A cura del
Dirigente scolastico
Dott.ssa Angela Maria Colella
Anno scolastico 2010-2011
In ricordo di quanti vissero in quel periodo
e per chi non c’era ancora …
PREMESSA
In
occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la scuola
Primaria e la Scuola dell’Infanzia Sant’Antonio della Direzione Didattica
“Diomede Marvasi” hanno voluto festeggiare organizzando numerose iniziative
didattiche, con l’obiettivo di raccontare e condividere il meglio delle esperienze
educative e formative della storia italiana. L’iniziativa nasce dal convincimento
che solo la formazione dei ragazzi, cittadini di domani, potrà creare i presupposti
per rinsaldare la democrazia e l’unità nel nostro Paese perché la scuola rappresenta l’elemento fondamentale per la costruzione dell’identità nazionale.
Tali attività sono frutto di dedizione, entusiasmo, amicizia e spirito di collaborazione, tutte doti che contraddistinguono quanti hanno contribuito alla realizzazione di questa manifestazione.
Tra le iniziative, l’elaborazione di quest’opuscolo si prefigge di ripercorrere
sequenzialmente gli eventi storici più indicativi che hanno condotto l'Italia a essere una nazione unita, per lingua, tradizioni, usi e costumi con la consapevolezza
che, per prepararsi al futuro, è necessario, rileggere con attenzione e senza infingimenti quanto gli italiani sono riusciti a realizzare nel passato e ricordare quei
calabresi che, per il contributo di fede, di sangue, di sacrifici e di operosità che
hanno offerto alla causa santa di redenzione nazionale, non meritano di restare
nell’ombra ingrata della dimenticanza.
L’invito dunque è quello di partecipare, condividere, scoprire un’esperienza
di cui i ragazzi e le scuole d’Italia saranno i veri protagonisti.
Ins. Arianna Messineo
N
el documento della legge
n. 4671 del Regno di Sardegna che fa
seguito alla seduta del 14 marzo 1861
del parlamento, nella quale è stato votato il relativo disegno di legge che successivamente in data 21 aprile 1861
diventa legge n. 1 del Regno d'Italia si
possono leggere le seguenti parole che
valgono come proclamazione ufficiale
del Regno d'Italia ….
“Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:
Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele
II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia. Ordiniamo che la
presente, munita del Sigillo dello Stato,
sia inserita nella raccolta degli atti del
Governo, mandando a chiunque spetti
di osservarla e di farla osservare come
legge dello Stato. Da Torino addì 17
marzo 1861"
Da un'Italia divisa in sette Stati, in
circa due anni, dalla primavera del 1859
alla primavera del 1861, nacque il nuovo regno: un percorso che parte dalla
vittoria militare degli eserciti francopiemontesi nel 1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei vari Stati
italiani che avevano legato la loro sorte
alla presenza dell'Austria nella penisola
e si conclude con la proclamazione di
Vittorio Emanuele II re d'Italia.
La speranza di una patria unita cominciò a formarsi nella coscienza degli
italiani sul finire del XVIII secolo non
più solo secolare sogno di poeti e artisti.
Le idee, sorte dalla rivoluzione francese,
furono motore per i circoli di “novatori
“e rivoluzionari italiani di fine 700.
L’ideologia repubblicana sarebbe potuta
servire ad abbattere ducati e monarchie
per creare l’Italia: “una, libera e retta da
un giusto governo democratico” (il monitore bolognese 11 ottobre 1996)
1796: vengono proclamate le repubbliche transpadana e cispadana, sotto la protezione napoleonica, comprendenti i territori lombardi, emiliani e romagnoli, parte della Toscana e del
Veneto; esse
confluiranno
nella Repubblica Cisalpina nell’estate
del 1797. Alla Repubblica
Cispadana si
deve il primo tricolore italiano della storia approvato a Reggio Emilia nello
stesso anno.
Le rivolte popolari scoppiate nei
propri territori dovute alle promesse disattese da parte francese e le sconfitte
subite dai napoleonici contro la coalizione
austrorussa nel biennio 97-99 sancirono la fine della repubblica.
