RAPPORTO SULLA
COOPERAZIONE IN
EMILIA-ROMAGNA
Una prima sintesi
XI Congresso Regionale
Bologna, 26 Novembre 2014
Rapporto sulla
cooperazione in
Emilia-Romagna
Una prima sintesi
Ringraziamenti
Legacoop dell’Emilia-Romagna ringrazia gli autori di questo “Rapporto” per la grande
disponibilità dimostrata anche in situazioni di lavoro non sempre facili.
In particolare Aldo Perrella, che ha messo a disposizione una decennale conoscenza e
comprensione del fenomeno cooperativo nel nostro paese e non solo in Emilia-Romagna e
Guido Caselli che, oltre a produrre uno dei contributi più suggestivi e complessi, ha messo a
disposizione la sua competenza e le sue risorse.
Ringrazia la Società Energee3 di Reggio Emilia e il suo presidente Armando Sternieri, per aver
messo a disposizione i dati sulla situazione ICT in Emilia-Romagna.
Ringrazia Marco Bulgarelli, Direttore Generale di Cooperare per aver consentito l’utilizzo di dati
e riflessioni.
Ringrazia Marco Cottignoli, di PricewaterhouseCoopers, per il supporto e per l’elaborazione
grafica e statistica di alcuni materiali.
Gli autori
Tito Menzani, docente a contratto Università di Bologna
CAIRE, Cooperativa Ingegneri ed Architetti di Reggio Emilia, coordinamento di Giampiero Lupatelli
Aldo Perrella, Responsabile Ufficio certificazioni e centrale bilanci Legacoop nazionale
Guido Caselli, Direttore Ufficio Studi Unioncamere Emilia-Romagna
Mario Ricciardi, professore ordinario Università Bologna
Mauro Iengo, responsabile Servizio Legale Legacoop nazionale
Carlo Marignani, responsabile servizio Relazioni Sindacali Legacoop nazionale
INTRODUZIONE
Chiavi di lettura per il “Rapporto”
A
ll’inizio del suo contributo a questo “Rapporto”, Aldo Perrella sostiene che: “Dalla sua
ricostituzione nel 1945 il movimento cooperativo aderente a Legacoop Emilia-Romagna
ha visto una costante e persistente crescita di indicatori economico-patrimoniali e di
dati socio-occupazionali, che non ha subito flessione alcuna neppure nelle fasi critiche
quali quella del 92-93, nota come gli anni di Tangentopoli. Questo lungo e costante trend positivo,
che faceva pensare a una formula proiettata all’infinito, si è viceversa bruscamente interrotto
dopo gli eventi del 15 settembre 2008, con quella che ormai tutti gli analisti definiscono come la
più disastrosa bancarotta della storia dell’umanità: la Lehman Brothers.”
Ciò che è condivisibile in questa affermazione, aldilà dei dettagli, è la necessità di una presa di
consapevolezza, in gran parte acquisita, della crucialità della fase di passaggio in cui ci troviamo,
e la consapevolezza del fatto che la cooperazione gioca la sua partita in una dimensione storica
molto lunga.
Prendere sul serio la crisi, l’interruzione di un trend durato oltre sessant’anni, significa mettere
al centro della riflessione delle cooperatrici e dei cooperatori dell’Emilia-Romagna, e non solo,
quello che nel nostro Congresso chiamiamo il riposizionamento delle cooperative. Significa
assumere fino in fondo la necessità dell’innovazione e del cambiamento, nella consapevolezza
di una responsabilità nei confronti dei territori di insediamento, responsabilità che rappresenta
un legame originario anche quando le nostre cooperative si proiettano ben oltre il territorio
di origine.
È per questo che un progetto di riposizionamento delle cooperative non ha a che fare solo con
le dinamiche dei mercati, dei business, ma deve essere attento all’intreccio tra bisogni del
territorio e delle persone che lo abitano, esigenze imprenditoriali e proposta mutualistica: questo
è il Progetto Cooperativo, portatore di un complesso fondante di valori che ne costituiscono
l’identità, distinta da quella di altri soggetti imprenditoriali (le imprese di altro tipo) e del sociale
(il volontariato, il no profit). Distinta ma non separata, alla ricerca, anzi, di alleanze e collaborazioni
in vista del raggiungimento di obiettivi comuni di sviluppo economico e civile.
La “lunga cavalcata” di cui parla Perrella, a vederla bene, ha al suo interno dei momenti cruciali
di svolta, da un lato, di criticità, dall’altro. Proprio per le sue caratteristiche complesse, sempre in
bilico tra economia, socialità e partecipazione democratica, tra economia e società, la cooperativa
ha la necessità di non rinunciare mai, tanto nella crescita quanto nelle crisi, a riflettere su se stessa
e sulla qualità della propria identità, sulla tensione essenziale tra “performance imprenditoriali
e finalità sociali”, tensione che ha nel socio e nella sua attiva partecipazione il fulcro essenziale.
Il rischio della “demutualizzazione” è un rischio sempre presente per le cooperative, il
rischio della omologazione, della perdita della sua capacità di mettere a frutto i suoi veri e
specifici talenti.
3
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
introduzione
Perrella ha efficacemente sintetizzato in una immagine questa dinamica della cooperativa:
Il rischio della “demutualizzazione”
Siamo quindi di fronte alle necessità di riposizionamento di un soggetto economico e sociale assai
complesso che ha un intreccio peculiare con il territorio regionale e la sua storia.
È per questo che con questo “Rapporto” abbiamo cercato di offrire materiali per la discussione
- non solo congressuale - che, provenendo da diversi settori delle scienze sociali e della ricerca,
offrissero un quadro il più articolato possibile dell’attuale situazione, delle potenzialità del sistema
delle cooperative e dello scambio con i territori nei quali sono insediate.
Abbiamo voluto offrire strumenti nuovi e originali per avviare una riflessione strategica che, ben
oltre il Congresso, dovrà svilupparsi nei prossimi mesi e anni, in un continuo dialogo con gli altri
soggetti sociali, economici e istituzionali, alla ricerca di un nuovo equilibrio virtuoso per la nostra
regione e per il nostro Paese.
Abbiamo voluto ribadire l’utilità e la necessità di tornare a fare sistematicamente ricorso al meglio
della ricerca sociale in regione e nel nostro Paese.
Per questo uno degli obiettivi proposto al Congresso è quello di organizzare, in collaborazione con
Unioncamere regionale, un Osservatorio sulla cooperazione che sia sede di ricerca e sviluppo del
movimento cooperativo e abbia l’ambizione di mettersi al servizio della costruzione delle strategie
delle cooperative stesse e dei settori: in epoca di big data, l’Osservatorio può aiutare le imprese ad
elaborare interpretazioni più sofisticate e a recuperare e, soprattutto, organizzare e utilizzare, dati
e riflessioni ormai largamente a disposizione sulla Rete e non solo.
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
introduzione
Quello che viene proposto con questa prima sintesi del Rapporto è solo una parte dei materiali
che sono stati elaborati e che sono in via di pubblicazione i quali forniranno la base per ulteriori
approfondimenti che saranno organizzati dopo il Congresso, con l’obiettivo di fornire occasioni
di studio e di approfondimento, a supporto della nuova elaborazione strategica delle cooperative.
In questa prima sintesi è stata messa a disposizione tutta l’introduzione, affidata a uno storico,
Tito Menzani, che fa risaltare alcune criticità ancora oggi presenti nel dibattito politico e
ideologico delle cooperative (centralità dell’impresa, rischi di demutualizzazione, rapporto con la
politica, ecc.) e offre un quadro sintetico sull’evoluzione della cooperazione in Italia suddividendo
la presenza per regioni, dal dopoguerra ad oggi, offrendo dati per la prima volta proposti a questo
livello di disaggregazione.
Viene inoltre pubblicato, in forma del tutto parziale, un decimo circa, un contributo della
Cooperativa Architetti ed Ingegneri di Reggio Emilia, da lungo tempo protagonista degli
studi e delle attività di pianificazione territoriale ed economica a livello nazionale, che esplcita in
modo innovativo il rapporto tra cooperazione e territorio, descrivendone la “geografia” indicando
anche le peculiari possibilità di innovazione territoriale: alcuni esempi sono di notevole interesse,
dall’Housing sociale, alle questioni energetiche, al nuovo ruolo economico delle campagne, alla
manutenzione territoriale, tutti ambiti nei quali la cooperazione si intreccia fortemente con i
bisogni del territorio.
Il lettore attento potrà intrecciare queste considerazioni e proposte con quelle, assai organiche e
inserite in una lettura complessiva delle dinamiche regionali, presenti nel contributo di Guido
Caselli, : “La cooperazione tra il “non più” e il “non ancora””, che verrà pubblicato
quanto prima.
La riflessione sull’innovazione possibile e necessaria passa attraverso tutti i contributi, in
particolare quelli di Silvano Bertini, di CAIRE, di Caselli, di Pricewaterhouse, autorevole
società di consulenza alla quale abbiamo chiesto di affiancarci per una riflessione strategica su
una delle necessarie innovazioni dei prossimi mesi: l’aggancio con la rivoluzione delle scienze
dell’informazione dell’ICT.
Temi decisivi emergono: assai interessante la proposta di Bertini di vedere la cooperazione
come un possibile soggetto endogeno che si affianchi alla vitalità della tradizionale PMI emiliana
e all’intervento ormai massiccio delle finanziarie internazionali; la questione del welfare che
ha nel saggio di Caselli un approfondimento assai importante e si collega con gli interventi
contenuti in un opuscolo, collegato al rapporto, sul Welfare del futuro, in particolare
con l’intervento del prof. Francesco Longo, assai stimolante e provocatorio, rispetto al
ruolo che la cooperazione sociale, le mutue e le assicurazioni dovranno giocare per fornire servizi
adeguati a una domanda delle famiglie e dei singoli (basti pensare alle non autosufficienze) in
continuo aumento, ben oltre le possibilità (calanti) del pubblico di fornire risposte adeguate. Sino
a porre il tema di un possibile “nuovo universalismo”.
Tutti questi materiali saranno messi a disposizione quanto prima sia sui siti di Legacoop,
sia in apposite occasioni di riflessione e di ricerca che organizzeremo in collaborazione
con le imprese e con le Leghe territoriali.
5
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
introduzione
In questa prima sintesi, in particolare nei saggi di Perrella, CAIRE e Caselli, sarà possibile
trovare una fotografia dinamica della presenza della cooperazione e delle sue performance nei
vari settori, con una notevole ricchezza di informazioni.
In particolare, nel contributo di Perrella viene utilizzato anche un indicatore complesso di
performance delle imprese (“uno schema di allerta denominato RCA: Ricognizione Criticità
Aziendali”)che consente di leggere le criticità delle singole cooperative e indicare la direzione
dell’intervento necessario. Questa strumentazione sarà importante per il lavoro di monitoraggio
sulle possibili crisi e debolezze delle cooperative che Legacoop regionale intende realizzare per il
prossimo mandato, con lo scopo di supportare i gruppi dirigenti nel loro lavoro di tempestivo e
trasparente contrasto alle situazioni di crisi.
I lettori di questo rapporto troveranno anche materiali aggiornatissimi su un intreccio
di questioni decisive per le cooperative, quello tra Governance, Partecipazione e Relazioni
sindacali: i contributi di Mario Ricciardi, Mauro Iengo e Carlo Marignani sono il frutto
di un confronto seminariale organizzato in collaborazione tra Legacoop regionale e nazionale.
Questi temi sono cruciali al pari della riflessione strategica sul riposizionamento e sul rapporto
con il territorio: senza un equilibrato funzionamento della governance, senza un equilibrio
tra democrazia ed economia non esiste la cooperativa, si rischia la deriva verso altri modelli e altri
valori, che fanno venir meno la nostra distintività.
Infine, vengono messi a disposizione (eccetto il saggio del prof. Francesco Longo, che verrà
pubblicato successivamente) i materiali, a cura di Alberto Alberani, di una iniziativa organizzata
da Legacoop regionale prima del Congresso, per affrontare un tema cruciale per una nuova
presenza strategica nel campo del Welfare e dei servizi per le persone: quello delle Mutue, del
loro rinnovamento e del loro sviluppo, a partire dal rafforzamento della nuova Mutua Regionale.
In questo modo abbiamo voluto ribadire la necessità di legare la ricerca sociale e
scientifica sulla cooperazione con gli interventi di rinnovamento e di riposizionamento,
che, anche con il lavoro di analisi e di sperimentazione dei prossimi mesi, possa
produrre una nuova sintesi efficace che rilanci la presenza vitale della cooperazione e
delle cooperative nella nostra regione, come strumento decisivo per dare una risposta
adeguata alla crisi.
6
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
introduzione
Indice dei contenuti
capitolo I
9
La storia recente e la lunga durata della presenza cooperativa in Emilia-Romagna
Gli snodi della storia recente di Legacoop (1974-2014), di Tito Menzani
La geografia della cooperazione, a cura di CAIRE
Partire dai numeri, di Guido Caselli
Le cooperative di Legacoop e la crisi, di Aldo Perrella
11
37
41
49
capitolo II
61
Identità cooperativa alla prova della crisi: Governance, partecipazione e Relazioni sindacali
I risultati della ricerca su partecipazione dei soci e dei lavoratori e relazioni industriali:
primi risultati, di Mario Ricciardi
Per una nuova centralità della Governance cooperativa:
proposte ed approfondimenti in corso, di Mauro Iengo
Le relazioni industriali alla prova della crisi: problemi aperti, di Carlo Marignani
Allegato: Le linee Guida per la Governance, 2008
79
83
89
capitolo III
99
Lavorare per il nuovo Welfare: la Mutua regionale
Interventi a cura di Alberto Alberani
7
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
63
101
Capitolo 1
La storia recente e
la lunga durata della presenza
cooperativa in Emilia-Romagna
Gli snodi della storia recente di Legacoop
(1974-2014)
di Tito Menzani
Il talento ti fa vincere una partita.
Il lavoro di squadra ti fa vincere un campionato.
Michael Jordan
L
gionale, in particolare per il ruolo nazionale che hanno
avuto varie strutture o imprese cooperative di questo territorio. Di qui, dunque, la necessità di giocare sul duplice
livello regionale/nazionale.
Il lavoro è strutturato in due sezioni. La prima è un’agile
ma puntuale trattazione dei principali momenti salienti
della storia di Legacoop negli ultimi quattro decenni, in
cui si spiegano alcuni episodi alla luce del contesto di
riferimento, e se ne sottolinea l’importanza in prospettiva diacronica. La seconda sezione, invece, contiene un
apparato statistico-quantitativo relativo alla cooperazione emiliano-romagnola nel secondo Novecento, costruito
sulla base dei censimenti Istat.
a storia del movimento cooperativo, in particolare della compagine che si riconosce in Legacoop,
è stata particolarmente studiata e approfondita
per le fasi comprese tra le origini ottocentesche
e gli anni settanta. I decenni a noi più vicini sono stati
considerati in alcuni studi, anche particolarmente curati
e interessanti, ma sono rimasti più ai margini dell’interesse scientifico. In un certo senso, ciò è quasi fisiologico,
dato che si sconfina dal campo della storia a quello della
cronaca, con tutto quel che ne consegue in termini di rigore scientifico e metodo d’indagine.
Ma è anche vero, che i decenni a noi più vicini sono quelli che hanno, per così dire, maggiormente lasciato il segno e inciso sullo stato dell’arte attuale. Se è innegabile
che le scelte bracciantiliste di un secolo fa o l’articolo 45
della Costituzione italiana o il nuovo rapporto con i ceti
medi negli anni del miracolo economico abbiano avuto
importanti riflessi sulla cooperazione italiana, e che queste tracce continuino in parte a rinvenirsi nel movimento
di oggi, a maggior ragione le vicende degli anni ottanta,
novanta e duemila hanno profondamente influenzato la
situazione attuale.
Lo scopo di questo progetto è di ricapitolare alcuni momenti importanti, per analizzarli e contestualizzarli, e
quindi proporli come spunti di riflessione. Si va dalla
presidenza Galetti – uno dei più importanti innovatori
del movimento – fino alle questioni recentissime, fra le
quali la scelta del presidente di Legacoop per un incarico ministeriale, fatto mai avvenuto in precedenza. In un
certo senso è come se si volesse utilizzare la storia, in
questo caso quella recente, per ragionare di attualità, o
ancora, per immaginare che tipo di futuro può avere il
movimento cooperativo che si riconosce in Legacoop.
Pur se il presente lavoro è stato pensato in vista del congresso di Legacoop Emilia-Romagna, si è ritenuto opportuno non confinarlo ad una dimensione strettamente re-
11
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Sezione prima
La dimensione cronologica
La presidenza Galetti (1974-1977)
zi. Anche per questo, probabilmente, la figura di Galetti
restò inchiodata a quell’evento, la cui ombra si proiettò
anche sui precedenti e più felici trascorsi. Immeritatamente, la sua presidenza venne quasi obliata nella memoria pubblica e collettiva dei cooperatori, quando invece – a prescindere dalla questione Duina – rappresentò
un grande momento di rilancio.
La storiografia che si è occupata di impresa e movimento
cooperativo è concorde nel considerare gli anni settanta un importante punto di svolta. Se durante il miracolo
economico questo genere d’impresa aveva sofferto una
certa stagnazione, nelle fasi successive, benché la congiuntura fosse peggiorata, si ebbe una crescita ad ampio
spettro di tutto il movimento, che ci consegna oggi un
tessuto imprenditoriale cooperativo solido e vivace.
Molte innovazioni organizzative e tecnologiche furono
realizzate autonomamente all’interno delle singole imprese, ma è anche vero che diversi input e numerosi sostegni – in termini di servizi e strutture – provennero dalle centrali cooperative. In particolare, la Lega nazionale
delle cooperative visse una vera e propria rivoluzione nel
corso degli anni settanta. Da struttura molto burocratica
e subordinata ai partiti e ai sindacati, si trasformò in una
organizzazione di rappresentanza più moderna e autonoma, in grado di meglio assistere le associate.
Parte di questi meriti vanno sicuramente ascritti a Vincenzo Galetti (San Pietro in Casale, 8 marzo 1926 – Monte San Pietro, 2 giugno 1987) che tra l’aprile del 1974 e
il dicembre del 1977 lavorò alacremente per rinnovare la
Lega delle cooperative, in qualità di suo presidente.
In quasi quattro anni, Galetti introdusse una serie di importanti novità, dalla campagna per il potenziamento del
prestito sociale al rafforzamento degli strumenti finanziari, dalla costituzione dell’ufficio studi alla valorizzazione delle professionalità tecniche, solo per fare alcuni
esempi tra i più noti. Anche se ad oggi manca uno studio
specifico dedicato alla Lega nazionale delle cooperative
negli anni settanta, è indubbio che in quegli anni la «cultura del fare» prevalse sulle dichiarazioni d’intenti; e diede buoni frutti.
La presidenza di Galetti si concluse con le sue dimissioni
a seguito del cosiddetto «affare Duina». Si trattò di un incidente di percorso, che però avrebbe procurato alla Lega
delle cooperative un danno economico e alcuni imbaraz-
La legge Pandolfi (1977)
La legge n. 904 del 16 dicembre 1977, detta anche legge
Pandolfi, incentivò il rafforzamento economico delle cooperative. Negli anni settanta, molte cooperative italiane avevano raggiunto dimensioni ragguardevoli, sia per
effetto dell’aumento dei fatturati e quindi del volume di
affari, che a seguito di fusioni fra compagini del medesimo settore che operavano in contesti territoriali contigui. In Parlamento e in altre sedi istituzionali si cominciò
dunque a discutere di una nuova normativa che aiutasse
ancor più le cooperative a dotarsi di un assetto patrimoniale adeguato.
Si arrivò così alla legge Pandolfi – dal nome dell’allora
ministro delle finanze – che escludeva dal reddito imponibile le riserve indivisibili e non distribuibili fra i soci.
In un certo senso, quindi, il vantaggio fiscale delle cooperative diventava tanto maggiore quanto più queste decidevano di ridurre il ristorno e di destinare gli utili alla
capitalizzazione. Inoltre, siccome il provvedimento era
stato adottato dopo una lunga azione rivendicativa delle centrali cooperative, queste iniziarono una campagna
comunicativa presso le associate perché tale opportunità
trovasse la più amplia applicazione possibile.
La legge Pandolfi, quindi, era un ottimo compromesso per
lasciare una certa libertà ai consigli di amministrazione
in fatto di destinazione dell’avanzo di gestione, ma per
sollecitare e premiare i comportamenti ritenuti virtuosi, in cui il reinvestimento in cooperativa era massimo.
Dunque, il processo di capitalizzazione veniva detassato,
perché considerato un vantaggio collettivo, tanto più che
13
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Tab. 1 Dimensione media delle imprese italiane (numero di addetti per forma giuridica)
1951
1961
1971
1981
1991
2001
Cooperative
12,8
15,7
19,3
18,2
16,4
17,5
Società di capitali
59,2
83,6
71,4
37,6
22,1
14,3
Società di persone
9,4
11,2
10,0
6,0
4,6
3,7
Fonte: Rielaborazioni da Centro studi Legacoop, I mutamenti intervenuti nella cooperazione aderente a Legacoop durante il periodo 19802000, Roma, Centro studi Legacoop, 2004
Tab. 2 Addetti alle cooperative per classi di addetti: valori assoluti, percentuali e
variazioni
1971
v.a.
1981
%
v.a.
1991
%
v.a.
2001
%
v.a.
%
Var.
1971-2001
Var. 1971-2001
(totale imprese)
1-15
39.144
18,9
78.664
21,7
140.328
25,2
162.762
20,7
316%
77%
16-99
68.780
33,2
127.578
35,2
188.383
33,8
239.599
30,5
248%
50%
100-499
64.352
31,0
95.373
26,3
122.578
22,0
180.972
23,0
181%
19%
500+
35.201
17,0
60.820
16,8
105.523
19,0
202.759
25,8
476%
-11%
Totale
207.477
100,0
362.435
100,0
556.812
100,0
786.092
100,0
279%
42%
Fonte: Rielaborazioni da Ibid.
Tab. 3 Addetti nelle cooperative sul totale degli occupati per classi di addetti: valori
percentuali
1971
1981
1991
2001
1-15
0,8%
1,2%
1,8%
1,9%
16-99
3,4%
5,2%
6,8%
8,0%
100-499
4,5%
6,0%
8,2%
10,7%
500+
1,2%
2,5%
4,1%
8,1%
Fonte: Rielaborazioni da Ibid.
14
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
le riserve in cooperativa erano indivisibili.
Il provvedimento ebbe il grande merito di irrobustire il
carattere imprenditoriale delle cooperative, che nella
grande dimensione potevano trovare spazi di manovra
più consoni, senza che venisse colpita e snaturata la loro
vocazione sociale, perché si confermavano sia il principio mutualistico che quello intergenerazionale. Di contro,
nella vulgata comune, la legge Pandolfi ha finito con l’essere l’incipit della polemica secondo la quale le cooperative non pagano le tasse.
Alcuni dati economici ci danno alcune importanti conferme Come si comprende dalle tab. 1, l’economia italiana
del secondo Novecento è stata caratterizzata da una crescita dimensionale delle imprese fino a tutto il miracolo
economico, cioè agli anni sessanta, dopo i quali si è avuta
una netta inversione di tendenza, dovuta principalmente
al boom delle piccole e medie imprese, al declino delle big
corporation e ai processi di outsourcing.
quelle con oltre 500 addetti si è fatto via via più elevato,
le imprese profit-oriented hanno perso terreno proprio
sul fronte della grande dimensione.
Valutiamo, infine, l’incidenza degli addetti nelle cooperative sull’occupazione totale, sempre per l’arco di tempo
1971-2001 e per le medesime classi dimensionali. Nelle
piccole imprese, gli occupati in cooperativa, passano dallo 0,8% all’1,9%, nelle imprese medio-piccole dal 3,4%
all’8,0%, e nelle medie imprese dal 4,5% al 10,7%. La crescita più consistente, però, si registra nelle grandi imprese, dove si passa dal solo 1,2% addirittura all’8,1%.
Il caso Duina (1977)
Il 1977 fu uno degli anni di maggiore difficoltà per la Lega
delle cooperative, che fu coinvolta nel cosiddetto «affare
Duina», i cui esiti avrebbero a lungo condizionato il movimento. In pratica, la ditta di commercio di tubi Vittorio
Duina, nella quale l’Iri era entrata in partecipazione in
quanto creditrice di somme non saldate, aveva manifestato ulteriori difficoltà finanziarie, e da certi ambienti
milanesi vicini al Pci e alla Lega delle cooperative si segnalò la possibilità di comprare la società o una parte di
essa. Nell’ottobre del 1977, dopo alcune precedenti consultazioni, Vincenzo Galetti propose l’acquisto al Comitato di direzione della Lega, che però si dichiarò contrario.
Tuttavia, forse sperando di avere un via libera in seguito,
inviò una lettera alle banche creditrici nei confronti della
Duina, nella quale dichiarò che la Lega stava per comprare il 30% della società, per cui chiedeva di mantenere
aperti i canali di finanziamento. Tale missiva fu interpretata come «una lettera di patronage», mentre in realtà la
Lega non avrebbe potuto compiere operazioni di acquisti societari, essendo un’associazione di rappresentanza
e non un’impresa. Di qui, un lungo strascico giudiziario,
che si sarebbe concluso negativamente per la centrale
cooperativa, condannata ad un oneroso risarcimento.
Vincenzo Galetti e Luciano Vigone, rispettivamente presidente e vicepresidente della Lega, si assunsero completamente le responsabilità della vicenda Duina e il 20
dicembre del 1977 rassegnarono le proprie dimissioni. La
centrale cooperativa rischiava una forte destabilizzazione, per cui fu deciso di affidare la presidenza ad una figura di prestigio, in grado di limitare le spinte centrifughe
e disgregative, e anzi di infondere nuove motivazioni ai
cooperatori. I socialisti, poi, avevano invocato il principio
dell’alternanza, per cui avrebbero voluto un presidente
del proprio partito, dato che Galetti era comunista.
Dopo una serie di concitate consultazioni, però, la scelta
cadde su Valdo Magnani, che godeva della stima di molti,
anche al di fuori del Pci, e che sessantacinquenne accettò
un incarico indubbiamente gravoso e denso di responsabilità. In cambio, i socialisti ottennero che il vicepresidente fosse scelto tra le file del Psi. Era chiaro a tutti che
Magnani sarebbe stato un presidente di transizione, con
Se nel 1951 le società di capitali avevano una media 59,2
addetti, dieci anni dopo questo dato era salito a 83,6, per
poi restringersi sempre più significativamente fino a 14,3
del 2001. Analogamente, per le società di persone, si registra un incremento del numero medio di addetti fra 1951
e 1961 (da 9,4 a 11,2), per poi osservare una costante
diminuzione del dato fino ai 3,7 del 2001. L’impresa cooperativa fa registrare una significativa controtendenza.
Infatti, dai 12,8 addetti di media del 1951 si è passati
prima ai 15,7 del 1961 e poi ai 19,3 del 1971. Successivamente, si ha un andamento quasi stazionario, che comporta solo una lieve flessione (17,5 nel 2001). Si osservi
soprattutto come cambi notevolmente il rapporto dimensionale fra queste tipologie societarie, con le cooperative
che agli inizi del XXI secolo sono mediamente più grandi
delle società di capitali e ancor di più di quelle di persone.
Le tab. 2 e 3 chiariscono ulteriormente questa dinamica.
Se dividiamo le cooperative in quattro classi dimensionali – piccole (1-15 addetti), medio-piccole (16-99 addetti), medie (100-499 addetti) e grandi (oltre i 500 addetti)
– possiamo meglio verificare le variazioni di grandezza
negli ultimi trent’anni del XX secolo. In generale, si noti
come l’occupazione nelle cooperative sia progressivamente aumentata, con un incremento del 279% fra il
1971 e il 2001. Nello stesso arco di tempo gli occupati in
tutte le imprese italiane salivano solo del 42%.
Si noti anche che il peso percentuale degli occupati ha
avuto un lieve aumento nelle piccole cooperative – dal
18,9% al 20,7% –, è diminuito sia nelle imprese medio-piccole – da 33,2% a 30,5% – che in quelle medie –
da 31,0% a 23,0%, ma è cresciuto significativamente in
quelle grandi, passando dal 17,0% al 25,8%. In questa
classe dimensionale, poi, si è registrata la variazione percentuale più significativa tra il 1971 e il 2001, pari al
476%. Ma ciò che più sorprende è che questo dato è in
netta controtendenza rispetto a quello riferito alle imprese italiane nel suo complesso, dove anzi si registra
addirittura un -11%. Vale a dire, che mentre le cooperative sono cresciute notevolmente, tanto che il numero di
15
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
l’obiettivo di evitare lo sfascio della Lega, e di preparare
le basi per un rilancio della centrale.
E così, il 28 dicembre 1977, il Consiglio generale accoglieva le dimissioni presentate da Galetti e Vigone, e affidava
a Valdo Magnani l’incarico di presidente della Lega. Fra
il 10 e il 14 gennaio successivi, si tenne il XXX Congresso
nazionale della Lega, che ratificò la presidenza a Valdo
Magnani, e che indicò come vicepresidente Umberto Dragone, appartenente alla cosiddetta sinistra lombardiana,
già assessore al bilancio del Comune di Milano e membro
del Comitato centrale del Partito socialista.
Ancd, Ancs, ecc. – diventavano sempre meno incisive, fino
ad essere esautorate da un vero ruolo di coordinamento.
Alla lunga, anzi, si può dire che il movimento divenne supino rispetto al ruolo di alcune grandi imprese, in grado
di essere iscritte a Legacoop senza esserne condizionate.
Si era avuto, quindi, un ribaltamento complessivo di ruoli, con un movimento che da forza motrice si era ritrovato
a traino di alcune grandi realtà.
Gli effetti negativi di questo processo furono essenzialmente due. Il primo ha riguardato l’infeudamento di
alcuni gruppi dirigenti, che in certe cooperative ha progressivamente condotto a un malfunzionamento della
governance. Nel senso che non era più l’assemblea dei
soci a controllare il consiglio di amministrazione, ma era
il consiglio di amministrazione a controllare l’assemblea
dei soci. È naturale che tra questi due organi ci sia un
rapporto dialettico e anzi possano sorgere dei conflitti, e
proprio per questo la vigilanza esterna della Lega e delle
associazioni di settore era importante per mantenere un
certo equilibrio.
In secondo luogo, la lacerazione dei legami fra imprese
e movimento ha ridimensionato la capacità della centrale cooperativa di raccogliere e interpretare i dati sul
proprio network. In un mercato che è diventato sempre
più competitivo e internazionale (o comunque allargato), era strategico possedere informazioni sulla struttura
economica e patrimoniale delle associate. Invece questa
funzione è stata limitata dall’impossibilità ad accedere a
molte informazioni di bilancio delle iscritte, col risultato che alcune gravi crisi di grandi cooperative o di interi
segmenti del movimento sono scaturite quasi all’improvviso, meravigliando gli stessi dirigenti della Lega e della
associazioni di settore, che non avevano avuto elementi
per rendersi conto di tali situazioni.
In definitiva, quindi, il convegno di Montecatini del 1982
è stato un turning point nella storia del movimento, nonostante ad oggi sia stato poco messo in luce dalla storiografia che si è occupata di questo argomento. Si può
comunque ritenere che sia stato figlio sia di un trend di
lungo periodo, quale la progressiva emancipazione del
movimento dall’ambito politico (e quindi, inevitabilmente e contestualmente, dall’organizzazione di rappresentanza), sia di un evento contingente, quale il caso Duina
che indebolì la Lega e le sue strutture orizzontali e verticali.
La centralità dell’impresa (1982)
Nei primi anni ottanta, complice la crisi Duina che aveva certamente indebolito la Lega delle cooperative, cominciò a circolare una nuova parola d’ordine: «centralità
dell’impresa». Quest’ultima era intesa come un maggior
peso delle singole cooperative rispetto al network associazionistico. Il cambio di prospettiva fu prima ufficializzato nel corso di alcuni incontri emiliano-romagnoli,
e poi durante un convegno che si tenne a Montecatini
Terme nel 1982.
Pur se all’epoca tutto ciò era destinato a passare quasi
inosservato fra la maggioranza dei cooperatori, in realtà
si trattò di una svolta epocale, destinata a ribaltare de
facto il rapporto tra i concetti di movimento e di impresa.
Infatti, fino a quel momento, la Lega nazionale delle cooperative aveva svolto una importante funzione di guida e
di coordinamento del movimento, tanto che alcuni l’avevano (erroneamente) paragonata ad una holding. Pur se
quest’ultima affermazione era una evidente esagerazione
e forzatura, era pur vero che i vertici della Lega, a livello nazionale e territoriale, avevano un forte ascendente
sulle imprese associate, ed erano in grado di avere voce
in capitolo nelle scelte strategiche, nella nomina dei dirigenti, nelle politiche di alleanze fra cooperative. In questa maniera, il movimento cooperativo imperniato sulla
Lega agiva come un grande sistema sinergico.
L’indebolimento della centrale cooperativa e l’offuscamento del suo ruolo, aprì le porte alla centralità dell’impresa, che da alcuni fu poi definito «un liberi
tutti». Ciò aveva indubbiamente alcune ricadute positive, ma alla lunga presentò anche numerose criticità. È vero che nel modello precedente al 1982 alcune
vocazioni imprenditoriali erano soffocate e imbrigliate,
e che l’accentramento finiva talvolta per penalizzare le
autonomie locale e ridimensionare la libertà delle basi
sociali. Ma è anche vero che questo sistema consentiva
una vigilanza sulle singole cooperative, a scongiurare la
trasformazione delle stesse in imprese «spurie», per via di
processi all’epoca definiti «derive aziendalistiche».
Viceversa, con la centralità dell’impresa, ogni gruppo dirigente si sentì progressivamente autorizzato ad agire
con crescente autonomia, entro un quadro in cui la Lega
e le associazioni di settore – le varie Ancc, Anca, Ancpl,
La legge Visentini-bis (1983)
La legge n. 72 del 19 marzo 1983, detta «Visentini-bis»,
metteva mano nella rivalutazione monetaria dei beni e
del capitale delle imprese, ma soprattutto stabiliva per la
prima volta che le cooperative potessero costituire o essere azioniste di società di capitali. In precedenza, invece, le
cooperative potevano solamente dare vita a cooperative di
secondo grado – e queste, a loro volta, cooperative di terzo
grado – quasi sempre con funzioni di carattere consortile.
16
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Il provvedimento in questione aprì le porte alla possibilità di realizzare società di scopo sotto forma di spa o srl,
una struttura d’impresa ritenuta più agile e più flessibile, e funzionale anche a un rapporto più stretto fra pezzi
del movimento e pezzi di imprenditoria tradizionale. Era
l’inizio della cosiddetta «ibridazione», un fenomeno già
conosciuto a livello internazionale caratterizzato dal fatto che le cooperative avrebbero controllato e partecipato
società di scopo profit-oriented.
Dal punto di vista imprenditoriale ciò determinò indubbiamente una maggiore capacità delle cooperative di
aggredire il mercato di riferimento, perché finalmente
dotate di strumenti che le rendevano più competitive.
Sul lungo periodo, però, la crescente articolazione delle
compagini societarie in gruppi in cui la capofila aveva
una lunga appendice di società di scopo, con queste che
a loro volta controllavano altre società e via dicendo, ha
notevolmente ingarbugliato il quadro di riferimento.
A prescindere dal fatto che in certi casi la produzione del
valore aggiunto si è rivelata essere soprattutto nelle partecipate e non in cooperativa, è stata fortemente offuscata la governance societaria, con una crescente difficoltà
degli osservatori esterni – quali, ad esempio, Legacoop
– di comprendere appieno la funzionalità di ogni singola partecipata, di appurarne la coerenza con il core-business, e in definitiva di esercitare un reale ed effettivo
compito di vigilanza.
ralmente ritenuto un missing sector del movimento, ossia
un ambito nel quale era scarsamente presente. L’utilizzo di
questa modalità è tornata d’attualità dopo il 2008, quando
la crisi economica ha costretto alcune ditte a portare i libri in tribunale, inducendo i dipendenti a rilevarne la proprietà in forma cooperativa, una prassi che oggi è sempre
più individuata con l’espressione workers buyout.
La cooperazione sociale (1991)
Dopo un iter abbastanza tormentato e complesso, la legge
n. 381 dell’8 novembre 1991 ha portato al riconoscimento giuridico della cooperazione sociale, che da questo momento in avanti è stata tutelata e incentivata. La legge
divide la cooperazione sociale in due branche nettamente distinte. La prima è quella delle cooperative di tipo
A, che associano operatori del comparto socio-sanitario
e educativo, i quali, conseguentemente, offrono servizi
di assistenza e formazione. Questo genere di cooperativa, quindi, non si discosta molto da una cooperativa di
servizi all’impresa e alla persona, con la differenza che
opera in settori ad alta importanza sociale, come la sanità e l’istruzione. Al contrario, il secondo genere, le cooperative di tipo B, è composto da sodalizi che operano nel
reinserimento di soggetti svantaggiati, quali ex alcolisti,
ex tossicodipendenti, ex carcerati, ragazze-madri, portatori di handicap, disagiati psichici, minori abbandonati
e simili. In questo caso, sono soci della cooperativa sia
gli operatori del settore, come ad esempio gli assistenti
sociali, sia i soggetti svantaggiati, che in forma paritaria
partecipano alla gestione dell’impresa.
Sono soprattutto le cooperative di tipo B ad aver attirato
l’attenzione anche internazionale, perché interpreti di un
modello organizzativo convincente, efficace e altamente
innovativo, tanto che dalle prime esperienze ad oggi, un
crescente numero di studiosi di campi disciplinari differenti si è interessato alla sua natura e al suo percorso
evolutivo.
La legge Marcora (1985)
La legge del n. 49 del 27 febbraio 1985, meglio nota come
legge Marcora, agevolò la trasformazione in cooperative
delle imprese tradizionali in crisi. In pratica, rendeva più
agevole – e anzi incentivava – una pratica che in alcuni
casi era già stata attuata in passato, per cui una ditta
a rischio di fallimento era rilevata dai dipendenti che,
per salvare il proprio posto di lavoro, la trasformavano
in cooperativa e proseguivano il medesimo business, naturalmente riformando (o cercando di riformare) quegli
aspetti organizzati, produttivi o commerciali che avevano
in precedenza portato l’impresa sull’orlo del fallimento.
Lo strumento principale per rendere percorribile questo
passaggio era la creazione di un fondo chiamato Foncooper che erogava prestiti a tassi agevolati in relazione
a investimenti finalizzati all’incremento o all’ammodernamento dei mezzi di produzione o dei servizi tecnici,
commerciali e amministrativi, nonché al miglioramento
della qualità e alla ristrutturazione e riconversione degli
impianti. Questo fondo non interveniva in via esclusiva a
vantaggio di quelle cooperative nate dalle ceneri di una
spa o di una srl, ma nei confronti anche di altre imprese
del movimento.
La legge Marcora ebbe il merito di incentivare la cooperazione là dove questa poteva scaturire da un fallimento
aziendale, e soprattutto consentì alla cooperazione di guadagnare un poco di terreno sul versante industriale, gene-
La legge sul socio-sovventore
(1992)
La legge n. 59 del 31 gennaio 1992 introdusse le azioni
di partecipazione cooperativa e la figura del socio sovventore. Vale a dire che un numero limitato di soci avrebbe
potuto investire nella cooperativa a scopo lucrativo. Si
trattava di un provvedimento che tendeva a dare una
risposta ai problemi di autofinanziamento delle imprese cooperative, fino a quel momento incapaci di attirare
sufficienti capitali di rischio e con evidenti problemi di
liquidità.
Anche in questo caso l’esito del provvedimento legislativo può essere letto in maniera ambivalente. Di sicuro
accentuava la natura imprenditoriale delle cooperative e
17
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
andava incontro all’esigenza che alcune importanti realtà avevano, e cioè catturare nuove risorse per sviluppare
importanti asset. Anzi, entro questa ottica fu un elemento cruciale per l’ulteriore sviluppo del movimento.
Sul versante della governance, invece, la legge sul socio-sovventore fece avanzare ulteriormente il processo di
«ibridazione»; e su questo aspetto i pareri appaiono discordanti, fra chi lo percepisce come un fatto positivo, di
maggiore integrazione nel mercato e nel sistema delle
imprese, e chi invece lo giudica un percorso di graduale
snaturamento e appannamento dei valori originari del
movimento.
Anche in questo caso, alcuni dati ci aiutano a meglio inquadrare questi aspetti. Infatti, con l’evoluzione dell’economia italiana e la crescente meccanizzazione di molte
fasi del lavoro, le cooperative erano state obbligate a trovare adeguati canali di finanziamento, e a fare i conti con
la propria sottocapitalizzazione. Per valutare in maniera
quantitativa tale aspetto, possiamo ricorrere all’indice di
patrimonializzazione. Si tratta di un dato, compreso fra 0
e 1, che rende ragione dell’autonomia finanziaria dell’impresa. Tanto più elevato è il valore dell’indice, tanto più
l’impresa si autofinanzia e tanto meno ricorre a fonti
esterne di finanziamento. E in genere, un valore inferiore
a 0,33 è considerato negativo.
Una ricerca di Patrizia Battilani (L’impresa cooperativa
da istituzione marginale a fattore di modernizzazione,
«Imprese e storia», 37, pp. 9-57) ha messo in luce come
nel 1951 le cooperative avessero un indice di patrimonializzazione di 0,30, tutto sommato soddisfacente dato il
momento storico. Nel 1981, però, la media di questo indice per tutte le cooperative italiane indicava un ulteriore
peggioramento, visto che si attestava a 0,19. Stando ai
dati del Centro Studi di Legacoop, le cooperative aderenti
a questa centrale, avevano addirittura un indice di patrimonializzazione ancora inferiore, pari a 0,10.
Ecco allora, l’intervento legislativo per cercare di invertire questa tendenza, con le già citate leggi Pandolfi e
Visentini-bis, con la legge n. 59 del 1992, che di fatto
consentiva alle cooperative di accedere a nuovi canali di
finanziamento e avere così maggior respiro in fatto di patrimonializzazione. Una successiva rilevazione del 2000
fatta dal Centro Studi di Legacoop e riferita alle iscritta a
questa centrale mostrava come l’indice di patrimonializzazione fosse salito a 0,25.
scente corruzione, aprirono le porte ad uno dei principali
scandali politici del nostro paese, passato alla storia col
nome di Tangentopoli. Nel febbraio del 1992, infatti, con
l’arresto del presidente di una casa di riposo milanese,
Mario Chiesa, ebbe inizio l’inchiesta «Mani pulite», che
avrebbe portato alla luce un sistema di corruzione diffusa
nel mondo politico ed imprenditoriale italiano. Nel giro
di circa due anni di indagini furono emessi 25.400 avvisi
di garanzia e 4.525 persone finirono in carcere. I parlamentari implicati furono 1.069 e dieci persone decisero
di suicidarsi a seguito del coinvolgimento nell’inchiesta.
L’esito di questo vero e proprio terremoto politico fu la
scomparsa di quasi tutti i partiti tradizionali e la fioritura di nuove compagini, ma anche il cambiamento della
legge elettorale.
Sul versante economico, il perdurare di una grave situazione dei conti pubblici, i ripetuti richiami della Comunità
economica europea per la realizzazione di riforme strutturali e il declassamento in seconda categoria del nostro
paese da parte di Moody’s furono il preludio alla fuoruscita dell’Italia dal Sistema monetario europeo, decretato
nel settembre del 1992, a causa di una forte svalutazione
della lira. Si ebbe così una vera e propria recessione, e nel
1993, per la seconda volta dalla fine della seconda guerra
mondiale, la crescita del pil italiano fu di segno negativo.
Se nel 1975 si era registrato un -2%, nel 1993 la decrescita era più contenuta (-0,9%), ma faceva preoccupare il
fatto che per la prima volta vi era una netta contrazione
dei consumi; in particolare, nel 1993, la spesa per le famiglie diminuiva del 3,7%. Era vero che la crisi economica
aveva colpito, o stava colpendo, molti altri paesi industrializzati, ma in nessuno di questi si registrava un dato
di questo genere, che appariva difficile da spiegare anche
con i tradizionali strumenti macroeconomici.
Dalle ceneri della prima Repubblica, detta anche «Repubblica dei partiti», sarebbe nata un’Italia in parte differente da quella degli anni settanta, che esasperava alcune
tendenze già emerse nel decennio precedente, e quindi
un crescente scetticismo nei confronti delle imprese pubbliche, una più forte identità locale, l’identificazione nella
cultura del successo e del consumo, e una crescente critica nei confronti del sindacato, da molti considerato non
più una forma di tutela dei lavoratori, ma un baluardo dei
privilegi e delle prevaricazioni.
Il movimento cooperativo italiano fu anch’esso interessato da queste trasformazioni, pur se in generale in
maniera meno traumatica; alcuni scandali investirono
una parte del movimento, salvo poi rivelarsi in massima
parte inconsistenti, anche se nel frattempo si era avuta
l’incarcerazione di innocenti del tutto estranei ai fatti. Il
crollo dei partiti tradizionali coincise con l’abolizione delle correnti interne alla Lega delle cooperative, e con un
generale indebolimento della struttura di rappresentanza, quando, al contrario, i numeri delle iscritte, dei soci,
del fatturato e di altri indicatori economici crescevano. Si
manifestò, in buona sostanza, una ulteriore rivendicazione della «centralità dell’impresa» che andava idealmente
a scapito della Lega, considerata da alcuni una struttura
L’inchiesta Mani pulite
(1992-1993)
Nei primi anni novanta, lo sgretolamento degli equilibri
che avevano consentito alla prima Repubblica di crescere
e di prosperare, la diffusione di una sempre più evidente
cultura individualistica, la comparsa di soggetti politici
nuovi e in dichiarata opposizione al vecchio sistema dei
partiti, fondato anche su logiche clientelari e su una cre-
18
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
troppo pesante e macchinosa, che mal si confaceva alle
esigenze di dinamicità e opportunismo di un movimento
proiettato verso traguardi economici, che solo in seconda
battuta potevano dirsi sociali, e che certamente non erano più politici in senso stretto.
7. L’esistenza della cooperazione, il suo segno distintivo,
la sua regola sono fondate sul principio di solidarietà. Al
fondo di ogni relazione o transazione tra soggetti economici esistono sempre i rapporti umani.
8. La cooperazione interpreta il mercato come luogo di
produzione di ricchezza, di rispetto della salute e dell’ambiente, di sviluppo dell’economia sociale. Essa agisce nel
mercato non solo in osservanza delle leggi, ma secondo
i principi di giustizia e utilità per i propri soci e per la
collettività.
9. La cooperazione concorre allo sviluppo del mercato
migliorando le imprese esistenti e creandone di nuove;
organizzando la domanda, rispondendo ai bisogni della
collettività. Con questi significati essa intende la promozione cooperativa.
