. Perché non si verifichino più sorprese del genere coi giovani specialisti bisogna modificare la loro istruzione, e precisamente nel senso che i giovani specialisti fin dai primi anni di studio delle università tecniche devono essere indissolubilmente legati alla produzione, alla fabbrica, alla miniera, ecc.. La terza concussione riguardante la questione della chiamata delle larghe masse degli operai alal direzione dell’industria. A che punto stiamo se consideriamo i i documenti dell’affare Schachty. Va molto male. Incredibilmente male, compagni E’dimostrato che viene violalo il codice di diritto del lavoro, che non sempre viene applicata la giornata lavorativa sei ore per i minatori, che vengono trascurate le misure di sicurezza. Gli operai sopportano. I sindacati taccionole organizzazioni di Partito non pendono misure per farla finita, con questo stato di cose. Un compagno alle ha recentemente visitato I bacino del Donez, si è aggirato a lungo tra i pozzi e ha interrogato i minatorisulleloro condizioni di lavoro. E significativo che neppure un minatore ha ritenuto necessario lamentarsi delle condizioni di lavoro. «Come state compagni», chiede questo compagno. «abbastanza bene, compagno, non c’è male», gli rispondono i minatori. «Vado a Mosca, ditemi, cosa debbo riferire al centro?» chiede. «Di (Lì) che non stiamo male», gli rispondono i minatori. «Sentite, compagni, non sono mica uno straniero, sono russo e sono venuto qui per sapere da voi la verità», dice il compagno. «Non importa, compagno, diciamo solo la verità agli stranieri come ai nostri», rispondono i minatori. Ecco la fisionomia dei nostri minatori. Non sono semplicemente operai, ma eroi. Appunto in ciò consiste la ricchezza del capital morale che siamo riusciti a guadagnare nel cuore degli operai. Si tenga presente, in che modo incosciente e criminale dissipiamo questo inestimabile capitale morale, che amministratori cattivi e incapaci della grande eredità della Rivoluzione d’Ottobre! Ma, compagni, vivere a lungo di vecchio capitale morale e dissiparlo cosi sconsideratamente – questo non va. E’ ora di farla finita. E’ veramente ora. Infine la quarta conclusione, che riguarda il controllo dell’esecuzione. L’affare Schachty ha mostrato che il controllo dell’esecuzione va male,al di sotto di ogni critica, in tutti i settori dell’amministrazione,sia del Partito che nell’industria e nei sindacati. Vengono scritte risoluzioni, spedite direttive, ma nessuno sente il dovere di chiedere: come va l’esecuzione di queste risoluzioni e direttive, vengono veramente attuate, oppure archiviati? Ilic diceva che una delle questioni più serie per l’amministrazione del paese, è la questione del controllo dell’esecuzione. Ma proprio questa questione va male da noi,al di sotto di ogni critica. Scrivere risoluzioni e inviare direttive non significa ancora dirigere. Dirigere significa controllare l’esecuzione delle direttive e non solo la loro esecuzione, ma anche controllare le direttive stesse, cioè se sono giuste o sbagliate dal punto di vista del vivo lavoro pratico. Sarebbe ridicolo, credere che tutte le nostre direttive siano giuste. Una cosa del genere non c'è e non può esserci,compagni metto. Il controllo dell’esecuzione consiste appunto nel fatto che i nostri funzionari devono verificare, nel fuoco dell’esperienza pratica non solo l’esecuzione delle nostre direttive , ma anche la giustezza delle direttive stesse. Difetti in questo campo significano perciò difetti io tutta la nostra direzione. Prendiamo ad es. il controllo dell’esecuzione per quanto riguarda le sola linea del Partito. Di solito facciamo venire i segretari do comitati di distretto e di governatorato dal CC per riferire e controlliamo l’esecuzione delle direttive del CC. I segretari fanno la relazione e constatiamo difetti del loro lavoro. Il CC li critica e prende risoluzioni schematiche con l’ordine di approfondire e allargare il lavoro, di mettete in primo piano questo o quello, a dedicare seria attenzione a questo o quello ecc. I segretari ritornano con queste risoluzioni. Poi li facciamo venire di nuovo, e si ripete la stessa cosa: approfondimento, allargamento ecc. ecc. Non dico che tutto questo lavoro sia inutile. No, compagni, questa cosa ha i suoi lati positivi nel senso dell'educazione e della centralizzazione delle organizzazioni. Bisogna pero riconoscere che questo metodo del controllo dell’ esecuzione è insufficiente, bisogna riconoscere che questo metodo deve essere completato con un altro metodo, e cioè col metodo di inviare al lavoro fuori nel paese funzionari dirigenti del Partito e dei Soviet. (Una voce: «Questa è una buona cosa!») Parlo dell’invio dei nostri compagni dirigenti per un lavoro temperano fuori nel paese, del loro invio non come comandanti, ma come semplici funzionari che vengono messi a disposizione delle organizzazioni locali. Penso che questa cosa ha un grande futuro e che può migliorare il controllo dell’esecuzione, se viene applicato in modo onesto e coscienzioso. Se i membri del CC. i membri della presidenza della CCC, i commissari del popolo e i loro vice, i membri della presidenza del consiglio centrale dei sindacati, i membri delle presidenze dei comitati centrali dei sindacati, se questi si trasferiscono sistematicamente fuori nel paese e lavorano sul posto,per farsi una’idea del lavoro,per conoscere tutte le difficoltà, tutti i lati positivi e negativi – allora questo sarà, ve l’assicuro, il controllo più efficace ed energico dell’esecuzione. Sarà il mezzo migliore per arricchire le esperienze dei nostri stimati dirigenti. E quando ciò sarà diventato un sistema – allora, ve l’assicuro, le leggi che scriviamo e le direttive che elaboriamo saranno molto più realistiche e giuste, di quanto non sia attualmente il caso. Così, compagni, così stanno le cose per quanto riguarda l’affare Schachty IV CONCLUSIONI GENERALI Abbiamo nemici interni. Abbiamo nemici esterni. Non bisogna dimenticarlo, compagni, neanche per un minuto. Abbiamo avuto una crisi di rifornimento, che ormai è liquidata. La crisi di rifornimento ha significato la prima seria sortita degli elementi capitalistici delle campagne contro il potere sovietico, intrapresa nelle condizioni della NEP. Abbiamo l'affare Schachty, che stiamo per liquidare e che sarà senza dubbio liquidato. L'affare Schachty significa un nuovo serio attacco del capitale internazionale e dei suoi agenti nel nostro paese contro il potere sovietico. Questo è un intervento economico nei nostri affari interni. Non è necessario sottolineare che questi e simili attacchi sia dall'interno che dall'esterno possono ripetersi ed è probabile che si ripeteranno. Nostro compito è esercitare la massima vigilanza e stare in guardia. E se siamo vigilanti, compagni, abbatteremo immancabilmente anche in futuro i nostri nemici, come li abbattiamo attualmente e come li abbiamo abbattuti nel passato. «Pravda», n. 90 18 Aprile 1928 SALUTO AGLI OPERAI DI KOSTROMA Saluto fraterno agli operai di Kostroma in occasione del le maggio, in occasione del giorno dello scoprimento a Kostroma, di un monumento a Lenin - fondatore del nostro Partito! Viva gli operai di Kostroma! Viva il D maggio! Viva per sempre nei cuori della classe operaia il ricordo di Lenin! 30 Aprile 1928. G Stalin DISCORSO ALLVIII CONGRESSO DELL'UNIONE DELLA GIOVENTU' COMUNISTA LENINISTA DELL'URSS (15) 16 maggio 1928 Compagni! Nei congressi si parla di solito di conquiste. Non c'è dubbio che ci siano conquiste. Queste conquiste non sono da poco, naturalmente, e non c’è motivo di nasconderle. Ma, compagni, negli ultimi tempi qui si è cominciato a parlare troppo, talvolta fino alla nausea, di conquiste e perciò passa la voglia di ripetere cose già dette. Permettetemi dunque di rompere con la normale procedura e di dirvi qualche parola non sulle nostre conquiste, ma sulle nostre debolezze e sui nostri compiti in relazione a queste debolezze. Penso qui ai compiti, compagni, che si riferiscono alla nostra edificazione interna. Questi compiti riguardano tre questioni: la questione della linea del nostro lavoro politico, la questione dell'elevamento dell'attività delle masse popolari in generale e della classe operaia in particolare, come anche della lotta contro il burocratismo, e infine la questione della formazione di nuovi quadri per la nostra edificazione economica. I RAFFORZARE LA CAPACITA' DI LOTTA DELLA CLASSE OPERAIA Cominciamo con la prima questione. Un tratto caratteristico della situazione attuale è che costruiamo nelle condizioni di uno sviluppo pacifico ormai da cinque anni. Parlo di sviluppo pacifico non solo nel senso che non siamo in guerra con nemici esterni, ma anche nel senso che non ci sono elementi di guerra civile all'interno del nostro paese. Questo, appunto, intendiamo per condizioni di sviluppo pacifico della nostra edificazione. Voi sapete che abbiamo fatto guerra per tre anni contro i capitalisti di tutto il mondo, allo scopo di conquistarci queste condizioni di sviluppo pacifico. Sapete che abbiamo strappato tali condizioni, e ciò lo consideriamo come la nostra conquista più grande. Ma, compagni, ogni conquista, e perciò anche questa, ha i suoi lati negativi. Le condizioni dell'edificazione pacifica non sono rimaste senza conseguenze su di noi. Esse hanno lasciato la loro impronta sei nostro lavoro, sui nostri funzionari e sulla loro mentalità. In questi cinque anni, la nostra avanzata è stata liscia, come su binari. In questo contesto ha cominciato a manifestarsi in diversi nostri funzionari la sensazione che tutto andrà liscio come l'olio, quasi che fossimo, per così dire, su un treno speciale e procedessimo, senza cambiare, direttamente verso il socialismo. Su questo terreno è sorta la teoria della «spontaneità», la teoria dell'«affidamento alla fortuna», la teoria che « tutto andrà per il meglio» che da noi non ci sarebbero più classi, che i nostri nemici si sarebbero calmati e che tutto procederà da noi senza intoppi. Da ciò, una certa tendenza alla pigrizia, al torpore. Questa psicologia del torpore, questa psicologia della «spontaneità» nel lavoro - questo è appunto il lato negativo del periodo dello sviluppo pacifico. In che cosa consiste il pericolo di simili atteggiamenti? Nel fatto che appannano la vista alla classe operaia, le impediscono di riconoscere i suoi nemici, nel fatto che la classe operaia viene addormentata con discorsi trionfalistici sulla debolezza dei nostri nemici e la sua volontà di lotta viene indebolita. Non bisogna accontentarsi del fatto che abbiamo un milione di membri nel Partito, due milioni nell'Unione delta Gioventù Comunista, dieci milioni nei sindacati, e credere che con ciò sia completamente assicurata la vittoria finale sui nemici. Questo sarebbe sbagliato, compagni. Lia storia ci insegna che gli eserciti più grandi sono andati in rovina quando si sono fatti arroganti, hanno sopravvalutato le proprie forze e sottovalutato quelle del nemico, sono scivolati nel torpore, hanno perso la volontà di lotta e sono stati cosi sopraffatti nel momento critico. Il partito più grande può essere sopraffatto, il partito più grande può essere distrutto, se non tiene conto degli insegnamenti della storia, se non tempra giorno per giorno la volontà di lotta della sua classe. Essere sopraffatti - questo è molto pericoloso, compagni. Essere sopraffatti significa diventare vittime di «sorprese», vittime del panico di fronte al nemico. E il panico porta alla disgregazione, alla disfatta, al declino. Potrei raccontarvi molti esempi dalla vita dei nostri eserciti ai tempi della guerra civile, quando piccoli reparti annientarono grandi reggimenti, quando questi reggimenti non avevano abbastanza volontà di combattere. Potrei raccontarvi come nel 1920 tre divisioni di cavalleria con non meno di 5000 uomini furono costrette ad una fuga caotica e distrutte da un solo battaglione di fanteria, semplicemente perché le divisioni di cavalleria, attaccate si fecero prendere dal panico di fronte al nemico che non conoscevano, il quale contava pochi uomini, e che avrebbero potuto abbattere con un solo colpo se non avessero dormito e non si fossero fatte prendere dal panico e dalla confusione. Lo stesso vale per il nostro Partito, per l'Unione della Gioventù Comunista, per i nostri sindacati e, in generale, per tutte le nostre forze. Non è vero che da noi ormai non ci siano più nemici di classe, che siano stati distrutti e liquidati. No. compagni, qui da noi esistono nemici di classe. E non esistono soltanto, ma crescono e cercano di procedere contro il potere sovietico. Ne sono testimonianza le difficoltà che abbiamo avuto nei rifornimenti nell'inverno di quest'anno, quando gli elementi capitalistici della campagna hanno cercato di ostacolare il potere sovietico. Ne é testimonianza l'affare Schachty, che è espressione dell'attacco congiunto del capitale internazionale e della borghesia del nostro paese contro il potere sovietico. Ne sono testimonianza molti fatti nel campo della politica interna ed estera che voi conoscete e di cui non c'è bisogno di parlare adesso. Non si deve tacere su questi nemici della classe operaia. Sarebbe un crimine sottovalutare le forze dei nemici di classe del proletariato. Non si deve tacere su tutti questi fatti soprattutto adesso, nel periodo del nostro sviluppo pacifico, quando la teoria del torpore, la teoria della «spontaneità», che indebolisce la volontà di lotta della classe operaia, trova un terreno favorevole. L'enorme significato educativo della crisi di rifornimento e dell'affare Schachty consiste nel fatto che hanno scosso tutte le nostre organizzazioni. hanno fatto crollare la teoria della «spontaneità» e hanno ancora una volta sottolineato l'esistenza dei nemici di classe, che non dormono, e contro i quali devono essere consolidate le forze della classe operaia, la sua vigilanza, il suo spirito rivoluzionario, la sua volontà di lotta. Da ciò deriva il compito urgente del Partito, la linea politica del suo lavoro quotidiano: «elevamento della di lotta della classe operaia contro i suoi nemici di classe». Bisogna sottolineare che l'attuale Congresso dell'Unione della Gioventù Comunista e, in particolare, la «Komsomolskaja Pravda» si sono avvicinati oggi più che mai a questo compito. Voi sapete che l'importanza di questo compito viene affermata sia nei discorsi degli oratori che negli articoli della «Komsomolskaja Pravda». Questo è molto buono, compagni. Ma è necessario considerare questo non solo un compito temporaneo e transitorio, perché il rafforzare la capaciti di lotta del proletariato è un compito che deve penetrare tutto il nostro lavoro fin quando esistono classi nel nostro paese e fin quando esiste l'accerchiamento capitalista. II ORGANIZZARE LA CRITICA DI MASSA DAL BASSO La seconda questione riguarda il compito della lotta contro il burocratismo, il compito della organizzazione di una critica di massa dei nostri difetti, il compito della organizzazione di un controllo di massa dal basso. Uno dei nemici peggiori della nostra avanzata è il burocratismo. Lo si trova in tutte le nostre organizzazioni - sia nelle organizzazioni di Partito, sia nelle organizzazioni dell'Unione della Gioventù Comunista, negli organismi sindacali ed economici. Di solito, parlando di burocrati, si punta il dito sui vecchi funzionari senza partito, che si usa disegnare con occhiali nelle caricature. Ma questo non è del tutto vero, compagni. Se si trattasse soltanto dei vecchi burocrati, la lotta contro il burocratismo sarebbe la cosa più facile di questo mondo. Il guaio è che non si tratta dei vecchi burocrati. Si tratta dei nuovi burocrati che simpatizzano col potere sovietico, ed infine di burocrati provenienti dalle file comuniste. Il tipo più pericoloso di burocrate è il burocrate comunista. Perché? Perché egli maschera il burocratismo con la sua appartenenza al Partito. E, purtroppo, da noi ci sono parecchi di questi burocrati comunisti. Prendiamo le nostre organizzazioni di Partito. Sicuramente avete letto degli scandali di Smolensk,di Artjomapwsk, ecc. E' forse un caso? Come si spiegano questi casi vergognosi di decadenza morale in alcuni membri delle nostre organizzazioni di partito? Vuol dire che in questi casi è stata esagerata in modo assurdo la posizione di monopolio del Partito, soffocata la voce delle masse, abolita la democrazia all'interno del Partito ed è stato coltivato invece il burocratismo. Come si può combattere questo male? Sono del parere che non ci sono e non ci possono essere altri metodi al di fuori dell’organizzazione del controllo dal basso da parte dei membri di base del Partito, al di fuori dello sviluppo della democrazia interna del Partito. Ci sarebbe forse qualcosa da obiettare se si scatenasse la rabbia dei membri di base del Partito contro questi elementi demoralizzati e se gli si desse la possibilità di mandare al diavolo tali elementi? Difficilmente ci sarebbe qualcosa da obiettare. Oppure, prendiamo per esempio l'Unione della Gioventù Comunista. Naturalmente, non potete negare che nell'Unione della Gioventù Comunista esistono qua e là elementi totalmente demoralizzati, contro i quali bisogna assolutamente condurre una lotta senza alcun riguardo. Ma la-sciamo da parte gli elementi demoralizzati. Prendiamo l'ultimo caso di lotta frazionistica senza principi all'interno dell'Unione della Gioventù, al centro della quale ci sono singole persone, di una lotta che avvelena l'atmosfera nell'Unione della Gioventù Comunista. Come si spiega che è possibile trovare un numero indefinito di «Kossarewisti» e di «Sobolewisti» nell'Unione della Gioventù Comunista, mentre i marxisti bisogna cercarli con il lanternino in mano? Cosa dimostra questo se non il fatto che in alcuni membri dirigenti dell'Unione della Gioventù Comunista si manifesta una calcificazione burocratica? E i sindacati? Chi può negare che nei sindacati ci sia un burocratismo più che evidente? Abbiamo nelle fabbriche consigli di produzione. Abbiamo nei sindacati commissioni temporanee di controllo. Il compito di questi organismi consiste nello svegliare le masse, nello scoprire i nostri difetti e nell'indicare vie per il miglioramento della nostra edificazione. Perché questi nostri organismi non si sviluppano? Perché non sono pieni di vita pulsante? Non è forse chiaro che il burocratismo nei sindacati e in più il burocratismo nelle organizzazioni del Partito impediscono a questi importanti organismi della classe operaia di svilupparsi? Infine, la nostra economia. Chi potrebbe negare che i nostri organismi economici soffrono di burocratismo? Prendete solo l'affare Schachty. Non testimonia forse l'affare Schachty che i nostri organismi economici, invece di avanzare, strisciano, si trascinano con fatica? Come si può farla finita col burocratismo in tutte le nostre organizzazioni? C'è una via sola per raggiungere questo obiettivo - l'organizzazione del controllo dal basso, l'organizzazione della critica delle masse di milioni di uomini della classe operaia contro il burocratismo nelle nostre istituzioni, contro i loro difetti e i loro limiti. So che, scatenando la rabbia delle masse lavoratrici contro le escrescenze burocratiche nelle nostre organizzazioni, saremo costretti qualche volta a toccare compagni che hanno avuto meriti nel passato, ma che ora soffrono di burocratismo. Ma forse questo ci deve trattenere dall'organizzare il controllo dal basso? Credo che questo non può e non. deve trattenerci. Per i meriti passati ci si deve inchinare dinanzi a loro, ma per gli errori presenti e per Il burocratismo bisognerebbe dargli decisamente addosso. Come può essere diversamente? Perché non si dovrebbe fare così, se lo richiedono gli interessi della causa? Si parla di critica dall'alto, di critica da parte dell'ispezione degli operai e contadini, da parte del Comitato Centrale del nostro Partito, ecc. Tutto questo va bene, naturalmente. Ma è di gran lunga insufficiente Anzi, in questo momento non e neppure l'essenziale. Adesso l'essenziale è suscitare una larga ondata di critica dal basso contro il burocratismo in generale e in particolare contro i limiti del nostro lavoro. Soltanto se riusciamo a far sì che la pressione si verifichi da due lati - sia dall'alto che dal basso - solo se verrà attribuito il peso principale alla critica dal basso, si potranno ottenere successi nella lotta per l'eliminazione del burocratismo. Sarebbe errato credere che solo i dirigenti dispongano di esperienze nella costruzione del socialismo. Non è vero, compagni. Le masse di milioni di operai che costruiscono la nostra industria accumulano giorno per giorno enormi esperienze, che non sono per noi meno preziose delle esperienze dei dirigenti. Abbiamo bisogno della critica di mina dal basso, del controllo dal basso, fra l'altro proprio perché non vadano perse queste esperienze delle masse di milioni di uomini, perché siano prese in considerazione e tradotte in pratica. Di qui il compito urgente del Partito: “lotta spietata contro il burocraticismo, organizzazione della critica di massa dal basso, utilizzazione di questa critica nelle decisioni pratiche sulla eliminazione dei nostri limiti”. Non si può dire che l'Unione della Gioventù Comunista e soprattutto «Komsomolskaja Pravda» non tengano conto dell'importanza di questo compito. La carenza sta nel fatto che spesso la sua realizzazione non viene portata a termine. Per portarla a termine, però, bisogna non solo prendere in considerazione la critica, ma anche i risultati della critica, anche i miglioramenti che vengono introdotti come risultato della critica. III LA GIOVENTU’ DEVE PADRONEGGIARE LA SCIENZA Il terzo compito riguarda la questione della formazione di nuovi quadri per l'edificazione socialista. Compagni, abbiamo davanti i compiti poderosi della trasformazione di tutta la nostra economia. Nell'agricoltura dobbiamo gettare le fondamenta per grandi aziende collettive. Sapete dallo scritto, oggi pubblicato, del compagno Molotov (16) che il potere sovietico si pone il compito estremamente difficile di unire in collettivi le piccole aziende contadine disperse e di creare nuove grandi aziende cerealicole sovietiche. Questi sono compiti senza la cui realizzazione sarà impossibile un'avanzata seria e rapida. Mentre nell'industria il potere sovietico si basa sulla grande produzione, concentrata al massimo, nell'agricoltura si basa sulla piccola azienda contadina, dispersa al massimo, che è solo per metà basata sull'economia mercantile e fornisce meno cereali che nell'anteguerra, benché le aree se-minate abbiano raggiunto il livello dell'anteguerra. Queste sono le cause di difficoltà di vario tipo che possono verificare in futuro nel rifornimento di cereali. Per uscire da questa situazione, bisogna cominciare energicamente ad organizzare la grande produzione collettiva nell’agricoltura. Ma per organizzare una grande azienda, bisogna padroneggiare la scienza dell'agricoltura. Ma per padroneggiarla bisogna imparare. Intanto, qui da noi il numerò di persone che padroneggiano la scienza dell'agricoltura è incredibilmente basso. Da ciò, il compito di formare nuovi, giovani quadri tecnici per la nuova agricoltura. Nell'industria va molto meglio. Ma anche in questo campo la mancanza di nuovi quadri tecnici rallenta la nostra avanzata. Basta ricordare l'affare Schachty per comprendere l'urgenza del problema di avere nuovi quadri tecnici per l'industria socialista. Certo, abbiamo dei vecchi specia-listi per l'edificazione dell'industria. Ma, primo punto, sono soltanto pochi; secondo, non tutti sono disposti a costruire la nuova industria; terzo, molti non capiscono i nuovi compiti dell'edificazione; quarto, parecchi nel frattempo sono diventati vecchi c si ritirano. Per portare avanti la nostra causa. dobbiamo formare a ritmo accelerato nuovi quadri specialisti nelle file della classe operaia, dei comunisti, dei giovani comunisti. Di uomini ai quali piace edificare e che vorrebbero dirigere l'edificazione, ne abbiamo a sufficienza, sia nel campo dell'agricoltura che nel campo dell'industria. Ma di uomini che siano in grado di edificare e dirigere, ne abbiamo incredibilmente pochi. Al contrario, troviamo abbondantemente l'ignoranza in questo campo. Ma c 'è di più, ci sono persone disposte ad esaltare la nostra arretratezza culturale. Se sei analfabeta o scrivi con errori e ti vanti della tua arretratezza, allora sei un operaio «al banco di lavoro», allora godi onore e stima. Ma se hai superato l'arretratezza culturale, hai imparato a leggere e scrivere, hai padroneggiato la scienza, allora sei un estraneo, ti sei «staccalo » dalle masse, hai cessato di essere un operaio. Penso che non avanzeremo di un passo, finché non abbiamo eliminato questa barbarie c questo aspetto rozzo, questo atteggiamento barbaro verso la scienza e gli uomini colti. La classe operaia non può diventare il vero padrone del paese, se non è in grado di superare la sua arretratezza culturale, se non è in grado di formare una sua intellighentsia, se non padroneggia la scienza e se non è capace di dirigere l'economia su base scientifica. Bisogna comprendere, compagni, che adesso le condizioni di lotta sono diverse rispetto al periodo della guerra civile. Nel periodo della guerra civile si poteva prendere in un assalto le posizioni del nemico con audacia, coraggio, con una carica di cavalleria. Oggi, nelle condizioni dell'edificazione pacifica dell'economia, le cariche di cavalleria possono soltanto danneggiare la causa. Di audacia e coraggio ce n'è bisogno anche adesso, esattamente come prima. Ma con la sola audacia e il solo coraggio si conclude poco. Per vincere il nemico, adesso, bisogna essere in grado di edificare l'industria, l'agricoltura, i trasporti, il commercio, bisogna rinunciare all'atteggiamento superbo e arrogante nei confronti del commercio. Abbiamo davanti una fortezza. Il suo nome, il nome di questa fortezza è scienza, con i suoi numerosi rami. Questa fortezza dobbiamo prenderla ad ogni costo. La gioventù deve prendere questa fortezza, se vuole essere l'edificatrice di una vita nuova, se vuole diventare la vera leva della vecchia guardia. Non possiamo limitarci adesso alla formazione di quadri comunisti in generale, di quadri bolscevichi in generale che siano capaci di chiacchierare un pò su tutto. Dilettantismo e sac-centeria sono adesso vincoli per noi. Quello di cui abbiamo bisogno adesso sono specialisti bolscevichi per l'industria metallurgica, l'industria tessile, l'industria dei carburanti, per la chimica, l'agricoltura, i trasporti, il commercio, per la contabilità. ecc. Abbiamo adesso bisogno di interi gruppi, di centinaia e migliaia di nuovi quadri, scaturiti dalle file dei bolscevichi, che padroneggino le loro materie nei più diversi campi della scienza. Senza di ciò, non si può nemmeno parlare di un ritmo veloce dell'edificazione socialista nel nostro paese. Senza di ciò, non si può nemmeno parlare di poter raggiungere e superare i paesi capitalistici avanzati. “Padroneggiare la scienza. formare nuovi quadri specialisti bolscevichi, imparare, imparare, con la massima tenacia, imparare, - questo è il compito adesso”. Una campagna di massa della gioventù rivoluzionaria per padroneggiare la scienza - questo è ciò che ci vuole adesso, compagni. «Prava» n. 113 17 Maggio 1928 ALLA «KOMSOMOLSKAJA PRAVDA» Per il terzo anniversario della sua esistenza Saluti amichevoli alla «Komsomolskaja Pravda», organo di lotta della nostra gioventù operaia e contadina! Le auguro successo sul difficile fronte dell'educazione della gioventù nello spirito della lotta inconciliabile contro i nemici della classe operaia, nello spirito della lotta per la vittoria completa del comunismo in tutto il mondo! Voglia essere la «Komsomolskaja Pravda» la campana che sveglia gli addormentati, che incita gli stanchi, che spinge gli arretrati, voglia essa criticare il burocratismo delle nostre istituzioni, scoprire i difetti del nostro lavoro, mostrare i successi della nostra edificazione e promuovere in questo modo la formazione di nuovi uomini, di nuovi edificatori del socialismo, di una nuova generazione di ragazzi c ragazze, capaci di sostituire la vecchia guardia dei bolscevichi! La forza della nostra rivoluzione consiste nel fatto clic da noi non esiste un abisso fra la vecchia e la nuova generazione di rivoluzionari. Vinciamo, perché da noi la vecchia e la nuova guardia marciano assieme, in un fronte unitario, in una stessa fila, sia contro i nemici interni che contro quelli esterni. Il compito è mantenere e consolidare questa unità. Voglia la «Komsomolskaja Pravda» propagandare instancabilmente l'idea di questa unità fra la vecchia e la nuova guardia dei bolscevichi! G. Stalin 26 Maggio 1928 «Komsomolskaja Pravda» n. 122 27 Maggio 1928 ALL'UNIVERSITÀ' DI SVERDLOV Per il decimo anniversario della sua esistenza I dieci anni dell'università Sverdlov (17) costituiscono una conquista enorme del Partito sul fronte della lotta per la formazione di nuovi quadri leninisti. In questi dieci anni, l'università Sverdlov ha fornito il Partito di centinaia e migliaia di giovani funzionari, dediti alla causa del comunismo, i quali sostituiscono la vecchia guardia dei bolscevichi. Nei dicci anni della sua esistenza l'università ha dato ottimi risultati e ha dimostrato così che non porta senza motivo il nome del suo fondatore, del propugnatore del comunismo, J. M. Sverdlov. I funzionari operai del Partito insegnano a padroneggiare il metodo scientifico di Marx e Lenin e d'applicarlo in modo giusto nell'edificazione socialista - questo è il compito che l'università Sverdlov ha adempiuto con onore, adempie è adempierà. Un saluto agli studenti di oggi e di ieri della Sverdlov, nel decimo anniversario dell'Università comunista J. M. Sverdlov! Un saluto al corso speciale, degli studenti della Sverdlov, per decennale alla nuova squadra di edificatori del socialismo! G. Stalin SUL FRONTE DEL GRANO (1) DOMANDA: Cosa bisogna considerare come come essenziale nelle nostre difficoltà sul fronte del grano? Quale la via di uscita da queste difficoltà? Quali conclusioni si devono trarre in legarne con queste difficoltà, circa il ritmo di sviluppo della nostra industria in generale e particolarmente dal punto di vista della correlazione tra l'industria leggera e l’indudustria pesante? RISPOSTA: A prima vista può sembrare che le nostre difficoltà nel campo dei cereali siano soltanto il risultato di un piano difettoso, il risultato di una serie di errori nella determinazione del bilancio economico complessivo. Ma solo a prima vista può sembrare cosi. In realtà, le cause di queste difficoltà sono molto più profonde. Che i difetti del piano e gli errori compiuti nella determinazione del bilancio economico abbiano avuto una importanza notevole, non si può dubitarne. Ma si cadrebbe in un errore grosso-lano se si spiegasse tutto col cattivo piano e con degli errori fortuiti. Sarebbe errato sminuire la funzione e l'importanza del piano; ma sarebbe un errore ancor più grande esagerare la funzione del principio del piano, pensando che abbiamo già raggiunto un tal grado di sviluppo da poter pianificare e regolare tutto e tutti. Non bisogna dimenticare che finora, nel sistema della nostra economia nazionale, oltre agli elementi che si prestano alla nostra azione pianificatrice, esistono degli altri elementi, che non si prestano ancora a questa azione e ci sono, infine, delle classi ostili a noi, di cui non si può aver ragione semplicemente coi piani elaborati dalla Commissione del piano di Stato. Ecco perché penso che non si può ridurre tutto al semplice caso, a errori del piano, ecc. Qual è dunque la ragione essenziale delle nostre difficoltà sul fronte del grano? La ragione essenziale delle nostre difficoltà in materia di grano è che lo sviluppo della produzione di grano per il mercato è più lento dell'aumento del fabbisogno di grano. Cresce l'industria. Cresce il numero degli operai. Crescono le città. Crescono, infine, le zone di produzione delle materie prime industriali (cotone, lino. barbabietole, ecc.) che esigono grano mercantile. Tutto questo produce un rapido sviluppo della domanda di grano, di grano mercantile. E la produzione di grano mercantile cresce con una lentezza mortale. Non si può dire che le provviste di grano di cui dispone lo Stato siano quest'anno minori dell'anno scorso o di due anni fa. Al contrario, quest'anno lo Stato ha avuto a sua disposizione molto più grano che negli anni passati. E nonostante ciò il problema del grano presenta delle difficoltà. Ecco alcune cifre. Nel 1925-26 abbiamo potuto fare degli acquisti statali, fino al 1° aprile, per 434 milioni di pud di grano (2). Ne abbiamo esportati 123 milioni. Sono restati nel paese, quindi 311 milioni di pud. Nel 1926-27 avevamo comperato, al 1° aprile, 596 milioni di pud di grano. Ne abbiamoo esportati 153 milioni. Sono restati nel paese 443 mi-lioni di pii. Nel 1927-28 al r aprile avevamo comperato 576 milioni di pud di grano. Ne abbiamo esportati 27 milioni. Sono restati nel paese 549 milioni di pud. I n altre parole, quest'anno avevamo il l° aprile, per i bisogni del paese, 100 milioni di pud più dell'anno passato e 230 milioni di pud più di due anni fa. E ciononostante abbiamo quest'anno delle difficoltà sul fronte del grano. Ho già detto in un mio rapporto che queste difficoltà sono state sfruttate dagli elementi capitalistici delle campagne, e prima di tutto dai kulak. per dare scacco alla politica economica sovietica. Voi sapete che il potere sovietico ha preso una serie di misure per liquidare l'azione antisovietica dei kulak. Non mi soffermerò quindi ora su questo punto. La questione che m'interessa per il momento e un'altra. Ciò che m'interessa sono le cause del lento sviluppo della produzione di grano mercantile, sono i motivi per cui lo sviluppo della produzione di grano mercantile è da noi più lento dello sviluppo della domanda di grano, quantunque si siano già raggiunte le cifre di prima della guerra per l'area seminata e per la produzione granaria globale. Non è forse vero, infatti, che abbiamo già raggiunto le cifre di prima della guerra per l'area seminata? Si, è vero. Non è forse vero che già l'anno scorso la produzione granaria globale eguagliava la cifra della produzione di prima della guerra, Arrivava cioè a 5 miliardi di pud? Si, è vero. Come spiegare, dunque, che malgrado ciò produciamo per il mercato una quantità di grano che è la metà di quella che producevamo prima della guerra e ne esportiamo venti volte di meno? Questo fatto si spiega prima di tutto e principalmente con la modificazione avvenuta nella struttura della nostra economia agricola in seguito alla Rivoluzione d'Ottobre, col passaggio dai latifondi e dalle grandi aziende dei kulak, che davano per il mercato il massimo di grano alla piccola e media azienda contadina, che dà per il mercato un minimo di grano. Il solo fatto che fino alla guerra avevamo 15-16 milioni di aziende contadine individuali, e ora ne abbiamo 24-25 milioni, questo solo fatto dice