Ricostituita nel
1801
c o me
“Repubblica Italiana” durerà
fino al 1805 anno in cui Napoleone
creerà il Regno Italico tradendo definitivamente le speranze repubblicane e
indipendentiste dei primi patrioti italiani.
1815: il congresso di Vienna restaura l’ancienne regime in tutta
l’Europa centrale segnando la fine
dell’era napoleonica. Tuttavia, la spinta
patriottica e rivoluzionaria negli italiani
era ormai nata. Negli stessi anni uomini
d’azione d’ogni ceto e classe sociale avviano, in ogni regione d’Italia, operazioni di stampo patriottico: nascono le società segrete (I cavalieri della libertà
piemontesi,I carbonari napoletani, la
giovane Italia mazziniana ed altre ancora).
Ad esse si contrapponevano nella
penisola altre società segrete di stampo
restauratore ed antiunitario. I primi moti
carbonari si ebbero negli anni
1813/1814 in Abruzzo e Calabria ma il
culmine fu la presa di Napoli del 20.
Francesco I di Borbone, messo alle
strette si vide costretto a concedere la
costituzione, la rivolta venne stroncata
con la forza pochi mesi dopo dalle milizie armate austriache della Santa Alleanza.
Ancora nel 1820-21 i patrioti piemontesi dopo aver cercato di sostenere militarmente gli omologhi meridionali animarono proteste anti-austriache. I fer-
menti patriottici sfociarono
nell’insurrezione del marzo 1821 con
cui si proclamò la Costituzione. Anche
questa rivolta venne soffocata nel sangue poche settimane dopo dalle milizie
regie appoggiate da quelle austriache
che sconfissero i patrioti costituzionalisti a Torino.
1828: ritiratisi nel 1826 gli austriaci, il Cilento carbonaro esplose in rivolte anti borboniche chiedendo la Costituzione. La sommossa venne repressa con
stragi, persecuzioni e la distruzioni di
bosco di S. Giovanni a Piro (SA).
Non ancora arresisi, i carbonari risollevarono le masse nel biennio
1830/31, questa volta al centro nord.
I territori dell’Emilia Romagna
delle Marche e dell’Umbria si riunirono
sotto il tricolore nello stato delle
“provincie unite italiane”.
Ancora
una volta gli
eserciti restauratori repressero nel sangue
le ribellioni dichiarando fuorilegge i colori
identitari italiani del tricolore.
La carboneria
italiana definitivamente
sconfitta
si
sciolse in quegli anni.
Un
ex
carbonaro
Giuseppe Mazzini, esiliato a
Marsiglia proprio nel 1831
diede vita a “la
Giovine
Italia”, una società segreta patriottica e democratica il cui simbolo era
il tricolore italiano bandito dagli Austriaci.
L’impegno della società fu immediato, numerosissimi gli affiliati molte
le sommosse in tutto il nord-ovest
dell’Italia tra il 1833 e il 1836, seppur
con scarse fortune. In seguito molte rivolte vennero organizzate dai mazziniani i quali vennero perseguitati internazionalmente. Considerati come terroristi
vennero giudicati e condannati a pene
massime.
Tra i tanti eroi mazziniani si ricordano i fratelli Bandiera fondatori della
società segreta “Esperia” che tentò di
organizzare una sollevazione nel sud
dell’Italia, in Calabria.
Ricercati dall’esercito borbonico i
fratelli Bandiera furono
catturati e
fucilati presso Cosenza
nel
1844.
Impossibilitata nel proseguire
l’impari lotta di uomini
e
mezzi
contro imperi e monarchie del tempo,
“la Giovine Italia” fu sciolta.
Tuttavia la tenacia combattiva dei patrioti non venne meno.
Mazzini fondò l’Associazione Nazionale Italiana e i circoli rivoluzionari
si riorganizzarono per una nuova stagione di battaglie … cominciava il ‘48.
Il 1848 è l’anno d’avvio del Risor-
gimento Italiano, delle sommosse patriottiche che costrinsero i monarchi di
tutta Italia a fare concessioni liberali
delle prime battaglie sotto la bandiera
unificatrice che sfociarono nella prima
guerra di indipendenza.