10. La cooperazione considera il diritto e il rischio di fare
impresa come manifestazioni di libertà.
11. la cooperazione regola i rapporti interni sulla base del
principio di democrazia. Le imprese cooperative realizzano compiutamente le proprie finalità associandosi nel
movimento cooperativo, che promuove tra di loro, che ne
valorizza i patrimoni collettivi, garantendo le adeguate
forme di controllo.
12. La mutualità cooperativa, definita dai principi dell’Alleanza cooperativa internazionale, non è solo un modo
di produrre e distribuire la ricchezza più adeguato agli
interessi dei partecipanti, ma una concezione dei rapporti
umani. La cooperazione trova le proprie radici nel valore
dell’imprenditorialità associata, ricerca il proprio sviluppo nel mercato, considera proprio fine il miglioramento
delle condizioni materiali, morali e civili dell’uomo
La Carta dei valori (1995)
Nei primi anni novanta, all’interno del movimento cooperativo tornò d’attualità il dibattito sui valori costitutivi dell’impresa cooperativa. Va da sé che quest’ultima
era molto differente da come era stata pensata e concepita dai padri fondatori – che del resto avevano svolto
la propria opera oltre un secolo prima, entro un quadro
socio-economico radicalmente differente –, ma era anche
vero che l’impresa cooperativa degli anni novanta era
pure molto cambiata rispetto a quella di vent’anni prima.
Infatti, in circa due decenni, l’affermazione della centralità dell’impresa, il processo di ibridazione, la definitiva
rescissione del cordone ombelicale coi partiti della prima
Repubblica, e il generalizzato aumento dimensionale di
molte cooperative avevano finito per sollevare un dibattito sulla nuova natura del movimento.
In questo senso, si ritenne utile tornare a ribadire i valori fondanti – magari aggiornati entro un nuovo quadro
di riferimento – e ritornare a parlare dell’impresa cooperativa come di un soggetto vocato a coniugare funzione
economica e funzione etica. Proprio per questo, nel 1995
la Lega delle cooperative discusse, redasse e approvò una
Carta dei valori, imperniata su dodici principi fondamentali che si ritiene utile riproporre qui di seguito:
1. Il socio è il nucleo originario di ogni forma di mutualità
e rappresenta il primo riferimento concreto dell’azione
cooperativa.
2. Le imprese cooperative svolgono il proprio ruolo economico a favore dei cooperatori, delle generazioni future,
della comunità sociale. Esse offrono ai propri partecipanti sicurezza, vantaggi e riconoscimenti in proporzione al
concorso individuale di ognuno.
3. La principale risorsa della cooperazione è rappresentata dagli individui che ne fanno parte. Ogni cooperativa
deve valorizzarne il lavoro, stimolarne e riconoscerne la
creatività, la professionalità, la capacità di collaborare
per il raggiungimento degli obiettivi comuni.
4. Il cooperatore si manifesta innanzitutto con il rispetto
per le persone. Al cooperatore si richiede franchezza, spirito di giustizia e senso di responsabilità, qualunque sia il
suo ruolo o la sua posizione.
5. Le imprese cooperative si manifestano con la qualità
dei lavori che si svolgono, la trasparenza, l’onestà e la
correttezza dei comportamenti.
6. La cooperazione considera il pluralismo sempre un
bene. Nei rapporti che intrattiene con le altre forze economiche, politiche e sociali essa rispetta la loro natura,
opinione, cultura e agisce secondo la propria originalità,
autonomia, capacità di proposta.
Ivano Barberini e l’Ica (2001)
Il 17 ottobre 2001 Ivano Barberini fu eletto presidente
dell’International co-operative organization (Ica, detta
anche Aci, acronimo di Alleanza cooperativa internazionale). Si tratta dell’organizzazione di rappresentanza
mondiale delle imprese cooperative, che quindi raccoglie
l’adesione delle organizzazioni di rappresentanza dei singoli paesi, tra le quali Legacoop, Confcooperative e Agci
per l’Italia. Nata nel 1895, l’Ica è la massima autorità del
pianeta relativamente all’impresa cooperativa, e dunque
il fulcro di un network gigantesco, al quale fanno indirettamente capo oltre un miliardo di soci cooperatori.
Ivano Barberini fu il primo italiano a diventarne presidente, eletto durante il congresso di Seoul e rieletto per
un secondo mandato durante quello successivo di Cartagena. Di fatto rimase in carica fino alla morte, avvenuta
nel 2009. Il suo impegno all’interno dell’Ica fu in massima parte volto a riformarne la struttura, per potenziare
il centro studi – in precedenza poco incisivo, tanto che
per gli anni novanta i dati quantitativi sulla cooperazione
mondiale sono molto lacunosi –, per accentuare il dialogo intrasettoriale rispetto a quello intersettoriale, e per
costruire una più solida identità della cooperazione a li-
19
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
vello mondiale, frutto di una sintesi dei diversi modelli
nazionali.
Tuttavia, questo ruolo apicale fu percepito in maniera
abbastanza contenuta in Italia. Se si scorrono gli atti di
congressi, convegni e workshop dedicati alla cooperazione nel primo decennio del XXI secolo il fatto che un
italiano fosse presidente dell’Ica non è quasi mai sottolineato come un aspetto davvero rilevante e in buon numero casi è addirittura completamente taciuto. Ciò è un
evidente sintomo della debolezza dell’Ica, organismo di
rappresentanza più ideale che concretamente operativo,
e come tale da considerarsi «leggero» e del tutto ancillare
rispetto alle organizzazioni di rappresentanza nazionale. Ma è anche un sintomo dell’ancora carente cultura
dell’internazionalizzazione del movimento cooperativo
italiano, un tema che oggi è entrato giocoforza nel dibattito sul futuro dell’impresa cooperativa.
il consiglio di amministrazione fornisca alla base sociale
una versione edulcorata dell’andamento dell’impresa,
allo scopo di farsi confermare per l’anno venturo, oppure
che gestisca la cooperativa in maniera eccessivamente
autoritaria, chiedendo ai soci rinunce sul piano personale
in nome delle necessità di bilancio.
Questa diversità di interpretazione produsse delle frizioni fra cooperative e sindacato fin dagli anni settanta, ad
esempio – e qui veniamo alla questione che ci interessa
– in merito al rispetto del contratto collettivo nazionale del lavoro (ccnl). La Lega e le imprese ad essa iscritte
tendevano a considerare il ccnl un mero riferimento, che
poteva essere trasgredito ogni qual volta, per necessità
di bilancio o altro, i soci decidevano volontariamente di
ridursi i salari.
Di fatto, però, questo apriva la porta ad una serie di violazioni sistematiche in quegli appalti in cui il costo della
manodopera era il principale onere economico. Per vincere queste commesse, i consigli di amministrazione delle
cooperative inducevano i soci a lavorare di più a parità
di salario o, anche, a rinunciare ad una parte del medesimo; così potevano praticare un prezzo più vantaggioso
e aggiudicarsi un determinato lavoro, anche perché su
questo terreno le imprese private non potevano entrare,
dato che erano vincolate al rispetto del contratto collettivo nazionale.
Naturalmente, si trattava di una scelta premiante sul
piano imprenditoriale – anche per questo dagli anni settanta in poi si ebbe un boom di cooperative di servizi –,
che però non trovava assolutamente d’accordo il sindacato, che anzi si batteva per evitare queste deroghe e non
voleva avallare la logica secondo cui i soci lavoratori di
una cooperativa potevano essere indotti ad «autosfruttarsi».
Tanto più che negli anni settanta proliferò anche una
cooperazione «spuria», fatta di imprenditori che davano
alla propria azienda una forma giuridica cooperativa proprio per avere questo genere di facilitazioni, e che dunque
potevano vessare e spremere la forza lavoro sotto minacce e ricatti di vario genere.
Questo tipo di impresa operava soprattutto nei servizi –
pulizie, manutenzioni, movimentazione merci, vigilanza,
ecc. –, un settore che era molto cresciuto anche sull’onda
di un forte processo di esternalizzazione. E quindi, si può
dire che fossero molto ampi i confini di queste sistematiche deroghe al contratto collettivo. Gli scontri tra cooperazione e sindacato furono talvolta davvero aspri, con
dichiarazioni taglienti che davano bene l’idea del livello
di conflittualità che si era raggiunta. Basti pensare che le
cooperative furono più volte definite organizzazioni che
«estraniavano i lavoratori dalla lotta» o «che sfruttavano
democraticamente i soci».
La legge sul socio lavoratore del 2001 sposava di fatto
l’idea che i soci di una cooperativa non fossero un imprenditore collettivo in grado di autogestirsi, bensì che
andassero tutelati sul fronte legislativo, così come chiedeva da tempo il sindacato. In pratica le cooperative furono obbligate ad applicare il ccnl nei confronti dei propri
La legge sul socio-lavoratore
(2001)
Le legge n. 142 del 3 aprile 2001 ha ridefinito la figura
del socio lavoratore in cooperativa. Di fatto, questo provvedimento è intervenuto nel merito di una lunga diatriba
fra cooperative e forze sindacali, risalente addirittura agli
anni settanta, che ha le proprie radici in una domanda
apparentemente semplice: i soci di una cooperativa sono
dei lavoratori o un imprenditore collettivo? Chiaramente la risposta è «tutti e due», ma con implicazioni molto
diverse se si sposta l’accento sulla prima o sulla seconda
interpretazione.
Chi sostiene l’ipotesi dei soci come imprenditore collettivo ritiene che questi debbano autogestirsi come meglio
credono, senza alcun bisogno di vincoli normativi. Chi,
invece, è dell’altro pare fa presente che l’autogestione
può essere facile da attuare nei piccoli gruppi, mentre
può essere svuotata di significato in una cooperativa con
centinaia o addirittura migliaia di soci, che opera su sedi
differenti e in cui il corpo sociale fa fatica a trovare delle
occasioni di confronto. In questi casi, anzi, può realizzarsi
una dicotomia tra la base sociale, impegnata nel lavoro
operativo, e la dirigenza che prende le decisioni strategiche.
Infatti, i singoli iscritti che svolgono mansioni poco qualificate non sanno nulla o quasi nulla di tecniche di bilancio, finanza aziendale, legislazione sugli appalti, ecc.,
e dunque delegano al consiglio di amministrazione la
gestione imprenditoriale dell’azienda. Pur se il cda è eletto democraticamente dai soci, si crea una discrasia tra
questa parte di dirigenza e la base sociale, perché la prima è meglio informata sui meccanismi complessivi che
regolano l’impresa e, in assemblea, trasmette queste conoscenze ai soci.
È evidente che deve esistere un rapporto di fiducia e lealtà
tra chi amministra e chi è amministrato. Il rischio è che
20
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
soci. Il dibattito successivo è stato particolarmente vivace, fra chi ha ritenuto sacrosanto il provvedimento e chi,
al contrario, ha evidenziato come il medesimo – pur se
animato da buone intenzioni – abbia finito per avallare
una «mentalità da dipendente» fra i soci, che vanificava
gli sforzi fatti da certe cooperative per sollecitare l’attitudine imprenditoriale all’interno della base sociale.
i cui soci non sono interessati al ristorno a chiusura del
bilancio, bensì ad avere la possibilità di acquistare merci
con un conveniente rapporto qualità/prezzo durante l’anno.
L’esperienza italiana si compone di cinque tappe fondamentali, che corrispondono ad altrettante interpretazioni
legislative del concetto di mutualità, in massima parte
specchio di una stagione di dibattiti o di una particolare visione politica. Queste, poi, sono state recepite dalle
singole cooperative, che nei fatti si sono adeguate ai diversi paradigmi che ora andremo a passare in rassegna.
Il primo riconoscimento giuridico della cooperativa come
forma d’impresa peculiare è nel Codice di commercio
del 1882. In tale approccio, il principio mutualistico era
completamente ignorato, per cui – teoricamente – nulla
vietava che la sedicente cooperativa operasse esclusivamente verso terzi, distribuisse gli utili come una qualsiasi altra impresa commerciale e non riservasse alcun
trattamento speciale ai soci.
Si trattava di un vulnus che venne presto denunciato e
che alimentò un vasto dibattito proprio sulla mutualità. Questo principio era apprezzato soprattutto in quanto
compenetrazione nella stessa persona sia della figura del
socio che dell’utente/lavoratore, ma si discuteva se esso
dovesse considerarsi o meno anche una caratteristica
ineliminabile del fatto cooperativo. Di fatto, il perno di
tutto il dibattito riguardava la possibilità per le cooperative di svolgere attività anche con non soci. Può una
cooperativa di consumo vendere i prodotti anche a un
cittadino che non è membro? Può una cooperativa edile
assumere personale senza farlo socio? Può una cassa rurale ricevere in deposito i risparmi di un normale cliente?
E può un domani fargli un prestito?
Chi spingeva per il no ai rapporti economici con i terzi,
aveva una visione della cooperativa «dura e pura», e in fin
dei conti chiusa in se stessa. Al contrario, chi ammetteva
deroghe al principio mutualistico, le motivava a fronte
di un vincolo e di una considerazione collaterale. Il rapporto economico coi non soci doveva essere accessorio e
minoritario rispetto a quello coi soci, e in questa maniera
esso diventava conveniente anche per i soci stessi, perché
l’ampliamento del fatturato avrebbe portato maggiore
benessere alla cooperativa e avrebbe contribuito ad abbattere i costi fissi.
Quindi, in una seconda stagione legislativa – quella
dell’età giolittiana e del primo dopoguerra – si introdusse
il concetto di mutualità secondo questa accezione, cioè
che era un fondamento di quel genere d’impresa, e che
poteva essere parzialmente derogato a vantaggio dei soci
stessi. Immediatamente maturò un secondo dibattito. La
cooperativa si deve comportare nella stessa maniera di
fronte a soci e non soci? O i primi devono essere privilegiati? Le domande concrete potevano essere le seguenti:
la cooperativa di consumo fa gli stessi prezzi a soci e non
soci? La cooperativa edile retribuisce in maniera analoga
i muratori soci e quelli non soci? La cassa rurale applica
le stesse condizioni a soci e a non soci?
Il Legislatore non diede mai una risposta univoca, ma in-
La riforma del diritto societario
(2001-2004)
La riforma del diritto societario, nota anche come riforma Vietti, è stata avviata dalla legge n. 366 del 3 ottobre
2001, che ha attribuito al Governo due deleghe: una per
attuare la riforma, l’altra per provvedere alle eventuali
disposizioni integrative e correttive. Queste sono state
successivamente sviluppate in provvedimenti compresi
fra il 2001 e il 2004. Tra le altre cose ha ridisegnato alcuni funzionamenti intrinseci all’impresa cooperativa, in
particolare relativi al concetto di mutualità.
Nel dibattito intellettuale, la mutualità è sempre stata
considerata una via intermedia tra il self-help e la solidarietà, ossia tra individualismo e altruismo. In tal senso è il concetto fondante della cooperativa, intesa come
un’impresa di proprietà dei soci che opera nell’interesse
collettivo degli stessi. Questi si sono riuniti in cooperativa per raggiungere uno scopo al quale singolarmente
non avrebbero potuto ambire, e l’interesse da loro perseguito non è esclusivamente di natura economica, anzi
molto spesso questo genere di dimensione appare complementare o addirittura ancillare rispetto a motivazioni
extra-economiche. Questo tipo di patto sociale si protrae
nel tempo se lo scambio mutualistico – ossia la reciprocità tra soci e impresa cooperativa – continua ad essere
vantaggioso.
Nelle cooperative di consumo, ad esempio, i soci trovano
generi alimentari e altri prodotti a un rapporto qualità/
prezzo conveniente. In quelle di produzione e lavoro, ottengono la garanzia di un impiego che li mette al riparo
dal rischio della disoccupazione. In quelle agroalimentari, ricevono un sostegno tecnico-organizzativo e un vantaggio economico negli acquisti e nelle vendite collettive.
Gli esempi potrebbero proseguire. A tutte queste considerazioni, si deve aggiungere che le cooperative danno
un ulteriore beneficio ai soci, perché a bilancio chiuso ed
approvato – se la gestione complessiva è stata efficiente
e positiva – viene distribuito il ristorno, ossia la parziale
ripartizione degli utili realizzati dalla cooperativa.
Quindi, la mutualità è un concetto che rimanda ad un
vantaggio collettivo sia economico che non economico,
che giustifica l’esistenza stessa della cooperativa, intesa
come un genere d’impresa con finalità diverse rispetto
al mero profitto. Anzi, in questo senso l’utile di gestione
appare del tutto minoritario rispetto ad altri aspetti. Ciò
è particolarmente evidente nelle cooperative di consumo,
21
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
coraggiò forme di perequazione, senza distinzioni nette
tra soci e non soci. In certi casi, addirittura, alcuni studiosi vicini al socialismo e vari dirigenti della Lega nazionale delle cooperative spinsero per una ripartizione del
ristorno allargata anche ai non soci, nell’idea che la cooperativa fosse uno strumento classista e che non potesse
operare discriminazioni.
La legislazione fascista e il Codice civile del 1942 capovolsero radicalmente questa impostazione. Si volle dare alle
cooperative un carattere mutualistico che distinguesse
chiaramente tra soci e non soci, e furono abolite una serie di disposizioni accessorie – per esempio in termini di
distribuzione degli utili – che ricondussero questa forma
d’impresa in un contesto imprenditoriale fortemente depurato di implicazioni etiche e sociali.
La nuova Costituzione, entrata in vigore il 1 gennaio
1948, riconsegnava la cooperativa ad un ambito in cui
valori e impresa tornavano a convivere all’insegna del
«carattere mutualistico e senza fini di speculazione privata». La legislazione successiva ha avuto importanti
meriti ma si è anche rivelata parzialmente lacunosa. Da
un lato è stato introdotto il divieto di demutualizzazione
– ossia la trasformazione di una cooperativa in società
per azioni, principale fattore di crisi del movimento a livello mondiale – e sono stati via via introdotti incentivi e
norme per la patrimonializzazione e per il rafforzamento
della dimensione imprenditoriale.
Di contro, la mancanza di una chiara definizione della
deroga al concetto di mutualità ha aperto le porte alla cooperazione spuria, e cioè a compagini imprenditoriali che
si sono travestite da cooperative per godere di determinate agevolazioni fiscali. Nel senso che la mancanza di un
obbligo ad operare prevalentemente con i soci ha spianato la strada a soluzioni che evidentemente tradiscono
lo spirito cooperativo. Ad esempio, ci sono cooperative di
pulizie in cui i soci sono i nove consiglieri di amministrazione e non i cento addetti che sono inquadrati come
semplici dipendenti. Oppure cooperative agroalimentari
in cui i coltivatori soci sono solo il 4% o il 5% di tutti
coloro che vi conferiscono i propri prodotti, per cui la restante parte si vede imporre prezzi e condizioni da una
ristretta oligarchia.
Sul concetto di mutualità quindi è intervenuta la riforma
Vietti, che ha introdotto uno spartiacque fra cooperative a mutualità prevalente e a mutualità non prevalente.
Nel primo caso, la maggior parte dello scambio avviene
con i soci, nel secondo con il resto dei clienti/dipendenti.
Quindi, ad esempio, se una cooperativa di consumo realizza almeno il 51% del proprio fatturato con i soci è a
mutualità prevalente, viceversa se prevalgono le vendite
ai non soci è a mutualità non prevalente. Le cooperative
a mutualità prevalente sono sottoposte a un trattamento
fiscale più favorevole, nel senso che le riserve indivisibili
sono tassate solo per il 30% dell’imponibile, anziché per
il 70% come nelle altre cooperative. Si è trattato di un riconoscimento legislativo all’importanza della mutualità,
che ha penalizzato la cooperazione spuria ma che non ha
voluto sradicarla.
Il caso Unipol (2005-2006)
Tra il 2005 e il 2006 il gruppo Unipol – all’epoca il terzo
in Italia del segmento bancario-assicurativo, e considerato un polmone finanziario del movimento cooperativo
imperniato su Legacoop – è stato al centro di una vicenda
scandalistica, partita da un’inchiesta giudiziaria e fortemente amplificata dai mass-media. In questa sede non
si darà conto delle vicende specifiche – peraltro molto
intricate e su alcuni punti non ancora del tutto chiarite
dalla magistratura, che in differenti gradi di giudizio ha
fornito pareri molto discordanti – bensì degli effetti pratici sul movimento.
Infatti, al di là del cambio al vertice di Unipol – con le
dimissioni del presidente Giovanni Consorte e del vicepresidente Valter Sacchetti, sostituiti rispettivamente da
Pier Luigi Stefanini e Vanes Galanti – tra i cooperatori ci
si interrogò sulla governance di Unipol e sul suo ruolo
rispetto al movimento.
Inizialmente, anche per effetto della velenosa campagna
scandalistica messa in campo da vari mezzi d’informazione, Unipol fu bersaglio di attacchi ripetuti, a tratti violenti o ingenerosi. Si sottolineava come uno strumento
al servizio del movimento svolgesse solo teoricamente
questa funzione, perché si era trasformato in un enorme
centro di potere, capace di condizionare le stesse linee
strategiche di Legacoop.
Passata questa burrasca, e anche grazie al lavoro riorganizzativo e informativo dei nuovi vertici, è emerso come
– al di là di certi aspetti che forse restano controversi –
il gruppo Unipol sia di fatto assolutamente cruciale per
vari segmenti del movimento, ai quale dà un apporto non
indifferente sul piano finanziario e consulenziale. Così
come attraverso un impegno economico diretto molto robusto, Unipol contribuisce a sostenere progetti culturali,
scientifici, formativi e sociali sul territorio emiliano-romagnolo ed italiano in genere.
È vero, però, che una carenza di informazioni fra i soci
delle cooperative – ma anche fra i comuni cittadini –
induce vari osservatori a percepire negativamente questo
colosso bancario-assicurativo, tanto che anche all’interno
del movimento stesso continuano a registrarsi opinioni
critiche nei confronti della linea strategica di Unipol, volta a ben consolidare il proprio segmento di mercato e ad
allargarsi in quelli contigui.
Il dibattito iniziato circa dieci anni fa, con le dimissioni di
Consorte e Sacchetti, prosegue quindi oggi seppur sotto
traccia, tra coloro che parlano di un movimento e di una
Legacoop troppo Unipol-dipendenti, e coloro che invece
giudicano assolutamente positivo il fatto che il gruppo
Unipol si faccia carico di esercitare una drive finanziaria,
vista come indispensabile per essere meglio competitivi
nel mercato.
22
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Cisl e la Uil, e pure nel contesto dell’artigianato, dove si
sono storicamente sovrapposte addirittura quattro sigle e
cioè Confartigianato, Cna, Casartigiani e Claai.
La fine della prima Repubblica ha riaperto il dibattito
pubblico sull’utilità effettiva di una segmentazione di
questo genere. Anche all’interno del movimento cooperativo italiano, quindi, è maturata l’idea di un graduale
superamento di questa moltiplicazione di strutture di
servizio, che porta ad una sovrapposizione di reti associative nei singoli territori. La creazione dell’Alleanza delle
cooperative italiane è stato un primo importante passo
in questa direzione, a sancire un coordinamento unitario
delle tre centrali precedentemente richiamate. Stando ai
dati del 2013, l’Alleanza delle cooperative italiane rappresenta 43.000 imprese cooperative, e cioè oltre il 90%
del mondo cooperativo italiano per persone occupate
(1.200.000), per fatturato realizzato (140 miliardi di euro)
e per soci (oltre 12 milioni), per un totale di circa l’8% del
pil del nostro paese.
La nascita dell’Alleanza delle
cooperative italiane (2011)
Il 27 gennaio 2011 è nata l’Alleanza delle cooperative
italiane, coordinamento delle tre centrali principali Legacoop, Confcooperative e Agci. Infatti, il movimento
cooperativo italiano è storicamente diviso in tre grandi
network, ognuno dei quali fa riferimento ad una centrale
cooperativa. La più antica è la Lega nazionale delle cooperative e mutue, oggi Legacoop, nata nel 1886, disciolta
d’autorità dal fascismo nel 1925 e rifondata nel 1945,
che storicamente ha tratto ispirazione dagli ideali del
socialismo. La seconda in ordine di importanza è la Confederazione delle cooperative italiane, in passato nota
anche come Cci e oggi Confcooperative, fondata nel 1919
– ma erede di un movimento nato dalla Rerum Novarum
di papa Leone XIII (1891) – e anch’essa smantellata dal
fascismo nel 1925 e risorta all’indomani della Liberazione come compagine in linea con la dottrina sociale della
Chiesa. Infine, vi è una terza centrale più piccola, che ha il
nome di Associazione generale delle cooperative italiane
(Agci), nata nel 1952 su una piattaforma politica di carattere repubblicano e socialdemocratico, che si richiamava
ai valori della tradizione mazziniana di più antica data.
Questo assetto così segmentato che contraddistingue
il movimento cooperativo italiano è stato generalmente definito e rappresentato sulla base di colori: il rosso
per Legacoop, il bianco per Confcooperative e il verde per
l’Agci, a contraddistinguere tre differenti tradizioni politiche – socialista, cattolica, repubblicana – che idealmente danno vita alla bandiera nazionale. Tuttavia, questa
segmentazione appare anche un’anomalia in ambito internazionale. È vero che in molti movimenti cooperativi
europei le origini tardo-ottocentesche e gli sviluppi del
primo Novecento furono caratterizzati da divisioni ideologiche tra cooperatori che si rifacevano alla visione marxista e altri che al contrario si richiamavano al magistero
sociale della Chiesa, così come in alcuni paesi scandinavi
la dicotomia riguardava strutture cattoliche e protestanti, ma è altrettanto vero che questi schemi furono quasi
ovunque superati nel corso della seconda metà del XX secolo, a comporre movimenti cooperativi che avevano una
base unitaria. Al massimo, in certi contesti, la presenza
di più centrali cooperative ubbidiva ad una divisione di
carattere settoriale, con un’organizzazione di rappresentanza per le cooperative di consumo, un’altra per quelle
agro-alimentari, un’altra ancora per quelle di credito e
così via.
In Italia, invece, gli anni della prima repubblica consolidarono gli steccati ideologici tra i tre circuiti cooperativi
sopra espressi, facendo del nostro paese un caso atipico
all’interno dell’International co-operative alliance (Ica).
Del resto, qualcosa di molto simile era accaduto in ambito sindacale, con la presenza di tre differenti organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori, e cioè la Cgil, la
Giuliano Poletti ministro del
lavoro (2014)
Il 22 febbraio 2014, Giuliano Poletti, presidente di Legacoop e dell’Alleanza cooperative italiane, è diventato
il nuovo ministro del lavoro e delle politiche sociali del
governo Renzi, un dicastero strategico, chiamato ad affrontare temi sensibili per la vita delle persone e decisivi
per il futuro dell’economia nazionale, ancor più oggi che
l’Italia soffre il protrarsi della lunga crisi economica e di
sistema.
Giuliano Poletti, imolese, viene da una lunga militanza
politica nel Partito comunista italiano. Già amministratore locale, ha poi affiancato all’impegno politico l’esperienza professionale nel mondo della cooperazione; negli
anni novanta è stato presidente di Efeso, l’Ente di formazione di Legacoop in Emilia-Romagna, e nel 2000 è stato
eletto presidente nazionale di Legacoop
L’esperienza cooperativa di Poletti è emersa fin dalle sue
prime dichiarazioni, dal richiamo deciso all’equità – da
realizzare attraverso una redistribuzione della ricchezza
prodotta –, al sostegno all’impresa e alla creazione di reti
e di filiere produttive. E così, le leve economiche che hanno segnato il successo dell’impresa cooperativa sono entrate nell’agenda di lavoro del nuovo esecutivo: cogestione, nuovi investimenti e autoproduzione di lavoro, per
«costruire una società equa dove nessuno viene lasciato
nelle condizioni di inattività e inutilità».
Ma l’aspetto più significativo è che un dirigente di alto
livello del movimento cooperativo come Giuliano Poletti sia stato chiamato ad una carica ministeriale. L’unico
precedente è quello di Luigi Luzzatti, che fu ministro e
poi presidente del consiglio, ma oltre cent’anni fa.
23
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Sezione seconda
La dimensione statistico quantitativa
La cooperazione emilianoromagnola nei consimenti Istat
(1951-2011)
zia Battilani sul Bollettino ufficiale delle società cooperative (Busc), che al momento riguarda il 1951 e il 1981. Un
confronto incrociato fra queste due fonti ha messo in evidenza l’attendibilità di entrambe, con alcune discrepanze
che però non appaiono decisive. Tra le ricerche che hanno
impiegato i dati del Busc ricordiamo quella di Patrizia
Battilani, L’impresa cooperativa da istituzione marginale a fattore di modernizzazione (in «Imprese e storia», n.
37, pp. 9-57). Ma anche, in misura più contenuta, il volume di Tito Menzani, La cooperazione in Emilia-Romagna.
Dalla Resistenza alla svolta degli anni settanta (Bologna,
Il Mulino, 2007).
In questa sede, invece, si vuole dare conto di alcuni trend
della cooperazione emiliano-romagnola nel quadro nazionale a partire dai dati Istat. I limiti di tale fonte sono
riassumibili in tre punti. Innanzi tutto ci forniscono informazioni solo sul numero di cooperative e sugli addetti
alle stesse, ma non sull’entità dei soci né sul fatturato.
Secondariamente, non ci dicono a quale centrale cooperativa aderivano le cooperative censite, per cui è impossibile fare valutazioni sul peso dei diversi movimenti a
partire da queste fonti. In terzo luogo, non coprono la
totalità dei segmenti merceologici, giacché non rilevano
le cooperative del settore abitativo, quelle bracciantili di
conduzione e quelle sociali; per il 1951, non sono considerati nemmeno il settore di trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli e la pesca.
Tuttavia, poiché queste lacune riguardano tutte le regioni, i dati Istat rispettano la condizione più importante
per il tipo di analisi che si vuole portare avanti, e cioè
l’omogeneità, sia geografica che – con le lievi eccezioni
riferite al 1951 – diacronica. Su quest’ultimo aspetto, si
deve rilevare che la cadenza decennale dei censimenti
ci consegna sette benchmark equidistanti: 1951, 1961,
1971, 1981, 1991, 2001, 2011.
Prima di procedere all’analisi dei dati facciamo due ultime considerazioni. Si è scelto di prendere in esame le
imprese e non le unità locali, che pure sarebbe interessante analizzare dal punto di vista quantitativo. Tuttavia,
a livello di dati, per queste ultima manca quell’omogenei-
In queste pagine si vogliono presentare alcune riflessioni
sulla storia della cooperazione emiliano-romagnola alla
luce di un’analisi statistica inedita. Prima di presentare i
dati, però, occorre una breve riflessione introduttiva, dato
che le indagini quantitative sul movimento cooperativo
sono state spesso oggetto di fraintendimenti, i quali – a
loro volta – hanno sollecitato importanti dibattiti sulle
fonti. È oggi opinione condivisa che uno degli strumenti
apparentemente più semplici per la costruzione di serie
statistiche relative al movimento, ossia il registro prefettizio, sia completamente inaffidabile, perché, di fatto,
è stato usato solamente per iscrivere le nuove cooperative, senza preoccuparsi di cancellare quelle che via via
sono cessate. Di conseguenza alcune ricerche costruite
su questa fonte – una delle più importanti è quella di
Roberto Bernardi e Antonio Orienti, Il cooperativismo in
Emilia-Romagna (Bologna, Patron, 1987) – sono da ritenersi oggi poco utili.
Un’altra fonte apparentemente basilare è data dai materiali delle centrali cooperative, che in quanto organi di
monitoraggio e coordinamento devono necessariamente
essere dotate di strumenti che consentano di avere una
fotografia costantemente aggiornata del proprio movimento. Tuttavia, non solo le centrali cooperative sono
ben cinque, ma un più o meno ampio numero di cooperative non aderisce a nessuna di esse e dunque sfuggirebbe
all’indagine. Ad ogni modo, varie ricerche su Legacoop
hanno fatto ricorso a questa fonte, tra le quali il volume
di Vera Zamagni ed Emanuele Felice, Oltre il secolo. Le
trasformazioni del sistema cooperativo Legacoop alla fine
del secondo millennio (Bologna, Il Mulino, 2006).
Restano a nostra disposizione altre due fonti importanti,
ossia i censimenti Istat e il database realizzato da Patri-
25
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Tab. 1 Imprese cooperative nelle regioni italiane (1951-2011)
1951
1961
1971
1981
1991
2001
2011
780
804
537
1.148
1.879
2.708
2.414
32
38
22
40
120
156
163
2.568
2.728
1.802
2.619
4.891
6.759
7.060
586
798
829
757
1.029
1.190
999
Veneto
937
1.217
1.138
1.696
2.516
2.523
2.427
Friuli-V.G.
313
543
552
840
1.034
905
693
Piemonte
Valle d’Aosta
Lombardia
Trentino-A.A.
365
289
247
466
739
1.114
942
Emilia-R.
Liguria
1.489
2.296
2.089
3.507
3.966
4.035
3.831
Toscana
1.148
1.096
873
1.523
2.544
3.105
2.794
Umbria
181
164
145
341
581
604
545
Marche
343
222
179
600
987
1.163
1.135
Lazio
474
360
421
1.171
2.944
5.417
7.160
168
150
Abruzzo
Molise
146
391
808
1.039
1.005
34
103
236
271
261
Campania
349
291
278
1.039
2.561
4.261
5.069
Puglia
332
524
572
1.197
2.704
4.058
4.525
Basilicata
Calabria
64
83
83
261
706
727
728
166
119
103
318
838
1.051
1.419
Sicilia
343
288
364
1.329
3.425
5.086
5.287
Sardegna
144
219
330
554
1.138
1.547
1.677
10.782
12.229
10.744
19.900
35.646
47.719
50.134
TOTALE
Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie.
Tab. 2 Addetti alle cooperative nelle regioni italiane (1951-2011)
1951
1961
1971
1981
1991
2001
2011
10.412
13.082
10.725
20.047
33.203
56.086
45.785
242
252
106
532
1.344
1.099
1.822
23.336
27.795
25.111
44.965
81.994
142.226
148.733
3.430
6.414
6.848
8.973
15.882
18.601
21.754
Veneto
9.284
14.486
16.159
26.119
47.068
72.422
76.105
Friuli-V.G.
6.889
6.053
6.592
9.346
17.236
18.262
17.666
Piemonte
Valle d’Aosta
Lombardia
Trentino-A.A.
9.085
5.452
13.381
9.230
11.728
18.340
13.270
Emilia-R.
Liguria
26.152
48.317
53.780
94.937
116.005
144.480
152.095
Toscana
15.950
19.513
16.838
26.186
44.215
51.689
56.270
Umbria
1.344
1.889
2.264
6.346
10.502
13.119
12.695
Marche
3.796
3.552
2.969
7.981
14.913
14.865
11.537
Lazio
7.189
10.637
12.406
23.730
35.685
71.930
92.072
1.127
1.854
2.111
4.867
10.675
10.411
9.194
549
1.232
2.543
2.716
2.224
Abruzzo
Molise
Campania
3.959
7.295
8.343
16.986
34.669
40.336
39.641
Puglia
4.905
11.669
11.272
22.822
34.186
43.379
41.149
832
878
1.345
3.037
6.814
5.726
3.800
1.005
2.335
2.313
3.948
9.563
8.119
12.012
Basilicata
Calabria
Sicilia
6.381
6.231
8.757
22.672
40.678
35.343
32.137
Sardegna
2.567
4.304
5.608
8.479
15.419
16.943
13.333
137.885
192.008
207.477
362.435
584.322
786.092
803.294
TOTALE
Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie.
26
Documento per il Congresso regionale di Legacoop Emilia-Romagna
valori e sviluppo
tà che invece, nei sei benchmark selezionati, si riscontra
per le imprese. Secondariamente, negli ultimi trent’anni
anche in Italia si è avuto un processo di cosiddetta «ibridazione» del movimento, in particolare a seguito del fatto
che le cooperative hanno sempre più costituito o acquistato imprese tradizionali, per avere una serie di società
di scopo. Dunque, se si tenesse tenere conto di ciò i dati
del movimento sarebbero ancora maggiori, per lo meno
in termini di occupati e fatturato. Ma, al momento, nessuna fonte è in grado di darci questa informazione per il
periodo storico qui considerato.
Fatte queste premesse, procediamo con la lettura statistica. Le tabelle 1 e 2 ci dicono quante cooperative e
quanti addetti alle medesime sono state censite nelle varie regioni italiane tra il 1951 e il 2011. Da questi dati
assoluti si ha un primo importante riscontro, e cioè che la
storia del movimento nel secondo Novecento è separabile
in due fasi, e cioè la stagnazione degli anni Cinquanta e
Sessanta e la grande crescita del quarantennio successivo. Tra l’altro la crisi economica che ha colpito anche
l’Italia dal 2008 non sembra aver prodotto un ridimensionamento del movimento, in termini di imprese e di
addetti, se non in alcune regioni.
Nel 1951, vi erano 10.782 cooperative con 137.885 addetti, che nel 1971 erano praticamente rimaste invariate
(10.744 unità) pur se a fronte di una sensibile crescita
dell’occupazione (207.477 addetti). I dati del 2011, invece, ci dicono che il numero delle cooperative era quintuplicato rispetto a trent’anni prima, attestandosi su
50.134 unità, e che anche il numero degli occupati era
salito considerevolmente (803.294 lavoratori).
anni del miracolo economico, passando da 12,8 a 19,3
addetti di media, mentre successivamente il dato scese in maniera lieve ma abbastanza costante fino a 16,4
nel 1991, per poi risalire a 16,5 nel 2001 e attestarsi a
16,0 nel 2011. In pratica, nel corso degli anni Cinquanta
e Sessanta, pur se il movimento fu penalizzato da varie
difficoltà, si ebbe un processo di selezione e consolidamento, a beneficio dell’aumento dimensionale di tante
cooperative. Nel trentennio successivo – come spiegato
in precedenza – questo processo non si arrestò e varie
cooperative divennero ancora più grandi, ma allo stesso
tempo la gemmazione di numerose nuove esperienze ci
consegna un dato medio un poco ridimensionato. Inoltre,
le cooperative appaiono nettamente più grandi rispetto
alla media delle imprese, ma è interessante notare che il
trend di queste ultime è caratterizzato da un andamento
solo in parte simile: una crescita fra 1951 e 1971, con
la dimensione media che passa da 4,5 a 5,0 addetti per
impresa, e un calo successivo, col valore del 2011 pari a
3,7. Nell’arco di tutto il secondo Novecento, quindi, mentre le cooperative furono interessate da una crescita della dimensione media, seppur non lineare, le imprese nel
loro complesso scontarono una diminuzione del numero
di addetti per società.
Sulla base di queste valutazioni e del resto dei dati della
tabella 7, le tabelle 5 e 6 appaiono quindi più leggibili. In
pratica, emerge come nel corso della seconda metà del
XX secolo alcune grandi regioni abbiano espresso una
compagine cooperativa molto importante in termini di
massa critica. L’Emilia-Romagna è sicuramente quella
che spicca di più, forte di cooperative con una dimensione media sempre molto superiore al dato nazionale – addirittura più che doppia nel 2011 –, che come tale dato
trova un riscontro soprattutto nelle percentuali relative
agli addetti: in tutti e sette i benchmark si evince come
circa un quarto o un quinto di tutti gli occupati in cooperativa lavorasse per una compagine emiliano-romagnola.
La seconda regione che si distingue è la Lombardia, un’area molto popolosa e comunque forte di una tradizione
cooperativistica di rilevo. In questo caso, però, salvo che
nelle rilevazioni più recenti, la dimensione media delle
cooperative è stata sensibilmente al di sotto del dato
nazionale, e dunque a livello percentuale si trova un riscontro soprattutto in termini di singole imprese. Nelle
rilevazioni del 1951 e del 1961 emerge come poco meno
di un quarto di tutte le cooperative italiane fosse concentrato in questa grande regione.
Più in generale, mentre nelle aree del Centro-Nord si
sono registrati andamenti più variegati, in quelle meridionali e insulari si può osservare un sistematico e lineare calo della dimensione media tra il 1971 e il 2011.
Un’altra considerazione importante è che il Trentino-Alto
Adige, considerato un territorio a forte vocazione cooperativistica, non spicca attraverso questi dati, per il fatto
di essere una regione con sole due province, e quindi più
piccola e con meno abitanti rispetto alla maggior parte
delle restanti.
Prima di procedere alla disamina sulle differenze regionali, è utile vedere il confronto con i dati relativi alle
imprese nel loro complesso, che ci fanno capire come il
movimento cooperativo fosse in parziale controtendenza. Nel 1951, infatti, erano censite 1.504.027 imprese
che davano lavoro a 6.781.092 addetti. Vent’anni dopo,
ad un netto incremento delle aziende (2.236.044 unità)
faceva eco quasi un raddoppio degli occupati, divenuti
11.077.533. Viceversa, i dati del benchmark più recente,
ci mostrano come dal 1971 al 2011 si sia avuta una crescita con tassi inferiori a quella che aveva caratterizzato
il movimento cooperativo; infatti, nel 2011, si registravano 4.425.950 imprese e 16.424.086 addetti.
Consideriamo ora la massa critica della cooperazione nelle singole regioni. Nelle tabelle 5 e 6, indicato con 100 il
totale di ogni singolo benchmark, sono riportate le percentuali che contraddistinguono ogni regione in termini di cooperative e di addetti alle medesime. La lettura
di questi dati deve necessariamente accompagnarsi alla
tabella 7, che dà conto della dimensione media delle imprese cooperative; nell’ultima riga della stessa tabella è
riportata la dimensione media delle imprese italiane.
Anzi, conviene proprio partire da questi ultimi dati per
riscontrare alcune correlazioni importanti. Le cooperative aumentarono la propria dimensione nel corso degli
27
Documento per il Congresso regionale di Legacoop Emilia-Romagna
valori e sviluppo
Tab. 3 Imprese nelle regioni italiane (1951-2011)
1951
Piemonte
Valle d’Aosta
Lombardia
Trentino-A.A.
Veneto
Friuli-V.G.
Liguria
1961
1971
1981
1991
2001
2011
148.955
180.295
198.201
249.695
269.703
329.958
336.338
3.204
4.872
6.056
7.268
8.989
11.102
11.832
253.644
324.541
378.965
486.868
573.973
751.631
811.666
26.853
31.899
37.606
55.987
64.214
77.110
83.319
111.599
144.643
175.238
264.627
301.668
376.281
403.169
37.429
44.136
51.950
72.503
78.463
86.650
86.773
63.386
78.239
89.282
99.929
105.944
124.787
128.664
Emilia-R.
125.959
180.197
218.668
288.133
306.460
360.326
370.259
Toscana
108.986
154.732
183.219
225.821
266.131
313.020
330.917
Umbria
21.435
28.325
33.097
41.604
51.037
64.368
69.332
Marche
42.329
55.449
67.686
96.337
105.967
123.607
131.386
Lazio
86.354
126.313
160.186
194.231
238.052
358.785
425.730
46.284
56.738
Abruzzo
Molise
Campania
47.681
60.400
75.166
89.220
100.784
12.929
14.902
17.882
19.462
21.420
114.582
143.413
154.738
184.848
237.048
298.355
337.775
Puglia
82.076
110.925
129.036
155.796
186.652
224.895
252.203
Basilicata
16.861
19.431
21.035
26.666
30.510
33.086
35.101
Calabria
51.598
61.150
62.628
73.158
88.282
98.797
109.987
127.965
147.905
154.678
181.699
210.665
246.704
271.714
34.528
45.521
53.165
66.841
84.745
95.822
107.581
1.504.027
1.938.724
2.236.044
2.847.313
3.301.551
4.083.966
4.425.950
Sicilia
Sardegna
TOTALE
Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie.
Tab. 4 Addetti alle imprese nelle regioni italiane (1951-2011)
1951
Piemonte
Valle d’Aosta
Lombardia
Trentino-A.A.
Veneto
819.061
1961
1971
1.086.496
1981
1.310.599
1.366.314
1991
1.450.474
2001
2011
1.409.120
1.331.000
8.991
14.279
18.874
24.068
34.150
38.613
39.229
1.927.123
2.548.936
2.893.155
3.167.509
3.298.076
3.723.556
3.744.267
88.782
131.537
163.319
230.627
264.920
298.034
351.108
450.044
713.581
884.769
1.186.647
1.361.559
1.580.844
1.642.359
Friuli-V.G.
168.253
222.160
281.904
345.621
358.185
362.150
352.169
Liguria
364.741
450.282
438.245
469.462
418.399
383.571
433.371
Emilia-R.
407.570
721.168
890.046
1.199.099
1.305.754
1.470.609
1.518.243
Toscana
400.829
646.515
768.986
946.359
1.011.003
1.079.064
1.094.795
Umbria
61.089
88.231
124.048
170.673
190.642
225.173
240.215
Marche
112.990
180.249
246.428
368.804
405.130
456.358
460.833
Lazio
797.569
1.013.742
1.317.215
1.101.989
1.680.688
1.623.141
1.826.304
142.790
214.460
270.078
296.824
310.025
Abruzzo
98.605
141.585
28.182
40.947
50.658
54.211
53.390
Campania
346.296
483.367
490.716
685.403
743.055
836.760
939.776
Puglia
196.648
297.433
343.067
482.183
573.605
642.261
700.432
32.870
44.156
46.129
73.353
88.848
99.658
95.333
Molise
Basilicata
Calabria
105.484
142.890
129.945
187.421
212.330
231.546
274.896
Sicilia
302.071
409.230
407.210
526.618
621.578
624.140
721.349
Sardegna
TOTALE
92.076
127.620
151.906
213.630
262.680
277.275
294.992
6.781.092
9.463.457
11.077.533
13.001.187
14.601.812
15.712.908
16.424.086
Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie.
28
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Tab. 5 Imprese cooperative in Italia: valori percentuali regionali (1951-2011)
1951
1961
1971
1981
1991
2001
2011
Piemonte
7,2
6,6
5,0
5,8
5,3
5,7
4,8
Valle d’Aosta
0,3
0,3
0,2
0,2
0,3
0,3
0,3
23,8
22,3
16,8
13,2
13,7
14,2
14,1
5,4
6,5
7,7
3,8
2,9
2,5
2,0
Veneto
8,7
10,0
10,6
8,5
7,1
5,3
4,8
Friuli-V.G.
2,9
4,4
5,1
4,2
2,9
1,9
1,4
Lombardia
Trentino-A.A.
Liguria
3,4
2,4
2,3
2,3
2,1
2,3
1,9
Emilia-R.
