LIBERTÀ
dal Popolo
Anno 2011 - Numero 2
Aut. del tribunale di Cuneo n° 625 del 20 settembre 2010 - Sped. in a.p. art. 2 comma 20/C legge 662/96 filiale di Cuneo - Dir. resp. Aldo Benevelli
Realizzazione GRAPHEDIT - stampa TIP. BOVESANA Boves (CN)
NOTIZIARIO
DELLA F.I.V.L.
IL PAESE SI RIBELLA
BASTA!
FORA DAI PE’
In data 18 luglio 2011 i giornalisti Sergio
Rizzo e G. A. Stella del Corriere della Sera rivelavano che “i parlamentari USA pesano insieme sulle pubbliche casse 100 milioni di
meno che i nostri deputati e senatori! Ogni
cittadino americano spende per il parlamento 5,10 euro l’anno mentre ogni italiano
spende 27,40 euro: cioè cinque volte e
mezzo di più!!!”
Sempre sullo stesso quotidiano il notissimo
sociologo Francesco Alberoni condanna
queste dismisure delittuose dei .. potenti e
conclude: “dobbiamo convincerci che l’avidità e la dismisura sono vizi che portano
sempre alla rovina.”
Non è più tollerabile il baratro tra le remunerazioni della ormai nota “casta politica”
che comprende il popolo ministeriale e governativo ed i vari soggetti titolari di poltrone di amministrazioni regionali,
provinciali, comunali, di banche e fondazioni, ecc..., e quelle della maggior parte
degli italiani.
La dissolutezza morale non ha più nessun
freno e dentro quelle corti di chi ha il potere
sguazzano i più laidi manager di notti depravate per fornire merce tenera, disponibile
a giochi licenziosi, remunerata copiosamente…
Questi siparietti di inaudita bassezza vengono a galla di tanto in tanto e fanno scoppiare attraverso l’ampia e ripetitiva
mediatica la rabbia d’un Paese dove la classe
media, e peggio, le fasce della manovalanza,
dei precari e dei modesti pensionati sentono
il giogo e l’umiliazione quotidiana della
crisi: gli stipendi bassi e la crescita dei costi.
Si aggiungano le improvvise e grottesche
proposte di ministri e parlamentari che piovono impensabili sulla stampa per spostare
per esempio le sedi governative da Roma a
Monza o a Sorrento… Ovviamente, a parte il
ridicolo del gaio progetto, la montagnaspese per realizzarlo. Follie di guide folli!
Poiché le nostre Associazioni federate alla
Nazionale Federazione Italiana Volontari
della Libertà FIVL (nata da personaggi di
forte cultura cristiana come Enrico Mattei,
il generale Cadorna, Emilio Taviani, Formenton, Scrivia, ecc..) che si ispira dal suo
distacco dall’Anpi (allora condizionata dal
PCI filosovietico) ai principi sociali della dottrina cristiana, non possiamo tacere sui forti
e frequenti richiami della Chiesa e dei Vescovi.
Il Card. Bagnasco, Presidente dei Vescovi fin
dall’inizio dell’anno (24 gennaio) denuncia
“nubi preoccupanti che si addensano sul
Paese… Il politico deve essere consapevole
della misura e della sobrietà, della disciplina
e dell’onore.” Più duro ancora il monito di
Papa Benedetto: “Circolano nella nostra società immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza, il disprezzo per l’uomo e
per la donna…” (1.6.2011).
Ancora il Cardinale Bertone: “La Chiesa invita tutti specialmente chi ha responsabilità
nel settore amministrativo, politico e giudiziario ad assumere l’impegno di una più robusta moralità, di un senso di giustizia e di
legalità” (gennaio 2011).
L’Avvenire, quotidiano cattolico, titola la
prima pagina: “Cambiare si può! Cambiare si
deve!” (17.10.2010)
A questo punto noi partigiani cristiani facciamo nostro il motto dell’Avvenire:
abbiamo dietro 100 mila morti per ricostruire la vita, l’Unità, la Pace dell’Italia.
Dobbiamo gridare a tutti gli onesti di questo
Paese: basta! Dobbiamo scrivere: “Fuori dai
piedi ai politici non retti, non veritieri, non
servitori del Paese e della Costituzione.
Aveva ragione il giornalista partigiano Igor
Man, sulla sua ultima lettera scritta tre
giorni prima di morire. Scriveva: “in questo
paese sono tutti fascisti!”
Nei partiti sta entrando un fascismo strisciante di violenza, immoralità, arroganza e
ignoranza.
I partigiani cristiani della FIVL
FEDERAZIONE ITALIANA VOLONTARI
DELLA
PERCHÉ LIBERTÀ DAL POPOLO?
Perché Libertà, Democrazia ed
Unità le avevamo gradualmente
perse per 20 anni dall’imbroglio
fascista, dalla ignominosa fuga
di Monarchia, Governo e Stato
Maggiore e poi dalla feroce invasione nazista (8 settembre
1943). Ripartendo DAL basso
DALLA gente comune (soldati
sbandati, operai e contadini, studenti, uomini e donne) l’abbiamo,
con gli Alleati, riconquistata e
restituita all’Italia.
LIBERTÀ - LUGLIO 2011
A BRESCIA ED A BRENO (VAL CAMONICA)
ARGENTO COME “GRAZIE”
AI PRIMI 58 PARTIGIANI SUPEROTTANTENNI
EMOZIONE E LACRIME
SULLE RUGHE DEI “GIOVANOTTI”
A BRESCIA LA PRIMA CERIMONIA
NAZIONALE
Sabato 2 luglio si è svolta a Brescia,
presso il salone Vanvitelliano di Palazzo Loggia, la prima delle cerimonie di conferimento della Medaglia
d’argento F.I.V.L., consegnata a 42
partigiani e partigiane delle “Fiamme
Verdi” bresciane alla presenza del
Presidente Nazionale F.I.V.L., comm.
Guido De Carli, del sindaco di Brescia on. Adriano Paroli, del Prefetto
di Brescia dott.ssa Livia Narcisa
Brassesco Pace, della presidente del
Consiglio comunale di Brescia
dott.ssa Simona Bordonali e del consigliere regionale Gianantonio Girelli,
membro
del
direttivo
provinciale delle FF.VV.
Numerose le autorità civili, militari e
religiose intervenute a fare da corona
allo straordinario evento: dal Delegato del Vescovo di Brescia, mons.
Ivo Panteghini al cappellano delle
FF.VV., mons. Tino Clementi; dal Procuratore generale presso la Corte
d’Appello di Brescia, dott. Guido Papalia, al Questore Vincenzo Montemagno, al comandante provinciale
dell’arma dei Carabinieri, col. Marco
Turchi, al Vice comandante Vicario
dei Vigili del Fuoco ing. Piernicola
Dadone, al Comandante della Polizia
municipale di Brescia. Sindaci, consiglieri regionali, provinciali e comunali di Brescia e Provincia hanno
ulteriormente arricchito il parterre
delle autorità presenti.
Numerosi i messaggi di vicinanza e di
apprezzamento per l’iniziativa giunti
in occasione della cerimonia da parte
di soggetti istituzionali, a cominciare
da quello del Sottosegretario di Stato
alla Difesa, on. Guido Crosetto; così
come numerosi e graditi sono stati i
messaggi del cappellano nazionale
della F.I.V.L. don Aldo Benevelli e
delle Associazioni federate consorelle Ass. raggr. “Brigate del Popolo”;
Ass. Partigiani Osoppo-Friuli; A.V.L.
Liguria; A.V.L. Gorizia, FIVL Raggr.
Aut. Padano.
Sono stati insigniti della medaglia:
Bortolo Berneri; Guerino Berneri;
Tarcisio Bolognini; Pietro Bortolotti;
Maria Boschi; Mario Cassa; Pietro
Cauzzi; Maria Luisa Dalaidi; Ennio
Doregatti; Flavio Doregatti; Santa
Dusi Doregatti; Giorgio Faita; Vittoria
Ferracina Botteri; Gina Forcella; Attilio Franchi; Giovan Battista Fucina;
Aldo Giacomini; Umberto Giovini;
Agnese Girelli Doregatti; Alda Giovanna Gulberti; Nicola Henry; Natalino Marniga; Giuseppe Minelli; Mosè
Molinari; Angiola Mori Bellocchio;
Agape Nulli Quilleri; Laura Passarella; Passega Mario; Elsa Pelizzari;
Gina Perlotti Gatti; Gianni Pilotti; Ernesto Piotti; Giacinto Roberti; Mario
Salvi; Ennio Ticozzelli; Bruno Giulio
Togni; Cesare Tosi; Claudio Trapelli;
Cesare Trebeschi; Pietro Troletti;
Giannetto Valzelli; Ugo Cinzio Venturelli.
Insieme alle medaglie ai partigiani e
alle partigiane, la F.I.V.L. ha conferito
due medaglie honoris causa: la prima
al gonfalone della Città di Brescia,
medaglia d’argento al valor militare
per la Resistenza per decreto del Pre-
sidente della Repubblica, consegnata
nelle mani del sindaco e del Prefetto
a ricordo dei tanti caduti bresciani
nella lotta per la resistenza; la seconda all’Associazione “Fiamme
Verdi”, a memoria del generale Romolo Ragnoli comandante della divisione “Tito Speri” e guida di tutte le
Fiamme Verdi bresciane, uomo retto
e di infaticabile dignità umana e cristiana. Con la medaglia a Ragnoli, affidata nelle mani della Nipote Lina
Magoni, la F.I.V.L. e le FF.VV. hanno
voluto ricordare quanti sono caduti
“sui monti ventosi e nelle catacombe
della città”, ma anche tutti coloro
che nel corso del sessantasei anni di
libertà hanno contribuito a mantenere vivi i valori che, scaturiti dalla
Resistenza, sono entrati a pieno titolo nella Costituzione repubblicana
e hanno reso grande la nostra democrazia.
Tantissima la commozione negli
occhi dei premiati e di tutti i presenti
che affollavano il salone; grande la
soddisfazione per gli organizzatori e
per l’intera Federazione, a partire dal
suo Presidente, che ha ricordato l’inscindibile legame tra il primo e il secondo Risorgimento ed ha esortato i
numerosi giovani presenti a prendere
esempio dai valori della Resistenza,
per rendere l’Italia una nazione più
bella e più giusta.
Roberto Tagliani
LA PRIMA MEDAGLIA
DELLA FIVL CONSEGNATA
AL PRESIDENTE
NAPOLITANO
A Roma il 25 aprile 2011
“La Federazione Italiana Volontari della Libertà ha consegnato
il 25 aprile scorso la Medaglia
d’Argento al Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano. “Nel 150° anno di vita
unitaria del nostro Paese, 66°
dalla Liberazione, la nostra Federazione ha intrapreso una solenne campagna di “gratitudine
nazionale”, nei confronti dei nostri aderenti che hanno combattuto
o
collaborato
alle
operazioni militari e partigiani
tra il 1943 ed il 1945 e che, ancora viventi, non cessano di richiamare alla nostra attenzione
il senso pieno di quel loro impegno. Per celebrare la continuità
tra l’esperienza dell’unificazione
e quella della Lotta di Liberazione, la FIVL ha deliberato di
assegnarle la Medaglia d’Argento della Federazione, conio
speciale in occasione del 150°
dell’Unità”. Questo, in parte, il
contenuto della lettera consegnata dal delegato Fivl Paolo
Rossetti direttamente nelle mani
del Presidente durante le manifestazioni per il 25 aprile, organizzate a Roma, conclusesi al
Museo storico di via Tasso dove,
si è svolta l’inaugurazione della
Mostra.
Il Presidente De Carli consegna la medaglia d’argento con la pergamena a un partigiano
delle storiche “Fiamme Verdi”
A BRENO IN VAL CAMONICA
9 LUGLIO
Dopo il grande successo della manifestazione di sabato 2 luglio a Brescia,
prima delle cerimonie nazionali di conferimento della Medaglia d’argento
F.I.V.L., si è svolta a Breno, capoluogo
della Valcamonica, la seconda cerimonia
di consegna delle Medaglie F.I.V.L.
Gremitissimo di autorità e di popolo
l’Auditorium “Sen. Mazzoli” della Comunità Montana di Valle Camonica, per festeggiare i 16 partigiani insigniti
dell’onoreficenza da parte del Presidente
Nazionale F.I.V.L. De Carli, del Presidente
della Comunità Montana Corrado Tomasi, del consigliere regionale Gianantonio Girelli in rappresentanza della
Presidenza provinciale delle “Fiamme
Verdi”. Moltissime le autorità presenti, a
cominciare dai sindaci dei comuni di
Breno, Berzo Demo, Cevo, Corteno Golgi,
Edolo, Gianico, Malegno, Paisco Loveno,
Saviore dell’Adamello, Sellero e Sonico;
gradita la partecipazione del parlamentare camuno on. Davide Caparini, del presidente dell’A.N.A. di Vallecamonica
Giacomo Cappellini, dei delegati delle segreterie provinciali di CISL e CGIL e delle
numerose delegazioni di gruppi alpini e
di associazioni combattentistiche e
d’arma di tutta la Valle con i loro labari e
gagliardetti.
Nell’introduzione alla cerimonia, ricordati i messaggi di vicinanza e di apprezzamento del Sottosegretario di Stato alla
Difesa, on. Guido Crosetto, del cappellano nazionale della F.I.V.L. don Aldo Benevelli e delle Associazioni federate
consorelle Ass. raggr. “Brigate del Popolo”; Ass. Partigiani Osoppo-Friuli;
A.V.L. Liguria; A.V.L. Gorizia, FIVL Raggr.
Aut. Padano.
Dopo un accorato discorso introduttivo
del Presidente De Carli e del consigliere
Girelli, conclusisi entrambi con un appello ai giovani affinché seguano l’esempio di questi nostri eroici compatrioti,
sono state consegnate le medaglie a:
Carlo Giuseppe Armanini; Giuseppe
Branchi; Vittorio Commensoli; Domenico
Cotti Cottini; Lucia Donina; Pietro Gelsomini; Giovanni Marinoni; Andreino Pedretti; Vittorino Ragazzi; Antonio Ramus;
Rocco Ramus; Antonio Romelli; Carlo
Sandrinelli; Antonio Secchi; Lina Tognoli; Francesco Trotti.