Nei primissimi giorni del 48 i patrioti di tutta Italia insorsero. A Napoli
le manifestazioni furono inizialmente
pacifiche ma le rivolte estese ormai a
tutto il regno costrinsero Ferdinando II
di Borbone a concedere la Costituzione
adottando la bandiera tricolore.
In quell’anno l’Europa fu nuovamente investita da un’ondata di moti insurrezionali.
In Francia la situazione politica ed
economica era estremamente precaria a
causa dell’atteggiamento di stampo conservatore assunto da Luigi Filippo
d’Orleans.
Gli oppositori del sovrano diedero vita
a l l a
“campagna
dei
banchetti”,
chiamata
così perché
i
comizi
politici venivano camuffati con
banchetti
offerti da
e s p o n e n ti
antigovernativi.
Il tentativo da parte del ministro
Guizot di impedire uno di questi banchetti sfociò in una rivolta popolare che
portò alla nascita della Repubblica. Fu
proclamato il diritto al lavoro e furono
creati gli opifici nazionali volti ad elimi-
nare la disoccupazione.
Fu anche introdotto il suffragio
universale maschile.
Gli opifici nazionali, improduttivi e
troppo costosi, furono ben presto chiusi
dalla borghesia moderata, salita al potere, dopo aver fatto sedare nel sangue
dalla guardia nazionale una rivolta operaia.
Fu così varata una Costituzione
moderata e la Francia divenne una Repubblica Presidenziale. Come primo
presidente della Repubblica fu nominato
Luigi Napoleone.
I moti insurrezionali interessarono
anche l’Impero Asburgico dove, promossa da studenti e insegnanti, scoppiò
una rivolta che da Vienna si diffuse in
tutto l’impero per il passaggio
all’offensiva dei vari movimenti democratici.
Tale offensiva ebbe come conseguenza l’abbandono di Vienna da parte
di Metternich prima e di Ferdinando I
dopo e la costituzione di governi provvisori a Budapest e a Praga.
Insurrezioni scoppiarono anche in
Germania dove si sollevò una rivolta
che da Berlino si diffuse nelle altre città
tedesche.
Fu quindi convocata un’assemblea
costituente di Francoforte con lo scopo
di scrivere la Costituzione per la Germania unificata.
In Italia la rivolta scoppiò inizialmente a Venezia e a Milano che si ribellarono alla dominazione asburgica.
Anche l’Italia meridionale fu investita da moti insurrezionali. A Palermo
scoppiò una rivolta che costrinse Ferdinando II a concedere la Costituzione. La
rivolta si propagò anche in altre città italiane costringendo i sovrani a concedere
anch’essi la Costituzione
A Venezia, la rivolta fu guidata da
Daniele Manin e Nicolò Tommaseo e
portò alla proclamazione della Repubblica di San Marco (17-03-1848).
La rivolta milanese (conosciuta anche come le cinque giornate di Milano)
fu guidata da Carlo Cattaneo e portò
all’instaurazione di un governo provvi-
sorio costituto dagli insorti.
La vittoria milanese spinse Carlo
Alberto (sul trono dal 1831) a dichiarare
guerra all’Austria. A lui si unirono anche Pio IX, Leopoldo II e Ferdinando II;
la guerra contro l’Austria divenne quindi una guerra nazionale (I Guerra
d’Indipendenza 1848-1849). Per i personali interessi di Carlo Alberto l’intesa si
ruppe presto. Il Regno Sabaudo, dopo
qualche successo contro l’Austria, fu
costretto a firmare l’armistizio con gli
austriaci.
Nel 1849 nell’Impero Asburgico,
g r a z i e
all’esercito fedele alla corona,
fu restaurata la
vecchia monarchia.
In Germania
Federico
Guglielmo IV
rifiutò la corona
offertagli
dall’assemblea
di Francoforte e
ripristinò con le
armi la monarchia abbattuta dagli insorti.
In Italia la fine della “Guerra Regia" diede inizio alla guerra del popolo.
Purtroppo la guerra dei democratici ebbe dimensioni di gran lunga inferiori a
quelle sperate da Mazzini.
