Si ringraziano in modo particolare, per la preziosa disponibilità, i cittadini che
attraverso le interviste hanno reso possibile la presente pubblicazione.
Si ringraziano inoltre della collaborazione:
l’Osservatorio sull’Immigrazione in Piemonte,
per la consulenza sociologica del dott. Enrico Allasino
la Provincia - Assessorato alle Politiche Sociali,
per aver curato la stampa della Ricerca
l’Ufficio Casa - Servizi Sociali del Comune di Alba,
per i dati e le informazioni fornite
Claudia Grillo – studente all’Università di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia,
per la realizzazione delle interviste
Chiara Rubriante - volontaria in Servizio Civile presso l’Informagiovani di Alba,
per la realizzazione delle interviste
Rosangela Taddeo - volontaria in Servizio Civile presso l’Informagiovani di Alba,
per il supporto grafico
Maggio 2006
Stampa realizzata presso il Centro Stampa della Provincia di Cuneo
2
INDICE
Presentazione
Pag. 5
Introduzione
Pag. 6
CAPITOLO I°
La ricerca e il contesto territoriale
Pag. 9
CAPITOLO II°
Il progetto migratorio
Pag. 20
CAPITOLO III°
I processi di integrazione
Pag. 41
CAPITOLO IV°
Il lavoro e la mobilità socio-professionale
Pag. 77
CAPITOLO V°
Politiche locali e sviluppo della cittadinanza
Pag. 100
Appendice
Allegato I° - Stranieri iscritti al Sistema Sanitario Nazionale
Pag. 117
Allegato II° - Le rimesse degli immigrati
Pag. 120
Allegato III° - Gli immigrati e il problema della casa
Pag. 124
3
4
PRESENTAZIONE
Accogliamo con interesse e pubblichiamo con piacere la ricerca condotta dal
Servizio stranieri del Comune di Alba inerente la presenza di stranieri sul territorio
cittadino. Iniziativa che si inserisce nell’ambito di specifico progetto finanziato dal “Piano
progettuale di interventi a favore dei cittadini immigrati” che la Provincia di Cuneo
predispone ogni anno in accordo con i soggetti pubblici e del privato sociale interessati.
L’approfondimento realizzato sul territorio albese fa emergere e conferma le
tendenze in atto a livello generale: la presenza di stranieri in provincia, come nel resto
d’Italia, appare sempre più diffusa e strutturale e mostra caratteristiche marcate di
stabilità e radicamento: aumentano le donne e i minori, si articolano le fasce d’età ed
emergono le seconde generazioni, cresce il numero di coniugati per entrambi i generi, si
consolidano esperienze di partecipazione attiva alla vita sociale. Dunque una presenza
caratterizzata sempre più da famiglie con un progetto di vita definitivo nel contesto di
approdo, a cui naturalmente continuano a sommarsi nuovi arrivi.
Tale evoluzione deve essere favorita dalla predisposizione di politiche e servizi
adeguati alle esigenze di una popolazione ormai stabile sul territorio, fornendo da un lato
interventi mirati a bisogni specifici dei nuovi arrivati, ma sviluppando dall’altro un sistema
di servizi eterogenei in grado di rispondere allo stesso modo a tutti i cittadini, immigrati e
non, come è la ricerca stessa a suggerire.
Una politica organica di integrazione e coesione sociale deve essere fondata
sull’analisi delle dimensioni e delle peculiarità principali del fenomeno, a cui la Provincia,
cui afferisce la realizzazione di un Osservatorio delle Politiche sociali con una specifica
sezione dedicata all’immigrazione, si augura in parte di contribuire.
In questo quadro, l’iniziativa del Comune di Alba rappresenta un utile strumento per
approfondire la conoscenza e la comprensione della realtà migratoria, a partire dalle
testimonianze dei diretti protagonisti, e per offrire indicazioni alla programmazione e alla
progettazione dei prossimi interventi.
Stefano Viglione
Assessore alle Politiche Sociali
della Provincia di Cuneo
5
INTRODUZIONE
È dal 1993 che l’Amministrazione comunale di Alba ha istituito presso
l’Informagiovani un servizio per i cittadini stranieri. L’obiettivo, quello di dare informazioni
e consulenze ai cittadini immigrati, con l’intento di favorirne una più semplice e rapida
integrazione. L’efficacia di questa azione si è rivelata sorprendentemente confermata
dall’utenza, che non fa più solo riferimento ai cittadini stranieri, ma viene frequentato
anche da molti connazionali che utilizzano questo strumento per comprendere meglio le
profonde trasformazioni, soprattutto in ambito legislativo, subite dal nostro Paese in questi
anni.
L’efficacia del Servizio Stranieri si è poi rivelata anche quale luogo privilegiato di
ascolto delle esigenze e dei bisogni che i nuovi concittadini manifestavano in ambito
locale. Partendo da queste basi è stato possibile dare propulsione ad un’intensa attività di
progettazione mirata alla concreta risoluzione delle criticità evidenziate, oltre ad aver dato
l’opportunità di realizzare nel 2000, con la partecipazione del Consorzio Socio Assistenziale
Alba-Langhe e Roero, dell’ASL, del Centro per l’Impiego e delle scuole del territorio,
interventi di mediazione culturale che avevano come scopo ultimo il favorire un processo
di integrazione dei cittadini stranieri attraverso attività in grado di stimolare l’incontro ed il
dialogo interculturale sul territorio, finanziati dal piano progettuale della Provincia di Cuneo
(L.R. 64/89).
Partendo da queste azioni già realizzate, nasce però l’esigenza di comprendere
meglio la situazione dei cittadini che quotidianamente si rivolgono al Servizio Stranieri.
Questo lo si potrà fare condividendo interventi diversificati ma anche indirizzi
strategici sempre più aderenti ai reali bisogni espressi dalla cittadinanza. Ciò in ragione
della complessità delle società moderne, in cui i bisogni cambiano rapidamente. Basti
pensare, per esempio, a come oggi non sia più possibile considerare l’immigrazione come
un fenomeno da seguire con interventi d’urgenza, toccando piuttosto aspetti di convivenza
civile, con i nuovi cittadini che sempre più chiedono miglioramenti nella qualità della vita.
La ricerca di seguito presentata si muove in questa direzione, rappresentando uno
stimolo per la riflessione sul tema dell’immigrazione nella nostra città, ponendo soprattutto
l’accento sulla complessa realtà delle seconde generazioni, con ragazzi nati in famiglie di
origine straniera e giovani coppie, con uno sguardo alla complessità del contesto sociale
nel quale crescono e vivono.
6
Inoltre, si è voluto mettere in evidenza la capacità di Alba nell’accettare un
orizzonte multiculturale, oltre a declinare criticità e punti di forza nell’accoglienza e
nell’integrazione che la nostra città è capace di offrire.
Non si tratta di un semplice quadro conoscitivo ma elementi sui quali riflettere e con
i quali ognuno, a vario titolo, dovrà confrontarsi. Credo però che la tradizione di apertura e
solidarietà, della quale la nostra città ha dato a più riprese prova nel corso della sua storia,
sia d’auspicio affinché ogni singolo cittadino possa fornire un proprio contributo.
Ivana Brignolo Miroglio
Assessore all’Informagiovani
Comune di Alba
7
CAPITOLO PRIMO
LA RICERCA E IL CONTESTO TERRITORIALE
8
LA RICERCA E IL CONTESTO TERRITORIALE
1. Il contesto
Nel Comune di Alba sono residenti 1645 cittadini immigrati (dati aggiornati a marzo
2005). Le etnie di appartenenza più rappresentate risultano essere quella rumena, quella
marocchina e quella albanese. Tuttavia, se si tiene conto dell’ambito territoriale del
Consorzio Socio Assistenziale Alba-Langhe e Roero (47 comuni di riferimento di piccole e
medie dimensioni) la presenza dei cittadini migranti supera le 5000 unità.
COMUNI
ALBA
BALDISSERO
BARBARESCO
BERGOLO
CAMO
CANALE
CASTAGNITO
CASTELLETTO UZZONE
CASTIGLION FALLETTO
CASTIGLION TINELLA
CASTELLINALDO
CORNELIANO
CORTEMILIA
COSSANO BELBO
DIANO D’ALBA
FEISOGLIO
GOVONE
GRINZANE CAVOUR
GUARENE
LEVICE
MAGLIANO
MANGO
MONCHIERO
MONTELUPO
MONTALDO ROERO
MONTEU ROERO
MONTA’
MONTICELLO
MONFORTE
NEIVE
NEVIGLIE
NOVELLO
PIOBESI
PRIOCCA
RODDI
RODDINO
RODELLO
S. STEFANO BELBO
S. STEFANO ROERO
SERRALUNGA
SINIO
TORRE BORMIDA
TREZZO TINELLA
VEZZA
TOTALE
TOTALE
POP. RESIDENTE
30.083
1083
661
80
216
5544
1875
361
143
871
879
1979
2519
1068
3110
384
1996
1753
3191
243
1719
1355
577
496
889
1630
4472
2003
1976
3042
420
968
1170
1979
1426
388
974
3999
1315
507
471
216
350
2122
TOTALE
POP. IMMIGRATA
1654
14
60
13
6
594
165
14
25
43
56
162
161
69
109
6
61
106
170
8
87
118
93
43
36
42
202
101
179
229
13
76
67
68
30
26
42
248
56
61
42
9
5
83
MASCHI
STRANIERI
810
8
36
7
5
337
95
8
18
19
32
100
82
32
50
2
32
49
79
4
52
65
50
23
19
26
114
51
90
113
7
36
32
37
18
15
35
141
27
26
24
5
3
41
FEMMINE
STRANIERE
844
6
24
6
1
257
70
6
7
24
24
62
79
37
59
4
29
57
91
4
35
53
43
20
17
16
88
50
89
116
6
40
35
31
12
11
7
107
29
35
18
4
2
42
MINORI
STRANIERI
354
1
13
1
0
160
37
2
0
11
12
27
34
16
18
0
11
35
41
0
19
31
23
6
11
10
44
20
44
51
2
26
19
17
4
3
7
55
11
9
8
0
0
19
95402
5586
2927
2659
1245
9
2. Il Servizio Stranieri – Comune di Alba
Il Servizio Stranieri è stato istituito dal Comune di Alba nel 1993, affidandone,
tramite stipulazione di apposita convenzione, la gestione e la progettazione alla
Cooperativa Sociale ORSO.
Attualmente sono impegnati due operatori per 30 ore settimanali.
L'attività del Servizio Stranieri, che fin dall’inizio si è caratterizzato in quanto punto di
riferimento per i cittadini immigrati residenti nel bacino territoriale del Consorzio Socio
Assistenziale Alba-Langhe e Roero, si pone i seguenti obiettivi operativi:
•
rappresentare un punto di ascolto e di rilevazione dei bisogni degli immigrati, al fine di
elaborare interventi di progettazione adeguata;
•
informare e orientare il cittadino immigrato ai servizi alla persona del territorio,
favorendone l'accesso;
•
progettare e promuovere attività di mediazione e di educazione intercuturale nelle
istituzioni pubbliche del territorio;
•
facilitare il coordinamento e il dialogo tra istituzioni del pubblico e del privato sociale e
le organizzazioni del volontariato presenti sul territorio (lavoro di rete).
Per quanto riguarda l’attività di sportello, mensilmente accedono circa 300 cittadini
immigrati che si rivolgono al Servizio Stranieri per richiedere informazioni e consulenza.
Le informazioni maggiormente richieste riguardano
il settore normativo
che
regolamenta il fenomeno migratorio in Italia, seguito dalla ricerca di informazioni sul
settore lavoro, opportunità abitative, opportunità formative.
Circa l’80 % degli utenti è di sesso maschile, la fascia di età prevalente è compresa tra
i 24 ed i 36 anni.
2.1
Le attività del Servizio Stranieri
Le principali attività svolte dal servizio risultano essere:
a) Accoglienza e informazione
Il Servizio Stranieri è riconosciuto come punto di riferimento per informazioni e
consulenza sull’espletamento di pratiche riguardanti la normativa che regola il fenomeno
migratorio in Italia. Il Servizio si avvale della collaborazione della Questura di Cuneo per
quanto riguarda chiarimenti in materia di interpretazione legislativa.
10
b) Supporto all’inserimento lavorativo
Tale attività si svolge attraverso le seguenti azioni:
•
Informazione: vengono fornite informazioni sulle opportunità e i percorsi in ambito
scolastico, formativo e lavorativo. Inoltre, particolare attenzione è riservata alla
raccolta e alla diffusione di informazioni sull’iter da seguire per ottenere l’asseverazione
e il riconoscimento dei titolo di studio conseguiti nel proprio Paese di provenienza.
•
Sostegno alla ricerca del lavoro: dopo aver esaminato il progetto professionale del
cilente/utente, si stabilisce un piano di ricerca attiva del lavoro (compilazione di una
scheda individuale, analisi degli annunci di lavoro pubblicati dai giornali locali o dal
Centro per l’Impiego di Alba e analisi degli annunci di lavoro in ambito domestico
presenti all’interno del Servizio Informagiovani, telefonate di lavoro). L’utente viene
supportato costantemente dall’operatore nella ricerca attiva del lavoro.
I percorsi di ricerca attiva del lavoro rappresentano per il cittadino immigrato
un’occasione per approfondire la conoscenza dei meccanismi che regolano il mondo
produttivo italiano e l’incidenza che tutto ciò ha sul proprio progetto migratorio.
c) Supporto nell’accesso alle opportunità abitative presenti in città
Il raccordo del Servizio Stranieri con l’Ufficio Casa del Comune di Alba offre la
possibilità di fornire all’utenza informazioni orientative sulle reali opportunità contingenti e
sui punti di riferimento presenti in città per quanto riguarda la ricerca della casa. A tal
proposito non va dimenticata la funzione insostituibile svolta dal Centro pronta Accoglienza
ONLUS gestito dalla Caritas cittadina e dalla Casa Accoglienza della Parrocchia di Cristo Re,
sebbene la nuova domanda dei cittadini immigrati riguardi la possibilità di accesso a una
soluzione abitativa autonoma.
d) Promozione delle culture ‘altre’ presenti sul territorio al fine di facilitare lo
scambio, la conoscenza e l’interazione dei cittadini immigrati con i cittadini
autoctoni
Sin dalla sua costituzione, il Servizio Stranieri ha tentato di promuovere la conoscenza
delle diverse culture presenti sul territorio attraverso attività di sensibilizzazione e di
aggregazione interculturale.
11
A tal fine, in collaborazione con altri soggetti attivi a livello cittadino, ha contribuito alla
realizzazione di numerose iniziative territoriali che hanno visto il positivo coinvolgimento di
cittadini
immigrati
e
autoctoni
(feste
interculturali,
rassegne
cinematografiche,
distribuzione presso gli istituti scolastici del “Calendario multietnico” promosso dal Centro
Interculturale di Torino ecc.).
e) Lavoro di rete
Partecipazione al Consiglio Territoriale per l’immigrazione
Dal 2000 il Servizio Stranieri partecipa al "Consiglio Territoriale per
l'immigrazione", luogo di coordinamento e di concertazione politica e progettuale che
vede coinvolti rappresentanti degli Enti Locali, della Regione Piemonte, delle organizzazioni
di volontariato impegnate nell’assistenza ai cittadini immigrati, delle parti sociali e delle
organizzazioni dei lavoratori.
Partecipazione al Gruppo di Lavoro interscolastico
Nella città di Alba è attivo dal 1998 un gruppo di coordinamento interscolastico
coordinato dal Servizio Stranieri comunale che vede il coinvolgimento delle Scuole
dell’Obbligo della città di Alba e del suo comprensorio.
Il gruppo nasce come luogo di riflessione, di confronto, di scambio di esperienze e
di elaborazione di materiale e di proposte didattiche in un'ottica di integrazione scolastica,
sociale e culturale.
Collaborazione con il Consorzio Socio Assistenziale Alba Langhe e Roero
Uno dei maggiori interlocutori del Servizio Stranieri è rappresentato dal Consorzio
Socio Assistenziale Alba, Langhe e Roero, in modo particolare per quanto riguarda la
situazione di minori irregolari presenti sul territorio.
Rapporti con il mondo del Volontariato e dell’Associazionismo
Per quanto riguarda il rapporto con il mondo del volontariato e dell’associazionismo,
le collaborazioni più importanti realizzate in questi anni risultano con le seguenti realtà:
➮ Caritas Diocesana
➮ Migrantes – Centro Bakita
➮ Associazione culturale "Verso Sud"
➮ Cooperativa del Commercio Equo e Solidale “Quetzal”
12
Tali rapporti di collaborazione hanno reso possibile la realizzazione di manifestazioni e
feste interculturali, rassegne cinematografiche, eventi pubblici formativi e informativi.
f) La mediazione interculturale
A partire dal 1997, nel bacino territoriale di Alba-Bra e Fossano le amministrazioni
comunali, con il supporto progettuale della Cooperativa Sociale O.R.So., hanno
significativamente investito nell'ambito dell'educazione interculturale, della mediazione dei
conflitti, della cooperazione decentrata, dell'educazione alla pace e alla cittadinanza attiva.
Nel 1999, l’avvio del progetto "Operatori dei servizi alla persona e al territorio"
finanziato dal POM 940030 I 3, realizzato dai Comuni di Bra (comune capofila), Alba e
Fossano, ha visto l’organizzazione di interventi mirati all’accompagnamento al lavoro a
favore di cittadini immigrati e la realizzazione di un percorso formativo per mediatori
culturali. Il POM ha reso palese, soprattutto grazie all'esperienza degli stages previsti
nell’ambito del percorso formativo, l'esigenza di figure professionali capaci di operare nel
campo della mediazione culturale. Particolari sollecitazioni in questo senso sono pervenute
dalle scuole e dall'amministrazione penitenziaria (Casa Circondariale di Alba e Fossano),
dai servizi socio-sanitari, dagli Enti Locali, dal Centro per l'Impiego.
In seguito al progetto POM, facendo ricorso a risorse finanziarie messe a disposizione
dalla L.R. 64/89 e dal D.Lgs. 286/98 sono stati progettati e realizzati i seguenti interventi
di mediazione culturale:
Progetto
Ambito territoriale
Durata
"Un ponte tra le culture”
"Mille volti una sola Umanità"
"Bread and Roses
Servizi per il diritto alla cittadinanza”
"Bread and Roses 2”
“In viaggio verso il diritto alla cittadinanza”
Comune di Alba (CN)
Comune di Alba (CN)
Comune di Alba (CN)
2000-2001
2002-2003
2003-2004
Comune di Alba (CN)
Comune di Alba (CN)
2004-2005
2005-2006
13
Le motivazioni che sono alla base dei progetti sopra citati sono da ricercarsi nella
significatività che il fenomeno migratorio ha assunto in questi ultimi anni e nella
conseguente necessità di articolare interventi a favore dell’integrazione e della
partecipazione sociale degli stranieri.
Il tema dell’immigrazione richiede attenzione sociale e politica, ponendo nuove
domande di intervento, stimolando la comunità locale al cambiamento, offrendo
un’importante opportunità di crescita sociale e umana al territorio. L’inserimento di un
cittadino immigrato nella nuova comunità costituisce, per molti aspetti, un’esperienza
critica che richiede la messa in atto sistematica di adeguate strategie di supporto, con
interventi risultanti da una progettazione integrata tra i vari attori sociali, economici e
istituzionali del territorio. Ne consegue pertanto l’esigenza di un maggiore impegno e di
una maggiore attenzione alla responsabilità sociale da parte delle singole istituzioni in
termini di progettazione di politiche sociali. A tal fine diventa fondamentale creare percorsi
integrati di sostegno, di accoglienza, di accompagnamento all’inserimento e alla reciprocità
relazionale (tanto a favore dei cittadini immigrati quanto di quelli italiani), finalizzati alla
rivisitazione dei significati culturali locali e alla loro contaminazione interculturale, frutto di
un naturale quanto necessario processo antropologico.
In tale situazione si colloca la realizzazione degli interventi di mediazione interculturale,
risultato di una progettazione integrata e supportata da più istituzioni impegnate a livello
locale in tale ambito.
Le attività di mediazione interculturale sono state realizzate presso:
•
Scuola dell’obbligo (Materna, Elementare, Medie Inferiori) di Alba, Canale, Neive, S.
Stefano Belbo, Cortemilia;
•
Centro Territoriale Permanente di Alba;
•
Agenzia Formativa APRO di Alba;
•
Istituti di Scuola Media Superiore di Alba;
•
Casa Circondariale di Alba;
•
Centro per l’Impiego di Alba – Bra;
•
Consorzio Socio-Assistenziale ALBA-LANGHE E ROERO;
•
ASL 18 Alba-Bra (Ambulatorio Multiprofessionale – Consultorio Familiare).
14
3. La ricerca
In seguito all’accesso di numerosi cittadini immigrati al Servizio Stranieri del Comune di
Alba e all’analisi del loro progetto migratorio, nasce l’esigenza di offrire un quadro della
situazione locale dei cittadini stranieri regolarmente residenti sul territorio albese con il
duplice obiettivo di:
➮ valorizzare i processi locali di integrazione sociale;
➮ evidenziare bisogni e criticità relativi ai processi di integrazione sociale in un’ottica di
ottimizzazione delle politiche locali di inclusione sociale.
L’analisi qualitativa è stata realizzata attraverso la realizzazione di 33 interviste
semistrutturate individuali.
Le persone intervistate sono state contattate dal Servizio Stranieri grazie al rapporto
con loro instaurato nel corso degli anni.
La scelta del campione da intervistare si è basata sulle seguenti variabili:
-
la residenza territoriale (comune di Alba e comuni limitrofi che afferiscono al servizio
stranieri della città di Alba);
-
il sesso: rappresentatività maschile e femminile;
-
la provenienza geografica: rappresentatività delle etnie presenti sul territorio preso in
esame.
Provenienza
Sesso
geografica
M
F
9
2
7
19
5
14
Asia
2
1
1
Sud America
3
2
1
Africa
Balcani/Est Europa
Sesso
Residenza territoriale
Alba
Comuni limitrofi
M
5
6
F
17
5
TOTALE
22
11
15
3.1 L’età
Il campione, composto da 23 donne e 11 uomini, ha un’età compresa tra i 18 e i 62
anni.
In particolare, l’età degli uomini intervistati risulta maggiormente concentrata nella
fascia compresa tra i 23 e i 49 anni; mentre l’età delle donne, variando dai 18 ai 62 anni,
presenta una maggiore rappresentatività nella fascia compresa tra i 28 e i 38 anni.
3.2 Lo stato civile
Stato Civile
Sesso
M
F
Coniugato/a
9
9
Single
2
6
Convivente
1
2
Separato/a o Divorziato/a
-
4
Vedovo/a
-
-
3.3 I figli
Complessivamente, 18 dei 33 soggetti intervistati dichiarano di avere figli; di questi, 14
hanno ottenuto il ricongiungimento famigliare e attualmente risultano conviventi, 4
risultano separati dai figli.
Soltanto 1 dei soggetti intervistati risulta in attesa di ricongiungimento familiare, gli
altri 3 desiderano che la vita dei propri figli possa continuare in patria, economicamente
sostenuta dalle rimesse costantemente inviate loro per il mantenimento.
Complessivamente, 11 dei soggetti intervistati hanno figli di minore età, mentre 7
hanno figli ultradiciottenni.
3.4 Con chi vivono
Tra i soggetti intervistati 6 convivono con il coniuge, 12 con il coniuge e i propri figli, 1
con i figli e un nipotino minore, 5 con i genitori e i fratelli/sorelle, 3 con il/la compagno/a,
6 abitano da soli.
16
3.5 Da quanto tempo risiedono in Italia
Anni di residenza in Italia
Intervistati
1 anno
1
3 anni
3
4 anni
5
5 anni
3
6 anni
5
7 anni
3
8 anni
2
9 anni
1
10 anni
1
11 anni
4
12 anni
1
16 anni
2
17 anni
1
34 anni
1
Essendo, questa, una ricerca di tipo qualitativo, il tentativo è stato quello di ottenere il
massimo di significatività dei risultati attraverso un’accurata scelta dei soggetti da
intervistare e la definizione di un’esauriente intervista semi-strutturata in profondità.
La scelta dello strumento di indagine deriva dalla convinzione che per cogliere il punto
di vista dell’interlocutore con tutta la ricchezza di sfumature è necessario rispettare alcune
condizioni e, in particolare, l’adozione di uno strumento che consenta risposte aperte e
una conduzione del colloquio non troppo rigida.
Tale modalità, pur implicando evidenti limiti dal punto di vista della generalizzabilità dei
risultati, consente tuttavia di esplorare più approfonditamente il complesso di aspettative,
di strategie e di vissuti che accompagnano l’esperienza migratoria e le varie dimensioni
dell’integrazione nella società ospitante.
La necessità di cogliere attraverso differenti punti di vista le numerose variabili che
concorrono a definire un processo migratorio implica lo sforzo di rappresentare i percorsi
di inserimento dei migranti secondo una chiave di lettura relazionale, non statica, del
fenomeno.
Troppo spesso si tende a sottovalutare i reali bisogni percepiti dai cittadini migranti,
lasciando vuoti spazi di intervento importanti.
I cittadini stranieri hanno bisogni, esigenze, necessità molto differenti tra loro e in
continuo mutamento. Le variabili che determinano le differenze sono molteplici: il progetto
17
migratorio e quello di vita attuale, la generazione di appartenenza, la condizione socioeconomica, la posizione giuridica, la provenienza geografica, la composizione familiare, la
situazione professionale, il titolo di studio, le reti umane ecc.
In tale ottica le relazioni, attivate o meno, tra migranti e società di accoglienza
assumono valore rilevante nella lettura e nell’interpretazione delle dinamiche sociali che
determinano l’inserimento del cittadino straniero nella società di accoglienza.
I percorsi migratori rappresentano un fenomeno sociale storico, su scala mondiale, in
continuo divenire; il processo di trasformazione da cui tale fenomeno è interessato
interpella e coinvolge tutti, in quanto determina un cambiamento della società nel suo
complesso che richiede una continua ridefinizione in termini di identità, relazioni e
rappresentazione che ciascuno di noi ha della società in cui vive.
Comprendere il fenomeno delle migrazioni in tale ottica significa riconoscere il cittadino
straniero come una persona con pari dignità e pari diritti, come una risorsa reale e attiva
in quel processo di trasformazione sociale che chiama in causa il coinvolgimento
responsabile e cosciente di tutti.
18
CAPITOLO SECONDO
IL PROGETTO MIGRATORIO
19
IL PROGETTO MIGRATORIO
Dalla ricerca emerge come la scelta di emigrare compiuta dalla maggior parte degli
intervistati sia stata fortemente condizionata dalla grave situazione economica, politica
e sociale in cui versa il Paese di provenienza. Il desiderio di assicurare un futuro
migliore al proprio nucleo familiare, residente in Italia o in patria, congiuntamente al
bisogno di realizzare condizioni di vita più sostenibili dal punto di vista economico e dal
punto di vista del benessere psicologico nel tempo presente costituiscono le spinte
motivazionali più significative alla mobilità geografica dei soggetti intervistati.
Tuttavia tali aspettative risultano spesso disattese: l’approdo in terra di
immigrazione si traduce sovente in un peggioramento del tenore di vita o addirittura in
una condizione di solitudine sociale: tale retrocessione di status sembra però essere
abbastanza facilmente tollerata in funzione dei rapporti che la persona continua a
mantenere presso i connazionali, del suo ruolo tributario nei confronti dei familiari o,
ancora, in funzione dell’evoluzione del progetto migratorio.
Partendo quindi dalle spinte motivazionali espresse dagli intervistati, per meglio
comprendere i rapporti causali che determinano il progetto migratorio e la sua
evoluzione nel tempo acquistano notevole importanza la conoscenza del contesto di
partenza, la consapevolezza della complessità che caratterizza l’articolazione interna
dei sistemi societari ‘altri’ e i processi di transizione che attualmente caratterizzano lo
sviluppo di molti dei paesi da cui provengono i cittadini residenti in Italia.
A tal fine abbiamo ritenuto importante inserire in allegato una breve analisi della
situazione economica, sociale e politica dei paesi d’origine dei cittadini stranieri
intervistati.
A fronte dei numerosi mutamenti sociali, economici, politici che attraversano molte
regioni del mondo e degli effetti di disgregazione sociale e culturale da essi prodotti, i
fattori di espulsione dalla terra di origine più rilevanti individuati e raccontati dai
soggetti intervistati risultano essere prevalentemente di ordine politico, economico e
sociale.
“ … mio padre prima abitava in campagna … poi si è spostato in periferia a Buenos Aires e lì è cominciato il
casino. C’era gente di tutti i tipi. Non è una cultura pulita, ordinata, non si può abitare, è un posto caotico, il
centro è bello, ma la periferia rovinata. E la politica tira sempre giù, la scuola non va avanti, l’ospedale non
va avanti, nessuno va avanti e come facciamo? Se tu vuoi andare avanti, hai bisogno di lavorare sempre,
tanti anni fa mio padre, come io oggi, ha avuto la stessa sofferenza, adesso io ho la sua stessa sofferenza,
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domani mio figlio avrà la nostra stessa sofferenza. È stupido. Cosa facciamo? Cerchiamo un altro posto. Ma
non si tratta solo di spostarsi, è volere essere una persona pulita, lavorare … non si tratta solo di trovare un
posto in cui vivere, ma di un posto che non resti fermo mentre tutto il resto del mondo va avanti. Questo è il
punto. Se tu vai in una scuola e poi vent’anni dopo tuo figlio va nella stessa scuola che continua a essere la
stessa di vent’anni fa, vuol dire che non solo è rimasta indietro, ma è pure peggiorata se in vent’anni non è
cambiata. Sempre la stessa canzone.
Lo so, che adesso siamo poveri in Argentina e tutti vorremmo venire qua per mangiare, ma non è colpa mia,
magari andiamo tutti insieme là … avere più terra e fare due Italia grosse così, ma come facciamo con quella
gente che governa e non ti lascia fare niente? Magari un giorno in Italia succederà la stessa cosa che è
successa in Argentina, il capitalismo sta mettendo il dito da tutte le parti, questo è il problema, e non è solo
un problema argentino, è un problema mondiale.”
“ … abbiamo avuto il terrorismo dall’80 al ’92, in questo periodo c’è stato un calo dell’economia e del
turismo, poi dal ’92 abbiamo avuto un nuovo governo, sembrava fantastico, ma poi si è rivelato corrotto e di
conseguenza sempre più ampia è la differenza tra quelli ricchi e quelli poveri. I ricchi sono diventati più ricchi
e i poveri più poveri e la classe media, quella a cui veramente appartenevo io, è scomparsa. Noi siamo
andati nella povertà e i poveri nella povertà estrema.
Io sono proprio nato a Lima, ma i miei genitori sono di un paese sulle montagne. Però mia madre abita a
Lima da quando aveva 10 anni e noi siamo nati lì. Mia madre faceva la maestra e poi è stata direttrice. Ci ha
fatto un po’ studiare, siamo arrivati all’università, ma poi la situazione è peggiorata, non l’abbiamo finita,
abbiamo mollato tutto. Non potevamo neanche più studiare, perché non trovavamo un lavoro, io avevo
cominciato ingegneria informatica e poi ho dovuto lasciare tutto.”
“ In Romania le zone più ricche sono quelle urbane o dove ci sono le industrie, perché gli investitori vanno
lì, a pochi interessa l’agricoltura, è un po’ una lotteria … se arriva la grandine, perdi tutto, non esistono le
assicurazioni e quindi la gente non è tutelata.”
“ In Russia non basta lo stipendio minimo, devi fare anche due o tre lavori. O è troppo basso lo stipendio e
poi la pensione, o è troppo alto, l’economia è instabile ed è per questo che ho deciso di andare a lavorare in
un’agenzia di viaggi, perché guadagnavo di più e viaggiavo sempre.
La Russia è molto grande, è difficile da controllare e l’economia è ancora incerta e ci vogliono tanti anni
perché noi arriviamo al livello dell’Europa. Ci sono tante leggi, ma non funzionano ancora. C’è tanta
corruzione. Non so com’è adesso, sono 4 anni che abito qua, ma ci vuole tanto, c’è tanta criminalità, tanta
povertà, ma anche tanta ricchezza. Puoi vivere bene, ma non sei sicuro che domani non ti sparino, non ti
ammazzino”
“ Oggi a Capoverde la gente fa meno figli, tanti li mandano a scuola. Tanti che hanno già i genitori in
America se riescono li portano. Tantissimi hanno genitori, nonni, bisnonni che sono stati in America. Al
massimo si va in America, ma in Italia non più, anche qui la situazione sociale è difficile….”
“Gli anni novanta erano anni difficili per il mio Paese. Sedici anni fa la Macedonia faceva parte dell’exYugoslavia nei Balcani, dove prima erano sette repubbliche insieme … poi lì le teste calde hanno deciso per
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la guerra … se un serbo ammazza dieci albanesi o il contrario, nessun patto di pace vale più, quindi ci siamo
trovati in una situazione abbastanza difficile.
Nel ’92 è stata ottenuta l’indipendenza della Macedonia unica, senza la guerra. E poi da lì in avanti qualcosa
è cambiato in meglio, però ancora non si vede quando possiamo entrare nell’Unione.”
“ In Romania non basta lo stipendio. Tutto costa come qua perché vogliono entrare in comunità europea e i
prezzi sono più o meno uguali, non alzano solo gli stipendi … è difficile avere un futuro per noi giovani, così
come per quelli di altre nazionalità, cerchiamo un futuro migliore per noi e per i nostri figli …
La situazione è ancora troppo difficile, anche se sono parecchi anni che è caduto il comunismo. È sempre
uguale, non vedo che la situazione sia cambiata, adesso la Romania dice ai giovani di non andare via, di
restare, ma là non c’è lavoro. Ho mio nipote che ha studiato, 14- 15 anni di scuola e non c’è niente. Quel
ragazzo, anche lui, vuole venire qua. I giovani in Italia possono andare in discoteca, in pizzeria, in una
gelateria, anche lui è giovane e vorrebbe poter uscire con una ragazza, portarla fuori, ma lì non si può…”
“ … In Marocco c’è molta difficoltà a trovare lavoro, non c’è molto lavoro e non ti pagano abbastanza …”
“ … In Albania non c’era lavoro. Poi quando sono andata via io, c’era la guerra civile”
“ In Libano c’era la guerra e non c’era possibilità di lavoro e quindi mio padre aveva già pensato di trasferirsi
e poi con la guerra era sempre più convinto.”
Il peso degli eventi storici che hanno accompagnato le vicende delle nazioni da cui
provengono gli intervistati, la precarietà del conseguente andamento economico e
l’impatto delle forze storico-sociali sul paese hanno giocato un ruolo fondamentale nel
processo decisionale da cui è derivata la scelta di emigrare.
Scelta tuttavia condizionata non solo dalla precarietà generale in cui versa il proprio
paese:
[…] gli stipendi erano bassi e poi … io ho fatto la guida turistica e ho avuto l’occasione di andare in Grecia e
ho visto come si vive fuori […] sempre il solito motivo finanziario, per poter far qualcosa da soli, senza aiuto,
si doveva andare, non si doveva arrivare in Italia per forza, ma è andata così.
[…] io ero senza lavoro quando ho deciso di venire qua. Per me prendere una decisione è un po’ difficile
perché se tu metti tutta l’energia per fare una cosa non puoi farne un’altra o fai una cosa o ne fai un’altra;
ho preso tutti i soldi e ho pensato di venire qua.
Per la mancanza di lavoro, là è molto difficile trovarlo. Io abitavo proprio nella capitale, a Lima, una città di
12 milioni di abitanti. Si trovava un lavoro per 2-3 mesi e poi a casa, la ditta cadeva in fallimento, si
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facevano delle code immense per trovare lavoro e avevo la famiglia e ho detto: “Non ci pensiamo tanto e
andiamo”.
ma anche da vicende familiari difficili:
Il mio arrivo in Italia è stato semplicemente un po’ forzato. Perché ho avuto una disgrazia in famiglia e
all’epoca nel ’92, ’93, ’94 c’era la caduta del comunismo, la situazione era complicata. E avendo avuto
questa disgrazia, sono stata costretta a lasciare il mio Paese, per venire a stare un po’ tranquilla qui dai miei
fratelli, per poi proseguire di nuovo e ritornare in Albania
Perché nel 2000, quando sono venuta in Italia, i miei figli andavano entrambi all’Università e con quello che
guadagnavo là non potevo pagare le loro tasse. Ho cercato tutti i modi possibili per guadagnare di più senza
dover partire, ma con il cuore in mano sono partita per una gita, solo per vedere com’era e poi sono rimasta
perché non avevo altre possibilità di pagare gli studi ai miei figli. Ho lasciato tutto lì e sono venuta con un
visto per turismo
da mobilità interne o esterne al proprio paese già sperimentate in passato:
Il mio percorso migratorio, con il pensiero, inizia fin dalle superiori. Fin da giovane ero orientato di partire
fuori, però non ero proprio sicuro. Volevo vedere come vanno le cose. Nell’ ’89 per motivi economici sono
andato in Grecia, nel ’90, era ancora ex Yugoslavia intera, si poteva prendere il visto turistico, e io come
studente potevo prenderlo per due o tre mesi e sono andato in Svizzera dove ho lo zio che mi ha aiutato per
lavorare in un’acciaieria. Nel ’91 sono entrato per la prima volta in Italia.
[…] dal 1996 al 1998 ho lavorato in Turchia facendo un po’ tutti i mestieri. Avevo già fatto tanti lavori nel
settore tessile, nel settore della plastica, alimentare. Ero andato in Turchia perché si guadagnava un po’ di
più rispetto alla Romania, l’ho fatto nel periodo delle vacanze, quando non studiavo andavo a lavorare là.
dall’ondata emotiva generata da connazionali che hanno realizzato un progetto migratorio
di successo:
Il problema è che nella vita sogni e quando vedi un film sogni di avere quello che hanno gli altri, le case, le
macchine e poi il nostro paese è piccolino e c’è gente che viene qui per la vendemmia e dopo poco torna e
può comprarsi la macchina, magari sfasciate, ma laggiù tu non puoi vedere se la macchina ha 10/12 anni o
se è nuova, e quindi anch’io volevo solo provare per vedere come si fa, ho deciso di venire come turista, poi
invece ho trovato un lavoro, non mi piaceva molto, ma mi sono adattata e mi sono detta che dovevo
riguadagnare i soldi che avevo speso e poi potevo ripartire e invece sono rimasta qui […] il motivo è che
quando vieni, vedi altre cose e decidi di fermarti, avrei voluto comperarmi la macchina, avevo il sogno di
comperarmi una casa per conto mio […]
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O, ancora, soprattutto per le donne, perché “costrette” in qualche modo dal
ricongiungimento familiare:
[...] qua c’era già mio marito … avevo un po’ di dubbi, ma c’era mio marito e dovevo venire per forza.
Appena sono arrivata volevo tornare subito in Senegal … quando non conosci un paese, comunque tu possa
stare, il tuo paese è migliore, lo senti e lo sai, ma ci sono alcune necessità ti spingono a emigrare.
Mio marito era già qui e quando ci siamo sposati sono venuta anch’io […] se non ci fosse stato già lui, no so,
non credo che mi sarei spostata, cosa sarei venuta a fare?
La decisione degli intervistati di lasciare il proprio paese risulta spesso concertata e
condivisa con la famiglia di origine. In alcune situazioni rappresenta tuttavia un elemento
di rottura o di contrasto con i familiari che restano, o, ancora, determina situazioni di
separazione senza margini di reale prevedibilità temporale per una prospettiva di
ricongiungimento.
[…] mio padre non è mai venuto qua in Italia; lui è in Albania, sta là. Qua ci siamo io, mia mamma, mio
fratello e mia sorella. Loro sono arrivati qua nel 2000, ’99-2000, per lavoro […] io ero là, studiavo, non
volevo interrompere gli studi. A dir la verità …stavo bene là dov’ero.
E’ durata due anni la lotta tra il lavoro, il permesso di soggiorno, il ricongiungimento familiare, la casa, la
residenza, tutto quanto. E poi nel febbraio 2001 è arrivata mia moglie. Dopo ancora un anno, un anno e
mezzo ho portato la mia mamma, il papà e mia figlia. Erano tempi pesanti, difficili, perché mia figlia non mi
conosceva […] per tre mesi non si è avvicinata.
I miei l’hanno presa malissimo, soprattutto mia madre. Mi chiedeva che cosa sarei venuta a fare, era
orgogliosa di me perché avevo studiato e mi diceva di non lasciare il mio posto di lavoro […] ma lo stipendio
non era così buono. La posizione non ti dà da mangiare e non ti paga i debiti. L’ha presa male, ma poi pian
piano… spera che un giorno io faccia qualcosa con il mio titolo
I miei genitori per due anni non mi hanno più parlato, non volevano più sentire di me, poi dopo due anni
sono tornata indietro, perché ero a posto con i documenti e loro mi hanno accettata e adesso vengono
anche loro da me, però ce n’è voluto, infatti con mio padre non ho parlato per più di un anno … lui diceva
“io ho tutto tranne una figlia”, a me non manca niente, a lui dispiaceva che io ero venuta qui, eravamo una
famiglia benestante ed ero venuta in Italia a fare un lavoro di assistenza.
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Come tutte le mamme quando i loro figli se ne vanno di casa, non l’ha presa bene. Sicuramente è stato
difficile accettarlo, è un po’ brutto, ma i figli hanno anche il diritto a farsi una loro vita e una loro famiglia.
