Seminario di letteratura moderna:
Giuseppe Ungaretti: Sentimento del tempo
(SA 2013, Prof. Dr. U. Motta)
Verbale della lezione del 13.12.2013: La sezione La Morte mediata
Relatori: Davide Ori, Andrea Marelli, Fabrizio Martins
Redattori: Sarah Häller, Rébecca Brulhart
1) Giro di tavolo
Motta: Prima di cominciare, vorrei ringraziarvi per i vostri commenti e le vostre osservazioni.
Non si deve dimenticare la complessità della lettura di un libro di poesia, non bisogna avere paura
di sbagliare. Gli errori possono essere benefici.
Qualche consiglio per le redazioni scritte: curate la precisione e la chiarezza del discorso. Non
abbiate paura di essere semplici e cercate di seguire il corso del nostro pensiero.
La morte meditata e l’amore sono due sezioni molto belle. La domanda da porsi è la seguente: che
cosa può essere la poesia nel suo discorso più autentico della poesia? Che cosa vi ha
impressionato in questa sezione (la morte meditata)?
Fabio Trasfarini: Ungaretti tratta la morte in maniera analoga all’estate nelle altre sezioni. Anche
qui c’è un sentimento di paura della morte, il tormento dell’estate torrida, un sentimento timoroso.
L’estate è come una forza distruttrice. Ma verso la fine di questa sezione, la morte è vista in
maniera diversa e non come fine dell’estate.
Motta: Il titolo: la morte meditata. Dobbiamo interrogarci sul titolo. Un titolo di una raccolta di
meditazione. Esiste una paura della morte in legame con la paura dell’estate. Qual è il rapporto tra
la morte e il sentimento del tempo qui? La meditazione mortis?
Fabio: Attraverso l’estate Ungaretti parla della fine come di una speranza, mentre con la morte la
fine è vista in modo diverso.
Motta: È una sezione tragica?
Alice Avari: Abbiamo a che fare con sei canti, tra cui il quinto e il sesto richiamano l’amore. C’è
qualcosa che è al di sopra alla terribile fine della vita umana, cioè la morte.
Motta: Per quanto riguarda la morte, ci sono diversi riferimenti: Saffo, Leopardi. Ungaretti
riattiva uno dei nessi della letteratura europea: amore-morte.
Beatrice: Il Canto primo è piuttosto negativo. Il Canto quarto è più legato alla dimensione del
sogno, alla fine del tempo: si tratta quindi di una dimensione più positiva. Com’è la morte rispetto
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al desiderio? Positiva o negativa?
Lorenzo: I canti secondo e terzo hanno lo stesso verso (2) e altri versi corrispondenti.
Motta: Si tratta quindi di due scritture di una stessa poesia. Quali sono gli aggettivi che
accompagnano la “morte”?
Letizia: Ho rilevato gli aggettivi che accompagnano il sostantivo “la morte”? Lettura di questi
aggettivi. “Sorella dell’ombra, notturna, madre velenosa, sognatrice fuggente, emula sofferente
etc.”
Motta: Che cosa ci dicono questi aggettivi? Qual è l’evoluzione? C’è una certa ambiguità? Questa
catena forma un paradigma o è un insieme caotico casuale?
Letizia: Notiamo che c’è sempre una connotazione positiva messa insieme ad una connotazione
negativa. Ci sono degli ossimori. C’è qualcosa che inganna. Si parla anche della morte come un
silenzio che fa rumore.
Motta: L’ossimoro diventa molto usato in questi testi.
Luca: L’ossimoro è comune a tutti i sei canti, non solo per la morte ma anche per altri elementi.
Motta: Com’è il clima formale di questi testi? Qual è il mondo in qui “ci troviamo”? ”? Leggendo
una poesia, ci dobbiamo ritrovare nello spazio di questa poesia, decodificare le emozioni. Il
“come”? Qual è l’atmosfera in qui ci troviamo?
Alice: C’è il richiamo al mondo onirico come già nella sezione sogni e accordi, nei Canti 4 e 5
soprattutto. I primi tre invece sono diversi.
Fabio: Ritroviamo tanti elementi che si collegano alle sezioni precedenti. Ad esempio: ombra,
bruciare, consumare sono delle parole che ritornano. Ma qui hanno un significato diverso. La parola
ombra non è legata al autunno come in altri testi.
Motta: è una sezione discorsiva? Il registro dominante è un registro discorsivo?