Immancabile la commozione al ricordo
dei comandanti partigiani della valle Camonica, ed in particolare all’evocazione
del Generale Ragnoli, dei comandanti
Cappellini, Tognoli, Gatti. La cerimonia,
iniziata con il canto dell’Inno Nazionale,
si è completata con la lettura del proclama alla Valle del Comandante Vittorio
(gen. Romolo Ragnoli) del giugno 1945,
recentemente ristampato nel volume
Onorare i padri: don Carlo Comensoli,
Romolo Ragnoli, Lionello Levi Sandri:
«Valligiani! La Divisione Fiamme Verdi
“Tito Speri” si scioglie. Le Fiamme Verdi
tornano alle loro case per iniziare, nelle
opere di pace, il lavoro della ricostruzione. La lotta è stata dura, ma non ci
siamo piegati perché il Popolo Camuno è
stato un vero popolo di Ribelli. Molti di
voi hanno dovuto soffrire. Molti, per
quanto la Patria faccia, non avranno una
adeguata riparazione, ma la causa era
santa e meritava lacrime e sangue, pur di
giungere alla Vittoria. E la Vittoria ci ha
sorriso. La “Tito Speri” è fiera d’aver contribuito con i suoi Caduti e prigionieri,
con i suoi mutilati e feriti alla liberazione
e alla salvezza della Valle. La Divisione vi
saluta e vi augura d’essere sempre degni
degli spiriti di Cappellini, Lorenzini,
Schivardi, Lorenzetti, Tosetti, Ercoli,
Tambìa e tanti, tanti altri. Il sangue più
generoso è stato versato per Voi. Camuni! Siate forti e uniti; difendete sempre la riconquistata libertà. Ve lo gridano
i nostri Morti, ve lo ricorda la penna alpina che accanto alla bandiera vuole essere monito e gloria.»
Roberto Tagliani
MEDAGLIE D’ORO
A
BRESCIA E A
BRENO
COME GRATITUDINE
VAL CAMONICA
IN
La folla di Partigiani emozionati nell’ascolto del Presidente De Carli.
E’ stato un abbraccio commosso tra i
primi 58 partigiani e i congiunti, le
autorità, la popolazione.
Il 25 giugno, in preparazione dell’atteso evento a Brescia, è stato presentato il volume “Onorare i Padri”
ricordando don Carlo Comensoli, Romolo Ragnoli, Lionello Levi Sandri
(Interpress Edizioni, 2011).
Alla vigilia delle cerimonie per il conferimento della medaglia d’argento
F.I.V.L., la presentazione si è tenuta
in un clima molto partecipato di attesa e di soddisfazione tra i com-
mossi presenti.
La presidente Agape Nulli Quilleri e
il coordinatore provinciale Alvaro
Peli, a nome delle FF.VV. hanno discusso con il curatore del volume,
Roberto Tagliani, sui contenuti del
“quaderno”, che raccoglie alcuni
scritti e documenti la cui paternità è
ascritta alle tre figure centrali per la
nascita e lo sviluppo del movimento
resistenziale bresciano: essi furono,
rispettivamente, il Padre spirituale, il
Comandante e il Vicecomandante e
commissario politico della divisione
“Tito Speri” delle FF.VV., che operò
tra il 1943 e il 1945 sul territorio bresciano, soprattutto in Valcamonica.
I materiali sono di varia natura e spaziano dalle riflessioni personali al
racconto di episodi di vita partigiana,
dai documenti ufficiali alle relazioni
militari e giornalistiche, dagli appunti personali ai discorsi ed agli interventi in eventi celebrativi del
dopoguerra.
Il criterio adottato per la scelta dei
brani è quello della «provocazione
della memoria».
Roberto Tagliani
MEMORIA DEI CADUTI PARTIGIANI E ALLEATI
L’ANNUALE APPUNTAMENTO A
MONTE PENICE IL 6 LUGLIO
A Monte Penice, sull’Appennino Pavese e al punto di incontro di ben
quattro Regioni (Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia) è stata allestita un’area votiva in memoria dei
caduti del ’43-’45.
L’area è stata voluta dal RAP (Raggruppamento Autonomo Padano federato alla FIVL) e dall’impegno in
particolare del suo animatore, Rino
Minoli, partigiano in queste valli, da
poco scomparso. Per chi sale dal
Passo verso il Santuario di Monte Penice, la cappella votiva appare quasi
improvvisamente contro il cielo e fra
gli abeti al culmine di una ripida passatoia di selciato; fanno da corona
monumenti che nel corso di oltre 60
anni hanno arricchito l’area di significative testimonianze: la stele a ricordo degli aviatori anglo-americani,
il monumento al comandante “Scrivia” (Aurelio Ferrando), al comandante “Pittaluga” (Paolo Emilio
Taviani), ai presidenti della FIVL Raffaele Cadorna, Enrico Mattei, Mario
Argenton.
L’area è meta annuale di una cerimonia celebrativa che ripropone simboli
e valori della Resistenza che ha trovato in questi luoghi espressione di
alto impegno ed efficacia: ne sono
prova il numero dei caduti e gli innegabili successi per il risultato finale.
Sotto il patrocinio del Presidente Nazionale della FIVL Guido De Carli e
con la regia organizzativa del Segretario Giuseppe Tizzoni la cerimonia
di sabato 16 luglio è stata onorata da
Amministrazioni locali: il sindaco di
Menconico (sulla cui area è collocata
l’area votiva) Bertorelli, il vice sindaco di Voghera Fiocchi, il sindaco di
Cantalupo Ligure, Daglio. Fra i numerosi invitati anche il benemerito
FIVL Comm. Pastori. Dopo il rituale
intensamente partecipato dell’alza
bandiera e della deposizione delle corone sottolineati dall’inno nazionale
e dagli squilli di tromba del “silenzio”
ha avuto inizio la S.Messa officiata
dal Cappellano don Roberto Oberosler che nella sua pur breve omelia
ha ricordato l’impegno del cristiano
nel servizio per amore fino al sacrificio estremo.
Il conduttore della cerimonia Carlo
Scotti del RAP di Voghera ha quindi
chiamato i Sindaci per un breve saluto e il presidente De Carli per la relazione ufficiale. Nel tratteggiare le
figure dei personaggi che onorano coi
loro nomi l’area votiva De Carli ha
usato toni vibranti nel ricordare l’impegno unitario che ha contraddistinto l’azione dei vari gruppi
combattenti: autonomi e sorretti da
ideologie divergenti ma illuminati
dall’obiettivo primario di abbattere il
regime oppressore e sanguinario; lo
spirito unitario che ha animato allora
i volontari va riproposto con forza ancora oggi, dove le divergenze ideologiche sono sostanzialmente dissolte
e il nemico fascista più o meno palese è sempre in agguato. De Carli
non ha concluso la cerimonia ma in
modo irrituale ha passato la parola a
UNA TARGA RICORDO DI TUTTI GLI ALPINI CADUTI
UNO SGUARDO SUL VESPRO
Labari e bandiere a fianco del sacello in memoria dei 5 caduti alleati (2
militi inglesi e 3 americani) e di tutti i 100.000 morti nella lotta contro
il nazifascismo.
numerose presenze con delegazioni
e relativi stendardi: le “Brigate del
Popolo” di Senago con il presidente
Pogliani, la AVL di Savona con Lelio
Speranza vice Presidente FIVL, la
ANARTI di Voghera con il presidente
Vermili, la Ass. Carabinieri in Congedo, una rappresentanza del Commissariato di Voghera, la AVL di
Verona con il presidente Rettondini,
la Croce Rossa di Voghera con nucleo
operativo e ambulanza; molto significativa la presenza di una delegazione
ANPI di Voghera con Roberta Migliavacca. Apprezzate le presenze delle
un giovane impegnato nella FIVL, Roberto Tagliani; il messaggio che viene
dalla Resistenza è secondo Tagliani
un messaggio per i giovani da parte
dei giovani di allora; i giovani e giovanissimi di quegli anni hanno avuto il
coraggio illuminato dalle idee forti
che li sorreggevano di indicare e trovare la via del riscatto e della salvezza; oggi quei giovani di allora
sono raffigurabili come giganti sulle
cui spalle poggiano le teste dei giovani di oggi: questi giovani sono in
grado di guardare ancora più lontano...
In prima fila il Prefetto dott.ssa Patrizia Impresa ed i rappresentanti dei massimi Enti e Associazioni provinciali, con l’oratore Mimmo Candito, ascoltano l’intervento del Sindaco Valmaggia.
VENERDI’ 22 LUGLIO alle ore 18 il
Sindaco di Cuneo, Prof. Alberto Valmaggia, anche come Presidente del
Comitato delle Associazione ex Combattenti della Libertà, ha accolto sul
piazzale del Santuario Madonna degli
Angeli di Cuneo, una folta rappresentanza del 2° Reggimento Alpini, il
Prefetto di Cuneo, le Autorità locali,
numerosi partigiani, ex alpini dell’ANA e numerosi cittadini accorsi
per la singolare manifestazione.
Era presente anche la vedova del militare Giorgio Langella caduto nel
2006 in Afghanistan.
Il Comandante del 2° Reggimento Alpini, Col. Massimo Biagini, aveva suggerito al Comitato 150° Unità d’Italia
di porre nel Santuario una targa-ricordo di tutti gli Alpini caduti in Missioni di Pace. Ragazzi che hanno
dato la vita nei progetti internazionali
(ONU e UE), che tendono a riportare
democrazia e pace là dove imperversava fanatismo e violenza.
Sono stati scelti il 22 luglio, giorno
anniversario della impiccagione
2
dell’eroe Ignazio Vian (a cui è intestata la caserma del 2° Reggimento
Alpini di Cuneo) ed il Santuario della
Madonna degli Angeli, dove riposano
le spoglie dell’eroe Duccio Galimberti, volendo esprimere il comune
sacrificio che lega i martiri della Resistenza con i caduti sulle frontiere
di rappacificazione.
Il sindaco, durante la cerimonia, ha
letto un breve profilo dei due eroi nazionali, fatto pervenire dal Comandante Partigiano Aldo Sacchetti,
componente, prima, della Banda Italia Libera di Duccio Galimberti, a Madonna del Colletto e Paralup, poi
della Banda Valle Pesio col Capitano
Piero Cosa.
Scrive Sacchetti: “ in una delle prime
riunioni (20 settembre 1943) i presenti nominarono un comando politico di Italia Libera, con Galimberti
“primus inter pares”; quella inaspettata limitazione dei poteri di Duccio
non procurò in lui alcuna reazione,
anzi a dimostrazione del Suo carisma
e del Suo attaccamento alla Causa
comune, si alzò in piedi e con la
mano sul petto intonò per la prima
volta l’Inno di Mameli, seguito da noi
commossi.
Noi facemmo il nostro Inno e demmo
mandato di proporlo al CLN di Torino
come Inno Nazionale.
Questo episodio, sconosciuto ai più
per mancate testimonianze, dovrebbe
essere portato a conoscenza nelle
scuole per far conoscere che l’Inno di
Mameli è stato proposto come Inno
Nazionale dalla Resistenza Cuneese!
Il giornalista Mimmo Candito, rientrato come inviato speciale dal tragico caos libico, con un commento
intenso e costruttivo , ha sottolineato la urgente necessità che il
Paese distingua tra eroi e servitori
della collettività. Oggi non servono
eroi o martiri, ma guide oneste,umili,
laboriose che sappiano essere modelli alla società, ora confusa, disorientata, individualista.
E’ seguita la collocazione della targa
nel Santuario con un momento di
preghiera.
PROSSIME DATE PER LE CERIMONIE
DI CONSEGNA DELLE MEDAGLIE D’ARGENTO
La Presidenza ad oggi 26 luglio, ha ricevuto comunicazione da parte delle Associazioni Federate riguardo alle
date delle prossime consegne di medaglie d’argento agli
ex Partigiani viventi. Si attendono le segnalazioni delle
restanti Federate.
26 agosto
28 agosto
4 settembre
10 settembre
11 settembre
21 settembre
2 ottobre
22 ottobre
Garibaldini Indipendendenti - Imperia
R.A.P. Raggruppamento Padano
Cantalupo - Alessandria
ALPI Reggio Emilia
Brigata del Popolo Senago - Milano
A.V.L. Verona
Manifestazione Divisione Acqui
Raggruppamento Alfredo Di Dio
Busto Arsizio - Domodossola Verbania
A.V.L. Piemonte - Torino
Il nonno racconta...
ALDO CLERICO
RAFFAELE MORINI
PARTIGIANO DA RAGAZZO
Nonno Raffaele già presidente dell’ A.P.C. (Associazione Partigiani Cristiani) ha 81 anni. Si
dedica alla ricerca storica, ha scritto numerosi
saggi tra cui il più recente: un volume su Enrico Mattei!.
Risponde ora alle nostre domande con risposte sempre piacevoli e interessanti.
PER QUALE MOTIVO, LEI COSI’ GIOVANE, HA
PARTECIPATO ALLA RESISTENZA?
“Con l’8 settembre 1943 l’Italia aveva perso la
Patria e ogni sua autorità. Per la maggior parte
gli uomini, ex militari e non, scappavano da
tutte le parti per sfuggire alla cattura da parte
dei tedeschi, mentre i partigiani, allora chiamati ribelli, non scappavano. Per loro era
giunta l’ora di dimostrare al mondo di essere
degli uomini”: decisi a combattere e a morire
da uomini per vivere da uomini!
Era il 24 di settembre 1943, quando mio fratello Artemio, più anziano di sei anni di me,
condusse a casa nostra due ufficiali inglesi:
Johnny Baddelei e Reginald, Selby Charlie per
dare loro un po’ di cibo e farli dormire nel fienile , poi sarebbero andati in cerca dei partigiani. Il giorno seguente giunsero altri 9 ex
prigionieri inglesi, a digiuno da tre giorni, anch’essi in cerca dei partigiani per unirsi a loro.
In realtà, piccoli gruppetti di partigiani già esistevano ma non si facevano vedere per timore
di essere spiati e conseguentemente catturati
dal nemico.
Così mi recai nel pagliaio a prendere una decina di moschetti md.41 ed alcuni mitra Beretta che i nostri soldati in fuga avevano
gettato lungo la strada e nella piazzetta del mio
caseggiato, dicendo loro che da quel momento
i partigiani eravamo noi. In tutto eravamo in
19; 11 ufficiali inglesi, 6 sbarbatelli italiani, io
ed un Maggiore dell’11° regg. Alpini.
Compreso quest’ultimo mi chiamavano “comandante“ ma non lo ero. Io mi sentivo di essere solo come una buona chioccia con tanti
pulcini.
Quindi avevamo accantonato le nostre generalità anagrafiche, dandoci ognuno un proprio
nome di battaglia, e col sostegno dei preti e
della gente avevamo incominciato a vivere sui
monti come gli uccelli in libertà.”
“La Val Ceno è stata una zona molto combattuta, anche perché confina col territorio di pianura allora occupato dal nemico. Basti parlare
della battaglia di Pietra nera che durò tre
giorni, di Varano Melegari, perso e ripreso
d’impeto dai Distaccamenti: Pedrazzi e Jessi
(6-13 gennaio 1945), nonché di Specchio,
Bardi e di Monte Pelizzone.