13,8
18,8
19,4
17,6
11,1
8,5
7,6
Toscana
10,6
9,0
8,1
7,7
7,1
6,5
5,6
Umbria
1,7
1,3
1,3
1,7
1,6
1,3
1,1
Marche
3,2
1,8
1,7
3,0
2,8
2,4
2,3
Lazio
4,4
2,9
3,9
5,9
8,3
11,4
14,3
1,6
1,2
1,4
2,0
2,3
2,2
2,0
0,3
0,5
0,7
0,6
0,5
Abruzzo
Molise
Campania
3,2
2,4
2,6
5,2
7,2
8,9
10,1
Puglia
3,1
4,3
5,3
6,0
7,6
8,5
9,0
Basilicata
0,6
0,7
0,8
1,3
2,0
1,5
1,5
Calabria
1,5
1,0
1,0
1,6
2,4
2,2
2,8
Sicilia
3,2
2,4
3,4
6,7
9,6
10,7
10,6
Sardegna
1,3
1,8
3,1
2,8
3,2
3,2
3,3
100,0
100,0
100,0
100,0
100,0
100,0
100,0
TOTALE
Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie.
Tab. 6 Addetti alle cooperative in Italia: valori percentuali regionali (1951-2011)
1951
Piemonte
Valle d’Aosta
Lombardia
1961
7,6
1971
6,8
1981
5,2
1991
5,5
2001
5,7
2011
7,1
5,7
0,2
0,1
0,1
0,1
0,2
0,1
0,2
16,9
14,5
12,1
12,4
14,0
18,1
18,5
Trentino-A.A.
2,5
3,3
3,3
2,5
2,7
2,4
2,7
Veneto
6,7
7,5
7,8
7,2
8,1
9,2
9,5
Friuli-V.G.
5,0
3,2
3,2
2,6
2,9
2,3
2,2
Liguria
6,6
2,8
6,4
2,5
2,0
2,3
1,7
Emilia-R.
19,0
25,2
25,9
26,2
19,9
18,4
18,9
Toscana
11,6
10,2
8,1
7,2
7,6
6,6
7,0
Umbria
1,0
1,0
1,1
1,8
1,8
1,7
1,6
Marche
2,8
1,8
1,4
2,2
2,6
1,9
1,4
Lazio
5,2
5,5
Abruzzo
Molise
Campania
0,8
1,0
2,9
3,8
6,0
6,5
6,1
9,2
11,5
1,0
1,3
1,8
1,3
1,1
0,3
0,3
0,4
0,3
0,3
4,0
4,7
5,9
5,1
4,9
Puglia
3,6
6,1
5,4
6,3
5,9
5,5
5,1
Basilicata
0,6
0,5
0,6
0,8
1,2
0,7
0,5
Calabria
0,7
1,2
1,1
1,1
1,6
1,0
1,5
Sicilia
4,6
3,2
4,2
6,3
7,0
4,5
4,0
Sardegna
TOTALE
1,9
2,2
2,7
2,3
2,6
2,2
1,7
100,0
100,0
100,0
100,0
100,0
100,0
100,0
Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie.
29
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Tab. 7 Dimensione media delle cooperative: addetti/cooperative nelle regioni italiane
(1951-2011)
1951
Piemonte
1961
1971
1981
1991
2001
2011
13,3
16,3
20,0
17,5
17,7
20,7
19,0
Valle d’Aosta
7,6
6,6
4,8
13,3
11,2
7,0
11,2
Lombardia
9,1
10,2
13,9
17,2
16,8
21,0
21,1
Trentino-A.A.
5,9
8,0
8,3
11,9
15,4
15,6
21,8
Veneto
9,9
11,9
14,2
15,4
18,7
28,7
31,4
22,0
11,1
11,9
11,1
16,7
20,2
25,5
Friuli-V.G.
Liguria
24,9
18,9
54,2
19,8
15,9
16,5
14,1
Emilia-R.
17,6
21,0
25,7
27,1
29,2
35,8
39,7
Toscana
13,9
17,8
19,3
17,2
17,4
16,6
20,1
Umbria
7,4
11,5
15,6
18,6
18,1
21,7
23,3
Marche
11,1
16,0
16,6
13,3
15,1
12,8
10,2
Lazio
15,2
29,5
29,5
20,3
12,1
13,3
12,9
6,7
12,4
9,1
11,3
25,1
Abruzzo
Molise
Campania
14,5
12,4
13,2
10,0
16,1
12,0
10,8
10,0
8,5
30,0
16,3
13,5
9,5
7,8
Puglia
14,8
22,3
19,7
19,1
12,6
10,7
9,1
Basilicata
13,0
10,6
16,2
11,6
9,7
7,9
5,2
6,1
19,6
22,5
12,4
11,4
7,7
8,5
Calabria
Sicilia
18,6
21,6
24,1
17,1
11,9
6,9
6,1
Sardegna
17,8
19,7
17,0
15,3
13,5
11,0
8,0
TOTALE
12,8
15,7
19,3
18,2
16,4
16,5
4,5
4,9
5,0
4,6
4,4
3,8
16,0
3,7
Tot. impr. it.
Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie.
Tab. 8 Cooperative/imprese totali: valori percentuali nelle regioni italiane (1951-2011)
1951
1961
1971
1981
1991
2001
2011
Piemonte
0,5
0,4
0,3
0,5
0,7
0,8
0,7
Valle d’Aosta
1,0
0,8
0,4
0,6
1,3
1,4
1,4
Lombardia
1,0
0,8
0,5
0,5
0,9
0,9
0,9
Trentino-A.A.
2,2
2,5
2,2
1,4
1,6
1,5
1,2
Veneto
0,8
0,8
0,6
0,6
0,8
0,7
0,6
Friuli-V.G.
0,8
1,2
1,1
1,2
1,3
1,0
0,8
Liguria
0,6
0,4
0,3
0,5
0,7
0,9
0,7
Emilia-R.
1,2
1,3
1,0
1,2
1,3
1,1
1,0
Toscana
1,1
0,7
0,5
0,7
1,0
1,0
0,8
Umbria
0,8
0,6
0,4
0,8
1,1
0,9
0,8
Marche
0,8
0,4
0,3
0,6
0,9
0,9
0,9
Lazio
0,5
0,3
Abruzzo
0,3
0,6
1,2
1,5
1,7
0,3
0,6
1,1
1,2
1,0
0,4
0,3
0,3
0,7
1,3
1,4
1,2
Campania
0,3
0,2
0,2
0,6
1,1
1,4
1,5
Puglia
0,4
0,5
0,4
0,8
1,4
1,8
1,8
Molise
Basilicata
0,4
0,4
0,4
1,0
2,3
2,2
2,1
Calabria
0,3
0,2
0,2
0,4
0,9
1,1
1,3
Sicilia
0,3
0,2
0,2
0,7
1,6
2,1
1,9
Sardegna
0,4
0,5
0,6
0,8
1,3
1,6
1,6
TOTALE
0,7
0,6
0,5
0,7
1,1
1,2
1,1
Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie.
30
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Per trovare un riscontro quantitativo dell’importanza
della cooperazione trentina e altoatesina occorre incrociare i dati relativi al movimento con quelli riferiti alle
imprese e agli occupati in genere. È questa, del resto, la
principale novità euristica di questo approccio, che appunto non vuole prendere in considerazione solo la massa critica del movimento a livello territoriale, come fatto
finora, ma valutare il peso specifico delle cooperative nelle singole regioni.
La tabella 8 ci dice che percentuale di cooperative è stata
censita dall’ISTAT sul totale delle imprese. Il dato nazionale conferma ulteriormente che gli anni Settanta sono
stati uno spartiacque. Se nel 1951 le cooperative erano lo
0,7% delle imprese italiane, vent’anni dopo questo dato
era sceso allo 0,5%. Successivamente il trend si è invertito considerevolmente, tanto che nel 2011, le cooperative
erano l’1,1% di tutte imprese.
Se entriamo nel merito delle singole regioni, emergono
andamenti molto differenziati. In generale, nelle regioni del Nord-Ovest – Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta e
Lombardia –, che sono considerate come uno dei motori economici dell’Italia, il dato è spesso al di sotto della
media nazionale, a testimonianza di un’incidenza delle
cooperative inferiore rispetto alle imprese tradizionali. Un dato più controverso riguarda il Nord-Est-Centro.
All’importanza del Trentino-Alto Adige – di gran lunga
primo nel ranking del 1951, del 1961 e del 1971 –, dell’Emilia-Romagna – sempre nelle prime tre posizioni tra il
1951 e il 1981 – e, in misura minore, del Friuli-Venezia
Giulia, fa eco una performance più mediocre della cooperazione toscana, umbra, marchigiana e veneta. Per tutta
quest’area, a forte vocazione distrettuale, si può dire che
la crescita numerica delle imprese tradizionali è andata
quasi di pari passo con quella delle cooperative, la cui
presenza risulta dunque più annacquata nel tessuto economico-produttivo. Valga a titolo di esempio il fatto che
il Veneto è la regione fanalino di coda nel 1991, nel 2001
e nel 2011.
Il Lazio, il Mezzogiorno continentale e le isole, invece,
hanno espresso un trend di crescita abbastanza omogeneo e soprattutto molto importante. Vale a dire che mentre nel 1951 i dati tutte queste regioni erano inferiori
alla media, sessant’anni dopo lo scenario era del tutto
capovolto e queste compagini – con la sola eccezione della Calabria – esprimevano valori superiori a quello nazionale. Addirittura, la Basilicata e la Sicilia si attestavano
attorno ai due punti percentuali.
In questa parte d’Italia, storicamente caratterizzata da
un’economia meno vivace, a metà del Novecento le cooperative avevano una tradizione e un radicamento inferiore
rispetto alle aree del Centro-Nord; tuttavia, nel corso del
resto del secolo sono state proprio le cooperative a mostrare un maggiore dinamismo rispetto alle ditte private.
te più grandi delle ditte tradizionali, non ci sorprende osservare che le percentuali di addetti alle cooperative sul
totale degli occupati nelle imprese sono sensibilmente
più elevate rispetto a quelle della tabella precedente.
Nel 1951, i lavoratori nelle cooperative erano il 2,0% degli addetti alle imprese, un dato che si confermava nel
1961 e in lieve flessione nel 1971 (1,9%), a riprova del
fatto che gli anni del miracolo economico furono di stagnazione per il movimento. Successivamente, si ebbe una
crescita molto importante e nel 2011, gli addetti alle cooperative raggiungevano il 4,9% sul totale degli occupati
nelle imprese.
Anche in questo caso, le regioni del Nord-Ovest si segnalano come poco virtuose. La stessa Lombardia – che nei
dati assoluti spiccava nel panorama nazionale – si conferma al di sotto del valore nazionale in tutte e sette le
rilevazioni. Analogamente, il Nord-Est-Centro appare caratterizzato da una certa disparità, con regioni poco brillanti, come le Marche e il Veneto, altre che – in termini
di ranking – hanno perso un po’ di smalto nel corso del
tempo, quali il Friuli-Venezia Giulia e la Toscana, e altre
più virtuose. In particolare, i dati dell’Emilia-Romagna
sono davvero impressionanti, a testimonianza del fatto
che questa regione si è storicamente distinta per la presenza di grandi imprese cooperative forti di centinaia o
migliaia di occupati. Basti pensare che in tutti e sette
i benchmark il dato emiliano-romagnolo è di gran lunga il più elevato, con percentuali doppie o triple rispetto
alla media nazionale: nel 2011, il 10,0% degli addetti alle
imprese della regione lavorava in cooperativa. Rispetto
alla tabella precedente, invece, è meno evidente la vocazione cooperativistica del Trentino-Alto Adige, pur se
la regione conferma percentuali costantemente ben al di
sopra della media e si posiziona sempre nelle prime sei
del ranking.
Il Lazio e il Mezzogiorno continentale e insulare, infine,
mostrano anche in questo caso una certa vivacità, resa
ancor più esplicita dal fatto che nel 1951 i valori sono abbastanza bassi – dallo 0,9% del Lazio al 2,8% della Sardegna – mentre sessant’anni dopo hanno assunto maggiore
consistenza, dato che si oscilla dal 3,0% dell’Abruzzo al
5,9% della Puglia, senza trascurare il fatto che i dati del
2001 erano ancor più elevati per il Mezzogiorno.
La tabella 10 presenta un ipotetico ranking regionale – al
quale, del resto, si è fatto già riferimento nelle valutazioni sopra espresse – che concerne tutti i benchmark delle
due tabelle precedenti. L’ordine è decrescente, dunque la
regione che ha espresso la percentuale più elevata è al
primo posto, viceversa quella con la percentuale minore
è all’ultimo.
In sintesi, quindi, questa lettura statistica ci ha confermato che l’Emilia-Romagna è l’area storicamente più
importante per il movimento cooperativo, forte di una
tradizione che non si è affatto persa o ridimensionata nel
corso del tempo, ma che anzi pare essersi rafforzata. Il resto delle regioni centro-settentrionali si è caratterizzato,
I ragionamenti formulati a partire dalla tabella 8 hanno
presso in considerazione le imprese. Vediamo ora, con la
tabella 9, di analizzare l’ambito degli addetti. Poiché abbiamo già mostrato che le cooperative sono generalmen-
31
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Tab. 9 Addetti alle cooperative/addetti totali alle imprese: valori percentuali nelle
regioni italiane (1951-2011)
1951
1961
1971
1981
1991
2001
2011
Piemonte
1,3
1,2
0,8
1,5
2,3
4,0
3,4
Valle d’Aosta
2,7
1,8
0,6
2,2
3,9
2,8
4,6
Lombardia
1,2
1,1
0,9
1,4
2,5
3,8
4,0
Trentino-A.A.
3,9
4,9
4,2
3,9
6,0
6,2
6,2
Veneto
2,1
2,0
1,8
2,2
3,5
4,6
4,6
Friuli-V.G.
4,1
2,7
2,3
2,7
4,8
5,0
5,0
Liguria
2,5
1,2
3,1
2,0
2,8
4,8
3,1
Emilia-R.
6,4
6,7
6,0
7,9
8,9
9,8
10,0
Toscana
4,0
3,0
2,2
2,8
4,4
4,8
5,1
Umbria
2,2
2,1
1,8
3,7
5,5
5,8
5,3
Marche
3,4
2,0
1,2
2,2
3,7
3,3
2,5
Lazio
0,9
1,0
0,9
2,2
2,1
4,4
5,0
1,1
1,3
1,1
1,5
Abruzzo
Molise
Campania
1,5
2,3
4,0
3,5
3,0
1,9
3,0
5,0
5,0
4,2
1,7
2,5
4,7
4,8
4,2
Puglia
2,5
3,9
3,3
4,7
6,0
6,8
5,9
Basilicata
2,5
2,0
2,9
4,1
7,7
5,7
4,0
Calabria
1,0
1,6
1,8
2,1
4,5
3,5
4,4
Sicilia
2,1
1,5
2,2
4,3
6,5
5,7
4,5
Sardegna
2,8
3,4
3,7
4,0
5,9
6,1
4,5
TOTALE
2,0
2,0
1,9
2,8
4,0
5,0
4,9
Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011.
Elaborazioni statistiche mie.
Tab. 10 Incidenza delle cooperative sulle imprese (come da tab. 8) e degli addetti alle
cooperative sugli addetti totali (come da tab. 10): ranking su base regionale (1951-2011)
1951
Piemonte
1961
1971
1981
1991
2001
2011
imp.
add.
imp.
add.
imp.
add.
imp.
add.
imp.
add.
imp.
add.
imp.
add.
11°
14°
11°
16°
12°
19°
17°
19°
19°
19°
19°
15°
18°
17°
Valle d’Aosta
4°
7°
4°
11°
8°
20°
11°
13°
5°
14°
7°
20°
7°
8°
Lombardia
4°
15°
4°
18°
6°
17°
17°
20°
15°
18°
15°
16°
13°
15°
Trentino-A.A.
1°
4°
1°
2°
1°
2°
1°
6°
2°
4°
5°
3°
9°
2°
Veneto
6°
12°
4°
8°
4°
11°
11°
13°
18°
16°
20°
13°
20°
8°
Friuli-V.G.
6°
2°
3°
6°
2°
7°
2°
10°
5°
9°
13°
8°
15°
6°
10°
8°
11°
16°
12°
5°
17°
18°
19°
17°
15°
10°
18°
18°
Emilia-R.
2°
1°
2°
1°
3°
1°
2°
1°
5°
1°
11°
1°
11°
1°
Toscana
3°
3°
7°
5°
6°
8°
8°
9°
14°
12°
13°
10°
15°
5°
Umbria
6°
11°
8°
7°
8°
11°
5°
7°
11°
7°
15°
5°
15°
4°
Marche
6°
5°
11°
8°
12°
16°
11°
13°
15°
15°
15°
19°
13°
20°
11°
19°
15°
19°
12°
17°
11°
13°
10°
20°
5°
14°
4°
6°
12°
15°
11°
12°
11°
13°
10°
17°
11°
19°
Liguria
Lazio
Abruzzo
13°
16°
15°
15°
12°
10°
8°
8°
5°
8°
7°
8°
9°
13°
Campania
17°
16°
17°
13°
18°
14°
11°
11°
11°
10°
7°
10°
6°
13°
Puglia
13°
8°
9°
3°
8°
4°
5°
2°
4°
5°
3°
2°
3°
3°
Basilicata
13°
8°
11°
8°
8°
6°
4°
4°
1°
2°
1°
6°
1°
15°
Calabria
17°
18°
17°
12°
18°
11°
20°
17°
15°
11°
11°
17°
8°
12°
Sicilia
17°
12°
17°
13°
18°
8°
8°
3°
3°
3°
2°
6°
2°
10°
Sardegna
13°
6°
9°
4°
4°
3°
5°
5°
5°
6°
4°
4°
5°
10°
Molise
Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie.
32
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
invece, per un’importanza storica che nel secondo dopoguerra poteva dirsi ancora sensibile, con maggior vigore
in Trentino-Alto Adige. Tuttavia, in questa parte d’Italia
la crescita del movimento in rapporto all’incremento del
tessuto economico-produttivo è stata inferiore rispetto
al Mezzogiorno nel suo complesso, dove – pur se si partiva da un minor radicamento locale – la cooperazione
ha dimostrato di saper attecchire e di rappresentare una
convincente alternativa ad un’impresa tradizionale certamente meno brillante di quella padana.
Ecco, quindi, che la valutazione del peso specifico della
cooperazione nei singoli territori ci consegna un’immagine più completa rispetto alla canonica ripartizione del
movimento nelle regioni italiane, che non dava conto
della proporzione rispetto alla grandezza e alla popolosità di ogni singola compagine.
le fasi più lontane e, se si vuole, più eroiche del movimento cooperativo. L’integrazione fra cooperative differenti –
clienti e fornitrici di altre consorelle – in una catena del
valore è un’idea di quei padri e di quegli apostoli della cooperazione che ritroviamo a cavallo fra XIX e XX secolo,
ma le cui speculazioni teoriche faticarono spesso a tradursi in pratica. La vendita nelle cooperative di consumo
dell’ortofrutta prodotta nelle affittanze collettive gestite
dai braccianti è stato il sogno di più di una generazione di
cooperatori, così come la costruzione degli stabili da parte delle cooperative di muratori su richiesta di quelle di
abitazione. Alcune di queste aspirazioni si sono effettivamente realizzate, altre sono restate un’utopia, e in generale la rete verticale si è realizzata all’interno di comparti
a sé stanti, come l’agroalimentare o la grande distribuzione, senza produrre troppi intrecci intersettoriali, come
avevano sperato i cooperatori del primo Novecento.
Dopo la seconda guerra mondiale, il movimento cooperativo cominciò a sviluppare dei networks verticali a partire
dal settore agricolo. E così, nacquero strutture autogestite
per la lavorazione dei prodotti delle campagne, dalle cantine ai caseifici sociali, dai molini ai macelli cooperativi.
Sulla base delle medesime considerazioni, si crearono cooperative per la commercializzazione dell’ortofrutta, così
da non dover più dipendere da quei grossisti che lucravano sul passaggio fra la fase produttiva e la vendita al
dettaglio. Anche se l’agroalimentare è il comparto dove il
network verticale si è affermato con elaborazioni particolarmente originali e di successo, alla ricerca di economie
più di scopo che di scala, vi è anche un altro ambito che
dagli anni sessanta in avanti si è sempre più caratterizzato
per una struttura di questo genere. Si tratta della grande
distribuzione organizzata, dove si distinguono alcune importanti cooperative di consumo e di dettaglianti che sono
organizzate secondo un modello molto simile. I consumatori o gli esercenti hanno dato vita a cooperative su base
locale – poi ampliatesi attraverso progressive unificazioni
– che fanno riferimento ad un unico consorzio nazionale
di approvvigionamento. In un certo senso, la struttura del
network è la medesima che nel settore agroalimentare, visto che il prodotto passa di mano dal fornitore/conferitore
fino al cliente/acquirente. Unicamente sono invertiti i percorsi, perché nel caso della grande distribuzione la merce
parte dall’epicentro della rete per arrivare alle sue periferie, mentre nell’agroindustria parte dalle aree esterne per
giungere al fulcro.
Se i networks orizzontali e verticali rappresentano l’anima storica della cooperazione, quelli complementari
sono una delle sue scommesse più recenti. Si tratta di
reti che tendono a sviluppare sinergie ed integrazioni fra
i propri elementi. L’origine di queste strutture si colloca
negli anni settanta, quando la crescita dell’impresa cooperativa e di tutto il movimento aveva aumentato le possibilità di penetrazione nel mercato, elevato il target dei
lavori eseguiti, sviluppato opportunità in segmenti collaterali al core-business delle singole imprese. Un esempio
è quello dei consorzi fra cooperative di servizi chiamati
a sviluppare sinergie fra le proprie affiliate. Infatti, nel
Alcune riflessioni sui network
cooperativi
Il movimento cooperativo può essere letto e interpretato
come un insieme di reti, ognuna delle quali ha una specifica funzione e una logica peculiare. È ormai ampiamente
assodato che il tessere relazioni stabili fra imprese può
avere un forte impatto sull’aumento della competitività, sulla stessa sopravvivenza delle aziende e sull’intero
funzionamento del sistema economico. Il fatto che le cooperative diano luogo a dei networks, quindi, non è un
fatto eccezionale, bensì è in linea con ciò che accade – in
maniera più flebile – nel mondo delle imprese nel suo
complesso. Naturalmente è possibile procedere ad una
classificazione, che come tale suddivide i network cooperativi in cinque tipologie principali, riassunte nella seguente tabella 11.
Il primo tipo di rete, di carattere orizzontale, è quello sul
quale il movimento ha forse fatto principale affidamento, sia nei momenti «pionieristici» della propria storia –
come possiamo definire la fase tardo-ottocentesca o la
ricostruzione del secondo dopoguerra – sia nei periodi di
deciso sviluppo e di consolidamento, quali possono essere considerati l’età giolittiana o il miracolo economico.
Lo strumento privilegiato di questo genere di network è
il consorzio, inteso come una cooperativa di cooperative
– definita anche cooperativa di secondo grado – al quale
sono demandati compiti di razionalizzazione dei bisogni
e delle risorse, spesso alla ricerca di economie di scala più
vantaggiose o di integrazioni simmetriche che possono
preludere a unificazioni. I casi probabilmente più tipici
sono quelli dei consorzi fra cooperative agricole o fra sodalizi di produzione e lavoro che si svilupparono in gran
parte delle province italiane del Centro-nord fra la ricostruzione e gli anni settanta, molto spesso richiamandosi
ad una tradizione prefascista.
Le reti verticali affondano anch’esse le proprie origini nel-
33
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Tab. 11 Tipologia delle reti cooperative
Tipo
Definizione
Caratteristiche
Governance
1.
orizzontale
reti tra cooperative volte
all’aumento del potere di
mercato, alla razionalizzazione
industriale, a gestione dei rischi
e sviluppo di opportunità, alla
produzione di servizi comuni
quasi integrazione; di lunga
durata; prelude talora a fusioni;
rete ampiamente utilizzata dalle
PMI cooperative
governo paritetico attraverso
appositi comitati; gruppo
paritetico; oppure formazione
di consorzi o altri strumenti
giuridici partecipati
2.
verticale (filiera)
reti tra fornitori e acquirenti
in una catena del valore,
sviluppata anche per permettere
la concentrazione di ciascuna
impresa sul suo core business e
per governare una filiera
specializzazione verticale;
coordinamento della logistica e
delle specifiche produttive; rete
che può unire grandi e piccole
imprese
partner che coordina; sistema
stratificato
3.
complementare
reti tra produttori di beni e
servizi complementari volte
ad offrire pacchetti completi ai
clienti
relazioni latenti, spesso attivate
su richiesta dei clienti, di tipo
orizzontale e diagonale
alleanze stabili; scambi azionari;
gruppi diversificati; consorzi;
formulazione comune di
strategie
4.
finanziario
reti di sostegno finanziario
Offerta di credito, assunzione
di partecipazioni stabili
o temporanee a scopo di
sviluppo, accompagnate da
servizi finanziari e tecnici
qualificati, in una prospettiva di
consolidamento imprenditoriale
agenzie indipendenti
dedicate alla promozione,
strategicamente orientate
5.
rete di reti
Reti di coordinamento strategico
Rappresentanza verso l’esterno,
tutela dell’identità cooperativa,
sinergie tra reti, servizi comuni,
scelte strategiche di fondo
governo di sistema, con
meccanismi in parte elettivi in
parte manageriali
Fonte: Tito Menzani, Vera Zamagni, Economia delle reti e impresa cooperativa, in «Imprese e Storia», n. 37, 2009, pp. 59-84; Tito Menzani, Vera
Zamagni, Cooperative Networks in the Italian Economy, in «Enterprise and Society», n. 1, 2010, pp. 98-127.
Tab. 12 I consorzi della cooperazione emiliano-romagnola: alcuni dati
numero
2013
2009
Consorzi
76
di cui Lega
26
addetti
valore della
produzione
totale attivo
patrimonio netto
2013
2009
2013
2009
2013
2009
2013
2009
71
1.953
1.871
3.315.234.957
3.159.520.111
1.195.789.941
1.109.917.839
148.505.827
147.817.688
22
1.511
1.413
3.145.759.967
2.968.960.181
1.054.961.459
948.349.040
123.077.132
116.937.167
Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna
34
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
caso di grandi appalti, come la gestione di varie strutture di servizio delle Unità sanitarie locali, il cliente ha la
possibilità di interloquire con un unico soggetto – il consorzio – che distribuisce a cooperative differenti e specializzate i singoli segmenti di attività: la pulizia dei locali,
lo smaltimento dei rifiuti speciali, la manutenzione delle
apparecchiature, la fornitura di personale infermieristico
ausiliario, l’organizzazione di un centralino o di un punto
d’ascolto per rapporti con il pubblico, ecc. Con modalità
ancora diverse, ma sempre nell’intento di promuovere sinergie, operano i gruppi cooperativi, che rappresentano
una recente evoluzione dei networks complementari realizzata spesso sul modello delle società di capitale.
Il quarto genere di network che riguarda la cooperazione
è dato da quegli organismi che ricoprono una funzione finanziaria. In questo ambito, Legacoop si è mossa in modo
abbastanza autocentrato, cercando di accompagnare la
crescita delle sue cooperative con strumenti sempre più
avanzati, come il Consorzio cooperativo finanziario per
lo sviluppo (Ccfs), Cooperazione finanza impresa (Cfi), Coopfond, e naturalmente il Gruppo Unipol.
La centrale cooperativa è il quinto tipo di network, e non a
caso è stata definita una rete di reti. Dato il suo ruolo, che
è riduttivo definire di rappresentanza, questa organizzazione è stata un fattore strategico cruciale nel «fare sistema».
La storia di Legacoop, ad esempio, è ricca di passaggi in cui
certe decisioni non sono state prese all’interno dell’impresa, ma nella cosiddetta organizzazione di rappresentanza. È
il caso della creazione dei primi consorzi in età giolittiana,
della realizzazione di strutture di secondo grado in ambito
agroalimentare negli anni del boom economico, dei grandi
progetti di fusione fra cooperative dello stesso settore e di un
medesimo comprensorio.
Naturalmente vi è sempre stato un rapporto dialettico
tra le cooperative e Legacoop, nonché un rispetto delle
dinamiche decisionali democratiche, ma al di là di questo si deve ravvisare la grande e carismatica influenza
della centrale. E quindi, le linee strategiche che venivano
elaborate in Legacoop erano poi quasi sempre recepite
a livello di singola impresa. Ecco perché ha storicamente avuto successo l’espressione «movimento cooperativo», mentre, ad esempio, in riferimento all’insieme delle
iscritte alla Confindustria non si è soliti usare il termine
movimento.
Quest’ultimo caso rimanda a una funzione di rappresentanza vera e propria, per cui Confindustria si fa carico di
discutere sui tavoli governativi le varie istanze e di dare
voce alle imprese che rappresenta. Difficilmente, però,
Confindustria governa e presiede degli accorpamenti fra
imprese, nell’ottica di salvare quelle più deboli dal fallimento, o progetta la creazione di strutture consortili o simili a favore delle associate. Viceversa, le centrali cooperative hanno storicamente svolto una maggiore funzione
di guida e quindi di leadership.
Come si evince da quanto detto sui network, non è semplice fornire una base quantitativa a questa analisi concettuale. Innanzi tutto, alcune di queste reti hanno una
natura informale, come le filiere, altre una natura giuri-
dica molto variegata e quindi più difficile da intercettare
in maniera sistematica, come i network creditizi, altre
ancora non ricadono entro l’ambito delle imprese e quindi eludono i principali database a nostra disposizione: il
caso delle centrali cooperative e delle loro articolazioni
periferiche è certamente quello principale.
Tuttavia siamo in grado di elaborare una soddisfacente
analisi quantitativa per il principale network che – oggi
come ieri – ha caratterizzato il movimento, e cioè il consorzio. Come si è spiegato, le istituzioni consortili hanno
rappresentato l’incipit delle iniziali connessioni intercooperative, nonché l’ossatura dell’evoluzione successiva, in
termini di reti orizzontali, verticali e sinergiche.
La successiva tabella 12 ci consente di mettere meglio a
fuoco questo contesto, per lo meno per la storia recente.
Tra il 2009 e il 2013 hanno operato in Emilia-Romagna
83 consorzi, attivi nei settori delle costruzioni (19), dei
trasporti e del magazzinaggio (15), dei servizi commerciali (9), della consulenza gestionale (9), del supporto tecnico-amministrativo alle imprese (8), dei servizi agricoli
e agroalimentari (6), dei servizi sociali (4) e dei servizi di
altro genere (12).
Il trend 2009-2013 mostra dati crescenti, ma soprattutto
una evidentissima solidità dei consorzi in area Legaccoop. Pur se questi sono circa un terzo del totale, esprimono
percentuali elevatissime sul totale dell’attivo, sul patrimonio netto e sul valore della produzione. Si può quindi
sostenere che in Emilia-Romagna la cooperazione iscritta
a Legacoop fruisce di strutture consortili tutt’altro che
leggere e ancillari, ma che al contrario rappresentano
uno perno cruciale di vari pezzi del movimento.
35
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
La geografia della cooperazione
a cura di CAIRE
Cooperativa Ingegneri ed Architetti di Reggio Emilia
coordinamento di Giampiero Lupatelli
La presenza cooperativa
Concentrazioni molto significative della presenza cooperativa sono presenti nelle altre realtà urbane “minori”
della regione (Imola e Faenza, in particolare) e con tratti
distintivi diversi nella cintura metropolitana bolognese
e nell’esteso quadrante reggiano modenese che ha i suoi
vertici (geografici e funzionali) nei poli di Carpi e Sassuolo oltre che nelle due città capoluogo; qui la presenza
cooperativa registra una maggiore e più uniforme diffusione territoriale.
In montagna la rarefazione della presenza cooperativa
riflette la bassa densità dell’insediamento umano e trova
i suoi punti di maggior concentrazione nei due “capoluoghi” della montagna centrale, Pavullo nel Frignano e Castelnovo né Monti.
Decisamente più limitata la diffusione della presenza
cooperativa nel quadrante più occidentale della regione,
nella province di Parma e, soprattutto, di Piacenza.
Le imprese
La diffusione delle imprese cooperative sul territorio nazionale è ampia e ramificata, interessano con differenziazioni significative ma non sostanziali l’intero quadro territoriale del Paese, ad ogni livello della sua articolazione
territoriale.
Al 6° Censimento dell’Industria e dei servizi si registrava
la presenza di 61.398 imprese cooperative, 50.134 delle
quali registrate nella sezione del censimento dedicata alle
imprese mentre le 11.264 cooperative sociali, in virtù della
loro qualificazione di legge come ONLUS erano considerate nella sezione dedicata alle istituzioni private non profit.
Una presenza diffusa e articolata che si ripropone con
altrettanta evidenza per l’Emilia-Romagna, regione culla
e luogo di elezione del fenomeno cooperativo del Paese,
dove le 4.530 imprese cooperative caratterizzano con la
loro presenza l’intera partizione comunale del territorio
regionale: in regione pratica mente non ci sono comuni “senza” imprese cooperative. Diffusione e pervasività
del fenomeno cooperativo che non escludono tuttavia la
presenza di articolazioni territoriali significative anche
in una regione ad alta vocazione cooperativa come è la
Regione Emilia-Romagna.
Le città capoluogo rappresentano i luoghi della maggiore
concentrazione di imprese cooperative: in tutte le 10 città
emiliano romagnole che rientrano in questa condizione,
da Piacenza a Rimini, passando per Parma, Reggio Emilia,
Modena, Bologna, Ferrara, Forlì, Cesena e Ravenna sono
presenti al censimento oltre 100 imprese cooperative,
con il minimo a Ferrara (133) e il massimo a Bologna
(496) e un secondo posto di Reggio Emilia (319 imprese)
che sovverte le gerarchie demografiche, precedendo città
più popolose come Parma e Modena.
Nel complesso le 10 città (che in termini demografici
rappresentano il 37,0% della popolazione regionale) ospitano più della metà (il 53,1%) delle imprese cooperative
della regione.
37
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Numero di imprese cooperative per Comune al 2011
Numero di imprese cooperative per Sistema Locale del Lavoro al 2011
38
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Numero di imprese cooperative per mille abitanti per Comune in Emilia-Romagna al 2011
Numero di imprese cooperative per mille abitanti per Sistema Locale del Lavoro al 2011
39
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Il radicamento territoriale
Cooperative e popolazione
Una esplicita considerazione di quanto la presenza cooperativa incida, rapportata alla distribuzione della popolazione e più in generale delle attività umane sul territorio del Paese e della Regione, consente di articolare
più dettagliatamente il giudizio sul significato e il rilievo
che l’istituzione cooperativa è venuta assumendo nel differenziato percorso evolutivo delle realtà territoriali del
Paese.
In primo piano è intanto l’evidenza che la regione di maggiore tradizione cooperativa del Paese, come sicuramente è la Regione Emilia-Romagna, abbia una frequenza di
imprese cooperative operanti sul suo territorio per mille
abitanti residenti sostanzialmente allineata alla media
nazionale: 1,05 imprese per mille abitanti contro le 1,03
dell’Italia nel suo complesso.
La considerazione può apparire meno singolare quando si
osservi che nella geografia dell’intero paese densità maggiori della presenza cooperativa si trovano piuttosto nelle
regioni meridionali del Paese (sostenute qui dalla estensione delle politiche pubbliche per il sostegno allo sviluppo locale che hanno privilegiato che la forma cooperativa
dei propri interlocutori imprenditoriali) di quanto non si
riscontri invece nelle regioni centro settentrionali, regioni tra le quali l’Emilia-Romagna si distingue con tutta
evidenza.
Nell’articolazione interna alla regione, il quadro di relativa uniformità della presenza “urbana” della cooperazione
si differenzia significativamente e così è la città di Reggio
Emilia a rivestire il privato della maggior densità cooperativa, con quasi due imprese per mille abitanti, seguita
sorprendentemente da Piacenza e poi (più in linea con
attese e senso comune) da Forlì e da Modena. In coda
alla graduatoria la città di Ferrara con una sola impresa
cooperativa per mille abitanti.
Assieme alle città è sempre l’asse della Via Emilia a presentarsi come il luogo di elezione dei processi socioeconomici che connotano il quadro regionale - e la diffusione
della istituzione economica cooperativa è sicuramente
tra questi. Colpisce anche, in termini relativi, il significativo radicamento della presenza cooperativa anche in
contesti della bassa pianura emiliana e non solo di quelli
che, come la bassa reggiana e modenese, hanno rappresentato nello scorso ventennio la nuova frontiera dello
sviluppo industriale della regione, ma anche (e forse in
forma ancora più accentuata) nella bassa parmense e
piacentina.
Del tutto peculiare la considerazione che riguarda l’orizzonte montano della regione dove la maggior densità
della presenza cooperativa è sicuramente espressione innanzitutto della estrema fragilità del quadro demografico, ma testimonia anche dell’importanza “istituzionale”
della presenza cooperativa come fattore di coesione sociale e tenuta della montagna.
40
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Partire dai numeri
di Guido Caselli
I numeri della cooperazione.
Uno sguardo d’insieme
Si può dubitare dei numeri o, più correttamente,
dell’utilizzo che se ne fa. Mark Twain sosteneva che
esistono tre tipi di bugie, le piccole bugie, le grandi bugie
e le statistiche. Una delle leggi di Murphy recita che se
si raccolgono abbastanza dati qualsiasi cosa può essere
dimostrata con metodi statistici. L’Economist afferma che
l’economia è la scienza che studia perché le sue previsioni
non si sono avverate. Una sfiducia verso i numeri che è
diventata ancora più tangibile negli ultimi anni quando
– per certi aspetti paradossalmente - di fronte a una
maggiore disponibilità di informazione economica e
statistica, anche a livello territoriale, è diminuita la
capacità di interpretare le dinamiche in atto.
La rilevanza della cooperazione nel sistema economico
emiliano-romagnolo è cosa nota. Quasi 5.600 cooperative
attive nel 2013, l’1,4 del totale delle imprese, un’incidenza
che diventa molto più rilevante in termini di occupazione,
il 10,9 per cento. Se consideriamo solo l’occupazione
dipendente, ogni cento lavoratori 15 trovano impiego in
una società cooperativa. Una forza che trova conferma
anche nei dati sul fatturato: con riferimento alle sole
società di capitale (le uniche forme giuridiche che
hanno l’obbligo di deposito del bilancio) oltre il 16 per
cento del volume d’affari complessivo è generato dalla
cooperazione.
Poter contare su più dati non si è tradotto in maggior
conoscenza, un’equazione mancata che ha sollevato
dubbi sull’opportunità di affidare ai numeri il racconto
di quanto sta accadendo e di cosa avverrà nei prossimi
anni. È indubbio che se presi singolarmente o non
adeguatamente contestualizzati i numeri ci restituiscono
una fotografia parziale – e a volte distorta - della realtà.
Però, una volta riconosciuti i loro limiti, è inevitabilmente
dai numeri che occorre partire se si vuole tentare di
comprendere il processo di metamorfosi socio-economica
che stiamo vivendo e quale futuro ci attende. Occorre
farlo in modo nuovo perché, se è vero che la forza
esplicativa della statistica si è affievolita nel corso degli
anni, è altrettanto vero che i numeri - se fotografati con
filtri differenti e letti con nuove chiavi interpretative che
li contestualizzano all’interno di una visione più ampia
- possiedono ancora quel patrimonio informativo, quella
”energia fucsia” capace di illuminare e rendere visibili le
traiettorie dello sviluppo.
All’interno del movimento cooperativo la Lega delle
cooperative con le sue oltre 1.100 imprese associate
riveste un ruolo fondamentale, ad essa afferiscono quasi
la metà dell’occupazione e oltre due terzi del fatturato
cooperativo1. È sufficiente un dato per quantificare il ruolo
della Lega delle cooperative nello scenario economico
regionale: ogni 100 lavoratori dipendenti, in cooperative
e non, 8 si riferiscono a cooperative associate a Legacoop.
Per una reale comprensione dell’incidenza della
Lega delle cooperative sull’economia regionale, alle
cooperative associate andrebbero aggiunte le imprese
controllate dalle Cooperative stesse. 138 cooperative
aderenti alla Lega detengono quote di controllo in 937
partecipate, di cui 565 localizzate in Emilia-Romagna.
Complessivamente le controllate realizzano un fatturato
prossimo agli 8 miliardi, un valore sottostimato in quanto
per alcune partecipate all’estero non si dispone dei dati
di bilancio.
È quanto ci proponiamo in questo capitolo, cercare di
comprendere il processo di trasformazione attraverso
l’”ascolto” dei numeri, dare voce ai dati maggiormente
esplicativi per tentare di raccontare l’economia e la
società con un linguaggio differente, capace di narrare
i cambiamenti, di cogliere i prodromi dei momenti di
discontinuità e di valutarne gli effetti sul territorio
1 Il dato sulla cooperazione e sulle associate Legacoop tiene conto solo
dell’occupazione creata dalle società cooperative in Emilia-Romagna e
non di quella creata al di fuori dai confini regionali. Il dato quindi è
sottostimato rispetto all’effettiva capacità di creare occupazione.
41
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
I numeri della cooperazione di Legacoop. Anno 2013 (fatturato 2012)
Cooperazione
Legacoop
Inc. coop.ve
su totale
Inc. Legacoop
su totale
Inc. Legacoop
su coop.ve
Imprese
5.579
1.131
1,4%
0,3%
20,3%
Addetti
174.797
85.711
10,9%
5,4%
49,0%
39.537
27.580
16,1%
11,2%
69,8%
Fatturato (mln)
Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna
La magnitudo di Legacoop. Incidenza del fatturato delle associate e loro controllate in regione sul totale società di capitale. Anno 2013 (ove non disponibile dato 2012)
Agroalimentare
Sistema moda
Industria estrattiva / chimica
Costruire - abitare
Metalmeccanica
Altro manifatturiero
Altro industria
Commercio
Alloggio / ristorazione
13,9%
0,1%
2,5%
23,2%
2,9%
2,1%
3,4%
21,1%
22,8%
Servizi imprese
14,6%
Servizi persone
21,3%
TOTALE
13,6%
Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna
Grado di concentrazione.
Quota di fatturato complessivo detenuto dalle società maggiori.
7,0% 34,9%44,3% 12,9% 51,7% 68,8% 18,2%62,6%81,3%
Le prime 10
Le prime 25
Le prime 50
Totale Società capitale
Altre coop. ve
Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna
42
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Legacoop
25,3% 71,3%89,3%
Le prime 100
La somma delle cooperative associate e delle sue
controllate misura la “magnitudo” della Lega delle
cooperative, oltre 33 miliardi di fatturato, quasi il 14 per
cento del volume d’affari realizzato da tutte le società di
capitale dell’Emilia-Romagna.
In alcuni comparti l’incidenza della Lega delle
cooperative raggiunge e supera il 20 per cento: la filiera
costruire abitare (23,2 per cento), il commercio (21,1 per
cento) l’alloggio/ristorazione (22,8 per cento), i servizi
alle persone (21,3 per cento). Se si scende ad un maggior
dettaglio settoriale emergono quattro settori - servizi
di vigilanza e investigazione, servizi postali e attività
di corriere, attività di servizi per edifici e paesaggio,
assistenza sociale non residenziale – dove oltre la metà
del fatturato complessivo realizzato dalle società di
capitale è generato da società associate a Legacoop.
Va sottolineato come il fatturato complessivo delle
associate di Legacoop sia fortemente concentrato in
poche cooperative. Le prime 3 società per fatturato
realizzano oltre il 18 per cento del volume d’affari totale,
le prime 10 incidono per il 44 per cento, contro il 45 per
cento delle cooperative non aderenti a Legacoop e al 7
per cento del totale delle società di capitale.
In termini percentuali il 2,6 per cento delle associate a
Legacoop realizza oltre i tre quarti del fatturato totale,
vale a dire che il restante 97,4 per cento di cooperative
contribuisce per meno del 25 per cento al volume d’affari
complessivo.
43
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Variazione imprese, addetti e fatturato.
Legacoop a confronto con il totale imprese e con le altre forme giuridiche
Var. imprese 2008-2013
0,8%
8,7%
11,6%
Var. addetti 2008-2013
-3,9%
Coop.
3,8%
Var. reale fatturato 2008-2012
6,5%
Non Coop.
-11,7% -3,0%-1,1%
Legacoop
Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna
Variazione imprese, addetti e fatturato.
Legacoop a confronto con il totale imprese e con le altre forme giuridiche
Var. costo del lavoro 2008-2012
-3,3%
Coop.
4,1%
Non Coop.
3,5%
Risultato prima delle imposte su fatturato. 2008 e 2012 a confronto
3,2%
1,4%
Legacoop
1,7% -0,2%
2008
Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna
44
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
2012
2,1% 0,2%
I numeri della cooperazione.
Gli anni della crisi
C’è un dato che emerge chiaramente dal racconto nei
numeri: in questi anni di crisi la cooperazione ha tenuto
meglio rispetto alle altre forme giuridiche e, all’interno
della cooperazione, le associate alla Lega delle cooperative
hanno mostrato risultati migliori.
Dal 2008 al 2013 le società non cooperative hanno
registrato un arresto nella crescita delle imprese (il loro
numero è aumentato solamente dello 0,8 per cento),
a fronte di un incremento prossimo al 9 per cento del
totale cooperazione e dell’11,6 per cento della Lega.
Il confronto mostra divaricazioni ancora più ampie
se si osservano occupazione e risultati economici: le
altre forme giuridiche hanno perso quasi il 4 per cento
dell’occupazione, la Lega delle cooperative ha aumentato
i propri addetti del 6,5 per cento. La variazione in termini
reali (quindi al netto dell’inflazione) del volume di affari
dal 2008 al 2012 (in quanto non tutti i bilanci relativi al
2013 sono disponibili per le analisi) mostra per le non
cooperative una flessione di quasi il 12 per cento, per la
Lega delle cooperative il calo è contenuto all’1,1 per cento.
In altri termini, mentre le non cooperative continuano ad
essere molto distanti dai livelli di fatturato pre-crisi, le
cooperative e, in particolare quelle aderenti a Legacoop,
hanno recuperato quasi completamente il volume d’affari
del 2008.
Se nell’esame del conto economico delle imprese si
prendono in considerazione le altre poste emerge una
correlazione inversa tra variazione del fatturato e
reddittività. La cooperazione per restare competitiva
ha progressivamente eroso i propri margini economici,
arrivando ad azzerare il risultato d’esercizio prima delle
imposte. Una dinamica che va letta contestualmente
alla capacità delle cooperative di creare occupazione
anche negli anni di recessione che, inevitabilmente, si è
tradotta nell’aumento del costo del lavoro.
Strategie aziendali profondamente differenti, che segnano
la diversità della cooperazione dalle altre imprese.
Il confronto tra cooperazione e altre forme giuridiche
assume maggior capacità esplicativa se condotto per
macrosettore. Esaminiamo nuovamente il periodo 20082013 con riferimento alla variazione delle imprese e
degli addetti.