Nel regno delle due Sicilie i Borboni liquidarono la Costituzione prima
concessa.
Nello Stato Pontificio, a seguito
della mobilitazione dei democratici e
dei liberali, sorse nel 1849 la Repubblica Romana governata da un triunvirato:
Mazzini, Saffi ed Armellini, che intraprese una politica di laicizzazione
dell’ex Stato Pontificio.
In Toscana, i democratici costrinsero Leopoldo II a fuggire a Gaeta dove
già si era rifugiato Pio IX. Anche la Toscana fu governata da un triunvirato:
Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni.
Mazzini, a seguito della situazione
favorevole determinatasi, voleva accelerare il processo di unificazione, ma trovò l’opposizione di Guerrazzi.
Carlo Alberto, timoroso per la caduta di prestigio della monarchia sabauda, piuttosto che sottostare alle pesanti
condizioni austriache imposte con la pace, decise di continuare la guerra. Una
nuova sconfitta lo portò ad abdicare a
favore di Vittorio Emanuele II.
Intanto l’esercito austriaco occupò
la Toscana
consentendo
a Leopoldo
II di riprendere il potere.
La Repubblica
Romana
cadde
per
l’intervento
di Luigi Napoleone erettosi a difensore dei
cattolici per
accaparrarsene l’appoggio.
L’ultima a cadere, dopo una lunga
resistenza all’assedio degli austriaci, fu
la Repubblica di Venezia.
L’unico stato italiano che non subì
moti rivoluzionari fu lo Stato sabaudo.
Alla guida del governo sabaudo vi era
Camillo Benso di Cavour, per il quale
il regno di Sardegna, stringendo alleanze con potenze straniere, doveva cacciare l’Austria dalla penisola per poter costituire un vasto regno dell’Italia Settentrionale. Tale convinzione portò Cavour
ad inviare in Crimea un contingente sardo; ciò consentì al regno sabaudo di partecipare al Congresso di Parigi dove Cavour sollevò la questione italiana.
Di fronte all’ennesimo insuccesso
dei mazziniani nella spedizione di Sapri,
Cavour, nell’incontro segreto di
Plombiers, decise di allearsi con la
Francia.
Secondo gli accordi
stipulati, Napoleone III (Luigi Napoleone
diviene imperatore nel 1852 con tale nome) sarebbe entrato in guerra a fianco
del regno sabaudo solo se quest’ultimo
fosse stato attaccato dall’Austria. In
cambio la Francia avrebbe ricevuto Nizza e la Savoia. Cavour, per provocare
l’Austria, fece disporre truppe sabaude
lungo il confine con i territori austriaci.
Dopo un ultimatum austriaco respinto da Vittorio Emanuele II, l’Austria
attaccò il regno di Sardegna (II Guerra
d’Indipendenza). Come da patti la Francia si schierò con Vittorio Emanuele II.
Dopo una serie di vittorie delle
truppe sardo-francesi, Napoleone III
propose all’Austria un armistizio in
quanto nell’Italia centrale esponenti filopiemontesi, saliti al
potere, chiedevano
l’annessione al regno
sabaudo. Il 12 luglio
1859 a Villafranca fu
siglata la pace tra
Francia ed Austria. La
pace prevedeva la
cessione della Lombardia da parte dell’Austria alla Francia,
la quale successivamente la consegnò
all’Italia, e la restaurazione dell’ordine
nell’Italia centrale.
Nel 1860 nell’Italia centrale si tennero dei plebisciti con esito favorevole
all’annessione al regno sabaudo. Terminava così la prima fase dell’unificazione
pensata da Cavour.
A questo punto entrarono in scena i
mazziniani con l’organizzazione di una
spedizione di mille volontari guidati da
Giuseppe Garibaldi, avente lo scopo di
fare insorgere le masse popolari meridionali. La spedizione partì da Quarto il
5 maggio 1860.
Garibaldi, sbarcato in Sicilia, piegò
subito la resistenza delle male armate
truppe borboniche e, in nome di Vittorio
Emanuele II, vi proclamò la dittatura.
