Si ringraziano in modo particolare, per la preziosa disponibilità, i cittadini che attraverso le interviste hanno reso possibile la presente pubblicazione. Si ringraziano inoltre della collaborazione: l’Osservatorio sull’Immigrazione in Piemonte, per la consulenza sociologica del dott. Enrico Allasino la Provincia - Assessorato alle Politiche Sociali, per aver curato la stampa della Ricerca l’Ufficio Casa - Servizi Sociali del Comune di Alba, per i dati e le informazioni fornite Claudia Grillo – studente all’Università di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, per la realizzazione delle interviste Chiara Rubriante - volontaria in Servizio Civile presso l’Informagiovani di Alba, per la realizzazione delle interviste Rosangela Taddeo - volontaria in Servizio Civile presso l’Informagiovani di Alba, per il supporto grafico Maggio 2006 Stampa realizzata presso il Centro Stampa della Provincia di Cuneo 2 INDICE Presentazione Pag. 5 Introduzione Pag. 6 CAPITOLO I° La ricerca e il contesto territoriale Pag. 9 CAPITOLO II° Il progetto migratorio Pag. 20 CAPITOLO III° I processi di integrazione Pag. 41 CAPITOLO IV° Il lavoro e la mobilità socio-professionale Pag. 77 CAPITOLO V° Politiche locali e sviluppo della cittadinanza Pag. 100 Appendice Allegato I° - Stranieri iscritti al Sistema Sanitario Nazionale Pag. 117 Allegato II° - Le rimesse degli immigrati Pag. 120 Allegato III° - Gli immigrati e il problema della casa Pag. 124 3 4 PRESENTAZIONE Accogliamo con interesse e pubblichiamo con piacere la ricerca condotta dal Servizio stranieri del Comune di Alba inerente la presenza di stranieri sul territorio cittadino. Iniziativa che si inserisce nell’ambito di specifico progetto finanziato dal “Piano progettuale di interventi a favore dei cittadini immigrati” che la Provincia di Cuneo predispone ogni anno in accordo con i soggetti pubblici e del privato sociale interessati. L’approfondimento realizzato sul territorio albese fa emergere e conferma le tendenze in atto a livello generale: la presenza di stranieri in provincia, come nel resto d’Italia, appare sempre più diffusa e strutturale e mostra caratteristiche marcate di stabilità e radicamento: aumentano le donne e i minori, si articolano le fasce d’età ed emergono le seconde generazioni, cresce il numero di coniugati per entrambi i generi, si consolidano esperienze di partecipazione attiva alla vita sociale. Dunque una presenza caratterizzata sempre più da famiglie con un progetto di vita definitivo nel contesto di approdo, a cui naturalmente continuano a sommarsi nuovi arrivi. Tale evoluzione deve essere favorita dalla predisposizione di politiche e servizi adeguati alle esigenze di una popolazione ormai stabile sul territorio, fornendo da un lato interventi mirati a bisogni specifici dei nuovi arrivati, ma sviluppando dall’altro un sistema di servizi eterogenei in grado di rispondere allo stesso modo a tutti i cittadini, immigrati e non, come è la ricerca stessa a suggerire. Una politica organica di integrazione e coesione sociale deve essere fondata sull’analisi delle dimensioni e delle peculiarità principali del fenomeno, a cui la Provincia, cui afferisce la realizzazione di un Osservatorio delle Politiche sociali con una specifica sezione dedicata all’immigrazione, si augura in parte di contribuire. In questo quadro, l’iniziativa del Comune di Alba rappresenta un utile strumento per approfondire la conoscenza e la comprensione della realtà migratoria, a partire dalle testimonianze dei diretti protagonisti, e per offrire indicazioni alla programmazione e alla progettazione dei prossimi interventi. Stefano Viglione Assessore alle Politiche Sociali della Provincia di Cuneo 5 INTRODUZIONE È dal 1993 che l’Amministrazione comunale di Alba ha istituito presso l’Informagiovani un servizio per i cittadini stranieri. L’obiettivo, quello di dare informazioni e consulenze ai cittadini immigrati, con l’intento di favorirne una più semplice e rapida integrazione. L’efficacia di questa azione si è rivelata sorprendentemente confermata dall’utenza, che non fa più solo riferimento ai cittadini stranieri, ma viene frequentato anche da molti connazionali che utilizzano questo strumento per comprendere meglio le profonde trasformazioni, soprattutto in ambito legislativo, subite dal nostro Paese in questi anni. L’efficacia del Servizio Stranieri si è poi rivelata anche quale luogo privilegiato di ascolto delle esigenze e dei bisogni che i nuovi concittadini manifestavano in ambito locale. Partendo da queste basi è stato possibile dare propulsione ad un’intensa attività di progettazione mirata alla concreta risoluzione delle criticità evidenziate, oltre ad aver dato l’opportunità di realizzare nel 2000, con la partecipazione del Consorzio Socio Assistenziale Alba-Langhe e Roero, dell’ASL, del Centro per l’Impiego e delle scuole del territorio, interventi di mediazione culturale che avevano come scopo ultimo il favorire un processo di integrazione dei cittadini stranieri attraverso attività in grado di stimolare l’incontro ed il dialogo interculturale sul territorio, finanziati dal piano progettuale della Provincia di Cuneo (L.R. 64/89). Partendo da queste azioni già realizzate, nasce però l’esigenza di comprendere meglio la situazione dei cittadini che quotidianamente si rivolgono al Servizio Stranieri. Questo lo si potrà fare condividendo interventi diversificati ma anche indirizzi strategici sempre più aderenti ai reali bisogni espressi dalla cittadinanza. Ciò in ragione della complessità delle società moderne, in cui i bisogni cambiano rapidamente. Basti pensare, per esempio, a come oggi non sia più possibile considerare l’immigrazione come un fenomeno da seguire con interventi d’urgenza, toccando piuttosto aspetti di convivenza civile, con i nuovi cittadini che sempre più chiedono miglioramenti nella qualità della vita. La ricerca di seguito presentata si muove in questa direzione, rappresentando uno stimolo per la riflessione sul tema dell’immigrazione nella nostra città, ponendo soprattutto l’accento sulla complessa realtà delle seconde generazioni, con ragazzi nati in famiglie di origine straniera e giovani coppie, con uno sguardo alla complessità del contesto sociale nel quale crescono e vivono. 6 Inoltre, si è voluto mettere in evidenza la capacità di Alba nell’accettare un orizzonte multiculturale, oltre a declinare criticità e punti di forza nell’accoglienza e nell’integrazione che la nostra città è capace di offrire. Non si tratta di un semplice quadro conoscitivo ma elementi sui quali riflettere e con i quali ognuno, a vario titolo, dovrà confrontarsi. Credo però che la tradizione di apertura e solidarietà, della quale la nostra città ha dato a più riprese prova nel corso della sua storia, sia d’auspicio affinché ogni singolo cittadino possa fornire un proprio contributo. Ivana Brignolo Miroglio Assessore all’Informagiovani Comune di Alba 7 CAPITOLO PRIMO LA RICERCA E IL CONTESTO TERRITORIALE 8 LA RICERCA E IL CONTESTO TERRITORIALE 1. Il contesto Nel Comune di Alba sono residenti 1645 cittadini immigrati (dati aggiornati a marzo 2005). Le etnie di appartenenza più rappresentate risultano essere quella rumena, quella marocchina e quella albanese. Tuttavia, se si tiene conto dell’ambito territoriale del Consorzio Socio Assistenziale Alba-Langhe e Roero (47 comuni di riferimento di piccole e medie dimensioni) la presenza dei cittadini migranti supera le 5000 unità. COMUNI ALBA BALDISSERO BARBARESCO BERGOLO CAMO CANALE CASTAGNITO CASTELLETTO UZZONE CASTIGLION FALLETTO CASTIGLION TINELLA CASTELLINALDO CORNELIANO CORTEMILIA COSSANO BELBO DIANO D’ALBA FEISOGLIO GOVONE GRINZANE CAVOUR GUARENE LEVICE MAGLIANO MANGO MONCHIERO MONTELUPO MONTALDO ROERO MONTEU ROERO MONTA’ MONTICELLO MONFORTE NEIVE NEVIGLIE NOVELLO PIOBESI PRIOCCA RODDI RODDINO RODELLO S. STEFANO BELBO S. STEFANO ROERO SERRALUNGA SINIO TORRE BORMIDA TREZZO TINELLA VEZZA TOTALE TOTALE POP. RESIDENTE 30.083 1083 661 80 216 5544 1875 361 143 871 879 1979 2519 1068 3110 384 1996 1753 3191 243 1719 1355 577 496 889 1630 4472 2003 1976 3042 420 968 1170 1979 1426 388 974 3999 1315 507 471 216 350 2122 TOTALE POP. IMMIGRATA 1654 14 60 13 6 594 165 14 25 43 56 162 161 69 109 6 61 106 170 8 87 118 93 43 36 42 202 101 179 229 13 76 67 68 30 26 42 248 56 61 42 9 5 83 MASCHI STRANIERI 810 8 36 7 5 337 95 8 18 19 32 100 82 32 50 2 32 49 79 4 52 65 50 23 19 26 114 51 90 113 7 36 32 37 18 15 35 141 27 26 24 5 3 41 FEMMINE STRANIERE 844 6 24 6 1 257 70 6 7 24 24 62 79 37 59 4 29 57 91 4 35 53 43 20 17 16 88 50 89 116 6 40 35 31 12 11 7 107 29 35 18 4 2 42 MINORI STRANIERI 354 1 13 1 0 160 37 2 0 11 12 27 34 16 18 0 11 35 41 0 19 31 23 6 11 10 44 20 44 51 2 26 19 17 4 3 7 55 11 9 8 0 0 19 95402 5586 2927 2659 1245 9 2. Il Servizio Stranieri – Comune di Alba Il Servizio Stranieri è stato istituito dal Comune di Alba nel 1993, affidandone, tramite stipulazione di apposita convenzione, la gestione e la progettazione alla Cooperativa Sociale ORSO. Attualmente sono impegnati due operatori per 30 ore settimanali. L'attività del Servizio Stranieri, che fin dall’inizio si è caratterizzato in quanto punto di riferimento per i cittadini immigrati residenti nel bacino territoriale del Consorzio Socio Assistenziale Alba-Langhe e Roero, si pone i seguenti obiettivi operativi: • rappresentare un punto di ascolto e di rilevazione dei bisogni degli immigrati, al fine di elaborare interventi di progettazione adeguata; • informare e orientare il cittadino immigrato ai servizi alla persona del territorio, favorendone l'accesso; • progettare e promuovere attività di mediazione e di educazione intercuturale nelle istituzioni pubbliche del territorio; • facilitare il coordinamento e il dialogo tra istituzioni del pubblico e del privato sociale e le organizzazioni del volontariato presenti sul territorio (lavoro di rete). Per quanto riguarda l’attività di sportello, mensilmente accedono circa 300 cittadini immigrati che si rivolgono al Servizio Stranieri per richiedere informazioni e consulenza. Le informazioni maggiormente richieste riguardano il settore normativo che regolamenta il fenomeno migratorio in Italia, seguito dalla ricerca di informazioni sul settore lavoro, opportunità abitative, opportunità formative. Circa l’80 % degli utenti è di sesso maschile, la fascia di età prevalente è compresa tra i 24 ed i 36 anni. 2.1 Le attività del Servizio Stranieri Le principali attività svolte dal servizio risultano essere: a) Accoglienza e informazione Il Servizio Stranieri è riconosciuto come punto di riferimento per informazioni e consulenza sull’espletamento di pratiche riguardanti la normativa che regola il fenomeno migratorio in Italia. Il Servizio si avvale della collaborazione della Questura di Cuneo per quanto riguarda chiarimenti in materia di interpretazione legislativa. 10 b) Supporto all’inserimento lavorativo Tale attività si svolge attraverso le seguenti azioni: • Informazione: vengono fornite informazioni sulle opportunità e i percorsi in ambito scolastico, formativo e lavorativo. Inoltre, particolare attenzione è riservata alla raccolta e alla diffusione di informazioni sull’iter da seguire per ottenere l’asseverazione e il riconoscimento dei titolo di studio conseguiti nel proprio Paese di provenienza. • Sostegno alla ricerca del lavoro: dopo aver esaminato il progetto professionale del cilente/utente, si stabilisce un piano di ricerca attiva del lavoro (compilazione di una scheda individuale, analisi degli annunci di lavoro pubblicati dai giornali locali o dal Centro per l’Impiego di Alba e analisi degli annunci di lavoro in ambito domestico presenti all’interno del Servizio Informagiovani, telefonate di lavoro). L’utente viene supportato costantemente dall’operatore nella ricerca attiva del lavoro. I percorsi di ricerca attiva del lavoro rappresentano per il cittadino immigrato un’occasione per approfondire la conoscenza dei meccanismi che regolano il mondo produttivo italiano e l’incidenza che tutto ciò ha sul proprio progetto migratorio. c) Supporto nell’accesso alle opportunità abitative presenti in città Il raccordo del Servizio Stranieri con l’Ufficio Casa del Comune di Alba offre la possibilità di fornire all’utenza informazioni orientative sulle reali opportunità contingenti e sui punti di riferimento presenti in città per quanto riguarda la ricerca della casa. A tal proposito non va dimenticata la funzione insostituibile svolta dal Centro pronta Accoglienza ONLUS gestito dalla Caritas cittadina e dalla Casa Accoglienza della Parrocchia di Cristo Re, sebbene la nuova domanda dei cittadini immigrati riguardi la possibilità di accesso a una soluzione abitativa autonoma. d) Promozione delle culture ‘altre’ presenti sul territorio al fine di facilitare lo scambio, la conoscenza e l’interazione dei cittadini immigrati con i cittadini autoctoni Sin dalla sua costituzione, il Servizio Stranieri ha tentato di promuovere la conoscenza delle diverse culture presenti sul territorio attraverso attività di sensibilizzazione e di aggregazione interculturale. 11 A tal fine, in collaborazione con altri soggetti attivi a livello cittadino, ha contribuito alla realizzazione di numerose iniziative territoriali che hanno visto il positivo coinvolgimento di cittadini immigrati e autoctoni (feste interculturali, rassegne cinematografiche, distribuzione presso gli istituti scolastici del “Calendario multietnico” promosso dal Centro Interculturale di Torino ecc.). e) Lavoro di rete Partecipazione al Consiglio Territoriale per l’immigrazione Dal 2000 il Servizio Stranieri partecipa al "Consiglio Territoriale per l'immigrazione", luogo di coordinamento e di concertazione politica e progettuale che vede coinvolti rappresentanti degli Enti Locali, della Regione Piemonte, delle organizzazioni di volontariato impegnate nell’assistenza ai cittadini immigrati, delle parti sociali e delle organizzazioni dei lavoratori. Partecipazione al Gruppo di Lavoro interscolastico Nella città di Alba è attivo dal 1998 un gruppo di coordinamento interscolastico coordinato dal Servizio Stranieri comunale che vede il coinvolgimento delle Scuole dell’Obbligo della città di Alba e del suo comprensorio. Il gruppo nasce come luogo di riflessione, di confronto, di scambio di esperienze e di elaborazione di materiale e di proposte didattiche in un'ottica di integrazione scolastica, sociale e culturale. Collaborazione con il Consorzio Socio Assistenziale Alba Langhe e Roero Uno dei maggiori interlocutori del Servizio Stranieri è rappresentato dal Consorzio Socio Assistenziale Alba, Langhe e Roero, in modo particolare per quanto riguarda la situazione di minori irregolari presenti sul territorio. Rapporti con il mondo del Volontariato e dell’Associazionismo Per quanto riguarda il rapporto con il mondo del volontariato e dell’associazionismo, le collaborazioni più importanti realizzate in questi anni risultano con le seguenti realtà: ➮ Caritas Diocesana ➮ Migrantes – Centro Bakita ➮ Associazione culturale "Verso Sud" ➮ Cooperativa del Commercio Equo e Solidale “Quetzal” 12 Tali rapporti di collaborazione hanno reso possibile la realizzazione di manifestazioni e feste interculturali, rassegne cinematografiche, eventi pubblici formativi e informativi. f) La mediazione interculturale A partire dal 1997, nel bacino territoriale di Alba-Bra e Fossano le amministrazioni comunali, con il supporto progettuale della Cooperativa Sociale O.R.So., hanno significativamente investito nell'ambito dell'educazione interculturale, della mediazione dei conflitti, della cooperazione decentrata, dell'educazione alla pace e alla cittadinanza attiva. Nel 1999, l’avvio del progetto "Operatori dei servizi alla persona e al territorio" finanziato dal POM 940030 I 3, realizzato dai Comuni di Bra (comune capofila), Alba e Fossano, ha visto l’organizzazione di interventi mirati all’accompagnamento al lavoro a favore di cittadini immigrati e la realizzazione di un percorso formativo per mediatori culturali. Il POM ha reso palese, soprattutto grazie all'esperienza degli stages previsti nell’ambito del percorso formativo, l'esigenza di figure professionali capaci di operare nel campo della mediazione culturale. Particolari sollecitazioni in questo senso sono pervenute dalle scuole e dall'amministrazione penitenziaria (Casa Circondariale di Alba e Fossano), dai servizi socio-sanitari, dagli Enti Locali, dal Centro per l'Impiego. In seguito al progetto POM, facendo ricorso a risorse finanziarie messe a disposizione dalla L.R. 64/89 e dal D.Lgs. 286/98 sono stati progettati e realizzati i seguenti interventi di mediazione culturale: Progetto Ambito territoriale Durata "Un ponte tra le culture” "Mille volti una sola Umanità" "Bread and Roses Servizi per il diritto alla cittadinanza” "Bread and Roses 2” “In viaggio verso il diritto alla cittadinanza” Comune di Alba (CN) Comune di Alba (CN) Comune di Alba (CN) 2000-2001 2002-2003 2003-2004 Comune di Alba (CN) Comune di Alba (CN) 2004-2005 2005-2006 13 Le motivazioni che sono alla base dei progetti sopra citati sono da ricercarsi nella significatività che il fenomeno migratorio ha assunto in questi ultimi anni e nella conseguente necessità di articolare interventi a favore dell’integrazione e della partecipazione sociale degli stranieri. Il tema dell’immigrazione richiede attenzione sociale e politica, ponendo nuove domande di intervento, stimolando la comunità locale al cambiamento, offrendo un’importante opportunità di crescita sociale e umana al territorio. L’inserimento di un cittadino immigrato nella nuova comunità costituisce, per molti aspetti, un’esperienza critica che richiede la messa in atto sistematica di adeguate strategie di supporto, con interventi risultanti da una progettazione integrata tra i vari attori sociali, economici e istituzionali del territorio. Ne consegue pertanto l’esigenza di un maggiore impegno e di una maggiore attenzione alla responsabilità sociale da parte delle singole istituzioni in termini di progettazione di politiche sociali. A tal fine diventa fondamentale creare percorsi integrati di sostegno, di accoglienza, di accompagnamento all’inserimento e alla reciprocità relazionale (tanto a favore dei cittadini immigrati quanto di quelli italiani), finalizzati alla rivisitazione dei significati culturali locali e alla loro contaminazione interculturale, frutto di un naturale quanto necessario processo antropologico. In tale situazione si colloca la realizzazione degli interventi di mediazione interculturale, risultato di una progettazione integrata e supportata da più istituzioni impegnate a livello locale in tale ambito. Le attività di mediazione interculturale sono state realizzate presso: • Scuola dell’obbligo (Materna, Elementare, Medie Inferiori) di Alba, Canale, Neive, S. Stefano Belbo, Cortemilia; • Centro Territoriale Permanente di Alba; • Agenzia Formativa APRO di Alba; • Istituti di Scuola Media Superiore di Alba; • Casa Circondariale di Alba; • Centro per l’Impiego di Alba – Bra; • Consorzio Socio-Assistenziale ALBA-LANGHE E ROERO; • ASL 18 Alba-Bra (Ambulatorio Multiprofessionale – Consultorio Familiare). 14 3. La ricerca In seguito all’accesso di numerosi cittadini immigrati al Servizio Stranieri del Comune di Alba e all’analisi del loro progetto migratorio, nasce l’esigenza di offrire un quadro della situazione locale dei cittadini stranieri regolarmente residenti sul territorio albese con il duplice obiettivo di: ➮ valorizzare i processi locali di integrazione sociale; ➮ evidenziare bisogni e criticità relativi ai processi di integrazione sociale in un’ottica di ottimizzazione delle politiche locali di inclusione sociale. L’analisi qualitativa è stata realizzata attraverso la realizzazione di 33 interviste semistrutturate individuali. Le persone intervistate sono state contattate dal Servizio Stranieri grazie al rapporto con loro instaurato nel corso degli anni. La scelta del campione da intervistare si è basata sulle seguenti variabili: - la residenza territoriale (comune di Alba e comuni limitrofi che afferiscono al servizio stranieri della città di Alba); - il sesso: rappresentatività maschile e femminile; - la provenienza geografica: rappresentatività delle etnie presenti sul territorio preso in esame. Provenienza Sesso geografica M F 9 2 7 19 5 14 Asia 2 1 1 Sud America 3 2 1 Africa Balcani/Est Europa Sesso Residenza territoriale Alba Comuni limitrofi M 5 6 F 17 5 TOTALE 22 11 15 3.1 L’età Il campione, composto da 23 donne e 11 uomini, ha un’età compresa tra i 18 e i 62 anni. In particolare, l’età degli uomini intervistati risulta maggiormente concentrata nella fascia compresa tra i 23 e i 49 anni; mentre l’età delle donne, variando dai 18 ai 62 anni, presenta una maggiore rappresentatività nella fascia compresa tra i 28 e i 38 anni. 3.2 Lo stato civile Stato Civile Sesso M F Coniugato/a 9 9 Single 2 6 Convivente 1 2 Separato/a o Divorziato/a - 4 Vedovo/a - - 3.3 I figli Complessivamente, 18 dei 33 soggetti intervistati dichiarano di avere figli; di questi, 14 hanno ottenuto il ricongiungimento famigliare e attualmente risultano conviventi, 4 risultano separati dai figli. Soltanto 1 dei soggetti intervistati risulta in attesa di ricongiungimento familiare, gli altri 3 desiderano che la vita dei propri figli possa continuare in patria, economicamente sostenuta dalle rimesse costantemente inviate loro per il mantenimento. Complessivamente, 11 dei soggetti intervistati hanno figli di minore età, mentre 7 hanno figli ultradiciottenni. 3.4 Con chi vivono Tra i soggetti intervistati 6 convivono con il coniuge, 12 con il coniuge e i propri figli, 1 con i figli e un nipotino minore, 5 con i genitori e i fratelli/sorelle, 3 con il/la compagno/a, 6 abitano da soli. 16 3.5 Da quanto tempo risiedono in Italia Anni di residenza in Italia Intervistati 1 anno 1 3 anni 3 4 anni 5 5 anni 3 6 anni 5 7 anni 3 8 anni 2 9 anni 1 10 anni 1 11 anni 4 12 anni 1 16 anni 2 17 anni 1 34 anni 1 Essendo, questa, una ricerca di tipo qualitativo, il tentativo è stato quello di ottenere il massimo di significatività dei risultati attraverso un’accurata scelta dei soggetti da intervistare e la definizione di un’esauriente intervista semi-strutturata in profondità. La scelta dello strumento di indagine deriva dalla convinzione che per cogliere il punto di vista dell’interlocutore con tutta la ricchezza di sfumature è necessario rispettare alcune condizioni e, in particolare, l’adozione di uno strumento che consenta risposte aperte e una conduzione del colloquio non troppo rigida. Tale modalità, pur implicando evidenti limiti dal punto di vista della generalizzabilità dei risultati, consente tuttavia di esplorare più approfonditamente il complesso di aspettative, di strategie e di vissuti che accompagnano l’esperienza migratoria e le varie dimensioni dell’integrazione nella società ospitante. La necessità di cogliere attraverso differenti punti di vista le numerose variabili che concorrono a definire un processo migratorio implica lo sforzo di rappresentare i percorsi di inserimento dei migranti secondo una chiave di lettura relazionale, non statica, del fenomeno. Troppo spesso si tende a sottovalutare i reali bisogni percepiti dai cittadini migranti, lasciando vuoti spazi di intervento importanti. I cittadini stranieri hanno bisogni, esigenze, necessità molto differenti tra loro e in continuo mutamento. Le variabili che determinano le differenze sono molteplici: il progetto 17 migratorio e quello di vita attuale, la generazione di appartenenza, la condizione socioeconomica, la posizione giuridica, la provenienza geografica, la composizione familiare, la situazione professionale, il titolo di studio, le reti umane ecc. In tale ottica le relazioni, attivate o meno, tra migranti e società di accoglienza assumono valore rilevante nella lettura e nell’interpretazione delle dinamiche sociali che determinano l’inserimento del cittadino straniero nella società di accoglienza. I percorsi migratori rappresentano un fenomeno sociale storico, su scala mondiale, in continuo divenire; il processo di trasformazione da cui tale fenomeno è interessato interpella e coinvolge tutti, in quanto determina un cambiamento della società nel suo complesso che richiede una continua ridefinizione in termini di identità, relazioni e rappresentazione che ciascuno di noi ha della società in cui vive. Comprendere il fenomeno delle migrazioni in tale ottica significa riconoscere il cittadino straniero come una persona con pari dignità e pari diritti, come una risorsa reale e attiva in quel processo di trasformazione sociale che chiama in causa il coinvolgimento responsabile e cosciente di tutti. 18 CAPITOLO SECONDO IL PROGETTO MIGRATORIO 19 IL PROGETTO MIGRATORIO Dalla ricerca emerge come la scelta di emigrare compiuta dalla maggior parte degli intervistati sia stata fortemente condizionata dalla grave situazione economica, politica e sociale in cui versa il Paese di provenienza. Il desiderio di assicurare un futuro migliore al proprio nucleo familiare, residente in Italia o in patria, congiuntamente al bisogno di realizzare condizioni di vita più sostenibili dal punto di vista economico e dal punto di vista del benessere psicologico nel tempo presente costituiscono le spinte motivazionali più significative alla mobilità geografica dei soggetti intervistati. Tuttavia tali aspettative risultano spesso disattese: l’approdo in terra di immigrazione si traduce sovente in un peggioramento del tenore di vita o addirittura in una condizione di solitudine sociale: tale retrocessione di status sembra però essere abbastanza facilmente tollerata in funzione dei rapporti che la persona continua a mantenere presso i connazionali, del suo ruolo tributario nei confronti dei familiari o, ancora, in funzione dell’evoluzione del progetto migratorio. Partendo quindi dalle spinte motivazionali espresse dagli intervistati, per meglio comprendere i rapporti causali che determinano il progetto migratorio e la sua evoluzione nel tempo acquistano notevole importanza la conoscenza del contesto di partenza, la consapevolezza della complessità che caratterizza l’articolazione interna dei sistemi societari ‘altri’ e i processi di transizione che attualmente caratterizzano lo sviluppo di molti dei paesi da cui provengono i cittadini residenti in Italia. A tal fine abbiamo ritenuto importante inserire in allegato una breve analisi della situazione economica, sociale e politica dei paesi d’origine dei cittadini stranieri intervistati. A fronte dei numerosi mutamenti sociali, economici, politici che attraversano molte regioni del mondo e degli effetti di disgregazione sociale e culturale da essi prodotti, i fattori di espulsione dalla terra di origine più rilevanti individuati e raccontati dai soggetti intervistati risultano essere prevalentemente di ordine politico, economico e sociale. “ … mio padre prima abitava in campagna … poi si è spostato in periferia a Buenos Aires e lì è cominciato il casino. C’era gente di tutti i tipi. Non è una cultura pulita, ordinata, non si può abitare, è un posto caotico, il centro è bello, ma la periferia rovinata. E la politica tira sempre giù, la scuola non va avanti, l’ospedale non va avanti, nessuno va avanti e come facciamo? Se tu vuoi andare avanti, hai bisogno di lavorare sempre, tanti anni fa mio padre, come io oggi, ha avuto la stessa sofferenza, adesso io ho la sua stessa sofferenza, 20 domani mio figlio avrà la nostra stessa sofferenza. È stupido. Cosa facciamo? Cerchiamo un altro posto. Ma non si tratta solo di spostarsi, è volere essere una persona pulita, lavorare … non si tratta solo di trovare un posto in cui vivere, ma di un posto che non resti fermo mentre tutto il resto del mondo va avanti. Questo è il punto. Se tu vai in una scuola e poi vent’anni dopo tuo figlio va nella stessa scuola che continua a essere la stessa di vent’anni fa, vuol dire che non solo è rimasta indietro, ma è pure peggiorata se in vent’anni non è cambiata. Sempre la stessa canzone. Lo so, che adesso siamo poveri in Argentina e tutti vorremmo venire qua per mangiare, ma non è colpa mia, magari andiamo tutti insieme là … avere più terra e fare due Italia grosse così, ma come facciamo con quella gente che governa e non ti lascia fare niente? Magari un giorno in Italia succederà la stessa cosa che è successa in Argentina, il capitalismo sta mettendo il dito da tutte le parti, questo è il problema, e non è solo un problema argentino, è un problema mondiale.” “ … abbiamo avuto il terrorismo dall’80 al ’92, in questo periodo c’è stato un calo dell’economia e del turismo, poi dal ’92 abbiamo avuto un nuovo governo, sembrava fantastico, ma poi si è rivelato corrotto e di conseguenza sempre più ampia è la differenza tra quelli ricchi e quelli poveri. I ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri e la classe media, quella a cui veramente appartenevo io, è scomparsa. Noi siamo andati nella povertà e i poveri nella povertà estrema. Io sono proprio nato a Lima, ma i miei genitori sono di un paese sulle montagne. Però mia madre abita a Lima da quando aveva 10 anni e noi siamo nati lì. Mia madre faceva la maestra e poi è stata direttrice. Ci ha fatto un po’ studiare, siamo arrivati all’università, ma poi la situazione è peggiorata, non l’abbiamo finita, abbiamo mollato tutto. Non potevamo neanche più studiare, perché non trovavamo un lavoro, io avevo cominciato ingegneria informatica e poi ho dovuto lasciare tutto.” “ In Romania le zone più ricche sono quelle urbane o dove ci sono le industrie, perché gli investitori vanno lì, a pochi interessa l’agricoltura, è un po’ una lotteria … se arriva la grandine, perdi tutto, non esistono le assicurazioni e quindi la gente non è tutelata.” “ In Russia non basta lo stipendio minimo, devi fare anche due o tre lavori. O è troppo basso lo stipendio e poi la pensione, o è troppo alto, l’economia è instabile ed è per questo che ho deciso di andare a lavorare in un’agenzia di viaggi, perché guadagnavo di più e viaggiavo sempre. La Russia è molto grande, è difficile da controllare e l’economia è ancora incerta e ci vogliono tanti anni perché noi arriviamo al livello dell’Europa. Ci sono tante leggi, ma non funzionano ancora. C’è tanta corruzione. Non so com’è adesso, sono 4 anni che abito qua, ma ci vuole tanto, c’è tanta criminalità, tanta povertà, ma anche tanta ricchezza. Puoi vivere bene, ma non sei sicuro che domani non ti sparino, non ti ammazzino” “ Oggi a Capoverde la gente fa meno figli, tanti li mandano a scuola. Tanti che hanno già i genitori in America se riescono li portano. Tantissimi hanno genitori, nonni, bisnonni che sono stati in America. Al massimo si va in America, ma in Italia non più, anche qui la situazione sociale è difficile….” “Gli anni novanta erano anni difficili per il mio Paese. Sedici anni fa la Macedonia faceva parte dell’exYugoslavia nei Balcani, dove prima erano sette repubbliche insieme … poi lì le teste calde hanno deciso per 21 la guerra … se un serbo ammazza dieci albanesi o il contrario, nessun patto di pace vale più, quindi ci siamo trovati in una situazione abbastanza difficile. Nel ’92 è stata ottenuta l’indipendenza della Macedonia unica, senza la guerra. E poi da lì in avanti qualcosa è cambiato in meglio, però ancora non si vede quando possiamo entrare nell’Unione.” “ In Romania non basta lo stipendio. Tutto costa come qua perché vogliono entrare in comunità europea e i prezzi sono più o meno uguali, non alzano solo gli stipendi … è difficile avere un futuro per noi giovani, così come per quelli di altre nazionalità, cerchiamo un futuro migliore per noi e per i nostri figli … La situazione è ancora troppo difficile, anche se sono parecchi anni che è caduto il comunismo. È sempre uguale, non vedo che la situazione sia cambiata, adesso la Romania dice ai giovani di non andare via, di restare, ma là non c’è lavoro. Ho mio nipote che ha studiato, 14- 15 anni di scuola e non c’è niente. Quel ragazzo, anche lui, vuole venire qua. I giovani in Italia possono andare in discoteca, in pizzeria, in una gelateria, anche lui è giovane e vorrebbe poter uscire con una ragazza, portarla fuori, ma lì non si può…” “ … In Marocco c’è molta difficoltà a trovare lavoro, non c’è molto lavoro e non ti pagano abbastanza …” “ … In Albania non c’era lavoro. Poi quando sono andata via io, c’era la guerra civile” “ In Libano c’era la guerra e non c’era possibilità di lavoro e quindi mio padre aveva già pensato di trasferirsi e poi con la guerra era sempre più convinto.” Il peso degli eventi storici che hanno accompagnato le vicende delle nazioni da cui provengono gli intervistati, la precarietà del conseguente andamento economico e l’impatto delle forze storico-sociali sul paese hanno giocato un ruolo fondamentale nel processo decisionale da cui è derivata la scelta di emigrare. Scelta tuttavia condizionata non solo dalla precarietà generale in cui versa il proprio paese: […] gli stipendi erano bassi e poi … io ho fatto la guida turistica e ho avuto l’occasione di andare in Grecia e ho visto come si vive fuori […] sempre il solito motivo finanziario, per poter far qualcosa da soli, senza aiuto, si doveva andare, non si doveva arrivare in Italia per forza, ma è andata così. […] io ero senza lavoro quando ho deciso di venire qua. Per me prendere una decisione è un po’ difficile perché se tu metti tutta l’energia per fare una cosa non puoi farne un’altra o fai una cosa o ne fai un’altra; ho preso tutti i soldi e ho pensato di venire qua. Per la mancanza di lavoro, là è molto difficile trovarlo. Io abitavo proprio nella capitale, a Lima, una città di 12 milioni di abitanti. Si trovava un lavoro per 2-3 mesi e poi a casa, la ditta cadeva in fallimento, si 22 facevano delle code immense per trovare lavoro e avevo la famiglia e ho detto: “Non ci pensiamo tanto e andiamo”. ma anche da vicende familiari difficili: Il mio arrivo in Italia è stato semplicemente un po’ forzato. Perché ho avuto una disgrazia in famiglia e all’epoca nel ’92, ’93, ’94 c’era la caduta del comunismo, la situazione era complicata. E avendo avuto questa disgrazia, sono stata costretta a lasciare il mio Paese, per venire a stare un po’ tranquilla qui dai miei fratelli, per poi proseguire di nuovo e ritornare in Albania Perché nel 2000, quando sono venuta in Italia, i miei figli andavano entrambi all’Università e con quello che guadagnavo là non potevo pagare le loro tasse. Ho cercato tutti i modi possibili per guadagnare di più senza dover partire, ma con il cuore in mano sono partita per una gita, solo per vedere com’era e poi sono rimasta perché non avevo altre possibilità di pagare gli studi ai miei figli. Ho lasciato tutto lì e sono venuta con un visto per turismo da mobilità interne o esterne al proprio paese già sperimentate in passato: Il mio percorso migratorio, con il pensiero, inizia fin dalle superiori. Fin da giovane ero orientato di partire fuori, però non ero proprio sicuro. Volevo vedere come vanno le cose. Nell’ ’89 per motivi economici sono andato in Grecia, nel ’90, era ancora ex Yugoslavia intera, si poteva prendere il visto turistico, e io come studente potevo prenderlo per due o tre mesi e sono andato in Svizzera dove ho lo zio che mi ha aiutato per lavorare in un’acciaieria. Nel ’91 sono entrato per la prima volta in Italia. […] dal 1996 al 1998 ho lavorato in Turchia facendo un po’ tutti i mestieri. Avevo già fatto tanti lavori nel settore tessile, nel settore della plastica, alimentare. Ero andato in Turchia perché si guadagnava un po’ di più rispetto alla Romania, l’ho fatto nel periodo delle vacanze, quando non studiavo andavo a lavorare là. dall’ondata emotiva generata da connazionali che hanno realizzato un progetto migratorio di successo: Il problema è che nella vita sogni e quando vedi un film sogni di avere quello che hanno gli altri, le case, le macchine e poi il nostro paese è piccolino e c’è gente che viene qui per la vendemmia e dopo poco torna e può comprarsi la macchina, magari sfasciate, ma laggiù tu non puoi vedere se la macchina ha 10/12 anni o se è nuova, e quindi anch’io volevo solo provare per vedere come si fa, ho deciso di venire come turista, poi invece ho trovato un lavoro, non mi piaceva molto, ma mi sono adattata e mi sono detta che dovevo riguadagnare i soldi che avevo speso e poi potevo ripartire e invece sono rimasta qui […] il motivo è che quando vieni, vedi altre cose e decidi di fermarti, avrei voluto comperarmi la macchina, avevo il sogno di comperarmi una casa per conto mio […] 23 O, ancora, soprattutto per le donne, perché “costrette” in qualche modo dal ricongiungimento familiare: [...] qua c’era già mio marito … avevo un po’ di dubbi, ma c’era mio marito e dovevo venire per forza. Appena sono arrivata volevo tornare subito in Senegal … quando non conosci un paese, comunque tu possa stare, il tuo paese è migliore, lo senti e lo sai, ma ci sono alcune necessità ti spingono a emigrare. Mio marito era già qui e quando ci siamo sposati sono venuta anch’io […] se non ci fosse stato già lui, no so, non credo che mi sarei spostata, cosa sarei venuta a fare? La decisione degli intervistati di lasciare il proprio paese risulta spesso concertata e condivisa con la famiglia di origine. In alcune situazioni rappresenta tuttavia un elemento di rottura o di contrasto con i familiari che restano, o, ancora, determina situazioni di separazione senza margini di reale prevedibilità temporale per una prospettiva di ricongiungimento. […] mio padre non è mai venuto qua in Italia; lui è in Albania, sta là. Qua ci siamo io, mia mamma, mio fratello e mia sorella. Loro sono arrivati qua nel 2000, ’99-2000, per lavoro […] io ero là, studiavo, non volevo interrompere gli studi. A dir la verità …stavo bene là dov’ero. E’ durata due anni la lotta tra il lavoro, il permesso di soggiorno, il ricongiungimento familiare, la casa, la residenza, tutto quanto. E poi nel febbraio 2001 è arrivata mia moglie. Dopo ancora un anno, un anno e mezzo ho portato la mia mamma, il papà e mia figlia. Erano tempi pesanti, difficili, perché mia figlia non mi conosceva […] per tre mesi non si è avvicinata. I miei l’hanno presa malissimo, soprattutto mia madre. Mi chiedeva che cosa sarei venuta a fare, era orgogliosa di me perché avevo studiato e mi diceva di non lasciare il mio posto di lavoro […] ma lo stipendio non era così buono. La posizione non ti dà da mangiare e non ti paga i debiti. L’ha presa male, ma poi pian piano… spera che un giorno io faccia qualcosa con il mio titolo I miei genitori per due anni non mi hanno più parlato, non volevano più sentire di me, poi dopo due anni sono tornata indietro, perché ero a posto con i documenti e loro mi hanno accettata e adesso vengono anche loro da me, però ce n’è voluto, infatti con mio padre non ho parlato per più di un anno … lui diceva “io ho tutto tranne una figlia”, a me non manca niente, a lui dispiaceva che io ero venuta qui, eravamo una famiglia benestante ed ero venuta in Italia a fare un lavoro di assistenza. 