Il mio Paese non l’avrei mai lasciato […] allora ero al sicuro, lì conoscevo la gente, quando non mi trovavo
bene, anche a lavorare, andavo a casa mia e trovavo un altro lavoro. E poi invece mio papà mi diceva
sempre “vai in Italia, perché sai, noi qua siamo troppo poveri, così hai qualche cosa da mandarci”.
Adesso sono qui con due dei miei figli […] mio marito l’abbiamo lasciato laggiù con il figlio più piccolo che
deve ancora finire la scuola … e adesso che anche il più piccolo verrà qua con me, vediamo. Mio marito non
si sposta tanto, lavora lì in una fabbrica di medicine da 30 anni. Lui è più grande di me di 10 anni, ma
quando vedrà che proprio rimane da solo … perché fino ad adesso c’era un figlio e il cane. Non voglio
obbligarlo, anche in questi giorni gli ho detto: “Fai come vuoi”, se vuoi venire facciamo il ricongiungimento,
se non vuoi venire veniamo noi, vieni tu. Spostarci là tutti e tre, proprio questo piccolo non vuole, ha detto:
“No, no, vengo anch’io in Italia, voglio lavorare”, allora lo lascio vedere come si trova, in fondo è per il loro
futuro. Noi ormai siamo abituati con tutte le cose, ma loro, hanno un futuro e devono scegliere.
Quando all’inizio ho deciso di venire in Italia loro che erano tutti insieme l’hanno presa così e così, io l’ho
presa male. Solo che ho pensato invece di rimanere tutti insieme qui, ad un certo punto fai fatica a pagare
questo, quello, anche se lavoravamo tutti e due, si viveva proprio al limite, ci aggiustavamo, lui con lo
stipendio, io con gli affari che qualche volta andavano, qualche volta no, o eravamo insieme tutti e
decidevamo di vivere come facevano tanti altri oppure io mi spostavo, perché mio marito è più timido, è più
tranquillo, non ha la forza di andare dove non sa.
Io e mio marito abbiamo un maschio di 25 anni ormai laureato in ingegneria edile e una femmina che si sta
per laureare, ma adesso è diventata mamma e deve smettere un po’. Entrambi sono in Romania.
Sono consapevoli che siamo venuti qui per guadagnare di più, in Romania non c’è lavoro e fino a quando
non si arriva all’età della pensione, cosa possiamo fare? Non possiamo stare in Romania a farci mantenere
dai nostri figli.
I miei l’hanno presa male quando ho deciso di venire in Italia. Io sono figlia unica e quindi è iniziato un
casino, mia mamma mi chiamava sempre, anche io chiamavo, mi diceva di tornare perché si stava male, per
me e per lei, ogni tanto per telefono piangevo perché sentivo la mancanza. Poi il mio fidanzato, che adesso è
mio marito, mi chiamava e mai a dirmi “Senti va bene, vai avanti”, mi diceva di tornare a casa, ma io sono
stata decisa e sono andata avanti, non ho abbassato la guardia. Era inutile tornare dopo sei mesi, se non
lavoravi allora tornavi, ma lavoravo e dovevo andare avanti per provare come andava.
[…] ho visto i miei figli dopo tre anni, non è facile. Mia figlia studia ancora mentre mio figlio ha finito e deve
fare il servizio militare.
Prima che io partissi, abbiamo parlato bene, questo era un punto importante e abbiamo deciso che io venivo
qui e lavoravo e se potevano, dopo, mi raggiungevano. Adesso stiamo aspettando e nel frattempo loro
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studiano. Mio figlio il più grande no, ha avuto un problema e sta finendo le superiori che doveva finire due
anni fa. Il più piccolo va normale e mia moglie sta facendo la scuola - quattro anni- per diventare
professoressa di Inglese.
Per adesso ci sentiamo una volta alla settimana, anche via e-mail.
[…] Mia mamma non voleva che venissi in Italia, pensava che non era buono, pensava che non trovavo
lavoro.
Emigrare dal proprio paese risulta comunque una scelta di sofferenza poiché porta
con sé un distacco emotivo e affettivo importante e, nel contempo, coinvolge le singole
persone
in
un
processo
di
cambiamento
esistenziale,
talvolta
radicale,
che
necessariamente richiede un forte investimento di energie e di risorse, pur in condizioni di
estrema fragilità psicologica e affettiva.
Le capacità di elaborazione del distacco e contemporaneamente di adattamento al
nuovo ambiente messe in atto dai migranti finiscono con il determinare, almeno in una
prima fase, condizioni di vita molto dure.
Non sembrano rare, in riferimento a ciò, esperienze definibili in qualche modo
“protettive” da parte di genitori che migrano lasciando i figli nel paese di origine e,
attraverso le loro rimesse, creano e coltivano la speranza perché i figli stessi possano
continuare a vivere nel luogo in cui sono nati, garantendo loro il mantenimento economico
agli studi o un’integrazione al basso stipendio percepito in patria.
Per contro vi sono giovani adulti che, pure in contrasto con la famiglia di origine,
scelgono di costruirsi un futuro in un altro paese, disposti ad accettare, anche per periodi
temporali di medio-lungo termine, un progetto caratterizzato da indeterminatezza e forte
senso di precarietà rispetto al futuro.
Sicuramente il modello migratorio seguito dagli intervistati non risulta omogeneo,
ma composto piuttosto di tappe, di modalità e di figure diverse. In alcuni casi il processo
di stabilizzazione si verifica in seguito a più tentativi di mobilità geografica avvenuti
precedentemente in Italia o altrove e messi in atto per lo più dalla figura paterna del
nucleo familiare; in altri casi è la donna sola a emigrare e a progettare successivamente la
riunificazione con il coniuge e/o i figli.
Alcuni hanno affrontato il viaggio da soli, altri con connazionali, amici o parenti. Per
i giovani, non vincolati da rapporti matrimoniali, il modello migratorio appare invece meno
complesso, più omogeneo.
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La caratteristica comune a tutti gli intervistati risulta comunque essere il
meccanismo
di collocamento
informale
e di richiamo
etnico, modalità
questa,
estremamente dispendiosa da parte del migrante sia da un punto di impiego di risorse
materiali sia da un punto di vista psicologico.
Di fatto la presenza di familiari e/o connazionali in Italia, pur rappresentando un
importante punto di riferimento e pur determinando spesso il luogo di destinazione degli
emigranti, non contribuisce tuttavia in maniera significativa a diminuire il sentimento di
incertezza e di precarietà che domina il primo approdo e che non sempre viene ripagato
con un successo del progetto migratorio.
Per quanto si possa avere la forza di lavorare, il coraggio e tutto il resto, senza avere una base […], una
spalla a cui appoggiarmi per parlare, per piangere, perché siamo esseri umani e piangiamo tutti, e ne
abbiamo bisogno per lo sfogo, non credo che sarei stata in Italia senza i miei familiari.
[…] Loro sono arrivati 15 anni fa. Il primo esodo. Io sono quasi 11 anni adesso che sono in Italia.
[…] Sono qui da 5 anni e mezzo, mio marito è arrivato un anno prima di me […] mio marito è venuto
perché c’erano già altri parenti, c’è lo zio che abita su a Cortemilia, è andato da lui prima e subito ha
lavorato nelle vigne e dopo si è trovato un lavoro più buono, più pagato ed è andato verso Alba, ha lavorato
a Vezza.
È da dieci anni che sono qua. Io ero rimasta giù in Marocco, poi mia sorella mi ha trovato un lavoro dove
lavorava lei, è riuscita a farmi fare un contratto di lavoro e sono venuta su.
Mio marito è venuto qua prima di me, aveva un contratto di sei mesi ed è stato qua per più di sei mesi.
Hanno fatto i controlli ed è stato mandato via, ed è stato costretto a ritornare in Marocco. Allora io, grazie ad
un avvocato, sono riuscita a fare il ricongiungimento familiare. Adesso lavora in una fabbrica e ha il contratto
per sei mesi.
Sono arrivata a Torino dove è venuta a prendermi la mia amica che abitava già ad Alba, lei lavora qua ad
Alba da una signora anziana […] ero un po’ spaventata […]. Poi sono arrivata qua e sono stata dieci giorni
da questa mia amica, poi ho trovato lavoro presso una famiglia che aveva bisogno di una ragazza per
guardare una signora anziana malata e fare qualche lavoro in casa
È una storia un po’ bizzarra. Per arrivare qua ho dovuto superare un po’ di ostacoli. È stato molto difficile, e
ho dovuto spendere molti soldi e poi sono arrivato con una squadra di calcio.
Non è stata una bella esperienza, perché ad un certo punto sono stato lasciato da parte. Ho dovuto avere
molta cura di me ed ero da solo […] Per un paio di mesi ho abitato a Racca da un mio amico, mi muovevo
con la bici al mattino per andare a lavorare e poi mi sono trasferito ad Alba, perché era più vicino al mio
posto di lavoro.
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Quando sono arrivato, mi sono fermato mezza giornata a Torino e poi subito ad Alba […] avevo avuto notizie
in Marocco di Alba.
I primi tempi ho abitato a casa di un mio amico che già conosceva mio padre in Marocco e che mi ha fatto
venire.
Sono in Italia da tre anni e mezzo, mia mamma abitava già in Italia, a Castagnito, è venuta 5-6 anni fa, ma
per lei è stato un po’ più complicato. È venuta qui che aveva già 45 anni, ha trovato più difficoltà, anche
perché io abitavo ancora in Estonia e sentiva la mancanza e anche adesso non si trova molto bene. Da una
parte le piace, dall’altra tornerebbe in Estonia.
Avevo già degli amici qui, tanti, loro sono arrivati nel ’97, io sono stata clandestina per un anno e poi mi
sono sistemata, però io avevo tantissimi amici che venivano a vendemmiare e poi tornavano indietro e poi
ritornavano per la stagione, poi qualcuno si è sistemato e quando venivano in Macedonia mi dicevano:
“Guarda che se vieni in Italia ti aiutiamo” e io sono venuta. Un mio amico mi diceva di non venire perché la
vita non è tanto bella, non c’è latte e miele per le strade, mi ha presentato ad un signore che mi ha subito
trovato lavoro in una colonia di bambini e poi sono andata ad assistere queste persone, perché in colonia mi
hanno conosciuta i nipoti di queste persone.
Per primo è arrivato mio padre, circa venti anni fa, neanche lui ha ancora la cittadinanza. Dopo siamo
arrivate noi figlie e poi mia madre; un fratello e due sorelle sono nati qui, precisamente in Sicilia. Sono solo
tre anni che sono in Piemonte. Ho girato più l’Italia del mio paese.
[…] ci siamo trasferiti ad Alba da Domodossola perché a mia madre non piaceva quel posto, ci piacciono
città più accoglienti. Ad Alba conoscevamo una persona, che ora si è trasferita. Qui non abbiamo nessun
parente, ho un parente a Torino, però ci vediamo poco, una volta ogni due mesi. Poi ci sono dei cugini di
mio padre. I miei zii sono tutti giù in Sicilia.
Siamo venuti insieme io e mia moglie e subito ci ha ospitati mia suocera, poi mia moglie ha trovato lavoro
come badante, guardava una signora anziana, qua vicino, a Castellinaldo, io avevo trovato qualcosa come
giardiniere, ma per poco tempo, due mesi, poi è arrivata la sanatoria, abbiamo preso i documenti e di lì è
stato tutto più semplice.
All’inizio veramente volevamo venire su uno per volta, io e mia moglie, però eravamo sposati da poco
tempo, per non stare separati, tanto non è che sono partito con dei debiti da casa e non avevo un lavoro, mi
sono detto che se non trovavo un lavoro qua potevo tornare.
Quando siamo arrivati noi c’era solo mia suocera in Italia, l’anno dopo che sono arrivato io, è venuto anche
mio suocero. In Romania avevano dei problemi finanziari, avevano tre figli e poi è arrivata la rivoluzione, non
ti fidavi più, lei è una persona forte e ha deciso di venire qua. Non conosceva nessuno. Per lei è stata un po’
dura perché era il periodo che non avevi neanche il visto turistico per uscire dal paese.
Ho lasciato tutto lì e sono venuta con un visto per turismo e poi qui doveva aspettarmi un’amica, ma non è
arrivato nessuno, all’inizio mi sono trovata veramente sola, sono venuta su con una mia amica; sapevo solo
qualche parola di italiano. La prima sera siamo andate in un albergo e poi al mattino siamo andate al Sermig
per trovare un posto dove stare, però lì ci hanno detto che dovevamo prenotare tre giorni prima per riuscire
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a trovare un posto. Così ci siamo trovate sole, ma abbiamo incontrato una persona che era già sposata con
un Italiano, ci ha ospitate lei e poi siamo andate al Sermig. Siamo state due settimane, nel frattempo siamo
uscite, abbiamo conosciuto un po’ di gente, e poi sono riuscita a trovare il primo lavoro […] eravamo con
una gita turistica, ma volevamo lavorare per mantenere le famiglie là […] mio marito è arrivato dallo scorso
marzo: è venuto grazie al ricongiungimento familiare, adesso lavora … paghiamo l’affitto e si va avanti così.
Lui è laureato in ingegneria, ma in Italia il suo titolo di studio non è riconosciuto, non abbiamo neanche
provato anche perché mio marito ha già 54 anni, in Italia lavora come operaio.
Sono in Italia da otto anni. Grazie a mia cugina sono riuscita a venire qua. I primi tempi sono stata con lei.
Lei sta a Bergamo. Poi sono venuta qua quando ho conosciuto mio marito e ci siamo sposati.
Sono in Italia da sette anni e mezzo. Sono arrivata a Neive, poi ho trovato lavoro a Bra e poi ci siamo
spostati ad Alba.
Subito sono venuta da sola, avevo avuto l’indirizzo da una persona che abitava qua, a quei tempi si arrivava
molto difficilmente, l’aiuto è stato che io avevo già il passaporto pieno di visti, lavoravo e quindi ho avuto
subito il visto, sono rimasta due o tre mesi senza il permesso di soggiorno, poi ho avuto il nullaosta per
tornare, poi ho trovato subito lavoro, e quindi ho avuto il permesso di soggiorno. Diciamo che il lavoro l’ho
trovato a febbraio e il permesso l’ho avuto a maggio […] come tutti, facevo la collaboratrice domestica,
guardavo una signora e pulivo casa.
Qui c’era già mia sorella più piccola, quando sono arrivata, quattro anni e mezzo fa, ho lavorato come
badante a Novello, poi mi sono messa a posto con i documenti e mi sono spostata ad Alba.
Appena arrivata stavo da mia sorella, ma dopo otto giorni avevo già trovato lavoro come badante e sono
andata a vivere con il signore che guardavo.
Non ero mai venuto in Italia, avevo una piccola idea, conoscevo altri che erano venuti. Sono arrivato a
Milano dopo dodici ore di viaggio, stanco […] sono andato a Torino e mi sono fermato 20 giorni più o meno
in un ostello fino a trovare il paese dove era nato il mio bisnonno: Feisoglio. Sono venuto ad Alba e qui ho
trovato una persona che mi ha detto: “Se vuoi lavorare devi abitare ad Alba” e così mi sono stabilito qua […]
qui in Italia avevo un parente a Firenze, era un parente lontano, ma non avevo tanta confidenza e io dovevo
essere qui perché volevo trovare i documenti di mio bisnonno. Allora ho incominciato a lavorare qua, e dopo
che ho trovato lavoro non mi sono più spostato.
La prima volta che sono venuto in Italia è stato nel ’97, sono stato quasi un anno, poi non era facile perché
non avevo trovato un lavoro e sono tornato in Romania e poi sono tornato nel 2000 e sono rimasto sempre
qua.
Nel ’97 quando sono venuto per la prima volta, è venuto con me anche mio figlio e poi lui è rimasto. E
quando sono tornato nel 2000 lui era già qua, aveva i documenti, avevo già un appoggio.
Ma nel ’97 quando siamo venuti in Italia non avevamo delle notizie, siamo venuti in tre o quattro.
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Io sono arrivato qua con un visto turistico, ma le dico la verità, noi siamo visti con un po’ di diffidenza, tanto
che durante il viaggio, anche se avevo un visto come turista, mi hanno controllato dalla testa ai piedi. Io ero
tranquillo, comunque, perché le persone che non hanno niente posso essere tranquille. Comunque questa è
un po’ l’immagine dei paesi sud- americani, per me faceva lo stesso perché io venivo qua per lavorare e per
stare. Sono riuscito a stare qua, a regolarizzarmi, ormai è più di tre anni che sono qua
Mio cugino è venuto in Italia a piedi. È entrato già da otto anni e non aveva i soldi per pagarsi né un
passaporto, né un visto. Io invece sono venuto quattro anni fa come turista, poi sono rimasto in nero, poi ho
lavorato come muratore, non mi hanno ancora dato i soldi, ma qualcosa di buono l’hanno fatto, mi hanno
fatto i documenti.
Dalle interviste emerge inoltre come la scelta di emigrare di fatto risulti, spesso, un
investimento che ricade sul gruppo familiare, anche quando la scelta non viene effettuata
da tutti.
La relazione con il proprio paese di origine continua a rivestire particolare
importanza nella misura in cui membri della propria famiglia risiedono ancora lì,
rappresentando in tal modo non solo una valida ragione per tornare periodicamente, ma
un legame che vincola l’esistenza dell’emigrato anche e soprattutto attraverso le costanti
rimesse
inviate
a
casa.
Rimesse
destinate
esclusivamente
a
membri
familiari
(moglie/marito, figli, genitori, fratelli/sorelle).
È interessante a tal proposito osservare come “l’immigrato, nella sua vita quotidiana
all’estero, sente così la famiglia come un fattore reale […]. Il destino della famiglia e quello
dell’individuo sono perciò strettamente intrecciati tra loro, in termini assolutamente reali
per l’immigrato
(Kwok, 1994:214-215).
[…] se potessi fare ancora di più, lo farei. Noi abitiamo in una zona di campagna e a noi serve, ci mancano
tante cose, soprattutto le attrezzature, perché là si lavora ancora con le mani. In Romania le zone più ricche
sono quelle urbane o dove ci sono le industrie, perché gli investitori vanno lì, a pochi interessa l’agricoltura,
poi è un po’ una lotteria, se arriva la grandine, perdi tutto, poi non esistono le assicurazioni e quindi la gente
non è tutelata.
Ho solo più mia mamma, mio papà è morto nel ‘98 e anche se mia mamma volesse, io non potrei portarla
perché non vorrei portarla e farle fare la vita che ho fatto io, se le cose cambiano vedremo, anche se io sono
qua che faccio tutto e aiuto la mia famiglia, non la farei venire, è dura vivere qua, se cambiano alcune cose,
magari....
[…] Si, continuo a mandare soldi a casa, mia madre è pensionata, noi abbiamo la casa, ma non con la sua
pensione che non è neanche di 50 euro, non riuscirebbe a vivere. È impossibile vivere con 50E, anche se
cerchi di farlo, è impossibile. Solo se non mangi e non bevi, puoi farcela.
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A testimonianza di ciò rende l’immagine che la maggior parte degli intervistati
dichiara abbiano amici, familiari e conoscenti non emigrati circa le condizioni e lo stile di
vita di cui essi godono in Italia. Il desiderio di lasciare il proprio paese per aprirsi a
prospettive migliori sembra diffuso, così come sembra diffusa la convinzione di un
guadagno maggiore; convinzione, questa, basata sia sulla reale capacità di risparmio
(connessa alle rimesse) dei connazionali emigrati sia sul rapporto tra il guadagno
economico conseguibile nel proprio paese e quello conseguibile nei paesi meta di
emigrazione; spesso senza tenere in debito conto i differenti costi di vita tra il contesto di
origine e quello di approdo.
Il successo del progetto migratorio testimoniato attraverso le rimesse e/o i rientri
costanti nel paese di origine da parte di coloro che sono emigrati rappresentano un
fattore di attrazione importante in un processo di scelta verso l’emigrazione. In tale
direzione, rappresenta un serio motivo di riflessione il ruolo giocato dai mass-media.
Ancora oggi l’immagine che gli strumenti di informazione trasmettono delle società
occidentali determina un impatto significativo sulle aspettative dei migranti, sebbene
spesso non confermate dai racconti di quanti ritornano in patria.
La presenza di familiari e/o di amici nei contesti di approdo e il desiderio di
migliorare le proprie condizioni socio-economiche, unitamente, seppure in misura minore,
al mito dell’Occidente, rappresentano i fattori di attrazione maggiormente ricorrenti nei
racconti degli intervistati.
[…] quando sono partita mi aspettavo di fare i soliti lavori che fanno gli stranieri: guardare gli anziani e i
bambini, fare le pulizie. Nonostante questo sono partita, mi sono detta che dovevo farcela.
Io ero venuta già tre o quattro volte per le vacanze, quindi mi sembrava tutto bello, la gente simpatica, però
quando poi mi sono trasferita è stato un po’ difficile trovare un lavoro. Difficoltà più grandi di quanto mi
aspettavo …
Prima di tutto nel Sud America noi vediamo l’Europa come dei paesi potenti, per questo che noi decidiamo o
di andare negli Stati Uniti o in Europa, in Francia, in Germania o in Italia, in Spagna. […] Ma negli USA è
difficile entrare dopo l’11 settembre, poi non conosco nessuno che viva là. Mia sorella aveva deciso per
l’Italia tramite una cugina che era già qua, di parente in parente, infatti io ho fatto venire mia moglie, i miei
due figli, poi più avanti magari potrà venire l’altra mia sorella che è ancora là.
In Italia c’era già mia suocera che lavorava da cinque anni. Però senti dagli altri e non puoi fidarti, perché
come me che sono contento del mio lavoro, c’è qualcun altro che non lo è. La televisione è falsa, perché i
filmati ti fanno vedere le cose belle, in Romania prendevo Rai1, Rai2 e Rai3, ma non li seguivo perché non li
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capivo. Non mi aspettavo di trovare qualcuno con le braccia aperte pronto ad accogliermi, pensavo di
trovare un paese, so benissimo che dappertutto ci sono delle difficoltà.
Avevo notizie dalla televisione, poi arrivano delle notizie da quelli che vanno e quelli che vengono, non tutti
hanno una buona impressione dell’Italia, trovare un lavoro non è facile, devi essere disposto a fare anche
lavori pesanti o non troppo ambiti. Di là dicono cose diverse, ma se vuoi provare, almeno sai di poter avere
un futuro un po’ più certo, senza troppi pensieri sul domani. Quello che dicevano era vero, in Italia si sta
bene, si può ancora venire qua, ti prendono, infatti altri miei connazionali continuano ad arrivare. In Italia si
può ancora cercare di essere accolti, non come in Inghilterra, dove ti buttano via
Me l’aspettavo un paese come me l’avevano raccontato gli altri stranieri che abitano in altri paesi […] Si, non
è che io voglio trovare i soldi per terra, ma vorrei la casa, lavorare e i miei diritti perché sto con voi e faccio
la vita con voi.
Ma guarda noi sognavamo sempre, sai, l’Italia come se fosse rose e fiori. Sai, che potevi avere la possibilità
di studiare senza problemi o di trovare un lavoro adeguato magari agli studi, oppure di inserirti abbastanza
in fretta nella società. Ecco io all’inizio ho fatto una fatica enorme, un po’ per la mia mentalità molto chiusa,
molto tradizionalista, un po’ perché la gente, come ti dicevo prima ti vedeva come “l’albanese”, “la
prostituta” o “delinquente”. Non vedevano la persona, non cercavano nemmeno di vedere in te la persona
che eri.
[…] questa Italia… come la sognava anche mio fratello: era innamorato, perché lui amando il calcio italiano,
un patito del calcio italiano, allora adorava la lingua italiana, come la adoravo io
Non mi sono mai immaginata che io vengo qua a fare il commercialista, il direttore … Io, dal mio punto di
vista non sono rimasta delusa perché ho detto che partire da zero è normale e poco per volta mi sono
aggiustata con la casa, con i documenti, con il lavoro, con i figli, con il ricongiungimento dei figli, pian
pianino, con pazienza, allora sinceramente non sono rimasta delusa e poi dal punto di vista della cultura è
proprio bello, come ho visto in televisione.
All’inizio l’ho trovata ancora più bella di quanto la sognavo io. Perché all’inizio erano delle novità, non me le
aspettavo, le cose belle le avevo viste in televisione, ma avere proprio il contatto. Poi questa zona mi ha
subito affascinato, io sono subito arrivato qua.
Non è comunque il paese dove scorrono fiumi di latte e di miele come a volte si dice, sembra che tutto arrivi
senza fatica. In Romania sembra che venendo in Italia si possa diventare ricchi, ma non è così anche perché
il lavoro c’è, ma bisogna accontentarsi di lavori pesanti, umili o duri che gli Italiani non vogliono più fare,
come guardare le persone anziane o lavorare nelle imprese di pulizie. Anche gli Italiani che sono andati in
America o in Australia facevano lo stesso lavoro che facciamo noi oggi qua, ma a me non pesa, perché
anche a casa mia, in Romania, nel mio negozio, facevo tutto da sola, anche le pulizie. Quando poi vuoi
qualcosa davvero, fai di tutto, per i miei figli farei di tutto, non mi pesa lavorare e mi piace, so fare tante
cose, ma non puoi fare quello che vuoi, ma devi fare quello che ti offre la società italiana.
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Le prefigurazioni del viaggio, da parte di molti intervistati, risultano essere
estremamente realistiche. Adeguate, nella maggior parte dei casi, le aspettative, sia in
riferimento alle difficoltà previste sia in riferimento agli obiettivi iniziali del progetto
migratorio.
Adattabilità, disponibilità e flessibilità costituiscono le caratteristiche più importanti
del comportamento del migrante nella prima fase di inserimento. Risorse comportamentali
spesso messe in atto in quanto legittimate dal “mito del ritorno”; mito che giustifica la
disponibilità ad accettare sistemazioni abitative precarie, ruoli professionali che, spesso,
producono un notevole abbassamento dello status occupato prima di emigrare, modalità di
partecipazione economica e sociale marginale o comunque scarsamente visibile.
Buona parte degli intervistati dalle città più popolate del nord Italia si sono spostati
in zone decentrate e, salvo alcune eccezioni, hanno reperito in tempi brevi una
sistemazione abitativa e una collocazione lavorativa. In modo particolare, la maggior parte
delle donne sole ha trovato impiego nel lavoro di cura presso famiglie locali e, sino alla
realizzazione del ricongiungimento familiare, ha convissuto con i datori di lavoro.
Molti, arrivando in Italia con un visto turistico, si sono inseriti nel mercato del lavoro
in forma sommersa, nell’attesa di una regolarizzazione formale.
Appena arrivata andavo a fare le pulizie da una signora che aveva una ditta e anche grande e mi faceva
lavorare anche lì. Quando sono arrivata, io non mi aspettavo di andare a fare le pulizie e mi sono sentita
stupida e male, perché ho studiato mi sono impegnata, e poi dopo accetti le cose come vengono.
Sono arrivata qua e sono stata dieci giorni da questa mia amica, poi ho trovato lavoro presso una famiglia
che aveva bisogno di una ragazza per guardare una signora anziana malata e fare qualche lavoro in casa.
Sono stata fino a due anni fa poi sono stata da un’altra signora anziana e abitavo da lei […]
Io sono stata clandestina per un anno e poi mi sono sistemata […]
All’inizio era pesante perché lavoravo fissa, non uscivo mai, ero badante. Poi è arrivato mio marito, lavorava
in campagna, lui viveva in un alloggio, io stavo a lavorare. Poi piano piano ho trovato un altro lavoro
abbiamo portato su la bimba e adesso che siamo insieme non importa. Non sto male però… adesso faccio
l’operaia in una ditta di pulizie.
Il primo lavoro…lavoravo giorno e notte, non potevo muovermi.
All’inizio avevo un visto di un solo mese, per l’aereo dovevo pagare sia l’andata, sia il ritorno, poi sono
diventato un extracomunitario che non poteva stare in Italia e ho dovuto aspettare la sanatoria del 2002 per
mettermi in regola.
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Nel ’95 sono arrivata con un visto per vedere i miei figli, poi non sono andata via e volevo fare il permesso
di soggiorno, ma era a pagamento e non l’ho fatto, poi quando è uscita la legge che un datore di lavoro
poteva farti il permesso, mio figlio aveva un suo amico avvocato che mi ha messo a casa sua, a posto,
lavoravo lì
Io sono arrivato qua con un visto turistico poi mi sono regolarizzato
Io sono venuto come turista, poi sono rimasto in nero, poi ho lavorato come muratore, non mi hanno
ancora dato i soldi, ma qualcosa di buono l’hanno fatto, mi hanno fatto i documenti.
Come accennato in precedenza, le risorse messe in atto dai migranti per far fronte
alla complessità del primo periodo di permanenza nel contesto di approdo consentono loro
di superare le innumerevoli difficoltà che si presentano in tale fase: dalla conoscenza della
lingua alla ricerca di un impiego professionale e di una collocazione abitativa, alla
regolarizzazione della propria situazione giuridica. In tale fase è da sottolineare inoltre
l’importante sostegno che altri cittadini connazionali offrono ai nuovi arrivati (dalla
canalizzazione di informazioni all’aiuto nella ricerca del lavoro, dal sostegno emotivo alla
socializzazione e all’incontro).
Tuttavia, a fronte del diffuso cambiamento del proprio progetto migratorio dalla
fase iniziale del percorso di inserimento a quella di stabilizzazione, tali risorse
comportamentali potrebbero “rivelarsi una trappola se non riescono a innescare un
processo virtuoso nel conseguimento di obiettivi successivi.”
[IRES Piemonte, 1991].
Nella misura in cui flessibilità e disponibilità vengono strumentalmente utilizzate per
superare criticità temporanee e raggiungere l’obiettivo di rientrare nel proprio paese in
tempi brevi, possono configurarsi come risorse comportamentali positive. Qualora, invece,
il progetto migratorio tenda alla stabilizzazione piuttosto che al rientro, come di fatto
hanno dichiarato molti intervistati, disponibilità e flessibilità alle opportunità del momento
rischiano di mantenere gli immigrati in una “condizione di integrazione subalterna,
partecipi dei processi economici con le funzioni non più gradite dai locali, ma
sostanzialmente ai margini dei processi sociali” [Ambrosini – Lodigiani – Mandrini, 1995].
Ma come prefigurano il proprio futuro gli intervistati?
Il mio futuro è in Italia, perché ho pensato di ritornare in Albania, però sono passati 11 anni, e io ho fatto
molti, molti sacrifici qua. Riuscire a ritornare indietro è come se facessi dei passi indietro nel futuro. Io
comunque amo anche questa vita molto stressata, molto monotona, perché ormai mi sono abituata: è la mia
vita. È bella, è brutta, è triste, è felice, però è la mia vita e la amo così com’è e non so se riuscirei a
ritornare.
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Il fatto che i miei sono tutti qua, mi fa sentire legata a questo posto […] non dovevo venire neanche la
prima volta …. sai ho lasciato tutto là, appena sto cercando di farmi una vita qua, devo lasciare di nuovo,
devo buttare dietro le spalle questi tre anni che ho fatto qua, per andare di nuovo là. Poi magari vado là, ma
non mi sento bene io, perché dopo tre anni sono cambiate delle cose dentro di me. Non so, adesso ho un
misto di dubbi, di incertezze, sentimenti... legata poi alla mia famiglia in questi tre anni. Veramente non
so…quando eravamo in Albania loro vivevano in un’altra città e io vivevo nella capitale, però c’è stata sempre
questa distanza e non mi sentivo molto legata a loro. Adesso che viviamo nella stessa casa, in questi tre
anni, mi sento molto legata a loro. Quando sono andata in Albania per tre settimane mi sono mancati da
morire.
Adesso sono qua, siamo qua. Cioè, non so…uno pensa sempre di ritornare al suo Paese, alla sua terra, però
una volta che sei qua è un po' difficile ritornare.
Ognuno di noi, penso, ha l’idea di tornare. Se fossi sposato e avessi dei bambini, forse avrei l’idea di restare,
però per un giovane parte con l’idea di guadagnare un po’ di soldi e poi di tornare a casa e fare qualcosa là.
Adesso io e la mia fidanzata stiamo molto bene qui, quindi mi vedo qua, magari in futuro decideremo di
tornare in Romania.
Preferirei rimanere qua in Italia, perché mezza strada l’ho già fatta, non voglio tornare indietro, magari il
primo anno, ma adesso mezza strada è fatta.
L’idea era di tornare, pensavano di stare su qualche anno, di mettere da parte un po’ di soldi e poi di
tornare, comprarsi una casa e di tornare a vivere giù. Invece è andata in modo completamente diverso.
Ormai la nostra vita è qua, si va qualche volta in Libano, a trovare i parenti, per fare qualche documento, ma
sono legata alla mia vita qua, ho il mio lavoro, la mia indipendenza, dovessi tornare giù, non avrei le stesse
cose che ho qua. Ho tutte le mie cose, invece là, sarei costretta a stare a casa, a studiare, a fare tutte cose
che io non voglio.
Ho trovato un lavoro, ho incominciato a imparare l’italiano e poi non so cosa sarà, ma quando vieni qui vedi
che alcuni stanno già abbastanza bene e ti dici ce la farò anch’io? devo farcela e vai avanti poi ci sono alcuni
che riescono più di te, oppure lavorano di più, fanno doppio lavoro e allora ti dai da fare, così ho trovato un
lavoro che mi piaceva anzi più del lavoro mi piacevano le persone e così sono rimasta qui.
All’inizio pensavo che sarei tornata a casa, ma poi ho incontrato questo ragazzo, con cui convivo e appena
vengono su i miei genitori ci sposiamo. Stavo per comprarmi la casa laggiù per tornare, me la vendevano per
35 milioni, ma poi ho incontrato questo ragazzo e ho lasciato perdere.
Mia madre adesso come adesso non tornerebbe, vuole prima sistemare tutti noi figli: quindi, dato che il più
piccolo ha 7 anni, per almeno altri quindici anni rimarrà qui in Italia. “Più tardi- dice- quando avrò 70 anni,
magari andrò giù”. Mia madre ha lavorato mattina e sera quindici anni senza mai fermarsi … Mio padre
ormai la sua vita è per le sue figlie, per cui se noi resteremo in Italia, lui farà altrettanto. Io non tornerei giù,
perché se dovessi tornare dovrei minimo studiare il francese e l’arabo. Dice sempre che potrebbe anche
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stare sei mesi all’anno qui e sei mesi lì. Tante persone che hanno i figli già grandi fanno quella vita, tanto i
figli gli mandano i soldi. Pensa che mio padre vorrebbe cercarsi una casa qui, vuole comprarne una. In
Marocco abbiamo qualcosa, ma poco. Ho i nonni giù.
All’inizio pensavo di fermarmi 2-3 anni e poi tornare, adesso, l’anno scorso mi hanno trovato una specie di
leucemia e tutte le cure che faccio qui in Italia, in Romania non le fanno e ho un mantenimento di cinque
anni, allora non posso neanche pensare di tornare, almeno per cinque anni, poi chissà.
Io pensavo di stare solo un anno e poi tornare in Romania. Poi sai com’è ti prepari un piano da casa e poi
quando vedi le cose… Ma poco a poco mi sono abituato alla vita di qui e quindi è sempre più difficile pensare
di tornare là. Mi piacerebbe tornare però è difficile perché non so che lavoro potrei trovare. Vivrei molto
peggio, qui sono più tranquillo, lì non puoi comprarti quello, non puoi mangiare quello. Adesso però mi sto
abituando qui. Mia moglie, invece, è molto più decisa di me a rimanere Italia.
All’inizio volevo stare 2-3 anni e tornare, poi ho fatto venire su i miei figli, anche per i soldi, si guadagna, per
adesso ancora, abbastanza bene … dopo … questa tranquillità, questa organizzazione che viene poco per
volta, sei inserito proprio e io sinceramente quando vado giù, non mi trovo a mio agio, forse perché vado
sempre con dei problemi da risolvere, non sto mai tranquilla, ma non mi trovo più.
All’inizio sono venuta per un periodo di due settimane per una gita durante la quale ho incontrato altri
Rumeni che mi dicevano che se avessi avuto voglia di lavorare avrei trovato un lavoro e sarei stata bene.
Quindi sono rimasta qui, perché ho detto che se tutta questa gente era riuscita a fare qualcosa, avrei potuto
farcela anch’io. Sono rimasta per i miei figli, là, non avrei avuto nessuna possibilità di pagare i loro studi. Mia
figlia aveva un lavoretto, mentre andava all’università, ma non bastava per pagare la sua retta, e poi c’erano
le spese della casa, mio marito per un periodo non ha lavorato.
Adesso abbiamo intenzione di lavorare ancora qualche anno e poi torneremo in Romania: là abbiamo gli
amici e soprattutto i figli, nipoti, per adesso aspettiamo che le cose in Romania cambino un po’.
Sono partita solo perché una gran voglia di vedere i miei figli, quello più piccolo non poteva tornare in
Albania a trovarmi perché non aveva il permesso di soggiorno, invece quello più grande poteva venire a
trovarmi. Però non ce la facevo più, senza i miei figli era proprio un mondo perso, ero una mamma persa,
ero una mamma fallita. È così sono partita con questo visto politico, l’ho pagato e sono arrivata.
La mia idea sarebbe quella di tornare, ma dovrei lasciare i miei figli qui, ormai ho la carta di soggiorno,
adesso ho anche un nipote, certo con la pensione che avrò, dopo aver lavorato un po’ di anni qua in Italia,
potrei tornare a vivere in Albania, ma ho sempre un pezzo grande qua. Ho i miei figli e tutto puoi lasciare,
ma i tuoi figli no.
Io pensavo di tornare dopo qualche anno, perché mi avevano detto che era facile e allora io pensavo, lavoro
un po’ e poi torno a casa, invece, sono stata tre, quattro anni senza documenti, ogni tre mesi andavo in
Colombia e poi tornavo, andavo a cercare lavoro, no, perché non hai i documenti, ora che li ho, no perché
sei vecchia.
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Adesso con i documenti, stavo aspettando di lavorare un po’ per mettermi un po’ di soldi da parte per
andare poi là.
Qui mi trovo bene, ma la vita costa troppo, io quello che guadagno, un po’ lo mando a casa, e poi il resto lo
uso qua, perché mio marito non è che prende tanto.
Non avevo le idee chiare, non posso dire, nemmeno ora sono decisa su cosa fare, comunque qui proviamo a
comprarci la casa, ma a lungo termine non so, una decina, quindici anni certamente stiamo qui, poi
vedremo, ci saranno i figli qui e vedremo arriverà la pensione, ma tanti anni saranno e vedremo.
Cosa facciamo là? Già ero vecchio, quando sono andato via, per trovare lavoro, adesso sarei ancora più
vecchio. Per di più, uno mettesse un po’ di soldi da parte per mettere su un negozio, non so se sarebbe
possibile mantenerlo per tanti anni e se poi finisce, finiscono i soldi, finisce tutto e sei di nuovo al punto di
partenza. Abbiamo deciso di stare qua e i bambini cresceranno qua e poi quando saremo vecchi, se ne
parlerà. Con mia moglie abbiamo detto così, quando saremo pensionati, magari torneremo.
Anche la bimba sicuramente non tornerebbe, perché la situazione è ancora troppo difficile, anche se sono
parecchi anni che è caduto il comunismo. È sempre uguale, non vedo che la situazione sia cambiata, adesso
la Romania dice ai giovani di non andare via, di restare, ma là non c’è lavoro
Per adesso no, non torniamo, non sapremmo da che parte iniziare. Sono più di sette anni che non andiamo.
Vanno solo i miei, anche se abbiamo ancora tutti i parenti e anche la casa, ma non sappiamo neanche più
com’è là. Ormai se torniamo là, non capiamo più niente. Sappiamo solo parlare l’arabo, ma non sappiamo né
scrivere, né leggere, abbiamo dimenticato tutto. E poi qua non ci sono scuole di arabo per imparare.
Eh, direi che potrei anche avere il coraggio di ritornare a Capo Verde anche se non ho costruito niente
laggiù. Poi però qui ho i miei figli e non me la sento di lasciarli. E poi qui in generale va tutto
Bene …
Non lo so, più gli anni vanno avanti, più mi inserisco, più sono staccato dalla Macedonia. Non posso dirti né
così, né cosà. Forse tra dieci anni la Macedonia entra nell’Unione e io posso tornare tranquillo nella mia
Macedonia e fare qualche lavoretto, qualche piccola attività mia, in proprio, o qualche business! […] i Balcani
non sono un’isola felice, lì può succedere di tutto. […] Però la verità è che man mano, andando avanti mi
sento più sicuro qua.
Pur partendo tutti, o quasi, con l’idea di ritornare, una volta occupati regolarmente
e stabilmente, la maggior parte degli intervistati tende a valutare la possibilità di una
stabilizzazione in terra straniera, se non definitiva quanto meno assai prolungata nel
tempo. Si tratta di una valutazione basata sull’intreccio di fattori diversi che vanno dalle
risorse impiegate nel percorso di inserimento sociale a un diverso stile di vita acquisito in
37
Italia, dall’indipendenza personale a quella economica, dalla mancanza di prospettive
offerte dal contesto di origine alla consapevolezza
di un avvenuto cambiamento
identitario. Ma ciò che sembra avere maggiore peso in tale orientamento è ancora la
famiglia. Il ricongiungimento familiare con la nascita o l’arrivo di figli impone una
progettualità differente, “provoca una tensione ambivalente” in rapporto alla società di
accoglienza, “che permette una più rapida elaborazione del processo di distacco e di quello
d’integrazione”,
richiede obiettivi a lungo termine, “modifica il comportamento degli
immigrati da una condizione di tendenziale invisibilità sociale alla ricerca di un rapporto più
intenso e non privo di implicazioni problematiche con il paese d’accoglienza […] il
mutamento del progetto migratorio interviene nel momento in cui la famiglia si costituisce
(o ricostituisce) e l’emigrato deve pensare anche al futuro dei propri figli [Zanfrini – 1998].
