RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA Una prima sintesi XI Congresso Regionale Bologna, 26 Novembre 2014 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Una prima sintesi Ringraziamenti Legacoop dell’Emilia-Romagna ringrazia gli autori di questo “Rapporto” per la grande disponibilità dimostrata anche in situazioni di lavoro non sempre facili. In particolare Aldo Perrella, che ha messo a disposizione una decennale conoscenza e comprensione del fenomeno cooperativo nel nostro paese e non solo in Emilia-Romagna e Guido Caselli che, oltre a produrre uno dei contributi più suggestivi e complessi, ha messo a disposizione la sua competenza e le sue risorse. Ringrazia la Società Energee3 di Reggio Emilia e il suo presidente Armando Sternieri, per aver messo a disposizione i dati sulla situazione ICT in Emilia-Romagna. Ringrazia Marco Bulgarelli, Direttore Generale di Cooperare per aver consentito l’utilizzo di dati e riflessioni. Ringrazia Marco Cottignoli, di PricewaterhouseCoopers, per il supporto e per l’elaborazione grafica e statistica di alcuni materiali. Gli autori Tito Menzani, docente a contratto Università di Bologna CAIRE, Cooperativa Ingegneri ed Architetti di Reggio Emilia, coordinamento di Giampiero Lupatelli Aldo Perrella, Responsabile Ufficio certificazioni e centrale bilanci Legacoop nazionale Guido Caselli, Direttore Ufficio Studi Unioncamere Emilia-Romagna Mario Ricciardi, professore ordinario Università Bologna Mauro Iengo, responsabile Servizio Legale Legacoop nazionale Carlo Marignani, responsabile servizio Relazioni Sindacali Legacoop nazionale INTRODUZIONE Chiavi di lettura per il “Rapporto” A ll’inizio del suo contributo a questo “Rapporto”, Aldo Perrella sostiene che: “Dalla sua ricostituzione nel 1945 il movimento cooperativo aderente a Legacoop Emilia-Romagna ha visto una costante e persistente crescita di indicatori economico-patrimoniali e di dati socio-occupazionali, che non ha subito flessione alcuna neppure nelle fasi critiche quali quella del 92-93, nota come gli anni di Tangentopoli. Questo lungo e costante trend positivo, che faceva pensare a una formula proiettata all’infinito, si è viceversa bruscamente interrotto dopo gli eventi del 15 settembre 2008, con quella che ormai tutti gli analisti definiscono come la più disastrosa bancarotta della storia dell’umanità: la Lehman Brothers.” Ciò che è condivisibile in questa affermazione, aldilà dei dettagli, è la necessità di una presa di consapevolezza, in gran parte acquisita, della crucialità della fase di passaggio in cui ci troviamo, e la consapevolezza del fatto che la cooperazione gioca la sua partita in una dimensione storica molto lunga. Prendere sul serio la crisi, l’interruzione di un trend durato oltre sessant’anni, significa mettere al centro della riflessione delle cooperatrici e dei cooperatori dell’Emilia-Romagna, e non solo, quello che nel nostro Congresso chiamiamo il riposizionamento delle cooperative. Significa assumere fino in fondo la necessità dell’innovazione e del cambiamento, nella consapevolezza di una responsabilità nei confronti dei territori di insediamento, responsabilità che rappresenta un legame originario anche quando le nostre cooperative si proiettano ben oltre il territorio di origine. È per questo che un progetto di riposizionamento delle cooperative non ha a che fare solo con le dinamiche dei mercati, dei business, ma deve essere attento all’intreccio tra bisogni del territorio e delle persone che lo abitano, esigenze imprenditoriali e proposta mutualistica: questo è il Progetto Cooperativo, portatore di un complesso fondante di valori che ne costituiscono l’identità, distinta da quella di altri soggetti imprenditoriali (le imprese di altro tipo) e del sociale (il volontariato, il no profit). Distinta ma non separata, alla ricerca, anzi, di alleanze e collaborazioni in vista del raggiungimento di obiettivi comuni di sviluppo economico e civile. La “lunga cavalcata” di cui parla Perrella, a vederla bene, ha al suo interno dei momenti cruciali di svolta, da un lato, di criticità, dall’altro. Proprio per le sue caratteristiche complesse, sempre in bilico tra economia, socialità e partecipazione democratica, tra economia e società, la cooperativa ha la necessità di non rinunciare mai, tanto nella crescita quanto nelle crisi, a riflettere su se stessa e sulla qualità della propria identità, sulla tensione essenziale tra “performance imprenditoriali e finalità sociali”, tensione che ha nel socio e nella sua attiva partecipazione il fulcro essenziale. Il rischio della “demutualizzazione” è un rischio sempre presente per le cooperative, il rischio della omologazione, della perdita della sua capacità di mettere a frutto i suoi veri e specifici talenti. 3 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna introduzione Perrella ha efficacemente sintetizzato in una immagine questa dinamica della cooperativa: Il rischio della “demutualizzazione” Siamo quindi di fronte alle necessità di riposizionamento di un soggetto economico e sociale assai complesso che ha un intreccio peculiare con il territorio regionale e la sua storia. È per questo che con questo “Rapporto” abbiamo cercato di offrire materiali per la discussione - non solo congressuale - che, provenendo da diversi settori delle scienze sociali e della ricerca, offrissero un quadro il più articolato possibile dell’attuale situazione, delle potenzialità del sistema delle cooperative e dello scambio con i territori nei quali sono insediate. Abbiamo voluto offrire strumenti nuovi e originali per avviare una riflessione strategica che, ben oltre il Congresso, dovrà svilupparsi nei prossimi mesi e anni, in un continuo dialogo con gli altri soggetti sociali, economici e istituzionali, alla ricerca di un nuovo equilibrio virtuoso per la nostra regione e per il nostro Paese. Abbiamo voluto ribadire l’utilità e la necessità di tornare a fare sistematicamente ricorso al meglio della ricerca sociale in regione e nel nostro Paese. Per questo uno degli obiettivi proposto al Congresso è quello di organizzare, in collaborazione con Unioncamere regionale, un Osservatorio sulla cooperazione che sia sede di ricerca e sviluppo del movimento cooperativo e abbia l’ambizione di mettersi al servizio della costruzione delle strategie delle cooperative stesse e dei settori: in epoca di big data, l’Osservatorio può aiutare le imprese ad elaborare interpretazioni più sofisticate e a recuperare e, soprattutto, organizzare e utilizzare, dati e riflessioni ormai largamente a disposizione sulla Rete e non solo. 4 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna introduzione Quello che viene proposto con questa prima sintesi del Rapporto è solo una parte dei materiali che sono stati elaborati e che sono in via di pubblicazione i quali forniranno la base per ulteriori approfondimenti che saranno organizzati dopo il Congresso, con l’obiettivo di fornire occasioni di studio e di approfondimento, a supporto della nuova elaborazione strategica delle cooperative. In questa prima sintesi è stata messa a disposizione tutta l’introduzione, affidata a uno storico, Tito Menzani, che fa risaltare alcune criticità ancora oggi presenti nel dibattito politico e ideologico delle cooperative (centralità dell’impresa, rischi di demutualizzazione, rapporto con la politica, ecc.) e offre un quadro sintetico sull’evoluzione della cooperazione in Italia suddividendo la presenza per regioni, dal dopoguerra ad oggi, offrendo dati per la prima volta proposti a questo livello di disaggregazione. Viene inoltre pubblicato, in forma del tutto parziale, un decimo circa, un contributo della Cooperativa Architetti ed Ingegneri di Reggio Emilia, da lungo tempo protagonista degli studi e delle attività di pianificazione territoriale ed economica a livello nazionale, che esplcita in modo innovativo il rapporto tra cooperazione e territorio, descrivendone la “geografia” indicando anche le peculiari possibilità di innovazione territoriale: alcuni esempi sono di notevole interesse, dall’Housing sociale, alle questioni energetiche, al nuovo ruolo economico delle campagne, alla manutenzione territoriale, tutti ambiti nei quali la cooperazione si intreccia fortemente con i bisogni del territorio. Il lettore attento potrà intrecciare queste considerazioni e proposte con quelle, assai organiche e inserite in una lettura complessiva delle dinamiche regionali, presenti nel contributo di Guido Caselli, : “La cooperazione tra il “non più” e il “non ancora””, che verrà pubblicato quanto prima. La riflessione sull’innovazione possibile e necessaria passa attraverso tutti i contributi, in particolare quelli di Silvano Bertini, di CAIRE, di Caselli, di Pricewaterhouse, autorevole società di consulenza alla quale abbiamo chiesto di affiancarci per una riflessione strategica su una delle necessarie innovazioni dei prossimi mesi: l’aggancio con la rivoluzione delle scienze dell’informazione dell’ICT. Temi decisivi emergono: assai interessante la proposta di Bertini di vedere la cooperazione come un possibile soggetto endogeno che si affianchi alla vitalità della tradizionale PMI emiliana e all’intervento ormai massiccio delle finanziarie internazionali; la questione del welfare che ha nel saggio di Caselli un approfondimento assai importante e si collega con gli interventi contenuti in un opuscolo, collegato al rapporto, sul Welfare del futuro, in particolare con l’intervento del prof. Francesco Longo, assai stimolante e provocatorio, rispetto al ruolo che la cooperazione sociale, le mutue e le assicurazioni dovranno giocare per fornire servizi adeguati a una domanda delle famiglie e dei singoli (basti pensare alle non autosufficienze) in continuo aumento, ben oltre le possibilità (calanti) del pubblico di fornire risposte adeguate. Sino a porre il tema di un possibile “nuovo universalismo”. Tutti questi materiali saranno messi a disposizione quanto prima sia sui siti di Legacoop, sia in apposite occasioni di riflessione e di ricerca che organizzeremo in collaborazione con le imprese e con le Leghe territoriali. 5 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna introduzione In questa prima sintesi, in particolare nei saggi di Perrella, CAIRE e Caselli, sarà possibile trovare una fotografia dinamica della presenza della cooperazione e delle sue performance nei vari settori, con una notevole ricchezza di informazioni. In particolare, nel contributo di Perrella viene utilizzato anche un indicatore complesso di performance delle imprese (“uno schema di allerta denominato RCA: Ricognizione Criticità Aziendali”)che consente di leggere le criticità delle singole cooperative e indicare la direzione dell’intervento necessario. Questa strumentazione sarà importante per il lavoro di monitoraggio sulle possibili crisi e debolezze delle cooperative che Legacoop regionale intende realizzare per il prossimo mandato, con lo scopo di supportare i gruppi dirigenti nel loro lavoro di tempestivo e trasparente contrasto alle situazioni di crisi. I lettori di questo rapporto troveranno anche materiali aggiornatissimi su un intreccio di questioni decisive per le cooperative, quello tra Governance, Partecipazione e Relazioni sindacali: i contributi di Mario Ricciardi, Mauro Iengo e Carlo Marignani sono il frutto di un confronto seminariale organizzato in collaborazione tra Legacoop regionale e nazionale. Questi temi sono cruciali al pari della riflessione strategica sul riposizionamento e sul rapporto con il territorio: senza un equilibrato funzionamento della governance, senza un equilibrio tra democrazia ed economia non esiste la cooperativa, si rischia la deriva verso altri modelli e altri valori, che fanno venir meno la nostra distintività. Infine, vengono messi a disposizione (eccetto il saggio del prof. Francesco Longo, che verrà pubblicato successivamente) i materiali, a cura di Alberto Alberani, di una iniziativa organizzata da Legacoop regionale prima del Congresso, per affrontare un tema cruciale per una nuova presenza strategica nel campo del Welfare e dei servizi per le persone: quello delle Mutue, del loro rinnovamento e del loro sviluppo, a partire dal rafforzamento della nuova Mutua Regionale. In questo modo abbiamo voluto ribadire la necessità di legare la ricerca sociale e scientifica sulla cooperazione con gli interventi di rinnovamento e di riposizionamento, che, anche con il lavoro di analisi e di sperimentazione dei prossimi mesi, possa produrre una nuova sintesi efficace che rilanci la presenza vitale della cooperazione e delle cooperative nella nostra regione, come strumento decisivo per dare una risposta adeguata alla crisi. 