24 Come tutte le mamme quando i loro figli se ne vanno di casa, non l’ha presa bene. Sicuramente è stato difficile accettarlo, è un po’ brutto, ma i figli hanno anche il diritto a farsi una loro vita e una loro famiglia. Il mio Paese non l’avrei mai lasciato […] allora ero al sicuro, lì conoscevo la gente, quando non mi trovavo bene, anche a lavorare, andavo a casa mia e trovavo un altro lavoro. E poi invece mio papà mi diceva sempre “vai in Italia, perché sai, noi qua siamo troppo poveri, così hai qualche cosa da mandarci”. Adesso sono qui con due dei miei figli […] mio marito l’abbiamo lasciato laggiù con il figlio più piccolo che deve ancora finire la scuola … e adesso che anche il più piccolo verrà qua con me, vediamo. Mio marito non si sposta tanto, lavora lì in una fabbrica di medicine da 30 anni. Lui è più grande di me di 10 anni, ma quando vedrà che proprio rimane da solo … perché fino ad adesso c’era un figlio e il cane. Non voglio obbligarlo, anche in questi giorni gli ho detto: “Fai come vuoi”, se vuoi venire facciamo il ricongiungimento, se non vuoi venire veniamo noi, vieni tu. Spostarci là tutti e tre, proprio questo piccolo non vuole, ha detto: “No, no, vengo anch’io in Italia, voglio lavorare”, allora lo lascio vedere come si trova, in fondo è per il loro futuro. Noi ormai siamo abituati con tutte le cose, ma loro, hanno un futuro e devono scegliere. Quando all’inizio ho deciso di venire in Italia loro che erano tutti insieme l’hanno presa così e così, io l’ho presa male. Solo che ho pensato invece di rimanere tutti insieme qui, ad un certo punto fai fatica a pagare questo, quello, anche se lavoravamo tutti e due, si viveva proprio al limite, ci aggiustavamo, lui con lo stipendio, io con gli affari che qualche volta andavano, qualche volta no, o eravamo insieme tutti e decidevamo di vivere come facevano tanti altri oppure io mi spostavo, perché mio marito è più timido, è più tranquillo, non ha la forza di andare dove non sa. Io e mio marito abbiamo un maschio di 25 anni ormai laureato in ingegneria edile e una femmina che si sta per laureare, ma adesso è diventata mamma e deve smettere un po’. Entrambi sono in Romania. Sono consapevoli che siamo venuti qui per guadagnare di più, in Romania non c’è lavoro e fino a quando non si arriva all’età della pensione, cosa possiamo fare? Non possiamo stare in Romania a farci mantenere dai nostri figli. I miei l’hanno presa male quando ho deciso di venire in Italia. Io sono figlia unica e quindi è iniziato un casino, mia mamma mi chiamava sempre, anche io chiamavo, mi diceva di tornare perché si stava male, per me e per lei, ogni tanto per telefono piangevo perché sentivo la mancanza. Poi il mio fidanzato, che adesso è mio marito, mi chiamava e mai a dirmi “Senti va bene, vai avanti”, mi diceva di tornare a casa, ma io sono stata decisa e sono andata avanti, non ho abbassato la guardia. Era inutile tornare dopo sei mesi, se non lavoravi allora tornavi, ma lavoravo e dovevo andare avanti per provare come andava. […] ho visto i miei figli dopo tre anni, non è facile. Mia figlia studia ancora mentre mio figlio ha finito e deve fare il servizio militare. Prima che io partissi, abbiamo parlato bene, questo era un punto importante e abbiamo deciso che io venivo qui e lavoravo e se potevano, dopo, mi raggiungevano. Adesso stiamo aspettando e nel frattempo loro 25 studiano. Mio figlio il più grande no, ha avuto un problema e sta finendo le superiori che doveva finire due anni fa. Il più piccolo va normale e mia moglie sta facendo la scuola - quattro anni- per diventare professoressa di Inglese. Per adesso ci sentiamo una volta alla settimana, anche via e-mail. […] Mia mamma non voleva che venissi in Italia, pensava che non era buono, pensava che non trovavo lavoro. Emigrare dal proprio paese risulta comunque una scelta di sofferenza poiché porta con sé un distacco emotivo e affettivo importante e, nel contempo, coinvolge le singole persone in un processo di cambiamento esistenziale, talvolta radicale, che necessariamente richiede un forte investimento di energie e di risorse, pur in condizioni di estrema fragilità psicologica e affettiva. Le capacità di elaborazione del distacco e contemporaneamente di adattamento al nuovo ambiente messe in atto dai migranti finiscono con il determinare, almeno in una prima fase, condizioni di vita molto dure. Non sembrano rare, in riferimento a ciò, esperienze definibili in qualche modo “protettive” da parte di genitori che migrano lasciando i figli nel paese di origine e, attraverso le loro rimesse, creano e coltivano la speranza perché i figli stessi possano continuare a vivere nel luogo in cui sono nati, garantendo loro il mantenimento economico agli studi o un’integrazione al basso stipendio percepito in patria. Per contro vi sono giovani adulti che, pure in contrasto con la famiglia di origine, scelgono di costruirsi un futuro in un altro paese, disposti ad accettare, anche per periodi temporali di medio-lungo termine, un progetto caratterizzato da indeterminatezza e forte senso di precarietà rispetto al futuro. Sicuramente il modello migratorio seguito dagli intervistati non risulta omogeneo, ma composto piuttosto di tappe, di modalità e di figure diverse. In alcuni casi il processo di stabilizzazione si verifica in seguito a più tentativi di mobilità geografica avvenuti precedentemente in Italia o altrove e messi in atto per lo più dalla figura paterna del nucleo familiare; in altri casi è la donna sola a emigrare e a progettare successivamente la riunificazione con il coniuge e/o i figli. Alcuni hanno affrontato il viaggio da soli, altri con connazionali, amici o parenti. Per i giovani, non vincolati da rapporti matrimoniali, il modello migratorio appare invece meno complesso, più omogeneo. 26 La caratteristica comune a tutti gli intervistati risulta comunque essere il meccanismo di collocamento informale e di richiamo etnico, modalità questa, estremamente dispendiosa da parte del migrante sia da un punto di impiego di risorse materiali sia da un punto di vista psicologico. Di fatto la presenza di familiari e/o connazionali in Italia, pur rappresentando un importante punto di riferimento e pur determinando spesso il luogo di destinazione degli emigranti, non contribuisce tuttavia in maniera significativa a diminuire il sentimento di incertezza e di precarietà che domina il primo approdo e che non sempre viene ripagato con un successo del progetto migratorio. Per quanto si possa avere la forza di lavorare, il coraggio e tutto il resto, senza avere una base […], una spalla a cui appoggiarmi per parlare, per piangere, perché siamo esseri umani e piangiamo tutti, e ne abbiamo bisogno per lo sfogo, non credo che sarei stata in Italia senza i miei familiari. […] Loro sono arrivati 15 anni fa. Il primo esodo. Io sono quasi 11 anni adesso che sono in Italia. […] Sono qui da 5 anni e mezzo, mio marito è arrivato un anno prima di me […] mio marito è venuto perché c’erano già altri parenti, c’è lo zio che abita su a Cortemilia, è andato da lui prima e subito ha lavorato nelle vigne e dopo si è trovato un lavoro più buono, più pagato ed è andato verso Alba, ha lavorato a Vezza. È da dieci anni che sono qua. Io ero rimasta giù in Marocco, poi mia sorella mi ha trovato un lavoro dove lavorava lei, è riuscita a farmi fare un contratto di lavoro e sono venuta su. Mio marito è venuto qua prima di me, aveva un contratto di sei mesi ed è stato qua per più di sei mesi. Hanno fatto i controlli ed è stato mandato via, ed è stato costretto a ritornare in Marocco. Allora io, grazie ad un avvocato, sono riuscita a fare il ricongiungimento familiare. Adesso lavora in una fabbrica e ha il contratto per sei mesi. Sono arrivata a Torino dove è venuta a prendermi la mia amica che abitava già ad Alba, lei lavora qua ad Alba da una signora anziana […] ero un po’ spaventata […]. Poi sono arrivata qua e sono stata dieci giorni da questa mia amica, poi ho trovato lavoro presso una famiglia che aveva bisogno di una ragazza per guardare una signora anziana malata e fare qualche lavoro in casa È una storia un po’ bizzarra. Per arrivare qua ho dovuto superare un po’ di ostacoli. È stato molto difficile, e ho dovuto spendere molti soldi e poi sono arrivato con una squadra di calcio. Non è stata una bella esperienza, perché ad un certo punto sono stato lasciato da parte. Ho dovuto avere molta cura di me ed ero da solo […] Per un paio di mesi ho abitato a Racca da un mio amico, mi muovevo con la bici al mattino per andare a lavorare e poi mi sono trasferito ad Alba, perché era più vicino al mio posto di lavoro. 27 Quando sono arrivato, mi sono fermato mezza giornata a Torino e poi subito ad Alba […] avevo avuto notizie in Marocco di Alba. I primi tempi ho abitato a casa di un mio amico che già conosceva mio padre in Marocco e che mi ha fatto venire. Sono in Italia da tre anni e mezzo, mia mamma abitava già in Italia, a Castagnito, è venuta 5-6 anni fa, ma per lei è stato un po’ più complicato. È venuta qui che aveva già 45 anni, ha trovato più difficoltà, anche perché io abitavo ancora in Estonia e sentiva la mancanza e anche adesso non si trova molto bene. Da una parte le piace, dall’altra tornerebbe in Estonia. Avevo già degli amici qui, tanti, loro sono arrivati nel ’97, io sono stata clandestina per un anno e poi mi sono sistemata, però io avevo tantissimi amici che venivano a vendemmiare e poi tornavano indietro e poi ritornavano per la stagione, poi qualcuno si è sistemato e quando venivano in Macedonia mi dicevano: “Guarda che se vieni in Italia ti aiutiamo” e io sono venuta. Un mio amico mi diceva di non venire perché la vita non è tanto bella, non c’è latte e miele per le strade, mi ha presentato ad un signore che mi ha subito trovato lavoro in una colonia di bambini e poi sono andata ad assistere queste persone, perché in colonia mi hanno conosciuta i nipoti di queste persone. Per primo è arrivato mio padre, circa venti anni fa, neanche lui ha ancora la cittadinanza. Dopo siamo arrivate noi figlie e poi mia madre; un fratello e due sorelle sono nati qui, precisamente in Sicilia. Sono solo tre anni che sono in Piemonte. Ho girato più l’Italia del mio paese. […] ci siamo trasferiti ad Alba da Domodossola perché a mia madre non piaceva quel posto, ci piacciono città più accoglienti. Ad Alba conoscevamo una persona, che ora si è trasferita. Qui non abbiamo nessun parente, ho un parente a Torino, però ci vediamo poco, una volta ogni due mesi. Poi ci sono dei cugini di mio padre. I miei zii sono tutti giù in Sicilia. Siamo venuti insieme io e mia moglie e subito ci ha ospitati mia suocera, poi mia moglie ha trovato lavoro come badante, guardava una signora anziana, qua vicino, a Castellinaldo, io avevo trovato qualcosa come giardiniere, ma per poco tempo, due mesi, poi è arrivata la sanatoria, abbiamo preso i documenti e di lì è stato tutto più semplice. All’inizio veramente volevamo venire su uno per volta, io e mia moglie, però eravamo sposati da poco tempo, per non stare separati, tanto non è che sono partito con dei debiti da casa e non avevo un lavoro, mi sono detto che se non trovavo un lavoro qua potevo tornare. Quando siamo arrivati noi c’era solo mia suocera in Italia, l’anno dopo che sono arrivato io, è venuto anche mio suocero. In Romania avevano dei problemi finanziari, avevano tre figli e poi è arrivata la rivoluzione, non ti fidavi più, lei è una persona forte e ha deciso di venire qua. Non conosceva nessuno. Per lei è stata un po’ dura perché era il periodo che non avevi neanche il visto turistico per uscire dal paese. Ho lasciato tutto lì e sono venuta con un visto per turismo e poi qui doveva aspettarmi un’amica, ma non è arrivato nessuno, all’inizio mi sono trovata veramente sola, sono venuta su con una mia amica; sapevo solo qualche parola di italiano. La prima sera siamo andate in un albergo e poi al mattino siamo andate al Sermig per trovare un posto dove stare, però lì ci hanno detto che dovevamo prenotare tre giorni prima per riuscire 28 a trovare un posto. Così ci siamo trovate sole, ma abbiamo incontrato una persona che era già sposata con un Italiano, ci ha ospitate lei e poi siamo andate al Sermig. Siamo state due settimane, nel frattempo siamo uscite, abbiamo conosciuto un po’ di gente, e poi sono riuscita a trovare il primo lavoro […] eravamo con una gita turistica, ma volevamo lavorare per mantenere le famiglie là […] mio marito è arrivato dallo scorso marzo: è venuto grazie al ricongiungimento familiare, adesso lavora … paghiamo l’affitto e si va avanti così. Lui è laureato in ingegneria, ma in Italia il suo titolo di studio non è riconosciuto, non abbiamo neanche provato anche perché mio marito ha già 54 anni, in Italia lavora come operaio. Sono in Italia da otto anni. Grazie a mia cugina sono riuscita a venire qua. I primi tempi sono stata con lei. Lei sta a Bergamo. Poi sono venuta qua quando ho conosciuto mio marito e ci siamo sposati. Sono in Italia da sette anni e mezzo. Sono arrivata a Neive, poi ho trovato lavoro a Bra e poi ci siamo spostati ad Alba. Subito sono venuta da sola, avevo avuto l’indirizzo da una persona che abitava qua, a quei tempi si arrivava molto difficilmente, l’aiuto è stato che io avevo già il passaporto pieno di visti, lavoravo e quindi ho avuto subito il visto, sono rimasta due o tre mesi senza il permesso di soggiorno, poi ho avuto il nullaosta per tornare, poi ho trovato subito lavoro, e quindi ho avuto il permesso di soggiorno. Diciamo che il lavoro l’ho trovato a febbraio e il permesso l’ho avuto a maggio […] come tutti, facevo la collaboratrice domestica, guardavo una signora e pulivo casa. Qui c’era già mia sorella più piccola, quando sono arrivata, quattro anni e mezzo fa, ho lavorato come badante a Novello, poi mi sono messa a posto con i documenti e mi sono spostata ad Alba. Appena arrivata stavo da mia sorella, ma dopo otto giorni avevo già trovato lavoro come badante e sono andata a vivere con il signore che guardavo. Non ero mai venuto in Italia, avevo una piccola idea, conoscevo altri che erano venuti. Sono arrivato a Milano dopo dodici ore di viaggio, stanco […] sono andato a Torino e mi sono fermato 20 giorni più o meno in un ostello fino a trovare il paese dove era nato il mio bisnonno: Feisoglio. Sono venuto ad Alba e qui ho trovato una persona che mi ha detto: “Se vuoi lavorare devi abitare ad Alba” e così mi sono stabilito qua […] qui in Italia avevo un parente a Firenze, era un parente lontano, ma non avevo tanta confidenza e io dovevo essere qui perché volevo trovare i documenti di mio bisnonno. Allora ho incominciato a lavorare qua, e dopo che ho trovato lavoro non mi sono più spostato. La prima volta che sono venuto in Italia è stato nel ’97, sono stato quasi un anno, poi non era facile perché non avevo trovato un lavoro e sono tornato in Romania e poi sono tornato nel 2000 e sono rimasto sempre qua. Nel ’97 quando sono venuto per la prima volta, è venuto con me anche mio figlio e poi lui è rimasto. E quando sono tornato nel 2000 lui era già qua, aveva i documenti, avevo già un appoggio. Ma nel ’97 quando siamo venuti in Italia non avevamo delle notizie, siamo venuti in tre o quattro. 29 Io sono arrivato qua con un visto turistico, ma le dico la verità, noi siamo visti con un po’ di diffidenza, tanto che durante il viaggio, anche se avevo un visto come turista, mi hanno controllato dalla testa ai piedi. Io ero tranquillo, comunque, perché le persone che non hanno niente posso essere tranquille. Comunque questa è un po’ l’immagine dei paesi sud- americani, per me faceva lo stesso perché io venivo qua per lavorare e per stare. Sono riuscito a stare qua, a regolarizzarmi, ormai è più di tre anni che sono qua Mio cugino è venuto in Italia a piedi. È entrato già da otto anni e non aveva i soldi per pagarsi né un passaporto, né un visto. Io invece sono venuto quattro anni fa come turista, poi sono rimasto in nero, poi ho lavorato come muratore, non mi hanno ancora dato i soldi, ma qualcosa di buono l’hanno fatto, mi hanno fatto i documenti. Dalle interviste emerge inoltre come la scelta di emigrare di fatto risulti, spesso, un investimento che ricade sul gruppo familiare, anche quando la scelta non viene effettuata da tutti. La relazione con il proprio paese di origine continua a rivestire particolare importanza nella misura in cui membri della propria famiglia risiedono ancora lì, rappresentando in tal modo non solo una valida ragione per tornare periodicamente, ma un legame che vincola l’esistenza dell’emigrato anche e soprattutto attraverso le costanti rimesse inviate a casa. Rimesse destinate esclusivamente a membri familiari (moglie/marito, figli, genitori, fratelli/sorelle). È interessante a tal proposito osservare come “l’immigrato, nella sua vita quotidiana all’estero, sente così la famiglia come un fattore reale […]. Il destino della famiglia e quello dell’individuo sono perciò strettamente intrecciati tra loro, in termini assolutamente reali per l’immigrato (Kwok, 1994:214-215). […] se potessi fare ancora di più, lo farei. Noi abitiamo in una zona di campagna e a noi serve, ci mancano tante cose, soprattutto le attrezzature, perché là si lavora ancora con le mani. In Romania le zone più ricche sono quelle urbane o dove ci sono le industrie, perché gli investitori vanno lì, a pochi interessa l’agricoltura, poi è un po’ una lotteria, se arriva la grandine, perdi tutto, poi non esistono le assicurazioni e quindi la gente non è tutelata. Ho solo più mia mamma, mio papà è morto nel ‘98 e anche se mia mamma volesse, io non potrei portarla perché non vorrei portarla e farle fare la vita che ho fatto io, se le cose cambiano vedremo, anche se io sono qua che faccio tutto e aiuto la mia famiglia, non la farei venire, è dura vivere qua, se cambiano alcune cose, magari.... […] Si, continuo a mandare soldi a casa, mia madre è pensionata, noi abbiamo la casa, ma non con la sua pensione che non è neanche di 50 euro, non riuscirebbe a vivere. È impossibile vivere con 50E, anche se cerchi di farlo, è impossibile. Solo se non mangi e non bevi, puoi farcela. 30 A testimonianza di ciò rende l’immagine che la maggior parte degli intervistati dichiara abbiano amici, familiari e conoscenti non emigrati circa le condizioni e lo stile di vita di cui essi godono in Italia. Il desiderio di lasciare il proprio paese per aprirsi a prospettive migliori sembra diffuso, così come sembra diffusa la convinzione di un guadagno maggiore; convinzione, questa, basata sia sulla reale capacità di risparmio (connessa alle rimesse) dei connazionali emigrati sia sul rapporto tra il guadagno economico conseguibile nel proprio paese e quello conseguibile nei paesi meta di emigrazione; spesso senza tenere in debito conto i differenti costi di vita tra il contesto di origine e quello di approdo. Il successo del progetto migratorio testimoniato attraverso le rimesse e/o i rientri costanti nel paese di origine da parte di coloro che sono emigrati rappresentano un fattore di attrazione importante in un processo di scelta verso l’emigrazione. In tale direzione, rappresenta un serio motivo di riflessione il ruolo giocato dai mass-media. Ancora oggi l’immagine che gli strumenti di informazione trasmettono delle società occidentali determina un impatto significativo sulle aspettative dei migranti, sebbene spesso non confermate dai racconti di quanti ritornano in patria. La presenza di familiari e/o di amici nei contesti di approdo e il desiderio di migliorare le proprie condizioni socio-economiche, unitamente, seppure in misura minore, al mito dell’Occidente, rappresentano i fattori di attrazione maggiormente ricorrenti nei racconti degli intervistati. […] quando sono partita mi aspettavo di fare i soliti lavori che fanno gli stranieri: guardare gli anziani e i bambini, fare le pulizie. Nonostante questo sono partita, mi sono detta che dovevo farcela. Io ero venuta già tre o quattro volte per le vacanze, quindi mi sembrava tutto bello, la gente simpatica, però quando poi mi sono trasferita è stato un po’ difficile trovare un lavoro. Difficoltà più grandi di quanto mi aspettavo … Prima di tutto nel Sud America noi vediamo l’Europa come dei paesi potenti, per questo che noi decidiamo o di andare negli Stati Uniti o in Europa, in Francia, in Germania o in Italia, in Spagna. […] Ma negli USA è difficile entrare dopo l’11 settembre, poi non conosco nessuno che viva là. Mia sorella aveva deciso per l’Italia tramite una cugina che era già qua, di parente in parente, infatti io ho fatto venire mia moglie, i miei due figli, poi più avanti magari potrà venire l’altra mia sorella che è ancora là. In Italia c’era già mia suocera che lavorava da cinque anni. Però senti dagli altri e non puoi fidarti, perché come me che sono contento del mio lavoro, c’è qualcun altro che non lo è. La televisione è falsa, perché i filmati ti fanno vedere le cose belle, in Romania prendevo Rai1, Rai2 e Rai3, ma non li seguivo perché non li 31 capivo. Non mi aspettavo di trovare qualcuno con le braccia aperte pronto ad accogliermi, pensavo di trovare un paese, so benissimo che dappertutto ci sono delle difficoltà. Avevo notizie dalla televisione, poi arrivano delle notizie da quelli che vanno e quelli che vengono, non tutti hanno una buona impressione dell’Italia, trovare un lavoro non è facile, devi essere disposto a fare anche lavori pesanti o non troppo ambiti. Di là dicono cose diverse, ma se vuoi provare, almeno sai di poter avere un futuro un po’ più certo, senza troppi pensieri sul domani. Quello che dicevano era vero, in Italia si sta bene, si può ancora venire qua, ti prendono, infatti altri miei connazionali continuano ad arrivare. In Italia si può ancora cercare di essere accolti, non come in Inghilterra, dove ti buttano via Me l’aspettavo un paese come me l’avevano raccontato gli altri stranieri che abitano in altri paesi […] Si, non è che io voglio trovare i soldi per terra, ma vorrei la casa, lavorare e i miei diritti perché sto con voi e faccio la vita con voi. Ma guarda noi sognavamo sempre, sai, l’Italia come se fosse rose e fiori. Sai, che potevi avere la possibilità di studiare senza problemi o di trovare un lavoro adeguato magari agli studi, oppure di inserirti abbastanza in fretta nella società. Ecco io all’inizio ho fatto una fatica enorme, un po’ per la mia mentalità molto chiusa, molto tradizionalista, un po’ perché la gente, come ti dicevo prima ti vedeva come “l’albanese”, “la prostituta” o “delinquente”. Non vedevano la persona, non cercavano nemmeno di vedere in te la persona che eri. […] questa Italia… come la sognava anche mio fratello: era innamorato, perché lui amando il calcio italiano, un patito del calcio italiano, allora adorava la lingua italiana, come la adoravo io Non mi sono mai immaginata che io vengo qua a fare il commercialista, il direttore … Io, dal mio punto di vista non sono rimasta delusa perché ho detto che partire da zero è normale e poco per volta mi sono aggiustata con la casa, con i documenti, con il lavoro, con i figli, con il ricongiungimento dei figli, pian pianino, con pazienza, allora sinceramente non sono rimasta delusa e poi dal punto di vista della cultura è proprio bello, come ho visto in televisione. All’inizio l’ho trovata ancora più bella di quanto la sognavo io. Perché all’inizio erano delle novità, non me le aspettavo, le cose belle le avevo viste in televisione, ma avere proprio il contatto. Poi questa zona mi ha subito affascinato, io sono subito arrivato qua. Non è comunque il paese dove scorrono fiumi di latte e di miele come a volte si dice, sembra che tutto arrivi senza fatica. In Romania sembra che venendo in Italia si possa diventare ricchi, ma non è così anche perché il lavoro c’è, ma bisogna accontentarsi di lavori pesanti, umili o duri che gli Italiani non vogliono più fare, come guardare le persone anziane o lavorare nelle imprese di pulizie. Anche gli Italiani che sono andati in America o in Australia facevano lo stesso lavoro che facciamo noi oggi qua, ma a me non pesa, perché anche a casa mia, in Romania, nel mio negozio, facevo tutto da sola, anche le pulizie. Quando poi vuoi qualcosa davvero, fai di tutto, per i miei figli farei di tutto, non mi pesa lavorare e mi piace, so fare tante cose, ma non puoi fare quello che vuoi, ma devi fare quello che ti offre la società italiana. 32 Le prefigurazioni del viaggio, da parte di molti intervistati, risultano essere estremamente realistiche. Adeguate, nella maggior parte dei casi, le aspettative, sia in riferimento alle difficoltà previste sia in riferimento agli obiettivi iniziali del progetto migratorio. Adattabilità, disponibilità e flessibilità costituiscono le caratteristiche più importanti del comportamento del migrante nella prima fase di inserimento. Risorse comportamentali spesso messe in atto in quanto legittimate dal “mito del ritorno”; mito che giustifica la disponibilità ad accettare sistemazioni abitative precarie, ruoli professionali che, spesso, producono un notevole abbassamento dello status occupato prima di emigrare, modalità di partecipazione economica e sociale marginale o comunque scarsamente visibile. Buona parte degli intervistati dalle città più popolate del nord Italia si sono spostati in zone decentrate e, salvo alcune eccezioni, hanno reperito in tempi brevi una sistemazione abitativa e una collocazione lavorativa. In modo particolare, la maggior parte delle donne sole ha trovato impiego nel lavoro di cura presso famiglie locali e, sino alla realizzazione del ricongiungimento familiare, ha convissuto con i datori di lavoro. Molti, arrivando in Italia con un visto turistico, si sono inseriti nel mercato del lavoro in forma sommersa, nell’attesa di una regolarizzazione formale. Appena arrivata andavo a fare le pulizie da una signora che aveva una ditta e anche grande e mi faceva lavorare anche lì. Quando sono arrivata, io non mi aspettavo di andare a fare le pulizie e mi sono sentita stupida e male, perché ho studiato mi sono impegnata, e poi dopo accetti le cose come vengono. Sono arrivata qua e sono stata dieci giorni da questa mia amica, poi ho trovato lavoro presso una famiglia che aveva bisogno di una ragazza per guardare una signora anziana malata e fare qualche lavoro in casa. Sono stata fino a due anni fa poi sono stata da un’altra signora anziana e abitavo da lei […] Io sono stata clandestina per un anno e poi mi sono sistemata […] All’inizio era pesante perché lavoravo fissa, non uscivo mai, ero badante. Poi è arrivato mio marito, lavorava in campagna, lui viveva in un alloggio, io stavo a lavorare. Poi piano piano ho trovato un altro lavoro abbiamo portato su la bimba e adesso che siamo insieme non importa. Non sto male però… adesso faccio l’operaia in una ditta di pulizie. Il primo lavoro…lavoravo giorno e notte, non potevo muovermi. All’inizio avevo un visto di un solo mese, per l’aereo dovevo pagare sia l’andata, sia il ritorno, poi sono diventato un extracomunitario che non poteva stare in Italia e ho dovuto aspettare la sanatoria del 2002 per mettermi in regola. 33 Nel ’95 sono arrivata con un visto per vedere i miei figli, poi non sono andata via e volevo fare il permesso di soggiorno, ma era a pagamento e non l’ho fatto, poi quando è uscita la legge che un datore di lavoro poteva farti il permesso, mio figlio aveva un suo amico avvocato che mi ha messo a casa sua, a posto, lavoravo lì Io sono arrivato qua con un visto turistico poi mi sono regolarizzato Io sono venuto come turista, poi sono rimasto in nero, poi ho lavorato come muratore, non mi hanno ancora dato i soldi, ma qualcosa di buono l’hanno fatto, mi hanno fatto i documenti. Come accennato in precedenza, le risorse messe in atto dai migranti per far fronte alla complessità del primo periodo di permanenza nel contesto di approdo consentono loro di superare le innumerevoli difficoltà che si presentano in tale fase: dalla conoscenza della lingua alla ricerca di un impiego professionale e di una collocazione abitativa, alla regolarizzazione della propria situazione giuridica. In tale fase è da sottolineare inoltre l’importante sostegno che altri cittadini connazionali offrono ai nuovi arrivati (dalla canalizzazione di informazioni all’aiuto nella ricerca del lavoro, dal sostegno emotivo alla socializzazione e all’incontro). Tuttavia, a fronte del diffuso cambiamento del proprio progetto migratorio dalla fase iniziale del percorso di inserimento a quella di stabilizzazione, tali risorse comportamentali potrebbero “rivelarsi una trappola se non riescono a innescare un processo virtuoso nel conseguimento di obiettivi successivi.” [IRES Piemonte, 1991]. Nella misura in cui flessibilità e disponibilità vengono strumentalmente utilizzate per superare criticità temporanee e raggiungere l’obiettivo di rientrare nel proprio paese in tempi brevi, possono configurarsi come risorse comportamentali positive. Qualora, invece, il progetto migratorio tenda alla stabilizzazione piuttosto che al rientro, come di fatto hanno dichiarato molti intervistati, disponibilità e flessibilità alle opportunità del momento rischiano di mantenere gli immigrati in una “condizione di integrazione subalterna, partecipi dei processi economici con le funzioni non più gradite dai locali, ma sostanzialmente ai margini dei processi sociali” [Ambrosini – Lodigiani – Mandrini, 1995]. Ma come prefigurano il proprio futuro gli intervistati? Il mio futuro è in Italia, perché ho pensato di ritornare in Albania, però sono passati 11 anni, e io ho fatto molti, molti sacrifici qua. Riuscire a ritornare indietro è come se facessi dei passi indietro nel futuro. Io comunque amo anche questa vita molto stressata, molto monotona, perché ormai mi sono abituata: è la mia vita. È bella, è brutta, è triste, è felice, però è la mia vita e la amo così com’è e non so se riuscirei a ritornare. 34 Il fatto che i miei sono tutti qua, mi fa sentire legata a questo posto […] non dovevo venire neanche la prima volta …. sai ho lasciato tutto là, appena sto cercando di farmi una vita qua, devo lasciare di nuovo, devo buttare dietro le spalle questi tre anni che ho fatto qua, per andare di nuovo là. Poi magari vado là, ma non mi sento bene io, perché dopo tre anni sono cambiate delle cose dentro di me. Non so, adesso ho un misto di dubbi, di incertezze, sentimenti... legata poi alla mia famiglia in questi tre anni. Veramente non so…quando eravamo in Albania loro vivevano in un’altra città e io vivevo nella capitale, però c’è stata sempre questa distanza e non mi sentivo molto legata a loro. Adesso che viviamo nella stessa casa, in questi tre anni, mi sento molto legata a loro. Quando sono andata in Albania per tre settimane mi sono mancati da morire. Adesso sono qua, siamo qua. Cioè, non so…uno pensa sempre di ritornare al suo Paese, alla sua terra, però una volta che sei qua è un po' difficile ritornare. Ognuno di noi, penso, ha l’idea di tornare. Se fossi sposato e avessi dei bambini, forse avrei l’idea di restare, però per un giovane parte con l’idea di guadagnare un po’ di soldi e poi di tornare a casa e fare qualcosa là. Adesso io e la mia fidanzata stiamo molto bene qui, quindi mi vedo qua, magari in futuro decideremo di tornare in Romania. Preferirei rimanere qua in Italia, perché mezza strada l’ho già fatta, non voglio tornare indietro, magari il primo anno, ma adesso mezza strada è fatta. L’idea era di tornare, pensavano di stare su qualche anno, di mettere da parte un po’ di soldi e poi di tornare, comprarsi una casa e di tornare a vivere giù. Invece è andata in modo completamente diverso. Ormai la nostra vita è qua, si va qualche volta in Libano, a trovare i parenti, per fare qualche documento, ma sono legata alla mia vita qua, ho il mio lavoro, la mia indipendenza, dovessi tornare giù, non avrei le stesse cose che ho qua. Ho tutte le mie cose, invece là, sarei costretta a stare a casa, a studiare, a fare tutte cose che io non voglio. Ho trovato un lavoro, ho incominciato a imparare l’italiano e poi non so cosa sarà, ma quando vieni qui vedi che alcuni stanno già abbastanza bene e ti dici ce la farò anch’io? devo farcela e vai avanti poi ci sono alcuni che riescono più di te, oppure lavorano di più, fanno doppio lavoro e allora ti dai da fare, così ho trovato un lavoro che mi piaceva anzi più del lavoro mi piacevano le persone e così sono rimasta qui. All’inizio pensavo che sarei tornata a casa, ma poi ho incontrato questo ragazzo, con cui convivo e appena vengono su i miei genitori ci sposiamo. Stavo per comprarmi la casa laggiù per tornare, me la vendevano per 35 milioni, ma poi ho incontrato questo ragazzo e ho lasciato perdere. Mia madre adesso come adesso non tornerebbe, vuole prima sistemare tutti noi figli: quindi, dato che il più piccolo ha 7 anni, per almeno altri quindici anni rimarrà qui in Italia. “Più tardi- dice- quando avrò 70 anni, magari andrò giù”. Mia madre ha lavorato mattina e sera quindici anni senza mai fermarsi … Mio padre ormai la sua vita è per le sue figlie, per cui se noi resteremo in Italia, lui farà altrettanto. Io non tornerei giù, perché se dovessi tornare dovrei minimo studiare il francese e l’arabo. Dice sempre che potrebbe anche 35 stare sei mesi all’anno qui e sei mesi lì. Tante persone che hanno i figli già grandi fanno quella vita, tanto i figli gli mandano i soldi. Pensa che mio padre vorrebbe cercarsi una casa qui, vuole comprarne una. In Marocco abbiamo qualcosa, ma poco. Ho i nonni giù. All’inizio pensavo di fermarmi 2-3 anni e poi tornare, adesso, l’anno scorso mi hanno trovato una specie di leucemia e tutte le cure che faccio qui in Italia, in Romania non le fanno e ho un mantenimento di cinque anni, allora non posso neanche pensare di tornare, almeno per cinque anni, poi chissà. Io pensavo di stare solo un anno e poi tornare in Romania. Poi sai com’è ti prepari un piano da casa e poi quando vedi le cose… Ma poco a poco mi sono abituato alla vita di qui e quindi è sempre più difficile pensare di tornare là. Mi piacerebbe tornare però è difficile perché non so che lavoro potrei trovare. Vivrei molto peggio, qui sono più tranquillo, lì non puoi comprarti quello, non puoi mangiare quello. Adesso però mi sto abituando qui. Mia moglie, invece, è molto più decisa di me a rimanere Italia. All’inizio volevo stare 2-3 anni e tornare, poi ho fatto venire su i miei figli, anche per i soldi, si guadagna, per adesso ancora, abbastanza bene … dopo … questa tranquillità, questa organizzazione che viene poco per volta, sei inserito proprio e io sinceramente quando vado giù, non mi trovo a mio agio, forse perché vado sempre con dei problemi da risolvere, non sto mai tranquilla, ma non mi trovo più. All’inizio sono venuta per un periodo di due settimane per una gita durante la quale ho incontrato altri Rumeni che mi dicevano che se avessi avuto voglia di lavorare avrei trovato un lavoro e sarei stata bene. Quindi sono rimasta qui, perché ho detto che se tutta questa gente era riuscita a fare qualcosa, avrei potuto farcela anch’io. Sono rimasta per i miei figli, là, non avrei avuto nessuna possibilità di pagare i loro studi. Mia figlia aveva un lavoretto, mentre andava all’università, ma non bastava per pagare la sua retta, e poi c’erano le spese della casa, mio marito per un periodo non ha lavorato. Adesso abbiamo intenzione di lavorare ancora qualche anno e poi torneremo in Romania: là abbiamo gli amici e soprattutto i figli, nipoti, per adesso aspettiamo che le cose in Romania cambino un po’. Sono partita solo perché una gran voglia di vedere i miei figli, quello più piccolo non poteva tornare in Albania a trovarmi perché non aveva il permesso di soggiorno, invece quello più grande poteva venire a trovarmi. Però non ce la facevo più, senza i miei figli era proprio un mondo perso, ero una mamma persa, ero una mamma fallita. È così sono partita con questo visto politico, l’ho pagato e sono arrivata. La mia idea sarebbe quella di tornare, ma dovrei lasciare i miei figli qui, ormai ho la carta di soggiorno, adesso ho anche un nipote, certo con la pensione che avrò, dopo aver lavorato un po’ di anni qua in Italia, potrei tornare a vivere in Albania, ma ho sempre un pezzo grande qua. Ho i miei figli e tutto puoi lasciare, ma i tuoi figli no. Io pensavo di tornare dopo qualche anno, perché mi avevano detto che era facile e allora io pensavo, lavoro un po’ e poi torno a casa, invece, sono stata tre, quattro anni senza documenti, ogni tre mesi andavo in Colombia e poi tornavo, andavo a cercare lavoro, no, perché non hai i documenti, ora che li ho, no perché sei vecchia. 36 Adesso con i documenti, stavo aspettando di lavorare un po’ per mettermi un po’ di soldi da parte per andare poi là. Qui mi trovo bene, ma la vita costa troppo, io quello che guadagno, un po’ lo mando a casa, e poi il resto lo uso qua, perché mio marito non è che prende tanto. Non avevo le idee chiare, non posso dire, nemmeno ora sono decisa su cosa fare, comunque qui proviamo a comprarci la casa, ma a lungo termine non so, una decina, quindici anni certamente stiamo qui, poi vedremo, ci saranno i figli qui e vedremo arriverà la pensione, ma tanti anni saranno e vedremo. Cosa facciamo là? Già ero vecchio, quando sono andato via, per trovare lavoro, adesso sarei ancora più vecchio. Per di più, uno mettesse un po’ di soldi da parte per mettere su un negozio, non so se sarebbe possibile mantenerlo per tanti anni e se poi finisce, finiscono i soldi, finisce tutto e sei di nuovo al punto di partenza. Abbiamo deciso di stare qua e i bambini cresceranno qua e poi quando saremo vecchi, se ne parlerà. Con mia moglie abbiamo detto così, quando saremo pensionati, magari torneremo. Anche la bimba sicuramente non tornerebbe, perché la situazione è ancora troppo difficile, anche se sono parecchi anni che è caduto il comunismo. È sempre uguale, non vedo che la situazione sia cambiata, adesso la Romania dice ai giovani di non andare via, di restare, ma là non c’è lavoro Per adesso no, non torniamo, non sapremmo da che parte iniziare. Sono più di sette anni che non andiamo. Vanno solo i miei, anche se abbiamo ancora tutti i parenti e anche la casa, ma non sappiamo neanche più com’è là. Ormai se torniamo là, non capiamo più niente. Sappiamo solo parlare l’arabo, ma non sappiamo né scrivere, né leggere, abbiamo dimenticato tutto. E poi qua non ci sono scuole di arabo per imparare. Eh, direi che potrei anche avere il coraggio di ritornare a Capo Verde anche se non ho costruito niente laggiù. Poi però qui ho i miei figli e non me la sento di lasciarli. E poi qui in generale va tutto Bene … Non lo so, più gli anni vanno avanti, più mi inserisco, più sono staccato dalla Macedonia. Non posso dirti né così, né cosà. Forse tra dieci anni la Macedonia entra nell’Unione e io posso tornare tranquillo nella mia Macedonia e fare qualche lavoretto, qualche piccola attività mia, in proprio, o qualche business! […] i Balcani non sono un’isola felice, lì può succedere di tutto. […] Però la verità è che man mano, andando avanti mi sento più sicuro qua. Pur partendo tutti, o quasi, con l’idea di ritornare, una volta occupati regolarmente e stabilmente, la maggior parte degli intervistati tende a valutare la possibilità di una stabilizzazione in terra straniera, se non definitiva quanto meno assai prolungata nel tempo. Si tratta di una valutazione basata sull’intreccio di fattori diversi che vanno dalle risorse impiegate nel percorso di inserimento sociale a un diverso stile di vita acquisito in 37 Italia, dall’indipendenza personale a quella economica, dalla mancanza di prospettive offerte dal contesto di origine alla consapevolezza di un avvenuto cambiamento identitario. Ma ciò che sembra avere maggiore peso in tale orientamento è ancora la famiglia. Il ricongiungimento familiare con la nascita o l’arrivo di figli impone una progettualità differente, “provoca una tensione ambivalente” in rapporto alla società di accoglienza, “che permette una più rapida elaborazione del processo di distacco e di quello d’integrazione”, richiede obiettivi a lungo termine, “modifica il comportamento degli immigrati da una condizione di tendenziale invisibilità sociale alla ricerca di un rapporto più intenso e non privo di implicazioni problematiche con il paese d’accoglienza […] il mutamento del progetto migratorio interviene nel momento in cui la famiglia si costituisce (o ricostituisce) e l’emigrato deve pensare anche al futuro dei propri figli [Zanfrini – 1998]. Situazione famigliare dei soggetti intervistati (parenti di 1° grado) Tabella 1 Intervistati (Valore assoluto) 21 4 3 2 3 Familiari ricongiunti Tutti i membri della famiglia attuale Tutti i membri della famiglia attuale e alcuni membri della famiglia di origine (fratelli, ecc.) Alcuni membri della famiglia attuale Alcuni membri della famiglia di origine, non attuale (migrazione con la sorella, figli in patria) Single Tabella 2 Intervistati (Valore assoluto) 12 7 14 Familiari in patria Membri della famiglia di riferimento attuale (famiglia di ultima convivenza) Membri della famiglia di origine Solo parenti di secondo grado (zii, ecc.) Pur essendo privilegiato il ricongiungimento familiare, dai percorsi raccontati dagli intervistati emergono modelli di migrazioni differenti: - il percorso al maschile, il più tradizionale e diffuso, in cui l’uomo emigra per primo, trova lavoro e casa, e prepara il terreno per l’arrivo della moglie e dei figli; - il percorso al femminile in cui la protagonista è la moglie-madre, che parte per prima e promuove poi l’arrivo del marito e degli eventuali figli; - il percorso neocostitutivo, in cui la formazione del nucleo coniugale avviene nel paese ricevente con un partner incontrato sul posto (della stessa origine o meno); 38 - il percorso simultaneo, contraddistinto dall’arrivo contemporaneo o molto ravvicinato di entrambi i coniugi, e a volte di interi nuclei familiari; - il percorso monoparentale in cui uno solo dei genitori emigra, seguito da uno o più figli. “Il ricongiungimento rappresenta un fattore di normalizzazione della presenza degli immigrati, in cui il profilo sociale e demografico tende così ad avvicinarsi a quello della popolazione autoctona delle stesse fasce d’età (principalmente giovani adulti). Una residenza più stabile, la nascita e la scolarizzazione dei figli, la frequentazione di spazi pubblici, di negozi e di servizi sociali, associano positivamente il ricongiungimento con l’accettazione sociale e con l’inclusione delle famiglie degli immigrati nella società ricevente. Viceversa, vengono sollevati problemi sul versante della spesa pubblica e in modo particolare della domanda di servizi alle persone: è indubbio che, rispetto a individui celibi, in giovane età, inseriti nel mercato del lavoro, i cui costi di socializzazione sono stati sostenuti dai paesi di origine, la presenza di donne e bambini aumenta la domanda di servizi sanitari, scolastici, abitativi, nei paesi riceventi […] Pare chiaro un paradosso: l’immigrazione più accettata, quella famigliare, è più costosa per le società riceventi sotto il profilo economico, rispetto a quella dei soli lavoratori adulti, ma questa, l’immigrazione più conveniente, è invece meno accettata socialmente, specialmente quando si declina al maschile” [Ambrosini – 2005] 39 CAPITOLO TERZO I PROCESSI DI INTEGRAZIONE 40 I PROCESSI DI INTEGRAZIONE Nel precedente capitolo abbiamo illustrato i percorsi di migrazione degli intervistati e i possibili esiti del progetto migratorio da essi prefigurati. Abbiamo osservato come nella maggior parte dei casi, pur conservando legami affettivi con il paese di origine, i soggetti abbiano scelto comunque di effettuare il ricongiungimento familiare progettando una stabilizzazione locale definitiva o a lungo termine. Tale scelta, come vedremo, diventa un termine di riferimento importante nel processo di integrazione sociale ed economica del migrante e nelle risorse messe in atto nel perseguimento di tale obiettivo. Per processo di integrazione non si intende semplicemente la partecipazione al mercato del lavoro locale attraverso un rapporto professionale continuativo e stabile, seppure di fondamentale importanza, quanto piuttosto un insieme dinamico di relazioni e di interazioni sociali, politiche, economiche, culturali che presuppongono il riconoscimento di un trattamento paritario in tutte le sfere istituzionali che hanno incidenza nella vita privata e sociale dei singoli cittadini. Nella quotidianità, tuttavia, siamo ancora distanti da tale visione; spesso la capacità lavorativa e quella di consumo diventano i termini di riferimento prioritari per misurare il livello di integrazione socio-economica della popolazione. Dimenticando, altrettanto spesso, che la condizione di occupato per un cittadino migrante è sempre di più un presupposto necessario per la presenza regolare in Italia e che la disoccupazione può essere solo una condizione temporanea (in mancanza di occupazione, alla scadenza del permesso di soggiorno è consentito un rinnovo di soli 6 mesi per la ricerca di un nuovo lavoro). Tra la definizione implicita d’integrazione veicolata dalle leggi, quella proposta più o meno coerentemente dalla maggioranza autoctona attraverso le proprie rappresentazioni sociali e i discorsi pubblici di senso comune e infine quella auspicata per sé e per la propria famiglia dal migrante stesso vi è spesso uno scarto significativo. 