Situazione famigliare dei soggetti intervistati (parenti di 1° grado)
Tabella 1
Intervistati
(Valore assoluto)
21
4
3
2
3
Familiari ricongiunti
Tutti i membri della famiglia attuale
Tutti i membri della famiglia attuale e alcuni membri della
famiglia di origine (fratelli, ecc.)
Alcuni membri della famiglia attuale
Alcuni membri della famiglia di origine, non attuale
(migrazione con la sorella, figli in patria)
Single
Tabella 2
Intervistati
(Valore assoluto)
12
7
14
Familiari in patria
Membri della famiglia di riferimento attuale (famiglia di ultima convivenza)
Membri della famiglia di origine
Solo parenti di secondo grado (zii, ecc.)
Pur essendo privilegiato il ricongiungimento familiare, dai percorsi raccontati dagli
intervistati emergono modelli di migrazioni differenti:
-
il percorso al maschile, il più tradizionale e diffuso, in cui l’uomo emigra per primo,
trova lavoro e casa, e prepara il terreno per l’arrivo della moglie e dei figli;
-
il percorso al femminile in cui la protagonista è la moglie-madre, che parte per
prima e promuove poi l’arrivo del marito e degli eventuali figli;
-
il percorso neocostitutivo, in cui la formazione del nucleo coniugale avviene nel
paese ricevente con un partner incontrato sul posto (della stessa origine o meno);
38
-
il
percorso
simultaneo,
contraddistinto
dall’arrivo
contemporaneo
o
molto
ravvicinato di entrambi i coniugi, e a volte di interi nuclei familiari;
-
il percorso monoparentale in cui uno solo dei genitori emigra, seguito da uno o più
figli.
“Il ricongiungimento rappresenta un fattore di normalizzazione della presenza degli
immigrati, in cui il profilo sociale e demografico tende così ad avvicinarsi a quello della
popolazione autoctona delle stesse fasce d’età (principalmente giovani adulti). Una
residenza più stabile, la nascita e la scolarizzazione dei figli, la frequentazione di spazi
pubblici, di negozi e di servizi sociali, associano positivamente il ricongiungimento con
l’accettazione sociale e con l’inclusione delle famiglie degli immigrati nella società
ricevente. Viceversa, vengono sollevati problemi sul versante della spesa pubblica e in
modo particolare della domanda di servizi alle persone: è indubbio che, rispetto a individui
celibi, in giovane età, inseriti nel mercato del lavoro, i cui costi di socializzazione sono stati
sostenuti dai paesi di origine, la presenza di donne e bambini aumenta la domanda di
servizi sanitari, scolastici, abitativi, nei paesi riceventi […] Pare chiaro un paradosso:
l’immigrazione più accettata, quella famigliare, è più costosa per le società riceventi sotto il
profilo economico, rispetto a quella dei soli lavoratori adulti, ma questa, l’immigrazione più
conveniente, è invece meno accettata socialmente, specialmente quando si declina al
maschile” [Ambrosini – 2005]
39
CAPITOLO TERZO
I PROCESSI DI INTEGRAZIONE
40
I PROCESSI DI INTEGRAZIONE
Nel precedente capitolo abbiamo illustrato i percorsi di migrazione degli intervistati
e i possibili esiti del progetto migratorio da essi prefigurati. Abbiamo osservato come nella
maggior parte dei casi, pur conservando legami affettivi con il paese di origine, i soggetti
abbiano scelto comunque di effettuare il ricongiungimento familiare progettando una
stabilizzazione locale definitiva o a lungo termine. Tale scelta, come vedremo, diventa un
termine di riferimento importante nel processo di integrazione sociale ed economica del
migrante e nelle risorse messe in atto nel perseguimento di tale obiettivo.
Per processo di integrazione non si intende semplicemente la partecipazione al
mercato del lavoro locale attraverso un rapporto professionale continuativo e stabile,
seppure di fondamentale importanza, quanto piuttosto un insieme dinamico di relazioni e
di interazioni sociali, politiche, economiche, culturali che presuppongono il riconoscimento
di un trattamento paritario in tutte le sfere istituzionali che hanno incidenza nella vita
privata e sociale dei singoli cittadini.
Nella quotidianità, tuttavia, siamo ancora distanti da tale visione; spesso la capacità
lavorativa e quella di consumo diventano i termini di riferimento prioritari per misurare il
livello di integrazione socio-economica della popolazione. Dimenticando, altrettanto
spesso, che la condizione di occupato per un cittadino migrante è
sempre di più un
presupposto necessario per la presenza regolare in Italia e che la disoccupazione può
essere solo una condizione temporanea (in mancanza di occupazione, alla scadenza del
permesso di soggiorno è consentito un rinnovo di soli 6 mesi per la ricerca di un nuovo
lavoro).
Tra la definizione implicita d’integrazione veicolata dalle leggi, quella proposta più o
meno coerentemente dalla maggioranza autoctona attraverso le proprie rappresentazioni
sociali e i discorsi pubblici di senso comune e infine quella auspicata per sé e per la propria
famiglia dal migrante stesso vi è spesso uno scarto significativo.
41
1. Sentirsi cittadini … stranieri
Le percezioni espresse dai cittadini intervistati in merito al proprio livello di
inserimento realizzato nella società di accoglienza rimandano a una visione del fenomeno
decisamente più complessa e sicuramente meno stereotipata di quella più diffusamente e
socialmente condivisa e prefigurata.
La condizione di disuguaglianza sociale rappresenta il fattore determinante nella
percezione di un mancato riconoscimento del diritto alla cittadinanza per i migranti e di
una conseguente difficile integrazione.
La consapevolezza di tale condizione da parte degli intervistati genera reazioni e
comportamenti differenti: c’è chi enfatizza la capacità personale di adattamento, chi invece
rivendica pari dignità sociale; chi non cerca occasioni di contatto e di relazione con gli
italiani, chi invece individua nelle famiglie miste un possibile percorso di integrazione
culturale dai positivi e più amplificati effetti sociali; chi tenta di promuovere positivamente
la propria cultura di origine, chi evidenzia l’assenza di reali politiche di accoglienza a favore
dei migranti e una legislazione fortemente penalizzante nei loro confronti.
Ho molti amici italiani, andiamo a mangiare la pizza, a ballare insieme. Non ho problemi.
L’unica cosa strana sono questi permessi di soggiorno, durano un anno, ci impieghi un casino di tempo per
cambiarli, è una cosa, secondo me, stupida. È un problema nel senso che ci impieghi tre mesi per cambiarlo,
poi devi andare un mese prima per rinnovarlo, a me scade proprio in Agosto, quando ci sono le ferie e poi se
non c’è una legge che te lo permette, non puoi neanche andarti a fare le ferie
Sentirsi integrati significa anche veder riconosciuto e rispettato lo status di
“cittadino produttivo”: lavorare e pagare le tasse come doveri pubblici e base della
cittadinanza. Ma, all’adeguatezza del proprio comportamento in termini di assolvimento dei
doveri di cittadinanza, gli intervistati denunciano una mancata corrispondenza dei diritti
come importante segno di discriminazione nei confronti dei migranti.
Sì, mi sento parte della società anche per il fatto che pago le tasse, però i diritti non li ho, la maggior parte
dei diritti non li ho. Non è come i marocchini che vivono in Belgio, in Francia o in Olanda, e vedo la
differenza quando vado in Marocco e mi dico: “Perché quello lì ha questi diritti dati dall’Unione Europea e noi
che siamo in Italia, anche l’Italia fa parte dell’Europa, non abbiamo questi diritti?” Per esempio, la carta di
soggiorno, la cittadinanza, la casa, il lavoro, noi siamo considerati di categoria b, non siamo considerati come
voi italiani.
[…] posso anche capire l’italiano che dice “ma, che cavolo fanno tutti ‘sti immigrati che arrivano già al 10%”.
Però almeno, non giudico, se uno capisce che uno lavora dal mattino fino alla sera ed è stanco come
l’italiano, non arriva alla fine del mese come un italiano, paga tutte le tasse come un italiano, perché non
deve avere i diritti come un italiano?
[…] Tanti italiani hanno dimenticato chi era il primo immigrato. E mi fa male ogni tanto. Però ognuno ha
anche le sue parti di ragione […] gli italiani dovrebbero capire e cogliere la sfida per l’integrazione degli
immigrati. Una cosa che mi fa male è che il governo italiano dovrebbe distinguere con tutta la sua forza il
criminale da quello che lavora dal mattino fino alla sera, che paga tutte le spese, tutte le tasse come un
italiano. A uno dovrebbe garantirgli i diritti, l’altro fa bene a cacciarlo. Finché non si fa ‘sta cosa ci saranno
sempre casini e casini
42
Sicuramente uno degli elementi importanti nella percezione di un’integrazione sicura
da parte degli intervistati risulta essere il timore e, nel contempo, un sentimento di fastidio
dovuto alla riscontrata incapacità da parte del governo e della popolazione autoctona di
distinguere i migranti coinvolti in attività illegali dai connazionali che invece rispettano le
regole sociali.
L’aspettativa di molti è quindi quella di vedere attuata una linea di azione del
governo di decisa repressione nei confronti dei connazionali che si dedicano all’illecito.
A questo proposito è significativo evidenziare come, e in modo particolare per
quanto riguarda le donne provenienti dall’est europeo, l’ignoranza, nel suo significato
letterale, sia fonte di discriminazioni e di creazione di stereotipi che compromettono alla
base il desiderio di integrazione; il sospetto di prostituzione piuttosto che una
“etnicizzazione” di certi settori professionali o, ancora, un’immagine squalificante dello
“straniero” rendono conto del faticoso percorso di inserimento sociale di molti migranti.
[…] quando io mi sono fidanzata con un cittadino italiano, conoscendo me, conoscendo i miei parenti, la
mia famiglia mi ha detto “ma io pensavo che le albanesi erano solo prostitute”, non le persone per bene che
comunque sono famigliari regolari, che lavorano, fanno una vita tranquilla
[…] a dir la verità io non ho mai avuto a che fare con gli italiani. Sì, negli uffici, sai, così, ma non ho mai
avuto un amico o un’amica italiani. Io sono sempre stata circondata da stranieri, lavorando nei posti dove
comunque la maggioranza è straniera. Con gli italiani sono sempre stata nel rapporto capo-dipendente: il
capo che è stato un italiano e io la dipendente. Ma come amici, per adesso, no.
Loro hanno cominciato a conoscere la nostra nazione, a fare la differenza, anche da noi ci sono i buoni e
cattivi e non hanno quella visione che avevano prima, prima pensavano che tutti erano zingari e poveri. Non
siamo tutti così e adesso tanti hanno sposato le donne rumene, o magari le donne italiane hanno sposato
uomini rumeni e si conoscono meglio e vedi un po’ la differenza tra uno e l’altro.
C’è chi tuttavia si sente integrato nella società a livello locale ritenendo di sentirsi
come a casa propria o vivendosi come un cittadino normale, in quanto adattato alle regole
e allo stile di vita locale.
Io sono arrivata qua e quindi sono io che mi devo adattare, io penso che ogni paese ha le sue regole e
bisogna rispettarle e cercare di adattarti, io penso questo
Mi sento integrata nel senso che mi trovo bene come se fossi veramente a casa mia, a mio agio. Non mi è
mai capitato di andare in un posto e sentirmi rifiutata e di pensare che mi avevano girato le spalle perché
sono straniera. Poi dipende anche dalla persona e da come ti poni con gli altri.
Integrazione significa essere te stesso, poter trovare vicino un amico, un posto di lavoro e poter star bene
insieme a tutti gli altri, rispettando tutte le leggi e i comportamenti che ci sono qua.
All’inizio, per l’esperienza che ho avuto io, è un po’ difficile, perché devi cambiare il tuo modo di vita e tutto
cambia. Non per tutti, poi, alcuni si trovano benissimo, altri vorrebbero tornare anche se sono qua da
quindici anni. Innanzi tutto bisogna abituarsi ad un nuovo stile di vita, per me è stato difficile. Ti devi
abituare a questo livello di vita, devi pensare come gli Italiani, e qua cambia tutto
43
Complessivamente, la sensazione prevalente tra i migranti non è di rifiuto né di
piena accoglienza, bensì di un'accettazione formale, «sulla carta», ma che li relega pur
sempre nel ruolo di straniero/a.
Sentirsi stranieri in terra straniera: per molti cittadini, a distanza di 10-15 anni dal
loro arrivo in Italia e a dispetto dell’investimento familiare, economico, sociale qui
realizzato, la percezione continua a essere questa:
Dopo tanti sacrifici sono riuscita a integrarmi molto bene, a vivere con la mentalità italiana, a rispettarla e ad
essere anche molto rispettata. È ovvio, con tutte le difficoltà che potevano esistere e che esistono tuttora.
[…] la difficoltà di essere straniera comunque c’è e si vede in tanti momenti […]
Questa è una città ricca e gli stranieri sono sempre stranieri, anche se lavoro qua con voi, se incontro una
persona per strada che mi tratta male, magari domani ci troviamo sul lavoro, però fuori sono sempre uno
straniero, e io questo atteggiamento non riesco proprio a capirlo.
Non ci sentiamo parte della società italiana, ma visto che sei in famiglia non ci fai caso. L’importante è che
hai la famiglia, fai le cose che devi fare, poi torni a casa e non ci pensi più.
Il rimando in termini di politiche adottate sia a livello nazionale sia a livello locale
unitamente alle fattive condizioni di disparità sociale non ha subito significative
trasformazioni nel corso di quest’ultimo decennio.
Le relazioni interculturali oggi si configurano ancora e anzitutto come rapporto fra
una minoranza (quella dei cittadini migranti) e una maggioranza (quella dei cittadini
autoctoni) con la conseguente asimmetria che caratterizza tutti i rapporti fra maggioranza
e minoranza in termini di visibilità, peso sociale ed economico, riconoscimento,
realizzazione e affermazione personale. Ma, tra gli intervistati, c’è anche chi si domanda se
sarà ancora così per le successive generazioni, per i figli dei migranti nati e cresciuti in
Italia:
[…] fra di noi ci sono delle famiglie che i loro figli sono già nati qua e i figli vanno a scuola con i vostri figli e
studiano con i vostri figli. Quei ragazzi lì non studiano l’arabo, se ti rivolgi a loro in arabo, loro ti rispondono
in italiano, quei ragazzi lì, devo capire come potranno fra 10 anni trovare un lavoro, se lo trovano come noi o
come gli Italiani ed entrano a far parte della società, tanti marocchini, rumeni, bulgari sono nati qua, hanno
la cittadinanza italiana, spero che si cambi, come negli altri paesi che trovi gli stranieri nella polizia, in banca,
in qualunque lavoro ed è questa la vita che a noi non è permessa. A noi non è permesso lavorare in una
banca, è raro vedere uno straniero che ci lavora. Noi non possiamo sempre lavorare con la cooperativa e i
lavori interinali, con i contratti di tre mesi o sei mesi, con il permesso che scade... per noi è la quarta
generazione e mi chiedo cosa faranno quelli che adesso stanno crescendo e quelli saranno come voi italiani
quelli che sono nati qua. Chi è nato qua, ogni anno va un mese in Marocco, ma il resto dell’anno lo passa
qua.
Nonostante la maggior parte degli intervistati dichiari in prima istanza una
percezione positiva, seppur faticosa, del proprio inserimento sociale, esplorando più
approfonditamente i vissuti che segnano la quotidianità emergono in modo significativo
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sentimenti di disagio e di disorientamento a fronte di comportamenti ancora fortemente
discriminanti:
Quando cercavo l’alloggio e i padroni di casa mi hanno detto che non volevano stranieri, ti senti proprio
male. Ho girato tre agenzie e tutte e tre mi hanno detto la stessa cosa.
Certe cattiverie che senti ti aiutano a capire che non devi prendertela per tutto, poi quelli che le dicono
magari non ci pensano che siamo anche noi persone e abbiamo anche noi una dignità, come voi, gli stessi
bisogni.
Un giorno ero al Maxisconto a fare la spesa, era d’estate, ero appena tornata dalla piscina, avevo la bandana
in testa, avevo due trecce così, forse mi aveva sentita parlare al telefono, fatto sta che una signora ha
mandato un guardiano a chiedermi di fargli vedere la borsa. Arriva il guardiano, mi chiede e io gli rispondo:
“Ma come si permette, scusi di chiedere a me, se siamo una ventina di persone?” Poi il bello è che mi
conoscevano anche: “Ma no, perché quella signora aveva dei giornali”. Sono andata subito alla cassa dal
direttore e ho detto: “Guarda non è possibile, mi sono avvicinata alla signora e, aspettando il mio turno, ho
scambiato quelle due parole”. Poi sono andata a casa, ho chiamato subito mio marito, volevo fare la
denuncia, mi veniva da piangere. Ma perché sono stata stupida e non li ho chiamati subito? Lì, sul momento,
mi sono sentita come se mi avessero dato una botta in testa, il direttore ha chiesto alla signora di
andarsene, a me ha chiesto scusa […] tempo dopo sono venuta a sapere che avevano trovato i giornali nel
pomeriggio di quel giorno sul banco della frutta e della verdura. Sono tutte cose che ti succedono perché
magari sentono il tuo accento, ti guardano male, ad Alba sono così, non i giovani, ma gli anziani, neanche
avessi la lebbra. Certo che sei straniera, ma intanto sei qua e dai i soldi per l’affitto e hai fatto i conti sulla
tua schiena.
Se da un lato occorre tenere conto delle esigenze dei nazionali, delle loro
insicurezze e paure di fronte al complesso fenomeno dell'immigrazione, dall’altro è
necessario tenere presente che le esigenze delle comunità immigrate sono altrettanto
degne di tutela e che, pertanto, l'accoglimento delle istanze dei nazionali vadano
contemperate al riconoscimento e al rispetto del diritto alla parità sociale di tali collettività.
Ecco perché, in termini di processo, l’integrazione assume il significato di un
percorso che coinvolge due entità distinte (l'individuo, che cerca di inserirsi, e anche di
coesistere al meglio, nel contesto di accoglimento, e la società ospitante) e che si pone,
come obiettivo di fondo, la realizzazione di interazioni positive tra nazionali e migranti nel
quadro di un dialogo che si articoli in più dimensioni, estendendosi così a tutte le sfere
del convivere, e che sia in grado di arricchire entrambe le parti in causa [Zincone
2000a].
La costruzione di politiche di integrazione dovrebbe quindi tener conto della
globalità della vita dei cittadini nel tentativo di superare la logica dell’emergenza,
dell’assistenzialismo o dell’incorporazione di nuova forza-lavoro (come dato predominante)
che ancor oggi caratterizza buona parte dei modelli di intervento politico, sia a livello
locale sia nazionale, sulle migrazioni.
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L’accesso a un’abitazione dignitosa, la partecipazione alla costruzione degli
interventi, il diritto all’informazione, l’avvenire dei figli sono tra le esigenze di integrazione
sociale e politica ad acquistare maggiore peso fra gli intervistati.
Adesso si fanno i progetti, ho visto e sono stata ad una assemblea per aiutare i genitori stranieri, hanno
spiegato come funziona la scuola. Incominciano a fare delle cose. Quando sono arrivata o non c’era tutto
questo o io non lo sapevo.
I comuni dovrebbero dare più attenzione al problema della casa per noi stranieri.
Si può dire che speriamo che per tutta questa gente che arriva qua si trovi una soluzione per evitare che ci si
abbruttisca.
[…] Penso che per le persone oneste il lavoro c’è, non si trova magari un lavoro più bello, ma quel lavoro
che pochi vogliono ancora fare…Per esempio quando sono arrivata qua io, un annuncio di lavoro in cui
cercavano una ragazza come me, è stato 40 giorni, due mesi, esposto per un’eventuale italiana. Ma non si è
presentato nessuno, perché avere una ragazza in casa che lavora dal mattino alla sera, che poi non può
pretendere il massimo dello stipendio, cioè è un lavoro che voi non facevate allora e penso che non lo fate
nemmeno adesso, perché la gente punta a vivere meglio […] per me è andata bene, perché io uscivo dalla
povertà.
Per l’immigrazione, secondo me, l’Italia ha fatto molto. Potrebbe ancora fare di più […] tanti di noi stanno
magari qui in Italia da 15 anni e per ottenere un permesso di soggiorno devono avere per forza un lavoro o
un certo reddito. Ma se io purtroppo non ho questo reddito e sono costretto a lavorare in nero, perché al
lavoro nero ti induce proprio la politica sbagliata, mi devi dare la possibilità di rinnovare il permesso; me lo
fai ogni sei mesi il rinnovo perché io non ho il lavoro: è una vita ormai che sono qua, non puoi mandarmi su
e giù, su e giù. Su questa cosa qui possono solo migliorare e devono migliorare, devono fare qualcosa,
perché questa gente non venga sballottata a destra e a sinistra e non sa dove sbattere la testa perché non
può rinnovare il permesso di soggiorno. Almeno su questo, perché per il lavoro, ormai, si sa che c’è difficoltà
ovunque. […] Forse mettendosi lì a studiare bene, si potrebbe fare qualcosa in più. Ma ci vuole tempo e
anche le persone giuste per poter dare questi pareri. Perché siamo noi quelli che sappiamo quali sono i
problemi e siamo noi che dobbiamo organizzare questa società. Io sono per una società in cui è possibile
comunicare quali sono i nostri problemi, le possibilità […] far sentire la nostra voce, ma anche avere la
possibilità di informare ed essere informati.
2. Relazioni con la comunità di accoglienza
Approfondendo ulteriormente la percezione dei cittadini intervistati in merito al loro
percorso di integrazione si è tentato di esplorare la dimensione relazionale con la comunità
italiana e con le collettività di origine straniera residenti in Italia alla luce del fatto che la
maggior parte degli intervistati, come evidenziato nel precedente capitolo, ha scelto la
strada del ricongiungimento familiare riducendo, di fatto, i legami con il proprio paese di
origine e, conseguentemente, aumentando il proprio investimento, in termini di risorse ed
energie, nella società di accoglienza.
Se per alcuni non sembra vi siano particolari problemi di interazione e/o di relazioni
amicali con cittadini italiani, per altri si evidenzia invece una tendenza a frequentare quasi
esclusivamente connazionali o cittadini di provenienza straniera. In alcune interviste
emerge inoltre la fatica di coltivare e di mantenere relazioni affettive fuori dall’ambito
familiare. In generale, si denota una difficoltà alla partecipazione a iniziative pubbliche
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promosse e realizzate da connazionali o all’aggregazione formale e/o informale in
associazioni.
Ho pochi amici stranieri, italiani molti. Perché comunque io ho ricominciato da zero qui ad Alba, e ho fatto
molte, molte conoscenze. E quando esco è come se conoscessi tutti, come se fossi cresciuta qua [...]
È ovvio, queste conoscenze si sviluppano in amicizia quando tu hai dei punti di vista comuni o quando hai
anche il tempo. Io avendo avuto troppo poco tempo, ho sviluppato un’amicizia sempre con le persone con le
quali ho lavorato, perché con gli orari che ho, gli altri amici al di fuori, non è che aspettano fino alle 2.00 che
tu finisci di lavorare. E allora ho stretto un contatto con le persone con cui ho lavorato nel campo della
ristorazione.
[…] Non frequento associazioni di stranieri perché non sono a conoscenza della loro esistenza. Mi piacerebbe
molto, ecco, mi piacerebbe creare anch’io, con dei miei connazionali, un’associazione per i diritti del mio
Paese. Non frequento molto i miei connazionali perché non li conosco. Ho avuto la possibilità di conoscere
qui a scuola persone straniere
A dir la verità non frequento né albanesi né italiani. Gli italiani perché non ho avuto modo di conoscerli tanto,
perché nei lavori che ho fatto io, ci sono sempre stati stranieri.
Con gli albanesi, avendo tutti i miei qua, non ho sentito molto la necessità, il bisogno di parlare la mia lingua
qui. Mi sono sentita bene perché qua ho avuto i miei.
Non ho mai frequentato feste nessuno me ne ha parlato … non ho cercato luoghi di culto, perché non ho
saputo dove andare, dove cercare, a chi chiedere di queste cose. Sono andata due anni fa, con mia sorella
alla festa dell’associazione di Fossano. Allora si festeggiava la liberazione del 28-29 novembre, che è la
nostra festa per la liberazione dell’Albania. Poi mi hanno chiamata di nuovo quest’anno, ma io non ho potuto
andare per problemi di lavoro.
Faccio parte di un’associazione […] Siamo in un gruppo che ogni mese mettiamo qualcosa per aiutare le
persone che hanno problema di parto nel nostro paese, muoiono più persone di quanti ne nascano.
[…] Noi compriamo delle cose ospedaliere e ogni tanto ci regalano qualcosa, prepariamo dei containers per
trasportare in Senegal il materiale raccolto qua […] per adesso seguiamo progetti sulle problematiche che
riguardano la sanità […] questa associazione è nata cinque anni fa e per adesso siamo tutti senegalesi.
[…] il comune di Bra ci ha dato una sala grande e ogni mese ci troviamo e andiamo lì a fare attività,
organizziamo anche serate pubbliche e collaboriamo con altre associazioni del posto come Mosaico e Verso
Sud.
Ho poche amicizie anche perché non ho molto tempo. Conosco delle ragazze romene con cui mi incontro alla
domenica. Ho anche degli amici italiani che preferisco a quelli rumeni, perché hai da imparare di più, una
lingua e poi la mentalità…
Con i miei connazionali mi trovo poco, ma so che molti si incontrano spesso.
Senza dubbio una comunità esiste e, secondo me, è anche la più grossa qua, ma pochi la riconoscono.
Siamo in tanti, ma non c’è uno spazio dove tutti noi rumeni possiamo vederci, magari esiste per altri, ma per
noi no. Forse qualcuno, un gruppo di amici, per esempio, dovrebbe incominciare a pensarci perché ho letto
sul giornale che solo ad Alba sono oltre 400 iscritti legalmente nelle liste. Ci ritroviamo spesso in gruppi di
amici, magari a casa mia o di qualcun altro oppure andiamo a fare un picnic. Possiamo dire che esiste una
comunità rumena, perché esistono le persone, una comunità può anche essere di 10 persone, sono persone
che hanno le stesse tradizioni. Una cosa che a me manca tanto, se si potesse fare sarebbe una cosa bella,
non solo per noi, ma anche per gli Italiani, fare qualche attività culturale, qualche raduno in piazza in cui si
ha lo spazio per far vedere le tradizioni. Un concerto, per esempio, in cui si porta una band tradizionale delle
nostre parti oppure organizzare una cena, un pranzo tradizionale. Purtroppo si sentono quasi solo le cose
brutte, però sarebbe meglio far vedere le cose migliori che abbiamo.
Io ho amici di tutte le nazionalità, anche senegalesi, marocchini, i ragazzi del lavoro sono amici.
Ho più amici Italiani. Ho tantissimi amici, perché poi lavorando qualche volta la sera al pub, conosci tanta
gente, e poi ci sono le amiche con cui sono cresciuta. Non ho neanche un amico straniero. Mi sono sempre
sentita accettata, forse solo un po’ alle medie, mi prendevano in giro per il mio colore, per il mio modo di
vestirmi, mi vestiva ancora mia madre.
In Sicilia avevo tutti amici italiani, non ho mai avuto un’amica marocchina, ho avuto un’amica tunisina, ma
era un po’ più grande di me. Però mi sono sempre trovata bene. Qui la gente ti sfugge, non hai il tempo di
47
legare, ognuno ha la sua vita, il suo lavoro, è un continuo corrersi dietro. E’ molto più chiusa e quindi è più
difficile legare. Ad Alba sono più legata ai miei connazionali. Certo ho delle amiche, però qui la mentalità è
diversa. Ho due amiche che hanno la mia stessa età, loro due sono sorelle ma sono in Italia solo da cinque
anni. In pratica è una cosa bella, perché ci siamo, io e mia sorella e loro due, quindi è uno scambio continuo
di consigli, di idee e modi di vedere. Perché siamo tutte e quattro arabe, però io e mia sorella siamo
cresciute qui e loro là.
In Romania era diverso, lì andavi a casa di un amico ed eri come a casa tua, qui ti senti un po’ più un ospite.
Forse, siamo noi cambiati, non hai voglia di uscire, no hai voglia di andare e anche se vai non vedi l’ora di
tornare a casa tua. Essendo tanto a lavoro, il poco tempo che sei a casa non hai voglia di andare in giro […]
Io lavoro tante ore, 10-12 ore al giorno.
Le nostre amicizie sono sia italiani o rumeni, ma anche altre parti, ci sono quelli che non legano con Italiani,
provano rancore perché la vita è dura, solo che guardano la vita in modo sbagliato, perché non sono tutti
uguali e poi è una tua scelta, se sei venuto qui, quindi devi essere tu a vivere sereno, perché se tu sei
contento riesci anche bene al lavoro, magari domani devi pagare cinque bollette e resti senza soldi, ma se tu
sei sempre arrabbiato, è una brutta vita, io ho provato questo sentimento, perché all’inizio che ero arrivata
con mio marito sei anni fa, eravamo in pochi rumeni, non posso dire che li contavo sulle dita, ma eravamo in
pochi, adesso ne sono arrivati una marea. Eri solo, se stavi male e non potevi andare a fare una
commissione non avevi nessuno, dovevi chiedere il favore a qualcuno, ad amici italiani, loro te lo facevano,
se non provi a legare, a fare amicizia ti trovi male.
No, ho degli amici argentini, un’amica peruviana che ha il marito italiano, mia sorella che ha il marito italiano
e poi una cugina che vive a Torino. Ci sentiamo nel fine settimana, ci vediamo. Le amicizie con Italiani sono
poche, pochissime. Sento un po’ della diffidenza, abbiamo qualche rapporto con le mamme dei bambini. I
rapporti maggiori con gente italiana sono con persone anziane, mi trovo bene, parlano sempre, hanno le loro
storie, abbiamo sempre qualcosa di cui parlare.
Tutti gli intervistati individuano nella possibilità di richiedere la cittadinanza italiana
la soluzione alle numerose difficoltà burocratiche che sono costretti a fronteggiare per il
frequente rinnovo del permesso di soggiorno; ma non solo, attribuiscono a tale
opportunità un valore di piena partecipazione economica e politica, considerandola come
una tappa importante del proprio processo di inserimento attraverso cui raggiungere piena
parità di diritti e di doveri con gli italiani
Con la cittadinanza italiana sarei più tranquillo, avrei più diritti, anche solo per andare a fare un prestito in
banca, se sei cittadino te lo danno per un periodo lungo, se no, chi ha un permesso che dura un anno e non
ha un garante, non riesce a farlo. Voglio comprare una casa e non posso.
Io sono una persona a cui fa piacere andare a votare, esprimere la mia opinione, mi sono sempre implicata
in queste cose […] sì, sinceramente mi farebbe piacere avere tanti e più modi per esprimere la mia opinione.
[…] ma io sto pagando le tasse, sto facendo tutto, ho un lavoro e, per esempio, sono stata tre mesi senza
l’assistenza sanitaria perché il mio permesso doveva essere rinnovato. Ho perso anche il mio medico che
avevo da sempre. Sono queste le cose che ti spiacciono tanto.
Ma avere la cittadinanza italiana significa anche offrire una garanzia per l’avvenire
dei propri figli, ridefinire e/o definire la propria identità sociale.
[…] il fatto di essere diventata cittadina italiana, mi porta tante volte a dire “noi”. E certi italiani mi dicono
“Ma come noi italiani? Tu sei straniera!”. E io “No, io ho acquisito la cittadinanza italiana, e mi sento anche
italiana.” Cioè, non ho acquisito la cittadinanza italiana solo per avere i documenti, ma perché mi fa piacere
dire che vengo dall’Italia, anche se le mie origini sono albanesi.
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[…] ottenere la cittadinanza italiana è importante non tanto per noi, ma per i nostri figli sì, devono avere dei
diritti uguali agli altri perché studieranno qua, cresceranno qua, hanno già una vita qua, noi invece per
vent’anni, trent’anni, quarant’anni siamo stati in un altro paese, non puoi arrivare a pretendere.
Ho fatto la domanda, vorrei ottenerla perché ci sono i bimbi e loro non sanno che cosa sono. Perché adesso
non sono cittadini italiani, anche se sono nati qua. Per il Senegal sono cittadini di immigrati nati in Italia […]
almeno per identificarli […] Io vorrei ottenere la cittadinanza italiana per questo motivo, saprebbero almeno
chi sono.
Tuttavia l’aspirazione a ottenere la cittadinanza in un Paese in cui la legislazione
sull’immigrazione si basa prevalentemente sul principio del controllo sociale e della difesa
del territorio, piuttosto che su quello dell’integrazione, rischia di scontrarsi obiettivamente
con una rigida burocratizzazione istituzionale che spesso vanifica lo sforzo, in termini di
tempo, costi economici e risorse personali, che l’attivazione di un tale percorso richiede.
Il fatto che quasi tutti gli intervistati, indipendentemente dal livello di inserimento
sociale percepito e dal futuro esito del proprio progetto migratorio, intendano richiedere la
cittadinanza, per sé o per i propri figli, conferma l’obiettivo di una stabilizzazione a lungo
termine in Italia.
1
L’ACQUISIZIONE DI CITTADINANZA
La cittadinanza è la condizione giuridica di chi appartiene ad uno Stato: essa riconosce al titolare il
godimento di una serie di diritti soggettivi (elettorato attivo e passivo, uso dei beni demaniali, assunzione di
pubblici impieghi, ecc.) e contestualmente implica anche una serie di doveri.
L’istituto della cittadinanza come piena e riconosciuta partecipazione di una persona ad una collettività
organizzata lo si ritrova già nella storia antica, anche se un simile status ha posseduto significati diversi a
seconda delle epoche storiche e dei contesti politico-culturali che ha conosciuto.
Ai latini, ad esempio, veniva concesso il godimento di alcuni diritti civili e politici ma non di altri (come lo ius
connubii); in epoca romana, dopo molti secoli in cui fu mantenuto un ordinamento che prevedeva diverse
catego rie di cittadini a diritti incompleti, venne stabilita, con Giustiniano, una sola categoria di non cittadini,
quella dei barbari.
Anche nel diritto intermedio permase la distinzione tra chi apparteneva ad una associazione giurata e chi
invece, al di fuori di questa, era privato della possibilità di ascendere alle cariche pubbliche o di trasmettere,
ad esempio, il proprio patrimonio agli eredi, perché su di esso gravava il diritto di albinaggio esercitato dallo
Stato.
In tutte queste applicazioni, “cittadino” si è configurato sempre più come l’opposto di “straniero”.
Nella storia moderna dell’Italia occorre attendere il codice civile del 1865 per vedere riconosciuti allo
straniero gli stessi diritti civili attribuiti ai cittadini italiani (art. 3), benché questi fossero sempre sottoposti al
principio di reciprocità (art. 16 delle disposizioni preliminari).
In seguito sono state promulgate soltanto due leggi organiche in materia, la prima delle quali risale al 1912
(legge n. 555), quando, in un’epoca caratterizzata da una consistente emigrazione italiana, il legislatore
1
Tratto da “Immigrazione in Italia. Indici di inserimento territoriale”. CNEL, 2004
49
stabilì che criterio fondamentale di attribuzione della cittadinanza fosse la nascita da un cittadino italiano,
indipendentemente dal paese ove questa fosse avvenuta. Tutti i componenti del nucleo familiare seguivano
lo stato giuridico del padre/marito. Dopo ben ottant’anni è intervenuta la legge di riforma n° 91 del 1992 la
quale, nonostante le mutate vicende migratorie dell’Italia (divenuto ormai paese di immigrazione), ha
mantenuto il principio dello ius sanguinis come criterio principale di attribuzione della cittadinanza, mentre il
principio dello ius soli, basato sulla nascita in Italia, non ha trovato soddisfazione se non in alcune
circoscritte ipotesi- limite. Tutto ciò mentre nel resto dell’Europa, a fronte di un processo di stabilizzazione
dell’immigrazione, si consolidava invece sempre più, sin dagli anni ’50, l’istituto del doppio jus soli per cui
sono automaticamente cittadini alla nascita i figli di genitori a
loro volta nati nel paese di immigrazione.
La stessa Germania, storicamente diffidente verso la possibilità di concedere la cittadinanza agli immigrati
soggiornanti nel proprio paese, con una riforma del 1990 ha previsto la cittadinanza per i figli degli
immigrati che avessero avuto almeno 8 anni di residenza legale. I figli degli immigrati nati in Italia, invece,
possono chiedere la cittadinanza solo al compimento del 18° anno di età.
In generale, ad eccezione di coloro che acquistano lo status civitatis perché hanno un genitore o un nonno
che siano stati italiani per nascita, nel nostro paese le principali modalità di acquisizione restano la
naturalizzazione e il matrimonio con un cittadino italiano. E di fatto ben oltre il 90% delle acquisizioni
avviene a tutt’oggi proprio mediante matrimonio, in quanto le condizioni richieste dalla legge per la
naturalizzazione, pur riguardando, in pura linea di principio, una gran parte di cittadini stranieri oggi
residenti in Italia, sono così poco praticabili che solo raramente si riesce, per tale via, a ottenere lo status
agognato.
I limiti anacronistici dell’attuale legge sono diventati ancora più evidenti se si considera che, per il sempre
più consistente flusso di immigrati verso il nostro paese, essi raddoppiano il loro numero ogni 10 anni circa.
Attualmente gli stranieri che inoltrano il maggior numero di domande di cittadinanza appartengono ai
seguenti paesi:
Primi 10 Paesi
Totali
di cui per matrimonio
% sul TOTALE
ALBANIA
702
668
6,6
MAROCCO
619
446
5,8
BRASILE
601
593
5,6
CUBA
540
540
5,1
POLONIA
516
491
4,8
SVIZZERA
511
502
4,8
FED. RUSSA
439
435
4,1
ARGENTINA
409
395
3,8
REP.DOMINICANA
392
385
3,7
PERU'
303
290
2,8
ALTRI
5.613
4.983
52,9
TOTALE
10.645
9.728
100,0
50
Anche gli indirizzi espressi dagli organi della UE in materia di immigrazione, tesi a promuovere l’equo
trattamento dei cittadini dei paesi terzi, contrastano con la l. 91/92 laddove essa distingue tra stranieri
comunitari ed extracomunitari. In particolare, uno dei punti fortemente critici riguarda proprio i 10 anni
continuativi di residenza legale in Italia richiesti per inoltrare la domanda di naturalizzazione.
Proprio i tempi eccessivamente lunghi, insieme alla complessità procedurale per l’esame della domanda,
finiscono per scoraggiare i ben 350 mila cittadini stranieri residenti in Italia da più di 10 anni (dato ISTAT al
31.12.2000) che perciò, laddove ricorrano le condizioni, preferiscono accedere a questo status attraverso il
matrimonio con un cittadino italiano, rischiando in questo modo di alimentare la prassi (e il mercato) dei
cosiddetti “matrimoni di comodo”.
A conferma di ciò intervengono i dati relativi all’anno 2002: su 905 reiezioni totali, ben 762 sono ascrivibili a
coloro che hanno richiesto la cittadinanza per naturalizzazione, mentre solo 143 si basano sul matrimonio.
In sostanza è come dire che in media ogni 100 richieste di cittadinanza per matrimonio ne è stata respinta
solo una, mentre su 100 richieste per naturalizzazione quelle respinte sono state ben 45. Negli ultimi anni
non sono mancate alcune proposte di modifica della legge 91/92, che puntano sia all’introduzione del
criterio dello ius soli per l’attribuzione della cittadinanza italiana ai minori stranieri nati in Italia, così come è
già avvenuto in altri paesi quali la Gran Bretagna e, più recentemente, la Germania; sia alla riduzione dei
vincoli di lunga residenza per gli immigrati che intendono ottenere la naturalizzazione. In sintesi, le nuove
proposte sono le seguenti:
- possibilità di acquisto della cittadinanza italiana da parte di bambini nati in Italia da genitori stranieri
legalmente residenti, di cui almeno uno sia a sua volta nato in Italia;
- possibilità di acquisto della cittadinanza italiana da parte di quanti, nati in Italia, vi hanno risieduto
legalmente per almeno cinque anni prima del compimento dei 18 anni, purché durante tali anni abbiano
frequentato la scuola italiana;
- possibilità di acquisto della cittadinanza da parte di chi nasce in Italia da genitori stranieri regolarmente
residenti in Italia da almeno cinque anni, i quali possono presentare richiesta a favore del figlio a partire dal
5° anno di età di quest’ultimo, in coincidenza con il suo inserimento scolastico;
- riduzione del requisito della residenza legale, per gli immigrati che intendono naturalizzarsi
in Italia, dagli attuali 10 anni a 7 o 5 anni; riduzione della durata dell’iter amministrativo ad 1 anno e
previsione di un test di conoscenza della lingua e della cultura italiana;
- aumento fino a due anni del tempo di stato coniugale e di residenza in Italia per la naturalizzazione per
matrimonio (attualmente occorrono solo 6 mesi di residenza in Italia dopo il matrimonio).
Tutte le regioni italiane, anche se in diversa misura, sono coinvolte in questo fenomeno, che
complessivamente ha visto il numero delle acquisizioni passare da 4.000 nel 1991 a 12.000 nel 1998 per
attestarsi sui 10.000 casi annualmente nel 2001 e nel 2002.