Guardando alle non cooperative le costruzioni e
l’industria (manifatturiero più gli altri comparti legati
principalmente alla fornitura di energia, gas e acqua)
sono i settori maggiormente colpiti dalla crisi, crescono
i servizi alle persone e l’alloggio-ristorazione, tengono
gli altri comparti. Tra le cooperative l’occupazione cresce
in tutti i comparti con l’eccezione delle costruzioni e
45
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Cooperative e non cooperative a confronto.
Anno 2013 rispetto al 2008, totale imprese. Addetti e imprese.
Var. adde
25%
Serv.persone
Serv.persone
15%
Allog./rist.
Serv.persone
Agroalim.
Agroalim. Serv.imprese
Agroalim.
5%
Commercio
Commercio
-5%
Allog./rist.
Serv.imprese
Commercio
Serv.imprese
Industria
Industria
Allog./rist.
Var. imprese
Costruzioni
Industria
-15%
Costruzioni
Costruzioni
-25%
-10%
-5%0
%5
%1
0%
Non cooperative
15%2
Cooperative
0%
25%3
0%
Legacoop
La dimensione delle bolle rappresenta l’incidenza di ciascun settore sul totale del gruppo (coop/non coop/Lega) in termini di addetti
Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna
Cooperative e non cooperative a confronto.
Anno 2012 rispetto al 2008, totale imprese. Fatturato e valore aggiunto.
Var. adde
25%
Serv.persone
Serv.persone
15%
Allog./rist.
Serv.persone
Agroalim.
Agroalim. Serv.imprese
Agroalim.
5%
Commercio
Commercio
-5%
Serv.imprese
Commercio
Serv.imprese
Industria
Industria
Allog./rist.
Allog./rist.
Var. imprese
Costruzioni
Industria
-15%
Costruzioni
-25%
-10%
Costruzioni
-5%0
%5
%1
Non cooperative
0%
Cooperative
15%2
0%
25%3
0%
Legacoop
La dimensione delle bolle rappresenta l’incidenza di ciascun settore sul totale del gruppo (coop/non coop/Lega) in termini di fatturato.
Le variazioni sono misurate in termini reali, al netto dell’inflazione.
Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna
46
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
del commercio, tra le associate alla Lega solo il settore
dell’edilizia perde posti di lavoro.
La Lega delle cooperative registra un forte incremento
delle associate nell’industria e nell’alloggio-ristorazione,
una crescita che però si traduce in un aumento
modesto dell’occupazione. Va evidenziato che l’alloggioristorazione è un settore con un fortissimo ricambio,
caratterizzato da un’elevata natalità e un altrettanto
elevata mortalità.
Il settore che registra la crescita più forte in termini
occupazionali è quello dei servizi alle persone, al cui
interno ricade la cooperazione sociale. Servizi alle
imprese, commercio e servizi alle persone sono i settori
più rilevanti in termini di addetti per la cooperazione.
Lo stesso confronto condotto prendendo in esame la
variazione del fatturato e del valore aggiunto conferma
l’analisi precedente. I settori che crescono maggiormente
per tutti i gruppi esaminati (non cooperative, cooperative,
Legacoop) sono i servizi alle persone e l’alloggioristorazione. Se in termini occupazionali i due settori
per Legacoop incidono per un quarto dell’occupazione
complessiva delle associate, in termini di fatturato il
peso scende al 6,5 per cento.
Per Legacoop, e per la cooperazione nel suo complesso,
l’agroalimentare cresce in fatturato e valore aggiunto.
In forte difficoltà industria e costruzioni; a conferma di
quanto visto precedentemente sulla maggior erosione dei
margini economici per la cooperazione, il valore aggiunto
delle non cooperative presenta flessioni più contenute.
Sulla base di queste analisi si può avanzare un’ipotesi
sulle ragioni della miglior tenuta della cooperazione
rispetto alle altre forme giuridiche. Sicuramente incide
la maggior vocazione verso attività terziarie. A fronte
del crollo di larga parte del manifatturiero – si distingue
l’alimentare, settore a-ciclico - e delle costruzioni, essere
spostati su attività terziarie costituisce un elemento di
vantaggio, almeno nel breve periodo. Il prolungarsi della
crisi e, soprattutto, non vedere prospettive di risoluzione
in tempi brevi, sta producendo i suoi effetti anche sul
commercio e sui servizi, sia quelli legati alle imprese che
quelli alle persone, rendendo l’appartenenza settoriale un
fattore sempre meno rilevante.
Tuttavia, il diverso andamento della cooperazione non
va attribuito solamente alla differente composizione
settoriale. Da tutte le analisi si evince un maggior
capacità di tenuta della cooperazione – e di Legacoop
in particolare – che, plausibilmente, va ricondotta a un
diverso modello organizzativo e a differenti strategie.
47
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Le cooperative di Legacoop alla prova della crisi:
criticità, temi e problemi
di Aldo Perrella
sostanzialmente è avvenuto per la natura stessa
dell’impresa cooperativa, dotata di autonome capacità
reattive o in cui è più facile l’adozione di misure di
autodifesa (quali, ad esempio, i contratti di solidarietà).
Interessante al riguardo una ricerca condotta dal dr.
Guido Caselli di Unioncamere che dimostra la maggior
“resilienza” dell’impresa cooperativa ai cambiamenti
dell’attuale ciclo congiunturale. Risulta, ad esempio,
da questa tabella che, nelle dinamiche anagrafiche del
periodo 2009-2013, mentre il saldo generale tra imprese
nate ed imprese morte presenta un dato negativo (-5.328),
se limitato alle sole cooperative abbiamo invece un saldo
positivo di 320 unità, pari 5,9%.
Dalla sua ricostituzione nel 1945 il movimento
cooperativo aderente a Legacoop Emilia-Romagna ha
visto una costante e persistente crescita di indicatori
economico-patrimoniali e di dati socio-occupazionali,
che non ha subito flessione alcuna neppure nelle fasi
critiche quali quella del 92-93, nota come gli anni di
tangentopoli.
Questo lungo e costante trend positivo, che faceva
pensare ad una formula proiettata all’infinito, si è
viceversa bruscamente interrotto dopo gli eventi del 15
settembre 2008, con quella che ormai tutti gli analisti
definiscono come la più disastrosa bancarotta della storia
dell’umanità: la Lehman Brothers.
Gli effetti mondiali di questa crisi, che perdura ormai
da sei anni, ha infatti inevitabilmente coinvolto anche
le cooperative aderenti a Legacoop. Va precisato fin
da subito che, come sempre in questi casi, il dato non
è generalizzabile essendovi realtà aziendali che si
sottraggono a questa congiuntura negativa, ma nel loro
complesso i dati evidenziano un agglomerato di imprese
che sta marcando i disagi di una crisi perdurante.
Va peraltro rilevato come in molte realtà cooperative
questa crisi, pur essendosi manifestata fin dai primi
momenti, abbia tardato a produrre effetti; questo
Fig.1 Analisi sulle imprese nate e/o morte nel periodo 2009/2013
Tutte le imprese
Nate
1 Agroalimentare
2 Industria in senso stretto
Morte
Cooperative
Saldo
Incidenza
Nate
Morte
Saldo
Incidenza
7.591
13.544
-5.953
-8.20%
124
88
36
3.90%
9.00%
9.092
11.642
-2.550
-5.40%
136
107
29
3 Costruzioni
16.699
19.727
-3.028
-4.20%
254
224
30
4.80%
4 Commercio
24.478
23.446
1.032
1.10%
78
81
-3
-0.80%
5 Turismo
10.291
7.909
2.382
7.80%
54
41
13
8.40%
6 Servizi Imprese
15.739
14.363
1.376
2.30%
719
560
159
8.70%
7 Credito/Assicurazioni
1.971
1.997
-26
-0.30%
14
16
-2
-2.20%
8 Servizi Persone
6.415
5.130
1.285
5.00%
132
134
-2
-0.30%
9 Assistenza sociale
Totale
318
164
154
16,80%
140
80
60
12,80%
92.594
97.922
-5.328
-1,30%
1.651
1.331
320
5,90%
49
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Fig.2 Trend totale valore della produzione Legacoop (MLN di €)
27.000
26.000
25.000
24.000
25.416 24.292
23.000
Val. Prod. 2008
Val. Prod. 2009
25.615 26.65126.54626.419
Val. Prod. 2010
MLN di €
Val. Prod. 2011
Val. Prod. 2012
Val. Prod. 2013
Lineare (MLN di €)
Fig.3 Valore della Produzione
MLN di €
1.000.000
Val. Prod. 2008
Abitazione
Val. Prod. 2009
Val. Prod. 2010
Val. Prod. 2011
Val. Prod. 2012
Val. Prod. 2013
251
323
282
256
248
194
5.116
4.782
4.976
5.232
5.398
5.662
34
49
73
91
102
111
Consumo
4.435
4.352
4.448
4.545
4.536
4.609
Culturali
39
30
27
20
19
16
2.849
2.971
3.223
3.535
3.871
4.107
Mediacoop
36
37
37
29
27
26
Pesca
78
66
77
97
98
53
PL
7.750
6.719
6.993
7.132
6.450
5.906
Servizi
3.971
4.055
4.503
4.676
4.719
4.663
Sociali
777
836
901
966
1.011
1.008
Agricole
Altro
Dettaglianti
Turismo
Totali
79
73
76
71
67
64
25.416
24.292
25.615
26.651
26.546
26.419
Fig.4 Trend ROC totale Legacoop (MLN di €)
800
600
400
200
686 642525 406367 132
ROC 2008
ROC 2009
ROC 2010
ROC 2011
ROC 2012
ROC 2013
Totali
Lineare (Totali)
Fig.5 Reddito Operativo Caratteristico (ROC).
MLN di €
1.000.000
Val. Prod. 2008
Val. Prod. 2009
Val. Prod. 2010
Val. Prod. 2011
Val. Prod. 2012
Val. Prod. 2013
Abitazione
35
85
85
92
73
11
Agricole
85
120
103
94
93
17
Altro
2
7
6
7
-11
-
Consumo
84
9
-2
3
-13
2
Culturali
-3
-4
-2
-
-
-
Dettaglianti
52
53
56
55
68
68
-
-
1
-
1
-
Mediacoop
Pesca
1
-
-
-
1
-
PL
297
229
150
-13
-27
-32
Servizi
114
124
106
149
117
59
Sociali
20
20
18
24
18
10
-
-
1
-
1
-
686
642
525
406
367
132
Turismo
Totali
50
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Analisi degli andamenti
economico-patrimoniali
Legacoop Emilia-Romagna associa oltre 1.100 cooperative
attive, con un turnover anagrafico limitato rispetto alla
media nazionale. In altre parole la base associativa è
fortemente stabilizzata e le dinamiche anagrafiche sono
entro limiti fisiologici.
L’analisi dei dati mostra a prima vista una complessiva
tenuta dei volumi economici; il Valore della Produzione
(Fig. 2) complessivo infatti, dopo una lieve flessione nel
2009, si assesta sui 26 mld di euro, anche se, all’interno
del quadro complessivo, si evidenzia come il dato di
settori in crescita (in particolare Dettaglianti, Servizi e
Sociali) compensi la flessione di altri settori (Fig. 3).
Appare decisamente diverso l’andamento del risultato
della gestione caratteristica (Fig. 4); qui infatti i margini
della redditività subiscono una progressiva compressione
che, in sei anni, riducono a circa un quinto il Reddito
Operativo Caratteristico (ROC). La scomposizione del
dato per settore (Fig. 5) mostra in questo caso differenze
ancora più evidenti, in particolare per quanto riguarda due
settori: la Produzione Lavoro da una redditività positiva
di 297 milioni di euro, nel 2008, passa progressivamente
ad una perdita da gestione caratteristica di 32 mln nel
2013; i Dettaglianti evidenziano al contrario una costante
crescita di redditività, passando dai 52 mln nel 2008 ai
68 nel 2013 (Fig. 6).
Fig.6 Andamento ROC per settore Legacoop (MLN di €)
300
Abitazione
Agricole
250
Altro
200
Consumo
Culturali
150
Dettaglianti
Mediacoop
100
Pesca
PL
50
Servizi
Sociali
-
Turismo
(50)
ROC 2008
ROC 2009
ROC 2010
ROC 2011
ROC 2012
51
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
ROC 2013
Fig.7 Trend Risultato d’esercizio Legacoop (MLN di €)
600
400
200
402
-
493
310
154
(200)
-30
-273
(400)
Risult. 2008
Risult. 2009
Risult. 2010
Utile Netto
Risult. 2011
Risult. 2012
Risult. 2013
Lineare (Utile Netto)
Fig.8 Andamento UTILE NETTO per settore Legacoop (MLN di €)
Abitazione
200
Agricole
Altro
100
Consumo
Culturali
-
Dettaglianti
Mediacoop
(100)
Pesca
PL
(200)
Servizi
(300)
Sociali
Turismo
(400)
(500)
Risult. 2008
Risult. 2009
Risult. 2010
Risult. 2011
Risult. 2012
Risult. 2013
Fig.9 Trend PRESTITO SOCIALE Legacoop (MLD di €)
5.600
5.400
5.200
5.000
4.800
4.600
5.097 5.288
4.400
Prestito 2008
Prestito 2009
5.414 5.2674.7675.302
Prestito 2010
Indebitamento Totale
Prestito 2011
Prestito 2012
Lineare (Indebitamento Totale)
52
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Prestito 2013
Il risultato d’esercizio di questi 6 anni è ovviamente
coerente con tali presupposti; assistiamo pertanto al
passaggio da un saldo (algebrico) calante, ma positivo nei
primi esercizi ad un saldo negativo negli esercizi 2012
-13 (Fig. 7). Disaggregando il dato per settore si evidenzia
soprattutto il trend negativo della Produzione Lavoro che
passa in sei anni dai 185 milioni di utile ai 392 di perdita
(Fig. 8).
Il Prestito Sociale è un istituto che ha visto una crescita
costante e ininterrotta sino al 2011, primo anno in cui
l’istituto marca una flessione (Fig. 9). La diffusione tra
tutti i settori di tale inversione di tendenza fa facilmente
pensare come essa sia essenzialmente causata dalla
criticità nei bilanci delle famiglie, criticità che porta ad
intaccare anche i risparmi allocati in attività di forte
fidelizzazione, quale il prestito sociale sino ad oggi si è
dimostrato. Va comunque considerato che le dinamiche
di questa voce di bilancio sono fortemente influenzate
dai dati del Consumo, settore che pratica maggiormente
l’istituto (Fig. 10).
La vocazione sociale della cooperazione è infine resa
evidente dai dati occupazionali. Il grafico (Fig. 11)
mostra il trend crescente del numero di addetti nei sei
anni considerati, con l’eccezione del 2010 ed una lieve
flessione degli ultimi due esercizi. Il dato complessivo
mostra un incremento di circa 12.000 addetti nei sei anni
di crisi. La crescita maggiore è riconducibile ai Servizi ed
alle Sociali (+16.283 addetti) che compensano la perdita
della Produzione Lavoro (-4.522 addetti). Tale trend,
se combinato con i dati della redditività, porta ad una
inevitabile considerazione: l’imprenditoria cooperativa,
pur di garantire i livelli occupazionali, comprime fino
al limite i propri margini, svolgendo in tal modo e
consapevolmente un ruolo di improprio ammortizzatore
sociale.
Fig.10 Indebitamento da prestito sociale 2013 per settore
Abitazione
Agricole
Dettaglianti 0%
Altro
Pesca 0%
Consumo
PL 3%
Culturali
Servizi 5%
Dettaglianti
Sociali 0%
Mediacoop
Turismo 0%
Pesca
Abitazione 4%
PL
Agricole 6%
Servizi
Altre 0%
Sociali
Consumo 82%
Turismo
Fig.11 Trend numero addetti
150.000
140.000
130.000
120.000
110.000
129.311 131.183
Addetti 2008
Addetti 2009
125.672 144.860142.975141.060
Addetti 2010
Totale addetti
Addetti 2011
Lineare (Totale addetti)
53
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Addetti 2012
Addetti 2013
Fig.12 enti aderenti a Legacoop Emilia-Romagna
RCA
2008
2009
2010
2011
2012
2013
tra 4 e 5,9
143
145
157
160
169
160
> 5,9
39
37
36
42
59
66
Fig.13 enti aderenti a Legacoop Emilia-Romagna con con valore della produzione
maggiore di 10 MLN
RCA
2008
2009
2010
2011
2012
2013
tra 4 e 5,9
16
12
19
16
27
19
> 5,9
6
3
2
8
11
15
Fig.14 andamento della criticità media dei cluster settoriali
Abitazione
2,5
Turismo
Agricole
2,0
1,5
Sociali
Altro
1,0
0,5
-
Servizi
Consumo
Culturali
PL
Pesca
2013
Dettaglianti
2007
Fig.15 I movimenti del periodo 1988 – 2008
MUTAMENTI 1988 - 2008
AGR.
CONS.
DETT.
COSTR.
IND.
SERV.
TOTALE
CAMPIONE ORIGINALE
54
18
22
42
50
55
241
LIQUIDATE
14
2
3
13
25
13
70
FUSE E INCORPORATE
18
6
12
6
3
7
52
CONTINUITÀ E INCORPORANTI
22
10
7
23
22
35
119
Fig.16 I movimenti del periodo 1988 – 2008
MUTAMENTI 1988 - 2008
CAMPIONE 2008
AGR.
CONS.
DETT.
COSTR.
IND.
SERV.
TOTALE
22
10
7
23
22
35
119
LIQUIDATE
2
0
0
6
2
1
11
PROCEDURE E PROP. PROVVED.
0
1
0
5
3
0
9
FUSE E INCORPORATE
2
0
0
0
0
0
2
18
9
7
12
17
34
97
CONTINUITÀ E INCORPORANTI
54
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
successivi sono andate in default o si sono trovate in
situazione di default, anche se non ancora dichiarato (è il
caso delle cooperative con P.N. negativo).
La tabella (Fig. 12) mostra gli enti (coop e soc. di capitali)
aderenti a Legacoop Emilia-Romagna con RCA compreso
tra 4 e 6 (criticità rilevante) e quelli con RCA maggiore
di 6 (criticità severa). Nella seguente tabella (Fig. 13)
la stessa distinzione è fatta invece per gli enti con
valore della produzione maggiore di 10 milioni. Le due
tabelle indicano come circa un quinto degli enti aderenti
mostrino situazioni di criticità rilevante o severa e come
queste ultime situazioni stiano registrando negli ultimi
anni un significativo incremento.
Analizzando inoltre l’RCA medio dei singoli settori nel
2007 (ultimo anno prima della crisi) e nel 2013 otteniamo
un grafico (Fig. 14) che pone in evidenza l’andamento
della criticità media dei cluster settoriali. Il dato che
risulta evidente è un aumento della criticità media nella
Produzione Lavoro, nell’Abitazione e nella Pesca, un
forte miglioramento nei Dettaglianti ed una sostanziale
stabiltà negli altri settori.
Il sistema di monitoraggio
Già dalle prime avvisaglie della crisi Legacoop, attraverso
CRM, si è dotata di un sistema di “alert” finalizzato ad
evidenziare le situazioni di maggior criticità. CRM
(società che gestisce la Centrale dei Bilanci di Legacoop)
ha dalla sua costituzione accumulato informazioni
sui dati di bilancio ed elaborato schemi di analisi e
markers di criticità sulle aziende aderenti. A fine 2008
ha pertanto elaborato un sistema organico di analisi di
tali elementi e costruito uno schema di alert denominato
RCA (Ricognizione Criticità Aziendali).
Va precisato che RCA non è né uno score né tantomeno un
rating sul migliore o peggiore stato di salute dell’azienda
analizzata, ma più semplicemente una verifica delle
possibili criticità aziendali basata su 5 elementi, definiti
“sensori”, di cui tre desunti dai dati di bilancio dell’azienda
e due elaborati da soggetti terzi.
1. Gearing ratio cioè rapporto tra la posizione
finanziaria netta e Patrimonio Netto;
2. R.O.C. Risultato Operativo Caratteristico, in trend per
gli ultimi tre esercizi;
3. Risultato dell’esercizio, in trend per gli ultimi tre
esercizi;
4. P.D. o Probability of Default elaborato da Bureau Van
Djik;
5. P.N. da Certificazione” cioè l’ammontare delle rettifiche
negative sul P.N. risultante dalla certificazione di
bilancio.
Punti di forza di questo metodo è la sua “semplicità”
(apparente perché in realtà si basa su tre importanti
banche dati) e soprattutto la sua “oggettività”; il metodo
infatti non richiede alcuna valutazione soggettiva da
parte del soggetto elaboratore (si tratta di un computer);
ciò peraltro sottrae il metodo ad inevitabili accuse di
poca oggettività o imparzialità.
Il metodo inoltre analizza e “quota” tutte le aziende i cui
dati sono inseriti nel programma e quindi tutti gli enti
attivi aderenti a Legacoop.
Punti di debolezza del metodo sono la tempistica
(la disponibilità dei dati di bilanci delle aziende che
chiudono l’esercizio al 31 dicembre si ha solo dopo
l’estate successiva) ed alcune approssimazioni (quali
l’impossibilità di disporre della distinzione debiti-crediti
finanziari per le aziende che redigono il bilancio in forma
semplificata).
Inizialmente il metodo è stato testato e tarato con alcuni
territori ed alcuni settori che ne hanno riconosciuto
l’efficacia.
Oggi, dopo sei anni di utilizzazione del metodo possiamo
riconoscerne anche statisticamente la buona predittività
e, di conseguenza, la forte efficacia; abbiamo infatti
analizzato le aziende con indice >6 nei primi tre anni
della crisi e constatato che oltre il 90% di esse, negli anni
55
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
abbia il merito di tracciare un megatrend che implica
valutazioni sul modello della grande impresa cooperativa.
Le crisi
I movimenti del periodo 1988 – 2008
L’analisi del ventennio 1988/2008 aveva mostrato che
il gruppo delle grandi cooperative si era dimezzato da
241 a 119 società, inoltre alcune di queste allora definite
Grandi si erano rimpicciolite, o avendo conservato la
loro dimensione originaria, non potevano più essere
classificabili tra le grandi.
Tra le evidenze si segnalavano la scomparsa di interi
comparti come quello dell’Informatica oppure la
decimazione degli operatori attivi nella logistica (trasporti
e facchinaggio). C’era stata anche una fortissima selezione
nel settore Agroalimentare, nel settore Costruzioni e nel
settore Manifatturiero.
I due settori della Distribuzione (Coop e Conad) e gli
altri comparti del settore Servizi (Facility Management
e Ristorazione) erano stati interessati da importanti
processi di concentrazione (prevalentemente fusioni tra
cooperative) ed erano cresciuti per forza imprenditoriale
e dimensione.
Si segnalava inoltre la crescita delle Cooperative Sociali.
Tra gli elementi significativi si evidenziava inoltre che:
i. il plotone dei 119 campioni del 1988 poteva essere
riclassificato in tre gruppi omogenei:
ii. Le prime 40 erano effettivamente grandi cooperative,
si posizionavano ai primi posti dei loro mercati di
riferimento, detenevano posizioni di leadership o
condividevano le prime posizioni con i più agguerriti
concorrenti internazionali.
iii.Il gruppo delle successive 40 cooperative apparteneva
alla fascia delle medie imprese che spesso presidiano
piccole nicchie di mercato in posizioni primarie.
iv.Le 39 più piccole avevano perso le caratteristiche
dimensionali per rappresentare il top del movimento
cooperativo, anche se in alcuni casi si tratta di piccole
realtà imprenditoriali di grande valore.
v. il mercato aveva operato una forte selezione
darwiniana, ma aveva anche spinto le cooperative
maggiori a rafforzarsi per conquistare posizioni di
primato.
vi.in diversi casi di default l’esperienza cooperativa non
era andata completamente dispersa, perché buona
parte dell’occupazione era stata riassorbita da altre
cooperative e talvolta erano stati recuperati anche
stabilimenti, linee produttive o rami d’azienda.
vii.da un punto di vista cronologico emergeva che circa
l’80% dei default risalivano al decennio 1990-2000,
in particolare erano concentrati nel quadriennio
1993/1997 mentre negli anni 2000/08 (con l’eccezione
dolorosa della Costruttori di Argenta) il panorama
generale era stato nettamente più solido del passato.
Per analizzare le crisi aziendali che hanno caratterizzato
questi anni di congiuntura, utilizziamo una parte della
relazione di Marco Bulgarelli all’assemblea di Cooperare
spa. Si tratta di una ricerca, a cui ha collaborato CRM,
che costituisce sicuramente lo studio più approfondito
sull’andamento delle principali aziende aderenti a
Legacoop, a far data dal 1988 sino a tutt’oggi. La platea
analizzata è nazionale, ma si consideri che il 70% delle
imprese ha sede in Emilia-Romagna.
Dalla relazione di Marco Bulgarelli all’assemblea 2014
di Cooperare spa
“Nel 2010 riprendemmo un studio del ‘90 con il supporto
della centrale bilanci di Legacoop (CRM). Cooperare realizzò
un’analisi delle trasformazioni avvenute all’interno del
gruppo delle grandi imprese cooperative nel ventennio tra
il 1988 e il 2008. Si trattò di ricostruire alcuni elementi del
campione iniziale, individuare i percorsi di soggetti che
avevano dato luogo a fusioni cooperative o a procedure
di liquidazione, analizzando infine l’evoluzione di alcuni
parametri economici.
Il campione di partenza con dati di bilancio 1988, era
costituito da 241 cooperative considerate al top del
movimento cooperativo per dimensione e per ruolo, con
l’eccezione del settore Abitazione e dei servizi finanziari
(CCFR, Fincooper, Unipol e Finanziarie Territoriali) perché
non erano contabilmente omogenei alle altre attività
produttive. Per lo stesso motivo, al fine di evitare artificiosi
rigonfiamenti dei volumi, furono esclusi anche i consorzi
come AICA, Coop Italia, Conad Nazionale, CNS. Fu una
scelta che fece torto a tutte le strutture che gestivano
servizi alle imprese cooperative e sottodimensionò
il sistema cooperativo, trascurando alcune realtà
imprenditoriali significative come il CCPL, divenuto
poi gruppo industriale, o il CCC, sebbene entrambi già
allora gestissero attività proprie. Ma, seppur con qualche
difetto, il profilo dei campioni del movimento cooperativo
usciva abbastanza chiaro e consentiva di fare alcuni
ragionamenti importanti.
In questo documento, sempre con il supporto di CRM,
abbiamo cercato di aggiornare nuovamente la situazione
di quel campione di grandi imprese cooperative, prendendo
a riferimento i dati di bilancio 2013 e rivalutando i dati
degli anni passati secondo i coefficienti Istat. Per essere
chiari se nei venticinque anni della nostra analisi sono
nati nuovi campioni, non sono stati censiti. Per esempio
mancano almeno due importanti Cooperative Sociali, ma
non è nemmeno stato indicato un caso doloroso come la
CMR di Reggiolo, perché non era nel campione iniziale.
La riflessione proposta non ha un valore analitico di
posizionamento dei singoli gruppi settoriali ma crediamo
L’analisi del Nuovo Album di Famiglia
Lasciando solo sullo sfondo la crisi economica che
praticamente ha caratterizzato l’intero intervallo
temporale 2008-2014, l’aggiornamento al quadro attuale
56
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
dei dati relativi al campione originario (241 coop.ve), vede il
drappello delle imprese cooperative ridursi ulteriormente
dalle 119 del 2010 al attuali 97 cooperative attive.
Statisticamente è stato tenuto separato un gruppo di 9
cooperative entrate in una qualche procedura concorsuale
(con gradi di difficoltà molto diversi tra loro), perché non
è possibile prevedere quanto e cosa sopravviverà di quelle
esperienze cooperative.
Dal punto di vista dei settori, alcuni stanno soffrendo più
di altri. È il caso delle Costruzioni dove le cooperative attive
si dimezzano, registrando 6 liquidazioni e 5 cooperative
in procedura. Le coop.ve industriali passano invece dalle
22 del 2010 alle 17 attuali.
Per quanto riguarda gli altri comparti si registra una
sostanziale tenuta della consistenza numerica, con
un unico processo di aggregazione riguardante la
cooperazione agroalimentare (Cantine Riunite-Civ&Civ).
È significativo rilevare che recentemente purtroppo una
cooperativa di consumatori di medie dimensioni (la Coop
Operaie di Trieste) sia stata classificata tra le procedure
(richiesta di fallimento avanzata dalla magistratura).
Nel quadro della segmentazione tra piccole, medie e grandi
cooperative si segnalano ancora diversi cambiamenti:
i. La consistenza del gruppo delle piccole cooperative
cala a 30. Erano 39 nel 2010. Cinque sono promosse di
categoria, ma soprattutto 8 sono state liquidate e 1 è
entrata in procedura.
ii. Il gruppo delle 39 cooperative classificate nelle “Medie”
nel 2010 si riduce a 28. Il cluster vede quattro imprese
promosse di categoria, ma ben 6 cooperative scendere tra
le “Piccole”, una in liquidazione e 5 entrate nelle difficoltà
delle procedure. Cinque sono le piccole cooperative del
2010 che sono diventate delle medie imprese.
iii.Ma veniamo alle Grandi. Il numero delle cooperative
considerate di grandi dimensioni cala di solo di un’unità
da 40 a 39 società, per effetto di due scomparse (CESI
e CMR di Filo) e ben tre procedure (Iter, Coopsette e
Unieco), in parte compensate da quattro nuovi ingressi
di cooperative di medie dimensioni divenute “Grandi”
nel quinquennio. Il caso di Orion è stato tenuto a
parte perché nel campione originario aveva una
classificazione diversa.
La limitata contrazione numerica del Gruppo delle
“Grandi” rischia tuttavia di diventare più importante. Una
prima analisi dei dati economici di tale gruppo, mostra
che sono almeno 6 le cooperative che hanno perdite già
al margine operativo lordo oppure hanno rapporti di
indebitamento eccessivi per il loro contesto di business.
Queste 6 cooperative sono esposte a rischi molto elevati.
Il concetto di “grande cooperativa” in rapporto alla
propria area di mercato dovrebbe essere attentamente
contestualizzato e quindi il parametro del fatturato, che è
stato utilizzato, è opinabile. Però ciò che emerge da questa
nuova fotografia dell’album di famiglia è una progressiva
restrizione del perimetro delle grandi imprese create con
decenni di parsimoniosa accumulazione dei cash flow
prodotti: un patrimonio intergenerazionale che da la
misura della capacità di affrontare il futuro.
57
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Fatturato (mln €)
Il nuovo rapporto tra Fatturato e Patrimonio
Per stare nella scia del ragionamento, a grana grossa
vediamo l’evoluzione della dimensione d’impresa
attraverso il fatturato aggregato e la robustezza
patrimoniale attraverso il Patrimonio Netto.
A livello aggregato, mentre nel ventennio precedente le
119 risultavano molto cresciute rispetto alle 241, ora
il campione residuo delle 97 vede un calo del fatturato
per il 3% e del patrimonio netto per l’8%, indicando un
indebolimento complessivo del sistema anche se con
significative differenze tra i settori, in parte emerse nella
precedente analisi numerica.
Fatturato e Patrimonio netto delle cooperative in
procedure evidenzia la dimensione degli squilibri che
mettono i soggetti interessati a rischio di continuità
aziendale. Naturalmente trattandosi di dati aggregati,
si tratta di somme algebriche che mettono coloro che
hanno patrimonio netto negativo, ma non sono ancora
dichiarate fallite, al fianco di coloro che hanno qualche
speranza in più.
35.000
30.000
25.000
20.000
15.000
10.000
5.000
-
16.145
32.696
31.587
2008
2012
1988
1.165
Proc. 2013
Patrimonio Netto (mln €)
14.000
12.000
10.000
8.000
6.000
La qualità della gestione caratteristica
Se il commento alla crescita della redditività del
campione nel ventennio 1988-2008 era stato positivo,
perché i valori tipici della formula cooperativa si erano
intrecciati al meglio con il “fare impresa efficiente ed
efficace”, mostrando l’accresciuta forza imprenditoriale
delle cooperative, la lettura dei dati attuali ci costringe
a registrare il calo del margine operativo lordo del 9% e
soprattutto una caduta del Reddito Operativo del 24%,
che in altri termini significa un forte indebolimento
imprenditoriale.
I dati aggregati relativi alle cooperative in procedura
sono evidentemente ancora più drammatici. Ci limitiamo
ad evidenziare il sostanziale azzeramento dell’EBITDA
e un EBIT negativo € 100 milioni: marginalità che le
9 cooperative in procedura hanno accumulato su un
fatturato di € 1.185 milioni.
4.000
2.000
-
3.325
12.607
11.617
2008
2012
1988
239
Proc. 2013
Margine Operativo Lordo (mln €)
2.500”
2.000”
1.500”
1.000”
500” 604
2.106
1.913
2008
2012
5
!”
1988
Proc. 2013
In passato abbiamo saputo fare meglio dell’ultimo
quinquennio
I dati contabili potrebbero essere ulteriormente sviscerati
ma non insisteremo nella simulazione. Continuare a
leggere le 97 cooperative come se fossero una sola non
ci offre altri stimoli nella strada della ristrutturazione
dell’offerta cooperativa. È necessario segmentare i mercati,
capirne le evoluzioni e valutare caso per caso la resilienza
delle nostre cooperative e la capacità di conquistare
nuovi spazi, quali prodotti/servizi per quali mercati, quali
risorse e quale management, ma anche quale modello
d’impresa cooperativa di grandi dimensioni.
Nel ventennio precedente le 40 cooperative migliori
avevano reagito alla profonda trasformazione dei mercati
con formidabili processi di concentrazione volti ad
adeguare la dimensione delle imprese alle nuove arene
competitive. Basti pensare alla dimensione nazionale del
mercato domestico degli anni ’80 che negli anni ’90 si era
Reddito Operativo (mln €)
900%
800%
700%
600%
500%
400%
300%
3.325
12.607
11.617
2008
2012
239
200%
100%
‘%
(100)%
(200)%
1988
Proc. 2013
58
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
esteso senza confini in una Europa sempre più grande.
Sempre sul lato della domanda, la crescente globalizzazione
dei mercati mondiali ha imposto una forte accelerazione
a tutti i processi d’innovazione: accelerazione che si è
ulteriormente accentuata con l’adozione dell’euro. Questi
mutamenti dei mercati hanno posto sfide nuove al gruppo
di testa delle imprese cooperative e, le migliori, non si sono
fatte trovare impreparate.
La ricerca della dimensione d’impresa adeguata ai mercati
è stata perseguita in varie forme. La via maestra è stata
la fusione tra cooperative. La fusione tra cooperative
e la creazioni di reti sono due percorsi tipici di fare
integrazione nel mondo cooperativo efficaci e poco costosi.
In alcuni settori c’è ancora spazio per queste forme
d’integrazione e soprattutto rimane quasi inesplorato il
terreno delle integrazioni internazionali tra cooperative
di diverse nazioni.
Nel ventennio sono stati fatti passi importanti nella giusta
direzione, poi ci siamo fermati. Nell’ultimo quinquennio,
c’è stata una sola unificazione e più in generale c’è stato
un ripiegamento strategico. Ciascuna cooperativa si
è concentrata sulla cura dei mali messi a nudo dalla
drammatica crisi.
Conclusioni
La rivoluzione dei mercati continua. Gli scenari competitivi
sono molto incerti e di difficile lettura. Questa lunghissima
crisi ha messo a dura prova il modello della grande impresa
cooperativa. Tralasciando tutte le variabili esterne, dalla
politica economica alle regole dei mercati, che abbiamo già
esposto nella relazione al bilancio, noi abbiamo bisogno
di promuovere internamente un forte recupero di qualità
imprenditoriale per alimentare i nostri valori sociali.
Dobbiamo essere capaci di declinare meglio il
funzionamento della formula cooperativa nella grande
dimensione d’impresa.
Dobbiamo essere capaci di rimuovere quei vincoli che
hanno impedito di salvare le imprese facendo finta di
salvare i lavoratori.
Dobbiamo essere capaci di difendere la centralità dell’impresa
insieme alla possibilità di ridisegnarne il perimetro per essere
più efficaci e crescere insieme ad altre cooperative.
Dobbiamo essere capaci di far circolare la qualità manageriale
dei nostri dirigenti per sviluppare cultura d’impresa.
Dobbiamo essere capaci di attrarre e remunerare capitali
che sostengano i nostri piani.
C’è bisogno di nuove regole, anche nelle relazioni interne
al sistema cooperativo e nei controlli.
La strada per essere innovativi sta nel ridisegnare i confini
dei gruppi cooperativi per essere ancora più competitivi
sui mercati domestici e quelli internazionali. Crescere
per linee esterne ovvero fare acquisizioni, ma anche
promuovere nuove fusioni tra cooperative o spacchettare
attività esistenti per riaccorparle con quelle di altre
cooperative sviluppando nuove efficienze.”
59
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 1
Capitolo 2
Identità cooperativa
alla prova della crisi:
Governance, partecipazione
e Relazioni sindacali
I risultati della ricerca su partecipazione dei soci
e dei lavoratori e relazioni industriali:
primi risultati
di Mario Ricciardi
1.
al numero spesso rilevante di lavoratori non soci, e la
presenza di gruppi d’impresa si cui l’impresa cooperativa
è la controllante esercitano o meno una forza espansiva
dei valori cooperativi di tutela del lavoro anche oltre i
confini delle cooperative stesse?
Quello che segue è il resoconto di un recente viaggio nel
mondo delle cooperative in Emilia-Romagna. Nell’estate
del 2014 abbiamo incontrato venticinque tra managers,
amministratori di cooperative di diversi settori e dirigenti di Legacoop nazionale, regionale e provinciale, che con
cortesia e pazienza hanno risposto alle nostre domande,
illustrandoci vari aspetti del funzionamento delle cooperative emiliano romagnole nell’attuale congiuntura.
Per cercare di rispondere a domande come queste seguimmo un duplice percorso, che deriva dall’osservazione
del funzionamento della partecipazione in cooperativa.
Da un lato, ci interrogammo sul funzionamento della
partecipazione dei lavoratori-soci attraverso gli organi sociali. D’altro lato, considerando la natura peculiare
del socio-lavoratore della cooperativa, ma anche la già
ricordata ampia diffusione di lavoratori non soci ( e per
altri aspetti di soci non lavoratori, come nella cooperazione di consumo), nonché l’elevata sindacalizzazione e
diffusione della contrattazione collettiva nella nostra regione, ci interrogammo anche sul funzionamento della
partecipazione “di relazioni industriali”, condotta cioè sia
attraverso gli strumenti contrattual/sindacali (sistemi di
informazione/trasparenza, rapporto tra salari e produttività) sia extra contrattuali, di rapporto diretto, cioè, tra
l’azienda e i lavoratori.
A dire il vero il nostro, più che un viaggio, è stato un
ritorno. Nel biennio 2010- 2011, su impulso della Fondazione Barberini, avevamo fatto una prima “immersione”
nel mondo della cooperazione, anche allora incontrando
un numero di amministratori e managers all’incirca
equivalente a quello attuale, e successivamente raccogliendo, attraverso la somministrazione di questionari,
l’opinione di 35 cooperative.
L’obiettivo di quell’indagine, che è bene qui ricordare
non soltanto perché in larga misura coincide con quello
dell’attuale ricerca, ma soprattutto perché ne rappresenta l’indispensabile antefatto, era quello di verificare lo
“stato di salute” della partecipazione dei lavoratori nel
mondo della cooperazione della nostra regione
È appena il caso di sottolineare che la ricerca di cui stiamo parlando si concluse prima della drammatica estate del 2011, in un periodo cioè in cui la crisi economica
che sta tuttora travagliando l’economia europea era già
esplosa, anche se ci trovavamo ancora nella sua prima
fase, in cui molti ritenevano che la ripresa fosse prossima, se non a portata di mano.
Le domande che ci ponemmo e da cui partimmo erano
più o meno le seguenti. La partecipazione dei lavoratori
è un valore (forse IL valore) fondativo della cooperazione.
Ma con il trascorrere degli anni, le profonde trasformazioni che le imprese cooperative hanno conosciuto, dal
punto di vista dimensionale, settoriale, di mercato, eccetera, come hanno inciso sulle modalità della partecipazione? Come, e in che misura, le esigenze di efficienza e
competitività delle imprese cooperative sono compatibili con la partecipazione stessa? La partecipazione, nelle
forme che essa ha tradizionalmente assunto nel mondo
cooperativo, è un valore aggiunto o un impaccio nel contesto attuale? In particolare, le trasformazioni collegate
Che cosa emerse dunque dalla nostra indagine? Il versante forse più approfondito dalla ricerca , quello cioè delle
relazioni industriali, diede risposte abbastanza rassicuranti, anche se contrassegnate, com’è ovvio, da luci ed
ombre. Il quadro che emergeva era, innanzitutto, quello
di una situazione adeguatamente regolata, nella quale
erano in vigore non soltanto contratti nazionali (specifici
per la cooperazione o, in qualche caso, applicando alle
cooperative contratti stipulati da altri soggetti datoriali)
63
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
e, in molti casi, contratti di secondo livello, ma, quel che
più conta, si rilevava che i contratti venivano applicati in
tutti i loro aspetti, salariali e normativi, inclusi, quindi,
quegli istituti contrattuali che prescrivono l’ informazione e la consultazione delle rappresentanze sindacali
su alcune scelte strategiche della vita d’impresa, e che
rappresentano, allo stato dei fatti, la principale , se non
l’unica forma ufficialmente sancita della democrazia industriale “all’italiana”.
Anche sull’altro versante della partecipazione, quello “sociale”, la ricerca metteva in evidenza luci ed ombre. Da un
lato, l’assoluta maggioranza dei cooperatori intervistati
sottolineava non solo l’importanza della partecipazione
dei soci come valore fondante della cooperazione, ma evidenziava anche lo sforzo per ampliare la base sociale,
rendere attrattiva l’adesione alla cooperativa attraverso
una pluralità di strumenti e di iniziative, da quelle riguardanti più direttamente l’interesse economico (ristorno,
erogazioni sociali di varia natura) alle iniziative ludiche,
di socializzazione e rafforzamento identitario. Naturalmente, si evidenziava la ben diversa forza del vincolo
sociale, a seconda del settore e del tipo di scambio mutualistico. In molte cooperative di produzione e lavoro,
in particolare, appariva evidente che la porta dell’accesso alla condizione di socio era socchiusa, sia per l’entità
mediamente abbastanza elevata della quota sociale, sia
per gli itinerari necessari per accedere allo status di socio. Altrove, invece, la porta era addirittura spalancata,
come nella cooperazione di consumo. Ciò naturalmente corrispondeva a un ben diverso grado di interesse a
partecipare alla vita della cooperativa, e si riverberava
sia sulla partecipazione alle assemblee che sul processo
di formazione dei gruppi dirigenti. Altri aspetti in grado
di incidere sulla partecipazione sottolineati nell’indagine erano la dimensione dell’impresa, la sua dispersione
territoriale, la composizione professionale della forza
lavoro, la stabilità della base sociale/occupazionale, resa
strutturalmente più instabile, ad esempio, nelle imprese
che concorrevano sistematicamente ad appalti pubblici.
Nel complesso, la ricerca descriveva un rapporto costante
e fisiologicamente poco conflittuale tra le cooperative e i
sindacati, rapporti rafforzati da una rete di relazioni anche informali, tra le rappresentanze sindacali, gli organi
di governance e la tecnostruttura aziendale, aventi come
oggetto non soltanto le condizioni di lavoro, ma anche
le prospettive produttive e occupazionali delle aziende
cooperative.
Questa fairness nelle relazioni industriali determinava,
insomma, nella maggior parte dei casi da noi analizzati
una più bassa conflittualità e un atteggiamento più collaborativo da parte dei sindacati; l’altra faccia della medaglia era rappresentata però dal fatto che questo migliore
rapporto (rispetto alla media delle imprese private) “costava”, per dir così, alle imprese, salari talvolta più elevati rsipetto ai concorrenti, condizioni di lavoro migliori,
sistemi di welfare aziendale spesso notevolmente avanzati, e un ricorso più circoscritto, rispetto alle imprese
non cooperative, a rapporti di lavoro atipici. Il che incide
in parte sulla competitività aziendale, ma va comunque
messo sull’altro piatto della bilancia con un maggiore
coinvolgimento attivo dei lavoratori.
Passando dai problemi riguardanti l’adesione a quelli
riguardanti la partecipazione vera e propria, l’indagine
metteva in luce una situazione abbastanza variegata,
caratterizzata tuttavia da un costante rispetto delle scadenze “sociali” (assemblee, consigli d’amministrazione, in
alcuni casi commissioni di soci) e un impegno a rendere
più agevole la partecipazione stessa, attraverso assemblee ripetute e separate territorialmente nelle cooperative più grandi, e la predisposizione di incentivi vari alla
partecipazione.
D’altra parte, però, il dato che emergeva con una certa
evidenza era che comunque questa fitta rete di rapporti
con le rappresentanze sindacali, utile per mantenere un
elevato grado di pace sociale nelle aziende e nel sistema,
spesso non dava luogo però né a un effettivo coinvolgimento, né a qualche forma di controllo sulle decisioni
aziendali, e non appariva del tutto chiaro se ciò corrispondesse soprattutto a un basso grado di reale coinvolgimento delle controparti da parte del management
aziendale, convinto che comunque le decisioni gli spettassero in via esclusiva, o (come sostenevano i vertici
aziendali da noi intervistati) a una troppo scarsa capacità dei sindacati di collaborare costruttivamente oltre il
mero ambito contrattuale e rivendicativo. Nel complesso, e fatte ovviamente le debite distinzioni tra settori ,
aziende e territori, sotto un “guscio” formale di norme
contrattuali e di prassi di confronto estremamente ricco
e differenziato, la ricerca rilevava che la “quantità e qualità di questa partecipazione.. rischia di essere in diversi casi non sufficientemente attiva e all’altezza di quello
che si immagina dovrebbe essere lo “stile”cooperativo(…)
e sarebbe certamente più utile se anche le controparti e
i lavoratori si attrezzassero meglio nelle abbastanza numerose occasioni di confronto”.
Il quadro così descritto mostrava tuttavia diverse criticità. Innanzitutto, quale che fosse il tasso di partecipazione alle assemblee, l’indagine mostrava che sovente le
assemblee stesse avevano un ruolo comunque poco più
che di ratifica formale di decisioni assunte dal consiglio
d’amministrazione, le quali erano a loro volta il risultato di decisioni prese in sedi più ristrette, con il decisivo
apporto dei vertici della tecnostruttura. La passività e la
tendenza alla delega da parte della base sociale sembravano essere piuttosto diffuse, e anche gli sforzi per superarle non apparivano troppo convinti. Nonostante l’osservanza del principio “una testa (una quota sociale)= un
voto, poco differenziava, insomma, questa fase del processo decisionale cooperativo da quello di una qualsiasi
società per azioni, e se questo certamente testimoniava
in parte l’autorevolezza delle leadership cooperative ,
64
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
dall’altro dimostrava la difficoltà dell’emergere di un’effettiva voice sociale.