Io però non andavo a combattere, ero troppo
giovane. Però il mio gruppo ha fatto parlare di
sé. Nella zona non si faceva altro che parlare di
spie, di paura dei tedeschi e del fascismo che
stava per risorgere. Così alle 16 del 28 ottobre
il mio gruppo decise di uscire allo scoperto. A
stento ero riuscito a convincere i miei amici a
sfilare in armi a Varano Marchesi, cantando: “Il
Piave mormorò, non passa lo straniero!”.. ponendo fine a tutte le paturnie.
Poi alle 11,30 del 3 novembre, 43 militanti
della Gnr a bordo di un capiente autocarro,
erano in viaggio per svolgere una dimostrazione di forze a Pellegrino parmense, ma sui
tornanti di Monte sant’Antonio trovarono il
mio gruppo che bloccò l’automezzo, li disarmarono e li mandarono a casa loro.
Nella ristrutturazione del febbraio 1944 tutti
i gruppi autonomi, il mio compreso, confluirono nei battaglioni: Leoni, Forni ed il Barbaschi e nel giugno costituirono la 31^ brig.
Garibaldi. Div. Val Ceno. Il mio ruolo era quello
di informatore militare. Era molto pericoloso
recarsi periodicamente al Comando provinciale della Rsi per avere informazioni da un ufficiale che operava per la Resistenza e al
Distretto militare con una borsa di cuoio
vuota, e uscire quando nostri collaboratori
l’avevano riempita di proiettili cal 9 lungo o di
bombe a mano.
Alla vigilia del Santo Natale, un cecchino mi
attese poco distante da casa e quando stavo
per aprire la porta, mi sparò un colpo di moschetto, sfiorandomi la testa.
Il 6 gennaio 1945 incominciò il feroce rastrellamento e nonostante la strenua difesa, ben
presto le munizioni venivano a mancare ed il
pomeriggio del giorno 7 il Col. Trasibulo comunicò l’ordine di sganciamento, ma diversi
distaccamenti lo trasgredirono. A Varano Malgari i Dist. Jessi e Pedrazzi resistettero sino
al 14, in altri posti tanti partigiani li trovarono
morti per congelamento accanto ai loro mitragliatori.
Alle 18 del giorno 6 i nazifascismi occuparono
Varano Marchesi ed il 7 compirono la prima
strage: di 9 partigiani e 4 civili. Alle 12,30 del
giorno 8 una trentina di nemici accerchiavano
il mio caseggiato e facendomi chiamare da un
contadino, del quale avevano già catturato i
suoi due figli. “Se non si presenta Raffaele
Morini entro 25 minuti bruceremo tutte le
case” – dissero. Allora , per la salvezza dei
miei vicini di casa, della mia famiglia, e dei
miei amici partigiani che erano nascosti con
me e che rimasero tutti salvi, mi presentai, ma
non con le mani in alto!
In galera, appresi dai compagni di sventura, i
nominativi dei partigiani torturati e seviziati
prima di essere uccisi. Il mattino del 9 i nazifascisti fecero un’altra strage di 7 partigiani, e
un’altra ancora, di 5 la fecero nel pomeriggio
del giorno 12 sulla riva del Gobbo: fra questi ci
furono anche Lupo e Aquilarossa con gli occhi
strappati. Aquilarossa però, benché ridotto
come un colabrodo dalle raffiche di mitra che
gli avevano staccato le braccia e sfigurato il
viso, il comandante Aquilarossa di anni 17 rimase in piedi in mezzo ai suoi Ribelli come un
simbolo che non muore mai.
Alle ore 11,10 del 15 gennaio i tedeschi avevano formato una colonna di rastrellati, per la
maggior parte civili ed alcuni partigiani, tra i
quali c’ero anch’io, verso la metà di quella colonna. Ormai in partenza per salire sulla tradotta che da Fornivo portava a Mauthausen.
Pochi secondi prima di dare il via, un giovane
bersagliere toscano di nome Pucci Ireneo mi
corse incontro dicendomi di seguirlo. Era un
ordine! Quel bersagliere dal cuore d’oro, che
non avevo mai visto, mi aveva preparato la
fuga. Il Signore aveva ascoltato le preghiere di
mia Mamma Erminia e della mia gemellina Rosetta che pregarono giorno e notte per la mia
salvezza e quella di mio fratello Artemio, partigiano della 78^ brigata e mia sorella Celinia
nostra staffetta. Mentre mio padre dopo l’armistizio, era militare della britannica Royal Air
Force.
Il 21 gennaio il Capitano Buongiorno mi
mandò una staffetta di Fontevivo con l’ordine
di recarmi immediatamente al Pizzo di S. Secondo a prendere una quindicina di partigiani
in grave pericolo, tra i quali Katia e Tevere
(mio fratello). Quella volta presi lo Sten e due
bombe a mano tipo Sip e mi recai in bicicletta
con 40 cm. di neve e dal mattino presto arrivai
sul posto a notte fonda, riuscendo però a condurre a termine la missione.
All’insaputa del commissario Sasso, il l3
marzo mi recai a Fidenza in bicicletta , arrivato
a Coduro incontrai il Maggiore della Wehrmatch Walter Gil, anch’egli in bicicletta. Gli
puntai la Broving intimandogli: Hendeor soldaten caput! Dopo averlo disarmato lo condussi (entrambi a piedi) come mio prigioniero
nel castello di Bardi. Poi fu ridato ai tedeschi
per uno scambio di prigionieri ed io ero in gran
pena, temendo che gli avessero fatto del male.
Fortuna volle che a fine luglio 1965 ci rincontrassimo al Motel Agip di S. Donato Milanese.
Walter era in viaggio per Napoli con la famiglia
ed era stato lui a riconoscermi con tanta gioia,
e dopo un forte abbraccio mi presentò a moglie e figli come il suo salvatore.
L’ultima recente opera sul geniale
personaggio Enrico Mattei
CI HA LASCIATI
PER
FARNE AFFETTUOSA MEMORIA
PUBBLICHIAMO IL SUO RACCONTO
Affettuoso ricordo d’un gruppo spericolato
Ci ha lasciato il Vice Presidente dell’Ass.ne prov.le di Cuneo Mutilati e
invalidi di guerra, il partigiano
91enne Aldo CLERICO, già membro
del Direttivo dell’Ass.ne partigiana
“Ignazio Vian” di Cuneo. Ne mantengono viva memoria alcuni passi di
una sua biografia che aveva depositato presso la Sede dell’Associazione
Mutilati. Qui aveva offerto il suo lavoro d’ufficio, come volontario, fino
a che le risorse fisiche glielo avevano concesso. Queste note rivelano
la storia della sua generosa e coraggiosa donazione alla lotta per fare libero il suo Paese. Si tratta d’un
dettagliato racconto familiare, romanzesco, drammatico, che “i vecchi
partigiani “ leggeranno volentieri..
ma anche i giovani di questa nostra
farsesca e penosa stagione.
L’EPOPEA DELLA BRIGATA DI VAL
CORSAGLIA
… “ Dopo aver partecipato alle campagne di guerra 1940-1945 (FranciaAlbania- Grecia – Jugoslavia) eccomi
a raccontare la parte ben più tragica
dopo l’8 settembre 1943.
Mentre mi trovavo in licenza illimitata a casa, a Briga, vengo catturato
da una pattuglia di SS tedesche arrivata all’improvviso verso mezzogiorno. Mi viene dato appena il
tempo di rimettermi la divisa militare
e vengo fatto salire sul gippone con
altri paesani catturati come me, con
destinazione Cuneo, da dove partivano le tradotte con vagoni piombati
verso la Germania.
Per fortuna, giunti a Tenda, paese
presidiato dai militari tedeschi della
Wermach addetti al recupero di materiale della IV Armata Italiana, il maresciallo comandante del Presidio si
impegna per il nostro rilascio. Una
quindicina di noi rimane a Tenda con
la consegna di lavorare alla sistemazione di materiali vari ed accudire
una trentina circa di muli, questo
causa dell’esiguità ed anzianità degli
uomini che componevano il Presidio. Lavoriamo per questo Presidio
per alcuni mesi: lavoro di giorno e liberi di uscire alla sera.
Da Tenda veniamo spostati a Cuneo
nella Caserma già IV Artiglieria Alpina dove ci impongono di mettere
un bracciale giallo con la scritta in
caratteri gotici in lingua tedesca : “
soldato tedesco”. Chi non accetta
viene spedito in Germania. Così una
sera decidemmo di fuggire; camminammo tutta la notte ed al mattino
giungemmo a Briga. Cercammo di
raggiungere la formazione partigiana
Garibaldina che operava in Liguria e
Aldo Clerico nei “Fazzoletti Gialli” del Cap. Piero Cosa. Nel riquadro una sua foto recente.
qui, con altri sbandati, costituimmo
un nuovo distaccamento, cioè una
Brigata. Ci mettemmo in marcia per
raggiungere il posto indicato, transitando per i Forti di Nava. Qua dovemmo cambiare rotta perché in
quella località si trovavano già altri
uomini del Cap. Martinengo.
Ci trasferimmo, pertanto, in Val Corsaglia (Mondovì). Fu una marcia massacrante, attraversando Viozene,
Mongioia, passando per Piaggia, frazione di Briga Marittima, ora diventata Briga Alta.
Lì appresi che i miei genitori e mio
fratello Luciano di 16 anni in conseguenza alla nostra fuga, erano stati
arrestati e portati nel carcere “Leutrum” di Cuneo. Mio fratello Luciano
veniva sovente interrogato affinché
dicesse dove noi eravamo. Per impaurirlo gli prendevano le misure, per
la cassa da morto. Poi tutto si è risolto grazie all’interessamento del-
l’ingegnere capo della Centrale Elettrica dove lavorava mio padre. Egli
chiese al Comando tedesco il rilascio
motivandolo con la urgente necessità
di operai specializzati da inserire
nella Centrale Elettrica. Grazie a questo mio padre fu subito rilasciato .
Seguirono la liberazione di mia
madre e di mio fratello.
In Val Corsaglia trovammo la valle già
presidiata e comandata da un ex appuntato dei Carabinieri (Taglietto).
Intanto il capitano Martinengo
(Naum) decise di ritornare verso Viozene dove insediò il suo Comando di
Brigata. Il nostro gruppo rimase in
Val Corsaglia prendendo posizione a
Costa Calda sulle alture di fronte
alle Grotte di Bossea, posizione che
dominava un bel tratto di strada provinciale che da San Michele di Mondovì porta a Fontane di Frabosa.
continua sul prossimo numero
IL NIPOTINO RICORDA
“LA
BABOJA” ERA D’OBBLIGO
In queste poche righe voglio rievocare la data del 25 luglio 1943, come
l’aveva vissuta un bambino di 10 anni
e come gli è rimasta impressa a distanza di 50 anni.
“Gaute sta baboja” è la frase che più
mi è rimasta impressa di quel giorno,
Vi starete chiedendo cosa c’entra
questa frase, ma se mi leggerete fino
in fondo capirete il perché.
Dovendo mio padre recarsi in montagna, propose a me e ad uno dei miei
fratelli di accompagnarlo all’Alpe Sestrera. Per lui si trattava di effettuare
la consueta verifica del bestiame. Essendo Messo comunale questo era
uno dei suoi compiti, cioè controllare
il numero dei capi di bestiame per poi
far pagare la relativa tassa ai margari.
Il 25 luglio1943 la mandria si trovava
al gias Soprano di Sestrera e lì ci recammo. La giornata era stupenda e
per me era la prima volta che potevo
ammirare il Marguareis così da vicino
e ne rimasi estasiato. A quei tempi
per recarsi in montagna si partiva
alle 3 di notte in bicicletta che poi si
lasciava alla Certosa. La giornata
passò nel migliore dei modi. Mentre
nostro padre procedeva alla sua in-
combenza noi ci spostavamo da un
posto all’altro facendo anche una
puntata ai laghetti del Marguareis
dove allora vi era sempre ancora
qualche chiazza di neve ed era bello
scambiarci qualche palla di neve a
fine luglio.
Venne l’ora di incamminarci per il ritorno e scendemmo per il vallone del
Marguareis. Ricordo l’aquila reale
sorvolare maestosa la Rocca d’Gilu,
le marmotte delle quali cercavamo di
imitare le grida. Più in basso mangiammo mirtilli e lamponi selvatici.
Proseguendo verso il Saut si incominciavano a sentire colpi di piccone
e canzoni alpine. Erano gli operai
dell’impresa Ing. Savasta incaricati di
costruire la strada militare che doveva collegarsi a quella del Colle di
Tenda. Scambiatici i saluti sentii un
mormorio senza però afferrarne le
parole. Poi uno più deciso disse:
“Gaute sta baboja”. Continuando i
cammino altri ripeterono la stessa
frase. Giunti al Pian delle Gorre mio
padre si rivolse al capo cantiere per
chiedere spiegazioni e questi ci
disse che nella notte Mussolini era
stato destituito ed al mattino arre-
Al centro il nipotino Giulio, a destra zio Luigi e a sin. zio Andrea
stato. Apprendendo questa notizia
mio padre si tolse subito il distintivo
del Fascio. Capii così che era quella
la “baboja” citata dagli operai. Proseguendo verso la Certosa ci spiegò con
un lungo ragionamento il motivo per
i quale era obbligato a portare il distintivo del Fascio. Tutti gli impiegati
della Pubblica Amministrazione
erano obbligati per legge ad aderire al
Fascismo.
Giulio Giraudo
3
STORIA-MEMORIA-STORIA-MEMORIADEDICATO AI RICERCATORI E AGLI STUDENTI
Con l’aiuto del compianto Com. Vescovi
RESISTENZA VICENTINA SCRITTA
SU LIBRI, LAPIDI, MONUMENTI
La popolazione e gli ex partigiani
della provincia vicentina hanno conosciuto la brutalità dell’invasione
nazista e delle zelanti orde neofasciste dopo l’8 settembre 1943.
Riportiamo alcune paginette curate
dal compianto Comandante Giulio
VESCOVI, composte con alcuni
amici della A.V.L. (Ass.ne Volontari
Libertà) per l’opuscolo “Granezza:
luogo della memoria”, pubblicazione
che riporta anche il calendario delle
Manifestazioni annuali della Resistenza vicentina.