Nell’arco di questi 10 anni più di 15.000 concessioni hanno avuto luogo a seguito di domande presentate
dall’estero (una ogni sei) e la media annua del periodo risulta pari a 6.547 concessioni per domande
presentate in Italia e 1.364 dall’estero: di queste una percentuale oscillante tra l’80 e il 90% è stata
conseguita per effetto di matrimoni misti tra un cittadino italiano e un coniuge straniero.
’elevata percentuale di donne attesta come i matrimoni a seguito dei quali si è fatto
richiesta della cittadinanza hanno riguardato principalmente uomini italiani e donne straniere
provenienti, per lo più, dall’Europa Centro Orientale e dal Sud America.
51
3. L’accesso ai servizi
Accedere agli uffici pubblici e ai servizi, sia per il rilascio di documenti sia per
ottenere prestazioni di varia natura, è una necessità quotidiana. Ed è anche un indicatore
della facilità o della difficoltà del percorso di inserimento e di stabilizzazione dei cittadini
migranti, di come si costruisce la loro cittadinanza sociale. L’impatto, che anche per i
cittadini italiani è spesso difficile, può essere decisamente più problematico per le
complessità normative del nostro sistema, per la difficoltà di accedere alle informazioni
corrette, per le difficoltà linguistiche, per la scarsa disponibilità degli impiegati non sempre
addestrati a una pratica di accoglienza ecc.
In che modo viene vissuto questo contatto da uomini e donne migranti fornisce
perciò un ulteriore tassello della vivibilità o della invivibilità della città e dei suoi servizi,
della qualità della accoglienza e degli stati d’animo degli immigrati, della loro capacità di
destreggiarsi con autonomia.
In questura come tutti ho avuto dei problemi, per le attese, anche se non ho mai dovuto aspettare molto,
non ho mai fatto tutte quelle code. Adesso è abbastanza comodo, sai quando devi andare, ma non sono
molto disponibili, non ti danno molte informazioni, non sono molto organizzati, ma capisco che non è
neanche colpa loro.
In Questura non ho avuto nessun problema, le prime due volte sono andata tramite un’agenzia. Quest’anno
non ho fatto neanche la coda, è stato davvero facile e comodo. L’unico problema è che ci vogliono molti
mesi per rinnovare il permesso di soggiorno, lo tieni nella tasca solo sei mesi. E poi il problema più grosso è
che non puoi andare via di qua senza il permesso di soggiorno originale, rischi di non poter più tornare.
Mi è successo che una volta ho avuto una faringite e mi hanno prenotato dopo due settimane, quando sono
entrato la visita è durata 10 secondi e ho sempre avuto male. Le prenotazioni fanno morire la gente a casa.
Sono rimasto stupito … in Romania, soprattutto prima della Rivoluzione, era tutto gratuito e non era
necessaria la prenotazione. Il pronto soccorso non l’ho mai capito, è una cosa strana. Con il medico di base,
invece, mi sono trovato bene, poi non lo conosco molto perché non sono mai stato in mutua, non ho mai
avuto molto bisogno.
In ospedale mi sono sempre trovata molto bene. Anche con mio padre. Io ero in Libano quando lui stava
male, ma poi sono venuta su, aveva un tumore, però non si poteva più operare. L’hanno mandato a casa,
ma ogni giorno veniva un ragazzo a medicarlo, le medicine erano quasi tutte gratuite. Ci hanno aiutato
moltissimo.
Ora devo rinnovare il permesso, non so dove sbattere la testa. Devo aspettare tre o quattro mesi, ma è una
vergogna perché io qua ho già una casa, un lavoro. L’ultima volta che sono andata non mi hanno trattata
molto bene, poi magari hanno mille ragioni, ma non è giusto che la questura non abbia dei locali riparati
dove poter aspettare il tuo turno e ti lasciano sempre sotto la pioggia. Già uno deve sempre prendere dei
permessi dal lavoro, perdi del tempo e poi magari ti prendi anche l’influenza …
Io l’ultima volta che sono andata, qua il tempo era bello, a Cuneo pioveva e siamo stati sotto la pioggia non
so per quanto. Non eravamo meno di 100 persone e c’erano pochissimi ombrelli. Adesso devo fare il rinnovo,
ma ho paura di cominciare la pratica.
Il primo lavoro l’ho trovato tramite il collocamento perché non conoscevo né delle agenzie, né delle
cooperative. Le informazioni sono una cosa molto importante, per una persona anche solo una parola, può
cambiarle la vita. Anche per me è successo così
52
Gli uffici nei quali sembrano esserci meno problemi, sia per quanto riguarda
l’accesso sia per quanto riguarda l’accoglienza, sono quelli comunali e quelli provinciali del
lavoro. In modo particolare, i Servizi Sociali comunali registrano nella popolazione
immigrata la componente di utenza più importante in termini quantitativi e in riferimento
all’erogazione dei servizi offerti (trasporti, ISEE, Ufficio Casa, assistenza scolastica,
mensa).
Emergono invece disagi per quanto riguarda l’accesso al presidio ospedaliero, in
modo particolare per quanto concerne l’attesa della prenotazione della prestazione medica
necessaria e il disorientamento dovuto alla mancata conoscenza dei servizi offerti.
Tali disagi accomunano l’utenza immigrata a quella autoctona: i tempi di attesa agli
sportelli della prenotazione (in modo particolare nelle ore di punta), quelli che riguardano
la prenotazione medesima della visita (per certuni esami i tempi di attesa registrati
risultano addirittura superiori a un anno) o ancora il ritardo dell’orario di effettuazione
della visita sia essa in ambulatorio che in ospedale. Sicuramente si tratta di una situazione
complessa che vede coinvolta la cittadinanza nel suo complesso e la capacità di utilizzare
al meglio i servizi sanitari (il ricorso frequente a visite non strettamente necessarie, la
mancata disdetta per appuntamenti non rispettati ecc.), ma rispetto alla quale
l’organizzazione aziendale dell’ASL stessa risulta poco funzionale alle esigenze dell’utenza.
Come già sottolineato in precedenza, in tali contesti non è raro registrare
insoddisfazioni dei pazienti rispetto alla scarsa disponibilità del personale in essi impiegato.
Le cause possono essere le più diverse, vale tuttavia la pena sottolineare il numero
insufficiente di personale in organico e il conseguente sovraccarico di lavoro degli
operatori presenti, ma, unitamente a ciò, una formazione carente o poco efficace in merito
all’approccio relazionale con un’utenza in particolari condizioni psicofisiche (quali i pazienti
sanitari).
Ma sono gli uffici della Questura, di cui quasi tutti hanno esperienza, quelli nei quali
si vive il disagio maggiore; disagio dovuto essenzialmente a modalità organizzative non
accoglienti (spazi e luoghi di attesa inadeguati ecc.) e, come in altri servizi, a un
atteggiamento poco disponibile da parte del personale impiegato agli sportelli nei confronti
dell’utenza.
Se rispetto alla soddisfazione della qualità relazionale del servizio le opinioni degli
intervistati risultano ampiamente negative, da un punto di vista organizzativo emerge un
giudizio positivo sull’istituzione del recente servizio delle prenotazioni per lo svolgimento
delle pratiche per il rinnovo del permesso di soggiorno. Servizio che ha consentito di
53
economizzare il proprio tempo oltre che garantire l’accesso al servizio stesso nel giorno
indicato dalla prenotazione.
A tal proposito riteniamo interessante riportare di seguito il Documento di
presentazione dell’attività connessa al Protocollo di Intesa con la Questura di Cuneo
deliberato dalla Giunta Provinciale in data 25 marzo 2004 che illustra alcuni importanti
cambiamenti organizzativi in merito alle procedure relative al rinnovo e aggiornamento dei
permessi di soggiorno, carta di soggiorno, ricongiungimento familiare, autorizzazione al
lavoro.
La Provincia vede sul proprio territorio una consistente presenza di cittadini immigrati, presenza che
comporta una forte affluenza agli sportelli dell’Ufficio Immigrazione della Questura, cui afferiscono le
competenze relative alle autorizzazioni per la permanenza di persone straniere sul territorio nazionale (circa
40 mila pratiche trattate nel 2003).
Nei primi mesi del 2004 la Questura manifesta alle Istituzioni e ai soggetti sociali le difficoltà nella gestione
dei servizi erogati ai cittadini stranieri e delle connesse situazioni di disagio, sia per l’accesso agli sportelli da
parte degli immigrati, sia per la trattazione delle pratiche, sia per la consegna dei documenti pronti (lunghi
tempi di attesa, perdita di giornate lavorative, code ingestibili ed ai margini di fenomeni di ordine pubblico,
difficoltà nell’erogazione di informazioni, ecc.).
La Provincia, con gli Enti locali, le Associazioni sindacali e le Associazioni di categoria, coinvolte dalla
Questura stessa, considerano la possibilità di adottare provvedimenti ed allestire azioni comuni tendenti a
sostenere il servizio, al fine di prevenire o rimuovere i problemi evidenziati.
La Provincia, che gestisce il “Piano annuale di interventi a favore di immigrati extracomunitari”, si rende
disponibile a coordinare le iniziative tese alla definizione dei termini e dei contenuti di un accordo tra la
Questura e i soggetti territoriali disponibili a fornire tale supporto.
Il 25 marzo del 2004 viene deliberato dalla Giunta Provinciale il Protocollo d’Intesa con la Questura,
attivato in via sperimentale per un anno, a cui aderiscono gli Enti pubblici titolari di sportelli per stranieri
nell’ambito del “Piano provinciale di interventi”, Associazioni sindacali e Associazioni di categoria del mondo
agricolo.
Il Protocollo d’Intesa esordisce il 14 giugno 2004, con una nuova modalità di gestione da parte dell’Ufficio
Immigrazione della Questura e l’avvio dell’attività degli sportelli territoriali facenti parte della rete di
supporto.
- Oggetto dell’accordo:
realizzazione di una rete di servizi territoriali per l’orientamento, l’informazione, il supporto agli stranieri
e la prenotazione degli appuntamenti per accedere alla Questura, relativamente alle pratiche per il
rinnovo del permesso di soggiorno, richieste di ricongiungimento familiare e carte di soggiorno, nonché
aggiornamenti dei documenti, ex D.Lgs 286/98 e successive modificazioni.
-
Accesso alla Questura esclusivamente previa prenotazione, effettuabile attraverso:
o
il call center attivato direttamente dalla Questura
o
gli sportelli territoriali aderenti alla rete di supporto.
Attività degli sportelli territoriali gestiti dagli Enti pubblici e dalle associazioni sindacali
e di categoria:
prenotazione dell’appuntamento per l’accesso del cittadino straniero alla Questura, ma soprattutto
supporto al migrante nella raccolta e predisposizione della documentazione relativa ai titoli di soggiorno
-
54
In considerazione dei risultati positivi conseguiti, e del permanere delle cause che ne hanno
determinato la realizzazione, i soggetti coinvolti hanno deciso concordemente di prorogare la
collaborazione, senza interruzione dell’attività, con l’introduzione di alcune modifiche organizzative
approvate tra le parti.
La rete territoriale di supporto è stata quindi distinta in due canali operativi, uno tra Questura ed enti
pubblici, rappresentati dalla Provincia, a cui sono state assegnate quote aggiornate di prenotazione per area
territoriale secondo il numero di cittadini stranieri residenti, e l’altro tra Questura e associazioni patronali.
La Provincia, corrispondendo agli impegni assunti precedentemente, ha acquistato un software per
l’attivazione del sistema di prenotazione telematica, e lo ha messo a disposizione della Questura, della rete
territoriale di supporto pubblica e del privato sociale, nonché della Prefettura - Ufficio Territoriale del
Governo, in vista dell’avvio dello Sportello Unico di cui alla L. 189/2002.
In considerazione dell’attivazione dello Sportello Unico per l’immigrazione presso la Prefettura, con il
compito di accettare le domande e rilasciare il nulla osta al lavoro e al ricongiungimento familiare, la
Prefettura è entrata a fare parte dell’accordo, per quanto concerne le prenotazioni delle pratiche relative ai
ricongiungimenti familiari.
Il 7 novembre del 2005 viene firmato il nuovo Protocollo d’Intesa tra la Provincia di Cuneo, in qualità di
rappresentante degli Enti pubblici titolari degli sportelli per stranieri nell’ambito del “Piano provinciale di
interventi a favore di immigrati extracomunitari”, la Prefettura di Cuneo la Questura di Cuneo, con
l’obiettivo di:
mantenere la rete territoriale di supporto ai servizi per stranieri erogati dalla Prefettura e dalla
Questura di Cuneo, attraverso un sistema informativo diffuso per l’orientamento,
l’informazione, il supporto ai cittadini immigrati e la prenotazione, tramite rete telematica,
degli appuntamenti per accedere allo Sportello Unico per l’Immigrazione presso la Prefettura e
all’Ufficio Immigrazione della Questura, relativamente alle pratiche per il rinnovo del permesso
di soggiorno e richiesta di carta di soggiorno, ex D.Lgs 286/98 e successive modificazioni,
nonché richiesta di ricongiungimento familiare.
In sintesi, le modifiche apportate rispetto al primo anno di attività e le novità introdotte sono:
•
distinzione della rete territoriale di supporto in due canali operativi:
o
Questura ed enti pubblici, rappresentati dalla Provincia
o
Questura ed associazioni patronali
•
avvio del sistema di prenotazione telematica attraverso il software Dedalo, che
automatizza il collegamento tra Questura e tutti gli sportelli territoriali, velocizzando il lavoro
degli operatori e permettendo una raccolta ed elaborazione sistematica di tutti i dati relativi
all’attività del Protocollo e agli immigrati coinvolti
•
avvio del “Portale immigrazione”, gestito congiuntamente dalla Provincia, dalla Prefettura e
dalla
Questura,
accessibile
a
tutti
i
cittadini
all’indirizzo
internet:
http://immigrazione.provincia.cuneo.it
Gli enti pubblici aderenti al Protocollo d’Intesa anno 2004/2005 sono: Comune di Alba, titolare dello
sportello per l’area di Alba (in collaborazione con Consorzio S.A. Alba Langhe Roero); Consorzio S.A.
Int.es.a., titolare dello sportello per l’area di Bra (in collaborazione con Comune di Bra); Consorzio S.A. del
Cuneese, titolare dello sportello per l’area di Cuneo (in collaborazione con Comune di Cuneo, Cons. S.A.
Valli Grana e Maira, Com. Mont. Valle Stura, Com. Mont. Valli Gesso Vermenagna); Consorzio Monviso
Solidale, titolare degli sportelli di Fossano, Savigliano, Saluzzo, Barge e Bagnolo Piemonte (in collaborazione
con i rispettivi Comuni); il Comune di Mondovì (in collaborazione con Consorzio S.A. del Monregalese,
Comune di Ceva, Com. Mont. Valli Mongia Cevetta e Langa Cebana) per gli sportelli di Mondovì e Ceva. Gli
altri: C.G.I.L., C.I.S.L., U.I.L. (quest’ultima a partire dal 25/10/2004), Associazione Provinciale Coltivatori
Diretti, Unione Provinciale Agricoltori, Confederazione Italiana Agricoltori.
55
Gli enti pubblici aderenti al Protocollo d’Intesa - anno 2005/2006 sono: Comune di Alba, titolare dello
sportello per l’area di Alba (in collaborazione con Consorzio S.A. Alba Langhe Roero); Consorzio S.A.
Int.es.a., titolare dello sportello per l’area di Bra (in collaborazione con Comune di Bra); Consorzio S.A. del
Cuneese, titolare degli sportelli per l’area di Cuneo, Ceva, Mondovì (in collaborazione con Comuni di Cuneo,
Ceva, Mondovì, Cons. S.A. Valli Grana e Maira, Cons. S.A. del Monregalese, Com. Mont. Valle Stura, Com.
Mont. Valli Gesso Vermenagna, Com. Mont. Valli Mongia Cevetta e Langa Cebana); Consorzio Monviso
Solidale, titolare degli sportelli di Fossano, Savigliano, Saluzzo, Barge e Bagnolo Piemonte (in collaborazione
con i rispettivi Comuni).
Ciò che emerge dalle interviste è una chiara indicazione della necessità di qualificare
la capacità di risposta da parte degli operatori dei servizi alla persona nei confronti dei
cittadini migranti, senza tuttavia trascurare le non rare e medesime difficoltà che pure
molti cittadini italiani incontrano nell’accesso e nella fruizione degli stessi servizi.
L’informazione rappresenta una delle maggiori difficoltà a cui i cittadini migranti
devono far fronte nell’interazione con i servizi; tale difficoltà si manifesta sia nella mancata
disponibilità dell’informazione stessa, sia nella scarsa fruibilità della forma in cui è
disponibile.
L’organizzazione dell’informazione spesso non tiene conto delle caratteristiche della
cittadinanza nel suo complesso; ma pure lo stesso modo di funzionare a settori non
comunicanti di molte pubbliche istituzioni, senza coordinamento fra uffici che erogano
servizi e prestazioni collegate, contribuisce significativamente a penalizzare i cittadini e, in
modo particolare, quelli di origine straniera, sia nella comprensione dei servizi sia nella loro
possibile fruizione. Questo tipo di difficoltà è tale da annullare a volte gli effettivi positivi di
alcune innovazioni nelle istituzioni.
All’inizio più di tutto non sapevo a chi rivolgermi, non avevo persone a cui chiedere, ma poi pian piano
incominci a conoscere le persone, inizi a conoscere la zona e soprattutto la lingua e puoi chiedere
informazioni. Il problema è che all’inizio non conoscevo la lingua e non parlavo con nessuno.
Arrivare ai servizi non è stato semplice, forse perché avevo anche difficoltà nella lingua, è stato molto più
comodo quando hanno creato questo ufficio per gli stranieri e soprattutto per la questura, è sicuramente
molto positivo. All’inizio non riuscivi neanche a capire dove andavi, che cosa devi fare, se sei da solo non
troveresti mai l’ufficio di collocamento o l’Informagiovani. Devi sempre chiedere a qualcuno, anche per
esempio quando guardavo sul Corriere di Alba e trovavo Informagiovani, c’è il numero di telefono, il numero
di fax, ma non sai dov’è e a che cosa serve.
Un retroterra culturale differente da quello della maggioranza degli operatori dei
servizi, unitamente alle difficoltà linguistiche, rappresentano spesso ostacoli nel
reperimento e nella fruizione dell’informazione.
La formazione e l’aggiornamento sono strumenti importanti per sostenere
l’adeguamento della professionalità degli operatori alla varietà dei bisogni che emerge da
una popolazione residente, la cui composizione è mutata in senso plurinazionale e
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multiculturale. Inoltre, rappresentano anche uno dei modi più efficaci per prendere in
carico il disagio che la nuova situazione genera in molti operatori. Negli ultimi anni, è
emersa una maggior consapevolezza del ruolo che la formazione del personale può
giocare nel processo di ri-definizione e ri-organizzazione di cui c’è bisogno in molti servizi
per adeguarsi ad altri mutamenti importanti nella società.
4. La famiglia
L’importanza che assume il ricongiungimento familiare nel progetto migratorio del
singolo individuo, come già sottolineato in precedenza, è di fondamentale importanza per
comprendere il processo di integrazione e l’eventuale stabile radicamento nel paese di
accoglienza.
La ricostituzione dei nuclei familiari fa degli immigrati dei portatori di nuove istanze
in termini, in particolare, di bisogni abitativi, sanitari e culturali: si passa quindi dalle
esigenze del singolo individuo a quelle di un nucleo familiare.
La maggior parte degli intervistati, come già accennato, ha provveduto a un
regolare ricongiungimento familiare, attivandosi nella ricerca di un’abitazione adeguata,
nell’inserimento scolastico e/o lavorativo dei propri familiari, nella riorganizzazione dei ruoli
e dei codici culturali, nella comunicazione domestica e sociale.
Dedicando
volutamente
uno
specifico
approfondimento
alla
dimensione
professionale nel capitolo seguente, in questo paragrafo evidenzieremo con particolare
attenzione le caratteristiche relative ai processi di cambiamento e di adattamento che
hanno coinvolto gli intervistati.
Per quanto riguarda il livello di inserimento socio-economico si evidenzia come tutti
i componenti familiari residenti in Italia, conviventi o meno con gli intervistati, risultano
occupati nel mercato del lavoro o inseriti presso le istituzioni scolastiche locali.
Alcuni risultano essere ancora in situazioni precarie, altri hanno raggiunto nel corso
degli anni una condizione stabile e sicura. Uno dei tratti distintivi più importanti della zona
albese in particolare, e della Provincia di Cuneo in generale, è il tasso di disoccupazione
relativamente basso rispetto ad altre zone del nostro Paese, che favorisce una rapida
collocazione professionale. L’elemento critico evidenziato dagli intervistati risulta essere
infatti
non
tanto
l’inserimento
lavorativo
quanto
piuttosto
il
livello
qualitativo
dell’occupazione stessa.
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In stridente contrasto con il titolo di studio conseguito in patria, i settori
occupazionali in cui trovano impiego i familiari adulti degli intervistati risultano essere
prevalentemente quello terziario per quanto riguarda la componente femminile (assistenza
alla persona, ristorazione, pulizie), quello secondario per quanto riguarda la componente
maschile (operaio industriale).
In un solo caso, a causa della complessità normativa e burocratica, sembra sia stata
presentata l’istanza di riconoscimento del titolo di studio conseguito nel paese di origine.
Tra i familiari sopra citati è presente un’unica situazione di lavoro autonomo nel
settore artigianale.
Se la piena occupazione nel mercato del lavoro locale di tutti i familiari,
indipendentemente dal sesso e dall’area culturale di provenienza, potrebbe essere un dato
da interpretare positivamente dal punto di vista del processo di integrazione sociale, il
livello di soddisfazione emerso dalle interviste evidenzia invece alcune criticità di fondo.
Una sempre maggiore diffusione di contratti precari e di breve durata da un lato e
le prescrizioni legislative dall’altro rendono particolarmente incerte le prospettive,
pervadendo di ansia il presente dei migranti.
Mio marito è appena arrivato; lui era venuto qua prima di me, aveva un contratto di sei mesi ed è stato qua
per più di sei mesi. Ma non riusciva a trovare un altro posto, hanno fatto i controlli ed è stato mandato via,
ed è stato costretto a ritornare in Marocco. Sono poi arrivata io e grazie ad un avvocato sono riuscita a fare il
ricongiungimento familiare. Adesso lavora in una fabbrica e ha il contratto di nuovo per sei mesi.
Mia moglie non è molto contenta perché ha sempre contratti di tre mesi in tre mesi, ormai sono due anni
che fa questa roba e si sente un po’ stressata. Non puoi dire mai niente, non puoi chiedere le ferie perché
alla fine hai paura che non ti facciano rinnovare il contratto di soggiorno.
C’è poi chi sottolinea la difficoltà di adattamento a lavori inadeguati alla propria
preparazione professionale, ma che tuttavia, non intravedendo opportunità alternative,
accetta suo malgrado di svolgere.
A differenza dei migranti più giovani d’età che, come vedremo nel capitolo
seguente, pur adattandosi nel presente a occupazioni poco qualificate esprimono
aspirazioni professionali emancipanti, anche attraverso il rientro in formazione, per i
migranti meno giovani si evidenzia invece un atteggiamento di rassegnazione rispetto a
eventuali cambiamenti futuri di condizione. La necessità e le responsabilità nei confronti
dei familiari occupano uno spazio più importante delle personali aspirazioni di mobilità
sociale.
Mia mamma è diplomata come elettricista, lavorava come impiegata in un’azienda molto grande quando
eravamo in Estonia. Aveva un buon lavoro in confronto a quello che ha adesso […] non è molto contenta
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Mio marito è arrivato in Italia dallo scorso marzo grazie al ricongiungimento familiare, adesso lavora in una
ditta per conto di un’agenzia interinale. Paghiamo l’affitto e si va avanti così. Lui è laureato in ingegneria, ma
in Italia il suo titolo di studio non è riconosciuto, non abbiamo neanche provato anche perché mio marito ha
già 54 anni, in Italia lavora come operaio.
La stessa gestione familiare subisce cambiamenti importanti nella misura in cui
entrambi i coniugi sono impegnati in attività lavorative esterne e, a differenza di altre
famiglie italiane, non godono del sostegno della cosiddetta “famiglia allargata” rimasta in
patria.
Mia moglie sta abbastanza bene, ha trovato anche lavoro adesso, lavora in una cooperativa di pulizie.
Cambia un po’ la situazione adesso che tutti e due siamo impegnati, è un po’ più dura, però coordinandoci
un po’ riusciamo a tirare avanti.
Decisamente
maggiore
risulta
invece
il
livello
di
soddisfazione
rispetto
all’inserimento dei bambini nelle istituzioni scolastiche locali:
Con i compagni ci sono quelli che accettano e quelli che no, ma quelli che non accettano sono in pochi, per
fortuna.
Appena arrivata qua, lei non piangeva, era contenta per essere con noi dopo quasi un anno che era là da
sola, era contenta per questo, si accontentava e poi piano piano tutti i compagni l’hanno accettata
[…] ha una sua compagna che ogni tanto viene a mangiare da noi, lei va da lei. Si trovano bene. Io ho pochi
rapporti. Lei non ha fatto nessuna fatica con l’italiano, lo parla meglio di noi, anche se è venuta dopo.
Mia figlia è entrata nella scuola materna. Il primo mese era un incubo perché non voleva andare e abbiamo
fatto una fatica grande. Però poi quando è entrata non voleva uscire e si è integrata bene, ha socializzato
molto bene, ha tanti amici, vuole tornare in Macedonia, però “soltanto per le ferie”, come mi dice!
I miei figli vanno a scuola, uno fa l’ultimo anno di materna e la bimba la terza elementare. Sono qua dal
dicembre 2003, si trovano molto bene, si sono fatti degli amichetti a scuola, poi hanno fatto l’estate ragazzi,
che è la cosa che è piaciuta di più perché hanno conosciuto il mare, si godono un po’ questa vita, noi
possiamo soffrire, ma loro no. Cerchiamo di farli divertire e di far godere loro tutto quello che l’Italia può
dare, la scuola, l’estate ragazzi, il catechismo […] a scuola hanno imparato subito l’italiano, sono passati due,
tre mesi al massimo.
L’aspetto della socializzazione amicale e ambientale, unitamente all’apprendimento
della lingua italiana, risultano essere le dimensioni valutate più positivamente dai genitori
rispetto all’inserimento scolastico dei propri figli. Dalle interviste non emergono particolari
difficoltà di comunicazione tra la scuola e la famiglia, né vengono rilevate criticità
significative in merito al metodo educativo proposto o alle diversità culturali.
Dalle interviste emerge anzi un positivo livello di consapevolezza e di attenzione sia
rispetto alla coerenza dei messaggi educativi provenienti dai diversi contesti frequentati
dai bambini, sia rispetto all’importanza di educare a un’identità unitaria i propri figli, nel
rispetto della naturale diversità culturale.
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Penso che per educare un bambino non devi trovare il luogo adatto, cerco di far conoscere ad entrambi i
miei figli la mia cultura, non voglio che la perdano, dato che già sono nati qua, devono conoscere anche la
cultura senegalese, cerco di fare tutto, non so se ci riesco
Noi siamo Induisti, le preghiere le facciamo a casa. Per mio figlio è un po’ diverso perché a volte , anche
all’asilo, lo portano in Chiesa, ma lui è nato qua, lui deciderà che cosa fare. Io non posso dire niente, non
sono una persona integralista, lui farà quello che vuole.
Mia figlia comunque sa il macedone, non lo legge e non lo scrive, però lo capisce e lo parla. Legge e scrive
italiano. Non voglio che mia figlia perda le sue radici, perché tutti noi siamo orgogliosi di essere macedoni.
Questa cosa deve restare secondo me. Però sempre nel rispetto del paese in cui abitiamo, dei diritti e dei
doveri che abbiamo.
Pian piano che crescono avranno delle responsabilità, degli orari, dovranno imparare ad affrontare tutto
quello che capita loro. Il più piccolo è ancora giocherellone, ma sicuramente il prossimo anno che andrà a
scuola si metterà a posto, comincerà a fare i compiti. Dobbiamo far imparare tanto, quello che si può fare,
quello che non si deve fare. Li educheremo come dei bambini italiani, sicuramente è diverso, là la scuola
pubblica è mal vista, se non studi in una scuola privata non impari molto. Qua mi sembra che la scuola
pubblica stia abbastanza bene
La bimba è anche ortodossa, ma adesso la lasciamo alla religione della scuola, per non crearle confusione,
non possiamo farle una testa così, dicendo da noi è così, qua è diverso. Adesso è ancora piccola, la lasciamo
ancora un po’ di anni e poi le spieghiamo com’è la nostra religione.
A questo proposito risulta importante sottolineare il ruolo propositivo che il Servizio
Stranieri comunale ha saputo esercitare in questi anni in ambito scolastico.
Numerosi i progetti avviati nel settore della mediazione interculturale che hanno
coinvolto le scuole dell’obbligo albesi intervenendo attraverso l’opera di mediatori
qualificati di origine araba, albanese, rumena e macedone sia mediante la realizzazione di
moduli interculturali a favore dei gruppi classe, sia mediante il supporto linguistico
individualizzato a beneficio degli allievi neo-iscritti: l’affiancamento ai docenti nei colloqui
con le famiglie, il contributo formativo offerto agli insegnanti nella conoscenza
dell’organizzazione dei sistemi scolastici di altri paesi. Particolarmente significativi sono
risultati progetti di interscambio con il Marocco e con l’Albania, coinvolgendo allievi e
insegnanti di entrambi i paesi. La realizzazione di uno spazio interculturale denominato
“Stanza dei mondi”, composto di 3 ambienti etnici e utilizzato per lo svolgimento di attività
interculturali sia a favore delle scuole sia a favore della cittadinanza locale.
Accanto a tali interventi, ormai da anni, mensilmente un gruppo di insegnanti di
tutte le scuole dell’obbligo presenti sul territorio si coordina attivamente con il Servizio
Stranieri comunale promuovendo e organizzando moduli formativi su tematiche inerenti
l’immigrazione a favore della cittadinanza, moduli formativi sulla comunicazione
scuola/famiglia con il coinvolgimento dei docenti e delle famiglie degli allievi. Di recente si
è intrapreso un percorso di formalizzazione condivisa mediante l’adozione di un protocollo
di accoglienza per una migliore e più efficace gestione dell’ingresso dei minori immigrati
nel contesto scolastico.
60
Sicuramente la piccola dimensione unitamente all’attuazione di politiche attive a
favore dell’integrazione scolastica dei minori stranieri rappresentano un’importante
componente della situazione registrata.
Apparentemente in contrasto con la serenità che sembra caratterizzare la
dimensione educativa, rimane presente il timore, da parte dei genitori migranti, di
atteggiamenti discriminatori verso i propri figli; timore confermato da episodi di
intolleranza che, seppure contenuti e sporadici, rappresentano tuttavia un segnale di
disagio e di rifiuto non trascurabili.
Segnali che, nella scuola dell’infanzia al pari di altri ordini scolastici, provengono, in
modo particolare, dalle famiglie dei bambini italiani, nello specifico poco attente e
disponibili all’accoglienza e all’integrazione
Una volta sono arrivato a prendere mio figlio un po’ prima, la scuola era ancora chiusa, ma le nonne
parlavano, io sono rimasto un po’ indietro, e parlavano male degli stranieri, e dicevano che gli stranieri
vengono qua e tolgono i posti di lavoro ai loro figli. Io pensavo: “avranno una loro ragione”, ma poi hanno
anche detto che i figli degli stranieri riempiono le scuole, io non ho detto il mio punto di vista diverso, queste
persone neanche lo ascoltano. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che mio figlio va in queste scuole dove
la pensano così, non so se sono tutti, non so se sono tanti o pochi, ma mi è dispiaciuto, non l’ho neanche
detto a mio figlio, non è che la vivono loro, la viviamo noi genitori … spero che vivano una vita tranquilla,
senza discriminazione, una vita tranquilla come tutti i bambini vogliono fare. Quello che ho sentito è stato
per casualità. Poi ho pensato che non tutti la vedono così, la gente che mi conosce non la pensa così, io
lavoro, sono sempre stato responsabile e sicuramente loro dicono: “I suoi figli saranno rispettosi come i
genitori”. Io spero che non tutti abbiano l’idea che gli stranieri sono così, spero che questo cambi, spero che
non sia un’idea di tutti gli Italiani. Non è che metto la mano sul fuoco per tutti gli stranieri, qualche volta non
vengono a fare del bene, qualche volta si comportano male, parlavo con una signora e le dicevo: “Se tutti
quelli che vengono e si comportano male prendono una sanzione, per quelli che si comportano bene non c’è
un premio”. Allora io non voglio un premio, il premio più bello per me sarebbe non mettere tutti nello stesso
sacco.
Ricordo di una volta che la mamma di una compagna di classe di mia figlia l’ha guardata e le ha detto:
“Come sei nera”, me l’hanno detto tardi, tutti già lo sapevano, le maestre l’hanno saputo, anche gli altri
bambini, io no e non ho potuto dire niente, ma non ci sarà una prossima volta
Prerequisito per la nascita di una qualsiasi interazione è la possibilità materiale di
comunicazione, intesa non solo nella sua funzione linguistica, ma anche nelle sue
potenzialità espressive e culturali.
L’importanza di mantenere vive le proprie radici, di rivisitare la propria identità alla
luce di nuovi contesti e stili di vita, di ricercare nuovi equilibri tra passato e presente
richiede una continua mediazione tra sé e l’altro, all’interno del gruppo familiare e tra la
famiglia stessa e la comunità locale. Accogliere consapevolmente il cambiamento che
quotidianamente investe la propria vita rappresenta per tutti un elemento di difficoltà; per
i cittadini migranti la complessità aumenta nella misura in cui il confronto tra due differenti
61
sistemi culturali impone una rielaborazione di situazioni critiche che coinvolgono l’intero
gruppo familiare.
Ci sono molte discussioni tra me e mia madre, perché lei vorrebbe che io seguissi alla lettera la religione
musulmana, ma io vivo in Italia, ed è un po’ impossibile, perché se vivessi in Libano, potrei farlo benissimo
perché tutti la seguono e mi abituerei all’idea di dover mettere il velo, non potermi mettere una maglia
scollata, dover sempre far attenzione a uscir da sola per strada. Vivendo qua, non riesco a concepire queste
cose ma mia madre la vede in un altro modo. I miei fratelli la pensano come me, anche perché siamo
cresciuti qua. Mio fratello ha meno problemi, perché essendo maschio ha più libertà, fanno questa
differenza, invece noi abbiamo più problemi. Mia madre mi vorrebbe già sposata con dei figli, ma a 19 anni,
non ci penso ancora. Il Ramadam lo faccio, ma faccio moltissima fatica a seguirlo, anche perché lavoro. Poi
quest’anno cade nel mese di ottobre e qui c’è la fiera, io dovrò lavorare sette giorni su sette, non ci voglio
pensare. È proprio faticoso fisicamente, arrivi alla fine del mese che non ce la fai più. È vero che dopo le
17.30 puoi mangiare, ma prova tu a stare 12 ore senza mangiare e bere. Io infatti cerco di dormire più che
posso per non pensarci, poi vado a lavorare, ci penso 5/6 ore. Per quanto mangi la sera, al mattino hai
sempre fame. Comunque riesco, almeno quello, soprattutto per rispetto nei confronti di mia madre. Lo faccio
volentieri. Però io non prego, non ho neanche le basi per fare le preghiere, dovrei studiare, saper leggere.
Poi non avrei tempo, lavorando non posso permettermi di prendermi la pausa di venti minuti perché devo
lavarmi.
[…] Le canottiere neanche a parlarne, le maglie un po’ più scollate va bene, ma non devono essere troppo
strette. Lei vorrebbe che io fossi più Musulmana. Infatti adesso che andiamo giù in Libano vorrebbe che io
mi rifacessi il guardaroba, perché sa già che mio zio le dirà qualcosa su di noi che ci vestiamo così. E per non
sentirsi dire queste cose, ci ha chiesto, per favore, di vestirci in un altro modo là.
I miei fratelli invece fanno cosa vogliono. Si vestono, escono, fanno, non si fanno nessun problema.
Quando usciamo noi, una tragedia ogni volta. Non posso fare tardi, una volta, lavorava il sabato sera, ma
quando ha capito che noi tornavamo a casa cinque minuti prima che lei rientrasse, ha smesso di lavorare il
sabato, perché vuole avere le figlie sotto controllo. Io non potrei neanche stare con un Italiano. Lei non lo
accetterebbe mai, le farei troppo male. Io ci penso molto, perché vorrei costruirmi una vita qua con un
Italiano, invece che con un Musulmano, ma poi penso anche sempre: “E a mia madre chi glielo dice?”, non
mi lascerebbe mai. Sulla religione è severissima. È stata educata così. È un problema perché io voglio
costruirmi qualcosa qua, io non tornerei a vivere là. Invece mio fratello dovesse sposarsi con una ragazza
italiana, mia madre non direbbe nulla, anzi lui ha già portato in casa delle ragazze italiane e mia madre era
contenta per lui e a me dispiace questa differenza
2
Il destino delle seconde generazioni è in ogni caso mediato dalle concrete
istituzioni sociali che incontrano nei processi di socializzazione. La prima è evidentemente
la famiglia, al cui interno i processi educativi sono intrisi dell’ambivalenza tra
mantenimento di codici culturali tradizionali e desiderio di integrazione e ascesa sociale nel
contesto della società ospitante, tra volontà di controllo delle scelte e dei comportamenti
dei figli e confronto con una società che enfatizza i valori dell’emancipazione e
dell’eguaglianza,
tra
attaccamento
a
un’identità
comunitaria
e
valorizzazione
dell’autonomia personale. Foner (1997) ha rilevato come nelle famiglie immigrate “vecchio
e “nuovo” si fondano, creando nuovi stili di vita familiare.
Non sono rare le situazioni familiari, come da testimonianza precedente, in cui le
madri capo-famiglia o socialmente isolate, rischiando di vivere un indebolimento della
propria autorevolezza genitoriale, oppongono, nell’educazione dei figli, una certa
2
“SECONDE GENERAZIONI. Un’introduzione al futuro dell’immigrazione in Italia” a cura di Maurizio
Ambrosini, Stefano Molina. Ed. Fondazione Giovanni Agnelli, 2004.
62
resistenza ai modelli culturali della società ricevente in contrasto con quelli tradizionali
della società di origine.
In tale contesto i processi di emancipazione femminile sono avvertiti come un
pericolo nei confronti del modello culturale di riferimento della madre, mettendo in atto
comportamenti di pressione culturale conformistica nei confronti delle figlie.
Le strategie delle seconde generazioni, soprattutto in età adolescenziale, per far
fronte alla difficile questione di un’identità culturale complessa che pone quotidianamente
un problema di squilibrio interno al gruppo familiare, sono diverse. Le reazioni
comportamentali vanno dalla scelta di aderire profondamente ai modelli tradizionali della
società di origine trasmessi dai genitori, alla scelta di mediare tra questi ultimi e quelli
proposti dalla società di accoglienza; dalla rivendicazione di autonomia nelle proprie scelte,
al rifiuto delle forme di integrazione subalterna accettata dai padri.
Mia sorella, una volta, si vestiva come si usa qui in Italia, mentre adesso ha deciso di mettersi il foulard, i
vestiti lunghi, è solo un anno che si veste così, è una cosa che lei ha deciso così, io prego tutti i giorni, è più
importante del mangiare, come mangi perché hai bisogno di energia, hai anche bisogno di pensare all’aldilà.
Questa vita passa. Non mi chiedano però di vestirmi così, perché non mi metterò mai, per adesso, il foulard
o i vestiti lunghi. Io ho due tipi di guardaroba: in casa io non giro in pantaloncini e maglietta corta, io stessa
non riuscirei davanti a mio padre, anche quando fa caldo, non riuscirei, anche se ho un bellissimo rapporto
con mio padre. Parliamo di tutto, ma c’è quel rispetto. La nudità, diciamo, per noi è un argomento tabù. Ho
un guardaroba per quando vado la sera, per esempio, da amici dei miei, ad una cena o a qualche festa, ho i
vestiti lunghi. Mia sorella fino ad un anno fa si vestiva con le magliettine, la gonna, ma ora non più. […] ho
conosciuto tante persone e ho sempre cercato di capirli per andare d’accordo, ma ho sempre avuto più
conflitti con i miei connazionali che con gli Italiani perché ormai ho una mentalità italiana.
[…] Voglio lavorare qui e penso che uno debba adeguarsi alla società in cui vive. Sinceramente non dò
troppa importanza all’aspetto esteriore, c’è gente che si veste in un certo modo per far piacere agli altri, io
no, continuo a vestirmi “all’occidentale”, perché preferisco così. […] L’Islam ce l’ho nel cuore, il Ramadan lo
faccio, prego. Poi se un domani devo andare a lavorare in ospedale, non posso andare con il foulard, la
prima cosa che penso è che non sarebbe igienico.
[…] La carne di maiale e gli alcolici sono assolutamente vietati. Mia madre è arrivata in Italia che aveva circa
trent’anni, è una donna araba moderna, si è sposata a 27 anni e per quei tempi, era vecchia. Si vestiva
come me, in Marocco, i miei nonni erano abbastanza aperti. Ha lavorato tanto e non è la classica donna che
è stata a casa fino a quando non è arrivato il papà a dirle che un signore voleva sposarla. Quindi è già
moderna. Ad esempio, il cous-cous ce lo cucina una volta al mese. Mangiamo molto più spesso la pizza, gli
spaghetti, le patatine. Ma perché giù faceva già così, mia nonna è un po’ come lei.