Naturalmente a fare più notizia sono state le crisi delle
aziende cooperative più grandi, più radicate nel territorio
e, spesso, con una storia che coincide con la storia del
territorio stesso, sì che la crisi di una cooperativa diventa
anche la crisi di una comunità.
Un’altra criticità riguardava il rinnovamento delle leadership aziendali, considerato a parole come un requisito importante della vitalità della democrazia associativa, ma
anche un’importante risorsa in termini di competitività, in
una fase caratterizzata da intensi cambiamenti nel contesto
economico-produttivo e sociale. In realtà, i dati della ricerca
rivelavano che il ricambio (anche) generazionale avveniva
piuttosto lentamente, soprattutto nelle cooperative più “ricche” e per ciò stesso più “chiuse”.
Certo, l’analisi delle ragioni della crisi, delle sue manifestazioni, dei rimedi adottati anche se limitata al mondo cooperativo richiederebbe un’indagine ben più vasta
e approfondita di quella che abbiamo condotto nel poco
tempo a nostra disposizione. Occorre avvertire, insomma, che le osservazioni che faremo sono per forza di cose
limitate e parziali, prima di tutto perché, anche dal nostro
circoscritto osservatorio, abbiamo potuto vedere che le situazioni sono molto diverse a seconda dei settori produttivi, e che anche all’interno dello stesso settore, aziende
anche contigue possono avere risentito della congiuntura
in modi profondamente diversi. Le considerazioni che seguono e che abbiamo tratto dalle realtà con cui siamo
venuti in contatto non sono insomma automaticamente
estendibili all’intero mondo cooperativo, anche se possono avere un valore orientativo, e fornire qualche spunto
per ulteriori, più approfondite osservazioni.
La ricerca rivelava, in sostanza, che la partecipazione in
cooperativa, nelle sue varie forme, pur essendo ancora un
valore sentito e praticato, era piuttosto “stanca”.E che ad
aggravare la situazione stavano soprattutto tre aspetti:
da un lato, un clima culturale e un approccio diffuso
ai temi dell’impresa e delle relazioni industriali nel nostro paese, esitanti, se non in diversi casi esplicitamente
ostili verso la partecipazione. Dall’altro, il sopravvenire
della crisi, che poteva indurre a considerare un impiccio i tempi e le procedure della partecipazione di fronte
alla rapidità della decisioni da prendere, ma che, come
vedremo meglio tra poco, induceva anche una parte dei
vertici cooperativi a restringere ulteriormente il “cerchio”
decisionale per celare gli errori compiuti, o le indecisioni
sulle scelte da fare.
Il clima che abbiamo incontrato nei nostri incontri e “respirando” per dir così, l’atmosfera che sembra prevalente
nelle aziende e nelle associazioni, è piuttosto diverso da
quello di tre/quattro anni fa. Allora, affrontare il tema
della partecipazione dei lavoratori sembrava essere più
che altro (come dire?) un problema di “lucidatura” di un’identità cooperativa un po’ appannata ma che, proprio
dal rilancio della partecipazione intendeva trarre nuovo
slancio per affrontare, con tutta la dotazione disponibile, le sfide della crescita e della crisi. Qualcuno disse, in
conclusione una delle riunioni che avemmo allora, che
la partecipazione era la “ciliegina sulla torta”, forse interpretando più o meno istintivamente un certo comune
sentire diffuso nel mondo cooperativo, o magari intendendo dire che la partecipazione era la componente più
pregiata e più spendibile anche all’esterno dell’identità
cooperativa.
Un altro aspetto rivelatore delle difficoltà del momento lo si poteva individuare, del resto, guardando alcuni
dati riguardanti le cooperative osservate dalla ricerca: il
calo della produzione e dei fatturati, dopo un triennio di
difficoltà economiche generali, era sostanzialmente in linea con la situazione generale, ma nello stesso periodo
si rilevava una sorprendente crescita dell’occupazione
e un ricorso molto limitato agli ammortizzatori sociali:
“nel complesso si conferma come il comportamento delel
cooperative nei momenti di difficoltà di mercato tende
ad “ammortizzare” gli effetti che la caduta dell’attività
produttiva provoca sui livelli occupazionali”. Si trattava
di un fenomeno importante, e significativo dell’attenzione portata dalle aziende cooperative verso il lavoro e gli
effetti sociali delle politiche aziendali. L’osservazione racchiudeva tuttavia una domanda inespressa eppure naturale: cosa sarebbe accaduto se la crisi fosse continuata a
lungo, in termini di sostenibilità delle politiche adottate
e della tenuta stessa delle imprese?
Oggi, il clima che abbiamo percepito nei nostri colloqui
appare diverso e più diversificato. Il diffondersi di crisi aziendali sembra rilanciare, da una parte, una serie
di interrogativi che vanno per certi aspetti alla radice
della natura cooperativa, all’adeguatezza della “forma”
cooperativa nell’attuale congiuntura, alla domanda su
quale uso sia stato fatto della partecipazione prima e
dopo l’avvento della crisi, al tema se non si sia creato
uno squilibrio tra una “centralità dell’impresa” praticata forse in modo troppo acritico, e i valori su cui si fonda,
o dovrebbe fondarsi, la cooperazione, all’assetto e alle
prospettive delle relazioni sindacali e di lavoro. Non si
può però trascurare il fatto che importanti settori della
cooperazione stanno reggendo, nonostante le difficoltà, e
questo sembra determinare in qualche interlocutore una
sorta di “orgoglio” nel modo in cui vengono raccontati al
2.
La riposta a quest’ultima domanda la si sarebbe trovata negli anni immediatamente successivi e non sarebbe
stata, purtroppo, una risposta rassicurante. Le cronache
dell’ultimo biennio sono punteggiate da crisi e chiusure
di imprese, e la cooperazione emiliano romagnola ne è
stata tutt’altro che indenne.
65
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
ricercatore i modi e le strategie che danno ad alcuni settori della cooperazione una marcia in più per affrontare
la crisi.
stata, da un lato, determinata da ragioni dimensionali, poiché la presenza nei mercati esteri richiede trasformazioni
organizzative e investimenti consistenti, che si sarebbero
potuti realizzare peraltro attraverso accordi e sinergie tra
diverse imprese, oppure che si sia trattato in parte di una
scelta per così dire più “comoda” per imprese nelle quali i
lavoratori sono anche soci, che possono quindi apprezzare
la relativa vicinanza dei cantieri operativi, o forse per la
tradizionale fiducia nel “mattone” tipica delle nostre zone.
3.
Com’ è ben noto il “cratere” della crisi si e collocato nel
comparto delle costruzioni, un settore nel quale storicamente la cooperazione ha una presenza forte , e che,
come è altrettanto noto, sta attraversando la fase più difficile dal dopoguerra ad oggi.
Fatto sta che la crisi ha comunque cominciato a incidere pesantemente sull’attività di molte cooperative, i
cui fatturati si sono drasticamente abbassati ( abbiamo
qualche dato fornitoci nei colloqui, ma va confermato e
completato). E qui, stando alle informazioni raccolte, si è
verificato un fenomeno che ha aggravato la situazione,
vale a dire un’ esitazione da parte dei vertici di alcune
cooperative a prendere atto della crisi, e ad adottare le
misure necessarie per fronteggiarne le conseguenze nel
breve e medio periodo. Quali siano le ragioni di queste
esitazioni, che hanno portato a “mettere la polvere sotto il tappeto”, ad assumere comportamenti rassicuranti,
a adottare misure forse opportune in presenza di crisi
congiunturali e transitorie, ma decisamente da evitare di
fronte a situazioni molto più gravi, come il mancato ricorso ad ammortizzatori sociali, o l’uso di quelli più soft
come i contratti di solidarietà, non è facile dire. Certo, la
profondità della crisi è stata inaspettata, e per un certo
periodo si è ottimisticamente pensato che il peggio fosse
alle spalle. Dalle informazioni ricevute si possono tuttavia cogliere altre ragioni, come la difficoltà dei gruppi dirigenti a cogliere i segnali e la dimensione della crisi, la
scarsa disponibilità a far circolare le informazioni sulla
reale situazione economico-finanziaria dell’azienda, la
volontà di non “allarmare” clienti, fornitori , stakeholders in generale, sulla solidità della cooperativa,la difesa
di posizioni di leadership dei gruppi dirigenti acquisite in
tempi anche abbastanza lontani, e consolidate dai risultati di una crescita continua.
Le cooperative edili hanno avuto un ruolo fondamentale
nello sviluppo economico della nostra regione, dando un
contributo fondamentale al rinnovamento infrastrutturale non solo della regione, ma dell’intero paese.
Le ragioni della crisi che ha portato alcune di esse al default sono varie, e probabilmente per indagarle a fondo
occorrerebbe dedicarsi a scrivere qualche “storia” aziendale. Ciò che emerge anche dai colloqui che abbiamo avuto
con gli esponenti di alcune di esse è che tutte le crisi hanno ragioni abbastanza remote, e vanno fatte risalire a scelte compiute quando il mercato dell’edilizia era fiorente, e
decidere di dedicarsi ai lavoro pubblici nel nostro paese e
all’attività di costruzione e vendita di edilizia residenziale,
industriale, terziaria, era una scelta premiante. Anche dalle sommarie informazioni che è stato possibile raccogliere nelle interviste, risulta evidente che molte cooperative
edili, sia di grandi che di medie dimensioni, hanno da un
certo punto in poi consapevolmente scelto di dedicarsi al
mercato domestico,talora abbandonando mercati esteri in
cui avevano operato, ovviamente privilegiando il core business dei classici settori dei lavori pubblici e dell’immobiliare, sia pure diversificando, in alcune fasi, notevolmente
le attività: oltre a quelle più tradizionali , si sono dedicate
a attività come, ad esempio, la realizzazione e la gestione
di nuove tratte autostradali, la realizzazione e la gestione
di case di riposo, la gestione di cave. Tuttavia, la crisi ha
cominciato a mordere sostanzialmente per due ragioni, il
rarefarsi dei lavori pubblici, e soprattutto dei grandi lavori,
derivata dalla crisi della finanza pubblica (crisi attenuata
e ritardata solo in parte da grandi iniziative come l’Expo,
peraltro in fase conclusiva) e la crisi dell’immobiliare, nel
quale le cooperative avevano investito ingenti capitali,
confidando in un mercato che aveva avuto una fase di rapida espansione continua e prolungata e che comunque,
anche nei suoi andamenti ciclici, non aveva mai conosciuto in passato un arresto così profondo, esteso e prolungato, con prospettive di uscita dal tunnel tuttora incerte
, ma che fanno comunque ritenere improbabile in tempi
ragionevolmente brevi una ripresa consistente. La spiegazione della scelta esclusivamente “domestica” compiuta da
molte cooperative delle costruzioni, talvolta abbandonando il mercato estero nel quale erano presenti, richiederebbe un’analisi più approfondita. Si può ipotizzare che sia
La crisi ha provocato in diversi casi da noi contattati un
significativo calo dell’occupazione, e in qualche situazione ha richiesto misure drastiche, come una riduzione generalizzata, anche se provvisoria, dei salari. Ovviamente
non siamo in grado di dire se le misure adottate siano
tali da consentire la salvezza e il rilancio dell’impresa,
anche se la sensazione che emerge dai nostri colloqui è
quella di una situazione ancora molto in bilico. In realtà
i nostri interlocutori sono stati abbastanza generici sulle
misure che si ritengono necessarie per superare la crisi:
entrare nei mercati esteri sarebbe desiderabile ma sembra piuttosto difficile da attuarsi in un periodo di crisi
come l’attuale, (anche se qualche passo in questa direzione sembra già essere stato compiuto) spesso si manifesta
l’intenzione di abbandonare una vocazione “generalista”
scegliendo produzioni più specializzate e a maggior contenuto tecnologico. Al fondo, comunque, la speranza diffusa che sembra di cogliere è che la crisi abbia toccato
66
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
il fondo, e che, alleggeriti di personale e di debiti, sia
possibile ripartire.
servizi è ben presente nel mondo cooperativo, e svolge una
quantità piuttosto diversificata di attività, dalle pulizie,
alla vigilanza, agli autotrasporti, alla logistica, alla ristorazione. Le informazioni che abbiamo raccolto ci raccontano
di imprese con un’occupazione stabile o addirittura in crescita, bilanci che consentono la distribuzione del ristorno.
Tuttavia la crisi incide anche qui, e qualcuno addirittura
si spinge a dirci che la situazione di relativa buona salute
attuale è spiegabile con il fatto che la crisi arriva in ritardo
nel settore dei servizi rispetto ad altri settori. D’altra parte, i servizi non possono non risentirne, visto che si tratta
di aziende in larga misura dipendenti dalle commesse del
settore pubblico e delle imprese private.
Qualcuno, per la verità, non ce l’ha fatta, ed ha attraversato l’inferno del fallimento, del default del prestito sociale, della ripartenza con un’altra natura sociale, questa
volta non cooperativa. È piuttosto lacerante ascoltarne
la storia, il succedersi di difficoltà oggettive, errori gestionali, conseguenze sociali sul territorio d’insediamento.
Ma la conseguenza forse più pesante è l’ombra di sfiducia
che queste vicende hanno proiettato sul metodo cooperativo, sull’idea stessa della cooperazione, sentir riferire
che i lavoratori usciti traumaticamente dalla cooperativa e recuperati in una newco non cooperativa ritengono
l’attuale situazione assai più trasparente, partecipativa e
motivante rispetto alla precedente gestione.
Da un lato, quindi, il settore risente della crescente richiesta da parte dei committenti, pubblici e privati, di
prestare servizi a costi sempre più bassi, ma senza incidere sulla qualità della prestazione, dall’altro si risente
sempre più fortemente di una concorrenza, sia da parte
di imprese private, sia, soprattutto in alcuni settori come
la logistica e le pulizie, da parte delle cosiddette cooperative “spurie” che prestano servizi a costi molto bassi,
praticando quasi sempre condizioni salariali e lavorative
deteriori, non applicando i contratti o applicando contratti “pirata”, non pagando regolarmente i dipendenti,
trascurando le norme sulla sicurezza. Le cooperative del
settore vengono insomma aggredite su due fronti, da un
lato dalla crisi e dall’altro da una concorrenza ai limiti
o addirittura fuori della legalità. Quest’ultimo fenomeno ha effetti anche sull’immagine della cooperazione,
al punto da rendere difficile raccogliere nuove adesioni
sociali nelle zone in cui la presenza di cooperative spurie
alimenta i pregiudizi contro la cooperazione.
Non tutto il settore delle costruzioni è tuttavia in crisi.
Nei nostri incontri abbiamo sentito il caso di una cooperativa che orgogliosamente rivendica di essere in buona salute, grazie alla strada imboccata già nel decennio
settanta e perseguita con continuità negli anni, oltre a
una specializzazione nel settore dei trafori che la porta ad
essere competitiva avendo vari cantieri in quattro continenti. Ciò che colpisce in questa cooperativa è però il
dato riguardante la proporzione tra soci e lavoratori, che
è di uno a venti, e che lo status di socio si può acquisire solo con una condizione molto selettiva, determinata non tanto dall’importo della quota sociale quanto dal
fatto che per diventare soci occorre essere stabilmente
occupati presso la sede centrale da almeno due anni, ciò
che fa sì che la compagine sociale di questa cooperativa
sia piuttosto esclusiva, composta per lo più da impiegati,
tecnici e dirigenti. Un po’ paradossalmente, gli esuberi
potenziali in questa cooperativa che, dal punto di vista
dei risultati, va in controtendenza con il settore sono
alcune decine di operai che lavorano nella città dove la
cooperativa è nata, e nella quale l’attività edilizia risente
ovviamente delle ben note difficoltà generali.
La crisi non sembra aver determinato, nelle cooperative
contattate da noi, conseguenze eclatanti sull’occupazione
complessiva, anche se ovviamente possono esservi stati
singoli punti o momenti di crisi, fronteggiati con l’uso
della cassa integrazione. La storia aziendale recente di
queste cooperative non è stata, peraltro, priva di episodi
tribolati. La sostituzione di alcuni vertici, qui come in diversi altri casi, ci è stata raccontata non come la fisiologica evoluzione di un ricambio (anche) generazionale, ma
come il risultato di conflitti tanto più aspri quanto maggiore è la durata in carica dei gruppi dirigenti, conflitti
dei quali gli stessi nostri interlocutori sono restii a raccontarci i particolari. Il fatto che comunque appare anche
sotto un certo velo di riservatezza è che, anche quando
la crisi al vertice non è stata provocata da drammatici
default, il conflitto è spesso legato a diverse visioni sulle
strade da prendere per affrontare la crisi, come ad esempio la scelta se procedere o no ad accordi o fusioni.
Non è il caso di trarre deduzioni troppo generali dalle osservazioni fatte fin qui, data la limitatezza del campione
osservato, ma non si può non notare, come sia singolare
che tra le aziende di costruzioni da noi incontrate la cooperativa che ha avuto la crisi più profonda sia rinata, per
trovare spazi di competitività, in forma non cooperativa,
e d’altro canto la cooperativa che “va bene” abbia una
struttura e una “chiusura” piuttosto insolita rispetto al
classico modello cooperativo. Del resto, i nostri interlocutori delle cooperative di costruzioni ci hanno pressoché
tutti illustrato la necessità di costituire società finanziarie, di progetto, per cantieri, spesso con soggetti privati,
allo scopo di accrescere le attività, in forme diverse dalla
forma cooperativa, giudicata troppo rigida.
Fuori dal cratere della crisi le cose sembrano andare meglio, almeno nelle cooperative che abbiamo intervistato.
Tuttavia la crisi si avverte anche qui, eccome. Il settore dei
67
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
Ovviamente , per reggere la concorrenza di fronte alla
situazione appena ricordata, le cooperative hanno dovuto
adottare misure sia dal punto di vista strategico che del
lavoro. Dal punto di vista strategico, ad esempio, riducendo la presenza nei settori più generici e più aggredibili
sul versante dei costi e aumentando invece la presenza in
settori più qualitativamente specializzati, come la logistica del farmaco, o il risanamento ambientale. Gli effetti
sul personale sono stati soprattutto finalizzati a ridurre
i costi attraverso un aumento del part time, una riduzione delle ore lavorate, un aumento dei rapporti di lavoro
flessibili , in qualche caso anche alla rinuncia ad alcune
prestazioni già in godimento, come i ticket mensa ai
lavoratori della logistica.
consumo “classica” (soci/consumatori) che dalla cooperazione che mette insieme soci/imprenditori, anche se
parzialmente diverse sono le strategie di risposta. Dalle
informazioni ricevute si coglie che, più che da un calo
delle quantità di merce venduta, la crisi è soprattutto
percepibile come riduzione degli utili per la contrazione del valore dei prodotti venduti, a seguito della scelta dei consumatori verso prodotti a più basso prezzo e
alla necessità di ricorrere a promozioni. Dalle interviste
effettuate sembra tuttavia che non vi siano situazioni
molto critiche dal punto di vista occupazionale. La cooperazione di imprenditori si giova probabilmente delle dimensioni medio piccole dei negozi, e l’occupazione
è cresciuta, anche a seguito dell’apertura di nuovi punti
vendita. Nella cooperazione di soci l’occupazione stabile
non sembra essere stata intaccata, poiché le esigenze di
flessibilità sono state soddisfatte manovrando prevalentemente sui numerosi contratti part time e a termine già
da tempo esistenti. Le strategie per fronteggiare la crisi
sono varie: dalla diversificazione dimensionale, che, oltre
ai tradizionali iper e supermercati punta verso strutture
a dimensione più piccola e con prodotti di qualità, alla
formazione e coinvolgimento del personale (su cui torneremo più avanti) all’esternalizzazione della logistica.
Nel settore delle cooperative sociali soltanto alcuni aspetti assomigliano da vicino a quelli appena menzionati per
i servizi. Anche qui c’è dipendenza da una committenza
che è di fatto una monocommittenza, quella del settore
pubblico, con tutte le conseguenze legate a una politica
di riduzione della spesa pubblica che non è quasi mai selettiva rispetto all’importanza e alla qualità dei servizi da
offrire , ma si basa su tagli lineari. Anche qui la crisi si
manifesta dunque attraverso la richiesta di prestare servizi a costi sempre più bassi, nell’allungamento dei tempi
di pagamento e, per quanto in misura più ridotta rispetto
al settore dei servizi, nella presenza di concorrenza al ribasso di privati e cooperative spurie. Va peraltro rilevato
che qui, il problema della pressione sui costi e le condizioni di lavoro è resa più complessa dalla contiguità con il
settore pubblico, e dalla forza d’attrazione che esercitano
i contratti pubblici, anche a causa della presenza di controparti sindacali che sono le stesse del settore pubblico. Si
tratta di fattori che esercitano effetti negativi soprattutto
in termini di bassa redditività (circa il 3% in Emilia-Romagna), in particolare sulle cooperative di piccole dimensioni, meno sulle grandi cooperative,con più di 500, ma
che hanno anche alcune migliaia di dipendenti, in grande
maggioranza anche soci. Anche qui non vi sono stati effetti massicci della crisi sull’occupazione complessiva, almeno su quella a tempo indeterminato, le difficoltà sono
state in parte affrontate, almeno nelle grandi cooperative,
con meccanismi di solidarietà e mobilità interna, in parte
probabilmente scaricate sulla flessibilità di manodopera
marginale. Ovviamente anche qui si corre ai ripari non soltanto con aggiustamenti riguardanti la manodopera, ma
anche con operazioni finanziarie, come accordi con banche
per anticipare i crediti verso la p.a., l’abolizione delle gare
d’appalto, la realizzazione di asili nido costruiti con finanza di progetto e convenzionati con le autonomie locali,la
vendita di servizi di welfare integrativo diversificati a privati e ad altre cooperative, una nuova e più diversificata,
ma anche meno costosa, organizzazione dei servizi forniti
(es: assistenza domiciliare graduata).
4.
Le “linee guida per la governance delle cooperative aderenti a Legacoop” approvate dalla direzione nazionale di
Legacoop il 18 settembre 2008 rappresentano una sintetica e fondamentale elencazione di principi e metodi
operativi per equilibrare efficienza e partecipazione, modernità e valori.
Le linee guida si articolano, come è noto, in una serie di
paragrafi nei quali si affrontano i vari problemi, da quelli
più tradizionali della adesione e partecipazione dei soci,
a quelli più complessi legati alle grandi dimensioni e alla
natura di gruppo assunta de numerose cooperative.
Riassumendo in breve i contenuti del documento, si inizia con la riaffermazione del principio della porta aperta,
necessario per il rinnovamento della base sociale e da gestire in base a requisiti e procedure di accesso determinati secondo criteri di equità e trasparenza. La partecipazione dei soci deve essere favorita attraverso l’attivazione di
strumenti di natura informativa sull’andamento delle attività economiche della cooperativa, attraverso procedure formalizzate di informazione sulle decisioni maggiormente rilevanti che sia avvalgano di tutti gli strumenti
disponibili, da incontri e gruppi di lavoro preassembleari,
gli house organ alle tecnologie informatiche.
Per quanto riguarda la cooperazione di consumo la crisi è ovviamente legata al calo generalizzato dei consumi, e sembra essere percepita sia dalla cooperazione di
Nei gruppi a controllo cooperativo le informazioni devono riguardare anche quanto di rilevante avviene nelle società controllate, nonché il raccordo tra l’attività di que-
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
ste e la finalità mutualistica propria della capogruppo.
L’indagine che abbiamo condotto questa volta, sia per la
limitatezza del campione, sia per la vicinanza temporale
con la precedente, non ci ha portato a risultati complessivamente diversi o più generalizzabili, ma forse a specificare meglio alcune delle osservazioni che avevamo
avanzato nella precedente occasione.
La partecipazione dei soci all’assemblea deve essere garantita attraverso forme di convocazione efficaci, e la sua
effettuazione deve essere tale da garantire la massima
partecipazione, soprattutto nelle cooperative più grandi e
complesse, attraverso assemblee separate e la creazione
di strumenti stabili di partecipazione, come comitati territoriali, sezioni soci, eccetera).
Per quanto riguarda l’apertura della “porta” abbiamo visto sostanzialmente confermato quanto avevamo già notato nella ricerca precedente, cioè una minore presenza
percentuale di soci rispetto ai lavoratori nelle cooperative
di pl, con una punta estrema in una cooperativa (400 soci
e 8000 dipendenti complessivi tra coop e controllate:,
una percentuale tra il 40 e il 60% nella maggior parte
delle altre, un deciso aumento della base sociale nella
cooperazione sociale (2300 soci su 3000 una cooperativa tra quelle da noi intervistate, un rapporto ovviamente
molto più squilibrato nella cooperazione di consumo “di
soci”, mentre è ovviamente del 100% nella cooperazione
di consumo “di imprenditori”.
L’elezione delle cariche sociali deve avvenire con procedure formalizzate e trasparenti, le candidature devono
essere rese pubbliche con le caratteristiche professionali
e personali dei candidati, dev’essere garantita un’adeguata rappresentanza di genere e di eventuali soci finanziatori, è necessaria la rotazione nelle cariche sociali, con un
ricambio preferibilmente parziale degli amministratori.
Le linee guida sottolineano anche l’opportunità che si introduca un limite al numero degli incarichi, e che il trattamento economico dei managers sia regolamentato e/o
affidato a un apposito comitato remunerazione.
Nelle cooperative da noi interpellate non si può dire che
l’importo della quota sociale costituisca una barriera
all’entrata eccetto che in una della pl. Semmai una barriera può essere rappresentata, come abbiamo già ricordato, dal fatto che i soci devono essere dipendenti a tempo indeterminato, o dal requisito presente in una delle
cooperative intervistate, per cui uno dei requisiti per diventare socio è l’ essere stati dipendenti a tempo indeterminato per due anni nella struttura centrale, il che fa
sì, tra l’altro, che su parecchie migliaia di dipendenti, tra
dipendenti della cooperativa e delle controllate, i soci
sono nella grande maggioranza nella sede storica della
cooperativa.
Molto importanti sono poi le indicazioni riguardanti il
controllo: qui il documento raccomanda la distinzione
tra i ruoli di indirizzo e quelli di gestione, indica l’opportunità di introdurre la figura degli amministratori indipendenti, e richiama la possibilità di ricorrere al modello
dualistico di governance.
Per quanto riguarda i gruppi societari alla cui guida vi
sono una o più cooperative, il documento raccomanda
che vi sia “coerenza dei comportamenti delle società controllate con i valori tipici della cooperazione” e “l’estensione alle società controllate, nelle forme giuridicamente
possibili, dei principi tipici della cooperazione.
I meccanismi di partecipazione assembleare sono piuttosto vari, ma sembrano, nel loro complesso, essere
piuttosto coerenti con quelli contenuti nelle linee guida.
Convocazioni dell’assemblea trasparenti, due-tre assemblee all’anno, che spesso riguardano il preconsuntivo, il
budget, il bilancio e le cariche sociali. Le riunioni sono in
quasi tutti i casi esaminati precedute da riunioni preparatorie che in qualche caso prevedono anche l’invito ai
dipendenti non soci, che in qualche caso vengono peraltro
invitati anche alle assemblee, ovviamente senza diritto
di voto .Vanno ricordati anche gli incentivi che vengono
escogitati per incrementare la partecipazione sociale, che
in qualche caso consistono ad esempio nell’organizzazione di iniziative conviviali coincidenti con l’assemblea, o,
in almeno un caso da noi rilevato,, nel fatto che la partecipazione agli appuntamento sociali è uno degli elementi che rilevano al momento dell’attribuzione di incentivi
salariali.
Infine, le linee guida affidano alla struttura associativa
un compito di vigilanza sul processo di applicazione dei
principi ivi contenuti nelle aziende cooperative aderenti.
Il documento – del quale abbiamo riportato qui molto
sommariamente alcuni contenuti, ma si tratta di un testo
piuttosto articolato e ricco di indicazioni operative – risale, come si è detto, al 2008, ed appare piuttosto evidente
l’intenzione, ad esso sottesa, di “richiamare” il mondo cooperativo, fin troppo diversificato come concreti modelli
e stili di governance, verso una moderna e certamente
rivisitata adesione ai principi identitari della cooperazione, il che induce ovviamente a ritenere che le “deviazioni”
fossero già allora piuttosto numerose ed evidenti.
Già nella precedente ricerca, del resto, si era potuto rilevare che, anche al di là del guscio formalmente stabilito
negli statuti e nell’osservanza delle scadenze canoniche,
la situazione della partecipazione “sociale” presentasse diverse criticità sia sotto il profilo del ruolo marcatamente passivo effettivamente esercitato dai soci, che
su quello del ricambio e rinnovamento delle leadership
cooperative.
Nelle grandi cooperative vi sono articolazioni territoriali,
i comitati ( o sezioni) soci, che hanno una loro vita sociale, che non si occupano di gestione, ma di rapporti con i
soci e con il territorio, ma svolgono anch’essi un ruolo in-
69
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
formativo. In alcuni casi tali comitati esprimono membri
del consiglio d’amministrazione.
del consiglio, che contraddice con il principio della netta
distinzione tra indirizzo/controllo e gestione, può avere
un aspetto positivo, che è quello di mettere a confronto
nell’organismo di vertice esperienze e competenze diverse. Appare tuttavia evidente il rischio che si generi uno
squilibrio di conoscenze e quindi di potere tra chi è in
possesso di informazioni quotidiane e dettagliate sull’andamento aziendale e chi no. Naturalmente questo gap
potrebbe essere colmato almeno in parte da iniziative
formative dei consiglieri “laici”, per dir così, che ci risultano esistere in alcuni casi, ma sulla cui effettiva profondità ed efficacia non siamo per ora in grado di esprimere
giudizi. Bisogna ricordare inoltre che in alcune aziende e
in alcuni settori il gap culturale tra la struttura tecnica e
la grande maggioranza dei soci e dei dipendenti è molto
rilevante, e che nelle aziende molto disperse sul territorio, con cantieri, ecc. le informazioni circolano spesso con
difficoltà. Più delicato è il caso in cui il vertice aziendale
ha anche responsabilità direttamente operative, (il che
può avvenire con l’unicità delle cariche di presidente e
direttore generale, ovvero con l’attribuzione di deleghe
specifiche e di peso al presidente e ai consiglieri) in questo caso lo squilibrio tra indirizzo, gestione e controllo è
evidente, e la concentrazione di potere può solo indurre
a sperare nelle capacità e nella visione strategica di chi lo
concentra nella sua persona e, naturalmente, nelle capacità di comprensione/controllo dei consiglieri e dei soci.
In alcuni casi l’acquisizione dello status di socio è preceduta da una qualche formazione, tendente a illustrare
storia, diritti e doveri. E in diversi casi l’informazione dei
soci passa anche attraverso strumenti informativi come
house organ e/ o siti aziendali
Nonostante ciò non si può dire che la partecipazione alle
assemblee sia del tutto soddisfacente, anche dal punto
di vista meramente quantitativo. La partecipazione è
mediamente bassa quando le cose vanno bene, ci è stato
detto, e aumenta quando ci sono problemi e/o in occasione del rinnovo degli organi. la partecipazione è, inoltre,
solitamente più alta nelle cooperative di dimensioni più
piccole, e in quelle con un’organizzazione più concentrata
territorialmente e più compatta dal punto di vista organizzativo.
Per quanto riguarda le regole sulla formazione dei gruppi
dirigenti, occorrerebbe un’analisi puntuale degli statuti, che non è stata per ora possibile. Dalle informazioni
avute dagli intervistati, spesso le regole prevedono un
limite ai mandati (per lo più tre, nelle cooperative da noi
consultate), che può avere deroghe che però prevedono
un quorum maggiore per essere confermati, e forme di
rinnovo parziale dei consigli d’amministrazione. È interessante rilevare tuttavia che anche nel limitato numero
di casi da noi osservato non mancano presidenze ultra
decennali e, d’altro canto, vicende nelle quali , come abbiamo già ricordato, l’avvicendarsi dei gruppi dirigenti è
stato tutt’altro che un tranquillo e fisiologico passaggio
di consegne.
È interessante capire come sono andate le cose nelle
aziende che hanno risentito più fortemente della crisi.
Per quanto riguarda ad esempio le cooperative del settore delle costruzioni le opinioni che abbiamo raccolto
sono state in generale piuttosto critiche sul funzionamento dei flussi informativi pre crisi. In diversi casi la
situazione che ci è stata raccontata era caratterizzata da
leadership aziendali insediate da molto tempo, con un
consenso consolidato, e una fiducia diffusa, che aveva
però contribuito a determinare una certa passività non
solo da parte dei soci, ma anche da chi (consiglio, strutture associative) avrebbe dovuto esercitare il controllo. Al
momento in cui la crisi è incominciata sembrano essersi
verificati diversi fenomeni. In alcuni casi il vertice più
ristretto ha cercato di tenere il più possibile riservate le
informazioni. Vi sono alla base di questo comportamento
molte diverse motivazioni, in parte determinate forse da
una lettura non sufficientemente lucida della situazione, e della gravità della crisi, in parte dalla difficoltà di
prendere decisioni impopolari dopo un lungo periodo di
“vacche grasse”, in parte dalla difficoltà obiettiva di far
condividere scelte di taglio dell’occupazione e dei salari
a una platea di soci-lavoratori. Tutto questo ha portato
a rinviare le decisioni o a prendere e protrarre decisioni
attendiste (come i contratti di solidarietà). Le situazioni
sono, peraltro, abbastanza diverse. Le vicende della crisi e
le capacità di reazione delle cooperative sembrano essere
state collegate anche a fattori come il momento in cui
la crisi ha cominciato a mordere davvero: lo shock e la
capacità di reazione sembrano essere stati minori nelle
Per quanto riguarda la composizione e il funzionamento del consiglio d’amministrazione, la situazione sembra
essere, anche nel limitato campione da noi esaminato,
molto diversificata. Come si è detto, il consiglio d’amministrazione ha spesso una composizione piuttosto eterogenea, essendo in diversi casi composto sia da consiglieri
espressione dei comitati, o sezioni soci, e quindi espressione di una leadership “territoriale” formatasi probabilmente attraverso il prestigio o l’attivismo nelle attività
sociali, e, in diversi casi, da esponenti della tecnostruttura. In alcuni casi nel consiglio è prevista una presenza
minoritaria, ma abbastanza significativa, di soci sovventori mentre non ci risulta che vi siano amministratori
indipendenti.
Vi sono poi casi in cui, all’opposto, il presidente è anche
direttore generale, o i componenti del consiglio di amministrazione hanno deleghe che li mettono, di fatto, a capo
di settori operativi. La cosa viene descritta come un fatto
tutto sommato fisiologico, in qualche caso ci viene detto
che “si cerca di evitarlo”, ovviamente abbiamo necessità
di consultare gli statuti per verificare se vi siano contenute norme sull’incompatibilità. La composizione mista
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
prime cooperative andate in crisi, mentre in quelle entrate in crisi più tardi, dove l’informazione sulla situazione è
sembrata avvenire, peraltro, attraverso un “passaparola”
prima ancora che attraverso informazioni o atti formali,
i soci e i lavoratori erano già più preparati, a decidere ( e
a subire) misure più pesanti e dolorose. Nelle cooperative
da noi osservate è apparso inoltre che la volontà/capacità di reazione è stata maggiore nelle cooperative con una
struttura più compatta e meno dispersa territorialmente,
dove non solo le informazioni circolano più intensamente
e lo stato dell’azienda e del mercato è noto a molti, se non
a tutti, ma anche la solidarietà tra i lavoratori sembra
essere più solida e diffusa.
in maniera ancora più puntuale nel documento Fondaz.
Barberini-Ancpl: Partecipazione in cooperativa: istruzioni
per l’uso del 10 maggio 2012 o nel “libretto rosso” di Generazioni E.R.) e soprattutto di alcuni dei suoi contenuti
più sostanziali e innovativi. In particolare, alcuni tra gli
aspetti che, dalla nostra indagine, sembrano più critici e
su cui varrebbe invece la pena di focalizzare l’attenzione
sono quelli che riguardano la distinzione tra indirizzo/
gestione/controllo, la dialettica tra gli organi sociali e l’adozione di misure come l’immissione di amministratori
indipendenti e l’adozione del modello dualistico, un rafforzamento della “funzione di presidio delle regole e dei
valori” da parte delle strutture associative.
Il dato che comunque emerge abbastanza nettamente è
che la concentrazione delle informazioni e dei poteri, la
carenza di informazioni e di controlli, la timidezza nell’informare la base sociale delle situazioni effettivamente
verificatesi e l’adozione di misure tendenti a minimizzare
l’impatto della crisi nel breve periodo, ma strategicamente controproducenti, sono state, se non le cause prime,
certamente amplificatori e aggravanti delle crisi. A questo va aggiunta certamente una debolezza del ruolo delle
strutture associative, sulle cui ragioni, su entrambi i lati
del rapporto stesso, andrebbe fatta un’indagine apposita
e più approfondita. Da qualche intervista ci è sembrato di
capire che il rapporto tra alcune cooperative e l’associazione si era fortemente allentato negli anni delle “vacche
grasse” in nome di una certa ubris da autosufficienza di
alcuni settori cooperativi.
A questo, tuttavia, va aggiunto qualcos’altro. La partecipazione è un valore in sé, ma in un contesto fatto di
imprese, la partecipazione deve servire a creare un valore
aggiunto che le rende più competitive in quanto possono
giovarsi dell’apporto attivo di tutti coloro che vi lavorano, e in più perché vi si crea una dialettica che aiuta gli
amministratori e il management da un lato, i lavoratori
dall’altro, a creare quella circolazione di informazioni,
di innovazioni e di stimoli che consente di evitare gli errori e di prendere consensualmente le decisioni, facili o
difficili, che servono alla buona salute dell’impresa e al
benessere di chi vi lavora.
Per ottenere questi risultati, la partecipazione “classica” è
sicuramente utile, ma probabilmente non basta. Una cooperativa nella quale la forma e la sostanza della partecipazione dei soci-lavoratori ai vari momenti assembleari
siano rispettate alla perfezione, le cariche siano definite
in modo democratico, e le informazioni sui bilanci vengano fornite in modo trasparente e corretto, è certamente
un’ottima cooperativa, ma se l’organizzazione del lavoro
al suo interno resta di tipo gerarchico/ tradizionale non
si può dire che essa utilizzi in maniera ottimale le risorse
che la partecipazione può offrire.
È possibile affermare che i problemi e le distorsioni nel
“metodo” cooperativo sono limitati ad alcuni casi ormai esplosi e non ripetibili? Non abbiamo l’ambizione
di dare risposte con valore generale, vista la limitatezza
del campione sia questa volta che, tutto sommato, anche
nell’indagine precedente. Non si può però tacere che gli
avvenimenti recenti fanno suonare più di un campanello
d’allarme: se i casi di crisi più conclamata hanno avuto
come concause un deficit di partecipazione e di controllo,
un’ evidente confusione tra indirizzo e gestione, un eccesso di protagonismo da parte di oligarchie quando non
di “un uomo solo al comando”, diversi assetti ed equilibri che abbiamo rilevato anche al di fuori del “cratere”
della crisi non sono ancora oggi troppo diversi, anche se
naturalmente le condizioni oggettive (di mercato, patrimoniali, organizzative) e soggettive possono fare molta
differenza.
Qui il discorso si farebbe molto ampio, e in questa sede lo
si può solo richiamare per sommi capi. Il dato di partenza
è che la via italiana al recupero di produttività attraverso l’aumento della flessibilità esterna, la saturazione dei
tempi e delle ore lavorate ha definitivamente mostrato
la corda. “ La competitività del sistema manifatturiero italiano può essere rilanciata soltanto attraverso un
deciso sforzo di innovazione nel sistemi organizzativi e
gestionale delle imprese” (Pero-Ponzellini 2014). D’altra
parte, “la debole presenza di innovazioni organizzative
, di nuove pratiche di lavoro, di stili partecipativi di gestione del personale, di forme di cooperazione attiva dei
lavoratori, di robusti ed equi sistemi di incentivazione
del personale, può essere considerata una causa nascosta della stagnazione dell’andamento della produttività”
(Cerruti-Pedaci 2012)
Come fare a rivitalizzarla e potenziarla, questa partecipazione dei soci e dei lavoratori, di cui sembra che si percepiscano più i problemi quando non c’è, o non c’è abbastanza, che i pregi quando c’è?
Dall’indagine che abbiamo condotto ci sembra emergere innanzitutto l’importanza che ha/avrebbe un’applicazione più generalizzata e puntuale delle linee guida del
2008,( alcune delle quali sono state arricchite e ridefinite
Per dirla in maniera estremamente sintetica, il tema è in
larga misura quello di invertire, o per meglio dire comple-
71
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
tare lo “sguardo” con cui si decide all’interno dell’impresa, passando da una situazione nella quale lo “sguardo”
è esclusivamente verticale, dall’alto verso il basso,ed è
quindi competenza esclusiva del management aziendale,
a una situazione nella quale lo “sguardo” di chi lavora acquisisce un peso rilevante nel processo decisionale.
Ovviamente le forme che questo cambiamento può assumere sono le più varie, e cambiano a seconda del settore, dell’azienda, dell’organizzazione del lavoro. Perfino le
forme apparentemente più banali di partecipazione dal
basso, come il sistema dei suggerimenti, possono diventare importanti, nella misura in cui vengono prese sul
serio, innescando processi di cambiamento reale nell’organizzazione del lavoro, la creazione di gruppi di intervento e miglioramento delle condizioni di lavoro e della
sicurezza, lo stimolo a forme di job rotation, processi di
formazione diffusi finalizzati ad acquisire le capacità cognitive e le conoscenze tecniche per identificare, decidere
ed ottimizzare i cambiamenti. Naturalmente l’attivazione di pratiche come queste, che aumentano l’autonomia
e l’interattività dei lavoratori, singoli e in gruppo, ma ne
accrescono anche la motivazione e l’identificazione con
il lavoro e l’azienda, richiedono anche un parallelo “allenamento alla delega” da parte del management, “allenamento” che peraltro dovrebbe essere consueto nel
contesto cooperativo. Va ricordato che questo della partecipazione attiva dei lavoratori al processo produttivo
sembra stia sta diventando, in maniera per certi aspetti
perfino sorprendente, uno dei temi forti della strategia di
relazioni industriali di associazioni imprenditoriali tradizionalmente orientate in tutt’altro verso come Federmeccanica.
Va aggiunto che percorsi del genere di cui abbiamo qui
soltanto delineato un abbozzo possono benissimo, e di
fatto sono stati in vari casi, condivisi dalle rappresentanze sindacali e hanno dato luogo ad accordi. L’interazione
tra innovazione organizzativa e contrattazione collettiva può anzi determinare una maggiore prevedibilità, e
quindi un consolidamento, degli stessi processi di cambiamento.
La nostra indagine, per i tempi stretti e le modalità con
cui si è svolta, non è stata in grado di guardare abbastanza a fondo dentro l’organizzazione del lavoro delle cooperative intervistate, e questo è certamente un aspetto che
meriterebbe un approfondimento .
Della creazione di un clima partecipativo può far parte
anche uno strumento che è da tempo presente nel mondo cooperativo, ma ha avuto di recente uno sviluppo crescente in tutto il sistema delle imprese, ed è il fenomeno
del cosiddetto “welfare aziendale”.
Si tratta di un aspetto che tocca, in qualche misura, sia
il tema delle relazioni industriali che quello della partecipazione sociale: esso riguarda da un lato le relazioni
industriali perché negli anni più recenti è entrato di prepotenza nella contrattazione di tutti i settori, sia come
succedaneo degli incrementi salariali che come strumento per aumentare l’identificazione nell’azienda e la produttività aziendale. D’altra parte il welfare aziendale si è
tradizionalmente sviluppato nel settore cooperativo anche qui come fattore di identificazione con la cooperativa
ma anche per certi aspetti, come elemento distintivo della miglior condizione di lavoro e del maggiore benessere
implicito nell’essere soci rispetto alla generalità dei lavoratori. Si tratta di aspetti che, pur nella crisi, sembrano
essere valorizzati in molte realtà da noi incontrate, con
le forme più varie. Solo per fare qualche esempio, sconti
ai soci (ma anche in misura inferiore ai dipendenti non
soci) per l’adesione alla mutua nuova sanità; convenzioni
per ottenere prestiti personali; soggiorni estivi, contributi
per gli studi, forme di conciliazione tra vita e lavoro. Interessante, tra gli altri, il caso di Coop Adriatica, che ha
istituito un pacchetto di prestazioni per i lavoratori/soci,
in un contesto come quello del consumo nel quale, tradizionalmente, l’identità del lavoratore/socio è piuttosto
pallida. Di questo pacchetto fanno parte, oltre ad alcune
provvidenze evidentemente mirate alla prevalenza di genere delle dipendenti (conciliazione di tempi di lavoro e
di vita, voucher per badanti) anche a sconti sulla spesa
ulteriori rispetto a quelli praticati per i soci, il che si è tradotto anche in un affare per la cooperativa, che ha visto
aumentare le sue vendite. Occorre sottolineare inoltre
che le prestazioni sociali sono in buona parte affidate ad
altre cooperative, dando un esempio concreto del “fare
rete” .
Su questo tema occorre aggiungere che dai colloqui e
dalle osservazioni che è stato possibile fare durante
questa fase della nostra ricerca si è rilevato che vi sono
(almeno) due fattori che possono aiutare molto a creare
le condizioni favorevoli alla partecipazione continua e
dal basso nel senso da ultimo illustrato. Uno è l’esistenza di un contesto aziendale molto innovativo, e con la
presenza di una forza-lavoro (soci e non) con un buon
livello di scolarità e adeguatamente motivata. Il secondo
è, appunto, l’esistenza del “clima” cooperativo, cioè di
un tessuto di informazioni e di relazioni che tenga uniti
soci e non soci, facendoli sentire protagonisti di un progetto comune. Si tratta di condizioni che, laddove si realizzano, possono perfino rendere quasi superflue le tecniche manageriali (circoli di qualità, e quant’altro) che
sono invece raccomandate in contesti aziendali diversi.
Ceteris paribus, - rileva una ricerca condotta nel 2011
per conto della Fondazione Barberini - nell’impresa
cooperativa il livello ottimale di monitoraggio manageriale è più basso che nell’impresa capitalistica. (Messori
2011). Questo è certamente vero, anche se si dovrebbe
aggiungere che, perché sia del tutto vero, è necessario
che il management, e non solo, adotti anche uno “stile”
cooperativo.