che ora la base principale della nostra economia agricola è la piccola azienda contadina, che dà per il mercato il minimo di grano. La forza della grande azienda, nell'agricoltura, sia essa quella del proprietario fondiario o del kulak, oppure l'azienda collettiva, è che essa ha la possibilità di impiegare le macchine, di valersi delle conquiste della scienza, di servirsi dei concimi, di elevare la produttività del lavoro e di dare così per il mercato la massima quantità di grano. E al contrario la debolezza della piccola azienda contadina è che essa é priva, o quasi priva, di queste possibilità, e perciò è un'azienda a metà consumatrice e che produce poco per il mercato. Si prendano, per esempio, i colcos e i sovcos. Essi ci danno, di tutta la loro produzione globale, il 47,2% di grano per il mercato. In altre parole, relativamente essi danno al mercato più grano della grande azienda fondiaria d'anteguerra. E le piccole e medie aziende contadine? Esse ci danno in tutto, su tutta la loro produzione, appena l’11,2% di grano per il mercato. La differenza, come vedete, è abbastanza eloquente. Eccovi alcuni dati, che mostrano il quadro della struttura della produzione granaria nel passato. nel periodo d'anteguerra, e nel periodo attuale, dopo l'Ottobre. Questi dati sono forniti dal compagno Nemcinov, membro dell'ufficio centrale di statistica. Essi non pretendono di essere esattissimi, come dice nella sua nota esplicativa il compagno Nemcinov; essi permettono soltanto di fare dei calcoli approssimativi. Ma questi dati sono ampiamente sufficienti per comprendere la differenza che passa fra il periodo antecedente alla guerra e il periodo successivo all'Ottobre, dal punto di vista della struttura della produzione granaria in generale c della produzione di grano per il mercato in particolare. Che cosa dice questo prospetto? Esso dice, in primo luogo, che la produzione della stragrande massa dei cereali è passata dai grandi proprietari fondiari e dai kulak ai contadini piccoli e medi. Ciò significa che i contadini piccoli e medi, liberatisi totalmente dal giogo dei grandi proprietari fondiari e minata, fondalmente, la forza dei kulak, hanno avuto la possibilità di migliorare seriamente la loro situazione materiale. Questo è un risultato della Rivoluzione d'Ottobre. In questo consiste, prima di tutto, il vantaggio decisivo che le masse contadine fondamentali hanno tratto dalla Rivoluzione d'Ottobre. Esso dice, in secondo luogo, che i principali detentori di grano per il mercato sono da noi i piccoli contadini e soprattutto i contadini medi. Questo significa che, non solo dal punto di vista della produzione globale di grano, ma anche dal punto di vista della produzione di grano per il mercato, l'URSS è diventato, in seguito alla Rivoluzione d'Ottobre, un paese di piccole aziende contadine e che il contadino medio è la «figura centrale» dell'agricoltura. Esso dice, in terzo luogo, che la liquidazione dell'azienda dei proprietari fondiari (grande), la riduzione a meno di un terzo dell'azienda dei kulak (grande) c il passaggio alla piccola azienda contadina, che dà solo l’11% di grano per il mercato, mentre non esiste ancora una grande azienda sociale produttrice di grano e di una certa estensione (colcos, solvcos), dovevano condurre e hanno effettivamente condotto a una brusca riduzione della produzione di grano per il mercato rispetto al periodo prebellico. E' un fatto che abbiamo oggi una quantità di grano per il mercato che è la metà di quella che vi era prima della guerra, quantunque abbiamo raggiunto il livello prebellico nella produzione globale dei cereali. Ecco dov'è l'origine delle nostre difficoltà sul fronte del grano. Ecco perché le nostre difficoltà nella compera del grano da parte dello Stato non si possono ritenere un semplice effetto del caso. Non c'è dubbio che in una certa misura ha avuto un'influenza negativa la circostanza che le notte organizzazioni commerciali si sono impegnate a torto a rifornire di grano una serie di città piccole e medie, il che non poteva che ridurre, in una certa misura, le riserve di grano dello Stato. Però è pure fuori dubbio che la causa essenziale delle nostre differenze sul fronte dei cereali non è da cercate qui, ma nel lento sviluppo della produzione mercantile della nostra agricoltura, mentre la domanda di grano per il mercato cresce rapidamente. Come uscire da questa situazione? C’è della gente che vede l'uscita nel ritorno all'azienda dei kulak, nello sviluppo e nell'estensione dell'azienda dei kulak. Questa gente non osa parlare di ritorno alla grande proprietà fondiaria, compren-dendo evidentemente che è pericoloso, oggi. cianciare di queste cose. Ma essi parlano tanto più volentieri della necessità di sviluppare in tutti i modi l'azienda dei kulak nell'interesse... del potere sovietico. Questa gente suppone che il potere sovietico possa appoggiarsi allo stesso tempo su due classi opposte: sulla classe dei kulak. il cui principio economico è lo sfruttamento della classe operaia, e sulla classe degli operai, il cui principio economico è la soppressione di ogni sfruttamento. Funambolismo degno di reazionari. Non val la pena di dimostrare che questi «piani» reazionari non hanno niente a che fare con gli interessi della classe operaia. con i principi del marxismo, Con i compiti del leninismo. Pretendere che il kulak «non sia peggiore» del capitalista della città, che il kulak non sia più pericoloso del nepman (3) della città, che perciò oggi non abbiamo nulla da «temere» dai kulak, è un vuoto cianciare da liberali, che addormenta la vigilanza della classe operaia e delle masse fondamentali dei contadini. Non bisogna dimenticare che se nell'industria possiamo contrapporre al piccolo capitalista della città la grande industria socialista che fornisce i 9/10 di tutta la massa dei prodotti industriali, alla grande produzione dei kulak nella campagna possiamo invece contrapporre nel campo della produzione solo i colcos e i sovcos, i quali, non essendo ancora abbastanza forti, producono 8 volte meno grano delle aziende dei kulak. Non comprendere l'importanza della grande azienda dei kulak nella campagna, non comprendere che il peso specifico dei kulak nella campagna è cento volte superiore al peso specifico dei piccoli capitalisti nell'industria della città, significa perdere la ragione, romperla col leninismo, passare dalla parte dei nemici della classe operaia. Come uscire, dunque, da questa situazione? 1) L'uscita consiste, prima di tutto nel passaggio dalle piccole aziende contadine, arretrate e sparpagliate, alle grandi aziende sociali unificate. fornite di macchine. armate delle conquiste della scienza e capaci di produrre il massimo di grano por il mercato. L'uscita consiste nel passaggio dell'azienda contadina individuale all'azienda agricola collettiva, sociale. Fin dai primi giorni della Rivoluzione d'Ottobre Lenin chiamava Partito a organizzare i colcos. Da allora la propaganda dell'idea dei colcos non è cessata nel Partito. Però l'appello alla creazione dei colcos ha trovato un'eco nelle masse solo negli ultimi tempi. Questo si spiega, prima di tutto col fatto che il largo sviluppo delle organizzazioni cooperative nelle campagne ha preparato nello stato d'animo dei contadini una svolta in favore dei colcos, e l'esistenza di una serie di colcos, che danno già ora 150-200 pud di raccolto per desiatina (4) di cui il 30-40% per il mercato, ha Creato fra i contadini poveri e gli Strati inferiori dei contadini medi una seria corrente favorevole ai colcos. Non è privo di importanza, a questo proposito. il fatto che solo in questi ultimi tempi lo Stato ha avuto la possibilità di finanziare seriamente il moviinento colcosiano, E' noto che quest'anno lo Stato ha speso per aiutare i colcos più del doppio dell'anno scorso (oltre 60 milioni di rubli). Il XV Congresso del Partito ha avuto pienamente ragione di riconoscere che le condizioni per un movimento colcosiano di massa sono già mature, che il rafforzamento del movimento colcosiano è uno dei mezzi più seri per aumentare nel paese la produzione di grano per il mercato. Nel 1927 la produzione globale di grano nei colcos, secondo i dati dell'Ufficio centrale di statistica, non è stata inferiore a 55 milioni di pud, con una media del 30% per il mercato, Il vasto movimento per la costituzione di nuovi colcos e l'allargamento dei vecchi colcos. che si sono verificati all'inizio di quest'anno, devono dare per la fine dell'anno un notevole aumento della produzione di grano dei colcos. Il nostro compito consiste nel mantenere il ritmo attuale di sviluppo del movimento colcosiano nell'ingrandire i colcos, nel liquidare i colcos fittizi sostituendoli con dei veri colcos, e nello stabilire un regime tale che i colcos diano alle organizzazioni statali e cooperative tutto il loro grano per il mercato, sotto minaccia di essere privati dei sussidi e dei crediti da parte dello Stato. Penso che se osserviamo queste condizioni, fra tre o quattro anni potremo arrivare a ricevere dai colcos fino ad un centinaio di milioni di pud di grano per il mercato. Talvolta si contrappone il movimento colcosiano al movimento cooperativo, pensando evidentemente che i colcos sono una cosa e le cooperative un'altra. Questo, naturalmente, è un errore. Alcuni arrivano perfino a contrapporre i colcos al piano cooperativo di Lenin. Inutile dire che tale contrapposizione non ha niente di comune con la verità. In realtà, i colcos sono una forma della cooperazione, la forma più nitida della cooperazione di produzione. Vi sono delle cooperative di vendita, delle cooperative d'approvvigionamento, e vi sono le cooperative di produzione. I colcos sono parte integrante, indissolubile, del movimento cooperativo in generale, del piano cooperativo di Lenin in particolare. Applicare il piano cooperativo di Lenin significa portare i contadini dalla cooperazione di vendita e d'approvvigionamento alla cooperazione di produzione, alla cooperazione, per così dire, colcosiana. Ciò spiega, fra l'altro, il fatto che da noi i colcos sono incominciati a sorgere e a svilupparsi solamente in seguito allo sviluppo e al rafforzamento delle cooperative di vendita e d'approvvigionamento. 2) L'uscita, in secondo luogo. consiste nell'allargare e consolidare i vecchi sovcos, nell'organizzare e sviluppare nuovi grandi sovcos. Nel 1927 la produzione globale di grano nei sovcos attuali non era inferiore, secondo i dati dell'Ufficio centrale di statistica, a 45 milioni di pud, di cui il 65% per il mercato, E' fuori dubbio che con un certo appoggio da parte dello Stato i sovcos potrebbero aumentare considerevolmente la produzione di grano. Ma il nostro compito non si limita a questo. C'è una decisione del potere sovietico di organizzare, nelle zone dove non esistono appezzamenti contadini, dei nuovi grandi sovcos (da 10 a 30 mila desiatine ciascuno) i quali devono dare fra 5-6 anni 100 milioni di pud di grano per il mercato. L'organizzazione di questi sovcos è già incominciata. Il nostro compito consiste nell'applicare questa decisione del potere sovietico a qualunque costo. Penso che, se adempiremo questi compiti, potremo arrivare ad avere, fra tre o quattro anni, dai vecchi e dai nuovi sovcos, da 80 a 100 milioni di pud di grano per il mercato. 3) L'uscita, infine, consiste nell'elevare sistematicamente il rendimento delle aziende contadine individuali, piccole e medie. Noi non possiamo e non dobbiamo appoggiare la grande azienda individuale dei kulak; ma possiamo e dobbiamo appoggiare l'azienda contadina individuale, piccola e media, elevando il suo rendimento e mettendola sulla via dell'organizzazione cooperativa. E' questo un vecchio compito, già proclamato da noi con forza particolare nel 1921, quando si passò dal prelevamento dell'eccedenza dei prodotti agricoli all'imposta in natura. Questo compito è stato confermato dal nostro partito al XIV (18) e al XV Congresso. L'importanza di questo compito viene oggi messa in evidenza dalle difficoltà incontrate sul fronte del grano. Perciò questo compito dev'essere adempiuto con la stessa perseveranza con cui si adempiranno i primi due compiti, quello relativo ai colcos e quello relativo ai sovcos. Tutti i dati indicano che, nel corso di alcuni anni, si potrebbe aumentare del 15-20% il rendimento dell'azienda contadina. Abbiamo oggi in servizio non meno di 5 milioni di aratri antiquati. Basterebbe so-stituirli con aratri moderni per avere un aumento notevole della produzione di grano nel paese E non parlo del rifornimento di un minimo di concimi, di sementi selezionate, di piccole macchine, ecc., alle aziende contadine. Il metodo delle stipulazioni, che consiste nel concludere dei contratti con dei borghi e con dei villaggi interi per rifornirli di sementi, ecc., all'espressa condizione di ricevere da essi una corrispondente quantità di prodotti cerealicoli, è il miglior mezzo per aumentare il rendimento delle aziende contadine e attrarre i contadini alla cooperazione. Credo che con un serio lavoro in questo senso potremmo, fra tre o quattro anni, aumentare di non meno di 100 milioni di pud la quantità di grano per il mercato che riceviamo dalle aziende contadine individuali, piccole e medie. In questo modo, a condizione di adempiere tutti questi compiti, fra tre o quattro anni potremmo avere a disposizione dello Stato 250-300 milioni in più di pud di grano per il mercato più o meno sufficienti per manovrare come si deve all'interno e all'esterno del paese. Tali sono, nell'essenziale, le misure necessarie per sormontare le difficoltà che incontriamo sul fronte del grano. Combinare queste misure essenziali con le misure correnti pel miglioramento del piano di rifornimento di merci alla campagna, liberando le nostre organizzazioni commerciali dall'obbligo di rifornire di grano una serie di città piccole e medie: ecco il nostro compito odierno. E' conveniente, assieme con queste misure, prendere una strie di altre misure, ad esempio per rallentare il ritmo di sviluppo della nostra industria, i cui progressi aumentano il fabbisogno di grano in modo per ora superiore all'aumento della produzione di grano per il mercato? No, non è conveniente. In nessun caso! Rallentare il ritmo di sviluppo dell’industria significa indebolire la classe operaia, perché ogni passo in avanti nello sviluppo dell'industria, ogni nuova fabbrica, ogni nuova fabbrica rappresenta, secondo l'espressione di Lenin, una «nuova fortezza» della classe operaia, di cui consolida le posizioni nella sua lotta contro l’elemento piccolo-borghese, nella lotta contro gli elementi capitalistici della nostra economia. Dobbiamo mantenere, al contrario, l’attuale ritmo di sviluppo dell'industria, dobbiamo, appena sarà possibile, accentuarlo ancora di più per inondare le campagne di merci e trame più grano, per rifornire di macchine l'economia agricola e prima di tutto i colcos e i sovcos, per industrializzare l’economia agricola ed elevare la sua produ-zione Bisognerebbe forse, per maggiore «prudenza», arrestare lo sviluppo dell'industria pesante, per far dell'industria leggera, che lavora principalmente per il mercato contadino, la base della nostra industria? In nessun caso! Sarebbe un suicidio, sarebbe compromettere tutta la nostra industria, inclusa l'industria leggera. Significherebbe l'abbandono della parola d'ordine dell'industrializzazione del nostro paese, la trasformazione del nostro paese in un'appendice del sistema mondiale dell'economia capitalista. Ci ispiriamo, a questo proposito, ai noti principi direttivi, esposti da Lenin al IV Congresso dell'Internazionale Comunista e assolutamente obbligatori per tutto il nostro partito. Ecco che cosa ha detto a questo riguardo Lenin al IV Congresso dell'Internazionale Comunista. «La salvezza della Russia non consiste soltanto in un buon raccolto nell'azienda contadina questo è ancora poco - e non soltanto nelle buone condizioni dell'industria leggera che fornisce ai contadini gli oggetti di consumo - anche questo è ancora poco: ci è ancora necessaria l'industria pesante». E ancora: «Economicamente su tutto , perfino sulle scuole E non può diversamente perché sappiamo che se non si salverà, se non organizzerà l'industria pesante. non potremo costruire nessuna industria; e senza l'industria noi, come paese indipendente, periremo» (In cinque anni di rivoluzione russa e le prospettive della rivoluzione mondiale, in L’Internazionale Comunista cit. p.377) Queste direttive di Lenin non è permesso dimenticarle. Che avverrà dell'alleanza tra gli operai e i contadini, in seguito alle misure sopraindicate? Penso che queste misure possono soltanto facilitare il consolidamento dell'Alleanza .fra gli operai e i contadini. Infatti se i colcos e i sovcos si svilupperanno a un ritmo accelerato, se con l'aiuto diretto ai contadini piccoli e medi il rendimento delle loro aziende aumenterà e la cooperazione abbraccerà masse sempre più grandi di contadini, se lo Stato riceverà le nuove centinaia di milioni di pia di grano pel mercato che gli sono necessarie per manovrare, se in seguito a queste misure e ad altre simili i kulak saranno tenuti a freno e gradualmente eliminati, non e chiaro che le contraddizioni tra la classe operaia e i contadini nell'alleanza degli operai e dei contadini si verranno sempre più appianando, che la necessità di misure straordinarie per l'acquisto del grano scomparirà, che le grandi masse dei contadini si volgeranno sempre più verso le forme collettive di economia e la lotta pel superamento degli elementi capitalistici nelle campagne assumerà un carattere sempre più di massa e sempre più organizzato? Non chiaro che l’alleanza degli operai e dei contadini non può che guadagnare da queste misure? Basti soltanto tener presente che, nelle condizioni della dittatura del proletariato, l'alleanza degli operai e dei contadini non deve essere concepita come una semplice alleanza. E’ una forma particolare di alleanza di classe della classe operaia e delle masse lavoratrici dei contadini, che si propone: a) di rafforzare le posizioni della classe operaia; b) di assicurare la funzione dirigente della disse operaia di quest’alleanza; c) di sopprimere le classi e la società divisa in classi. Ogni altro modo di comprendere l'alleanza fra operai c contadini è opportunismo, menscevismo socialrivoluzionarismo, è tutto quello che volete, fuorché marxisimo. fuorché leninismo. Cane conciliare l'idea dell'alleanza degli operai e dei contadini con la nota tesi di Lenin che i contadini sono e «l'ultima classe capitalista»? Non c’è qui una contraddizione? La contraddizione è solo immaginaria, apparente. In sostanza non c’è nessuna contraddizione. Nello steso rapporto al III congresso dell’Internazionale Comunista, dove Lenin caratterizza i contadini come «l'ultima classe capitalista», nello stesso rapporto Lenin dimostra e ridimostra la necessità dell'alleanza degli operai con i Contadini; dichiarando che «il principio supremo della dittatura il mantenimento dell'alleanza del proletariato coi contadini, affinché il proletariato possa conservare la funzione dirigente e il potere statale». E' chiaro che Lenin, in ogni caso. non vedeva qui nessuna contraddizione. Come bisogna comprendere la tesi di Lenin che i contadini sono «l'ultima classe capitalisti»? Significa che i contadini sono dei capitalisti? Niente affatto. Significa, in primo luogo, che i contadini individuali sono una classe a sé, che edifica la propria economia sulla base della proprietà privata degli strumenti e dei meni di produzione e si distingue. perciò, dalla classe dei proletari. che edificano l'economia sulla base della proprietà collettiva degli strumenti e dei mezzi di produzione. Significa, in secondo luogo, che i contadini individuali sono una classe la quale esprime dal proprio seno, genera e alimenta dei capitalisti, dei kulak e, in genera:e, ogni sorta di sfruttatori. Costituisce questa circostanza un ostacolo insormontabile all’organizzazione dell'alleanza degli operai e dei contadini? No. L’alleanza del proletariato con i contadini, quando esiste la dittatura del proletariato, non deve essere concepita come un'alleanza con tutti i contadini. L'alleanza del proletariato con i contadini è l'alleanza della classe operaia con le masse lavoratrici dei contadini. Quest'alleanza non può essere realizzata senza lottare contro gli elementi capitalistici contadini, senza lottare contro i kulak. Quest'alleanza non può essere solida senza l'organizzazione dei contadini poveri, cane appoggio della classe operaia nella campagna. Perciò dato che adesso esiste la dittatura del proletariato, l'alleanza degli operai e dei contadini può essere realizzata soltanto con la nota parola d'ordine di Lenin: appoggiati sui contadini poveri, organizza una solida alleanza con i contadini medi, non cessare nemmeno per un istante la lotta contro i kulak. E' soltanto realizzando questa parola d'ordine, che possiamo attrarre le masse fondamentali dei contadini nella corrente del. l'edificazione socialista. Voi vedete, quindi, che la contraddizione fra le due formule di Lenin è soltanto immaginaria, apparente. In realtà, non vi è tra di esse nessuna contraddizione. LETTERA AI MEMBRI DEL CIRCOLO SU QUESTIONI DELLA COSTRUZIONE DEL PARTITO PRESSO L'ACCADEMIA COMUNISTA Oggi ho ricevuto le tesi di Slepkov sull'autocritica. Queste tesi vengono discusse, come risulta, nel vostro circolo. Membri del circolo mi hanno detto che queste tesi sono state diffuse come documento che si pone per obiettivo non una critica della linea del CC, ma la sua giustificazione. Sarebbe sbagliato negare ai membri del Partito il diritto di criticare la linea del CC. Ma c'è di più: ammetto anche che i membri del vostro circolo hanno persino il diritto a contraporre, nel loro cerchio ristretto, le loro particolari tesi alla posizione del CC. E' però ovvio che le tesi di Slepkov non mirano a criticate la linea del CC o a contrapporle qualcosa di nuovo, ma si pongono il compito di spiegare e di giustificare 1aposizione del CC. Ciò probabilmente spiega anche il fatto che le tesi di Slepkov hanno trovato una certa diffusione nell'ambito del Partito a Mosca. Nonostante ciò, o proprio per ciò, ritengo mio dovere spiegare che le tesi di Slepkov a) non concordono con la posizione del CC sulla questione della parola d'ordine dell'autocritica, b) che « correggono», «completano» e naturalmente peggiorano questa posizione, e ciò a favore degli elementi burocratici delle nostre istituzioni e organizzazioni. 1. Sbagliata è soprattutto la linea delle tesi di Slepkov. Le tesi di Slepkov ricordano solo esternamente la tesi sulla parola d'ordine dell'autocritica. In verità sono tesi sui pericoli della parola d'ordine dell'auto. critica. Senza dubbio ogni parola d'ordine rivoluzionaria contiene certe possibilità di essere deformata nella pratica. Queste possibilità sono presenti, naturalmente, anche nella parola d'ordine dell'autocritica. Ma far passare queste possibilità come punto centrale della questione, come base delle tesi sull'autocritica significa capovolgere tutto, minare il significato rivoluzionario dell'autocritica, significa aiutare i burocrati che si sforzano di passare sopra l'autocritica, visti i «pericoli» ad essa collegati, con, prese di posizione formali. Non ho dubbi che gli elementi burocratici delle nostre organizzazioni di partito e dei soviet leggeranno le tesi di Slepkov con un certo senso di soddisfazione. Una simile posizione ha qualcosa in comune con la posizione del CC circa la questione dell'autocritica, con la risoluzione della sessione plenaria d'aprile del CC e della CCC sull'affare Schachty, con l'appello di Giugno del CC circa la questione dell'autocritica, con la risoluzione della sessione di giugno del CC sulla questione dell'autocritica? (19). Non credo che abbia qualcosa in comune. 2. Le tesi di Slepkov sono sbagliate anche per ciò che riguarda il loro contenuto interiore. Uno dei fattori più seri che rendono indispen-sabile l'autocritica e, al tempo stesso, MIO degli oggetti più» importanti dell'autocritica, è il burocratismo delle nostre istituzioni. Si può avanzare senza combattere il burocratismo del nostro apparato di partito e dei soviet? No, non è possibile. Si può organizzare il controllo delle masse, sviluppare l'iniziativa e la creatività delle masse coinvolgere le masse a milioni nelle edificazioni, senza condurre una lotta decisa, contro il burocratismo delle nostre organizzazioni? No, non è possibile. Si può farla finita col burocratismo, si può indebolirlo, smascherarlo, senza mettere in pratica la parola d'ordine dell'autocritica? No, non è possibile. Si può presentare tesi sulla parola d'ordine dell'autocritica, senza illustrare la questione del burocraticismo come un fattore negativo della nostra edificazione socialista e come uno degli oggetti più importanti dell'autocritica? E' evidente che questo non è possibile. Come si spiega, allora, che Slepkov è riuscito a passare sotto silenzio nelle sue tesi questa questione scottante? Come si può, in tesi sull'autocritica che si pongono come obiettivo la giustificazione della posizione del CC, dimenticare il compito più importante dell'autocritica, la lotta contro il burocratismo? E' però un fatto che nelle tesi di Slepkov non viene detta una parola sul burocratismo delle nostre organizzazioni, sugli elementi burocratici all'interno di queste organizzazioni, sulle deformazioni burocratiche nel lavoro del nostro apparato di partito e dei soviet. E' possibile conciliare questo atteggiamento più che leggero verso questa importante questione, verso la questione della lotta contro il burocratismo, con la posizione del CC circa la questione dell'autocritica, con documenti del Partito come la risoluzione della sessione plenaria d'aprile del CC e della CCC sull'affare Schadtty o come l'appello di giugno del CC sull'autocritica? Penso che ciò non si possa conciliare. 8 Giugno 1928 «Komsomolskaia Pravda » n. 90. 19 Aprile 1929 Saluti comunisti G. Stalin LENIN E LA QUESTIONE DELL'ALLENZA COL CONTADINO MEDIO (*) Risposta al compagno S. 12 Giugno 1928 Compagno S.! E' falso che la parola d'ordine, data da Lenin nel suo noto articolo su Pitirim Sorokin (20): « saper raggiungere un'intesa col contadino medio, non rinunciando nemmeno per un istante alla lotta contro i kulak e appoggiandosi solidamente solo sui contadini poveri», sia la parola d'ordine «del periodo dei Comitati di contadini poveri », la parola d'ordine «della fine del periodo della cosiddetta neutralizzazione dei contadini medi». E' assolutamente falso. I Comitati di contadini poveri vennero costituiti nel giugno 1918. Alla fine di ottobre nelle campagne le nostre forze già prendevano il sopravvento sui kulak c tra i contadini medi si operava una svolta verso il potere sovietico. E' sulla base di questa svolta che venne presa la decisione del Comitato Centrale circa l'eliminazione del doppio potere, dei Soviet e dei Comitati di contadini poveri, circa le nuove elezioni dei Soviet di mandamento e di villaggio, circa l'integrazione dei Comitati di contadini poveri nei Soviet nuovamente eletti, e di conseguenza, circa la liquidazione dei Comitati di contadini poveri. Questa decisione fu adottata ufficialmente dai Soviet, come è noto, il 9 novembre 1918, al VI Congresso dei Soviet. Mi riferisco alla decisione del VI Congresso dei Soviet, del 9 novembre 1918, circa le nuove elezioni dei Soviet di mandamento e di villaggio e l'integrazione dei Comitati di contadini poveri nei Soviet. E quand'è che apparve l'articolo di Lenin «Le preziose confessioni di Pitirim Sorokin», in cui, invece della parola d'ordine della neutralizzazione del contadino medio, Lenin proclamava la parola d'ordine dell'intesa col contadino medio? Apparve il 21 novembre 1918, cioè quasi due settimane dopo questa decisione del VI Congresso dei Soviet. In questo articolo Lenin dice chiaramente che la politica dell'intesa col contadino medio è dettata dalla svolta del contadino medio verso di noi. Ecco le parole di Lenin: «Il nostro compito nelle campagne è di distruggere il grande proprietario fondiario. di spezzare la resistenza del kulak sfruttatore e speculatore: per questo possiamo appoggiarci solidamente solo sui semiproletari, sui «contadini poveri». Ma il contadino medio non è nostro nemico. Egli ha esitato, esita ed esiterà; il compito di influenzare gli esitanti non è eguale al compito di abbattere lo sfruttatore debellare il nemico attivo. Saper raggiungere una intesa col contadino medio, non rinunciando nemmeno per un istante alla lotta contro il kulak e appoggiandosi solidamente solo sui contadini poveri: tale è il compito del momento, perché proprio adesso, per le ragioni suddette, una stolta tra i contadini medi verso di noi è inevitabile» (**) (Vol. XXIII, p. 294 ed. russa). Che cosa ne deriva? Ne deriva che la parola d'ordine di Lenin si riferisce non al vecchio periodo, non al periodo dei Comitati di contadini poveri e della neutralizzazione del contadino medio, ma al periodo nuovo, al periodo dell'intesa col contadino medio. Essa riflette, perciò, non la fine del vecchio periodo, ma l'inizio del periodo nuovo. Ma la vostra affermazione circa la parola d'ordine di Lenin è falsa non solo dal punto di vista formale, non solo, diciamo così, per quanto riguarda la cronologia; essa è falsa anche nella sostanza. E noto che la parola d'ordine di Lenin circa l'intesa col contadino medio, come parola d'ordine nuova, venne proclamala dal partito tutto intero dell’VIII Congresso del partito (marzo 1919). E' noto che l’VIII Congresso del partito è precisamente il congresso che ha stabilito le basi della nostra politica di solida alleanza col contadino medio. E' noto che il nostro programma, il programma del Partito Comunista (bolscevico) dell'URSS è pure stato approvato dall'VIII Congresso del partito. E' noto che in questo programma vi sono dei punti speciali circa l’atteggiamento del partito verso i differenti gruppi della popolazione nella campagna: verso i contadini poveri, verso i contadini medi, verso i kulak. Che cosa leggiamo in questi punti del programma del Partito Comunista (bolscevico) dell'URSS circa i gruppi sociali che esistono nella campagna e circa le relazioni del partito con essi? Ascoltate: « In tutto il suo lavoro nella campagna il Partito comunista russo continua ad appoggiarsi sugli strati proletari e semiproletari della campagna, li organizza, prima di tutto, in forza indipendente, creando delle cellule di partito nella campagna, delle organizzazioni di contadini poveri, un tipo speciale di sindacati di proletari e semioproletari rurali, ecc., avvicinandoli con tutti i mezzi al proletariato urbano e strappandoli all'influenza della borghesia rurale e degli interessi della piccola proprietà. Per quanto riguarda i kulak, la borghesia rurale, la politica del Partito comunista russo consiste nella lotta decisa contro le loro tendenze allo sfruttamento, schiacciare la loro resistenza alla politica sovietica. Per quanto riguarda i contadini medi, la politica del Partito comunista russo consiste nell'attrarli gradualmente e sistematicamente al lavoro di edificazione socialista. Il Partito si pone il compito di staccarli dai kulak, di attrarli al fianco della classe operaia, prestando attenzione alle loro necessità, lottando contro la loro arretratezza per mezzo di un'azione ideologica, e mai con misure repressive, sforzandosi, in tutti i casi in cui sono toccati i loro interessi vitali, di venire ad intese pratiche con essi, facendo loro delle concessioni quando si tratta di determinare i mezzi per realizzare le trasformazioni socialiste» (***) («VIII Congresso del P.C.