[…] Capisco l’arabo scritto e parlato, ma non riesco a parlarlo. In Marocco ho fatto solo i primi sei mesi della
prima elementare; poi all’età di quindici anni, mio padre si è messo lì un’estate e mi ha detto che dovevo
imparare a scrivere in arabo. In tutta l’estate ho imparato, ma ad un livello elementare. So leggere, ma
faccio qualche difficoltà. Vorrei fare un corso per impararlo bene, anche perché il mio ragazzo è del Marocco,
e quindi per me è un po’ una vergogna: “sai leggere, ma non sai scrivere”. E poi sai cos’è, la mia famiglia ci
tiene, i miei ci tengono tanto, mia sorella è nella mia stessa situazione. Invece gli altri miei fratelli, che
hanno poco più di dieci anni, lo sanno, perché mio padre ha già fatto lo sbaglio con noi e non vuole rifarlo.
Vanno a scuola qui, però lo parlano, leggono anche di più il Corano, scrivono. Ci tiene.
[…] in famiglia è un mix, perché io e mia sorella parliamo in siciliano, siamo abituate, proprio in dialetto; gli
altri parlano un po’ italiano un po’ marocchino. Mia mamma non sa più come rispondere e ci dice sempre che
dobbiamo parlare in arabo, almeno in casa. Io è un po’ di anni che ho contatti con persone del mio paese,
perché giù in Sicilia avevo solo amicizie italiane, sono sempre stata l’unica in classe, invece qui in
Piemonte,vedo per esempio i ristoranti arabi, le boutiques, insomma vedo gente che ha realizzato qualcosa,
quindi ho più contatti con gente del mio paese e mi sto abituando a sentire parlare arabo. È questione di
abitudine.
[…] per quanto riguarda le tradizioni seguiamo le più importanti, per esempio, i bambini pregano cinque
volte al giorno, anche io e mia sorella, però magari siamo un po’ più … perché le cose devi farle da piccolo. I
63
miei stanno diventando di nuovo un po’ più rigidi, perché ,magari, dicono: “abbiamo lasciato andare un po’,
e poi le bambine sono diventate figlie ventenni che parlando in arabo si bloccano e chiedono alla mamma
come si dice?” e ai bambini quindi cercano di insegnarlo.
[…] Siamo musulmani, è una cosa che gira nel sangue, anche se sei qua, se magari siamo abituati qua, vedi,
io mi vesto così tranquillamente, tengo i capelli sciolti, studio, vado a scuola […] in casa, mio padre ha la
mentalità molto aperta, è un grande uomo, è il papà più bravo del mondo, perché non è quel classico
tradizionalista, segue e ci tiene tanto, però oggi come oggi, l’Islam è più nel cuore. Il Ramadan lo faccio
dall’età di 11 anni, le feste importanti le faccio, e niente lavoro e niente scuola. Ma siamo sempre libere. Per
esempio mia sorella è diversa, ha vent’anni come me, stesso ambiente, stesse amicizie, stessa scuola, ma lei
adesso ha messo il foulard, nessuno le ha detto di metterlo. Usciamo il venerdì sera, il sabato, non possiamo
tornare alle quattro del mattino, ma per il resto ... Lei ha il ragazzo da due anni, e anche il ragazzo si è
stupito della sua scelta.
I cambiamenti investono le relazioni interne al gruppo familiare anche nei suoi
diversi aspetti culturali e affettivi: dai consumi alimentari alla lingua, dalle festività religiose
alle possibilità di divertimento sociale, dalle vicinanze parentali alla percezione del tempo,
dall’adattamento al clima al modo di concepire il lavoro.
Le abitudini sono cambiate già solo per il mangiare. E’ tutto cambiato, già è cambiata l’età e poi il modo di
vivere, qui è tutto programmato, non puoi staccarti, a casa qualcosa trovavi, se non facevi la spesa, la
mamma te ne portava, qui non puoi, al lavoro non puoi mancare, manchi oggi, manchi tra due o tre giorni
poi resti a casa per forza, ma a parte questo,è cambiato a volte in meglio a volte in peggio, ma è cambiato,
non usciamo più come quando eravamo giovani, perché dobbiamo risparmiare.
[…] a casa parliamo entrambe le lingue, metà e metà, dipende dall’esigenza, noi riceviamo anche dei
rumeni, quindi parliamo tutte e due le lingue senza problemi.
[…] dalle feste religiose ti stacchi anche con la testa, per esempio, noi la Pasqua la festeggiamo sempre
dopo una settimana, qui la festeggi perché già ti danno il ponte solo quando la festeggiate voi, noi poi
rispettiamo un digiuno, per la quaresima, quando già voi festeggiate, ma qui non possiamo, perché se viene
qualcuno a trovarci, un italiano, devi avere qualcosa da mangiare, un pezzo di carne e qualcosa per
festeggiare, poi a Pasquetta vai a fare la grigliata. Dopo due settimane o più quando c’è la tua Pasqua, tu la
festeggi, ma hai solo la domenica libera, vai a messa e poi torni a casa, non la senti, perché tutti gli altri non
la sentono, quindi usciamo a farci una tavolata con gli amici e basta. Il Natale più o meno perché siamo sulla
stessa onda, poi ci sono le feste religiose che non corrispondono a quelle di qua.
[…] questo ci pesa, poi forse guardi sempre gli altri, come sono con la famiglia, parlo degli italiani, tu non
puoi andare sempre, se vai per Pasqua non puoi più andare per Natale, sempre si decide o Natale o Pasqua
o Agosto.
Il tempo è un cambiamento, il clima è stato un grande cambiamento, noi non andiamo sotto i 14 °C e
quando fa caldo raggiungiamo i 29°C. Siamo lì. Qui, invece, si va sotto lo zero e la temperatura arriva anche
a 38°, 39°, questo è un primo cambiamento. Poi, la neve, i temporali li abbiamo conosciuti qua, a Lima dove
abitavamo piove pochissimo, il sole non scalda tanto. Poi a Lima c’è molto più movimento, di giorno, di
notte, tutto il giorno 24 ore su 24 puoi trovare qualcosa, se esci a mezzanotte puoi trovare un ristorante
aperto. Qua i negozi chiudono alle sette e mezza, sono cose che ti portano a riorganizzare tutta la giornata.
Io non riesco ad abituarmi, riuscire a trovare qualcosa di aperto solo fino alle sette e mezza mi mette un
muro e dico: “Ma se tutti lavoriamo fino a quell’ora, non è possibile andare a casa riposarsi un po’ e poi
andare a fare la spesa?”. Poi non sono uscito tanto, la vita l’ho vissuta più di là, forse proprio perché ho
quest’idea che anche se esco, non trovo niente. Poi anche per il tempo, là esci di notte e fa caldo, anche con
i bambini
[…] noi cuciniamo i nostri piatti quando abbiamo più tempo, perché sono più lunghi da preparare e qua,
invece, si trovano piatti già pronti. Mia moglie cucina peruviano quando ha più tempo, nei week-end. Si
usano più spezie.
Ai bambini piace perché voi mangiate più pasta, poi a scuola mangiano così e si sono inseriti .
[…] in casa parliamo spagnolo, per non farlo dimenticare ai bambini. Però i bimbi parlano italiano, anche fra
di loro e così diventa anche un po’ difficile per noi parlare spagnolo; speriamo, comunque, che non lo
dimentichino.
64
[…] siamo abituati a mangiare come qua, è facile farlo. I bambini mangiano a scuola e non sono abituati,
non gli piace la nostra cucina, loro mangiano alla mensa e adesso il più grande che ha 12 anni, mi chiede:
“Mamma, mi fai gli spaghetti?” “No, ho fatto questo” così mi risponde “Allora li faccio io” e se li fa lui.
[…] quando arriva la festa di Natale del nostro Muhàmmad, non è una data fissa, noi seguiamo la Luna, i
bambini chiedono di comprare un regalo, i bambini sono interessati, non vanno a scuola, prendiamo il
permesso dalle maestre e non li mandiamo a scuola così loro vedono quello che facciamo per la festa. Per la
festa facciamo la preghiera al mattino e poi mangiamo.
[…] se tu chiedi ai bambini della festa del Natale, i miei pensavano che era anche nostra e che era la festa
dei bambini. Noi facciamo l’albero di Natale a casa. Loro vogliono essere come gli altri. Loro non dicono: “Noi
non siamo Italiani e non facciamo questa festa, noi la facciamo. Noi siamo qui in Italia e vogliono farla.” Ma
fanno volentieri anche le nostre feste.
3
Adeguate
politiche
di
integrazione
non
possono
però
prescindere
da
un’approfondita conoscenza del fenomeno. Nell’ambito della famiglia immigrata, un
aspetto che dovrebbe cominciare a essere monitorato con maggiore sistematicità è
rappresentato dalle relazioni intergenerazionali tra genitori e figli e dalle caratteristiche del
processo di integrazione delle seconde generazioni.
La dimensione strutturale dell’immigrazione in Italia comporta la necessità di
sviluppare misure volte a favorire i processi di integrazione sociale delle giovani
generazioni, anche in considerazione dell’esperienza di altri paesi di meno recente
immigrazione. In questi paesi è ormai maturata la consapevolezza che le seconde e terze
generazioni rappresentano categorie portatrici di particolari bisogni cui rivolgere una
attenzione specifica.
Le seconde generazioni esprimono infatti identità multiple, che non si identificano
più con i luoghi del passato migratorio dei propri genitori, ma nemmeno con la nuova
società di accoglienza.
Il desiderio di appartenenza e di mimesi con i giovani autoctoni, i modelli di
riferimento e le pressioni delle comunità di origine producono identità molto complesse.
In Italia la tendenza è stata fino a oggi quella di parlare più di minori stranieri che
non di seconde generazioni, incentrando il dibattito e la ricerca quasi esclusivamente sulle
dinamiche educative e interculturali: tema cruciale ma che non assorbe tutti gli aspetti
della vita sociale dei giovani figli di immigrati. Accanto al tema dei percorsi scolastici delle
seconde generazioni andranno prese in considerazione con maggiore attenzione le
dinamiche familiari determinate dal confronto tra prima e seconda generazione in termini
di aspettative, motivazioni personali e progetti di vita, nonché la formazione professionale
e l’inserimento lavorativo.
3
Tratto da “Documento programmatico relativo alla politica dell’immigrazione e degli stranieri nel territorio
dello Stato per il 2004-2006”
65
Forme di discriminazione possono infatti impedire al giovane migrante di seconda e
terza generazione di accedere su un piano paritario rispetto ai cittadini del paese ospitante
a un impiego e a un ruolo nella società.
Le istituzioni dovrebbero quindi essere in grado di anticipare i problemi derivanti dal
difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta di giovani immigrati che possono svolgere
un ruolo di intermediazione tra società di accoglienza e cultura familiare, tra genitori
immigrati e mondo circostante.
Sarà dunque opportuno promuovere specifiche politiche di integrazione con
attenzione a questo fenomeno, nella consapevolezza che un ruolo fondamentale spetta
all’istruzione e alla formazione.
Se è vero che nella scuola dell’infanzia, sia da quanto emerge dalle interviste sia da
quanto confermato dal lavoro svolto dal Servizio Stranieri comunale attraverso progetti di
mediazione culturale e forme di coordinamento continuative con dette istituzioni
scolastiche, non si registrano difficoltà preoccupanti per quanto riguarda il processo di
accoglienza e di integrazione degli allievi di origine straniera, diversa si presenta la
situazione nelle scuole di ordine superiore.
I dati evidenziano come nel corso degli anni il numero di minori stranieri iscritti alle
scuole albesi sia andato crescendo (si è infatti passati dai 132 minori stranieri iscritti alle
scuole albesi nell’a.s. 2000-2001 ai 354 delll’a.s. 2004-5), interessando inizialmente la
scuola primaria di primo grado e progressivamente quella secondaria di primo grado. A
titolo esemplificativo si riportano i dati relativi a una delle due scuole secondarie di primo
grado albesi.
Negli ultimi due anni il fenomeno sta interessando anche la scuola
secondaria di secondo grado, in modo particolare gli istituti professionali e quelli tecnici.
Scuola Media Vida Pertini
A.s.
Numero iscritti
2003-2004
2004-2005
2005-2006
615
579
588
Numero iscritti
allievi stranieri
29
43
55
% allievi stranieri sulla popolazione
scolastica dell’istituto
4,7%
7,4%
9,3%
66
Come sottolineato da diversi studi, l’inserimento dei minori di prima e seconda
generazione in un continuum di difficile definizione rappresenta un passaggio cruciale nel
percorso di adattamento reciproco tra immigrati e società ricevente.
A livello locale, nelle scuole secondarie di primo grado e, in misura crescente, in
quelle di secondo grado, sono in aumento le forme di intolleranza e di emarginazione
verso minori stranieri; iniziano a verificarsi i primi casi di bullismo in cui, secondo il
contesto e la provenienza, gli adolescenti stranieri risultano attori o vittime. Questi
elementi segnalano la necessità di intervenire sul fronte educativo e culturale, per
supportare il difficile compito di sintesi che i minori stranieri si trovano a dover affrontare:
la costruzione di un’identità complessa in grado di rispondere alla necessità di conciliare
modelli culturali diversi (quello della famiglia di origine e quello appreso sui banchi di
scuola e veicolato dai media europei) e il confronto con una cultura che ancora crede nella
propria uniformità etnica, linguistica e religiosa.
Queste difficoltà, a oggi percepite più dagli addetti ai lavori (insegnanti, operatori
sociali, educatori), trovano una prima conferma numerica nell’ambito del progetto
sull’Obbligo scolastico e formativo promosso dalla Provincia di Cuneo, da cui emerge
come, su circa 100 colloqui con studenti in difficoltà, iscritti al primo anno delle scuole
secondarie di secondo grado albesi, il 12%-15% siano adolescenti stranieri.
Istituto
Liceo Classico “G. Covone”
Liceo Scientifico “L. Cocito”
Liceo delle Scienze Sociali
“ L. da Vinci”
Liceo Artistico “P. Gallizio”
Istituto Tecnico Agrario
“Umberto I”
Istituto Tecnico Commerciale
“L. Einaudi”
Istituto Professionale per i Servizi
Turistici e Sociaili
“P. Cillario Ferrero”
Numero
iscritti
Numero iscritti
allievi stranieri
% allievi stranieri
sulla popolazione
scolastica dell’istituto
0,3%
2%
3,5%
307
782
630
1
17
23
229
393
11
2
4,8%
0,5%
594
22
3,7%
340
20
5,8%
Alla luce di tali considerazioni, il Comune di Alba intende intervenire:
•
sul versante formativo, fornendo strumenti di analisi e di risposta alle difficoltà
correlate al processo di integrazione e di inserimento dei minori di prima e seconda
generazione (forme di intolleranza, casi di esclusione, manifestazioni di bullismo,
conflitti);
67
•
sul versante educativo, proponendo percorsi di educazione interculturale a favore
dei gruppi classe e condotti dalla figura professionale di un animatore autoctono e
di un mediatore culturale di origine straniera;
•
sul versante culturale, creando, con le istituzioni scolastiche, un linguaggio comune
e condiviso sulle problematiche derivanti dall’inserimento dei minori immigrati e
sensibilizzando la comunità locale su tali tematiche.
5. La casa
Le politiche abitative più che mai rappresentano una componente importante nel
processo di integrazione dei cittadini migranti e nelle sue possibili evoluzioni. Il disagio
manifestato dai cittadini intervistati, tutti regolarmente residenti e occupati, costituisce un
importante indicatore dell’esclusione abitativa, spesso fortemente discriminante, che
colpisce i cittadini migranti indipendentemente dalla loro posizione sociale e dalle
specifiche risorse individuali.
Ho affittato l’alloggio tramite un’agenzia, ma sempre, quando telefonavo, ho provato a chiamare per due
mesi, o quando andavo a parlare di persona, mi dicevano che gli alloggi erano tutti occupati o gli affitti
erano altissimi. Poi ho trovato questo alloggio tramite un annuncio su un giornale, la sera stessa ho provato
a chiamare e mi hanno detto che era già occupato, poi la mia amica italiana ha telefonato e lo stesso
alloggio per lei era libero, siamo andate insieme all’agenzia e ci hanno detto che la padrona di questa casa
non voleva affittare a stranieri perché aveva avuto dei problemi con loro. Grazie alle referenze della mio
datore di lavoro che mi ha accompagnata in agenzia sono riuscita ad affittarlo. Mi serviva questo
appartamento per poter far venire mio marito in Italia. Forse i proprietari degli alloggi hanno anche le loro
ragioni, ma così facendo per noi stranieri è molto difficile trovare la casa.
Abbiamo trovato casa perché ci hanno aiutato molto dei signori da cui lavoravo. Hanno dato le loro
referenze perché agli stranieri non volevano affittare l’alloggio. Siamo a posto ora. Anche quando abbiamo
dovuto trovare un alloggio a Bra ci hanno aiutato molto le signore da cui lavoravo. Senza queste persone
affittare una casa sarebbe stato difficilissimo perché agli stranieri le case si danno in affitto solo se ci sono
delle referenze. Io non posso dire se hanno o non hanno ragione perché, forse, anche loro avranno le loro
ragioni …forse si sono trovati male oppure alcuni non hanno pagato
L’esclusione abitativa o le difficoltà incontrate nella ricerca di una casa non
producono necessariamente una situazione di marginalità sociale; incidono tuttavia
profondamente e concretamente sulla qualità di vita delle singole persone, sul loro stato di
salute, sulle loro capacità e opportunità di relazione sociale. A questo proposito risulta
importante evidenziare come la stabilità abitativa (spesso collegata alla mobilità territoriale
per ragioni lavorative), la collocazione spaziale e urbanistica della dimora, la qualità
complessiva dell’abitazione siano aspetti non trascurabili nella valutazione di adeguate
politiche abitative e nell’incidenza che tali aspetti possono assumere sulla qualità della vita
di interi gruppi familiari, autoctoni, misti o migranti che siano.
68
[…] Ho una casa piccola, abitiamo in quattro in un bilocale, sono andata in Comune due volte per chiedere
se mi poteva aiutare a trovare una casa … e due volte mi ha mandata dall’assistente sociale […] io non ci
vado più, sono ancora lì, ho una casa piccola, ma va benissimo.
Gli affitti sono esagerati, ho cercato, non ho potuto trovare e adesso non cerco più […] ogni tanto vai in
agenzia e ti senti dire che agli extracomunitari non affittano case, e cosa devo fare? Devo prendere un
bastone e dire: “ tu mi devi affittare”, questo è il problema grosso, gli affitti sono proprio un problema.
[…] Per me non c’è problema ad uscire da Alba, ma per i miei figli si, se esco e vado in un paesino magari
non trovo l’oratorio e altri servizi
Adesso ci troviamo bene, prima abitavamo in un alloggio piccolo, sempre freddo, aveva un riscaldamento
vecchio […] nell’alloggio in cui abitiamo ora ci siamo sistemati bene, lo abbiamo aggiustato, abbiamo
comprato la cucina, la camera da letto, quindi viviamo normale, lavorando in due si riesce ad andare avanti
bene […] Adesso che a Monticello ci conoscono, chiunque ci affitterebbe l’alloggio, ma prima quando
dovevamo affittare a Vaccheria, io ero pure incinta, andavamo in tutte le agenzie di Alba, non è che
conoscevamo molta gente, ma a tutti abbiamo detto che cercavamo un alloggio, ma niente, per nove mesi
niente, poi, per fortuna, una signora italiana che conosco è riuscita a trovarmelo a Monticello, se non ti
conoscono non affittano, poi ero incinta, con una pancia così […] io non penso che non ci fosse nessun
alloggio libero, è che nessuno vuole affittare a una persona che non conosce.
[…] gli affitti sono veramente cari, nelle prime case in cui abbiamo abitato magari non erano cari, ma le case
erano vecchie e brutte
[…] ci abbiamo già pensato a fare un mutuo per comprare una casa, ma per il momento non possiamo
ancora decidere, anche se sarebbe un buon affare comprare perché paghiamo l’affitto di 320 euro al mese e
non è certo una cifra piccola, invece comprarlo, paghi una rata tutti i mesi, ma dopo 15-20 anni è tua.
Abbiamo cambiato più volte casa. È la quarta casa che cambio. Quando sono arrivato abitavo con uno del
mio paese, poi lui ha dovuto portare su la sua famiglia, poi la casa non era grande abbastanza per vivere e
io dovevo portare su mia moglie. Poi nel 2002 volevo spostarmi a Treviso, quando mia moglie e mio figlio
sono andati in Bangladesh sono stato tre settimane a Treviso, ma non piaceva e sono tornato. Ho sempre
Alba nel cuore. E quando sono tornato ho trovato la casa dove abitiamo adesso
Il problema abitativo non è prerogativa dei cittadini di origine straniera, coinvolge,
purtroppo, anche una parte consistente della popolazione autoctona. Spesso si prefigura la
questione “casa” come un problema di natura prevalentemente assistenziale in un’ottica
emergenziale, di crisi.
Di fatto, e ancora una volta, le domande dei cittadini migranti evidenziano la
debolezza delle nostre politiche abitative che, nel loro complesso, risultano piuttosto
inefficaci sia per quanto riguarda la capacità di costruire complessivamente percorsi
accessibili, in termini di opportunità, e mediamente sostenibili, in termini di reddito, sia per
quanto riguarda l’insufficienza degli interventi mirati alla lotta alla povertà.
Per contro la domanda di alloggi in affitto a canoni calmierati, accessibili ai redditi
medio-bassi, è in forte aumento, mentre l’offerta abitativa pubblica risulta ampiamente
insufficiente e quella privata molto limitata, rigida, scarsamente disponibile nei confronti
degli immigrati.
L’alloggio l’ho trovato tramite un’agenzia, gli affitti sono carissimi, pago per un minialloggio 420 € al mese,
ma ero obbligata a prenderlo […] molti non vogliono affittare agli stranieri, ti rifiutano, basta che sentano
che sei straniero e non ti affittano nulla. Io penso che siamo tutti uguali, invece per loro no. Sono andata
due volte in agenzia e poi ho chiesto per favore di trovarmi un alloggio, non importava il prezzo, questa casa
mi serviva, non potevo stare in strada. L’affitto è veramente troppo alto: metà del mio stipendio serve per
pagare le bollette e l’affitto. Il mio stipendio è di circa 800€ al mese. Adesso devo aspettare che scada il
69
contratto l’anno prossimo. Sto cercando in giro prima di andare di nuovo in agenzia perché prendono tanti
soldi.
Non sono mai andato in agenzia, perché conosco una signora che mi ha sempre aiutato a cercare casa. Ha
dato le garanzie per me. Quando sono andato io da solo, per me la casa non c’era, poi è andata lei e mi
hanno affittato l’alloggio. Ma adesso il rapporto con il proprietario dell’alloggio è buono. L’alloggio, però, è
caro.
Saremo costretti a cambiare casa perché il padrone vuole fare degli uffici. Sono costretta a cercare
qualcos’altro. Ma quando vado in agenzia e dico che cerco una casa, mi dicono che non affittano a stranieri
perché il padrone di casa non vuole. Quando ne trovo una, costa cara, io lavoro da sola e non posso pagare
500 euro più le spese. Non so come risolvere il problema, sto cercando. Adesso sto aspettando la risposta
alla domanda che abbiamo fatto per avere una casa popolare.
Il contratto è già scaduto. Dopo sei mesi bisogna andare via. Dove abita mia madre e mio fratello ci sono
due camere e una cucina e perciò non possiamo trasferirci da loro. Fuori Alba nemmeno perché non
abbiamo la macchina e non potremmo spostarci. Infatti, già ora mio marito va al lavoro in pullman perché
lavora fuori Alba.
A tal proposito ci sembra interessante riportare di seguito alcuni dati che meglio
descrivono la situazione albese per quanto riguarda la programmazione pluriennale degli
investimenti e degli interventi per il potenziamento del numero di alloggi a canone
sostenuto.
Numero di abitanti nel Comune di Alba: 30.160
Numero di domande giacenti, non soddisfatte su riserva (art.13, L.R. 46/95)
104
Numero degli sfratti per morosità relativi all’anno 2005
71
Numero di sfratti per finita locazione relativi all’anno 2005 (solo nel caso che l’interessato abbia
4
presentato al Comune domanda per un’abitazione)
Numero di cittadini risultanti dall’anagrafe senza fissa dimora
95
Di seguito la scheda di rilevazione riferita al periodo temporale compreso tra il 1°
gennaio ed il 31 dicembre 2005:
A)
PATRIMONIO DI EDILIZA SOVVENZIONATA SITO NEL COMUNE (art. 1, L.R. 46/95)
Numero totale di alloggi:
364
di cui
gestiti dal Comune
65
gestiti dall’ATC
326
altra gestione
0
B)
ASSEGNAZIONI DI ALLOGGI DI EDILIZA SOVVENZIONATA (art.1, L.R. 46/95 e s.m.i.)
Ultimo bando generale emesso in data
10/10/2005
Alloggi resisi disponibili per l’assegnazione nel corso dell’anno
9
Assegnazioni complessivamente disposte nel corso dell’anno
70
di cui
Assegnazioni su graduatoria
2
Assegnazioni su riserva (art. 13)
7
di cui
C)
A seguito di sfratto
4
Per altre emergenze
3
DATI ULTIMA GRADUATORIA
Ultima graduatoria approvata in data
06/10/2003
A seguito di bando emesso in data
11/06/2002
Numero richiedenti inseriti nell’ultima graduatoria
142
Totale assegnazioni effettuate a valere sull’ultima graduatoria
19
Totale richiedenti cancellati dall’ultima graduatoria
16
Numero di domande insoddisfatte
107
D)
DISAGIO ABITATIVO
Sfratti convalidati nell’anno
82
Sfratti eseguiti nell’anno
31
Famiglie in situazione di disagio abitativo
340
Famiglie assistite
677
Nel corso dell’ultimo bando generale, emesso in data 10 ottobre 2005, il numero
complessivo di domande ricevute dall’Ufficio Casa del Comune di Alba risulta essere pari a
155. Di queste, circa il 70% sono state presentate da cittadini immigrati.
La graduatoria è attualmente in corso di elaborazione presso la Commissione
Provinciale Assegnazione Alloggi di Cuneo.
Novanta ulteriori richieste sono pervenute fuori dalla graduatoria, il 50% circa delle
quali risultano nuovamente presentate da cittadini di origine straniera.
Il dato relativo allo sfratto per morosità, che in questo caso colpisce tanto cittadini
immigrati quanto autoctoni, per i primi può rappresentare un ulteriore motivo di
pregiudizio che, in quanto tale, penalizza genericamente la popolazione immigrata.
Per quanto riguarda il settore privato, come avviene a livello nazionale, anche nella
nostra zona, come denuncia la maggioranza degli intervistati, gli ostacoli per ottenere un
contratto di affitto sono numerosi. A differenza però della popolazione italiana, la
collettività degli immigrati è costretta a scontrarsi con la logica discriminante che spesso il
settore privato adotta nei loro confronti.
71
Un possibile ruolo di mediazione viene svolto dai datori di lavoro o da conoscenti
italiani che si offrono in quanto figure garanti dell’affidabilità del cittadino migrante e che
si impegnano a controfirmare sul contratto di affitto. Ma nemmeno questo è un elemento
sufficiente, talvolta ha un peso irrilevante.
Ulteriore conferma del fatto che un inquilino immigrato è indesiderato in quanto tale
- quindi a prescindere da una sua reale situazione di inaffidabilità – consiste nel rifiuto
della domanda di locazione anche alla presentazione dei documenti in regola, del contratto
di lavoro, del conto corrente bancario, della dichiarazione dei redditi.
Tuttavia, come viene sottolineato dall’intervista di seguito riportata, il titolare di
un’agenzia rappresenta il punto di collegamento tra il proprietario di un immobile e chi
cerca casa. Il suo è quindi un ruolo delicato che ha un peso importante, in positivo o in
negativo, nel processo di integrazione. Il rischio di un approccio marcatamente ideologico,
politico al tema “casa” da parte delle immobiliari rappresenta uno scoglio significativo
nell’accesso all’abitazione e come tale va considerato e affrontato.
Per l’alloggio, prima di mio marito io abitavo dove lavoravo, poi quando è arrivato mio marito ci siamo
accordati con un amico, lui aveva una casa enorme con quattro stanze, due bagni e così dividendo le spese
abbiamo abitato lì […] dopo sei mesi, ma siamo stati fortunati, siamo riusciti a trovarne uno per noi;
ovunque non volevano gli stranieri, lo stesso problema l’ho incontrato due anni dopo quando è arrivato mio
padre, anche telefonicamente mi dicevano subito che non volevano gli stranieri e anche le agenzie ci
dicevano in faccia abbiamo l’alloggio, ma i padroni non vogliono gli stranieri. Io avevo le referenze, ma
niente
[…] Dove abitavo prima, i padroni erano i datori di lavoro di mio marito e chiamavano le agenzie per noi, è
la stessa cosa, dicevano. I datori di lavoro dicevano: “Sono bravi, non ci sono problemi per pagare l’affitto,
ma la mansarda dove abitano è piccola”, fino a che abbiamo trovato una persona che ci ha affittato, ora tutti
parlano bene, anche quando ci sono le riunioni di condominio con i vicini tutto bene
E’ stato un brutto momento, c’era tanta diffidenza, ma sopratutto era brutto il comportamento delle agenzie,
perché le persone possono anche essere diffidenti, ma le agenzie immobiliari non sono come le persone
fisiche […] ma per educazione e per il fatto che sei obbligato ad abbassare la testa, non significa che tu non
abbia dignità, la dignità ce l’hai e di più di quella persona che se ne approfitta e lo fa, guardandoti in faccia,
perché sa che tu non puoi tornare a casa, che hai figli, famiglia, hai il marito […] alla fine i datori di lavoro di
mio marito hanno dovuto fare una dichiarazione firmata che garantivano per me, che mio marito lavorava da
loro e che se succedeva qualcosa si pagava, questa dichiarazione ce l’ha tuttora l’agenzia e i padroni di casa,
solo che i rapporti con loro sono subito cambiati, tutto va liscio, è un rapporto più che amichevole ora,
adesso va tutto bene, purtroppo c’è questo muro e se riesci a scavalcarlo tutto va bene poi.
In affitto, ti dico subito che qui ad Alba, se non vai tramite qualcuno, è molto difficile trovare affitto. Sono
andata alla ricerca di un alloggio per la mia famiglia due anni fa, ma non sono riuscita a trovare nulla. Prima
tutti erano disponibili, ma quando dicevi che eri straniera, cambiavano idea. Non riuscivi a capire il
comportamento di queste persone.
La ricerca della casa passa ancora prevalentemente attraverso il libero mercato: ed
è un fatto che gli immigrati incontrano maggiori difficoltà rispetto ai cittadini italiani nel
reperimento di alloggi. Ciò avviene anche quando si trovano in una condizione lavorativa
che permette loro di pagare regolarmente un affitto e di offrire le garanzie richieste dai
proprietari. Sono molti gli immigrati che non ottengono un regolare contratto di affitto o
72
che pagano un canone superiore a quello previsto dal contratto, che non ottengono le
ricevute di pagamento e che non possono quindi provare di aver pagato il canone, che
pagano canoni superiori a quelli di mercato per case fatiscenti, che con estrema difficoltà
riescono a ottenere un mutuo per acquistare una casa.
Ad Alba non ho mai trovato perché non si fidano degli stranieri e in modo particolare dei marocchini, dicono
che non pagano e poi soprattutto costa caro, e non conviene prendere un monolocale per uno come me che
fa 170/180 ore di lavoro al mese e si trova in busta paga 900 euro non posso spendere 350 euro in un
monolocale… sempre che riesci a trovarlo. La maggior parte degli stranieri vivono in tre, così dividono
l’affitto e le spese, e così se fa 400 euro dividi in tre.
Questo alloggio lo abbiamo trovato tramite un amico che ha parlato con il padrone di casa e poi quando
questo mio amico ha liberato l’alloggio, il padrone ha alzato l’affitto del 10% e l’abbiamo preso. Ci ha chiesto
la caparra, più tre mesi da pagare e il quarto mese siamo andati a vivere lì.
Qua ad Alba agli stranieri affittano alloggi un po’ malandati, c’è umidità, i rubinetti e i lavandini sarebbero da
metter a posto, anche le finestre e le porte, adesso fa caldo e va bene, ma nell’inverno entra il freddo e ti
trovi l’umidità e ci troviamo in difficoltà.
Io spero di trovare qualcosa di diverso, ma se trovi qualche cosa di diverso c’è la cifra alta, qualche difficoltà
c’è sempre.
Si tratta di forme più o meno esplicite di discriminazione, contro le quali non si sono
ancora sviluppate misure di contrasto efficaci.
Esistono radici culturali, sociali ed economiche che stanno alla base di tali
comportamenti e che necessitano, oltre che di concrete risposte politiche, di interventi
culturali capaci di smascherare stereotipi e pregiudizi che minano quotidianamente i
processi di integrazione sociale.
I cittadini stranieri, ancor oggi, a parità di condizioni economiche, non godono delle
stesse opportunità di accesso alla proprietà di un immobile di cui gode la popolazione
italiana. Spesso, andando oltre le apparenti formalità, le garanzie che vengono chieste a
un immigrato per l’accensione di un mutuo sono maggiori rispetto a quelle richieste a un
cittadino autoctono. Vengono attentamente analizzati fattibilità e sostenibilità del progetto
per il quale l’immigrato chiede il prestito alla luce della difficoltà che molti istituti bancari
incontrano nel valutare la reale capacità di rimborso del prestito. Difficoltà dovuta a fattori
di diversa natura e che vanno dalla stabilità professionale alla precarietà collegata al
rinnovo del permesso di soggiorno ecc.
Ho fatto due calcoli e ho visto che tra affitto e spese varie sono arrivata a pagare circa 40.000€ perché sono
qui da sette anni, e quella cifra è già un terzo di una casa, un alloggio, anche solo due stanze, se io già lo
facevo quando sono arrivata, tra dieci anni magari sarebbe finito, inizio ora perché sette anni fa non davano
questo credito alle persone straniere, ma perché lo danno ora? Perché ora c’è la crisi, e non fatturano come
una volta e hanno detto, diamo la possibilità agli stranieri con il mutuo; ma il tasso per noi è diverso da
quello degli italiani, non voglio dire però che sia responsabilità delle società finanziarie, quando tu volevi
farlo, anche con due buste paghe non te lo davano ora non più. Loro non fanno un favore a noi, ma lo fanno
per i loro interessi, ci danno la possibilità di comprarci una casa, ma solo noi sappiamo come facciamo a
pagarla con tutte le buste paga che ci chiedono. Poi se tu incominci a dire che mandi dei soldi giù,
incominciano a dirti che non fai una cosa giusta, perché sono tutti soldi che guadagni qua, la politica è che i
73
soldi devono girare in Italia; però se tu hai la mamma malata che ha bisogno di medicine … la mentalità di
qua non capisce queste cose, tu non puoi dormire tranquilla, sapendo che i tuoi hanno bisogno di soldi o che
c’è un funerale e non riesci con le spese; cosa fai? dici: “bè, io spendo qua”? Siamo persone e abbiamo la
nostra dignità e se puoi aiutare, Dio ci ha fatto proprio per questo, dare una mano, lo fai
4
In definitiva, sul piano delle politiche, si conferma la necessità da un lato di
politiche «più sociali», che predispongano un'offerta molto economica e leghino più
efficacemente politiche abitative e politiche di lotta contro l'esclusione sociale; dall'altro la
necessità di una più attendibile articolazione dell'offerta sociale.
L'efficacia delle politiche dipende dalla capacità di rapportarsi ai percorsi: cosa la
casa «fa», come entra nel percorso di inclusione o esclusione, in quello specifico
momento; come si collega alle diverse strategie; in quali fasi del percorso evolutivo; come
interagisce con altri disagi, con altri handicap ecc.
I fattori che fanno inclusione/esclusione non sono dei «dati», bensì costituiscono dei
processi: l'attenzione deve quindi rivolgersi alle condizioni che determinano l'evoluzione
dei percorsi, le opportunità che l'immigrato incontra nel suo percorso e riesce a fare
interagire con i suoi progetti e le sue dotazioni: tra cui le politiche.
A tal proposito risulta interessante citare uno stralcio della valutazione espressa da
ANCI e UPI, in sede di Conferenza Unificata (11.11.2004), circa il
“Documento
programmatico relativo alla politica dell’immigrazione e degli stranieri nel
territorio dello stato per gli anni 2004-2006”; la citazione estrapolata e di seguito
riportata
fa
riferimento
a
una
delle
considerazioni
introduttive
alle
valutazioni
successivamente espresse e sottolinea la distanza che dal documento emerge tra
l’approccio auspicato alle politiche migratorie e la reale capacità gestionale della situazione
nel suo complesso:
[..] è ormai opinione ampiamente condivisa che l’immigrazione rappresenti ben più di un fenomeno di natura
esclusivamente economica e/o di ordine pubblico, e che lo stesso abbia assunto ormai carattere strutturale:
in questo contesto, assumono rilevanza primaria gli interventi volti a favorire l’integrazione sociale,
lavorativa, abitativa, ma anche i processi di partecipazione culturale e civica. In questo senso si è espresso
recentemente anche l’esecutivo, con l’autorevole voce del Ministro dell’Interno. Lo spazio, la qualità e la
concretezza degli strumenti che il documento mette in campo per sostenere e promuovere tali interventi non
appaiono spesso all’altezza delle sfide che il fenomeno pone al paese
La valutazione riportata nel medesimo documento in merito alle linee politiche
adottate per l’accesso all’abitazione sottolinea l’importante contraddizione tra le limitazioni
imposte dal Testo Unico sull’immigrazione e i necessari interventi in materia di politiche
sociali mirate a favorire percorsi di integrazione e di cittadinanza.
4
Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati - SECONDO RAPPORTO SULL'INTEGRAZIONE
DEGLI IMMIGRATI IN ITALIA
74
[...] Richiamando le considerazioni sopra esposte in materia di risorse, non appare opportuno prevedere
politiche differenziali per facilitare l’ingresso degli stranieri nel mercato degli alloggi, ma ripensarle in termini
universalistici, a favore della complessità delle fasce disagiate. In questa direzione si sottolinea nuovamente
il carattere fortemente discriminatorio del sesto comma dell’articolo 40 del Testo Unico sull’immigrazione,
come modificato dall’articolo 27 della legge 189 del 2002 che richiede al cittadino straniero, al fine
dell’accesso ad alloggi di edilizia residenziale pubblica, in un contesto di generalizzata riduzione della durata
dei permessi di soggiorno, il possesso di un permesso di soggiorno almeno biennale.
A conclusione di questo capitolo ci sembra importante evidenziare come rispetto al
diritto alla cittadinanza, spesso nei fatti negato, corrisponda l’incapacità sociale, politica e
legislativa di gestire in modo coerente e funzionale i processi di cambiamento messi in atto
dalle migrazioni e che, di fatto, coinvolgono l’intera popolazione. La sfida dell’integrazione
sociale dei migranti impone la necessità di rivisitare l’attuazione delle politiche pubbliche,
nei contenuti, nelle modalità e negli aspetti critici emersi in questi anni, nella
consapevolezza che qualsiasi intervento, innovativo o migliorativo delle specifiche
situazioni, a favore dei cittadini immigrati arreca beneficio alla situazione sociale dell’intera
popolazione.
75
CAPITOLO QUARTO
IL LAVORO E LA MOBILITA’ SOCIO-PROFESSIONALE
76
IL LAVORO E LA MOBILITA’ SOCIO-PROFESSIONALE
Alla luce delle considerazioni sviluppate nelle pagine precedenti, in questo capitolo
ci proponiamo di approfondire il tema della partecipazione economica dei cittadini migranti
attraverso il processo di inserimento nel mercato del lavoro italiano. L’ipotesi di partenza è
quella di esplorare gli obiettivi e le aspettative che gli immigrati coltivano nei confronti
della dimensione professionale alla luce del livello di formazione conseguito in patria o
nella società italiana e in riferimento al progetto migratorio, in cui, come già illustrato,
bisogni, prospettive e aspirazioni professionali assumono una posizione centrale.
L’analisi terrà inoltre conto delle contraddizioni riscontrate nell’attuale legislazione
sull’immigrazione in materia di lavoro, prendendo in considerazione, in modo particolare,
la relazione tra l’impatto che la sua applicazione ha sulla vita delle persone e sul
soddisfacimento della domanda/offerta del mercato del lavoro e i principi ispiratori che la
caratterizzano. Se da un lato si registra una domanda crescente di foza-lavoro,
concentrata in particolar modo in alcuni settori del mercato, dall’altro lato, a fronte di una
legislazione che riconosce anzitutto l’identità dell’immigrato in quanto “lavoratore”, la
gestione dei flussi di ingresso risulta eccessivamente rigida in rapporto alle richieste
provenienti dal mondo produttivo.
In tal senso il III Rapporto CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) –
anno 2004 evidenzia come:
“[…] la legge ostacola l’ingresso regolare di lavoratori stranieri attraverso una disciplina complessa e di
difficile applicazione poiché imperniata su limiti di reddito molto alti e su uno scarso collegamento tra
domanda e offerta di lavoro, specialmente per quanto riguarda le famiglie e le piccole realtà aziendali che
necessitano di una conoscenza previa delle persone da assumere. Dall’altro lato il sistema delle quote stenta
a decollare a causa di un approccio poco realistico al fenomeno. Basti pensare chje nel 2003, al dichiarato
fabbisogno delle imprese italiane di oltre 220 mila lavoratori si è risposto con un decreto flussi di complessivi
79.500 permessi per lavoro, di cui solo 29.500 per lavoro stabile. Appare chiaro, dunque, che la gestione dei
flussi attraverso frequenti provvedimenti di regolarizzazione unita ad un sistema d’ingresso molto rigido
risulta poco funzionale al mercato del lavoro e, soprattutto, non è in grado di garantire un soddisfacente
processo di inserimento sociale, dal momento che migliaia di lavoratori stranieri sono costretti a vivere e a
lavorare in una situazione di irregolarità o di semi-clandestinità.