Se dunque, da un lato, la partecipazione “cooperativa” ha
sicuramente bisogno, per essere un effettivo fattore di
72
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
vantaggio, anche di affermare e praticare forme di partecipazione gestionale capaci di coinvolgere i soci, e in
certa misura anche i lavoratori non soci, non soltanto
nei momenti topici della vita cooperativa, ma in tutte
le fasi del processo lavorativo con ampi gradi di autonomia decisionale e operativa, un altro fronte sul quale il
movimento cooperativo nel suo complesso dovrebbe impegnarsi è quello istituzionale, della realizzazione cioè di
quegli strumenti (anche) legislativi capaci di rafforzare,
non soltanto nell’ambito cooperativo, ma più in generale,
la partecipazione dei lavoratori nelle imprese del “sistema Italia”. Il riferimento qui è, da un lato, alle direttive
europee in materia di partecipazione, ma soprattutto alle
numerose proposte di legge da tempo giacenti in parlamento in materia appunto di partecipazione, e delle quali si fatica a capire perché non siano diventate, accanto
ai molti provvedimenti già assunti o in cantiere in materia di lavoro, una delle priorità di governi che affermano
ad ogni piè sospinto la loro vis innovativa e la loro conformità con i modelli europei.
italiano, e non solo, sembra incamminarsi in tutt’altra
direzione è certamente importante, ma rischia di trasformarsi in una mozione degli affetti se non è accompagnato e sostenuto da una più ampia e solida azione tendente
a spostare il baricentro delle relazioni industriali verso
direzioni compatibili con questa opzione”. Vi sono, oggi,
condizioni più favorevoli perché questo avvenga? La domanda è, per ora, senza risposta.
5.
Il triennio che ci separa dalla ricerca precedente è stato
caratterizzato, sul piano delle relazioni industriali, da alcune rilevanti novità nei rapporti tra gli imprenditori e le
grandi confederazioni sindacali. A partire dal 2009, come
è noto, è iniziato un processo di revisione del sistema
contrattuale che si è venuto realizzando con una serie di
accordi interconfederali aventi come oggetto principalmente la fisionomia dei due livelli contrattuali, nazionale
e aziendale, e i rapporti tra essi. Per limitarci al periodo
successivo alla conclusione della nostra precedente ricerca, tra il 2010 e il 2014 si annoverano tre accordi, quello del giugno/settembre 2011 sulla riforma, appunto,
del sistema contrattuale, con un’importante norma sulla
derogabilità dei contratti nazionali da parte del secondo
livello, quello del novembre 2012 sulla produttività,
contenente un’ulteriore redistribuzione di quote di salario a vantaggio della contrattazione aziendale versus
la detassazione delle somme così erogate, e l’accordo
ACI-Confederazioni del 18 settembre 2013 sulla rappresentatività sindacale.
Per dirla, anche qui, molto in breve, i progetti esistenti
propongono un ventaglio, o per meglio dire una scala di
possibilità, che vanno dal consolidamento dei sistemi di
informazione e consultazione già esistenti nei principali
contratti collettivi, a forme di azionariato, fino a modelli
che, optando per lo più per il modello dualistico di governance , propongono la partecipazione dei lavoratori agli
organi di controllo. Va aggiunto, peraltro, che diversi di
questi progetti includono anche forme di regolazione legislativa della rappresentatività sindacale e dell’efficacia
generale dei contratti collettivi.
Esaminare gli effetti che l’applicazione di progetti come
questi avrebbe sulla cooperazione esula dagli obiettivi e
dalle possibilità di questo scritto. Si possono tuttavia fare
alcune osservazioni. Da un lato, si può ritenere che introdurre norme più generali e vincolanti sulle informazioni
che le imprese devono fornire alle rappresentanze dei lavoratori avrebbe un effetto positivo su quella trasparenza
della decisioni aziendali che è un aspetto storicamente
critico nel nostro sistema produttivo ma che, almeno da
quanto abbiamo potuto vedere, non si può dire sia del
tutto risolto anche nel mondo della cooperazione. Quanto all’opportunità di introdurre il sistema di governance dualistica nelle grandi cooperative si può rinviare a
quanto contenuto nelle “linee guida”. Per quanto riguarda
la rappresentatività, l’introduzione dell’efficacia erga omnes dei contratti collettivi farebbe almeno scomparire i
contratti pirata.
L’Alleanza delle cooperative ha avuto un ruolo rilevante
nei diversi passaggi contrattuali, e importante appare in
particolare la sottoscrizione di uno specifico accordo sulla
rappresentatività.
Si tratta di un accordo importante sotto vari aspetti. Da
un lato, conferisce maggiore stabilità e trasparenza al
sistema contrattuale, selezionando gli interlocutori contrattuali sulla base di una rappresentatività certificata.
Dall’altro,apre alla possibilità di contrattazioni in deroga
al contratto nazionale, seguendo una linea fortemente
perseguita dagli accordi quadro dal 2009 in poi, e modificando quindi il tradizionale assetto della contrattazione
collettiva a vantaggio dei contratti di secondo livello.
Si tratta di mutamenti, e di opportunità per le imprese che sarebbe sbagliato sottovalutare, e che anzi vanno
utilizzati in tutte le loro potenzialità. Tuttavia il sistema
contrattuale nel suo complesso mantiene alcune criticità
e alcuni dilemmi dei quali è opportuno dare conto.
C’è poi una ragione più generale per cui un’iniziativa che
spostasse più decisamente verso l’orizzonte partecipativo
le relazioni di lavoro farebbe bene (anche) alla cooperazione. Riportiamo qui alcune frasi scritte nel precedente
rapporto: “Chiedere ad amministratori e managers della
cooperazione di tenere comportamenti “partecipativi”
mentre gran parte del sistema di relazioni industriali
a) Gli spazi che gli accordi quadro più recenti aprono alla
contrattazione di secondo livello si inseriscono in un contesto strutturale complessivo della contrattazione collet-
73
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
tiva che non ha visto indebolirsi, ma anzi rafforzarsi,anche in tempi recenti, la tendenza dei contratti nazionali
(si tratta si una tendenza generale, come tale presente
anche nei contratti della cooperazione) a mantenere, e in
qualche caso ad assumere sempre più, per sedimentazioni
successive, la caratteristica di documenti onnicomprensivi, iperreregolativi e diffusamente “pesanti” in tutte le
materie. La fisionomia contrattuale complessiva che ne
deriva è dunque piuttosto contraddittoria, tendente com’è,
da un lato, a proclamare l’esigenza e in certa misura ad
aprire spazi per il decentramento, ma d’altro lato a sovraccaricare di norme la contrattazione di primo livello.
che generalizzi e consolidi per tutto il sistema i risultati
parziali sanciti dagli accordi quadro fin qui stipulati dalle diverse organizzazioni imprenditoriali e dai sindacati.
L’altra è quella di procedere “a strappi”, come si è iniziato
a fare con l’episodio dell’art. 8.Entrambe queste soluzioni
presentano ovviamente vantaggi e svantaggi. La prima,
come tutte le soluzioni gradualiste, può avere un deficit
di tempestività e di efficacia. La seconda rischia seriamente di introdurre un disordine eccessivo nel sistema
e certamente sottovaluta il ruolo pro-mercato e antidumping svolto storicamente dalla contrattazione nazionale. In ogni caso, la riforma del sistema contrattuale
non può essere limitata all’introduzione di clausole che
consentano la derogabilità dei contratti di primo livello
da parte del livello inferiore. Il sistema contrattuale richiede infatti una ridefinizione più complessiva, che va
dalla riduzione del numero dei contratti nazionali (anche
allo scopo di ridimensionare differenze di trattamento tra
i diversi settori e/o all’interno dello stesso settore spesso dovute più a ragioni storico-politiche che ad effettive
motivazioni economico-produttive), all’alleggerimento
dei contratti nazionali riconducendoli a un vero e proprio
ruolo di regolazione delle condizioni essenziali, all’esigenza di affrontare il tema della loro efficacia generale.
Occorre osservare tuttavia che nel corso della nostra indagine abbiamo avuto modo di verificare che non solo
i contratti nazionali, ma anche diversi tra quelli di secondo livello di aziende cooperative, soprattutto grandi e
medio grandi, sono divenuti, per stratificazioni successive, assai minuziosi, onerosi e “pesanti”. Il problema della
revisione contrattuale non può dunque limitarsi a un, pur
importante, decentramento del sistema.
b) Da questo punto di vista, l’idea un pò “illuminista” secondo cui il sistema contrattuale dovrebbe gradualmente
e quasi naturalmente evolvere verso un alleggerimento concordato dei contratti nazionali e una simmetrica
estensione/espansione dei contratti decentrati appare
tutt’altro che di semplice realizzazione: nel sistema contrattuale non esistono vasi (automaticamente) comunicanti. Inoltre, se da un lato permane comunque la tendenza da parte dei sindacati a ergersi a difesa di un
sistema contrattuale “pesante”, non mancano d’altro lato
i tentativi di procedere a strappi (come nel caso dell’articolo 8 della l.148/2011) o approfittando delle divisioni e
delle debolezze del sindacato per uscire, di fatto, dal sistema di relazioni industriali, come nel caso Fiat. Vi sono
tuttavia anche numerosi esempi di contrattazione di secondo livello “virtuosa” (senza andare troppo lontano, il
caso Ducati), che dimostrano la possibilità di procedere
nel senso di una valorizzazione concordata dell’efficienza
e della produttività senza uscire dal quadro negoziale
esistente, e pur in presenza di un sistema complessivo di
regole tuttora contraddittorio.
Quale è stata , in questo contesto reso così difficile sia
per l’incertezza delle regole di funzionamento sia - soprattutto – per l’incedere della crisi, la dinamica delle relazioni industriali nelle cooperative nell’ultimo triennio?
c) Gli accordi sulla rappresentatività, in assenza di un
contesto legislativo che fornisca certezze regolative a
tutto il sistema delle relazioni industriali, possono su alcuni aspetti vincolare eccessivamente le imprese aderenti alle associazioni firmatarie, mentre non esercitano
nessun effetto sull’arcipelago di imprese non aderenti o
che aderiscono ad associazioni non firmatarie, rischiando
di determinare incentivi al free riding o addirittura alla
fuoriuscita dagli ambiti associativi più leali.
Il prolungarsi e l’aggravarsi della crisi non sembra aver
modificato sostanzialmente, almeno nelle aziende che
abbiamo intervistato, alcune caratteristiche generali delle relazioni industriali in cooperazione rispetto a
quanto già rilevato nell’indagine del 2011, eccezion fatta, com’è ovvio, per quelle in cui vi è stata un’evoluzione
più drammatica. Rinviando quindi per alcuni aspetti a
quanto già scritto nella ricerca 2011, possiamo dire che
le cooperative, nel loro complesso, continuano a ritenere
che applicare regolarmente leggi e contratti ai loro dipendenti, e osservare puntualmente metodi e procedure
informative/consultive stabiliti dai contratti collettivi
nazionali nei rapporti con gli interlocutori sindacali sia
una caratteristica dell’identità cooperativa, anche se dalle interviste si coglie la crescente fatica che comporta il
mantenere comportamenti collaborativi e rispettosi dei
contratti in contesti spesso caratterizzati dalla difficoltà
di contemperare le “buone” relazioni industriali e le esigenze della competitività.
d) Il problema dell’assetto strutturale della contrattazione rimane dunque aperto e ancora in parte da costruire,
e non v’è dubbio che per le imprese vi sia la necessità di
adeguare la contrattazione alle esigenze organizzative e
produttive del singolo contesto aziendale, contemperando ed equilibrando tali esigenze con la tutela delle condizioni di lavoro e dell’occupazione. Per fare questo già esistono, come abbiamo detto, alcuni spazi di praticabilità
. Il dibattito a livello nazionale sembra prefigurare che
nel “cantiere” della riforma del sistema contrattuale siano aperte sostanzialmente due possibili vie: una è quella di proseguire sulla strada di un’evoluzione graduale,
magari anche attraverso qualche intervento legislativo
74
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
Se volessimo elencare, senza pretese di organicità o completezza, alcune caratteristiche tipiche dell’assetto delle
relazioni di lavoro nelle cooperative diremmo che la “regola del + uno” (o talvolta +2 o +3) come ci è stata battezzata
da qualche interlocutore è abbastanza generalizzata, e la
si può vedere in numerosi aspetti: dalla percentuale molto
elevata di contratti a tempo indeterminato, alla presenza
diffusa di prestazioni di welfare, alla presenza di contrattazione di secondo livello più che nelle aziende non cooperative concorrenti, a condizioni retributive e normative
più favorevoli ai lavoratori, all’uso di ammortizzatori più
“soft” in caso di crisi, e si potrebbe continuare
ti clou come il welfare aziendale, l’ambiente di lavoro,
gli investimenti. Il livello di trasparenza delle decisioni
aziendali vede una positiva sinergia tra la partecipazione
sociale e quella di relazioni industriali (i frequenti momenti di confronto con i soci fanno sì che l’insieme dei
lavoratori sia costantemente informato dell’andamento
della cooperativa) e l’elevata professionalità degli occupati aiuta molto l’identificazione dei lavoratori, soci e
non, con il proprio lavoro e con il successo dell’azienda.
I momenti di conflitto, che pure ogni tanto si verificano,
con i sindacati, vengono superati nell’ambito aziendale,
senza che vi sia bisogno di particolari coinvolgimenti delle strutture associative.
Riandando a un temi già trattato nella ricerca del 2011
si può rilevare inoltre che le forme di partecipazione “di
relazioni industriali”, quelle cioè derivanti dagli impegni
contenuti nelle prime parti dei contratti collettivi, confermano nella maggior parte delle aziende incontrate il
loro funzionamento piuttosto regolare, integrato da rapporti informali abbastanza costanti.
All’estremo opposto vi sono i casi abbastanza numerosi nei quali ci sono state descritte situazioni di criticità
nel rapporto con le organizzazioni sindacali, che in buona
misura riprendono e approfondiscono, nel contesto della
crisi, alcuni dati già emersi nella ricerca precedente. In
quell’occasione si era infatti sollevato da parte di molti
interlocutori il problema della difficoltà dei sindacati di
prendere effettivamente atto del mutato contesto economico/produttivo, mantenendo tutto sommato atteggiamenti “datati” anche di fronte a situazioni di difficoltà.
Questo dato sembra confermarsi nei colloqui che abbiamo condotto di recente, in due direzioni. Da un lato, alcune cooperative da noi intervistate hanno dichiarato
la loro intenzione di ridisegnare almeno in parte alcuni
degli istituti contrattuali scritti negli anni delle “vacche
grasse” ( ad es. superminimi generalizzati, permessi, ecc),
per riuscire a stare sul mercato in presenza di vincoli
stretti, concorrenza accentuata e margini di redditività
in deciso calo. Tuttavia, la risposta ricevuta dai sindacati è, secondo i nostri interlocutori, molto spesso negativa, in nome del principio della rigida irriducibilità delle
conquiste ottenute dai lavoratori. Situazioni analoghe ci
sono state descritte quando si tratta di omogeneizzare i
trattamenti tra diverse aziende in caso di fusioni o acquisizioni. Naturalmente la situazione varia parecchio a
seconda dei territori, ma il quadro che emerge in alcune situazioni è da archeologia delle relazioni industriali:
aziende grandi e medio grandi nelle quali le organizzazioni sindacali non hanno mai eletto le rsu , e perfino le rsa
vengono emarginate dai funzionari dei sindacati provinciali; trattative su contratti ai quali è estraneo qualsiasi
collegamento tra salari , produttività, risultati ; benefits
del tipo di quelli che considerano nell’orario di lavoro il
tragitto casa/azienda, e si tratta solo di qualche esempio.
Ormai è diffusa però l’osservazione che le soglie di tutele
dei lavoratori raggiunte negli anni precedenti la crisi,
e cristallizzate nei contratti nazionali e aziendali siano
difficilmente sostenibili nella situazione attuale. Relazioni industriali corrette sono quindi considerate in diversi
casi più un vincolo che un’opportunità, anche se numerosi tra i nostri interlocutori ritengono che, particolarmente in contesti a elevata sindacalizzazione come quello
dell’Emilia-Romagna, questo sia comunque un prezzo da
pagare per ottenere almeno in parte una situazione di
maggior pace sociale e comportamenti collaborativi dei
sindacati nei momenti di crisi
In questo contesto in parte mutato rispetto a quanto già
evidenziato nella ricerca precedente, vi sono tuttavia differenze significative che connotano le relazioni sindacali
nel mondo cooperativo come un arcipelago piuttosto frastagliato.
Guardando alle aziende da noi osservate ci si trova di
fronte a una scala di situazioni e di comportamenti che
vanno da situazioni che possiamo definire “virtuose” a situazioni definibili come “critiche”
Da un lato c’è un “tipo” che definiremo virtuoso, nel quale
le relazioni industriali presentano caratteristiche prevalentemente positive. Si tratta di aziende (una soprattutto,
appartenente alla PL, tra quelle da noi osservate, ma anche in altri settori della cooperazione sociale, di servizi, di
consumo,) nelle quali vi è una situazione di mercato positiva, un livello tecnologico di forte innovazione accompagnato da una forza lavoro composta da un alto numero
di lavoratori a elevata scolarità e forte specializzazione.
Qui le relazioni industriali sono caratterizzate da rapporti costanti tra l’azienda e i rappresentanti sindacali, e la
dinamica che ci viene descritta è quella di un’azienda che
precede addirittura le richieste sindacali su argomen-
Questo atteggiamento sostanzialmente immobilista appare confermato in alcuni casi di crisi, nei quali ci è stato
a volte descritto un comportamento sindacale che potremmo definire “non aderire né sabotare”. Di fronte alla
decisione aziendale di abbassare i salari per un periodo
definito, al fine di affrontare una fase molto critica della
vita aziendale, il sindacato avrebbe rifiutato di avallare
con un accordo tale decisione, non mettendo però in atto
nessuna azione per contrastarla. Se questa può essere
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
considerata una situazione limite, da diversi colloqui
avuti si coglie comunque che la crisi stimola sempre di
più le aziende (anche) cooperative ad assumere decisioni
unilaterali.
buone, e più difficile da sostenere quando le nuvole si
addensano sull’orizzonte. Quel “qualcosa di più” che i sindacati e i lavoratori continuano ad aspettarsi dalle aziende cooperative rispetto alle aziende private continua a
lasciar traccia a livello nazionale e in molti accordi di
secondo livello, ma appare difficilmente sostenibile nella
vita quotidiana in molti contesti aziendali.
L’opinione che si coglie (anche qui, con eccezioni) è che le
relazioni con i sindacati sono sempre meno considerate
come una risorsa innovativa, la capacità dei sindacati
di esercitare una controllo dinamico, cioè propositivo, è
bassa, e che le relazioni industriali tendono ad essere un
aspetto tendenzialmente critico della vita delle imprese.
Gioca un ruolo anche un certo impallidimento, per dir
così, dell’identità cooperativa. L’identità cooperativa stava (e ancora, certo, sta in moltissimi casi) anche nell’orgoglio e nelle sicurezze determinate dall’ essere protagonisti di un progetto comune, solidale e proiettato sulle
generazioni future: era (è) questo il benefit forse più importante dell’ essere soci e/o nel lavorare in cooperativa.
Questa identità è oggi meno forte, per una serie di ragioni
che sarebbe troppo lungo enumerare qui, ma su alcune
delle quali ci siamo soffermati nelle pagine precedenti: è
questa la ragione per cui , probabilmente, vi sono lavoratori e perfino soci che sentono di avere perso per strada
quel fondamentale benefit e si sentono lavoratori come
gli altri.
La crisi delle relazioni industriali ha un evidente risvolto negli spazi che si sono aperti, in alcuni settori e in
particolar modo nella logistica, a una conflittualità molto
aspra pilotata ed egemonizzata da sindacati di base e
gruppi politici estremisti. Si tratta di un aspetto che presenta vari profili di complessità e richiederebbe quindi
un maggiore approfondimento. In ogni caso, appare evidente che si tratta di un tema nel quale si intrecciano
diversi fattori, dalla particolare composizione sociale del
personale coinvolto, alla natura particolarmente disagiata delle attività svolte, a norme contrattuali talvolta
farraginose, alla prassi ormai diffusissima di indire aste
al massimo ribasso. A questo si aggiunge la concorrenza
esistente nel settore, che alimenta, a quanto si vede, un
sottobosco di aziende e cooperative spesso ai limiti o oltre la legalità. Qui il tema può essere, da un lato, quello
scelto, a quanto ci risulta,da alcune cooperative , di uscire
dal settore del facchinaggio per entrare in quello della logistica di qualità, ma soprattutto, da parte delle cooperative che hanno esternalizzato i servizi di logistica, di fare
molta attenzione alle condizioni di lavoro delle aziende
di cui si servono.
Resta da chiedersi se sia questa la situazione preferibile per un movimento che ha fatto della capacità di contemperare la capacità di stare efficacemente sul mercato
con la sensibilità sociale e il riconoscimento del ruolo e
dell’interlocuzione con i sindacati uno dei suoi caratteri
storicamente distintivi. Per colmare il “cuscino d’aria”,
cui abbiamo accennato, tanto più in una fase che sarà
probabilmente caratterizzata da un crescente decentramento del sistema contrattuale, è necessaria una riflessione strategica sulle relazioni industriali, una riflessione
che vada anche al di là della situazione contingente, e
che richiederà probabilmente seri approfondimenti.
Il quadro delle relazioni industriali nelle aziende cooperative, come l’abbiamo potuto cogliere dai nostri colloqui, si presenta dunque assai variegato. Ovviamente, le
differenze sono in certa misura fisiologiche e inevitabili,
e in parte dipendono da fattori oggettivi, come la composizione della forza lavoro, le condizioni di mercato, le
caratteristiche dei sindacati, diverse tra le varie categorie e perfino tra territori confinanti. Tuttavia si nota, e
viene fatta rilevare da alcuni interlocutori, la difficoltà
di individuare una visione strategica delle relazioni industriali del mondo cooperativo, l’impressione che vi sia
una sorta di “cuscino d’aria” tra il livello che contratta
nazionalmente, seguendo ovviamente le dinamiche nazionali in un contesto non facile, e le singole strategie
aziendali. Permane, nelle relazioni industriali l’impronta
di vecchi assetti, probabilmente figli di antichi rapporti e
collateralismi tra soggetti politici, economici e sociali, nei
quali era relativamente facile trovare una stanza di compensazione tra interessi diversi, e una situazione come
l’attuale nella quale il ruolo dei partiti e delle istituzioni
non è più in grado, o non vuole, esercitare questa funzione. Vi è, d’altra parte, anche qui, il riflesso di un’aziendalizzazione spinta rivendicata con orgoglio nelle stagioni
Quali conclusioni trarre dalle osservazioni fatte fin qui?
La sintesi non spetta certamente all’autore di queste
note, il cui compito era quello di cogliere alcuni elementi
da proporre a una riflessione che ha come protagonisti
gli addetti ai lavori
Si possono fare tuttavia alcune osservazioni, la prima
delle quali è che è probabilmente necessario riflettere ,
nella prospettiva di un apporto non soltanto occasionale
e/o emergenziale, anche sul ruolo delle strutture associative territoriali, il cui intervento appare importante in
questa fase , e tanto più di fronte a un possibile decentramento della struttura contrattuale, con funzioni di
formazione , confronto tra le varie aziende e realtà territoriali, circolazione delle migliori pratiche, technical
advice alle imprese.
Tuttavia, la riflessione forse più importante e “strategica”
riguarda il rapporto sempre più stretto che esiste tra la
qualità della partecipazione e della governance e lo stato
delle relazioni di lavoro nel movimento cooperativo.
Le cooperative sono, e sono percepite come qualcosa di
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
“altro” rispetto all’impresa capitalistica “normale” non
perché non debbano stare alle regole della competizione e del mercato, ma perché devono perseguire questi
scopi con etica, principi e strumenti che non sono quelli
del capitalismo “normale”. È una sfida apparentemente
sempre più difficile da giocare, ma forse non è così. La
difficoltà certamente cresce e può diventare insuperabile se la cooperazione si omologa, negli strumenti e negli
obiettivi, al resto del sistema, ma certamente non lo è se
la cooperazione, anziché dimenticarli, usa pienamente
e valorizza gli strumenti di cui è storicamente depositaria, come la partecipazione, la trasparenza, il senso dello
sforzo comune, che sono esattamente gli obiettivi che le
aziende “altre” spesso cercano di perseguire con strumenti manageriali più o meno raffinati, spesso senza riuscirvi. La ricerca della partecipazione, non soltanto dei soci
nei momenti topici e rituali, ma l’interlocuzione diretta
e la valorizzazione dell’apporto dei soci e dei lavoratori
nelle varie fasi del processo produttivo (lasciando spazio,
e magari aiutando a vivere meglio, anche il tempo di non
lavoro), è probabilmente lo strumento capace non solo di
ottimizzare la capacità di stare nel mercato, ma anche di
aiutare gli interlocutori sindacali a uscire da una visione
spesso troppo datata del rapporto con la cooperazione.
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
Per una nuova centralità
della governance cooperativa:
proposte ed approfondimenti in corso
di Mauro Iengo
I risultati della ricerca condotta da Mario Ricciardi rappresentano, a mio parere, un quadro veritiero ed onesto
delle opportunità e delle problematiche concernenti la
partecipazione dei soci ai processi decisionali delle cooperative e, più in generale, della loro governance.
Devo confessare che soprattutto alcuni passaggi mi sono
apparsi rispondenti ad un sentimento diffuso sul tema.
Il primo si riferisce al fatto che nel 2011 la partecipazione in cooperativa, pur essendo ancora un valore sentito e
praticato, si rivelasse piuttosto “stanca”, appesantita da
un clima culturale sui temi dell’impresa nel nostro Paese esitante, se non in diversi casi esplicitamente ostile,
verso la partecipazione. Clima alimentato dalla crisi, che
poteva e può indurre a considerare un ostacolo i tempi e
le procedure della partecipazione di fronte alla rapidità
della decisioni da prendere.
Il secondo riguarda invece la percezione dei valori legati
alla partecipazione dei soci e alla governance cooperativa come di una “ciliegina sulla torta”, da interpretare nel
senso di un aspetto meramente estetico o, nel migliore
dei casi, della componente più spendibile, anche all’esterno, dell’identità cooperativa.
In gran parte, erano queste le premesse che hanno spinto
alla elaborazione delle Linee Guida del 2008, ben descritte nel documento predisposto da Ricciardi.
Nella introduzione alle Linee Guida è infatti possibile
leggere che “il dibattito congressuale (del 2007), anche in
risposta ai rilievi critici sollevati da ambienti politici ed
economici, ha reso evidente la necessità e l’opportunità di
procedere ad una rivisitazione dei modelli di governance
delle cooperative aderenti, allo scopo di renderli più funzionali alla piena attuazione dei valori cooperativi, alle
maggiori dimensioni aziendali, al cresciuto ruolo sociale
della cooperazione, all’esigenza di dare risposte chiare e
trasparenti alle mutate attese sociali, alle opportunità
aperte dal nuovo quadro normativo, agli obiettivi di efficienza e competitività. In particolare, quest’ultimi obiettivi rappresentano, per le imprese cooperative, un valore generale da salvaguardare e sviluppare perché garantiscono
una più diffusa e stabile funzione di servizio mutualistico
a vantaggio dei soci attuali e futuri, ed arricchiscono e
irrobustiscono il sistema imprenditoriale italiano, costituendo un fattore importante di democrazia economica.
La riflessione sulla validità e sul miglioramento dei modelli di governance non riguarda, peraltro, solo le grandi cooperative, ma coinvolge la responsabilità di tutte le
imprese aderenti a Legacoop, indipendentemente dalle
dimensioni aziendali”.
Intorno alle Linee Guida si sviluppò un confronto importante, alimentato da tutte le Associazioni di settore e da
molte Organizzazioni territoriali, che -a loro volta- coinvolsero le cooperative aderenti, a testimonianza che il lavoro non fu il frutto di velleità verticistiche, ma del concorso di vari soggetti sinceramente coinvolti e convinti.
I risultati sono stati oggettivamente deludenti. La grandissima parte delle cooperative potenzialmente interessate non hanno assorbito i suggerimenti contenuti nelle
Linee Guida. Si potrebbe dire che non è stato un completo fallimento, perché molte cooperative hanno assorbito
parte degli indirizzi e perché, se ancora ne parliamo e ne
apprezziamo l’attualità, ciò significa che le riflessioni allora sviluppate erano corrette. Tuttavia, tali considerazioni sarebbero solo consolatorie e non ci darebbero le
energie sufficienti per riprendere in mano le questioni.
Si tratta invece di comprendere i motivi per i quali le
cooperative non hanno raccolto la sfida ed aggiornato la
loro governance. E qui si ritorna alla “stanchezza” verso i
meccanismi della partecipazione, alla percezione del carattere meramente estetico della governance cooperativa
e, soprattutto, alla crisi economica. Le Linee Guida sono
state approvate nel 2008, anno di inizio della Grande Crisi, ed è stato facile sostenere che le cooperative avevano
ed hanno ben altro cui pensare.
È stato un errore per diversi motivi.
1. La governance ha storicamente rappresentato un
aspetto cruciale dell’impresa cooperativa, dimostrandosi una variabile che, quando correttamente impostata, ne ha accresciuto significativamente la competitività. La cooperativa è un’impresa dove l’apporto
dei soci è utile per la crescita economica soprat-
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
tutto se la catena di fiducia che lega i soci con la
governance aziendale non li deresponsabilizza.
In effetti, in questi ultimi anni, di fronte alle situazioni di crisi vi sono stati significativi aumenti della
partecipazione dei soci alla vita della cooperativa e
forme di solidarietà tra i soci, in stretto e consapevole
raccordo con le scelte degli amministratori.
Abbiamo però rilevato anche atteggiamenti di chiusura nelle forme di governo delle cooperative, decisioni degli amministratori non confrontate con i soci,
a causa probabilmente della necessità di garantire
un maggior controllo dei fattori produttivi ed una
maggiore celerità nel processo decisionale. In alcuni
casi tali comportamenti sono stati la conseguenza di
condizioni critiche contingenti, ma in altri casi sono
emerse problematiche più strutturali, dove i consigli
di amministrazione hanno manifestato un deficit di
capacità di indirizzo e controllo, associato ad insufficienze manageriali, e l’esito si è risolto in strategie
aziendali troppo conservative o troppo sbilanciate nel
rapporto costi benefici.
criminosi compiuti dai propri rappresentanti, scelte
che non possono contemplare l’immobilismo e che,
tuttavia, sono possibili solo se la compagine sociale è
informata e formata per esercitare il suo ruolo.
3. Il terzo motivo che qualifica come un errore lo scarso
interesse delle cooperative verso la governance corrisponde alla mancata percezione del recente rilancio
dei valori fondanti il modello cooperativo che, personalmente, ricavo dalla chiusura del dossier europeo
sugli aiuti di stato delle principali cooperative di consumo per le quali la Commissione europea ha richiesto una serie di misure di rafforzamento della partecipazione dei soci nel presupposto che la mutualità si
misura anche attraverso le regole della governance.
Le misure di cui all’articolo 17-bis del d.l. 91/2014 si riferiscono unicamente alle cooperative di consumo con
numero di soci superiore a centomila e sono finalizzate:
• ad aumentare la trasparenza dei dati finanziari e
di bilancio della cooperativa, anche attraverso la
loro pubblicazione integrale sul sito Internet della società (si richiedono rapporti relativi agli sconti applicati esclusivamente ai soci, per gruppi di
prodotti, dai quali si deduce la quota media dello
sconto, l’ammontare totale e il numero dei soci che
ne hanno beneficiato; alle iniziative assunte dalle
cooperative in favore dei soci e delle comunità e ai
relativi costi);
• a rafforzare l’informazione e la partecipazione dei
soci alle assemblee, dando loro il diritto di far pervenire domande anteriormente allo svolgimento
dell’assemblea generale sui temi indicati all’ordine
del giorno, domande alle quali il consiglio di amministrazione deve rispondere prima dell’assemblea o
durante il suo svolgimento;
• ad affidare all’autonomia statutaria l’individuazione delle materie attinenti allo scambio mutualistico sulle quali il consiglio di amministrazione della
cooperativa è tenuto a richiedere i pareri agli organismi territoriali e, qualora ritenga di non accoglierli, a motivare agli stessi l’eventuale provvedimento di non accoglimento;
• ad affidare all’autonomia statutaria la disciplina
della esclusione del socio dalla compagine sociale
se, in via alternativa e per almeno un anno, non
abbia partecipato all’assemblea e agli organismi
territoriali, non abbia acquistato beni o servizi o
non abbia intrattenuto rapporti finanziari, quali il
prestito sociale, in conformità all’atto costitutivo.
È anche vero però che spesso tali strategie sono state
il risultato di resistenze da parte delle basi sociali ad
accettare ipotesi di diversificazione o di unificazione
con altre cooperative, preferendo lo status quo anche
quando questo avrebbe portato alla crisi, rinunciando
ad una visione di più lungo periodo, dimostrando una
maggiore difficoltà al ricambio dei gruppi dirigenti
proprio in virtù della situazione di difficoltà della cooperativa.
Insomma, se responsabilità vi è stata in molte crisi
di cooperative, allora bisogna parlare di responsabilità
diffusa dovuta a fattori culturali e a modelli di governance inadeguati.
2. Il secondo motivo che qualifica come un errore lo
scarso interesse delle cooperative verso la governance
proviene dal fenomeno delle false cooperative, cioè di
quelle imprese che nascono e vivono senza rispettare nella forma e nella sostanza i principi cooperativi,
compromettono le regole della concorrenza del mercato e ledono i diritti elementari dei lavoratori, degli
utenti e delle imprese che entrano in loro contatto.
Tuttavia, non è solo il fenomeno della falsa cooperazione a preoccupare. L’altra faccia della medaglia è
rappresentata dai possibili coinvolgimenti degli enti
cooperativi in disegni criminosi.
Ora, se è vero che tra i valori cooperativi più importanti vi è quello del governo democratico dell’impresa, che il controllo è assegnato a quanti (lavoratori,
produttori, consumatori) sono interessati a soddisfare i propri bisogni ed esigenze, non a conseguire la
massima remunerazione del capitale conferito. Se, di
conseguenza, è vero che gli amministratori sono l’espressione dei soci cooperatori, il giudizio verso la cooperativa di fronte a fatti criminosi non può limitarsi
al comportamento dei soli amministratori, ma deve
comprendere anche le scelte dei soci di fronte ai fatti
Stiamo parlando di misure che, al di là della loro importanza e della sostanziale coerenza con quanto previsto
dalle Linee Guida del 2008, portano ad ulteriori considerazioni.
Credo sia giunto il momento di dare equilibrio ai fattori
che compongono il puzzle del modello cooperativo.
Per decenni abbiamo identificato la destinazione degli utili
a riserve indivisibili, con il relativo sacrificio dei soci, come
la fonte principale della nostra meritevolezza sociale e del-
80
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
la nostra distintività rispetto alle altre società di capitali.
Non nego che questo aspetto sia stato e sia ancora importante per qualificare il modello cooperativo, soprattutto
alla luce del regime fiscale ad esso collegato, ma non in
misura tale da considerarlo l’elemento centrale.
Mi spiego meglio. È vero che la destinazione degli utili di
esercizio a riserva indivisibile rappresenta un corollario
del principio dell’assenza dello scopo di lucro soggettivo
e che grazie ad essa è stata favorita la patrimonializzazione e l’intergenerazionalità di numerose cooperative.
Tuttavia, per quanto importante ed aiutato dal regime
fiscale di esenzione, questo strumento è stato spesso un
velo, un alibi, per ridurre l’attenzione verso gli altri fondamentali del modello cooperativo (principio della porta
aperta, il governo democratico dell’impresa, l’attenzione
alla figura del socio).
azioni concrete e misurabili in termini d’efficacia”.
È l’approccio giusto, peraltro da affiancare alle altrettanto
corrette iniziative in corso sui temi del prestito sociale
e della lotta alla falsa cooperazione e ai comportamenti
illegali delle cooperative.
In particolare, occorre verificare quanto delle disposizioni
dedicate alle cooperative di consumo sia possibile estendere alle altre tipologie di cooperative, soprattutto sui temi
della informazione e del coinvolgimento nella formazione
delle decisioni in materia di scambio mutualistico.
Occorre curare con maggiore attenzione la composizione
della base sociale, anche come presupposto per garantire alla cooperativa gruppi dirigenti adeguati sia sul piano
manageriale che su quello mutualistico. In altre parole,
la qualità degli amministratori si fonda e dipende
dalla qualità dei soci cooperatori. Se tale premessa è
corretta, e cioè che la qualità degli amministratori si fonda
e dipende dalla qualità dei soci cooperatori, sarà necessario dedicare maggiore cura alla declinazione negli statuti
del principio della porta aperta e all’applicazione delle regole concernenti l’ammissione di nuovi soci e il recesso o
l’esclusione.
Ovviamente, avendo consapevolezza delle differenze
presenti tra i diversi settori cooperativi in ragione dello scambio mutualistico. Laddove, infatti, l’ammissione
richieda il possesso di requisiti professionali o imprenditoriali (cooperazione di lavoro e di supporto), sarebbe
opportuno utilizzare filtri che garantiscano l’ingresso di
lavoratori o imprenditori aderenti alle finalità mutualistiche e consapevoli dei meccanismi democratici nel governo dell’impresa.
Nei casi, invece, di cooperative la cui porta è istituzionalmente aperta, anche allo scopo di garantire il miglior
perseguimento dello scopo mutualistico, sarà importante verificare il reale e continuo interesse del socio allo
scambio mutualistico, come condizione per il mantenimento del suo stesso status di socio.
Occorre creare tutte le condizioni che garantiscano la capacità dei soci di concorrere alla scelta degli organi di gestione e di accedere alle cariche sociali. Ciò significa dotare le cooperative di regolamenti elettorali trasparenti e
in grado di recepire il potenziale protagonismo dei soci,
affinché gli amministratori siano non solo espressione di
capacità gestionali, ma anche della cultura mutualistica.
Protagonismo che va coltivato prestando particolare attenzione alla formazione dei potenziali futuri amministratori, finalizzata a dare la rappresentazione del quadro
complessivo dell’impresa, sotto i diversi profili economici, sociali, mutualistici e giuridici. Sotto questo profilo, si
potrebbe recuperare il modello tedesco che riserva l’elettorato passivo solo a coloro che abbiano fatto un adeguato investimento in formazione.
In tale contesto il tema del ricambio dei gruppi dirigenti
delle cooperative sarebbe regolato da protocolli più “laici”,
caratterizzati da regole volte a porre limiti o condizioni più
rigorose ad una lunga permanenza in carica degli amministratori (attraverso anche forme di rotazione parziale degli
amministratori) ovvero regole che escludano la possibilità
Occorre quindi più equilibrio. Ne abbiamo avuto conferma in senso “positivo” dalla Commissione Europea con
riguardo alle cooperative di consumo e, in senso “negativo”, in occasione di alcune procedure concorsuali dove
il tema del prestito sociale è stato avvertito dalle basi
sociali delle cooperative con maggiore sensibilità rispetto
anche alla perdita o al ridimensionamento dello scambio
mutualistico. Sono i casi, evidentemente, in cui il prestito sociale assume dimensioni collettive ed individuali
tali da provocare dissesti in intere famiglie. Ebbene, per
evitare che il prestito sociale fosse considerato un mero
credito chirografario o, ancor peggio, un credito postergato alla soddisfazione di tutti gli altri creditori, sono state
individuate soluzioni discutibili sotto il profilo della coerenza con i principi cooperativi. In un’occasione è stato
addirittura teorizzato che i soci lavoratori di una cooperativa a larga base sociale non fossero soggetti informati
e consapevoli delle decisioni della propria cooperativa e
che, per tale ragione, avessero diritto a vedere il proprio
prestito sociale qualificato come credito chirografario.
Un ultimo inciso: è vero che la mia relazione è stata
molto focalizzata sui temi delle cooperative di grandi dimensioni, ma non dobbiamo pensare che le cooperative
di piccole dimensioni siano spontaneamente esenti da
problemi di governance. I fenomeni di governo familiare o di eterodirezione, qualora la cooperativa sia parte
di un consorzio, o di gruppi di cooperative appartenenti
al medesimo settore gestite dagli stessi amministratori
sono testimonianze di malagovernance alla pari, se non
peggio, dei casi che siamo abituati a trattare.
Rimane l’ultimo capitolo: cosa fare nel prossimo futuro.
Il documento congressuale di Legacoop nazionale ha dedicato uno spazio importante al tema della governance,
sottolineando che “agire sull’informazione, la formazione,
la trasparenza e la consapevolezza dei legittimi proprietari
dell’impresa, cioè i soci e le socie, è il primo punto su cui
intervenire per costruire efficaci buone pratiche e modelli
di governance di qualità. Le Linee guida sulla governance
approvate dall’ultimo congresso nazionale vanno proprio in
quella direzione e da quelle è ora possibile procedere ad una
sperimentazione diffusa di buone pratiche e di confronto su
81
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
di mantenere l’incarico di amministratore per i soggetti
che abbiano raggiunto l’età per il pensionamento.
Infine, considerando che la crisi sta spingendo le cooperative a trovare forme di aggregazione con altre imprese,
cooperative e non, è necessario rifocalizzare il tema dei
gruppi a controllo cooperativo, dove le informazioni devono riguardare anche quanto di rilevante avviene nelle società controllate, nonché il raccordo tra l’attività di queste
e la finalità mutualistica propria della capogruppo.
In definitiva, gli argomenti che ho abbozzato sembrano
essere sufficienti per affermare che la governance debba far parte del “ben altro” cui le cooperative, insieme
a Legacoop, dovranno occuparsi per affrontare la crisi e
rilanciare la loro presenza nel mercato.
82
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
Le relazioni industriali alla prova della crisi:
problemi aperti
di Carlo Marignani
Le relazioni industriali italiane:
tra capacità di innovazione e crisi
di ruolo
L’arrivo della crisi, quindi, ha trovato le relazioni industriali alla presa con la risoluzione di problemi accumulatisi in un decennio senza che i governi succedutisi in
quel periodo avessero tracciato un convincente quadro
di politiche di sviluppo con il quale favorire il coinvolgimento fattivo delle rappresentanze sociali in processi di
reale e promettente innovazione. Il processo concertativo
in queste condizioni non poteva che perdere buona parte
della sua ragion d’essere.
la “grande crisi” ha cominciato ad impattare l’economia
del nostro Paese in un momento nel quale le parti sociali stavano discutendo l’aggiornamento del sistema degli
assetti della contrattazione collettiva italiana, di quel sistema, cioè, che aveva contribuito con indubbia efficacia
al superamento della crisi dei primi anni ’90 e all’ingresso dell’Italia nell’area euro, ma che già nel 1997-98 alla
prima verifica sulla sua attualità (Commissione Giugni)
evidenziava prime tensioni applicative ed esigenze di interventi correttivi.
Le parti sociali hanno comunque cercato di risolvere
temi presenti da ancora più tempo; il citato accordo sulla
rappresentanza e quello analogo definito il 18 settembre
dello scorso anno tra le Centrali dell’Alleanza delle Cooperative Italiane e CGIL,CISL,UIL, individuano soluzioni
al fine di dare certezza di quali siano i soggetti legittimati a partecipare alla contrattazione collettiva, chiarezza
di competenze delle sedi, affidabilità per l’attuazione di
quanto concordato, oltre a concepire criteri e procedure
per gli interventi derogatori del CCNL da parte del secondo livello contrattuale in un’ottica di rendere più dinamica, incidente ed innovativa la contrattazione vicina ai
posti di lavoro.
Il quadriennio 2009-12 venne sostanzialmente dedicato
a contenere certi meccanismi di rivalutazione del contratto nazionale e a promuovere un maggiore ruolo del
secondo livello contrattuale irrobustendone le possibili
competenze sia sul piano normativo, con potenziali spazi di deroga delle norme del contratto nazionale, che sul
piano delle stesse risorse contrattuali, con l’obbiettivo di
un sostenuto sviluppo dei processi di incremento di produttività, ulteriormente incentivati, peraltro, anche sul
piano contributivo e fiscale.
Sono iniziative di notevole rilevanza per il tasso di condivisa regolazione che intendono realizzare, nella consapevolezza che definire certi ambiti può essere di grande utilità per perseguire fattivamente scopi comuni di crescita
oltre che essere un dichiarato contributo nella direzione
di incrementare il grado di democraticità delle relazioni
industriali e contrattuali italiane.
Nel frattempo il Governo Berlusconi nell’estate 2011 con
l’ articolo 8 del D.L. 138/11 addirittura spiazzava il recente accordo Confindustria,CGIL,CISL,UIL sulla rappresentanza prevedendo per il secondo livello contrattuale una potestà derogatoria, seppur finalizzata, non solo
delle norme del CCNL, ma anche di quelle di legge, pur
nel rispetto della Costituzione e dei vincoli comunitari e
da convenzioni internazionali. Le parti reagirono confermando l’impegno per l’accordo raggiunto, ma la norma
di legge è tuttora valida e, da stesse voci ministeriali, in
netta seppur sottaciuta utilizzazione.
Siamo di fronte, tuttavia, a regolamentazioni di natura
pur sempre pattizia e, quindi, essenzialmente impegnative per i soli firmatari delle intese. La mancanza di una
normativa di legge, anche circoscritta a provvedimenti di
“forte sostegno” a quanto emerso dalle parti sociali se non
risultasse ancora risolvibile il nodo della mancata applicazione dell’articolo 39 della Costituzione, certamente
non contribuisce a consolidare simili percorsi. Tutto ciò
83
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
acquisisce ulteriore rilievo alla luce dei processi, in atto
con particolare risalto in certi settori produttivi della vasta area dei servizi, di delegittimazione del sindacalismo
confederale, di frantumazione della rappresentanza, di
derive marcatamente antagoniste, se non , come nella logistica, di veri e propri stati di continua e pericolosa contrapposizione condita con infiltrazioni di varia natura.
centramento) proporranno al mondo cooperativo una serie di nuovi impegni/opportunità che potranno, se interpretati costruttivamente, dare soluzioni anche a problemi da tempo aperti e vivi durante la stessa “traversata”
della crisi da parte delle cooperative.
Sul primo degli aspetti è plausibile che l’irrisolto nodo
dei diritti sindacali (e quindi della rappresentanza sociale) del socio lavoratore possa divenire elemento tutt’altro
che marginale nel negoziato sindacale attuativo; peraltro l’intesa del 18 settembre 2013 in premessa prevede
specificamente la riapertura del tavolo per la definizione delle intese sui rinvii alle parti sociali contenuti nella legge 142/01 sul socio lavoratore. Reputando la legge
142 tuttora strumento necessario per la cooperazione di
lavoro e ritenendo che sul tema “rappresentanza del socio” eventuali soluzioni radicali sarebbero impraticabili
e sostanzialmente non corrispondenti alle effettive situazioni solitamente riscontrabili nei posti di lavoro, una
conclusione degli approfondimenti interni all’Alleanza
delle Cooperative sulle possibili soluzioni appare chiaramente opportuna.