(b)R.» Resoconto stenografico p. 396). Provatevi dunque a trovare la benché minima differenza, sia pure una differenza verbale, fra questi punti del programma e la parola d'ordine di Lenin! Questa differenza la cercherete invano, perché non esiste. Più ancora. Non vi può essere nessun dubbio che la parola d'ordine di Lenin non solo non è in contraddizione con le decisioni dell’VIII Congresso circa il contadino medio, ma al contrario, è la formulazione più precisa e più felice di quelle decisioni. Ed è un fatto che il programma del Partito Comunista (bolscevico) dell'URSS venne approvato nel marzo 1919 all’VIII Congresso del partito, che aveva discusso in modo speciale la questione del contadino medio, mentre l'articolo di Lenin contro Pitirim Sorokin, in cui si lanciava la parola d'ordine dell'intesa col contadino medio, era stato pubblicato nel novembre 1918, quattro mesi prima dell’VIII Congresso del partito. Non è chiaro che l’VIII Congresso del partito ha confermato in pieno e senza riserve la parola d'ordine lanciata da Lenin nel suo articolo contro Pitirim Sorokin. in quanto la parola d'ordine a cui il Partito deve ispirarsi nel suo lavoro nella campagna per tutto l'attuale periodo di edificazione socialista? Dov'è il sale della parola d'ordine di Lenin? Il sale della parola d'ordine di Lenin è che essa coglie con precisione magistrale il compito uno e trino del lavoro del partito nella campagna e lo esprime in una sola formula concisa: a) appòggiati sul contadino povero, b) organizza l'intesa col contadino medio, c) non cessare nemmeno per un istante la lotta contro il kulak. Provatevi a estrarre da questa formula una delle sue parti, per servirvene come base del lavoro nella campagna nel momento attuale dimenticando le altre sue parti, e finirete inevitabilmente in un cui di sacco. E' possibile, nella fase attuale dell'edificazione socialista, concludere un'intesa effettiva e duratura col contadino medio senza appoggiarsi sul contadino povero e senza condurre una lotta contro il kulak? Non è possibile. E' possibile, dato lo sviluppo attuale, condurre con successo la lotta contro il kulak senza appoggiarsi sul contadino povero e senza un'intesa col contadino medio? Non è possibile. Come si potrebbe esprimere meglio di così, in una parola d'ordine di valore generale, questo compito uno e trino del lavoro del partito nella campagna? Penso che la parola d'ordine di Lenin è l'espressione più felice di questo compito. Bisogna riconoscere che meglio di Lenin non lo si può esprimere... Perché è necessario sottolineare l'opportunità della parola d'ordine di Lenin proprio adesso, proprio nelle attuali condizioni del lavoro nella campagna? Perché proprio adesso si nota in alcuni compagni la tendenza a scomporre in parti il compito uno e trino del lavoro del partito nella campagna e a staccare queste parti l'uno dall'altra. Ciò è pienamente confermato dall'esperienza della nostra campagna per la compera del grano da parte dello Stato nei mesi di gennaio e febbraio di quest'anno. Che bisogna stabilire un'intesa col contadino medio, lo sanno tutti i bolscevichi. Ma come stabilire quest'intesa, questo non lo comprendono tutti. Gli uni pensano di stabilire l'intesa col contadino medio rinunziando alla lotta contro il kulak o attenuando questa lotta: la lotta contro il kulak potrebbe, secondo loro, allontanare da noi una parte dei contadini medi, la parte agiata. Altri pensano di stabilire un'intesa col contadino medio rinunziando al lavoro d'organizzazione dei contadini poveri o indebolendo questo lavoro: l'organizzazione dei contadini poveri porterebbe, secondo loro, all'isolamento dei contadini poveri e questo isolamento potrebbe allontanare da noi i contadini medi. Il risultato di queste deviazioni dalla giusta linea è che si dimentica la tesi marxista secondo cui i contadini medi sono una classe oscillante e l'intesa coi contadini medi può diventar solida solo a condizione che si lotti decisamente contro i kulak e si rafforzi il lavoro tra i contadini poveri, la tesi secondo cui, se non si adempiono queste condizioni, i contadini medi possono volgersi verso i kulak, come verso una forza. Ricordate le parole di Lenin all'VIII Congresso del partito: E' necessario determinare la nostra posizione verso una classe che non ha una posizione stabile e ben definita (***). Il proletariato è in massa per il socialismo, la borghesia è in massa contro il socialismo: è facile perciò determinare i rapporti tra queste due classi. Ma quando passiamo a uno strato sociale quali sono i contadini medi, allora si constata che questa classe che oscilla. Il contadino medio è in parte proprietario, in parte lavoratore Esso non sfrutta altri rappresentanti dei lavoratori. Per decenni ha dovuto difendere con grandissima fatica la propria situazione, ha subito lo sfruttamento dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, ne ha sopportato di tutti i colori e nello stesso tempo è proprietario. Per questo la nostra posizione verso questa classe oscillante presenta delle enormi difficoltà». (VIII Congresso del PC(b)R., resoconto stenografico p. 346). Ma vi sono anche altre deviazioni dalla linea giusta, non meno pericolose delle precedenti. Avviene che si conduca la lotta contro i kulak, ma la si conduca in modo così maldestro e insensato che i colpi ricadono sul contadino medio e sul contadino povero. Risultato: il kulak ne esce incolume, nell'alleanza col contadino medio si apre una fessura, e parte dei contadini poveri cade temporaneamente nelle grinfie del kulak, il quale conduce una lotta sotterranea contro la politica sovietica. Vi sono pure dei casi in cui si tenta di trasformare la lotta contro i kulak nella espropriazione dei kulak, il lavoro per la compera del grano da parte dello Stato in prelevamento dell'eccedenza dei prodotti, dimenticando che, nelle nostre condizioni, l'espropriazione dei kulak è cosa assurda e che il prelevamento dell'eccedenza dei prodotti non significa alleanza, ma lotta contro il contadino medio. Da che cosa derivano questi scarti dalla linea del partito? Dall'incomprensione del fatto che il triplice compito del lavoro del partito nella campagna è un compito unico e indivisibile. Dall'incomprensione del fatto che non li può staccare il compito della lotta contro il kulak dal compito dell'accordo col contadino medio, né entrambi questi compiti da quello di trasformare il contadino povero in un sostegno del partito nella campagna (****). Cosa bisogna fare affinché questi compiti non siano dissociati l'uno dall'altro nel corso del nostro lavoro corrente nella campagna? Bisogna, per lo meno, dare una parola d'ordine direttiva che unisca tutti questi compiti in una formula generale, che non permetta, quindi, la separazione di questi compiti l'uno dall'altro. Esiste nel nostro arsenale di partito questa formula, questa parola d'ordine? Sì, esiste. Questa formula è la parola d'ordine di Lenin: «Saper raggiungere un'intesa col contadino medio, non rinunciando nemmeno per un istante alla lotta contro il kulak e appoggiandosi solidamente solo sui contadini poveri». Ecco perché penso che questa parola d'ordine è la più razionale e la più completa, che bisogna metterla in primo piano proprio adesso, proprio nelle condizioni attuali del lavoro nella campagna. Voi ritenete che la parola d'ordine di Lenin sia una parola d'ordine «d'opposizione» e nella vostra lettera chiedete « Com'è potuto avvenire che... questa parola d'ordine d'opposizione sia stata pubblicata il 10 Maggio 1928 stella Pravda... come spiegare l'apparizione di questa parola d'ordine nelle pagine della Pravda, organo del Comitato Centrale del Partito Comunista (bolscevico) dell'URSS? Si tratta solo d'un errore di stampa o siamo già a un compromesso con l'opposizione circa la questione del contadino medio?». Cose terribili, non c'è che dire! Attento «alle voltate», però, compagno S.: che non vi succeda, col vostro zelo, di arrivare alla conclusione di proibire la pubblicazione del nostro programma, il quale conferma in pieno (è un fatto!) la parola d'ordine di Lenin, il quale è stato elaborato nelle linee essenziali da Lenin (tutt'altro che oppositore!) e approvato Congresso del partito (neppure esso d'opposizione!). Un po' più di rispetto per certi punti del nostro programma relativi agli strati sociali nella campagna! Un po più di rispetto per le decisioni del. Congresso del partito circa i contadini medi!... Per quanto riguarda la vostra frase sul «compromesso coll'opposizione circa la questione del contadino medio», penso non valga la pena di confutarla: voi l'avete detta, probabilmente, senza riflettere. A quanto pare, vi turba la circostanza che nella parola d'ordine di Lenin e nel programma del Partito Comunista (bolscevico) dell'URSS, approvato Congresso, si parla di un'intesa col contadino medio, mentre nel suo discorso di apertura dell'VIII Congresso Lenin parla di solida apertura col contadino medio. Voi scorgete in questo - probabilmente - qualcosa che assomiglia a una contraddizione. E' possibile che siate persino incline a supporre che la politica d'intesa col contadino medio sia una specie di abbandono della politica di alleanza con lui. Ciò non è vero, compagno S. Ciò é un grave errore. Possono pensare così solo delle persone che leggono le parole d'ordine, ma non sanno penetrarne il senso. Possono pensare così delle persone che non conoscono la storia della parola d'ordine dell'alleanza, dell'intesa col contadino medio. Possono pensare cosi soltanto delle persone capaci di supporre che Lenin, dopo aver parlato nel suo discorso d'apertura dell'VIII Congresso della politica di «solida alleanza» con il contadino medio, abbia disdetto se stesso, affermando in un altro suo discorso allo stesso congresso e nel programma del partito, approvato dall'VIII Congresso, che adesso ci occorre una politica di «intesa» col contadino medio. Come spiegare la cosa? La verità è che Lenin e il Partito, impersonati nell'VIII Congresso, non vedono nessuna differenza tra il concetto di «intesa» e il concetto di «alleanza». Si tratta del fatto che dappertutto, in tutti i suoi discorsi all'VIII Congresso, Lenin mette un segno d'eguaglianza tra il concetto di «alleanza» e il concetto di «intesa». Lo stesso si deve dire della risoluzione dell'VIII Congresso sulla posizione verso i contadini medi, dove tra il concetto di «intesa» e il concetto di «alleanza» si pone un segno d'eguaglianza. E siccome Lenin e il partito considerano la politica d'intesa col contadino medio non già come accidentale e di breve durata, ma come una politica di lunga durata, essi avevano e hanno tutte le ragioni di chiamare la politica d'intesa col contadino medio politica di solida alleanza con lui, e viceversa la politica di solida alleanza col contadino medio, politica d'intesa con lui. Per convincersene basta consultare il resoconto stenografico dell’VIII Congresso del partito e le risoluzioni dello stesso congresso circa il contadino medio. Ecco un passo del discorso di Lenin all'VIII Congresso: «Molto spesso, per l'inesperienza dei funzionari sovietici, per le difficoltà del problema, i colpi rivolti contro i kulak ricadevano sui contadini medi. In questo campo abbiamo peccato enormemente. L'esperienza raccolta a questo proposito ci aiuterà a fare di tutto per evitar di peccare nell'avvenire. Ecco il compito che ci sta di fronte, non in teoria, ma in pratica. Sapete perfettamente che questo compito è difficile. Non possediamo dei beni che possiamo largire al contadino medio, il quale è male. realista, pratico, ed esige dei beni materiali concreti, che oggi non possiamo dargli, e di cui il paese deve fare a meno, forse ancora per dei mesi di una lotta dura, ma che ci promette fin d'ora una vittoria completa. Ma possiamo far molto nella nostra pratica amministrativa: migliorare il nostro apparato, eliminare una massa di abusi. Possiamo e dobbiamo precisare e correggere la linea del nostro partito, che tendeva insufficientemente al blocco, all'alleanza, all'intesa (***) con i contadini medi» (op. cit., pp. 24-25). Voi vedete che Lenin non fa differenza tra «intesa» e «alleanza ». Ed ecco degli estratti della risoluzione dell'VIII CongressoSulla posizione verso i contadini medi: «Confondete i contadini medi coi kulak, estendere ad essi, in un modo o nell'altro, le misure dirette contro i kulak, significa violare nel modo più grossolano non soltanto tutti i decreti del potere sovietico e tutta la sua politica, ma anche tutti i principi fondamentali del comunismo, che prevedono l’intesa del proletariato con i contadini medi nel periodo della lotta decisiva del proletariato per il rovesciamento data borghesia, come una delle condizioni per passare, senza sofferenze, alla soppressione di ogni sfruttamento. I contadini medi, che hanno delle radici economiche relativamente forti, data l'arretratezza della tecnica agricola rispetto alla tecnica industriale persino nei paesi capitalistici avanzati, per non parlare della Russia, si manterranno per un periodo di tempo abbastanza lungo dopo l'inizio della rivoluzione proletaria. Perciò la tattica dei funzionari sovietici nella campagna, come quella dei militanti attivi del partito, deve essere calcolata per un periodo prolungato di collaborazione coi contadini medi... ...La politica assolutamente giusta del potere sovietico nella campagna assicura, quindi, l'alleanza e l’intesa del proletariato vittorioso coi contadini medi... ...La politica del governo operaio e contadino e del partito comunista dovrà essere pervasa anche in avvenire da questo spirito d'intesa del proletariato e dei contadini poveri coi contadini medi» (**) (op. cit., pp. 370-372). Come vedete, neanche la risoluzione fa differenza tra «intesa» ed «alleanza». Non è superfluo osservare che in questa risoluzione dell'VIII Congresso non v'è una sola parola circa la «solida alleanza» col contadino medio. Significa questo, perciò, che la risoluzione abbandoni la politica della «solida alleanza» col contadino medio? No. Significa soltanto che la risoluzione mette un segno d'eguaglianza fra il concetto di «intesa» di «collaborazione» e il concetto di «solida alleanza». E la cosa è comprensibile: non vi può essere «alleanza» col contadino medio se non v'è «intesa» con lui, e l'alleanza col contadino medio non può essere «solida» se non esiste un'intesa «per periodo», se non esiste con lui una collaborazione. Tali sono i fatti. Di qui il dilemma: o Lenin e l’VIII Congresso del partito hanno abbandonato la dichiarazione leninista circa la «solida alleanza» col contadino medio, oppure bisogna respingere questa ipotesi priva di ogni serietà e riconoscere che Lenin e l’VIII Congresso del partito non fanno nessuna differenza tra il concetto di «intesa» e il concetto di «solida alleanza». Quindi, chi non vuole cader vittima di una vuota pedanteria libresca, chi vuol penetrare il senso della parola d'ordine leninista, che dice di appoggiarsi sul contadino povero, di venire a un'intesa col contadino medio e di lottare contro il kulak, non può non capire che la politica d'intesa col contadino medio è una politica di solida alleanza con lui. Il vostro errore sta nel non aver compreso il disonesto sotterfugio a cui ricorre l'opposizione, nell'esser caduto nella sua provocazione, nel tranello tesovi dell'avversario. I truffaldini dell'opposizione gridano e fanno chiasso per far credere di essere per la parola d'ordine di Lenin circa l'intesa col contadino medio, e nello stesso tempo insinuano, a scopo di provocazione, che l'«intesa» col contadino medio sarebbe una cosa, e la «solida alleanza» con lui un'altra cosa. Così essi vogliono prendere due piccioni con una fava: in primo luogo, vogliono nascondere la loro posizione effettiva circa i contadini medi, che non tende all'intesa, ma al «divorzio dal contadino medio» (vedere il noto discorso dell'oppositore Smirnov, da me citato alla XVI Conferenza del partito della provincia di Mosca) (21); in secondo luogo, servendosi della pretesa differenza tra «intesa» e «alleanza», vogliono accalappiare gli ingenui che vi sono tra i bolscevichi, per confonderli completamente e spingerli lontano da Lenin. E come reagiscono taluni nostri compagni? Invece di strappare la maschera ai birbanti dell'opposizione, invece di convincerli di frode verso il partito, a cui nascondono le loro posizioni reali, invece di far questo, abboccano all'amo, cadono nel tranello e si lasciano respingere lontano da Lenin. L'opposizione fa del chiasso attorno alla parola d'ordine di Lenin, gli oppositori si danno l'aria di essere dei sostenitori della parola d'ordine di Lenin; dunque io devo respingere questa parola d'ordine perché non mi si confonda con l'opposizione, altrimenti mi possono accusare di «compromesso con l'opposizione». Tale è la logica di questi compagni! E questo non è l'unico esempio dei metodi disonesti dell'opposizione. Prendete, ad esempio, la parola d'ordine dell'autocritica. I bolscevichi non possono ignorare che la parola d'ordine dell'autocritica è la base dell'attività del nostro Partito, è un mezzo per rafforzare la dittatura proletaria, è l'anima del metodo bolscevico di educazione dei quadri. L'opposizione mena rumore per far credere che la parola d'ordine dell’autocritica è di sua invenzione, e che il partito gliel'ha strappata dalle mani e ha capitolato, perciò, davanti ad essa. Agendo così l'opposizione vuol ottenere per lo meno due cose: Primo, ingannare la classe operaia nascondendole l'abisso che c'è tra «l'autocritica» dell'opposizione, che ha per scopo didemolire lo spirito di partito, e l'autocritica bolscevica, che si propone di rafforzare lo spirito di partito; Secondo, accalappiare qualche ingenuo e costringerlo a respingere la parola d'ordine del partito circa l’autocritica. E come reagiscono a questo taluni nostri compagni? Invece di strappare la maschera ai birbanti dell'opposizione e difendere la parola d'ordine dell'autocritica bolscevica, cadono nel tranello, si allontanano dalla parola d'ordine dell’autocritica, ballano al suono della musica dell'opposizione e... capitolano dinanzi ad essa, ritenendo a torto di differenziarsi dall'opposizione. Di questi esempi se ne potrebbero citare a iosa. Ma noi non possiamo, nel nostro lavoro, ballare al suono della musica di chicchessia. Tanto meno possiamo dirigerci nel nostro lavoro secondo quello che dicono di noi gli oppositori. Dobbiamo battere la nostra strada, sventando le manovre disoneste dell'opposizione e respingendo gli errori di certi nostri bolscevichi, che si prestano alle provocazioni degli oppositori. Ricordate le parole citate da Marx «Segui il tuo corso e lascia dir le genti»! (22). «Pravda» n. 152 3 Luglio 1928. CONTRO LA VOLGARIZZAZIONE DELLA PAROLA D'ORDINE DELL'AUTOCRITICA La parola d'ordine dell’autocritica non deve essere considerata qualcosa di transitorio e fugace. L'autocritica è un metodo particolare, un metodo bolscevico per l'educazione dei quadri di Partito nonché della classe operaia in generale, nello spirito dello sviluppo rivoluzionario. Già Marx parlò dell'autocritica come di un metodo per il rafforzamento della rivoluzione proletaria (29). Per quanto riguarda l'autocritica nel nostro Partito, l'inizio dell'autocritica risale al sorgere del bolscevismo nel nostro paese, risale ai primi giorni della sua formazione come corrente rivoluzionaria particolare all’interno del movimento operaio. Com'è noto, Leniti, già nella primavera del 1904, quando i bolscevichi non formavano ancora un Partito politico autonomo, ma lavoravano assieme ai menscevichi all'interno di un unico partito socialdemocratico, com'è noto, già allora Lenin ha chiamato il Partito all’ «autocritica e allo smascheramento spietato dei propri difetti». Lenin scrisse allora nel suo opuscolo Un passo avanti e due indietro: «Essi (cioè gli avversari dei marxisti. G. St.) si agitami e manifestano una gioia maligna quando osservano le nostre discussioni; essi tenteranno certamente di servirsi, pei loro fini, di passi staccati dell'opuscolo dove tratto delle deficienze e delle lacune del nostro partito. I socialdemocratici russi sono già sufficientemente temprati alle battaglie per non lasciarsi commuovere da questi colpi di spillo, per continuare, malgrado ciò, il loro lavoro di autocritica e smascheramento spietate dei propri difetti (*), che saranno sicuramente e inevitabilmente superati con lo sviluppo del movimento operaio. Si provino invece i signori avversari a presentarci il quadro della reale situazione esistente nei loro "partiti” un quadro che si avvicini anche solo di lontano a quello offerto dagli atti del secondo congresso!» (Opere scelte, p. 230) (30). Perciò hanno del tutto torto i compagni i quali credono che l'autocritica sia un fenomeno transitorio, una moda che verrà in breve superata, com'è di solito superata una qualsiasi moda. In realtà, l'autocritica è un'arma del bagaglio del bolscevismo, da tener continuamente presente e che agisce continuamente; essa è inseparabilmente legata con l'intera natura del bolscevismo, con il suo spirito rivoluzionario. Talvolta si afferma, che l'autocritica sarebbe una buona cosa per un partito, che non è ancora giunto al potere e che non ha « niente da perdere», mentre l'autocritica sarebbe invece pericolosa e dannosa per un partito che è già giunto al potere, che è circondato da forze nemiche e contro cui i nemici potrebbero utilizzare la rivelazione delle sue debolezze. Ciò è falso. Ciò è assolutamente falso! Al contrario, proprio perché il bolscevismo è giunto al potere, proprio perché i bolscevichi potrebbero diventare superbi, a causa dei successi della nostra edificazione, proprio perché i bolscevichi potrebbero perdere di vista le proprie debolezze e facilitare così la causa dei loro nemici - proprio per questo l'autocritica è particolarmente necessaria adesso, dopo la conquista del potere. Lo scopo dell'autocritica è di scoprire e eliminare i nostri difetti, le nostre debolezze: non è chiaro allora che l'autocritica, nelle condizioni della dittatura del proletariato, può solo facilitare la lotta del bolscevismo contro i nemici della classe operaia? Lenin prese in considerazione questa particolarità della situazione dopo la conquista del potere da parte dei bolscevichi, allorché egli, nel suo scritto L'estremismo malattia infantile del comunismo, nell'aprile-maggio 1920, affermava: «l’atteggiamento di un partito politico verso i suoi errori è uno dei criteri più importanti e più sicuri per giudicare se un partito è serio. se adempie di fatto i suoi doveri verso la propria classe e verso le masse lavoratrici. Riconoscere apertamente un errore(*), scoprirne le cause, analizzare la situazione che lo ha generato, studiare attentamente i mezzi per correggerlo: questo è indizio della serietà di un partito, questo si chiama adempiere il proprio dovere, educare e istruire la classe e quindi le masse» (4 ed., vol. 31, p. 39, russo). Lenin aveva mille volte ragione, quando diceva all'XI Congresso nel marzo 1922: «Il proletariato non ha paura di ammettere che nella rivoluzione gli è riuscito magnificamente questo o quello, mentre questo o quell'altro è fallito Tutti i partiti rivoluzionari che sono periti fino ad oggi, sono periti perché cadevano nella presunzione, non sapevano vedere in che cosa consistesse la loro forza e perché avevano paura di parlare delle loro debolezze (*). Ma noi non periremo perché non abbiamo paura di parlare delle nostre debolezze. perché impareremo a superarle» (4 ed.. vol. 33, p. 278, russo). Da ciò deriva fina sola conclusione: senza autocritica, non c'è vera educazione del Partito, della classe, delle masse; senza vera educazione del Partito, della classe, delle masse - niente bolscevismo. Perché la parola d'ordine dell'autocritica ha acquistato un significato particolarmente attuale proprio adesso, proprio in questo momento storico, proprio nell'anno 1928? Perché l'acutizzazione dei rapporti di classe, sia all'interno che all'esterno, balza agli occhi più evidente che non uno o due anni fa. Perché il lavoro sotterraneo dei nemici di classe del potere sovietico, che utilizzano le nostre debolezze e i nostri errori contro la classe operaia del nostro paese appaiono ora più evidenti che non uno o due anni fa. Perché gli insegnamenti dell'affare Schachty e delle «manovre per il rifornimento di grano» degli elementi capitalistici delle campagne, più i nostri errori nella pianificazione, non possono e non devono trascorrere senza lasciare tracce in noi. Se vogliamo rafforzare la rivoluzione e affrontare armati i nostri nemici, allora dobbiamo ai più presto liberarci dei nostri errori e delle nostre debolezze, che sono stati scoperti mediante l'affare Schachty e le difficoltà in occasione del rifornimento di grano. Se non vogliamo essere travolti da «sorprese» e «casi» di ogni genere, facendo la gioia dei nemici della classe operaia, allora dobbiamo scoprire al più presto le nostre debolezze e i nostri errori non ancora sto. perii, ma certo presenti. Esitare dinanzi a ciò significherebbe facilitare il lavoro dei nostri nemici, aggravare le nostre debolezze c i nostri errori. Ma è impossibile assolvere a tutti questi compiti senza dispiegare l'autocritica, senza rafforzare l'autocritica, senza coinvolgere a milioni le masse della classe operaia e dei contadini nello scoprimento e eliminazione delle nostre debolezze e dei nostri difetti. La sessione plenaria d'aprile del CC c della CCC aveva perciò pienamente ragione quando nella sua risoluzione sull'affare Schachty dichiarava: «La condizione principale per garantire l'efficace esecuzione di tutte le misure previste dev'essere l'effettiva realizzazione della parola d'ordine del XV Congresso sull’autocritica» (*) (31). Ma per poter dispiegare l'autocritica, dev'essere superata in primo luogo tutt'una serie di ostacoli, che sbarrano la strada al Partito. Di ciò fanno parte l'arretratezza culturale delle masse, la mancanza di forze culturali nell'avanguardia proletaria, la nostra pigrizia, la nostra «arroganza comunista» ecc. Ma uno degli ostacoli peggiori, se non il peggiore di tutti, è il burocratismo dei nostri apparati. Si tratta del fatto, che all'interno delle nostre organizzazioni di Partito, dello Stato, del sindacato, delle cooperative, e di ogni genere, sono presenti elementi burocratici. Si tratta di elementi burocratici, che vivono delle nostre debolezze e dei nostri errori, che temono come il fuoco la critica delle masse, il controllo delle masse, e che ci impediscono di sviluppare l'autocritica, ci impediscono di liberarci dalle nostre debolezze e dai nostri errori. Il burocratismo nelle nostre organizzazioni non è semplicemente da considerare come il tran tran e la routine degli uffici. Il burocratismo è un'espressione dell'influenza borghese sulle nostre organizzazioni. Lenin aveva ragione quando diceva: « …è necessario che noi comprendiamo che la lotta contro il burocratismo è una lotta assolutamente necessaria e che è tanto complicata quanto è complicata la lotta contro gli elementi piccoli-borghesi. Nel nostro ordinamento statale, il burocraticismo è diventato talmente il punto critico, che se ne Paria nel nostro programma di partito, per il fatto che esso è in connessione con l’elemento piccolo borghese e con la sta dispersione» (*) (4 ed., vol. 32, p. 167, russo). Con tanta maggiore insistenza bisogna condurre la lotta contro il burocratismo delle nostre organizzazioni, se vogliamo veramente svilupare l'autocritica e liberarci dalle imperfezioni della nostra edificazione. Con insistenza tanto maggiore dobbiamo mobilitare a milioni le masse degli operai c dei contadini per la critica dal basso, per il controllo dal basso. che sono il più importante rimedio contro il burocratismo. Lenin aveva ragione, quando diceva: « “Se dobbiamo condurre la lotta contro il burocraticismo, dobbiamo coinvolgere le larghe masse" ... e infatti, "si può eliminare forse il burocraticismo in un altro modo se non coinvolgendo gli opera e i contadini?" » (*) (4 ed.. vol. 31, p. 398, russo). Per «coinvolgere» le masse a milioni, però, bisogna sviluppare la democrazia proletaria in tutte le organizzazioni di massa della classe operaia e soprattutto nel Partito stesso. Senza questa condizione, l'autocritica è una nullità, un niente, una frase. Non abbiamo bisogno di un'autocritica qualsiasi. Abbiamo bisogno di un'autocritica, che innalzi il livello culturale della classe operaia, sviluppi il suo spirito di lotta, consolidi la sua fiducia nella vittoria, accresca le sue forze e che la aiuti a diventare il vero padrone del paese. Alcuni credono che, una volta che ci sia l'autocritica, non ci sarebbe più bisogno di disciplina del lavoro, si potrebbe abbandonare il lavoro e occuparsi di chiacchiere su cose di ogni genere. Ciò non sarebbe autocritica, ma sarebbe una beffa nei confronti della classe operaia. L'autocritica è necessaria, non per distruggere la disciplina del lavoro, ma per consolidarla, per farla diventare una disciplina del lavoro cosciente che riesca a resistere alla sciatteria piccolo-borghese. Altri credono che, una volta che ci sia l'autocritica, non ci sarebbe più bisogno di una direzione, si potrebbe abbandonare il timone e lasciar tutto al « orso naturale delle cose». Ciò non sarebbe autocritica, ma una vergogna. L'autocritica è necessaria, non per indebolire la direzione, ma per rafforzarla, per trasformarla da una direzione sulla carta e poco autorevole in una direzione legata alla realtà e realmente autorevole. C'è però, anche un «autocritica» di tipo diverso, un'«autocritica» che porta alla distruzione dello spirito di Partito, alla denigrazione del potere sovietico, all'indebolimento della nostra edificazione, alla disgregazione dei quadri dell'economia, al disarmo della classe operaia, a chiacchiere su una degenerazione. Proprio a un’ «autocritica» del genere ci ha invitato ieri l'opposizione trotskista. E' superfluo dire, che il Partito non ha niente in comune con questa «autocritica». E' superfluo dire che il Partito combatterà con tutte le forze, con tutti i mezzi un' «autocritica» del genere. Bisogna distinguere severamente fra questa «autocritica» a noi estranea, disgregatrice, antibolscevica, e la nostra, l'autocritica bolscevica, il cui scopo è coltivare lo spirito di Partito, consolidare il potere sovietico, migliorare la nostra edificazione, rafforzare i nostri quadri dell'economia. armare la classe operaia. La campagna per il rafforzamento dell'autocritica è da noi iniziata solo da pochi mesi. Ci mancano ancora i dati necessari per poter fare il primo bilancio della campagna. Ma già adesso si può dire che la campagna comincia a dare buoni risultati. E' innegabile che l'ondata dell'autocritica comincia a crescere e ad allargarsi, include strati sempre più larghi della classe operaia e li coinvolge nell'edificazione socialista. Ne fanno testimonianza fatti come la ripresa dei consigli per la produzione e delle commissioni temporanee di controllo. Certo, ci sona ancora tentativi di archiviare indicazioni fondate e verificate dei consigli per la produzione e delle commissioni temporanee di controllo. Bisogna combattere molto energicamente, contro questi tentativi che hanno lo scopo di togliere agli operai ogni voglia per l'autocritica. Ma non c'è motivo di dubitare che in futuro tentativi burocratici di questo tipo saranno spazzati via dall'ondata crescente dell'autocritica. Non si può neppure contestare che i nostri quadri dell'economia, come conseguenza dell'autocritica, diventano più attenti, più vigilanti, cominciano ad affrontare con maggiore serietà le questioni della direzione dell'economia e che i nostri quadri di Partito, dei soviet, del sindacato e tutti gli altri possibili quadri diventano più vigili, reagiscono con maggiore sensibilità ai bisogni delle masse. Certo, non si può credere che la democrazia all'interno del Partito e, in generale, la democrazia operaia nelle organizzazioni di massa della classe operaia sia già pienamente realizzata. Tuttavia non c'è motivo di dubitare che questa cosa verrà portata avanti con l’ulteriore sviluppo della campagna. Neppure si può negare, che la nostra stampa. come risultato dell'autocritica, è diventata più viva e maggiormente legata alla realtà e che squadre dei nostri collaboratori della stampa come per es. le organizzazioni dei corrispondenti degli operai e contadini cominciano già a trasformarsi in una seria forra politica. Certo, la nostra stampa si muove qua e la ancora alla superficie, non ha ancora imparato a passare da singole osservazioni critiche a una critica più approfondita e da una critica approfondita a una generalizzata, dei risultati della critica, alla dimostrazione delle conquiste che grazie alla critica sono state raggiunte nella nostra edificazione. Ma non si può dubitare che questo lavoro verrà portato avanti nel corso ulteriore della campagna. E’ tuttavia necessario sottolineare accanto ai lati positivi della nostra campagna anche quelli negativi. Intendo le deformazioni della parola d’ordine dell'autocritica che si notano già adesso all'inizio della campagna e che suscitano il pericolo di una volgarizzazione della parola d'ordine dell'autocritica, se non vengono subito combattute. l) E' soprattutto necessario sottolineare che in una serie di organi di stampa si è fatta notare la tendenza a trasferire la tendenza a trasferire la campagna dal piano di una critica oggettiva dei limiti della nostra edificazione socialista al piano del clamore propagandistico contro gli eccessi nella vita personale. Può sembrare incredibile. Ma purtroppo è la verità. Prendiamo ad es. il giornale «Wlastj Truda» (potere del lavoro), l’organo del comitato di distretto e del comitato esecutivo di distretto di Irkutsk (n. 128). Vi si trova un'intera pagina che rigurgita di «parole d'ordine» che reclamizzano: «Una vita sessuale sfrenata e borghese», «Un bicchierino tira l'altro». e La casetta privata e lo sguardo fisso sulla propria vacca », «banditi del letto matrimoniale», «Uno sparo, che non partì» ecc. ecc. Ci si chiede. cosa può aver in comune questo chiasso «critico» degno della «Birshowka» (32), con l'autocritica bolscevica, il cui scopo è di migliorare la nostra edificazione socialista? Può ben darsi che l'autore di questo clamore sia comunista. Può darsi che sia pieno di odio furibondo contro i «nemici di classe» del potere sovietico. Ma è fuori dubbio Me, in questo caso, si allontana dalla giusta via, che volgarizza la parola d’ordine dell'autocritica e parla un linguaggio che non è della nostra classe. 2) E' necessario inoltre sottolineare che persino organi di stampa. a cui, m generale, non manca la capacità di criticare in modo giusto - che persino questi delle volte si lasciano trascinare in una critica per la critica, che trasformano la critica in uno sport. in sensazionalismo. Prendiamo ad es. la «Komsomoslkaja Pravda» . Sono noti a tutti i meriti della «Komsomoslkaja Pravda» per lo sviluppo dell'autocritica. Ma prendiamo gli ultimi numeri di questo giornale e esaminiamo la «critica» ai dirigenti del consiglio centrale dei sindacati dell'Unione Sovietica, che é composta da tutt'una serie di inammissibili caricature questo tema. Ci si chiede, chi ha bisogno di una tale «critica» c che risultati può produrre, se non il discredito della parola d'ordine dell'autocritica? A cosa serviva una «critica» simile, naturalmente se si hanno in mente gli interessi della nostra edificazione socialista e non invece una facile sensazione inscenata per far ridacchiare i piccolo-borghesi? L'autocritica esige naturalmente l'impiego di tutte le armi, fra cui anche la «cavalleria leggera». Ma ne segue forse che la cavalleria leggera dev'essere una cavalleria alla leggera? 