41 1. Sentirsi cittadini … stranieri Le percezioni espresse dai cittadini intervistati in merito al proprio livello di inserimento realizzato nella società di accoglienza rimandano a una visione del fenomeno decisamente più complessa e sicuramente meno stereotipata di quella più diffusamente e socialmente condivisa e prefigurata. La condizione di disuguaglianza sociale rappresenta il fattore determinante nella percezione di un mancato riconoscimento del diritto alla cittadinanza per i migranti e di una conseguente difficile integrazione. La consapevolezza di tale condizione da parte degli intervistati genera reazioni e comportamenti differenti: c’è chi enfatizza la capacità personale di adattamento, chi invece rivendica pari dignità sociale; chi non cerca occasioni di contatto e di relazione con gli italiani, chi invece individua nelle famiglie miste un possibile percorso di integrazione culturale dai positivi e più amplificati effetti sociali; chi tenta di promuovere positivamente la propria cultura di origine, chi evidenzia l’assenza di reali politiche di accoglienza a favore dei migranti e una legislazione fortemente penalizzante nei loro confronti. Ho molti amici italiani, andiamo a mangiare la pizza, a ballare insieme. Non ho problemi. L’unica cosa strana sono questi permessi di soggiorno, durano un anno, ci impieghi un casino di tempo per cambiarli, è una cosa, secondo me, stupida. È un problema nel senso che ci impieghi tre mesi per cambiarlo, poi devi andare un mese prima per rinnovarlo, a me scade proprio in Agosto, quando ci sono le ferie e poi se non c’è una legge che te lo permette, non puoi neanche andarti a fare le ferie Sentirsi integrati significa anche veder riconosciuto e rispettato lo status di “cittadino produttivo”: lavorare e pagare le tasse come doveri pubblici e base della cittadinanza. Ma, all’adeguatezza del proprio comportamento in termini di assolvimento dei doveri di cittadinanza, gli intervistati denunciano una mancata corrispondenza dei diritti come importante segno di discriminazione nei confronti dei migranti. Sì, mi sento parte della società anche per il fatto che pago le tasse, però i diritti non li ho, la maggior parte dei diritti non li ho. Non è come i marocchini che vivono in Belgio, in Francia o in Olanda, e vedo la differenza quando vado in Marocco e mi dico: “Perché quello lì ha questi diritti dati dall’Unione Europea e noi che siamo in Italia, anche l’Italia fa parte dell’Europa, non abbiamo questi diritti?” Per esempio, la carta di soggiorno, la cittadinanza, la casa, il lavoro, noi siamo considerati di categoria b, non siamo considerati come voi italiani. […] posso anche capire l’italiano che dice “ma, che cavolo fanno tutti ‘sti immigrati che arrivano già al 10%”. Però almeno, non giudico, se uno capisce che uno lavora dal mattino fino alla sera ed è stanco come l’italiano, non arriva alla fine del mese come un italiano, paga tutte le tasse come un italiano, perché non deve avere i diritti come un italiano? […] Tanti italiani hanno dimenticato chi era il primo immigrato. E mi fa male ogni tanto. Però ognuno ha anche le sue parti di ragione […] gli italiani dovrebbero capire e cogliere la sfida per l’integrazione degli immigrati. Una cosa che mi fa male è che il governo italiano dovrebbe distinguere con tutta la sua forza il criminale da quello che lavora dal mattino fino alla sera, che paga tutte le spese, tutte le tasse come un italiano. A uno dovrebbe garantirgli i diritti, l’altro fa bene a cacciarlo. Finché non si fa ‘sta cosa ci saranno sempre casini e casini 42 Sicuramente uno degli elementi importanti nella percezione di un’integrazione sicura da parte degli intervistati risulta essere il timore e, nel contempo, un sentimento di fastidio dovuto alla riscontrata incapacità da parte del governo e della popolazione autoctona di distinguere i migranti coinvolti in attività illegali dai connazionali che invece rispettano le regole sociali. L’aspettativa di molti è quindi quella di vedere attuata una linea di azione del governo di decisa repressione nei confronti dei connazionali che si dedicano all’illecito. A questo proposito è significativo evidenziare come, e in modo particolare per quanto riguarda le donne provenienti dall’est europeo, l’ignoranza, nel suo significato letterale, sia fonte di discriminazioni e di creazione di stereotipi che compromettono alla base il desiderio di integrazione; il sospetto di prostituzione piuttosto che una “etnicizzazione” di certi settori professionali o, ancora, un’immagine squalificante dello “straniero” rendono conto del faticoso percorso di inserimento sociale di molti migranti. […] quando io mi sono fidanzata con un cittadino italiano, conoscendo me, conoscendo i miei parenti, la mia famiglia mi ha detto “ma io pensavo che le albanesi erano solo prostitute”, non le persone per bene che comunque sono famigliari regolari, che lavorano, fanno una vita tranquilla […] a dir la verità io non ho mai avuto a che fare con gli italiani. Sì, negli uffici, sai, così, ma non ho mai avuto un amico o un’amica italiani. Io sono sempre stata circondata da stranieri, lavorando nei posti dove comunque la maggioranza è straniera. Con gli italiani sono sempre stata nel rapporto capo-dipendente: il capo che è stato un italiano e io la dipendente. Ma come amici, per adesso, no. Loro hanno cominciato a conoscere la nostra nazione, a fare la differenza, anche da noi ci sono i buoni e cattivi e non hanno quella visione che avevano prima, prima pensavano che tutti erano zingari e poveri. Non siamo tutti così e adesso tanti hanno sposato le donne rumene, o magari le donne italiane hanno sposato uomini rumeni e si conoscono meglio e vedi un po’ la differenza tra uno e l’altro. C’è chi tuttavia si sente integrato nella società a livello locale ritenendo di sentirsi come a casa propria o vivendosi come un cittadino normale, in quanto adattato alle regole e allo stile di vita locale. Io sono arrivata qua e quindi sono io che mi devo adattare, io penso che ogni paese ha le sue regole e bisogna rispettarle e cercare di adattarti, io penso questo Mi sento integrata nel senso che mi trovo bene come se fossi veramente a casa mia, a mio agio. Non mi è mai capitato di andare in un posto e sentirmi rifiutata e di pensare che mi avevano girato le spalle perché sono straniera. Poi dipende anche dalla persona e da come ti poni con gli altri. Integrazione significa essere te stesso, poter trovare vicino un amico, un posto di lavoro e poter star bene insieme a tutti gli altri, rispettando tutte le leggi e i comportamenti che ci sono qua. All’inizio, per l’esperienza che ho avuto io, è un po’ difficile, perché devi cambiare il tuo modo di vita e tutto cambia. Non per tutti, poi, alcuni si trovano benissimo, altri vorrebbero tornare anche se sono qua da quindici anni. Innanzi tutto bisogna abituarsi ad un nuovo stile di vita, per me è stato difficile. Ti devi abituare a questo livello di vita, devi pensare come gli Italiani, e qua cambia tutto 43 Complessivamente, la sensazione prevalente tra i migranti non è di rifiuto né di piena accoglienza, bensì di un'accettazione formale, «sulla carta», ma che li relega pur sempre nel ruolo di straniero/a. Sentirsi stranieri in terra straniera: per molti cittadini, a distanza di 10-15 anni dal loro arrivo in Italia e a dispetto dell’investimento familiare, economico, sociale qui realizzato, la percezione continua a essere questa: Dopo tanti sacrifici sono riuscita a integrarmi molto bene, a vivere con la mentalità italiana, a rispettarla e ad essere anche molto rispettata. È ovvio, con tutte le difficoltà che potevano esistere e che esistono tuttora. […] la difficoltà di essere straniera comunque c’è e si vede in tanti momenti […] Questa è una città ricca e gli stranieri sono sempre stranieri, anche se lavoro qua con voi, se incontro una persona per strada che mi tratta male, magari domani ci troviamo sul lavoro, però fuori sono sempre uno straniero, e io questo atteggiamento non riesco proprio a capirlo. Non ci sentiamo parte della società italiana, ma visto che sei in famiglia non ci fai caso. L’importante è che hai la famiglia, fai le cose che devi fare, poi torni a casa e non ci pensi più. Il rimando in termini di politiche adottate sia a livello nazionale sia a livello locale unitamente alle fattive condizioni di disparità sociale non ha subito significative trasformazioni nel corso di quest’ultimo decennio. Le relazioni interculturali oggi si configurano ancora e anzitutto come rapporto fra una minoranza (quella dei cittadini migranti) e una maggioranza (quella dei cittadini autoctoni) con la conseguente asimmetria che caratterizza tutti i rapporti fra maggioranza e minoranza in termini di visibilità, peso sociale ed economico, riconoscimento, realizzazione e affermazione personale. Ma, tra gli intervistati, c’è anche chi si domanda se sarà ancora così per le successive generazioni, per i figli dei migranti nati e cresciuti in Italia: […] fra di noi ci sono delle famiglie che i loro figli sono già nati qua e i figli vanno a scuola con i vostri figli e studiano con i vostri figli. Quei ragazzi lì non studiano l’arabo, se ti rivolgi a loro in arabo, loro ti rispondono in italiano, quei ragazzi lì, devo capire come potranno fra 10 anni trovare un lavoro, se lo trovano come noi o come gli Italiani ed entrano a far parte della società, tanti marocchini, rumeni, bulgari sono nati qua, hanno la cittadinanza italiana, spero che si cambi, come negli altri paesi che trovi gli stranieri nella polizia, in banca, in qualunque lavoro ed è questa la vita che a noi non è permessa. A noi non è permesso lavorare in una banca, è raro vedere uno straniero che ci lavora. Noi non possiamo sempre lavorare con la cooperativa e i lavori interinali, con i contratti di tre mesi o sei mesi, con il permesso che scade... per noi è la quarta generazione e mi chiedo cosa faranno quelli che adesso stanno crescendo e quelli saranno come voi italiani quelli che sono nati qua. Chi è nato qua, ogni anno va un mese in Marocco, ma il resto dell’anno lo passa qua. Nonostante la maggior parte degli intervistati dichiari in prima istanza una percezione positiva, seppur faticosa, del proprio inserimento sociale, esplorando più approfonditamente i vissuti che segnano la quotidianità emergono in modo significativo 44 sentimenti di disagio e di disorientamento a fronte di comportamenti ancora fortemente discriminanti: Quando cercavo l’alloggio e i padroni di casa mi hanno detto che non volevano stranieri, ti senti proprio male. Ho girato tre agenzie e tutte e tre mi hanno detto la stessa cosa. Certe cattiverie che senti ti aiutano a capire che non devi prendertela per tutto, poi quelli che le dicono magari non ci pensano che siamo anche noi persone e abbiamo anche noi una dignità, come voi, gli stessi bisogni. Un giorno ero al Maxisconto a fare la spesa, era d’estate, ero appena tornata dalla piscina, avevo la bandana in testa, avevo due trecce così, forse mi aveva sentita parlare al telefono, fatto sta che una signora ha mandato un guardiano a chiedermi di fargli vedere la borsa. Arriva il guardiano, mi chiede e io gli rispondo: “Ma come si permette, scusi di chiedere a me, se siamo una ventina di persone?” Poi il bello è che mi conoscevano anche: “Ma no, perché quella signora aveva dei giornali”. Sono andata subito alla cassa dal direttore e ho detto: “Guarda non è possibile, mi sono avvicinata alla signora e, aspettando il mio turno, ho scambiato quelle due parole”. Poi sono andata a casa, ho chiamato subito mio marito, volevo fare la denuncia, mi veniva da piangere. Ma perché sono stata stupida e non li ho chiamati subito? Lì, sul momento, mi sono sentita come se mi avessero dato una botta in testa, il direttore ha chiesto alla signora di andarsene, a me ha chiesto scusa […] tempo dopo sono venuta a sapere che avevano trovato i giornali nel pomeriggio di quel giorno sul banco della frutta e della verdura. Sono tutte cose che ti succedono perché magari sentono il tuo accento, ti guardano male, ad Alba sono così, non i giovani, ma gli anziani, neanche avessi la lebbra. Certo che sei straniera, ma intanto sei qua e dai i soldi per l’affitto e hai fatto i conti sulla tua schiena. Se da un lato occorre tenere conto delle esigenze dei nazionali, delle loro insicurezze e paure di fronte al complesso fenomeno dell'immigrazione, dall’altro è necessario tenere presente che le esigenze delle comunità immigrate sono altrettanto degne di tutela e che, pertanto, l'accoglimento delle istanze dei nazionali vadano contemperate al riconoscimento e al rispetto del diritto alla parità sociale di tali collettività. Ecco perché, in termini di processo, l’integrazione assume il significato di un percorso che coinvolge due entità distinte (l'individuo, che cerca di inserirsi, e anche di coesistere al meglio, nel contesto di accoglimento, e la società ospitante) e che si pone, come obiettivo di fondo, la realizzazione di interazioni positive tra nazionali e migranti nel quadro di un dialogo che si articoli in più dimensioni, estendendosi così a tutte le sfere del convivere, e che sia in grado di arricchire entrambe le parti in causa [Zincone 2000a]. La costruzione di politiche di integrazione dovrebbe quindi tener conto della globalità della vita dei cittadini nel tentativo di superare la logica dell’emergenza, dell’assistenzialismo o dell’incorporazione di nuova forza-lavoro (come dato predominante) che ancor oggi caratterizza buona parte dei modelli di intervento politico, sia a livello locale sia nazionale, sulle migrazioni. 45 L’accesso a un’abitazione dignitosa, la partecipazione alla costruzione degli interventi, il diritto all’informazione, l’avvenire dei figli sono tra le esigenze di integrazione sociale e politica ad acquistare maggiore peso fra gli intervistati. Adesso si fanno i progetti, ho visto e sono stata ad una assemblea per aiutare i genitori stranieri, hanno spiegato come funziona la scuola. Incominciano a fare delle cose. Quando sono arrivata o non c’era tutto questo o io non lo sapevo. I comuni dovrebbero dare più attenzione al problema della casa per noi stranieri. Si può dire che speriamo che per tutta questa gente che arriva qua si trovi una soluzione per evitare che ci si abbruttisca. […] Penso che per le persone oneste il lavoro c’è, non si trova magari un lavoro più bello, ma quel lavoro che pochi vogliono ancora fare…Per esempio quando sono arrivata qua io, un annuncio di lavoro in cui cercavano una ragazza come me, è stato 40 giorni, due mesi, esposto per un’eventuale italiana. Ma non si è presentato nessuno, perché avere una ragazza in casa che lavora dal mattino alla sera, che poi non può pretendere il massimo dello stipendio, cioè è un lavoro che voi non facevate allora e penso che non lo fate nemmeno adesso, perché la gente punta a vivere meglio […] per me è andata bene, perché io uscivo dalla povertà. Per l’immigrazione, secondo me, l’Italia ha fatto molto. Potrebbe ancora fare di più […] tanti di noi stanno magari qui in Italia da 15 anni e per ottenere un permesso di soggiorno devono avere per forza un lavoro o un certo reddito. Ma se io purtroppo non ho questo reddito e sono costretto a lavorare in nero, perché al lavoro nero ti induce proprio la politica sbagliata, mi devi dare la possibilità di rinnovare il permesso; me lo fai ogni sei mesi il rinnovo perché io non ho il lavoro: è una vita ormai che sono qua, non puoi mandarmi su e giù, su e giù. Su questa cosa qui possono solo migliorare e devono migliorare, devono fare qualcosa, perché questa gente non venga sballottata a destra e a sinistra e non sa dove sbattere la testa perché non può rinnovare il permesso di soggiorno. Almeno su questo, perché per il lavoro, ormai, si sa che c’è difficoltà ovunque. […] Forse mettendosi lì a studiare bene, si potrebbe fare qualcosa in più. Ma ci vuole tempo e anche le persone giuste per poter dare questi pareri. Perché siamo noi quelli che sappiamo quali sono i problemi e siamo noi che dobbiamo organizzare questa società. Io sono per una società in cui è possibile comunicare quali sono i nostri problemi, le possibilità […] far sentire la nostra voce, ma anche avere la possibilità di informare ed essere informati. 2. Relazioni con la comunità di accoglienza Approfondendo ulteriormente la percezione dei cittadini intervistati in merito al loro percorso di integrazione si è tentato di esplorare la dimensione relazionale con la comunità italiana e con le collettività di origine straniera residenti in Italia alla luce del fatto che la maggior parte degli intervistati, come evidenziato nel precedente capitolo, ha scelto la strada del ricongiungimento familiare riducendo, di fatto, i legami con il proprio paese di origine e, conseguentemente, aumentando il proprio investimento, in termini di risorse ed energie, nella società di accoglienza. Se per alcuni non sembra vi siano particolari problemi di interazione e/o di relazioni amicali con cittadini italiani, per altri si evidenzia invece una tendenza a frequentare quasi esclusivamente connazionali o cittadini di provenienza straniera. In alcune interviste emerge inoltre la fatica di coltivare e di mantenere relazioni affettive fuori dall’ambito familiare. In generale, si denota una difficoltà alla partecipazione a iniziative pubbliche 46 promosse e realizzate da connazionali o all’aggregazione formale e/o informale in associazioni. Ho pochi amici stranieri, italiani molti. Perché comunque io ho ricominciato da zero qui ad Alba, e ho fatto molte, molte conoscenze. E quando esco è come se conoscessi tutti, come se fossi cresciuta qua [...] È ovvio, queste conoscenze si sviluppano in amicizia quando tu hai dei punti di vista comuni o quando hai anche il tempo. Io avendo avuto troppo poco tempo, ho sviluppato un’amicizia sempre con le persone con le quali ho lavorato, perché con gli orari che ho, gli altri amici al di fuori, non è che aspettano fino alle 2.00 che tu finisci di lavorare. E allora ho stretto un contatto con le persone con cui ho lavorato nel campo della ristorazione. […] Non frequento associazioni di stranieri perché non sono a conoscenza della loro esistenza. Mi piacerebbe molto, ecco, mi piacerebbe creare anch’io, con dei miei connazionali, un’associazione per i diritti del mio Paese. Non frequento molto i miei connazionali perché non li conosco. Ho avuto la possibilità di conoscere qui a scuola persone straniere A dir la verità non frequento né albanesi né italiani. Gli italiani perché non ho avuto modo di conoscerli tanto, perché nei lavori che ho fatto io, ci sono sempre stati stranieri. Con gli albanesi, avendo tutti i miei qua, non ho sentito molto la necessità, il bisogno di parlare la mia lingua qui. Mi sono sentita bene perché qua ho avuto i miei. Non ho mai frequentato feste nessuno me ne ha parlato … non ho cercato luoghi di culto, perché non ho saputo dove andare, dove cercare, a chi chiedere di queste cose. Sono andata due anni fa, con mia sorella alla festa dell’associazione di Fossano. Allora si festeggiava la liberazione del 28-29 novembre, che è la nostra festa per la liberazione dell’Albania. Poi mi hanno chiamata di nuovo quest’anno, ma io non ho potuto andare per problemi di lavoro. Faccio parte di un’associazione […] Siamo in un gruppo che ogni mese mettiamo qualcosa per aiutare le persone che hanno problema di parto nel nostro paese, muoiono più persone di quanti ne nascano. […] Noi compriamo delle cose ospedaliere e ogni tanto ci regalano qualcosa, prepariamo dei containers per trasportare in Senegal il materiale raccolto qua […] per adesso seguiamo progetti sulle problematiche che riguardano la sanità […] questa associazione è nata cinque anni fa e per adesso siamo tutti senegalesi. […] il comune di Bra ci ha dato una sala grande e ogni mese ci troviamo e andiamo lì a fare attività, organizziamo anche serate pubbliche e collaboriamo con altre associazioni del posto come Mosaico e Verso Sud. Ho poche amicizie anche perché non ho molto tempo. Conosco delle ragazze romene con cui mi incontro alla domenica. Ho anche degli amici italiani che preferisco a quelli rumeni, perché hai da imparare di più, una lingua e poi la mentalità… Con i miei connazionali mi trovo poco, ma so che molti si incontrano spesso. Senza dubbio una comunità esiste e, secondo me, è anche la più grossa qua, ma pochi la riconoscono. Siamo in tanti, ma non c’è uno spazio dove tutti noi rumeni possiamo vederci, magari esiste per altri, ma per noi no. Forse qualcuno, un gruppo di amici, per esempio, dovrebbe incominciare a pensarci perché ho letto sul giornale che solo ad Alba sono oltre 400 iscritti legalmente nelle liste. Ci ritroviamo spesso in gruppi di amici, magari a casa mia o di qualcun altro oppure andiamo a fare un picnic. Possiamo dire che esiste una comunità rumena, perché esistono le persone, una comunità può anche essere di 10 persone, sono persone che hanno le stesse tradizioni. Una cosa che a me manca tanto, se si potesse fare sarebbe una cosa bella, non solo per noi, ma anche per gli Italiani, fare qualche attività culturale, qualche raduno in piazza in cui si ha lo spazio per far vedere le tradizioni. Un concerto, per esempio, in cui si porta una band tradizionale delle nostre parti oppure organizzare una cena, un pranzo tradizionale. Purtroppo si sentono quasi solo le cose brutte, però sarebbe meglio far vedere le cose migliori che abbiamo. Io ho amici di tutte le nazionalità, anche senegalesi, marocchini, i ragazzi del lavoro sono amici. Ho più amici Italiani. Ho tantissimi amici, perché poi lavorando qualche volta la sera al pub, conosci tanta gente, e poi ci sono le amiche con cui sono cresciuta. Non ho neanche un amico straniero. Mi sono sempre sentita accettata, forse solo un po’ alle medie, mi prendevano in giro per il mio colore, per il mio modo di vestirmi, mi vestiva ancora mia madre. In Sicilia avevo tutti amici italiani, non ho mai avuto un’amica marocchina, ho avuto un’amica tunisina, ma era un po’ più grande di me. Però mi sono sempre trovata bene. Qui la gente ti sfugge, non hai il tempo di 47 legare, ognuno ha la sua vita, il suo lavoro, è un continuo corrersi dietro. E’ molto più chiusa e quindi è più difficile legare. Ad Alba sono più legata ai miei connazionali. Certo ho delle amiche, però qui la mentalità è diversa. Ho due amiche che hanno la mia stessa età, loro due sono sorelle ma sono in Italia solo da cinque anni. In pratica è una cosa bella, perché ci siamo, io e mia sorella e loro due, quindi è uno scambio continuo di consigli, di idee e modi di vedere. Perché siamo tutte e quattro arabe, però io e mia sorella siamo cresciute qui e loro là. In Romania era diverso, lì andavi a casa di un amico ed eri come a casa tua, qui ti senti un po’ più un ospite. Forse, siamo noi cambiati, non hai voglia di uscire, no hai voglia di andare e anche se vai non vedi l’ora di tornare a casa tua. Essendo tanto a lavoro, il poco tempo che sei a casa non hai voglia di andare in giro […] Io lavoro tante ore, 10-12 ore al giorno. Le nostre amicizie sono sia italiani o rumeni, ma anche altre parti, ci sono quelli che non legano con Italiani, provano rancore perché la vita è dura, solo che guardano la vita in modo sbagliato, perché non sono tutti uguali e poi è una tua scelta, se sei venuto qui, quindi devi essere tu a vivere sereno, perché se tu sei contento riesci anche bene al lavoro, magari domani devi pagare cinque bollette e resti senza soldi, ma se tu sei sempre arrabbiato, è una brutta vita, io ho provato questo sentimento, perché all’inizio che ero arrivata con mio marito sei anni fa, eravamo in pochi rumeni, non posso dire che li contavo sulle dita, ma eravamo in pochi, adesso ne sono arrivati una marea. Eri solo, se stavi male e non potevi andare a fare una commissione non avevi nessuno, dovevi chiedere il favore a qualcuno, ad amici italiani, loro te lo facevano, se non provi a legare, a fare amicizia ti trovi male. No, ho degli amici argentini, un’amica peruviana che ha il marito italiano, mia sorella che ha il marito italiano e poi una cugina che vive a Torino. Ci sentiamo nel fine settimana, ci vediamo. Le amicizie con Italiani sono poche, pochissime. Sento un po’ della diffidenza, abbiamo qualche rapporto con le mamme dei bambini. I rapporti maggiori con gente italiana sono con persone anziane, mi trovo bene, parlano sempre, hanno le loro storie, abbiamo sempre qualcosa di cui parlare. Tutti gli intervistati individuano nella possibilità di richiedere la cittadinanza italiana la soluzione alle numerose difficoltà burocratiche che sono costretti a fronteggiare per il frequente rinnovo del permesso di soggiorno; ma non solo, attribuiscono a tale opportunità un valore di piena partecipazione economica e politica, considerandola come una tappa importante del proprio processo di inserimento attraverso cui raggiungere piena parità di diritti e di doveri con gli italiani Con la cittadinanza italiana sarei più tranquillo, avrei più diritti, anche solo per andare a fare un prestito in banca, se sei cittadino te lo danno per un periodo lungo, se no, chi ha un permesso che dura un anno e non ha un garante, non riesce a farlo. Voglio comprare una casa e non posso. Io sono una persona a cui fa piacere andare a votare, esprimere la mia opinione, mi sono sempre implicata in queste cose […] sì, sinceramente mi farebbe piacere avere tanti e più modi per esprimere la mia opinione. […] ma io sto pagando le tasse, sto facendo tutto, ho un lavoro e, per esempio, sono stata tre mesi senza l’assistenza sanitaria perché il mio permesso doveva essere rinnovato. Ho perso anche il mio medico che avevo da sempre. Sono queste le cose che ti spiacciono tanto. Ma avere la cittadinanza italiana significa anche offrire una garanzia per l’avvenire dei propri figli, ridefinire e/o definire la propria identità sociale. […] il fatto di essere diventata cittadina italiana, mi porta tante volte a dire “noi”. E certi italiani mi dicono “Ma come noi italiani? Tu sei straniera!”. E io “No, io ho acquisito la cittadinanza italiana, e mi sento anche italiana.” Cioè, non ho acquisito la cittadinanza italiana solo per avere i documenti, ma perché mi fa piacere dire che vengo dall’Italia, anche se le mie origini sono albanesi. 48 […] ottenere la cittadinanza italiana è importante non tanto per noi, ma per i nostri figli sì, devono avere dei diritti uguali agli altri perché studieranno qua, cresceranno qua, hanno già una vita qua, noi invece per vent’anni, trent’anni, quarant’anni siamo stati in un altro paese, non puoi arrivare a pretendere. Ho fatto la domanda, vorrei ottenerla perché ci sono i bimbi e loro non sanno che cosa sono. Perché adesso non sono cittadini italiani, anche se sono nati qua. Per il Senegal sono cittadini di immigrati nati in Italia […] almeno per identificarli […] Io vorrei ottenere la cittadinanza italiana per questo motivo, saprebbero almeno chi sono. Tuttavia l’aspirazione a ottenere la cittadinanza in un Paese in cui la legislazione sull’immigrazione si basa prevalentemente sul principio del controllo sociale e della difesa del territorio, piuttosto che su quello dell’integrazione, rischia di scontrarsi obiettivamente con una rigida burocratizzazione istituzionale che spesso vanifica lo sforzo, in termini di tempo, costi economici e risorse personali, che l’attivazione di un tale percorso richiede. Il fatto che quasi tutti gli intervistati, indipendentemente dal livello di inserimento sociale percepito e dal futuro esito del proprio progetto migratorio, intendano richiedere la cittadinanza, per sé o per i propri figli, conferma l’obiettivo di una stabilizzazione a lungo termine in Italia. 1 L’ACQUISIZIONE DI CITTADINANZA La cittadinanza è la condizione giuridica di chi appartiene ad uno Stato: essa riconosce al titolare il godimento di una serie di diritti soggettivi (elettorato attivo e passivo, uso dei beni demaniali, assunzione di pubblici impieghi, ecc.) e contestualmente implica anche una serie di doveri. L’istituto della cittadinanza come piena e riconosciuta partecipazione di una persona ad una collettività organizzata lo si ritrova già nella storia antica, anche se un simile status ha posseduto significati diversi a seconda delle epoche storiche e dei contesti politico-culturali che ha conosciuto. Ai latini, ad esempio, veniva concesso il godimento di alcuni diritti civili e politici ma non di altri (come lo ius connubii); in epoca romana, dopo molti secoli in cui fu mantenuto un ordinamento che prevedeva diverse catego rie di cittadini a diritti incompleti, venne stabilita, con Giustiniano, una sola categoria di non cittadini, quella dei barbari. Anche nel diritto intermedio permase la distinzione tra chi apparteneva ad una associazione giurata e chi invece, al di fuori di questa, era privato della possibilità di ascendere alle cariche pubbliche o di trasmettere, ad esempio, il proprio patrimonio agli eredi, perché su di esso gravava il diritto di albinaggio esercitato dallo Stato. In tutte queste applicazioni, “cittadino” si è configurato sempre più come l’opposto di “straniero”. Nella storia moderna dell’Italia occorre attendere il codice civile del 1865 per vedere riconosciuti allo straniero gli stessi diritti civili attribuiti ai cittadini italiani (art. 3), benché questi fossero sempre sottoposti al principio di reciprocità (art. 16 delle disposizioni preliminari). In seguito sono state promulgate soltanto due leggi organiche in materia, la prima delle quali risale al 1912 (legge n. 555), quando, in un’epoca caratterizzata da una consistente emigrazione italiana, il legislatore 1 Tratto da “Immigrazione in Italia. Indici di inserimento territoriale”. CNEL, 2004 49 stabilì che criterio fondamentale di attribuzione della cittadinanza fosse la nascita da un cittadino italiano, indipendentemente dal paese ove questa fosse avvenuta. Tutti i componenti del nucleo familiare seguivano lo stato giuridico del padre/marito. Dopo ben ottant’anni è intervenuta la legge di riforma n° 91 del 1992 la quale, nonostante le mutate vicende migratorie dell’Italia (divenuto ormai paese di immigrazione), ha mantenuto il principio dello ius sanguinis come criterio principale di attribuzione della cittadinanza, mentre il principio dello ius soli, basato sulla nascita in Italia, non ha trovato soddisfazione se non in alcune circoscritte ipotesi- limite. Tutto ciò mentre nel resto dell’Europa, a fronte di un processo di stabilizzazione dell’immigrazione, si consolidava invece sempre più, sin dagli anni ’50, l’istituto del doppio jus soli per cui sono automaticamente cittadini alla nascita i figli di genitori a loro volta nati nel paese di immigrazione. La stessa Germania, storicamente diffidente verso la possibilità di concedere la cittadinanza agli immigrati soggiornanti nel proprio paese, con una riforma del 1990 ha previsto la cittadinanza per i figli degli immigrati che avessero avuto almeno 8 anni di residenza legale. I figli degli immigrati nati in Italia, invece, possono chiedere la cittadinanza solo al compimento del 18° anno di età. In generale, ad eccezione di coloro che acquistano lo status civitatis perché hanno un genitore o un nonno che siano stati italiani per nascita, nel nostro paese le principali modalità di acquisizione restano la naturalizzazione e il matrimonio con un cittadino italiano. E di fatto ben oltre il 90% delle acquisizioni avviene a tutt’oggi proprio mediante matrimonio, in quanto le condizioni richieste dalla legge per la naturalizzazione, pur riguardando, in pura linea di principio, una gran parte di cittadini stranieri oggi residenti in Italia, sono così poco praticabili che solo raramente si riesce, per tale via, a ottenere lo status agognato. I limiti anacronistici dell’attuale legge sono diventati ancora più evidenti se si considera che, per il sempre più consistente flusso di immigrati verso il nostro paese, essi raddoppiano il loro numero ogni 10 anni circa. Attualmente gli stranieri che inoltrano il maggior numero di domande di cittadinanza appartengono ai seguenti paesi: Primi 10 Paesi Totali di cui per matrimonio % sul TOTALE ALBANIA 702 668 6,6 MAROCCO 619 446 5,8 BRASILE 601 593 5,6 CUBA 540 540 5,1 POLONIA 516 491 4,8 SVIZZERA 511 502 4,8 FED. RUSSA 439 435 4,1 ARGENTINA 409 395 3,8 REP.DOMINICANA 392 385 3,7 PERU' 303 290 2,8 ALTRI 5.613 4.983 52,9 TOTALE 10.645 9.728 100,0 50 Anche gli indirizzi espressi dagli organi della UE in materia di immigrazione, tesi a promuovere l’equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi, contrastano con la l. 91/92 laddove essa distingue tra stranieri comunitari ed extracomunitari. In particolare, uno dei punti fortemente critici riguarda proprio i 10 anni continuativi di residenza legale in Italia richiesti per inoltrare la domanda di naturalizzazione. Proprio i tempi eccessivamente lunghi, insieme alla complessità procedurale per l’esame della domanda, finiscono per scoraggiare i ben 350 mila cittadini stranieri residenti in Italia da più di 10 anni (dato ISTAT al 31.12.2000) che perciò, laddove ricorrano le condizioni, preferiscono accedere a questo status attraverso il matrimonio con un cittadino italiano, rischiando in questo modo di alimentare la prassi (e il mercato) dei cosiddetti “matrimoni di comodo”. A conferma di ciò intervengono i dati relativi all’anno 2002: su 905 reiezioni totali, ben 762 sono ascrivibili a coloro che hanno richiesto la cittadinanza per naturalizzazione, mentre solo 143 si basano sul matrimonio. In sostanza è come dire che in media ogni 100 richieste di cittadinanza per matrimonio ne è stata respinta solo una, mentre su 100 richieste per naturalizzazione quelle respinte sono state ben 45. Negli ultimi anni non sono mancate alcune proposte di modifica della legge 91/92, che puntano sia all’introduzione del criterio dello ius soli per l’attribuzione della cittadinanza italiana ai minori stranieri nati in Italia, così come è già avvenuto in altri paesi quali la Gran Bretagna e, più recentemente, la Germania; sia alla riduzione dei vincoli di lunga residenza per gli immigrati che intendono ottenere la naturalizzazione. In sintesi, le nuove proposte sono le seguenti: - possibilità di acquisto della cittadinanza italiana da parte di bambini nati in Italia da genitori stranieri legalmente residenti, di cui almeno uno sia a sua volta nato in Italia; - possibilità di acquisto della cittadinanza italiana da parte di quanti, nati in Italia, vi hanno risieduto legalmente per almeno cinque anni prima del compimento dei 18 anni, purché durante tali anni abbiano frequentato la scuola italiana; - possibilità di acquisto della cittadinanza da parte di chi nasce in Italia da genitori stranieri regolarmente residenti in Italia da almeno cinque anni, i quali possono presentare richiesta a favore del figlio a partire dal 5° anno di età di quest’ultimo, in coincidenza con il suo inserimento scolastico; - riduzione del requisito della residenza legale, per gli immigrati che intendono naturalizzarsi in Italia, dagli attuali 10 anni a 7 o 5 anni; riduzione della durata dell’iter amministrativo ad 1 anno e previsione di un test di conoscenza della lingua e della cultura italiana; - aumento fino a due anni del tempo di stato coniugale e di residenza in Italia per la naturalizzazione per matrimonio (attualmente occorrono solo 6 mesi di residenza in Italia dopo il matrimonio). Tutte le regioni italiane, anche se in diversa misura, sono coinvolte in questo fenomeno, che complessivamente ha visto il numero delle acquisizioni passare da 4.000 nel 1991 a 12.000 nel 1998 per attestarsi sui 10.000 casi annualmente nel 2001 e nel 2002. Nell’arco di questi 10 anni più di 15.000 concessioni hanno avuto luogo a seguito di domande presentate dall’estero (una ogni sei) e la media annua del periodo risulta pari a 6.547 concessioni per domande presentate in Italia e 1.364 dall’estero: di queste una percentuale oscillante tra l’80 e il 90% è stata conseguita per effetto di matrimoni misti tra un cittadino italiano e un coniuge straniero. ’elevata percentuale di donne attesta come i matrimoni a seguito dei quali si è fatto richiesta della cittadinanza hanno riguardato principalmente uomini italiani e donne straniere provenienti, per lo più, dall’Europa Centro Orientale e dal Sud America. 