Il prezioso libretto può destare interesse ed imitazione in altre associazioni resistenziali della FIVL
“…Migliaia di giovani presero la via
della montagna per evitare la chiamata della RSI. La reazione al Fascismo risorto fu spontanea quanto
l’avversione ai tedeschi: a volte i
padri stessi indicavano ai figli la via
della Resistenza, preferendo saperli
alla macchia in difesa dell’Italia,
piuttosto che al servizio dei nazi-fascisti. Il neo-fascismo non si limitò a
ricattare le famiglie dei renitenti alle
chiamate, di informare l’occupante
tedesco dei sentimenti della popolazione, d’incitare azioni di rastrellamento; militari e camicie nere della
RSI si organizzarono e si affiancarono ai tedeschi per terrorizzare e
combattere i nuclei resistenti ed i
loro sostenitori.
Si formarono allora, le prime organizzazioni partigiane, le brigate,
quasi senz’armi , poco organizzate,
senza quadri regolari, senza direttive
dal Governo italiano e neppure dagli
alleati avanzanti lentamente dal Sud.
Il movimento partigiano si sviluppò
alla macchia: era assillato da necessità primordiali, mangiare, coprirsi,
armarsi, difendersi dal nemico nazifascista. Il nemico era dovunque. Il
fiancheggiatore se veniva scoperto,
pagava a caro prezzo l’aiuto dato alla
Resistenza. Era un movimento,
quello partigiano, che nasceva dal
nulla, carico di fermenti, di rivoluzione, di rinnovamento nazionale,
animato da uomini che pagarono con
la vita, alimentato dall’avversione al
nazi-fascismo, dall’ideale della libertà, della democrazia. L’accanimento con cui i nazi-fascisti
condussero la lotta contro la Resistenza è documentato da episodi particolarmente crudeli, andati ben oltre
la lotta, la guerriglia, non rispettando la Convenzione di Ginevra, che
considera invalicabile il rispetto
della dignità umana. I più odiosi episodi di repressione e crudeltà si ebbero a Bassano del Grappa,
Pedescala, Marostica, Grancona, Valdagno , Granezza, Vicenza, Sandrigo,
Maragnole, Dueville, S. Pietro Mussolino, Breganze.
La località di “GRANEZZA” si trova a
sud di Asiago in vista della pianura
vicentina: è una piccola spianata circondata da magnifici boschi di faggi
ed abeti. Qui, nei giorni 6-7- settembre 1944, le formazioni partigiane
che presidiavano la zona, le brigate
“Sette comuni” e “Mazzini” furono
investite da un grosso rastrellamento
nazi-fascista.
I circa 600 partigiani che si trovavano
in quei giorni nel “Bosco Nero” di
Granezza, erano poco armati, in gran
parte, addirittura, disarmati in
quanto si era in attesa degli aviolanci
di armi e munizioni promessi dalla
missione “Alleata Fluvius”. Questa
era paracadutata nella zona, la notte
del 12 agosto 1944.
L’afflusso di giovani e inesperti partigiani sull’Altopiano era avvenuto in
previsione dello sfondamento della
“Linea Gotica” e della conseguente
ritirata dell’esercito tedesco (la Wermacht) nella predisposta linea di difesa delle Prealpi Venete. Occorreva
quindi creare una zona libera alle
spalle della Wermacht, sbarcando in
essa paracadutisti e truppe aviotrasportate per tagliare e contrastare la
ritirata nemica, ma la “Linea Gotica”
resistette e il piano “Vicenza” non
poté essere realizzato.
Fu quindi possibile ai nazi-fascisti
organizzare in tutte le Prealpi Venete
delle operazioni massicce di rastrellamento sull’Altopiano di Asiago, sul
Grappa, sul Consiglio, nel Bellunese
e nel Friuli.
In queste condizioni e con queste
speranze di imminente fine della
guerra nel Veneto, avvenne lo scontro tra le forze patriottiche e quelle
nazi-fasciste, nei boschi di Granezza
il pomeriggio del 6 settembre 1944,
truppe tedesche ed ucraine, sostenute dalla 3^ Brigata Nera Faggion di
Vicenza ed altri reparti della Repubblica Sociale Italiana (RSI) , circondarono
gli
accampamenti
del
battaglione (poi Brigata Sette Comuni) e del Battaglione di montagna
della Brigata Mazzini. In quella circostanza i nazi-fascisti osarono penetrare nel fitto bosco per snidare i
patrioti.
La proporzione di forze in campo era
da uno a dieci ed assai diversa la preparazione militare e l’armamento. I
patrioti più esperti difesero i disarmati e le vie di salvezza, unica possibilità rimasta per non essere
completamente sterminati. Le ombre
della sera, una leggera pioggia, la
nebbia ed il riparo dei boschi ben conosciuti (a differenza di quanto avvenne alla fine di settembre sul
Grappa) limitarono le perdite a circa
30 caduti, tra i quali la Mo:V.M. Rinaldo Araldi, “Loris”. Tra i caduti, appena giunti in Granezza, gli autisti
della organizzazione Speer di Asiago
che avevano abbandonato l’autoparco
per raggiungere, con gli autocarri, gli
accampamenti dei partigiani. Catturati, seppure disarmati, il giorno
dopo furono trucidati nel modo più
barbaro e indicibile a Bocchetta di
Granezza dai fascisti vicentini della
22^ Brigata Nera
Faggion , comandata dal federale
del fascio di Vicenza: una delle
stragi tra le più feroci ed impunite di
quella guerra nel
territorio
vicentino.
Raccolti i caduti,
riuniti i dispersi, le
formazioni partigiane ripresero la
lotta fino alla Liberazione dell’aprilemaggio 1945.
I patrioti dell’Altopiano liberarono da
soli il territorio
prima dell’arrivo
degli alleati con
scontri ed ulteriori
caduti per la Libertà d’Italia.”
Molti monumenti e
lapidi sono stati
eretti
Sulle
colline,
monti e pianure
della provincia
L’opuscolo riassuntivo dei percorsi della lotta vicentina
4
L’UOMO
RESISTENZA TRIESTINA
Scheda biografica del Presidente CLN Edoardo Marzari
CHE POLARIZZÒ CATTOLICI E COMUNISTI NELLA
della promulgazione delle leggi razziali. Rimane memorabile il suo articolo “Impegnarsi” del 20 maggio
1939, col quale invitava a prendere
una posizione ascoltando solo la propria coscienza, mentre l’Europa rotolava verso la guerra.
Il foglio era divenuto così punto di riferimento dell’antifascismo democratico, non solo cattolico, trovando
nel vescovo Antonio Santin significativo appoggio che, però , non poté
metterlo a riparo dalle minacce fasciste che obbligarono il presule ad
invitarlo ad abbandonare l’insegnamento a Capodistria e a ritirarsi a Retrovia, in una piccola parrocchia
istriana, per evitare le conseguenze
del confino.
“Alla Memoria di don Edoardo Marzari è conferita la Medaglia d’Oro al
Merito Civile con la seguente motivazione: “Fra le figure più rappresentative dell’antifascismo cattolico,
sempre ispirato, nell’insegnamento e
negli scritti, ai valori della Libertà e
della Democrazia, aderiva con instancabile e appassionato impegno
alle formazioni di Liberazione nazionale. Arrestato e torturato dai nazifascismi, fu liberato e, quale
Presidente del CLN di Trieste, il
giorno 30 aprile 1945 , guidò i concittadini nell’insurrezione contro
l’oppressione nazista.
Preclaro esempio di alto senso civile
di amor patrio”- 30 aprile 1945 ”
Dato a Roma il 16 aprile 2004
Carlo Azeglio Ciampi”
Edoardo Marzari, nato a Capodistria
nel 1905 e deceduto a Trieste nel
1973, figlio del ceto medio, frequenta
il liceo ginnasio “Carlo Combi” a Capodistria e successivamente si
iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza
di Padova. Nel 1932 abbandona gli
studi universitari e viene ordinato sacerdote, dopo un periodo presso il
Collegio Caprinica e la frequenza
nella Facoltà teologica della Gregoriana. Tornato a Capodistria diviene
insegnante di filosofia, latino e storia
dell’arte, presso il locale Seminario
interdiocesano; nel 1938 assume la
direzione del settimanale cattolico
diocesano triestino “Vita Nuova”, sul
quale non lesina critiche e giudizi
estremamente severi nei riguardi
della politica fascista, la statolatria e
in modo particolare in occasione
Fin dal dicembre 1943 erano stati arrestati i componenti del CLN: sorto
nel giorno dell’Armistizio e che era
erede del Fronte Democratico Nazionale, formatosi quale comitato di salute pubblica il 25
luglio,
comprendente tutti i partiti prefascisti e in gran parte animato da patrioti
che avevano già conosciuto le galere
austro-ungariche.
Luigi Frausin, comunista maggesano, puntò subito su don Marzari,
conoscendo le doti ed avendo apprezzato le sue posizioni espresse in
passato su “ Vita Nuova” e lo invitò
aderire al ricostituendo CLN e di assumerne la Presidenza. Cosa che
don Marzari fece imprimendo una
svolta in seno al CLN con un carattere maggiormente politico, volto al
tempo stesso anche al fattore militare. Frausin e Marzari convennero
che si doveva superare la fase attendista per dare vita ad un organismo
tanto politico che militare, in grado
di attrarre i giovani e di organizzarli.
In questo senso va riconosciuta la
convergenza di Marzari con gli azionisti di Ercole Miani, gli unici, oltre i
comunisti, in grado di avere una rete
cospirativa ed operativa efficiente.
I cattolici di don Marzari, ma soprattutto Ettore Stecchina e Marcello
Spaccini, in breve tempo si organizzarono sul piano operativo, stringendo stretti rapporti con i gruppi
militari passati in clandestinità.
Della militanza clandestina, don Marzari ha lasciato numerosi appunti in
forma di relazione di diario: egli poté
fare leva sull’Azione Cattolica e sulla
FUCI, ma anche sugli ambienti cattolici della operaia, con i quali intratteneva rapporti diretti con “le
conversazioni del giovedì”, presso la
sede A.C. , su temi di ordine sociale.
Don Marzari partecipa ai convegni di
Milano (luglio 1944) tra il CLN Alta
Italia, il CLN di Trieste e l’Osvobodilna fronta, per discutere delle sorti
DUE LUOGHI DI FONTI STORICHE - L’ARCHIVIO STORICO
DI BUSTO ARSIZIO E IL MUSEO DI ORNAVASSO
L’Archivio del Raggruppamento Divisione
Patrioti “Alfredo Di Dio” ha sede in Via
Espinasse, 18 a Busto Arsizio. Qui è stata
raccolta la memoria della Resistenza Cattolica nell’Alto Milanese che è diventata
meta di tanti studiosi che consultano (il
professor Giorgio Vecchio ha passato settimane a scartabellare documenti per la
realizzazione dei suoi libri) e spesse volte
- ci dicono - non citano la fonte. Qui abbiamo incontrato coloro che ogni giovedì
si ritrovano per continuare a “scrivere” le
memorie di un periodo che non è stato
ancora metabolizzato dalla storia, proprio
per le forti tensioni che l’avevano animato
nel periodo 1943-1945.
Fu nel 1990 che Albertino Marcora acconsentì di spostare l’archivio in suo possesso a Busto Arsizio affinché, insieme
al museo della Resistenza di Ornavasso,
potessero diventare i poli di riferimento
per lo studio di quello che fu il Raggruppamento Divisioni Patrioti “Alfredo Di
Dio” di cui “Albertino” fu il vicecomandante. Difatti, il museo di Ornavasso nacque su iniziativa dei partigiani locali (poi
donato al Comune) sorretta da alcuni autorevoli protagonisti della Resistenza,
allo scopo di lasciare una testimonianza
alla giovani generazioni di quella che fu
la Guerra di Liberazione. L’Archivio Storico di Busto Arsizio, diversamente dal
Museo partigiano di Ornavasso, che do-
cumenta la guerriglia delle brigate di
montagna fino ad arrivare all’autogoverno
(Repubblica dell’Ossola, settembre-ottobre 1944), raccoglie i documenti di quella
che fu l’attività partigiana in una città di
pianura che è stata il fulcro della guerra
di liberazione nell’Altomilanese e dove
una particolare attenzione è stata posta
nei confronti della fondamentale azione
dei sacerdoti.
INAUGURATA LA NUOVA SEDE
DELLE ASSOC. AVL DI ODERZO (TV)
Il giorno 19 giugno 2011 il Gruppo A.V.L.
– ASSOCIAZIONE VOLONTARI LIBERTA’
– DI Oderzo (TV) ha inaugurato la nuova
Sede con una cerimonia densa di significato. Il programma ha avuto inizio alle
ore 9,15 in Piazza Grande, alla presenza
di Autorità, Associazioni Combattentistiche e d’Arma con bandiere, labari e gagliardetti. Dopo la S.Messa celebrata nel
Duomo di Oderzo da Mons. Piersante Dametto ha avuto luogo l’inaugurazione
della Sede - in via Pragatta di Rustignè –
a cui sono seguiti i saluti del Responsabile di Zona, Carlo Boscariol, del Sindaco
di Oderzo, del Presidente Nazionale
F.I.V.L. Guido De Carli, ddel Presidente
Osoppo Friuli dott. Cesare Marzona e del
Presidente Provinciale di Treviso, Ing.
Clarimbado Tognana.
della Venezia Giulia, alla luce delle
pretese annessionistiche slovene e
per organizzare delle formazioni armate partigiane nei pressi dei maggiori centri urbani della regione. Con
Frausin concorda sull’opportunità di
rinviare a guerra finita la questione
del confine ma è un fermo difensore
del carattere italiano della Venezia
Giulia e si rende subito conto che
deve fare i conti con inconciliabili posizioni nazionaliste slovene.
Frausin cercò di istituire un comando regionale del Corpo Volontari
della Libertà: si recò a Milano con
l’ing. Ribi del CLN di Gorizia per perorare la causa presso Enrico Mattei
e Raffaele Cadorna, ma non ottenne
nulla a causa dell’ambiguo comportamento del PCI Alta Italia e dei deteriorati rapporti tra la resistenza
friulana e i partigiani sloveni.
Purtroppo l’arresto di Luigi Frausin
lasciò don Marzari più solo e soprattutto privo dell’alleanza con quei comunisti che non avevano poste le
pregiudiziali avanzate dagli sloveni.
L’8 FEBBRAIO 1945, don Marzari
viene arrestato dall’Ispettorato Speciale di P.S., organo repressivo della
polizia italiana al servizio dei nazisti.
Nelle stese ore furono arrestati altri
esponenti della Resistenza giuliana a
Trieste e Milano ed a Porzus si era
consumata la liquidazione del comando della Brigata “Osoppo” per
mano del GAP di Mario Toffanin.
(Giacca). Inquietante coincidenza che
decapiterà la Resistenza democratica
italiana ma non la farà cessare del
tutto.
Don Marzari fu torturato dal vicecommissario Gaetano Collotti e sottoposto a dure vessazioni ma non
parlò e fu rinchiuso nelle carceri del
Coroneo fino alla notte del 30 aprile
1945, quando con un colpo di mano
fu liberato alle ore 1,30 da Marcello
Spaccini e portato nella sede provvisoria del CLN di Trieste, dove il col.