Certamente un intervento di legge sulla rappresentanza
non sarebbe sufficiente a risolvere tutte queste complesse e diversificate problematiche, ma certamente sarebbe
un chiaro segnale della capacità delle istituzioni di far
fronte ad esigenze ormai di tutta evidenza nel Paese.
È certamente auspicabile che l’attuale fase di forte dissidio tra parte del sindacato confederale e Governo trovi
una composizione. Un metodo di dialogo “europeo” tra
istituzioni e parti sociali può essere molto utile al nostro
Paese anche per la stessa efficace pratica attuazione delle
riforme e tra queste è evidentemente ancora necessaria
definirne una che veramente sappia conseguire un mercato del lavoro efficiente ed equo (e possibilmente procuri
anche una fase di stabilità di normativa alle imprese, agli
stessi lavoratori ed agli investimenti stranieri).
Una definizione di tale aspetto ed un’intesa applicativa
dell’accordo sulla rappresentanza dovrebbero favorire
un clima di relazioni sindacali, sia a livello nazionale che
decentrato, caratterizzato da una maggiore chiarezza del
ruolo degli interlocutori a tutto beneficio della solidità
delle intese contrattuali.
Al Governo l’Alleanza delle Cooperative chiede, comunque, di mettere in atto tutte le azioni necessarie a contrastare vigorosamente il fenomeno della cooperazione
spuria. I danni alla competitività delle cooperative vere
ed alla reputazione del modello cooperativo richiedono
un impegno complessivo e non solo di tipo lavoristico: è
ormai giunta l’ora di agire con iniziative interforze ed un
primo simile piano annunciato dal Ministero del Lavoro nel settore della logistica, seppur proponendosi come
sperimentazione positiva, non può certamente rimanere isolato. Le relazioni industriali cooperative possono e
devono contribuire pretendendo dallo stesso dicastero la
rivitalizzazione dell’attività degli osservatori sulla cooperazione già costituiti a livello provinciale con il preciso
scopo di orientare la specifica attività ispettiva. Laddove
gli osservatori hanno funzionato con una certa convinzione e continuità e i componenti, sia cooperativi che sindacali, hanno assicurato la loro collaborazione, i risultati
non sono mancati.
La contrattazione collettiva cooperativa, del resto, si è
notevolmente sviluppata negli ultimi 2 decenni anche
per il grande e positivo impulso che le venne dato dal
Protocollo di Relazioni Industriali con CGIL,CISL,UIL del
1990. Vi è stata un indubbia crescita del numero di contratti nazionali (complessivamente sono circa una ventina) ed una notevole diffusione di contratti di secondo
livello, tendenzialmente più ampia di quella riscontrabile
nei settori concorrenti.
Generalmente i contratti cooperativi rivelano grande attenzione all’informazione, consultazione e confronto tra le
parti, anche se non sempre le stesse parti ne curano una
pratica continua e fruttuosa, così come è ben visibile l’attenzione per istanze sociali quali il diritto allo studio e la
formazione, la genitorialità, i gravi eventi personali ecc.
Le relazioni industriali cooperative: i tratti distintivi e la sfida
competitiva
I CCNL cooperativi mostrano altresì, non dissimilmente
da quelli della concorrenza, un palese bisogno di semplificazione e di riduzione degli ambiti di intervento normativo: uno sforzo effettivo in tale direzione non è mai stato
veramente prodotto dalle parti, ma sempre più si caratterizza come uno degli interventi necessari per la comprensibilità e per la stessa attualità dell’azione contrattuale.
L’applicazione dell’accordo sulla rappresentanza (per la
cooperazione deve essere ancora conclusa l’intesa attuativa), e la possibile ulteriore evoluzione degli assetti della
contrattazione collettiva italiana (peraltro recentemente
sottoposta a sollecitazioni verso un ancor maggiore de-
Un analogo problema è rinvenibile anche in numerosi
contratti di secondo livello definiti nelle cooperative. Il
previsto sviluppo di questo livello propone, comunque,
84
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
per Legacoop e Alleanza delle Cooperative un attento
esame delle esigenze organizzative e professionali che
si evidenzieranno come necessarie per fornire assicurare
adeguati tenori di politica e di tecnica contrattuali. Alcune sottovalutazioni che sono già riscontrabili in alcune realtà potrebbero divenire alquanto nocive sia per la
qualità dei risultati negoziali sia per le stesse risultanze
associative.
za può esserne l’occasione, vi è bisogno di un nuovo confronto su tali argomenti per trovare soluzioni ad esigenze
oggettive senza il vincolo di pregiudiziali conservatrici.
Un dialogo che sappia anche suscitare da una parte la
progettazione e la pratica di sistemi di informazione e
coinvolgimento molto meno ritualistici e molto meglio
focalizzati sull’analisi delle prospettive dei settori e delle
imprese e dall’altra il consolidamento di sistemi di remunerazione di risultato più diffusi ed efficaci. Relazioni
industriali, dunque, più pragmatiche, più attrezzate, più
trasparenti, più connotate dalla percezione di contribuire
ad uno sforzo comune. Relazioni industriali non ridotte
a vincolo negativo, ma capaci di essere stimolo e risorsa.
Relazioni industriali per le quali una conforme convinzione e cultura del management svolgono un ruolo primario.
Intanto nella contrattazione collettiva cooperativa, sia
nazionale che di secondo livello, la crisi ha messo in ancor maggiore evidenza la presenza, non occasionale seppur non generalizzata, di normative e di retribuzioni più
onerose di quelle vigenti per le imprese non cooperative.
In alcuni casi, uno dei quali di livello nazionale di primissima rilevanza, la confermata indisponibilità sindacale
a correggere situazioni di vero e proprio handicap competitivo ha addirittura suggerito di intraprendere azioni
di grande impatto quali il possibile abbandono dell’esperienza “autonoma” cooperativa e l’applicazione dei contratti collettivi nazionali dei competitor.
Una traiettoria partecipativa
Lo sviluppo qualitativo della partecipazione dei soci si
propone come fattore di supporto anche ai processi di
aggiornamento delle relazioni industriali cooperative e
può esso stesso trarre beneficio da una evoluzione delle
relazioni industriali in termini “partecipativi”: un potenziale circuito virtuoso sul quale la cooperazione potrebbe
contare a differenza delle imprese competitor.
È ovvio come il permanere di situazioni di tal genere non
sia sostenibile e come le imprese cooperative non possano assicurare trattamenti migliorativi indipendentemente dalle performance d’impresa. E ciò non può valere
solamente per le nuove normative contrattuali, ma deve
portare ad individuare congrue soluzioni di compatibilità
anche per quelle già esistenti.
Stimolare, ad esempio, l’apporto che i soci, così come i
lavoratori non soci, possono dare nell’ambito dei processi
produttivi (già varie sono, del resto, le esperienze poste in
essere) va apprezzato per le potenzialità che può offrire,
oltre che sul piano dei risultati aziendali, per i tratti complessivi della partecipazione della base sociale, nonché
per gli stessi processi di formazione di nuova base sociale.
Non può realisticamente esistere un criterio generale per
determinare se sia più raccomandabile concludere CCNL
“autonomi” o applicare contratti stipulati con o da altre
organizzazioni datoriali del settore. I parametri per rispondere a tale interrogativo variano molto in relazione
alle caratteristiche dello specifico mercato, alle particolari esigenze del settore cooperativo, alle capacità delle
parti di saper cogliere le specificità del lavoro cooperativo
ecc., così come credo che la distintività cooperativa possa
emergere positivamente, anche se in forme diversificate,
sia a livello nazionale che al secondo livello. Certamente
non può essere interpretata in termini complessivamente penalizzanti.
Svariate, peraltro, sono le forme che il coinvolgimento
dei lavoratori può assumere e ampio lo spettro di intensità della possibile interazione con la governance dell’impresa da parte dei soci. Si propone, comunque, di grande
interesse monitorare con grande attenzione i progressi
delle varie esperienze sul campo e poter disporre di validi
metodi di valutazione della correlazione tra pratiche partecipative e performance aziendali; ciò anche ai fini della
diffusione delle best practices e del dialogo non contrattuale che potrebbe essere avviato con le organizzazioni
sindacali confederali.
La cooperazione conferma senz’altro la sua sensibilità per
le istanze del lavoro; è per, dal o con il lavoro che le cooperative nascono e crescono: un patrimonio identitario
che, se non confortato dai comportamenti, tende a svilire
nella degenerazione del modello cooperativo (il fenomeno della cooperazione spuria ne è ampia attestazione).
Nondimeno la competitività dell’impresa cooperativa è
condizione irrinunciabile non solo per il raggiungimento dei suoi scopi mutualistici e della sua connotazione
intergenerazionale, ma in buona sostanza per la stessa
solidità del lavoro svolto nella cooperativa.
Un tragitto, quindi, da percorrere con convinzione seppur
con tutte le attenzioni e le gradualità del caso; un terreno
sul quale sono stati recentemente dichiarati interessamenti che potrebbero, piuttosto singolarmente, superare
quelli espressi o praticati dal mondo cooperativo.
Come Legacoop e come Alleanza delle Cooperative abbiamo costantemente ricordato nelle varie sedi istituzionali
l’importanza di fornire anche nel nostro Paese una le-
Per le relazioni industriali cooperative, ed il negoziato per
la conclusione dell’accordo attuativo sulla rappresentan-
85
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
gislazione di sostegno alla partecipazione dei lavoratori
nelle imprese che sappia offrire un quadro di opzioni più
avanzate ed incentivate di quanto finora conseguito con
la mera trasposizione delle direttive europee in materia
di informazione e consultazione dei lavoratori. Una simile iniziativa potrebbe rappresentare un ulteriore strumento a disposizione delle parti sociali nella varie realtà
aziendali per uscire dalla crisi in atto, ma allo stato neanche la specifica delega in materia offerta al Governo con
la cosiddetta “riforma Fornero” è stata concretizzata nei
sei mesi concessi a tal fine dalla stessa legge di riforma.
cali cooperative temi che imporranno rilevanti valutazioni e scelte da parte dell’Alleanza delle Cooperative.
Ad esempio di fronte alla opzione, offerta dalla riforma
Fornero, tra costituire fondi di solidarietà bilaterali (confederali o settoriali) o confluire nel fondo di solidarietà
residuale generale, le delimitazione dimensionale o settoriale delle imprese prevista dalle norme di legge e le
esigenze, specialmente in una fase del tutto “sperimentale”, di assicurare la sostenibilità di tali iniziative hanno
consigliato di optare per la soluzione generalista (seppur
dopo qualche esplorazione iniziale di possibili soluzioni
settoriali interassociative).
Gli strumenti delle politiche passive ed attive per il lavoro e della
bilateralità
In linea di massima e salvo ulteriori valutazioni da effettuare a quadro normativo definito, una simile scelta
pare confermarsi, per le medesime ragioni, come la più
opportuna in relazione alle politiche passive.
Per quanto concerne i servizi di politica attiva e in uno
scenario di ruolo combinato pubblico-privato è da vagliare la possibilità di sviluppo/conversione/aggiornamento di servizi “dedicati” cooperativi che sappiano dare
risposte a esigenze specifiche delle imprese cooperative.
Si tratterebbe, in particolare, di servizi per la formazione professionale e per la riqualificazione/ricollocazione
delle risorse umane. Ovviamente si tratterebbe di potere
sviluppare simili ipotesi sulla base di precisi requisiti di
qualità dell’offerta e potendo contare anche su impianti
di collaborazione con università e istituti tecnici nell’ambito di un rinnovato interesse per la cultura dell’economia sociale e cooperativa in particolare. La formazione,
in particolar modo, dei quadri direttivi e le esigenze di
non disperdere risorse umane con professionalità e cultura cooperativa già acquisite rappresentano due aspetti
meritevoli di adeguata attenzione e risposte.
Le novità introdotte dalla medesima legge Fornero in
materia di ammortizzatori sociali stanno invece iniziando ad essere poste in essere, pur talvolta richiedendo, per
una concreta operatività, tempi ancora piuttosto consistenti, in particolar modo per quanto concerne il fondo di
solidarietà residuale.
Come noto non si è proceduto contestualmente a riformare le politiche attive ed al tempo stesso tutta l’area dei
servizi “passivi” o attivi per il lavoro fa parte del progetto
di riforma “Jobs Act”. Ovviamente l’esito di questo disegno
di legge rappresenta un elemento della massima importanza per le stesse scelte cooperative per il lavoro; l’Alleanza delle Cooperative non ha mancato di sottolineare il
punto cruciale di un efficiente sistema di ammortizzatori
e di servizi all’impiego nettamente orientato all’occupabilità e all’interno del quale valorizzare ulteriormente le
strumentazioni di promozione dell’autoimprenditorialità
associata.
La crisi, del resto, sta incidendo sul patrimonio professionale della cooperazione, spesso anche di quello facente
parte della stessa base sociale delle cooperative. In un
simile contesto l’ottimizzazione dell’uso delle risorse è un
obiettivo ancor più imprescindibile. Una regola che deve
valere anche per le strumentazioni comuni delle parti sociali. È essenzialmente per questo motivo che, dopo tanto trattare, non è stato ritenuto opportuno costituire un
ente bilaterale confederale per la cooperazione. È per lo
stesso motivo che si auspica una gestione particolarmente attenta delle eventuali esperienze settoriali così come
è da evitare un loro proliferazione.
I casi di interesse per soluzioni di workers buyout ai fenomeni di messa in liquidazione o di fallimento di aziende
si sono certamente moltiplicati con lo sviluppo della crisi.
Le Centrali Cooperative hanno offerto assistenza e consulenza per la formazione delle nuove imprese, così come si
sono attivate le strumentazioni finanziarie dedicate e gli
stessi fondi mutualistici. Un impegno complessivo, quindi, che non sempre, però, ha trovato adeguata comprensione e condivisione da parte delle organizzazioni sindacali. La decisione di portare avanti un workers buyout è
coraggiosa e difficile, ma è giusto domandare a chi ha
responsabilità sociali se non sia comunque più apprezzabile, almeno in linea di principio, della semplice fruizione
delle indennità di mobilità o di ASpI.
La scelta di costituire nel 2001 un unico fondo per la formazione continua (Foncoop), peraltro senza alternative
sul piano della normativa vigente, si è dimostrata corretta per la dimensione delle risorse complessive che sono
così risultate a disposizione e, quindi, per la percorribilità
di politiche di intervento speciale (dal 2009 Foncoop ha
destinato 15 milioni di euro a programmi di formazione
per lavoratori in imprese che accedono ad ammortizzatori sociali, con oltre il 40% di tali risorse che ha avuto
In materia di politiche passive e attive per il lavoro è possibile che nell’ambito della prossima riforma del lavoro
potranno riproporsi all’attenzione delle relazioni sinda-
86
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
finalità di riconversione/ricollocazione) e di distribuzione
equitativa tra i vari settori e tra imprese di dimensione
diversa. Ciononostante la gestione bilaterale di Foncoop
mostra tuttora significativi margini di miglioramento da
realizzare celermente.
Una valutazione è richiesta anche dal diffondersi delle
iniziative bilaterali per l’assistenza sanitaria integrativa.
C’è una questione di sviluppo razionale e, anche in questo caso, non per mera proliferazione, perseguendo il più
possibile le sinergie che possono essere realizzate nello
stesso ambito della offerta cooperativa.
Possibili economie e vantaggi di sistema possono accompagnare anche tutto lo sviluppo in corso del cosiddetto
welfare aziendale.
Assolutamente indiscutibile appare, infine, l’esigenza di
unificazione dei fondi pensione cooperativi. I fondi pensione italiani sono chiamati ad un maggior tasso di investimenti nell’economia italiana e corrispondentemente
ciò vale anche per quelli cooperativi. Il dato dimensionale è importante sia sul piano dell’efficienza gestionale, e
quindi degli effetti sui rendimenti, sia su quello dei livelli
di interlocuzione e la capacità di intervento. Il tema è
stato già da tempo posto ai vari interlocutori sindacali,
sia confederali che settoriali. Se altri progetti non concretizzeranno altre priorità condivise, quali quelle che possono riguardare casi di nuove collocazioni contrattuali,
non potranno essere più tollerati ostacoli alla realizzazione con la massima rapidità di un unico fondo pensione
cooperativo.
Il percorso per la costituzione della nuova associazione
unificata di rappresentanza del mondo cooperativo rappresenta, in un quadro di così grande e persistente difficoltà, non solo un grande progetto di sviluppo, ma anche
una robusta ed attendibile base per affrontare e risolvere
i complessi problemi di lavoro e relazioni industriali riassunti in queste note.
87
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
allegato
Linee guida per la governance delle
cooperative aderenti a Legacoop
Approvate dalla Direzione Nazionale di Legacoop
in data 18 settembre 2008
Uno degli argomenti centrali del 37° Congresso della
Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue è stato indubbiamente quello della “governance” delle cooperative.
Il dibattito congressuale, anche in risposta ai rilievi critici sollevati da ambienti politici ed economici, ha reso
evidente la necessità e l’opportunità di procedere ad una
rivisitazione dei modelli di governance delle cooperative
aderenti, allo scopo di renderli più funzionali alla piena
attuazione dei valori cooperativi, alle maggiori dimensioni aziendali, al cresciuto ruolo sociale della cooperazione,
all’esigenza di dare risposte chiare e trasparenti alle mutate attese sociali, alle opportunità aperte dal nuovo quadro normativo, agli obiettivi di efficienza e competitività.
In particolare, quest’ultimi obiettivi rappresentano, per le
imprese cooperative, un valore generale da salvaguardare
e sviluppare perché garantiscono una più diffusa, stabile
e duratura funzione di servizio mutualistico a vantaggio
dei soci attuali e futuri, ed arricchiscono e irrobustiscono
il sistema imprenditoriale italiano, costituendo un fattore importante di democrazia economica.
La riflessione sulla validità e sul miglioramento dei modelli di governance non riguarda, peraltro, solo le grandi cooperative, ma coinvolge la responsabilità di tutte le
imprese aderenti a Legacoop, indipendentemente dalle
dimensioni aziendali.
• la Legacoop impegnata a definire e diffondere le linee
guida, un corpo di orientamenti validi per tutte le cooperative, in relazione ai caratteri identitari comuni;
• le Associazioni di settore impegnate a dettagliare questi orientamenti in relazione alle diversità;
• le cooperative responsabili di rivisitare le proprie architetture e i propri strumenti di governance, in modo
coerente con i suddetti orientamenti, motivando esplicitamente eventuali scelte difformi.
In coerenza con i deliberati congressuali, l’Organo di Presidenza di Legacoop si è dato un percorso di lavoro, finalizzato a sviluppare i temi contenuti nel documento
approvato dal Congresso in materia di governance
Sono stati promossi numerosi incontri con le Associazioni di settore, in occasione dei quali è stata colta l’opportunità di ascoltare le argomentazioni e le esperienze dei
gruppi dirigenti delle cooperative che hanno riflettuto
sul tema della governance e in alcuni casi tradotto tali
riflessioni in norme statutarie e regolamentari.
Ovviamente, ciò non significa che i problemi di governance individuati in sede congressuale siano stati risolti. Le
cooperative che hanno compiuto scelte importanti formano ancora un gruppo ristretto e le stesse scelte –nella
maggior parte dei casi- sono nella fase sperimentale. Il
processo di rivisitazione dei modelli di governance cooperativa è quindi in corso ed è confortante registrare
la presenza di una coscienza diffusa della necessità ed
urgenza di migliorare i meccanismi di governance e la
chiara percezione dell’utilità del ruolo della Legacoop e
delle Associazioni settoriali di rappresentanza.
Alla luce delle considerazioni e delle finalità suesposte,
il 37° Congresso di Legacoop ha deliberato l’avvio di un
processo di revisione dei modelli di governance, fondato
sul principio dell’autoregolamentazione, in cui coinvolgere tutte le strutture associative e tutte le cooperative aderenti a Legacoop.
Un lavoro da compiere indipendentemente da valutazioni
circa l’opportunità di modificare il vigente quadro normativo (che anzi contiene importanti spunti innovativi non
del tutto esplorati dalle cooperative nella prima fase di applicazione della riforma legislativa), tenendo conto sia dei
caratteri identitari comuni a tutte le cooperative, che
delle differenze legate alle tipologie di scambio mutualistico, di attività, di dimensioni, lungo un percorso che veda:
I capitoli che seguono rispettano fedelmente l’ordine
degli argomenti presente nel documento congressuale,
al quale sono state tuttavia aggiunte ed evidenziate le
riflessioni e le esperienze più significative raccolte dalle
cooperative e dalle Associazioni di settore. Emerge una
sostanziale coerenza con il contenuto del documento
89
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
congressuale, anche se non sono mancate posizioni dialettiche su parti dello stesso.
sapevole e attiva vita sociale, secondo le modalità e le
garanzie dettate dall’art. 2527 c.c.;
• per le cooperative di consumatori ad ampia base sociale, al fine di evitare la permanenza senza limite di
soci non più interessati agli scambi mutualistici, si
potrebbero prevedere forme di decadenza legate alla
mancata partecipazione agli scambi mutualistici per
un dato periodo di tempo.
Porta aperta
Il principio della porta aperta è un fattore fondamentale
e peculiare della cooperazione perché non solo rende possibile l’estensione del servizio mutualistico delle cooperative ad una più ampia platea di cittadini (utenti, lavoratori o imprese) che non sia quella dei soli soci fondatori, ma
garantisce anche il rinnovamento della base sociale
in base a requisiti e procedure di accesso determinati secondo criteri di equità e trasparenza.
Informazione per una
partecipazione attiva
Affinché i soci abbiano un ruolo attivo e consapevole
nella definizione, nello svolgimento e nella verifica dello
scambio mutualistico devono essere previsti e valorizzati
tutti gli strumenti di natura informativa sull’andamento
delle attività economiche della cooperativa.
È uno dei principi identitari sanciti dall’ACI.
Non va interpretato come una sorta di diritto soggettivo di divenire socio attribuito a chiunque. Alla luce di
quanto previsto dall’ordinamento vigente, i corpi sociali
hanno infatti la facoltà di determinare le condizioni di
ammissione alla cooperativa, in relazione alla tipologia
dello scambio mutualistico, ai settori di attività, alle prospettive di sviluppo.
I requisiti e le procedure di accesso devono però essere
determinate secondo criteri di equità e trasparenza,
e in modo da garantire il fisiologico rinnovamento e
l’ampliamento della base sociale.
Va dedicata particolare attenzione all’inserimento e
alla formazione cooperativa dei giovani. Non si tratta solo di garantire la continuità intergenerazionale delle
cooperative, ma di dare risposta a un problema di grande
rilevanza sociale quale è oggi quello dell’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e dell’impresa. In tale contesto, va inoltre prestata analoga attenzione alle politiche
di inserimento delle donne nelle compagini sociali.
Scopo della cooperativa è fornire il servizio mutualistico
ai soci, valorizzandone i contenuti secondo la tipologia
(o le tipologie) di scambio liberamente individuata nello
statuto.
Centrale è il ruolo dei soci nella definizione e nella verifica dello scambio mutualistico.
Ai soci deve essere garantita parità di accesso e di trattamento nell’esecuzione dei rapporti mutualistici e devono
essere rimossi tutti gli ostacoli, anche di natura informativa, che possano determinare disparità di trattamento. È
quindi importante che le cooperative definiscano le modalità con cui si conseguono tali obiettivi, identificando
peraltro gli organi deputati alla loro realizzazione.
In tutte le cooperative devono, dunque, essere previste
procedure di informazione a tutti i soci sulle decisioni maggiormente rilevanti, in particolare quelle
che comportino l’investimento di quote rilevanti del patrimonio sociale, in modo da consentire (in coerenza con
le disposizioni della disciplina civilistica) la partecipazione attiva all’assemblea e la valutazione responsabile dei
comportamenti degli organi gestionali.
Spetterà alla Legacoop e alle Associazioni settoriali elaborare indicazioni circa la strumentazione da attivare e i
contenuti delle informazioni, in relazione alla dimensione delle imprese e alla complessità dell’organizzazione
aziendale, con l’ovvia precisazione che tanto più grande
è la cooperativa, e complessa l’organizzazione societaria,
tanto più precisa deve essere la formalizzazione di tali
procedure, e frequente la periodicità dell’informazione.
Al riguardo, possono essere assunte come best practices
alcune modalità già sperimentate da alcune cooperative,
tra le quali si possono ricordare, a titolo esemplificativo,
l’house-organ, l’adozione di sistemi intranet dedicati ai
soci, la formalizzazione di incontri pre-assembleari tra
CdA e soci per l’approfondimento dei temi all’odg, gruppi
di lavoro pre-assembleari, etc.
Uno strumento che è necessario valorizzare, anche attra-
Le regole che disciplinano l’ammissione di nuovi soci in
seno alla compagine sociale devono essere stabilite, in
relazione alla tipologia del servizio mutualistico perseguito, avendo presente che esse contribuiscono a sviluppare il senso di appartenenza dei soci alla cooperativa e
il loro grado di consapevolezza. A tale riguardo, occorre
prestare attenzione anche alle disposizioni statutarie in
materia di determinazione dei valori minimi di partecipazione al capitale sociale. Partecipazione che non può
essere eccessivamente elevata, tale da diventare un ostacolo all’ammissione, né eccessivamente ridotta, tale da
togliere significato alla partecipazione del socio.
Possibili indirizzi settoriali:
• al fine di favorire la creazione di corpi sociali attenti e
responsabili, per alcuni settori potrebbe risultare opportuna - per periodi transitori predeterminati- l’ammissione dei nuovi soci in categorie speciali –non solo
come fattispecie idonea a formarli professionalmente
o ad inserirli nell’assetto aziendale, ma anche come
strumento di preparazione e formazione per una con-
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
verso la definizione di contenuti minimi da parte delle
Associazioni, è la relazione di cui all’articolo 2545
c.c., con la quale gli amministratori e i sindaci debbono
indicare specificamente i criteri seguiti nella gestione sociale per il conseguimento dello scopo mutualistico.
Anche in considerazione dei diversi atteggiamenti adottati dalle cooperative nella redazione della relazione in
esame, è opportuno standardizzare l’informazione da fornire con tale strumento. Ad ogni Associazione di settore
è affidato il compito di definire una griglia di tematiche
(concernente gli aspetti più sensibili del rapporto mutualistico: prevalenza mutualistica, ristorno, prestito sociale,
partecipazione in società di scopo, etc), in base alla quale
le cooperative aderenti saranno in grado di svolgere un’adeguata opera di informazione nei confronti dei soci.
Sempre con riguardo alla relazione di cui all’articolo
2545 c.c.:
• se si assume tale strumento come perno centrale delle
modalità di informazione ai soci, ogni singola cooperativa potrebbe esplorare l’idea di svolgere un’indagine tra i soci per verificare quali possano essere le
ulteriori tematiche da approfondire attraverso la relazione. Le best practices possono essere poi diffuse
dall’Associazione;
• per rendere misurabile l’attività degli amministratori
sarebbe ideale la predisposizione di un bilancio preventivo, possibilmente sulle stesse materie oggetto
della relazione.
Come già detto, una delle caratteristiche fondamentali
della cooperazione è l’assetto democratico del governo
dell’impresa, il che significa che ogni socio ha pari diritto
di concorrere alla definizione degli indirizzi di gestione e
al governo dell’impresa.
Per conseguire efficacemente tale obiettivo e favorire la
dialettica ed il confronto delle posizioni, è necessario in
primo luogo valorizzare e rendere più efficienti i meccanismi di partecipazione dei soci all’organo assembleare
anche attraverso:
• una maggiore attenzione alle modalità di convocazione dell’assemblea allo scopo di garantire la più ampia
partecipazione dei soci. L’impegno da richiedere alle
cooperative è quello di ricercare criteri più efficaci, che
non si limitino a modalità sicuramente corrette sul
piano giuridico, quale ad esempio quella della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ma inadeguate alla reale
esigenza di portare i soci a conoscenza della convocazione assembleare (a titolo esemplificativo, nelle cooperative di lavoro si potrebbe ricorrere alle buste paga)
• l’incentivazione del ricorso alle assemblee separate
(indipendentemente dagli obblighi di legge), in presenza di basi sociali distribuite sul territorio o diversificate in ragione del perseguimento di tipologie di
scambio mutualistico diverse;
• la valorizzazione in sede statutaria del voto per delega, tenendo comunque conto delle dimensioni e delle
caratteristiche della base sociale, allo scopo di evitare
ingiustificate concentrazioni di potere in capo a singoli soci;
• per le maggiori cooperative - in particolare in quelle ad esteso insediamento territoriale ed ampia base
sociale – la istituzione di strumenti stabili per dare
continuità ed effettività alla partecipazione dei soci
alla vita sociale, rendere più efficace la trasmissione di informazioni dal CdA alla base sociale, dando
ad essa la possibilità di esprimere pareri in merito ai
programmi della cooperativa, arricchire la dialettica
interna e potenziare il controllo (comitati territoriali,
sezioni soci, commissioni con compiti consultivi e di
controllo).
• Una maggiore attenzione al tema del ristorno non
solo per definire una disciplina regolamentare che
favorisca la partecipazione dei soci in merito alle
decisioni relative alla sua erogazione, ma anche per
aiutare gli amministratori a dare ai soci una rappresentazione compiuta dell’andamento economico della
cooperativa e delle scelte sulla destinazione degli utili.
Non è peraltro trascurabile la funzione della relazione in
esame anche ai fini di una migliore e più trasparente rappresentazione della vita della cooperativa nei confronti
delle collettività sociali ed economiche di riferimento.
Nei gruppi societari a controllo cooperativo, le informazioni indirizzate ai soci devono essere tali da metterli in condizione di conoscere e valutare anche quanto
di rilevante avviene nelle società controllate, nonché il
raccordo tra l’attività di queste e la finalità mutualistica
propria della cooperativa capogruppo, utilizzando a tal
fine la relazione sulla gestione, prevista dall’art. 2428, e
la citata relazione sulla mutualità.
Partecipazione e organo
assembleare
Affinché l’assemblea sia realmente la sede in cui ogni socio concorre alla definizione degli indirizzi di gestione e
al governo dell’impresa è necessario valorizzare e rendere
più efficienti i meccanismi di partecipazione.
Inoltre, per le tipologie di cooperative espressamente indicate dal codice civile, cioè le cosiddette cooperative di
supporto (articolo 2359 c.c.), è opportuno valutare la possibilità di attribuire ai soci cooperatori voti differenziati, in relazione all’entità della partecipazione agli scambi
mutualistici e in coerenza con indirizzi e limiti definiti a
livello settoriale.
La cooperativa non è una società contendibile sul mercato, in ragione della preminente finalità mutualistica e in
relazione al modello societario scelti dai soci per il conseguimento dei propri scopi.
Nella logica della valorizzazione dell’organo assembleare,
91
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
va sottolineata peraltro la scelta generale, compiuta dal
Legislatore in occasione della riforma del diritto societario, di potenziare il ruolo dell’organo assembleare,
affidando formalmente allo stesso compiti che nell’ordinamento previgente non erano contemplati. In particolare, la disposizione che affida all’assemblea il compito di
approvare i regolamenti concernenti i rapporti tra soci
e cooperativa ed il servizio mutualistico (articolo 2521
c.c.) o quella che la coinvolge in occasione dell’ammissione di nuovi soci (articolo 2528 c.c.) rendono evidente la
maggiore importanza del ruolo dell’organo assembleare
e, conseguentemente, la sua competenza a definire regole e a dare indirizzi all’organo amministrativo su tutti
quegli argomenti che incidano sul perseguimento dello
scopo mutualistico.
In tal senso, è opportuno che nei citati regolamenti, di
competenza assembleare, siano introdotti principi e criteri che orientino le decisioni degli amministratori ai fini
del reale perseguimento dello scopo mutualistico della
cooperativa (con particolare riguardo a quelle concernenti operazioni di spin-off o la costituzione di società di
scopo o la partecipazione al capitale di società ordinarie).
dicazioni presentate dalle commissioni in assemblea;
• l’istituzionalizzazione del voto di lista;
• l’adozione di meccanismi e strumenti volti a rafforzare la presenza femminile, con impegno da parte
delle cooperative di indicare la quota minima di rappresentanza per genere presente nell’organo amministrativo e le azioni da intraprendere per elevarla. In
particolare, nelle cooperative in cui la composizione
della compagine sociale lo consente, la quota minima
di rappresentanza è fissata nel 25%, mutuando quanto previsto dall’art.18 dello Statuto Legacoop circa la
composizione della Direzione Nazionale;
• in caso di compresenza nella base sociale di soci cooperatori e di soci finanziatori (titolari cioè di strumenti finanziari partecipativi), strumenti di garanzia
del corretto bilanciamento degli interessi, p.e. facendo
ricorso alla facoltà consentita dall’ordinamento di riservare ai soci finanziatori la nomina della quota
minoritaria (fino a un terzo) degli amministratori.
Con riguardo al secondo obiettivo, è importante sottolineare come la rotazione nelle cariche sociali vada
considerata come un elemento in sé virtuoso.
La norma civilistica che prevedeva limiti inderogabili
alla continuità dei mandati è stata abrogata, anche per le
perplessità sollevate dalle associazioni cooperative. Tale
norma, pur essendo fondata sulle tematiche relative alla
non contendibilità dell’assetto proprietario delle cooperative, non convinceva sotto numerosi profili.
Un’impresa non può preoccuparsi di rimuovere dal loro
incarico gli amministratori capaci, bensì quello di preparare per tempo seconde linee, preferibilmente più giovani, adeguate ad assumere tutte le responsabilità in qualunque momento. E a tale obiettivo l’intero corpo sociale
delle cooperative deve tendere dandosi regole statutarie
e comportamentali.
Tra le prime, il principio a suo tempo assunto dalla norma abrogata può essere ripreso con maggiore flessibilità
negli statuti o nei regolamenti elettorali, prevedendo o
limiti fissi temporali o quorum più elevati per la
rielezione dopo un certo numero di mandati. Al riguardo, sarebbe opportuno adottare criteri e modalità,
nell’applicazione di tale principio, che consentano un
ricambio parziale degli amministratori, allo scopo
di evitare che la rotazione coinvolga l’intero consiglio di
amministrazione.
Si tratta di indicazioni che devono essere valutate e declinate in relazione al sistema amministrativo prescelto,
alla dimensione aziendale, alla complessità organizzativa, al grado di separazione tra proprietà e gestione.
Sempre con riguardo al secondo obiettivo, è importante
che il ricambio dei gruppi dirigenti delle cooperative sia
favorito anche dall’adozione di regole interne che escludano la possibilità di mantenere l’incarico di amministratore per i soggetti che abbiano raggiunto l’età per il
pensionamento.
Partecipazione e organo
amministrativo
Assetto democratico della cooperativa e concorso del socio al governo dell’impresa significano anche la presenza
effettiva delle condizioni che garantiscono la capacità di
tutti i soci di concorrere alla scelta degli organi di gestione e di accedere alle cariche sociali. Favorire il rinnovamento.
Con riguardo al primo obiettivo, è importante diffondere
procedure e modalità già presenti in seno ad alcune cooperative, quali:
• la formalizzazione di regolamenti elettorali in
tutte le cooperative che superino determinate soglie
dimensionali, le quali possono essere individuate in
sede associativa. In particolare, è opportuno che le
proposte di candidatura siano formalizzate e rese pubbliche in seno alle cooperative e siano accompagnate
da informative riguardanti le caratteristiche personali
e professionali dei candidati;
• la formazione di commissioni elettorali, i cui membri
possiedano determinate caratteristiche (ad esempio,
capacità di agire nella massima autonomia rispetto
agli organi sociali ed alla struttura operativa; avere
una congrua anzianità di rapporto sociale; non essere
candidati alla carica di amministratore; essere rappresentativi delle sezioni soci territoriali e/o delle diverse
categorie di soci; non ricadere nelle cause di ineleggibilità e di decadenza previste dal c.c. per gli amministratori). In ogni caso, andrebbe regolamentata la
possibilità che i soci propongano alternative alle in-
92
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
Per assicurare processi efficaci di ricambio del gruppo dirigente delle cooperative, è bene che le stesse dedichino
particolare attenzione alla formazione, anche preventiva, dei suoi potenziali futuri amministratori. Formazione
finalizzata a dare la rappresentazione del quadro complessivo dell’impresa, sotto i diversi profili economici,
sociali, mutualistici e giuridici. È altrettanto importante
che la cooperativa si dedichi alla formazione successiva
degli amministratori.
Partecipazione e dialettica
tra organi sociali
È importante che nei processi decisionali delle cooperative sia assicurata una maggiore trasparenza e condivisione delle decisioni da assumere, anche attraverso meccanismi che assicurino una dialettica tra gli organi sociali.
È altresì importante considerare il tema dei limiti al cumulo degli incarichi dei singoli amministratori. Come
è noto, il soppresso comma 3 dell’articolo 2542 c.c. prevedeva, oltre alla rieleggibilità degli amministratori, anche limiti al cumulo delle cariche. Sul contenuto delle
limitazioni il legislatore lasciava la più ampia autonomia nel determinare sia la natura degli incarichi rilevanti per il calcolo del cumulo (quelli consiliari, in società
dello stesso gruppo, od anche incarichi extraconsiliari
entro e fuori del gruppo), sia il numero massimo degli
incarichi; ciò nella evidente consapevolezza che essi dovevano essere correlati alla dimensione ed alla concreta
realtà economica ed operativa della società. La Legacoop,
in occasione della stagione degli adeguamenti statutari
alla riforma del diritto societario, suggerì alle cooperative
aderenti (prima della soppressione della norma in esame)
di recepire la seguente clausola “Salvo quanto previsto
dall’articolo 2390 c.c., gli amministratori possono ricoprire incarichi negli organi sociali di altre imprese a condizione che il loro svolgimento non limiti l’adempimento dei
doveri imposti dalla legge e dal presente statuto. In base
a tale condizione, gli incarichi sono formalmente autorizzati da apposito atto deliberativo del consiglio di amministrazione. La mancanza di tale atto deliberativo comporta
la decadenza dall’ufficio di amministratore”. Lo scopo era
quello di porre un limite generale all’assunzione di nuove
cariche e rimandare agli amministratori (nella loro dimensione collegiale) un potere derogatorio/autorizzativo,
ponendo comunque agli stessi una serie di indirizzi o limiti di massima, una sorta di autonomia vincolata.
Si tratta di una norma che, in questo contesto di rivisitazione autonoma degli statuti per migliorare i sistemi di
governance delle cooperative, potrebbe essere pienamente riconsiderata.
Se uno degli obiettivi è quello di favorire una maggiore
dialettica nei processi decisionali delle cooperative, perseguendo così una maggiore trasparenza e condivisione
delle decisioni da assumere, è utile ragionare anche su
meccanismi che assicurino una dialettica tra organi sociali.
Al riguardo, una norma da ricordare è senz’altro quella
contenuta nell’articolo 2543 c.c., la quale consente di nominare i membri del collegio sindacale attraverso
criteri diversi (in proporzione alle quote di capitale o
agli scambi mutualistici) rispetto a quelli previsti per la
nomina degli amministratori.
Escludendo il criterio legato alla partecipazione al capitale sociale, in quanto estraneo alla logica cooperativistica,
e limitando perciò l’attenzione al criterio dell’intensità
dello scambio mutualistico, i soci potrebbero essere chiamati ad eleggere il CdA ed il collegio sindacale secondo
regole che, rispondendo ad interessi e ruoli potenzialmente diversi in seno alla cooperativa, possono creare le condizioni per una maggiore dialettica.
Su tale facoltà è opportuno che, a livello di indirizzo, si
pronunci Legacoop, valutandone con attenzione le implicazioni positive (l’aumento della dialettica interna, mediante la differenziazione del peso dei voti per le elezioni
dell’organo di amministrazione e dell’organo di controllo)
e gli aspetti negativi (lo strappo al principio del voto capitarlo).
I diversi sistemi di amministrazione e controllo: linee evolutive
La scelta delle singole cooperative, in ordine ai diversi sistemi di amministrazione e controllo previsti dalla disciplina civilistica, si deve compiere in ragione delle proprie
esigenze e strategie di sviluppo ed assicurando comunque il protagonismo delle compagini sociali.
È importante infine che le cooperative si dotino di strumenti istituzionali interni allo scopo di disciplinare equamente e in modo trasparente il trattamento economico
dei propri manager. Al riguardo, l’alternativa potrebbe
essere tra il redigere un apposito regolamento o istituire
in seno al CdA un “comitato remunerazione”, cui affidare
il compito di valutare periodicamente la congruità dei livelli retributivi dei manager.
Inoltre, si potrebbe ipotizzare che, in caso di assunzione
di molteplici incarichi esterni, dovuti alla loro appartenenza alla cooperativa, i manager rinuncino in tutto o in
parte ai relativi emolumenti in favore della cooperativa
stessa.
Il nuovo ordinamento civilistico valorizza l’autonomia
statutaria anche sotto il profilo della scelta e dell’adattamento dei modelli amministrativi.
Il Codice Civile prevede tre sistemi di amministrazione e
controllo (il sistema ordinario; il sistema dualistico; il sistema monistico), e consente alle cooperative di decidere
liberamente e consapevolmente il modello più adatto alla
propria condizione e alle proprie strategie di sviluppo.
93
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
La finalità da perseguire è l’effettivo controllo di coloro
che assumono la funzione di rappresentanti dei soci cooperatori sull’operato degli incaricati della gestione.
Alla luce della rilevata indifferenza delle società cooperative nei confronti del modello monistico, si può giungere alla considerazione che esso sia stato dalle stesse
giudicato sostanzialmente inadatto alle loro esigenze di
governance. Conseguentemente, è opportuno per ora concentrarsi sulle altre possibili alternative, il sistema dualistico e quello ordinario, la cui adozione richiede comunque trasparenza sia nelle motivazioni che nelle finalità.
amministratori esecutivi e non esecutivi in seno al CdA.
Va comunque garantito, attraverso la definizione di precise norme statutarie o regolamentari, l’effettivo esercizio del ruolo di indirizzo e di controllo in capo ai
rappresentanti dei soci. A tal fine, si potrebbero formalizzare particolari procedure, quali, ad esempio, quella di
affidare ai singoli consiglieri deleghe specifiche che consentano loro di essere interlocutori dell’area direzionale
o quella di costituire un comitato audit alle dipendenze
di amministratori privi di deleghe amministrative.
Più precisamente, in presenza di amministratori non esecutivi, allo scopo di favorire il conseguimento di obiettivi
di trasparenza ed equilibrio, è opportuno affidare loro un
peso significativo nell’assunzione delle decisioni consiliari, in particolare sulle tematiche in cui l’interesse degli
amministratori esecutivi e quello della proprietà sociale
potrebbero non coincidere.
La componente non esecutiva del CdA, per la sua estraneità alla gestione operativa, può contribuire efficacemente
– potendo operare attraverso l’istituzione di commissioni
interne all’organo amministrativo - alla valutazione delle
proposte e dell’operato degli esecutivi. Inoltre, il compito
di predisporre l’opera di informazione da svolgere con la
relazione di cui all’articolo 2545 c.c. potrebbe essere affidata proprio ai membri non esecutivi del CdA.
Per ciò che riguarda il modello ordinario, alcune indicazioni sono state già evidenziate nel precedente paragrafo
dedicato alla “partecipazione e organo amministrativo”.
Vi sono tuttavia ulteriori aspetti, alcuni dei quali potenzialmente comuni al sistema dualistico, da considerare
allo scopo di prefigurare un più marcato profilo innovativo del modello ordinario.
Per le cooperative di maggiori dimensioni, la cui immagine ha rilevanza per l’intero movimento, e per quelle strutturate in gruppo, può essere valutata - come strumento
di apertura e di collegamento con le comunità esterne –
l’opportunità di introdurre la figura degli amministratori indipendenti (potrebbero essere indicate percentuali
crescenti in relazione alle dimensioni aziendali), dotati
di professionalità utili al governo dell’impresa (esperti di
business aziendale, di controllo aziendale, di cooperazione, di relazioni con l’ambiente esterno), e scelti in base
a requisiti e procedure individuati in sede associativa, e
tali da non rappresentare alcuno degli stakeholders al
fine di non alterare la parità tra gli stessi.
Il carattere di indipendenza deve essere periodicamente valutato dal CdA tenendo conto delle informazioni
fornite dai singoli interessati, così come il grado di loro
conoscenza dell’andamento economico dell’impresa. A
quest’ultimo fine si raccomanda che la cooperativa crei
un canale diretto di informazione dall’azienda ai consiglieri e un consesso dove queste decisioni possano essere
discusse senza il management.
Per ciò che riguarda specificamente il modello dualistico, le relative disposizioni consentono, per alcuni settori
e per dimensioni significative di impresa, di modellare lo
stesso in modo da garantire, attraverso una più continua
e definita dialettica di funzioni, un ruolo maggiormente
incisivo della proprietà nel governo dell’impresa. Esso va
comunque adattato ai caratteri identitari della cooperazione, prevedendo –esercitando correttamente l’autonomia statutaria- il sostanziale coinvolgimento di tutta
la base sociale nella definizione degli indirizzi strategici, e comunque la competenza dell’assemblea dei
soci in relazione all’approvazione del bilancio e della
relazione sulla gestione ex art. 2545 c.c.
Per le cooperative che presentano tipologie diverse di
scambio mutualistico o articolazioni complesse nell’ambito dello stesso scambio mutualistico, va valutata la
possibilità di ricorrere alla possibilità di riservare la
nomina di una quota degli amministratori a particolari categorie di soci.
I gruppi societari
È importante che i gruppi societari a controllo cooperativo siano caratterizzati da una sostanziale coerenza
dei comportamenti delle società partecipate alle finalità
mutualistiche della cooperativa capogruppo e dalla attivazione di procedure e strumenti che consentano alle
basi sociali delle cooperative di essere informate efficacemente e continuativamente sull’andamento economico
dell’intero gruppo.
Sempre per le cooperative maggiori, va suggerito di distinguere i ruoli di indirizzo e controllo da quelli
di gestione, in modo da rafforzare la dialettica interna
ed identificare con la necessaria chiarezza le diverse responsabilità.
Appare opportuna una riflessione specifica per i gruppi
societari a controllo cooperativo, sia per quelli nei quali
è capogruppo una singola cooperativa, sia per quelli nei
quali la proprietà è condivisa da più cooperative, anche in
Ciò potrebbe tradursi nella previsione di regole interne
volte a stabilire l’incompatibilità tra coloro che assumono l’incarico di amministratore e coloro che esercitano
attività gestionali ovvero in una chiara distinzione tra
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
relazione alle novità dell’ordinamento societario.