Andrea: La metrica è particolare. Ma la poesia non è decifrabile in un sistema di metrica
definitiva. Nel primo canto troviamo dei settenari e endecasillabi. Questi versi tradizionali sono
messi insieme in un testo unico, non identificabile.
Motta: però vale per tutti i testi. Prende importanza perché si lega all’interpretazione del testo.
Davide Ori: le prime cinque poesie escono nel 1931 su Fronte e sotto il titolo di Cinque Canti.
Mentre il canto sesto esce qualche mese dopo insieme ad altre due poesie degli Inni (sentimento del
tempo e dannazione) in Italia letteraria. La sezione la morte meditata era l’ultima sezione di sentimento del
tempo nell’edizione del 1933. Mentre, inizialmente, questa sezione finiva l’opera. Questo fatto può
essere importante. Nell’edizione del 1936 entra l’ultima sezione l’amore e la morte meditata viene
divisa in tre sezioni: ST, le prime tre sotto la “sottosezione” il sentimento…, sentimento del sogno…
Nelle tre poesie l’atmosfera sembra molto onirica e anche lirica. I primi tre canti invece
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definiscono la morte. Per quanto riguarda la morte, l’elenco di ossimori è perenne. Ma Ungaretti
ha paura della morte essendo un “essere umano”, perché la morte lo insegue (primo canto, v. 3).
È come se Ungaretti ricercasse la morte poeticamente nei primi tre testi, poi va oltre il livello
poetico e cambia la sua concessione della morte. La concezione della morte del poeta cambia
quindi. Si va oltre il livello poetico.
Motta: Immaginiamo che questa sezione fosse l’ultima del libro sentimento del tempo e cerchiamo di
comprendere il significato.
Andrea Marelli: si tratta di una sezione particolare anche perché Ungaretti scrive in modo
diverso. La parola non è più usata come in Allegria ma proprio come richiamo a delle memorie
specifiche (vedi il primo canto). Il poeta cerca con determinate parole di richiamare delle
situazioni nella memoria del lettore. In più Ungaretti si è ispirato al barocco. Paragone tra il
fascino per Roma (> barocco) e l’Alessandria in Egitto (deserto). Lui è affascinato da Roma, dalle
rovine dell’impero romano perché sono testimonianze di qualche cosa che c’è stato ma che
rimane, che è eterno, come nel deserto, è immutabile (tempo-spazio). Qui si cerca di descrivere
quello che viene chiamata la paura per il vuoto, per il nulla. Nel primo canto si tenta di descrivere,
di dare una forma al nulla a cui siamo destinati, cioè alla morte. Anche con la metrica si vede
come sia un tema molto sfuggente, che Ungaretti non riesce a circoscrivere come vorrebbe.
Motta: Chiarezza: qualcuno leggendo queste poesie ha pensato a Roma? Dove sono i richiami a
Roma? Non abbiamo a che fare direttamente con degli elementi del periodo biografico romano di
Ungaretti.
Attenzione all’uso dell’extratesto. Soltanto quando è funzionale dovremmo parlarci.
Andrea ha detto: dovrebbe innescare la memoria del lettore. Questo è giusto, non solo la
memoria dello scrivente, è una parola che la nostra memoria, il vissuto comune all’uomo in
quanto tale, deve essere messo in gioco per capire lo spessore.
È vero che l’uso della parola non è più quella di Allegria. È un’evoluzione, uno scatto ulteriore.
Ungaretti usa la parola come elemento per innescare la memoria del lettore. Per interpretarlo
dobbiamo fare riferimento alla memoria di Ungaretti.
È una parola pura: ogni sostantivo, predicato, etc., ha una funzione e una valenza semantica che
non dipendono dall’esperienza specifica dello scrivente. Le circostanze contingenti in cui il poeta
scrive sono quasi cancellate. Il poeta dice al lettore: devi sognare per poter entrare
nell’interpretazione.
Davide: La condizione dell’uomo è messa in rilievo. Perciò Ungaretti vuole scrivere questa
poesia in modo neutrale. Questa poesia vale per tutti. Sembra una ricerca del senso assoluto. Il
tema della morte comune a tutti, non è più il racconto della sua infanzia ma le cose comuni agli
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uomini. Per questo usa “nostro”, c’è una presenza umana.
Motta: La parola pura è uno strumento per la conquista del significato assoluto. Siamo al limite
dell’astrazione. Si arriverebbe alla poesia astratta, semantica. Si cerca di scrivere per non dire
niente, per vedere cosa viene fuori.