3) Infine è necessario. sottolineare che in tutt'una serie di nostre organizzazioni. é presente una certa tendenza a trasformare l'autocritica in una campagna d’odio contro i nostri economisti, a sfruttarla per discreditare gli economisti agli occhi della classe operaia. E' un fatto, che alcune organizzazioni nell'Ucraina e nella Russia centrale hanno inizialo una campagna di odio contro i nostri migliori economisti, la cui unica colpa consiste nel non essere immuni al cento per cento da errori. Come si potrebbero diversamente comprendere le decisioni di organizzazioni locali sulla destinazione di questi economisti, decisioni senza alcuna forza vincolante, ma che mirano evidentemente a screditare gli economisti? Come si potrebbe altrimenti comprendere che si criticano gli economisti, ma non gli si dà la possibilità di rispondere alla critica? Da quanto in qua. si la passare per autocritica un tribunale alla «Schemjaka» (**). Naturalmente, non possiamo pretendere che la critica sia esatta al cento per cento. Se la critica viene dal basso. non dobbiamo lasciare inosservata neppure una critica esatta soltanto al 5-10 per cento. Questo è giusto. Ma ne segue forse, che dobbiamo pretendere dagli economisti che siano immuni da errori al cento per cento? Esistono veramente uomini che siano immuni al cento per cento da errori? E’così difficile capire che ci vogliono anni e anni per la formazione di quadri dell'economia, che dobbiamo trattare gli economisti in modo estremamente canto e avveduto? E' così difficile capire che abbiamo bisogno dell'autocritica non per una campagna d'odio centro i quadri dell'economia, ma per il loro miglioramento e rafforzamento? Criticate i difetti della nostra edificazione, ma non volgarizzate la parola d'ordine dell'autocritica e non trasformatela in uno strumento per esercizi di propaganda su temi come «banditi dal letto matrimoniale», e «un colpo che non puri» e altri ancora. Criticate i difetti della nostra edificazione. Ma non discreditate la parola d'ordine dell’autocritica e non trasformatela in una cucina per la preparazione di facili sensazioni. Criticate i difetti della nostra edificazione, ma non deformate la parola d'ordine dell’autocritica e non trasformatela in uno strumento di odio contro i nostri economisti e altri funzionati. E la cosa fondamentale: Non sostituite la critica di massa dal basso con un fiume di parole «critiche» dall’alto, date la possibilità alle masse della classe operaia di sviluppare la loro attività e di manifestare la loto iniziativa creativa per l'eliminazione dei nostri difetti, per il miglioramento della nostra edificazione. G Stalin SESSIONE PLENARIA DEL PCUS(b) (33) 4-12 Luglio 1928 I SUL PROGRAMMA DELL'INTERNAZIONALE COMUNISTA Discorso del 5 luglio 1928 Soprattutto compagni, bisogna esaminare la questione dell'ampiezza del progetto del programma dell'Internazionale Comunista (34). Si dice che il progetto di programma sia troppo grande, troppo ampio. Si vorrebbe ridurlo alla meta, ad un terzo. Si chiede che il programma contenga alcune formule generali, che ci si limiti a questo e che tali formule vengano chiamate programma. Penso che queste richieste siano prive di fondamento. Chi chiede la riduzione del programma alla meta o addirittura a un terzo, non capisce i compiti dinanzi a cui si sono trovali gli autori del progetto di programma. Si tratta del fatto che il programma dell’ I.C. non può essere il programma del Partito di un qualsiasi paese, oppure, diciamo, un programma per sole nazioni «civilizzate». Il programma deve abbracciare tutti i partiti comunisti del mondo, tutte le nazioni, tutti i paioli. sia bianchi che di colore. Questo é il tratto principale e più caratteristico del progetto di programma. Ma come si possono cogliere le esigenze più importanti e le linee principali del lavoro di tutte le sezioni dell' I.C., tanto di quelle orientali che di quelle occidentali, se si riduce il programma alla mota o a un terzo? Provino i compagni a risolvere questo compito insolubile. Perciò penso che, se si riducesse il programma alla metà oppure a un terzo, questo non sarebbe più un programma, ma una vuota elencazione di formule astratte. che nulla porrebbero offrire alle sezioni dell' I.C.. Gli autori del programma si sono trovati dinanzi a un duplice compito: da una parte, cogliere quel che vi è di principale e fondamentale in tutti i Partiti comunisti del mondo; dall'altra parte, cogliere questo aspetto principale e fondamentale, in modo che le singole tesi del programma non siano formule vuote, ma guide pratiche per i più diversi paesi e popoli, per i più diversi partiti comunisti e gruppi comunisti. Ammettere che è del tutto indispensabile risolvere questo duplice compito con un progetto di programma breve e ristretto. La cosa più curiosa è che gli stessi compagni, i quali propongono la riduzione del programma alla metà o addirittura a un terzo. Fanno, al tempo stesso, proposte che hanno la tendenza a raddoppiare se non a triplicare l’attuale progetto di programma. Infatti se nel progetto di programma si danno formulazioni dettagliate sui sindacati, sulle cooperative, sulla cultura. sullo minoranze nazionali in Europa ecc. non è chiaro allora che non può derivarne una riduzione del programma? L’attuale progetto di programma dovrebbe essere raddoppiato se non triplicato. La stessa cosa bisogna dire dei compagni. che chiedono che il programma sia una direttiva concreta per i partititi comunisti o che in esso venga spiegata qualsiasi cosa, comprese le singole tesi di programma. Primo, non si può pretendere che il programma sia solo una direttiva o in primo luogo una direttiva. Ciò è sbagliato. Non si può avanzare una simile pretesa nei confronti di un programma, anche a voler completamente prescindere dal fatto che l’accoglimento di una tale richiesta allargherebbe incredibilmente l’ampiezza del programma. Secondo non si può spiegare in un programma ogni cosa, comprese le singole tesi esplicative o teoriche del programma. Per questo ci sono i commenti al programma. Non si deve confondere un programma con commenti. La seconda questione riguarda la struttura del programma e l’ordinamento dei singoli capitoli all’interno del progetto di programma. Alcuni compagni chiedono di mettere alla fine del programma il capitolo sullo scopo finale del movimento sul comunismo. Penso che anche questa richiesta sia infondata. Fra il capitolo sulla crisi del capitalismo e il capitolo sul periodo di transizione. si trova, nel progetto di programma, il capitolo sul comunismo, sul sistema economico comunista. E giusto un simile ordinamento dei capitoli? Penso che sia completamente giusto. Non si può parlare dei periodo di transizione senza prima parlare di quel sistema economico, in questo caso il sistema economico comunista, verso cui il programma rivendica la transizione. Si parla del periodo di transizione, della transizione dal capitalismo ad un altro sistema economico. Ma transizione verso che cosa, verso quale sistema? E’ di questo che bisogna parlare, prima di caratterizzare il periodo stesso di transizione. Il programma deve procedere da ciò che è sconosciuto a ciò che è conosciuto, da ciò che è meno conosciuto a ciò che è più conosciuto. Parlare della crisi del capitalismo e poi del periodo di transizione, senza prima trattare il sistema verso cui bisogna compiere la transazione. significa confondere il lettore e violare un'esigenza elementare della pedagogia, di cui deve anche tener conto il progetto di programma Un programma però, deve facilitare e non rendere difficile l passaggio del lettore da ciò che è meno noto. Altri compagni sono dell'opzione che il paragrafo sulla socialdemocrazia non debba essere incluso nel secondo capitolo del progetto di programma, in cui si parla della prima fase della rivoluzione proletaria, e della parziale stabilizzazione del capitalismo. Credono di sollevare con ciò una questione che riguarda la struttura del programma. Ciò è sbagliato, compagni. In realtà abbiamo a che fare con una questione politica. Togliere dal secondo capitolo il paragrafo sulla socialdemocrazia, significa, commette un errore politico in una delle questioni più importanti, riguardanti le cause della parziale stabilizzazione del capitalismo. Questo non è una operazione di struttura del programmi, ma di valutazione della situazione politica nel periodo della parziale stabilizzazione, di valutazione del ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia come uno dei fattori di questa stabilizzazione. Questi compagni devono sapere che non possiamo togliere dal paragrafo della socialdemocrazia dal capitolo sulla parziale stabilizzazione del capitalismo, perché questa stessa stabilizzazione non può essere spiegata, senza caratterizzare il ruolo della socialdemocrazia, come uno dei fattori più importanti della stabilizzazione. Altrimenti si dovrebbe anche togliere da questo capitolo il paragrafo sul fascismo e inserire questo paragrafo assieme a quello della socialdemocrazia, nel capitolo dei partiti. Ma, togliere questi due paragrafi, sul fascismo e sulla socialdemocrazia, dal capitolo che tratta della parziale stabilizzazione del capitalismo, significa disarmarsi umana da soli e privarsi di ogni possibilità di spiegare la stabilizzazione capitalista. E' chiaro, che non possiamo accedere a tale richiesta. La questione della NEP e del comunismo di guerra. La NEP è la politica della dittatura proletaria rivolta al superamento degli elementi capitalistici e alla edificazione dell'economia socialista attraverso lo scambio diretto del mercato, mediante il mercato, e non invece attraverso lo scambio diretto di prodotti, senza mercato, con esclusione del mercato. Possono i paesi capitalisti, almeno quelli più sviluppare, fare a meno della NEP nella fase di transizione dal capitalismo al socialismo? Penso che non possono. In questa o quella misura, la Nuova Politica Economica con i suoi rapporti di mercato e I’utilizzazione di questi rapporti di mercato nel periodo della dittatura del proletariato è assolutamente indispensabile per ogni paese capitalista. Da noi ci sono compagni che contestano questa tesi. Ma cosa significa, contestare questa tesi? Significa in primo luogo partire dal presupposto che, immediatamente dopo l’ascesa al potere proletario, disporremmo subito di apparati per la distribuzione e il rifornimento, pronti al cento per cento, che medino lo scambio fra città e campagna, fra industria e piccola produzione, che rendano possibile stabilire subito uno scambio diretto di prodotti senza mercato senza scambio di merci, senza economia monetaria. Basta solo porsi il problema per capire come sia assurda una tale ipotesi. Significa in secondo luogo partite dal presupposto che la rivoluzione proletaria, dopo la presa del potere del proletariato, debba prendere la strada dell’espropriazione della piccola e media borghesia e addossarsi il peso enorme di procurare lavoro ai milioni di nuovi disoccupati, creati artificialmente e di provvedere alla loro sussistenza. Basta porsi appena il problema per capire come sarebbe assurda e duri e stupida una simile politica della dittatura del proletariato. Un vantaggio della NEP, fra l'altro è proprio di liberare la dittatura del proletariato da queste e simili difficoltà. Da ciò segue, però, che la NEP costituisce in tutti i paesi una fase inevitabile della rivoluzione socialista. Vale lo stesso per il comunismo di guerra? Si può dire che il comunismo di guerra costituisca una fase fase inevitabile della rivoluzione proletaria? No non si può dire. Il comunismo di guerra é una politica della dittatura proletaria, dettata dalla situazione di guerra e di intervento, volta a stabilire lo scambio, diretto di prodotti fra città e campagna, non mediante il mercato, ma escludendo il mercato, attraverso misure di carattere essenzialmente extra-economico e in parte militare; allo scopo di organizzate la distribuzione del prodotti in modo di assicurare l’approvvigionamento degli eserciti rivoluzionari sul fronte, nonché degli operai nelle retrovie. Se non ci fossero stati la situazione di guerra e l'intervento, è chiaro che non ci sarebbe stato neppure il comunismo di guerra. Perciò non si può affermare che il comunismo di guerra sia una fase di sviluppo economicamente inevitabile della rivoluzione proletaria. Sarebbe sbagliato. credere che la dittatura proletaria nell'URSS abbia iniziata la ma la sua attività economica col comunismo di guerra. Verso questo punto di vista scivolano alcuni compagni. Ma questo punto di vista è sbagliato. AI contano, la dittatura proletaria ha iniziato da noi il suo lavoro di edificazione non col comunismo di guerra, ma con l'annuncio dei principi della cosiddetta Nuova Politica Economie. Tutti conoscono l'opuscolo di Lenin, apparso all’inizio del 1918 su «I compiti immediati del potere sovietico» (35), in cui Lenin spiegava per la pinna volta i principi della Nuova Politica Economica. Questa politica veniva pero temporaneamente interrotta a causa delle condizioni create dall'intervento, e solo, tre anni dopo, dopo la fine della guerra e dell’intervento, potevano ritornare ad esso. Ma il fatto che la dittatura proletaria dell’URSS doveva ritornate ai principi della Nuova Politica Economica, già annunciati all’inizio del 1918. questo fatto mostra con rutta chiarezza come la dittatura proletaria deve iniziare il suo lavoro di edificazione il giorno dopo la rivoluzione e su che cosa deve fondare il suo lavoro di edificazione, se si parte naturalmente da considerazioni economiche. Talvolta il comunismo di guerra viene confuso con al guerra civile, si identifica il primo con la seconda. Ciò è naturalmente sbagliato. La presa del potere da parte del proletariato nell'ottobre del 1917 fu senz’altro una forma della guerra civile. Sarebbe però sbagliato, dire che avremmo cominciato subito nell’ ottobre del 1917 con l’introduzione del comunismo di guerra. Ci si può pensare senz’altro immaginare una condizione di guerra civile, senza che vengano impiegati metodi del comunismo di guerra, senza che si rinunci ai principi dello Nuova Politica Economica, come é stato il caso da noi all’inizio del 1918 fino all'intervento. Si dice, che le rivoluzioni proletarie si svolgerebbero isolatamente e pertanto, nessuna rivoluzione proletaria potrebbe evitare l’intervento e quindi anche il comunismo di guerra. Ciò è sbagliato. Dopo che abbiamo raggiunto il consolidamento del potere sovietico nell’URSS, una crescita dei Partiti Comunisti nei paesi decisivi del capitalismo e un rafforzamento dell’Internazionale Comunista, non potranno e non dovranno più esserci rivoluzioni proletarie isolate. Non bisogna trascurare fattori come la crisi sempre più acuta del capitalismo mondiale, come l’esistenza dell'Unione Sovietica e la crescita del comunismo in tutti i paesi (Internazionale: «In Ungheria però, la rivoluzione era isolata»). Questo avveniva nel 1919 (36). Adesso, invece, siamo nel 1928. E’ sufficiente richiamare alla memoria la risoluzione in Germania, nel 1923 (37), quando la dittatura proletaria nell’URSS 11 si preparava ad un diretto appoggio della rivoluzione tedesca, per capire il carattere del tutto relativo e condizionato dell'argomentazione di alcuni compagni. (Interruzione: Rivoluzione isolata in Germania, isolamento fra Francia e Germania».) Confondete la distanza spaziale con l'isolamento politico. Naturalmente la distanza spaziale è importale. Ma non si può confonderla tuttavia con l’isolamento politico. E gli operai nei paesi degli interventisti — credete che questi operai staranno zitti in caso di intervento, per esempio contro la rivoluzione tedesca, e che non attaccheranno alle spalle gli interventisti? E l’URSS e il suo proletariato — credete che la rivoluzione proletaria nell’URSS assisterà tranquillamente all’attività degli interventisti? Per danneggiare gli interventisti, non occorre necessariamente essere collegati geograficamente con il paese della rivoluzione. A tale scopo è sufficiente colpire gli interventisti nei punti più vulnerabili del loto territorio taccia, in modo che avvertano il pericolo e comprendano tutta la realtà della solidarietà proletaria. Immaginiamo di sfidare l'Inghilterra borghese nella regione di Leningrado, e di procurargli danni notevoli. Segue forse che l’Inghilterra si deve vendicare su noi necessariamente Leningrado? No. Si potrebbe vendicare su noi, da qualche parte, a Batum, a Odessa, a Baku oppure, diciamo, a Wladiwostok. Lo stesso vale per le forme di aiuto e sostegno che la dittatura proletaria dà alla rivoluzione proletaria in uno dei paesi, ad es dell'Europa contro gli interventisti imperialisti. Se però non si può dire che l'intervento e quindi anche il comunismo di guerra siano un fenomeno indispensabile per tutti i paesi, si può e si deve tuttavia ammettere che sono più o meno probabili. Perciò sono d'accordo, senza approvarne l'argomentazione, con la conclusione di quei compagni che si potrebbe sostituire, nel progetto di programma, la formula che il comunismo di guerra è possibile per i paesi della rivoluzione proletaria in una data situazione internazionale, con la formula che l'intervento e il comunismo di guerra sono più o meno probabili. La questione della nazionalizzazione della terra. Non sono d'accordo con i compagni che propongono, di cambiare la formula sulla nazionalizzazione della terra, per i paesi capitalistici sviluppati, e che pretendono di proclamare in questi paesi la nazionalizzazione di tutta la terra subito il primo giorno della rivoluzione proletaria. Inoltre, non sono d'accordo con i compagni che propongono di non dire niente sulla nazionalizzazione di tutta la terra nei paesi capitalistici sviluppati. Secondo la mia opinione sarebbe meglio parlare sulla futura nazionalizzazione di tutta la terra, come, del resto viene fatto nel progetto di programma, con l'aggiunta che al contadini piccoli c medi viene garantito il diritto all'uso della terra. Hanno torto quei compagni, che credono che tanto più facilmente si potrebbe effettuare la nazionalizzazione di tutta la terra quanto più sia sviluppato il capitalismo in un paese. Al contrario, quanto più sviluppato è il capitalismo in un paese, tanto più difficile diventa effettuare la nazionalizzazione di furia la terra, perché tanto più forti sono li le tradizioni della proprietà privata della terra, e tanto più difficile è di conseguenza, combattere queste tradizioni. Leggete le tesi di Lenin sulla questione agraria al II Congresso dell'IC (38), in cui egli mette apertamente in guardia contro passi affrettati e incauti in questa direzione — e capirete come sia sbagliata l'affermazione di questi compagni. Nei paesi capitalistici sviluppati, la proprietà privata della terra esiste da centinaia d'anni, il ché non si può dire dei paesi capitalistici meno sviluppati, dove il principio della proprietà privata non poteva ancora penetrare nella carne e nel sangue dei contadini. Da noi, in Russia, i contadini dicevano persino per un po' di tempo che la terra era di nessuno, che era la terra di dio. Si spiega così anche, che Lenin già nel 1906, in attesa della rivoluzione democratica-borghese, dava (da noi) la parola d'ordine della nazionalizzazione di tutta la terra, con garanzia del diritto all'uso della terra per i contadini piccoli e medi, partendo dal presupposto che i contadini l'avrebbero capito e avrebbero avuto comprensione per ciò. Non é forse caratteristico che lo Stesso Lenin nel 1920 sul II Congresso dell'IC metteva in guardia i Partiti comunisti dei paesi capitalistici svilup-pati contro il lancio immediato della parola d'ordine della nazionalizzazione di luna la terra, perché questa parola d'ordine non sarebbe stata immediatamente accettabile per i contadini di questi paesi, compenetrati dall'istinto di proprietari. Possiamo trascurare questa differenza e non tener conto delle indicazioni di Lenin? E' chiaro che non possiamo. La questione del contenuto del progetto di programma. Risulta che alcuni compagni sono del parere che il progetto di programma, per quanto riguarda il suo contenuto, non sia in tutto e per tutto internazionale, in quanto avrebbe, come dicono, un carattere «troppo russo». Qui non ho sentito obiezioni del genere. Ma simili obiezioni vengono fatte, come risulta, in certi ambienti intorno all'IC. Cosa ha potuto dare pretesto ad osservazioni del genere? Forse il fatto, che il progetto di programma contiene un capitolo specifico sull'URSS? Ma cosa c'è di male? Forse che, per il suo carattere, la nostra rivoluzione è una rivoluzione nazionale e soltanto nazionale, e non invece soprattutto una rivoluzione internazionale? Perché allora la chiamiamo la base del movimento rivoluzionario di tutto il mondo, la leva dello sviluppo rivoluzionario di tutti i paesi, la patria del proletariato mondiale? Da noi c'era della gente, ad es. la nostra opposizione, che considerava la rivoluzione in URSS una rivoluzione esclusivamente o principalmente nazionale. Ma si sono rotte le ossa. Strano che, come risulta, ci sia della gente intorno all'I.C., pronta a seguire le orme dell'opposizione. Forse che, per il suo tipo, la nostra rivoluzione è una rivoluzione nazionale e soltanto nazionale? La nostra rivoluzione, è invece una rivoluzione sovietica e la forma sovietica dello Stato proletario è una forma più o meno obbligatoria anche per la dittatura del proletariato negli altri paesi. Non a caso, Lenin diceva che la rivoluzione in URSS ha inaugurato una nuova era nel Corso della storia, l'era dei soviet. Non ne segue allora, che la nostra rivoluzione, non solo per il suo carattere ma anche per il suo tipo, è in primo luogo una rivoluzione internazionale, che fornisce un quadro di ciò che sostanzialmente dovrà essere la rivoluzione proletaria in ogni paese? Non c'è dubbio, che il carattere internazionale della nostra rivoluzione imponga alla dittatura proletaria nell'URSS certi obblighi nei confronti dei proletari e delle masse oppresse di tutto il mondo. Lenin partiva da questo presupposto, quando diceva che il senso dell'esistenza della dittatura proletaria nell’URSS consiste nel fare tutto il possibile per lo sviluppo e la vittoria della rivoluzione proletaria in altri paesi. Ma cosa ne segue? Ne segue, almeno che la nostra rivoluzione è una parte della rivoluzione mondiale, è la base e lo strumento del movimento rivoluzionario del mondo intero. Non c'è neppure dubbio che non solo la rivoluzione nell’URSS ha obblighi nei confronti dei proletari di tutti i paesi, e li assolve, ma che anche i proletari di tutti i paesi hanno determinati obblighi piuttosto seri nei confronti della dittatura proletaria nell’URSS. E' loro dovere, sostenere il proletariato dell’URSS nella sua lotta contro nemici interni ed esterni, lottare contro una guerra, diretta allo strangolamento della dittatura proletaria nell'URSS. propagandare nel caso di un attacco all'URSS, il passaggio immediato diretto degli eserciti dell'imperialismo dalla parte della dittatura proletaria nell’URSS. Non ne segue allora che la rivoluzione nell'URSS è collegata inseparabilmente con il movimento rivoluzionario in altri paesi, che il trionfo della risoluzione URSS è un trionfo della rivoluzione in tutto il mondo? Si può parlare, dopo tutto questo, della rivoluzione nell'URSS come di una rivoluzione esclusivamente nazionale, come di una rivoluzione isolata, non collegata col movimento rivoluzionario in tutto il mondo? E viceversa, si può capire forse, dopo tutto questo, qualcosa del movimento rivoluzionario del mondo, al di fuori della connessione con la rivoluzione proletaria nell'URSS? Che valore avrebbe un programma dell'I.C., che tratta della rivoluzione proletaria mondiale se tralasciasse la questione di fondo, la questione del carattere e dei compiti della rivoluzione proletaria nell'URSS, la questione dei suoi doveri nei confronti dei proletari di tutti i paesi, e nei confronti dei proletari di tatti i paesi nei confronti della dittatura proletaria nell'URSS? Perciò sono del parere che le obiezioni relative Al «carattere russo» del progetto di programma dell'I.C., hanno, per esprimermi con la massima delicatezza, un impronta poco bella, un sapore spiacevole. Passiamo alle singole osservazioni. Sono del parere che hanno ragione i compagni che propongono di cambiare a pagina 55 del progetto di programma la frase, che riguarda i ceti lavoratori della campagna «che seguono la dittatura del proletariato». Questa frase è un evidente malinteso oppure forse un errore di correzione. Bisogna cambiarla. Ma questi compagni hanno completamente torto, quando propongono di inserire nel progetto di programma tutte le definizioni che Lenin ha dato della dittatura del proletariato. A pagina 52 viene data la seguente definizione della dittatura del proletariato che è tratta, sostanzialmente, da Lenin: «La dittatura del proletariato è la prosecuzione della sua lotta di classe, in nuove condizioni. La dittatura del proletariato è una lotta tenace, una lotta cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare e economica, pedagogica e amministrativa contro le poterne e tradizioni della vecchia società, contro i nemici esterni capitalistici, contro i residui delle classe sfruttatrici all'interno del paese, contro i germi di una nuova borghesia, che si sviluppano sul terreno della produzione mercantile non ancora superata» (39). Il progetto di programma contiene inoltre una serie di altre definizioni della dittatura, relative a questi o quei compiti della dittatura nei diversi stadi della rivoluzione proletaria. Penso che sia più che sufficiente. (Interruzione: «Una delle formulazioni di Lenin è stata tralasciata»). In Lenin ci sono pagine intere sulla dittatura del proletariato. Se inseriamo tutto ciò nel progetto di programma, temo che la sua ampiezza si triplicherebbe almeno. Sbagliata è anche l'obiezione di alcuni compagni relativa alla tesi della neutralizzazione dei contadini medi. Lenin dice chiaramente nelle sue tesi al Il Congresso dell'Internazionale Comunista, che i partiti comunisti, alla vigilia della presa del potere e nel primo stadio della dittatura del proletariato nei paesi capitalisti, al massimo possono contare su una neutralizzazione dei contadini medi. Lenin dice chiaramente che i partiti comunisti possono contare sull'instaurazione di una solida alleanza col contadino medio, solo dopo il consolidamento della dittatura del proletariato. E' chiaro che nella stesura del progetto di programma non potevamo trascurare questa indicazione di Lenin, a parte il fatto che questa indicazione corrisponde nel modo più preciso alle esperienze della nostra rivoluzione. Sbagliato è pure l'osservazione di una serie di compagni riguardante la questione nazionale. Questi compagni non hanno motivo di affermare che il progetto di programma non tenga conto dei momenti nazionali del movimento rivoluzionario. La questione delle colonie è sostanzialmente una questione nazionale. Nel progetto di programma si parla in modo sufficientemente pregnante dell'oppressione imperialista, dell'oppressione nelle colonie, dell'autodeterminazione nazionale, del diritto delle nazioni e delle colonie alla separazione ecc. Se questi compagni intendono le minoranze nazionali nell'Europa centrale, allora si può menzionare questa questione nel progetto di programma, sono però contrario a trattare specificamente la questione nazionale nell'Europa centrale nel progetto di programma. Infine sulle osservazioni di una serie di compagni, riguardanti la Polonia come di un paese che rappresenta il secondo tipo dello sviluppo verso la dittatura proletaria. Questi compagni credono che sia sbagliata la classificazione dei paesi in tre tipi, in paesi con capitalismo molto sviluppato (America, Germania, Inghilterra), in paesi con capitalismo malamente sviluppato (Polonia, Russia prima della rivoluzione di febbraio ecc.) e in paesi coloniali. Sostengono che la Polonia debba essere inserita nel primo tipo di paesi, che si possa parlare solo di due tipi di paesi, di paesi capitalisti e di paesi coloniali. Ciò è sbagliato, compagni. Oltre i paesi capitalistici sviluppati, in cui la vittoria della rivoluzione porterà subito alla dittatura proletaria, ci sono altri paesi. in cui il capitalismo è poco sviluppato, pesi con residui feudali, con una specifica questione agraria, di tipo antifeudale (Polonia. Romania ecc.), dove la piccola borghesia, in particolare i contadini, avranno da dire senz'altro una parola importante in caso di esplosione rivoluzionaria e dove la vittoria della rivoluzione, per portare alla dittatura del proletariato, poni rendere e renderà certamente necessari certi stadi intermedi, diciamo la dittatura del proletariato e dei contadini. Anche da noi c'era gente, come per esempio Trotzki che, prima della rivoluzione di febbraio, sosteneva che i contadini non avrebbero avuto una seria importanza. che la parola d'ordine del momento sarebbe stata «via lo zar, governo degli operai » Sapete che Lenin prese decisamente le distanze da una parola d'ordine del genere, che si rivolse contro la sottovalutazione del ruolo e del peso specifico della piccola borghesia e in particolare dei contadini. Diversi credevano allora che dopo il rovesciamento dello zarismo, il proletariato avrebbe subito occupato la posizione dominante. Ma cosa accadde in realtà? In realtà, subito dopo la rivoluzione di febbraio si fecero avanti i milioni delle masse piccolo borghesi, e dettero il sopravvento ai partiti piccolo borghesi, ai social-rivoluzionari e al menscevichi. I social-rivoluzionari e i menscevichi che fino ad allora erano stati partiti del tutto insignificanti, diventarono «all'improvviso» la forza dominante nel paese. Perché mai? Perché le masse a milioni della piccola borghesia appoggiavano in un primo tempo i social-rivoluzionari e i menscevichi. Così si spiega, fra l'altro, il fatto che da noi la dittatura proletaria sia stata instaurata come risultato di una trasformazione più o meno rapida della rivoluzione democratica-borghese nella rivoluzione socialista. E’ difficile dubitare che la Polonia e la Romania fanno parte di quei paesi che, sulla via per la dittatura del proletariato, devono attraversare in modo più o meno rapido certi stadi intermedi. Perciò penso che hanno torto questi compagni, quando contestano l'esistenza di tre tipi di sviluppo rivoluzionario sulla via per la dittatura del proletariato. Polonia e Romania rappresentano il secondo tipo. Queste, compagni, sono le mie osservazioni sul progetto di programma dell’I.C. Per quanto riguarda lo stile del progetto di programma oppure alcune singole formulazioni, non posso affermare che il progetto di programma sia perfetto a questo riguardo. Probabilmente si renderà necessario effettuare alcuni miglioramenti, precisazioni, di semplificare forse lo stile ecc. Ma ciò è compito della commissione por il programma del VI Congresso dell'I.C. (40). II SULL'INDUSTRIALIZZAZIONE E IL PROBLEMA DEL GRANO Discorso del 9 luglio 1928 Compagni ! Prima di passare alla questione concreta delle nostre difficoltà sul fronte del grano, permettetemi di toccare alcune questioni generali, che sono di interesse teorico e che sono venute a galla durante la discussione nella sessione plenaria. In primo luogo la questione generale sulle fonti principali per lo sviluppo della nostra industria, sui modi di assicurare l'attuale ritmo di industrializzazione. Ossinski e dopo di lui Sokolnikov hanno toccato questa questione, forse senza esserne consapevoli. Questa questione è di importanza primaria. Penso che abbiamo due fonti principali, alle quali attinge la nostra industria: primo la classe operaia e secondo i contadini. Nei paesi capitalistici di solito l'industrializzazione è avvenuta attraverso il saccheggio di paesi stranieri, attraverso il saccheggio delle colonie o dei paesi vinti, oppure attraverso grossi prestiti all'estero che rendono schiavi in maggior o minor misura. Sapete che l'Inghilterra per centinaia di anni ha arraffato capitali in tutte le colonie, in ogni parte del mondo e che a questo modo ha potuto effettuare investimenti supplementari nella sua industria. Questo fatto spiega, fra l'altro, perché l'Inghilterra è stata per un certo periodo l' «officina del mondo». Sapete inoltre che la Germania ha sviluppato la sua industria fra l'altro coll'aiuto di un contributo di 5 miliardi, che impose alla Francia dopo la guerra franco-tedesca. Il nostro paese si distingue dai paesi capitalisti fra l'altro proprio per il fatto che non può e non deve praticare la rapina di colonie e in generale il saccheggio di paesi stranieri. Questa via, quindi, è chiusa per noi. Il nostro paese non ha neppure accettato schiavizzanti prestiti esteri e non ha intenzione di accettarli. Anche questa via, dunque, è per noi sbarrata. Cosa rimane allora? Rimane solo una possibilità : sviluppare l'industria con l'aiuto dell'accumulazione interna, industrializzare il paese. Sotto il regime borghese, l'industria, i trasporti ecc. venivano sviluppati nel nostro paese, di solito, con l'aiuto di prestiti. Che si tratti della costruzione di nuove fabbriche o del rammodernamento di vecchie fabbriche della costruzione di nuove ferrovie o di quella di grandi centrali elettriche, — nessuna di queste imprese poteva fare a meno di prestiti esteri. Ma questi erano prestiti che rendevano schiavi. In modo completamente diverso vanno le cose sotto l'ordinamento sovietico. Costruiamo la ferrovia del Turkestan con una lunghezza di 1400 verste, che richiede centinaia di milioni di rubli. Costruiamo la centrale elettrica del Dnjepr che richiede ugualmente centinaia di milioni. Abbiamo per questo accettato un qualsiasi prestito schiavizzante? No, non l'abbiamo fatto. Tutto ciò avviene da noi coll'aiuto dell'accumulazione interna. Ma dove sono le fonti principali di questa accumulazione? Esistono, come ho già detto, due fonti : primo la classe operaia che produce valori e sviluppa l'industria; secondo i contadini. Per quanto riguarda i contadini, le cose stanno da noi così: pagano allo Stato non soltanto le solite tasse, dirette e indirette, ma devono inoltre pagare di più con prezzi relativamente elevati, i prodotti industriali — questo come primo punto — e sono pagati di meno, per quanto riguarda i prezzi dei prodotti agricoli — questo come secondo punto. Questo significa una tassazione supplementare dei contadini nell'interesse dell'incremento dell'industria, la quale lavora per tutto il paese e perciò anche per i contadini. E' una sorta di «tributo», una sorta di sopratassa che siamo costretti temporaneamente a riscuotere per mantenere ed elevare l'attuale ritmo di sviluppo dell'industria, per assicurare la produzione industriale per tutto il paese, Per elevare ulteriormente il tenore di vita delle campagne ed eliminare poi del tutto questa tassa supplementare, queste «forbici» fra città e campagna. Senza dubbio è una cosa spiacevole. Ma non saremmo bolscevichi se volessimo nascondere questo stato di cose e chiudere gli occhi dinanzi al fatto che disgraziatamente la nostra industria e il nostro paese per il momento non potrebbero farcela senza questa tassazione supplementare dei contadini. Perché parlo di ciò? Perché diversi compagni evidentemente non capiscono questo punto incontestabile. Hanno fondato i loro discorsi sui fatto che i contadini sovrapagano le merci, ciò che è senz'altro vero, e che i contadini vengono pagati di meno con i prezzi vigenti per i prodotti agricoli, ciò che è altrettanto vero. E cosa chiedono? Chiedono che siano introdotti prezzi più remunerativi Per il grano, che le «forbici», questi pagamenti in più e in meno siano eliminati subito adesso. Ma cosa significa eliminare le «forbici», diciamo, quest’anno o nell'anno prossimo? Significa frenare l'industrializzazione del paese compresa anche l'industrializzazione dell'agricoltura, significa minare la nostra giovane industria ancora debole e colpire tutta la nostra economia. Possiamo fare questo? E' evidente di no. Bisogna eliminare le «forbici» fra città e campagna, tutti questi pagamenti in più e in meno? Si, bisogna assolutamente eliminarli. Ma possiamo eliminarli subito adesso, senza indebolire la nostra industria e quindi anche la nostra economia? No, non possiamo. In che cosa deve consistere la nostra politica in questo caso? Deve consistere nel chiudere a poco a poco queste «forbici», di chiuderle ogni anno di più con la riduzione dei prezzi per prodotti industriali e col miglioramento della tecnica nell'agricoltura, ciò che dovrà condurre ad una diminuzione del prezzo di produzione del grano, per eliminare poi del tutto, dopo alcuni anni la tassazione supplementare dei contadini. Possono i contadini sopportare questo peso? Sì, lo possono senz'altro primo, perché, questo peso diminuisce di anno in anno, secondo perché l'esazione di questa tassa supplementare non avviene in condizioni di sviluppo capitalistico, in cui le masse contadine sono condannate alla miseria e allo sfruttamento; avviene invece nelle condizioni dell'ordinamento sovietico, dove lo Stato socialista esclude uno sfruttamento dei contadini e dove di pari passo con il pagamento di questa tassa supplementare procede il miglioramento continuo della condizione materiale dei contadini . Così stanno le cose nel momento attuale per quanto riguarda la questione delle fonti principali per Io sviluppo dell'industrializzazione del nostro Paese. La seconda questione riguarda il problema dell'alleanza con i contadini medi, il problema degli obiettivi di