51 3. L’accesso ai servizi Accedere agli uffici pubblici e ai servizi, sia per il rilascio di documenti sia per ottenere prestazioni di varia natura, è una necessità quotidiana. Ed è anche un indicatore della facilità o della difficoltà del percorso di inserimento e di stabilizzazione dei cittadini migranti, di come si costruisce la loro cittadinanza sociale. L’impatto, che anche per i cittadini italiani è spesso difficile, può essere decisamente più problematico per le complessità normative del nostro sistema, per la difficoltà di accedere alle informazioni corrette, per le difficoltà linguistiche, per la scarsa disponibilità degli impiegati non sempre addestrati a una pratica di accoglienza ecc. In che modo viene vissuto questo contatto da uomini e donne migranti fornisce perciò un ulteriore tassello della vivibilità o della invivibilità della città e dei suoi servizi, della qualità della accoglienza e degli stati d’animo degli immigrati, della loro capacità di destreggiarsi con autonomia. In questura come tutti ho avuto dei problemi, per le attese, anche se non ho mai dovuto aspettare molto, non ho mai fatto tutte quelle code. Adesso è abbastanza comodo, sai quando devi andare, ma non sono molto disponibili, non ti danno molte informazioni, non sono molto organizzati, ma capisco che non è neanche colpa loro. In Questura non ho avuto nessun problema, le prime due volte sono andata tramite un’agenzia. Quest’anno non ho fatto neanche la coda, è stato davvero facile e comodo. L’unico problema è che ci vogliono molti mesi per rinnovare il permesso di soggiorno, lo tieni nella tasca solo sei mesi. E poi il problema più grosso è che non puoi andare via di qua senza il permesso di soggiorno originale, rischi di non poter più tornare. Mi è successo che una volta ho avuto una faringite e mi hanno prenotato dopo due settimane, quando sono entrato la visita è durata 10 secondi e ho sempre avuto male. Le prenotazioni fanno morire la gente a casa. Sono rimasto stupito … in Romania, soprattutto prima della Rivoluzione, era tutto gratuito e non era necessaria la prenotazione. Il pronto soccorso non l’ho mai capito, è una cosa strana. Con il medico di base, invece, mi sono trovato bene, poi non lo conosco molto perché non sono mai stato in mutua, non ho mai avuto molto bisogno. In ospedale mi sono sempre trovata molto bene. Anche con mio padre. Io ero in Libano quando lui stava male, ma poi sono venuta su, aveva un tumore, però non si poteva più operare. L’hanno mandato a casa, ma ogni giorno veniva un ragazzo a medicarlo, le medicine erano quasi tutte gratuite. Ci hanno aiutato moltissimo. Ora devo rinnovare il permesso, non so dove sbattere la testa. Devo aspettare tre o quattro mesi, ma è una vergogna perché io qua ho già una casa, un lavoro. L’ultima volta che sono andata non mi hanno trattata molto bene, poi magari hanno mille ragioni, ma non è giusto che la questura non abbia dei locali riparati dove poter aspettare il tuo turno e ti lasciano sempre sotto la pioggia. Già uno deve sempre prendere dei permessi dal lavoro, perdi del tempo e poi magari ti prendi anche l’influenza … Io l’ultima volta che sono andata, qua il tempo era bello, a Cuneo pioveva e siamo stati sotto la pioggia non so per quanto. Non eravamo meno di 100 persone e c’erano pochissimi ombrelli. Adesso devo fare il rinnovo, ma ho paura di cominciare la pratica. Il primo lavoro l’ho trovato tramite il collocamento perché non conoscevo né delle agenzie, né delle cooperative. Le informazioni sono una cosa molto importante, per una persona anche solo una parola, può cambiarle la vita. Anche per me è successo così 52 Gli uffici nei quali sembrano esserci meno problemi, sia per quanto riguarda l’accesso sia per quanto riguarda l’accoglienza, sono quelli comunali e quelli provinciali del lavoro. In modo particolare, i Servizi Sociali comunali registrano nella popolazione immigrata la componente di utenza più importante in termini quantitativi e in riferimento all’erogazione dei servizi offerti (trasporti, ISEE, Ufficio Casa, assistenza scolastica, mensa). Emergono invece disagi per quanto riguarda l’accesso al presidio ospedaliero, in modo particolare per quanto concerne l’attesa della prenotazione della prestazione medica necessaria e il disorientamento dovuto alla mancata conoscenza dei servizi offerti. Tali disagi accomunano l’utenza immigrata a quella autoctona: i tempi di attesa agli sportelli della prenotazione (in modo particolare nelle ore di punta), quelli che riguardano la prenotazione medesima della visita (per certuni esami i tempi di attesa registrati risultano addirittura superiori a un anno) o ancora il ritardo dell’orario di effettuazione della visita sia essa in ambulatorio che in ospedale. Sicuramente si tratta di una situazione complessa che vede coinvolta la cittadinanza nel suo complesso e la capacità di utilizzare al meglio i servizi sanitari (il ricorso frequente a visite non strettamente necessarie, la mancata disdetta per appuntamenti non rispettati ecc.), ma rispetto alla quale l’organizzazione aziendale dell’ASL stessa risulta poco funzionale alle esigenze dell’utenza. Come già sottolineato in precedenza, in tali contesti non è raro registrare insoddisfazioni dei pazienti rispetto alla scarsa disponibilità del personale in essi impiegato. Le cause possono essere le più diverse, vale tuttavia la pena sottolineare il numero insufficiente di personale in organico e il conseguente sovraccarico di lavoro degli operatori presenti, ma, unitamente a ciò, una formazione carente o poco efficace in merito all’approccio relazionale con un’utenza in particolari condizioni psicofisiche (quali i pazienti sanitari). Ma sono gli uffici della Questura, di cui quasi tutti hanno esperienza, quelli nei quali si vive il disagio maggiore; disagio dovuto essenzialmente a modalità organizzative non accoglienti (spazi e luoghi di attesa inadeguati ecc.) e, come in altri servizi, a un atteggiamento poco disponibile da parte del personale impiegato agli sportelli nei confronti dell’utenza. Se rispetto alla soddisfazione della qualità relazionale del servizio le opinioni degli intervistati risultano ampiamente negative, da un punto di vista organizzativo emerge un giudizio positivo sull’istituzione del recente servizio delle prenotazioni per lo svolgimento delle pratiche per il rinnovo del permesso di soggiorno. Servizio che ha consentito di 53 economizzare il proprio tempo oltre che garantire l’accesso al servizio stesso nel giorno indicato dalla prenotazione. A tal proposito riteniamo interessante riportare di seguito il Documento di presentazione dell’attività connessa al Protocollo di Intesa con la Questura di Cuneo deliberato dalla Giunta Provinciale in data 25 marzo 2004 che illustra alcuni importanti cambiamenti organizzativi in merito alle procedure relative al rinnovo e aggiornamento dei permessi di soggiorno, carta di soggiorno, ricongiungimento familiare, autorizzazione al lavoro. La Provincia vede sul proprio territorio una consistente presenza di cittadini immigrati, presenza che comporta una forte affluenza agli sportelli dell’Ufficio Immigrazione della Questura, cui afferiscono le competenze relative alle autorizzazioni per la permanenza di persone straniere sul territorio nazionale (circa 40 mila pratiche trattate nel 2003). Nei primi mesi del 2004 la Questura manifesta alle Istituzioni e ai soggetti sociali le difficoltà nella gestione dei servizi erogati ai cittadini stranieri e delle connesse situazioni di disagio, sia per l’accesso agli sportelli da parte degli immigrati, sia per la trattazione delle pratiche, sia per la consegna dei documenti pronti (lunghi tempi di attesa, perdita di giornate lavorative, code ingestibili ed ai margini di fenomeni di ordine pubblico, difficoltà nell’erogazione di informazioni, ecc.). La Provincia, con gli Enti locali, le Associazioni sindacali e le Associazioni di categoria, coinvolte dalla Questura stessa, considerano la possibilità di adottare provvedimenti ed allestire azioni comuni tendenti a sostenere il servizio, al fine di prevenire o rimuovere i problemi evidenziati. La Provincia, che gestisce il “Piano annuale di interventi a favore di immigrati extracomunitari”, si rende disponibile a coordinare le iniziative tese alla definizione dei termini e dei contenuti di un accordo tra la Questura e i soggetti territoriali disponibili a fornire tale supporto. Il 25 marzo del 2004 viene deliberato dalla Giunta Provinciale il Protocollo d’Intesa con la Questura, attivato in via sperimentale per un anno, a cui aderiscono gli Enti pubblici titolari di sportelli per stranieri nell’ambito del “Piano provinciale di interventi”, Associazioni sindacali e Associazioni di categoria del mondo agricolo. Il Protocollo d’Intesa esordisce il 14 giugno 2004, con una nuova modalità di gestione da parte dell’Ufficio Immigrazione della Questura e l’avvio dell’attività degli sportelli territoriali facenti parte della rete di supporto. - Oggetto dell’accordo: realizzazione di una rete di servizi territoriali per l’orientamento, l’informazione, il supporto agli stranieri e la prenotazione degli appuntamenti per accedere alla Questura, relativamente alle pratiche per il rinnovo del permesso di soggiorno, richieste di ricongiungimento familiare e carte di soggiorno, nonché aggiornamenti dei documenti, ex D.Lgs 286/98 e successive modificazioni. - Accesso alla Questura esclusivamente previa prenotazione, effettuabile attraverso: o il call center attivato direttamente dalla Questura o gli sportelli territoriali aderenti alla rete di supporto. Attività degli sportelli territoriali gestiti dagli Enti pubblici e dalle associazioni sindacali e di categoria: prenotazione dell’appuntamento per l’accesso del cittadino straniero alla Questura, ma soprattutto supporto al migrante nella raccolta e predisposizione della documentazione relativa ai titoli di soggiorno - 54 In considerazione dei risultati positivi conseguiti, e del permanere delle cause che ne hanno determinato la realizzazione, i soggetti coinvolti hanno deciso concordemente di prorogare la collaborazione, senza interruzione dell’attività, con l’introduzione di alcune modifiche organizzative approvate tra le parti. La rete territoriale di supporto è stata quindi distinta in due canali operativi, uno tra Questura ed enti pubblici, rappresentati dalla Provincia, a cui sono state assegnate quote aggiornate di prenotazione per area territoriale secondo il numero di cittadini stranieri residenti, e l’altro tra Questura e associazioni patronali. La Provincia, corrispondendo agli impegni assunti precedentemente, ha acquistato un software per l’attivazione del sistema di prenotazione telematica, e lo ha messo a disposizione della Questura, della rete territoriale di supporto pubblica e del privato sociale, nonché della Prefettura - Ufficio Territoriale del Governo, in vista dell’avvio dello Sportello Unico di cui alla L. 189/2002. In considerazione dell’attivazione dello Sportello Unico per l’immigrazione presso la Prefettura, con il compito di accettare le domande e rilasciare il nulla osta al lavoro e al ricongiungimento familiare, la Prefettura è entrata a fare parte dell’accordo, per quanto concerne le prenotazioni delle pratiche relative ai ricongiungimenti familiari. Il 7 novembre del 2005 viene firmato il nuovo Protocollo d’Intesa tra la Provincia di Cuneo, in qualità di rappresentante degli Enti pubblici titolari degli sportelli per stranieri nell’ambito del “Piano provinciale di interventi a favore di immigrati extracomunitari”, la Prefettura di Cuneo la Questura di Cuneo, con l’obiettivo di: mantenere la rete territoriale di supporto ai servizi per stranieri erogati dalla Prefettura e dalla Questura di Cuneo, attraverso un sistema informativo diffuso per l’orientamento, l’informazione, il supporto ai cittadini immigrati e la prenotazione, tramite rete telematica, degli appuntamenti per accedere allo Sportello Unico per l’Immigrazione presso la Prefettura e all’Ufficio Immigrazione della Questura, relativamente alle pratiche per il rinnovo del permesso di soggiorno e richiesta di carta di soggiorno, ex D.Lgs 286/98 e successive modificazioni, nonché richiesta di ricongiungimento familiare. In sintesi, le modifiche apportate rispetto al primo anno di attività e le novità introdotte sono: • distinzione della rete territoriale di supporto in due canali operativi: o Questura ed enti pubblici, rappresentati dalla Provincia o Questura ed associazioni patronali • avvio del sistema di prenotazione telematica attraverso il software Dedalo, che automatizza il collegamento tra Questura e tutti gli sportelli territoriali, velocizzando il lavoro degli operatori e permettendo una raccolta ed elaborazione sistematica di tutti i dati relativi all’attività del Protocollo e agli immigrati coinvolti • avvio del “Portale immigrazione”, gestito congiuntamente dalla Provincia, dalla Prefettura e dalla Questura, accessibile a tutti i cittadini all’indirizzo internet: http://immigrazione.provincia.cuneo.it Gli enti pubblici aderenti al Protocollo d’Intesa anno 2004/2005 sono: Comune di Alba, titolare dello sportello per l’area di Alba (in collaborazione con Consorzio S.A. Alba Langhe Roero); Consorzio S.A. Int.es.a., titolare dello sportello per l’area di Bra (in collaborazione con Comune di Bra); Consorzio S.A. del Cuneese, titolare dello sportello per l’area di Cuneo (in collaborazione con Comune di Cuneo, Cons. S.A. Valli Grana e Maira, Com. Mont. Valle Stura, Com. Mont. Valli Gesso Vermenagna); Consorzio Monviso Solidale, titolare degli sportelli di Fossano, Savigliano, Saluzzo, Barge e Bagnolo Piemonte (in collaborazione con i rispettivi Comuni); il Comune di Mondovì (in collaborazione con Consorzio S.A. del Monregalese, Comune di Ceva, Com. Mont. Valli Mongia Cevetta e Langa Cebana) per gli sportelli di Mondovì e Ceva. Gli altri: C.G.I.L., C.I.S.L., U.I.L. (quest’ultima a partire dal 25/10/2004), Associazione Provinciale Coltivatori Diretti, Unione Provinciale Agricoltori, Confederazione Italiana Agricoltori. 55 Gli enti pubblici aderenti al Protocollo d’Intesa - anno 2005/2006 sono: Comune di Alba, titolare dello sportello per l’area di Alba (in collaborazione con Consorzio S.A. Alba Langhe Roero); Consorzio S.A. Int.es.a., titolare dello sportello per l’area di Bra (in collaborazione con Comune di Bra); Consorzio S.A. del Cuneese, titolare degli sportelli per l’area di Cuneo, Ceva, Mondovì (in collaborazione con Comuni di Cuneo, Ceva, Mondovì, Cons. S.A. Valli Grana e Maira, Cons. S.A. del Monregalese, Com. Mont. Valle Stura, Com. Mont. Valli Gesso Vermenagna, Com. Mont. Valli Mongia Cevetta e Langa Cebana); Consorzio Monviso Solidale, titolare degli sportelli di Fossano, Savigliano, Saluzzo, Barge e Bagnolo Piemonte (in collaborazione con i rispettivi Comuni). Ciò che emerge dalle interviste è una chiara indicazione della necessità di qualificare la capacità di risposta da parte degli operatori dei servizi alla persona nei confronti dei cittadini migranti, senza tuttavia trascurare le non rare e medesime difficoltà che pure molti cittadini italiani incontrano nell’accesso e nella fruizione degli stessi servizi. L’informazione rappresenta una delle maggiori difficoltà a cui i cittadini migranti devono far fronte nell’interazione con i servizi; tale difficoltà si manifesta sia nella mancata disponibilità dell’informazione stessa, sia nella scarsa fruibilità della forma in cui è disponibile. L’organizzazione dell’informazione spesso non tiene conto delle caratteristiche della cittadinanza nel suo complesso; ma pure lo stesso modo di funzionare a settori non comunicanti di molte pubbliche istituzioni, senza coordinamento fra uffici che erogano servizi e prestazioni collegate, contribuisce significativamente a penalizzare i cittadini e, in modo particolare, quelli di origine straniera, sia nella comprensione dei servizi sia nella loro possibile fruizione. Questo tipo di difficoltà è tale da annullare a volte gli effettivi positivi di alcune innovazioni nelle istituzioni. All’inizio più di tutto non sapevo a chi rivolgermi, non avevo persone a cui chiedere, ma poi pian piano incominci a conoscere le persone, inizi a conoscere la zona e soprattutto la lingua e puoi chiedere informazioni. Il problema è che all’inizio non conoscevo la lingua e non parlavo con nessuno. Arrivare ai servizi non è stato semplice, forse perché avevo anche difficoltà nella lingua, è stato molto più comodo quando hanno creato questo ufficio per gli stranieri e soprattutto per la questura, è sicuramente molto positivo. All’inizio non riuscivi neanche a capire dove andavi, che cosa devi fare, se sei da solo non troveresti mai l’ufficio di collocamento o l’Informagiovani. Devi sempre chiedere a qualcuno, anche per esempio quando guardavo sul Corriere di Alba e trovavo Informagiovani, c’è il numero di telefono, il numero di fax, ma non sai dov’è e a che cosa serve. Un retroterra culturale differente da quello della maggioranza degli operatori dei servizi, unitamente alle difficoltà linguistiche, rappresentano spesso ostacoli nel reperimento e nella fruizione dell’informazione. La formazione e l’aggiornamento sono strumenti importanti per sostenere l’adeguamento della professionalità degli operatori alla varietà dei bisogni che emerge da una popolazione residente, la cui composizione è mutata in senso plurinazionale e 56 multiculturale. Inoltre, rappresentano anche uno dei modi più efficaci per prendere in carico il disagio che la nuova situazione genera in molti operatori. Negli ultimi anni, è emersa una maggior consapevolezza del ruolo che la formazione del personale può giocare nel processo di ri-definizione e ri-organizzazione di cui c’è bisogno in molti servizi per adeguarsi ad altri mutamenti importanti nella società. 4. La famiglia L’importanza che assume il ricongiungimento familiare nel progetto migratorio del singolo individuo, come già sottolineato in precedenza, è di fondamentale importanza per comprendere il processo di integrazione e l’eventuale stabile radicamento nel paese di accoglienza. La ricostituzione dei nuclei familiari fa degli immigrati dei portatori di nuove istanze in termini, in particolare, di bisogni abitativi, sanitari e culturali: si passa quindi dalle esigenze del singolo individuo a quelle di un nucleo familiare. La maggior parte degli intervistati, come già accennato, ha provveduto a un regolare ricongiungimento familiare, attivandosi nella ricerca di un’abitazione adeguata, nell’inserimento scolastico e/o lavorativo dei propri familiari, nella riorganizzazione dei ruoli e dei codici culturali, nella comunicazione domestica e sociale. Dedicando volutamente uno specifico approfondimento alla dimensione professionale nel capitolo seguente, in questo paragrafo evidenzieremo con particolare attenzione le caratteristiche relative ai processi di cambiamento e di adattamento che hanno coinvolto gli intervistati. Per quanto riguarda il livello di inserimento socio-economico si evidenzia come tutti i componenti familiari residenti in Italia, conviventi o meno con gli intervistati, risultano occupati nel mercato del lavoro o inseriti presso le istituzioni scolastiche locali. Alcuni risultano essere ancora in situazioni precarie, altri hanno raggiunto nel corso degli anni una condizione stabile e sicura. Uno dei tratti distintivi più importanti della zona albese in particolare, e della Provincia di Cuneo in generale, è il tasso di disoccupazione relativamente basso rispetto ad altre zone del nostro Paese, che favorisce una rapida collocazione professionale. L’elemento critico evidenziato dagli intervistati risulta essere infatti non tanto l’inserimento lavorativo quanto piuttosto il livello qualitativo dell’occupazione stessa. 57 In stridente contrasto con il titolo di studio conseguito in patria, i settori occupazionali in cui trovano impiego i familiari adulti degli intervistati risultano essere prevalentemente quello terziario per quanto riguarda la componente femminile (assistenza alla persona, ristorazione, pulizie), quello secondario per quanto riguarda la componente maschile (operaio industriale). In un solo caso, a causa della complessità normativa e burocratica, sembra sia stata presentata l’istanza di riconoscimento del titolo di studio conseguito nel paese di origine. Tra i familiari sopra citati è presente un’unica situazione di lavoro autonomo nel settore artigianale. Se la piena occupazione nel mercato del lavoro locale di tutti i familiari, indipendentemente dal sesso e dall’area culturale di provenienza, potrebbe essere un dato da interpretare positivamente dal punto di vista del processo di integrazione sociale, il livello di soddisfazione emerso dalle interviste evidenzia invece alcune criticità di fondo. Una sempre maggiore diffusione di contratti precari e di breve durata da un lato e le prescrizioni legislative dall’altro rendono particolarmente incerte le prospettive, pervadendo di ansia il presente dei migranti. Mio marito è appena arrivato; lui era venuto qua prima di me, aveva un contratto di sei mesi ed è stato qua per più di sei mesi. Ma non riusciva a trovare un altro posto, hanno fatto i controlli ed è stato mandato via, ed è stato costretto a ritornare in Marocco. Sono poi arrivata io e grazie ad un avvocato sono riuscita a fare il ricongiungimento familiare. Adesso lavora in una fabbrica e ha il contratto di nuovo per sei mesi. Mia moglie non è molto contenta perché ha sempre contratti di tre mesi in tre mesi, ormai sono due anni che fa questa roba e si sente un po’ stressata. Non puoi dire mai niente, non puoi chiedere le ferie perché alla fine hai paura che non ti facciano rinnovare il contratto di soggiorno. C’è poi chi sottolinea la difficoltà di adattamento a lavori inadeguati alla propria preparazione professionale, ma che tuttavia, non intravedendo opportunità alternative, accetta suo malgrado di svolgere. A differenza dei migranti più giovani d’età che, come vedremo nel capitolo seguente, pur adattandosi nel presente a occupazioni poco qualificate esprimono aspirazioni professionali emancipanti, anche attraverso il rientro in formazione, per i migranti meno giovani si evidenzia invece un atteggiamento di rassegnazione rispetto a eventuali cambiamenti futuri di condizione. La necessità e le responsabilità nei confronti dei familiari occupano uno spazio più importante delle personali aspirazioni di mobilità sociale. Mia mamma è diplomata come elettricista, lavorava come impiegata in un’azienda molto grande quando eravamo in Estonia. Aveva un buon lavoro in confronto a quello che ha adesso […] non è molto contenta 58 Mio marito è arrivato in Italia dallo scorso marzo grazie al ricongiungimento familiare, adesso lavora in una ditta per conto di un’agenzia interinale. Paghiamo l’affitto e si va avanti così. Lui è laureato in ingegneria, ma in Italia il suo titolo di studio non è riconosciuto, non abbiamo neanche provato anche perché mio marito ha già 54 anni, in Italia lavora come operaio. La stessa gestione familiare subisce cambiamenti importanti nella misura in cui entrambi i coniugi sono impegnati in attività lavorative esterne e, a differenza di altre famiglie italiane, non godono del sostegno della cosiddetta “famiglia allargata” rimasta in patria. Mia moglie sta abbastanza bene, ha trovato anche lavoro adesso, lavora in una cooperativa di pulizie. Cambia un po’ la situazione adesso che tutti e due siamo impegnati, è un po’ più dura, però coordinandoci un po’ riusciamo a tirare avanti. Decisamente maggiore risulta invece il livello di soddisfazione rispetto all’inserimento dei bambini nelle istituzioni scolastiche locali: Con i compagni ci sono quelli che accettano e quelli che no, ma quelli che non accettano sono in pochi, per fortuna. Appena arrivata qua, lei non piangeva, era contenta per essere con noi dopo quasi un anno che era là da sola, era contenta per questo, si accontentava e poi piano piano tutti i compagni l’hanno accettata […] ha una sua compagna che ogni tanto viene a mangiare da noi, lei va da lei. Si trovano bene. Io ho pochi rapporti. Lei non ha fatto nessuna fatica con l’italiano, lo parla meglio di noi, anche se è venuta dopo. Mia figlia è entrata nella scuola materna. Il primo mese era un incubo perché non voleva andare e abbiamo fatto una fatica grande. Però poi quando è entrata non voleva uscire e si è integrata bene, ha socializzato molto bene, ha tanti amici, vuole tornare in Macedonia, però “soltanto per le ferie”, come mi dice! I miei figli vanno a scuola, uno fa l’ultimo anno di materna e la bimba la terza elementare. Sono qua dal dicembre 2003, si trovano molto bene, si sono fatti degli amichetti a scuola, poi hanno fatto l’estate ragazzi, che è la cosa che è piaciuta di più perché hanno conosciuto il mare, si godono un po’ questa vita, noi possiamo soffrire, ma loro no. Cerchiamo di farli divertire e di far godere loro tutto quello che l’Italia può dare, la scuola, l’estate ragazzi, il catechismo […] a scuola hanno imparato subito l’italiano, sono passati due, tre mesi al massimo. L’aspetto della socializzazione amicale e ambientale, unitamente all’apprendimento della lingua italiana, risultano essere le dimensioni valutate più positivamente dai genitori rispetto all’inserimento scolastico dei propri figli. Dalle interviste non emergono particolari difficoltà di comunicazione tra la scuola e la famiglia, né vengono rilevate criticità significative in merito al metodo educativo proposto o alle diversità culturali. Dalle interviste emerge anzi un positivo livello di consapevolezza e di attenzione sia rispetto alla coerenza dei messaggi educativi provenienti dai diversi contesti frequentati dai bambini, sia rispetto all’importanza di educare a un’identità unitaria i propri figli, nel rispetto della naturale diversità culturale. 59 Penso che per educare un bambino non devi trovare il luogo adatto, cerco di far conoscere ad entrambi i miei figli la mia cultura, non voglio che la perdano, dato che già sono nati qua, devono conoscere anche la cultura senegalese, cerco di fare tutto, non so se ci riesco Noi siamo Induisti, le preghiere le facciamo a casa. Per mio figlio è un po’ diverso perché a volte , anche all’asilo, lo portano in Chiesa, ma lui è nato qua, lui deciderà che cosa fare. Io non posso dire niente, non sono una persona integralista, lui farà quello che vuole. Mia figlia comunque sa il macedone, non lo legge e non lo scrive, però lo capisce e lo parla. Legge e scrive italiano. Non voglio che mia figlia perda le sue radici, perché tutti noi siamo orgogliosi di essere macedoni. Questa cosa deve restare secondo me. Però sempre nel rispetto del paese in cui abitiamo, dei diritti e dei doveri che abbiamo. Pian piano che crescono avranno delle responsabilità, degli orari, dovranno imparare ad affrontare tutto quello che capita loro. Il più piccolo è ancora giocherellone, ma sicuramente il prossimo anno che andrà a scuola si metterà a posto, comincerà a fare i compiti. Dobbiamo far imparare tanto, quello che si può fare, quello che non si deve fare. Li educheremo come dei bambini italiani, sicuramente è diverso, là la scuola pubblica è mal vista, se non studi in una scuola privata non impari molto. Qua mi sembra che la scuola pubblica stia abbastanza bene La bimba è anche ortodossa, ma adesso la lasciamo alla religione della scuola, per non crearle confusione, non possiamo farle una testa così, dicendo da noi è così, qua è diverso. Adesso è ancora piccola, la lasciamo ancora un po’ di anni e poi le spieghiamo com’è la nostra religione. A questo proposito risulta importante sottolineare il ruolo propositivo che il Servizio Stranieri comunale ha saputo esercitare in questi anni in ambito scolastico. Numerosi i progetti avviati nel settore della mediazione interculturale che hanno coinvolto le scuole dell’obbligo albesi intervenendo attraverso l’opera di mediatori qualificati di origine araba, albanese, rumena e macedone sia mediante la realizzazione di moduli interculturali a favore dei gruppi classe, sia mediante il supporto linguistico individualizzato a beneficio degli allievi neo-iscritti: l’affiancamento ai docenti nei colloqui con le famiglie, il contributo formativo offerto agli insegnanti nella conoscenza dell’organizzazione dei sistemi scolastici di altri paesi. Particolarmente significativi sono risultati progetti di interscambio con il Marocco e con l’Albania, coinvolgendo allievi e insegnanti di entrambi i paesi. La realizzazione di uno spazio interculturale denominato “Stanza dei mondi”, composto di 3 ambienti etnici e utilizzato per lo svolgimento di attività interculturali sia a favore delle scuole sia a favore della cittadinanza locale. Accanto a tali interventi, ormai da anni, mensilmente un gruppo di insegnanti di tutte le scuole dell’obbligo presenti sul territorio si coordina attivamente con il Servizio Stranieri comunale promuovendo e organizzando moduli formativi su tematiche inerenti l’immigrazione a favore della cittadinanza, moduli formativi sulla comunicazione scuola/famiglia con il coinvolgimento dei docenti e delle famiglie degli allievi. Di recente si è intrapreso un percorso di formalizzazione condivisa mediante l’adozione di un protocollo di accoglienza per una migliore e più efficace gestione dell’ingresso dei minori immigrati nel contesto scolastico. 60 Sicuramente la piccola dimensione unitamente all’attuazione di politiche attive a favore dell’integrazione scolastica dei minori stranieri rappresentano un’importante componente della situazione registrata. Apparentemente in contrasto con la serenità che sembra caratterizzare la dimensione educativa, rimane presente il timore, da parte dei genitori migranti, di atteggiamenti discriminatori verso i propri figli; timore confermato da episodi di intolleranza che, seppure contenuti e sporadici, rappresentano tuttavia un segnale di disagio e di rifiuto non trascurabili. Segnali che, nella scuola dell’infanzia al pari di altri ordini scolastici, provengono, in modo particolare, dalle famiglie dei bambini italiani, nello specifico poco attente e disponibili all’accoglienza e all’integrazione Una volta sono arrivato a prendere mio figlio un po’ prima, la scuola era ancora chiusa, ma le nonne parlavano, io sono rimasto un po’ indietro, e parlavano male degli stranieri, e dicevano che gli stranieri vengono qua e tolgono i posti di lavoro ai loro figli. Io pensavo: “avranno una loro ragione”, ma poi hanno anche detto che i figli degli stranieri riempiono le scuole, io non ho detto il mio punto di vista diverso, queste persone neanche lo ascoltano. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che mio figlio va in queste scuole dove la pensano così, non so se sono tutti, non so se sono tanti o pochi, ma mi è dispiaciuto, non l’ho neanche detto a mio figlio, non è che la vivono loro, la viviamo noi genitori … spero che vivano una vita tranquilla, senza discriminazione, una vita tranquilla come tutti i bambini vogliono fare. Quello che ho sentito è stato per casualità. Poi ho pensato che non tutti la vedono così, la gente che mi conosce non la pensa così, io lavoro, sono sempre stato responsabile e sicuramente loro dicono: “I suoi figli saranno rispettosi come i genitori”. Io spero che non tutti abbiano l’idea che gli stranieri sono così, spero che questo cambi, spero che non sia un’idea di tutti gli Italiani. Non è che metto la mano sul fuoco per tutti gli stranieri, qualche volta non vengono a fare del bene, qualche volta si comportano male, parlavo con una signora e le dicevo: “Se tutti quelli che vengono e si comportano male prendono una sanzione, per quelli che si comportano bene non c’è un premio”. Allora io non voglio un premio, il premio più bello per me sarebbe non mettere tutti nello stesso sacco. Ricordo di una volta che la mamma di una compagna di classe di mia figlia l’ha guardata e le ha detto: “Come sei nera”, me l’hanno detto tardi, tutti già lo sapevano, le maestre l’hanno saputo, anche gli altri bambini, io no e non ho potuto dire niente, ma non ci sarà una prossima volta Prerequisito per la nascita di una qualsiasi interazione è la possibilità materiale di comunicazione, intesa non solo nella sua funzione linguistica, ma anche nelle sue potenzialità espressive e culturali. L’importanza di mantenere vive le proprie radici, di rivisitare la propria identità alla luce di nuovi contesti e stili di vita, di ricercare nuovi equilibri tra passato e presente richiede una continua mediazione tra sé e l’altro, all’interno del gruppo familiare e tra la famiglia stessa e la comunità locale. Accogliere consapevolmente il cambiamento che quotidianamente investe la propria vita rappresenta per tutti un elemento di difficoltà; per i cittadini migranti la complessità aumenta nella misura in cui il confronto tra due differenti 61 sistemi culturali impone una rielaborazione di situazioni critiche che coinvolgono l’intero gruppo familiare. Ci sono molte discussioni tra me e mia madre, perché lei vorrebbe che io seguissi alla lettera la religione musulmana, ma io vivo in Italia, ed è un po’ impossibile, perché se vivessi in Libano, potrei farlo benissimo perché tutti la seguono e mi abituerei all’idea di dover mettere il velo, non potermi mettere una maglia scollata, dover sempre far attenzione a uscir da sola per strada. Vivendo qua, non riesco a concepire queste cose ma mia madre la vede in un altro modo. I miei fratelli la pensano come me, anche perché siamo cresciuti qua. Mio fratello ha meno problemi, perché essendo maschio ha più libertà, fanno questa differenza, invece noi abbiamo più problemi. Mia madre mi vorrebbe già sposata con dei figli, ma a 19 anni, non ci penso ancora. Il Ramadam lo faccio, ma faccio moltissima fatica a seguirlo, anche perché lavoro. Poi quest’anno cade nel mese di ottobre e qui c’è la fiera, io dovrò lavorare sette giorni su sette, non ci voglio pensare. È proprio faticoso fisicamente, arrivi alla fine del mese che non ce la fai più. È vero che dopo le 17.30 puoi mangiare, ma prova tu a stare 12 ore senza mangiare e bere. Io infatti cerco di dormire più che posso per non pensarci, poi vado a lavorare, ci penso 5/6 ore. Per quanto mangi la sera, al mattino hai sempre fame. Comunque riesco, almeno quello, soprattutto per rispetto nei confronti di mia madre. Lo faccio volentieri. Però io non prego, non ho neanche le basi per fare le preghiere, dovrei studiare, saper leggere. Poi non avrei tempo, lavorando non posso permettermi di prendermi la pausa di venti minuti perché devo lavarmi. […] Le canottiere neanche a parlarne, le maglie un po’ più scollate va bene, ma non devono essere troppo strette. Lei vorrebbe che io fossi più Musulmana. Infatti adesso che andiamo giù in Libano vorrebbe che io mi rifacessi il guardaroba, perché sa già che mio zio le dirà qualcosa su di noi che ci vestiamo così. E per non sentirsi dire queste cose, ci ha chiesto, per favore, di vestirci in un altro modo là. I miei fratelli invece fanno cosa vogliono. Si vestono, escono, fanno, non si fanno nessun problema. Quando usciamo noi, una tragedia ogni volta. Non posso fare tardi, una volta, lavorava il sabato sera, ma quando ha capito che noi tornavamo a casa cinque minuti prima che lei rientrasse, ha smesso di lavorare il sabato, perché vuole avere le figlie sotto controllo. Io non potrei neanche stare con un Italiano. Lei non lo accetterebbe mai, le farei troppo male. Io ci penso molto, perché vorrei costruirmi una vita qua con un Italiano, invece che con un Musulmano, ma poi penso anche sempre: “E a mia madre chi glielo dice?”, non mi lascerebbe mai. Sulla religione è severissima. È stata educata così. È un problema perché io voglio costruirmi qualcosa qua, io non tornerei a vivere là. Invece mio fratello dovesse sposarsi con una ragazza italiana, mia madre non direbbe nulla, anzi lui ha già portato in casa delle ragazze italiane e mia madre era contenta per lui e a me dispiace questa differenza 2 Il destino delle seconde generazioni è in ogni caso mediato dalle concrete istituzioni sociali che incontrano nei processi di socializzazione. La prima è evidentemente la famiglia, al cui interno i processi educativi sono intrisi dell’ambivalenza tra mantenimento di codici culturali tradizionali e desiderio di integrazione e ascesa sociale nel contesto della società ospitante, tra volontà di controllo delle scelte e dei comportamenti dei figli e confronto con una società che enfatizza i valori dell’emancipazione e dell’eguaglianza, tra attaccamento a un’identità comunitaria e valorizzazione dell’autonomia personale. Foner (1997) ha rilevato come nelle famiglie immigrate “vecchio e “nuovo” si fondano, creando nuovi stili di vita familiare. Non sono rare le situazioni familiari, come da testimonianza precedente, in cui le madri capo-famiglia o socialmente isolate, rischiando di vivere un indebolimento della propria autorevolezza genitoriale, oppongono, nell’educazione dei figli, una certa 2 “SECONDE GENERAZIONI. Un’introduzione al futuro dell’immigrazione in Italia” a cura di Maurizio Ambrosini, Stefano Molina. Ed. Fondazione Giovanni Agnelli, 2004. 