Gli obiettivi sono:
• il rafforzamento dei poteri di indirizzo strategico
e di controllo in capo agli organi collegiali della
(o delle) cooperativa controllante;
• la trasparenza del raccordo delle attività delle società controllate con le finalità mutualistiche
delle cooperative controllanti. A tal fine, si propone la costituzione di un organo collegiale composto
dai Presidenti e/o amministratori delegati delle società e della capogruppo con compiti di elaborazione,
assunzione, condivisione, trasmissione e presidio di
una cultura imprenditoriale di gruppo (Missione/Visione/Valori/Linguaggio) comune, volta ad introdurre
riferimenti forti e condivisi;
• la formalizzazione dei rapporti fra capogruppo e controllate attraverso un sistema di report condiviso. La
Controllante dovrebbe dedicare un numero minimo di
sedute consiliari all’andamento gestionale delle controllate. Nel caso di gruppi particolarmente complessi,
è bene che sia istituita una commissione ad hoc;
• la precisazione, in sede di nomina degli amministratori delle controllate, delle competenze riguardo la loro
proposta di nomina (Presidente, amministratore delegato, organo collegiale) e la garanzia che coloro che
vanno a ricoprire tali incarichi non siano esclusivamente espressione della tecnostruttura della cooperativa, ma siano anche (se non soprattutto) espressione
della base sociale.
• la coerenza dei comportamenti delle società controllate con i valori basilari della cooperazione;
• l’estensione alle società controllate, nelle forme
giuridicamente possibili, dei principi tipici della
cooperazione.
Il ruolo della struttura associativa
Nel processo di revisione dei modelli di governance delle
cooperative a Legacoop compete, e va riconosciuta, una
funzione essenziale di presidio delle regole e dei valori.
Le strutture associative dovranno, dunque, giocare un
ruolo fondamentale, attuativo dei compiti di indirizzo, di
servizio, di tutela, di garanzia, di vigilanza,
Esse debbono promuovere e garantire:
• la condivisione degli obiettivi da parte della generalità
delle cooperative aderenti;
• la formulazione degli indirizzi generali e l’adattamento alle specificità settoriali;
• il sostegno alle cooperative nella fase di valutazione
e di decisione;
• la verifica della coerenza delle deliberazioni e dei comportamenti delle cooperative con gli indirizzi elaborati in sede associativa, creando peraltro le condizioni
affinché le cooperative medesime motivino eventuali
scelte difformi;
• la verifica periodica degli stati di avanzamento del
processo;
• la comunicazione esterna e la valorizzazione delle finalità e dei risultati conseguiti.
Per facilitare il compito assegnati alle strutture associative, si prevede:
a. il supporto del corpo dei revisori cooperativi di Legacoop, nell’ambito della loro attività ordinaria di vigilanza e secondo modalità e forme compatibili con le
responsabilità di natura pubblicistica;
b. l’istituzione di un ufficio in Legacoop al quale affidare
il compito di richiedere -e successivamente valutare- i
chiarimenti necessari agli organi di amministrazione
delle cooperative che non recepiscano (o recepiscano
diversamente o parzialmente) gli indirizzi generali
stabiliti dal presente documento e le linee applicative
adottate dalle Associazioni di settore;
c. con riguardo al tema del rafforzamento della presenza
femminile negli organi amministrativi, la fissazione
nel periodo intercorrente tra l’approvazione del presente documento e la fine del mandato in corso di un
arco di tempo utile per le cooperative per adeguare
la composizione dell’organo amministrativo ai criteri
sopra indicati. Inoltre, si stabilisce che le cooperative comunichino, entro il 31 dicembre di ogni anno,
la scadenza dell’organo amministrativo alle rispettive
associazioni territoriali e settoriali che a loro volta ne
danno informazione alla Commissione Pari Opportunità nella persona della Presidente.
In altre parole, la capogruppo è chiamata ad effettuare un
esercizio rigoroso del ruolo della proprietà, con particolare riferimento alla:
– salvaguardia dinamica della missione assegnata alle
diverse società del gruppo;
– approvazione dei piani ed indirizzi strategici delle
controllate e verifica degli stessi;
– costruzione e presidio di un sistema di regole e procedure esplicite che siano garanti dei ruoli, delle responsabilità, delle autonomie e dei limiti di tutti i portatori
di interesse;
– presidio e governo delle attività operative che rimangono in carico alla capogruppo.
Le questioni relative alla incompatibilità tra l’incarico di
amministratore ed assunzione di uffici pubblici ovvero
alla necessità di definire un apparato sanzionatorio, qualora una cooperativa non motivi o assuma decisioni difformi agli indirizzi dettati dagli Organi associativi, sono
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
di competenza del gruppo di lavoro dedicato alla governance associativa, in quanto strettamente attinenti alla
qualità del patto associativo tra Legacoop e cooperative.
Prossime scadenze
Il documento approvato in sede congressuale stabiliva
che l’intero processo avrebbe dovuto avere tempi certi
(si proponevano due anni a partire dalla celebrazione del
Congresso), e prevedere momenti di verifica delle tappe
di avanzamento da parte delle strutture associative, integrati con l’attività di vigilanza.
La prima tappa sarà l’approvazione del presente documento da parte della Direzione di Legacoop, presumibilmente entro la fine di maggio ’08.
Di conseguenza, si propongono le seguenti prossime scadenze:
1. adozione delle linee applicative del documento di Legacoop da parte delle Associazioni di settore entro la
fine del 2008;
2. incontro tra Legacoop ed Associazioni di settore, allo
scopo di condividere i risultati del lavoro svolto da
quest’ultime, entro gennaio 2009, con la possibilità da
parte della Presidenza di Legacoop nazionale di convocare la Direzione nazionale qualora ravvisi significative difformità tra le due fonti regolamentari;
3. diffusione degli elaborati a cura delle Associazioni di
settore tra le cooperative aderenti e recepimento delle
relative indicazioni (secondo le procedure sopra descritte) entro giugno del 2010.
96
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 2
Capitolo 3
Lavorare per il nuovo Welfare:
la Mutua regionale
INTRODUZIONE
Per una riflessione sul welfare del futuro e
il ruolo di Legacoop
di Giovanni Monti
Questa pubblicazione contiene lo sviluppo dei materiali
che sono stati presentati in occasione di una giornata di
lavoro promossa da Legacoop Emilia-Romagna il 3 ottobre 2014 alla Legacoop di Reggio Emilia, nell’ ambito del
percorso del XI Congresso regionale.
Abbiamo chiesto in particolare al prof. Francesco Longo di sviluppare in un vero e proprio saggio le sue considerazioni svolte al convegno e che sono state di particolare interesse.
Tutta l’impostazione del Convegno era tesa, del resto, a
discutere e a cogliere i possibili nuovi ruoli che sia le cooperative sociali, sia le mutue possono svolgere di fronte
ai nuovi fenomeni che investono i nostri istituti di welfare e ne modificano profondamente le caratteristiche.
In questo modo i materiali contenuti in questo opuscolo
debbono essere visti in stretta connessione con i materiali che verranno distribuiti anch’essi al Congresso regionale e contenuti nel “Rapporto economico e sociale
sulla cooperazione emiliano-romagnola”
Abbiamo pensato insieme una riflessione sul welfare e
sul contesto socio economico in cui si muove in generale
la cooperazione in quanto senza coesione sociale e servizi
adeguati è improbabile promuovere sviluppo imprenditoriale e perché attraverso le politiche di Welfare tendiamo
a perseguire quegli obiettivi di giustizia sociale ed equità
cari al movimento cooperativo.
La qualità sociale di un territorio, la sua infrastrutturazione civile in termini di efficienti servizi solidaristici,
rappresenta non solo un “fattore di produzione” importante per la qualità delle imprese e dei loro lavoratori, ma
anche un elemento decisivo della capacità competitiva di
un territorio.
Inoltre pensiamo di offrire questi materiali alla riflessione e discussione dell’insieme delle cooperative, in quanto è l’intero sistema di imprese cooperative che operano
in svariati settori, che devono farsi carico di cogliere le
opportunità imprenditoriali e i bisogni sociali che ormai
si intrecciano in una logica che deve combinare “mente
economica” e “cuore sociale”, consapevoli che lo sviluppo
di attività e progetti che vedono aggregarsi cooperative
di settori anche diversi e che operano di contesti diversi è
occasione di crescita e di sviluppo.
Per queste motivazioni abbiamo sostenuto e sosterremo
con forza la nascita e lo sviluppo di una Mutua regionale che, nel rispetto delle situazioni esistenti, proverà ad affrontare l’ importante sfida dell’ innovazione
sociale e sanitaria.
La crisi economica, i cambiamenti demografici, l’ aumento dei bisogni delle famiglie (in particolare quelle che vedono la presenza di una persona non auto sufficiente)
ci impongono l’ assunzioni di nuove responsabilità a cui
possiamo rispondere con innovativi progetti promossi
grazie al confronto fra cooperative di diversi settori
Con questo spirito costruttivo e propositivo continueremo a lavorare per continuare a perseguire i principi e i
valori della cooperazione.
101
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
Quando le cooperative cooperano fra loro.
L’ esperienza di Faremutua
in Legacoop Emilia-Romagna
di Alberto Alberani
Il Cantiere Mutualità in Legacoop
Emilia-Romagna
In occasione del Congresso Legacoop Emilia-Romagna del
2010 furono attivati vari gruppi di lavoro per approfondire alcune tematiche inserite all’ interno del dibattito.
Uno di questi gruppi fu denominato “Sussidiarietà e spazio pubblico” con l’ obiettivo di comprendere se, ed eventualmente come, il sistema cooperativo intendeva “occupare” ambiti e spazi per rispondere al meglio ai bisogni
dei cittadini. Era il periodo in cui si sviluppava il dibattito
sui beni comuni e sul loro utilizzo, acqua, energia, salute,
ecc. e come movimento cooperativo, anche partendo da
esperienze realizzate in altri paesi, ci si domandava quale
ruolo era possibile assumere.
Il gruppo di lavoro era volutamente composto da rappresentanti di diversi settori, dalle cooperative sociali
a quelle di consumo, dalla cooperazione assicurativa a
quella di abitanti, dalla rappresentanza delle mutue alle
cooperative di servizi. La composizione del gruppo non
era casuale ma conseguente alla consapevolezza che per
occuparsi di beni comuni era probabilmente necessario
far uscire dalle singole buche” i particolari settori promuovendo incontri per favorire l’inter settorialità e l’inter territorialità.
Il gruppo di lavoro scelse quindi alcuni temi da sviluppare nel periodo 2010-2014 attivando CANTIERI tematici
in un ottica di lenta costruzione e di realizzazione di un
progetto che potesse avere un segno più per tutte le componenti coinvolte. Iniziò quindi a lavorare il CANTIERE
MUTUALITÀ identificando la valorizzazione delle mutue
sanitarie come strumento giuridico adatto a sperimentare nuove risposte intersettoriali.
Al cantiere parteciparono alcune mutue esistenti in Emilia-Romagna che erano state promosse dalle diverse Leghecoop provinciali: Mutuapiù di Bologna, Sma di Modena, Nuova Sanità di Reggio Emilia, Insieme Salute di Forli
Cesena, Mutua Futura di Ravenna, alcune cooperative so-
ciali, la cooperazione di consumo, Unisalute. I lavori sono
proseguiti alcuni anni anche attraverso approfondimenti, visite guidate, studi come quello di Boston Cousulting
Gruop sulle mutue in Francia e Germania, generando la
decisione di costituire una mutua regionale inserendo al
suo interno le mutue di Bologna, Forli-Cesena, Ravenna e
sviluppando in particolare il raggio di azione nei territori
in cui operano le cooperative di consumo Adriatica, Nord
Est e Reno.
Il 21 febbraio 2013 tutte le Leghecoop provinciali dell’Emilia-Romagna, Legacoop Emilia-Romagna, coop Nord
est e coop Adriatica (e in seguito coop Reno) costituiscono
FAREMUTUA dopo un approfondito percorso di studio e
di riflessione.
Perchè una mutua regionale
La sintetica narrazione storica della costituzione di Faremutua intende evidenziare l’ intenzione da parte del sistema Legacoop in Emilia-Romagna di scommettere sull’
intersettorialità (consumo, sociali, assicurativo, mutua)
che potrebbe sviluppare innovative proposte per rispondere agli attuali e più che altro futuri bisogni di salute
dei cittadini.
Faremutua oggi (ottobre 2014) ha accorpato al suo interno tre piccole mutue continuando a proporre ai propri
associati piani sanitari diversificati accogliendo inoltre
al suo interno oltre 14.000 lavoratori delle cooperative
sociali che in seguito alla firma del ccnl dispongono di
un piano sanitario da 60 euro annuali. Ma la scommessa
più importante di Faremutua sarà la proposta di piani
sanitari e socio sanitari che il cittadino potrà acquistare
in 78 punti vendita delle cooperative di consumo. Una
scommessa molto difficile considerando che oggi i piani
sanitari promossi dalle mutue o dai fondi sono per più
collettivi e conseguenti alla dimensione negoziale e ai diversi contratti collettivi nazionali di settore mentre scarso è l’acquisto da parte del singolo cittadino di un piano
sanitario.
102
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
È questo un comportamento comprensibile in una nazione che per fortuna grazie alla legge 833 del 23 dicembre
1978 può contare su un Sistema Sanitario Nazionale che
come Legacoop Emilia-Romagna crediamo vada difeso
con le unghie e con i denti. Positiva è stata la scelta di
questi ultimi Governi di porre fine ai tagli indiscriminati,
e di aumentare leggermente e progressivamente il finanziamento al Sistema. Per difendere e valorizzare il Ssn
è necessario però riconoscere i vistosi limiti e problemi,
dal dubitabile universalismo alle grandi differenze nord
sud agli evidenti sprechi ed inefficienze ed agire su questi
limiti cercando di ottimizzarlo e renderlo più adeguato ai
bisogni dei cittadini definendo meglio cosa “c’è dentro” e
“cosa c’ è fuori” definendo meglio Lea e Liveas.
Fuori dal Ssn sicuramente ci sono le risorse economiche
che i cittadini spendono per rispondere ai bisogni dei loro
familiari che vivono condizioni di non autosufficienza la
cui risposta viene per lo più cercata nel sistema informale dei servizi alla persona. Le assistenti familiari in Italia
sono diventate il più lampante esempio di integrazione
socio sanitaria e il vero pilastro che sostiene i bisogni di
welfare delle famiglie. E tutto ciò è avvenuto per auto
organizzazione individuale delle famiglie a volte aiutate
dalla Parrocchie o dai patronati o più semplicemente dai
negozianti o dai vicini di casa o di ufficio. Sporadici ottime buone pratiche e sperimentazioni evidenziano il tema
che è sotto gli occhi di tutti ma ancora titubanti e timide
sono le scelte strategiche per rispondere efficacemente
a questo fenomeno così come avvenuto in Francia o in
Germania.
La comprensibile auto organizzazione individualistica diventa “obbligatoria” e forse può essere superata PROVANDO AD AGGREGARE LA DOMANDA consapevoli che purtroppo anni e anni di pedagogia individualistica hanno
rafforzato l’ italica tendenza a risolversi da soli i problemi
diffidando del NOI.
È per rafforzare la cooperazione, l’ auto aiuto, il noi che
sono nate le Società di Mutuo Soccorso nello stesso periodo storico in cui nascevano le prime cooperative e non
è casuale che la Legacoop prima di questo nome si chiamava LNCM cioè Lega Nazionale Cooperative e Mutue.
Mutue che in Italia hanno in parte superato la loro funzione con l’introduzione del Ssn e sono state relegate in
un angolino diventando per lo più gestori di piani sanitari integrativi di origine collettiva e faticando assai nel
proporre piani sanitari acquistati dai singoli cittadini.
Con Faremutua l’ obiettivo del Sistema Legacoop in Emilia-Romagna scommette invece su questa possibilità nella consapevolezza che l’ obiettivo economico finanziario
necessita di tempi adeguati e dei necessari investimenti.
Coerentemente al principio cooperativo dell’ Intergenerazionalità può essere utile ed opportuno proporre ai cittadini (ovviamente con agevolazioni per coloro che sono
soci della coop di consumo) in particolare ai giovani e a
coloro che non “beneficiano” di un piano regolato dal contratto di lavoro, piani sanitari che possano ASSICURARE
che in caso di problemi di salute (oltre al Ssn) si può contare su SERVIZI o RIMBORSI adeguati.
Coop di consumo
La scelta di collocare l’ offerta dei piani sanitari all’ interno dei punti vendita della cooperazione di consumo
non è casuale. Forti della presenza di oltre un milione
di soci nel territorio regionale Coop Adriatica, Nord est e
Reno la cooperazione di consumo sta assumendo sempre
più una connotazione sociale che supera il tradizionale
scambio mutualistico fra socio e cooperativa che è basato
sulla vendita-acquisto di beni per lo più alimentari. Sempre più la cooperazione di consumo per dirla volgarmente
non si limita a vendere prosciutti, pasta, latte di qualità
a prezzi adeguati ma anche farmaci, telefonia, energia,
libri adeguando la propria proposta ai nuovi bisogni. E
i nuovi bisogni dei cittadini sono anche nell’ ambito dei
cosi detti “beni relazionali” e sempre più le consulte sociali di queste cooperative pressano i gruppi dirigenti ad
occuparsi anche di queste tematiche mantenendo forte
la tradizione e la cultura cooperative e dimostrando che
lo spirto cooperativo nato a Rochedale è ancora ben vivo
contrariamente a chi vuol credere che tutti gli operatori
della grande distribuzione sono uguali
Coop sociali
Verranno quindi proposti piani sanitari diversificati nel
prezzo e nei contenuti coerentemente con le finalità
proprie di una Mutua e un’ importante novità relativa
ai piani sanitari è determinata dalla presenza delle cooperative sociali che forti di 40 anni di esperienza negli
ambiti sociali e socio-sanitari assumono un importante
ruolo di erogatori di servizi affiancandosi ai tradizionali operatori sanitari accreditati. La cooperazione sociale
in questi anni ha evidenziato l’ interesse di affiancare al
tradizionale rapporto con le Pubbliche Amministrazione
nella gestione dei servizi anche l’ investimento in attività
in ambito socio-sanitario in particolare per fornire appropriate risposte alle famiglie al cui interno sono presenti
persone non autosufficienti. È oggi giunto il tempo di affiancare al ruolo di partner di Pubbliche Amministrazioni
anche il ruolo di imprese in grado di rispondere ai cittadini direttamente, in particolare a quelli che non riescono
ad accedere alle lunghe liste di attesa e che restano fuori
dai servizi.
Unipol-Unisalute
È evidente che parlando di sistema Legacoop Emilia-Romagna partener privilegiato di Faremutua è la società
Unisalute che è la prima assicurazione sanitaria in Italia
per numero di clienti gestiti e si occupa esclusivamente di assicurazione per la salute attraverso il lavoro di
580 persone, tra cui 45 medici presenti in azienda e un
103
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
network qualificato di strutture sanitarie convenzionate
direttamente presso le quali gli assicurati possono usufruire di prestazioni sanitarie di qualità con ridotti tempi di attesa. Faremutua ha quindi scelto Unisalute non
solo perché parte del Sistema ma anche perché Unisalute
con i 4,8 milioni di assicurati e una “centrale di acquisto”
che garantisce un controllo qualificato e costante della
qualità dispone anche di una rete di strutture sanitarie
convenzionate diffusa capillarmente su tutto il territorio
nazionale e comprende ospedali, case di cura, poliambulatori, studi odontoiatrici e di psicoterapia.
Oltre i piani sanitari
L’attuale funzione delle Mutue è coerente con la legislazione esistente e quindi per lo più forniscono coperture
per il rimborso dei ticket, per ricoveri, visite specialistiche
in relazione al pagamento del piano sanitario integrativo
scelto. Ma la funzione delle Mutue può anche spingersi
oltre e per questo motivo, grazie al coinvolgimento delle
consulte sociali delle cooperative di consumo e al coinvolgimento dei soci lavoratori delle cooperative sociali
che ogni giorno si relazionano con i bisogni reali, saranno
proposte ai soci di Faremutua forme di assistenza e tutele e saranno promosse attività di carattere educativo
e culturale anche per affermare i valori della mutualità.
104
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
La nuova mutua del sistema cooperativo:
strumento per un rinnovato mutualismo
di Marco Gaiba (Presidente FAREMUTUA)
Il percorso avviato da Legacoop E.R. nel 2011 (cantiere
welfare) e sviluppato fino al 2012, ha consentito la costituzione di FAREMUTUA (SMS) avvenuta il 21 febbraio 2013.
Fra gli elementi più rilevanti che hanno favorito e
qualificato la nascita di FAREMUTUA:
• l’adesione di tutte le leghe provinciali ER;
• la decisione di ADR e CCNE di essere fra i soci fondatori con piena assunzione di responsabilità nel CdA;
• la scelta delle coop sociali (una parte rilevante di esse)
di attivare il Piano sanitario FAREMUTUA per i propri
dipendenti previsto dal CCNL con Unisalute soggetto
erogatore delle prestazioni.
• FAREMUTUA vuole impegnarsi per riuscire a
rappresentare una esperienza originale ed innovativa nel panorama nazionale delle società
di mutuo soccorso, operando come strumento di
realizzazione di un nuovo mutualismo in grado di
soddisfare i bisogni dei soci, attraverso nuove forme di
partecipazione utili ad organizzare ed aggregare
la domanda.
Faremutua e Coop Sociali
Il primo obiettivo di FAREMUTUA è stato quello di
mettere a disposizione delle coop sociali un piano sanitario da 60 euro previsto dal CCNL del settore.
• Ad oggi i piani sottoscritti sono circa 12.000 (circa 110 coop sociali aderenti di Bologna, Parma, Romagna, Marche, Lazio) superando quindi sensibilmente
l’obiettivo prefissato (8.000); Unisalute è stata scelta
come soggetto erogatore delle prestazioni.
• FAREMUTUA e le strutture di legacoop interessate hanno svolto un positivo lavoro di confronto con
le coop sociali per costruire il prodotto e favorirne la
sottoscrizione individuale (condizione preliminare
adesione a FAREMUTUA).
La mancata costituzione del fondo nazionale potrebbe consentire la definizione di un ruolo di polo
aggregatore diverse mutue per mettere a disposizione delle coop sociali che ancora non hanno fornito il piano sanitario ai loro dipendenti un referente
mutualistico cooperativo: FAREMUTUA è disponibile a confrontarsi su questa ipotesi di lavoro
• Da novembre/dicembre 2014 FAREMUTUA ed un
gruppo di coop sociali della nostra regione, sperimenteranno un percorso comune di offerta di prodotti/servizi a tutti i cittadini; in essere vi sono altri contatti
e relazioni in diversi territori che, auspicabilmente,
dovrebbero produrre ulteriori percorsi sperimentali ed
innovativi.
• Altre ipotesi di lavoro potranno riguardare ulteriori ambiti e servizi creando collaborazioni con soggetti cooperativi disponibili ed interessati a interloquire
con la cooperazione sociale per caratterizzare l’offerta
ai cittadini ed ai soci.
L’obiettivo è quello affidare a FAREMUTUA il ruolo di
strumento che fornisce opportunità per la cooperazione
sociale di realizzare consolidamento, sviluppo e innovazione imprenditoriale.
Il percorso di aggregazione e
fusione
Il prossimo 29 ottobre i presidenti di FAREMUTUA, Mutua Futura di Ravenna e Insieme Salute di Forlì firmeranno in sede notarile l’atto di fusione a FAREMUTUA.
Si porterà cosi a compimento la scelta strategica che Lega
coop E.R. ha perseguito, ovvero di realizzare le condizioni
per aggregare 4 mutue emiliano-romagnole in un unico
grande soggetto al fine di promuovere con maggiore forza
le finalità proprie delle società di mutuo soccorso e per
caratterizzare il nuovo soggetto nei livelli di servizio da
offrire ai propri soci (Mutua Più di Bologna è stata posta
in liquidazione lo scorso gennaio trasferendo i Piani Sanitari a FAREMUTUA).
Il “nuovo soggetto” aggregherà circa 15.000 persone, con-
105
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
sentirà lo sviluppo di un grande potenziale di conoscenze
e competenze e di migliorare gli indicatori di efficienza
ed efficacia.
Ci auguriamo di essere i precursori di prossimi e
ravvicinati percorsi di ulteriori aggregazioni per
costituire un unico e grande soggetto mutualistico
in E.R. che da subito assumerebbe una dimensione nazionale e rappresenterebbe il riferimento per
l’insieme del movimento aderente a Lega coop
Coop Consumo e Faremutua
La cooperazione di consumo, dopo la scelta di contribuire alla costituzione della mutua, ha avviato un percorso
di lavoro che, in coerenza con la scelta strategica di un
nuovo mutualismo, vuole produrre un riposizionamento
e cambiamento organizzativo e imprenditoriale per corrispondere concretamente ai bisogni dei soci e delle loro
famiglie; un cambiamento che, nel corpo dell’organizzazione dovrà incidere anche sull’approccio culturale dei
dipendenti per orientare tutti nell’innovare il rapporto e
le relazione con il socio.
La fase di sperimentazione di proposta di vendita di Piani Sanitari ai soci di ADR, CCNE, Reno (coinvolti 54 PV)
svolta nelle scorse settimane ha prodotto risultati soddisfacenti che consentono l’estensione della iniziativa a
partire dal prossimo novembre; i prodotti per i soci coop
da FAREMUTUA avranno in Unisalute con la sua importante rete di strutture e specialisti il soggetto erogatore
delle prestazioni.
L’obiettivo comune delle 3 coop è quello di realizzare una offerta esclusiva riservata ai soci coop e
che ciò sia espressione di una offerta di prodotto
che rappresenti le eccellenze dei soggetti cooperativi coinvolti.
Convenienza, trasparenza, qualità, affidabilità,
semplicità, esclusività, dovranno essere gli elementi
chiave dell’offerta che potrà poggiare su una leva strategica – la rete di vendita con circa 80 strutture di Coop
Adriatica, Coop Consumatori Nord Est, Coop Reno - nel
rapporto con le persone
Sono stati individuati 3 piani sanitari (nella logica di servizi integrati con il Ssn):
• Basic da 10 euro; Medium da 110 euro;Plus da
210 euro anche per famigliari.
Altro obiettivo strategico del progetto è quello di
sperimentare nuove forme di partecipazione dei
soci nella logica della cittadinanza attiva e per realizzare un circolo virtuoso di individuazione della
domanda utile alla definizione di una coerente offerta da un punto di vista cooperativo.
Riflessioni conclusive
La nostra regione è stata portatrice di un modello di governo che ha prodotto e coniugato in ambito WELFARE innovazione ed efficacia nelle risposte ai bisogni dei cittadini.
Tuttavia la lunga crisi in Italia ed in Europa evidenzia
l’insorgere di nuovi bisogni delle persone e la crescente e
oramai strutturale difficoltà del pubblico a dare risposte
adeguate a tali bisogni.
Occorre quindi che gli attori del governo delle amministrazioni pubbliche divengano promotori di un percorso
progettuale in grado di individuare i soggetti mutualistici, cooperativi e privati, disponibili ed interessati ad
interloquire con il pubblico che diventa soggetto programmatore e garante degli standards di qualità delle
prestazioni sanitarie ed assistenziali creando una virtuosa sinergia fra pubblico e privato.
Mettere al centro la PERSONA nelle scelte di governo e
nell’agire imprenditoriale e delle mission dei soggetti inseriti in tale percorso potrà consentire l’affermarsi di un rinnovato modello di welfare che contribuirà a rafforzare il
tasso di coesione sociale nei territori emiliano-romagnoli
106
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
Un territorio e la solidarietà mutualistica
di Gerardo Bianchi (direttore SMA)
SMA è una Società di Mutuo Soccorso costituitasi a Modena nel 1948 per offrire all’imprenditore artigiano e
commerciale assistenze economiche a fronte dell’insorgere di malattie ed infortuni, assistenze non garantite a
suo tempo dal sistema sanitario pubblico.
Sma ha sviluppato e sviluppa dalla sua costituzione una
propria autonoma e caratteristica progettualità mutualistica strettamente collegata al territorio, le cui radici
fondanti trovano nei rapporti con CNA Modena, Confesercenti Modena e Lega Coop Modena un costante stimolo allo sviluppo e al suo progredire.
Nel mutare poi successivo degli anni, SMA ha progressivamente aperto il suo essere Società di Mutuo Soccorso
anche al cittadino non imprenditore ed alla sua famiglia
nonché ha ampliato la sua presenza su altri territori della
Regione.
SMA aderisce alla FIMIV – la Federazione della Mutualità
Volontaria di Lega Coop e partecipa alla attività del Consorzio Mu.Sa., il Consorzio costituito tra le diverse Mutue
sanitarie che operano sull’intero territorio nazionale.
Per entrare nel tema dell’odierna iniziativa, vorrei soffermarmi su due aspetti che hanno caratterizzato ultimamente l’attività di SMA e ciò sempre operando in stretta
relazione con il Sistema Cooperativo.
Il primo aspetto riguarda l’attività svolta a seguito della Convenzione siglata dal Consorzio Mu.Sa. nel corso del
2011 a livello nazionale con Coop Italia, realizzata al fine
di fornire assistenze sanitarie integrative a favore dei soci.
In forza di tale convenzione, SMA unitamente ad altre
Mutue sanitarie presenti sull’intero territorio nazionale
gestiscono tali coperture.
SMA dal 2011 finalizza con Coop Estense e per i territori
di Modena e Ferrara tale rapporto.
Ricordo che in forza di tale Convenzione sono previste tre
tipologie di Assistenze tutte ad adesione volontaria.
La prima riferita al solo accesso agevolato alla rete dei
Centri convenzionati nonché ai servizi di emergenza resi
da IMA Assistance (Piano A).
La seconda diretta al rimborso dei ticket ed alla erogazione di un sussidio in caso di ricovero (Piano B), la terza
diretta alla sola odontoiatria (Piano C) e gestite direttamente dalle singole Mutue aderenti al Consorzio.
Dal 1° gennaio 2014 poi ad integrazione di quanto convenuto a livello nazionale, è attiva per i soli Soci di Coop
Estense un’Assistenza socio sanitaria (Piano D), diretta
al rimborso delle spese sostenute sia a fronte dell’utilizzo
del sistema sanitario privato che del sistema sanitario
pubblico.
L’analisi di questa collaborazione sviluppata con Coop
Estense segnala e conferma alcuni elementi di riflessione
che ritengo debbano essere attentamente valutati.
La crisi economica sta riducendo e ridurrà drasticamente
le disponibilità economiche delle famiglie e contemporaneamente ha intaccato ed intaccherà anche la loro capacità di risparmio.
Tutto ciò porta a che le scelte di spesa siano orientate
nel privilegiare i consumi essenziali o quelli tipici di una
società tecnologicamente avanzata.
La stessa cura della salute è messa in secondo piano, ovvero vi si ricorre quando è indifferibile la necessità, altrimenti si rinvia ad altro tempo ed ad altre condizioni.
A fronte di tali scelte, il generale principio mutualistico
di reciproco aiuto tra persone interessate a dare risposte
a bisogni e necessità comuni, è intaccato nel suo significato sociale e progressivamente perde quel forte ed im-
107
Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
portante significato di vantaggio sia per il cittadino che
per le famiglie.
SMA ha avuto quindi la possibilità di confrontarsi ed interagire con il mondo della Cooperazione.
Si è passati quindi progressivamente da un valore mutualistico solidale e collettivo ad uno prettamente individualistico.
Da questo confronto aperto e collaborativo, nasce una
esperienza ed alcune riflessioni che ritengo opportuno
condividere in questa sede.
A fronte di un costo certo per l’adesione alla Mutua, si
preferisce rischiare di dover poi spendere per affrontare il
controllo e la tutela della propria salute.
L’integrazione mutualistico – cooperativa, indirizzo sancito e fatto proprio dall’ 11 Congresso Nazionale di FIMIV,
è e deve rappresentare sempre più un percorso importante ed essenziale, un percorso che deve essere improntato
ad una seria e sempre più fattiva collaborazione
È purtroppo un cambiamento che caratterizza questo
attuale contesto sociale che preferisce l’azzardo dell’imponderabile alla sicurezza di una tutela economica di una
Mutua sanitaria.
Il secondo aspetto su cui vorrei soffermarmi riguarda
quanto invece realizzato negli ultimi anni, dove l’attività
di SMA si è diversamente articolata nelle proprie strategie riposizionando il proprio obiettivo mutualistico aggregando alla storica adesione individuale, anche quella
di carattere collettivo.
Ciò si è realizzato acquisendo, gestendo ed assumendo
a proprio ed esclusivo rischio Fondi Sanitari integrativi
aziendali rivolti al personale dipendente.
SMA ha operato in questa direzione anche e soprattutto
in stretta collaborazione e sintonia con Lega Coop Modena a cui va, anche in questa sede, il mio ringraziamento, che ha assicurato il proprio sostegno ed indirizzo al
territorio nel rapporto con il mondo della Cooperazione
Sociale.
Pur sviluppando la propria attività su Fondi chiusi contrattuali, SMA ha mantenuto integri i valori tipici e caratteristici dalla mutualità volontaria ovvero:
• Sviluppare una attività senza scopo di lucro.
• Garantire un sistema flessibile di protezioni e tutele
per realizzare un efficace benessere del socio e favorire la coesione sociale attraverso l’utilizzo di risorse
economiche che sono costituite esclusivamente dai
contributi versati dai soci.
• Allargare le coperture e le assistenze a tutti i componenti della famiglia.
• Possibilità del permane iscritto come socio anche successivamente il termine della attività lavorativa.
• Offrire una integrazione ai servizi socio - sanitari erogati da Stato, Regioni, Enti locali.
• Applicare il principio della ripartizione del danno e
non quello del trasferimento del rischio.
Alla base di tale integrazione deve trovare spazio il concetto della salute intesa nel senso più generale come lo
stato di benessere della persona.
Un bene quindi da conseguire sia collettivamente che individualmente, con strumenti non sempre e non solo di
tipo sanitario.
Mutue e mondo della Cooperazione devono impegnarsi a
progettare e condividere insieme nuove modalità per erogare prestazioni e servizi dedicati alla cura delle persone,
facendosi carico della complessità dei bisogni, ottimizzando l’impiego delle risorse e mettendo a valore il ruolo
dell’utenza aggregata.
Alle Mutue può essere assegnato il compito di mettere in
atto strategie di coinvolgimento della comunità.
Alle Cooperative sociali il ruolo di fornitori delle prestazioni e dei servizi erogati.
Una domanda però nasce
spontanea?
Le Cooperative sociali sono pronte a diversificare i propri servizi muovendo la propria attività equamente tra la gestione
collettiva ed il bisogno del benessere della singola persona?
Pongo questo interrogativo in quanto l’esperienza maturata nel cercare di mettere in rete i servizi delle Cooperative sociale ha cozzato con una sorta di difficoltà
a trovare soluzioni appropriate e flessibili per il singolo
individuo e/o per la famiglia.
Va quindi ripensato anche questo aspetto.
È importante, se non essenziale in quanto:
• La società sarà sempre più composta da nuclei famigliari ristretti che non potranno in prima persona garantire l’assistenza in proprio.
• Il servizio pubblico garantirà la sola prestazione essenziale restringendone sempre più i tempi ed i conseguenti costi a suo carico.
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
• Il livelli reddituali ed i risparmi che le famiglie conseguiranno nei prossimi anni non potranno più garantire l’appoggio economico a fronte del decentramento
della assistenza in strutture residenziali o semi residenziali.
Si tratta pertanto di ripensare ed innovare il processo
socio - sanitario assistenziale, sviluppando, ove possibile territorialmente, reti di offerta di servizi integrandoli
sempre più, e ciò all’interno di un nuovo progetto anche
imprenditoriale che possa coinvolgere equamente sia il
mondo no profit che quello profit.
Si tratta di ripensare al un processo flessibile, elastico
e che riesca ad anticipare, ove possibile, i cambiamenti
progressivi di una società i cui tempi di involuzione ed
evoluzione saranno sempre più rapidi.
Un’ultima riflessione.
Ho avuto difficoltà a trovare Cooperative sociali che offrano servizi sanitari domiciliari ad esempio riabilitazione o
assistenza infermieristica.
Se si pensa e si vuole integrare i servizi offerti dalle Cooperative sociali, anche questo è uno spazio da coprire perché l’assistenza ha un solo denominatore comune ovvero
il benessere della persona.
Esperienze importanti già realizzate esistono su Reggio
Emilia vedi il Servizio Pronto Serenità, progetto ideato
dalla Fondazione Easy Care, servizio già riproposto in altre realtà territoriali con buon risultato e soddisfazione.
Integrare, implementare, evolvere, ripensare e innovare
i servizi offerti alla collettività non devono essere solo
parole di uno slogan, ma espressioni di volontà e di concretezza.
Solo così si potranno dare nuove risposte ad una società
che sempre più avrà nuovi bisogni e nuove necessità.
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
Quando il sistema mutualistico integra e sostiene il
sistema di offerta della cooperazione sociale:
Mutua Nuova Sanità e Fondazione Easy Care
di Guido Saccardi (Vice Presidente Mutua Nuova Sanità)
Mutua Nuova Sanità si costituisce a Reggio Emilia nel
1996 per iniziativa del movimento cooperativo reggiano
e con l’adesione di un numero importante di cooperative. Ad oggi nel Consiglio di Amministrazione di Mutua
Nuova Sanità sono rappresentate Coopselios, Coopservice, CIR-Food, Coopsette, Cantine Riunite e BCC-Credito
Cooperativo Reggiano.
È una Mutua intercategoriale, non corporativa ma solidaristica, no-profit, pensata e progettata a tutela dei cittadini.
Intende rappresentare una mutualità volontaria, attiva e
protagonista del welfare di comunità, soggetto che dialoga e collabora con il Servizio Sanitario Pubblico per offrire
servizi integrativi (non sostitutivi) di previdenza sanitaria a
lavoratori dipendenti, autonomi, pensionati, e loro familiari:
come tutte le società di mutuo soccorso può permettere agli
associati la possibilità di acquistare beni o di usufruire di
servizi a costi calmierati grazie alla diffusa rete di convenzioni di cui si è negli anni dotata sul territorio nazionale.
A Mutua Nuova Sanità, regolarmente iscritta all’anagrafe
dei Fondi Sanitari, aderiscono ad oggi circa 30.000 nuclei
famigliari pari a 95.000 associati, dati quantitativi che la
collocano al secondo posto nella graduatoria nazionale
delle mutue sanitarie.
Gli associati sono organizzati prevalentemente in “gruppi
omogenei” che costituiscono le Sezioni-soci: cooperative,
aziende private, associazioni di persone (di promozione
sociale, sportive, ricreative, volontarie, …) ed organizzazioni categoriali e professionali (associazioni imprenditoriali, organizzazioni sindacali, patronati di assistenza,
enti di promozione sportiva, ecc.).
L’esperienza maturata da Mutua Nuova Sanità in oltre
20 anni d’attività, con la continua ricerca di innovazioni
e il continuo sviluppo, le consentono la progettazione di
nuove soluzioni nell’importante settore della mutualità
sanitaria integrativa.
Mutua Nuova Sanità realizza i propri programmi di assistenza sanitaria, integrativa del Servizio Pubblico, e
socio-assistenziale fornendo agli associati un’ampia e
puntuale informazione, con la collaborazione delle Sezioni-soci, attraverso strumenti tradizionali (periodici
aziendali, newsletter, riunioni, ecc.) e digitali come il sito
internet (www.mutuanuovasanita.it), nel quale sono a
disposizione, solo per i soci, numerosi dati quali i riferimenti delle strutture convenzionate, con tariffe dichiarate e scontistica applicata, delle convenzioni attive con
550 Centri Sanitari, con i 5.000 medici specialisti e con le
maggiori compagnie d’assicurazione.
La struttura organizzativa di Mutua Nuova Sanità è
estremamente flessibile e con costi generali ridotti all’osso: ciò grazie alla stretta collaborazione con le oltre 104
Sezioni-soci (aziende e/o enti e associazioni) dislocate in
Emilia-Romagna ed in altre regioni, prevalentemente del
Centro-Nord, articolazione organizzativa che consente un
notevole contenimento dei costi operativi ma anche un
maggior contatto con le comunità territoriali.
Innovativa sia nello Statuto, che nella tipologia organizzativa, fin dalla costituzione, Mutua Nuova Sanità ha dimostrato di avere l’esperienza e la forza di coniugare il
potere contrattuale, derivante da un alto numero di associati, con la possibilità di fornire programmi di assistenza
differenziati e personalizzati. Mutua si pone come un pilastro del welfare territoriale, che parte dalla base, dalle
piccole comunità, dalle iniziative di gruppi organizzati
come aziende ed enti, per contribuire alla soluzione di bisogni concreti, rinsaldando anche quei legami sociali così
preziosi, attualmente, fra le persone. La consapevolezza
di poter fruire di un servizio sanitario integrativo di quello pubblico crea un vivo interesse e un senso di responsabilità che stimola gli associati alla collaborazione e non
ad un rapporto prevalente burocratico con la mutua.
Mutua Nuova Sanità aderisce a FIMIV, progetta e gestisce
piani sanitari con Unisalute, Reale Mutua e dal 2009 ha stipulato una convenzione con Fondazione Easy Care (www.
easy-care.it), fondazione di cui è diventata anche socia.
Fondazione Easy Care nasce nel 2007 a Reggio Emilia
con soci fondatori promotori Coopselios, Consorzio 45 e
TBS Group, per tutelare e promuovere i principi e valori di
solidarietà e innovazione sociale nell’ambito dei settori
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
dell’assistenza, cura, educazione, istruzione e ricreazione dei soggetti fragili con particolare rilievo alle persone
anziane.
Alla Fondazione ad oggi aderiscono diverse realtà nazionali e consorzi della cooperazione sociale e dei servizi,
importanti player nazionali e multinazionali che operano
come fornitori di prodotti e servizi per la LTC, associazioni e istituti di ricerca.
La Fondazione promuove i valori costitutivi dei moderni
sistemi di welfare e studia, grazie ad un Comitato Scientifico di assoluto livello e preparazione, modelli di welfare
per famiglie, aziende, enti pubblici. Easy Care è ideatrice
del modello Prontoserenità (www.prontoserenita.net), un
sistema integrato di servizi alla persona per il benessere
della famiglia e della persona fragile.
I principi fondanti della Fondazione sono:
1 - affermazione e promozione dei principi di sussidiarietà,
libera scelta, mutuo-aiuto, auto-aiuto e anzianità attiva,
universalità a protezione variabile, prevenzione e responsabilità personale dei comportamenti sociali;
2 - elaborazione e promozione di modelli integrati di
welfare locale (informazione, orientamento ed erogazione).
1) Sportello famiglie
È uno sportello informativo (portale internet + call center) sulle novità del “mondo anziani” e sulla presenza di
servizi presenti nell’ambito territoriale del distretto e
sulle iniziative di anzianità attiva avviate sul territorio.
A richiesta, e tramite sportello fisico, orienta la famiglia
nella scelta della più opportuna configurazione di servizi disponibili sul territorio in considerazione del profilo
socio-sanitario. In tale servizio si colloca anche la possibilità di godere, attraverso la sezione soci della Fondazione Easy Care, di prestazioni di consulto medico, guardia
medica privata a domicilio, rimborso dei ticket sanitari,
prestazioni di riabilitazione domiciliare, ecc.
2) Sostegno alla domiciliarità.
In tale area di attività si collocano i seguenti servizi:
a. supporto alla autoformazione del familiare Caregiver
o delle assistenti familiari di unità didattiche finalizzate alla cura (igiene, mobilizzazione, alimentazione,
idratazione, ecc.);
b. supporto al reperimento di assistenti familiari formate e somministrate tramite agenzia per il lavoro;
c. telesoccorso, teleassistenza, telecontrollo, telemonitoraggio;
d. supporto alla individuazione di soluzioni per la domotica;
e. assistenza domiciliare integrata privata.
La presenza di Fimiv, nella compagine della Fondazione
con il Consorzio Mu.Sa., come soggetto mutualistico di riferimento nazionale valorizza il ruolo di Fondazione Easy
Care come soggetto protagonista di un reale welfare comunitario e territoriale.
Il Network socio-sanitario di Fondazione Easy Care:
a) si rivolge all’Ente Pubblico: fornisce al decisore pubblico un sistema unitario in grado di integrare l’offerta
(pubblica, profit e no-profit) esistente su un territorio
e, sulla base del profilo socio-sanitario assegnato dai
Servizi Pubblici, individuare e proporre moduli di servizi innovativi, personalizzati sotto l’aspetto del bisogno e più sostenibili sotto l’aspetto delle risorse necessarie.
b) si rivolge alle Persone Anziane e loro Famiglie: fornisce al cliente-consumatore un servizio di informazione, presa in carico, orientamento ed erogazione di
soluzioni integrate di servizio personalizzate.
c) si rivolge al “mercato organizzato”: fornisce al cliente professionale (Casse Pensionistiche, Assicurazioni,
Mutue Assicuratrici, Circuiti di Offerta) un servizio di
informazione, presa in carico, orientamento ed erogazione di soluzioni integrate di servizio personalizzate.
I servizi offerti dal network (per la massima parte
forniti dalle cooperative sociali aderenti) si caratterizzano per una estrema eterogeneità e flessibilità nella
combinazione proposta.
Si prevedono diversi profili di servizio base al quale aggiungere le personalizzazioni più appropriate alla condizione assistenziale, familiare, abitativa ed economica.
Infine una numerosa serie di servizi a chiamata rispondono a situazioni di effettivo bisogno.
3) Sostegno alla famiglia
In tale area di attività si collocano i seguenti servizi:
a) ricoveri programmati di sollievo;
b) supporto alla dimissione ospedaliera programmata;
c) accoglienza presso nuclei orientati in strutture residenziali.
I clienti di Prontoserenità possono godere di:
- agevolazioni tariffarie;
- prelazione sulle liste di attesa;
- finanziamento al consumo della spesa.
Funzionamento Operativo
- Card personalizzata per l’accesso al network dotata
delle più recenti tecnologie digitali.
- Sportelli di orientamento: punto informativo destinato a famiglie e anziani per orientarsi all’interno della
rete dei servizi socio - sanitari territoriali e per favorire l’incontro tra cittadini e Istituzioni.
- Sito internet e piattaforme informatiche: sito web
www.easy-care.it e www.prontoserenita.it contenenti
servizi, link e contatti che permette agli associati di
verificare in tempo reale i servizi attivi sulla propria
card e richiederne di ulteriori.
- Call center attivo 24 ore su 24.
- Numero verde informativo e di orientamento.
- Newsletter on line.
Il piano di sanità integrativa che Mutua Nuova Sanità ha
studiato e propone per il CCNL della cooperazione sociale
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Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna
Capitolo 3
prevede l’erogazione dei servizi socio assistenziali proposti
dalle stesse cooperative sociali che aderiscono al network
Prontoserenità in tutto il territorio nazionale: ciò consente
alla cooperative sociali, anche le più piccole dimensionalmente, di poter erogare servizi aggiuntivi, e quindi aumentare l’occupabilità ed il lavoro professionalmente qualificato dei propri soci, alle famiglie nei diversi territori.
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