questa alleanza e dei mezzi e modi per raggiungerla. Alcuni compagni vogliono far credere che l'alleanza fra città e campagna, fra classe operaia e le grandi masse dei contadini avvenga esclusivamente sul piano dei prodotti tessili, sul piano del soddisfacimento del fabbisogno personale dei contadini. E' giusto questo? No, è del tutto sbagliato, compagni. E chiaro che il soddisfacimento dei bisogni personali dei contadini, il loro approvvigionamento di prodotti tessili, è di un'importanza immensa. Abbiamo anche cominciato in questo modo nell'edificare l'alleanza con i contadini nelle nuove condizioni. Ma sarebbe commettere un grave errore affermare in base a ciò che tutto il problema si esaurisca nell'alleanza mediante i prodotti tessili e che nell'alleanza mediante il soddisfacimento dei bisogni personali dei contadini si esaurisca l'alleanza economica fra classe operaia e contadini o che comunque questo costituisca la base principale di quest'alleanza. In realtà l'alleanza fra città e campagna non avviene soltanto sul piano del soddisfacimento dei bisogni personali dei contadini, non solo sul piano dei prodotti tessili, ma anche sul piano del soddisfacimento dei bisogni economici dei contadini in quanto produttori di beni agricoli. Non riforniamo i contadini solo di cotone. Oltre a questo li riforniamo di macchinari di ogni tipo, di sementi, aratri, concime chimico ecc., che sono di massima importanza per l'innalzamento e la trasformazione socialista dell'agricoltura. Perciò l'alleanza non si basa solo sui prodotti tessili, ma anche su quelli metallurgici. Senza di ciò l'alleanza con i contadini non sarebbe duratura. In che cosa si distingue l'alleanza sulla base di prodotti tessili dall'alleanza sulla base di prodotti metallurgici? in primo luogo per il fatto che l'alleanza sulla base dei prodotti tessili riguarda soprattutto i bisogni personali dei contadini, mentre non tocca per niente o relativamente poco la produzione dell'azienda contadina l'alleanza sulla base dei prodotti metallurgici, invece, riguarda soprattutto la produzione dell'agricoltura, la migliora, la rifornisce di macchinari, aumenta il rendimento e prepara il terreno per l'unificazione delle aziende contadine disperse e piccole in grandi aziende collettive. Sarebbe sbagliato credere che lo scopo dell'alleanza consista nel mantenimento delle classi, in particolare nei mantenimento della classe con-tadina. Ciò è falso, compagni. Questo non è per niente Io scopo dell'alleanza. Lo scopo dell'alleanza è di avvicinare i contadini alla classe operaia, in quanto guida di tutto il nostro sviluppo, di consolidare l'alleanza dei contadini con la classe operaia come forza dirigente di questa alleanza, di trasformare i contadini, la loro mentalità, la loro produzione, nello spirito del collettivismo per creare in questo modo le premesse per l'abolizione delle classi. Lo scopo dell'alleanza non è il mantenimento delle classi, ma il loro superamento. Mentre l'alleanza sulla base dei prodotti tessili riguarda ben poco la produzione dell'azienda contadina e quindi, in generale, non può avere come conseguenza la trasformazione dei contadini nello spirito del collettivismo e il superamento delle classi, l'alleanza sulla base dei prodotti metallurgi riguarda, al contrario, soprattutto la produzione dell'azienda contadina, la sua meccanizzazione, la sua collettivizzazione, e proprio per questo deve aver come conseguenza la graduale trasformazione dei contadini, la graduale abolizione delle classi, compresa anche la classe dei contadini. Come si può trasformare e rimodellare il contadino, la sua mentalità, la sua produzione nello spirito di un avvicinamento alla mentalità della classe operaia, nello spirito del principio della produzione socialista? Che cosa è necessario? E' necessario soprattutto una vasta agitazione fra le masse contadine nello spirito del collettivismo. In secondo luogo è necessario sviluppare il sistema cooperativo e abbracciare in misura crescente milioni di aziende contadine mediante le nostre organizzazioni cooperativistiche di compravendita. Non ci può essere dubbio che senza l'ampio sviluppo delle nostre cooperative non potremmo registrare quella svolta fra i contadini a favore del movimento per l'economia collettiva che osserviamo oggi; perché lo sviluppo delle cooperative di compravendita costituisce nelle nostre condizioni la preparazione del passaggio dei contadini al collettivismo. Ma tutto questo è ben lontano dall'essere sufficiente per la trasformazione dei contadini. La forza principale per la trasformazione del contadino nello spirito del socialismo è la nuova tecnica agricola, la meccanizzazione dell'agricoltura, il lavoro collettivo del contadino, l'elettrificazione del nostro paese. Ci si riferisce a questo punto a Lenin e si cita il noto brano dalle opere di Lenin sull'alleanza con l'azienda contadina. Ma prendere Lenin solo in una parte, senza volerlo prendere nel complesso — significa deformare Lenin. Lenin capiva perfettamente che l'alleanza con i contadini sul piano dei prodotti tessili è una cosa molto importante. Ma non si fermò lì, perché insistette al tempo stesso che l'alleanza con i contadini venisse stabilita anche sul piano dei prodotti metallurgici, sul piano dell'approvvigionamento dei contadini con macchinari, sul piano dell’elettrificazione del paese, cioè su tutti i piani che promuovevano il rimodellamento e la trasformazione dell'azienda contadina nello spirito del collettivismo. Ascoltate ad esempio la seguente citazione di Lenin: «Il rimodellamento del piccolo contadino, la trasformazione di tutta la sua mentalità e delle sue abitudini è un compito che richiede generazioni. Solo la base materiale, la tecnica, l'impiego in massa di trattori e macchinari nell'agricoltura, l'elettrificazione estesa possono risolvere questa questione per quanto riguarda il contadino piccolo, possono per così dire guarire tutta la sua mentalità. Questo trasformerebbe il contadino piccolo radicalmente e con grande velocità» (4a edizione, vol. 32, p. 194, russo). E' chiaro: l'alleanza fra classe operaia e contadini non può essere solida e duratura, l'unione non può essere solida e duratura e non può raggiungere il suo obiettivo il graduale rimodellamento del contadino, il suo avvicinamento alla classe operaia, il suo avvio sulla strada del. collettivismo — se l'alleanza sulla base dei prodotti tessili non viene completata dall'alleanza sulla base dei prodotti metallurgici. Così intese Lenin l’alleanza. La terza questione riguarda la Nuova Politica Economica (NEP) e la lotta di classe nelle condizioni della NEP. Bisogna innanzitutto tener presente che il nostro Partito ha spiegato i principi della NEP non soltanto dopo il comunismo di guerra, come talvolta sostengono alcuni compagni, ma prima, già all'inizio del 1918, quando abbiamo avuto per la prima volta la possibilità di cominciare con 1 edificazione della nuova economia socialista. Potrei riferirmi al noto opuscolo «I compiti immediati. del potere sovietico», che fu pubblicato all'inizio dei 1918 e dove sono spiegati i principi della NEP. Quando il Partito, dopo la fine dell'intervento ha introdotto la NEP, l'ha chiamata Nuova Politica Economica, perché questa politica era stata interrotta dall'intervento e noi abbiamo avuto la possibilità di applicarla solo dopo l'intervento, dopo il comunismo di guerra, rispetto al quale la NEP fu veramente una nuova politica economica. Per confermare ciò, ritengo necessario riferirmi alla nota risoluzione approvata al IX Congresso dei Soviet, e in cui è scritto, nero su bianco che i principi della Nuova Politica. Economica sono stati spiegati già prima del comunismo di guerra. In questa risoluzione Sui risultati provvisori della Nuova Politica Economica» si dice: «La cosiddetta Nuova Politica Economica, i cui principi fondamentali sono stati fissati in modo preciso già durante il primo momento di respiro nella primavera del 1918 (*), si basa sulla considerazione rigorosa delle forze economiche della Russia sovietica. La realizzazione di questa politica, interrotta dall'attacco combinato delle forze controrivoluzionarie dei latifondisti e dei borghesi russi e dell'imperialismo europeo contro lo Stato degli operai e dei contadini, è diventata possibile, all'inizio del 1921, soltanto dopo la liquidazione militare degli attacchi della controrivoluzione ». (Cfr. Le «Decisioni del IX Congresso dei Soviet di tutta la Russia», p. 16) (41). Vedete quindi, che hanno torto alcuni compagni quando sostengono che il Partito avrebbe riconosciuto solo dopo il comunismo di guerra la necessità dell'edificazione del socialismo nelle condizioni del mercato e dell'economia monetaria, cioè, nelle condizioni della Nuova Politica Economica. Ma cosa ne segue? Ne segue soprattutto che non si può vedere la NEP esclusivamente come ritirata. Ne segue inoltre che la NEP presuppone l'offensiva vittoriosa e sistematica del socialismo contro gli elementi capitalistici della nostra economia. L'opposizione rappresentata da Trotzki, crede che dopo l'introduzione della NEP ci rimanga solo una cosa: indietreggiare passo per passo, come indietreggiammo all'inizio della NEP, allargare» la NEP e abbandonare le nostre posizioni. Su questa errata concezione della NEP si basa anche l'affermazione di Trotzki, secondo cui il Partito, ammettendo nelle campagne l'affitto della terra e il lavoro salariato, avrebbe, a suo dire, allargato» la NEP, e si sarebbe allontanata dalla posizione di Lenin. Forse è interessante ascoltare le parole di Trotzki: «Che cosa significano gli ultimi provvedimenti del potere sovietico nelle campagne — l'autorizzazione dell'affitto della terra, l'assunzione di forza lavoro — tutto quello che chiamiamo allargamento della NEP nelle campagne... Era possibile non allargare la NEP nelle campagne? No, perché in questo caso l'azienda contadina si atrofizzerebbe, perché si sarebbe ristretto il mercato e frenata l'industria» (Trotzki, "Otto anni", pp. 16-17). Vedete, a che punto si può arrivare, se ci si ficca in testa l'idea sbagliata che la NEP sia una ritirata e soltanto una ritirata. Si può sostenere che il Partito abbia «allargato» la NEP per il fatto che ha ammesso nella campagna il lavoro salariato e l'affitto della terra, che abbia «deviato» da Lenin, ecc.? Naturalmente no! Gente che afferma una tale assurdità non ha niente in comune con Lenin e il leninismo. Potrei basarmi qui sulla nota lettera di Lenin ad Ossinski del 1° aprile 1922, dove egli parla apertamente della necessità di far uso nelle campagne del lavoro salariato e dell'affitto della terra. Questo alla fine dell'XI Congresso, quando dai delegati fu discussa a fondo la questione del lavoro nelle campagne, la questione della NEP e delle sue conseguenze. Ecco una citazione da questa lettera che rappresenta un progetto di risoluzione per i delegati del Congresso: «Per quel che riguarda le condizioni dell'uso del lavoro salariato nell'agricoltura e l'affitto della terra, il Congresso raccomanda a tutti i funzionari che lavorano in questo campo, di non ostacolare né una cosa né l'altra con formalità t superflue e di limitarsi ad applicare la risoluzione dell'ultimo Congresso dei soviet, e di studiare inoltre le misure pratiche con cui possono essere opportunamente limitati estremismi ed esagerazioni dannose nella direzione sopra accennata». (Cfr. V. I. Lenin, “Opere", 4a edizione, vol. 33, p. 293, russo). Vedete come sono stupide e infondate le chiacchiere di un «allargamento» della NEP, di una «deviazione» da Lenin, a causa dell'ammissione dell'affitto della terra e del lavoro salariato nelle campagne ecc. Perché parlo di questo? Perché la gente che chiacchiera di un «allargamento della NEP cerca con queste chiacchiere una giustificazione per il suo indietreggiamento dinanzi agli elementi capitalistici delle campagne. Perché all'interno del Partito e attorno al Partito si è fatta viva certa gente, che vede in un «allargamento» della NEP «la salvezza» dell'alleanza degli operai e dei contadini, in considerazione dell'abolizione delle misure straordinarie, che pretende la rinuncia alle restrizioni per i kulak, che pretende di lasciare mano libera agli elementi capitalistici nelle campagne... nell'interesse dell'alleanza. Perché bisogna premunire il Partito con tutte le forze e con tutti i mezzi contro tali sentimenti antiproletari. Per non andare troppo lontano, rimando alla nota di un compagno, di un collaboratore della «Bednota» (42), di Ossip Tschernov, che esige su questo giornale tutta una serie di agevolazioni per i kulak, le quali non significano altro che un reale e scoperto «allargamento» della NEP. Non so se è comunista oppure senza partito. E questo compagno, Ossip Tschernov, che è a favore del potere sovietico e dell'alleanza fra operai e contadini, si è talmente smarrito nella questione dei contadini, che riesce difficile distinguerlo da un ideologo della borghesia rurale. In che cosa vede le cause delle nostre difficoltà sul fronte del grano? «La prima causa», dice, «è senza dubbio il sistema dell'imposta progressiva sul reddito... La seconda causa sono le modifiche giuridiche delle norme elettorali, la mancanza di chiarezza nelle norme su chi deve essere considerato un kulak». Cosa bisogna fare per eliminare le difficoltà? «E' necessario innanzitutto», dice, «abolire il sistema oggi esistente dell'imposta progressiva sui reddito e sostituirlo con un sistema di tassazione a secondo della terra, tassare lievemente gli animali da tiro e i grandi macchinari agricoli... La seconda misura, non meno importante, deve consistere nella revisione delle norme elettorali, dando prova di maggiore generosità nella fissazione delle caratteristiche che indicano dove comincia l'azienda kulak, l'azienda sfruttatrice». Ecco, l’ «allargamento» della NEP. Come vedete, la semina di Trotzki non è rimasta senza frutti. La concezione sbagliata della NEP produce le chiacchiere sull' «allargamento» della NEP, le chiacchiere sull' «l’allargamento» della NEP provocano tutt'una serie di voci, articoli, lettere e proposte con la pretesa di lasciare libertà al kulak, di. liberarlo dalle restrizioni e di dargli la possibilità di arricchirsi indisturbatamente. A questo riguardo vorrei sottolineare ancora un punto in relazione alla questione della NEP e della lotta di classe nelle condizioni della NEP. Mi riferisco alla dichiarazione di uno dei compagni secondo cui la lotta di classe nelle condizioni della NEP, in connessione con il rifornimento di grano avrebbe, a quanto pare, un significato del tutto secondario e secondo cui questa lotta di classe non avrebbe né potrebbe avere nessun serio significato in relazione alle nostre difficoltà per il rifornimento di grano. Devo dire, compagni, che non posso assolutamente esser d'accordo con questa dichiarazione. Penso che nel nostro paese, nelle condizioni della dittatura del proletariato non c'è e non ci può essere nessun avvenimento politico o economico che non rispecchi l'esistenza della lotta di classe nella città o nelle campagne. La NEP abolisce forse la dittatura del proletariato? Naturalmente no! Al contrario, la NEP è un'espressione specifica ed uno strumento della dittatura del proletariato. Ma la dittatura del proletariato non è forse la continuazione della lotta di classe? (Voci: «Come»). Come si può dunque sostenere che la lotta di classe avrebbe un ruolo trascurabile in avvenimenti politici ed economici così importanti come la ribellione dei kulak contro la politica sovietica durante il rifornimento di grano, o come le contromisure e l'offensiva del potere sovietico contro i kulak e gli , speculatori in questa occasione? Non è forse vero che durante la crisi del rifornimento di grano abbiamo dovuto registrare per la prima volta nelle condizioni della NEP una ribellione seria degli elementi capitalistici delle campagne contro la politica sovietica? Forse che nelle campagne non ci sono classi e lotta di classe? Non è forse esatto che, nelle condizioni attuali, la parola d'ordine fondamentale del nostro lavoro nelle campagne è la parola d'ordine di Lenin: appoggiarsi ai contadini poveri, allearsi con i contadini medi e lottare contro i kulak? Ma cos'è questa parola d'ordine se non un'espressione della lotta di classe nelle campagne? Naturalmente non bisogna considerare la nostra politica una politica di aizzamento della lotta di classe. Perché? Perché l’aizzamento della lotta di classe porta alla guerra civile. Perché, subito dopo che siamo giunti al potere e abbiamo consolidato questo potere e concentrato i posti di comando nelle mani della classe operaia, non siamo interessati a trasformare la lotta di classe in guerra civile. Ma questo non vuol dire affatto che la lotta di classe sia con ciò annullata o che non potrà acutizzarsi. Ancora meno vuol dire, che la lotta di classe non sia la forza decisiva del nostro sviluppo. No, non. vuoi dire questo. Spesso diciamo che sviluppiamo forme di economia socialista nel settore del commercio. Ma cosa significa? Significa che con ciò cacciamo migliaia e migliaia di commercianti piccoli e medi dal commercio. Si può pretendere che questi commercianti cacciati dalla sfera del commercio stiano zitti e che non cercheranno di organizzare l'opposizione? E chiaro che non Si può. Diciamo spesso che sviluppiamo forme di economia socialista nei settore dell'industria. Ma cosa significa? Significa che, forse senza accorgerci, cacciamo e roviniamo migliaia e migliaia di imprenditori capitalistici piccoli e medi nel corso della nostra avanzata verso il socialismo. Si può pretendere che questa gente rovinata stia zitta e che non cercherà di organizzare l'opposizione? Naturalmente non si può. Diciamo spesso che bisogna restringere le voglie sfruttatrici dei kulak nelle campagne, che bisogna colpire con tasse elevate i kulak, limitare il diritto di affitto, che non si deve concedere ai kulak il diritto di essere eletto nei soviet ecc. ecc. Ma cosa significa ciò? Significa che esercitiamo una pressione sugli elementi capitalistici delle campagne e li limitiamo progressivamente, che qualche volta li mandiamo in rovina. Si può pretendere che i kulak ce ne saranno grati, che non cercheranno di organizzare una parte dei contadini poveri o dei contadini medi contro la politica del potere sovietico Naturalmente non si può pretendere questo. Non è chiaro che tutta la nostra avanzata, ogni successo in qualche modo significativo nel campo dell'edificazione socialista, è espressione della lotta di classe nel nostro paese? Da tutto ciò risulta che, nella misura in cui andiamo avanti, crescerà l'opposizione degli elementi capitalistici e si acutizzerà la lotta di classe; ma il potere sovietico, le cui forze cresceranno sempre di più, porterà avanti una politica di isolamento di questi elementi, una politica di disgregazione dei nemici della classe operaia, e, infine, una politica di repressione dell'opposizione degli sfruttatori e getterà così le fondamenta per l'ulteriore avanzata della classe operaia e delle masse principali dei contadini. Perciò non ci si può immaginare che, mentre vengono sviluppate le forme socialiste e respinti i nemici della classe operaia, questi stessi nemici retrocedano silenziosamente e rendano libera la strada per la nostra avanzata non ci si può immaginare che, mentre noi avanzeremo ulteriormente, essi invece retrocederanno ulteriormente, fino a che «inaspettatamente» tutti i gruppi sociali, senza eccezione, sia i kulak che i contadini poveri, sia gli operai che i capitalisti, «improvvisamente» e «inavvertitamente», senza lotta e senza scosse, siano giunti nel seno della società socialista. Tali favole non esistono e non devono esistere, soprattutto sotto le condizioni della dittatura del proletariato. Non è mai stato e non sarà mai che le classi sopravissute abbandonino volontariamente le loro posizioni, senza cercare di organizzare la resistenza. Non è mai stato e non sarà mai nella società divisa in classi che l'avanzata della classe operaia verso il socialismo possa procedere senza lotte e senza scosse. Al contrario, l'avanzata al socialismo produce necessariamente la resistenza degli elementi sfruttatori contro questa avanzata, e la resistenza degli sfruttatori conduce necessariamente ad un'acutizzazione della lotta di classe. Per questo non è lecito addormentare la classe operaia con le chiacchiere di un ruolo secondario della lotta di classe. La quarta questione riguarda il problema delle misure straordinarie contro i kulak e gli speculatori. Le misure straordinarie non devono essere considerate qualcosa di assoluto e fissato una volta per sempre. Misure straordinarie sono necessarie e utili in certe occasioni straordinarie, quando, per procurarci un margine di manovra, non possiamo ricorrere ad altre misure. Misure straordinarie non sono necessarie, ma dannose in altre circostanze, quando possiamo adottare altre misure più elastiche per avere un margine di manovra sul mercato. Hanno torto coloro che credono che misure straordinarie siano inopportune in qualsiasi condizione. Contro tale gente bisogna condurre una lotta sistematica. Hanno torto però anche coloro che credono, che misure straordinarie siano sempre necessarie e utili. Anche contro tale gente bisogna condurre una lotta. Fu un errore applicare misure straordinarie nelle condizioni della crisi del rifornimento di grano Tutti riconoscono oggi, che non fu un errore e che, al contrario, le misure straordinarie hanno salvato il nostro paese da ,una crisi di tutta l'economia. Che cosa ci costringeva ad applicare queste misure? Il deficit di 128 milioni di pud di grano nel gennaio di quest'anno, che abbiamo dovuto colmare prima che le strade fossero diventate difficilmente percorribili a causa del disgelo, e la necessità di assicurare nello stesso tempo un ritmo normale del rifornimento di grano. Potevamo rinunciare all'applicazione di misure straordinarie in una situazione in cui non avevamo quella riserva di grano, diciamo di 100 milioni di pud, che sarebbe stata necessaria per aspettare e per intervenire sul mercato nel senso di una riduzione del prezzo del grano, in una situazione in cui non avevamo riserve di valuta a sufficienza, necessarie per importare grandi quantità di grano dall'estero? E' chiaro che non potevamo rinunciarci. Ma cosa sarebbe successo se non avessimo colmato questo deficit? Avremmo adesso una, crisi veramente seria di tutta l'economia, fame nelle città, farne nell'esercito. Se avessimo avuto una riserva di grano di 100 milioni di pud per aspettare e per poter poi piegare il kulak con un intervento sul mercato allo scopo di ridurre i prezzi dei grano, allora, naturalmente, non avremmo fatto ricorso a misure straordinarie. Ma sapete che non avevamo una tale riserva. Se allora avessimo avuto una riserva di valuta di 100-150 milioni di rubli, per importare grano dall'estero, non avremmo fatto ricorso a misure straordinarie. Ma voi sapete che non avevamo questa riserva. Significa che anche in seguito dobbiamo rimanere senza riserve e fare ricorso a misure straordinarie? No, non significa ciò. Al contrario, dobbiamo prendere tutte le misure a nostra portata, per accumulare riserve e per far sì che non sussista nessuna necessità di applicare misure straordinarie di qualunque tipo esse siano. Gente che vuole fare delle misure straordinarie una linea permanente e duratura del nostro Partito, è pericolosa perché gioca coi fuoco e mette in pericolo l'alleanza. Ne deriva adora che dobbiamo rinunciare una volta per sempre all'applicazione di misure straordinarie? Assolutamente no. Non abbiamo alcun motivo di affermare che prima o dopo non possano subentrare di nuovo situazioni straordinarie, che richiedano l'applicazione di misure straordinarie. Un'affermazione simile sarebbe una vuota chiacchiera. Lenin, che fondò la NEP, ritenne tuttavia impossibile, persino nelle condizioni della NEP, rinunciare ai metodi dei comitati dei contadini poveri in certe condizioni e in certe circostanze. Tanto meno possiamo rinunciare una volta per sempre all'applicazione di misure straordinarie che certo, non possono essere messe sullo stesso piano con misure così dure, della lotta contro i kulak, come sono i metodi dei comitati dei contadini poveri. Forse non è superfluo ricordare un episodio con Preobashenski al' XI Congresso del nostro Partito, che è direttamente connesso a ciò. E' noto che Preobashenski all'XI Congresso, nelle sue tesi sul lavoro nelle campagne, tentò di respingere «una volta per sempre» nelle condizioni della. NEP la politica dell'applicazione dei metodi dei comitati dei contadini poveri nella lotta contro i kulak. Preobashenski scriveva nelle sue tesi: «Una politica di ripudio di questo strato (dei kulak e dei contadini benestanti) e la sua grossolana repressione extra-economica coi metodi dei comitati dei contadini poveri dell'anno 1918, sarebbe un errore estremamente dannoso» (2). E' noto che Lenin così rispose: «La seconda frase del secondo paragrafo (contro i metodi dei comitati dei contadini poveri) è dannosa e sbagliata, perché una guerra, ad es. può costringere all'applicazione dei metodi dei comitati dei contadini poveri. Bisogna esprimere il concetto in tutt'un altro modo, ad esempio così: tenuto conto dell'estrema importanza che ha l'elevamento dell'agricoltura e l'aumento dei suoi prodotti, la politica del proletariato nei confronti dei kulak e dei contadini benestanti dev'essere indirizzato nel momento attuale (*) soprattutto alla limitazione delle loro tendenze sfruttatrici. In che modo il nostro Stato può e deve limitare queste tendenze e proteggere i contadini poveri: ecco il punto cruciale. E' questo che bisogna studiare e studiare necessariamente nella pratica, frasi generiche sono invece senza senso» (Cfr. W. I. Lenin, «Opere», 4a edizione, vol. 33, p. 293, russo). E' evidente che bisogna prendere in considerazione le misure straordinarie in modo dialettico, perché tutto dipende dalle condizioni di tempo e di luogo. Così stanno le cose, compagni, per quanto riguarda le questioni di carattere generale, emerse nel corso della discussione. Permettetemi ora di passare al problema del grano e alla questione sui fondamenti delle nostre difficoltà sul fronte del grano. Penso che una serie di compagni ha commesso un errore a questo riguardo, ha confuso le cause eterogenee delle nostre difficoltà sul fronte del grano, ha scambiato cause (specifiche) con effetto temporaneo e condizionate dalla situazione economica, con cause fondamentali, con effetto a lunga scadenza. Ci sono due tipi di cause per le difficoltà col grano: cause fondamentali, con effetto a lunga scadenza, per la cui eliminazione è necessario tutt'una serie di anni, e cause specifiche, condizionate dalla situazione economica, che si possono eliminare subito, se si prende e si applica un certo numero di misure necessarie. Mettere sullo stesso piano queste cause significa confondere l'intera questione. In che cosa consiste il senso fondamentale e il significato fondamentale delle nostre difficoltà sul fronte del grano? Nel fatto che sollevano davanti a noi in tutta la sua ampiezza il problema del grano, il problema della produzione di grano per il pane, il problema dell'agricoltura in generale e il problema della produzione di grano in particolare. C'è da noi veramente un problema del grano come questione attuale? Sì, senz'altro. Solo ciechi possono dubitare che il problema dei grano penetra adesso in tutti i pori dell'organismo sociale sovietico. Non possiamo vivere come zingari — senza riserve di grano, senza certe riserve per il caso di un cattivo raccolto, senza riserve per eventuali manovre sul mercato, senza riserve per il caso di una guerra, infine, senza certe riserve per l'esportazione. Persino un piccolo contadino, misera che sia la sua azienda, non può fare a meno di scorte, di un po di provviste. Non è forse evidente che un grande Stato che abbraccia un sesto della terra non può fare a meno di riserve di grano per il fabbisogno interno e per l'esportazione? Mettiamo il caso che la semina invernale nella Ucraina non fosse andata distrutta e che avessimo concluso «così e così» l'anno del rifornimento di grano — si può allora affermare che sarebbe stato sufficiente per noi? No, non si può. Non possiamo vivere ulteriormente «così e così». Dobbiamo aver a disposizione un minimo di riserve se vogliamo mantenere le posizioni del potere sovietico, tanto all'interno che allo esterno. In primo luogo non abbiamo nessuna garanzia contro un'aggressione militare. Pensate forse che si possa difendere il paese, senza aver nessuna scorta di grano per l'esercito ? I compagni che hanno parlato prima di me, avevano completamente ragione quando hanno detto che il contadino di oggi non è più quello di sei anni fa, quando temeva di dover cedere la terra ai latifondisti. Già il contadino sta dimenticando il latifondista. Adesso rivendica nuove e migliori condizioni di vita. Possiamo, nel caso di un'aggressione dei nemici, fare la guerra sia contro il nemico esterno sul fronte che contro i contadini nella retrovia, per procurarci al più presto possibile grano per l'esercito? No, non possiamo e non dobbiamo, Per difendere il paese, dobbiamo avere certe scorte per l'approvvigionamento dell'esercito, almeno per i primi sei mesi. A che cosa serve questo periodo di respiro di sei mesi? A dare al contadino l'occasione di riflettere, di rendersi conto del pericolo della guerra, di orientarsi negli avvenimenti e di tendere tutte le sue forze per la causa comune della difesa del paese. Se ci accontentassimo di andare avanti «così e così» non avremo mai riserve di qualche genere per il caso di una guerra. In secondo luogo non abbiamo nessuna garanzia contro complicazioni sul mercato del grano. Abbiamo assolutamente bisogno di una certa riserva per poter intervenire sul mercato del grano, per poter portare avanti la nostra politica dei prezzi. Perché non possiamo ricorrere ogni volta a misure straordinarie. Ma non avremo mai tali riserve se ci aggiriamo ogni volta sull'orlo dell'abisso e se ci accontentiamo del fatto dì aver la possibilità di concludere «così e così» l'anno del rifornimento. In terzo luogo non abbiamo nessuna garanzia contro un cattivo raccolto. Abbiamo assolutamente bisogno di una certa riserva di grano, per rifornire nel caso di cattivo raccolto le regioni affamate, almeno in una certa misura, almeno Per un certo periodo. Ma non avremo una tale riserva se non aumentiamo la produzione di grano Per mercato e se non ci liberiamo una volta per sempre e in moccio deciso dalla vecchia abitudine di vivere senza riserve. Infine, abbiamo assolutamente bisogno di una riserva per l'esportazione di grano. Dobbiamo importare attrezzature per l'industria. Dobbiamo importare macchine agricole, trattori e i necessari pezzi di ricambio. Ma tutto questo non è possibile, se non esportiamo grano, se non accumuliamo certe riserve di valuta mediante l'esportazione di grano. Nell'ante-guerra esportavamo ogni anno 500-600 milioni di pud di grano. Potevamo esportare tanto, perché noi stessi non mangiavamo a sazietà. Questo è vero. Però bisogna tener presente che tuttavia qui, nell'ante-guerra, c'era il doppio di grano per il mercato di adesso. E proprio perché adesso abbiamo solo la metà di grano per il mercato, proprio per questo fatto adesso viene a mancare il grano per l'esportazione. Ma, cosa significa la mancanza di grano per l'esportazione? Significa la perdita della fonte, col cui aiuto sono stati e devono essere importati attrezzature per l'industria, trattori e macchine per l'agricoltura. Si può continuare a vivere così, senza accumulare riserve di grano per l'esportazione? No, non si può. Vedete come è insicuro e fragile lo stato delle nostre riserve di grano. Per non parlare del fatto che, non solo non abbiamo riserve di grano per questi quattro compiti, ma che ci manca anche quel minimo di riserve, necessarie per passare senza difficoltà da un anno di rifornimento all'altro e per poter rifornire regolarmente le città in mesi così difficili come giugno-luglio. Si può negare, dopo tutto questo, la gravità del problema del grano e il carattere serio delle nostre difficoltà sui fronte del grano? In connessione con le difficoltà col grano sono sorte, però, anche difficoltà di carattere politico. Ciò non bisogna in nessun caso dimenticare, compagni. Penso qui al malcontento di una certa parte dei contadini, di una certa parte dei contadini poveri e anche medi, che si poteva notare e che significa un certo pericolo per l'alleanza. Naturalmente sarebbe del tutto sbagliato dire, che avremmo già una frattura, come sostiene Frumkin nella sua lettera. Questo non è vero, compagni. Una frattura è una cosa seria. Frattura è l'inizio della guerra civile, se non proprio la guerra civile. Non bisogna incutere a se stesso paura con parole «terribili». Non bisogna farsi prendere dal panico. Non è degno di un bolscevico, Frattura — significa la rottura fra contadini e potere sovietico. Ma se il contadino avesse veramente rotto col potere sovietico, che è l'acquirente principale del suo grano, non allargherebbe le superfici coltivate. invece vediamo che il campo per la semina estiva è stata allargato quest'anno senza eccezione in tutte le regioni di coltivazioni di grano. Sarebbe questa la frattura? Si può definire una tale situazione «mancanza di prospettive» dei contadini, come fa ad es. Frumkin? Sarebbe questa la «mancanza di prospettiva»? In che cosa consiste il fondamento delle nostre difficoltà col grano, quando si parla delle cause fondamentali e di lunga durata e non di quelle temporanee, condizionate dalla situazione economica? Il fondamento delle nostre difficoltà col grano consiste nel crescente sbriciolamento e dispersione dell'agricoltura. E un fatto che l'agricoltura, e in particolare la cerealicoltura si frantuma in aziende sempre più Piccole, che diventa sempre meno redditizia e che cala sempre di più la parte della sua Produzione destinata al mercato. Se prima della rivoluzione avevamo circa 15-16 milioni di aziende contadine, ne abbiamo adesso 24-25 milioni, coll'aggiunta che il processo di sbriciolamento ha la tendenza ad accentuarsi. E' vero che le superfici coltivate che abbiamo adesso, sono poco inferiori all'estensione delle superfici coltivate dell'ante-guerra, è vero che la produzione lorda di grano è tutto sommato solo di circa il 5 % inferiore all'ante-guerra. La sfortuna. però è che, nonostante tutto, la produzione di grano per il mercato ammonta da noi solo alla metà, cioè circa al 50 % della produzione dell'ante-guerra. Questo è il nocciolo della questione. Di che cosa si tratta? Si tratta appunto del fatto che l'azienda piccola è meno redditizia, che fornisce meno merci, che è meno stabile della grande azienda. La nota tesi del marxismo che la piccola azienda è meno vantaggiosa della grande azienda, conserva piena validità anche nell'agricoltura. Perciò la piccola azienda contadina fornisce da un'identica superficie molto meno grano per il mercato della grande azienda. Qual è la via d'uscita da questa situazione? Abbiamo tre vie d'uscita, com'è detto nella risoluzione dell'Ufficio Politico. 