Antonio Fonda Savio aveva nel frattempo preparato un piano insurrezionale, potendo contare su quei
giovani che don Marzari aveva avvicinato al patriottismo democratico. Da
qui egli ordinò l’insurrezione cittadina alle ore 5,20 in una situazione
di grave incertezza sul destino della
città rivendicata dall’Osvobodilna
fronta e le truppe anglo-americane ,
ancora lontane; don Marzari si assunse la lacerante e sofferta decisione
di
dare
il
segnale
dell’insurrezione che egli guidò quale
presidente del CLN di Trieste.
Dopo due giorni di combattimenti il
presidio tedesco si arrese, mentre in
città erano affluite le truppe jugoslave e neozelandesi.
Roberto Spazzali
UOMINI E DONNE della Resistenza
SANDRO PERTINI
Nel ricordo del presidente Napolitano
“Vorrei che il suo esempio desse
senso e dignità al nostro essere
italiani. Un simile impegno è mancato o è sempre rimasto molto al
di sotto del necessario!”
Pertini fu combattente instancabile ,
senza eguali per slancio, audacia, generosità, a cominciare dalla partecipazione – all’indomani dell’armistizio
dell’8 settembre – al disperato tentativo di resistere ai tedeschi nel cuore
di Roma, a Porta San Paolo, dopo che
il Re è fuggito a Pescare e la capitale
è stata militarmente abbandonata.
Pertini è lì, reduce da lunghi anni di
carcere, di confino e di esilio; è lì
anche da vecchio combattente, medaglia d’argento, della prima guerra
mondiale . Ne uscirà capo dell’organizzazione militare del Partito socialista per l’Italia centrale occupata.
Ma già il 15 ottobre viene arrestato ,
insieme con Giuseppe Saragat e altri
socialisti, invano interrogato per due
giorni e due notti in Questura, rinchiuso a Regina Coeli (inizialmente
nel braccio tedesco), fino a quando
tutto il gruppo dei sette socialisti
poté evaderne grazie a un piano ingegnoso che ebbe tra i suoi registri un
grande patriota, poi eminente giurista e uomo pubblico, Giuliano Vassalli.
Pertini riprese così il suo posto nella
lotta contro l’occupazione tedesca,
cui si dedicò, da Roma, in tutti i
primi mesi del ’44: il 3 aprile Vassalli
fu trascinato nella famigerata via
Tasso e sottoposto ad ogni violenza
dalle SS. Nel mese successivo si avviano colloqui al più alto livello in Vaticano con il comandante delle SS in
Italia per evitare la distruzione della
capitale (e da quei contatti scaturì
anche la Liberazione di Vassalli). Il
progetto dell’insurrezione a Roma
viene accantonato; Pertini sceglie allora, a metà maggio, di partire per Milano, perché “lassù – disse – c’era da
fare e da combattere”. E da Milano si
muoverà per portare il suo contributo
e il suo impulso in tutto il Nord.
A luglio è chiamato a Roma per consultazioni politiche: ma si ferma a Firenze
per
partecipare
all’insurrezione fino a liberare la
città dai tedeschi. Giunto a Roma,
freme per tornare al più presto a Milano: e per raggiungere quella meta
compie un viaggio quanto mai avventuroso, in aereo fino a Digione in
Francia e poi valicando con una guida
il Monte Bianco. Di lì a Cogne e a Torino, e finalmente a
Milano, in
tempo per contribuire a organizzare
e guidare la fase finale della guerra di
Liberazione.
E’ stato – dobbiamo dirlo – un onore
per l’Italia, un onore per la Repubblica, avere tra i suoi Presidenti Sandro Pertini.
L’omaggio che oggi gli rendo, anche
con forte sentimento personale per i
rapporto che ci fu tra noi, vorrei fosse
però incitamento ed auspicio per un
nuovo, deciso impegno istituzionale,
politico, culturale, educativo , diretto
a far conoscere e meditare vicende
collettive ed esempi personali che
danno senso e dignità al nostro essere italiani come eredi di ispirazioni
nobilissime, di insegnamenti altissimi, più forti delle meschinità e
delle degenerazioni da cui abbiamo
dovuto risollevarci. Un impegno siffatto è mancato o è sempre rimasto
molto al di sotto del necessario. Abbiamo esitato, esitiamo a presentare
in tutte le sue luci il patrimonio che
ci ha garantito un posto più che
degno nel mondo: esitiamo per eccessiva ritrosia, per timore, oltre ogni
limite, della retorica e dei miti, o per
sostanziale incomprensione del dovere di affermare, senza iattanza ma
senza autolesionismi, quel che di
meglio
abbiamo
storicamente
espresso e rappresentiamo .”
Giorgio Napolitano
Milano 25 aprile 2010
Teatro La Scala
EDGARDO SANTINI
Santini (secondo da destra) con
alcuni compagni della Divisione Acqui
L’8 SETTEMBRE 1943, quando Badoglio firmava la resa dell’Italia, mi trovavo nell’Isola Greca di Leucade (o
Santa Maura), quindi lontana da Cefalonia, presidiata dalla sfortunata
Divisione Acqui annientata poi dalla
Wehrmacht.
Sfuggito alla cattura approdai nella
Grecia continentale raggiungendo la
zona di Karpenision che già pullulava
di soldati sbandati. Dopo alcuni
giorni la situazione divenne insostenibile per mancanza di vitto, per la
malaria, l’assenza di medici e le ruberie praticate dai greci con minacce
di ogni genere.
Lo chiamavano Golia per la sua statura
MARIO MAURI: UN PERSONAGGIO!
Per 65 anni visse con una pallottola nel petto
anni 90
Sfuggito alla strage di Cefalonia, partigiano in Grecia
La Memoria per la nostra storia ed
il nostro futuro è nata affinchè chi
verrà dopo non abbia a commettere
gli stessi errori. Anche io, ormai
quasi novantenne, trasmetto una
mia Memoria ancora viva ed intensa
dei giovani anni dal febbraio 1942 al
dicembre 1944, in grigio verde, superstite della gloriosa Divisione
Acqui, poi partigiano nella Resistenza Greca Elas, ferito dalla Wehrmacht nel Canale di Corinto; era il
50° scontro, anche l’ultimo!
Edgardo Santini
soldato superstite della Divisione
Acqui
Nella foto il partigiano Bulov (nome di battaglia come partigiano, al centro in primo piano) riceve le congratulazioni da una delegazione di Ufficiali Alleati insieme con i suoi commilitoni schierati.
Decisi in breve di arruolarmi nella
Resistenza Greca in cui lottai fino al
dicembre 1944.
La 13° Divisione ha combattuto i nazisti in Epiro, Tessaglia, Pindo, Gravina e Corinto, spesso in montagna ,
a volte in pianura in condizioni sempre disagevoli ed ardue, applicando
anche la tattica del mordi e fuggi.
Ma non si combatteva solo il nemico,
perché in quelle condizioni soffrivamo la fame, il caldo, il freddo, le incurabili malattie, i pidocchi e
camminavamo con i piedi fasciati da
pelli di animali.
Alcuni partigiani morirono congelati,
dissanguati da sforzi sovraumani o
catturati e fucilati dai tedeschi.
L’unico rifugio era la montagna, con
i contadini che ci aiutavano nella Resistenza, ma non avevamo fiammiferi, orologi, scarpe, carta, grano e le
capanne erano costruite con bastoni,
fango, paglia, sterco e pietre; la nostra vita era diventata primordiale.
Ma i partigiani pur con tante privazioni fecero crollare ponti, macigni
bloccando ferrovie e stazioni radio,
rendendo quasi impossibile la permanenza dei tedeschi in Grecia spingendoli al rientro in Germania alla
fine del 1944.
All’appello mancarono migliaia di
partigiani giovani ed anziani.
Non essendo possibile oggi ricordare
le circostanze, i dettagli e le date
della mia partecipazione alla Resistenza Elas, schierata con la sinistra
con oltre 33.000 partigiani (Antardes), ritengo che in 14 mesi, in 50
scontri, la 13° Divisione Elefteria (Libertà) abbia coperto sempre a piedi
un percorso pari alla distanza tra la
Liguria e la Venezia Giulia.
Ciò premesso invito chiunque a
pormi alcune domande alle quali sarò
in grado certamente di rispondere
con sufficiente chiarezza.
Io ricordo tutti i miei amici partigiani
greci per il coraggio , il cameratismo,
l’amicizia e la stima verso la mia persona anche se inizialmente erano
stati miei nemici e nemici del mio
Paese. Il libro di Santini “Partigiani
in Grecia” è edito dal “Centro Studi
Riganelli” - Fabriano.
Per scampare al rastrellamento, si
“seppellì” nell’ossario di Bellasola di
Corniglio. Tre giorni e tre notti ci rimase, mentre i tedeschi setacciavano
Il Caio e tutti i monti attorno. La
guerra stava per costargli la vita
quasi alla fine: il 6 aprile del 1945,
nell’assalto alla sede della brigata
nera di Basilicanova una fucilata lo
centrò al petto. La ferita guarì, ma
Mario Mauri per 65 anni visse con
una pallottola conficcata vicino al
cuore. Di quella “medaglia di
piombo”, di profondità, lui si sarebbe
accorto con una radiografia solo una
dozzina d’anni dopo, quando sulla divisa da partigiano gli era stata già appuntata una medaglia vera, di
bronzo, al valor militare.
Superate certe prove, verrebbe quasi
da pensare che i conti con la morte
siano già stati saldati in vita. Così
non è, così non è stato nemmeno per
il comandante “Golia” scomparso a
88 anni .
Era segretario dell’Associazione Liberi Partigiani di Parma: di sentinella
sul fronte della memoria, Mauri ha
voluto mantenere fermo l’impegno
per la trasmissione alle nuove generazioni dei valori più autentici della
Resistenza, attraverso il suo impegno nell’Alpi . Diritto, a fronte alta , il
comandante partigiano ha affrontato
l’ultima prova come aveva affrontato
la vita. Era stato ribattezzato Golia
per la statura, ma per l’umanità e
l’animo gentile sarebbe stato più
consono un altro nome di battaglia.
Un uomo elegante, affabile, da sempre accompagnato da un pizzo stile
risorgimentale. Non passava inosservato, nonostante fosse portato al
basso profilo e non agli squilli di
tromba.
Un personaggio senza dubbio antiretorico, Mauri ha incarnato profondamente i valori più alti della
resistenza, in cui le profonde tradizioni di fede cristiana si conciliavano
con i principi più autentici del movimento azionista di Giustizia e Libertà. Originario della provincia di
Como, da bambino si era trasferito
con la famiglia a Traversatolo. Nel
1941 , la chiamata alle armi, l’addestramento da alpino sciatore alla
Scuola di Alpinismo di Cervinia. Poi
la partenza per i fronte con la Divi-
sione Julia: dalla quiete pura e ovattata dei nostri Quattromila all’inferno
della steppa. Da laggiù fu tra i pochi a
tornare. E qui tra i primi a imbracciare il fucile per la lotta di Resi-
gioso attacco alla Brigata nera di Basilicanova. Golia era in prima linea,
comandante del distaccamento Cavagli: il suo slancio quasi gli costò la
vita. Ma per quanto grave, la ferita
stenza, entrando nella IV Brigata
Giustizia e Libertà, che avrebbe preso
il nome di III Brigata Jiulia. Dapprima
dalle parti del Monte Penna, insieme
con altri combattenti di Traversatolo.
Poi in val d’Enza e in val Parma. Qui
lo sorprese il rastrellamento del 20
novembre del 1944, quando dovette
nascondersi nel cimitero. Tra i morti,
ferito dalle loro ossa, per restare tra i
vivi. La sua partecipazione alla lotta
armata, fu di grande valore e contraddistinta in particolare dal corag-
non gli impedì di trovarsi alla testa
del suo distaccamento in tempo utile
per l’attacco finale della Brigata nelle
radiose giornate della Liberazione di
Parma del 25-26 aprile 1945.
F i nita la guerra, il ritorno a Traversatolo. Nel 1960 il trasferimento in
città, nel quartiere Montanara. Una
vita tranquilla, ma senza oblio, di entusiasmo e freschezza, di Resistenza
che non s’arrende nemmeno allo
scorrere degli anni.
5
CRONACHE PARTIGIANE
UNA
SFIDA STORICO-MORALE
DAL FRIULI-UDINE
RITORNO A BOSCO ROMAGNO
E’ormai divenuta una tradizione
d’inizio estate il ritrovarsi di alcune
centinaia di persone nel Bosco Romagno per commemorare i giovani
partigiani dell’Osoppo che preferirono la morte, e una morte atroce, al
tradire i loro ideali dopo essere stati
trasportati qui dalle malghe di Porzus in balia delle famigerate formazioni gappiste nel febbraio del 1945.
Dinanzi al cippo che ricorda il massacro avvenuto in diverse località vicine anche quest’anno si sono
riuniti i fazzoletti verdi dell’Osoppo
assieme a tanti esponenti delle istituzioni ed alle rappresentanze delle
associazioni del Cividalese.
A portare il saluto dell’Amministrazione Comunale di Cividale, sostituendo il Sindaco impegnato per
Nel pomeriggio bandiere, discorsi e
una folla festosa
Lunedì 25 aprile : una bella giornata
per Voghera, la città nella quale una
Amministrazione comunale ha autorizzato la posa di una targa-ricordo
su un lato del castello visconteo con
i nomi di sei appartenenti alle brigate
nere e alla Sicherheits, lì fucilati il 13
maggio del 1945.
La posa di questa targa ha segnato
profondamente la sensibilità antifascista, repubblicana e costituzionale
della città; le forze partigiane e antifasciste hanno energicamente reagito
al clima di generale indifferenza opponendosi con vigore al tentativo di
rimozione e revisione sul fascismo;
un tentativo di omologazione per
porre sullo stesso piano i criminali e
i caduti per Libertà.
Il 25 Aprile appena trascorso è stato
un momento significativo per la mobilitazione delle coscienze antifasciste.
E’ stata una sfida difficile, affrontata
con qualche preoccupazione; si trattava del lunedì di Pasqua ed i rischi
erano previsti.
Ci sono stati due appuntamenti: uno
al mattino, unitamente alle Autorità
cittadine ed uno pomeridiano con
Festa in piazza.
Nell’appuntamento mattutino si è disgelata la pochezza della rappresentanza istituzionale: “In pochi al
corteo col sindaco” titolava il quotidiano locale; l’orazione ufficiale al Cinema Arlecchino, pur apprezzabile
nei contenuti, è stata ascoltata da
una platea quasi deserta.