6 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna introduzione Indice dei contenuti capitolo I 9 La storia recente e la lunga durata della presenza cooperativa in Emilia-Romagna Gli snodi della storia recente di Legacoop (1974-2014), di Tito Menzani La geografia della cooperazione, a cura di CAIRE Partire dai numeri, di Guido Caselli Le cooperative di Legacoop e la crisi, di Aldo Perrella 11 37 41 49 capitolo II 61 Identità cooperativa alla prova della crisi: Governance, partecipazione e Relazioni sindacali I risultati della ricerca su partecipazione dei soci e dei lavoratori e relazioni industriali: primi risultati, di Mario Ricciardi Per una nuova centralità della Governance cooperativa: proposte ed approfondimenti in corso, di Mauro Iengo Le relazioni industriali alla prova della crisi: problemi aperti, di Carlo Marignani Allegato: Le linee Guida per la Governance, 2008 79 83 89 capitolo III 99 Lavorare per il nuovo Welfare: la Mutua regionale Interventi a cura di Alberto Alberani 7 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 63 101 Capitolo 1 La storia recente e la lunga durata della presenza cooperativa in Emilia-Romagna Gli snodi della storia recente di Legacoop (1974-2014) di Tito Menzani Il talento ti fa vincere una partita. Il lavoro di squadra ti fa vincere un campionato. Michael Jordan L gionale, in particolare per il ruolo nazionale che hanno avuto varie strutture o imprese cooperative di questo territorio. Di qui, dunque, la necessità di giocare sul duplice livello regionale/nazionale. Il lavoro è strutturato in due sezioni. La prima è un’agile ma puntuale trattazione dei principali momenti salienti della storia di Legacoop negli ultimi quattro decenni, in cui si spiegano alcuni episodi alla luce del contesto di riferimento, e se ne sottolinea l’importanza in prospettiva diacronica. La seconda sezione, invece, contiene un apparato statistico-quantitativo relativo alla cooperazione emiliano-romagnola nel secondo Novecento, costruito sulla base dei censimenti Istat. a storia del movimento cooperativo, in particolare della compagine che si riconosce in Legacoop, è stata particolarmente studiata e approfondita per le fasi comprese tra le origini ottocentesche e gli anni settanta. I decenni a noi più vicini sono stati considerati in alcuni studi, anche particolarmente curati e interessanti, ma sono rimasti più ai margini dell’interesse scientifico. In un certo senso, ciò è quasi fisiologico, dato che si sconfina dal campo della storia a quello della cronaca, con tutto quel che ne consegue in termini di rigore scientifico e metodo d’indagine. Ma è anche vero, che i decenni a noi più vicini sono quelli che hanno, per così dire, maggiormente lasciato il segno e inciso sullo stato dell’arte attuale. Se è innegabile che le scelte bracciantiliste di un secolo fa o l’articolo 45 della Costituzione italiana o il nuovo rapporto con i ceti medi negli anni del miracolo economico abbiano avuto importanti riflessi sulla cooperazione italiana, e che queste tracce continuino in parte a rinvenirsi nel movimento di oggi, a maggior ragione le vicende degli anni ottanta, novanta e duemila hanno profondamente influenzato la situazione attuale. Lo scopo di questo progetto è di ricapitolare alcuni momenti importanti, per analizzarli e contestualizzarli, e quindi proporli come spunti di riflessione. Si va dalla presidenza Galetti – uno dei più importanti innovatori del movimento – fino alle questioni recentissime, fra le quali la scelta del presidente di Legacoop per un incarico ministeriale, fatto mai avvenuto in precedenza. In un certo senso è come se si volesse utilizzare la storia, in questo caso quella recente, per ragionare di attualità, o ancora, per immaginare che tipo di futuro può avere il movimento cooperativo che si riconosce in Legacoop. Pur se il presente lavoro è stato pensato in vista del congresso di Legacoop Emilia-Romagna, si è ritenuto opportuno non confinarlo ad una dimensione strettamente re- 11 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Sezione prima La dimensione cronologica La presidenza Galetti (1974-1977) zi. Anche per questo, probabilmente, la figura di Galetti restò inchiodata a quell’evento, la cui ombra si proiettò anche sui precedenti e più felici trascorsi. Immeritatamente, la sua presidenza venne quasi obliata nella memoria pubblica e collettiva dei cooperatori, quando invece – a prescindere dalla questione Duina – rappresentò un grande momento di rilancio. La storiografia che si è occupata di impresa e movimento cooperativo è concorde nel considerare gli anni settanta un importante punto di svolta. Se durante il miracolo economico questo genere d’impresa aveva sofferto una certa stagnazione, nelle fasi successive, benché la congiuntura fosse peggiorata, si ebbe una crescita ad ampio spettro di tutto il movimento, che ci consegna oggi un tessuto imprenditoriale cooperativo solido e vivace. Molte innovazioni organizzative e tecnologiche furono realizzate autonomamente all’interno delle singole imprese, ma è anche vero che diversi input e numerosi sostegni – in termini di servizi e strutture – provennero dalle centrali cooperative. In particolare, la Lega nazionale delle cooperative visse una vera e propria rivoluzione nel corso degli anni settanta. Da struttura molto burocratica e subordinata ai partiti e ai sindacati, si trasformò in una organizzazione di rappresentanza più moderna e autonoma, in grado di meglio assistere le associate. Parte di questi meriti vanno sicuramente ascritti a Vincenzo Galetti (San Pietro in Casale, 8 marzo 1926 – Monte San Pietro, 2 giugno 1987) che tra l’aprile del 1974 e il dicembre del 1977 lavorò alacremente per rinnovare la Lega delle cooperative, in qualità di suo presidente. In quasi quattro anni, Galetti introdusse una serie di importanti novità, dalla campagna per il potenziamento del prestito sociale al rafforzamento degli strumenti finanziari, dalla costituzione dell’ufficio studi alla valorizzazione delle professionalità tecniche, solo per fare alcuni esempi tra i più noti. Anche se ad oggi manca uno studio specifico dedicato alla Lega nazionale delle cooperative negli anni settanta, è indubbio che in quegli anni la «cultura del fare» prevalse sulle dichiarazioni d’intenti; e diede buoni frutti. La presidenza di Galetti si concluse con le sue dimissioni a seguito del cosiddetto «affare Duina». Si trattò di un incidente di percorso, che però avrebbe procurato alla Lega delle cooperative un danno economico e alcuni imbaraz- La legge Pandolfi (1977) La legge n. 904 del 16 dicembre 1977, detta anche legge Pandolfi, incentivò il rafforzamento economico delle cooperative. Negli anni settanta, molte cooperative italiane avevano raggiunto dimensioni ragguardevoli, sia per effetto dell’aumento dei fatturati e quindi del volume di affari, che a seguito di fusioni fra compagini del medesimo settore che operavano in contesti territoriali contigui. In Parlamento e in altre sedi istituzionali si cominciò dunque a discutere di una nuova normativa che aiutasse ancor più le cooperative a dotarsi di un assetto patrimoniale adeguato. Si arrivò così alla legge Pandolfi – dal nome dell’allora ministro delle finanze – che escludeva dal reddito imponibile le riserve indivisibili e non distribuibili fra i soci. In un certo senso, quindi, il vantaggio fiscale delle cooperative diventava tanto maggiore quanto più queste decidevano di ridurre il ristorno e di destinare gli utili alla capitalizzazione. Inoltre, siccome il provvedimento era stato adottato dopo una lunga azione rivendicativa delle centrali cooperative, queste iniziarono una campagna comunicativa presso le associate perché tale opportunità trovasse la più amplia applicazione possibile. La legge Pandolfi, quindi, era un ottimo compromesso per lasciare una certa libertà ai consigli di amministrazione in fatto di destinazione dell’avanzo di gestione, ma per sollecitare e premiare i comportamenti ritenuti virtuosi, in cui il reinvestimento in cooperativa era massimo. Dunque, il processo di capitalizzazione veniva detassato, perché considerato un vantaggio collettivo, tanto più che 13 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Tab. 1 Dimensione media delle imprese italiane (numero di addetti per forma giuridica) 1951 1961 1971 1981 1991 2001 Cooperative 12,8 15,7 19,3 18,2 16,4 17,5 Società di capitali 59,2 83,6 71,4 37,6 22,1 14,3 Società di persone 9,4 11,2 10,0 6,0 4,6 3,7 Fonte: Rielaborazioni da Centro studi Legacoop, I mutamenti intervenuti nella cooperazione aderente a Legacoop durante il periodo 19802000, Roma, Centro studi Legacoop, 2004 Tab. 2 Addetti alle cooperative per classi di addetti: valori assoluti, percentuali e variazioni 1971 v.a. 1981 % v.a. 1991 % v.a. 2001 % v.a. % Var. 1971-2001 Var. 1971-2001 (totale imprese) 1-15 39.144 18,9 78.664 21,7 140.328 25,2 162.762 20,7 316% 77% 16-99 68.780 33,2 127.578 35,2 188.383 33,8 239.599 30,5 248% 50% 100-499 64.352 31,0 95.373 26,3 122.578 22,0 180.972 23,0 181% 19% 500+ 35.201 17,0 60.820 16,8 105.523 19,0 202.759 25,8 476% -11% Totale 207.477 100,0 362.435 100,0 556.812 100,0 786.092 100,0 279% 42% Fonte: Rielaborazioni da Ibid. Tab. 3 Addetti nelle cooperative sul totale degli occupati per classi di addetti: valori percentuali 1971 1981 1991 2001 1-15 0,8% 1,2% 1,8% 1,9% 16-99 3,4% 5,2% 6,8% 8,0% 100-499 4,5% 6,0% 8,2% 10,7% 500+ 1,2% 2,5% 4,1% 8,1% Fonte: Rielaborazioni da Ibid. 14 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 le riserve in cooperativa erano indivisibili. Il provvedimento ebbe il grande merito di irrobustire il carattere imprenditoriale delle cooperative, che nella grande dimensione potevano trovare spazi di manovra più consoni, senza che venisse colpita e snaturata la loro vocazione sociale, perché si confermavano sia il principio mutualistico che quello intergenerazionale. Di contro, nella vulgata comune, la legge Pandolfi ha finito con l’essere l’incipit della polemica secondo la quale le cooperative non pagano le tasse. Alcuni dati economici ci danno alcune importanti conferme Come si comprende dalle tab. 1, l’economia italiana del secondo Novecento è stata caratterizzata da una crescita dimensionale delle imprese fino a tutto il miracolo economico, cioè agli anni sessanta, dopo i quali si è avuta una netta inversione di tendenza, dovuta principalmente al boom delle piccole e medie imprese, al declino delle big corporation e ai processi di outsourcing. quelle con oltre 500 addetti si è fatto via via più elevato, le imprese profit-oriented hanno perso terreno proprio sul fronte della grande dimensione. Valutiamo, infine, l’incidenza degli addetti nelle cooperative sull’occupazione totale, sempre per l’arco di tempo 1971-2001 e per le medesime classi dimensionali. Nelle piccole imprese, gli occupati in cooperativa, passano dallo 0,8% all’1,9%, nelle imprese medio-piccole dal 3,4% all’8,0%, e nelle medie imprese dal 4,5% al 10,7%. La crescita più consistente, però, si registra nelle grandi imprese, dove si passa dal solo 1,2% addirittura all’8,1%. Il caso Duina (1977) Il 1977 fu uno degli anni di maggiore difficoltà per la Lega delle cooperative, che fu coinvolta nel cosiddetto «affare Duina», i cui esiti avrebbero a lungo condizionato il movimento. In pratica, la ditta di commercio di tubi Vittorio Duina, nella quale l’Iri era entrata in partecipazione in quanto creditrice di somme non saldate, aveva manifestato ulteriori difficoltà finanziarie, e da certi ambienti milanesi vicini al Pci e alla Lega delle cooperative si segnalò la possibilità di comprare la società o una parte di essa. Nell’ottobre del 1977, dopo alcune precedenti consultazioni, Vincenzo Galetti propose l’acquisto al Comitato di direzione della Lega, che però si dichiarò contrario. Tuttavia, forse sperando di avere un via libera in seguito, inviò una lettera alle banche creditrici nei confronti della Duina, nella quale dichiarò che la Lega stava per comprare il 30% della società, per cui chiedeva di mantenere aperti i canali di finanziamento. Tale missiva fu interpretata come «una lettera di patronage», mentre in realtà la Lega non avrebbe potuto compiere operazioni di acquisti societari, essendo un’associazione di rappresentanza e non un’impresa. Di qui, un lungo strascico giudiziario, che si sarebbe concluso negativamente per la centrale cooperativa, condannata ad un oneroso risarcimento. Vincenzo Galetti e Luciano Vigone, rispettivamente presidente e vicepresidente della Lega, si assunsero completamente le responsabilità della vicenda Duina e il 20 dicembre del 1977 rassegnarono le proprie dimissioni. La centrale cooperativa rischiava una forte destabilizzazione, per cui fu deciso di affidare la presidenza ad una figura di prestigio, in grado di limitare le spinte centrifughe e disgregative, e anzi di infondere nuove motivazioni ai cooperatori. I socialisti, poi, avevano invocato il principio dell’alternanza, per cui avrebbero voluto un presidente del proprio partito, dato che Galetti era comunista. Dopo una serie di concitate consultazioni, però, la scelta cadde su Valdo Magnani, che godeva della stima di molti, anche al di fuori del Pci, e che sessantacinquenne accettò un incarico indubbiamente gravoso e denso di responsabilità. In cambio, i socialisti ottennero che il vicepresidente fosse scelto tra le file del Psi. Era chiaro a tutti che Magnani sarebbe stato un presidente di transizione, con Se nel 1951 le società di capitali avevano una media 59,2 addetti, dieci anni dopo questo dato era