62 resistenza ai modelli culturali della società ricevente in contrasto con quelli tradizionali della società di origine. In tale contesto i processi di emancipazione femminile sono avvertiti come un pericolo nei confronti del modello culturale di riferimento della madre, mettendo in atto comportamenti di pressione culturale conformistica nei confronti delle figlie. Le strategie delle seconde generazioni, soprattutto in età adolescenziale, per far fronte alla difficile questione di un’identità culturale complessa che pone quotidianamente un problema di squilibrio interno al gruppo familiare, sono diverse. Le reazioni comportamentali vanno dalla scelta di aderire profondamente ai modelli tradizionali della società di origine trasmessi dai genitori, alla scelta di mediare tra questi ultimi e quelli proposti dalla società di accoglienza; dalla rivendicazione di autonomia nelle proprie scelte, al rifiuto delle forme di integrazione subalterna accettata dai padri. Mia sorella, una volta, si vestiva come si usa qui in Italia, mentre adesso ha deciso di mettersi il foulard, i vestiti lunghi, è solo un anno che si veste così, è una cosa che lei ha deciso così, io prego tutti i giorni, è più importante del mangiare, come mangi perché hai bisogno di energia, hai anche bisogno di pensare all’aldilà. Questa vita passa. Non mi chiedano però di vestirmi così, perché non mi metterò mai, per adesso, il foulard o i vestiti lunghi. Io ho due tipi di guardaroba: in casa io non giro in pantaloncini e maglietta corta, io stessa non riuscirei davanti a mio padre, anche quando fa caldo, non riuscirei, anche se ho un bellissimo rapporto con mio padre. Parliamo di tutto, ma c’è quel rispetto. La nudità, diciamo, per noi è un argomento tabù. Ho un guardaroba per quando vado la sera, per esempio, da amici dei miei, ad una cena o a qualche festa, ho i vestiti lunghi. Mia sorella fino ad un anno fa si vestiva con le magliettine, la gonna, ma ora non più. […] ho conosciuto tante persone e ho sempre cercato di capirli per andare d’accordo, ma ho sempre avuto più conflitti con i miei connazionali che con gli Italiani perché ormai ho una mentalità italiana. […] Voglio lavorare qui e penso che uno debba adeguarsi alla società in cui vive. Sinceramente non dò troppa importanza all’aspetto esteriore, c’è gente che si veste in un certo modo per far piacere agli altri, io no, continuo a vestirmi “all’occidentale”, perché preferisco così. […] L’Islam ce l’ho nel cuore, il Ramadan lo faccio, prego. Poi se un domani devo andare a lavorare in ospedale, non posso andare con il foulard, la prima cosa che penso è che non sarebbe igienico. […] La carne di maiale e gli alcolici sono assolutamente vietati. Mia madre è arrivata in Italia che aveva circa trent’anni, è una donna araba moderna, si è sposata a 27 anni e per quei tempi, era vecchia. Si vestiva come me, in Marocco, i miei nonni erano abbastanza aperti. Ha lavorato tanto e non è la classica donna che è stata a casa fino a quando non è arrivato il papà a dirle che un signore voleva sposarla. Quindi è già moderna. Ad esempio, il cous-cous ce lo cucina una volta al mese. Mangiamo molto più spesso la pizza, gli spaghetti, le patatine. Ma perché giù faceva già così, mia nonna è un po’ come lei. […] Capisco l’arabo scritto e parlato, ma non riesco a parlarlo. In Marocco ho fatto solo i primi sei mesi della prima elementare; poi all’età di quindici anni, mio padre si è messo lì un’estate e mi ha detto che dovevo imparare a scrivere in arabo. In tutta l’estate ho imparato, ma ad un livello elementare. So leggere, ma faccio qualche difficoltà. Vorrei fare un corso per impararlo bene, anche perché il mio ragazzo è del Marocco, e quindi per me è un po’ una vergogna: “sai leggere, ma non sai scrivere”. E poi sai cos’è, la mia famiglia ci tiene, i miei ci tengono tanto, mia sorella è nella mia stessa situazione. Invece gli altri miei fratelli, che hanno poco più di dieci anni, lo sanno, perché mio padre ha già fatto lo sbaglio con noi e non vuole rifarlo. Vanno a scuola qui, però lo parlano, leggono anche di più il Corano, scrivono. Ci tiene. […] in famiglia è un mix, perché io e mia sorella parliamo in siciliano, siamo abituate, proprio in dialetto; gli altri parlano un po’ italiano un po’ marocchino. Mia mamma non sa più come rispondere e ci dice sempre che dobbiamo parlare in arabo, almeno in casa. Io è un po’ di anni che ho contatti con persone del mio paese, perché giù in Sicilia avevo solo amicizie italiane, sono sempre stata l’unica in classe, invece qui in Piemonte,vedo per esempio i ristoranti arabi, le boutiques, insomma vedo gente che ha realizzato qualcosa, quindi ho più contatti con gente del mio paese e mi sto abituando a sentire parlare arabo. È questione di abitudine. […] per quanto riguarda le tradizioni seguiamo le più importanti, per esempio, i bambini pregano cinque volte al giorno, anche io e mia sorella, però magari siamo un po’ più … perché le cose devi farle da piccolo. I 63 miei stanno diventando di nuovo un po’ più rigidi, perché ,magari, dicono: “abbiamo lasciato andare un po’, e poi le bambine sono diventate figlie ventenni che parlando in arabo si bloccano e chiedono alla mamma come si dice?” e ai bambini quindi cercano di insegnarlo. […] Siamo musulmani, è una cosa che gira nel sangue, anche se sei qua, se magari siamo abituati qua, vedi, io mi vesto così tranquillamente, tengo i capelli sciolti, studio, vado a scuola […] in casa, mio padre ha la mentalità molto aperta, è un grande uomo, è il papà più bravo del mondo, perché non è quel classico tradizionalista, segue e ci tiene tanto, però oggi come oggi, l’Islam è più nel cuore. Il Ramadan lo faccio dall’età di 11 anni, le feste importanti le faccio, e niente lavoro e niente scuola. Ma siamo sempre libere. Per esempio mia sorella è diversa, ha vent’anni come me, stesso ambiente, stesse amicizie, stessa scuola, ma lei adesso ha messo il foulard, nessuno le ha detto di metterlo. Usciamo il venerdì sera, il sabato, non possiamo tornare alle quattro del mattino, ma per il resto ... Lei ha il ragazzo da due anni, e anche il ragazzo si è stupito della sua scelta. I cambiamenti investono le relazioni interne al gruppo familiare anche nei suoi diversi aspetti culturali e affettivi: dai consumi alimentari alla lingua, dalle festività religiose alle possibilità di divertimento sociale, dalle vicinanze parentali alla percezione del tempo, dall’adattamento al clima al modo di concepire il lavoro. Le abitudini sono cambiate già solo per il mangiare. E’ tutto cambiato, già è cambiata l’età e poi il modo di vivere, qui è tutto programmato, non puoi staccarti, a casa qualcosa trovavi, se non facevi la spesa, la mamma te ne portava, qui non puoi, al lavoro non puoi mancare, manchi oggi, manchi tra due o tre giorni poi resti a casa per forza, ma a parte questo,è cambiato a volte in meglio a volte in peggio, ma è cambiato, non usciamo più come quando eravamo giovani, perché dobbiamo risparmiare. […] a casa parliamo entrambe le lingue, metà e metà, dipende dall’esigenza, noi riceviamo anche dei rumeni, quindi parliamo tutte e due le lingue senza problemi. […] dalle feste religiose ti stacchi anche con la testa, per esempio, noi la Pasqua la festeggiamo sempre dopo una settimana, qui la festeggi perché già ti danno il ponte solo quando la festeggiate voi, noi poi rispettiamo un digiuno, per la quaresima, quando già voi festeggiate, ma qui non possiamo, perché se viene qualcuno a trovarci, un italiano, devi avere qualcosa da mangiare, un pezzo di carne e qualcosa per festeggiare, poi a Pasquetta vai a fare la grigliata. Dopo due settimane o più quando c’è la tua Pasqua, tu la festeggi, ma hai solo la domenica libera, vai a messa e poi torni a casa, non la senti, perché tutti gli altri non la sentono, quindi usciamo a farci una tavolata con gli amici e basta. Il Natale più o meno perché siamo sulla stessa onda, poi ci sono le feste religiose che non corrispondono a quelle di qua. […] questo ci pesa, poi forse guardi sempre gli altri, come sono con la famiglia, parlo degli italiani, tu non puoi andare sempre, se vai per Pasqua non puoi più andare per Natale, sempre si decide o Natale o Pasqua o Agosto. Il tempo è un cambiamento, il clima è stato un grande cambiamento, noi non andiamo sotto i 14 °C e quando fa caldo raggiungiamo i 29°C. Siamo lì. Qui, invece, si va sotto lo zero e la temperatura arriva anche a 38°, 39°, questo è un primo cambiamento. Poi, la neve, i temporali li abbiamo conosciuti qua, a Lima dove abitavamo piove pochissimo, il sole non scalda tanto. Poi a Lima c’è molto più movimento, di giorno, di notte, tutto il giorno 24 ore su 24 puoi trovare qualcosa, se esci a mezzanotte puoi trovare un ristorante aperto. Qua i negozi chiudono alle sette e mezza, sono cose che ti portano a riorganizzare tutta la giornata. Io non riesco ad abituarmi, riuscire a trovare qualcosa di aperto solo fino alle sette e mezza mi mette un muro e dico: “Ma se tutti lavoriamo fino a quell’ora, non è possibile andare a casa riposarsi un po’ e poi andare a fare la spesa?”. Poi non sono uscito tanto, la vita l’ho vissuta più di là, forse proprio perché ho quest’idea che anche se esco, non trovo niente. Poi anche per il tempo, là esci di notte e fa caldo, anche con i bambini […] noi cuciniamo i nostri piatti quando abbiamo più tempo, perché sono più lunghi da preparare e qua, invece, si trovano piatti già pronti. Mia moglie cucina peruviano quando ha più tempo, nei week-end. Si usano più spezie. Ai bambini piace perché voi mangiate più pasta, poi a scuola mangiano così e si sono inseriti . […] in casa parliamo spagnolo, per non farlo dimenticare ai bambini. Però i bimbi parlano italiano, anche fra di loro e così diventa anche un po’ difficile per noi parlare spagnolo; speriamo, comunque, che non lo dimentichino. 64 […] siamo abituati a mangiare come qua, è facile farlo. I bambini mangiano a scuola e non sono abituati, non gli piace la nostra cucina, loro mangiano alla mensa e adesso il più grande che ha 12 anni, mi chiede: “Mamma, mi fai gli spaghetti?” “No, ho fatto questo” così mi risponde “Allora li faccio io” e se li fa lui. […] quando arriva la festa di Natale del nostro Muhàmmad, non è una data fissa, noi seguiamo la Luna, i bambini chiedono di comprare un regalo, i bambini sono interessati, non vanno a scuola, prendiamo il permesso dalle maestre e non li mandiamo a scuola così loro vedono quello che facciamo per la festa. Per la festa facciamo la preghiera al mattino e poi mangiamo. […] se tu chiedi ai bambini della festa del Natale, i miei pensavano che era anche nostra e che era la festa dei bambini. Noi facciamo l’albero di Natale a casa. Loro vogliono essere come gli altri. Loro non dicono: “Noi non siamo Italiani e non facciamo questa festa, noi la facciamo. Noi siamo qui in Italia e vogliono farla.” Ma fanno volentieri anche le nostre feste. 3 Adeguate politiche di integrazione non possono però prescindere da un’approfondita conoscenza del fenomeno. Nell’ambito della famiglia immigrata, un aspetto che dovrebbe cominciare a essere monitorato con maggiore sistematicità è rappresentato dalle relazioni intergenerazionali tra genitori e figli e dalle caratteristiche del processo di integrazione delle seconde generazioni. La dimensione strutturale dell’immigrazione in Italia comporta la necessità di sviluppare misure volte a favorire i processi di integrazione sociale delle giovani generazioni, anche in considerazione dell’esperienza di altri paesi di meno recente immigrazione. In questi paesi è ormai maturata la consapevolezza che le seconde e terze generazioni rappresentano categorie portatrici di particolari bisogni cui rivolgere una attenzione specifica. Le seconde generazioni esprimono infatti identità multiple, che non si identificano più con i luoghi del passato migratorio dei propri genitori, ma nemmeno con la nuova società di accoglienza. Il desiderio di appartenenza e di mimesi con i giovani autoctoni, i modelli di riferimento e le pressioni delle comunità di origine producono identità molto complesse. In Italia la tendenza è stata fino a oggi quella di parlare più di minori stranieri che non di seconde generazioni, incentrando il dibattito e la ricerca quasi esclusivamente sulle dinamiche educative e interculturali: tema cruciale ma che non assorbe tutti gli aspetti della vita sociale dei giovani figli di immigrati. Accanto al tema dei percorsi scolastici delle seconde generazioni andranno prese in considerazione con maggiore attenzione le dinamiche familiari determinate dal confronto tra prima e seconda generazione in termini di aspettative, motivazioni personali e progetti di vita, nonché la formazione professionale e l’inserimento lavorativo. 3 Tratto da “Documento programmatico relativo alla politica dell’immigrazione e degli stranieri nel territorio dello Stato per il 2004-2006” 65 Forme di discriminazione possono infatti impedire al giovane migrante di seconda e terza generazione di accedere su un piano paritario rispetto ai cittadini del paese ospitante a un impiego e a un ruolo nella società. Le istituzioni dovrebbero quindi essere in grado di anticipare i problemi derivanti dal difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta di giovani immigrati che possono svolgere un ruolo di intermediazione tra società di accoglienza e cultura familiare, tra genitori immigrati e mondo circostante. Sarà dunque opportuno promuovere specifiche politiche di integrazione con attenzione a questo fenomeno, nella consapevolezza che un ruolo fondamentale spetta all’istruzione e alla formazione. Se è vero che nella scuola dell’infanzia, sia da quanto emerge dalle interviste sia da quanto confermato dal lavoro svolto dal Servizio Stranieri comunale attraverso progetti di mediazione culturale e forme di coordinamento continuative con dette istituzioni scolastiche, non si registrano difficoltà preoccupanti per quanto riguarda il processo di accoglienza e di integrazione degli allievi di origine straniera, diversa si presenta la situazione nelle scuole di ordine superiore. I dati evidenziano come nel corso degli anni il numero di minori stranieri iscritti alle scuole albesi sia andato crescendo (si è infatti passati dai 132 minori stranieri iscritti alle scuole albesi nell’a.s. 2000-2001 ai 354 delll’a.s. 2004-5), interessando inizialmente la scuola primaria di primo grado e progressivamente quella secondaria di primo grado. A titolo esemplificativo si riportano i dati relativi a una delle due scuole secondarie di primo grado albesi. Negli ultimi due anni il fenomeno sta interessando anche la scuola secondaria di secondo grado, in modo particolare gli istituti professionali e quelli tecnici. Scuola Media Vida Pertini A.s. Numero iscritti 2003-2004 2004-2005 2005-2006 615 579 588 Numero iscritti allievi stranieri 29 43 55 % allievi stranieri sulla popolazione scolastica dell’istituto 4,7% 7,4% 9,3% 66 Come sottolineato da diversi studi, l’inserimento dei minori di prima e seconda generazione in un continuum di difficile definizione rappresenta un passaggio cruciale nel percorso di adattamento reciproco tra immigrati e società ricevente. A livello locale, nelle scuole secondarie di primo grado e, in misura crescente, in quelle di secondo grado, sono in aumento le forme di intolleranza e di emarginazione verso minori stranieri; iniziano a verificarsi i primi casi di bullismo in cui, secondo il contesto e la provenienza, gli adolescenti stranieri risultano attori o vittime. Questi elementi segnalano la necessità di intervenire sul fronte educativo e culturale, per supportare il difficile compito di sintesi che i minori stranieri si trovano a dover affrontare: la costruzione di un’identità complessa in grado di rispondere alla necessità di conciliare modelli culturali diversi (quello della famiglia di origine e quello appreso sui banchi di scuola e veicolato dai media europei) e il confronto con una cultura che ancora crede nella propria uniformità etnica, linguistica e religiosa. Queste difficoltà, a oggi percepite più dagli addetti ai lavori (insegnanti, operatori sociali, educatori), trovano una prima conferma numerica nell’ambito del progetto sull’Obbligo scolastico e formativo promosso dalla Provincia di Cuneo, da cui emerge come, su circa 100 colloqui con studenti in difficoltà, iscritti al primo anno delle scuole secondarie di secondo grado albesi, il 12%-15% siano adolescenti stranieri. Istituto Liceo Classico “G. Covone” Liceo Scientifico “L. Cocito” Liceo delle Scienze Sociali “ L. da Vinci” Liceo Artistico “P. Gallizio” Istituto Tecnico Agrario “Umberto I” Istituto Tecnico Commerciale “L. Einaudi” Istituto Professionale per i Servizi Turistici e Sociaili “P. Cillario Ferrero” Numero iscritti Numero iscritti allievi stranieri % allievi stranieri sulla popolazione scolastica dell’istituto 0,3% 2% 3,5% 307 782 630 1 17 23 229 393 11 2 4,8% 0,5% 594 22 3,7% 340 20 5,8% Alla luce di tali considerazioni, il Comune di Alba intende intervenire: • sul versante formativo, fornendo strumenti di analisi e di risposta alle difficoltà correlate al processo di integrazione e di inserimento dei minori di prima e seconda generazione (forme di intolleranza, casi di esclusione, manifestazioni di bullismo, conflitti); 67 • sul versante educativo, proponendo percorsi di educazione interculturale a favore dei gruppi classe e condotti dalla figura professionale di un animatore autoctono e di un mediatore culturale di origine straniera; • sul versante culturale, creando, con le istituzioni scolastiche, un linguaggio comune e condiviso sulle problematiche derivanti dall’inserimento dei minori immigrati e sensibilizzando la comunità locale su tali tematiche. 5. La casa Le politiche abitative più che mai rappresentano una componente importante nel processo di integrazione dei cittadini migranti e nelle sue possibili evoluzioni. Il disagio manifestato dai cittadini intervistati, tutti regolarmente residenti e occupati, costituisce un importante indicatore dell’esclusione abitativa, spesso fortemente discriminante, che colpisce i cittadini migranti indipendentemente dalla loro posizione sociale e dalle specifiche risorse individuali. Ho affittato l’alloggio tramite un’agenzia, ma sempre, quando telefonavo, ho provato a chiamare per due mesi, o quando andavo a parlare di persona, mi dicevano che gli alloggi erano tutti occupati o gli affitti erano altissimi. Poi ho trovato questo alloggio tramite un annuncio su un giornale, la sera stessa ho provato a chiamare e mi hanno detto che era già occupato, poi la mia amica italiana ha telefonato e lo stesso alloggio per lei era libero, siamo andate insieme all’agenzia e ci hanno detto che la padrona di questa casa non voleva affittare a stranieri perché aveva avuto dei problemi con loro. Grazie alle referenze della mio datore di lavoro che mi ha accompagnata in agenzia sono riuscita ad affittarlo. Mi serviva questo appartamento per poter far venire mio marito in Italia. Forse i proprietari degli alloggi hanno anche le loro ragioni, ma così facendo per noi stranieri è molto difficile trovare la casa. Abbiamo trovato casa perché ci hanno aiutato molto dei signori da cui lavoravo. Hanno dato le loro referenze perché agli stranieri non volevano affittare l’alloggio. Siamo a posto ora. Anche quando abbiamo dovuto trovare un alloggio a Bra ci hanno aiutato molto le signore da cui lavoravo. Senza queste persone affittare una casa sarebbe stato difficilissimo perché agli stranieri le case si danno in affitto solo se ci sono delle referenze. Io non posso dire se hanno o non hanno ragione perché, forse, anche loro avranno le loro ragioni …forse si sono trovati male oppure alcuni non hanno pagato L’esclusione abitativa o le difficoltà incontrate nella ricerca di una casa non producono necessariamente una situazione di marginalità sociale; incidono tuttavia profondamente e concretamente sulla qualità di vita delle singole persone, sul loro stato di salute, sulle loro capacità e opportunità di relazione sociale. A questo proposito risulta importante evidenziare come la stabilità abitativa (spesso collegata alla mobilità territoriale per ragioni lavorative), la collocazione spaziale e urbanistica della dimora, la qualità complessiva dell’abitazione siano aspetti non trascurabili nella valutazione di adeguate politiche abitative e nell’incidenza che tali aspetti possono assumere sulla qualità della vita di interi gruppi familiari, autoctoni, misti o migranti che siano. 68 […] Ho una casa piccola, abitiamo in quattro in un bilocale, sono andata in Comune due volte per chiedere se mi poteva aiutare a trovare una casa … e due volte mi ha mandata dall’assistente sociale […] io non ci vado più, sono ancora lì, ho una casa piccola, ma va benissimo. Gli affitti sono esagerati, ho cercato, non ho potuto trovare e adesso non cerco più […] ogni tanto vai in agenzia e ti senti dire che agli extracomunitari non affittano case, e cosa devo fare? Devo prendere un bastone e dire: “ tu mi devi affittare”, questo è il problema grosso, gli affitti sono proprio un problema. […] Per me non c’è problema ad uscire da Alba, ma per i miei figli si, se esco e vado in un paesino magari non trovo l’oratorio e altri servizi Adesso ci troviamo bene, prima abitavamo in un alloggio piccolo, sempre freddo, aveva un riscaldamento vecchio […] nell’alloggio in cui abitiamo ora ci siamo sistemati bene, lo abbiamo aggiustato, abbiamo comprato la cucina, la camera da letto, quindi viviamo normale, lavorando in due si riesce ad andare avanti bene […] Adesso che a Monticello ci conoscono, chiunque ci affitterebbe l’alloggio, ma prima quando dovevamo affittare a Vaccheria, io ero pure incinta, andavamo in tutte le agenzie di Alba, non è che conoscevamo molta gente, ma a tutti abbiamo detto che cercavamo un alloggio, ma niente, per nove mesi niente, poi, per fortuna, una signora italiana che conosco è riuscita a trovarmelo a Monticello, se non ti conoscono non affittano, poi ero incinta, con una pancia così […] io non penso che non ci fosse nessun alloggio libero, è che nessuno vuole affittare a una persona che non conosce. […] gli affitti sono veramente cari, nelle prime case in cui abbiamo abitato magari non erano cari, ma le case erano vecchie e brutte […] ci abbiamo già pensato a fare un mutuo per comprare una casa, ma per il momento non possiamo ancora decidere, anche se sarebbe un buon affare comprare perché paghiamo l’affitto di 320 euro al mese e non è certo una cifra piccola, invece comprarlo, paghi una rata tutti i mesi, ma dopo 15-20 anni è tua. Abbiamo cambiato più volte casa. È la quarta casa che cambio. Quando sono arrivato abitavo con uno del mio paese, poi lui ha dovuto portare su la sua famiglia, poi la casa non era grande abbastanza per vivere e io dovevo portare su mia moglie. Poi nel 2002 volevo spostarmi a Treviso, quando mia moglie e mio figlio sono andati in Bangladesh sono stato tre settimane a Treviso, ma non piaceva e sono tornato. Ho sempre Alba nel cuore. E quando sono tornato ho trovato la casa dove abitiamo adesso Il problema abitativo non è prerogativa dei cittadini di origine straniera, coinvolge, purtroppo, anche una parte consistente della popolazione autoctona. Spesso si prefigura la questione “casa” come un problema di natura prevalentemente assistenziale in un’ottica emergenziale, di crisi. Di fatto, e ancora una volta, le domande dei cittadini migranti evidenziano la debolezza delle nostre politiche abitative che, nel loro complesso, risultano piuttosto inefficaci sia per quanto riguarda la capacità di costruire complessivamente percorsi accessibili, in termini di opportunità, e mediamente sostenibili, in termini di reddito, sia per quanto riguarda l’insufficienza degli interventi mirati alla lotta alla povertà. Per contro la domanda di alloggi in affitto a canoni calmierati, accessibili ai redditi medio-bassi, è in forte aumento, mentre l’offerta abitativa pubblica risulta ampiamente insufficiente e quella privata molto limitata, rigida, scarsamente disponibile nei confronti degli immigrati. L’alloggio l’ho trovato tramite un’agenzia, gli affitti sono carissimi, pago per un minialloggio 420 € al mese, ma ero obbligata a prenderlo […] molti non vogliono affittare agli stranieri, ti rifiutano, basta che sentano che sei straniero e non ti affittano nulla. Io penso che siamo tutti uguali, invece per loro no. Sono andata due volte in agenzia e poi ho chiesto per favore di trovarmi un alloggio, non importava il prezzo, questa casa mi serviva, non potevo stare in strada. L’affitto è veramente troppo alto: metà del mio stipendio serve per pagare le bollette e l’affitto. Il mio stipendio è di circa 800€ al mese. Adesso devo aspettare che scada il 69 contratto l’anno prossimo. Sto cercando in giro prima di andare di nuovo in agenzia perché prendono tanti soldi. Non sono mai andato in agenzia, perché conosco una signora che mi ha sempre aiutato a cercare casa. Ha dato le garanzie per me. Quando sono andato io da solo, per me la casa non c’era, poi è andata lei e mi hanno affittato l’alloggio. Ma adesso il rapporto con il proprietario dell’alloggio è buono. L’alloggio, però, è caro. Saremo costretti a cambiare casa perché il padrone vuole fare degli uffici. Sono costretta a cercare qualcos’altro. Ma quando vado in agenzia e dico che cerco una casa, mi dicono che non affittano a stranieri perché il padrone di casa non vuole. Quando ne trovo una, costa cara, io lavoro da sola e non posso pagare 500 euro più le spese. Non so come risolvere il problema, sto cercando. Adesso sto aspettando la risposta alla domanda che abbiamo fatto per avere una casa popolare. Il contratto è già scaduto. Dopo sei mesi bisogna andare via. Dove abita mia madre e mio fratello ci sono due camere e una cucina e perciò non possiamo trasferirci da loro. Fuori Alba nemmeno perché non abbiamo la macchina e non potremmo spostarci. Infatti, già ora mio marito va al lavoro in pullman perché lavora fuori Alba. A tal proposito ci sembra interessante riportare di seguito alcuni dati che meglio descrivono la situazione albese per quanto riguarda la programmazione pluriennale degli investimenti e degli interventi per il potenziamento del numero di alloggi a canone sostenuto. Numero di abitanti nel Comune di Alba: 30.160 Numero di domande giacenti, non soddisfatte su riserva (art.13, L.R. 46/95) 104 Numero degli sfratti per morosità relativi all’anno 2005 71 Numero di sfratti per finita locazione relativi all’anno 2005 (solo nel caso che l’interessato abbia 4 presentato al Comune domanda per un’abitazione) Numero di cittadini risultanti dall’anagrafe senza fissa dimora 95 Di seguito la scheda di rilevazione riferita al periodo temporale compreso tra il 1° gennaio ed il 31 dicembre 2005: A) PATRIMONIO DI EDILIZA SOVVENZIONATA SITO NEL COMUNE (art. 1, L.R. 46/95) Numero totale di alloggi: 364 di cui gestiti dal Comune 65 gestiti dall’ATC 326 altra gestione 0 B) ASSEGNAZIONI DI ALLOGGI DI EDILIZA SOVVENZIONATA (art.1, L.R. 46/95 e s.m.i.) Ultimo bando generale emesso in data 10/10/2005 Alloggi resisi disponibili per l’assegnazione nel corso dell’anno 9 Assegnazioni complessivamente disposte nel corso dell’anno 70 di cui Assegnazioni su graduatoria 2 Assegnazioni su riserva (art. 13) 7 di cui C) A seguito di sfratto 4 Per altre emergenze 3 DATI ULTIMA GRADUATORIA Ultima graduatoria approvata in data 06/10/2003 A seguito di bando emesso in data 11/06/2002 Numero richiedenti inseriti nell’ultima graduatoria 142 Totale assegnazioni effettuate a valere sull’ultima graduatoria 19 Totale richiedenti cancellati dall’ultima graduatoria 16 Numero di domande insoddisfatte 107 D) DISAGIO ABITATIVO Sfratti convalidati nell’anno 82 Sfratti eseguiti nell’anno 31 Famiglie in situazione di disagio abitativo 340 Famiglie assistite 677 Nel corso dell’ultimo bando generale, emesso in data 10 ottobre 2005, il numero complessivo di domande ricevute dall’Ufficio Casa del Comune di Alba risulta essere pari a 155. Di queste, circa il 70% sono state presentate da cittadini immigrati. La graduatoria è attualmente in corso di elaborazione presso la Commissione Provinciale Assegnazione Alloggi di Cuneo. Novanta ulteriori richieste sono pervenute fuori dalla graduatoria, il 50% circa delle quali risultano nuovamente presentate da cittadini di origine straniera. Il dato relativo allo sfratto per morosità, che in questo caso colpisce tanto cittadini immigrati quanto autoctoni, per i primi può rappresentare un ulteriore motivo di pregiudizio che, in quanto tale, penalizza genericamente la popolazione immigrata. Per quanto riguarda il settore privato, come avviene a livello nazionale, anche nella nostra zona, come denuncia la maggioranza degli intervistati, gli ostacoli per ottenere un contratto di affitto sono numerosi. A differenza però della popolazione italiana, la collettività degli immigrati è costretta a scontrarsi con la logica discriminante che spesso il settore privato adotta nei loro confronti. 71 Un possibile ruolo di mediazione viene svolto dai datori di lavoro o da conoscenti italiani che si offrono in quanto figure garanti dell’affidabilità del cittadino migrante e che si impegnano a controfirmare sul contratto di affitto. Ma nemmeno questo è un elemento sufficiente, talvolta ha un peso irrilevante. Ulteriore conferma del fatto che un inquilino immigrato è indesiderato in quanto tale - quindi a prescindere da una sua reale situazione di inaffidabilità – consiste nel rifiuto della domanda di locazione anche alla presentazione dei documenti in regola, del contratto di lavoro, del conto corrente bancario, della dichiarazione dei redditi. Tuttavia, come viene sottolineato dall’intervista di seguito riportata, il titolare di un’agenzia rappresenta il punto di collegamento tra il proprietario di un immobile e chi cerca casa. Il suo è quindi un ruolo delicato che ha un peso importante, in positivo o in negativo, nel processo di integrazione. Il rischio di un approccio marcatamente ideologico, politico al tema “casa” da parte delle immobiliari rappresenta uno scoglio significativo nell’accesso all’abitazione e come tale va considerato e affrontato. Per l’alloggio, prima di mio marito io abitavo dove lavoravo, poi quando è arrivato mio marito ci siamo accordati con un amico, lui aveva una casa enorme con quattro stanze, due bagni e così dividendo le spese abbiamo abitato lì […] dopo sei mesi, ma siamo stati fortunati, siamo riusciti a trovarne uno per noi; ovunque non volevano gli stranieri, lo stesso problema l’ho incontrato due anni dopo quando è arrivato mio padre, anche telefonicamente mi dicevano subito che non volevano gli stranieri e anche le agenzie ci dicevano in faccia abbiamo l’alloggio, ma i padroni non vogliono gli stranieri. Io avevo le referenze, ma niente […] Dove abitavo prima, i padroni erano i datori di lavoro di mio marito e chiamavano le agenzie per noi, è la stessa cosa, dicevano. I datori di lavoro dicevano: “Sono bravi, non ci sono problemi per pagare l’affitto, ma la mansarda dove abitano è piccola”, fino a che abbiamo trovato una persona che ci ha affittato, ora tutti parlano bene, anche quando ci sono le riunioni di condominio con i vicini tutto bene E’ stato un brutto momento, c’era tanta diffidenza, ma sopratutto era brutto il comportamento delle agenzie, perché le persone possono anche essere diffidenti, ma le agenzie immobiliari non sono come le persone fisiche […] ma per educazione e per il fatto che sei obbligato ad abbassare la testa, non significa che tu non abbia dignità, la dignità ce l’hai e di più di quella persona che se ne approfitta e lo fa, guardandoti in faccia, perché sa che tu non puoi tornare a casa, che hai figli, famiglia, hai il marito […] alla fine i datori di lavoro di mio marito hanno dovuto fare una dichiarazione firmata che garantivano per me, che mio marito lavorava da loro e che se succedeva qualcosa si pagava, questa dichiarazione ce l’ha tuttora l’agenzia e i padroni di casa, solo che i rapporti con loro sono subito cambiati, tutto va liscio, è un rapporto più che amichevole ora, adesso va tutto bene, purtroppo c’è questo muro e se riesci a scavalcarlo tutto va bene poi. In affitto, ti dico subito che qui ad Alba, se non vai tramite qualcuno, è molto difficile trovare affitto. Sono andata alla ricerca di un alloggio per la mia famiglia due anni fa, ma non sono riuscita a trovare nulla. Prima tutti erano disponibili, ma quando dicevi che eri straniera, cambiavano idea. Non riuscivi a capire il comportamento di queste persone. La ricerca della casa passa ancora prevalentemente attraverso il libero mercato: ed è un fatto che gli immigrati incontrano maggiori difficoltà rispetto ai cittadini italiani nel reperimento di alloggi. Ciò avviene anche quando si trovano in una condizione lavorativa che permette loro di pagare regolarmente un affitto e di offrire le garanzie richieste dai proprietari. Sono molti gli immigrati che non ottengono un regolare contratto di affitto o 72 che pagano un canone superiore a quello previsto dal contratto, che non ottengono le ricevute di pagamento e che non possono quindi provare di aver pagato il canone, che pagano canoni superiori a quelli di mercato per case fatiscenti, che con estrema difficoltà riescono a ottenere un mutuo per acquistare una casa. Ad Alba non ho mai trovato perché non si fidano degli stranieri e in modo particolare dei marocchini, dicono che non pagano e poi soprattutto costa caro, e non conviene prendere un monolocale per uno come me che fa 170/180 ore di lavoro al mese e si trova in busta paga 900 euro non posso spendere 350 euro in un monolocale… sempre che riesci a trovarlo. La maggior parte degli stranieri vivono in tre, così dividono l’affitto e le spese, e così se fa 400 euro dividi in tre. Questo alloggio lo abbiamo trovato tramite un amico che ha parlato con il padrone di casa e poi quando questo mio amico ha liberato l’alloggio, il padrone ha alzato l’affitto del 10% e l’abbiamo preso. Ci ha chiesto la caparra, più tre mesi da pagare e il quarto mese siamo andati a vivere lì. Qua ad Alba agli stranieri affittano alloggi un po’ malandati, c’è umidità, i rubinetti e i lavandini sarebbero da metter a posto, anche le finestre e le porte, adesso fa caldo e va bene, ma nell’inverno entra il freddo e ti trovi l’umidità e ci troviamo in difficoltà. Io spero di trovare qualcosa di diverso, ma se trovi qualche cosa di diverso c’è la cifra alta, qualche difficoltà c’è sempre. Si tratta di forme più o meno esplicite di discriminazione, contro le quali non si sono ancora sviluppate misure di contrasto efficaci. Esistono radici culturali, sociali ed economiche che stanno alla base di tali comportamenti e che necessitano, oltre che di concrete risposte politiche, di interventi culturali capaci di smascherare stereotipi e pregiudizi che minano quotidianamente i processi di integrazione sociale. I cittadini stranieri, ancor oggi, a parità di condizioni economiche, non godono delle stesse opportunità di accesso alla proprietà di un immobile di cui gode la popolazione italiana. Spesso, andando oltre le apparenti formalità, le garanzie che vengono chieste a un immigrato per l’accensione di un mutuo sono maggiori rispetto a quelle richieste a un cittadino autoctono. Vengono attentamente analizzati fattibilità e sostenibilità del progetto per il quale l’immigrato chiede il prestito alla luce della difficoltà che molti istituti bancari incontrano nel valutare la reale capacità di rimborso del prestito. Difficoltà dovuta a fattori di diversa natura e che vanno dalla stabilità professionale alla precarietà collegata al rinnovo del permesso di soggiorno ecc. Ho fatto due calcoli e ho visto che tra affitto e spese varie sono arrivata a pagare circa 40.000€ perché sono qui da sette anni, e quella cifra è già un terzo di una casa, un alloggio, anche solo due stanze, se io già lo facevo quando sono arrivata, tra dieci anni magari sarebbe finito, inizio ora perché sette anni fa non davano questo credito alle persone straniere, ma perché lo danno ora? Perché ora c’è la crisi, e non fatturano come una volta e hanno detto, diamo la possibilità agli stranieri con il mutuo; ma il tasso per noi è diverso da quello degli italiani, non voglio dire però che sia responsabilità delle società finanziarie, quando tu volevi farlo, anche con due buste paghe non te lo davano ora non più. Loro non fanno un favore a noi, ma lo fanno per i loro interessi, ci danno la possibilità di comprarci una casa, ma solo noi sappiamo come facciamo a pagarla con tutte le buste paga che ci chiedono. Poi se tu incominci a dire che mandi dei soldi giù, incominciano a dirti che non fai una cosa giusta, perché sono tutti soldi che guadagni qua, la politica è che i 73 soldi devono girare in Italia; però se tu hai la mamma malata che ha bisogno di medicine … la mentalità di qua non capisce queste cose, tu non puoi dormire tranquilla, sapendo che i tuoi hanno bisogno di soldi o che c’è un funerale e non riesci con le spese; cosa fai? dici: “bè, io spendo qua”? Siamo persone e abbiamo la nostra dignità e se puoi aiutare, Dio ci ha fatto proprio per questo, dare una mano, lo fai 4 In definitiva, sul piano delle politiche, si conferma la necessità da un lato di politiche «più sociali», che predispongano un'offerta molto economica e leghino più efficacemente politiche abitative e politiche di lotta contro l'esclusione sociale; dall'altro la necessità di una più attendibile articolazione dell'offerta sociale. L'efficacia delle politiche dipende dalla capacità di rapportarsi ai percorsi: cosa la casa «fa», come entra nel percorso di inclusione o esclusione, in quello specifico momento; come si collega alle diverse strategie; in quali fasi del percorso evolutivo; come interagisce con altri disagi, con altri handicap ecc. I fattori che fanno inclusione/esclusione non sono dei «dati», bensì costituiscono dei processi: l'attenzione deve quindi rivolgersi alle condizioni che determinano l'evoluzione dei percorsi, le opportunità che l'immigrato incontra nel suo percorso e riesce a fare interagire con i suoi progetti e le sue dotazioni: tra cui le politiche. A tal proposito risulta interessante citare uno stralcio della valutazione espressa da ANCI e UPI, in sede di Conferenza Unificata (11.11.2004), circa il “Documento programmatico relativo alla politica dell’immigrazione e degli stranieri nel territorio dello stato per gli anni 2004-2006”; la citazione estrapolata e di seguito riportata fa riferimento a una delle considerazioni introduttive alle valutazioni successivamente espresse e sottolinea la distanza che dal documento emerge tra l’approccio auspicato alle politiche migratorie e la reale capacità gestionale della situazione nel suo complesso: [..] è ormai opinione ampiamente condivisa che l’immigrazione rappresenti ben più di un fenomeno di natura esclusivamente economica e/o di ordine pubblico, e che lo stesso abbia assunto ormai carattere strutturale: in questo contesto, assumono rilevanza primaria gli interventi volti a favorire l’integrazione sociale, lavorativa, abitativa, ma anche i processi di partecipazione culturale e civica. In questo senso si è espresso recentemente anche l’esecutivo, con l’autorevole voce del Ministro dell’Interno. Lo spazio, la qualità e la concretezza degli strumenti che il documento mette in campo per sostenere e promuovere tali interventi non appaiono spesso all’altezza delle sfide che il fenomeno pone al paese La valutazione riportata nel medesimo documento in merito alle linee politiche adottate per l’accesso all’abitazione sottolinea l’importante contraddizione tra le limitazioni imposte dal Testo Unico sull’immigrazione e i necessari interventi in materia di politiche sociali mirate a favorire percorsi di integrazione e di cittadinanza. 4 Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati - SECONDO RAPPORTO SULL'INTEGRAZIONE DEGLI IMMIGRATI IN ITALIA 74 [...] Richiamando le considerazioni sopra esposte in materia di risorse, non appare opportuno prevedere politiche differenziali per facilitare l’ingresso degli stranieri nel mercato degli alloggi, ma ripensarle in termini universalistici, a favore della complessità delle fasce disagiate. In questa direzione si sottolinea nuovamente il carattere fortemente discriminatorio del sesto comma dell’articolo 40 del Testo Unico sull’immigrazione, come modificato dall’articolo 27 della legge 189 del 2002 che richiede al cittadino straniero, al fine dell’accesso ad alloggi di edilizia residenziale pubblica, in un contesto di generalizzata riduzione della durata dei permessi di soggiorno, il possesso di un permesso di soggiorno almeno biennale. A conclusione di questo capitolo ci sembra importante evidenziare come rispetto al diritto alla cittadinanza, spesso nei fatti negato, corrisponda l’incapacità sociale, politica e legislativa di gestire in modo coerente e funzionale i processi di cambiamento messi in atto dalle migrazioni e che, di fatto, coinvolgono l’intera popolazione. La sfida dell’integrazione sociale dei migranti impone la necessità di rivisitare l’attuazione delle politiche pubbliche, nei contenuti, nelle modalità e negli aspetti critici emersi in questi anni, nella consapevolezza che qualsiasi intervento, innovativo o migliorativo delle specifiche situazioni, a favore dei cittadini immigrati arreca beneficio alla situazione sociale dell’intera popolazione. 75 CAPITOLO QUARTO IL LAVORO E LA MOBILITA’ SOCIO-PROFESSIONALE 76 IL LAVORO E LA MOBILITA’ SOCIO-PROFESSIONALE Alla luce delle considerazioni sviluppate nelle pagine precedenti, in questo capitolo ci proponiamo di approfondire il tema della partecipazione economica dei cittadini migranti attraverso il processo di inserimento nel mercato del lavoro italiano. L’ipotesi di partenza è quella di esplorare gli obiettivi e le aspettative che gli immigrati coltivano nei confronti della dimensione professionale alla luce del livello di formazione conseguito in patria o nella società italiana e in riferimento al progetto migratorio, in cui, come già illustrato, bisogni, prospettive e aspirazioni professionali assumono una posizione centrale. L’analisi terrà inoltre conto delle contraddizioni riscontrate nell’attuale legislazione sull’immigrazione in materia di lavoro, prendendo in considerazione, in modo particolare, la relazione tra l’impatto che la sua applicazione ha sulla vita delle persone e sul soddisfacimento della domanda/offerta del mercato del lavoro e i principi ispiratori che la caratterizzano. Se da un lato si registra una domanda crescente di foza-lavoro, concentrata in particolar modo in alcuni settori del mercato, dall’altro lato, a fronte di una legislazione che riconosce anzitutto l’identità dell’immigrato in quanto “lavoratore”, la gestione dei flussi di ingresso risulta eccessivamente rigida in rapporto alle richieste provenienti dal mondo produttivo. In tal senso il III Rapporto CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) – anno 2004 evidenzia come: “[…] la legge ostacola l’ingresso regolare di lavoratori stranieri attraverso una disciplina complessa e di difficile applicazione poiché imperniata su limiti di reddito molto alti e su uno scarso collegamento tra domanda e offerta di lavoro, specialmente per quanto riguarda le famiglie e le piccole realtà aziendali che necessitano di una conoscenza previa delle persone da assumere. Dall’altro lato il sistema delle quote stenta a decollare a causa di un approccio poco realistico al fenomeno. Basti pensare chje nel 2003, al dichiarato fabbisogno delle imprese italiane di oltre 220 mila lavoratori si è risposto con un decreto flussi di complessivi 79.500 permessi per lavoro, di cui solo 29.500 per lavoro stabile. Appare chiaro, dunque, che la gestione dei flussi attraverso frequenti provvedimenti di regolarizzazione unita ad un sistema d’ingresso molto rigido risulta poco funzionale al mercato del lavoro e, soprattutto, non è in grado di garantire un soddisfacente processo di inserimento sociale, dal momento che migliaia di lavoratori stranieri sono costretti a vivere e a lavorare in una situazione di irregolarità o di semi-clandestinità. Oltre ad insistere su un maggior realismo nella determinazione dei flussi e ad una revisione delle condizioni per l’ingresso, è opportuno considerare la possibilità di prevedere un permesso semestrale per la ricerca di un posto di lavoro, così come il Parlamento Europeo ha proposto alla Commissione, ed introdurre una norma che consenta a determinate condizioni, che i permessi di soggiorno di breve durata (turismo) possano essere convertiti in permessi di soggiorno per lavoro.” 