Il pomeriggio è stato al contrario vivace e partecipato con una presenza
di quasi cinquecento persone. Significativa in termini numerici ma
anche di valore per la presenza dei
gonfaloni di diversi comuni e dell’Amministrazione provinciale. Così
come preziosa è stata la presenza
delle bandiere e labaro della FIVL e
ANPI. Bello e lungo corteo conclusivo e la proiezione del video “Arturo” sul partigiano Giacomo Bruni.
Importanti contributi dei presidenti
ANPI provinciali di Alessandria e Piacenza, Pasquale Cinefra e Mario Travedi, del presidente FIVL Guido De
Carli, della storica e collaboratrice
del museo di via Tasso Annamaria
Casavola, della Giovane ANPI Serena
Savini, di Antonio Sacchi (con il significativo saluto a tre giovani tunisini arrivati a Voghera e ospiti di Villa
Leardi) fino alle conclusioni di Carla
Nespolo, vice presidente nazionale
ANPI. Messaggi di adesione sono
stati inviati da Raffaele Morini, presidente APC e dal presidente nazionale
ANPI Carlo Smuraglia.
Durante l’iniziativa le musiche di Antonio Carta, il pane sfornato dalla
donne di Zavatarello per accompagnare i prodotti della zona.
Un pieno di sole e di speranza ha investito la festosa celebrazione pomeridiana.
Varlo Scotti FIVL – RAP Voghera
Antonio Corbelletti – ANPI Voghera
DA SENAGO
I PARTIGIANI
2011
OSOPPO
Fra l’altro lo studioso ha evidenziato:”Nel Friuli si consumò allora,
prima che altrove, l’esperienza di una
Resistenza che era allo stesso tempo
guerra di liberazione, guerra civile e
guerra di classe, come la storiografia
comunista ha dovuto ammettere, con
qualche mugugno da parte di molti,
dopo ben 45 anni. Questa triplice natura ebbe in particolare nel Friuli la
sua tragica manifestazione, che solo
pochi riuscirono a leggere –non
senza biasimo e accuse pesanticome rappresentazione di una resistenza per niente unitaria. Vicende
ancora non chiarite possono essere
lette come frutto di questa divisione
interna: storie tristi…consegnate alla
polvere, che occorre tirare fuori, conoscere, e apprendere come lezioni.”
29
italiano. Celebriamo Porzus e con
esso i martiri italiani, che come i loro
antenati del Risorgimento hanno
perso la vita per il loro paese. Che differenza passa fra i martiri di Belfiore
e i partigiani della Osoppo? Fra questi e le patriote ed i patrioti dell’Italia asservita allo straniero che hanno
combattuto e sono morti per la libertà e l’indipendenza dell’Italia?”.
L’intervento del prof. Neglie è stato
accolto con molti applausi dai presenti fra i quali il sen. Mario Toros, la
medaglia d’oro Paola Del Din, cinque
sindaci dei Comuni vicini, esponenti
della politica e delle Associazioni
combattentistiche e d’arma fra i quali
molti Alpini. Una corona è stata inviata anche dagli inglesi delle special
forces per interessamento della fami-
Laburi, Sindaci e reduci partigiani con centinaia di amici a Bosco Romagnano
sostenere la candidatura della città
ducale a patrimonio dell’umanità, è
stato l’assessore Flavio Pesante, che
ha messo in luce l’eroismo dei giovani caduti nel Bosco riprendendo in
particolare alcuni brani della lettera
di Ermes – Guido Pasolini al fratello.
Per la Provincia di Udine è quindi intervenuto l’assessore Daniele Macorig che con tono commosso ha
sottolineato l’importanza di questo
omaggio ai martiri dell’Osoppo. Il saluto della Regione e dei suoi vertici è
stato porto dal consigliere regionale
Paride Cargnelutti,che ha ricordato
come l’esempio di fedeltà agli ideali
dei fazzoletti verdi sia ancora valido.
Il Presidente dell’Associazione Partigiani Osoppo, Cesare Marzona, ha
rievocato i fatti con alcune considerazioni che ne evidenziano la gravità,ma allo stesso tempo danno alla
condotta dei giovani osovani il segno
di una testimonianza.
L’orazione ufficiale è stata tenuta dal
prof. Pietro Neglie docente all’Università di Trieste in storia contemporanea,studioso del periodo storico in
cui i fatti delle malghe di Porzus e del
Bosco Romagno si iscrivono.
Ed ha proseguito “Fra i partigiani comunisti ed i patrioti c’era una spaccatura profonda in termini di valori di
riferimento, una frattura che dava
origine a contrasti politici. Ma
quando il conflitto politico non si risolve in una cornice di valori condivisi, e fa emergere una radicale
differenza in ordine alla concezione
della vita e del mondo, la violenza interviene come elemento risolutore.
Perciò nessun rimorso, dopo Porzus
e Bosco Romagno, nessuno e questo
conferma quanto strumentale e priva
di fondamento fosse la tesi dell’incidente. I patrioti erano considerati nemici, traditori. Essi incarnavano
ideali allora fuori dagli orizzonti culturali e politici dei comunisti: l’unità
della Patria e la libertà dei cittadini.
La libertà di essere altro, di dissentire, non quella di essere d’accordo
con il potere vigente, com’era nell’Unione sovietica.
Essi erano patrioti nel senso più alto.
E uso tale termine con orgoglio e
convinzione, perché quest’anno la
celebrazione dell’anniversario cade
in un contesto particolare e felice: il
150° anniversario dello Stato unitario
glia del Maggiore Taylor. Don Gianni
Arduini ha tenuto un momento di
preghiera incentrato sulla tematica
della pace,mentre le note della Banda
di Orzano hanno reso più solenne la
cerimonia.
ASSOCIAZIONE PARTIGIANI OSOPPO FRIULI
LE “ FIAMME VERDI ” PREPARANO L’ INIZIA TIVA M EDAGLIA D’ ARGENTO!
Ci è pervenuto il programma delle cerimonie per la consegna delle medaglie d’argento della FIVL alle
partigiane ed ai partigiani che hanno
preso parte alle operazioni militari e
partigiane fra il 1943 ed il 1945.
Anche la nostra Associazione assieme alle consorelle del Triveneto
sta organizzando per le prossime settimane analoghe manifestazioni che
avranno luogo nelle nostre città.
E’ con gioia quindi che salutiamo i
gloriosi patrioti delle Fiamme Verdi,
che danno avvio a questa iniziativa
della FIVL per ricordare questa imponente ed importante STORIA DI LIBERTA’ che fu la storia delle
formazioni autonome.
Il Presidente Cesare Marzona
NELLE SCUOLE MEDIE
Come è ormai tradizione consolidata,
anche l’anno scolastico 2010-2011
ha vissuto gli incontri tra la 16^ Brigata del Popolo e le scuole medie di
Senago sul tema della Guerra di Liberazione 1943-’45. Ben quattro gli
appuntamenti, tra il 18 aprile e il 2
maggio, in calendario con le terze
medie delle scuole pubbliche “Giovanni XXIII” di Via Monza e S. Allende di Via Risorgimento.
In totale circa trecento studenti
hanno sentito parlare della Resistenza grazie ad un programma concordato tra il personale direttivo e
docente, che sentitamente ringraziamo, e i Partigiani e simpatizzanti
della FIVL di Senago.
Nella introduzione, in cui venivano
presentati i Partigiani De Ponti Aldo,
Frignati Pierino e Luigi Mantica, si è
parlato delle Brigate del Popolo, formazioni partigiane cattoliche operanti nel Milanese e in Brianza, senza
dimenticare le Brigate Garibaldi e le
altre formazioni della Val d’Ossola.
Detto chi erano i Partigiani e la loro
vita tormentata, perché ricercati e co-
6
GIUGNO
CON I “FAZZOLETTI VERDI” DELLA
stretti a vivere alla macchia, si è sottolineata l’importanza della Guerra di
Liberazione, una pagina gloriosa
della storia d’Italia, che ha segnato il
riscatto dalla dittatura fascista e la riconquista della libertà, della giustizia
e
della
democrazia.
Importantissimo quindi l’incontro
con i giovani, che devono conoscere i
fatti per poterli ricordare e a loro
volta tramandare alle generazioni che
verranno, perché un popolo che non
ha memoria del suo passato non può
avere un futuro.
E’ seguita poi una presentazione su
slides computerizzate che ha spaziato dagli anni della nascita del fascismo all’entrata in guerra di
Mussolini al fianco di Hitler, all’Armistizio dell’8 settembre ’43, all’avvento della Repubblica di Salo’, fino
alla nascita delle Formazioni Partigiane e alla Liberazione del 25 aprile
’45.
E qui i ragazzi hanno potuto sentire
dalla viva voce dei Partigiani presenti
il racconto delle loro esperienze,
delle loro paure e in qualche caso
delle loro tragedie, sempre
però sorretti dalla volontà di
contribuire alla rinascita
della Patria.
Quasi un paio d’ore ogni incontro, vissute ogni volta
con intensa partecipazione
da parte dei ragazzi che non
volevano congedarsi dai Partigiani, desiderosi di conoscere
sempre
maggiori
particolari sulle loro vicende
e anche domande come
“cosa voleva dire per voi libertà” presentate da chi nella
libertà è nato, ci vive come
ambiente naturale e non riesce ad immaginare una realtà
diversa.
Grazie Partigiani per tutto
quello che avete fatto e ancora fate:
non vi ringrazieremo mai abbastanza.
Lino Pogliani
Raggruppamento
Brigate del Popolo Senago
I ragazzi di Senago imparano la nostra Storia!
CRONACHE PARTIGIANE
31 MAGGIO RIUNITO A VOGHERA
IL CONSIGLIO FEDERALE STIMOLA
IL “PIANO GIOVANI”
IL
Lunedì 30 maggio 2011, alle ore 10.00,
presso la residenza Villa Leardi – loc.
Strada Retorbido, VOGHERA, si è riunito
il Consiglio Federale della FIVL, regolarmente convocato a termini di Statuto.
Il Presidente De Carli saluta i Presidenti
delle Associazioni federate e con particolare calore i giovani di delegazione. All’atto dell’appello, risultano presenti i
delegati seguenti: A.L.P.I. PARMA; A.L.P.I.
Reggio Emilia: A.P. “Ignazio Vian”
Cuneo;A.P.A. Val d’Aosta Chatillon; A.P.C.
PAVIA; A.V.L. Gorizia; A.V.L. Liguria;
A.V.L. PIEMONTE; A.V.L.. verona; A.V.L.
VICENZA; Ass. “Brigate Alfredo Di Dio”
Busto Arsizio; Ass. “Brigate del Popolo”
Senato; Ass. “Fiamme Verdi” Brescia;
Ass. “Garibaldini Indipendenti” Imperia;
Ass. Naz. “Divisione Acqui”; R.A.P. Voghera: A.VL. Trieste, per un totale di nr.
16 Associazioni federate su 27 e di una
presente per delega. Constatata la presenza del numero legale, si aprono i lavori del Consiglio Nazionale secondo
l’ordine del giorno.
Riguardo al primo punto dell’ O.d.G. , è
chiamato per acclamazione dei presenti a
presiedere la seduta il dott. Carlo Scotti
assistito dal verbalizzante Roberto Tagliani.
Riguardo al secondo punto dell’O.d.G. ,
don Aldo Benevelli ricorda gli amici ribelli caduti, in particolare Giulio Vescovi
recentemente scomparso; ne traccia un
profilo biografico e spirituale; per lui e
per tutti gli amici “andati avanti” viene
letta dal vicepresidente Speranza la Preghiera del ribelle di Teresio Olivelli.
Riguardo al quinto punto dell’O.d.G., il
Presidente completa l’illustrazione delle
attività della Federazione, soffermandosi
in particolare sull’attività dedicata al 150°
anniversario dell’Unità d’Italia, con la realizzazione delle medaglie ai partigiani vi-
l’arruolamento ideologico. Invitare i giovani al Consiglio Federale è il primo
passo: la FIVL deve sentire il bisogno di
ascoltare le testimonianze dei giovani impegnati nel mondo resistenziale gravitante in seno alla Federazione, e riflettere
sul loro ruolo nel futuro della FIVL e delle
associazioni federate.
Il neo-presidente provinciale dell’ALPI
Parma chiede quali siano le modalità concrete con cui operare l’inserimento dei
giovani qualora manchino, nei rispettivi
statuti e regolamenti, gli strumenti normativi:il Consiglio, richiamata la propria
deliberazione del 23 giugno 2010, che ha
sancito le linee di indirizzo di accoglienza in seno alla Federazione dei “non
partigiani combattenti”, ritiene che esse
possano essere adottate, come fonte di
modifica regolamentare, anche dalle Associazioni federate che lo desiderino; il
riferimento a queste linee guida si configura, ove necessario, come un aggiornamento de facto degli statuti associativi,
così come lo è stato per lo Statuto federale della FIVL , che permette a tutti gli
effetti l’inserimento dei giovani nella vita
della Federazione e delle sue aderenti,
ferma restando l’autonomia di ogni singola componente federata.
Scotti cede allora la parola ai giovani presenti, che portano la propria esperienza
di vita associativa;
dall’intervento di Pietro Ghetti (FF:VV:
Brescia) emerge che il compito dei giovani non è quello di sostituirsi ai Resistenti, ma di portare avanti i valori da
essi sostenuti e difesi nel 1943-45; non
solo con uno spirito di “reducismo” ma
tenendo vivo e vitale il messaggio rappresentato dai valori e dalla Costituzione.
Anche Claudia Bergia dell’Ass, Partigiana
“Ignazio Vian” di Cuneo porta la propria
esperienza di segretaria della sezione
RAGAZZI E NONNI SUI
venti e all’incontro recentemente tenuto
tra la Presidenza FIVL e le Associazioni
del Triveneto; richiama tutte le Associazioni federate a comunicare con tempestività il calendario delle manifestazioni
per la consegna delle medaglie. Tra i presenti, il delegato delle “Fiamme Verdi” di
Brescia presenta brevemente il programma per l’iniziativa di consegna, programmata per il 2 luglio; il delegato
dell’AVL Liguria segnala che l’iniziativa è
in avanzata fase di programmazione; il
delegato delle “Brigate del Popolo” di Senago comunica che terrà la manifestazione di consegna entro settembre 2011;
il delegato dell’Ass. Naz. “Divisione
Acqui” il 21 settembre, il delegato delle
“Brigate Alfredo Di Dio” il 12 ottobre p.v..
Tutti i presenti concordano con il Presidente De Carli che le manifestazioni, ove
possibile, siano programmate ad hoc e
non sfruttando manifestazioni già programmate. Il Consiglio tutto concorda
sulla necessità che tali manifestazioni
siano della maggior solennità possibile,
abbiano grande visibilità mediatica.