salito a 83,6, per poi restringersi sempre più significativamente fino a 14,3 del 2001. Analogamente, per le società di persone, si registra un incremento del numero medio di addetti fra 1951 e 1961 (da 9,4 a 11,2), per poi osservare una costante diminuzione del dato fino ai 3,7 del 2001. L’impresa cooperativa fa registrare una significativa controtendenza. Infatti, dai 12,8 addetti di media del 1951 si è passati prima ai 15,7 del 1961 e poi ai 19,3 del 1971. Successivamente, si ha un andamento quasi stazionario, che comporta solo una lieve flessione (17,5 nel 2001). Si osservi soprattutto come cambi notevolmente il rapporto dimensionale fra queste tipologie societarie, con le cooperative che agli inizi del XXI secolo sono mediamente più grandi delle società di capitali e ancor di più di quelle di persone. Le tab. 2 e 3 chiariscono ulteriormente questa dinamica. Se dividiamo le cooperative in quattro classi dimensionali – piccole (1-15 addetti), medio-piccole (16-99 addetti), medie (100-499 addetti) e grandi (oltre i 500 addetti) – possiamo meglio verificare le variazioni di grandezza negli ultimi trent’anni del XX secolo. In generale, si noti come l’occupazione nelle cooperative sia progressivamente aumentata, con un incremento del 279% fra il 1971 e il 2001. Nello stesso arco di tempo gli occupati in tutte le imprese italiane salivano solo del 42%. Si noti anche che il peso percentuale degli occupati ha avuto un lieve aumento nelle piccole cooperative – dal 18,9% al 20,7% –, è diminuito sia nelle imprese medio-piccole – da 33,2% a 30,5% – che in quelle medie – da 31,0% a 23,0%, ma è cresciuto significativamente in quelle grandi, passando dal 17,0% al 25,8%. In questa classe dimensionale, poi, si è registrata la variazione percentuale più significativa tra il 1971 e il 2001, pari al 476%. Ma ciò che più sorprende è che questo dato è in netta controtendenza rispetto a quello riferito alle imprese italiane nel suo complesso, dove anzi si registra addirittura un -11%. Vale a dire, che mentre le cooperative sono cresciute notevolmente, tanto che il numero di 15 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 l’obiettivo di evitare lo sfascio della Lega, e di preparare le basi per un rilancio della centrale. E così, il 28 dicembre 1977, il Consiglio generale accoglieva le dimissioni presentate da Galetti e Vigone, e affidava a Valdo Magnani l’incarico di presidente della Lega. Fra il 10 e il 14 gennaio successivi, si tenne il XXX Congresso nazionale della Lega, che ratificò la presidenza a Valdo Magnani, e che indicò come vicepresidente Umberto Dragone, appartenente alla cosiddetta sinistra lombardiana, già assessore al bilancio del Comune di Milano e membro del Comitato centrale del Partito socialista. Ancd, Ancs, ecc. – diventavano sempre meno incisive, fino ad essere esautorate da un vero ruolo di coordinamento. Alla lunga, anzi, si può dire che il movimento divenne supino rispetto al ruolo di alcune grandi imprese, in grado di essere iscritte a Legacoop senza esserne condizionate. Si era avuto, quindi, un ribaltamento complessivo di ruoli, con un movimento che da forza motrice si era ritrovato a traino di alcune grandi realtà. Gli effetti negativi di questo processo furono essenzialmente due. Il primo ha riguardato l’infeudamento di alcuni gruppi dirigenti, che in certe cooperative ha progressivamente condotto a un malfunzionamento della governance. Nel senso che non era più l’assemblea dei soci a controllare il consiglio di amministrazione, ma era il consiglio di amministrazione a controllare l’assemblea dei soci. È naturale che tra questi due organi ci sia un rapporto dialettico e anzi possano sorgere dei conflitti, e proprio per questo la vigilanza esterna della Lega e delle associazioni di settore era importante per mantenere un certo equilibrio. In secondo luogo, la lacerazione dei legami fra imprese e movimento ha ridimensionato la capacità della centrale cooperativa di raccogliere e interpretare i dati sul proprio network. In un mercato che è diventato sempre più competitivo e internazionale (o comunque allargato), era strategico possedere informazioni sulla struttura economica e patrimoniale delle associate. Invece questa funzione è stata limitata dall’impossibilità ad accedere a molte informazioni di bilancio delle iscritte, col risultato che alcune gravi crisi di grandi cooperative o di interi segmenti del movimento sono scaturite quasi all’improvviso, meravigliando gli stessi dirigenti della Lega e della associazioni di settore, che non avevano avuto elementi per rendersi conto di tali situazioni. In definitiva, quindi, il convegno di Montecatini del 1982 è stato un turning point nella storia del movimento, nonostante ad oggi sia stato poco messo in luce dalla storiografia che si è occupata di questo argomento. Si può comunque ritenere che sia stato figlio sia di un trend di lungo periodo, quale la progressiva emancipazione del movimento dall’ambito politico (e quindi, inevitabilmente e contestualmente, dall’organizzazione di rappresentanza), sia di un evento contingente, quale il caso Duina che indebolì la Lega e le sue strutture orizzontali e verticali. La centralità dell’impresa (1982) Nei primi anni ottanta, complice la crisi Duina che aveva certamente indebolito la Lega delle cooperative, cominciò a circolare una nuova parola d’ordine: «centralità dell’impresa». Quest’ultima era intesa come un maggior peso delle singole cooperative rispetto al network associazionistico. Il cambio di prospettiva fu prima ufficializzato nel corso di alcuni incontri emiliano-romagnoli, e poi durante un convegno che si tenne a Montecatini Terme nel 1982. Pur se all’epoca tutto ciò era destinato a passare quasi inosservato fra la maggioranza dei cooperatori, in realtà si trattò di una svolta epocale, destinata a ribaltare de facto il rapporto tra i concetti di movimento e di impresa. Infatti, fino a quel momento, la Lega nazionale delle cooperative aveva svolto una importante funzione di guida e di coordinamento del movimento, tanto che alcuni l’avevano (erroneamente) paragonata ad una holding. Pur se quest’ultima affermazione era una evidente esagerazione e forzatura, era pur vero che i vertici della Lega, a livello nazionale e territoriale, avevano un forte ascendente sulle imprese associate, ed erano in grado di avere voce in capitolo nelle scelte strategiche, nella nomina dei dirigenti, nelle politiche di alleanze fra cooperative. In questa maniera, il movimento cooperativo imperniato sulla Lega agiva come un grande sistema sinergico. L’indebolimento della centrale cooperativa e l’offuscamento del suo ruolo, aprì le porte alla centralità dell’impresa, che da alcuni fu poi definito «un liberi tutti». Ciò aveva indubbiamente alcune ricadute positive, ma alla lunga presentò anche numerose criticità. È vero che nel modello precedente al 1982 alcune vocazioni imprenditoriali erano soffocate e imbrigliate, e che l’accentramento finiva talvolta per penalizzare le autonomie locale e ridimensionare la libertà delle basi sociali. Ma è anche vero che questo sistema consentiva una vigilanza sulle singole cooperative, a scongiurare la trasformazione delle stesse in imprese «spurie», per via di processi all’epoca definiti «derive aziendalistiche». Viceversa, con la centralità dell’impresa, ogni gruppo dirigente si sentì progressivamente autorizzato ad agire con crescente autonomia, entro un quadro in cui la Lega e le associazioni di settore – le varie Ancc, Anca, Ancpl, La legge Visentini-bis (1983) La legge n. 72 del 19 marzo 1983, detta «Visentini-bis», metteva mano nella rivalutazione monetaria dei beni e del capitale delle imprese, ma soprattutto stabiliva per la prima volta che le cooperative potessero costituire o essere azioniste di società di capitali. In precedenza, invece, le cooperative potevano solamente dare vita a cooperative di secondo grado – e queste, a loro volta, cooperative di terzo grado – quasi sempre con funzioni di carattere consortile. 16 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Il provvedimento in questione aprì le porte alla possibilità di realizzare società di scopo sotto forma di spa o srl, una struttura d’impresa ritenuta più agile e più flessibile, e funzionale anche a un rapporto più stretto fra pezzi del movimento e pezzi di imprenditoria tradizionale. Era l’inizio della cosiddetta «ibridazione», un fenomeno già conosciuto a livello internazionale caratterizzato dal fatto che le cooperative avrebbero controllato e partecipato società di scopo profit-oriented. Dal punto di vista imprenditoriale ciò determinò indubbiamente una maggiore capacità delle cooperative di aggredire il mercato di riferimento, perché finalmente dotate di strumenti che le rendevano più competitive. Sul lungo periodo, però, la crescente articolazione delle compagini societarie in gruppi in cui la capofila aveva una lunga appendice di società di scopo, con queste che a loro volta controllavano altre società e via dicendo, ha notevolmente ingarbugliato il quadro di riferimento. A prescindere dal fatto che in certi casi la produzione del valore aggiunto si è rivelata essere soprattutto nelle partecipate e non in cooperativa, è stata fortemente offuscata la governance societaria, con una crescente difficoltà degli osservatori esterni – quali, ad esempio, Legacoop – di comprendere appieno la funzionalità di ogni singola partecipata, di appurarne la coerenza con il core-business, e in definitiva di esercitare un reale ed effettivo compito di vigilanza. ralmente ritenuto un missing sector del movimento, ossia un ambito nel quale era scarsamente presente. L’utilizzo di questa modalità è tornata d’attualità dopo il 2008, quando la crisi economica ha costretto alcune ditte a portare i libri in tribunale, inducendo i dipendenti a rilevarne la proprietà in forma cooperativa, una prassi che oggi è sempre più individuata con l’espressione workers buyout. La cooperazione sociale (1991) Dopo un iter abbastanza tormentato e complesso, la legge n. 381 dell’8 novembre 1991 ha portato al riconoscimento giuridico della cooperazione sociale, che da questo momento in avanti è stata tutelata e incentivata. La legge divide la cooperazione sociale in due branche nettamente distinte. La prima è quella delle cooperative di tipo A, che associano operatori del comparto socio-sanitario e educativo, i quali, conseguentemente, offrono servizi di assistenza e formazione. Questo genere di cooperativa, quindi, non si discosta molto da una cooperativa di servizi all’impresa e alla persona, con la differenza che opera in settori ad alta importanza sociale, come la sanità e l’istruzione. Al contrario, il secondo genere, le cooperative di tipo B, è composto da sodalizi che operano nel reinserimento di soggetti svantaggiati, quali ex alcolisti, ex tossicodipendenti, ex carcerati, ragazze-madri, portatori di handicap, disagiati psichici, minori abbandonati e simili. In questo caso, sono soci della cooperativa sia gli operatori del settore, come ad esempio gli assistenti sociali, sia i soggetti svantaggiati, che in forma paritaria partecipano alla gestione dell’impresa. Sono soprattutto le cooperative di tipo B ad aver attirato l’attenzione anche internazionale, perché interpreti di un modello organizzativo convincente, efficace e altamente innovativo, tanto che dalle prime esperienze ad oggi, un crescente numero di studiosi di campi disciplinari differenti si è interessato alla sua natura e al suo percorso evolutivo. La legge Marcora (1985) La legge del n. 49 del 27 febbraio 1985, meglio nota come legge Marcora, agevolò la trasformazione in cooperative delle imprese tradizionali in crisi. In pratica, rendeva più agevole – e anzi incentivava – una pratica che in alcuni casi era già stata attuata in passato, per cui una ditta a rischio di fallimento era rilevata dai dipendenti che, per salvare il proprio posto di lavoro, la trasformavano in cooperativa e proseguivano il medesimo business, naturalmente riformando (o cercando di riformare) quegli aspetti organizzati, produttivi o commerciali che avevano in precedenza portato l’impresa sull’orlo del fallimento. Lo strumento principale per rendere percorribile questo passaggio era la creazione di un fondo chiamato Foncooper che erogava prestiti a tassi agevolati in relazione a investimenti finalizzati all’incremento o all’ammodernamento dei mezzi di produzione o dei servizi tecnici, commerciali e amministrativi, nonché al miglioramento della qualità e alla ristrutturazione e riconversione degli impianti. Questo fondo non interveniva in via esclusiva a vantaggio di quelle cooperative nate dalle ceneri di una spa o di una srl, ma nei confronti anche di altre imprese del movimento. La legge Marcora ebbe il merito di incentivare la cooperazione là dove questa poteva scaturire da un fallimento aziendale, e soprattutto consentì alla cooperazione di guadagnare un poco di terreno sul versante industriale, gene- La legge sul socio-sovventore (1992) La legge n. 59 del 31 gennaio 1992 introdusse le azioni di partecipazione cooperativa e la figura del socio