Oltre ad insistere su un maggior realismo nella determinazione dei flussi e ad una revisione delle condizioni
per l’ingresso, è opportuno considerare la possibilità di prevedere un permesso semestrale per la ricerca di
un posto di lavoro, così come il Parlamento Europeo ha proposto alla Commissione, ed introdurre una norma
che consenta a determinate condizioni, che i permessi di soggiorno di breve durata (turismo) possano essere
convertiti in permessi di soggiorno per lavoro.”
77
Un altro importante elemento da considerare risulta essere il capitale umano che il
cittadino migrante porta con sé al momento del suo arrivo in Italia: il livello di istruzione
non solo condiziona la disponibilità ad accettare determinati tipi di collocazione
professionale e il livello di soddisfazione per le condizioni di integrazione economica e
sociale, ma rappresenta un patrimonio ancora scarsamente valorizzato a causa delle
notevoli difficoltà burocratiche previste dalla normativa per ottenere un riconoscimento del
titolo di studio conseguito in patria. Tutto ciò a scapito del migrante che si vede negare
l’opportunità di sperimentare le proprie e reali competenze professionali, ma anche a
svantaggio dello sviluppo dello stesso mondo produttivo locale.
Un ultimo aspetto riguarda il livello di partecipazione femminile al mercato del
lavoro che, come nel caso delle intervistate, potrebbe assumere nella vita delle singole
donne un significato positivo di emancipazione sociale rispetto alla precedente condizione
o, più negativamente, una necessità economica che prevarica la dimensione di vita
individuale e familiare.
1. Il capitale umano
Prima di addentrarci nell’aspetto più specificamente tecnico-professionale, è nostra
intenzione illustrare i percorsi scolastici e i relativi titoli di studio conseguiti nel proprio
paese di origine dai soggetti intervistati.
Di seguito proponiamo una tabella in cui si evidenziano i singoli percorsi formativi.
TITOLO DI STUDIO CONSEGUITO IN PATRIA
Scuola dell’obbligo
Qualifica Professionale
Diploma di Scuola Media Superiore
Laurea
VALORE ASSOLUTO
9
2
15
7
VALORE %
27,1
9,1
42,5
21,3
7 di coloro che hanno conseguito il diploma di Scuola Media Superiore hanno
frequentato i primi anni di Università, interrompendo gli studi prima di conseguire una
laurea, per ragioni economiche e/o in seguito alla scelta di emigrare dal proprio Paese.
3 sono riusciti a completare il percorso burocratico per ottenere il riconoscimento
della laurea, 2 per l’equipollenza del diploma di scuola media superiore.
Una parte degli intervistati ha dichiarato di aver intrapreso l’iter burocratico per
l’ottenimento dell’equipollenza del titolo di studio, ma di aver abbandonato tale obiettivo
per la complessità della normativa, per i tempi eccessivamente lunghi o, ancora, perché
obbligato, a causa delle differenti impostazioni didattiche, a sostenere ulteriori esami nel
sistema formativo italiano per giungere a una possibile equipollenza del titolo.
78
Sono laureata in economia e commercio […] ho preso un depliant, ma ho visto che dovrei andare a Torino
per dare ancora degli esami, però dovrei trasferirmi là anche con il lavoro. Non potrei solo studiare, non
avrei i soldi per poterlo fare
[…] e visto che sono laureata mi sono interessata molte volte per fare il riconoscimento della mia laurea. Mi
hanno detto che è molto difficile: solo per fare un’iscrizione mi hanno chiesto 140 €, che io non avevo… il
problema era anche che per tutti gli esami dovevo pagare. A me è sembrato strano, perché da noi, in
Albania, non si paga nulla, è tutto gratis. Poi sono andata a Torino, anche là mi hanno detto che non si
insegna la lingua greca: dovevo andare a Milano […] mi hanno detto che conviene di più iniziare un’altra
università, un’altra facoltà che fare il riconoscimento del tuo titolo di studio.
[…] dovrei fare ancora tre anni a Torino. Sì è normale, perché le leggi sono diverse, i conti degli esami.
Dovrei ricominciare da zero, devo lasciare il lavoro e non posso mantenermi.
Mi sono iscritta all’università di Torino, a Economia e Commercio, ed è stato abbastanza pesante, hanno
dovuto fare la dichiarazione e il valore del mio diploma di maturità, le pratiche le hanno fatte mia cugina con
mia mamma, praticamente si faceva già in un modo strano, adesso si fa via internet, si fa la prenotazione ed
è veloce, a quei tempi dovevi andare allo sportello ed aspettare, poi dovevi andare al Ministero
dell’Educazione, poi al Ministero degli Interni e poi al Consolato Italiano; quando arrivavi al Consolato
Italiano, già con un bel pacco di documenti, aspettavi quattro o cinque mesi, così mi è arrivato tutto in
ritardo. Mi sono iscritta sotto condizione, senza poter sostenere gli esami.
[…] La borsa di studio non ce l’avevo, perché non avendo i documenti, non ho avuto il diritto di chiederla. A
settembre vado di nuovo a fare tutto, certi giorni sono proprio a terra e non ne ho voglia.
[…] gli studi qui non sono riconosciuti, ti danno solo la possibilità di fare l’università, io al collocamento sono
iscritta con la terza media perché hanno detto che le superiori non sono riconosciute, sembra che siamo del
terzo mondo, non so il Marocco ha gli accordi, noi no. Pazienza, allora dappertutto dove vai ti chiedono, cosa
sai fare? Tu sai fare, tu sei capace a rispondere ad un telefono, magari sei capace ad usare il computer, ma
tu non hai niente, come puoi osarti chiedere un lavoro diverso, sul curriculum lo puoi scrivere, ma tu non hai
niente che lo dimostri, ci sono certi che ti accettano così, però non dappertutto. Fai sempre i soliti lavori, o
fai le pulizie o guardi le persone anziane, vai nelle pizzerie o nei ristoranti. O vai negli ospedali e inizi a
studiare da infermiera e ci sono già parecchie rumene, o vai da Expert, ma fai un mucchio di ore al mese,
arrivano a 300 ore, poverine, ma devono fare tutte le pulizie,questi sono i lavori, sono poche le persone che
riescono: o sono veramente molto capaci o hanno la fortuna di arrivarci
La questione dei crediti formativi e della formazione per gli adulti, purtroppo,
continua a rimanere un nodo problematico del sistema scolastico italiano. Se per un
cittadino italiano, motivato al rientro in formazione, risulta scoraggiante doversi scontrare
con le numerose difficoltà dovute al mancato accreditamento di competenze formative già
acquisite, alla distanza chilometrica in cui è situata la sede di formazione, alla conciliazione
dei tempi di lavoro con i tempi di studio; per un cittadino migrante a tutto ciò si aggiunge
la scarsa conoscenza del sistema scolastico italiano, l’imperfetta padronanza della lingua
italiana, il senso di precarietà della propria condizione socio-professionale, una rete
relazionale di sostegno mediamente di minore entità rispetto a un cittadino italiano.
Nonostante le difficoltà incontrate, tuttavia, una parte degli intervistati dichiara di
aver intrapreso percorsi formativi in Italia sia per l’opportunità di crescita personale e
professionale che la formazione offre sia per riqualificarsi all’interno del mercato del
lavoro.
79
Su 31 intervistati attualmente:
➮ 4 frequentano il corso di formazione professionale per ottenere la qualifica di
“Mediatore Interculturale”;
➮ 1 risulta iscritta all’Università;
➮ 1 frequenta, in orario serale, un corso quinquennale presso un Istituto Professionale
Statale;
➮ 1 frequenta un corso di formazione professionale nell’ambito dell’assistenza
sanitaria;
➮ 1 ha frequentato corsi tecnico-professionale in orario di lavoro;
➮ 1 intende iscriversi al corso di “Scienze infermieristiche”;
➮ 1 risulta interessato a frequentare corsi brevi di informatica e/o di lingua presso
agenzie professionali o presso il Centro Territoriale Permanente;
➮ 4 hanno conseguito nuovamente la patente in Italia.
5
Il livello di istruzione sembra avere tuttavia, soprattutto nei paesi di nuova immigrazione,
un impatto ambivalente: dato che il mercato del lavoro offre agli stranieri soprattutto
lavori poveri, mancano le opportunità di valorizzazione del capitale umano [M. Ambrosini,
2005]
5
Tratto da “Sociologia delle migrazioni” di Maurizio Ambrosini, Ed. Il Mulino, 2005
80
La tabella di seguito riportata evidenzia chiaramente la problematicità, in termini sia
di valorizzazione delle competenze acquisite sia del livello di soddisfazione professionale,
derivante dalla distanza tra titolo di studio conseguito e occupazione a basso profilo
professionale. La criticità di tale dato va letta, anche e soprattutto, in relazione al fatto che
i cittadini intervistati risultano regolarmente residenti in Italia ormai da diversi anni. Non si
tratta quindi di una semplice necessità di adattamento caratterizzante la prima fase del
progetto migratorio, quanto piuttosto di un possibile rischio di cristallizzazione di una
condizione professionale e di uno status sociale fortemente penalizzante le reali
potenzialità di sviluppo e di emancipazione socio-individuale.
Titolo di studio
Diploma
Diploma
Scuola dell’obbligo
Laurea
Diploma
Diploma
Laureata
Scuola dell’obbligo
Scuola dell’obbligo
Diploma (conseguito in Italia)
Diploma
Diploma
Diploma
Laurea
Diplomata
Laureata
Scuola dell’obbligo
Laurea
Diplomata
Scuola dell’obbligo
Laureata
Diplomata
Laureata
Qualifica professionale
Diplomata
Diplomato
Scuola dell’obbligo
Diplomato
Qualifica professionale
Diplomata
Scuola dell’obbligo
Scuola dell’obbligo
Scuola dell’obbligo
Occupazione attuale
Operaia
Pulizie
Aiuto cuoca
Operaia Impresa Pulizie
Operaio generico
Operaio generico
Cassiera al supermercato
Barista
Commessa in negozio alimentare
Lavapiatti
Operaia Impresa Pulizie
Metalmeccanico
Operaio vinicolo
Operaio generico
Pulizie
Operaia Impresa Pulizie
Casalinga
Magazziniere-Banconiere
Operaia Impresa Pulizie
Operaia Impresa Pulizie
Operaia
Disoccupata
Assistente Geriatrica
Lavapiatti
Titolare di un’impresa agricola
Operaio generico
Operaio generico
Assistenza anziano
Idraulico
Operaia in cooperativa multiservizi
Disoccupato
Cameriera
Pizzaiola
Contratto
Tempo determinato
Non in regola
Tempo indeterminato
Tempo indeterminato
Tempo determinato
Tempo determinato
NR
NR
NR
Tempo determinato
NR
Tempo indeterminato
Tempo indeterminato
NR
Non in regola
NR
NR
Tempo indeterminato
Tempo indeterminato
Tempo indeterminato
Tempo determinato
NR
Tempo determinato
Tempo indeterminato
NR
Tempo determinato
Tempo determinato
Tempo indeterminato
Tempo indeterminato
Tempo indeterminato
NR
Tempo indeterminato
Tempo determinato
Sesso
F
F
F
F
M
M
F
F
F
F
F
M
M
M
F
F
F
M
F
F
F
F
F
F
F
M
M
M
M
F
M
F
F
81
2. Il processo di inserimento al lavoro
L’inserimento
regolare
nel
mercato
del
lavoro
rappresenta
un’importante
componente del progetto migratorio e dello stesso processo di integrazione sociale. Come
accennato nel paragrafo precedente, la partecipazione degli immigrati al sistema
produttivo locale risulta piuttosto complessa e tutt’altro che lineare: la sottovalutazione dei
crediti formativi maturati nel proprio paese di origine unitamente all’impiego in occupazioni
a basso profilo professionale rischiano di spingere i cittadini migranti in una condizione di
“integrazione subalterna”. Dalle interviste di seguito riportate emerge come, per giungere
all’attuale situazione occupazionale, le singole persone abbiano avviato un processo di
mobilità professionale mirato a ottenere un cambiamento qualitativo rispetto alle varie
dimensioni di cui si compone l’ambiente “lavoro”: sicurezza, orari, regolarizzazione,
relazioni, mansioni, sviluppo professionale ecc.
Precarietà e capacità di adattamento risultano essere le due variabili che
accomunano tutte le esperienze degli intervistati.
Ho incominciato a lavorare nella cooperativa. Poi ho cambiato tanti lavori, adesso lavoro ancora in una
cooperativa, per sei mesi. A parte lavorare in fabbrica non ho più fatto nessun lavoro
Qui in Italia faccio di tutto in pratica, ho iniziato a fare la mediatrice, dovrei fare adesso il corso, e in più mi
trovo in giro il lavoro, stirare e fare i lavori, mi adeguo un po’ […] con il primo lavoro mi trovavo male,
andavo a fare le pulizie da una signora che aveva una ditta e anche grande e mi faceva lavorare anche lì.
Quando sono arrivata, io non mi aspettavo di andare a fare le pulizie e mi sono sentita stupida e male,
perché ho studiato mi sono impegnata, e poi dopo accetti le cose come vengono. Dopo ho lavorato in una
cooperativa e non era molto, molto bello ma si tirava avanti, poi ho trovato in un ufficio, facevamo interviste
telefoniche e lì mi sono trovata bene e mi piaceva, solo che facevano dei contratti di una settimana o di un
mese e non era una cosa seria, non potevo essere sicura.
Poi per una coincidenza , la scuola di Monticello mi ha chiamata due o tre volte perché aiutassi dei bambini
macedoni, dovevo spiegargli delle cose, non ci sono tante mediatrici macedoni, subito mi hanno chiamata
come volontariato, poi il Comune mi ha finanziato e quest’anno ho deciso di iscrivermi al corso per avere la
qualifica di mediatrice così provo, non si sa mai.
Il mio primo lavoro è stato in una cantina vinicola. Sono stato lì tre anni e poi ho deciso di cambiare padrone
perché avevo avuto delle discussioni per il contratto, vivevo in casa sua e chiedeva tante cose e ho deciso di
spostarmi e ora lavoro in un’altra cantina, a Treiso, e sono riuscito ad avere un contratto a tempo
indeterminato. Qui ad Alba, invece, avevo un contratto a tempo determinato, non mi andava bene, non
avevo diritto alle ferie pagate e tante altre cose e se vuoi lavorare tutta la vita, non puoi lavorare così. E
abbiamo parlato, ma lui non ha voluto capire, adesso ho trovato una brava persona. Era anche pesante
perché avevo anche problemi per tornare in Romania una volta all’anno perché almeno una volta all’anno hai
voglia di tornare a casa, ho ancora mia madre e i miei amici. Tre anni sono andato, ma non voleva capire
anche le mie esigenze.
Ho fatto di tutto: la badante, lavapiatti, in fabbrica, pulizie, commessa.
All’inizio ho lavorato un po’ di mesi con mia sorella. Poi in una cooperativa dove facevamo confezionamento
per la “Mondo”. Lavoravo, però non avevo la patente, non avevo la macchina. Dovevo fare quasi 10 Km in
bici. Sì, sì, il primo anno è stato veramente terribile. E poi adesso che ho passato tutto questo, ho preso
questo permesso, sto riprendendo la patente, i miei sono qua, se devo lasciare tutto… perché il mio
desiderio è stato sempre quello di ritornare, ritornare, ritornare. Ma adesso che sono qua, cerco di andare
avanti qua.
82
Non tutti gli intervistati tuttavia, pur adattandosi all’offerta del mercato del lavoro,
sono riusciti a collocarsi facilmente, contrariamente alle loro aspettative.
Mi avevano detto che era facile e allora io pensavo, lavoro un po’ e poi torno a casa, invece, sono stata tre,
quattro anni senza documenti, ogni tre mesi andavo in Colombia e poi tornavo. Andavo a cercare lavoro, ma
non riuscivo a trovare niente perché non avevo i documenti, ora che li ho, non trovo niente lo stesso perché
sono vecchia. Uno senza lavoro non ha niente, da qualsiasi parte vada, sei extracomunitario […] Adesso
pulisco una casa, guardo due bambini. Così, ma non sempre, lo faccio a ore. Ma sono iscritta qua, è quattro
anni che sono iscritta alle agenzie, all’ufficio di collocamento. Prima non avevo i documenti, adesso sono
vecchia.
Il lavoro non si trovava, non c’era, sono stato due, tre mesi da mio cugino, avevo voglia di tornare a casa.
Poi ho trovato, ho lavorato tre mesi in una trattoria senza un giorno di riposo, sono dimagrito di 15 kg, l’ho
trovato grazie ai miei cugini che conoscevano dei rumeni, hanno parlato a sinistra e a destra e hanno trovato
qualcosa anche per me. I padroni erano bravi, si sono comportati bene, ma volevano sempre di più. Ho
lavorato a Pasqua, sempre, poi per la nostra Pasqua volevo andare a Bergamo dove avevamo altri amici
rumeni, non abbiamo trovato un accordo e sono andato via. Adesso lavoro a Torino, viaggio e tutti i giorni
mi alzo alle cinque del mattino e torno a casa alle otto di sera.
Lavoro per una ditta che lavora per la Fiat, sono entrato come un manovale, adesso non sono un operaio,
ma lavoro come un operaio, faccio le stesse cose.
Nei percorsi di inserimento al lavoro degli intervistati emergono inoltre situazioni di
difficile collocazione in quanto, pur in presenza di contratti regolari, la flessibilizzazione
degli statuti contrattuali spesso rendono incerto il confine tra il lavoro regolare e il
cosiddetto lavoro grigio. Non è raro, così come peraltro si registrava già nel periodo
precedente l’impiego di manodopera immigrata, trovare forme di irregolarità in contesti di
lavoro regolarizzato o, ancora, forme di sfruttamento in situazioni precarie, poco visibili e
di fatto poco controllate.
In uno dei lavori che avevo trovato, mi hanno chiesto di fare 12 ore al giorno, dalle sei del pomeriggio alle 6
del mattino, per la legge non esiste un lavoro del genere! Non esistono le dodici ore segnate in busta paga,
si trattava di una azienda di Alba grande e conosciuta, a fine mese ho trovato che dalla busta paga
mancavano quasi 400 euro, avevo fatto tante ore, loro avevano bisogno delle 12 ore al giorno, era faticoso
fare dalle 6 del pomeriggio alle 6 del mattino.
Un aspetto importante da evidenziare, e che non si discosta dai dati registrati a
livello nazionale, risulta essere il settore di accesso predominante al mercato del lavoro
italiano, e locale, da parte delle donne migranti. La maggior parte di esse ha lavorato, nei
primi anni di permanenza in Italia, come collaboratrice domestica presso famiglie
piemontesi, evidenziando ancora una volta bisogni, domande e caratteristiche del
funzionamento del mercato del lavoro italiano. Molto spesso, come viene sottolineato dalle
intervistate, tale ambito occupazionale non risponde in maniera preponderante a un
fattore vocazionale delle lavoratrici immigrate, quanto piuttosto a una chance
occupazionale offerta dal sistema produttivo locale e al delinearsi di uno specifico bisogno
della società industriale; la minore disponibilità di tempo e la maggiore disponibilità di
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denaro unitamente alla sempre più diffusa difficoltà di conciliazione dei tempi di lavoro con
quelli di cura, induce alla necessità di ricercare figure professionali in grado di inserirsi
nella crisi determinata dal cambiamento dell’organizzazione e dei ruoli familiari.
La presenza di figure disponibili a rispondere a un bisogno diversamente destinato
al declino, sia per l’assenza di disponibilità di manodopera autoctona sia per la difficile
attuazione di politiche sociali adeguate, ha comportato non solo un incremento della
domanda, ma addirittura uno sviluppo del settore con un conseguente e progressivo
cambiamento delle stesse condizioni lavorative delle donne migranti impiegate nel settore.
Se nell’esperienza di molte di esse il lavoro domestico a tempo pieno ha
rappresentato, nella prima fase di permanenza, un trampolino di lancio per l’inserimento
nel mercato del lavoro, successivamente, per molte di esse, sembra rappresentare un
ostacolo all’integrazione e all’emancipazione sociale e culturale.
Ho trovato lavoro presso una famiglia che aveva bisogno di una ragazza per guardare una signora anziana
malata e fare qualche lavoro in casa. Sono stata fino a due anni fa poi sono stata da un’altra signora anziana
e abitavo da lei, poi ho deciso di cambiare lavoro perché non avevo tempo libero per fare quello che volevo,
ad esempio andare a scuola guida, la signora non era autosufficiente e non potevo allontanarmi. Adesso
lavoro a ore in casa, forse lavoro anche di più di prima, ma almeno quando finisce l’orario posso tornare a
casa mia e fare quello che voglio. Ho la mia libertà.
6
Un altro elemento concerne l’incipiente scollamento tra le esigenze della domanda,
interessata al reperimento di personale “fisso”, a tempo pieno, e l’evoluzione dell’offerta,
che persegue strategie, le uniche realisticamente praticabili, di “promozione orizzontale”,
cioè di passaggio a incarichi “a ore”, più rispettosi dell’autonomia personale ma anche più
soggetti al rischio di “affondamento nel sommerso” […] la stessa strategia di passaggio
dall’incarico di domestica fissa a quella di domestica a ore, porta a un incremento della
domanda di case e di servizi, soprattutto quando si accompagna alla nascita o all’arrivo dei
figli: l’effetto è che una presenza che fino a ora ha colmato le lacune delle agenzie di
riproduzione sociale si trova essa stessa a esprimere esigenze di tipo riproduttivo,
modificando profondamente, almeno in prospettiva, i termini della sua partecipazione al
nostro sistema economico-sociale.
Prima ho guardato delle persone anziane, mi sono trovata benissimo con queste famiglie, ci sentiamo
ancora. Ho guardato un signore ad Alba, poi sono stata da una famiglia a Racca. Poi è venuto su da Napoli
mio figlio, non è che questo lavoro non mi piacesse più, ma volevo stare anche un po’di più a casa, poi
incominciava ad essere un po’ pesante per la mia età lavorare 24 ore su 24 e avere solo un giorno libero e
allora mio figlio ha parlato con la ditta dove lavorava lui e mi hanno presa perché avevano bisogno. Faccio le
pulizie in biblioteca e al museo, prima facevo più ore, ma adesso che c’è il nipotino, lavoro meno, mi serve il
pomeriggio libero per poterlo guardare.
6
Tratto da “Leggere le migrazioni” di Laura Zanfrini, Ed. FrancoAngeli - 1998
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Il lavoro di cura, soprattutto quando viene svolto in maniera continuativa, con un
impegno orario prolungato quotidianamente, è fonte di stress emotivo e psicologico
importante. Prendersi cura di una persona anziana e malata, spesso non autosufficiente,
significa in qualche modo accompagnarla, nell’ultimo periodo della propria vita, verso il
momento della morte. Malattia, morte, vecchiaia sembrano essere tenute lontane e
nascoste dalla nostra società, e invisibile diventa il lavoro di molte donne immigrate che si
fanno carico di un momento così centrale per la vita di ogni essere umano. Ancora una
volta, il lavoro e la presenza dei cittadini migranti diventa specchio del disagio e di una
profonda crisi che caratterizza la nostra società.
Occuparsi di situazioni di sofferenza e di malattia non richiede semplicemente buon
senso e attitudine, necessita di preparazione e di formazione professionale sia nel rispetto
delle persone bisognose di cure sia nel rispetto di coloro che devono offrire prestazioni
professionali adeguate, ma che pure necessitano di strumenti e di condizioni lavorative
adeguatamente tutelate e tutelanti.
Ho trovato lavoro ad Aosta, ma ho dovuto abbandonare dopo un mese perché avevo solo il visto turistico, il
datore mi ha detto che mi faceva la richiesta di lavoro, ma dovevo tornare in Romania e aspettare, ma avevo
paura di non riuscire più a venire. Dopo ho trovato un lavoro a Torino presso una famiglia, ho lavorato lì due
anni. Poi ho conosciuto una famiglia nel Monferrato che mi ha aiutata molto e con cui siamo molto amici, ho
lavorato presso di loro e quando sono mancate le due persone che guardavo hanno continuato ad ospitarmi.
Mi hanno accolta come una di famiglia e mi hanno aiutata a trovare un altro lavoro. Quindi sono venuta ad
Alba grazie ad alcune raccomandazioni. La famiglia che mi aveva assunta come badante mi ha messa a
posto con i documenti nel 2002 con la legge Bossi- Fini. Poi questa signora è mancata, io sono andata in
Romania e quando sono tornata ho trovato un altro lavoro in una famiglia e quando è mancata anche quella
signora, ho detto basta perché ti affezioni e soffri come un membro della famiglia. Con il nuovo lavoro, non
mi affeziono più, faccio il mio lavoro e poi me ne torno a casa.
Attualmente lavoro in un’impresa di pulizie e ho il cantiere qui all’hotel S. Lorenzo.
Facevo la domestica, guardavo un anziano a Cortemilia, venivo solo la domenica ad Alba. Poi quel vecchio è
morto e ho trovato un altro lavoro in un hotel a Roddi per due mesi, nel frattempo lavoravo anche a
guardare un altro anziano qua ad Alba e poi sono rimasta per cinque anni da questi anziani, poi sono
mancati tutti e due e ho trovato il lavoro di adesso tramite un’agenzia interinale in una fabbrica.
Adesso lavoro in un ristorante, faccio la lavapiatti. All’inizio dopo otto giorni avevo già trovato lavoro come
badante e sono andata a vivere con il signore che guardavo.
Mi trovavo bene, ma all’inizio avevo problemi con la lingua, non sapevo preparare da mangiare come si fa
qua, là è tutto diverso. Quando la persona che assistevo è morta, ho smesso di fare la badante e ho iniziato
il lavoro che faccio ancora oggi
Nonostante l’investimento affettivo ed emotivo che il lavoro di cura richiede, e
nonostante le particolari condizioni lavorative in cui debbono operare le lavoratrici, la
remunerazione non sempre rende giustizia dello sforzo e dell’impegno richiesto.
Sono stata cinque anni da un signore e una signora, ma non erano marito e moglie, all’inizio l’ho trovata
dura perché la signora era molto anziana e molto ricca e lei era abituata ad avere delle persone di servizio, e
io quando sono entrata ho coperto tutti e quattro i posti, lavoravo dal lunedì al lunedì e mi pagavano 500
euro. Gli altri costavano molto di più. Poi la lingua non la conoscevo tanto, non ero abituata a dare del lei e
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poi potevo parlare solo con la signora che riferiva poi a lui e lui rispondeva, non ero molto brava a cucinare e
ho trovato mille difficoltà … poi ci siamo abituati, io tenevo a loro come se fossero i miei genitori, loro a me,
ma non so quanto.
La maggior parte delle donne impiegate nella collaborazione domestica e nel lavoro
di assistenza alla persona ha infine scelto percorsi professionali diversi. Le ragioni, come
illustrato nelle pagine precedenti, sono da ricercarsi in cause diverse: dallo stress emotivo
alla mancanza di libertà personale nelle situazioni di convivenza con la famiglia ospitante,
dal desiderio di emancipazione e di interazione sociale alla necessità di ricongiungimento
familiare, dall’insoddisfazione del trattamento economico all’aspirazione di mobilità
professionale.
Alcuni, tuttavia, hanno invece scelto la strada della riqualificazione, iscrivendosi a
corsi di formazione professionale per l’assistenza alle persone. Percorso, questo, che tende
a riconoscere un bisogno sociale, effettivo e reale e, nel contempo, restituisce visibilità,
tutela e dignità professionale agli operatori che desiderano svolgere tale attività.
All’inizio, come tutti, ho fatto la collaboratrice domestica, guardavo e facevo i lavori per una signora.
Non mi dispiaceva, non posso dirti che era il lavoro della mia vita, ma è un lavoro pulito e se lo fai bene, non
è una vergogna, è una vergogna quello che ruba … non avevo tante soddisfazioni ma non posso nemmeno
dire che stavo male.
Dopo un po’ ho cambiato e ne ho cambiati parecchi, perché ad Alba è abbastanza chiuso ai lavori, è difficile
arrivarci per una persona che non ha conoscenze, tanti altri non diranno cosa dico io, ho lavorato in pizzerie,
ristoranti, ho fatto le pulizie, ho trovato un lavoro d’ufficio da Giordano, praticamente facevamo la vendita
telefonica di vini, solo che io non sono una persona che si impone, e quando mi si dice no, io non insisto più
di tanto e il contratto non mi è stato più rinnovato, ho lavorato anche in fabbrica.
Adesso lavoro in una casa di riposo come infermiera, assistente geriatrica.
Sono stato in un posto di lavoro per tre anni assistevo un anziano, presso una famiglia, guardavo una
persona malata e in questa piccola via, in questo piccolo condominio mi volevano bene. Mi hanno accolto
molto bene e poi anche la mia famiglia. Adesso non lavoro più lì perché il signore è mancato, ho cominciato
a studiare poi mia moglie ha trovato un lavoro fisso e adesso anch’io ne ho trovato uno, pare che sia fisso,
devo lavorare di notte e studiare al mattino. Faccio sempre assistenza ad un anziano e sto studiando per
fare l’operatore socio sanitario. Mi sono diretto verso quella parte, sempre sull’aspetto sanitario, l’assistenza
ad una persona anziana e malata
In generale, sebbene la maggioranza degli intervistati, abbia dichiarato di non aver
incontrato particolari difficoltà nella ricerca di un lavoro, molti sottolineano la posizione
subalterna in cui i cittadini migranti culturalmente vengono rilegati.
Se una persona viene qua e accetta un lavoro umile, non deve inginocchiarsi davanti agli Italiani. Ho
incontrato una persona che si è comportata così con me, ma ho pazienza e ho cercato di farle capire che
anche se veniamo dalla Romania, non siamo appena scesi dall’albero e non arriviamo da un altro mondo.
Siamo comunque persone, esseri umani come tutti gli altri. Questo paese è un paese democratico, è di tutti,
e non c’è un padrone. Se sei Italiano, non devo comunque inginocchiarmi davanti a te e ringraziarti per
avermi accettato.
Ho dovuto fare i lavori più umili che potevano esistere, per poter…io la chiamerei sopravvivenza, non vita,
perché al giorno d’oggi, questa è una sopravvivenza. Ma forse, questo accade un po’ a tutti, anche agli
italiani, non solo agli stranieri.
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Sono andata in un’agenzia di lavoro. Mi hanno chiamata e gli ho chiesto se potevo lasciare il mio curriculum,
se potevo fare i colloqui di lavoro per un’agenzia di assicurazioni. Il signore mi ha detto “Guardi, lei parla
bene l’italiano, è di bella presenza, però lei è albanese”. L’umiliazione che ho provato in quel momento…gli
ho detto “La ringrazio, ma io sarò pure albanese, ma ho una personalità e sono in grado di svolgere un
lavoro anche se lei non me ne dà la possibilità. Grazie” e me ne sono andata. Ma mi sono sentita molto,
molto male. Dopo di che non sono riuscita assolutamente a trovare un altro lavoro […] ho poi proseguito
nella ristorazione perché altrimenti non trovavo nulla.
[…] E adesso sono comunque in cerca di qualcosa di meglio. Naturalmente perché si fanno gli scalini: perché
ovunque sono andata, negli uffici di collocamento o in queste agenzie di lavoro, ti dicono “Eh, sì, guardi,
avrei da fare le pulizie qua, le pulizie là”, perché ti vedono straniera. Allora, è vero che ho svolto gli studi in
Albania, ma non sono una persona che non sa spiccicare due parole. Io le ho detto “Signorina, guardi, io
quei lavori lì li ho sempre fatti e li sto facendo tuttora, ma se sto cercando qualcosa di nuovo, è perché
voglio crescere.”. Però questa possibilità non la danno, e io non capisco perché. Anche adesso che ho la
cittadinanza italiana. Ecco in questa cosa qui, si trova molta, molta difficoltà nella società italiana.
La tabella, precedentemente riportata, di comparazione tra il titolo di studio e
l’attuale occupazione, così come quella seguente, indicano, per cause diverse, la
devalorizzazione, attuata dal sistema del mercato del lavoro italiano, del capitale umano di
cui sono portatori i cittadini e le cittadine migranti. Le conseguenze, derivanti da una
simile situazione, non si ripercuotono negativamente soltanto sulla qualità della vita degli
immigrati, ma anche sullo stesso funzionamento del sistema economico nazionale che,
come confermato ormai dalle numerose ricerche a oggi compiute, esprime un fabbisogno
disatteso non solo di figure professionali generiche, ma anche di lavoratori specializzati e
formati.
Il fatto che la maggioranza dei cittadini migranti siano impiegati in mansioni
scarsamente qualificanti e il fatto che nell’ultimo decennio tale dato non sembra evolversi
significativamente, rimanda a un’immagine negativa dell’immigrato da parte della società
ospitante che, con un atteggiamento spesso miope e poco aperto, continua a considerarlo
più un “problema” che non una “risorsa”.
Ma se si analizza la configurazione del rapporto 7“tra risorse spese per gli immigrati
e partecipazione di questi ultimi al finanziamento dei nostri sistemi fiscali e previdenziali,
tutti i contributi apparsi su questo tema concordano nel decretare un bilancio in positivo
per la società di accoglienza […] ampiamente positivo (e ancora per molto tempo) è il
contributo degli immigrati regolarmente occupati alla spesa sociale, grazie alla struttura
per età della popolazione straniera e al diffuso orientamento al ritorno in patria, che il più
delle volte significa una rinuncia ai propri crediti con il sistema pensionistico.”
7
Tratto da “Leggere le migrazioni” di Laura Zanfrini, Ed. FrancoAngeli - 1998
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Occupazione in Patria
Studentessa
Studentessa
Metalmeccanico
Non precisato (occupazioni diverse e precarie)
Infermiera professionale
Studentessa
Studentessa
Lavaggio indumenti
Non precisato (occupazioni diverse e precarie)
Studentessa
Casalinga
Direttrice economica
Commesso
Non precisato
Studentessa
Studentessa
Cuoca e barista
Studentessa
Commessa e barista
Impiegato in ufficio
Edicolante
Disoccupato
Proprietaria di un esercizio commerciale
Non precisato
Responsabile di una catena di negozi e
proprietaria di uno di essi
Magazziniera
Insegnante Scuola Elementare
Guida Turistica
Magazziniera
Impiegata in agenzia di viaggi
Musicista
Autista
Disoccupato
Attuale Occupazione in Italia
Pulizie occasionali (non in regola)
Operaia in un’Impresa di Pulizie
Idraulico
Disoccupato
Operaia generica
Cameriera
Pizzaiola
Casalinga
Magazziniere-Banconiere
Pulizie occasionali (non in regola)
Aiuto cuoca
Pulizie a ore
Operaio generico
Operaio generico
Cassiera in un supermercato
Barista
Commessa in un negozio alimentare
Lavapiatti
Operaia in un’Impresa di Pulizie
Operaio generico
Operaio vinicolo
Operaio generico
Operaia generica
Operaia in un’impresa di pulizie
Operaia
Operaia in un’impresa di pulizie
Disoccupata
Assistente geriatrica
Lavapiatti
Titolare di un’impresa agricola
Operaio generico
Operaio generico
Assistenza anziano
Sesso
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F
F
F
F
F
M
M
M
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3. La ricerca del lavoro
La ricerca del lavoro avviene, nella maggior parte dei casi, attraverso canali
informali.
Sembrano poco utilizzati dagli intervistati gli uffici pubblici, quale il Centro per
l’Impiego, la cui consulenza risulta soltanto in due interviste. Lievemente più utilizzate le
Agenzie di Lavoro Interinale, il cui rapporto talvolta risulta positivo talvolta negativo a
causa della precarietà che caratterizza l’offerta di lavoro.
La ricerca dell’occupazione si basa prevalentemente sulla conoscenza e sul passaparola di
connazionali,
in
modo
particolare
di familiari,
o,
ancora,
attraverso
la
forma
dell’autocandidatura diretta.
L’intermediazione tra connazionali occupati e datori di lavoro si configura come la
forma di inserimento di maggior successo ed efficacia e, quindi, maggiormente diffusa. Di
fatto, anche per le caratteristiche del mercato del lavoro locale, sono numericamente pochi
(2) gli intervistati che hanno dichiarato di aver incontrato difficoltà nel reperimento di
un’occupazione.
Lavoro in un ristorante come aiuto cuoco da sei anni, appena arrivata, ho subito trovato lavoro lì. Mia sorella
che era già qui mi ha trovato questo lavoro e io sono venuta, per il lavoro non ho trovato nessun problema.
Tramite un’agenzia perché conoscevo le persone che ci lavorano e quindi ho chiesto loro un aiuto. Mi trovo
bene
Ho trovato questo lavoro perché mio fratello fa il magazziniere e porta anche la roba a loro. Lui aveva un
buon rapporto con le mie titolari e ha sentito che cercavano e io non avevo un lavoro e così sono andata.
Mi hanno aiutato altri, con il passaparola, il paese è piccolo e mia moglie ha trovato lavoro in un ristorante di
Treiso, che è del proprietario della cantina che ha sentito che io cercavo lavoro e mi ha preso.
Il primo lavoro mi ha aiutato mio fratello, poi tutto il resto ho fatto da sola. Sì, all’inizio sì, perché non avevo
le conoscenze giuste. Poi da un luogo esce l’altro, le conoscenze, così…e allora mi sono sempre arrangiata
da sola.
Ho messo l’annuncio sul giornale, anzi l’ha messo l’amica di mia mamma che già era qui da sette, otto anni,
una persona che aveva già tante conoscenze, una persona seria, affidabile, ma a quei tempi sette, otto anni
fa quando mettevi un annuncio, ti chiamavano per il lavoro non ti chiamavano per … come succede adesso e
ho provato per la mia amica, anche per altri tipi di lavoro, tu ti offri per un lavoro e loro ti rispondono anche
per altro
Ho letto il cartello dove c’era scritto che cercavano una persona e sono andata, ho provato tre giorni e sono
rimasta. Sono stata fortunata, perché ho trovato subito.
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4. Livello di soddisfazione
Per rilevare il livello di soddisfazione della propria condizione professionale, abbiamo
tentato di esplorare la dimensione relazionale dell’ambiente lavorativo, prendendo in
considerazione il rapporto con il datore di lavoro e con i colleghi; le eventuali difficoltà
incontrate e le aspirazione professionali dei singoli intervistati.
Un dato emerso ripetutamente da molte interviste è rappresentato dai vincoli che la
legislazione nazionale sull’immigrazione impone sia rispetto ai limiti contrattuali, sia
rispetto al timore di ricercare un’occupazione più soddisfacente laddove maturino
aspirazioni professionali diverse.
Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme
sulla condizione dello straniero
Decreto legislativo 25 Luglio 1998 n.286
Art. 5: Permesso di soggiorno
Art.5-bis: Contratto di soggiorno per lavoro
Art.: 9 Carta di soggiorno
➮ contratto di lavoro a tempo indeterminato: rinnovo del permesso di soggiorno per due anni
➮ contratto di lavoro a tempo determinato (durata di 1 anno): rinnovo del permesso di
soggiorno per un anno
➮ contratto di lavoro a tempo determinato (durata superiore a sei mesi): rinnovo del permesso
di soggiorno per un anno
➮ contratto di lavoro a tempo determinato (durata inferiore a sei mesi): rinnovo del permesso di
soggiorno per 6 mesi
Se al momento del rinnovo del permesso di soggiorno il cittadino immigrato si trova in stato di
disoccupazione (con iscrizione al Centro per l’Impiego) il permesso di soggiorno viene rilasciato
con una durata pari a 6 mesi con la seguente motivazione: attesa occupazione.
Se nel periodo sopra indicato ha lavorato anche solo per 1 mese gli viene rilasciato nuovamente
un permesso di soggiorno per attesa occupazione con una durata sempre di 6 mesi
Per quanto riguarda la carta di soggiorno il cittadino immigrato può richiederla se possiede,
all’atto della richiesta, un permesso di soggiorno che consente un numero non predefinito di
rinnovi (lavoro subordinato a tempo indeterminato, lavoro autonomo, famiglia, motivi religiosi se
l’attività pastorale è a tempo indeterminato
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In generale, la dimensione del lavoro viene vissuta positivamente dagli intervistati;
non emergono particolari problemi o difficoltà di comprensione e/o di relazione se non nel
primo periodo di inserimento. Per alcuni l’attuale condizione professionale risulta piuttosto
soddisfacente, per altri accettabile.
Mi trovo molto bene sia con il padrone sia con i colleghi, sono stati loro a mandarmi il foglio per farmi venire
su dal Marocco. All’inizio lo trovavo pesante perchè pativo il fatto di dover stare sempre in casa. Mi trovavo
bene sia con la signora sia con la famiglia però. Adesso non abito più con loro, faccio le pulizie in tre
famiglie: ormai conosco anche il loro tran tran.
[…] All’inizio non ero abituata a fare questo tipo di lavoro, è diverso fare le pulizie a casa tua o farle a casa
di altre persone, ma adesso mi sono abituata e non lo trovo così pesante. Poco per volta poi diventa anche
un po’ casa tua e ti abitui.
Ho fatto per due anni la baby-sitter a due bambini di Magliano e poi adesso faccio la barista, mi piace
tantissimo e mi trovo proprio bene. Mi rispettano, sono ben pagata, sono stati molto disponibili anche
quando dovevo fare dei documenti
Con i datori di lavoro abbiamo un ottimo rapporto, ho anche due colleghi, ho subito instaurato un buon
legame con chi è venuto a lavorare lì. Solo con una ho fatto fatica, non so, non le piacevo molto.