Andrea: Come Ungaretti vede la memoria : diventa una fonte di tormento. Nel vivere la memoria
stessa, ci ricorda che siamo destinati alla morte. Così come in Sono una creatura di Allegria, anche in
Veglia Ungaretti dice di usare prima delle lettere d’amore per sconfiggere il sentimento negativo
della morte. È interessante perché dopo la sezione la morte meditata viene la sezione l’amore. Si
potrebbe dire che la prossima sezione sia un tentativo di risposta.
Lorenzo: Esiste una differenza fondamentale tra Allegria e Sentimento del tempo: in Allegria la morte
è data dalle circostanze esterne (prima guerra mondiale). In Sentimento del tempo la morte è più
riflessiva, più collettiva.
Motta: In Allegria, Ungaretti ha visto il compagno morire accanto a sé. Qui non c’è questo
compagno. Che cosa è quindi la morte? Vedendo morire qualcuno di preciso, mi devo chiedere
che cosa significa la morte. Veglia è la morte del compagno.
Lorenzo: Dopo parlerà della morte del figlio.
2) Canto primo
Andrea Morelli: primo canto, v. 2: un dualismo tra notte e giorno, luce e ombra. La luce come
condizione fondamentale dell’ombra e vice versa. Come se dicesse già che la morte fosse una
condizione fondamentale della vita perché la morte fa della vita una cosa importante.
Motta: Dove si vede questo fatto nel testo? Ungaretti non è un filosofo. Il rischio è di tradurre le
sei poesie in un opuscolo che Nietzsche avrebbe potuto scrivere sulla morte. Il nostro compito
però è la forma della poesia: guardare la forma che è la sostanza del discorso. Dobbiamo
decodificare il discorso. Qual è la caratteristica prima della stesura della poesia? Il concetto e la
forma? Dove troviamo testualmente questo concetto della morte che consente di apprezzare il
valore della vita? È una sorte di luogo comune, che cosa ci dà in più la poesia?
Fabrizio: Ultimi due versi, vv. 22-23: la memoria riuscirà tenere viva la mia esistenza, la mia
storia e la mia esperienza.
Motta: Se abbiamo a che fare con l’esposizione del soggetto, potremmo chiederci chi è questo
“io” che parla nella poesia? La soluzione data nella metafora del v. 19 “senza sogno” non ci dà
nessun filosofo.
Marco: È un tema che esiste già …
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Motta: “atleta senza sonno”: risoluzione in metafora del concetto.
Andrea: “atleta”: qualcuno che ha bisogno di riposo ma che non riesce. L’impossibilità di fare ciò
che sai che dovresti fare.
Motta: Qualcosa di estremamente concreto come apposizione di qualcosa di astratto.
Fabrizio: Come la memoria in v. 19, non è che smetti di ricordare. La memoria non ha bisogno
di sognare, si ricorderà sempre.
Fabio: Sono dei concetti positivi associati a qualcosa di negativo. V. 19: Ungaretti vuole attirare la
nostra attenzione perché la morte è qualcosa che definisce la grandezza dell’uomo. Ci ricorda
quello che l’uomo ha fatto di grande nella vita. Qui la morte è un atleta instancabile.
Motta: Posizione di memoria o di morte?
Marco: V. 3 dice “m’insegui morte”.
Motta: Giusto. E “madre velenosa”?
Andrea Morelli: V. 13: “madre velenosa” si ricollega anche con quello che ha detto Fabio:
giardino puro. È un’allusione al giardino d’Eden. La memoria diventa fonte di tormento. Ci
ricordiamo del peccato originale, quindi non siamo nell’Eden, ma siamo mortali.
Motta: Il ricordarsi del peccato originale è un fatto molto ungarettiano. Vv 9-10: qual è l’ “io”
che parla? È un “super-io”. Soltanto un “super-io” può dire “io c’ero, d’allora m’insegui nel fluire
della mia mente”. È come se fosse l’io dell’umanità da cui Ungaretti si fa portavoce.
Andrea Morelli: descrivere quanto l’idea della morte sia parte dell’essere, scavi all’interno della
mente e perciò non si può staccare. V. 5: “ingenua brama”: è un dualismo di significato.
1) di Eva
2) brama del uomo, ciò che ognuno. L’ingenua brama indipendente da noi (quello che vogliamo
noi).
Motta: Che cosa vuole dire “ingenuo”? Lettura giustificazionista del peccato originale. Il giardino
puro di chi ha prodotto la brama. Il desiderio, la cupidigia, non accontentarsi. “ingenuo”=
inconsapevole, infantile.