77 Un altro importante elemento da considerare risulta essere il capitale umano che il cittadino migrante porta con sé al momento del suo arrivo in Italia: il livello di istruzione non solo condiziona la disponibilità ad accettare determinati tipi di collocazione professionale e il livello di soddisfazione per le condizioni di integrazione economica e sociale, ma rappresenta un patrimonio ancora scarsamente valorizzato a causa delle notevoli difficoltà burocratiche previste dalla normativa per ottenere un riconoscimento del titolo di studio conseguito in patria. Tutto ciò a scapito del migrante che si vede negare l’opportunità di sperimentare le proprie e reali competenze professionali, ma anche a svantaggio dello sviluppo dello stesso mondo produttivo locale. Un ultimo aspetto riguarda il livello di partecipazione femminile al mercato del lavoro che, come nel caso delle intervistate, potrebbe assumere nella vita delle singole donne un significato positivo di emancipazione sociale rispetto alla precedente condizione o, più negativamente, una necessità economica che prevarica la dimensione di vita individuale e familiare. 1. Il capitale umano Prima di addentrarci nell’aspetto più specificamente tecnico-professionale, è nostra intenzione illustrare i percorsi scolastici e i relativi titoli di studio conseguiti nel proprio paese di origine dai soggetti intervistati. Di seguito proponiamo una tabella in cui si evidenziano i singoli percorsi formativi. TITOLO DI STUDIO CONSEGUITO IN PATRIA Scuola dell’obbligo Qualifica Professionale Diploma di Scuola Media Superiore Laurea VALORE ASSOLUTO 9 2 15 7 VALORE % 27,1 9,1 42,5 21,3 7 di coloro che hanno conseguito il diploma di Scuola Media Superiore hanno frequentato i primi anni di Università, interrompendo gli studi prima di conseguire una laurea, per ragioni economiche e/o in seguito alla scelta di emigrare dal proprio Paese. 3 sono riusciti a completare il percorso burocratico per ottenere il riconoscimento della laurea, 2 per l’equipollenza del diploma di scuola media superiore. Una parte degli intervistati ha dichiarato di aver intrapreso l’iter burocratico per l’ottenimento dell’equipollenza del titolo di studio, ma di aver abbandonato tale obiettivo per la complessità della normativa, per i tempi eccessivamente lunghi o, ancora, perché obbligato, a causa delle differenti impostazioni didattiche, a sostenere ulteriori esami nel sistema formativo italiano per giungere a una possibile equipollenza del titolo. 78 Sono laureata in economia e commercio […] ho preso un depliant, ma ho visto che dovrei andare a Torino per dare ancora degli esami, però dovrei trasferirmi là anche con il lavoro. Non potrei solo studiare, non avrei i soldi per poterlo fare […] e visto che sono laureata mi sono interessata molte volte per fare il riconoscimento della mia laurea. Mi hanno detto che è molto difficile: solo per fare un’iscrizione mi hanno chiesto 140 €, che io non avevo… il problema era anche che per tutti gli esami dovevo pagare. A me è sembrato strano, perché da noi, in Albania, non si paga nulla, è tutto gratis. Poi sono andata a Torino, anche là mi hanno detto che non si insegna la lingua greca: dovevo andare a Milano […] mi hanno detto che conviene di più iniziare un’altra università, un’altra facoltà che fare il riconoscimento del tuo titolo di studio. […] dovrei fare ancora tre anni a Torino. Sì è normale, perché le leggi sono diverse, i conti degli esami. Dovrei ricominciare da zero, devo lasciare il lavoro e non posso mantenermi. Mi sono iscritta all’università di Torino, a Economia e Commercio, ed è stato abbastanza pesante, hanno dovuto fare la dichiarazione e il valore del mio diploma di maturità, le pratiche le hanno fatte mia cugina con mia mamma, praticamente si faceva già in un modo strano, adesso si fa via internet, si fa la prenotazione ed è veloce, a quei tempi dovevi andare allo sportello ed aspettare, poi dovevi andare al Ministero dell’Educazione, poi al Ministero degli Interni e poi al Consolato Italiano; quando arrivavi al Consolato Italiano, già con un bel pacco di documenti, aspettavi quattro o cinque mesi, così mi è arrivato tutto in ritardo. Mi sono iscritta sotto condizione, senza poter sostenere gli esami. […] La borsa di studio non ce l’avevo, perché non avendo i documenti, non ho avuto il diritto di chiederla. A settembre vado di nuovo a fare tutto, certi giorni sono proprio a terra e non ne ho voglia. […] gli studi qui non sono riconosciuti, ti danno solo la possibilità di fare l’università, io al collocamento sono iscritta con la terza media perché hanno detto che le superiori non sono riconosciute, sembra che siamo del terzo mondo, non so il Marocco ha gli accordi, noi no. Pazienza, allora dappertutto dove vai ti chiedono, cosa sai fare? Tu sai fare, tu sei capace a rispondere ad un telefono, magari sei capace ad usare il computer, ma tu non hai niente, come puoi osarti chiedere un lavoro diverso, sul curriculum lo puoi scrivere, ma tu non hai niente che lo dimostri, ci sono certi che ti accettano così, però non dappertutto. Fai sempre i soliti lavori, o fai le pulizie o guardi le persone anziane, vai nelle pizzerie o nei ristoranti. O vai negli ospedali e inizi a studiare da infermiera e ci sono già parecchie rumene, o vai da Expert, ma fai un mucchio di ore al mese, arrivano a 300 ore, poverine, ma devono fare tutte le pulizie,questi sono i lavori, sono poche le persone che riescono: o sono veramente molto capaci o hanno la fortuna di arrivarci La questione dei crediti formativi e della formazione per gli adulti, purtroppo, continua a rimanere un nodo problematico del sistema scolastico italiano. Se per un cittadino italiano, motivato al rientro in formazione, risulta scoraggiante doversi scontrare con le numerose difficoltà dovute al mancato accreditamento di competenze formative già acquisite, alla distanza chilometrica in cui è situata la sede di formazione, alla conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi di studio; per un cittadino migrante a tutto ciò si aggiunge la scarsa conoscenza del sistema scolastico italiano, l’imperfetta padronanza della lingua italiana, il senso di precarietà della propria condizione socio-professionale, una rete relazionale di sostegno mediamente di minore entità rispetto a un cittadino italiano. Nonostante le difficoltà incontrate, tuttavia, una parte degli intervistati dichiara di aver intrapreso percorsi formativi in Italia sia per l’opportunità di crescita personale e professionale che la formazione offre sia per riqualificarsi all’interno del mercato del lavoro. 79 Su 31 intervistati attualmente: ➮ 4 frequentano il corso di formazione professionale per ottenere la qualifica di “Mediatore Interculturale”; ➮ 1 risulta iscritta all’Università; ➮ 1 frequenta, in orario serale, un corso quinquennale presso un Istituto Professionale Statale; ➮ 1 frequenta un corso di formazione professionale nell’ambito dell’assistenza sanitaria; ➮ 1 ha frequentato corsi tecnico-professionale in orario di lavoro; ➮ 1 intende iscriversi al corso di “Scienze infermieristiche”; ➮ 1 risulta interessato a frequentare corsi brevi di informatica e/o di lingua presso agenzie professionali o presso il Centro Territoriale Permanente; ➮ 4 hanno conseguito nuovamente la patente in Italia. 5 Il livello di istruzione sembra avere tuttavia, soprattutto nei paesi di nuova immigrazione, un impatto ambivalente: dato che il mercato del lavoro offre agli stranieri soprattutto lavori poveri, mancano le opportunità di valorizzazione del capitale umano [M. Ambrosini, 2005] 5 Tratto da “Sociologia delle migrazioni” di Maurizio Ambrosini, Ed. Il Mulino, 2005 80 La tabella di seguito riportata evidenzia chiaramente la problematicità, in termini sia di valorizzazione delle competenze acquisite sia del livello di soddisfazione professionale, derivante dalla distanza tra titolo di studio conseguito e occupazione a basso profilo professionale. La criticità di tale dato va letta, anche e soprattutto, in relazione al fatto che i cittadini intervistati risultano regolarmente residenti in Italia ormai da diversi anni. Non si tratta quindi di una semplice necessità di adattamento caratterizzante la prima fase del progetto migratorio, quanto piuttosto di un possibile rischio di cristallizzazione di una condizione professionale e di uno status sociale fortemente penalizzante le reali potenzialità di sviluppo e di emancipazione socio-individuale. Titolo di studio Diploma Diploma Scuola dell’obbligo Laurea Diploma Diploma Laureata Scuola dell’obbligo Scuola dell’obbligo Diploma (conseguito in Italia) Diploma Diploma Diploma Laurea Diplomata Laureata Scuola dell’obbligo Laurea Diplomata Scuola dell’obbligo Laureata Diplomata Laureata Qualifica professionale Diplomata Diplomato Scuola dell’obbligo Diplomato Qualifica professionale Diplomata Scuola dell’obbligo Scuola dell’obbligo Scuola dell’obbligo Occupazione attuale Operaia Pulizie Aiuto cuoca Operaia Impresa Pulizie Operaio generico Operaio generico Cassiera al supermercato Barista Commessa in negozio alimentare Lavapiatti Operaia Impresa Pulizie Metalmeccanico Operaio vinicolo Operaio generico Pulizie Operaia Impresa Pulizie Casalinga Magazziniere-Banconiere Operaia Impresa Pulizie Operaia Impresa Pulizie Operaia Disoccupata Assistente Geriatrica Lavapiatti Titolare di un’impresa agricola Operaio generico Operaio generico Assistenza anziano Idraulico Operaia in cooperativa multiservizi Disoccupato Cameriera Pizzaiola Contratto Tempo determinato Non in regola Tempo indeterminato Tempo indeterminato Tempo determinato Tempo determinato NR NR NR Tempo determinato NR Tempo indeterminato Tempo indeterminato NR Non in regola NR NR Tempo indeterminato Tempo indeterminato Tempo indeterminato Tempo determinato NR Tempo determinato Tempo indeterminato NR Tempo determinato Tempo determinato Tempo indeterminato Tempo indeterminato Tempo indeterminato NR Tempo indeterminato Tempo determinato Sesso F F F F M M F F F F F M M M F F F M F F F F F F F M M M M F M F F 81 2. Il processo di inserimento al lavoro L’inserimento regolare nel mercato del lavoro rappresenta un’importante componente del progetto migratorio e dello stesso processo di integrazione sociale. Come accennato nel paragrafo precedente, la partecipazione degli immigrati al sistema produttivo locale risulta piuttosto complessa e tutt’altro che lineare: la sottovalutazione dei crediti formativi maturati nel proprio paese di origine unitamente all’impiego in occupazioni a basso profilo professionale rischiano di spingere i cittadini migranti in una condizione di “integrazione subalterna”. Dalle interviste di seguito riportate emerge come, per giungere all’attuale situazione occupazionale, le singole persone abbiano avviato un processo di mobilità professionale mirato a ottenere un cambiamento qualitativo rispetto alle varie dimensioni di cui si compone l’ambiente “lavoro”: sicurezza, orari, regolarizzazione, relazioni, mansioni, sviluppo professionale ecc. Precarietà e capacità di adattamento risultano essere le due variabili che accomunano tutte le esperienze degli intervistati. Ho incominciato a lavorare nella cooperativa. Poi ho cambiato tanti lavori, adesso lavoro ancora in una cooperativa, per sei mesi. A parte lavorare in fabbrica non ho più fatto nessun lavoro Qui in Italia faccio di tutto in pratica, ho iniziato a fare la mediatrice, dovrei fare adesso il corso, e in più mi trovo in giro il lavoro, stirare e fare i lavori, mi adeguo un po’ […] con il primo lavoro mi trovavo male, andavo a fare le pulizie da una signora che aveva una ditta e anche grande e mi faceva lavorare anche lì. Quando sono arrivata, io non mi aspettavo di andare a fare le pulizie e mi sono sentita stupida e male, perché ho studiato mi sono impegnata, e poi dopo accetti le cose come vengono. Dopo ho lavorato in una cooperativa e non era molto, molto bello ma si tirava avanti, poi ho trovato in un ufficio, facevamo interviste telefoniche e lì mi sono trovata bene e mi piaceva, solo che facevano dei contratti di una settimana o di un mese e non era una cosa seria, non potevo essere sicura. Poi per una coincidenza , la scuola di Monticello mi ha chiamata due o tre volte perché aiutassi dei bambini macedoni, dovevo spiegargli delle cose, non ci sono tante mediatrici macedoni, subito mi hanno chiamata come volontariato, poi il Comune mi ha finanziato e quest’anno ho deciso di iscrivermi al corso per avere la qualifica di mediatrice così provo, non si sa mai. Il mio primo lavoro è stato in una cantina vinicola. Sono stato lì tre anni e poi ho deciso di cambiare padrone perché avevo avuto delle discussioni per il contratto, vivevo in casa sua e chiedeva tante cose e ho deciso di spostarmi e ora lavoro in un’altra cantina, a Treiso, e sono riuscito ad avere un contratto a tempo indeterminato. Qui ad Alba, invece, avevo un contratto a tempo determinato, non mi andava bene, non avevo diritto alle ferie pagate e tante altre cose e se vuoi lavorare tutta la vita, non puoi lavorare così. E abbiamo parlato, ma lui non ha voluto capire, adesso ho trovato una brava persona. Era anche pesante perché avevo anche problemi per tornare in Romania una volta all’anno perché almeno una volta all’anno hai voglia di tornare a casa, ho ancora mia madre e i miei amici. Tre anni sono andato, ma non voleva capire anche le mie esigenze. Ho fatto di tutto: la badante, lavapiatti, in fabbrica, pulizie, commessa. All’inizio ho lavorato un po’ di mesi con mia sorella. Poi in una cooperativa dove facevamo confezionamento per la “Mondo”. Lavoravo, però non avevo la patente, non avevo la macchina. Dovevo fare quasi 10 Km in bici. Sì, sì, il primo anno è stato veramente terribile. E poi adesso che ho passato tutto questo, ho preso questo permesso, sto riprendendo la patente, i miei sono qua, se devo lasciare tutto… perché il mio desiderio è stato sempre quello di ritornare, ritornare, ritornare. Ma adesso che sono qua, cerco di andare avanti qua. 82 Non tutti gli intervistati tuttavia, pur adattandosi all’offerta del mercato del lavoro, sono riusciti a collocarsi facilmente, contrariamente alle loro aspettative. Mi avevano detto che era facile e allora io pensavo, lavoro un po’ e poi torno a casa, invece, sono stata tre, quattro anni senza documenti, ogni tre mesi andavo in Colombia e poi tornavo. Andavo a cercare lavoro, ma non riuscivo a trovare niente perché non avevo i documenti, ora che li ho, non trovo niente lo stesso perché sono vecchia. Uno senza lavoro non ha niente, da qualsiasi parte vada, sei extracomunitario […] Adesso pulisco una casa, guardo due bambini. Così, ma non sempre, lo faccio a ore. Ma sono iscritta qua, è quattro anni che sono iscritta alle agenzie, all’ufficio di collocamento. Prima non avevo i documenti, adesso sono vecchia. Il lavoro non si trovava, non c’era, sono stato due, tre mesi da mio cugino, avevo voglia di tornare a casa. Poi ho trovato, ho lavorato tre mesi in una trattoria senza un giorno di riposo, sono dimagrito di 15 kg, l’ho trovato grazie ai miei cugini che conoscevano dei rumeni, hanno parlato a sinistra e a destra e hanno trovato qualcosa anche per me. I padroni erano bravi, si sono comportati bene, ma volevano sempre di più. Ho lavorato a Pasqua, sempre, poi per la nostra Pasqua volevo andare a Bergamo dove avevamo altri amici rumeni, non abbiamo trovato un accordo e sono andato via. Adesso lavoro a Torino, viaggio e tutti i giorni mi alzo alle cinque del mattino e torno a casa alle otto di sera. Lavoro per una ditta che lavora per la Fiat, sono entrato come un manovale, adesso non sono un operaio, ma lavoro come un operaio, faccio le stesse cose. Nei percorsi di inserimento al lavoro degli intervistati emergono inoltre situazioni di difficile collocazione in quanto, pur in presenza di contratti regolari, la flessibilizzazione degli statuti contrattuali spesso rendono incerto il confine tra il lavoro regolare e il cosiddetto lavoro grigio. Non è raro, così come peraltro si registrava già nel periodo precedente l’impiego di manodopera immigrata, trovare forme di irregolarità in contesti di lavoro regolarizzato o, ancora, forme di sfruttamento in situazioni precarie, poco visibili e di fatto poco controllate. In uno dei lavori che avevo trovato, mi hanno chiesto di fare 12 ore al giorno, dalle sei del pomeriggio alle 6 del mattino, per la legge non esiste un lavoro del genere! Non esistono le dodici ore segnate in busta paga, si trattava di una azienda di Alba grande e conosciuta, a fine mese ho trovato che dalla busta paga mancavano quasi 400 euro, avevo fatto tante ore, loro avevano bisogno delle 12 ore al giorno, era faticoso fare dalle 6 del pomeriggio alle 6 del mattino. Un aspetto importante da evidenziare, e che non si discosta dai dati registrati a livello nazionale, risulta essere il settore di accesso predominante al mercato del lavoro italiano, e locale, da parte delle donne migranti. La maggior parte di esse ha lavorato, nei primi anni di permanenza in Italia, come collaboratrice domestica presso famiglie piemontesi, evidenziando ancora una volta bisogni, domande e caratteristiche del funzionamento del mercato del lavoro italiano. Molto spesso, come viene sottolineato dalle intervistate, tale ambito occupazionale non risponde in maniera preponderante a un fattore vocazionale delle lavoratrici immigrate, quanto piuttosto a una chance occupazionale offerta dal sistema produttivo locale e al delinearsi di uno specifico bisogno della società industriale; la minore disponibilità di tempo e la maggiore disponibilità di 83 denaro unitamente alla sempre più diffusa difficoltà di conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di cura, induce alla necessità di ricercare figure professionali in grado di inserirsi nella crisi determinata dal cambiamento dell’organizzazione e dei ruoli familiari. La presenza di figure disponibili a rispondere a un bisogno diversamente destinato al declino, sia per l’assenza di disponibilità di manodopera autoctona sia per la difficile attuazione di politiche sociali adeguate, ha comportato non solo un incremento della domanda, ma addirittura uno sviluppo del settore con un conseguente e progressivo cambiamento delle stesse condizioni lavorative delle donne migranti impiegate nel settore. Se nell’esperienza di molte di esse il lavoro domestico a tempo pieno ha rappresentato, nella prima fase di permanenza, un trampolino di lancio per l’inserimento nel mercato del lavoro, successivamente, per molte di esse, sembra rappresentare un ostacolo all’integrazione e all’emancipazione sociale e culturale. Ho trovato lavoro presso una famiglia che aveva bisogno di una ragazza per guardare una signora anziana malata e fare qualche lavoro in casa. Sono stata fino a due anni fa poi sono stata da un’altra signora anziana e abitavo da lei, poi ho deciso di cambiare lavoro perché non avevo tempo libero per fare quello che volevo, ad esempio andare a scuola guida, la signora non era autosufficiente e non potevo allontanarmi. Adesso lavoro a ore in casa, forse lavoro anche di più di prima, ma almeno quando finisce l’orario posso tornare a casa mia e fare quello che voglio. Ho la mia libertà. 6 Un altro elemento concerne l’incipiente scollamento tra le esigenze della domanda, interessata al reperimento di personale “fisso”, a tempo pieno, e l’evoluzione dell’offerta, che persegue strategie, le uniche realisticamente praticabili, di “promozione orizzontale”, cioè di passaggio a incarichi “a ore”, più rispettosi dell’autonomia personale ma anche più soggetti al rischio di “affondamento nel sommerso” […] la stessa strategia di passaggio dall’incarico di domestica fissa a quella di domestica a ore, porta a un incremento della domanda di case e di servizi, soprattutto quando si accompagna alla nascita o all’arrivo dei figli: l’effetto è che una presenza che fino a ora ha colmato le lacune delle agenzie di riproduzione sociale si trova essa stessa a esprimere esigenze di tipo riproduttivo, modificando profondamente, almeno in prospettiva, i termini della sua partecipazione al nostro sistema economico-sociale. Prima ho guardato delle persone anziane, mi sono trovata benissimo con queste famiglie, ci sentiamo ancora. Ho guardato un signore ad Alba, poi sono stata da una famiglia a Racca. Poi è venuto su da Napoli mio figlio, non è che questo lavoro non mi piacesse più, ma volevo stare anche un po’di più a casa, poi incominciava ad essere un po’ pesante per la mia età lavorare 24 ore su 24 e avere solo un giorno libero e allora mio figlio ha parlato con la ditta dove lavorava lui e mi hanno presa perché avevano bisogno. Faccio le pulizie in biblioteca e al museo, prima facevo più ore, ma adesso che c’è il nipotino, lavoro meno, mi serve il pomeriggio libero per poterlo guardare. 6 Tratto da “Leggere le migrazioni” di Laura Zanfrini, Ed. FrancoAngeli - 1998 84 Il lavoro di cura, soprattutto quando viene svolto in maniera continuativa, con un impegno orario prolungato quotidianamente, è fonte di stress emotivo e psicologico importante. Prendersi cura di una persona anziana e malata, spesso non autosufficiente, significa in qualche modo accompagnarla, nell’ultimo periodo della propria vita, verso il momento della morte. Malattia, morte, vecchiaia sembrano essere tenute lontane e nascoste dalla nostra società, e invisibile diventa il lavoro di molte donne immigrate che si fanno carico di un momento così centrale per la vita di ogni essere umano. Ancora una volta, il lavoro e la presenza dei cittadini migranti diventa specchio del disagio e di una profonda crisi che caratterizza la nostra società. Occuparsi di situazioni di sofferenza e di malattia non richiede semplicemente buon senso e attitudine, necessita di preparazione e di formazione professionale sia nel rispetto delle persone bisognose di cure sia nel rispetto di coloro che devono offrire prestazioni professionali adeguate, ma che pure necessitano di strumenti e di condizioni lavorative adeguatamente tutelate e tutelanti. Ho trovato lavoro ad Aosta, ma ho dovuto abbandonare dopo un mese perché avevo solo il visto turistico, il datore mi ha detto che mi faceva la richiesta di lavoro, ma dovevo tornare in Romania e aspettare, ma avevo paura di non riuscire più a venire. Dopo ho trovato un lavoro a Torino presso una famiglia, ho lavorato lì due anni. Poi ho conosciuto una famiglia nel Monferrato che mi ha aiutata molto e con cui siamo molto amici, ho lavorato presso di loro e quando sono mancate le due persone che guardavo hanno continuato ad ospitarmi. Mi hanno accolta come una di famiglia e mi hanno aiutata a trovare un altro lavoro. Quindi sono venuta ad Alba grazie ad alcune raccomandazioni. La famiglia che mi aveva assunta come badante mi ha messa a posto con i documenti nel 2002 con la legge Bossi- Fini. Poi questa signora è mancata, io sono andata in Romania e quando sono tornata ho trovato un altro lavoro in una famiglia e quando è mancata anche quella signora, ho detto basta perché ti affezioni e soffri come un membro della famiglia. Con il nuovo lavoro, non mi affeziono più, faccio il mio lavoro e poi me ne torno a casa. Attualmente lavoro in un’impresa di pulizie e ho il cantiere qui all’hotel S. Lorenzo. Facevo la domestica, guardavo un anziano a Cortemilia, venivo solo la domenica ad Alba. Poi quel vecchio è morto e ho trovato un altro lavoro in un hotel a Roddi per due mesi, nel frattempo lavoravo anche a guardare un altro anziano qua ad Alba e poi sono rimasta per cinque anni da questi anziani, poi sono mancati tutti e due e ho trovato il lavoro di adesso tramite un’agenzia interinale in una fabbrica. Adesso lavoro in un ristorante, faccio la lavapiatti. All’inizio dopo otto giorni avevo già trovato lavoro come badante e sono andata a vivere con il signore che guardavo. Mi trovavo bene, ma all’inizio avevo problemi con la lingua, non sapevo preparare da mangiare come si fa qua, là è tutto diverso. Quando la persona che assistevo è morta, ho smesso di fare la badante e ho iniziato il lavoro che faccio ancora oggi Nonostante l’investimento affettivo ed emotivo che il lavoro di cura richiede, e nonostante le particolari condizioni lavorative in cui debbono operare le lavoratrici, la remunerazione non sempre rende giustizia dello sforzo e dell’impegno richiesto. Sono stata cinque anni da un signore e una signora, ma non erano marito e moglie, all’inizio l’ho trovata dura perché la signora era molto anziana e molto ricca e lei era abituata ad avere delle persone di servizio, e io quando sono entrata ho coperto tutti e quattro i posti, lavoravo dal lunedì al lunedì e mi pagavano 500 euro. Gli altri costavano molto di più. Poi la lingua non la conoscevo tanto, non ero abituata a dare del lei e 85 poi potevo parlare solo con la signora che riferiva poi a lui e lui rispondeva, non ero molto brava a cucinare e ho trovato mille difficoltà … poi ci siamo abituati, io tenevo a loro come se fossero i miei genitori, loro a me, ma non so quanto. La maggior parte delle donne impiegate nella collaborazione domestica e nel lavoro di assistenza alla persona ha infine scelto percorsi professionali diversi. Le ragioni, come illustrato nelle pagine precedenti, sono da ricercarsi in cause diverse: dallo stress emotivo alla mancanza di libertà personale nelle situazioni di convivenza con la famiglia ospitante, dal desiderio di emancipazione e di interazione sociale alla necessità di ricongiungimento familiare, dall’insoddisfazione del trattamento economico all’aspirazione di mobilità professionale. Alcuni, tuttavia, hanno invece scelto la strada della riqualificazione, iscrivendosi a corsi di formazione professionale per l’assistenza alle persone. Percorso, questo, che tende a riconoscere un bisogno sociale, effettivo e reale e, nel contempo, restituisce visibilità, tutela e dignità professionale agli operatori che desiderano svolgere tale attività. All’inizio, come tutti, ho fatto la collaboratrice domestica, guardavo e facevo i lavori per una signora. Non mi dispiaceva, non posso dirti che era il lavoro della mia vita, ma è un lavoro pulito e se lo fai bene, non è una vergogna, è una vergogna quello che ruba … non avevo tante soddisfazioni ma non posso nemmeno dire che stavo male. Dopo un po’ ho cambiato e ne ho cambiati parecchi, perché ad Alba è abbastanza chiuso ai lavori, è difficile arrivarci per una persona che non ha conoscenze, tanti altri non diranno cosa dico io, ho lavorato in pizzerie, ristoranti, ho fatto le pulizie, ho trovato un lavoro d’ufficio da Giordano, praticamente facevamo la vendita telefonica di vini, solo che io non sono una persona che si impone, e quando mi si dice no, io non insisto più di tanto e il contratto non mi è stato più rinnovato, ho lavorato anche in fabbrica. Adesso lavoro in una casa di riposo come infermiera, assistente geriatrica. Sono stato in un posto di lavoro per tre anni assistevo un anziano, presso una famiglia, guardavo una persona malata e in questa piccola via, in questo piccolo condominio mi volevano bene. Mi hanno accolto molto bene e poi anche la mia famiglia. Adesso non lavoro più lì perché il signore è mancato, ho cominciato a studiare poi mia moglie ha trovato un lavoro fisso e adesso anch’io ne ho trovato uno, pare che sia fisso, devo lavorare di notte e studiare al mattino. Faccio sempre assistenza ad un anziano e sto studiando per fare l’operatore socio sanitario. Mi sono diretto verso quella parte, sempre sull’aspetto sanitario, l’assistenza ad una persona anziana e malata In generale, sebbene la maggioranza degli intervistati, abbia dichiarato di non aver incontrato particolari difficoltà nella ricerca di un lavoro, molti sottolineano la posizione subalterna in cui i cittadini migranti culturalmente vengono rilegati. Se una persona viene qua e accetta un lavoro umile, non deve inginocchiarsi davanti agli Italiani. Ho incontrato una persona che si è comportata così con me, ma ho pazienza e ho cercato di farle capire che anche se veniamo dalla Romania, non siamo appena scesi dall’albero e non arriviamo da un altro mondo. Siamo comunque persone, esseri umani come tutti gli altri. Questo paese è un paese democratico, è di tutti, e non c’è un padrone. Se sei Italiano, non devo comunque inginocchiarmi davanti a te e ringraziarti per avermi accettato. Ho dovuto fare i lavori più umili che potevano esistere, per poter…io la chiamerei sopravvivenza, non vita, perché al giorno d’oggi, questa è una sopravvivenza. Ma forse, questo accade un po’ a tutti, anche agli italiani, non solo agli stranieri. 86 Sono andata in un’agenzia di lavoro. Mi hanno chiamata e gli ho chiesto se potevo lasciare il mio curriculum, se potevo fare i colloqui di lavoro per un’agenzia di assicurazioni. Il signore mi ha detto “Guardi, lei parla bene l’italiano, è di bella presenza, però lei è albanese”. L’umiliazione che ho provato in quel momento…gli ho detto “La ringrazio, ma io sarò pure albanese, ma ho una personalità e sono in grado di svolgere un lavoro anche se lei non me ne dà la possibilità. Grazie” e me ne sono andata. Ma mi sono sentita molto, molto male. Dopo di che non sono riuscita assolutamente a trovare un altro lavoro […] ho poi proseguito nella ristorazione perché altrimenti non trovavo nulla. […] E adesso sono comunque in cerca di qualcosa di meglio. Naturalmente perché si fanno gli scalini: perché ovunque sono andata, negli uffici di collocamento o in queste agenzie di lavoro, ti dicono “Eh, sì, guardi, avrei da fare le pulizie qua, le pulizie là”, perché ti vedono straniera. Allora, è vero che ho svolto gli studi in Albania, ma non sono una persona che non sa spiccicare due parole. Io le ho detto “Signorina, guardi, io quei lavori lì li ho sempre fatti e li sto facendo tuttora, ma se sto cercando qualcosa di nuovo, è perché voglio crescere.”. Però questa possibilità non la danno, e io non capisco perché. Anche adesso che ho la cittadinanza italiana. Ecco in questa cosa qui, si trova molta, molta difficoltà nella società italiana. La tabella, precedentemente riportata, di comparazione tra il titolo di studio e l’attuale occupazione, così come quella seguente, indicano, per cause diverse, la devalorizzazione, attuata dal sistema del mercato del lavoro italiano, del capitale umano di cui sono portatori i cittadini e le cittadine migranti. Le conseguenze, derivanti da una simile situazione, non si ripercuotono negativamente soltanto sulla qualità della vita degli immigrati, ma anche sullo stesso funzionamento del sistema economico nazionale che, come confermato ormai dalle numerose ricerche a oggi compiute, esprime un fabbisogno disatteso non solo di figure professionali generiche, ma anche di lavoratori specializzati e formati. Il fatto che la maggioranza dei cittadini migranti siano impiegati in mansioni scarsamente qualificanti e il fatto che nell’ultimo decennio tale dato non sembra evolversi significativamente, rimanda a un’immagine negativa dell’immigrato da parte della società ospitante che, con un atteggiamento spesso miope e poco aperto, continua a considerarlo più un “problema” che non una “risorsa”. Ma se si analizza la configurazione del rapporto 7“tra risorse spese per gli immigrati e partecipazione di questi ultimi al finanziamento dei nostri sistemi fiscali e previdenziali, tutti i contributi apparsi su questo tema concordano nel decretare un bilancio in positivo per la società di accoglienza […] ampiamente positivo (e ancora per molto tempo) è il contributo degli immigrati regolarmente occupati alla spesa sociale, grazie alla struttura per età della popolazione straniera e al diffuso orientamento al ritorno in patria, che il più delle volte significa una rinuncia ai propri crediti con il sistema pensionistico.” 7 Tratto da “Leggere le migrazioni” di Laura Zanfrini, Ed. FrancoAngeli - 1998 87 Occupazione in Patria Studentessa Studentessa Metalmeccanico Non precisato (occupazioni diverse e precarie) Infermiera professionale Studentessa Studentessa Lavaggio indumenti Non precisato (occupazioni diverse e precarie) Studentessa Casalinga Direttrice economica Commesso Non precisato Studentessa Studentessa Cuoca e barista Studentessa Commessa e barista Impiegato in ufficio Edicolante Disoccupato Proprietaria di un esercizio commerciale Non precisato Responsabile di una catena di negozi e proprietaria di uno di essi Magazziniera Insegnante Scuola Elementare Guida Turistica Magazziniera Impiegata in agenzia di viaggi Musicista Autista Disoccupato Attuale Occupazione in Italia Pulizie occasionali (non in regola) Operaia in un’Impresa di Pulizie Idraulico Disoccupato Operaia generica Cameriera Pizzaiola Casalinga Magazziniere-Banconiere Pulizie occasionali (non in regola) Aiuto cuoca Pulizie a ore Operaio generico Operaio generico Cassiera in un supermercato Barista Commessa in un negozio alimentare Lavapiatti Operaia in un’Impresa di Pulizie Operaio generico Operaio vinicolo Operaio generico Operaia generica Operaia in un’impresa di pulizie Operaia Operaia in un’impresa di pulizie Disoccupata Assistente geriatrica Lavapiatti Titolare di un’impresa agricola Operaio generico Operaio generico Assistenza anziano Sesso F F M M F F F F M F F F M M F F F F F M M M F F F F F F F F M M M 88 3. La ricerca del lavoro La ricerca del lavoro avviene, nella maggior parte dei casi, attraverso canali informali. Sembrano poco utilizzati dagli intervistati gli uffici pubblici, quale il Centro per l’Impiego, la cui consulenza risulta soltanto in due interviste. Lievemente più utilizzate le Agenzie di Lavoro Interinale, il cui rapporto talvolta risulta positivo talvolta negativo a causa della precarietà che caratterizza l’offerta di lavoro. La ricerca dell’occupazione si basa prevalentemente sulla conoscenza e sul passaparola di connazionali, in modo particolare di familiari, o, ancora, attraverso la forma dell’autocandidatura diretta. L’intermediazione tra connazionali occupati e datori di lavoro si configura come la forma di inserimento di maggior successo ed efficacia e, quindi, maggiormente diffusa. Di fatto, anche per le caratteristiche del mercato del lavoro locale, sono numericamente pochi (2) gli intervistati che hanno dichiarato di aver incontrato difficoltà nel reperimento di un’occupazione. Lavoro in un ristorante come aiuto cuoco da sei anni, appena arrivata, ho subito trovato lavoro lì. Mia sorella che era già qui mi ha trovato questo lavoro e io sono venuta, per il lavoro non ho trovato nessun problema. Tramite un’agenzia perché conoscevo le persone che ci lavorano e quindi ho chiesto loro un aiuto. Mi trovo bene Ho trovato questo lavoro perché mio fratello fa il magazziniere e porta anche la roba a loro. Lui aveva un buon rapporto con le mie titolari e ha sentito che cercavano e io non avevo un lavoro e così sono andata. Mi hanno aiutato altri, con il passaparola, il paese è piccolo e mia moglie ha trovato lavoro in un ristorante di Treiso, che è del proprietario della cantina che ha sentito che io cercavo lavoro e mi ha preso. Il primo lavoro mi ha aiutato mio fratello, poi tutto il resto ho fatto da sola. Sì, all’inizio sì, perché non avevo le conoscenze giuste. Poi da un luogo esce l’altro, le conoscenze, così…e allora mi sono sempre arrangiata da sola. Ho messo l’annuncio sul giornale, anzi l’ha messo l’amica di mia mamma che già era qui da sette, otto anni, una persona che aveva già tante conoscenze, una persona seria, affidabile, ma a quei tempi sette, otto anni fa quando mettevi un annuncio, ti chiamavano per il lavoro non ti chiamavano per … come succede adesso e ho provato per la mia amica, anche per altri tipi di lavoro, tu ti offri per un lavoro e loro ti rispondono anche per altro Ho letto il cartello dove c’era scritto che cercavano una persona e sono andata, ho provato tre giorni e sono rimasta. Sono stata fortunata, perché ho trovato subito. 89 4. Livello di soddisfazione Per rilevare il livello di soddisfazione della propria condizione professionale, abbiamo tentato di esplorare la dimensione relazionale dell’ambiente lavorativo, prendendo in considerazione il rapporto con il datore di lavoro e con i colleghi; le eventuali difficoltà incontrate e le aspirazione professionali dei singoli intervistati. Un dato emerso ripetutamente da molte interviste è rappresentato dai vincoli che la legislazione nazionale sull’immigrazione impone sia rispetto ai limiti contrattuali, sia rispetto al timore di ricercare un’occupazione più soddisfacente laddove maturino aspirazioni professionali diverse. Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero Decreto legislativo 25 Luglio 1998 n.286 Art. 5: Permesso di soggiorno Art.5-bis: Contratto di soggiorno per lavoro Art.: 9 Carta di soggiorno ➮ contratto di lavoro a tempo indeterminato: rinnovo del permesso di soggiorno per due anni ➮ contratto di lavoro a tempo determinato (durata di 1 anno): rinnovo del permesso di soggiorno per un anno ➮ contratto di lavoro a tempo determinato (durata superiore a sei mesi): rinnovo del permesso di soggiorno per un anno ➮ contratto di lavoro a tempo determinato (durata inferiore a sei mesi): rinnovo del permesso di soggiorno per 6 mesi Se al momento del rinnovo del permesso di soggiorno il cittadino immigrato si trova in stato di disoccupazione (con iscrizione al Centro per l’Impiego) il permesso di soggiorno viene rilasciato con una durata pari a 6 mesi con la seguente motivazione: attesa occupazione. Se nel periodo sopra indicato ha lavorato anche solo per 1 mese gli viene rilasciato nuovamente un permesso di soggiorno per attesa occupazione con una durata sempre di 6 mesi Per quanto riguarda la carta di soggiorno il cittadino immigrato può richiederla se possiede, all’atto della richiesta, un permesso di soggiorno che consente un numero non predefinito di rinnovi (lavoro subordinato a tempo indeterminato, lavoro autonomo, famiglia, motivi religiosi se l’attività pastorale è a tempo indeterminato 90 In generale, la dimensione del lavoro viene vissuta positivamente dagli intervistati; non emergono particolari problemi o difficoltà di comprensione e/o di relazione se non nel primo periodo di inserimento. Per alcuni l’attuale condizione professionale risulta piuttosto soddisfacente, per altri accettabile. Mi trovo molto bene sia con il padrone sia con i colleghi, sono stati loro a mandarmi il foglio per farmi venire su dal Marocco. All’inizio lo trovavo pesante perchè pativo il fatto di dover stare sempre in casa. Mi trovavo bene sia con la signora sia con la famiglia però. Adesso non abito più con loro, faccio le pulizie in tre famiglie: ormai conosco anche il loro tran tran. […] All’inizio non ero abituata a fare questo tipo di lavoro, è diverso fare le pulizie a casa tua o farle a casa di altre persone, ma adesso mi sono abituata e non lo trovo così pesante. Poco per volta poi diventa anche un po’ casa tua e ti abitui. Ho fatto per due anni la baby-sitter a due bambini di Magliano e poi adesso faccio la barista, mi piace tantissimo e mi trovo proprio bene. Mi rispettano, sono ben pagata, sono stati molto disponibili anche quando dovevo fare dei documenti Con i datori di lavoro abbiamo un ottimo rapporto, ho anche due colleghi, ho subito instaurato un buon legame con chi è venuto a lavorare lì. Solo con una ho fatto fatica, non so, non le piacevo molto. La presenza di colleghi di nazionalità straniera viene percepita in maniera differente. Per alcuni intervistati rappresenta una sorta di sicurezza, evidenziando la condivisione di una medesima condizione che accomuna e rende coeso il gruppo di lavoro. Per altri il fatto di avere colleghi di nazionalità straniera rappresenta una difficoltà per i meccanismi di competitività professionale che sembrano instaurarsi sul luogo di lavoro nei confronti, in particolare, del titolare dell’azienda. La presenza numerosa, in alcuni ambienti, di lavoratori immigrati evidenzia inoltre la tendenza e il rischio, anche a livello locale, di etnicizzazione di determinati settori professionali. Non ho mai avuto dei problemi con gli altri, anche nell’ultima ditta mi sono sempre trovato bene, eravamo 30- 40 persone tra Rumeni, Filippini, Macedoni, Indiani, Senegalesi. Non ho mai avuto dei problemi con i datori di lavoro, tutte le volte che ho smesso di andare a lavorare in un posto sono rimasto in buoni rapporti. Dove lavoro sto sempre con stranieri come me e il datore di lavoro rimane sempre il padrone, basta che fai il tuo dovere ed è contento. Mi trovo veramente bene, anche perché siamo quasi tutti stranieri. È un bel posto mi piace, si lavora bene, si sta in armonia. 