Dopo aver sedato nel sangue un
moto contadino contro i proprietari ter-
rieri iniziò la risalita verso Napoli.
Garibaldi sbarcò in Calabria in
località Rumbolo di
Melito di Porto Salvo (19 agosto 1860)
che costituisce la
parte più a sud
dell’Italia continentale. Nelle acque
del mar Ionio, antistanti la dimora che
scelse per le proprie truppe (oggi denominata Casina dei Mille e che al tempo
apparteneva ai marchesi Ramirez), era
visibile sino a
poco tempo fa
la nave garibaldina “Torino”
arenatasi durante lo sbarco
frettoloso delle
truppe, avvenuto sotto il fuoco
nemico
delle
navi borboniche e la resistenza di uno
sparuto gruppo
di fedeli ai borboni prontamente messo
a tacere. Nella Casina dei Mille Garibaldi dimorò un paio di giorni per far riprendere fiato alle sue truppe, sopportando anche l’attacco delle navi borboniche che non ebbe però alcun esito.
Di tale attacco è testimonianza una
palla di cannone ancora oggi visibile sul
muro di un balcone della casina, mentre
lo sbarco di Rumbolo è ricordato da una
stele eretta nel punto esatto dello sbarco.
Raggiunse trionfante la città di Reggio,
trovò moltissimi calabresi (patrioti illuminati dalla luce massonica ma anche
semplici cittadini) pronti a battersi al
s u o
fianco
per uno
Stato
unitario, libero e
indipendente.
Un cospicuo gruppo di liberi muratori, già da mesi, aveva infatti deciso di
appoggiare l’impresa garibaldina, grazie
anche al ruolo determinante svolto dalla
Massoneria reggina che a quei tempi si
riconosceva nell’Obbedienza del Grande Oriente di Palermo, del quale Garibaldi era il Gran Maestro.
Anche
in
Calab r i a ,
pertanto,
l'apporto
del pens i e r o
massonico nella
causa dell'Unità d'Italia si rivelò piuttosto notevole.
Tra i più importanti protagonisti
delle gesta garibaldine troviamo Benedetto Musolino, di Pizzo, patriota, politico e massone, che Garibaldi arruolò
col grado di colonnello; Francesco
Sprovieri, di Acri, giurista e politico,
che fu al comando della terza Compagnia delle giubbe garibaldine; Giovanni
Nicotera, di Sambiase, che già faceva
parte della «Giovine Italia» di Mazzini;
Francesco Stocco, di Decollatura anche lui molto vicino agli ambienti
mazziniani - che organizzò il Corpo volontario dei «Cacciatori della Sila», raggiungendo il grado di maggior generale.
Infatti,della storia del Risorgimen-
to molti degli italiani conoscono le figure principali che, per il fatto che si studiano nei libri di testo, sono perciò più
popolari.
Ma non sempre è così. Vi sono, infatti, tantissimi personaggi che, per il
contributo di fede, di sangue, di sacrifici
e di operosità che hanno offerto alla
causa santa di redenzione nazionale, non
meritano di restare nell’ombra ingrata
della dimenticanza.
Il luminoso cinquantennio in cui si
svolse la vita terrena di Diomede
Marvasi,
qua rtogenito
tra i dodici figli del notaio
Tommaso
Marvasi e di
Girolama Guzzo, nato a Cittanova il 13
agosto 1827, è,
per
l’Italia,
denso di vibranti avvenimenti, di fervente attività
preparatoria e di bruciante azione per i
suoi stessi destini (da Alba della Piana
Rassegna bio-bibliografica Giovanni
Russo).
Tanti altri patrioti (come ad esempio: Raffaele Mauro, di San Demetrio
Corone; Luigi Minnicelli, di Rossano;
Stanislao Lamenza, di Saracena) non
sono mai assurti, purtroppo, alla gloria
della storia.
Seguiti da tutti questi grandi uomini e da tantissimi altri volontari in camicia rossa, i «Mille» di Garibaldi quindi
risalirono a tappe il territorio calabrese
da Melito di Porto Salvo attraverso
l’Aspromonte, superando ogni ostacolo,
Raggiunta Soveria Mannelli - nel
Catanzarese - riuscirono a disarmare dodicimila soldati borbonici. Anche da
quelle parti, non mancano a tutt’oggi i
non era interessato a combattere contro
di esse. Questi preferì attendere l’arrivo
del re.