sovventore. Vale a dire che un numero limitato di soci avrebbe potuto investire nella cooperativa a scopo lucrativo. Si trattava di un provvedimento che tendeva a dare una risposta ai problemi di autofinanziamento delle imprese cooperative, fino a quel momento incapaci di attirare sufficienti capitali di rischio e con evidenti problemi di liquidità. Anche in questo caso l’esito del provvedimento legislativo può essere letto in maniera ambivalente. Di sicuro accentuava la natura imprenditoriale delle cooperative e 17 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 andava incontro all’esigenza che alcune importanti realtà avevano, e cioè catturare nuove risorse per sviluppare importanti asset. Anzi, entro questa ottica fu un elemento cruciale per l’ulteriore sviluppo del movimento. Sul versante della governance, invece, la legge sul socio-sovventore fece avanzare ulteriormente il processo di «ibridazione»; e su questo aspetto i pareri appaiono discordanti, fra chi lo percepisce come un fatto positivo, di maggiore integrazione nel mercato e nel sistema delle imprese, e chi invece lo giudica un percorso di graduale snaturamento e appannamento dei valori originari del movimento. Anche in questo caso, alcuni dati ci aiutano a meglio inquadrare questi aspetti. Infatti, con l’evoluzione dell’economia italiana e la crescente meccanizzazione di molte fasi del lavoro, le cooperative erano state obbligate a trovare adeguati canali di finanziamento, e a fare i conti con la propria sottocapitalizzazione. Per valutare in maniera quantitativa tale aspetto, possiamo ricorrere all’indice di patrimonializzazione. Si tratta di un dato, compreso fra 0 e 1, che rende ragione dell’autonomia finanziaria dell’impresa. Tanto più elevato è il valore dell’indice, tanto più l’impresa si autofinanzia e tanto meno ricorre a fonti esterne di finanziamento. E in genere, un valore inferiore a 0,33 è considerato negativo. Una ricerca di Patrizia Battilani (L’impresa cooperativa da istituzione marginale a fattore di modernizzazione, «Imprese e storia», 37, pp. 9-57) ha messo in luce come nel 1951 le cooperative avessero un indice di patrimonializzazione di 0,30, tutto sommato soddisfacente dato il momento storico. Nel 1981, però, la media di questo indice per tutte le cooperative italiane indicava un ulteriore peggioramento, visto che si attestava a 0,19. Stando ai dati del Centro Studi di Legacoop, le cooperative aderenti a questa centrale, avevano addirittura un indice di patrimonializzazione ancora inferiore, pari a 0,10. Ecco allora, l’intervento legislativo per cercare di invertire questa tendenza, con le già citate leggi Pandolfi e Visentini-bis, con la legge n. 59 del 1992, che di fatto consentiva alle cooperative di accedere a nuovi canali di finanziamento e avere così maggior respiro in fatto di patrimonializzazione. Una successiva rilevazione del 2000 fatta dal Centro Studi di Legacoop e riferita alle iscritta a questa centrale mostrava come l’indice di patrimonializzazione fosse salito a 0,25. scente corruzione, aprirono le porte ad uno dei principali scandali politici del nostro paese, passato alla storia col nome di Tangentopoli. Nel febbraio del 1992, infatti, con l’arresto del presidente di una casa di riposo milanese, Mario Chiesa, ebbe inizio l’inchiesta «Mani pulite», che avrebbe portato alla luce un sistema di corruzione diffusa nel mondo politico ed imprenditoriale italiano. Nel giro di circa due anni di indagini furono emessi 25.400 avvisi di garanzia e 4.525 persone finirono in carcere. I parlamentari implicati furono 1.069 e dieci persone decisero di suicidarsi a seguito del coinvolgimento nell’inchiesta. L’esito di questo vero e proprio terremoto politico fu la scomparsa di quasi tutti i partiti tradizionali e la fioritura di nuove compagini, ma anche il cambiamento della legge elettorale. Sul versante economico, il perdurare di una grave situazione dei conti pubblici, i ripetuti richiami della Comunità economica europea per la realizzazione di riforme strutturali e il declassamento in seconda categoria del nostro paese da parte di Moody’s furono il preludio alla fuoruscita dell’Italia dal Sistema monetario europeo, decretato nel settembre del 1992, a causa di una forte svalutazione della lira. Si ebbe così una vera e propria recessione, e nel 1993, per la seconda volta dalla fine della seconda guerra mondiale, la crescita del pil italiano fu di segno negativo. Se nel 1975 si era registrato un -2%, nel 1993 la decrescita era più contenuta (-0,9%), ma faceva preoccupare il fatto che per la prima volta vi era una netta contrazione dei consumi; in particolare, nel 1993, la spesa per le famiglie diminuiva del 3,7%. Era vero che la crisi economica aveva colpito, o stava colpendo, molti altri paesi industrializzati, ma in nessuno di questi si registrava un dato di questo genere, che appariva difficile da spiegare anche con i tradizionali strumenti macroeconomici. Dalle ceneri della prima Repubblica, detta anche «Repubblica dei partiti», sarebbe nata un’Italia in parte differente da quella degli anni settanta, che esasperava alcune tendenze già emerse nel decennio precedente, e quindi un crescente scetticismo nei confronti delle imprese pubbliche, una più forte identità locale, l’identificazione nella cultura del successo e del consumo, e una crescente critica nei confronti del sindacato, da molti considerato non più una forma di tutela dei lavoratori, ma un baluardo dei privilegi e delle prevaricazioni. Il movimento cooperativo italiano fu anch’esso interessato da queste trasformazioni, pur se in generale in maniera meno traumatica; alcuni scandali investirono una parte del movimento, salvo poi rivelarsi in massima parte inconsistenti, anche se nel frattempo si era avuta l’incarcerazione di innocenti del tutto estranei ai fatti. Il crollo dei partiti tradizionali coincise con l’abolizione delle correnti interne alla Lega delle cooperative, e con un generale indebolimento della struttura di rappresentanza, quando, al contrario, i numeri delle iscritte, dei soci, del fatturato e di altri indicatori economici crescevano. Si manifestò, in buona sostanza, una ulteriore rivendicazione della «centralità dell’impresa» che andava idealmente a scapito della Lega, considerata da alcuni una struttura L’inchiesta Mani pulite (1992-1993) Nei primi anni novanta, lo sgretolamento degli equilibri che avevano consentito alla prima Repubblica di crescere e di prosperare, la diffusione di una sempre più evidente cultura individualistica, la comparsa di soggetti politici nuovi e in dichiarata opposizione al vecchio sistema dei partiti, fondato anche su logiche clientelari e su una cre- 18 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 troppo pesante e macchinosa, che mal si confaceva alle esigenze di dinamicità e opportunismo di un movimento proiettato verso traguardi economici, che solo in seconda battuta potevano dirsi sociali, e che certamente non erano più politici in senso stretto. 7. L’esistenza della cooperazione, il suo segno distintivo, la sua regola sono fondate sul principio di solidarietà. Al fondo di ogni relazione o transazione tra soggetti economici esistono sempre i rapporti umani. 8. La cooperazione interpreta il mercato come luogo di produzione di ricchezza, di rispetto della salute e dell’ambiente, di sviluppo dell’economia sociale. Essa agisce nel mercato non solo in osservanza delle leggi, ma secondo i principi di giustizia e utilità per i propri soci e per la collettività. 9. La cooperazione concorre allo sviluppo del mercato migliorando le imprese esistenti e creandone di nuove; organizzando la domanda, rispondendo ai bisogni della collettività. Con questi significati essa intende la promozione cooperativa. 10. La cooperazione considera il diritto e il rischio di fare impresa come manifestazioni di libertà. 11. la cooperazione regola i rapporti interni sulla base del principio di democrazia. Le imprese cooperative realizzano compiutamente le proprie finalità associandosi nel movimento cooperativo, che promuove tra di loro, che ne valorizza i patrimoni collettivi, garantendo le adeguate forme di controllo. 12. La mutualità cooperativa, definita dai principi dell’Alleanza cooperativa internazionale, non è solo un modo di produrre e distribuire la ricchezza più adeguato agli interessi dei partecipanti, ma una concezione dei rapporti umani. La cooperazione trova le proprie radici nel valore dell’imprenditorialità associata, ricerca il proprio sviluppo nel mercato, considera proprio fine il miglioramento delle condizioni materiali, morali e civili dell’uomo La Carta dei valori (1995) Nei primi anni novanta, all’interno del movimento cooperativo tornò d’attualità il dibattito sui valori costitutivi dell’impresa cooperativa. Va da sé che quest’ultima era molto differente da come era stata pensata e concepita dai padri fondatori – che del resto avevano svolto la propria opera oltre un secolo prima, entro un quadro socio-economico radicalmente differente –, ma era anche vero che l’impresa cooperativa degli anni novanta era pure molto cambiata rispetto a quella di vent’anni prima. Infatti, in circa due decenni, l’affermazione della centralità dell’impresa, il processo di ibridazione, la definitiva rescissione del cordone ombelicale coi partiti della prima Repubblica, e il generalizzato aumento dimensionale di molte cooperative avevano finito per sollevare un dibattito sulla nuova natura del movimento. In questo senso, si ritenne utile tornare a ribadire i valori fondanti – magari aggiornati entro un nuovo quadro di riferimento – e ritornare a parlare dell’impresa cooperativa come di un soggetto vocato a coniugare funzione economica e funzione etica. Proprio per questo, nel 1995 la Lega delle cooperative discusse, redasse e approvò una Carta dei valori, imperniata su dodici principi fondamentali che si ritiene utile riproporre qui di seguito: 1. Il socio è il nucleo originario di ogni forma di mutualità e rappresenta il primo riferimento concreto dell’azione cooperativa. 2. Le imprese cooperative svolgono il proprio ruolo economico a favore dei cooperatori, delle generazioni future, della comunità sociale. Esse offrono ai propri partecipanti sicurezza, vantaggi e riconoscimenti in proporzione al concorso individuale di ognuno. 3. La principale risorsa della cooperazione è rappresentata dagli individui che ne fanno parte. Ogni cooperativa deve valorizzarne il lavoro, stimolarne e riconoscerne la creatività, la professionalità, la capacità di collaborare per il raggiungimento degli obiettivi comuni. 4. Il cooperatore si manifesta innanzitutto con il rispetto per le persone. Al cooperatore si richiede franchezza, spirito di giustizia e senso di responsabilità, qualunque sia il suo ruolo o la sua posizione. 5. Le imprese cooperative si manifestano con la qualità dei lavori che si svolgono, la trasparenza, l’onestà e la correttezza dei comportamenti. 6. La cooperazione considera il pluralismo sempre un bene. Nei rapporti che intrattiene con le altre forze economiche, politiche e sociali essa rispetta la loro natura, opinione, cultura e agisce secondo la propria originalità, autonomia, capacità di proposta. Ivano Barberini e l’Ica (2001) Il 17 ottobre 2001 Ivano Barberini fu eletto presidente dell’International co-operative organization (Ica, detta anche Aci, acronimo di Alleanza cooperativa internazionale). Si tratta dell’organizzazione di rappresentanza mondiale delle imprese cooperative, che quindi raccoglie l’adesione delle organizzazioni di rappresentanza dei singoli paesi, tra le quali Legacoop, Confcooperative e Agci per l’Italia. Nata nel 1895, l’Ica è la massima autorità del pianeta relativamente all’impresa cooperativa, e dunque il fulcro di un network gigantesco, al quale fanno indirettamente capo oltre un miliardo di soci cooperatori. Ivano Barberini fu il primo italiano a diventarne presidente, eletto durante il congresso di Seoul e rieletto per un secondo mandato durante quello successivo di Cartagena. Di fatto rimase in carica fino alla morte, avvenuta nel 2009. Il suo impegno all’interno dell’Ica fu in massima parte volto a riformarne la struttura, per potenziare il centro studi – in precedenza poco incisivo, tanto che per gli anni novanta i dati quantitativi sulla cooperazione mondiale sono molto lacunosi –, per accentuare il dialogo intrasettoriale rispetto a quello intersettoriale, e per costruire una più solida identità della cooperazione a li- 19 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 vello mondiale, frutto di una sintesi dei diversi modelli nazionali. Tuttavia, questo ruolo apicale fu percepito in maniera abbastanza contenuta in Italia. Se si scorrono gli atti di congressi, convegni e workshop dedicati alla cooperazione nel primo decennio del XXI secolo il fatto che un italiano fosse presidente dell’Ica non è quasi mai sottolineato come un aspetto davvero rilevante e in buon numero casi è addirittura completamente taciuto. Ciò è un evidente sintomo della debolezza dell’Ica, organismo di rappresentanza più ideale che concretamente operativo, e come