1) La via d'uscita sta nell'incrementare la produttività della piccola e media azienda contadina, nel sostituire alla zappa l'aratro, nel consegnare piccoli e medi macchinari a queste aziende, nel consegnare concime chimico, nel rifornirle di sementi, nell'aiutarle dal punto di vista agronomico, nell'unire i contadini in cooperative, nello stipulare contratti con interi villaggi, mettergli a disposizione le migliori sementi sotto forma di prestito, per garantire così un credito collettivo ai contadini e, infine, bisogna prestargli grandi macchinari attraverso parchi macchine. Hanno torto i compagni che affermano che la piccola azienda contadina avrebbe esaurito le possibilità di un ulteriore sviluppo e quindi non varrebbe la pena di aiutarla ulteriormente. Ciò è completamente sbagliato. L'azienda contadina individuale ha non poche ulteriori possibilità di sviluppo. Solo che bisogna capire come aiutarla per realizzare queste possibilità. Ha torto anche la «Krasnaja Gaseta» (43), quando sostiene che non avrebbe dato buoni risultati la politica di riunire le singole aziende contadine individuali in cooperative di compra-vendita. Ciò è del tutto sbagliato, compagni. Al contrario, la politica della riunione in cooperative di compra-vendita ha dato risultati molto buoni, ha creato una base reale per una svolta fra i contadini a favore del movimento per i colcos. Senza dubbio, senza Io sviluppo delle cooperative di compravendita non avremmo nella mentalità dei contadini quella svolta nei confronti dei colcos, che possiamo notare adesso, e che ci aiuta a promuovere ulteriormente la edificazione dei colcos. 2) La via d'uscita consiste inoltre nell'aiutare i contadini poveri e medi ad unire gradualmente, sulla base della tecnica moderna e del lavoro collettivo, le loro piccole aziende disperse in grandi aziende collettive, che sono più vantaggiose e che forniscono più merci. Intendo tutte le forme di riunione delle piccole aziende in grandi aziende collettive, dalle semplici comunità fino agli «artel», che sono incomparabilmente più produttive e forniscono incomparabilmente più merci, che non le piccole aziende contadine disperse. Questo è il fondamento per la soluzione del problema. Hanno torto i compagni che, mentre spezzano una lancia in favore dei colcos, ci accusano di «riabilitare» la piccola azienda contadina. Evidentemente credono che si debba combattere e distruggere l'azienda contadina individuale, non invece aiutarla e portarla dalla nostra parte. Questo è completamente sbagliato, compagni. L'azienda contadina individuale non ha per niente bisogno di una «riabilitazione». E' poco redditizia, quest'è vero. Ma ciò non vuoi dire che sia del tutto svantaggiosa Faremmo fallire l'alleanza se pensassimo di combattere e distruggere l'azienda contadina individuale, se ci allontanassimo dalla posizione leninista della promozione e del sostegno quotidiano delle aziende contadine individuali da parte dei colcos. Ancora più hanno torto coloro che, mentre esaltano i colcos, dichiarano che l'azienda contadina individuale sarebbe la nostra «maledizione». Ciò puzza addirittura di guerra contro l'azienda contadina. Come possono giungere a questo? Se l'azienda contadina è una «maledizione», come bisogna allora spiegare l'alleanza della classe operaia con le masse contadine? Alleanza della classe operaia con una «maledizione» esistono al mondo assurdità del genere? Come si può dire una cosa simile, quando nello stesso momento si predica l'alleanza? Ci si richiama alle parole di Lenin, secondo cui dobbiamo a poco a poco puntare sul cavallo d'acciaio dell'industria invece che sul ronzino del contadino. Questo va molto bene. Ma si può passare così da un cavallo ad un altro? Chiamare «maledizione» l'azienda contadina, senza aver prima creato una larga e potente base sotto forma di una rete molto ramificata di colcos — non significa rimanere senza cavallo, senza base? (Voci: «Giusto, molto giusto»), L'errore di questi compagni consiste nel contrapporre i colcos alle aziende contadine individuali. Noi invece vogliamo che queste due forme d'azienda non vengano contrapposte, ma che si uniscano, che in questa unione il colcos appoggi il contadino individuale e lo aiuti a mettersi a poco a poco sulla via del collettivismo. Sì, vogliamo che i contadini non considerino il colcos come loro nemico, ma come loro amico che li aiuterà a liberarsi dalla povertà (Voci: «E' vero»). Se questo è vero, allora non si deve parlare di una riabilitazione» dell'azienda contadina individuale o della maledizione» che essa sarebbe per noi. Si dovrebbe dire che la piccola azienda contadina nei confronti dei grande colcos è meno vantaggiosa o persino di utilità minima, ma che, nonostante ciò ha una certa non indifferente utilità. Secondo loro, invece, risulta che la piccola azienda contadina è del tutto svantaggiosa e persino dannosa. Lenin aveva un'altra concezione della piccola azienda contadina. Ascoltate, cosa diceva nel suo discorso «Sull'imposta in natura»: «Se l'azienda contadina può svilupparsi ulteriormente, bisogna assicurare anche l'ulteriore passaggio su una base solida, ma l'ulteriore passaggio consiste inevitabilmente nel fatto che la piccola azienda contadina dispersa, la meno vantaggiosa e la più arretrata, si organizza attraverso una graduale unione in grande azienda agricola sociale. Così, da sempre, si sono rappresentata la cosa i socialisti. E appunto questa è anche la concezione del Partito Comunista» (4a edizione, vol. 32, p. 264, russo). Ne segue che l'azienda contadina individuale ha, nonostante tutto una certa utilità. Una cosa è quando la forma superiore d'azienda, la grande azienda, combatte e rovina quella inferiore, quando la distrugge. Così succede nei capitalismo. Ed una cosa del tutto diversa è quando la forma superiore d'azienda non rovina quella inferiore, ma la aiuta ad avanzare, a mettersi sulla via del collettivismo. Così succede nell'ordinamento sovietico. Ascoltate, cosa dice Lenin sulle relazioni reciproche fra le aziende collettive e le aziende contadine individuali: « In modo particolare bisogna sforzarsi a far sì che la legge del governo sovietico (i colcos e sovcos, G. St.) la quale richiede dai sovcos, dalle comuni agricole e da tutte le comunità simili un appoggio immediato e generale ai contadini medi vicini, venga applicata veramente e in tutta la sua ampiezza. Solo sulla base di un tale aiuto reale è Possibile l'intesa con i contadini medi(*). Solo così si può e si deve guadagnare la loro fiducia». (4a edizione, vol. 29, p. 195, russo). Ne segue che i colcos e sovcos devono aiutare le aziende contadine appunto come aziende individuali. Infine una terza citazione di Lenin: «Soltanto se riusciremo a dimostrare coi fatti ai contadini i vantaggi della lavorazione della terra in comune, collettiva, associata, nell'artel soltanto) se riusciremo ad aiutare i contadini per mezzo dell'azienda associata, dell'artel, soltanto allora la classe operaia, tenendo nelle sue mani il potere dello Stato, dimostrerà effettivamente ai contadini di aver ragione, attirerà veramente al suo fianco, in modo saldo ed effettivo, una massa di milioni e milioni di contadini» (Cfr. Lenin, «Opere scelte», II vol., p. 5 19). Tale era l'importanza che Lenin attribuiva al significato del movimento dei colcos per la trasformazione socialista del nostro paese. E' estremamente strano che alcuni compagni abbiano concentrato nei loro grandi discorsi tutta la loro attenzione sulla questione delle aziende contadine individuali, e non dicevano una parola, letteralmente neanche una parola, sullo sviluppo dei colcors, come compito attuale e decisivo del nostro Partito. 3) La via d'uscita consiste infine nel consolidare i vecchi sovcos e nel creare nuovi grandi sovcos, in quanto sono le unità economiche più redditizie, che forniscono la maggiore quantità di merci. Questi sono i tre compiti fondamentali, il cui adempimento ci dà la possibilità di risolvere il problema del grano e di eliminare così la causa delle nostre difficoltà sul fronte del grano. La caratteristica della situazione attuale sta nel fatto che il primo compito, l'elevamento dell'azienda contadina individuale, che è ancora adesso il compito principale del nostro lavoro, non basta più ormai per risolvere il Problema del grano. La caratteristica della situazione attuale sta nel fatto che il primo compito dev'essere praticamente completato con due nuovi compiti, lo sviluppo dei colcos e lo sviluppo dei sovcos. Senza collegamento di questi compiti, senza lavoro tenace in tutte queste tre direzioni non si può risolvere il problema del grano, né nel senso del rifornimento del paese di grano per il mercato, né nel senso della trasformazione di tutta la nostra economia sulla base del socialismo. Qual'era in proposito l'atteggiamento di Lenin? Abbiamo un noto documento che dimostra che la risoluzione dell'Ufficio Politico, raccomandata all'attenzione della sessione plenaria, coincide in tutto e per tutto col piano pratico per lo sviluppo dell'agricoltura,delineato da Lenin in questo documento. Penso alla «Direttiva del consiglio per il lavoro e la difesa», scritta da Lenin. E' stata pubblicata nel maggio 1921. In questo documento Lenin esamina tre gruppi di questioni pratiche : il primo gruppo riguarda questioni dello scambio di merci e dell'industria, il secondo gruppo questioni dell'elevamento dell'agricoltura, il terzo gruppo diversi consigli per l'economia (44) e consigli alle regioni per la regolamentazione dell'economia. Cosa viene detto in questo documento sull'agricoltura? Ecco una citazione dalla «Direttiva del consiglio per il lavoro e la difesa»: «Secondo gruppo di questioni: elevamento dell'agricoltura; a) azienda contadina, b) sovcos, c) comuni, d) artel, e) comunità, f) altri tipi di economia collettiva», (Cfr. 4a edizione, vol. 32, p. 368, russo). Vedete che le conclusioni pratiche della risoluzione dell'Ufficio Politico concordano in tutto e per tutto, per quanto riguarda la soluzione e del problema del grano e in generale del problema agricolo, col piano esposto da Lenin nel 1921 nella «Direttiva del consiglio per il lavoro e la difesa». E' molto interessante notare, con quale gioia, veramente giovanile, Lenin, questo gigante che spostava le montagne, accoglieva ogni piccola notizia sulla fondazione di uno o due colcos oppure sull'invio di trattori a questo o quel sovcos. Ecco ad es. uno stralcio dalla lettera «Alla società per aiuto tecnico della Russia Sovietica: «Cari compagni! Sui nostri giornali sono apparse informazioni particolarmente piacevoli sul lavoro dei membri della vostra società nei sovcos del distretto di Kirsanov, del governatorato di Tambov e presso la stazione di Mitino nel governatorato di Odessa, nonché sul lavoro di un gruppo di minatori nel bacino del Donez... Proporrò alla presidenza del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia di riconoscere come aziende modello le aziende particolarmente avanzate e di darle tutto l'aiuto particolare e straordinario, necessario per un favorevole sviluppo del loro lavoro. Di nuovo vi esprimo, in nome della nostra repubblica, la mia profonda gratitudine e vi prego di tener presente, che il vostro aiuto per la coltivazione della terra con trattori è particolarmente attuale e importante per noi. Per me è un piacere particolare di potermi congratulare con voi in occasione dell'organizzazione di 200 comuni agricole, da voi progettate» (4a edizione, vol. 33, p. 344, russo) . E qui ancora uno stralcio dalla lettera «Alla Società degli amici della Russia Sovietica» in America: «Cari compagni! Ho controllato poco fa, sulla base di un'inchiesta particolare del Comitato esecutivo del governatorato di Perni le informazioni particolarmente piacevoli, apparse sui nostri giornali, sul lavoro che hanno svolto i membri della vostra società, con alla testa Harold Ware, assieme al reparto trattori del governatorato di Perni nel sovcos (*) "Toikino"... Proporrò presso la presidenza del C.E.C. di tutta la Russia, di riconoscere questo sovcos come azienda modello e di fornirle un aiuto particolare e straordinario sia per il lavoro di costruzione che per il rifornimento di benzina, metallo ed altri materiali, necessari per impiantare una officina di riparazione. Di nuovo, vi esprimo, in nome della nostra repubblica, la mia profonda gratitudine e vi prego di tener presente che nessun altro tipo di aiuto è così attuale e importante per noi come quello che voi ci fornite» (4a edizione, vol. 33, p. 343, russo). Vedete, con quale gioia Lenin accoglieva ogni pur minima notizia sullo sviluppo dei colcos e sovcos. Possa questo essere di lezione per coloro che vogliono raggirare la storia e fare a meno dei colcos e sovcos nella edificazione vittoriosa del socialismo nel nostro paese. Concludo, compagni. Penso che le difficoltà col grano non saranno senza utilità per noi. Ti nostro Partito ha imparato ed è andato avanti, superando difficoltà e crisi d'ogni sorta. Penso che le difficoltà attuali tempreranno le nostre file bolsceviche e le costringeranno a occuparsi energicamente della soluzione del problema del grano. Risolvere questo problema significa però, eliminare una delle maggiori difficoltà che ostacolano la trasformazione socialista del nostro paese. III SUL'ALLEANZA FRA OPERAI E CONTADINI E SUI SOVCOS Dal discorso dell' 11 luglio 1928 Alcuni compagni sono ritornati, nelle loro argomentazioni sui sovcos, alla discussione di ieri sulla questione del rifornimento di grano. Ebbene, ritorniamo alla discussione di ieri. Su cosa verteva ieri la nostra discussione? Soprattutto sulle «forbic» fra città e campagna. Si parlava del fatto che ancora il contadino paga un sovrapiù per i prodotti industriali, e che è pagato meno per prodotti agricoli. Si diceva che questa differenza di prezzo rappresenta una sovra-tassa per i contadini, una sorta di «tributo», una tassazione supplementare a favore dell'industrializzazione, una tassa che dobbiamo assolutamente eliminare, ma che non possiamo eliminare subito, adesso, se non vogliamo minare la nostra industria e se non vogliamo mettere in pericolo il ritmo fissato di sviluppo della nostra industria, che lavora per tutto il paese, e che conduce la nostra economia verso il socialismo. A qualcuno ciò non è piaciuto. Questi compagni hanno evidentemente paura di riconoscere la verità. E' questione di gusto. Qualcuno crede che non sia il caso di dire tutta la verità nella sessione plenaria del CC. Io, invece, penso che è nostro dovere dire tutta la verità nella sessione plenaria del CC del nostro Partito. Non bisogna dimenticare che la sessione plenaria del CC non può essere considerata un incontro di massa. Naturalmente, le parole «sovra-tassa», «tassa supplementare» sono parole spiacevoli che danno ai nervi. Ma, in primo luogo, non si tratta di parole. In secondo luogo, queste parole corrispondono perfettamente alla realtà. In terzo luogo, queste parole spiacevoli devono, appunto, dare ai nervi e indurre i bolscevichi a mettersi al lavoro con tutta serietà, per eliminare questa «sovra-tassa», per eliminare le «forbici». Ma come si possono eliminare queste cose spiacevoli Attraverso la razionalizzazione sistematica della nostra industria e l'abbassamento dei Prezzi per prodotti industriali. Attraverso il miglioramento sistematico della tecnica e l'incremento della produttività dell'agricoltura e attraverso la graduale diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli. Attraverso la razionalizzazione sistematica dei nostri apparati di commercio e di rifornimento. Ecc. ecc. Tutto ciò non si può raggiungere, naturalmente, in uno o due anni. Ma dobbiamo assolutamente raggiungerlo nel corso di una serie d'anni, se vogliamo liberarci da cose spiacevoli e da fatti d'ogni sorta che danno ai nervi. Una parte dei compagni propose ieri l'immediata eliminazione delle «forbici» e chiese in sostanza l'introduzione di prezzi più remunerativi per i prodotti agricoli. Assieme ad altri compagni mi sono opposto e ho detto che questa richiesta contrasta in questo momento con gli interessi dell'industrializzazione del paese e quindi con gli interessi del nostro Stato. Su ciò verteva ieri la nostra discussione, compagni. Oggi questi compagni dichiarano che rinunciano alla richiesta di prezzi più remunerativi. E' un fatto molto positivo. Dimostra che la critica di ieri non è stata inutile per questi compagni. La seconda questione riguarda i colcos e i sovcos. Ho constatato nel mio discorso che è innaturale e strano che qualche compagno nelle sue argomentazioni sulle misure per l'elevamento dell'agricoltura, in connessione con il rifornimento di grano, non ha toccato neanche con una parola misure così significative, come lo sviluppo dei colcos e dei sovcos. Come si può «dimenticare» una cosa così significativa come il compito dello sviluppo dei colcos e dei sovcos nell'agricoltura? Davvero non si sa che il compito dello sviluppo dell'azienda contadina individuale, fermo restando tutta la sua importanza, che attualmente le compete, già non basta più, che noi, se non completiamo nella pratica questo compito con nuovi compiti, con lo sviluppo dei sovcos e colcos, non risolveremo il problema della cerealicoltura, e non usciremo dalle difficoltà, né nel senso della trasformazione socialista di tutta la nostra economia (e quindi anche dell'azienda contadina) né nel senso dell'approvvigionamento del paese con certe riserve di grano per il mercato. Come si può, dopo tutto ciò, «dimenticare» la questione dello sviluppo dei colcos e sovcos, passarci sopra, liquidarla col silenzio? Passiamo ora alla questione dei grandi sovcos. Hanno torto i compagni, che sostengono che nel Nord-America non ci sarebbero grandi aziende di grano. In realtà, tali aziende esistono sia in Nord-America che in Sud-America. Potrei richiamarmi a un testimone come il professore Tulaikov, che ha pubblicato sulla rivista «Nishneje Powlshje» (45), n. 9 i risultati della sua indagine sull'agricoltura americana. Permettetemi di riportare una citazione dall'articolo di Tulaiko: «Un'azienda di grano tenero a Montana appartiene alla società ' Campbell Farming Corporation». La sua superficie ammonta a 95.000 acri o circa 32.000 desiatine. L'azienda è delimitata nei suoi confini ed è divisa, per la lavorazione, in quattro settori o chutor, secondo la nostra denominazione, di cui ognuno è amministrato da un particolare dirigente; l'intera azienda, invece, è diretta da una persona — dal direttore di questa società, Thomas Campbell. Quest'anno, secondo una notizia giornalistica, spedita naturalmente dalla stessa corporazione, viene coltivata circa la metà dell'intera superficie, da cui ci si aspetta un raccolto di circa 410.000 bushel di grano tenero (circa 800.000 pud), 20.000 bushel di avena e 70.000 bushel di seme di lino. Si conta su un incasso totale dell'azienda di 500.000 dollari. Cavalli e muli in questa azienda sono quasi completamente sostituiti da trattori, camion e auto. L'aratura, la semina e, in generale, tutti i lavori dei campi e soprattutto il raccolto del grano vengono effettuati giorno e notte, e di notte le macchine lavorano alla luce dei fari nel campo. Le enormi superfici di semina permettono che le macchine lavorino su un tratto molto lungo, senza dover voltare. Così le trebbiatrici, se la qualità delle piante consente il loro impiego, percorrono su una larghezza di 24 piedi un tratto di 20 miglia, cioè un pò più di 30 verste. Prima occorrevano per questo lavoro 40 cavalli e uomini. Il trattore tira al tempo stesso 4 imballatrici che abbracciano una superficie di 40 piedi alla volta, e che percorrono 28 miglia, cioè un tratto di circa 42 verste. Le imballatrici vengono adoperate per il raccolto nel caso in cui il grano non è sufficientemente asciutto per essere anche trebbiato contemporaneamente alla falciatura. In questo caso si toglie l'apparecchio d'imballaggio dalla imballatrice e, coll'aiuto di un nastro speciale, il grano falciato viene disposto in file. Il grano, steso in questo modo, rimane 24 o 48 ore, durante questo periodo si secca e il seme dell'erbaccia, falciata assieme al grano, cade a terra. Allora viene azionata un trebbiatrice su cui, al posto della lama tagliente, corre un nastro automatico che trasporta il grano, essiccato a terra, direttamente nel tamburo della trebbiatrice. In questo caso lavorano su questa macchina solo un trattorista e un uomo alla trebbiatrice. Non c'è nessun altro sulla macchina. Il grano viene immesso dalla trebbiatrice direttamente in carri con una capacità di 6 tonnellate e viene trasportato nei granai in un convoglio di 10 carri con trattori. Nella notizia si accenna che con questo tipo di lavoro vengono trebbiati giornalmente da 16.000 a 20.000 bushel di grano» (Cfr. «Nishneje Powolshie», n. 9, settembre 1927, pp. 38-39). Qui avete la descrizione di una delle gigantesche aziende di grano di tipo capitalista. Aziende gigantesche del genere si trovano sia in Nord-America che in Sud-America. Alcuni compagni hanno detto che le condizioni di sviluppo per aziende così gigantesche non sono sempre favorevoli o del tutto favore./ voli nei paesi capitalisti, cosicché tali aziende vengono divise, delle volte, in unità meno grandi, di 1000-5000 desiatine ognuna. E' del tutto esatto. A causa di ciò questi compagni credono che le grandi aziende di grano non avrebbero futuro neppure nelle condizioni sovietiche. Ma ciò è del tutto sbagliato. Questi compagni. ovviamente non capiscono o non notano la differenza fra le condizioni dell'ordinamento capitalistico e le condizioni dell'ordinamento sovietico. Nel capitalismo esiste la proprietà privata della terra e quindi anche la rendita assoluta, il ché rincara i costi proprio della produzione agricola e pone limiti insuperabili a un suo serio progresso. Nell'ordinamento sovietico invece non c'è né proprietà privata della terra né una rendita assoluta, il ché deve necessariamente abbassare i costi della produzione dei prodotti agricoli e deve di conseguenza facilitare lo sviluppo progressivo della grande azienda agricola, sulla via del progresso tecnico e di ogni altro progresso. Inoltre, nel capitalismo lo scopo delle grandi aziende di grano è di realizzare il massimo profitto o comunque un profitto tale, che corrisponda al cosiddetto saggio medio di profitto perché altrimenti non sarebbe neppure in grado di mantenersi ed esistere. Questa circostanza deve necessariamente rincarare la produzione e con ciò porre ostacoli molto seri allo sviluppo delle grandi aziende di grano. Nell'ordinamento sovietico, invece, le grandi aziende di grano, che sono al tempo stesso aziende di Stato, non hanno bisogno per niente di un massimo profitto per il loro sviluppo, e neppure di un profitto medio, ma possono contentarsi di un guadagno minimo e delle volte possono temporaneamente, anche fare a meno di qualsiasi guadagno) Per questo è anche per l’eliminazione della rendita assoluta, sorgono condizioni estremamente favorevoli per lo sviluppo delle grandi aziende di grano. Infine, nel capitalismo non esistono ne crediti vantaggiosi né agevolazioni fiscali per el grandi aziende di grano, mentre nell’ordinamento sovietico, che provvede al sostegno multilaterale dell'economia socialista ci sono e ci saranno. Tutte queste ed altre condizioni simili creano nell'ordinamento sovietico (a differenza dell'ordinamento capitalistico) i presupposti straordinariamente favorevoli, necessari, per portare avanti lo sviluppo dei sovcos come grandi aziende di grano. Infine la questione dei sovcos e colcos in quanto punti d'appoggio per il consolidamento dell'alleanza, in quanto punti d'appoggio per assicurare il ruolo dirigente della classe operaia. Abbiamo bisogno dei colcos e sovcos non solo per realizzare i nostri obiettivi di trasformazione socialista delle campagne. Abbiamo bisogno dei colcos e dei sovcos anche per aver già adesso nelle campagne punti d'appoggio per l'economia socialista, necessari per consolidare l'alleanza e assicurare il ruolo dirigente della classe operaia in questa alleanza. Possiamo contare già adesso sulla creazione e sullo sviluppo di tali punti d'appoggio ? Non dubito che possiamo e dobbiamo contatti. La centrale del grano (46) comunica, che ha concluso contratti con colcos, con artel e collettivi sulla base dei quali dovrà ricevere circa 40-50 milioni di pud di grano. Per quanto riguarda i sovcos, i dati dicono che i nostri sovcos nuovi e vecchi, dovranno fornire quest'anno a loro volta circa 25-30 milioni di pud di grano per il 1, mercato. Se si aggiungono i 30-35 milioni di pud che le cooperative agricole devono ricevere dalle aziende contadine individuali, che hanno stipulato un contratto con loro, avremo più di 100 milioni di pud di grano, completamente sicuri per noi, e che possono servire come una certa riserva, almeno sul mercato interno. E' pur sempre qualcosa. Ecco i primi risultati dei nostri punti d'appoggio nelle campagne per l'economia socialista. Ma cosa ne segue ? Ne segue che hanno torto i compagni che credono che la classe operaia non trovi sostegno nelle campagne nell'affermazione delle sue posizioni socialiste, che le rimanga solo una cosa da fare: indietreggiare senza fine e cedere l'una dopo l'altra le sue posizioni agli elementi capitalistici. No, compagni, ciò è sbagliato. La classe operaia non è affatto così debole nelle campagne, come potrebbe sembrare a un osservatore superficiale. Questa filosofia pessimista non ha niente in comune col bolscevismo. La classe operaia ha tutta una serie di punti d'appoggio economici nelle campagne: i sovcos, i colcos, le cooperative di compra-vendita, ed è in grado, basandosi su di loro, di consolidare l'alleanza con la campagna, isolare il kulak e assicurare il suo ruolo dirigente. La classe operaia ha, infine, una serie di punti d'appoggio politici nelle campagne : i soviet, i contadini poveri organizzati ecc., ed è in grado, basandosi su di loro, di consolidare le sue posizioni nelle campagne. Basandosi su queste posizioni economiche e politiche nelle campagne e sfruttando tutti i mezzi e forze (i posti di comando ecc.) a disposizione della dittatura proletaria, Partito e potere sovietico possono promuovere, pieni di fiducia, la trasformazione socialista delle campagne, consolidando passo per passo l'alleanza fra la classe operaia e i contadini, consolidando la posizione dirigente della classe operaia in questa alleanza. Attenzione particolare dev'essere dedicata al lavoro fra i contadini poveri. Deve valere come regola, che l'autorità del potere sovietico nelle campagne e tanto più grande, quanto più successo ha il nostro lavoro fra i contadini poveri, e, viceversa, che l'autorità del potere sovietico è tanto più ridotta, quanto peggio va coi contadini poveri. Parliamo spesso dell'alleanza col contadino medio. Ma per consolidare nelle nostre condizioni questa alleanza, bisogna condurre una lotta decisa contro i kulak, contro gli elementi capitalistici delle campagne. Perciò il XV Congresso aveva perfettamente ragione, quando lanciava la parola d'ordine, di rafforzare l'offensiva contro i kulak. Ma si può condurre con successo una lotta contro i kulak, senza lavorare di più fra i contadini poveri, senza mobilitare i contadini poveri contro i kulak, senza aiutare sistematicamente i contadini poveri? E' evidente, che non si può ! Il contadino medio è una classe oscillante. Se ai contadini poveri va male, se i contadini poveri non rappresentano ancora un punto d'appoggio organizzato del potere sovietico, il kulak si sente forte e il contadino medio tende dalla parte del kulak. E viceversa : se ai contadini poveri va bene, se i contadini poveri rappresentano un punto d'appoggio organizzato del potere sovietico, il kulak si sente come in una fortezza assediata e il contadino medio tende dalla parte della classe operaia. Perciò penso che il rafforzamento del lavoro fra i contadini poveri, l'organizzazione di un sostegno sistematico ai contadini poveri, infine la trasformazione dei contadini poveri stessi in un punto d'appoggio organizzato della classe operaia nelle campagne, rappresenta uno dei compiti attuali più essenziali del nostro Partito. SUI RISULTATI DELLA SESSIONE PLENARIA DI LUGLIO DEL CC DEL PCUS (b) Relazione nella riunione dell’attivo dell'organizzazione del PCUS(b) di Leningrado 13 luglio 1928 Compagni ! La sessione plenaria del Comitato Centrale, appena terminata, si è occupata nel suo lavoro di due gruppi di questioni. Del primo gruppo di questioni fanno parte questioni che si riferiscono a problemi fondamentali, connesse con l'imminente VI Congresso mondiale dell'Internazionale Comunista. Del secondo gruppo fanno parte questioni che si riferiscono alla /nostra edificazione nell'URSS, cioè questioni che riguardano l'agricoltura il problema del grano e del rifornimento di grano e questioni che riguardano la formazione di una intellighentsia tecnica per la nostra industria, la formazione di quadri della intellighentsia dalle file della classe operaia. Cominciamo col primo gruppo di questioni. I QUESTIONI DELL'INTERNAZIONALE COMUNISTA 1. Problemi fondamentali del VI Congresso dell'Internazionale Comunista. Quali sono i problemi fondamentali dinanzi a cui si trova attualmente il VI Congresso dell'Internazionale Comunista? Se si considera la tappa percorsa fra il V e il VI Congresso, bisogna soffermarsi soprattutto sulle contraddizioni che sono maturate in questo periodo nel campo degli imperialisti. Di quali contraddizioni si tratta? Allora, ai tempi del V Congresso, si parlava da noi ancora poco della contraddizione inglese-americana come la contraddizione principale. Allora si era soliti parlare persino di un'alleanza inglese-americana. In compenso si parlava tanto più volentieri delle contraddizioni fra Inghilterra e Francia, fra America e Giappone, fra vincitori e vinti. La differenza tra il periodo di allora e quello di oggi sta nel fatto che delle contraddizioni esistenti nel campo dei capitalisti, la contraddizione fra i capitalismo americano e il capitalismo inglese è diventata la contraddizione principale. Che si prenda la questione del petrolio, di importanza decisiva sia per l'edificazione dell'economia capitalista che anche in caso di guerra; oppure che si prenda la questione dei mercati di sbocco, di massima importanza per l'esistenza e lo sviluppo del capitalismo mondiale, dato che non si può produrre merci senza essersi assicurata la vendita di queste merci; che si prenda la questione dei mercati per l'esportazione di capitali che è una caratteristica tipica della fase imperialista; oppure che si prenda infine la questione delle vie di comunicazione con i mercati di sbocco o con le fonti di materie prime tutte queste questioni fondamentali conducono a un problema principale, al problema della lotta fra Inghilterra e America per l'egemonia nel mondo. Dovunque l'America, questo paese del capitalismo che cresce in modo gigantesco, voglia ficcare il suo naso, che sia in Cina o nelle colonie del Sud America o in Africa dappertutto incontra enormi ostacoli, posizioni che l’inghilterra ha consolidato prima Con ciò non vengono superate naturalmente le altre contraddizioni nel campo del capitalismo, le contraddizioni fra America e Giappone, Inghilterra e Francia, Francia e Italia, Germania e Francia ecc. Ma questo significa che tali contraddizioni sono connesse, in un modo o nell'altro, con la contraddizione principale, la contraddizione fra l'Inghilterra capitalista, la cui stella è in declino e l'America capitalista, la cui stella è in ascesa. Cosa nasconde questa fondamentale contraddizione? Probabi1mente la guerra. Quando si scontrano due giganti, quando per loro il globo terrestre diventa troppo stretto, allora cercano di misurare le loro forze, per decidere mediante la guerra la bruciante questione dell'egemonia mondiale. Questa è la prima cosa che bisogna tener presente. La seconda contraddizione è la contraddizione fra l'imperialismo e le colonie. Questa contraddizione esisteva anche ai tempi del V congresso. Ma solo adesso si e fortemente inasprita. Allora il movimento rivoluzionario cinese non era ancora giunto ad uno sviluppo così iniponente, le masse a milioni degli operai e contadini cinesi non erano ancora scossi così profondamente come un anno fa e come adesso. Ma non è tutto. Allora, ai tempi del V Congresso dell'Internazionale Comunista, anche in India non si delineava ancora l'enorme ripresa del movimento operaio e dela lotta di liberazione nazionale che si può notare adesso. Questi due fatti fondamentali sollevano in tutta la loro portata la questione delle colonie e delle semicolonie. Cosa nasconde l'acutizzazione di questa contraddizione? Guerre di liberazione nazionale nelle colonie e un intervento degli imperialisti. Anche questa circostanza deve essere tenuta presente. Infine la terza contraddizione fra il mondo capitalista e l'URSS, una contraddizione che non indebolisce, ma che si inasprisce. Se ai del V Congresso dell’I.C. si poteva dire che si era stabilito un certo equilibrio, anche se labile, tuttavia più o meno duraturo, fra i due mondi, fra i due antipodi, fra il mondo dei soviet e il mondo del capitalismo, ora abbiamo ogni motivo per affermare che questo equilibrio si avvicina alla sua fine. Non è necessario sottolineare che l'inasprirsi di questa contraddizione suscita necessariamente il pericolo di un intervento militare. Si deve supporre che il VI Congresso terrà conto di questa circostanza. Così tutte queste contraddizioni conducono inevitabilmente a un solo pericolo principale, al pericolo di nuove guerre e interventi imperialisti. Perciò il pericolo di nuove guerre e interventi imperialisti è la questione fondamentale del presente. Il mezzo più diffuso per addormentare la classe operaia e per distoglierla dalla lotta contro il pericolo di guerra, è l'odierno pacifismo borghese, con la sua Lega delle Nazioni, con le sue prediche di «pace», col «divieto» della guerra, con le sue chiacchiere sul «disarmo» ecc. Qualcuno crede che il pacifismo imperialista sia uno strumento della pace. Questo è completamente falso. Il pacifismo imperialista è uno strumento della preparazione della guerra e serve a mascherare questa preparazione con farisaici discorsi di pace. Senza questo pacifismo e senza il suo strumento, la Lega delle Nazioni, la preparazione di guerre risulta impossibile nelle condizioni odierne. C'è gente così ingenua da credere che la presenza del pacifismo imperialista significa che non ci sarà guerra. Ciò è completamente falso. Al contrario, se si ha a cuore la verità, bisogna capovolgere questa frase e dire: siccome fiorisce il pacifismo imperialista con la sua Lega delle Nazioni, ci saranno sicuramente nuove guerre e interventi imperialisti. E la cosa più importante in tutto ciò è che la socialdemocrazia è il principale battistrada del pacifismo imperialista nella classe operaia; che, di conseguenza, essa è sostegno principale del capitalismo all'interno della classe operaia, per la preparazione di nuove guerre e interventi. Ma, per preparare nuove guerre da solo, il pacifismo non basta, anche se esso, questo pacifismo, viene appoggiato da una forza così importante, com'è la socialdemocrazia. A questo scopo sono necessari ulteriori mezzi di oppressione delle masse nei centri dell'imperialismo. Non si può fare la guerra per l'imperialismo, senza consolidare il retroterra imperialista. Non si può consolidare il retroterra imperialista, senza opprimere gli operai E Proprio per questo esiste il fascismo. Da qui l’inasprirsi delle interne contraddizioni nei. paesi. del capitalismo, delle contraddizioni fra lavoro e capitale. Da una parte predicare il pacifismo attraverso la bocca della socialdemocrazia, in modo da potersi preparare con maggior successo a nuove guerre; dall'altra, opprimere nelle retrovie la classe operaia e i partiti comunisti, con l'applicazione di metodi fascisti, in modo da poter poi fare la guerra e portare avanti interventi con successo tanto maggiore: questa è la via della preparazione di nuove guerre. Da ciò risultano per i Partiti comunisti i compiti seguenti: Primo, lotta instancabile contro il socialdemocratismo in tutti i campi, sia jel campo economico che nel campo politico di. cui fa parte anche lo smascheramento del pacifismo borghese, con lo scopo di guadagnare la maggioranza della classe operaia per il comunismo. Secondo, formazione del fronte unito degli operai dei paesi progrediti con le masse lavoratrici delle colonie, per sventare il pericolo di guerra, oppure se scoppia una guerra per trasformare la guerra imperialista in guerra civile , per distruggere il fascismo, per abbattere il capitalismo, per instaurare poter sovietico, liberare le colonie dalla schiavitù, organizzare con tutti i mezzi la difesa della prima repubblica sovietica del mondo. Questi sono i problemi e i compiti. Fondamentali, dinanzi a cui si trova il VI Congresso dell’I.C. Di questi problemi e compiti tiene conto il comitato esecutivo dell'IC, come ci si può facilmente convincere, dando uno sguardo all'ordine del giorno del VI Congresso dell'IC. 2. Il programma dell'internazionale Comunista. Strettamente connessa con la questione dei problemi fondamentali del movimento operaio internazionale è la questione del programma dell'1C. L'importanza straordinariamente grande del programma dell'IC sta nel fatto che formula in modo scientifico i compiti fondamentali del movimento comunista, che indica le vie principali per la soluzione di questi compiti e che crea con ciò per le sezioni dell'IC la chiarezza sugli obbiettivi e sui mezzi, senza cui è impossibile una avanzata sicura. Alcune parole sulle caratteristiche del progetto di programma, presentato dalla commissione per il programma del Comitato Esecutivo dell'IC. Si potrebbero elencare almeno sette di queste caratteristiche. 