Nel frattempo nell’Italia meridionale si tennero dei plebisciti per
l’annessione al regno sabaudo, che ebbero esito favorevole
Il 26 ottobre 1860, con lo storico
incontro di Teano, Garibaldi consegnò a Vittorio Emanuele II tutti i terri-
cimeli che testimoniano il suo passaggio.
Peraltro, una famiglia di San Pietro
Apostolo, che ebbe l’onore di ospitare
l’eroico generale in occasione di una sua
breve sosta, conserva ancora la tazzina
da lui usata per bere un caffè.
Molto forte e sentito fu anche il
contributo offerto all’Unità d’Italia dalla
comunità arbëreshe cosentina. Al suo
passaggio da Lungro, Garibaldi trovò
cinquecento volontari (calabresi di origini albanesi) che orgogliosamente si
unirono alle sue truppe. La marcia verso
Napoli proseguiva; vi entrarono il 7
settembre 1860.
Intanto, per paura che Garibaldi
potesse giungere a Roma, Cavour inviò
truppe piemontesi in Umbria e nelle
Marche, occupandole. Le truppe quindi
si misero in marcia verso Napoli pronte
a scontrarsi con Garibaldi il quale però
tori da lui liberati. In epoca immediatamente successiva anche le Marche e
l’Umbria furono annesse al regno sabaudo per mezzo di plebisciti.
L’unificazione nazionale prendeva
così corpo, anche se essa non era ancora
completa perché il Lazio rimaneva territorio papale e il Veneto era in mano austriaca. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II era proclamato re d’Italia.
1862 - mentre al Regno d’Italia,
già formato, mancavano ancora Roma e
Venezia - al grido di «Roma o morte»,
Garibaldi approdò nuovamente in Calabria, con l’intenzione di intraprendere il
suo cammino verso la città eterna e far
breccia sullo Stato Pontificio..
Questa volta, però, appena giunto
in Aspromonte, trovò ad attenderlo il
fuoco nemico.
Un reparto di bersaglieri, comandato dal generale Cialdini, gli tese
un’imboscata, sparando sulle giubbe
rosse che, sebbene accerchiate, riuscirono ad abbozzare una valorosa resistenza.
Garibaldi rimase ferito (non «a una
gamba», come recita il testo di una famosa canzonetta dell’epoca) ma al tallone sinistro.
Si narra che, durante il
soccorso, fu trovato accasciato ai piedi di un
pino, intento a fumarsi tranquillamente
un sigaro.
Con
lo scoppio
d e l l a
guerra aus t r o prussiana
del 1866,
l’Italia si
schierò
con
la
Prussia
con il preme d i t a t o
intento di
sottrarre il
Veneto all’Austria (III Guerra
d’Indipendenza). La guerra ebbe esito
negativo per l’Italia, ma, grazie alle vittorie prussiane e alla pace di Vienna, il
Veneto fu annesso al regno d’Italia.
Per il completamento del processo
d’unificazione mancava soltanto
l’annessione dello Stato pontificio, operazione questa di difficile attuazione in
quanto Pio IX non era in alcun modo
intenzionato a rinunciare al potere temporale.
D i
fronte a
questo
rifiuto
del Papa,
Garibaldi
e i suoi
volontari
tentarono
per due
volte di occupare Roma ma Napoleone
III, protettore dello Stato pontificio,
glielo impedì. Con la caduta di Napoleone III a seguito della guerra francoprussiana, truppe italiane guidate dal generale Cadorna entrarono a Roma dopo
essersi aperti un varco presso Porta Pia
(20 settembre 1870), ponendo fine al
potere temporale del papa. Nel luglio
1871 Roma divenne la capitale del regno d’Italia.
L’unità d’Italia si era
finalmente realizzata.