Marco: “m’insegui”: sonetto di Petrarca, pensiero ossessivo della morte. Si passa da un tempo
ciclico di eterno ritorno a un determinato spazio con la consapevolezza che una volta fuggirà.
Andrea Morelli: “madre velenosa”: la morte è descritta come la madre. Colei da cui sorge la vita.
Motta: In una vita senza fine e senza morte, fare il compito del tempo sarebbe impossibile.
Andrea Morelli: vv. 22-23 (ultimi due versi): Ungaretti chiede alla morte, che cosa significa l’
“ombra”. La sua ombra rimarrà ma rimarrà anche qualcosa di lui uomo? Parla magari della poesia:
ombra associato all’oscurità come la notte. La mia poesia che è ombra (oscurità) rimarrà? Almeno
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questa rimarrà? Almeno la mia poesia che ha la stessa matrice rimarrà? Io come uomo sparirò, ma
almeno la poesia sarà eterna?
Motta: non sono sicuro che corrisponde all’intenzione di Ungaretti. È plausibile che dietro
“ombra” ci sia la poesia di Ungaretti. Ci sarà il ricordo.
Lorenzo: Se pensiamo che questa sezione chiudeva il libro inizialmente, potrebbe essere visto
come una provocazione nei confronti di Ungaretti dell’Allegria. La morte ha questo valore di
distruttrice, ma il poeta si chiede se lascerà una traccia. Eterna gloria o silenzio assoluto.
3) Canto secondo/Canto terzo
Davide Ori: Il primo titolo del Canto primo è Volerà a lungo?. I due canti (2 e 3) vanno letti come
variazione l’uno dell’altro. Anche la struttura è simile. Ci sono due strofe. Sintattica: due periodi
scanditi dalle due strofe. Canto 2: 10 versi, Canto 3: 6 versi. I verbi principali sono all’inizio (v.
1/1), invece il soggetto alla fine (v. 5/3). Il soggetto cambia. Canto 2: io. Canto 3: la morte. Il
soggetto è alla fine del periodo. Il soggetto viene evocato subito in 3, mentre nel 2 canto si
aspetta.
Il canto 3 è più simile alla prima stesura che il poeta ha fatto. Nelle varianti cambia all’improvviso
certe parole. Lavora più sul canto 3, e poi certe parole come in 2 cambiano. Es: “incidi” fino
all’ultima versione dove mette “scava”.
Il termine maschera è soltanto usato due volte nelle poesie di Ungaretti. 9-10 giugno 1929 nel
giornale Pace e guerra: Ungaretti fa una riflessione sulla pace e sulla guerra. La guerra è sempre
generata da un desiderio di pace. Dopo parla anche della scienza. È arrabbiato con la scienza
perché quest’ultima toglie un mistero da non svelare e perché ha inventato le armi. Come si fa a
difendersi da una guerra imminente? Questa maschera antigas è l’elemento che per la prima volta
può fare l’umanità. Saremo tutti uguali, perché nessuno ha più un viso e un’identità. Ungaretti è
ironico.
Motta: L’intelligenza e la demenza si mescolano insieme quando non scrive poesia. Intuisce il
disastro della Seconda Guerra mondiale, nel 1929. Vivendo tutti con le maschere antigas,
saremmo tutti uguali.
Davide Ori: I soggetti hanno la stessa funzione? La funzione è la memoria dei peccati originali. Il
peccato che hanno commesso i primi uomini (Adamo ed Eva). Seconda strofa, canto primo: tutta
l’umanità è evocata. Nel canto terzo questo fatto è un po’ asciugato.
La buia veglia → la beffa infinita: a causa di questi padri, c’è la morte sulla terra. Qualche problema
sulla “buia veglia”: memoria del peccato originale, anche vedendo la variante del terzo canto
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“beffa infinita”. Come se venissero opposte le conseguenze del peccato. Il peccato che tocca tutta
l’umanità.
Motta: “buia veglia” e “beffa infinita” sono lo stesso concetto, la conseguenza del peccato
originale dei padri.
Lorenzo: a causa di questo peccato è portata la morte sulla terra.
Davide: il peccato sta alla base sia temporale, sia della morte. Passando alla seconda strofa
il
soggetto cambia. Le cicale ritornano. Sentiamo un profumo dell’estate (mese di agosto). Ungaretti
scrive “ti odo cantare”, quando tre versi prima ha detto “muta parola”. Cicala è “in rosa” e
diventa “irose”. Alcuni versi sono ridotti a un sintagma.