1) Il progetto è un programma, non per il partito comunista di questo o quel singolo paese, ma per tutti i Partiti Comunisti messi assieme, perché abbraccia tutto quello che hanno in comune e che è per loro di importanza fondamentale. Di qui il suo carattere di principio e teorico. 2) Prima si era soliti presentare un programma per le nazioni «civilizzate». Contrariamente a ciò il progetto di programma considera tutte le nazioni del mondo, bianche e di colore, le metropoli e le colonie. Da ciò il suo carattere profondamente internazionale e che abbraccia tutto. 3) L'abbozzo prende come punto di partenza non questo o quei capitalismo di questo o di quel paese o continente, ma tutto il sistema mondiale del capitalismo, a cui contrappone il sistema mondiale dell'economia socialista. In ciò si distingue da tutti i programmi finora presentati. 4) Il progetto parte dall'ineguaglianza dello sviluppo dei paesi del capitalismo e trae la conclusione della possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi1, arrivando alla prospettiva della formazione di duce centri paralleli di attrazione — di un centro del capitalismo mondiale e di un centro del Socialismo mondiale 5) Al posto della parola d'ordine degli Stati uniti d’Europa il progetto avanza la parola d'ordine della federazione delle repubbliche sovietiche dei paesi progrediti e delle colonie, che sono usciti o stanno per uscire dal sistema imperialista, di una federazione che si contrapponga al sistema mondiale capitalista nella sua lotta per il socialismo nel mondo. 6) ll progetto si rivolge con forza, contro la socialdemocrazia come sostegno principale del capitalismo all'interno della classe operaia e come avversario principale del comunismo, constatando in questo contesto che tutte le altre correnti nella classe. operaia (anarchismo, anarco-sindacalismo, socialismo corporativo (47) ecc.) sono nella loro essenza una varietà per l'appunto dei socialdemocratismo. 7) Il i progetto mette in primo Piano il consolidamento dei partiti comunisti sia in Occidente che in Oriente, come condizione preliminare per l'assicurazione dell'egemonia del proletariato e successivamente anche della dittatura del proletariato. La sessione plenaria del CC ha approvato in sostanza il progetto del programma dell'IC e ha impegnato i compagni, che hanno da fare singole proposte di modifica al progetto, a sottoporle alla commissione per il programma del VI Congresso. Così stanno le cose per quanto riguarda le questioni dell'IC. Passiamo ora a questioni della nostra edificazione interna. II QUESTIONI DELL'EDIFICAZIONE SOCIALISTA NELL'URSS 1. La questione della politica del rifornimento di grano. Permettetemi qualche piccolo sguardo retrospettivo. Cosa avevamo il 1° gennaio di quest'anno? Sapete dai documenti del Partito, che il 1° gennaio di quest'anno avevamo un deficit di 128 milioni dì pud di grano, in confronto all'anno precedente. Non mi soffermerò sulle cause di questo fatto: sono spiegate nei noti documenti del Partito, pubblicati sulla stampa. Per noi adesso è importante che avevamo un deficit di 128 milioni di pud. Intanto ci erano rimasti solo due, tre mesi, fino a quando le strade diventavano difficilmente percorribili a causa del disgelo. Ci trovavamo dunque dinanzi alla scelta: o recuperare il perduto e assicurare per il futuro un ritmo normale del rifornimento dì grano oppure andare incontro a un'inevitabile seria crisi di tutta la nostra economia. Cosa si doveva fare per recuperare il perduto? Si doveva in primo luogo infliggere un colpo ai kulak e agli speculatori, che alzavano i prezzi del grano e che minacciavano le campagne con la fame. In secondo luogo doveva essere procurata la più grande quantità possibile di prodotti alle regioni del grano. Infine si doveva mobilitare tutte le nostre organizzazioni di Partito,si doveva raggiungere una svolta in tutto il nostro lavoro nel campo del rifornimento di grano e si doveva farla finita con la prassi della spontaneità. Eravamo costretti, quindi, ad adottare misure straordinarie. Le misure prese non mancarono il loro effetto, riuscimmo fino alla fine di marzo a mettere insieme 275 milioni di pud di grano. Non solo abbiamo recuperato il perduto, non solo abbiamo prevenuto una crisi economica generale, non solo abbiamo raggiunto il ritmo del rifornimento di grano dell'anno passato, ma avremmo avuto anche tutte le possibilità di superare in modo indolore la crisi di rifornimento, se nei mesi seguenti (aprile, maggio, giugno) avessimo potuto mantenere un ritmo di rifornimento anche solo approssimativamente normale. Ma siccome la semina invernale andò distrutta nell'Ucraina meridionale e in parte anche nel Caucaso settentrionale, vennero a mancare l'Ucraina completamente e il Caucaso settentrionale in parte, come regioni fornitrici di grano, con una perdita per la repubblica di 20-30 milioni di pud di grano. Questa circostanza, in connessione col fatto che avevamo consumato troppo grano, ci pose dinanzi alla necessità di esercitare una pressione maggiore sulle regioni restanti e di intaccare con ciò le scorte dei contadini, ciò che doveva condurre ad un peggioramento della situazione. Se siamo riusciti a mettere assieme quasi 300 milioni di pud nei mesi gennaio-marzo, grazie alle scorte che servivano ai contadini per potersi barcamenare, nei mesi aprile-giugno non siamo neppure riusciti a mettere assieme 100 milioni di pud, perché dovevamo intaccare in questo caso le scorte di riserva dei contadini, e questo in un periodo in cui le prospettive del raccolto non erano ancora chiarite. Ma, si doveva pur mettere assieme del grano. Di qui, nuove ricadute in misure straordinarie, arbitrio amministrativo, violazione della legalità rivoluzionaria, requisizioni, perquisizioni illegali ecc., per cui veniva a peggiorare la situazione politica del paese e messa in pericolo l'alleanza fra classe operaia e contadini. Era questa una rottura fra classe operaia e contadini? No, non era una rottura. Era forse una cosa da nulla? No. Era una minaccia per l'alleanza fra classe operaia e contadini. Così si spiega anche che alcuni funzionari del nostro Partito non abbiano trovato sufficiente calma e saldezza per valutare lucidamente e senza esagerazioni la situazione verificatasi. Successivamente le buone prospettive per il raccolto e la parziale abolizione delle misure straordinarie hanno condotto a un appianamento e a un miglioramento della situazione. Qual'è l'essenza delle nostre difficoltà sul fronte del grano? Qual'è il fondamento di queste difficoltà? Non è forse un fatto, che la nostra superficie coltivata a grano è grande quasi come nell'ante-guerra (solo il 5% in meno)? Non e forse un fatto, che produciamo adesso quasi la stessa quantità di grano che nell’ante-guerra (circa 5 miliardi di pud, cioè solo 200-300 milioni in meno)? Come si spiega che, nonostante ciò produciamo solo la metà di grano per il mercato dell'ante-guerra! Si spiega con il frazionamento della nostra agricoltura. Mentre prima della guerra avevamo circa 16 milioni di aziende contadine, oggi il loro numero ammonta a non meno di 24 milioni, con la tendenza ad un ulteriore frazionamento delle aziende contadine e dei terreni agricoli. Ma cosa significa piccola azienda contadina? E' una azienda che fornisce una quantità minima di prodotti per il mercato, la meno redditizia, e in larga misura un'azienda di sussistenza, di consumo, un'azienda con una produzione per il mercato di solo il 12-15%. Intanto da noi crescono a tutta forza le città e l'industria, l'edificazione si sviluppa e la domanda di grano per il mercato cresce con una velocità incredibile. Qui è la causa delle nostre difficoltà sul fronte del grano. Ecco cosa dice Lenin su questo punto nel suo discorso «Sull'imposta in natura» : «Se l'azienda contadina può svilupparsi ulteriormente, bisogna assicurare anche l'ulteriore passaggio su una base solida, ma l'ulteriore passaggio consiste inevitabilmente nel fatto che la piccola azienda dispersa, la meno vantaggiosa e la più arretrata, si organizza, attraverso una graduale unione, in grande azienda agricola associata. Così, da sempre, si sono rappresentati la cosa i socialisti. E appunto questa è anche la concezione del Partito Comunista» (4 edizione, vol. 32, p. 264, russo). E' qui il fondamento delle nostre difficoltà sul fronte del grano. Dov'è la via d'uscita da questa situazione? La via d'uscita consiste in primo luogo nell'elevare la piccola azienda contadina e nel concederle ogni aiuto per l'aumento dei suoi raccolti della sua produttività. Sostituire la zappa coll'aratro, fornire queste aziende di sementi selezionate, provvederle dì concime, di piccole macchine, abbracciare le aziende contadine individuali con una rete molto ramificata di cooperative, stipulare, in questo caso, contratti con villaggi interi (contrattazione) - questo è il compito. C'è già un tale modo di stipulare contratti fra cooperative agricole e villaggi interi il suo scopo è provvedere i contadini di sementi, realizzare così raccolti migliori, garantire che i contadini consegnino in tempo grano allo Stato, concedergli per questo un premio sotto forma di una certa maggiorazione sul prezzo contrattato e stabilire un rapporto stabile fra Stato e contadini. L'esperienza mostra che questo metodo produce risultati concreti. C'è della gente che crede che l'azienda contadina individuale abbia esaurita le sue possibilità, che non valga la pena sostenerla. Ciò è falso, compagni. Questa gente non ha niente in comune con la linea dei nostro Partito. D'altra parte c'è della gente che crede che l'azienda contadina individuate sia l'Alfa e l'Omega dell'agricoltura in generale. Anche ciò è falso. Ancora di più, tale gente trasgredisce apertamente i principi dei leninismo. Non abbiamo bisogno né di gente che disprezza l'azienda contadina individuale né di gente che canta le sue lodi. Abbiamo bisogno di politici lucidi, capaci di ricavare dall'azienda contadina individuale tutto quello che se ne può ricavare e che siano capaci, al tempo stesso, di condurre 1azienda individuale gradualmente sulla via del collettivismo. La via d'uscita consiste, in secondo luogo, nell'unire le aziende contadine piccole e medie disperse gradualmente, su una base del tutto volontaria, in grandi collettivi, che lavorino sulla base della tecnica moderna, coll'aiuto di trattori e altri macchinari agricoli. In che cosa consiste la superiorità dei colcos rispetto alle piccole aziende? Nel fatto che sono grandi aziende e che hanno perciò la possibilità di sfruttare tutte le conquiste della scienza e della tecnica, che sono più redditizie e più stabili, che sono più produttive e che è più grande la parte della loro produzione destinata al mercato. Non bisogna dimenticare che nei colcos la parte della produzione destinata al mercato ammonta al 30-35 % e che il raccolto raggiunge delle volte 200 pud e più per desiatina. La via d'uscita consiste, infine, nel migliorare i vecchi sovcos e nel creare nuovi, grandi sovcos. Bisogna tener presente che i sovcos sono le unità economiche con la più alta quota di produzione destinata al mercato. Abbiamo dei sovcos con una percentuale della produzione destinata al mercato non inferiore al 60%. Il nostro compito consiste nel collegare in modo giusto tutti questi tre compiti e eli lavorare maggiormente in tutte queste tre direzioni. La caratteristica della situazione attuale sta nel fatto che l'assolvimento del primo compito elevamento della piccola e media azienda contadina — che è ancora il compito principale del nostro lavoro nel campo dell'agricoltura, ormai non basta più per la soluzione del compito generale, del compito globale. La caratteristica della situazione attuale sta nel fatto che il primo compito dev'essere completato con due nuovi compiti pratici, lo sviluppo dei colcos e il potenziamento dei sovcos. Oltre alle cause fondamentali ci sono però anche cause specifiche, cause temporanee che hanno fatto delle nostre difficoltà di rifornimento una crisi di rifornimento. Quali sono queste cause? La risoluzione della sessione plenaria del CC annovera fra le cause di questo genere le seguenti: a) turbamento dell'equilibrio sul mercato e inasprimento di questo turbamento Per il fatto che la domanda pagante dei contadini cresce più rapidamente che l'offerta di prodotti industriali ; questo turbamento è stato provocato dalle cresciute entrate delle campagne, in seguito a una serie di buoni raccolti, soprattutto dalle cresciute entrate dei ceti benestanti delle campagne e dei kulak; b) il rapporto sfavorevole fra i prezzi di grano e i prezzi per altri prodotti agricoli, per cui si è attenuato lo stimolo per la realizzazione di eccedenza di grano, cosa cui però il Partito, nella primavera di quest'anno, non poteva nulla modificare, senza danneggiare gli interessi dei ceti poveri delle campagne; c) errori nella pianificazione, soprattutto per quanto riguarda l'invio tempestivo di prodotti e la tassazione (bassa aliquota per i ceti possidenti delle campagne) e anche per quanto riguarda il consumo sbagliato del erano; d) difetti nelle organizzazioni di rifornimento, di Partito, e dei soviet (mancanza di comportamento unitario, scarsa attività, fiducia nella spontaneità); e) violazione della legalità rivoluzionaria, arbitrio amministrativo, requisizioni, chiusura parziale di mercati locali ecc.; f) sfruttamento di tutti questi fenomeni negativi da parte degli elementi capitalistici nella città e nelle campagne (kulak, speculatori) per il sabotaggio del rifornimento di grano e per il peggioramento della situazione politica nel paese. Mentre è necessaria tutt'una serie di anni per l'eliminazione delle cause di carattere generale, le cause di carattere specifico, temporaneo possono essere eliminate immediatamente, per prevenire con ciò un possibile ripetersi della crisi di rifornimento di grano. Cos'è necessario per eliminare queste cause specifiche? Per questo è necessario: a) immediata soppressione della Prassi delle requisizioni, delle perquisizioni illegali e delle violazioni di qualsiasi genere della legalità rivoluzionaria; b) immediata soppressione di ogni ricaduta nei metodi dei tempi della consegna obbligatoria e di tutti i tentativi, comunque si presentino di chiudere mercati, con la garanzia di forme elastiche di regolamentazione del commercio da parte dello Stato; c) un certo aumento dei prezzi del grano, variato per regioni e tipi di grano; d) organizzazione di forniture ben funzionanti di prodotti nelle regioni di rifornimento di grano; e) giusta organizzazione dell'approvvigionamento di grano, in modo che non ne venga consumato troppo; f) costituzione obbligatorio di una riserva statale di grano. L'applicazione onesta e sistematica di queste misure deve creare, visto il buon raccolto di quest'anno, una situazione che escluda la necessità dell'adozione di qualunque misura straordinaria per l'imminente campagna di rifornimento di grano. Il prossimo compito del Partito consiste nel vigilare sull'applicazione accurata di queste misure. In connessione delle difficoltà del grano si è posta per noi la questione dell'unione, della sorte futura dell'alleanza fra operai e contadini, dei mezzi per il consolidamento di questa alleanza. Si dice, che l'unione da noi non esisterebbe più, che al posto dell'unione sarebbe subentrata una rottura. Questo è naturalmente una sciocchezza, degna di chi vuol suscitare panico. Se non esiste l'alleanza, il contadino perde la fiducia nel domani, si rinchiude in sé, cessa di credere nella solidità del potere sovietico, che è l'acquirente principale del suo grano, comincia a limitare le superfici coltivate, e non pensa minimamente ad estenderle, per paura che Si cominci di nuovo con requisizioni, perquisizioni, ecc. e che gli si porti via il grano. Ma cosa possiamo notare in realtà? Possiamo notare un'estensione dei campi per la semina estiva in tutte le regioni. E' un fatto che il contadino ha esteso, nelle regioni principali del grano, i. campi per la semina estiva del 2-15%, persino del 20%. Non ne risulta chiaramente allora che il contadino non crede in una durata eterna delle misure straordinarie e che ha buoni motivi per contare su un aumento dei prezzi del grano? E' forse questa una rottura? Questo, naturalmente, non vuol dire che da noi l'alleanza non sia minacciata o che non sia mai stata minacciata. Ma trarre da ciò la conclusione di una rottura significa perdere la testa e andare alla deriva, Alcuni compagni pensano che, per il consolidamento dell'alleanza si debba spostare l'accento dall'industria pesante all'industria leggera, (in industria tesile) perché credono che l'industria tessile sia la fondamentale e unica industria dell’«alleanza». Ciò e' falso, compagni, completamente falso! Naturalmente l'industria tessile è di enorme importanza per lo scambio fra l'industria socialista e l'economia contadina. Ma dedurre da ciò ch e’industria tessile si l’unica base per a l’alleanza, significa commettere un errore grossolano. In realtà l'unione fra industria ed economia contadina non avviene solo in base al cotone che occorre al contadino per il suo fabbisogno personale, ma anche in base al metallo, in base alle sementi, concime, macchine agricole di ogni tipo, di cui il contadino ha bisogno come produttore di grano. Per non parlare del fatto che industria tecnica stessa non può né svilupparsi né esistere senza lo sviluppo dell'industria pesante meccanica. , Non abbiamo bisogno dell'alleanza per mantenere e per perpetuare le classi. Abbiamo bisogno dell'alleanza per avvicinare i contadini alla classe operaia, per rieducare i contadini, trasformare la loro mentalità individualistica, per trasformarli nello spirito del collettivismo e preparare in questo modo l'abolizione, il superamento delle classi sulla base della società. socialista. Chi non capisce o non vuole riconoscere questo, non è un marxista, non è un leninista, ma un «filosofo contadino», il cui sguardo non è rivolto in avanti, ma indietro. Ma come può essere rimodellato il contadino? In primo luogo e soprattutto, questo può avvenire solo sulla base della tecnica moderna, sulla base del lavoro collettivo. Ecco cosa dice Lenin a questo proposito: «Il rimodellamento del piccolo contadino, la trasformazione di tutta la sua mentalità e delle sue abitudini è una cosa che richiede generazioni. Soltanto la base materiale, la tecnica, l'impiego massiccio di. trattori. e macchine nell'agricoltura, e l’elettrificazione in ampia misura, può risolvere la questione del piccolo contadino. Ciò rimodellerebbe il piccolo contadino dalle radici e con enorme velocità» (4a edizione, vol. 32, p. 194, russo). E' chiaro: chi vuole assicurare l'alleanza solo in base ai prodotti tessili e dimentica il metallo e le macchine, che trasformano l'economia contadina sul fondamento del lavoro collettivo, chi fa così, perpetua le classi, non è un rivoluzionario proletario ma un « filosofo contadino ». Altrove Lenin dice: «Soltanto se riusciremo a dimostrare coi fatti ai contadini i vantaggi della lavorazione della terra in comune, collettiva, associata, nell'artel, soltanto se riusciremo ad aiutare i contadini per mezzo dell'azienda associata, dell'artel, soltanto allora la classe operaia, tenendo nelle sue mani il potere dello Stato, dimostrerà. effettivamente ai contadini di aver ragione, attirerà veramente al suo fianco, in modo saldo e effettivo, una massa di milioni e milioni di contadini» (cfr. Lenin, "Opere scelte", TI vol., p. 519). Questo è il modo con cui si garantisce che le masse a milioni dei contadini vengono guadagnate realmente e saldamente per la classe operaia, per il socialismo. Talvolta si dice che avremmo una sola possibilità per assicurare l'alleanza, cioè concessioni ai contadini. Partendo da ciò viene talvolta formulata la teoria secondo cui si dovrebbero fare incessanti concessioni, come se la classe operaia potesse consolidare le sue posizioni attraverso concessioni incessanti. Ciò è falso, compagni. Ciò è completamente falso! Una teoria simile può solo rovinare tutto. E una teoria della disperazione. Per consolidare l'alleanza bisogna aver a disposizione oltre questa possibilità, le concessioni, tutt'una serie di altre possibilità, e cioè, sia punti d'appoggio economici nelle campagne (cooperative sviluppate, colcos e sovcos) che punti d'appoggio politici (maggiore lavoro fra i contadini poveri e sicuro appoggio da parte dei contadini poveri). I contadini medi sono una classe oscillante Se non abbiamo il sostegno dei contadini poveri, se il potere sovietico è debole nelle campagne, allora i contadini medi possono tendere verso il kulak. E' viceversa, se è sicuro il sostegno dei contadini poveri, allora si può dire con certezza che il contadino medio tenderà verso il potere sovietico. Perciò il lavoro sistematico fra i contadini poveri e l'approvvigionamento dei contadini poveri sia con sementi che con grano a buon mercato, è il primo compito del Partito. 2. La questione della formazione di quadri per l'edificazione industriale. Passiamo ora alla questione della formazione di nuovi quadri dell'intellighentsia tecnica per la nostra industria. Si tratta delle nostre difficoltà nel campo dell'industria, di difficoltà che sono venute alla luce in connessione con l'affare Schachty. In che cosa consiste, dal punto di vista del miglioramento della situazione nell'industria, l'essenza dell'affare Schachty? L'essenza e il significato dell'affare Schachty stanno nel fatto che noi, per quanto riguarda la formazione di un minimo di specialisti per la nostra industria, fedeli alla causa della classe operaia, ci siamo dimostrati quasi impreparati e del tutto arretrati, vergognosamente arretrati. La lezione che deriva dall'affare Schachty consiste nel fatto che de essere accelerato il ritmo di addestramento, di formazione di una nuova intellighentsia tecnica dalle file della classe operaia che siano fedeli alla causa del socialismo e in grado di assumere la direzione tecnica della nostra industria socialista. Ciò significa che respingiamo gli specialisti che non pensano in modo sovietico o che non sono comunisti, ma che sono disposti a collaborare col potere sovietico. No, non significa questo. Cercheremo di guadagnare anche in futuro con tutti i mezzi e con tutte le forze specialisti senza partito, tecnici senza partito disposti a collaborare con potere sovietico nell'edificazione della nostra industria Non gli chiediamo assolutamente di rinunciare subito alle loro concezioni sociali e politiche o di cambiarle immediatamente. Chiediamo solo una cosa — che collaborino onestamente col potere sovietico, una volta che si siano volontariamente dichiarati disposti a ciò. Fatto sta, però che il numero di questi vecchi specialisti, disposti a collaborare lealmente col potere sovietico, diminuisce in senso relativo sempre di più. Ma è un fatto che è assolutamente necessario formare un cambio per loro, composto da giovani specialisti. E il Partito ritiene ora che questo cambio debba essere formato a ritmo accelerato, se non volgiamo avere nuove sorprese il cambio deve venir fuori dalle file della classe operaia dei lavoratori. Questo appunto significa formare una nuova intellighentsia tecnica, capace di. soddisfare le esigenze della nostra industria. I fatti hanno mostrato che il commissariato del popolo per l'istruzione non è venuto a capo di questo compito importante. Visto la sua lentezza e il suo conservatorismo non abbiamo nessun motivo di credere che riuscirà a venire a capo di questo compito in un prossimo futuro, da solo, e per di più, poco collegato con la produzione. Perciò il Partito è giunto alla conclusione che il lavoro per la formazione accelerata di una nuova intellighentsia tecnica dev'essere distribuito su tre commissariati del popolo: il commissariato del popolo per l'istruzione, il Consiglio superiore dell'economia e il commissariato del popolo per i trasporti. Il Partito ritiene che questa sia la via più opportuna per assicurare il ritmo di lavoro necessario per questo importante problema. Di qui lo spostamento di alcune università teoriche sotto la competenza del Consiglio superiore dell'economia e del commissariato del popolo per i trasporti. Ciò non significa naturalmente che il compito della formazione accelerata di nuovi quadri dell’intellighentsia tecnica si esaurisca in questa nuova competenza sulle Università tecniche. Senza dubbio, anche la sicurezza materiale degli studenti gioca qui un grande ruolo. Perciò il potere sovietico ha equiparato le spese per la formazione di nuovi quadri alle spese per nuove costruzioni industriali e deciso di mettere a disposizione per questo annualmente più di 40 milioni di rubli. Bisogna ammettere, compagni, che abbiamo costantemente imparato III CONSIDERAZIONE FINALE Bisogna ammettere compagni, che abbiamo costantemente imparato dalle nostre difficoltà e dai nostri errori. Almeno finora è stato così che la storia ci ha continuamente insegnato a superare difficoltà, crisi diverse ed errori, temprando con ciò il nostro Partito. Così è stato nel 1918, quando in connessione con le difficoltà sul fronte orientale, in connessione con gli insuccessi nella lotta contro Koltschak, riconoscemmo alla fine la necessità della creazione di una fanteria regolare e la creammo anche veramente. Così è stato anche nel 1919, in connessione con le difficoltà sul fronte di Denikin, in connessione con l'attacco in profondità alle spalle delle nostre armate da parte di Mamontov, riconoscemmo finalmente la necessità di una forte cavalleria regolare e la creammo anche veramente. Penso che anche oggi le cose stiano da noi più o meno così. Le difficoltà del grano non saranno senza utilità per noi. Scuoteranno i bolscevichi e li costringeranno ad occuparsi energicamente dello sviluppo dell'agricoltura, in particolare dello sviluppo della cerealicoltura. Senza queste difficoltà, difficilmente i bolscevichi avrebbero preso in pugno la soluzione del problema del grano. Lo stesso vale anche per l'affare Schachty e le difficoltà ad esso connesse. Gli insegnamenti dell'affare Schachty non saranno e non potranno essere senza utilità per il nostro Partito. Penso che questi insegnamenti ci costringeranno a porre con tutta chiarezza la questione della formazione di una nuova intellighentsia tecnica, che diventi all'altezza delle esigenze della nostra industria socialista. Del resto, vedete che abbiamo già fatto il primo passo serio verso la soluzione del problema della formazione di una nuova intellighentsia tecnica. Vogliamo sperare che questo passo non sarà l'ultimo. «Leningsradskaja Pravda» n. 162. 14 Luglio 1928. ALLA OSSOAVIACHIM (*) (48) DI LENINGRADO Il consolidamento della capacità di difesa del paese sovietico è compito di tutti i lavoratori. I proletari di Leningrado sono stati in prima fila nelle battaglie della guerra civile. I proletari di Leningrado devono anche adesso essere di esempio con la loro organizzazione, la loro disciplina e la loro compattezza nella preparazione della difesa dell'Unione Sovietica contro i nemici della classe operaia. Non dubito che l'Ossoaviachim di Leningrado, come organizzazione di massa dei proletari di Leningrado, farà il suo dovere nei confronti del paese della dittatura proletaria. G. Stalin «Krasnaja Gaseta» (Giornale Rosso) (Leningrado), n. 163. 