“Fatta l’Italia bisogna
fare gli italiani”
Questa frase, coniata da Ferdinando Martini nel 1896 per sintetizzare un
concetto di Massimo D’Azeglio
(predecessore di Cavour alla guida del
governo sabaudo), intendeva mettere in
evidenza l’importante e difficile compito che spettava al nuovo governo del
Regno d’Italia.
L’Italia unita era un paese di 22
milioni di abitanti ed era molto arretrata
sia socialmente che economicamente
L’80% della popolazione era analfabeta, l’economia si basava ancora
sull’agricoltura e vi era un enorme divario tra Nord e Sud che originò la questione meridionale.
Infatti, in Calabria, come in altre
regioni del Mezzogiorno, restavano da
risolvere gravissimi problemi economici, sociali e politici.
Lo stato di arretratezza in cui si
trovava la Regione dopo secoli di abbandono non poteva essere risolto nel
volgere di pochi anni; d'altra parte il
processo di unificazione era stato voluto
dalle classi dirigenti, mentre si avvertiva
la mancanza di un vasto consenso popolare.
In questo clima d'insoddisfazione la Calabria fu afflitta dalla piaga
del banditismo (1861-1866) che a volte
era soltanto un fenomeno di criminalità
ma che in altri casi traeva origine dalla
delusione dei ceti contadini
L'insufficiente assorbimento della
mano d'opera disponibile sul mercato
del lavoro provocò un considerevole
movimento d'emigrazione sopratutto
transoceanica negli ultimi decenni del
sec. XIX e nei primi decenni del secolo
scorso; le restrizioni imposte dagli Stati
Uniti, il ristagno economico seguito alla
crisi del 1929 e le complicazioni politiche e militari degli anni successivi rallentarono il flusso dell'emigrazione che
poi é ripresa, dopo la seconda guerra
mondiale (1940/45), con destinazione
verso i paesi dell'Europa occidentale, il
Canada, l'Australia e le regioni più sviluppate dell'Italia del nord.
Tuttavia si deve riconoscere che
notevoli benefici vennero apportati alla
Calabria dalla diffusione dell'istruzione
e dalla realizzazione di grandi opere
pubbliche stradali e ferroviarie eseguite
dal 1865 al 1900. Ma la politica d'interventi dello Stato subì un arresto a causa
del terremoto del 1908 e degli effetti
della prima guerra mondiale (1915/
1918) a cui i Calabresi diedero un grande contributo di sangue e d'eroismo.
Nel periodo tra le due guerre va
menzionata l'attuazione del Programma
di bonifica, grazie alla quale, ed alla disinfestazione attuata dopo il 1945, fu
praticamente debellata, la malaria.
Dopo la seconda guerra mondiale,
il Problema del Mezzogiorno e della
Calabria in Particolare viene affrontato
maniera organica con una serie di speciali interventi legislativi (1950).
Altri Problemi crea per la Calabria
l'integrazione economica dell'Italia nel
Mercato Comune Europeo (1957) che,
almeno in prospettiva, potrebbe concorrere a ridurre il divario con le regioni
più favorite della Comunità.
Nel 1970 si svolge la prima consultazione elettorale per l'attuazione
dell'ordinamento regionale Previsto dalla Costituzione.
QUESTA E’ L’ITALIA
LA NOSTRA PATRIA, E’ UNA
REPUBBLICA DEMOCRATICA
Perché gli uomini che vi abitano possano vivere nella PACE e nella
GIUSTIZIA devono RISPETTARE LE LEGGI.
LA COSTITUZIONE ITALIANA
QUESTA LEGGE IMPORTANTE E’ COME IL TRONCO DI UN GRANDE ALBERO E
I RAMI RAPPRESENTANO TUTTE LE ALTRE LEGGI CHE VENGONO SCRITTE, E
PER VIVERE, PRENDONO NUTRIMENTO DAL TRONCO CIOE’ DALLA
“LEGGE COSTITUZIONALE”
Rielaborazione
a cura
ins. Latella Giovanna
F.S. Area 1
Referente Scuola -Territorio
Elaborazione grafica
ins. Marra Donatella
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A cura del Dirigente scolastico Dott.ssa Angela Maria Colella