LA “CHIAMATA” DEI GIOVANI A REALE
PRESENZA DELLA FIVL
Riguardo al sesto punto dell’Od.G. , il
Presidente cede la parola a Tagliani, delegato dalla Giunta federale, insieme a Rossetti, a seguire l’argomento; egli presenta
le ragioni della “chiamata” dei giovani a
partecipare alla seduta del Consiglio, richiamando la volontà della FIVL di
“aprire ai giovani” in maniera seria e istituzionale , evitando la politicizzazione o
provinciale della Associazione federata ,
che a seguito di una variazione allo Statuto ha allargato ai “non resistenti” la
partecipazione: sottolinea il clima positivo e collaborativo con cui si trova a collaborare insieme ai partigiani, e sollecita
l’ingresso dei giovani nel mondo associativo resistenziale. Francesco Tessador
(AVL Vicenza) punta l’attenzione su tre
passaggi importanti in questa procedura
di “inserimento” dei giovani: 1) formazione storica precisa dei soggetti coinvolti;
2)
approfondimento
di
testimonianze concrete e scritte che segnalino la “chiave di volta” del mondo resistenziale, caratterizzata dalla “scelta”
di coscienza fatta dai partigiani, che fu
quella di stare “dalla parte giusta”, anche
senza avere un’adeguata preparazione filosofica o politica, nel 1943-45; 3) promozione della conoscenza e della difesa
della Costituzione, che è il luogo della declinazione e della traduzione concreta in
forma di “regola” civile dei principi e dei
valori della Resistenza. Scotti (RAF Voghera) ricorda l’esperienza fortemente
partecipata dai giovani vogheresi del comitato “Per dignità, non per odio”, nato
in opposizione alla targa di impronta neofascista affissa sulle mura del Castello Visconteo di Voghera con il tacito consenso
dell’amministrazione comunale di centrodestra; da quell’esperienza di partecipazione democratica i giovani hanno
riscoperto l’importanza di essere antifascisti per essere democratici.
PARTIGIANI”
Un eccezionale successo ha riscosso il programma 2011 “Il cammino sui sentieri della resistenza”.
L’associazione Ignazio Vian di Cuneo ha raccolto nuove adesioni, la fortuna di una giornata di sole e
un caloroso abbraccio fra i nonni partigiani e i giovani, nella camminata di Carnino del 25-26 giugno.
Nella meravigliosa foto dell’infaticabile organizzatore Germano “Arrampicarsi in Valle Pesio”.
DA OSIGLIA
E ALLA
Il dott Carlo Scotti con i membri della giunta apre e presiede i lavori
del Consiglio Federale
“SENTIERI
Domenica 12 giugno a Osiglia, in
Valle Bormida, per iniziativa della Federazione Italiana Volontari della Libertà-FIVL
e
d’intesa
con
l’Amministrazione comunale, è stata
apposta sulla facciata dell’edificio allora sede del Comune una lapide indicativa del luogo dove, nel
settembre 1944, venne avviata la costituzione della futura Divisione garibaldina
“Gin
Bevilacqua”
e
commemorativa del suo iniziatore
Eugenio Cagnasso, Bill, comandante
della V Brigata garibaldina “Baltera”,
che aveva appunto sede in quell’edificio. Accanto alla lapide ne figurano
altre tre, commemorative ciascuna
del sacrificio di cittadini di Osiglia rispettivamente nel corso del Risorgimento e nella prima e nella seconda
guerra mondiale. Alla cerimonia, preceduta dalla Santa Messa, officiata
dal parroco don Teresio Oliveri, che
ha poi benedetto la lapide, erano presenti il sindaco di Osiglia, Paola
Scarzella, con l’intera giunta, il sindaco di Millesimo, Mauro Righello, il
vice-Presidente nazionale della FIVL,
Lelio Speranza, il figlio di “Bill”,
Gianfranco Cagnasso, il presidente
dell’Istituto per la Storia della Resistenza e Contemporanea-ISREC, di
Savona, sen. Umberto Scardaoni, Arturo Actis, comandante partigiano
nel Canavese, deportato in Germania,
consigliere nazionale FIVL, folte rappresentanze dell’ANPI della Valbormida, della FIVL, della sezione di
Osiglia dell’Associazione Nazionale
Alpini, altri partigiani e loro familiari,
numerosi cittadini.
italiana. A Osiglia vi furono in quei
giorni espressioni d’una embrionale
amministrazione democratica. Poi,
anche a seguito della rappresaglia tedesca del 28 agosto (con l’incendio di
17 case - 8 nel territorio del Comune
di Osiglia e 9 in quello di Bormida l’uccisione di due contadini, la cattura di uomini come ostaggi, saccheggi di abitazioni) e dei pesanti
rastrellamenti dell’11 e 29 novembre
’44 e dell’incursione di forze armate
italo-tedesche avvenuta il 23 marzo
1945, Osiglia – ha ricordato Speranza
– divenne una delle città martiri della
Resistenza. In quelle prime esperienze di democrazia, libertà e giustizia, nei sacrifici dei partigiani e dei
valligiani e nei valori alla base della
loro lotta avrà le proprie radici, successivamente, la nostra Costituzione.
Ma vi sono, invece, talvolta, dei proponenti di disvalori. Speranza ha citato, a tale riguardo, la recente
proposta di legge alla Commissione
Difesa della Camera dei Deputati,
avente come primo firmatario Gregorio Fontana, del Pdl, volta ad ottenere
dallo Stato un riconoscimento delle
associazioni dei combattenti della
Repubblica di Salò pari a quello ottenuto dall’ANPI, dalla FIVL e dalle
altre associazioni di ex-combattenti
della Resistenza. “Pur nel rispetto
dei morti, non si può mettere sullo
stesso piano carnefici e vittime, combattenti morti per la libertà come il
comandante Bill ed i persecutori
delle popolazioni di questa valle.
SPERANZA SOTTOLINEA IL PROFONDO LEGAME
RESISTENZA E VALLIGIANI
Introducendo l’incontro, Lelio Speranza, comandante partigiano degli
“Autonomi”, presidente della FIVL ligure, cittadino onorario di Osiglia,
dopo aver ringraziato le autorità e gli
intervenuti, ha ricordato le ragioni
dell’iniziativa, testimonianza anche
del profondo legame tra la Resistenza
e la gente della Valle, della quale, in
particolare, erano nativi oltre il 20%
degli appartenenti alla “Gin Bevilacqua”. Dal luglio al novembre del ’44,
quando vi furono presenti, rispettivamente, il comando della XX Brigata
Garibaldi e poi la V Brigata garibaldina “Baltera”, Osiglia ed il suo territorio furono sede d’una delle
“Repubbliche partigiane” che caratterizzarono quell’anno la Resistenza
GLI ERRORI DEL PASSATO
MONITO A
TRA
-
VALLE BORMIDA
UNA LAPIDE AL COMANDANTE “BILL”
DIVISIONE GARIBALDINA BEVILACQUA
NON RIPETERE
L’intento di onorare, ricordando il comandante Bill, anche i cittadini di
Osiglia caduti in tutte le guerre, citati
nelle lapidi apposte sulla facciata del
vecchio Comune, e con loro tutti gli
altri morti in battaglia e le popolazioni vittime della guerra, è stato ricordato dal sindaco Paola Scarzella.
Il loro sacrificio vale, oggi come ieri,
pure come monito a non ripetere gli
errori del passato e come invito “a ritrovare il rispetto per il prossimo e la
tolleranza per il diverso. A questi
padri di famiglia che non hanno visto
crescere i loro figli e che sono morti
con il sogno di tornare in pace alle
proprie case e di dare ai propri cari
un domani migliore vada la nostra
preghiera e la nostra eterna riconoscenza.
L’attenzione e la considerazione per
la Resistenza, per i suoi valori e protagonisti da parte della gente della
Valle sono stati richiamati nel suo intervento dal sindaco di Millesimo e
consigliere provinciale Mauro Righello. In particolare, egli ha ricordato il riconoscimento dato l’11
giugno a 73 partigiani, da parte dell’ANPI Valbormida, con una cerimonia a Cairo Montenotte.
Rivolto poi a Gian Franco Cagnasso
ha reso omaggio alla memoria di suo
padre Bill “grande comandante e
grande uomo per la sua scelta d’una
Italia libera e unita”.
Alfio Minetti, riprendendo innanzitutto l’invito al rispetto ed alla tolleranza, espresso durante la Messa da
don Oliveri e echeggiato pure in altri
interventi della mattinata, ha, a sua
volta, portato il saluto della sezione
ANPI “Florindo Mario Ferraro”, di
Carcare, e dell’ANPI Valbormida, presente alla cerimonia con la sua coordinatrice Irma De Mattei.
“L’ANPI, come la FIVL, difende due
valori: la memoria e la Costituzione
ed invita oggi tutti gli amministratori
pubblici a condividere un simile impegno”.
“Ad Osiglia va reso, innanzitutto,
onore per la sua importanza nella Resistenza quale una delle sue “libere
repubbliche”.
Nell’intervento conclusivo della cerimonia il figlio del comandante “Bill”
Gianfranco Cagnasso, rappresentante dell’Associazione delle famiglie
dei Caduti, vice presidente dell’ISREC di Savona, dopo aver ringraziato quanti, in varia maniera, hanno
reso omaggio nell’incontro alla memoria di suo padre, ha sottolineato i
positivi effetti della Resistenza sul
successivo assetto politico e territoriale del nostro Paese. “Grazie alla
Resistenza abbiamo avuto 60 anni di
pace”. Osiglia, per alcuni mesi “libera
repubblica”, e la sua gente ebbero un
ruolo in questa vicenda. “ ha concluso Cagnasso “la popolazione, accanto a Bill ed ai suoi uomini, si
impegnò attivamente sia con la propria “Squadra di villaggio” che nelle
strutture locali in quel primo embrione di partecipazione del popolo
alla creazione e gestione d’una
prima, propria espressione della democrazia in questa valle”.
Federico Marzinot
7
DOCU M ENTAZIONE N1
SULLA BARBARIE SISTEMATICA, QUOTIDIANA NAZIFASCISTA
DOVEROSA PREMESSA
I° CAPITOLO: LA TORTURA
VERONA
ROMA
COLONN. ALPINI GIOVANNI FINCATO
MUORE SOTTO LE SEVIZIE
UNA PAGINA DI VIA
TASSO, LE PIÙ
INAUDITE TORTURE
Mutilato di guerra e medaglia
d’oro, il col. Fincato fu seviziato
fino all’agonia.
Il colonnello Giovanni Fincato era assegnato al 167° Reggimento Alpini, in Provenza (Francia), ove lo trovò l’8 settembre
1943. Qui evitò la capitolazione di fronte
alle pesanti intimidazioni tedesche, riportando la sua Unità, in completo assetto di guerra in Italia, ove si trovò privo
di direttive e di ordini da parte dei superiori Comandi. Decise allora lo scioglimento dei suoi reparti, dando ai suoi
Alpini Libertà di iniziativa.
Lui stesso tornò a Verona.
Respinse i pressanti inviti, anche personali, ad aderire alla RSI, non sottomettendosi ai vari bandi di richiamo in
servizio.
Aderì alla Resistenza “dando inizio ad un
accurato e silenzioso lavoro volto ad organizzare le prime cellule clandestine del
Veronese”.
E’ da ricordare che, in quel periodo, Verona era sede di vari Ministeri, di Comandi repubblichini e germanici, ivi
compreso quello della Gestapo per tutta
l’Italia. E proprio a Verona si svolsero il
famoso processo a Ciano ed agli altri
membri del Gran Consiglio che votarono
a favore dell’O.d.G. Grandi e il primo congresso del neonato Partito Fascista Repubblicano.
Era quindi una città assolutamente
chiusa, in stato d’assedio, nella quale gli
arresti e le deportazioni erano costanti
fisse che limitavano fortemente le possibilità organizzative della resistenza.
Giovanni Fincato continuò la sua opera
organizzativa, collaborò anche alla Missione militare Rye e – come documenta
la motivazione della sua Medaglia d’Oro –
fu “il comandante clandestino della
Piazza di Verona”.
Il 30 settembre 1944 Giovanni Fincato
venne arrestato da alcune guardie dell’U.P.I (Ufficio politico Investigativo, una
specie di Gestapo repubblichina) . Imprigionato nelle tristemente famose celle
della ex stazione Carabinieri al teatro Romano, fu interrogato e sottoposto alle
più atroci torture, ma nessuna parola,
nessun nome uscì dalle sue labbra.
Morì – sotto tortura – la sera del 6 ottobre
1944.
I suoi aguzzini non vollero nemmeno rischiare che il suo corpo venisse ritrovato. Lo avvolsero in un telo e lo
gettarono nell’Adige, dal ponte di Pescantina. Esso non venne mai ritrovato, il
fiume divenne – e rimase – la sua tomba.
Il 25 aprile 1951, nel corso di una solenne cerimonia svoltasi in Verona,
nell’Arena, il Presidente del Consiglio, on
Alcide De Gasperi, consegnò ai famigliari
del col. Giovanni Fincato la Medaglia
d’Oro al Valor Militare “ alla memoria”,
con le seguente motivazione:
“prode ufficiale già tre volte decorato
della Medaglia d’Argento al Valor Militare,
durante l’occupazione tedesca organizzò
tra i primi la Resistenza armata nella
zona di Verona. Affrontando per sé e per
i famigliari gravi privazioni e seri pericoli
animò la lotta con la fede e con l’esempio. Comandante clandestino della Piazza
di Verona, dopo un anno di indefessa e
coraggiosa attività, cadde nelle mani del
nemico nelle vicinanze di Verona. Ripetutamente interrogato e barbaramente seviziato mantenne contegno fiero ed
esemplare , nulla rivelando sino a che il 6
ottobre 1944, dopo sedici ore di torture
stoicamente affrontate, il suo cuore
cessò di battere. Il suo corpo gettato nell’Adige non venne più ritrovato ma il suo
spirito continuò a levarsi, animatore
della lotta per la Patria e la Libertà.
Zona di Verona, Settembre 1943 – Ottobre 1944”.
NUOVA OFFESA FASCISTA AL PAESE
Soldi ai Repubblichini di Salò
Indegna proposta presentata da un deputato berlusconiano. Documento sul
Disegno di Legge Fontana sul finanziamento statale ai reduci della Repubblica
Sociale Italiana.