La presenza di colleghi di nazionalità straniera viene percepita in maniera differente.
Per alcuni intervistati rappresenta una sorta di sicurezza, evidenziando la
condivisione di una medesima condizione che accomuna e rende coeso il gruppo di lavoro.
Per altri il fatto di avere colleghi di nazionalità straniera rappresenta una difficoltà
per i meccanismi di competitività professionale che sembrano instaurarsi sul luogo di
lavoro nei confronti, in particolare, del titolare dell’azienda.
La presenza numerosa, in alcuni ambienti, di lavoratori immigrati evidenzia inoltre la
tendenza e il rischio, anche a livello locale, di etnicizzazione di determinati settori
professionali.
Non ho mai avuto dei problemi con gli altri, anche nell’ultima ditta mi sono sempre trovato bene, eravamo
30- 40 persone tra Rumeni, Filippini, Macedoni, Indiani, Senegalesi.
Non ho mai avuto dei problemi con i datori di lavoro, tutte le volte che ho smesso di andare a lavorare in un
posto sono rimasto in buoni rapporti.
Dove lavoro sto sempre con stranieri come me e il datore di lavoro rimane sempre il padrone, basta che fai il
tuo dovere ed è contento.
Mi trovo veramente bene, anche perché siamo quasi tutti stranieri. È un bel posto mi piace, si lavora bene, si
sta in armonia. 50% sono Italiani e poi gli altri sono Rumeni, Tunisini
Con i colleghi mi trovo bene, l’unica differenza è che io sono con i mussulmani, anch’io sono straniero, ma
loro hanno quella mentalità che puoi scherzare ma... io mi trovo benissimo con gli italiani, lo giuro, tutti i
miei amici sono italiani, ma loro, non sai quando si arrabbiano, non sai quanto puoi scherzare, non posso
dire che sono amici, ma ci troviamo bene, però quando uno ha una sua religione...
Non ho trovato assolutamente difficoltà, i rapporti sono sempre stati buoni. Solo con i colleghi, devo dire, tra
noi stranieri c’era quella rivalità, per dimostrare la bravura. Soprattutto con i marocchini. Io sempre sono
dell’idea che quando si lavora in un gruppo, bisogna collaborare tutti quanti per fare una cosa bene, non
perché devo farmi vedere che io sono la migliore o che tu sei il migliore. Non ho questo senso di rivalità o di
far vedere chi sono, perché alla fine svolgendo il lavoro hai poi anche i risultati. Sì con gli stranieri ho trovato
più difficoltà che con gli italiani. Con gli italiani ho lavorato sempre bene, invece con gli stranieri ho avuto
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questa difficoltà di rivalità. Specialmente i marocchini che hanno il senso di inferiorità e non vogliono sentirsi
ripresi. Allora c’è questa rivalità, ma… alla grande. Invece del resto, no…Con il titolare, ovvio, ci sono i
battibecchi del momento, perché al lavoro non va tutto alla perfezione, però non ho trovato grosse difficoltà.
A dir la verità non sempre mi sono trovata bene. Per di più con i colleghi, sia italiani che stranieri. Essendo
qua dove non ci sono solo italiani, ma anche stranieri, sai poi la convivenza con loro, anche nel lavoro, non è
facile.
Gli ambienti dove sono andata a lavorare io sono sempre stati con extracomunitari, con stranieri, così non
ero solo io che mi sentivo non accettata. Eravamo tutti nella stessa barca, per questo non so…almeno uno si
consola e dice "almeno non sono da solo, ci sono degli altri che si trovano con me, nella mia situazione, nello
stesso stato d'animo".
Alcuni individuano nel rispetto dei diritti fondamentali un’importante fonte di
soddisfazione dell’attuale occupazione professionale. La comparazione avviene sia rispetto
ad ambienti lavorativi locali, sia rispetto alla condizione lavorativa vissuta nel proprio paese
di origine.
I colleghi sono pochi: in tutto siamo tre. Sono bravi, ma è solo un mese che lavoro lì. All’inizio tutto sembra
bello, poi le cose negative pian piano vengono fuori. Ma mi piace lavorare in campagna, poi puoi anche
essere costretto a fare un lavoro, perché magari hai bisogno di soldi.
Con il datore di lavoro di adesso è tutto più normale: il contratto è rispettato, ho i miei giorni di ferie per
tornare a casa. Abito a Treiso, ma in un mio appartamento, mi piace lì perché conosco un po’ di persone,
invece Alba era grande, in campagna si sta meglio, ci sono più vantaggi. Il rapporto con lui è buono: ognuno
cerca di capire i problemi dell’altro e cerchiamo una soluzione che venga incontro ad entrambi, quando vado
a lavorare sono tranquillo, non sono preoccupato di cosa può capitare.
In Romania, anche se facevo quel lavoro da 18 anni, non ero trattata bene. Qui, invece, sono stata trattata
meglio, ho molti più diritti, c’è tanta accoglienza
Mi trovo bene, siamo pochi, ma non mi vedo diversa da loro, siamo come una famiglia.
Il lavoro che facevo in Romania mi piaceva nel senso che era quello per cui avevo studiato, ma non c’erano
tutele per i lavoratori, il sindacato manca, non puoi aprire la bocca per dire qualcosa perché potevano
licenziarti. Qui i lavoratori hanno più diritti, non c’è paragone.
Al principio quasi piangevo, da lavorare solo, autonomo, pensare tutto quello che vuoi fare, farlo come vuoi,
a ricevere un ordine, non capire chi deve fare, dove comincia, dove finisce, è troppo duro, e poi il capo che
urla e uno è grande, non è un ragazzo, deve incominciare a capire tutto, è difficile. È buono perché a me
serve tanto perché cambio pensiero, cambio l’animo e non solo sul lavoro, ma anche nel rapporto con la
gente.
Sul lavoro si tratta di lavorare quindi cooperare.
[…] il rapporto … è un rapporto punto, io penso che devo accontentarmi di questo. Ancora per questo devo
imparare abbastanza, ma va bene così. Io pensavo allo stipendio, io voglio una cosa, loro ne vogliono
un’altra e siamo arrivati ad un punto d’accordo, va bene, il lavoro è un lavoro, se lo vuoi fare come dici tu
devi avere la tua ditta, se no, devi fare quello che vogliono loro.
92
5. Le aspirazioni
Le aspirazioni professionali manifestate dagli intervistati vanno considerate alla luce
dei diversi fattori sinora emersi dalle loro testimonianze: un progetto migratorio orientato
alla stabilizzazione, la forte discrepanza tra il livello di competenze professionali di cui
dispongono e quelle riconosciute e messe in atto, la collocazione in determinati segmenti
del mercato del lavoro, la difficoltà a migliorare la propria condizione occupazionale e, nel
contempo, il legittimo desiderio, superate le criticità della prima fase di inserimento, di
crescita professionale e di mobilità sociale.
Sicuramente le notevoli difficoltà per il riconoscimento del titolo di studio, come già
evidenziato, penalizzano non solo i cittadini immigrati, spesso occupati in attività a
bassissimo contenuto professionale, sebbene possiedano conoscenze e capacità tali da
poter essere impiegati in attività maggiormente qualificate, ma determinano una perdita
anche per il sistema produttivo locale. Se il miglioramento della propria condizione
occupazionale risulta fortemente correlata al titolo di studio, le prospettive professionali,
per una parte degli intervistati, non risultano particolarmente positive.
Avrei voluto fare la grafica, ma il mio diploma in Italia non vale niente, avrei dovuto riprenderlo e allora avrei
dovuto studiare almeno due o tre anni e con i bimbi non potevo farcela.
[…] Lavoro per sopravvivere, ma non ho mai trovato quello per cui ho studiato, si lavora per sopravvivere …
Sicuramente fare quello per cui ho studiato, entrare in una scuola e insegnare musica, il pianoforte e poi
adesso sto facendo questa scuola serale e magari mi servirà nel mio futuro.
Mi piacerebbe molto scrivere, cucinare, è la mia passione. Mi piace moltissimo leggere e per questo mi
piacerebbe lavorare in una biblioteca, dove potrei aiutare i giovani ad avvicinarsi alla lettura, non amano
molto la lettura, però la cosa fondamentale a questo mondo è sapere, essere al corrente di tutto.
A tale difficoltà si aggiunge quella relativa al frequente rinnovo del permesso di
soggiorno che di fatto condiziona non solo il presente, ma anche la capacità e la
disponibilità di progettare cambiamenti futuri.
Mi piacerebbe fare un lavoro che avesse a che fare con la contabilità; in generale mi piace qualunque lavoro
che faccia ragionare, lavare per terra o spolverare non è che usi molto il cervello.
Per adesso non ho cercato altro. Aspetto prima di finire con questi permessi di soggiorno che devo rinnovare
ogni anno, sono arrivata nel 2002, devo ancora aspettare tre anni prima di poter chiedere la carta, e poi
cercherò qualcosa.
Potessi scegliere andrei avanti anche con il lavoro che faccio adesso. Anche se fa caldo, a me non dà
fastidio, poi non posso dire che è un lavoro sporco e che fa male alla salute.
Sono soddisfatto, e spero che in futuro andrà sempre così. Soprattutto spero di non dover cambiare lavoro
perché altrimenti anche con i documenti, quando cambi spesso posto di lavoro dalla Questura guardano
quanto hai lavorato da una persona. Non volevo andarmene da questi dove sono stato tre anni, ma sono
stato obbligato, e questo spostamento sarà segnalato, ma spero che non sarà un problema, dato che mi
sono subito trovato un posto di lavoro.
93
La formazione per alcuni si rivela un importante strumento di emancipazione e di
investimento progettuale rispetto alla propria mobilità socio-professionale:
[…] mi piacerebbe lavorare presso qualche centro sociale o in un luogo dove ho un contatto diretto con le
persone, perché avendo buone capacità relazionali, per me è molto importante. Credo di essere portata nella
comunicazione con le persone.
La professione del mediatore mi piacerebbe molto perché comunque aiuterei, non solo i miei compaesani,
ma persone di tutte le nazioni. È molto difficile, comunque, entrare nella mentalità di queste persone ed è
anche molto difficile comprenderli. Devi riuscire ad avere la capacità di orientarli su una strada giusta,
indicare dove potersi rivolgere. Ho detto “faccio questa scuola come mediatrice per arricchire il mio bagaglio
culturale, però è ovvio, se io trovo lavoro come mediatrice, perché no?”. Non sarebbe male, certo non lo
rifiuterei.
La mediazione la vedo una cosa molto importante, molto utile. A me è sempre piaciuto lavorare con i bimbi,
nella società. Alle superiori ho finito il liceo psico-pedagogico, poi volevo fare il professore. Per caso
cercavano venti persone in tutto il paese, ma niente da fare. Poi è stata la geologia ad interessarmi, ci sono
entrato dentro, ho visto tante belle cose, cose interessanti … un minerale, una pietra, una roccia come tutti
noi nasce, vive, matura, muore. Alla fine ho scelto la geologia. Poi mi piace lavorare con i bimbi, sono
soddisfatto, quando vedo che sono contenti loro, sono contento anch’io. Sono soddisfatto di quello che
faccio per adesso come mediatore. Poi avanti, se c’è possibilità lo faccio anche a tempo pieno.
Per una parte degli intervistati, invece, le aspirazioni di mobilità socio professionale
tendono a riversarsi nel desiderio di intraprendere un’attività autonoma.
“8L’aspirazione a mettersi in proprio resta un sogno di non pochi migranti, un modo
per controbilanciare le frustrazioni lavorative sperimentate tanto nel paese d’origine
quanto in quello d’immigrazione, per valorizzare le competenze professionali acquisite e i
rapporti intessuti tra le due rive del proprio tragitto migratorio, per mettere a miglior frutto
la propria capacità di lavoro e l’intraprendenza che caratterizza in particolare modo gli
immigrati pionieri.”
È interessante notare come, tra gli intervistati, il settore della ristorazione etnica sia
quello più ambito, non solo per rispondere al bisogno di consumo dei connazionali, ma
anche per offrire una più forte visibilità sociale positiva della propria cultura di origine e
ottenere così un maggior riconoscimento da parte della società locale autoctona.
[…] in alcune zone ci sono negozi che vendono i nostri prodotti, ma mi piacerebbe anche un pub con le
nostre tradizioni, però mi pare un po’ rischioso mettersi in mezzo alla tradizione piemontese potrebbe dare
fastidio. La penso così perché certe attività non sono riuscite ad entrare, come ad esempio il McDonald, però
si potrebbe provare perché anche da noi ci sono delle cose tradizionali che si possono fare.
8
Tratto da “Leggere le migrazioni” di Laura Zanfrini, Ed. FrancoAngeli - 1998
94
Le difficoltà burocratiche previste dalla normativa per l’avvio di un’attività
autonoma, se per alcuni rappresentano un elemento deterrente, per altri potrebbero
essere superate dalla strategia di stringere relazioni con italiani.
Sinceramente pensavo di aprire un negozio di alimentari con la nostra roba rumena, ce n’è uno a Torino,
uno a Bra, e tanta gente di Alba, perché ormai siamo in tanti, vanno a fare la spesa a Torino e allora mi
piacerebbe però ci sono problemi di approvazione, vai di qua, vai di là, la burocrazia è come da noi;
sinceramente adesso voglio passare da una mia amica italiana che lavora nella Cooperativa dei Lavoratori, e
volevo proporle di metterci in società, magari in due è un’altra cosa, se non posso andare io, vai tu, andrà
sicuramente bene, perché la gente ha ancora quella malinconia di assaggiare i prodotti di casa.
Tuttavia, dai dati estrapolati dal “Rapporto sull’economia provinciale – Anno 2004”
condotto dall’Ufficio Studi e Ricerche Camerale, le imprese gestite da cittadini provenienti
da Paesi situati al di fuori dell’Unione Europea in Provincia di Cuneo risultano in aumento
e, in particolare, la maggiore concentrazione di titolari di impresa di origine straniera
riguarda le attività delle costruzioni e il commercio. Questi due settori raccolgono insieme
quasi il 71% di tutte le attività gestite da migranti; percentuale in aumento rispetto al
2003, quando l’incidenza dei due settori era del 68,29%.
Sulla base dei dati rilevati, si desume che, nel 2004, le imprese individuali gestite da
immigrati di origine extracomunitaria sono risultate 1.517, con un’incidenza del 2,91% sul
totale delle imprese individuali attive della “Granda”.
Nel 2003 erano 1.239; si osserva perciò una variazione in aumento del 22,44%
contro una diminuzione dello 0,95% delle imprese individuali totali della provincia.
La presenza maschile è prevalsa su quella femminile, con un rapporto di 246 donne
titolari su 1.271 uomini titolari; nel 2003 erano 204 donne e 1.035 uomini.
Dall’analisi svolta si desume che la nazione di provenienza prevalente risulta essere
il Marocco con 481 titolari di impresa, segue l’Albania con 398 e, decisamente distanziate,
la Romania (79), la Cina (69) e la Svizzera (67).
Da solo il settore delle costruzioni, con 609 imprenditori, rappresenta poco più del
40% del totale imprenditoriale straniero; nel settore del commercio, 407 imprenditori
hanno scelto l’apertura di un’attività commerciale al dettaglio o di riparazione di beni
personali, 49 di un’attività di commercio all’ingrosso o di intermediazione e 9 di
commercio, manutenzione e riparazione autoveicoli e motocicli.
Per quanto riguarda le cariche sociali ricoperte da extracomunitari nell’ambito delle
imprese attive della provincia, la tipologia più ricorrente è stata quella di titolare con 1.517
persone, seguita da quella di amministratore con 444, dalla qualifica di socio con 198
persone e infine le altre cariche con 61 unità.
95
Significativa è stata la presenza di ditte individuali di extracomunitari anche nel
settore industriale manifatturiero (151) e nell’agricoltura, con 113 imprese; la percentuale
più ridotta si è riscontrata nel settore degli alberghi e ristoranti, con 45 imprenditori di
provenienza extra Unione Europea.
INCIDENZA SUL TOTALE DELLE IMPRESE INDIVIDUALI ATTIVE GESTITE DA EXTRA COMUNITARI
ANNO 2003
TOTALE
ANNO 2004
VARIAZIONE
%
2003/2004
Imprese
individuali
attive
1.239
1.517
+ 22,44
52.721
52.220
- 0,95
2,35
2,91
___
gestite da extracomunitari
Imprese
individuali
attive
complessive
Incidenza % sul totale
FONTE: SISTEMA STOCK VIEW
DI CUNEO
DISTRIBUZIONE
PER
– BANCA DATI INFOCAMERE – ELABORAZIONE UFFICIO STUDI E RICERCHE C.C.I.A.A.
SESSO
NELLE
IMPRESE
INDIVIDUALI
ATTIVE
GESTITE
DA
EXTRA
COMUNITARI
ANNO 2003
SESSO
Donne
Uomini
Totale provinciale
FONTE: SISTEMA STOCK VIEW
ANNO 2004
VALORI
ASSOLUTI
VALORI %
VALORI
ASSOLUTI
VALORI %
204
1.035
1.239
16,46
83,54
100,00
246
1.271
1.517
16,22
83,78
100,00
– BANCA DATI INFOCAMERE – ELABORAZIONE UFFICIO STUDI E RICERCHE C.C.I.A.A.
DI CUNEO
96
IMPRESE INDIVIDUALI ATTIVE GESTITE DA EXTRA COMUNITARI DISTINTE PER SETTORE
ECONOMICO
N.° IMPRESE INDIVIDUALI ATTIVE EXTRACOMUNITARIE
SETTORI ECONOMICI
Agricoltura
Industrie estrattive
Industrie manifatturiere
Industrie di prod.
Energia, gas e acqua
Costruzioni
Commercio ingrosso e
intermediari commercio
Commercio dettaglio e
riparazione beni
personali
Commercio,
manutenzione e
riparazione autoveicoli e
motocicli
Alberghi e ristoranti
Trasporti e
comunicazioni
Servizi
Imprese non classificate
TOTALE
FONTE: SISTEMA STOCK VIEW
DI CUNEO
2003
2004
%
2003/2004
110
133
-
113
151
-
2,73
13,53
-
7,45
9,95
-
475
43
609
49
28,21
13,95
40,14
3,23
319
407
27,59
26,83
9
9
0,00
0,59
42
34
45
54
7,14
58,82
2,97
3,56
73
1
1.239
77
3
1.517
5,48
200,00
22,44
5,08
0,20
100,00
VARIAZIONE
INCIDENZA %
2004 SUL TOTALE
– BANCA DATI INFOCAMERE – ELABORAZIONE UFFICIO STUDI E RICERCHE C.C.I.A.A.
Per quanto riguarda il dato locale, lo Sportello “Creazione di Impresa” promosso
dalla Provincia di Cuneo nel bacino territoriale di Alba-Bra dal mese di gennaio 2005 al
mese di marzo 2006 ha effettuato 30 consulenze sull’avvio di un’impresa; i soggetti
interessati risultano essere 20 uomini e 10 donne.
Di seguito si riportano i dati suddivisi per sesso e Paesi di provenienza.
97
PAESE PROVENIENZA
AFRICA
Costa d’Avorio
Marocco
Tunisia
UOMINI
DONNE
1
6
1
0
1
0
AMERICA LATINA
Argentina
Colombia
Cuba
Perù
0
1
0
1
1
0
1
2
ASIA
India
2
0
EUROPA
Macedonia
Romania
Russia
Serbia
1
6
0
1
0
4
1
0
Le imprese che, dal 2002 a oggi, sono state avviate grazie al supporto del Servizio di
“creazione di Impresa” provinciale risultano essere complessivamente 4:
➮ Impresa di Pulizie nel bacino territoriale di Mondovì, provenienza del titolare:
Congo;
➮ Bazar Commercio Prodotti Alimentari nel bacino territoriale di Mondovì, provenienza
del titolare: Marocco;
➮ Artigianato alimentare nel bacino territoriale di Saluzzo, provenienza del titolare:
Argentina;
➮ Attività di estetista nel bacino territoriale di Mondovì, provenienza del titolare:
Tunisia.
98
CAPITOLO QUINTO
POLITICHE LOCALI E SVILUPPO DELLA CITTADINANZA
99
POLITICHE LOCALI E SVILUPPO DELLA CITTADINANZA
Riprendendo i dati e i contenuti più significativi sviluppati nelle pagine precedenti, il
tentativo di quest’ultimo capitolo sarà quello di restituire, in chiave costruttiva, un quadro
dei nodi critici maggiormente rilevanti, evidenziati grazie all’apporto offerto dagli
intervistati.
L’obiettivo sarà quindi quello di formulare proposte progettuali nel tentativo di offrire un
contributo per una più proficua ottimizzazione delle politiche pubbliche locali orientate al
riconoscimento e allo sviluppo della cittadinanza degli immigrati.
Il presupposto sul quale intendiamo fondare le analisi che seguiranno discende dalla
convinzione che “Tutto ciò che le amministrazioni decidono di fare o di non fare nei
confronti degli immigrati (le politiche pubbliche, in buona sostanza) possono rappresentare
anche delle “buone occasioni” per intervenire, in senso ampio, sulla società locale” [Zanfrini
– 1998].
A tal fine i contenuti che si intendono sottolineare e che saranno sviluppati nei paragrafi
successivi sono riconducibili in modo specifico a 3 aree di interesse:
1. le modalità di progettazione e di gestione della rete territoriale nell’ambito delle
politiche sociali in un’ottica di coordinamento istituzionale;
2. le modalità di gestione del sistema informativo e di implementazione della
dimensione interculturale nella società civile;
3. le modalità di progettazione, di gestione e di presidio delle politiche abitative e
delle politiche del lavoro locali.
100
1.
Le modalità di progettazione e di gestione della rete territoriale
nell’ambito delle politiche sociali in un’ottica di coordinamento istituzionale e
informale.
A livello locale, nell’ultimo decennio si è assistito a un progressivo rafforzamento
delle prassi collaborative tra le varie organizzazioni del pubblico e del privato sociale
operanti sul territorio. Sin dai primi anni ’90 sono stati creati servizi e strutture specifiche
per gli immigrati sulla base di forti impulsi da parte di amministratori e di cittadini sensibili
e motivati, operanti nell’ambito del terzo settore.
Nel corso degli anni, a fronte della crescita demografica locale di cittadini immigrati,
tanto i servizi del pubblico e del privato sociale quanto le organizzazioni del mondo del
volontariato hanno
avviato
processi
di
cambiamento
e
di ri-definizione
interna
funzionalmente alla maggiore consistenza del fenomeno migratorio locale.
Nella città di Alba è presente dal 1993 il Servizio Stranieri comunale, importante
punto di riferimento per i cittadini stranieri residenti nel bacino territoriale del Consorzio
Socio Assistenziale Alba-Langhe e Roero. Tale Servizio, sin dalla sua istituzione, ha
espletato una sostanziale funzione di filtro rispetto ai bisogni dei cittadini migranti,
ottimizzando la capacità progettuale delle politiche sociali locali. Attraverso la realizzazione
di iniziative mirate all’informazione, alla sensibilizzazione culturale e alla promozione del
diritto alla cittadinanza dei migranti, il Servizio Stranieri ha introdotto la figura del
mediatore culturale nei servizi alla persona e nel sistema scolastico locale, attivando,
inoltre, un importante lavoro di rete territoriale con i diversi soggetti coinvolti nel settore.
Per quanto riguarda l’espletamento delle pratiche burocratiche inerenti il rinnovo e
l’aggiornamento dei permessi di soggiorno, il ricongiungimento familiare e il rilascio di
carte di soggiorno, oltre al Servizio Stranieri comunale, risulta significativa l’attività svolta
dai Sindacati dei lavoratori, attivi, peraltro, nel servizio di informazione e di tutela del
diritto al lavoro.
Ulteriori servizi specialistici a favore dei cittadini immigrati vengono offerti dalla fitta
rete dell’associazionismo locale:
-
la Caritas Diocesana per quanto riguarda l’importante istituzione del Centro di Prima
Accoglienza, gestito in collaborazione con i servizi sociali, e la distribuzione gratuita
di abiti usati;
-
il Centro Volontari Assistenza per quanto riguarda la distribuzione gratuita del pane
e l’assistenza infermieristica;
101
-
l’Associazione Migrantes per quanto riguarda il punto di ascolto e di informazione,
l’assistenza
per
l’espletamento
delle
pratiche
burocratiche,
l’assistenza
farmaceutica, il sostegno nella ricerca del lavoro e della casa, l’organizzazione di
corsi di alfabetizzazione e di incontri culturali;
-
la casa di accoglienza della Parrocchia di Cristo Re per quanto riguarda l’accoglienza
di persone in condizioni di temporanea difficoltà, il sostegno nella ricerca del lavoro
e della casa in collaborazione con i servizi socio-assistenziali o le parrocchie e le
associazioni di volontariato cittadine.
Vi è poi un vasto numero di realtà appartenenti al mondo del volontariato sociale
attive nell’opera di sensibilizzazione alle problematiche relative al rapporto Nord-Sud del
mondo che svolge un importante ruolo di promozione culturale nei confronti della
cittadinanza rispetto alla realtà migratoria.
Altri servizi pubblici, impegnati nell’ambito dell’inclusione sociale, operano a favore
degli immigrati secondo una modalità di estensione delle attività a tutela dei diritti civili
della popolazione nel suo complesso (per esempio, l’attività del Tavolo Istituzionale, che
coordina organizzazioni del settore pubblico e del volontariato nell’ambito di iniziative volte
a favorire e tutelare le donne, si estende alle donne immigrate).
Un altro modello di intervento è costituito dai servizi che si rivolgono alle fasce
deboli della popolazione, per i quali la bassa soglia di ingresso prevede la presenza di
cittadini immigrati in situazione di bisogno senza una necessaria scelta preventivamente
pianificata. All’interno di servizi simili, quali il Consorzio Socio-Assistenziale piuttosto che il
Consultorio o ancora il Centro per l’Impiego, la predisposizione di interventi specifici nasce
nel corso degli anni attraverso una progettazione mirata e attenta a determinate tipologie
di utenza e attraverso il ricorso a personale specializzato esterno (quale, per esempio, il
mediatore culturale).
Un modello pressoché simile è possibile ritrovarlo nel sistema scolastico locale.
Oltre a prevedere interventi di sensibilizzazione culturale, realizzati anche attraverso
un più efficace utilizzo della figura del mediatore, si registra un impegno volto
all’organizzazione di corsi di alfabetizzazione, di interventi finalizzati a favorire la
comunicazione tra istituzione scolastica e istituzione familiare, di percorsi formalizzati per
garantire l’accoglienza del minore nella fase di primo inserimento, sia nell’ambito di una
specifica struttura scolastica (per esempio nella scuola dell’infanzia) sia nel raccordo tra
istituzioni diverse (per esempio Centro Territoriale Permanente – Scuola Media Superiore –
Formazione Professionale – Scuola Media Inferiore). La formalizzazione di tale fase
102
consente un intervento di metodologia di lavoro integrato e di messa a punto di un
sistema di buone pratiche con relativa valutazione dell’efficacia dell’intervento.
I livelli e le forme di coordinamento tra le numerose strutture che operano
nell’ambito dell’immigrazione sono diversi: dal Consiglio Territoriale per l’Immigrazione,
istituito a livello provinciale dalla Prefettura, ai Piani di Zona istituiti a livello locale dal
Consorzio Socio-Assistenziale; dal Coordinamento tra il Servizio Stranieri e le scuole
dell’obbligo istituito dal Comune di Alba a quello istituito dal Centro Territoriale
Permanente con il Servizio Stranieri, le Scuole Medie Inferiori e Superiori, la Formazione
Professionale e il Centro per l’Impiego.
Esistono inoltre forme di coordinamento dalle caratteristiche più informali e
occasionali intorno a tematiche specifiche (per esempio la casa) piuttosto che relative
all’organizzazione di eventi e manifestazioni pubbliche (per esempio appuntamenti culturali
e/o interculturali locali). Va infine segnalata la recente nascita della Consulta del
Volontariato comunale che ha visto, al suo interno, la costituzione di un gruppo di lavoro
sulla dimensione interculturale della vita cittadina.
A fronte di una vivacità territoriale che coinvolge le istituzioni e la cittadinanza nelle
sue forme organizzate, da più parti viene evidenziata la mancanza di un coordinamento
forte in grado di supportare e di monitorare il processo di crescita sociale nell’ottica di un
lavoro di rete effettivo e fattivo sulla realtà migratoria locale.
Assumendo come dato di partenza la valorizzazione dell’esistente nella molteplicità
delle forme di intervento in atto, la connessione tra servizi in una prospettiva di rete non
può limitarsi all’intervento diretto, ma necessita di un quadro progettuale organico
orientato alla creazione intenzionale di meccanismi di integrazione da predisporre sul piano
organizzativo, dove va coltivato un allenamento permanente alla relazione collaborativa
con professioni e servizi diversi.
In tal senso sarebbe auspicabile avviare concretamente:
-
percorsi di confronto, di formazione e di scambio diretto rispetto all’immagine
culturale che ciascuna organizzazione possiede della realtà migratoria locale e della
relativa rete presente sul territorio;
-
percorsi mirati a un approfondimento delle politiche che caratterizzano gli interventi
istituzionali e del volontariato sociale a favore dell’immigrazione;
-
percorsi di ricerca di linee operative condivise in merito al fronteggiamento di
problematiche importanti, quali, per esempio, la questione abitativa.
103
Il rischio, a oggi, è quello di assistere a una carenza di intrecci e di raccordi praticati tra
i servizi con una conseguente e inevitabile dispersione di energie e di risorse umane,
strutturali ed economiche. Lasciando vuoti spazi di intervento importanti o, peggio,
affidando al volontariato la responsabilità gestionale di ambiti che necessitano quanto
meno di supporti istituzionali.
La scommessa è ancora quella di creare sinergie significative tra il pubblico e il privato,
includendo e valorizzando le forme di volontariato presenti sul territorio, nella
consapevolezza che quanto più è condivisa l’intenzionalità di reticolare tanto più efficace
risulta l’intervento.
Nell’attuazione delle politiche sociali, a livello locale come a livello macro, i soggetti
destinatari degli interventi sono spesso attori passivi. La concertazione di spazi di ascolto
attivo dei bisogni e di stimolo alla partecipazione nella progettazione delle politiche sociali,
a oggi, è scarsa. Nella logica che governa l’attuale welfare locale purtroppo risulta ancora
fortemente predominante il “fare per” gli immigrati” piuttosto che la ricerca del “fare con”
gli immigrati.
Se da un lato l’assenza di forme di associazionismo dei cittadini immigrati a livello
locale rende problematico il dialogo a livello istituzionale con questa specifica fascia di
popolazione, dall’altro riteniamo importante interrogarci e interrogare gli stessi cittadini
immigrati circa le ragioni di tale assenza.
Pur dovendoci confrontare quotidianamente con la presenza di cittadini di origine
straniera, tuttavia la maggior parte delle informazioni che ciascuno di noi possiede
sull’immigrazione deriva dai mass-media o da un passa parola informale tra italiani.
Non emerge inoltre l’esigenza di richiedere un parere agli stessi immigrati su
questioni e avvenimenti locali; quando si pensa a un possibile coinvolgimento istituzionale,
si pensa in genere alla costituzione di una Consulta Comunale. Se si tenta però di ribaltare
il punto di vista, si può ipotizzare non tanto una Consulta sull’immigrazione, che rischia di
essere poco rappresentativa della realtà locale, quanto spazi istituzionalmente riconosciuti
e partecipati da cittadini immigrati e da cittadini italiani comunemente impegnati
nell’esercizio del proprio diritto alla cittadinanza. Un gruppo di tale composizione non solo
apporterebbe un significativo contributo interculturale nella costruzione delle politiche
cittadine, ma sicuramente produrrebbe un approccio emancipante alle varie problematiche
locali.
104
Pur nel rispetto delle specifiche identità culturali, si rende allora necessario superare
le logiche settoriali che spesso guidano le politiche per l’integrazione, penalizzando e,
spesso, dimenticando, l’esercizio della cittadinanza in quanto diritto e in quanto dovere.
2. Le modalità di gestione del sistema informativo e di implementazione
della dimensione interculturale nella società civile.
2.1 Accesso ai servizi
Nei capitoli precedenti abbiamo sottolineato come l’accesso agli uffici pubblici e ai
servizi, sia per il rilascio di documenti sia per ottenere prestazioni di varia natura,
rappresenti una necessità quotidiana per tutti i cittadini, migranti e italiani.
Spesso, tuttavia, nella pratica quotidiana, la possibilità di accedere e di fruire di
determinati servizi si fonda prima ancora che su un diritto riconosciuto, sulla bontà e sulla
disponibilità dell’operatore del servizio.
L’informazione rappresenta una delle maggiori difficoltà a cui i cittadini devono far
fronte nell’interazione con i servizi; tale difficoltà si manifesta sia nella mancata disponibilità
dell’informazione stessa sia nella scarsa fruibilità della forma in cui è disponibile.
Considerando che la maggior parte dei cittadini dipende ancora dall’interazione
diretta tra operatori e utenti per acquisire le informazioni di cui necessita nel rapporto con
le istituzioni, si ritiene importante rivisitare le modalità gestionali dell’informazione
organizzata dai vari servizi.
In modo particolare, per quanto riguarda la situazione dei cittadini migranti, a livello
locale risulta praticamente assente la traduzione linguistica dei documenti informativi delle
istituzioni. Se è vero che la produzione della carta dei servizi territoriali ha in qualche modo
raggiunto buona parte della cittadinanza, è pur vero che a tutto ciò non corrisponde
un’attenzione mirata all’acquisizione e alla fruizione di tali informazioni a beneficio dei
cittadini immigrati qui residenti.
Tale mancanza di attenzione è possibile rilevarla in tutti gli uffici pubblici a oggi
sprovvisti di avvisi e di comunicazioni adeguatamente tradotti nelle lingue dei maggiori
gruppi etnici presenti in zona.
Ma, oltre alla mancata traduzione linguistica delle informazioni veicolate mediante i
siti web, la pubblicazione di opuscoli, le guide, va sottolineato uno scarso investimento
nell’utilizzo delle varie figure che facilitano la comunicazione e la comprensione tra
operatori e utenti. L’interesse mostrato negli ultimi anni per i corsi di formazione per
105
mediatori interculturali non è stato accompagnato da altrettanto impegno nel loro utilizzo in
modo sistematico e con compensi adeguati al livello di prestazioni e di responsabilità
richiesti.
A oggi, buona parte delle istituzioni locali, considerate le risorse disponibili, possono
ricorrere alla figura del mediatore interculturale soltanto a fronte di finanziamenti pubblici
ad hoc, con il rischio di non garantire continuità a importanti percorsi di integrazione
sociale intrapresi con successo, non solo a favore degli adulti migranti e autoctoni, ma
soprattutto nei confronti dei minori di seconda generazione il cui inserimento sociale
necessita di interventi unitari e continuativi, non certo frammentari e/o discontinui.
In alcuni importanti servizi, quali quelli sanitari, tale figura risulta praticamente
assente, poco conosciuta e riconosciuta.
Eppure ciò che emerge dalle interviste è una chiara indicazione della necessità di
qualificare la capacità di risposta da parte degli operatori dei servizi alla persona nei
confronti dei cittadini migranti, senza tuttavia trascurare le non rare e medesime difficoltà
che pure molti cittadini italiani incontrano nell’accesso e nella fruizione degli stessi servizi.
Un retroterra culturale differente da quello della maggioranza degli operatori dei
servizi,
unitamente
alle difficoltà
linguistiche,
rappresentano
spesso
ostacoli
nel
reperimento e nella fruizione dell’informazione, ma pure, ed è ancor più grave, nel
godimento della prestazione stessa.
La formazione e l’aggiornamento rappresentano strumenti importanti per sostenere
l’adeguamento della professionalità degli operatori alla necessità di sviluppare un approccio
interculturale nell’analisi dei bisogni complessivi della popolazione immigrata e nella
capacità di stabilire relazioni rispettose di altri modelli culturali, acquisendo strategie
specifiche per garantire la parità di opportunità e di trattamento.
Tale esigenza non rappresenta semplicemente una risposta al disorientamento del
cittadino immigrato nel rapporto con le istituzioni, ma risulta uno dei modi più efficaci per
prendere in carico il disagio che le nuove situazioni generano in molti operatori.
A ciò va aggiunto che le modalità di funzionamento a settori non comunicanti di
molte pubbliche istituzioni, con uno scarso coordinamento tra uffici che erogano servizi e
prestazioni collegate, rischia di penalizzare i cittadini e, in modo particolare, quelli di origine
straniera, sia nella comprensione dei servizi sia nella loro possibile fruizione. Questo tipo di
difficoltà è tale da annullare a volte gli effetti positivi di alcune innovazioni nelle istituzioni.
Riteniamo pertanto che lo strumento della formazione possa rappresentare una
strategia utile ed efficace non solo per accrescere la qualità delle prestazioni erogate e del
106
sistema informativo a esse connesso, ma per investire, attraverso il potenziamento del
capitale umano, in un processo di crescita sociale a beneficio della popolazione nel suo
complesso.
Una formazione quindi in grado di rispondere alle esigenze specifiche degli operatori
dei vari servizi e capace di trasmettere competenze anche a coloro che in futuro
lavoreranno in sedi istituzionali.
2.2
La mediazione interculturale e il territorio come luogo di mediazione e di
promozione della cultura
La mediazione interculturale non è da intendersi semplicemente nel suo significato di
traduzione linguistica, quanto piuttosto nella sua capacità di farsi carico e di “favorire una
sorta di transizione culturale che impegna italiani ed immigrati, e che consente di
inquadrare le nuove specificità culturali, favorendo percorsi di reciproco scambio e
promuovendo, sia tra gli italiani che tra gli immigrati, interventi di sensibilizzazione ed
educazione alle prospettive interculturali.”9 La mediazione è, quindi, anzitutto l’attivazione
di un canale di comunicazione, ma fondamentalmente vuole essere una “strategia di
lavoro”10: cioè, più che una soluzione diretta di un problema dovrebbe divenire, in tutti i
campi, una logica di intervento che ispiri le modalità dell’agire, con il fine di superare gli
ostacoli nella comunicazione, intesa in senso ampio, sia per creare autonomia nell’accesso
ai servizi da parte degli utenti stranieri, sia, nel contempo, anche per rendere autonomi i
servizi nel lavoro con gli immigrati.
Tale duplice prospettiva comporta non solo il ricorso a mediatori culturali, ma anche
la formazione in senso interculturale di tutti quegli operatori che per svariati motivi si
trovano a contatto con l’utenza immigrata.
“Il problema di farsi capire non è solo degli immigrati, ma anche degli operatori
italiani: la mancata comprensione linguistica e culturale rende inefficace qualsiasi
intervento da parte dei servizi e, soprattutto, rende impossibile l’attivazione della famiglia
immigrata nella ricerca di soluzioni ai problemi.”11
Questa strategia di lavoro mira ad aumentare la capacità di integrazione della
comunità stessa, rendendo possibile un graduale superamento dell’autoreferenzialità che
caratterizza tutti i gruppi strutturati. Laddove il mediatore interculturale opera e agisce,
spesso risponde a un’esigenza di interpretazione culturale funzionalmente ai bisogni e alle
9
AA.VV., Durata del soggiorno e mediazione culturale, in “Dossier Caritas Immigrazione 2002”, pag. 153.
Cfr. DI BELLA S.,CACCIAVILLANI F., La mediazione interculturale: dall’attività ai processi, in “Animazione
Sociale”, 2002, n.3, pagg. 35-44.
11
Cfr. nota 8.
10
107
caratteristiche del servizio in cui è collocato. La centralità dell’intervento non risulta quindi
basata sulla costruzione di un processo di dialettica sociale, intenzionalmente mirata a
comprendere i mutamenti interculturali e a ricercare risposte adeguate all’efficacia della
prestazione offerta, ma piuttosto a trasmettere in senso unilaterale la tipologia delle
risposte istituzionali possibili. Delegare alla figura del mediatore interculturale la
responsabilità dell’accesso ai servizi dei cittadini migranti non risponde al riconoscimento
della funzione di mediazione, né produce cambiamenti nell’approccio alla relazione con la
cittadinanza tipico delle specifiche organizzazioni.
Con ciò si intende evidenziare l’importanza di conoscere, da parte delle istituzioni
locali, la realtà di provenienza della popolazione immigrata, i codici culturali di riferimento,
le reti di relazioni informali e parentali che si sono ricostruite sul territorio e che potrebbero
rappresentare un importante mezzo di mediazione nel rapporto con le istituzioni.
Conoscere e riconoscere la vita del cittadino immigrato comporta un cambiamento
nella lettura dei bisogni reali e nella capacità di offrire risposte al territorio culturalmente
emancipanti rispetto ai processi di integrazione. In quest’ottica, la funzione attribuita al
mediatore interculturale non è di delega, ma di facilitatore nello sviluppo e nel
riconoscimento del diritto alla cittadinanza.
Alla luce di tali considerazioni, come già evidenziato precedentemente, sarebbe
pertanto utile, oltre che necessario, investire adeguatamente nella figura del mediatore
interculturale e nel suo pieno utilizzo all’interno dei servizi alla persona e delle istituzioni in
generale; ma altrettanto utile risulterebbe fornire ai diversi operatori un’adeguata
formazione mirata alla comprensione dei significati e delle evoluzioni positive che la pratica
della mediazione interculturale, in quanto elemento trasversale delle singole professionalità,
apporterebbe all’interno delle istituzioni stesse.