50% sono Italiani e poi gli altri sono Rumeni, Tunisini Con i colleghi mi trovo bene, l’unica differenza è che io sono con i mussulmani, anch’io sono straniero, ma loro hanno quella mentalità che puoi scherzare ma... io mi trovo benissimo con gli italiani, lo giuro, tutti i miei amici sono italiani, ma loro, non sai quando si arrabbiano, non sai quanto puoi scherzare, non posso dire che sono amici, ma ci troviamo bene, però quando uno ha una sua religione... Non ho trovato assolutamente difficoltà, i rapporti sono sempre stati buoni. Solo con i colleghi, devo dire, tra noi stranieri c’era quella rivalità, per dimostrare la bravura. Soprattutto con i marocchini. Io sempre sono dell’idea che quando si lavora in un gruppo, bisogna collaborare tutti quanti per fare una cosa bene, non perché devo farmi vedere che io sono la migliore o che tu sei il migliore. Non ho questo senso di rivalità o di far vedere chi sono, perché alla fine svolgendo il lavoro hai poi anche i risultati. Sì con gli stranieri ho trovato più difficoltà che con gli italiani. Con gli italiani ho lavorato sempre bene, invece con gli stranieri ho avuto 91 questa difficoltà di rivalità. Specialmente i marocchini che hanno il senso di inferiorità e non vogliono sentirsi ripresi. Allora c’è questa rivalità, ma… alla grande. Invece del resto, no…Con il titolare, ovvio, ci sono i battibecchi del momento, perché al lavoro non va tutto alla perfezione, però non ho trovato grosse difficoltà. A dir la verità non sempre mi sono trovata bene. Per di più con i colleghi, sia italiani che stranieri. Essendo qua dove non ci sono solo italiani, ma anche stranieri, sai poi la convivenza con loro, anche nel lavoro, non è facile. Gli ambienti dove sono andata a lavorare io sono sempre stati con extracomunitari, con stranieri, così non ero solo io che mi sentivo non accettata. Eravamo tutti nella stessa barca, per questo non so…almeno uno si consola e dice "almeno non sono da solo, ci sono degli altri che si trovano con me, nella mia situazione, nello stesso stato d'animo". Alcuni individuano nel rispetto dei diritti fondamentali un’importante fonte di soddisfazione dell’attuale occupazione professionale. La comparazione avviene sia rispetto ad ambienti lavorativi locali, sia rispetto alla condizione lavorativa vissuta nel proprio paese di origine. I colleghi sono pochi: in tutto siamo tre. Sono bravi, ma è solo un mese che lavoro lì. All’inizio tutto sembra bello, poi le cose negative pian piano vengono fuori. Ma mi piace lavorare in campagna, poi puoi anche essere costretto a fare un lavoro, perché magari hai bisogno di soldi. Con il datore di lavoro di adesso è tutto più normale: il contratto è rispettato, ho i miei giorni di ferie per tornare a casa. Abito a Treiso, ma in un mio appartamento, mi piace lì perché conosco un po’ di persone, invece Alba era grande, in campagna si sta meglio, ci sono più vantaggi. Il rapporto con lui è buono: ognuno cerca di capire i problemi dell’altro e cerchiamo una soluzione che venga incontro ad entrambi, quando vado a lavorare sono tranquillo, non sono preoccupato di cosa può capitare. In Romania, anche se facevo quel lavoro da 18 anni, non ero trattata bene. Qui, invece, sono stata trattata meglio, ho molti più diritti, c’è tanta accoglienza Mi trovo bene, siamo pochi, ma non mi vedo diversa da loro, siamo come una famiglia. Il lavoro che facevo in Romania mi piaceva nel senso che era quello per cui avevo studiato, ma non c’erano tutele per i lavoratori, il sindacato manca, non puoi aprire la bocca per dire qualcosa perché potevano licenziarti. Qui i lavoratori hanno più diritti, non c’è paragone. Al principio quasi piangevo, da lavorare solo, autonomo, pensare tutto quello che vuoi fare, farlo come vuoi, a ricevere un ordine, non capire chi deve fare, dove comincia, dove finisce, è troppo duro, e poi il capo che urla e uno è grande, non è un ragazzo, deve incominciare a capire tutto, è difficile. È buono perché a me serve tanto perché cambio pensiero, cambio l’animo e non solo sul lavoro, ma anche nel rapporto con la gente. Sul lavoro si tratta di lavorare quindi cooperare. […] il rapporto … è un rapporto punto, io penso che devo accontentarmi di questo. Ancora per questo devo imparare abbastanza, ma va bene così. Io pensavo allo stipendio, io voglio una cosa, loro ne vogliono un’altra e siamo arrivati ad un punto d’accordo, va bene, il lavoro è un lavoro, se lo vuoi fare come dici tu devi avere la tua ditta, se no, devi fare quello che vogliono loro. 92 5. Le aspirazioni Le aspirazioni professionali manifestate dagli intervistati vanno considerate alla luce dei diversi fattori sinora emersi dalle loro testimonianze: un progetto migratorio orientato alla stabilizzazione, la forte discrepanza tra il livello di competenze professionali di cui dispongono e quelle riconosciute e messe in atto, la collocazione in determinati segmenti del mercato del lavoro, la difficoltà a migliorare la propria condizione occupazionale e, nel contempo, il legittimo desiderio, superate le criticità della prima fase di inserimento, di crescita professionale e di mobilità sociale. Sicuramente le notevoli difficoltà per il riconoscimento del titolo di studio, come già evidenziato, penalizzano non solo i cittadini immigrati, spesso occupati in attività a bassissimo contenuto professionale, sebbene possiedano conoscenze e capacità tali da poter essere impiegati in attività maggiormente qualificate, ma determinano una perdita anche per il sistema produttivo locale. Se il miglioramento della propria condizione occupazionale risulta fortemente correlata al titolo di studio, le prospettive professionali, per una parte degli intervistati, non risultano particolarmente positive. Avrei voluto fare la grafica, ma il mio diploma in Italia non vale niente, avrei dovuto riprenderlo e allora avrei dovuto studiare almeno due o tre anni e con i bimbi non potevo farcela. […] Lavoro per sopravvivere, ma non ho mai trovato quello per cui ho studiato, si lavora per sopravvivere … Sicuramente fare quello per cui ho studiato, entrare in una scuola e insegnare musica, il pianoforte e poi adesso sto facendo questa scuola serale e magari mi servirà nel mio futuro. Mi piacerebbe molto scrivere, cucinare, è la mia passione. Mi piace moltissimo leggere e per questo mi piacerebbe lavorare in una biblioteca, dove potrei aiutare i giovani ad avvicinarsi alla lettura, non amano molto la lettura, però la cosa fondamentale a questo mondo è sapere, essere al corrente di tutto. A tale difficoltà si aggiunge quella relativa al frequente rinnovo del permesso di soggiorno che di fatto condiziona non solo il presente, ma anche la capacità e la disponibilità di progettare cambiamenti futuri. Mi piacerebbe fare un lavoro che avesse a che fare con la contabilità; in generale mi piace qualunque lavoro che faccia ragionare, lavare per terra o spolverare non è che usi molto il cervello. Per adesso non ho cercato altro. Aspetto prima di finire con questi permessi di soggiorno che devo rinnovare ogni anno, sono arrivata nel 2002, devo ancora aspettare tre anni prima di poter chiedere la carta, e poi cercherò qualcosa. Potessi scegliere andrei avanti anche con il lavoro che faccio adesso. Anche se fa caldo, a me non dà fastidio, poi non posso dire che è un lavoro sporco e che fa male alla salute. Sono soddisfatto, e spero che in futuro andrà sempre così. Soprattutto spero di non dover cambiare lavoro perché altrimenti anche con i documenti, quando cambi spesso posto di lavoro dalla Questura guardano quanto hai lavorato da una persona. Non volevo andarmene da questi dove sono stato tre anni, ma sono stato obbligato, e questo spostamento sarà segnalato, ma spero che non sarà un problema, dato che mi sono subito trovato un posto di lavoro. 93 La formazione per alcuni si rivela un importante strumento di emancipazione e di investimento progettuale rispetto alla propria mobilità socio-professionale: […] mi piacerebbe lavorare presso qualche centro sociale o in un luogo dove ho un contatto diretto con le persone, perché avendo buone capacità relazionali, per me è molto importante. Credo di essere portata nella comunicazione con le persone. La professione del mediatore mi piacerebbe molto perché comunque aiuterei, non solo i miei compaesani, ma persone di tutte le nazioni. È molto difficile, comunque, entrare nella mentalità di queste persone ed è anche molto difficile comprenderli. Devi riuscire ad avere la capacità di orientarli su una strada giusta, indicare dove potersi rivolgere. Ho detto “faccio questa scuola come mediatrice per arricchire il mio bagaglio culturale, però è ovvio, se io trovo lavoro come mediatrice, perché no?”. Non sarebbe male, certo non lo rifiuterei. La mediazione la vedo una cosa molto importante, molto utile. A me è sempre piaciuto lavorare con i bimbi, nella società. Alle superiori ho finito il liceo psico-pedagogico, poi volevo fare il professore. Per caso cercavano venti persone in tutto il paese, ma niente da fare. Poi è stata la geologia ad interessarmi, ci sono entrato dentro, ho visto tante belle cose, cose interessanti … un minerale, una pietra, una roccia come tutti noi nasce, vive, matura, muore. Alla fine ho scelto la geologia. Poi mi piace lavorare con i bimbi, sono soddisfatto, quando vedo che sono contenti loro, sono contento anch’io. Sono soddisfatto di quello che faccio per adesso come mediatore. Poi avanti, se c’è possibilità lo faccio anche a tempo pieno. Per una parte degli intervistati, invece, le aspirazioni di mobilità socio professionale tendono a riversarsi nel desiderio di intraprendere un’attività autonoma. “8L’aspirazione a mettersi in proprio resta un sogno di non pochi migranti, un modo per controbilanciare le frustrazioni lavorative sperimentate tanto nel paese d’origine quanto in quello d’immigrazione, per valorizzare le competenze professionali acquisite e i rapporti intessuti tra le due rive del proprio tragitto migratorio, per mettere a miglior frutto la propria capacità di lavoro e l’intraprendenza che caratterizza in particolare modo gli immigrati pionieri.” È interessante notare come, tra gli intervistati, il settore della ristorazione etnica sia quello più ambito, non solo per rispondere al bisogno di consumo dei connazionali, ma anche per offrire una più forte visibilità sociale positiva della propria cultura di origine e ottenere così un maggior riconoscimento da parte della società locale autoctona. […] in alcune zone ci sono negozi che vendono i nostri prodotti, ma mi piacerebbe anche un pub con le nostre tradizioni, però mi pare un po’ rischioso mettersi in mezzo alla tradizione piemontese potrebbe dare fastidio. La penso così perché certe attività non sono riuscite ad entrare, come ad esempio il McDonald, però si potrebbe provare perché anche da noi ci sono delle cose tradizionali che si possono fare. 8 Tratto da “Leggere le migrazioni” di Laura Zanfrini, Ed. FrancoAngeli - 1998 94 Le difficoltà burocratiche previste dalla normativa per l’avvio di un’attività autonoma, se per alcuni rappresentano un elemento deterrente, per altri potrebbero essere superate dalla strategia di stringere relazioni con italiani. Sinceramente pensavo di aprire un negozio di alimentari con la nostra roba rumena, ce n’è uno a Torino, uno a Bra, e tanta gente di Alba, perché ormai siamo in tanti, vanno a fare la spesa a Torino e allora mi piacerebbe però ci sono problemi di approvazione, vai di qua, vai di là, la burocrazia è come da noi; sinceramente adesso voglio passare da una mia amica italiana che lavora nella Cooperativa dei Lavoratori, e volevo proporle di metterci in società, magari in due è un’altra cosa, se non posso andare io, vai tu, andrà sicuramente bene, perché la gente ha ancora quella malinconia di assaggiare i prodotti di casa. Tuttavia, dai dati estrapolati dal “Rapporto sull’economia provinciale – Anno 2004” condotto dall’Ufficio Studi e Ricerche Camerale, le imprese gestite da cittadini provenienti da Paesi situati al di fuori dell’Unione Europea in Provincia di Cuneo risultano in aumento e, in particolare, la maggiore concentrazione di titolari di impresa di origine straniera riguarda le attività delle costruzioni e il commercio. Questi due settori raccolgono insieme quasi il 71% di tutte le attività gestite da migranti; percentuale in aumento rispetto al 2003, quando l’incidenza dei due settori era del 68,29%. Sulla base dei dati rilevati, si desume che, nel 2004, le imprese individuali gestite da immigrati di origine extracomunitaria sono risultate 1.517, con un’incidenza del 2,91% sul totale delle imprese individuali attive della “Granda”. Nel 2003 erano 1.239; si osserva perciò una variazione in aumento del 22,44% contro una diminuzione dello 0,95% delle imprese individuali totali della provincia. La presenza maschile è prevalsa su quella femminile, con un rapporto di 246 donne titolari su 1.271 uomini titolari; nel 2003 erano 204 donne e 1.035 uomini. Dall’analisi svolta si desume che la nazione di provenienza prevalente risulta essere il Marocco con 481 titolari di impresa, segue l’Albania con 398 e, decisamente distanziate, la Romania (79), la Cina (69) e la Svizzera (67). Da solo il settore delle costruzioni, con 609 imprenditori, rappresenta poco più del 40% del totale imprenditoriale straniero; nel settore del commercio, 407 imprenditori hanno scelto l’apertura di un’attività commerciale al dettaglio o di riparazione di beni personali, 49 di un’attività di commercio all’ingrosso o di intermediazione e 9 di commercio, manutenzione e riparazione autoveicoli e motocicli. Per quanto riguarda le cariche sociali ricoperte da extracomunitari nell’ambito delle imprese attive della provincia, la tipologia più ricorrente è stata quella di titolare con 1.517 persone, seguita da quella di amministratore con 444, dalla qualifica di socio con 198 persone e infine le altre cariche con 61 unità. 95 Significativa è stata la presenza di ditte individuali di extracomunitari anche nel settore industriale manifatturiero (151) e nell’agricoltura, con 113 imprese; la percentuale più ridotta si è riscontrata nel settore degli alberghi e ristoranti, con 45 imprenditori di provenienza extra Unione Europea. INCIDENZA SUL TOTALE DELLE IMPRESE INDIVIDUALI ATTIVE GESTITE DA EXTRA COMUNITARI ANNO 2003 TOTALE ANNO 2004 VARIAZIONE % 2003/2004 Imprese individuali attive 1.239 1.517 + 22,44 52.721 52.220 - 0,95 2,35 2,91 ___ gestite da extracomunitari Imprese individuali attive complessive Incidenza % sul totale FONTE: SISTEMA STOCK VIEW DI CUNEO DISTRIBUZIONE PER – BANCA DATI INFOCAMERE – ELABORAZIONE UFFICIO STUDI E RICERCHE C.C.I.A.A. SESSO NELLE IMPRESE INDIVIDUALI ATTIVE GESTITE DA EXTRA COMUNITARI ANNO 2003 SESSO Donne Uomini Totale provinciale FONTE: SISTEMA STOCK VIEW ANNO 2004 VALORI ASSOLUTI VALORI % VALORI ASSOLUTI VALORI % 204 1.035 1.239 16,46 83,54 100,00 246 1.271 1.517 16,22 83,78 100,00 – BANCA DATI INFOCAMERE – ELABORAZIONE UFFICIO STUDI E RICERCHE C.C.I.A.A. DI CUNEO 96 IMPRESE INDIVIDUALI ATTIVE GESTITE DA EXTRA COMUNITARI DISTINTE PER SETTORE ECONOMICO N.° IMPRESE INDIVIDUALI ATTIVE EXTRACOMUNITARIE SETTORI ECONOMICI Agricoltura Industrie estrattive Industrie manifatturiere Industrie di prod. Energia, gas e acqua Costruzioni Commercio ingrosso e intermediari commercio Commercio dettaglio e riparazione beni personali Commercio, manutenzione e riparazione autoveicoli e motocicli Alberghi e ristoranti Trasporti e comunicazioni Servizi Imprese non classificate TOTALE FONTE: SISTEMA STOCK VIEW DI CUNEO 2003 2004 % 2003/2004 110 133 - 113 151 - 2,73 13,53 - 7,45 9,95 - 475 43 609 49 28,21 13,95 40,14 3,23 319 407 27,59 26,83 9 9 0,00 0,59 42 34 45 54 7,14 58,82 2,97 3,56 73 1 1.239 77 3 1.517 5,48 200,00 22,44 5,08 0,20 100,00 VARIAZIONE INCIDENZA % 2004 SUL TOTALE – BANCA DATI INFOCAMERE – ELABORAZIONE UFFICIO STUDI E RICERCHE C.C.I.A.A. Per quanto riguarda il dato locale, lo Sportello “Creazione di Impresa” promosso dalla Provincia di Cuneo nel bacino territoriale di Alba-Bra dal mese di gennaio 2005 al mese di marzo 2006 ha effettuato 30 consulenze sull’avvio di un’impresa; i soggetti interessati risultano essere 20 uomini e 10 donne. Di seguito si riportano i dati suddivisi per sesso e Paesi di provenienza. 97 PAESE PROVENIENZA AFRICA Costa d’Avorio Marocco Tunisia UOMINI DONNE 1 6 1 0 1 0 AMERICA LATINA Argentina Colombia Cuba Perù 0 1 0 1 1 0 1 2 ASIA India 2 0 EUROPA Macedonia Romania Russia Serbia 1 6 0 1 0 4 1 0 Le imprese che, dal 2002 a oggi, sono state avviate grazie al supporto del Servizio di “creazione di Impresa” provinciale risultano essere complessivamente 4: ➮ Impresa di Pulizie nel bacino territoriale di Mondovì, provenienza del titolare: Congo; ➮ Bazar Commercio Prodotti Alimentari nel bacino territoriale di Mondovì, provenienza del titolare: Marocco; ➮ Artigianato alimentare nel bacino territoriale di Saluzzo, provenienza del titolare: Argentina; ➮ Attività di estetista nel bacino territoriale di Mondovì, provenienza del titolare: Tunisia. 98 CAPITOLO QUINTO POLITICHE LOCALI E SVILUPPO DELLA CITTADINANZA 99 POLITICHE LOCALI E SVILUPPO DELLA CITTADINANZA Riprendendo i dati e i contenuti più significativi sviluppati nelle pagine precedenti, il tentativo di quest’ultimo capitolo sarà quello di restituire, in chiave costruttiva, un quadro dei nodi critici maggiormente rilevanti, evidenziati grazie all’apporto offerto dagli intervistati. L’obiettivo sarà quindi quello di formulare proposte progettuali nel tentativo di offrire un contributo per una più proficua ottimizzazione delle politiche pubbliche locali orientate al riconoscimento e allo sviluppo della cittadinanza degli immigrati. Il presupposto sul quale intendiamo fondare le analisi che seguiranno discende dalla convinzione che “Tutto ciò che le amministrazioni decidono di fare o di non fare nei confronti degli immigrati (le politiche pubbliche, in buona sostanza) possono rappresentare anche delle “buone occasioni” per intervenire, in senso ampio, sulla società locale” [Zanfrini – 1998]. A tal fine i contenuti che si intendono sottolineare e che saranno sviluppati nei paragrafi successivi sono riconducibili in modo specifico a 3 aree di interesse: 1. le modalità di progettazione e di gestione della rete territoriale nell’ambito delle politiche sociali in un’ottica di coordinamento istituzionale; 2. le modalità di gestione del sistema informativo e di implementazione della dimensione interculturale nella società civile; 3. le modalità di progettazione, di gestione e di presidio delle politiche abitative e delle politiche del lavoro locali. 100 1. Le modalità di progettazione e di gestione della rete territoriale nell’ambito delle politiche sociali in un’ottica di coordinamento istituzionale e informale. A livello locale, nell’ultimo decennio si è assistito a un progressivo rafforzamento delle prassi collaborative tra le varie organizzazioni del pubblico e del privato sociale operanti sul territorio. Sin dai primi anni ’90 sono stati creati servizi e strutture specifiche per gli immigrati sulla base di forti impulsi da parte di amministratori e di cittadini sensibili e motivati, operanti nell’ambito del terzo settore. Nel corso degli anni, a fronte della crescita demografica locale di cittadini immigrati, tanto i servizi del pubblico e del privato sociale quanto le organizzazioni del mondo del volontariato hanno avviato processi di cambiamento e di ri-definizione interna funzionalmente alla maggiore consistenza del fenomeno migratorio locale. Nella città di Alba è presente dal 1993 il Servizio Stranieri comunale, importante punto di riferimento per i cittadini stranieri residenti nel bacino territoriale del Consorzio Socio Assistenziale Alba-Langhe e Roero. Tale Servizio, sin dalla sua istituzione, ha espletato una sostanziale funzione di filtro rispetto ai bisogni dei cittadini migranti, ottimizzando la capacità progettuale delle politiche sociali locali. Attraverso la realizzazione di iniziative mirate all’informazione, alla sensibilizzazione culturale e alla promozione del diritto alla cittadinanza dei migranti, il Servizio Stranieri ha introdotto la figura del mediatore culturale nei servizi alla persona e nel sistema scolastico locale, attivando, inoltre, un importante lavoro di rete territoriale con i diversi soggetti coinvolti nel settore. Per quanto riguarda l’espletamento delle pratiche burocratiche inerenti il rinnovo e l’aggiornamento dei permessi di soggiorno, il ricongiungimento familiare e il rilascio di carte di soggiorno, oltre al Servizio Stranieri comunale, risulta significativa l’attività svolta dai Sindacati dei lavoratori, attivi, peraltro, nel servizio di informazione e di tutela del diritto al lavoro. Ulteriori servizi specialistici a favore dei cittadini immigrati vengono offerti dalla fitta rete dell’associazionismo locale: - la Caritas Diocesana per quanto riguarda l’importante istituzione del Centro di Prima Accoglienza, gestito in collaborazione con i servizi sociali, e la distribuzione gratuita di abiti usati; - il Centro Volontari Assistenza per quanto riguarda la distribuzione gratuita del pane e l’assistenza infermieristica; 101 - l’Associazione Migrantes per quanto riguarda il punto di ascolto e di informazione, l’assistenza per l’espletamento delle pratiche burocratiche, l’assistenza farmaceutica, il sostegno nella ricerca del lavoro e della casa, l’organizzazione di corsi di alfabetizzazione e di incontri culturali; - la casa di accoglienza della Parrocchia di Cristo Re per quanto riguarda l’accoglienza di persone in condizioni di temporanea difficoltà, il sostegno nella ricerca del lavoro e della casa in collaborazione con i servizi socio-assistenziali o le parrocchie e le associazioni di volontariato cittadine. Vi è poi un vasto numero di realtà appartenenti al mondo del volontariato sociale attive nell’opera di sensibilizzazione alle problematiche relative al rapporto Nord-Sud del mondo che svolge un importante ruolo di promozione culturale nei confronti della cittadinanza rispetto alla realtà migratoria. Altri servizi pubblici, impegnati nell’ambito dell’inclusione sociale, operano a favore degli immigrati secondo una modalità di estensione delle attività a tutela dei diritti civili della popolazione nel suo complesso (per esempio, l’attività del Tavolo Istituzionale, che coordina organizzazioni del settore pubblico e del volontariato nell’ambito di iniziative volte a favorire e tutelare le donne, si estende alle donne immigrate). Un altro modello di intervento è costituito dai servizi che si rivolgono alle fasce deboli della popolazione, per i quali la bassa soglia di ingresso prevede la presenza di cittadini immigrati in situazione di bisogno senza una necessaria scelta preventivamente pianificata. All’interno di servizi simili, quali il Consorzio Socio-Assistenziale piuttosto che il Consultorio o ancora il Centro per l’Impiego, la predisposizione di interventi specifici nasce nel corso degli anni attraverso una progettazione mirata e attenta a determinate tipologie di utenza e attraverso il ricorso a personale specializzato esterno (quale, per esempio, il mediatore culturale). Un modello pressoché simile è possibile ritrovarlo nel sistema scolastico locale. Oltre a prevedere interventi di sensibilizzazione culturale, realizzati anche attraverso un più efficace utilizzo della figura del mediatore, si registra un impegno volto all’organizzazione di corsi di alfabetizzazione, di interventi finalizzati a favorire la comunicazione tra istituzione scolastica e istituzione familiare, di percorsi formalizzati per garantire l’accoglienza del minore nella fase di primo inserimento, sia nell’ambito di una specifica struttura scolastica (per esempio nella scuola dell’infanzia) sia nel raccordo tra istituzioni diverse (per esempio Centro Territoriale Permanente – Scuola Media Superiore – Formazione Professionale – Scuola Media Inferiore). La formalizzazione di tale fase 102 consente un intervento di metodologia di lavoro integrato e di messa a punto di un sistema di buone pratiche con relativa valutazione dell’efficacia dell’intervento. I livelli e le forme di coordinamento tra le numerose strutture che operano nell’ambito dell’immigrazione sono diversi: dal Consiglio Territoriale per l’Immigrazione, istituito a livello provinciale dalla Prefettura, ai Piani di Zona istituiti a livello locale dal Consorzio Socio-Assistenziale; dal Coordinamento tra il Servizio Stranieri e le scuole dell’obbligo istituito dal Comune di Alba a quello istituito dal Centro Territoriale Permanente con il Servizio Stranieri, le Scuole Medie Inferiori e Superiori, la Formazione Professionale e il Centro per l’Impiego. Esistono inoltre forme di coordinamento dalle caratteristiche più informali e occasionali intorno a tematiche specifiche (per esempio la casa) piuttosto che relative all’organizzazione di eventi e manifestazioni pubbliche (per esempio appuntamenti culturali e/o interculturali locali). Va infine segnalata la recente nascita della Consulta del Volontariato comunale che ha visto, al suo interno, la costituzione di un gruppo di lavoro sulla dimensione interculturale della vita cittadina. A fronte di una vivacità territoriale che coinvolge le istituzioni e la cittadinanza nelle sue forme organizzate, da più parti viene evidenziata la mancanza di un coordinamento forte in grado di supportare e di monitorare il processo di crescita sociale nell’ottica di un lavoro di rete effettivo e fattivo sulla realtà migratoria locale. Assumendo come dato di partenza la valorizzazione dell’esistente nella molteplicità delle forme di intervento in atto, la connessione tra servizi in una prospettiva di rete non può limitarsi all’intervento diretto, ma necessita di un quadro progettuale organico orientato alla creazione intenzionale di meccanismi di integrazione da predisporre sul piano organizzativo, dove va coltivato un allenamento permanente alla relazione collaborativa con professioni e servizi diversi. In tal senso sarebbe auspicabile avviare concretamente: - percorsi di confronto, di formazione e di scambio diretto rispetto all’immagine culturale che ciascuna organizzazione possiede della realtà migratoria locale e della relativa rete presente sul territorio; - percorsi mirati a un approfondimento delle politiche che caratterizzano gli interventi istituzionali e del volontariato sociale a favore dell’immigrazione; - percorsi di ricerca di linee operative condivise in merito al fronteggiamento di problematiche importanti, quali, per esempio, la questione abitativa. 103 Il rischio, a oggi, è quello di assistere a una carenza di intrecci e di raccordi praticati tra i servizi con una conseguente e inevitabile dispersione di energie e di risorse umane, strutturali ed economiche. Lasciando vuoti spazi di intervento importanti o, peggio, affidando al volontariato la responsabilità gestionale di ambiti che necessitano quanto meno di supporti istituzionali. La scommessa è ancora quella di creare sinergie significative tra il pubblico e il privato, includendo e valorizzando le forme di volontariato presenti sul territorio, nella consapevolezza che quanto più è condivisa l’intenzionalità di reticolare tanto più efficace risulta l’intervento. Nell’attuazione delle politiche sociali, a livello locale come a livello macro, i soggetti destinatari degli interventi sono spesso attori passivi. La concertazione di spazi di ascolto attivo dei bisogni e di stimolo alla partecipazione nella progettazione delle politiche sociali, a oggi, è scarsa. Nella logica che governa l’attuale welfare locale purtroppo risulta ancora fortemente predominante il “fare per” gli immigrati” piuttosto che la ricerca del “fare con” gli immigrati. Se da un lato l’assenza di forme di associazionismo dei cittadini immigrati a livello locale rende problematico il dialogo a livello istituzionale con questa specifica fascia di popolazione, dall’altro riteniamo importante interrogarci e interrogare gli stessi cittadini immigrati circa le ragioni di tale assenza. Pur dovendoci confrontare quotidianamente con la presenza di cittadini di origine straniera, tuttavia la maggior parte delle informazioni che ciascuno di noi possiede sull’immigrazione deriva dai mass-media o da un passa parola informale tra italiani. Non emerge inoltre l’esigenza di richiedere un parere agli stessi immigrati su questioni e avvenimenti locali; quando si pensa a un possibile coinvolgimento istituzionale, si pensa in genere alla costituzione di una Consulta Comunale. Se si tenta però di ribaltare il punto di vista, si può ipotizzare non tanto una Consulta sull’immigrazione, che rischia di essere poco rappresentativa della realtà locale, quanto spazi istituzionalmente riconosciuti e partecipati da cittadini immigrati e da cittadini italiani comunemente impegnati nell’esercizio del proprio diritto alla cittadinanza. Un gruppo di tale composizione non solo apporterebbe un significativo contributo interculturale nella costruzione delle politiche cittadine, ma sicuramente produrrebbe un approccio emancipante alle varie problematiche locali. 104 Pur nel rispetto delle specifiche identità culturali, si rende allora necessario superare le logiche settoriali che spesso guidano le politiche per l’integrazione, penalizzando e, spesso, dimenticando, l’esercizio della cittadinanza in quanto diritto e in quanto dovere. 2. Le modalità di gestione del sistema informativo e di implementazione della dimensione interculturale nella società civile. 2.1 Accesso ai servizi Nei capitoli precedenti abbiamo sottolineato come l’accesso agli uffici pubblici e ai servizi, sia per il rilascio di documenti sia per ottenere prestazioni di varia natura, rappresenti una necessità quotidiana per tutti i cittadini, migranti e italiani. Spesso, tuttavia, nella pratica quotidiana, la possibilità di accedere e di fruire di determinati servizi si fonda prima ancora che su un diritto riconosciuto, sulla bontà e sulla disponibilità dell’operatore del servizio. L’informazione rappresenta una delle maggiori difficoltà a cui i cittadini devono far fronte nell’interazione con i servizi; tale difficoltà si manifesta sia nella mancata disponibilità dell’informazione stessa sia nella scarsa fruibilità della forma in cui è disponibile. Considerando che la maggior parte dei cittadini dipende ancora dall’interazione diretta tra operatori e utenti per acquisire le informazioni di cui necessita nel rapporto con le istituzioni, si ritiene importante rivisitare le modalità gestionali dell’informazione organizzata dai vari servizi. In modo particolare, per quanto riguarda la situazione dei cittadini migranti, a livello locale risulta praticamente assente la traduzione linguistica dei documenti informativi delle istituzioni. Se è vero che la produzione della carta dei servizi territoriali ha in qualche modo raggiunto buona parte della cittadinanza, è pur vero che a tutto ciò non corrisponde un’attenzione mirata all’acquisizione e alla fruizione di tali informazioni a beneficio dei cittadini immigrati qui residenti. Tale mancanza di attenzione è possibile rilevarla in tutti gli uffici pubblici a oggi sprovvisti di avvisi e di comunicazioni adeguatamente tradotti nelle lingue dei maggiori gruppi etnici presenti in zona. Ma, oltre alla mancata traduzione linguistica delle informazioni veicolate mediante i siti web, la pubblicazione di opuscoli, le guide, va sottolineato uno scarso investimento nell’utilizzo delle varie figure che facilitano la comunicazione e la comprensione tra operatori e utenti. L’interesse mostrato negli ultimi anni per i corsi di formazione per 105 mediatori interculturali non è stato accompagnato da altrettanto impegno nel loro utilizzo in modo sistematico e con compensi adeguati al livello di prestazioni e di responsabilità richiesti. A oggi, buona parte delle istituzioni locali, considerate le risorse disponibili, possono ricorrere alla figura del mediatore interculturale soltanto a fronte di finanziamenti pubblici ad hoc, con il rischio di non garantire continuità a importanti percorsi di integrazione sociale intrapresi con successo, non solo a favore degli adulti migranti e autoctoni, ma soprattutto nei confronti dei minori di seconda generazione il cui inserimento sociale necessita di interventi unitari e continuativi, non certo frammentari e/o discontinui. In alcuni importanti servizi, quali quelli sanitari, tale figura risulta praticamente assente, poco conosciuta e riconosciuta. Eppure ciò che emerge dalle interviste è una chiara indicazione della necessità di qualificare la capacità di risposta da parte degli operatori dei servizi alla persona nei confronti dei cittadini migranti, senza tuttavia trascurare le non rare e medesime difficoltà che pure molti cittadini italiani incontrano nell’accesso e nella fruizione degli stessi servizi. Un retroterra culturale differente da quello della maggioranza degli operatori dei servizi, unitamente alle difficoltà linguistiche, rappresentano spesso ostacoli nel reperimento e nella fruizione dell’informazione, ma pure, ed è ancor più grave, nel godimento della prestazione stessa. La formazione e l’aggiornamento rappresentano strumenti importanti per sostenere l’adeguamento della professionalità degli operatori alla necessità di sviluppare un approccio interculturale nell’analisi dei bisogni complessivi della popolazione immigrata e nella capacità di stabilire relazioni rispettose di altri modelli culturali, acquisendo strategie specifiche per garantire la parità di opportunità e di trattamento. Tale esigenza non rappresenta semplicemente una risposta al disorientamento del cittadino immigrato nel rapporto con le istituzioni, ma risulta uno dei modi più efficaci per prendere in carico il disagio che le nuove situazioni generano in molti operatori. A ciò va aggiunto che le modalità di funzionamento a settori non comunicanti di molte pubbliche istituzioni, con uno scarso coordinamento tra uffici che erogano servizi e prestazioni collegate, rischia di penalizzare i cittadini e, in modo particolare, quelli di origine straniera, sia nella comprensione dei servizi sia nella loro possibile fruizione. Questo tipo di difficoltà è tale da annullare a volte gli effetti positivi di alcune innovazioni nelle istituzioni. Riteniamo pertanto che lo strumento della formazione possa rappresentare una strategia utile ed efficace non solo per accrescere la qualità delle prestazioni erogate e del 106 sistema informativo a esse connesso, ma per investire, attraverso il potenziamento del capitale umano, in un processo di crescita sociale a beneficio della popolazione nel suo complesso. Una formazione quindi in grado di rispondere alle esigenze specifiche degli operatori dei vari servizi e capace di trasmettere competenze anche a coloro che in futuro lavoreranno in sedi istituzionali. 2.2 La mediazione interculturale e il territorio come luogo di mediazione e di promozione della cultura La mediazione interculturale non è da intendersi semplicemente nel suo significato di traduzione linguistica, quanto piuttosto nella sua capacità di farsi carico e di “favorire una sorta di transizione culturale che impegna italiani ed immigrati, e che consente di inquadrare le nuove specificità culturali, favorendo percorsi di reciproco scambio e promuovendo, sia tra gli italiani che tra gli immigrati, interventi di sensibilizzazione ed educazione alle prospettive interculturali.”9 La mediazione è, quindi, anzitutto l’attivazione di un canale di comunicazione, ma fondamentalmente vuole essere una “strategia di lavoro”10: cioè, più che una soluzione diretta di un problema dovrebbe divenire, in tutti i campi, una logica di intervento che ispiri le modalità dell’agire, con il fine di superare gli ostacoli nella comunicazione, intesa in senso ampio, sia per creare autonomia nell’accesso ai servizi da parte degli utenti stranieri, sia, nel contempo, anche per rendere autonomi i servizi nel lavoro con gli immigrati. Tale duplice prospettiva comporta non solo il ricorso a mediatori culturali, ma anche la formazione in senso interculturale di tutti quegli operatori che per svariati motivi si trovano a contatto con l’utenza immigrata. “Il problema di farsi capire non è solo degli immigrati, ma anche degli operatori italiani: la mancata comprensione linguistica e culturale rende inefficace qualsiasi intervento da parte dei servizi e, soprattutto, rende impossibile l’attivazione della famiglia immigrata nella ricerca di soluzioni ai problemi.”11 Questa strategia di lavoro mira ad aumentare la capacità di integrazione della comunità stessa, rendendo possibile un graduale superamento dell’autoreferenzialità che caratterizza tutti i gruppi strutturati. Laddove il mediatore interculturale opera e agisce, spesso risponde a un’esigenza di interpretazione culturale funzionalmente ai bisogni e alle 9 AA.VV., Durata del soggiorno e mediazione culturale, in “Dossier Caritas Immigrazione 2002”, pag. 153. Cfr. DI BELLA S.,CACCIAVILLANI F., La mediazione interculturale: dall’attività ai processi, in “Animazione Sociale”, 2002, n.3, pagg. 35-44. 11 Cfr. nota 8. 10 107 caratteristiche del servizio in cui è collocato. La centralità dell’intervento non risulta quindi basata sulla costruzione di un processo di dialettica sociale, intenzionalmente mirata a comprendere i mutamenti interculturali e a ricercare risposte adeguate all’efficacia della prestazione offerta, ma piuttosto a trasmettere in senso unilaterale la tipologia delle risposte istituzionali possibili. Delegare alla figura del mediatore interculturale la responsabilità dell’accesso ai servizi dei cittadini migranti non risponde al riconoscimento della funzione di mediazione, né produce cambiamenti nell’approccio alla relazione con la cittadinanza tipico delle specifiche organizzazioni. Con ciò si intende evidenziare l’importanza di conoscere, da parte delle istituzioni locali, la realtà di provenienza della popolazione immigrata, i codici culturali di riferimento, le reti di relazioni informali e parentali che si sono ricostruite sul territorio e che potrebbero rappresentare un importante mezzo di mediazione nel rapporto con le istituzioni. Conoscere e riconoscere la vita del cittadino immigrato comporta un cambiamento nella lettura dei bisogni reali e nella capacità di offrire risposte al territorio culturalmente emancipanti rispetto ai processi di integrazione. In quest’ottica, la funzione attribuita al mediatore interculturale non è di delega, ma di facilitatore nello sviluppo e nel riconoscimento del diritto alla cittadinanza. Alla luce di tali considerazioni, come già evidenziato precedentemente, sarebbe pertanto utile, oltre che necessario, investire adeguatamente nella figura del mediatore interculturale e nel suo pieno utilizzo all’interno dei servizi alla persona e delle istituzioni in generale; ma altrettanto utile risulterebbe fornire ai diversi operatori un’adeguata formazione mirata alla comprensione dei significati e delle evoluzioni positive che la pratica della mediazione interculturale, in quanto elemento trasversale delle singole professionalità, apporterebbe all’interno delle istituzioni stesse. Pensando alla mediazione interculturale come pratica e responsabilità diffusa a livelli e in luoghi differenti, il territorio assume un ruolo centrale in quanto luogo di promozione della cultura e dell’incontro a beneficio della popolazione nel suo complesso. Favorire e destinare luoghi informali allo scambio, alla preghiera, alla socialità significa mediare politicamente sull’accezione negativa che spesso caratterizza la percezione che gli autoctoni hanno dell’immigrato. Accentuare gli aspetti positivi dello scambio significa diminuire le paure derivanti da una mancata conoscenza personale del cosiddetto “fenomeno migratorio”. Creare spazi e luoghi informali che favoriscano il confronto e la partecipazione della cittadinanza alla vita sociale, politica e culturale significa affidare al territorio un ruolo attivo, richiamandolo al senso di corresponsabilità nella costruzione di percorsi di 108 integrazione e di coesione sociale. A livello cittadino, a eccezione della moschea islamica, non sono presenti spazi di incontro e di scambio fra connazionali e/o fra cittadini migranti e autoctoni. Da questo punto di vista più che mai risultano necessari spazi informali di mediazione e di incontro interculturale cittadino che favoriscano la partecipazione, l’aggregazione e la visibilità sociale dei singoli. L’appuntamento annuale organizzato nel Cortile della Maddalena, situato nel Centro storico di Alba, organizzato dall’Associazione Culturale “Verso Sud” e dal Servizio Stranieri Comunale in collaborazione con le istituzioni scolastiche locali, registra una buona partecipazione di cittadini italiani e immigrati, rappresentando un’importante tappa nella direzione della multiculturalità. Sarebbe auspicabile rinnovare e incentivare l’organizzazione di iniziative simili, mirate al coinvolgimento della cittadinanza nel suo complesso in un rapporto di reciprocità e di conoscenza. Assumere il territorio come luogo di mediazione e di promozione interculturale, pur risultando un obiettivo ambizioso, rappresenta una necessità importante a fronte del fatto che, spesso, le iniziative a carattere interculturale, organizzate in città, vedono una partecipazione, seppure limitata, di cittadini italiani “sensibili” al tema, ma continuano a registrare l’assenza dei cittadini migranti. 