15 Luglio 1928. LETTERA AL COMPAGNO KUJBYSCHEW Caro compagno Kujbyschew. Cooper è arrivato oggi. Il colloquio si terrà domani. Vedremo cosa dirà sui piani americani. Ho letto il 6° rapporto di Cooper sulla costruzione della centrale elettrica del Dnjepr. Bisogna naturalmente sentire anche l'altra parte. Comunque mi pare questa è la mia prima impressione), che abbia ragione Cooper e non Winter. Già il fatto universalmente riconosciuto che il tipo della diga di sbarramento di Cooper (contro il quale si è schierato Winter) si è rivelato l'unico idoneo, già questo fatto ci dice che bisogna assolutamente ascoltare Cooper. Sarebbe bene discutere in sede opportuna la 6° lettera di Cooper e approvarla nella sostanza. Come va da te? Ho sentito che Tomski ti vuol dare fastidio. E' un uomo maligno e non sempre onesto. Mi pare che abbia torto. Ho letto il tuo rapporto sulla razionalizzazione. Un rapporto piuttosto utile. Cos'altro vuole da te Tomski? Come va con la fabbrica di trattori di Zarizyn e con le officine di trattori a Leningrado? Si può sperare in un successo? Ti stringo la mano. 31 agosto 1928 G. Stalin IN MEMORIA DEL COMPAGNO I. I. SKWORZOW-STEPANOW La morte ha strappato dalle nostre file un leninista fermo e saldo, membro del CC del nostro Partito, il compagno Skworzow-Stepanow. Per decenni il compagno Skworzow-Stepanow ha combattuto nelle nostre file e ha vissuto tutte le intemperie che comporta la vita di un rivoluzionario di professione. Molte migliaia di compagni lo conoscono come uno degli scrittori marxisti più vecchi e popolari. Lo conoscono anche come partecipante attivo dei giorni d'Ottobre. Infine lo conoscono come un combattente fedelmente dedito all'unità leninista del Partito e alla sua ferrea compattezza. Alla vittoria della dittatura del proletariato il compagno Skworzow-Stepanow ha dedicato tutta la sua vita onesta e laboriosa. Possa la memoria del compagno Skworzow-Stepanow rimanere viva nei cuori della classe operaia. G. Stalin DEL PERICOLO DI DESTRA NEL PARTITO COMUNISTA (BOLSCEVICO) DELL'URSS (*) Penso, compagni, che prima di tutto, per risolvere la questione che ci interessa, della deviazione dì destra, bisogna prescindere dalle piccolezze, dagli elementi personali, ecc. Esiste nel nostro partito un pericolo di destra, un pericolo opportunista? Esistono delle condizioni oggettive che favoriscono questo pericolo? Come lottare contro questo pericolo? Ecco quali problemi stanno ora davanti a noi. Ma non risolveremo questa questione della deviazione di destra se non la libereremo di tutte le piccolezze e dei detriti che si sono ammonticchiati attorno ad essa e ci impediscono di comprenderne la sostanza. Ha torto Sapolski quando pensa che la questione della deviazione di destra è una questione fortuita. Egli afferma che tutto si riduce non già a una deviazione di destra, ma a un litigio, a intrighi personali, ecc. Ammettiamo per un istante che il litigio e gl'intrighi personali abbiano qui una certa parte, come in ogni lotta. Ma spiegare tutto coi litigi e non vedere al di là dei litigi la sostanza della questione, significa uscire dalla strada giusta, marxista. Non è possibile che gli sforzi di alcuni attaccabrighe o di alcuni intriganti abbiano potuto sconvolgere da cima a fondo e mettere in subbuglio un'organizzazione così grande, vecchia e coesa, com'è, incontestabilmente, l'organizzazione di Mosca. No, compagni, tali miracoli non avvengono nel mondo. Senza contare che non si può sottovalutare a tal punto la forza e la potenza dell'organizzazione di Mosca. E' evidente che hanno agito qui delle cause più profonde, che non hanno niente a che vedere né coi litigi né con gl'intrighi. Ha torto Fruntov il quale, benché riconosca l'esistenza del pericolo di destra, non lo ritiene però cosa degna di essere presa seriamente in considerazione da uomini seri, i quali hanno delle serie occupazioni. Secondo lui la questione della deviazione di destra è roba di cui possono occuparsi degli schiamazzatori e non coloro che hanno da fare un lavoro serio. Comprendo perfettamente Fruntov, uomo così assorbito dal lavoro pratico quotidiano, che non trova più il modo di pensare alle prospettive del nostro sviluppo. Ma questo non significa ancora che dobbiamo fare del gretto praticismo di alcuni militanti del partito un dogma della nostra opera costruttiva. Un sano spirito pratico è una buona cosa, ma se esso nel lavoro perde le prospettive, se non subordina il lavoro alla linea fondamentale del partito, diventa un difetto. Ora, non è difficile capire che la questione della deviazione di destra è la questione della linea fondamentale del nostro partito, è la questione della giustezza o falsità della prospettiva di sviluppo fissata dal nostro partito al XV Congresso. Hanno torto pure quei compagni che, nell'esaminare il problema della deviazione di destra, non vedono altro che gli uomini che rappresentano questa deviazione. Indicateci i destri o i conciliatori, dicono essi, fate i loro nomi, affinché possiamo metterli a posto. E' un modo errato di porre il problema. Le persone, si capisce, hanno una certa importanza. Qui però non si tratta delle persone, ma delle condizioni, delle circostanze che generano il pericolo di destra nei partito. Si possono allontanar le persone, ma questo non significa ancor aver estirpato le radici del pericolo di destra nel nostro partito. Perciò la questione delle persone non è decisiva, benché sia di un interesse indiscutibile. Non si può non rammentare, a questo proposito, un fatto avvenuto a Odessa, alla fine del 1919 e al principio del 1920, quando le nostre truppe, cacciato Denikin dall'Ucraina, stavano liquidando gli ultimi residui del suo esercito nella regione di Odessa. Un distaccamento di soldati rossi incominciò allora a cercare accanitamente, a Odessa, l'Intesa, convinti che se fossero riusciti a prenderla — l'Intesa — la guerra sarebbe finita (Ilarità generale). Si può immaginare che i. soldati rossi potessero riuscire a prendere, a Odessa, un rappresentante qualunque dell'Intesa. Ma è evidente che ciò non avrebbe risolto la questione dell'Intesa, perché le radici dell'Intesa non erano a Odessa, per quanto questa città fosse allora l'ultimo rifugio di Denikin, ma in seno al capitalismo mondiale. Lo stesso si può dire di certi nostri compagni che nella questione della deviazione di destra non vedono altro che le persone che rappresentano la deviazione di destra, dimenticando le condizioni che la generano. Perciò dobbiamo chiarire qui, innanzi tutto, le condizioni da cui sorgono tanto la deviazione di destra, quanto la deviazione di «sinistra» (trotskista), dalla linea leninista. La deviazione di destra nel comunismo, in regime di capitalismo, significa la tendenza, l'inclinazione di una parte dei comunisti, tendenza, è vero, non ancora ben determinata e, se volete, non ancora cosciente ma pur sempre tendenza, ad abbandonare la linea rivoluzionaria del marxismo per andare verso la socialdemocrazia. Quando certi gruppi di comunisti negano l'opportunità della parola d'ordine «classe contro classe» nella lotta elettorale (Francia), oppure sono contrari a che il partito comunista Presenti i suoi propri candidati nelle elezioni (Inghilterra), oppure non vogliono porre in modo acuto il problema della lotta contro la socialdemocrazia di «sinistra» (Germania) ecc. ecc., ciò significa che in seno ai partiti comunisti vi è della gente che si sforza di adattare il comunismo al socialdemocratismo. La vittoria della deviazione di destra nei partiti comunisti dei paesi capitalistici significherebbe la loro disfatta ideologica e un rafforzamento enorme del socialdemocratismo E cosa vuol dire un enorme rafforzamento del sociademocratismo? Vuol dire un rafforzamento e consolidamento del capitalismo, essendo la socialdemocrazia il sostegno principale del capitalismo in seno alla classe operaia. La vittoria della deviazione di destra nei partiti comunisti dei paesi capitalistici porterebbe dunque a uno sviluppo delle condizioni necessarie alla conservazione del capitalismo. La deviazione di destra del comunismo nelle condizioni di sviluppo sovietico, in cui capitalismo è già stato abbattuto, ma non ne sono ancora state strappate le radici, significa la tendenza, l’inclinazione dio una parte dei comunisti, tendenza, è vero non ancora determinata e, se volete, non ancora cosciente, ma pur sempre tendenza, ad abbandonare la linea generale del nostro partito per andare verso l’ideologia borghese. Quando alcuni gruppi dei nostri comunisti tentano di far camminare il partito a ritroso dalle decisioni del XV Congresso, negando la necessità dell’offensiva contro gli elementi capitalistici nella campagna; oppure chiedono che venga frenato lo sviluppo della nostra industria, considerando rovinoso per il paese il ritmo attuale del suo rapido sviluppo; oppure negano l’opportunità di fare degli stanziamenti per i colcos e i sovcos, considerando questi stanziamenti come soldi buttati dalla finestra; oppure negano l’opportunità della lotta contro la burocrazia sulla base dell’autocritica, pensando che l’autocritica sconvolge il nostro apparato; oppure esigono venga attenuato il monopolio del commercio estero, ecc. ecc. questo significa che nele file del nostro partito vi è della gente che, senza accorgersene, tenta forse di adattare la nostra edificazione socialista ai gusti e alle esigenze della borghesia «sovietica» La vittoria della deviazione di destra nel nostro partito significherebbe un enorme rafforzamento degli elementi capitalistici nel nostro paese. E cosa significherebbe il rafforzamento degli elementi capitalistici nel nostro paese? Significherebbe indebolimento della dittatura proletaria e aumento delle probabilità di restaurazione del capitalismo. La vittoria della deviazione di destra nel nostro partito, dunque, porterebbe a uno sviluppo delle condizioni necessarie alla restaurazione del capitalismo nel nostro paese. Esistono da noi, nel nostro paese dei Soviet, delle condizioni che rendano possibile la restaurazione del capitalismo? Sì, esistono. Forse ciò sembrerà strano, ma è un fatto, compagni. Abbiamo abbattuto il capitalismo, abbiamo instaurato la dittatura del proletariato e sviluppiamo, a ritmo accelerato, la nostra industria socialista, legando ad essa l'economia contadina. Ma non abbiamo ancora estirpato le radici del capitalismo. Dove si celano dunque queste radici? Si celano nela produzione mercantile, nella piccola produzione urbana e particolarmente rurale. La forza del capitalismo risiede, come dice Lenin, «nella forza della piccola produzione; poiché, per disgrazia, la piccola produzione esiste tuttora in misura molto, molto grande, e la piccola produzione genera incessantemente il capitalismo e la borghesia, ogni giorno, ogni ora, in modo spontaneo e in vaste proporzioni» (***) E' chiaro che, nella misura in cui la piccola produzione ha, da noi, un carattere di massa e persino una posizione predominante, e nella misura in ah essa, particolarmente nelle condizioni create dalla Nep, genera il capitalismo e la borghesia di continuo e in vaste proporzioni, esistono da noi le condizioni che rendono possibile la restaurazione del capitalismo. Esistono da noi, nei nostro paese dei Soviet, i mezzi e le forze necessarie per distruggere, per liquidare le possibilità di restaurazione del capitalismo? Si, esistono. Di qui appunto proviene la giustezza della tesi di Lenin circa la possibilità di edificare nell'URSS una società socialista integrale. A questo scopo è necessario consolidare la dittatura proletaria, rafforzare l'alleanza della classe operaia ed ei contadini, sviluppare le nostre posizioni di comando avendo in vista l'industrializzazione del paese, imprimere un rapido ritmo di sviluppo all'industria, elettrificare il paese, dare a tutta l'economia nazionale una nuova base tecnica, raggruppare nelle cooperative le masse contadine e aumentare il rendimento delle loro aziende, riunire gradualmente le aziende contadine individuali in aziende sociali, collettive, sviluppare i sovcos, limitare e superare gli elementi capitalistici della città e della campagna, ecc. ecc. Ecco che cosa dice Lenin a questo proposito: «Fino a quando vivremo in un paese di piccoli contadini, esisterà in Russia, per il capitalismo, una base economica più solida che per il comunismo. E' necessario ricordarlo. Chiunque osserva attentamente la vita della campagna e la confronta con quella della città, sa che le radici del capitalismo non le abbiamo estirpate e che le fondamenta, le basi del nemico interno non le abbiamo scalzate. Questi si appoggia sulla piccola azienda, e per poterlo scalzare c'è un solo mezzo: dare all'economia del paese, compresa anche l'agricoltura, una nuova base tecnica, la base tecnica della grande produzione moderna. Solo l'elettrificazione fornisce tale base, Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese Altrimenti il paese resterà un paese di piccoli contadini, e bisogna che ce ne rendiamo conto chiaramente. Siamo più deboli del capitalismo, non solo su scala mondiale, ma anche all’interno del paese. Ciò è noto a tutti. Ce ne siamo resi conto e faremo in modo che la base economica sia formata non dalla piccola azienda contadina dalla grande industria Solo quando il paese sarà elettrificato, quando avremo dato all'industria, all'agricoltura e ai trasporti la base tecnica della grande industria moderna, solo allora vinceremo definitivamente» (****). Ne risulta, in primo luogo, che fino a che viviamo in un paese dì piccoli contadini, fino a che non abbiamo estirpato le radici del capitalismo, esiste per il capitalismo una base economica più solida che per il comunismo. Avviene che si abbatta un albero e non se ne estirpino le radici, per mancanza di forze. E' di qui che deriva la possibilità di restaurazione del capitale nel nostro paese. Ne risulta, in secondo luogo, che, oltre alla possibilità di restaurazione del capitalismo, esiste anche la possibilità di vittoria del socialismo, perché possiamo distruggere la possibilità di restaurazione del capitalismo, possiamo estirpare le radici del capitalismo e ottenere su di esso una vittoria definitiva nel nostro paese se intensifichiamo il lavoro per l'elettrificazione del paese, se diamo all'industria, all'agricoltura, ai trasporti la base tecnica della grande industria moderna. E' di qui che deriva la possibilità della vittoria del socialismo nel nostro paese. Ne risulta, infine, che non si può edificare il socialismo solo nell'industria, abbandonando l'agricoltura all'arbitrio di uno sviluppo spontaneo, partendo dall'affermazione che la campagna «terrà dietro da sé» alla città. L'esistenza dell'industria socialista nella città costituisce il fattore fondamentale per la trasformazione socialista della campagna. Ma ciò non significa ancora che questo fattore sia assolutamente sufficiente. Affinché la atta socialista possa condurre al suo seguito, sino all'ultimo, la campagna contadina, è indispensabile, come dice Lenin, « dare all'economia del paese, compresa anche l'agricoltura (**), una nuova base tecnica, la base tecnica della grande produzione moderna ». Non è questo passo di Lenin in contraddizione con un altro suo passo, ov'egli dice che «la Nep ci garantisce pienamente la possibilità (**) di costruire le fondamenta dell'economia socialista»? No, non è in contraddizione. Anzi, i due passi si accordano perfettamente l'uno con l'altro. Lenin non dice affatto che la Nep ci diail socialismo già bello epronto, Lenin dice soltanto che la Nep ci garantisce la possibilità di costruire le fondamenta dell’economia socialista. Tra la possibilità di edificare il socialismo e la sua edificazione effettiva c’è una grande differenza. Non si può confondere la possibilità con la realtà. Appunto per trasformare questa possibilità in realtà, appunto per questo, Lenin propone di elettrificare il paese e di dare all’industria, all’agricoltura, ai trasporti, la base tecnica della grande industria moderna, come condizione per la vittoria definitiva del socialismo nel nostro paese Ma realizzare questa condizione dell'edificazione del socialismo in un anno o due non è possibile. Non è possibile in un anno o due industrializzare il paese, creare un'industria potente, far aderire alle cooperative milioni di contadini, dare una nuova base tecnica all'agricoltura, riunire le aziende contadine individuali in grandi aziende collettive, sviluppare sovcos, limitare e superare gli elementi capitalistici delle città e delle campagne. Per questo occorrono anni ed anni di intenso lavoro costruttivo sotto la dittatura del proletariato. E fino a che non avremo fatto ciò — e non lo si farà di colpo — continueremo a essere un paese di piccoli contadini, in cui la piccola produzione genera di continuo e in vaste proporzioni capitalismo e la borghesia, e in cui il pericolo di restaurazione del capitalismo continua a sussistere. E siccome il proletariato non vive nel vuoto, ma nel più effettivo e reale dei mondi, con tutte le sue particolarità, gli elementi borghesi, sorti sulla base della piccola produzione, «avvolgono il proletariato da ogni parte, in un ambiente piccolo-borghese, lo penetrano di questo ambiente, lo corrompono con esso, spingono continuamente il proletariato a ricadere nella mancanza di carattere, nella dispersione, nell'individualismo, nelle alternative di entusiasmo e di abbattimento, che sono proprie della piccola borghesia» (*****), e così Portano nel proletariato e nel suo partito certi ondeggiamenti, certe esitazioni. Ecco dov'è la radice, la base di ogni sorta di esitazioni e di deviazioni dalla linea leninista nelle file del nostro partito. Ecco perché il problema della deviazione di destra o di «sinistra» nel nostro partito non può essere considerato come un'inezia. In che cosa consiste il pericolo della deviazione di destra, chiaramente opportunista, nel nostro partito? Nel fatto che essa sottovaluta la forza dei nostri nemici, la forza del capitalismo, non vede il pericolo di una restaurazione del capitalismo, non comprende la meccanica della lotta di classe nelle condizioni esistenti otto la dittatura del proletariato e fa perciò tanto facilmente delle concessioni al capitalismo, esigendo una riduzione del ritmo della nostra industria, esigendo facilitazioni per gli elementi capitalistici della campagna. e della città, esigendo che sia messa in secondo piano la questione dei colcos e dei sovcos, esigendo un’attuazione del monopolio del commercio estero, ecc. ecc. E' certo che la vittoria della deviazione di destra nel nostro partito darebbe libero corso alle forze del capitalismo, scalzerebbe le posizioni rivoluzionarie del proletariato e accrescerebbe le probabilità di restaurazione del capitalismo nel nostro paese. In che cosa consiste il pericolo della deviazione di «sinistra» (trotskista) nel nostro partito? Nel fatto che essa sopravvaluta la forza dei nostri nemici, la forza del capitalismo, non vede che la possibilità di restaurazione del capitalismo, mentre non. vede la possibilità di edificare il socialismo con le forze del nostro paese, cade nella disperazione ed è costretta a consolarsi cianciando di tendenze termidoriane del nostro partito. Dalle parole di Lenin che «fino a quando vivremo in un paese .di piccoli contadini, esisterà in Russia, per il capitalismo, una base economica più solida che per comunismo» da queste parole di Lenin la deviazione di «sinistra» trae la conclusione errata che nell'URSS è impossibile, in generale, condurre a termine l'edificazione del socialismo, che i .contadini non si verrà a capo di nulla, che l'idea.dell'alleanza della classe operaia coi contadini ha fatto il suo tempo, che se non arriva a tempo l'aiuto della rivoluzione vittoriosa in Occidente la dittatura del proletariato in URSS dovrà cadere. o degenerare, che se non si approva un piano fantastico superindustrializzazione, da attuarsi anche a costo della scissione coi contadini, bisogna considerare la causa del socialismo in URSS come perduta. Di qui lo spirito d'avventura nella politica della deviazione di «sinistra ». Di qui i salti «sovrumani» in politica. E' certo che la vittoria della deviazione di «sinistra» nel nostro partito porterebbe a staccare classe operaia dalla su a base contadina a staccare l'avanguardia della classe operaia dal resto della massa operaia, porterebbe, di conseguenza, alla disfatta del proletariato e ala creazione di condizioni favorevoli alla restaurazione del capitalismo. Come vedete, tutti e due questi pericoli, e quello di «sinistra» e quello di destra, tutte e due queste deviazioni della linea leninista, e quella di destra e quella di «sinistra», conducono a uno stesso risultato, pur partendo da punti opposti. Quale di questi due pericoli è il peggiore? Penso che tutti e due sono peggiori. La differenza tra queste deviazioni, dal punto di vista della lotta efficace contro di esse, è che il pericolo della deviazione di «sinistra», nel momento attuale, è più chiaro per il partito che quello della deviazione di destra. Il fatto che già da parecchi anni lottiamo vigorosamente contro la deviazione di «sinistra», questo fatto, si capisce, non può non esser stato in qualche modo utile al partito. E' evidente che il partito, negli anni della lotta contro la deviazione trotskista, di «sinistr », ha imparato molto e non è più facile ingannarlo con frasi di «sinistra». In quanto al pericolo di destra, che esisteva anche prima e adesso si presenta con maggior rilievo, dato il rafforzamento degli elementi piccolo-borghesi in relazione alla crisi dell'anno scorso nella compera del grano, esso, io penso, non è così chiaro per certi ambienti del nostro partito. Perciò, senza indebolire per niente la lotta contro il pericolo trotskista, di «sinistra», il nostro compito consiste nel metter l'accento sulla lotta contro la deviazione di destra e nel prendere tutte le misure affinché il pericolo di questa deviazione diventi per il partito altrettanto evidente quanto il Pericolo trotskista. La questione della deviazione di destra probabilmente non ci si porrebbe in modo così acuto come oggi si pone, se non fosse legata alla questione delle difficoltà del nostro sviluppo. Ma avviene proprio che l'esistenza della deviazione di destra complica le difficoltà del nostro sviluppo e frena gli sforzi per superarle. E precisamente perché il pericolo di destra rende più difficile la lotta per superare le difficoltà, appunto per questo il problema di superare il pericolo di destra assume per noi un'importanza particolarmente grande. Due parole sul carattere delle nostre difficoltà. Bisogna tener presente che le nostre difficoltà in nessun modo debbono essere considerate come difficoltà di stasi o di declino. Vi sono delle difficoltà che sopravvengono in periodo di declino o di stasi dell'economia; allora si cerca di render la stasi meno dolorosa, o il declino meno profondo. Le nostre difficoltà non hanno niente a che fare con le difficoltà di questo genere. Il tratto caratteristico delle nostre difficoltà è che esse sono difficoltà di ascesa, difficoltà di sviluppo. Quando da noi si parla di difficoltà, si tratta di solito della percentuale di sviluppo dell'industria, della percentuale di aumento delle superfici seminate, dell'incremento in pud del rendimento della terra, ecc. ecc. E appunto perché le nostre difficoltà sono difficoltà di sviluppo e non di declino o di stasi, appunto per questo esse non devono rappresentare per il partito niente di particolarmente pericoloso. Ma le difficoltà sono pur sempre difficoltà. E siccome per superare le difficoltà occorre una tensione di tutte le forze, sono necessarie fermezza e padronanza di se stessi, qualità che non tutti posseggono in misura sufficiente, forse per stanchezza ed esaurimento, o perché si preferisce vivere più tranquilli, senza lotte e preoccupazioni, ecco che incominciano gli ondeggiamenti e le esitazioni, le svolte verso la linea della minor resistenza, i discorsi sulla riduzione del ritmo di sviluppo dell'industria, sulle facilitazioni da dare agli elementi capitalistici, sulla negazione dell'utilità dei colcos e dei sovcos e, in generale, di tutto ciò che esce dal quadro consueto e calmo del lavoro quotidiano. Ma non possiamo andare avanti senza superare le difficoltà che ci si presentano. E per superarle bisogna prima di tutto vincere il pericolo di destra, bisogna prima di tutto superare la deviazione di destra, che frena la lotta contro le difficoltà, che tenta di spezzare la volontà del nostro partito nella lotta per superare le difficoltà. Naturalmente si tratta di una lotta effettiva contro la deviazione di destra, e non di una lotta a parole e sulla carta. V'è della gente nel nostro partito che, per scaricarsi la coscienza, è disposta a dichiarar battaglia al pericolo di destra così come i preti cantano, a volte, «alleluia, alleluia», ma non prende nessuna, assolutamente nessuna misura pratica per organizzare effettivamente la lotta contro la deviazione di destra e superarla in realtà. Questa corrente si chiama, da noi, corrente conciliatrice verso la deviazione chiaramente opportunista, di destra, non è difficile comprendere che la lotta contro questo genere di corrente conciliatrice è parte integrante della lotta generale contro la deviazione di destra, contro il pericolo di destra. Infatti è impossibile superare la deviazione di destra, la deviazione opportunista, senza una lotta sistematica contro la tendenza conciliatrice, che copre gli opportunisti sotto le sue ali. La questione degli esponenti della deviazione di destra presenta un interesse indiscutibile, sebbene non decisivo. Abbiamo avuto occasione d'incontrarci con degli esponenti del pericolo di destra nelle organizzazioni di base del nostro partito, l'anno scorso, durante la crisi della compera del grano, allorché una serie di comunisti, nei mandamenti e nei villaggi, attaccavano la politica del partito, dirigendosi nel senso d'una alleanza con con gli elementi kulak. Sapete che i comunisti di questo genere sono stati espulsi dal partito, nella primavera di quest'anno, del che si fa cenno in modo speciale in un noto documento del Comitato Centrale del nostro partito, nel mese di febbraio di quest'anno. Ma sarebbe errato dire che elementi di questo genere non ne sono rimasti nel partito. Se si sale più in alto, alle organizzazioni di partito provinciali e distrettuali, e si cerca bene nell'apparato sovietico e cooperativo, si può trovare senza fatica degli esponenti del pericolo di destra e della tendenza conciliatrice con esso. Sono note le «lettere», le «dichiarazioni» e altri documenti di parecchi militanti del nostro apparato di partito e sovietico, in cui la tendenza alla deviazione di destra è apparsa nei modo più preciso. Sapete che di queste lettere e di questi documenti si fa menzione nello stenogramma dell'Assemblea plenaria del Comitato Centrale del mese di luglio. Se si sale ancora più in alto e si pone la questione relativamente ai membri. del Comitato Centrale, bisogna riconoscere che anche in seno al Comitato Centrale vi sono alcuni elementi, in un numero, è vero, molto ristretto che hanno una posizione conciliatrice verso il pericolo di destra. Lo stenogramma dell'Assemblea plenaria di luglio del Comitato Centrale ne fornisce una prova diretta. E nell'Ufficio politico? Vi sono nell'Ufficio politico delle deviazioni? Nell'Ufficio politico non vi soni: né destri, né sinistri, né conciliatori verso di essi. Questo bisogna dirlo qui, nel modo più categorico. E’ ora di finirla con i pettegolezzi diffusi dai nemici del partito e da ogni sorta di oppositori, circa l'esistenza di una deviazione di destra o di una posizione conciliatrice verso di essa nell'Ufficio politico del nostro Comitato Centrale. Vi sono state delle esitazioni, degli ondeggiamenti nell'organizzazione di Mosca o nella sua sommità, nel Comitato di Mosca? Sì, ci sono state. Sarebbe assurdo affermare adesso che non ci sono state delle esitazioni, degli ondeggiamenti. Il discorso pieno di franchezza di Penkov ne fornisce la prova diretta. Penkov non è l'ultimo venuto nell'organizzazione di Mosca e nel Comitato di Mosca. Avete sentito come egli ha riconosciuto in modo franco ed aperto i suoi errori su tutta una serie di importantissime questioni della nostra politica di partito. Ciò non significa, naturalmente, che tutto il Comitato di Mosca abbia avuto delle esitazioni. No, non significa questo. Un documento come l'appello rivolto dal Comitato di Mosca ai membri dell'organizzazione della città nel mese di ottobre di quest'anno, indica, in modo indiscutibile, che il Comitato di Mosca è riuscito a superare le esitazioni di alcuni dei suoi membri. Non dubito che il nucleo dirigente del Comitato di Mosca saprà ristabilire definitivamente la situazione. Alcuni compagni sono malcontenti perché le organizzazioni rionali sono intervenute in questa faccenda, chiedendo la liquidazione degli errori e delle esitazioni di questi o di quei dirigenti dell'organizzazione di Mosca. Non so come si possa giustificare questo malcontento. Cosa può esserci di male nel fatto che le assemblee rionali dei militanti dell'organizzazione di Mosca hanno levato la loro voce, per esigere la liquidazione degli errori e delle esitazioni? Non si svolge il nostro lavoro sotto l'insegna dell'autocritica dal basso? Non è un fatto che l'autocritica stimola l'attività della base del partito e della base proletaria in generale? Cosa c'è di male o di pericoloso se le assemblee rionali dei militanti si sono mostrate all'altezza della situazione? Ha agito giustamente il Comitato Centrale intervenendo in questa questione? Penso che il Comitato Centrale abbia agito giustamente. Bersin pensa che il Comitato Centrale agisca in modo troppo severo quando propone la destituzione di uno dei dirigenti di rione contro il quale è insorta l'organizzazione rionale. È completamente falso. Potrei ricordare a Bersin qualche episodio del 1919-1920, quando alcuni membri del Comitato Centrale che avevano commesso degli errori non molto gravi, penso, nei riguardi della linea del partito, su proposta di Lenin furono puniti in modo esemplare. Uno di essi fu mandato nel Turkestan e il secondo per un pelo non pagò l'errore con l'esclusione dal Comitato Centrale. Aveva ragione Lenin di agire in questo modo? Penso che avesse pienamente ragione. Allora la situazione nel Comitato Centrale non era come quella di oggi. Allora la metà del Comitato Centrale seguiva Trotski e nel Comitato Centrale stesso non c'era una situazione stabile. Oggi il Comitato Centrale agisce in modo incomparabilmente più mite. Perché? Forse perché vogliamo essere più buoni di Lenin? No, non si tratta di questo. È che oggi la situazione del Comitato Centrale è molto più stabile di allora e che oggi il Comitato Centrale può agire in modo più mite. Ha torto anche Sakharov quando afferma che il Comitato Centrale ha tardato a intervenire. Ha torto, perché ignora, evidentemente, che l'intervento del Comitato Centrale è incominciato, a propriamente parlare, nel mese di febbraio di quest'anno. Sakharov può convincersene, se lo desidera. E’ vero, l'intervento del Comitato Centrale non ha dato subito dei risultati positivi. Ma sarebbe strano darne la colpa al Comitato Centrale. Conclusioni: 1) il pericolo di destra rappresenta un pericolo serio nel nostro partito, perché ha le sue radici nella situazione economica e sociale del nostro paese; 2) il pericolo della deviazione di destra si aggrava per la presenza di difficoltà che è impossibile superare senza superare la deviazione di destra e la tendenza conciliatrice verso di essa; 3) nell'organizzazione di Mosca ci sono state delle esitazioni e degli ondeggiamenti, ci sono stati degli elementi di instabilità; 4) il nucleo del Comitato di Mosca, con l'aiuto del Comitato Centrale e delle assemblee rionali dei militanti, ha preso tutte le misure affinché le esitazioni fossero liquidate; 5) non vi può essere dubbio che il Comitato di Mosca riuscirà a superare gli errori che si erano manifestati prima; 6) il nostro compito consiste nel liquidare la lotta interna, nel cementare l'unità dell'organizzazione di Mosca e nel condurre a termine con successo le nuove elezioni nelle cellule sulla base dell'autocritica più larga. Applausi). RISPOSTA AL COMPAGNO SCH. Compagno Sch.! Ho ricevuto la tua lettera e devo dire che non posso assolutamente essere d'accordo. 1) Dalla citazione di Lenin risulta chiaramente che, fino a quando restiamo un paese di piccoli contadini, sussiste da noi il pericolo di una restaurazione del capitalismo. Tu dici che questo concetto di Lenin «non si può applicare al periodo odierno nell'URSS». Ma perché? Non siamo forse ancora un paese di piccoli contadini? Naturalmente, nella misura in cui si sviluppa la nostra industria socialista e si radicano nelle campagne le forme di economia collettiva, diminuiscono le probabilità di una restaurazione del capitalismo. Questo è un dato di fatto. Ma ciò significa che abbiamo cessato di essere un paese di piccolo contadini? Significa che le forme socialiste si sono sviluppate da noi fino ai punto che l'URSS non può più essere considerata un paese di piccoli contadini? E' chiaro che non significa questo. Ma cosa ne segue? Ne segue una cosa sola, che il pericolo di una restaurazione del capitalismo da noi esiste. Come si può contestare questo fatto evidente? 2) Nella tua lettera scrivi «Quando hai parlato della deviazione di destra e di "sinistra", risultò che divergiamo dalla destra e dalla "sinistra" solo per la questione del ritmo dell'industrializzazione. La questione dei contadini, invece, fu da te toccata solo di sfuggita nel corso della valutazione della posizione trotzkista. Ciò comporta che al tuo discorso venga data un'interpretazione molto pericolosa». E' senz'altro possibile che il mio discorso (*) venga interpretato in vari modi. E' questione di gusto. Ma che le considerazioni esposte nella tua lettera non corrispondano alla realtà è per me ovvio. Nei mio discorso si dice esplicitamente che la deviazione di destra «sottovaluta la forza del capitalismo da noi», che «non vede il pericolo di una restaurazione del capitalismo»,« non comprende la dinamica della lotta di classe » «e fa perciò tanto facilmente delle concessioni al capitalismo». Dico esplicitamente nel mio discorso che «una vittoria della deviazione di destra nel nostro Partito» «accrescerebbe le probabilità di restaurazione del capitalismo nel nostro paese». Naturalmente capirai che qui non si parla soltanto del ritmo dell'industrializzazione. Che cos'altro bisognerebbe ancora dire sulla deviazione di destra, per accontentarti? Per quanto riguarda la deviazione trotzkista, di «sinistra», dico esplicitamente nel mio discorso che essa nega la possibilità dell'edificazione del socialismo nel nostro paese, nega l'idea dell'alleanza della classe operaia coi contadini ed è disposta a effettuare il suo piano fantastico della industrializzazione al prezzo della rottura con i contadini. Nel mio discorso si dice (se l'hai letto) che «una vittoria della deviazione di "sinistra" nel nostro Partito porterebbe a staccare la classe operaia dalla sua base contadina, a staccare l'avanguardia della classe operaia dal resto della massa operaia, porterebbe, di conseguenza, alla disfatta del proletariato e alla creazione di condizioni favorevoli alla restaurazione dei capitalismo». Comprenderai allora, che qui non si parla soltanto del ritmo dell'industrializzazione. Penso che qui è detto tutto l'essenziale di quel che da noi è stato detto contro il trotzkismo. Naturalmente ho parlato nel mio discorso meno sulla deviazione di «sinistra» che su quella di destra. Ma questo per il fatto che il tema del mio discorso era la questione della deviazione di destra, ciò che ho anche premesso all'inizio del mio discorso, e che corrispondeva completamente all'ordine del giorno della sessione plenaria comune del Comitato e della Commissione di Controllo di Mosca. Ma una cosa non si può negare, che, nel mio discorso nonostante ciò, viene detto sul trotzkismo tutto l'essenziale per cui il trotzkismo si distingue da una parte dal leninismo e dalla deviazione di destra dall'altra. Ma cos'altro bisogna dire ancora sul trotzkismo, in un discorso dedicato alla deviazione di destra, per accontentarli? 3) Non sei contento della mia dichiarazione, secondo cui nel nostro Ufficio Politico non c'è né una deviazione di destra né di «sinistra» né conciliazionismo nei loro confronti. Ero autorizzato a fare una dichiarazione del genere? Si, lo ero. Perché? Perché, quando' il testo dell'appello del CC ai membri dell'organizzazione di Mosca fu approvato nell'Ufficio Politico, non votò contro neppure uno dei membri presenti dell'Ufficio Politico. Questo è bene o male? Penso che sia bene. Si Può prescindere da un dato di fatto del genere in una caratterizzazione dell'Ufficio Politico nell'ottobre del 1928? E' chiaro che non si può. Saluti comunisti G. Stalin 27 Ottobre 1928 ALL'UNIONE DELLA GIOVENTU' COMUNISTA LENINISTA Indirizzo di saluto per il decimo anniversario dell'Unione della gioventù comunista leninista dell'Unione Sovietica. Saluto all'Unione della gioventù comunista leninista per il suo decimo anniversario! L'Unione della gioventù comunista leninista era e rimane la giovane riserva della nostra rivoluzione. Decine di migliaia e centinaia di migliaia dei migliori rappresentanti della giovane generazione degli operai e dei contadini sono stati educati nelle file dell'Unione della gioventù comunista, hanno ricevuto la loro tempra rivoluzionaria e si sono inquadrati nel nostro Partito, nei nostri soviet, nei nostri sindacati, nel nostro Esercito Rosso, nella nostra flotta rossa, nelle nostre cooperative, nelle nostre organizzazioni culturali — come cambio per la vecchia guardia dei bolscevichi. L'Unione della gioventù comunista è riuscita ad adempiere questo difficile compito, perché ha lavorato sotto la guida del Partito, perché è riuscita a collegare nella sua attività lo studio in generale e lo studio del leninismo in particolare con il lavoro pratico di ogni giorno, perché è riuscita ad educare la giovane generazione degli operai e delle operaie, dei contadini e delle contadine nello spirito dell'internazionalismo, perché è riuscita a trovare una lingua comune fra vecchi e giovani leninisti, fra la vecchia e la giovane guardia, perché è riuscita a subordinare tutto il suo lavoro agli interessi della dittatura del proletariato e della vittoria dell'edificazione socialista. Solo per questo l'Unione della gioventù ha potuto tenere alta la bandiera di Lenin. Vogliamo sperare che l'unione della gioventù comunista riuscirà anche in futuro a fare il suo dovere nei confronti del proletariato nostro e quello internazionale. Saluto all'Unione della gioventù comunista leninista, la riserva di due milioni di militanti per il nostro Partito! Viva la generazione dei giovani comunisti! G Stalin « Pravda », n. 252. 28 Ottobre 1928. PER IL DECIMO ANNIVERSARIO DEL PRIMO CONGRESSO DELLE OPERAIE E DELLE CONTADINE (49) Un saluto fraterno alle operaie e a tutte le donne lavoratrici della città e della campagna! Vi auguro successo nella lotta per l'abolizione dello sfruttamento, dell’oppressione, dell'ineguaglianza, dell'ignoranza, dell'arretratezza culturale! In un fronte unitario con tutti i lavoratori, sotto la direzione della classe operaia - avanti per l'abolizione del capitalismo, per il consolidamento della dittatura del proletariato, per l'edificazione della nuova società socialista! G. Stalin