Motta: chiaro ossimoro. Che non riusciamo a verbalizzare ma continuiamo a percepire. Ciò che
non riusciamo a dire è ciò che ascoltiamo in profondità. La tua presenza è sempre viva, come le
cicale d’estate. Il tuo pensiero è un’ossessione.
Davide: perché sono presenti due varianti nella stessa sezione? È come se riprendesse alcuni
versi e gli riduca alle ossa già nel canto secondo e poi ancora di più nel canto terzo. Tutto diventa
essenzialismo.
Motta: perché esistono queste due poesie? Una è la riscrittura dell’altra.
Lorenzo: Ungaretti riflette due volte sullo stesso concetto e sottolinea quindi la sua ossessione
per questo.
Davide Ori: La seconda poesia è un’essenzialità della prima.
Marco: I due incipit sono quasi causa-effetto. Mi sembra più forte “incide”.
Motta: Sono due modi diversi per andare in profondità.
Davide: “scava” dà più un idea di riemergere mentre “incide” …
Motta: Non è un rapporto causa-effetto ma due possibilità diverse. Non è uno sviluppo o un
progresso. Sono due variazioni sullo stesso tema. Questo pensiero è ripreso in una seria infinita di
testi. Nel canto 2 “la buia veglia … che scava”: la veglia è una beffa senza fine. È produttore delle
rughe segrete (canto terzo).
Giulia: Ho pensato alla piaga velata di eco.
4) Canto quinto
Fabrizio Martins: C’è una struttura simmetrica tra i canti 1-3 e i canti 4-6. Il primo canto inizia
con tre versi e nella prima stesura finiva con 3 versi: incorniciare la morte.
Anche il Canto quinto è un esempio di struttura simmetrica: si apre con un verso e si chiude con
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un verso. La seconda e la quinta strofa sono di 7 versi, come anche la terza e la quarta strofa.
Riappare il numero 7.
Abbiamo a che fare con delle misure metriche alternate, dai quinari agli endecasillabi. Queste
alternanze: modalità che inquadrano le aperture e chiusure (cita Paglia).
Motta: Ci sono altre ipotesi? Chi è il “tu”?
Fabrizio: Trasformazione: il sonno e la donna si trasformano nella morte. Il soggetto è la morte
(“hai chiuso gli occhi”).
Motta: È un incipit volutamente con un indice di polisemia molto alto.
Andrea: Nel tema dei sensi dell’uomo, la morte chiude gli occhi. Non si vede arrivare la morte,
non si sente niente, la morte non fa rumore. Siccome Ungaretti si immagina arrivare la morte,
descrive il fatto che sia impossibile percepire il suo arrivo, e come sia inesorabile.
Motta: È inevitabile ed arriva improvvisamente. Non sta parlando di un “lei” reale, è una
metafora. v. 14-16: donna, foglia. Quale sono il senso e la pertinenza di quest’immagine?
Fabrizio: Sono l’autunno e il fuoco che indica il colore giallastro. La donna passa come passa
l’autunno. Si toglie il colore come si toglie l’anima.
Davide: Ci siamo chiesti se potrebbe essere una donna perché la morte è definita come “madre
velenosa” nel primo canto. È quindi una figura femminile. La nostra ipotesi farebbe senso anche
in vista della sezione L’amore.
Alice: C’è una donna nella sua vita?
Motta: Nella biografia di Ungaretti leggiamo che lui si è innamorato di Leopardi. Nel canto
primo ha pensato ad A Silvia: “beltà splendea negli occhi tuoi… e tu lieta e pensosa”. E qui
ritroviamo i tre elementi: “punita, pensosa e ridente”. Silvia è stata punita in quanto colpita dalla
morte. Finisce con il gesto della mano di lei. Si tratterebbe quindi delle mani di Silvia? Rimane
un’ipotesi.
Davide: Analizzando il termine “ridente” nelle varianti, Ungaretti ha scritto molte altre cose che
non sono in rapporto con Silvia.
Giulia: Si potrebbe pensare alla luna?
Motta: È un riassunto dell’infinito.
Andrea Marelli: Il Canto quarto: “brucio sul colle spazio e tempo”. È come se lui dicesse che la
sezione La morte meditata è un viaggio che gli permette di bruciare spazio e tempo. Un tipo di
viaggio che lui fa nella sua mente come lo è un sogno, un viaggio immaginario per cercare di
capire che cosa sia la morte. Riferimento a Dante?
Motta: Più Leopardi che Dante! La dimensione onirica: la poesia ha la stessa funzione come il
sogno.
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Verbale della lezione del 13.12.2013: La sezione La Morte mediata