La proposta di legge avente per titolo Disposizioni concernenti le associazioni di
interesse delle Forze armate , presentata
dal deputato Gregorio Fontana (PDL),
concernente i riconoscimento e d i finanziamento delle associazioni ex combattentistiche, che – se approvata nel testo
presentato in commissione – permetterebbe anche ai reduci ed ai nostalgici
della Repubblica di Salò di ricevere contributi statali, dando loro un riconoscimento di legittimità, offende e indigna il
mondo partigiano, e con esso l’Italia intera. Essa colpisce prima di tutto la memoria di quelle donne e di quegli uomini
che morirono per liberare l’Italia non soltanto dalla dittatura fascista, ma anche
dal patto scellerato che Mussolini ed i
suoi sodali sottoscrissero dopo l’8 settembre 1943, giurando fedeltà a Hitler,
alla Germania nazista ed al suo disegno
razzista, violento, oppressivo e antidemocratico. Un patto che portò i nazifascismi a torturare, seviziare, assassinare,
compiere stragi e rappresaglie contro gli
italiani, colpevoli soltanto di voler recuperare dignità e libertà, a lungo oppresse
dal ventennale regime mussoliniano e
dalla disastrosa tragedia della guerra fascista. Di fronte a tutto questo, noi diciamo “basta”. Basta con i tentativi di
manipolare il passato, basta con i maldestri giochetti per riaffermare un’inesistente dignità del fascismo. Basta con i
revisionismi di comodo. Tutto questo insulta i Caduti per la Libertà, offende i partigiani e le associazioni che li
rappresentano, ma soprattutto umilia le
istituzioni democratiche, create e regolate dalla Costituzione nata dalla Resistenza.
Per questo la Federazione Italiana Volontari della Libertà si batterà con ogni
mezzo, dentro e fuori le istituzioni, per
impedire che questo ennesimo attentato
alla Storia ed alla Verità possa trovare sostenitori dentro il Parlamento, istituito
come organismo democratico e antifascista dalla Costituzione, e annuncia ogni
iniziativa utile di protesta contro ogni disegno che metta in discussione le ragioni
più intime e più vere del nostro impianto
attuale democratico e antifascista.
ALLE ASSOCIAZIONI DEI MILITARI DEL FASCISMO.
Brigate nere, Littorio dell’ U.P.I. (Ufficio Politico Investigativo) di Pavolini,
Battaglioni S. Marco del Principe Borghese, Reparti Monterosa, Bersaglieri, ecc. del Maresc. Graziani.
Lo Stato (cioè noi cittadini) dovrebbe dare contributi di Legge!!! Perdonare è giusto ma fare una legge per finanziare i boia e i carnefici con i
quattrini sarebbe VER-GO-GNA NAZIONALE!
PER I CONTRIBUTI AL GIORNALE SUGGERIAMO L’USO DEL
C.C.P. N° 12220273
VI RINGRAZIAMO PER LA VITA ED IL SUCCESSO DI
“LIBERTÀ DAL POPOLO!”
8
Uno dei luoghi più tragici della Resistenza romana è stato
Forte Bravetta. Qui, nei mesi dell’occupazione nazista,
sono stati fucilati 77 combattenti per la Libertà, di ogni
estrazione sociale , di diverse ideologie, dopo processi
più o meno sommari, al di fuori di ogni parvenza di legalità. Vengono ricordati in questa cella, dove alcuni di loro
sono stati rinchiusi e hanno sofferto le più inumane torture. Il segno di questo calvario è sintetizzato nella gigantografia che rappresenta il luogo preciso dove
avvenivano le esecuzioni e che copre quasi tutta la finestra murata dalle SS.
Poiché la mediatica nazionale e
periferica sovente ospita le notizie
di “nuovi arrivi” di neo-fascismo o,
peggio, di menzogna storica e rivendicazioni scandalose a favore
delle bande “repubblichine”, ripresentiamo ai nostri lettori un campionario di documentazioni sui
metodi sistematici che gli sciagurati governi e forze armate dell’ideologia
nazifascista
utilizzavano ogni giorno nei confronti dei partigiani catturati, dei
feriti, dei sottoposti ad interrogatori, dei condannati a morte… E’
noto che tali barbari ed inumani
metodi erano frutto di una diabolica scuola educativa creata da Hi-
tler e da Heinrich Himmler che
cambiava giovani o uomini comuni in carnefici e belve.Vedi il documentato e approfondito studio
del Prof. Christopher R. Browning
redatto dopo lunga e paziente ricerca storico-scientifica sulle deposizioni di 210 uomini (su 500)
appartenenti a reparti dei massacri. La pagina raccoglie testimonianze su fatti e persone dove i
violatori dei trattati internazionali
sono militari italiani formati un
po’ più rapidamente dai nazisti all’uso quotidiano sistematico di
violenza, tortura psichica e fisica,
crudeltà raffinate su uomini e
donne delle Resistenza italiana.
VICENZA
VILMA MARCHI (NADIA)
IL MIO DIARIO DELL’ORRORE
Cella di segregazione del terzo
piano del carcere di via Tasso.
Graffito del Gen. Simone Simoni;
subì per 63 giorni selvagge percosse ed efferate torture.
Sul muro, protetta da una lastra di cristallo, la firma del
partigiano comunista Pietro Benedetti, commissario della
I zona politica di Roma, arrestato per detenzione di armi
e fucilato il 29 aprile 1944 da un plotone della P.A.I. .
Aveva scritto ai figli pochi giorni prima: “Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il Mondo e, ovunque vi sono
vostri simili, quelli sono i vostri fratelli”.
Vicino a questa firma le fotografie e le motivazioni delle
medaglie d’oro al valore di cui furono insigniti il sergente
Ettore Arena e lo studente Giorgio Labò.
Il primo fu fucilato il 2 febbraio 1944 e non volle essere
bendato, mantenendo una eccezionale serenità e il secondo, artificiere dei G.A.P. , il 7 marzo , dopo essere
stato orribilmente torturato in questo carcere, dove fu
rinchiuso nella cella nr. 31 al V Piano .
Accanto alla fotografia di Giorgio Labò quella del ventisettenne prof. Gianfranco Mattei, docente di chimica analitica qualitativa al Politecnico di Milano , appartenente
anche lui ai G.A.P. e suo stretto collaboratore nella costruzione di ordigni esplosivi. Arrestato e sottoposto a
drammatiche torture, ebbe la forza, dopo due giorni di detenzione , di uccidersi impiccandosi nella sua cella, in
questo stesso carcere.
Sulla parte opposta all’ingresso le fotografie delle medaglie d’oro prof.Mariano Buratti, Ezio Malatesta, don Giuseppe Morosini, carabiniere Fortunato Cacciamo e
capitano d’artiglieria Fabrizio Vassalli.
Mariano Buratti di formazione liberale allievo di Guido De
Ruggiero, docente di filosofia e storia nel liceo di Viterbo,
organizzò la prima banda armata sui monti Cimini. Catturato il 12 dicembre dalle SS. E portato nel carcere di
Via Tasso, fu torturato e si addossò tutte le responsabilità
degli atti di guerra compiuti dalla sua banda. Fu fucilato
il 31 gennaio 1944 insieme ad altri 9 patrioti. Il cappellano don Antonio Surano, che lo assistette negli ultimi
istanti, racconta che animò con parole e con l’esempio i
compagni di sventura e che fu il primo dei condannati a
lanciare il grido di “viva l’Italia” che poi fu ripetuto da
tutti. Don Giuseppe Morosini, meravigliosa figura di sacerdote e di patriota, fu fucilato il 3 aprile 1944.
In una vetrina sono conservate le parole e la musica di
una Ninna-Nanna da Lui composta quando si trovava nel
braccio tedesco di Regina Coeli, per il suo giovane compagno di prigionia Epimenio Liberi, che attendeva con
ansia la nascita di un figlio.
Su di uno di questi fogli questo martire scrisse, prima di
essere ucciso alle Fosse Ardeatine, una lettera alla moglie, da cui traspare tutta la grande serenità dal suo
animo e la profonda riconoscenza per l’aiuto spirituale
che gli aveva saputo infondere durante la reclusione don
Morosini. Il carabiniere Fortunato Cacciamo, della banda
del generale Filippo Caruso, fu arrestato a Roma in piazza
Bologna il 7 aprile 1944. Dopo essere stato 37 giorni nel
carcere di Via Tasso e dopo le più inaudite torture, fu trasferito a Regina Coeli e di qui portato il l3 giugno, quando
già i tedeschi erano in fuga e la V Armata alleata in vista
di Roma, a Forte Bravetta dove fu fucilato con altri 5 martiri.
IL GUERRIERO GIUSTO E L’ANIMA BELLA
L’identità femminile nella Resistenza Vicentina (1943 – ‘ 45)
Sonia Residori
Diario partigiano di Wilma Marchi (Nadia)
arrestata 29.12.1944
5 gennaio 1945.
Questa mattina tre repubblichini ci vengono a prendere per accompagnarci alla
Br. Nera ad un nuovo interrogatorio. Partiamo tra i militari armati e siamo condotte
nello stesso stanzone ove abbiamo atteso
la sera del 30 dicembre. Nel pomeriggio arrivano Tommasi e Cavilla. La prima che
fanno chiamare naturalmente sono io.
Entro nell’ufficio o meglio nella stanza di
tortura e Cavilla mi fa sedere davanti al suo
tavolo e incomincia :”Nadia sei decisa a
parlare o vuoi provare questo?”. “Volete
proprio che inventi delle storie? Vi ho già
detto che ribelli non ne conosco. Quante
volte ve lo dovrò ripetere?”. Un tenente
della G.N.R. presente all’interrogatorio mi
prende per il collo e mi stringe fino a togliermi il respiro. Cavilla con un sorriso
ironico dice “ Non così, le si danno dove si
vedono, sembra sempre ne abbia prese
poche con il metodo che adopero
io!”.Entra il brigatista Novella che fatta una
sfuriata si rivolge al Cavilla dicendo: “Vedrai che non riuscirai a farla parlare questa; si comporta come sì é comportata la
prima volta a Vicenza; ha sempre negato
e negherà ancora.” Cavilla ordina: “prendetela in due, portatela in cella, questo è il
bastone, andate a cercarne un altro e dategliene fino a che sarete stanchi. Mi prendono così i due peggiori aguzzini: Loro
Severio e Visonà Giovanni che mi conducono in una stanzetta in soffitta. Fattami
entrare chiudono internamente la porta a
chiave. Lora dice: “Parli o ti uccidiamo a
bastonate” . “Fate come credete, di tutto
ciò che volete sapere non ne so niente!”. A
questa risposta i due carnefici incominciarono a bastonare. Io per difendermi
corro da una parte all’altra dello stambugio, perciò i due sgherri vedono alcuna
delle loro bastonate andare a vuoto, mi afferrano., il Lora la mano destra, il Visonà la
sinistra; mi gettano a terra mi legano le
mani sopra la test, con un vecchio straccio trovato lì nella cella mi tappano la
bocca. Non ancora contenti dopo avermi
immobilizzata in questo modo mi tirano le
sottane sopra la testa; finito questo lavoro
si mettono uno a destra e l’altro a sinistra
in modo da dare le bastonate ben forti
senza pericolo d’intrecciare i bastoni. Il
dolore ed il terrore si sono impadroniti di
me; incomincio a non capire più niente,
non so nemmeno dire. “Uccidetemi ma
non in questo modo” perché dalla bocca
non può uscire che un mugolio. I carnefici
non si spaventano però e continuano la
loro opera come se stessero battendo un
materasso. Ormai sono indurita dal freddo
e dalle bastonate, quelle che continuano a
darmi non le sento più. Il dolore è giunto al
massimo, le ultime parole che sento sono:
“Dai che finge!”, accompagnate da potenti
schiaffi sul viso. Poi più niente. Quando riprendo i sensi m’accorgo di avere un’ausiliaria vicino. M’accorgo pure della
posizione in cui mi trovo: con il corpo
messo ad arco, la testa tocca terra da una
parte ed i piedi dall’altra, sotto la schiena
un grosso rotolo che mi tiene sollevata.
SIAMO ANCORA COSTRETTI A RINVIARE ARTICOLI E
COLLABORAZIONI DI EX PARTIGIANI E DI AMICI,
A CAUSA DELLO SPAZIO LIMITATO. CI SCUSIAMO,
VI OSPITEREMO NEL PROSSIMO NUMERO.
Questa sarebbe stata forse l’ultima opera
buona che hanno fatto quegli assassini
prima di andarsene. Ora sento acutissimi
dolori in tutte le parti del corpo, incomincio a tremare dal freddo da un grosso foro
nel muro vedo la pioggia che cade. “Che
cosa mi hanno fatto?” chiedo all’ausiliaria.
L’ausiliaria mi prende per le braccia e mi fa
così sedere sopra il grosso rotolo avvolto
dal sacco.
Passandomi una mano sul viso m’accorgo
d’essere bagnata. “Ora che hai ripreso i
sensi, fai la brava e racconta tutto a me”
dice l’ausiliaria “M’hanno fatto tanto male,
perché non mi uccidono invece di farmi
tanto soffrire?” . “Su…!Perché vuoi morire? Sei così giovane! Dimmi piuttosto.
Dimmi tutto, non sai che io sono la sorella
di Armando?”. “Non conosco nessun Armando”. “Ma si lo conosci! E’ staffetta del
comando dei partigiani!”. “Non chiedetemi
più niente signorina, non riuscirei a rispondere alle vostre domande. Ho troppo
male!”. Così l’ingannatrice che aveva approfittato di questi momenti in cui ho ripreso i sensi per indurmi a parlare mi
sostiene e mi aiuta a scendere le scale assicurandomi che il giorno seguente sarebbe venuta in cella lei stessa per
medicare le mie ferite; mi esorta nel contempo a pensare per poi riferire a lei ogni
particolare a mia conoscenza assicurandomi che qualora io avessi parlato indosserei la sua stessa divisa e andrei con lei
al Quartiere Generale ove potrei avere tutta
la protezione possibile oltre ad un ottimo
stipendio. La Cavion Teresa però prima di
accompagnarmi dalle mie compagne mi fa
entrare nell’ufficio di Tommasi ove sono
nuovamente minacciata ed insultata, poi
mi accompagna dalle mie compagne. Appena queste mi vedono arrivare mi coprono
di premure e si mettono a piangere nel vedere in quali condizioni sono ridotta.
“Quante te ne hanno fatte quei delinquenti?” . Ora le lacrime mi scendono
lungo le gote, non son più capace di parlare, ho appena la forza di dire: “Ricordatevi: Morire ma non tradire!”. Quanto i
brigatisti vengono a prenderci per portarci
in cella le compagne mi sostengono durante il tragitto.
IL TUO GIORNALE
LIBERTÀ DAL POPOLO
VUOLE CRESCERE NELLA SUA IMMAGINE E NELLE
PAGINE. SERVITI DEL BOLLETTINO POSTALE ALLEGATO.
MANDA IL TUO CONTRIBUTO! GRAZIE!
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