3. Le modalità di progettazione, di gestione e di presidio delle politiche abitative e del lavoro locali 3.1 Le Politiche abitative I singoli centri abitativi della provincia di Cuneo sono diventati, a partire dagli anni ’90, un terminale importante del percorso migratorio di molti cittadini stranieri, grazie anche alla richiesta crescente di manodopera da parte del sistema economico locale. L’esperienza lavorativa contribuisce e facilita i “percorsi di integrazione sociale”, percorsi, però, che spesso si scontrano con le difficoltà relative alla ricerca di un’abitazione in affitto; difficoltà peraltro comune a molti cittadini italiani. Diventa sempre più importante quindi mettere in atto un insieme di misure volte a favorire l’incontro tra domanda e offerta di abitazioni in locazione. L’articolo 3 comma 1 del Dlgs. n. 286 / ’98 prevede, a cadenza triennale, la predisposizione del Documento programmatico sulla politica dell’immigrazione e degli stranieri in Italia. 109 Il testo in esso contenuto valorizza particolarmente il lavoro svolto dall’Organismo Nazionale di Coordinamento delle politiche locali di integrazione sociale dei cittadini stranieri, operante presso il CNEL come previsto dalla legge n. 40/’98. In merito all’elaborazione del Documento programmatico triennale 2004-2006 e, in modo particolare per quanto riguarda le politiche abitative attuate nel nostro Paese, l’Assemblea del CNEL esprime le seguenti valutazioni: “ Per l’abitazione i problemi si stanno aggravando, soprattutto nel centro nord e nelle aree metropolitane, non solo per la condizione specifica dei cittadini immigrati, oltre tutto con il forte incremento dei ricongiungimenti familiari ma anche per una crescente marginalità e povertà di famiglie italiane che non riescono a sostenere gli affitti e i mutui contratti. La domanda, quindi, di alloggi in affitto a canoni calmierati, accessibili ai redditi medio bassi, è in forte aumento, a fronte di un’offerta abitativa pubblica ampiamente insufficiente ed una offerta privata molto limitata, rigida, scarsamente disponibile nei confronti degli immigrati. Dall’inizio del fenomeno immigratorio in Italia, gli Enti locali hanno cercato di rispondere a questi bisogni, in collaborazione con il volontariato e con il terzo settore, dando vita ad iniziative ed esperienze anche innovative: Associazioni, Volontariato, Fondazioni, Cooperative, Società di scopo, Agenzie sociali per la sola intermediazione fra domanda e offerta abitativa in affitto, fondi di garanzia e di rotazione, iniziative datoriali, ecc., ognuna con le proprie caratteristiche, vantaggi e svantaggi, rischi e potenzialità “ L’Assemblea del CNEL inoltre suggerisce anche degli interventi di tipo “ strutturale”. La competenza dell’intervento pubblico nelle politiche abitative è esclusivamente di Regioni e Comuni con problemi molto rilevanti per il reperimento delle risorse, rispetto alle quali sono necessarie, per la gravità del problema, l’integrazione dei finanziamenti nazionali e le misure di convenienza per la mobilitazione delle risorse private. Gli obiettivi da perseguire potrebbero quindi essere: • eliminare gli ostacoli per quanto riguarda l’utilizzo del patrimonio privato disponibile, con misure che assicurino la buona conduzione dell’alloggio e la possibilità di riottenerne la disponibilità al momento della scadenza contrattuale; • ottenere il calmieramento dell’affitto, oltre che con il contributo della legge 431, con l’attivazione di politiche abitative delle AA.LL. tali da creare le condizioni affinché, a fronte di concessione di contributi da parte delle Pubblica Amministrazione, di agevolazioni fiscali locali e nazionali, di offerta di aree a basso costo per le nuove costruzioni, di ricavo di alloggi dal recupero di edifici dismessi, regolato da convenzioni, 110 vi sia una contropartita soprattutto in merito alla riduzione del costo dell’affitto da parte del soggetto operatore; • ridefinire il soggetto “operatore locale”, per la complessità dell’intervento e alla luce delle esperienze locali più efficaci, in termini fortemente innovativi nelle finalità e nella struttura, con una pluralità di competenze e con una forte connotazione non orientata al profitto. Si tratta di coinvolgere, oltre agli Enti locali, le imprese, le fondazioni bancarie e gli istituti di credito, il volontariato, le cooperative sociali ecc.; • incentivare in particolare il concorso dei datori di lavoro con specifiche agevolazioni fiscali: nel caso del contributo per il pagamento dell’affitto, prevedere la sua deduzione dal reddito d’impresa e di lavoro dipendente e la sua natura non retributiva ai fini contributivi; nel caso di finanziamento, in concorso con altri soggetti pubblici e privati, per la realizzazione di strutture alloggiative, prevederne comunque il recupero in modi e tempi stabiliti con un risparmio fiscale sotto forma di credito d’imposta. A titolo esemplificativo è interessante citare l’esperienza condotta dalla Provincia di Parma attraverso l’istituzione di un Fondo di Garanzia a favore di proprietari di immobili. L’iniziativa prevede la costituzione di un Fondo di Garanzia a favore di proprietari di immobili disponibili ad affittare un appartamento a lavoratori immigrati con contratto di lavoro dipendente presso aziende situate nel territorio provinciale. Il progetto nasce dalla consapevolezza che l’accesso alla casa in locazione costituisce un problema rilevante soprattutto per i lavoratori migranti; ponendosi pertanto come strumento con funzione di mediazione e di filtro al fine di facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di immobili su tutto il territorio provinciale, offrendo inoltre garanzie di tutela ai proprietari tramite il supporto legale, amministrativo e contrattuale fornito dall’Azienda Casa Emilia Romagna (ACER). Tali misure vengono garantite dall’istituzione del Fondo, esclusivamente destinato alla copertura dei rischi di morosità nel pagamento del canone e/o delle spese accessorie, e degli eventuali danni procurati all’immobile dal locatario. La gestione dell’intervento risulta a carico del Comitato di Progetto costituito dalla Provincia, dai Comuni del territorio, dalla Fondazione Cassa di Risparmio, dall’Unione Parmense Industriali, dalla Caritas diocesana di Parma, dal Centro per l’Immigrazione, Asilo e Cooperazione Internazionale (CIAC) e dall’Azienda Casa Emilia Romagna di Parma 111 (ACER). Tale Comitato ha il compito di gestire gli aspetti amministrativi, tecnici e contrattuali dell’intervento. Ma non mancano anche a livello locale e regionale interventi ed esperienze molto vicine per impostazione e obiettivi a quella sopra citata (Fossano “ Affitto sicuro”, Biella, Moncalieri…). A fronte delle difficoltà emerse dalle interviste nei capitoli precedenti e a fronte del fatto che le misure emergenziali non risultano adeguate alla soluzione di un problema ormai strutturale e che di fatto investe la popolazione nel suo complesso, le proposte operative dell’Assemblea del CNEL potrebbero rappresentare lo sfondo su cui elaborare un possibile percorso progettuale a livello locale. L’Organizzazione di un seminario di studio a livello provinciale rivolto a realtà potenzialmente coinvolte o coinvolgibili in tale problematica (servizi pubblici, organizzazioni di volontariato, cooperazione sociale, istituti bancari, associazioni di categoria) potrebbe rappresentare un importante spazio di riflessione e di approfondimento sia rispetto all’analisi dell’esistente (tanto a livello nazionale, quanto a livello locale), sia rispetto alla definizione di possibili percorsi di collaborazione sinergica alla risoluzione del problema, nel rispetto dei ruoli e delle specifiche competenze istituzionali 3.2 Le politiche del lavoro Per quanto riguarda la dimensione professionale, dalle interviste emerge come la capacità di adattamento di fatto contribuisca fortemente alle potenzialità di impiego. A differenza di altre regioni e/o città, il livello di disoccupazione per i cittadini migranti, così come per i cittadini italiani, risulta relativamente basso. Il problema maggiore, rilevato dalle interviste, non risulta l’occupabilità e/o l’occupazione, quanto piuttosto la qualità professionale dell’impiego e la discrepanza registrata tra il livello formativo degli intervistati e il livello di spendibilità delle reali competenze possedute nel mercato del lavoro locale. Seppure in certune realtà aziendali è stata offerta una possibilità di carriera a lavoratori e lavoratrici migranti anche a fronte del mancato riconoscimento del titolo di studio acquisito nel proprio paese, nella maggior parte dei casi il mondo produttivo locale, a oggi, non valorizza il capitale umano dei lavoratori immigrati. Una possibilità in tale direzione potrebbe ricercarsi nella capacità istituzionale di promuovere presso il mondo produttivo locale le reali competenze formative dei migranti acquisite nel proprio paese inserendole nel Curriculum Vitae fornito alle aziende anche in 112 assenza di un riconoscimento. Tale azione, concertata in ambito istituzionale dalle parti sociali coinvolte, potrebbe non solo produrre effetti positivi sulla percezione che il mondo produttivo locale ha dei lavoratori immigrati, agendo quindi su un dato di sensibilizzazione culturale, ma potrebbe altresì aumentare le possibilità di emancipazione professionale degli stessi lavoratori; non soltanto in quanto verrebbero a crearsi le possibilità per un’eventuale asseverazione del titolo di studio. Il tentativo di riconoscere, seppure a livello informale, le reali competenze, potrebbe determinare nel lavoratore un effetto psicologico positivo e motivante sia rispetto al lavoro sia rispetto a eventuali rientri in formazione. Tale percorso potrebbe tuttavia comportare il rischio di creare, nei cittadini migranti, aspettative non corrispondenti alle reali opportunità occupazionali che tale procedura di fatto creerebbe. Un’informazione chiara e puntuale rappresenterebbe, a nostro avviso, lo strumento principe per evitare interpretazioni confuse e non rispondenti alla realtà. Accanto a accompagnamento tale possibilità si rende necessario prevedere una forma di istituzionale a favore di quanti intraprendono individualmente il percorso per ottenere il riconoscimento del titolo di studio. Accompagnamento che potrebbe concretamente supportare, motivare e guidare il cittadino nello svolgimento delle pratiche necessarie. Accanto alle attività di supporto svolte all’interno del Servizio Stranieri comunale per il rinnovo del permesso di soggiorno, sarebbe auspicabile introdurre attività di informazione, di promozione e di accompagnamento in tale percorso. A livello istituzionale, sarebbe inoltre interessante avviare periodicamente un tavolo di confronto a livello locale tra le organizzazioni datoriali, le organizzazioni sindacali, le istituzioni pubbliche (Servizio Stranieri Comunale e Centro per l’Impiego) e le Agenzie Formative per meglio analizzare il fabbisogno formativo delle aziende, le capacità progettuali delle istituzioni in materia di partecipazione dei cittadini immigrati al mercato del lavoro e le politiche formative attuate. A questo proposito va ricordato come, dai dati emersi dalle interviste, 10 persone su 33 abbiano scelto di intraprendere percorsi di riqualifica professionale a dimostrazione dell’interesse maturato sia rispetto all’investimento nel lavoro sia rispetto alla propria crescita personale e professionale. Un’ulteriore ottimizzazione del lavoro di rete potrebbe essere rappresentata dalla capacità di promuovere, presso i cittadini migranti residenti in zona, attraverso un sistema informativo capillare, le opportunità formative offerte dal territorio. Tali informazioni sono solitamente gestite dalle Agenzie Formative locali, dal Centro per l’Impiego e dall’Ufficio 113 Informagiovani. Tuttavia, poiché annualmente il Centro Territoriale Permanente si fa carico di informare tramite comunicazione in forma scritta tutti i cittadini stranieri residenti in zona circa la realizzazione dei corsi formativi all’interno della propria struttura, sarebbe auspicabile reticolare le informazioni sulle opportunità formative territoriali al fine di incentivare la partecipazione dei cittadini stranieri alla formazione professionale nel suo complesso. Ciò in parte risponderebbe al bisogno, manifestato dagli intervistati, di facilitare l’accesso al sistema informativo e, nel contempo, di aumentare qualitativamente le proprie chances occupazionali. Così come per la popolazione autoctona, anche per i cittadini immigrati la parte meno visibile e meno attiva nel mercato del lavoro locale sembra essere quella femminile. Le ragioni sono le più diverse: da quelle legate alle tradizioni culturali, che incidono sul ruolo sociale della donna, a quelle più strettamente correlate all’autonomia personale (padronanza della lingua italiana e indipendenza negli spostamenti geografici) o, ancora, alla scarsa rete sociale di cui dispongono per facilitare la conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di cura. A questo proposito si segnala la positiva esperienza condotta dal Centro per l’Impiego di Alba-Bra in collaborazione con altre istituzioni del territorio rivolta alla popolazione disoccupata al fine di favorirne l’inserimento lavorativo. Il progetto si è concretizzato attraverso la realizzazione di un corso di formazione definito di prima “alfabetizzazione” ai test per la patente di guida, pensato come preliminare a un successivo accesso alla scuola guida tradizionale. L’idea di sperimentare a livello locale questa iniziativa nasce a partire dall’analisi, compiuta dal Centro per l’Impiego, che evidenzia come uno dei vincoli che ostacolano l’accesso alle opportunità lavorative, in particolare per le donne (che rappresentano circa il 70% dell’intera popolazione disoccupata disponibile a livello locale), sia rappresentato dalle mancanza di autonomia negli spostamenti per raggiungere i posti di lavoro. La parcellizzazione e la delocalizzazione delle aree produttive, la caratterizzazione di alcune tipologie di lavoro che richiedono frequenti spostamenti in autonomia (per esempio le imprese di pulizie) determinano, per le persone in ricerca attiva di lavoro ma senza patente di guida, l’impossibilità di accedere a molte proposte di lavoro. Il corso, della durata di circa 40 ore, si è articolato in due incontri settimanali in orario mattutino, facilitando l’adesione di quelle persone, in particolar modo donne, che spesso hanno anche vincoli legati alla cura dei figli, ma che negli orari in cui è stato realizzato il corso hanno maggiori possibilità di supporti (nidi, scuola ecc.). 114 Per facilitare l’accesso al percorso formativo è stata presentata alle partecipanti con vincoli di “cura familiare” l’opportunità di accedere ai benefici previsti dal “Voucher per le spese di assistenza alle persone”: si tratta di un bonus, da richiedersi al Centro per l’Impiego, spendibile per l’accesso a servizi pubblici o privati e che rimborsa le spese sostenute per l’assistenza di minori, anziani, disabili. Esso è pensato per favorire e sostenere l’accesso delle persone disoccupate a iniziative formative o ad attività lavorative (per un periodo massimo di 12 mesi). La proposta formativa, esclusivamente teorica, mirava quindi a favorire la comprensione e l’acquisizione del lessico specialistico e delle nozioni fondamentali del codice della strada, oltre a verificare le proprie competenze/capacità in vista di un percorso formativo più strutturato, favorendo quindi l’accesso al percorso tradizionale per il conseguimento della patente di guida. L’interesse suscitato da questa proposta è stato superiore alle aspettative e ne ha confermato l’utilità. Le donne che hanno partecipato a tale percorso (20 sul territorio di Bra, 12 su quello di Alba) erano tutte donne immigrate. Iniziative simili, volte da un lato a favorire lo sviluppo di competenze e abilità formative per facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro e, dall’altro, a conciliare i tempi di cura con quelli professionali, rispondono a un bisogno effettivo e reale di una delle componenti più deboli rispetto al mercato del lavoro locale. Il bisogno di autonomia, di socializzazione, di riqualificazione professionale, di conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di cura richiedono maggiori investimenti in termini di risorse economiche e progettuali, rappresentando una domanda che accomuna la parte femminile della popolazione albese, sebbene, spesso per la carenza di reti relazionali, maggiormente colpita ne risulti la donna immigrata. 115 APPENDICE 116 ALLEGATO I I - STRANIERI ISCRITTI AL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE A) Iscrizioni obbligatoria. E' obbligatoria l'iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale dei seguenti soggetti: a) stranieri regolarmente soggiornanti che abbiano in corso regolari attività di lavoro subordinato o di lavoro autonomo o siano iscritti nelle liste di collocamento; b) stranieri regolarmente soggiornanti o che abbiano chiesto il rinnovo del titolo di soggiorno, per lavoro subordinato, per lavoro autonomo, per motivi familiari, per asilo politico, per asilo umanitario, per richiesta di asilo, per attesa adozione, per affidamento, per acquisto della cittadinanza. Il permesso di soggiorno per motivi di salute può essere prorogato in tutti quei casi nei quali il cittadino straniero abbia contratto una malattia o subito un infortunio o malattia professionale che non consentano di lasciare il territorio nazionale in caso di scadenza del permesso di soggiorno. L'assistenza spetta altresì ai familiari a carico regolarmente soggiornanti e viene assicurata fin dalla nascita ai minori figli di stranieri iscritti al Servizio Sanitario Nazionale. L'iscrizione al S.S.N. del cittadino straniero, in quanto assicurato obbligatoriamente, non solo consegue direttamente al provvedimento emanato da un'altra amministrazione, ma ha altresì valore ricognitivo e non costitutivo del diritto. In sostanza il diritto all'assistenza sanitaria insorge con il verificarsi dei requisiti e dei presupposti previsti dalla legge (rilascio del permesso di soggiorno per i motivi suindicati), pur in assenza di iscrizione alla U.S.L. . Questo significa che in presenza di un permesso di soggiorno non soltanto si deve provvedere, anche d'ufficio, all'iscrizione al S.S.N., ma altresì ad erogare immediatamente le prestazioni sanitarie necessarie. Altra conseguenza di tale principio è che il rilascio del permesso di soggiorno, purchè la richiesta di quest'ultimo sia stata presentata entro i termini previsti dall'art. 5 del T.U., fa retroagire il diritto all'assistenza sanitaria dello straniero, in quanto regolarmente soggiornante, alla data di ingresso in Italia. Le considerazioni sopra espresse conducono inoltre ad affermare, tenuto conto che il permesso di soggiorno deve essere rilasciato prima dell'iscrizione obbligatoria al S.S.N., che gli oneri relativi alle prestazioni urgenti ed essenziali eventualmente erogate ad un cittadino straniero, in attesa del rilascio del permesso di soggiorno, possono essere riconosciuti o rimborsati dalla U.S.L. territorialmente competente, una volta che sia stata formalizzata l'iscrizione. Non sono soggetti all'assicurazione obbligatoria: a) i dirigenti o personale altamente specializzato di società aventi sede o filiali in Italia ovvero di uffici di rappresentanza di società estere che abbiano la sede principale di attività nel territorio di uno Stato membro dell'Organizzazione mondiale del commercio, ovvero dirigenti di sedi principali in Italia di società italiane o di società di altro Stato membro dell'Unione europea, i lavoratori occupati presso circhi o spettacoli viaggianti all'estero, i giornalisti corrispondenti ufficialmente accreditati in Italia e dipendenti regolarmente retribuiti da organi di stampa quotidiani o periodici, ovvero da emittenti radiofoniche o televisive straniere, qualora non siano tenuti a corrispondere in Italia l'imposta sul reddito delle persone fisiche; tali soggetti hanno l'obbligo per sé e per i familiari a carico della copertura assicurativa (polizza assicurativa o iscrizione al S.S.N. previo pagamento del contributo prescritto); 117 b) gli stranieri titolari di permesso di soggiorno per affari. E' previsto, inoltre, l'addebito allo Stato delle spese relative a prestazioni sanitarie erogate dal S.S.N. a profughi e sfollati. La tutela del diritto alla salute dei detenuti e degli internati, compresi quelli di cittadinanza straniera, rientra nella competenza del Servizio Sanitario Nazionale. Tutti i detenuti e gli internati sono altresì esclusi dal sistema della compartecipazione alla spesa per le prestazioni erogate dal S.S.N. . Il S.S.N. assicura in particolare ai detenuti e agli internati: interventi di prevenzione, cura e sostegno del disagio psichico e sociale, particolari forme di assistenza in caso di gravidanza e di maternità, assistenza pediatrica e servizi di puericultura ai figli delle donne detenute o internate che, durante la prima infanzia, convivono con le madri negli istituti penitenziari. Sono stati aboliti, con decorrenza 1° gennaio 1998, i contributi di assicurazione obbligatoria al Servizio Sanitario Nazionale, procedendo quindi ad una fiscalizzazione dei contributi stessi ( imposta sulle attività produttive (IRAP) ed un'addizionale regionale all'IRPEF). Al cittadino straniero con permesso di soggiorno per richiesta d'asilo , al quale non è stata data facoltà di intrattenere regolari rapporti di lavoro durante il periodo di richiesta di asilo, le prestazioni sanitarie, sono fornite in esenzione dal sistema di compartecipazione alla spesa assimilandoli ai disoccupati iscritti alle liste di collocamento. Per quanto riguarda l'assistenza sanitaria in territorio estero, da una parte, si deve provvedere all'applicazione della legislazione italiana in materia, prevista per i cittadini italiani, dall'altra devono essere rispettati i limiti derivanti dagli accordi internazionali, multilaterali o bilaterali di reciprocità. Non si deve più procedere al rinnovo annuale dell'iscrizione al S.S.N., dovendosi procedere alla cancellazione contestualmente alla scadenza o alla revoca del permesso di soggiorno o in caso di modifica del motivo del permesso di soggiorno da cui consegua il venire meno dell'obbligo dell'iscrizione al S.S.N. Lo straniero è iscritto, unitamente ai familiari a carico, negli elenchi degli assistibili dell'Unità Sanitaria Locale nel cui territorio ha la residenza anagrafica ovvero, in mancanza di essa, l'effettiva dimora. B) Iscrizione volontaria Gli stranieri regolarmente soggiornanti, che non rientrano tra coloro che sono obbligatoriamente iscritti al S.S.N., sono tenuti ad assicurarsi contro il rischio di malattia, infortunio e per la maternità mediante la stipula di apposita polizza assicurativa con un Istituto assicurativo italiano o straniero, valida sul territorio nazionale, ovvero mediante iscrizione facoltativa al S.S.N., estesa anche ai familiari a carico. 1) l'iscrizione volontaria è concessa solamente ai cittadini stranieri con permesso di soggiorno superiore a tre mesi, fatto salvo il diritto dello studente o della persona alla pari che può chiedere l'iscrizione anche per periodi inferiori; 2) lo straniero è iscritto, unitamente ai familiari a carico, negli elenchi degli assistibili dell'Unità Sanitaria Locale nel cui territorio ha la residenza anagrafica ovvero, in caso di prima iscrizione, il domicilio indicato sul permesso di soggiorno. Per gli studenti e le persone alla pari si fa riferimento all'effettiva dimora; 3) non è consentita l'iscrizione ai cittadini stranieri titolari di permesso di soggiorno per motivi di cura. Hanno diritto all'iscrizione volontaria coloro che sono titolari di permesso di soggiorno per residenza elettiva e non svolgono alcuna attività lavorativa, il personale religioso ed altre categorie che possono essere 118 individuate per esclusione con riferimento a quanto sopra precisato in materia di iscrizione obbligatoria. L'iscrizione volontaria è, altresì, consentita, fatti salvi gli accordi internazionali in materia, ai dipendenti stranieri delle Organizzazioni internazionali operanti in Italia e al personale accreditato presso Rappresentanze diplomatiche ed Uffici Consolari. Tale iscrizione esplica, peraltro, la sua efficacia e quindi è operante ai fini dell'erogazione delle prestazioni sanitarie solo a seguito della presentazione alla U.S.L. del permesso di soggiorno. L'iscrizione provvisoria, pur essendo sottoposta a condizione sospensiva, può consentire certamente la copertura delle prestazioni ospedaliere urgenti ed essenziali fruite eventualmente durante tale periodo. In proposito è previsto un contributo forfettario annuo, di £ 290.000, per lo studente privo di redditi diversi da borse di studio o sussidi erogati da enti pubblici italiani e di £ 425.000 per la persona alla pari; tale contributo, peraltro, non è valido qualora i suddetti soggetti abbiano familiari a carico. In quest'ultimo caso il titolare deve versare il contributo che garantisce la copertura anche ai familiari a carico. In ordine ai livelli di assistenza che devono essere assicurati agli iscritti si richiamano le disposizioni in materia di iscrizione obbligatoria per quanto riguarda la parità di trattamento sia sul territorio nazionale che all'estero. 119 ALLEGATO II 12 LE RIMESSE DEGLI IMMIGRATI Le rimesse sono i flussi di denaro che i cittadini stranieri soggiornanti in un paese estero inviano nei propri Paesi. Da 500 milioni di dollari negli anni ’90 si è arrivati a 93 miliardi di dollari nel 2003, con una incidenza sui bilanci statali molto alta specialmente nei paesi poveri. I primi per invio di rimesse sono gli Stati Uniti. L’Italia si colloca al nono posto. Rimesse degli immigrati per aree di destinazione. Anno 2003 L’Asia orientale è l’area che riceve la quota maggiore di rimesse, pari al 42,1% del totale. L’Unione Europea si posiziona al secondo posto con il 32,1% del totale, grazie alla presenza di gran parte dei paesi membri, quali Germania e Regno Unito. Il Nord America con il 12,2% del totale è al terzo posto e poi, a seguire, le altre aree dei Paesi a Sviluppo Avanzato. L’Africa sub-sahariana, invece, riceve appena il 2% delle rimesse inviate dall’Italia. Solo il Senegal (15,97 milioni di euro) e Capo Verde (1,07 milioni di euro) ricevono più di un milione di euro. Il protagonismo è soprattutto dei paesi del Nord Africa ed in particolare il Marocco. I flussi di rimesse canalizzate tramite il sistema bancario e indirizzate verso i Paesi in Via di Sviluppo sono stati nel 2003 il 47,7% del totale delle rimesse inviate tramite banche pari a 556,1 milioni di euro. Le Filippine sono la principale destinazione delle rimesse bancarie, con oltre 335 milioni di euro. Seguono la Cina popolare e il Marocco con, rispettivamente 98 milioni e 35 milioni di euro. Rimesse Immigrati per paesi di destinazione. Anno 2003 12 Tratto da “Immigrazione in Italia. Indici di inserimento territoriale”. CNEL, 2004 120 Rimesse degli immigrati per aree di destinazione. Anno 2003 L’imponente massa di denaro costituita dalle rimesse dei migranti è in grado di esercitare un impatto positivo ai fini dello sviluppo? Prima se ne dubitava e le rimesse venivano considerate incapaci di produrre effetti rilevanti. Negli ultimi anni è in corso un processo di rivalutazione, che sta portando a considerare i risparmi degli immigrati un importante risorsa in grado di influenzare il processo di sviluppo locale, specialmente per quanto riguarda la cura della salute, la scolarizzazione, i consumi, la microimprenditorialità. In termini di regioni italiane di provenienza dei flussi bancari, il Lazio detiene il 44,9% del totale nazionale, con oltre 524 milioni di euro, seguito dalla Lombardia con il 31,9%. Le regioni che hanno registrato il maggiore incremento relativo rispetto al 2002 sono state Veneto (77,5%) ed Emilia Romagna (80,6%). A livello provinciale i dati confermano la polarizzazione attorno a Roma e Milano, che insieme raggiungono il 70,6% del totale delle rimesse dall’Italia. Roma, in particolare, incide per il 44,6% che arriva al 99,2% a livello regionale. Rimesse immigrati per area geografica di invio. Anno 2003 In Italia si dispone esclusivamente dei dati relativi alle somme inviate attraverso le banche ma di quelli effettuati quelli tramite servizi di money transfer né tanto meno di quelli che passano attraverso canali informali. -Importo registrato dalla banca d’Italia: 1,2 miliardi di euro -Cifra stimata: 5 miliardi di euro -Stima rimesse tramite money transfer: 1 miliardo di euro Un accesso facilitato ai servizi bancari consentirebbe di potenziare le virtualità insite in questo ingente movimento di capitale e specialmente, se adeguatamente sostenuto, aiuterebbe l’economia dei paesi di destinazione. 121 Invece una larga parte di immigrati incontra difficoltà: - per aprire i conti - per i problemi linguistici - per le complessità procedurali - per ottenere prestiti A questo fenomeno si aggiungono i problemi di funzionamento del sistema finanziario in molti paesi d’origine, a causa dei ritardi che disincentivano il ricorso dei canali bancari da parte degli immigrati. Somme inviate attraverso banche Il numero dei cittadini non italiani soggiornanti nel nostro Paese è annualmente rilevato dal Ministero dell’Interno attraverso le Questure, ovvero gli uffici competenti per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno. E’ un sistema complesso che deve tenere conto di molteplici fattori fra cui la verifica dei requisiti necessari per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno e ciò, in molti casi, determina gravi ritardi nella statisticazione delle presenze con conseguenti ripercussioni sul sistema di rilevazione degli immigrati regolarmente soggiornanti. Attenendosi, comunque, ai dati forniti dal Ministero dell’Interno emerge come in dieci anni gli immigrati in Italia siano sostanzialmente raddoppiati con una crescita più accentuata dopo il 1998 anno in cui è stata varata un’importante regolarizzazione che ha coinvolto circa 217 mila persone. Ad eccezione del biennio 93’-94’ nel quale si è registrata una lieve flessione, negli altri anni si è assistito ad un trend positivo che è culminato nel 2002 quando i cittadini regolarmente registrati dal Ministero sono stati 1.512 mila circa. Questa crescita è da imputare principalmente agli effetti delle regolarizzazioni che sono susseguite negli anni a partire dal 1986 fino all’ultima del 2002 varata a seguito dell’approvazione del decreto legge 189. Le operazioni chiuse l’11 novembre 2002, a seguito dell’approvazione del decreto legge 189/2002, hanno registrato 702.000 domande di regolarizzazione. Il risultato è andato ben oltre le ipotesi degli studiosi essendo stati coinvolti tanti immigrati quanti se ne contarono nelle tre regolarizzazioni degli anni ’90 (1990, 1995 e 1998). Inoltre è opportuno soffermarsi sul fatto che questa regolarizzazione riguardava solo le categorie dei lavoratori domestici e subordinati in generale. Il rapporto tra istanze di regolarizzazione e lavoratori soggiornanti è un indice molto concreto della pressione migratoria, che risulta così ripartita: per il 52,2% è concentrata nel Nord, per il 29,0% nel Centro e per il 18,8% nel Sud. Il cospicuo numero delle persone da regolarizzare assume un significato di maggior rilievo per il fatto che è decorso un periodo relativamente breve dalla precedente regolarizzazione (1998) Pertanto, si può fondatamente ritenere che allo stato attuale la programmazione dei flussi per inserimento stabile (esclusi, quindi, i lavoratori stagionali) non sembra in grado di assicurare risultati soddisfacenti 122 Gli effetti della regolarizzazione del 2002 A partire dal 1986 e fino al 1998 in Italia si sono avuti 4 provvedimenti di regolarizzazione e una sanatoria (39/90) attraverso cui più di 800 mila cittadini stranieri hanno ottenuto un permesso di soggiorno pur essendo entrati sul territorio nazionale senza averne i requisiti. Si tratta di oltre la metà di tutti coloro che al 2002 soggiornavano regolarmente nel nostro paese. La disaggregazione dei dati per nazionalità evidenzia nei primi anni una preminenza dell’area Maghrebina che nel tempo ha lasciato il passo all’Europa Centro Orientale ed in particolare all’Albania (38.996) e alla Romania (24.098) per poi riconquistare nuovamente un ruolo di preminenza nel 1998. Il Marocco è risultato il Paese più interessato dai vari provvedimenti di regolarizzazione con un numero di persone coinvolte superiore a 100 mila unità. Un sistema di ingressi poco efficace è alla base di questi provvedimenti che si sono susseguiti nel tempo e che sono culminati nell’ultima regolarizzazione del 2002 che ha coinvolto oltre 700 mila persone. Per una corretta stima della presenza straniera in Italia è necessario fare le seguenti considerazioni. Il Ministero dell’interno, al 1° gennaio 2003 ha conteggiato 1.512.324 titolari di permesso di soggiorno a qualsiasi titolo, dei quali 834.478 per motivi di lavoro e 472.240 per motivi di famiglia. I minori non registrati perché inseriti sul permesso di soggiorno dei genitori sono circa 230 mila e i nati stranieri in Italia nel corso dell’anno circa 35 mila. Le domande di regolarizzazione accolte sono stimabili attorno alle 650.000 unità tenuto conto delle duplicazioni di istanze, delle mancate presentazioni e delle reiezioni. E’ risaputo, poi, che oltre ai lavoratori, vi sono i coniugi, i figli, i parenti le altre persone presenti a titoli diversi da quello lavorativo o familiare. Al termine di questo calcolo, la presenza straniera complessiva in Italia è stata stimata dal Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes pari a 2,5 milioni, con una incidenza del 4% sulla popolazione residente. 123 ALLEGATO III 13 GLI IMMIGRATI E IL PROBLEMA DELLA CASA La questione abitativa rappresenta, con diverse sfumature a livello regionale e locale, una vera a propria cartina di tornasole per individuare il livello di integrazione degli immigrati nel territorio e la loro accettazione da parte della società di accoglienza. Un simile parametro, infatti, non può certo essere individuato nell’offerta di lavoro in quanto tale: essa rappresenta indubbiamente un fattore di attrazione per gli immigrati nel Paese, ma non si può affermare che l’immigrato sia integrato solo perché occupato. Come è fin troppo noto, il “problema casa” affligge il nostro Paese in misura ben superiore a quanto non accada in altri stati europei, che si sono dotati prima e meglio dell’Italia di un consistente patrimonio abitativo sociale: basti pensare che, nel periodo compreso fra il 1945 e il 1978, la produzione di edilizia sociale in Gran Bretagna era il 63% di quella totale, in Olanda il 51% e in Italia soltanto il 10%. Negli ultimi decenni, poi, le politiche pubbliche hanno costantemente privilegiato l’acquisto della cosiddetta “prima casa” (limitando fra l’altro la mobilità dei cittadini sul territorio), tanto che ormai circa i tre quarti degli italiani vivono in appartamenti di proprietà. In Italia il costo di un’abitazione economica è cresciuto, fra il 1985 e il 1991, di quasi l’80% (cfr. IRRES, Primo rapporto sulle povertà in Umbria, 2000, pag. 204). Allo stesso tempo, la legge sull’equo canone del 1978 ha praticamente ingessato il mercato dell’affitto, favorendo di fatto l’insorgere di un mercato parallelo, in gran parte in nero, a prezzi spesso inabbordabili. In Italia, il patrimonio abitativo in affitto è solo il 20% del totale, contro una media UE del 33,8%. La parziale liberalizzazione degli affitti, intervenuta con la legge n° 381 del 1998, non ha avuto il successo sperato, in quanto solo una piccola parte dei contratti viene stipulato a canone concordato, come stabilito dalla legge (cfr. Tosi A., Politiche abitative, immigrazione, Regioni: quale idea di sociale? pag. 6). In questa situazione piuttosto critica, con larghe fasce di popolazione in situazione di disagio o addirittura di esclusione abitativa, è venuta ad innestarsi la “novità” dell’immigrazione, vero e proprio fenomeno di controtendenza in un Paese che aveva alle spalle un secolo di storia di emigrazione e che ancora nel 1999 riceveva 300 milioni di dollari in rimesse (seppure all’interno di un trend fortemente discendente) dai suoi connazionali all’estero (Caritas di Roma, Il risparmio degli immigrati e i paesi di origine: il caso italiano, 2002), il che, almeno nell’inconscio collettivo, alimentava ancora, negli italiani, la rappresentazione della propria patria come di un paese di emigranti (cfr. Bolaffi G., Una politica per gli immigrati, Il Mulino, 1996, pag. 4. Sull’Italia come paese di emigrazione e sulla “svolta” degli anni ’70, si veda anche Pugliese E., L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, Mimeo, 2000). Oltre a costituire una domanda aggiuntiva, l’immigrazione va a posizionarsi nella fascia di mercato più congestionata, e cioè quella riguardante i piccoli appartamenti, in prevalenza nelle grandi aree urbane, dove la tensione è già di per se stessa piuttosto alta (cfr. Tosi A., Immigrati e senza casa, Franco Angeli, 1993). C’è poi da considerare tutta la problematica legata alla diffidenza dei proprietari nei confronti di potenziali inquilini stranieri, specie se provenienti da determinate aree geografiche. E’ noto che il cittadino immigrato, anche se provvisto di mezzi finanziari con i quali muoversi sul mercato abitativo, a parità di condizioni economiche incontra molte più difficoltà di un autoctono a trovare alloggio. 13 Tratto da “Immigrazione in Italia. Indici di inserimento territoriale”. CNEL, 2004 124 Questa diffidenza dei proprietari non è però di carattere assoluto, in quanto spesso, si lascia “ammorbidire” in cambio di canoni più alti o molto più alti. Secondo il rapporto Il colore delle case curato da Ares 2000, gli immigrati sarebbero soggetti a canoni di affitto superiori del 40-70% di quelli richiesti agli italiani, considerando una città come Roma (le due percentuali si riferiscono rispettivamente alla differenza rispetto al canone libero e a quello concordato). In altre città il divario scende al 17%-44% (Torino), al 21%-51% (Milano), al 16%-44% (Genova). La risposta più ovvia dell’immigrato a questo trattamento differenziale è il subaffitto (e, di conseguenza, il sovraffollamento), unica via immediata per ridurre la spesa pro-capite. Ma, a sua volta, tutto ciò finisce per generare un circolo vizioso, in quanto incrementa la diffidenza e la ritrosia dei proprietari ad affittare ad immigrati. Non si può inoltre dimenticare che spesso agli immigrati vengono riservati immobili altrimenti difficilmente piazzabili sul mercato, come appartamenti troppo grandi (e quindi difficili da affittare in generale), degradati, in posizioni sfavorevoli, ecc., i quali hanno quindi la possibilità di essere reimmessi sul mercato proprio grazie a questa fascia di clientela. Nonostante le opportunità lavorative siano, in genere, decisamente superiori a quelle abitative, non si può fare a meno di notare che in entrambi i settori vengono riservate agli immigrati (e in misura maggiore agli ultimi arrivati) le cosiddette “fasce residuali” del mercato, ovvero quelle disponibilità che non incontrano più il favore degli italiani. 1 Cfr. Attanasio P. (a cura di), “Situazione abitativa” in Caritas/Migrantes, Dossier Statistico Immigrazione 2002, op. cit., p. 190. 125