tale da considerarsi «leggero» e del tutto ancillare rispetto alle organizzazioni di rappresentanza nazionale. Ma è anche un sintomo dell’ancora carente cultura dell’internazionalizzazione del movimento cooperativo italiano, un tema che oggi è entrato giocoforza nel dibattito sul futuro dell’impresa cooperativa. il consiglio di amministrazione fornisca alla base sociale una versione edulcorata dell’andamento dell’impresa, allo scopo di farsi confermare per l’anno venturo, oppure che gestisca la cooperativa in maniera eccessivamente autoritaria, chiedendo ai soci rinunce sul piano personale in nome delle necessità di bilancio. Questa diversità di interpretazione produsse delle frizioni fra cooperative e sindacato fin dagli anni settanta, ad esempio – e qui veniamo alla questione che ci interessa – in merito al rispetto del contratto collettivo nazionale del lavoro (ccnl). La Lega e le imprese ad essa iscritte tendevano a considerare il ccnl un mero riferimento, che poteva essere trasgredito ogni qual volta, per necessità di bilancio o altro, i soci decidevano volontariamente di ridursi i salari. Di fatto, però, questo apriva la porta ad una serie di violazioni sistematiche in quegli appalti in cui il costo della manodopera era il principale onere economico. Per vincere queste commesse, i consigli di amministrazione delle cooperative inducevano i soci a lavorare di più a parità di salario o, anche, a rinunciare ad una parte del medesimo; così potevano praticare un prezzo più vantaggioso e aggiudicarsi un determinato lavoro, anche perché su questo terreno le imprese private non potevano entrare, dato che erano vincolate al rispetto del contratto collettivo nazionale. Naturalmente, si trattava di una scelta premiante sul piano imprenditoriale – anche per questo dagli anni settanta in poi si ebbe un boom di cooperative di servizi –, che però non trovava assolutamente d’accordo il sindacato, che anzi si batteva per evitare queste deroghe e non voleva avallare la logica secondo cui i soci lavoratori di una cooperativa potevano essere indotti ad «autosfruttarsi». Tanto più che negli anni settanta proliferò anche una cooperazione «spuria», fatta di imprenditori che davano alla propria azienda una forma giuridica cooperativa proprio per avere questo genere di facilitazioni, e che dunque potevano vessare e spremere la forza lavoro sotto minacce e ricatti di vario genere. Questo tipo di impresa operava soprattutto nei servizi – pulizie, manutenzioni, movimentazione merci, vigilanza, ecc. –, un settore che era molto cresciuto anche sull’onda di un forte processo di esternalizzazione. E quindi, si può dire che fossero molto ampi i confini di queste sistematiche deroghe al contratto collettivo. Gli scontri tra cooperazione e sindacato furono talvolta davvero aspri, con dichiarazioni taglienti che davano bene l’idea del livello di conflittualità che si era raggiunta. Basti pensare che le cooperative furono più volte definite organizzazioni che «estraniavano i lavoratori dalla lotta» o «che sfruttavano democraticamente i soci». La legge sul socio lavoratore del 2001 sposava di fatto l’idea che i soci di una cooperativa non fossero un imprenditore collettivo in grado di autogestirsi, bensì che andassero tutelati sul fronte legislativo, così come chiedeva da tempo il sindacato. In pratica le cooperative furono obbligate ad applicare il ccnl nei confronti dei propri La legge sul socio-lavoratore (2001) Le legge n. 142 del 3 aprile 2001 ha ridefinito la figura del socio lavoratore in cooperativa. Di fatto, questo provvedimento è intervenuto nel merito di una lunga diatriba fra cooperative e forze sindacali, risalente addirittura agli anni settanta, che ha le proprie radici in una domanda apparentemente semplice: i soci di una cooperativa sono dei lavoratori o un imprenditore collettivo? Chiaramente la risposta è «tutti e due», ma con implicazioni molto diverse se si sposta l’accento sulla prima o sulla seconda interpretazione. Chi sostiene l’ipotesi dei soci come imprenditore collettivo ritiene che questi debbano autogestirsi come meglio credono, senza alcun bisogno di vincoli normativi. Chi, invece, è dell’altro pare fa presente che l’autogestione può essere facile da attuare nei piccoli gruppi, mentre può essere svuotata di significato in una cooperativa con centinaia o addirittura migliaia di soci, che opera su sedi differenti e in cui il corpo sociale fa fatica a trovare delle occasioni di confronto. In questi casi, anzi, può realizzarsi una dicotomia tra la base sociale, impegnata nel lavoro operativo, e la dirigenza che prende le decisioni strategiche. Infatti, i singoli iscritti che svolgono mansioni poco qualificate non sanno nulla o quasi nulla di tecniche di bilancio, finanza aziendale, legislazione sugli appalti, ecc., e dunque delegano al consiglio di amministrazione la gestione imprenditoriale dell’azienda. Pur se il cda è eletto democraticamente dai soci, si crea una discrasia tra questa parte di dirigenza e la base sociale, perché la prima è meglio informata sui meccanismi complessivi che regolano l’impresa e, in assemblea, trasmette queste conoscenze ai soci. È evidente che deve esistere un rapporto di fiducia e lealtà tra chi amministra e chi è amministrato. Il rischio è che 20 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 soci. Il dibattito successivo è stato particolarmente vivace, fra chi ha ritenuto sacrosanto il provvedimento e chi, al contrario, ha evidenziato come il medesimo – pur se animato da buone intenzioni – abbia finito per avallare una «mentalità da dipendente» fra i soci, che vanificava gli sforzi fatti da certe cooperative per sollecitare l’attitudine imprenditoriale all’interno della base sociale. i cui soci non sono interessati al ristorno a chiusura del bilancio, bensì ad avere la possibilità di acquistare merci con un conveniente rapporto qualità/prezzo durante l’anno. L’esperienza italiana si compone di cinque tappe fondamentali, che corrispondono ad altrettante interpretazioni legislative del concetto di mutualità, in massima parte specchio di una stagione di dibattiti o di una particolare visione politica. Queste, poi, sono state recepite dalle singole cooperative, che nei fatti si sono adeguate ai diversi paradigmi che ora andremo a passare in rassegna. Il primo riconoscimento giuridico della cooperativa come forma d’impresa peculiare è nel Codice di commercio del 1882. In tale approccio, il principio mutualistico era completamente ignorato, per cui – teoricamente – nulla vietava che la sedicente cooperativa operasse esclusivamente verso terzi, distribuisse gli utili come una qualsiasi altra impresa commerciale e non riservasse alcun trattamento speciale ai soci. Si trattava di un vulnus che venne presto denunciato e che alimentò un vasto dibattito proprio sulla mutualità. Questo principio era apprezzato soprattutto in quanto compenetrazione nella stessa persona sia della figura del socio che dell’utente/lavoratore, ma si discuteva se esso dovesse considerarsi o meno anche una caratteristica ineliminabile del fatto cooperativo. Di fatto, il perno di tutto il dibattito riguardava la possibilità per le cooperative di svolgere attività anche con non soci. Può una cooperativa di consumo vendere i prodotti anche a un cittadino che non è membro? Può una cooperativa edile assumere personale senza farlo socio? Può una cassa rurale ricevere in deposito i risparmi di un normale cliente? E può un domani fargli un prestito? Chi spingeva per il no ai rapporti economici con i terzi, aveva una visione della cooperativa «dura e pura», e in fin dei conti chiusa in se stessa. Al contrario, chi ammetteva deroghe al principio mutualistico, le motivava a fronte di un vincolo e di una considerazione collaterale. Il rapporto economico coi non soci doveva essere accessorio e minoritario rispetto a quello coi soci, e in questa maniera esso diventava conveniente anche per i soci stessi, perché l’ampliamento del fatturato avrebbe portato maggiore benessere alla cooperativa e avrebbe contribuito ad abbattere i costi fissi. Quindi, in una seconda stagione legislativa – quella dell’età giolittiana e del primo dopoguerra – si introdusse il concetto di mutualità secondo questa accezione, cioè che era un fondamento di quel genere d’impresa, e che poteva essere parzialmente derogato a vantaggio dei soci stessi. Immediatamente maturò un secondo dibattito. La cooperativa si deve comportare nella stessa maniera di fronte a soci e non soci? O i primi devono essere privilegiati? Le domande concrete potevano essere le seguenti: la cooperativa di consumo fa gli stessi prezzi a soci e non soci? La cooperativa edile retribuisce in maniera analoga i muratori soci e quelli non soci? La cassa rurale applica le stesse condizioni a soci e a non soci? Il Legislatore non diede mai una risposta univoca, ma in- La riforma del diritto societario (2001-2004) La riforma del diritto societario, nota anche come riforma Vietti, è stata avviata dalla legge n. 366 del 3 ottobre 2001, che ha attribuito al Governo due deleghe: una per attuare la riforma, l’altra per provvedere alle eventuali disposizioni integrative e correttive. Queste sono state successivamente sviluppate in provvedimenti compresi fra il 2001 e il 2004. Tra le altre cose ha ridisegnato alcuni funzionamenti intrinseci all’impresa cooperativa, in particolare relativi al concetto di mutualità. Nel dibattito intellettuale, la mutualità è sempre stata considerata una via intermedia tra il self-help e la solidarietà, ossia tra individualismo e altruismo. In tal senso è il concetto fondante della cooperativa, intesa come un’impresa di proprietà dei soci che opera nell’interesse collettivo degli stessi. Questi si sono riuniti in cooperativa per raggiungere uno scopo al quale singolarmente non avrebbero potuto ambire, e l’interesse da loro perseguito non è esclusivamente di natura economica, anzi molto spesso questo genere di dimensione appare complementare o addirittura ancillare rispetto a motivazioni extra-economiche. Questo tipo di patto sociale si protrae nel tempo se lo scambio mutualistico – ossia la reciprocità tra soci e impresa cooperativa – continua ad essere vantaggioso. Nelle cooperative di consumo, ad esempio, i soci trovano generi alimentari e altri prodotti a un rapporto qualità/ prezzo conveniente. In quelle di produzione e lavoro, ottengono la garanzia di un impiego che li mette al riparo dal rischio della disoccupazione. In quelle agroalimentari, ricevono un sostegno tecnico-organizzativo e un vantaggio economico negli acquisti e nelle vendite collettive. Gli esempi potrebbero proseguire. A tutte queste considerazioni, si deve aggiungere che le cooperative danno un ulteriore beneficio ai soci, perché a bilancio chiuso ed approvato – se la gestione complessiva è stata efficiente e positiva – viene distribuito il ristorno, ossia la parziale ripartizione degli utili realizzati dalla cooperativa. Quindi, la mutualità è un concetto che rimanda ad un vantaggio collettivo sia economico che non economico, che giustifica l’esistenza stessa della cooperativa, intesa come un genere d’impresa con finalità diverse rispetto al mero profitto. Anzi, in questo senso l’utile di gestione appare del tutto minoritario rispetto ad altri aspetti. Ciò è particolarmente evidente nelle cooperative di consumo, 21 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 coraggiò forme di perequazione, senza distinzioni nette tra soci e non soci. In certi casi, addirittura, alcuni studiosi vicini al socialismo e vari dirigenti della Lega nazionale delle cooperative spinsero per una ripartizione del ristorno allargata anche ai non soci, nell’idea che la cooperativa fosse uno strumento classista e che non potesse operare discriminazioni. La legislazione fascista e il Codice civile del 1942 capovolsero radicalmente questa impostazione. Si volle dare alle cooperative un carattere mutualistico che distinguesse chiaramente tra soci e non soci, e furono abolite una serie di disposizioni accessorie – per esempio in termini di distribuzione degli utili – che ricondussero questa forma d’impresa in un contesto imprenditoriale fortemente depurato di implicazioni etiche e sociali. La nuova Costituzione, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, riconsegnava la cooperativa ad un ambito in cui valori e impresa tornavano a convivere all’insegna del «carattere mutualistico e senza fini di speculazione privata». La legislazione successiva ha avuto importanti meriti ma si è anche rivelata parzialmente lacunosa. Da un lato è stato introdotto il divieto di demutualizzazione – ossia la trasformazione di una cooperativa in società per azioni, principale fattore di crisi del movimento a livello mondiale – e sono stati via via introdotti incentivi e norme per la patrimonializzazione e per il rafforzamento della dimensione imprenditoriale. Di contro, la mancanza di una chiara definizione della deroga al concetto di mutualità ha aperto le porte alla cooperazione spuria, e cioè a compagini imprenditoriali che si sono travestite da cooperative per godere di