Pensando alla mediazione interculturale come pratica e responsabilità diffusa a livelli
e in luoghi differenti, il territorio assume un ruolo centrale in quanto luogo di promozione
della cultura e dell’incontro a beneficio della popolazione nel suo complesso. Favorire e
destinare luoghi informali allo scambio, alla preghiera, alla socialità significa mediare
politicamente sull’accezione negativa che spesso caratterizza la percezione che gli autoctoni
hanno dell’immigrato. Accentuare gli aspetti positivi dello scambio significa diminuire le
paure derivanti da una mancata conoscenza personale del cosiddetto “fenomeno
migratorio”. Creare spazi e luoghi informali che favoriscano il confronto e la partecipazione
della cittadinanza alla vita sociale, politica e culturale significa affidare al territorio un ruolo
attivo, richiamandolo al senso di corresponsabilità nella costruzione di percorsi di
108
integrazione e di coesione sociale. A livello cittadino, a eccezione della moschea islamica,
non sono presenti spazi di incontro e di scambio fra connazionali e/o fra cittadini migranti e
autoctoni.
Da questo punto di vista più che mai risultano necessari spazi informali di
mediazione e di incontro interculturale cittadino che favoriscano la partecipazione,
l’aggregazione e la visibilità sociale dei singoli. L’appuntamento annuale organizzato nel
Cortile della Maddalena, situato nel Centro storico di Alba, organizzato dall’Associazione
Culturale “Verso Sud” e dal Servizio Stranieri Comunale in collaborazione con le istituzioni
scolastiche locali, registra una buona partecipazione di cittadini italiani e immigrati,
rappresentando un’importante tappa nella direzione della multiculturalità.
Sarebbe auspicabile rinnovare e incentivare l’organizzazione di iniziative simili,
mirate al coinvolgimento della cittadinanza nel suo complesso in un rapporto di reciprocità
e di conoscenza. Assumere il territorio come luogo di mediazione e di promozione
interculturale, pur risultando un obiettivo ambizioso, rappresenta una necessità importante
a fronte del fatto che, spesso, le iniziative a carattere interculturale, organizzate in città,
vedono una partecipazione, seppure limitata, di cittadini italiani “sensibili” al tema, ma
continuano a registrare l’assenza dei cittadini migranti.
3. Le modalità di progettazione, di gestione e di presidio delle politiche
abitative e del lavoro locali
3.1 Le Politiche abitative
I singoli centri abitativi della provincia di Cuneo sono diventati, a partire dagli anni
’90, un terminale importante del percorso migratorio di molti cittadini stranieri, grazie
anche alla richiesta crescente di manodopera da parte del sistema economico locale.
L’esperienza lavorativa contribuisce e facilita i “percorsi di integrazione sociale”,
percorsi, però, che spesso si scontrano con le difficoltà relative alla ricerca di un’abitazione
in affitto; difficoltà peraltro comune a molti cittadini italiani.
Diventa sempre più importante quindi mettere in atto un insieme di misure volte a
favorire l’incontro tra domanda e offerta di abitazioni in locazione.
L’articolo 3 comma 1 del Dlgs. n. 286 / ’98 prevede, a cadenza triennale, la
predisposizione del Documento programmatico sulla politica dell’immigrazione e degli
stranieri in Italia.
109
Il testo in esso contenuto valorizza particolarmente il lavoro svolto dall’Organismo
Nazionale di Coordinamento delle politiche locali di integrazione sociale dei cittadini
stranieri, operante presso il CNEL come previsto dalla legge n. 40/’98.
In merito all’elaborazione del Documento programmatico triennale 2004-2006 e, in
modo particolare per quanto riguarda le politiche abitative attuate nel nostro Paese,
l’Assemblea del CNEL esprime le seguenti valutazioni:
“ Per l’abitazione i problemi si stanno aggravando, soprattutto nel centro nord e nelle aree
metropolitane, non solo per la condizione specifica dei cittadini immigrati, oltre tutto con il
forte incremento dei ricongiungimenti familiari ma anche per una crescente marginalità e
povertà di famiglie italiane che non riescono a sostenere gli affitti e i mutui contratti.
La domanda, quindi, di alloggi in affitto a canoni calmierati, accessibili ai redditi medio bassi, è in forte aumento, a fronte di un’offerta abitativa pubblica ampiamente
insufficiente ed una offerta privata molto limitata, rigida, scarsamente disponibile nei
confronti degli immigrati.
Dall’inizio del fenomeno immigratorio in Italia, gli Enti locali hanno cercato di rispondere a
questi bisogni, in collaborazione con il volontariato e con il terzo settore, dando vita ad
iniziative ed esperienze anche innovative: Associazioni, Volontariato, Fondazioni,
Cooperative, Società di scopo, Agenzie sociali per la sola intermediazione fra domanda e
offerta abitativa in affitto, fondi di garanzia e di rotazione, iniziative datoriali, ecc., ognuna
con le proprie caratteristiche, vantaggi e svantaggi, rischi e potenzialità “
L’Assemblea del CNEL inoltre suggerisce anche degli interventi di tipo “ strutturale”.
La competenza dell’intervento pubblico nelle politiche abitative è esclusivamente di
Regioni e Comuni con problemi molto rilevanti per il reperimento delle risorse, rispetto alle
quali sono necessarie, per la gravità del problema, l’integrazione dei finanziamenti
nazionali e le misure di convenienza per la mobilitazione delle risorse private.
Gli obiettivi da perseguire potrebbero quindi essere:
•
eliminare gli ostacoli per quanto riguarda l’utilizzo del patrimonio privato disponibile,
con misure che assicurino la buona conduzione dell’alloggio e la possibilità di
riottenerne la disponibilità al momento della scadenza contrattuale;
•
ottenere il calmieramento dell’affitto, oltre che con il contributo della legge 431, con
l’attivazione di politiche abitative delle AA.LL. tali da creare le condizioni affinché, a
fronte di concessione di contributi da parte delle Pubblica Amministrazione, di
agevolazioni fiscali locali e nazionali, di offerta di aree a basso costo per le nuove
costruzioni, di ricavo di alloggi dal recupero di edifici dismessi, regolato da convenzioni,
110
vi sia una contropartita soprattutto in merito alla riduzione del costo dell’affitto da parte
del soggetto operatore;
•
ridefinire il soggetto “operatore locale”, per la complessità dell’intervento e alla luce
delle esperienze locali più efficaci, in termini fortemente innovativi nelle finalità e nella
struttura, con una pluralità di competenze e con una forte connotazione non orientata
al profitto. Si tratta di coinvolgere, oltre agli Enti locali, le imprese, le fondazioni
bancarie e gli istituti di credito, il volontariato, le cooperative sociali ecc.;
•
incentivare in particolare il concorso dei datori di lavoro con specifiche agevolazioni
fiscali: nel caso del contributo per il pagamento dell’affitto, prevedere la sua deduzione
dal reddito d’impresa e di lavoro dipendente e la sua natura non retributiva ai fini
contributivi; nel caso di finanziamento, in concorso con altri soggetti pubblici e privati,
per la realizzazione di strutture alloggiative, prevederne comunque il recupero in modi
e tempi stabiliti con un risparmio fiscale sotto forma di credito d’imposta.
A titolo esemplificativo è interessante citare l’esperienza condotta dalla Provincia di
Parma attraverso l’istituzione di un Fondo di Garanzia a favore di proprietari di
immobili.
L’iniziativa prevede la costituzione di un Fondo di Garanzia a favore di proprietari di
immobili disponibili ad affittare un appartamento a lavoratori immigrati con contratto di
lavoro dipendente presso aziende situate nel territorio provinciale.
Il progetto nasce dalla consapevolezza che l’accesso alla casa in locazione
costituisce un problema rilevante soprattutto per i lavoratori migranti; ponendosi pertanto
come strumento con funzione di mediazione e di filtro al fine di facilitare l’incontro tra la
domanda e l’offerta di immobili su tutto il territorio provinciale, offrendo inoltre garanzie di
tutela ai proprietari tramite il supporto legale, amministrativo e contrattuale fornito
dall’Azienda Casa Emilia Romagna (ACER).
Tali misure vengono garantite dall’istituzione del Fondo, esclusivamente destinato
alla copertura dei rischi di morosità nel pagamento del canone e/o delle spese accessorie,
e degli eventuali danni procurati all’immobile dal locatario.
La gestione dell’intervento risulta a carico del Comitato di Progetto costituito dalla
Provincia, dai Comuni del territorio, dalla Fondazione Cassa di Risparmio, dall’Unione
Parmense Industriali, dalla Caritas diocesana di Parma, dal Centro per l’Immigrazione,
Asilo e Cooperazione Internazionale (CIAC) e dall’Azienda Casa Emilia Romagna di Parma
111
(ACER). Tale Comitato ha il compito di gestire gli aspetti amministrativi, tecnici e
contrattuali dell’intervento.
Ma non mancano anche a livello locale e regionale interventi ed esperienze molto
vicine per impostazione e obiettivi a quella sopra citata (Fossano “ Affitto sicuro”, Biella,
Moncalieri…).
A fronte delle difficoltà emerse dalle interviste nei capitoli precedenti e a fronte del
fatto che le misure emergenziali non risultano adeguate alla soluzione di un problema
ormai strutturale e che di fatto investe la popolazione nel suo complesso, le proposte
operative dell’Assemblea del CNEL potrebbero rappresentare lo sfondo su cui elaborare un
possibile percorso progettuale a livello locale.
L’Organizzazione di un seminario di studio a livello provinciale rivolto a realtà
potenzialmente coinvolte o coinvolgibili in tale problematica (servizi pubblici, organizzazioni
di volontariato, cooperazione sociale, istituti bancari, associazioni di categoria) potrebbe
rappresentare un importante spazio di riflessione e di approfondimento sia rispetto
all’analisi dell’esistente (tanto a livello nazionale, quanto a livello locale), sia rispetto alla
definizione di possibili percorsi di collaborazione sinergica alla risoluzione del problema, nel
rispetto dei ruoli e delle specifiche competenze istituzionali
3.2
Le politiche del lavoro
Per quanto riguarda la dimensione professionale, dalle interviste emerge come la
capacità di adattamento di fatto contribuisca fortemente alle potenzialità di impiego. A
differenza di altre regioni e/o città, il livello di disoccupazione per i cittadini migranti, così
come per i cittadini italiani, risulta relativamente basso.
Il problema maggiore, rilevato dalle interviste, non risulta l’occupabilità e/o
l’occupazione, quanto piuttosto la qualità professionale dell’impiego e la discrepanza
registrata tra il livello formativo degli intervistati e il livello di spendibilità delle reali
competenze possedute nel mercato del lavoro locale.
Seppure in certune realtà aziendali è stata offerta una possibilità di carriera a
lavoratori e lavoratrici migranti anche a fronte del mancato riconoscimento del titolo di
studio acquisito nel proprio paese, nella maggior parte dei casi il mondo produttivo locale,
a oggi, non valorizza il capitale umano dei lavoratori immigrati.
Una possibilità in tale direzione potrebbe ricercarsi nella capacità istituzionale di
promuovere presso il mondo produttivo locale le reali competenze formative dei migranti
acquisite nel proprio paese inserendole nel Curriculum Vitae fornito alle aziende anche in
112
assenza di un riconoscimento. Tale azione, concertata in ambito istituzionale dalle parti
sociali coinvolte, potrebbe non solo produrre effetti positivi sulla percezione che il mondo
produttivo locale ha dei lavoratori immigrati, agendo quindi su un dato di sensibilizzazione
culturale, ma potrebbe altresì aumentare le possibilità di emancipazione professionale
degli stessi lavoratori; non soltanto in quanto verrebbero a crearsi le possibilità per
un’eventuale asseverazione del titolo di studio. Il tentativo di riconoscere, seppure a livello
informale, le reali competenze, potrebbe determinare nel lavoratore un effetto psicologico
positivo e motivante sia rispetto al lavoro sia rispetto a eventuali rientri in formazione.
Tale percorso potrebbe tuttavia comportare il rischio di creare, nei cittadini
migranti, aspettative non corrispondenti alle reali opportunità occupazionali che tale
procedura di fatto creerebbe. Un’informazione chiara e puntuale rappresenterebbe, a
nostro avviso, lo strumento principe per evitare interpretazioni confuse e non rispondenti
alla realtà.
Accanto
a
accompagnamento
tale possibilità si rende
necessario prevedere
una forma di
istituzionale a favore di quanti intraprendono individualmente il
percorso per ottenere il riconoscimento del titolo di studio. Accompagnamento che
potrebbe concretamente supportare, motivare e guidare il cittadino nello svolgimento delle
pratiche necessarie. Accanto alle attività di supporto svolte all’interno del Servizio Stranieri
comunale per il rinnovo del permesso di soggiorno, sarebbe auspicabile introdurre attività
di informazione, di promozione e di accompagnamento in tale percorso.
A livello istituzionale, sarebbe inoltre interessante avviare periodicamente un tavolo
di confronto a livello locale tra le organizzazioni datoriali, le organizzazioni sindacali, le
istituzioni pubbliche (Servizio Stranieri Comunale e Centro per l’Impiego) e le Agenzie
Formative per meglio analizzare il fabbisogno formativo delle aziende, le capacità
progettuali delle istituzioni in materia di partecipazione dei cittadini immigrati al mercato
del lavoro e le politiche formative attuate.
A questo proposito va ricordato come, dai dati emersi dalle interviste, 10 persone
su 33 abbiano scelto di intraprendere percorsi di riqualifica professionale a dimostrazione
dell’interesse maturato sia rispetto all’investimento nel lavoro sia rispetto alla propria
crescita personale e professionale.
Un’ulteriore ottimizzazione del lavoro di rete potrebbe essere rappresentata dalla
capacità di promuovere, presso i cittadini migranti residenti in zona, attraverso un sistema
informativo capillare, le opportunità formative offerte dal territorio. Tali informazioni sono
solitamente gestite dalle Agenzie Formative locali, dal Centro per l’Impiego e dall’Ufficio
113
Informagiovani. Tuttavia, poiché annualmente il Centro Territoriale Permanente si fa
carico di informare tramite comunicazione in forma scritta tutti i cittadini stranieri residenti
in zona circa la realizzazione dei corsi formativi all’interno della propria struttura, sarebbe
auspicabile reticolare le informazioni sulle opportunità formative territoriali al fine di
incentivare la partecipazione dei cittadini stranieri alla formazione professionale nel suo
complesso. Ciò in parte risponderebbe al bisogno, manifestato dagli intervistati, di
facilitare l’accesso al sistema informativo e, nel contempo, di aumentare qualitativamente
le proprie chances occupazionali.
Così come per la popolazione autoctona, anche per i cittadini immigrati la parte
meno visibile e meno attiva nel mercato del lavoro locale sembra essere quella femminile.
Le ragioni sono le più diverse: da quelle legate alle tradizioni culturali, che incidono sul
ruolo sociale della donna, a quelle più strettamente correlate all’autonomia personale
(padronanza della lingua italiana e indipendenza negli spostamenti geografici) o, ancora,
alla scarsa rete sociale di cui dispongono per facilitare la conciliazione dei tempi di lavoro
con quelli di cura.
A questo proposito si segnala la positiva esperienza condotta dal Centro per
l’Impiego di Alba-Bra in collaborazione con altre istituzioni del territorio rivolta alla
popolazione disoccupata al fine di favorirne l’inserimento lavorativo. Il progetto si è
concretizzato attraverso la realizzazione di un corso di formazione definito di prima
“alfabetizzazione” ai test per la patente di guida, pensato come preliminare a un
successivo accesso alla scuola guida tradizionale.
L’idea di sperimentare a livello locale questa iniziativa nasce a partire dall’analisi,
compiuta dal Centro per l’Impiego, che evidenzia come uno dei vincoli che ostacolano
l’accesso alle opportunità lavorative, in particolare per le donne (che rappresentano circa il
70% dell’intera popolazione disoccupata disponibile a livello locale), sia rappresentato
dalle mancanza di autonomia negli spostamenti per raggiungere i posti di lavoro.
La parcellizzazione e la delocalizzazione delle aree produttive, la caratterizzazione di
alcune tipologie di lavoro che richiedono frequenti spostamenti in autonomia (per esempio
le imprese di pulizie) determinano, per le persone in ricerca attiva di lavoro ma senza
patente di guida, l’impossibilità di accedere a molte proposte di lavoro.
Il corso, della durata di circa 40 ore, si è articolato in due incontri settimanali in
orario mattutino, facilitando l’adesione di quelle persone, in particolar modo donne, che
spesso hanno anche vincoli legati alla cura dei figli, ma che negli orari in cui è stato
realizzato il corso hanno maggiori possibilità di supporti (nidi, scuola ecc.).
114
Per facilitare l’accesso al percorso formativo è stata presentata alle partecipanti con
vincoli di “cura familiare” l’opportunità di accedere ai benefici previsti dal “Voucher per le
spese di assistenza alle persone”: si tratta di un bonus, da richiedersi al Centro per
l’Impiego, spendibile per l’accesso a servizi pubblici o privati e che rimborsa le spese
sostenute per l’assistenza di minori, anziani, disabili. Esso è pensato per favorire e
sostenere l’accesso delle persone disoccupate a iniziative formative o ad attività lavorative
(per un periodo massimo di 12 mesi).
La proposta formativa, esclusivamente teorica, mirava quindi a favorire la
comprensione e l’acquisizione del lessico specialistico e delle nozioni fondamentali del
codice della strada, oltre a verificare le proprie competenze/capacità in vista di un
percorso formativo più strutturato, favorendo quindi l’accesso al percorso tradizionale per
il conseguimento della patente di guida.
L’interesse suscitato da questa proposta è stato superiore alle aspettative e ne ha
confermato l’utilità. Le donne che hanno partecipato a tale percorso (20 sul territorio di
Bra, 12 su quello di Alba) erano tutte donne immigrate.
Iniziative simili, volte da un lato a favorire lo sviluppo di competenze e abilità
formative per facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro e, dall’altro, a conciliare i tempi di
cura con quelli professionali, rispondono a un bisogno effettivo e reale di una delle
componenti più deboli rispetto al mercato del lavoro locale.
Il bisogno di autonomia, di socializzazione, di riqualificazione professionale, di
conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di cura richiedono maggiori investimenti in
termini di risorse economiche e progettuali, rappresentando una domanda che accomuna
la parte femminile della popolazione albese, sebbene, spesso per la carenza di reti
relazionali, maggiormente colpita ne risulti la donna immigrata.
115
APPENDICE
116
ALLEGATO I
I - STRANIERI ISCRITTI AL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE
A) Iscrizioni obbligatoria.
E' obbligatoria l'iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale dei seguenti soggetti:
a) stranieri regolarmente soggiornanti che abbiano in corso regolari attività di lavoro subordinato o di lavoro
autonomo o siano iscritti nelle liste di collocamento;
b) stranieri regolarmente soggiornanti o che abbiano chiesto il rinnovo del titolo di soggiorno, per lavoro
subordinato, per lavoro autonomo, per motivi familiari, per asilo politico, per asilo umanitario, per richiesta di
asilo, per attesa adozione, per affidamento, per acquisto della cittadinanza.
Il permesso di soggiorno per motivi di salute può essere prorogato in tutti quei casi nei quali il cittadino
straniero abbia contratto una malattia o subito un infortunio o malattia professionale che non consentano di
lasciare il territorio nazionale in caso di scadenza del permesso di soggiorno.
L'assistenza spetta altresì ai familiari a carico regolarmente soggiornanti e viene assicurata fin dalla nascita ai
minori figli di stranieri iscritti al Servizio Sanitario Nazionale.
L'iscrizione al S.S.N. del cittadino straniero, in quanto assicurato obbligatoriamente, non solo consegue
direttamente al provvedimento emanato da un'altra amministrazione, ma ha altresì valore ricognitivo e non
costitutivo del diritto.
In sostanza il diritto all'assistenza sanitaria insorge con il verificarsi dei requisiti e dei
presupposti previsti dalla legge (rilascio del permesso di soggiorno per i motivi suindicati), pur
in assenza di iscrizione alla U.S.L. . Questo significa che in presenza di un permesso di
soggiorno non soltanto si deve provvedere, anche d'ufficio, all'iscrizione al S.S.N., ma altresì ad
erogare immediatamente le prestazioni sanitarie necessarie. Altra conseguenza di tale principio
è che il rilascio del permesso di soggiorno, purchè la richiesta di quest'ultimo sia stata
presentata entro i termini previsti dall'art. 5 del T.U., fa retroagire il diritto all'assistenza
sanitaria dello straniero, in quanto regolarmente soggiornante, alla data di ingresso in Italia.
Le considerazioni sopra espresse conducono inoltre ad affermare, tenuto conto che il permesso di soggiorno
deve essere rilasciato prima dell'iscrizione obbligatoria al S.S.N., che gli oneri relativi alle prestazioni urgenti
ed essenziali eventualmente erogate ad un cittadino straniero, in attesa del rilascio del permesso di
soggiorno, possono essere riconosciuti o rimborsati dalla U.S.L. territorialmente competente, una volta che
sia stata formalizzata l'iscrizione.
Non sono soggetti all'assicurazione obbligatoria:
a) i dirigenti o personale altamente specializzato di società aventi sede o filiali in Italia ovvero di uffici di
rappresentanza di società estere che abbiano la sede principale di attività nel territorio di uno Stato membro
dell'Organizzazione mondiale del commercio, ovvero dirigenti di sedi principali in Italia di società italiane o di
società di altro Stato membro dell'Unione europea, i lavoratori occupati presso circhi o spettacoli viaggianti
all'estero, i giornalisti corrispondenti ufficialmente accreditati in Italia e dipendenti regolarmente retribuiti da
organi di stampa quotidiani o periodici, ovvero da emittenti radiofoniche o televisive straniere, qualora non
siano tenuti a corrispondere in Italia l'imposta sul reddito delle persone fisiche; tali soggetti hanno l'obbligo
per sé e per i
familiari a carico della copertura assicurativa (polizza assicurativa o iscrizione al S.S.N.
previo pagamento del contributo prescritto);
117
b) gli stranieri titolari di permesso di soggiorno per affari.
E' previsto, inoltre, l'addebito allo Stato delle spese relative a prestazioni sanitarie erogate dal S.S.N. a
profughi e sfollati.
La tutela del diritto alla salute dei detenuti e degli internati, compresi quelli di cittadinanza straniera,
rientra nella competenza del Servizio Sanitario Nazionale.
Tutti i detenuti e gli internati sono altresì esclusi dal sistema della compartecipazione alla spesa per le
prestazioni erogate dal S.S.N. .
Il S.S.N. assicura in particolare ai detenuti e agli internati: interventi di prevenzione, cura e sostegno del
disagio psichico e sociale, particolari forme di assistenza in caso di gravidanza e di maternità, assistenza
pediatrica e servizi di puericultura ai figli delle donne detenute o internate che, durante la prima infanzia,
convivono con le madri negli istituti penitenziari.
Sono stati aboliti, con decorrenza 1° gennaio 1998, i contributi di assicurazione obbligatoria al Servizio
Sanitario Nazionale, procedendo quindi ad una fiscalizzazione dei contributi stessi ( imposta sulle attività
produttive (IRAP) ed un'addizionale regionale all'IRPEF).
Al cittadino straniero con permesso di soggiorno per richiesta d'asilo , al quale non è stata data
facoltà di intrattenere regolari rapporti di lavoro durante il periodo di richiesta di asilo, le prestazioni
sanitarie, sono fornite in esenzione dal sistema di compartecipazione alla spesa assimilandoli ai disoccupati
iscritti alle liste di collocamento.
Per quanto riguarda l'assistenza sanitaria in territorio estero, da una parte, si deve provvedere
all'applicazione della legislazione italiana in materia, prevista per i cittadini italiani, dall'altra devono essere
rispettati i limiti derivanti dagli accordi internazionali, multilaterali o bilaterali di reciprocità.
Non si deve più procedere al rinnovo annuale dell'iscrizione al S.S.N., dovendosi procedere alla
cancellazione contestualmente alla scadenza o alla revoca del permesso di soggiorno o in caso
di modifica del motivo del permesso di soggiorno da cui consegua il venire meno dell'obbligo
dell'iscrizione al S.S.N.
Lo straniero è iscritto, unitamente ai familiari a carico, negli elenchi degli assistibili dell'Unità Sanitaria Locale
nel cui territorio ha la residenza anagrafica ovvero, in mancanza di essa, l'effettiva dimora.
B) Iscrizione volontaria
Gli stranieri regolarmente soggiornanti, che non rientrano tra coloro che sono obbligatoriamente iscritti al
S.S.N., sono tenuti ad assicurarsi contro il rischio di malattia, infortunio e per la maternità mediante la
stipula di apposita polizza assicurativa con un Istituto assicurativo italiano o straniero, valida sul territorio
nazionale, ovvero mediante iscrizione facoltativa al S.S.N., estesa anche ai familiari a carico.
1) l'iscrizione volontaria è concessa solamente ai cittadini stranieri con permesso di soggiorno superiore a tre
mesi, fatto salvo il diritto dello studente o della persona alla pari che può chiedere l'iscrizione anche per
periodi inferiori;
2) lo straniero è iscritto, unitamente ai familiari a carico, negli elenchi degli assistibili dell'Unità Sanitaria
Locale nel cui territorio ha la residenza anagrafica ovvero, in caso di prima iscrizione, il domicilio indicato sul
permesso di soggiorno. Per gli studenti e le persone alla pari si fa riferimento all'effettiva dimora;
3) non è consentita l'iscrizione ai cittadini stranieri titolari di permesso di soggiorno per motivi di cura.
Hanno diritto all'iscrizione volontaria coloro che sono titolari di permesso di soggiorno per residenza elettiva
e non svolgono alcuna attività lavorativa, il personale religioso ed altre categorie che possono essere
118
individuate per esclusione con riferimento a quanto sopra precisato in materia di iscrizione obbligatoria.
L'iscrizione volontaria è, altresì, consentita, fatti salvi gli accordi internazionali in materia, ai dipendenti
stranieri delle Organizzazioni internazionali operanti in Italia e al personale accreditato presso
Rappresentanze diplomatiche ed Uffici Consolari.
Tale iscrizione esplica, peraltro, la sua efficacia e quindi è operante ai fini dell'erogazione delle
prestazioni sanitarie solo a seguito della presentazione alla U.S.L. del permesso di soggiorno.
L'iscrizione provvisoria, pur essendo sottoposta a condizione sospensiva, può consentire
certamente
la
copertura
delle
prestazioni
ospedaliere
urgenti
ed
essenziali
fruite
eventualmente durante tale periodo.
In proposito è previsto un contributo forfettario annuo, di £ 290.000, per lo studente privo di redditi diversi
da borse di studio o sussidi erogati da enti pubblici italiani e di £ 425.000 per la persona alla pari; tale
contributo, peraltro, non è valido qualora i suddetti soggetti abbiano familiari a carico. In quest'ultimo caso il
titolare deve versare il contributo che garantisce la copertura anche ai familiari a carico.
In ordine ai livelli di assistenza che devono essere assicurati agli iscritti si richiamano le disposizioni in
materia di iscrizione obbligatoria per quanto riguarda la parità di trattamento sia sul territorio nazionale che
all'estero.
119
ALLEGATO II
12
LE RIMESSE DEGLI IMMIGRATI
Le rimesse sono i flussi di denaro che i cittadini stranieri soggiornanti in un paese estero inviano nei propri
Paesi. Da 500 milioni di dollari negli anni ’90 si è arrivati a 93 miliardi di dollari nel 2003, con una incidenza
sui bilanci statali molto alta specialmente nei paesi poveri. I primi per invio di rimesse sono gli Stati Uniti.
L’Italia si colloca al nono posto.
Rimesse degli immigrati per aree di destinazione.
Anno 2003
L’Asia orientale è l’area che riceve la quota maggiore di rimesse, pari al 42,1% del totale.
L’Unione Europea si posiziona al secondo posto con il 32,1% del totale, grazie alla presenza di gran parte
dei paesi membri, quali Germania e Regno Unito.
Il Nord America con il 12,2% del totale è al terzo posto e poi, a seguire, le altre aree dei Paesi a Sviluppo
Avanzato.
L’Africa sub-sahariana, invece, riceve appena il 2% delle rimesse inviate dall’Italia. Solo il Senegal (15,97
milioni di euro) e Capo Verde (1,07 milioni di euro) ricevono più di un milione di euro.
Il protagonismo è soprattutto dei paesi del Nord Africa ed in particolare il Marocco.
I flussi di rimesse canalizzate tramite il sistema bancario e indirizzate verso i Paesi in Via di Sviluppo sono
stati nel 2003 il 47,7% del totale delle rimesse inviate tramite banche pari a 556,1 milioni di euro.
Le Filippine sono la principale destinazione delle rimesse bancarie, con oltre 335 milioni di euro. Seguono la
Cina popolare e il Marocco con, rispettivamente 98 milioni e 35 milioni di euro.
Rimesse Immigrati per paesi di destinazione.
Anno 2003
12
Tratto da “Immigrazione in Italia. Indici di inserimento territoriale”. CNEL, 2004
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Rimesse degli immigrati per aree di destinazione.
Anno 2003
L’imponente massa di denaro costituita dalle rimesse dei migranti è in grado di esercitare un impatto positivo
ai fini dello sviluppo? Prima se ne dubitava e le rimesse venivano considerate incapaci di produrre effetti
rilevanti.
Negli ultimi anni è in corso un processo di rivalutazione, che sta portando a considerare i risparmi degli
immigrati un importante risorsa in grado di influenzare il processo di sviluppo locale, specialmente per
quanto riguarda la cura della salute, la scolarizzazione, i consumi, la microimprenditorialità.
In termini di regioni italiane di provenienza dei flussi bancari, il Lazio detiene il 44,9% del totale nazionale,
con oltre 524 milioni di euro, seguito dalla Lombardia con il 31,9%.
Le regioni che hanno registrato il maggiore incremento relativo rispetto al 2002 sono state Veneto (77,5%)
ed Emilia Romagna (80,6%).
A livello provinciale i dati confermano la polarizzazione attorno a Roma e Milano, che insieme raggiungono
il 70,6% del totale delle rimesse dall’Italia. Roma, in particolare, incide per il 44,6% che arriva al 99,2% a
livello regionale.
Rimesse immigrati per area geografica di invio.
Anno 2003
In Italia si dispone esclusivamente dei dati relativi alle somme inviate attraverso le banche ma di quelli
effettuati quelli tramite servizi di money transfer né tanto meno di quelli che passano attraverso canali
informali.
-Importo registrato dalla banca d’Italia: 1,2 miliardi di euro
-Cifra stimata: 5 miliardi di euro
-Stima rimesse tramite money transfer: 1 miliardo di euro
Un accesso facilitato ai servizi bancari consentirebbe di potenziare le virtualità insite in questo ingente
movimento di capitale e specialmente, se adeguatamente sostenuto, aiuterebbe l’economia dei paesi di
destinazione.
121
Invece una larga parte di immigrati incontra difficoltà:
- per aprire i conti
- per i problemi linguistici
- per le complessità procedurali
- per ottenere prestiti
A questo fenomeno si aggiungono i problemi di funzionamento del sistema finanziario in molti paesi
d’origine, a causa dei ritardi che disincentivano il ricorso dei canali bancari da parte degli immigrati.
Somme inviate attraverso banche
Il numero dei cittadini non italiani soggiornanti nel nostro Paese è annualmente rilevato dal Ministero
dell’Interno attraverso le Questure, ovvero gli uffici competenti per il rilascio e il rinnovo del permesso di
soggiorno. E’ un sistema complesso che deve tenere conto di molteplici fattori fra cui la verifica dei requisiti
necessari per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno e ciò, in molti casi, determina gravi ritardi nella
statisticazione delle presenze con conseguenti ripercussioni sul sistema di rilevazione degli immigrati
regolarmente soggiornanti. Attenendosi, comunque, ai dati forniti dal Ministero dell’Interno emerge come in
dieci anni gli immigrati in Italia siano sostanzialmente raddoppiati con una crescita più accentuata dopo il
1998 anno in cui è stata varata un’importante regolarizzazione che ha coinvolto circa 217 mila persone. Ad
eccezione del biennio 93’-94’ nel quale si è registrata una lieve flessione, negli altri anni si è assistito ad un
trend positivo che è culminato nel 2002 quando i cittadini regolarmente registrati dal Ministero sono stati
1.512 mila circa. Questa crescita è da imputare principalmente agli effetti delle regolarizzazioni che sono
susseguite negli anni a partire dal 1986 fino all’ultima del 2002 varata a seguito dell’approvazione del
decreto legge 189. Le operazioni chiuse l’11 novembre 2002, a seguito dell’approvazione del decreto legge
189/2002, hanno registrato 702.000 domande di regolarizzazione. Il risultato è andato ben oltre le ipotesi
degli studiosi essendo stati coinvolti tanti immigrati quanti se ne contarono nelle tre regolarizzazioni degli
anni ’90 (1990, 1995 e 1998). Inoltre è opportuno soffermarsi sul fatto che questa regolarizzazione
riguardava solo le categorie dei lavoratori domestici e subordinati in generale. Il rapporto tra istanze di
regolarizzazione e lavoratori soggiornanti è un indice molto concreto della pressione migratoria, che risulta
così ripartita: per il 52,2% è concentrata nel Nord, per il 29,0% nel Centro e per il 18,8% nel Sud. Il
cospicuo numero delle persone da regolarizzare assume un significato di maggior rilievo per il fatto che è
decorso un periodo relativamente breve dalla precedente regolarizzazione (1998) Pertanto, si può
fondatamente ritenere che allo stato attuale la programmazione dei flussi per inserimento stabile (esclusi,
quindi, i lavoratori stagionali) non sembra in grado di assicurare risultati soddisfacenti
122
Gli effetti della regolarizzazione del 2002
A partire dal 1986 e fino al 1998 in Italia si sono avuti 4 provvedimenti di regolarizzazione e una sanatoria
(39/90) attraverso cui più di 800 mila cittadini stranieri hanno ottenuto un permesso di soggiorno pur
essendo entrati sul territorio nazionale senza averne i requisiti. Si tratta di oltre la metà di tutti coloro che al
2002 soggiornavano regolarmente nel nostro paese. La disaggregazione dei dati per nazionalità evidenzia nei
primi anni una preminenza dell’area Maghrebina che nel tempo ha lasciato il passo all’Europa Centro
Orientale ed in particolare all’Albania (38.996) e alla Romania (24.098) per poi riconquistare nuovamente un
ruolo di preminenza nel 1998. Il Marocco è risultato il Paese più interessato dai vari provvedimenti di
regolarizzazione con un numero di persone coinvolte superiore a 100 mila unità. Un sistema di ingressi poco
efficace è alla base di questi provvedimenti che si sono susseguiti nel tempo e che sono culminati nell’ultima
regolarizzazione del 2002 che ha coinvolto oltre 700 mila persone. Per una corretta stima della presenza
straniera in Italia è necessario fare le seguenti considerazioni. Il Ministero dell’interno, al 1° gennaio 2003 ha
conteggiato 1.512.324 titolari di permesso di soggiorno a qualsiasi titolo, dei quali 834.478 per motivi di
lavoro e 472.240 per motivi di famiglia. I minori non registrati perché inseriti sul permesso di soggiorno dei
genitori sono circa 230 mila e i nati stranieri in Italia nel corso dell’anno circa 35 mila. Le domande di
regolarizzazione accolte sono stimabili attorno alle 650.000 unità tenuto conto delle duplicazioni di istanze,
delle mancate presentazioni e delle reiezioni. E’ risaputo, poi, che oltre ai lavoratori, vi sono i coniugi, i figli, i
parenti le altre persone presenti a titoli diversi da quello lavorativo o familiare. Al termine di questo calcolo,
la presenza straniera complessiva in Italia è stata stimata dal Dossier Statistico Immigrazione
Caritas/Migrantes pari a 2,5 milioni, con una incidenza del 4% sulla popolazione residente.
123
ALLEGATO III
13
GLI IMMIGRATI E IL PROBLEMA DELLA CASA
La questione abitativa rappresenta, con diverse sfumature a livello regionale e locale, una vera a propria
cartina di tornasole per individuare il livello di integrazione degli immigrati nel territorio e la loro accettazione
da parte della società di accoglienza. Un simile parametro, infatti, non può certo essere individuato
nell’offerta di lavoro in quanto tale: essa rappresenta indubbiamente un fattore di attrazione per gli
immigrati nel Paese, ma non si può affermare che l’immigrato sia integrato solo perché occupato.
Come è fin troppo noto, il “problema casa” affligge il nostro Paese in misura ben superiore a quanto non
accada in altri stati europei, che si sono dotati prima e meglio dell’Italia di un consistente patrimonio
abitativo sociale: basti pensare che, nel periodo compreso fra il 1945 e il 1978, la produzione di edilizia
sociale in Gran Bretagna era il 63% di quella totale, in Olanda il 51% e in Italia soltanto il 10%. Negli ultimi
decenni, poi, le politiche pubbliche hanno costantemente privilegiato l’acquisto della cosiddetta “prima casa”
(limitando fra l’altro la mobilità dei cittadini sul territorio), tanto che ormai circa i tre quarti degli italiani
vivono in appartamenti di proprietà. In Italia il costo di un’abitazione economica è cresciuto, fra il 1985 e il
1991, di quasi l’80% (cfr. IRRES, Primo rapporto sulle povertà in Umbria, 2000, pag. 204). Allo stesso
tempo, la legge sull’equo canone del 1978 ha praticamente ingessato il mercato dell’affitto, favorendo di
fatto l’insorgere di un mercato parallelo, in gran parte in nero, a prezzi spesso inabbordabili. In Italia, il
patrimonio abitativo in affitto è solo il 20% del totale, contro una media UE del 33,8%. La parziale
liberalizzazione degli affitti, intervenuta con la legge n° 381 del 1998, non ha avuto il successo sperato, in
quanto solo una piccola parte dei contratti viene stipulato a canone concordato, come stabilito dalla legge
(cfr. Tosi A., Politiche abitative, immigrazione, Regioni: quale idea di sociale? pag. 6).
In questa situazione piuttosto critica, con larghe fasce di popolazione in situazione di disagio o addirittura di
esclusione abitativa, è venuta ad innestarsi la “novità” dell’immigrazione, vero e proprio fenomeno di
controtendenza in un Paese che aveva alle spalle un secolo di storia di emigrazione e che ancora nel 1999
riceveva 300 milioni di dollari in rimesse (seppure all’interno di un trend fortemente discendente) dai suoi
connazionali all’estero (Caritas di Roma, Il risparmio degli immigrati e i paesi di origine: il caso italiano,
2002), il che, almeno nell’inconscio collettivo, alimentava ancora, negli italiani, la rappresentazione della
propria patria
come di un paese di emigranti (cfr. Bolaffi G., Una politica per gli immigrati, Il Mulino, 1996, pag. 4.
Sull’Italia come paese di emigrazione e sulla “svolta” degli anni ’70, si veda anche Pugliese E., L’Italia tra
migrazioni internazionali e migrazioni interne, Mimeo, 2000).
Oltre a costituire una domanda aggiuntiva, l’immigrazione va a posizionarsi nella fascia di mercato più
congestionata, e cioè quella riguardante i piccoli appartamenti, in prevalenza nelle grandi aree urbane, dove
la tensione è già di per se stessa piuttosto alta (cfr. Tosi A., Immigrati e senza casa, Franco Angeli, 1993).
C’è poi da considerare tutta la problematica legata alla diffidenza dei proprietari nei confronti di potenziali
inquilini stranieri, specie se provenienti da determinate aree geografiche.
E’ noto che il cittadino immigrato, anche se provvisto di mezzi finanziari con i quali muoversi sul mercato
abitativo, a parità di condizioni economiche incontra molte più difficoltà di un autoctono a trovare alloggio.
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Tratto da “Immigrazione in Italia. Indici di inserimento territoriale”. CNEL, 2004
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Questa diffidenza dei proprietari non è però di carattere assoluto, in quanto spesso, si lascia “ammorbidire”
in cambio di canoni più alti o molto più alti.
Secondo il rapporto Il colore delle case curato da Ares 2000, gli immigrati sarebbero soggetti a canoni di
affitto superiori del 40-70% di quelli richiesti agli italiani, considerando una città come Roma (le due
percentuali si riferiscono rispettivamente alla differenza rispetto al canone libero e a quello concordato). In
altre città il divario scende al 17%-44% (Torino), al 21%-51% (Milano), al 16%-44% (Genova).
La risposta più ovvia dell’immigrato a questo trattamento differenziale è il subaffitto (e, di conseguenza, il
sovraffollamento), unica via immediata per ridurre la spesa pro-capite. Ma, a sua volta, tutto ciò finisce per
generare un circolo vizioso, in quanto incrementa la diffidenza e la ritrosia dei proprietari ad affittare ad
immigrati. Non si può inoltre dimenticare che spesso agli immigrati vengono riservati immobili altrimenti
difficilmente piazzabili sul mercato, come appartamenti troppo grandi (e quindi difficili da affittare in
generale), degradati, in posizioni sfavorevoli, ecc., i quali hanno quindi la possibilità di essere reimmessi sul
mercato proprio grazie a questa fascia di clientela. Nonostante le opportunità lavorative siano, in genere,
decisamente superiori a quelle abitative, non si può fare a meno di notare che in entrambi i settori vengono
riservate agli immigrati (e in misura maggiore agli ultimi arrivati) le cosiddette “fasce residuali” del mercato,
ovvero quelle disponibilità che non incontrano più il favore degli italiani.
1 Cfr. Attanasio P. (a cura di), “Situazione abitativa” in Caritas/Migrantes, Dossier Statistico Immigrazione
2002, op. cit., p. 190.
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