determinate agevolazioni fiscali. Nel senso che la mancanza di un obbligo ad operare prevalentemente con i soci ha spianato la strada a soluzioni che evidentemente tradiscono lo spirito cooperativo. Ad esempio, ci sono cooperative di pulizie in cui i soci sono i nove consiglieri di amministrazione e non i cento addetti che sono inquadrati come semplici dipendenti. Oppure cooperative agroalimentari in cui i coltivatori soci sono solo il 4% o il 5% di tutti coloro che vi conferiscono i propri prodotti, per cui la restante parte si vede imporre prezzi e condizioni da una ristretta oligarchia. Sul concetto di mutualità quindi è intervenuta la riforma Vietti, che ha introdotto uno spartiacque fra cooperative a mutualità prevalente e a mutualità non prevalente. Nel primo caso, la maggior parte dello scambio avviene con i soci, nel secondo con il resto dei clienti/dipendenti. Quindi, ad esempio, se una cooperativa di consumo realizza almeno il 51% del proprio fatturato con i soci è a mutualità prevalente, viceversa se prevalgono le vendite ai non soci è a mutualità non prevalente. Le cooperative a mutualità prevalente sono sottoposte a un trattamento fiscale più favorevole, nel senso che le riserve indivisibili sono tassate solo per il 30% dell’imponibile, anziché per il 70% come nelle altre cooperative. Si è trattato di un riconoscimento legislativo all’importanza della mutualità, che ha penalizzato la cooperazione spuria ma che non ha voluto sradicarla. Il caso Unipol (2005-2006) Tra il 2005 e il 2006 il gruppo Unipol – all’epoca il terzo in Italia del segmento bancario-assicurativo, e considerato un polmone finanziario del movimento cooperativo imperniato su Legacoop – è stato al centro di una vicenda scandalistica, partita da un’inchiesta giudiziaria e fortemente amplificata dai mass-media. In questa sede non si darà conto delle vicende specifiche – peraltro molto intricate e su alcuni punti non ancora del tutto chiarite dalla magistratura, che in differenti gradi di giudizio ha fornito pareri molto discordanti – bensì degli effetti pratici sul movimento. Infatti, al di là del cambio al vertice di Unipol – con le dimissioni del presidente Giovanni Consorte e del vicepresidente Valter Sacchetti, sostituiti rispettivamente da Pier Luigi Stefanini e Vanes Galanti – tra i cooperatori ci si interrogò sulla governance di Unipol e sul suo ruolo rispetto al movimento. Inizialmente, anche per effetto della velenosa campagna scandalistica messa in campo da vari mezzi d’informazione, Unipol fu bersaglio di attacchi ripetuti, a tratti violenti o ingenerosi. Si sottolineava come uno strumento al servizio del movimento svolgesse solo teoricamente questa funzione, perché si era trasformato in un enorme centro di potere, capace di condizionare le stesse linee strategiche di Legacoop. Passata questa burrasca, e anche grazie al lavoro riorganizzativo e informativo dei nuovi vertici, è emerso come – al di là di certi aspetti che forse restano controversi – il gruppo Unipol sia di fatto assolutamente cruciale per vari segmenti del movimento, ai quale dà un apporto non indifferente sul piano finanziario e consulenziale. Così come attraverso un impegno economico diretto molto robusto, Unipol contribuisce a sostenere progetti culturali, scientifici, formativi e sociali sul territorio emiliano-romagnolo ed italiano in genere. È vero, però, che una carenza di informazioni fra i soci delle cooperative – ma anche fra i comuni cittadini – induce vari osservatori a percepire negativamente questo colosso bancario-assicurativo, tanto che anche all’interno del movimento stesso continuano a registrarsi opinioni critiche nei confronti della linea strategica di Unipol, volta a ben consolidare il proprio segmento di mercato e ad allargarsi in quelli contigui. Il dibattito iniziato circa dieci anni fa, con le dimissioni di Consorte e Sacchetti, prosegue quindi oggi seppur sotto traccia, tra coloro che parlano di un movimento e di una Legacoop troppo Unipol-dipendenti, e coloro che invece giudicano assolutamente positivo il fatto che il gruppo Unipol si faccia carico di esercitare una drive finanziaria, vista come indispensabile per essere meglio competitivi nel mercato. 22 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Cisl e la Uil, e pure nel contesto dell’artigianato, dove si sono storicamente sovrapposte addirittura quattro sigle e cioè Confartigianato, Cna, Casartigiani e Claai. La fine della prima Repubblica ha riaperto il dibattito pubblico sull’utilità effettiva di una segmentazione di questo genere. Anche all’interno del movimento cooperativo italiano, quindi, è maturata l’idea di un graduale superamento di questa moltiplicazione di strutture di servizio, che porta ad una sovrapposizione di reti associative nei singoli territori. La creazione dell’Alleanza delle cooperative italiane è stato un primo importante passo in questa direzione, a sancire un coordinamento unitario delle tre centrali precedentemente richiamate. Stando ai dati del 2013, l’Alleanza delle cooperative italiane rappresenta 43.000 imprese cooperative, e cioè oltre il 90% del mondo cooperativo italiano per persone occupate (1.200.000), per fatturato realizzato (140 miliardi di euro) e per soci (oltre 12 milioni), per un totale di circa l’8% del pil del nostro paese. La nascita dell’Alleanza delle cooperative italiane (2011) Il 27 gennaio 2011 è nata l’Alleanza delle cooperative italiane, coordinamento delle tre centrali principali Legacoop, Confcooperative e Agci. Infatti, il movimento cooperativo italiano è storicamente diviso in tre grandi network, ognuno dei quali fa riferimento ad una centrale cooperativa. La più antica è la Lega nazionale delle cooperative e mutue, oggi Legacoop, nata nel 1886, disciolta d’autorità dal fascismo nel 1925 e rifondata nel 1945, che storicamente ha tratto ispirazione dagli ideali del socialismo. La seconda in ordine di importanza è la Confederazione delle cooperative italiane, in passato nota anche come Cci e oggi Confcooperative, fondata nel 1919 – ma erede di un movimento nato dalla Rerum Novarum di papa Leone XIII (1891) – e anch’essa smantellata dal fascismo nel 1925 e risorta all’indomani della Liberazione come compagine in linea con la dottrina sociale della Chiesa. Infine, vi è una terza centrale più piccola, che ha il nome di Associazione generale delle cooperative italiane (Agci), nata nel 1952 su una piattaforma politica di carattere repubblicano e socialdemocratico, che si richiamava ai valori della tradizione mazziniana di più antica data. Questo assetto così segmentato che contraddistingue il movimento cooperativo italiano è stato generalmente definito e rappresentato sulla base di colori: il rosso per Legacoop, il bianco per Confcooperative e il verde per l’Agci, a contraddistinguere tre differenti tradizioni politiche – socialista, cattolica, repubblicana – che idealmente danno vita alla bandiera nazionale. Tuttavia, questa segmentazione appare anche un’anomalia in ambito internazionale. È vero che in molti movimenti cooperativi europei le origini tardo-ottocentesche e gli sviluppi del primo Novecento furono caratterizzati da divisioni ideologiche tra cooperatori che si rifacevano alla visione marxista e altri che al contrario si richiamavano al magistero sociale della Chiesa, così come in alcuni paesi scandinavi la dicotomia riguardava strutture cattoliche e protestanti, ma è altrettanto vero che questi schemi furono quasi ovunque superati nel corso della seconda metà del XX secolo, a comporre movimenti cooperativi che avevano una base unitaria. Al massimo, in certi contesti, la presenza di più centrali cooperative ubbidiva ad una divisione di carattere settoriale, con un’organizzazione di rappresentanza per le cooperative di consumo, un’altra per quelle agro-alimentari, un’altra ancora per quelle di credito e così via. In Italia, invece, gli anni della prima repubblica consolidarono gli steccati ideologici tra i tre circuiti cooperativi sopra espressi, facendo del nostro paese un caso atipico all’interno dell’International co-operative alliance (Ica). Del resto, qualcosa di molto simile era accaduto in ambito sindacale, con la presenza di tre differenti organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori, e cioè la Cgil, la Giuliano Poletti ministro del lavoro (2014) Il 22 febbraio 2014, Giuliano Poletti, presidente di Legacoop e dell’Alleanza cooperative italiane, è diventato il nuovo ministro del lavoro e delle politiche sociali del governo Renzi, un dicastero strategico, chiamato ad affrontare temi sensibili per la vita delle persone e decisivi per il futuro dell’economia nazionale, ancor più oggi che l’Italia soffre il protrarsi della lunga crisi economica e di sistema. Giuliano Poletti, imolese, viene da una lunga militanza politica nel Partito comunista italiano. Già amministratore locale, ha poi affiancato all’impegno politico l’esperienza professionale nel mondo della cooperazione; negli anni novanta è stato presidente di Efeso, l’Ente di formazione di Legacoop in Emilia-Romagna, e nel 2000 è stato eletto presidente nazionale di Legacoop L’esperienza cooperativa di Poletti è emersa fin dalle sue prime dichiarazioni, dal richiamo deciso all’equità – da realizzare attraverso una redistribuzione della ricchezza prodotta –, al sostegno all’impresa e alla creazione di reti e di filiere produttive. E così, le leve economiche che hanno segnato il successo dell’impresa cooperativa sono entrate nell’agenda di lavoro del nuovo esecutivo: cogestione, nuovi investimenti e autoproduzione di lavoro, per «costruire una società equa dove nessuno viene lasciato nelle condizioni di inattività e inutilità». Ma l’aspetto più significativo è che un dirigente di alto livello del movimento cooperativo come Giuliano Poletti sia stato chiamato ad una carica ministeriale. L’unico precedente è quello di Luigi Luzzatti, che fu ministro e poi presidente del consiglio, ma oltre cent’anni fa. 23 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Sezione seconda La dimensione statistico quantitativa La cooperazione emilianoromagnola nei consimenti Istat (1951-2011) zia Battilani sul Bollettino ufficiale delle società cooperative (Busc), che al momento riguarda il 1951 e il 1981. Un confronto incrociato fra queste due fonti ha messo in evidenza l’attendibilità di entrambe, con alcune discrepanze che però non appaiono decisive. Tra le ricerche che hanno impiegato i dati del Busc ricordiamo quella di Patrizia Battilani, L’impresa cooperativa da istituzione marginale a fattore di modernizzazione (in «Imprese e storia», n. 37, pp. 9-57). Ma anche, in misura più contenuta, il volume di Tito Menzani, La cooperazione in Emilia-Romagna. Dalla Resistenza alla svolta degli anni settanta (Bologna, Il Mulino, 2007). In questa sede, invece, si vuole dare conto di alcuni trend della cooperazione emiliano-romagnola nel quadro nazionale a partire dai dati Istat. I limiti di tale fonte sono riassumibili in tre punti. Innanzi tutto ci forniscono informazioni solo sul numero di cooperative e sugli addetti alle stesse, ma non sull’entità dei soci né sul fatturato. Secondariamente, non ci dicono a quale centrale cooperativa aderivano le cooperative censite, per cui è impossibile fare valutazioni sul peso dei diversi movimenti a partire da queste fonti. In terzo luogo, non coprono la totalità dei segmenti merceologici, giacché non rilevano le cooperative del settore abitativo, quelle bracciantili di conduzione e quelle sociali; per il 1951, non sono considerati nemmeno il settore di trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli e la pesca. Tuttavia, poiché queste lacune riguardano tutte le regioni, i dati Istat rispettano la condizione più importante per il tipo di analisi che si vuole portare avanti, e cioè l’omogeneità, sia geografica che – con le lievi eccezioni riferite al 1951 – diacronica. Su quest’ultimo aspetto, si deve rilevare che la cadenza decennale dei censimenti ci consegna sette benchmark equidistanti: 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Prima di procedere all’analisi dei dati facciamo due ultime considerazioni. Si è scelto di prendere in esame le imprese e non le unità locali, che pure sarebbe interessante analizzare dal punto di vista quantitativo. Tuttavia, a livello di dati, per queste ultima manca quell’omogenei- In queste pagine si vogliono presentare alcune riflessioni sulla storia della cooperazione emiliano-romagnola alla luce di un’analisi statistica inedita. Prima di presentare i dati, però, occorre una breve riflessione introduttiva, dato che le indagini quantitative sul movimento cooperativo sono state spesso oggetto di fraintendimenti, i quali – a loro volta – hanno sollecitato importanti dibattiti sulle fonti. È oggi opinione condivisa che uno degli strumenti apparentemente più semplici per la costruzione di serie statistiche relative al movimento, ossia il registro prefettizio, sia completamente inaffidabile, perché, di fatto, è stato usato solamente per iscrivere le nuove cooperative, senza preoccuparsi di cancellare quelle che via via sono cessate. Di conseguenza alcune ricerche costruite su questa fonte – una delle più importanti è quella di Roberto Bernardi e Antonio Orienti, Il cooperativismo in Emilia-Romagna (Bologna, Patron, 1987) – sono da ritenersi oggi poco utili. Un’altra fonte apparentemente basilare è data dai materiali delle centrali cooperative, che in quanto organi di monitoraggio e coordinamento devono necessariamente essere dotate di strumenti che consentano di avere una fotografia costantemente aggiornata del proprio movimento. Tuttavia, non solo le centrali cooperative sono ben cinque, ma un più o meno ampio numero di cooperative non aderisce a nessuna di esse e dunque sfuggirebbe all’indagine. Ad ogni modo, varie ricerche su Legacoop hanno fatto ricorso a questa fonte, tra le quali il volume di Vera Zamagni ed Emanuele Felice, Oltre il secolo. Le trasformazioni del sistema cooperativo Legacoop alla fine del secondo millennio (Bologna, Il Mulino, 2006). Restano a nostra disposizione altre due fonti importanti, ossia i censimenti Istat e il database realizzato da Patri- 25 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Tab. 1 Imprese cooperative nelle regioni italiane (1951-2011) 1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011 780 804 537 1.148 1.879 2.708 2.414 32 38 22 40 120 156 163 2.568 2.728 1.802 2.619 4.891 6.759 7.060 586 798 829 757 1.029 1.190 999 Veneto 937 1.217 1.138 1.696 2.516 2.523 2.427 Friuli-V.G. 313 543 552 840 1.034 905 693 Piemonte Valle d’Aosta Lombardia Trentino-A.A. 365 289 247 466 739 1.114 942 Emilia-R. Liguria 1.489 2.296 2.089 3.507 3.966 4.035 3.831 Toscana 1.148 1.096 873 1.523 2.544 3.105 2.794 Umbria 181 164 145 341 581 604 545 Marche 343 222 179 600 987 1.163 1.135 Lazio 474 360 421 1.171 2.944 5.417 7.160 168 150 Abruzzo Molise 146 391 808 1.039 1.005 34 103 236 271 261 Campania 349 291 278 1.039 2.561 4.261 5.069 Puglia 332 524 572 1.197 2.704 4.058 4.525 Basilicata Calabria 64 83 83 261 706 727 728 166 119 103 318 838 1.051 1.419 Sicilia 343 288 364 1.329 3.425 5.086 5.287 Sardegna 144 219 330 554 1.138 1.547 1.677 10.782 12.229 10.744 19.900 35.646 47.719 50.134 TOTALE Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie. Tab. 2 Addetti alle cooperative nelle regioni italiane (1951-2011) 1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011 10.412 13.082 10.725 20.047 33.203 56.086 45.785 242 252 106 532 1.344 1.099 1.822 23.336 27.795 25.111 44.965 81.994 142.226 148.733 3.430 6.414 6.848 8.973 15.882 18.601 21.754 Veneto 9.284 14.486 16.159 26.119 47.068 72.422 76.105 Friuli-V.G. 6.889 6.053 6.592 9.346 17.236 18.262 17.666 Piemonte Valle d’Aosta Lombardia Trentino-A.A. 9.085 5.452 13.381 9.230 11.728 18.340 13.270 Emilia-R. Liguria 26.152 48.317 53.780 94.937 116.005 144.480 152.095 Toscana 15.950 19.513 16.838 26.186 44.215 51.689 56.270 Umbria 1.344 1.889 2.264 6.346 10.502 13.119 12.695 Marche 3.796 3.552 2.969 7.981 14.913 14.865 11.537 Lazio 7.189 10.637 12.406 23.730 35.685 71.930 92.072 1.127 1.854 2.111 4.867 10.675 10.411 9.194 549 1.232 2.543 2.716 2.224 Abruzzo Molise Campania 3.959 7.295 8.343 16.986 34.669 40.336 39.641 Puglia 4.905 11.669 11.272 22.822 34.186 43.379 41.149 832 878 1.345 3.037 6.814 5.726 3.800 1.005 2.335 2.313 3.948 9.563 8.119 12.012 Basilicata Calabria Sicilia 6.381 6.231 8.757 22.672 40.678 35.343 32.137 Sardegna 2.567 4.304 5.608 8.479 15.419 16.943 13.333 137.885 192.008 207.477 362.435 584.322 786.092 803.294 TOTALE Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie. 26 Documento per il Congresso regionale di Legacoop Emilia-Romagna valori e sviluppo tà che invece, nei sei benchmark selezionati, si riscontra per le imprese. Secondariamente, negli ultimi trent’anni anche in Italia si è avuto un processo di cosiddetta «ibridazione» del movimento, in particolare a seguito del fatto che le cooperative hanno sempre più costituito o acquistato imprese tradizionali, per avere una serie di società di scopo. Dunque, se si tenesse tenere conto di ciò i dati del movimento sarebbero ancora maggiori, per lo meno in termini di occupati e fatturato. Ma, al momento, nessuna fonte è in grado di darci questa informazione per il periodo storico qui considerato. Fatte queste premesse, procediamo con la lettura statistica. Le tabelle 1 e 2 ci dicono quante cooperative e quanti addetti alle medesime sono state censite nelle varie regioni italiane tra il 1951 e il 2011. Da questi dati assoluti si ha un primo importante riscontro, e cioè che la storia del movimento nel secondo Novecento è separabile in due fasi, e cioè la stagnazione degli anni Cinquanta e Sessanta e la grande crescita del quarantennio successivo. Tra l’altro la crisi economica che ha colpito anche l’Italia dal 2008 non sembra aver prodotto un ridimensionamento del movimento, in termini di imprese e di addetti, se non in alcune regioni. Nel 1951, vi erano 10.782 cooperative con 137.885 addetti, che nel 1971 erano praticamente rimaste invariate (10.744 unità) pur se a fronte di una sensibile crescita dell’occupazione (207.477 addetti). I dati del 2011, invece, ci dicono che il numero delle cooperative era quintuplicato rispetto a trent’anni prima, attestandosi su 50.134 unità, e che anche il numero degli occupati era salito considerevolmente (803.294 lavoratori). anni del miracolo economico, passando da 12,8 a 19,3 addetti di media, mentre successivamente il dato scese in maniera lieve ma abbastanza costante fino a 16,4 nel 1991, per poi risalire a 16,5 nel 2001 e attestarsi a 16,0 nel 2011. In pratica, nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, pur se il movimento fu penalizzato da varie difficoltà, si ebbe un processo di selezione e consolidamento, a beneficio dell’aumento dimensionale di tante cooperative. Nel trentennio successivo – come spiegato in precedenza – questo processo non si arrestò e varie cooperative divennero ancora più grandi, ma allo stesso tempo la gemmazione di numerose nuove esperienze ci consegna un dato medio un poco ridimensionato. Inoltre, le cooperative appaiono nettamente più grandi rispetto alla media delle imprese, ma è interessante notare che il trend di queste ultime è caratterizzato da un andamento solo in parte simile: una crescita fra 1951 e 1971, con la dimensione media che passa da 4,5 a 5,0 addetti per impresa, e un calo successivo, col valore del 2011 pari a 3,7. Nell’arco di tutto il secondo Novecento, quindi, mentre le cooperative furono interessate da una crescita della dimensione media, seppur non lineare, le imprese nel loro complesso scontarono una diminuzione del numero di addetti per società. Sulla base di queste valutazioni e del resto dei dati della tabella 7, le tabelle 5 e 6 appaiono quindi più leggibili. In pratica, emerge come nel corso della seconda metà del XX secolo alcune grandi regioni abbiano espresso una compagine cooperativa molto importante in termini di massa critica. L’Emilia-Romagna è sicuramente quella che spicca di più, forte di cooperative con una dimensione media sempre molto superiore al dato nazionale – addirittura più che doppia nel 2011 –, che come tale dato trova un riscontro soprattutto nelle percentuali relative agli addetti: in tutti e sette i benchmark si evince come circa un quarto o un quinto di tutti gli occupati in cooperativa lavorasse per una compagine emiliano-romagnola. La seconda regione che si distingue è la Lombardia, un’area molto popolosa e comunque forte di una tradizione cooperativistica di rilevo. In questo caso, però, salvo che nelle rilevazioni più recenti, la dimensione media delle cooperative è stata sensibilmente al di sotto del dato nazionale, e dunque a livello percentuale si trova un riscontro soprattutto in termini di singole imprese. Nelle rilevazioni del 1951 e del 1961 emerge come poco meno di un quarto di tutte le cooperative italiane fosse concentrato in questa grande regione. Più in generale, mentre nelle aree del Centro-Nord si sono registrati andamenti più variegati, in quelle meridionali e insulari si può osservare un sistematico e lineare calo della dimensione media tra il 1971 e il 2011. Un’altra considerazione importante è che il Trentino-Alto Adige, considerato un territorio a forte vocazione cooperativistica, non spicca attraverso questi dati, per il fatto di essere una regione con sole due province, e quindi più piccola e con meno abitanti rispetto alla maggior parte delle restanti. Prima di procedere alla disamina sulle differenze regionali, è utile vedere il confronto con i dati relativi alle imprese nel loro complesso, che ci fanno capire come il movimento cooperativo fosse in parziale controtendenza. Nel 1951, infatti, erano censite 1.504.027 imprese che davano lavoro a 6.781.092 addetti. Vent’anni dopo, ad un netto incremento delle aziende (2.236.044 unità) faceva eco quasi un raddoppio degli occupati, divenuti 11.077.533. Viceversa, i dati del benchmark più recente, ci mostrano come dal 1971 al 2011 si sia avuta una crescita con tassi inferiori a quella che aveva caratterizzato il movimento cooperativo; infatti, nel 2011, si registravano 4.425.950 imprese e 16.424.086 addetti. Consideriamo ora la massa critica della cooperazione nelle singole regioni. Nelle tabelle 5 e 6, indicato con 100 il totale di ogni singolo benchmark, sono riportate le percentuali che contraddistinguono ogni regione in termini di cooperative e di addetti alle medesime. La lettura di questi dati deve necessariamente accompagnarsi alla tabella 7, che dà conto della dimensione media delle imprese cooperative; nell’ultima riga della stessa tabella è riportata la dimensione media delle imprese italiane. Anzi, conviene proprio partire da questi ultimi dati per riscontrare alcune correlazioni importanti. Le cooperative aumentarono la propria dimensione nel corso degli 27 Documento per il Congresso regionale di Legacoop Emilia-Romagna valori e sviluppo Tab. 3 Imprese nelle regioni italiane (1951-2011) 1951 Piemonte Valle d’Aosta Lombardia Trentino-A.A. Veneto Friuli-V.G. Liguria 1961 1971 1981 1991 2001 2011 148.955 180.295 198.201 249.695 269.703 329.958 336.338 3.204 4.872 6.056 7.268 8.989 11.102 11.832 253.644 324.541 378.965 486.868 573.973 751.631 811.666 26.853 31.899 37.606 55.987 64.214 77.110 83.319 111.599 144.643 175.238 264.627 301.668 376.281 403.169 37.429 44.136 51.950 72.503 78.463 86.650 86.773 63.386 78.239 89.282 99.929 105.944 124.787 128.664 Emilia-R. 125.959 180.197 218.668 288.133 306.460 360.326 370.259 Toscana 108.986 154.732 183.219 225.821 266.131 313.020 330.917 Umbria 21.435 28.325 33.097 41.604 51.037 64.368 69.332 Marche 42.329 55.449 67.686 96.337 105.967 123.607 131.386 Lazio 86.354 126.313 160.186 194.231 238.052 358.785 425.730 46.284 56.738 Abruzzo Molise Campania 47.681 60.400 75.166 89.220 100.784 12.929 14.902 17.882 19.462 21.420 114.582 143.413 154.738 184.848 237.048 298.355 337.775 Puglia 82.076 110.925 129.036 155.796 186.652 224.895 252.203 Basilicata 16.861 19.431 21.035 26.666 30.510 33.086 35.101 Calabria 51.598 61.150 62.628 73.158 88.282 98.797 109.987 127.965 147.905 154.678 181.699 210.665 246.704 271.714 34.528 45.521 53.165 66.841 84.745 95.822 107.581 1.504.027 1.938.724 2.236.044 2.847.313 3.301.551 4.083.966 4.425.950 Sicilia Sardegna TOTALE Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie. Tab. 4 Addetti alle imprese nelle regioni italiane (1951-2011) 1951 Piemonte Valle d’Aosta Lombardia Trentino-A.A. Veneto 819.061 1961 1971 1.086.496 1981 1.310.599 1.366.314 1991 1.450.474 2001 2011 1.409.120 1.331.000 8.991 14.279 18.874 24.068 34.150 38.613 39.229 1.927.123 2.548.936 2.893.155 3.167.509 3.298.076 3.723.556 3.744.267 88.782 131.537 163.319 230.627 264.920 298.034 351.108 450.044 713.581 884.769 1.186.647 1.361.559 1.580.844 1.642.359 Friuli-V.G. 168.253 222.160 281.904 345.621 358.185 362.150 352.169 Liguria 364.741 450.282 438.245 469.462 418.399 383.571 433.371 Emilia-R. 407.570 721.168 890.046 1.199.099 1.305.754 1.470.609 1.518.243 Toscana 400.829 646.515 768.986 946.359 1.011.003 1.079.064 1.094.795 Umbria 61.089 88.231 124.048 170.673 190.642 225.173 240.215 Marche 112.990 180.249 246.428 368.804 405.130 456.358 460.833 Lazio 797.569 1.013.742 1.317.215 1.101.989 1.680.688 1.623.141 1.826.304 142.790 214.460 270.078 296.824 310.025 Abruzzo 98.605 141.585 28.182 40.947 50.658 54.211 53.390 Campania 346.296 483.367 490.716 685.403 743.055 836.760 939.776 Puglia 196.648 297.433 343.067 482.183 573.605 642.261 700.432 32.870 44.156 46.129 73.353 88.848 99.658 95.333 Molise Basilicata Calabria 105.484 142.890 129.945 187.421 212.330 231.546 274.896 Sicilia 302.071 409.230 407.210 526.618 621.578 624.140 721.349 Sardegna TOTALE 92.076 127.620 151.906 213.630 262.680 277.275 294.992 6.781.092 9.463.457 11.077.533 13.001.187 14.601.812 15.712.908 16.424.086 Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie. 28 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Tab. 5 Imprese cooperative in Italia: valori percentuali regionali (1951-2011) 1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011 Piemonte 7,2 6,6 5,0 5,8 5,3 5,7 4,8 Valle d’Aosta 0,3 0,3 0,2 0,2 0,3 0,3 0,3 23,8 22,3 16,8 13,2 13,7 14,2 14,1 5,4 6,5 7,7 3,8 2,9 2,5 2,0 Veneto 8,7 10,0 10,6 8,5 7,1 5,3 4,8 Friuli-V.G. 2,9 4,4 5,1 4,2 2,9 1,9 1,4 Lombardia Trentino-A.A. Liguria 3,4 2,4 2,3 2,3 2,1 2,3 1,9 Emilia-R. 13,8 18,8 19,4 17,6 11,1 8,5 7,6 Toscana 10,6 9,0 8,1 7,7 7,1 6,5 5,6 Umbria 1,7 1,3 1,3 1,7 1,6 1,3 1,1 Marche 3,2 1,8 1,7 3,0 2,8 2,4 2,3 Lazio 4,4 2,9 3,9 5,9 8,3 11,4 14,3 1,6 1,2 1,4 2,0 2,3 2,2 2,0 0,3 0,5 0,7 0,6 0,5 Abruzzo Molise Campania 3,2 2,4 2,6 5,2 7,2 8,9 10,1 Puglia 3,1 4,3 5,3 6,0 7,6 8,5 9,0 Basilicata 0,6 0,7 0,8 1,3 2,0 1,5 1,5 Calabria 1,5 1,0 1,0 1,6 2,4 2,2 2,8 Sicilia 3,2 2,4 3,4 6,7 9,6 10,7 10,6 Sardegna 1,3 1,8 3,1 2,8 3,2 3,2 3,3 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 TOTALE Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie. Tab. 6 Addetti alle cooperative in Italia: valori percentuali regionali (1951-2011) 1951 Piemonte Valle d’Aosta Lombardia 1961 7,6 1971 6,8 1981 5,2 1991 5,5 2001 5,7 2011 7,1 5,7 0,2 0,1 0,1 0,1 0,2 0,1 0,2 16,9 14,5 12,1 12,4 14,0 18,1 18,5 Trentino-A.A. 2,5 3,3 3,3 2,5 2,7 2,4 2,7 Veneto 6,7 7,5 7,8 7,2 8,1 9,2 9,5 Friuli-V.G. 5,0 3,2 3,2 2,6 2,9 2,3 2,2 Liguria 6,6 2,8 6,4 2,5 2,0 2,3 1,7 Emilia-R. 19,0 25,2 25,9 26,2 19,9 18,4 18,9 Toscana 11,6 10,2 8,1 7,2 7,6 6,6 7,0 Umbria 1,0 1,0 1,1 1,8 1,8 1,7 1,6 Marche 2,8 1,8 1,4 2,2 2,6 1,9 1,4 Lazio 5,2 5,5 Abruzzo Molise Campania 0,8 1,0 2,9 3,8 6,0 6,5 6,1 9,2 11,5 1,0 1,3 1,8 1,3 1,1 0,3 0,3 0,4 0,3 0,3 4,0 4,7 5,9 5,1 4,9 Puglia 3,6 6,1 5,4 6,3 5,9 5,5 5,1 Basilicata 0,6 0,5 0,6 0,8 1,2 0,7 0,5 Calabria 0,7 1,2 1,1 1,1 1,6 1,0 1,5 Sicilia 4,6 3,2 4,2 6,3 7,0 4,5 4,0 Sardegna TOTALE 1,9 2,2 2,7 2,3 2,6 2,2 1,7 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie. 29 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Tab. 7 Dimensione media delle cooperative: addetti/cooperative nelle regioni italiane (1951-2011) 1951 Piemonte 1961 1971 1981 1991 2001 2011 13,3 16,3 20,0 17,5 17,7 20,7 19,0 Valle d’Aosta 7,6 6,6 4,8 13,3 11,2 7,0 11,2 Lombardia 9,1 10,2 13,9 17,2 16,8 21,0 21,1 Trentino-A.A. 5,9 8,0 8,3 11,9 15,4 15,6 21,8 Veneto 9,9 11,9 14,2 15,4 18,7 28,7 31,4 22,0 11,1 11,9 11,1 16,7 20,2 25,5 Friuli-V.G. Liguria 24,9 18,9 54,2 19,8 15,9 16,5 14,1 Emilia-R. 17,6 21,0 25,7 27,1 29,2 35,8 39,7 Toscana 13,9 17,8 19,3 17,2 17,4 16,6 20,1 Umbria 7,4 11,5 15,6 18,6 18,1 21,7 23,3 Marche 11,1 16,0 16,6 13,3 15,1 12,8 10,2 Lazio 15,2 29,5 29,5 20,3 12,1 13,3 12,9 6,7 12,4 9,1 11,3 25,1 Abruzzo Molise Campania 14,5 12,4 13,2 10,0 16,1 12,0 10,8 10,0 8,5 30,0 16,3 13,5 9,5 7,8 Puglia 14,8 22,3 19,7 19,1 12,6 10,7 9,1 Basilicata 13,0 10,6 16,2 11,6 9,7 7,9 5,2 6,1 19,6 22,5 12,4 11,4 7,7 8,5 Calabria Sicilia 18,6 21,6 24,1 17,1 11,9 6,9 6,1 Sardegna 17,8 19,7 17,0 15,3 13,5 11,0 8,0 TOTALE 12,8 15,7 19,3 18,2 16,4 16,5 4,5 4,9 5,0 4,6 4,4 3,8 16,0 3,7 Tot. impr. it. Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie. Tab. 8 Cooperative/imprese totali: valori percentuali nelle regioni italiane (1951-2011) 1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011 Piemonte 0,5 0,4 0,3 0,5 0,7 0,8 0,7 Valle d’Aosta 1,0 0,8 0,4 0,6 1,3 1,4 1,4 Lombardia 1,0 0,8 0,5 0,5 0,9 0,9 0,9 Trentino-A.A. 2,2 2,5 2,2 1,4 1,6 1,5 1,2 Veneto 0,8 0,8 0,6 0,6 0,8 0,7 0,6 Friuli-V.G. 0,8 1,2 1,1 1,2 1,3 1,0 0,8 Liguria 0,6 0,4 0,3 0,5 0,7 0,9 0,7 Emilia-R. 1,2 1,3 1,0 1,2 1,3 1,1 1,0 Toscana 1,1 0,7 0,5 0,7 1,0 1,0 0,8 Umbria 0,8 0,6 0,4 0,8 1,1 0,9 0,8 Marche 0,8 0,4 0,3 0,6 0,9 0,9 0,9 Lazio 0,5 0,3 Abruzzo 0,3 0,6 1,2 1,5 1,7 0,3 0,6 1,1 1,2 1,0 0,4 0,3 0,3 0,7 1,3 1,4 1,2 Campania 0,3 0,2 0,2 0,6 1,1 1,4 1,5 Puglia 0,4 0,5 0,4 0,8 1,4 1,8 1,8 Molise Basilicata 0,4 0,4 0,4 1,0 2,3 2,2 2,1 Calabria 0,3 0,2 0,2 0,4 0,9 1,1 1,3 Sicilia 0,3 0,2 0,2 0,7 1,6 2,1 1,9 Sardegna 0,4 0,5 0,6 0,8 1,3 1,6 1,6 TOTALE 0,7 0,6 0,5 0,7 1,1 1,2 1,1 Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie. 30 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Per trovare un riscontro quantitativo dell’importanza della cooperazione trentina e altoatesina occorre incrociare i dati relativi al movimento con quelli riferiti alle imprese e agli occupati in genere. È questa, del resto, la principale novità euristica di questo approccio, che appunto non vuole prendere in considerazione solo la massa critica del movimento a livello territoriale, come fatto finora, ma valutare il peso specifico delle cooperative nelle singole regioni. La tabella 8 ci dice che percentuale di cooperative è stata censita dall’ISTAT sul totale delle imprese. Il dato nazionale conferma ulteriormente che gli anni Settanta sono stati uno spartiacque. Se nel 1951 le cooperative erano lo 0,7% delle imprese italiane, vent’anni dopo questo dato era sceso allo 0,5%. Successivamente il trend si è invertito considerevolmente, tanto che nel 2011, le cooperative erano l’1,1% di tutte imprese. Se entriamo nel merito delle singole regioni, emergono andamenti molto differenziati. In generale, nelle regioni del Nord-Ovest – Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta e Lombardia –, che sono considerate come uno dei motori economici dell’Italia, il dato è spesso al di sotto della media nazionale, a testimonianza di un’incidenza delle cooperative inferiore rispetto alle imprese tradizionali. Un dato più controverso riguarda il Nord-Est-Centro. All’importanza del Trentino-Alto Adige – di gran lunga primo nel ranking del 1951, del 1961 e del 1971 –, dell’Emilia-Romagna – sempre nelle prime tre posizioni tra il 1951 e il 1981 – e, in misura minore, del Friuli-Venezia Giulia, fa eco una performance più mediocre della cooperazione toscana, umbra, marchigiana e veneta. Per tutta quest’area, a forte vocazione distrettuale, si può dire che la crescita numerica delle imprese tradizionali è andata quasi di pari passo con quella delle cooperative, la cui presenza risulta dunque più annacquata nel tessuto economico-produttivo. Valga a titolo di esempio il fatto che il Veneto è la regione fanalino di coda nel 1991, nel 2001 e nel 2011. Il Lazio, il Mezzogiorno continentale e le isole, invece, hanno espresso un trend di crescita abbastanza omogeneo e soprattutto molto importante. Vale a dire che mentre nel 1951 i dati tutte queste regioni erano inferiori alla media, sessant’anni dopo lo scenario era del tutto capovolto e queste compagini – con la sola eccezione della Calabria – esprimevano valori superiori a quello nazionale. Addirittura, la Basilicata e la Sicilia si attestavano attorno ai due punti percentuali. In questa parte d’Italia, storicamente caratterizzata da un’economia meno vivace, a metà del Novecento le cooperative avevano una tradizione e un radicamento inferiore rispetto alle aree del Centro-Nord; tuttavia, nel corso del resto del secolo sono state proprio le cooperative a mostrare un maggiore dinamismo rispetto alle ditte private. te più grandi delle ditte tradizionali, non ci sorprende osservare che le percentuali di addetti alle cooperative sul totale degli occupati nelle imprese sono sensibilmente più elevate rispetto a quelle della tabella precedente. Nel 1951, i lavoratori nelle cooperative erano il 2,0% degli addetti alle imprese, un dato che si confermava nel 1961 e in lieve flessione nel 1971 (1,9%), a riprova del fatto che gli anni del miracolo economico furono di stagnazione per il movimento. Successivamente, si ebbe una crescita molto importante e nel 2011, gli addetti alle cooperative raggiungevano il 4,9% sul totale degli occupati nelle imprese. Anche in questo caso, le regioni del Nord-Ovest si segnalano come poco virtuose. La stessa Lombardia – che nei dati assoluti spiccava nel panorama nazionale – si conferma al di sotto del valore nazionale in tutte e sette le rilevazioni. Analogamente, il Nord-Est-Centro appare caratterizzato da una certa disparità, con regioni poco brillanti, come le Marche e il Veneto, altre che – in termini di ranking – hanno perso un po’ di smalto nel corso del tempo, quali il Friuli-Venezia Giulia e la Toscana, e altre più virtuose. In particolare, i dati dell’Emilia-Romagna sono davvero impressionanti, a testimonianza del fatto che questa regione si è storicamente distinta per la presenza di grandi imprese cooperative forti di centinaia o migliaia di occupati. Basti pensare che in tutti e sette i benchmark il dato emiliano-romagnolo è di gran lunga il più elevato, con percentuali doppie o triple rispetto alla media nazionale: nel 2011, il 10,0% degli addetti alle imprese della regione lavorava in cooperativa. Rispetto alla tabella precedente, invece, è meno evidente la vocazione cooperativistica del Trentino-Alto Adige, pur se la regione conferma percentuali costantemente ben al di sopra della media e si posiziona sempre nelle prime sei del ranking. Il Lazio e il Mezzogiorno continentale e insulare, infine, mostrano anche in questo caso una certa vivacità, resa ancor più esplicita dal fatto che nel 1951 i valori sono abbastanza bassi – dallo 0,9% del Lazio al 2,8% della Sardegna – mentre sessant’anni dopo hanno assunto maggiore consistenza, dato che si oscilla dal 3,0% dell’Abruzzo al 5,9% della Puglia, senza trascurare il fatto che i dati del 2001 erano ancor più elevati per il Mezzogiorno. La tabella 10 presenta un ipotetico ranking regionale – al quale, del resto, si è fatto già riferimento nelle valutazioni sopra espresse – che concerne tutti i benchmark delle due tabelle precedenti. L’ordine è decrescente, dunque la regione che ha espresso la percentuale più elevata è al primo posto, viceversa quella con la percentuale minore è all’ultimo. In sintesi, quindi, questa lettura statistica ci ha confermato che l’Emilia-Romagna è l’area storicamente più importante per il movimento cooperativo, forte di una tradizione che non si è affatto persa o ridimensionata nel corso del tempo, ma che anzi pare essersi rafforzata. Il resto delle regioni centro-settentrionali si è caratterizzato, I ragionamenti formulati a partire dalla tabella 8 hanno presso in considerazione le imprese. Vediamo ora, con la tabella 9, di analizzare l’ambito degli addetti. Poiché abbiamo già mostrato che le cooperative sono generalmen- 31 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Tab. 9 Addetti alle cooperative/addetti totali alle imprese: valori percentuali nelle regioni italiane (1951-2011) 1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011 Piemonte 1,3 1,2 0,8 1,5 2,3 4,0 3,4 Valle d’Aosta 2,7 1,8 0,6 2,2 3,9 2,8 4,6 Lombardia 1,2 1,1 0,9 1,4 2,5 3,8 4,0 Trentino-A.A. 3,9 4,9 4,2 3,9 6,0 6,2 6,2 Veneto 2,1 2,0 1,8 2,2 3,5 4,6 4,6 Friuli-V.G. 4,1 2,7 2,3 2,7 4,8 5,0 5,0 Liguria 2,5 1,2 3,1 2,0 2,8 4,8 3,1 Emilia-R. 6,4 6,7 6,0 7,9 8,9 9,8 10,0 Toscana 4,0 3,0 2,2 2,8 4,4 4,8 5,1 Umbria 2,2 2,1 1,8 3,7 5,5 5,8 5,3 Marche 3,4 2,0 1,2 2,2 3,7 3,3 2,5 Lazio 0,9 1,0 0,9 2,2 2,1 4,4 5,0 1,1 1,3 1,1 1,5 Abruzzo Molise Campania 1,5 2,3 4,0 3,5 3,0 1,9 3,0 5,0 5,0 4,2 1,7 2,5 4,7 4,8 4,2 Puglia 2,5 3,9 3,3 4,7 6,0 6,8 5,9 Basilicata 2,5 2,0 2,9 4,1 7,7 5,7 4,0 Calabria 1,0 1,6 1,8 2,1 4,5 3,5 4,4 Sicilia 2,1 1,5 2,2 4,3 6,5 5,7 4,5 Sardegna 2,8 3,4 3,7 4,0 5,9 6,1 4,5 TOTALE 2,0 2,0 1,9 2,8 4,0 5,0 4,9 Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie. Tab. 10 Incidenza delle cooperative sulle imprese (come da tab. 8) e degli addetti alle cooperative sugli addetti totali (come da tab. 10): ranking su base regionale (1951-2011) 1951 Piemonte 1961 1971 1981 1991 2001 2011 imp. add. imp. add. imp. add. imp. add. imp. add. imp. add. imp. add. 11° 14° 11° 16° 12° 19° 17° 19° 19° 19° 19° 15° 18° 17° Valle d’Aosta 4° 7° 4° 11° 8° 20° 11° 13° 5° 14° 7° 20° 7° 8° Lombardia 4° 15° 4° 18° 6° 17° 17° 20° 15° 18° 15° 16° 13° 15° Trentino-A.A. 1° 4° 1° 2° 1° 2° 1° 6° 2° 4° 5° 3° 9° 2° Veneto 6° 12° 4° 8° 4° 11° 11° 13° 18° 16° 20° 13° 20° 8° Friuli-V.G. 6° 2° 3° 6° 2° 7° 2° 10° 5° 9° 13° 8° 15° 6° 10° 8° 11° 16° 12° 5° 17° 18° 19° 17° 15° 10° 18° 18° Emilia-R. 2° 1° 2° 1° 3° 1° 2° 1° 5° 1° 11° 1° 11° 1° Toscana 3° 3° 7° 5° 6° 8° 8° 9° 14° 12° 13° 10° 15° 5° Umbria 6° 11° 8° 7° 8° 11° 5° 7° 11° 7° 15° 5° 15° 4° Marche 6° 5° 11° 8° 12° 16° 11° 13° 15° 15° 15° 19° 13° 20° 11° 19° 15° 19° 12° 17° 11° 13° 10° 20° 5° 14° 4° 6° 12° 15° 11° 12° 11° 13° 10° 17° 11° 19° Liguria Lazio Abruzzo 13° 16° 15° 15° 12° 10° 8° 8° 5° 8° 7° 8° 9° 13° Campania 17° 16° 17° 13° 18° 14° 11° 11° 11° 10° 7° 10° 6° 13° Puglia 13° 8° 9° 3° 8° 4° 5° 2° 4° 5° 3° 2° 3° 3° Basilicata 13° 8° 11° 8° 8° 6° 4° 4° 1° 2° 1° 6° 1° 15° Calabria 17° 18° 17° 12° 18° 11° 20° 17° 15° 11° 11° 17° 8° 12° Sicilia 17° 12° 17° 13° 18° 8° 8° 3° 3° 3° 2° 6° 2° 10° Sardegna 13° 6° 9° 4° 4° 3° 5° 5° 5° 6° 4° 4° 5° 10° Molise Fonte: ISTAT, Censimento generale dell’industria e del commercio (poi dell’industria e dei servizi), 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, 2001, 2011. Elaborazioni statistiche mie. 32 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 invece, per un’importanza storica che nel secondo dopoguerra poteva dirsi ancora sensibile, con maggior vigore in Trentino-Alto Adige. Tuttavia, in questa parte d’Italia la crescita del movimento in rapporto all’incremento del tessuto economico-produttivo è stata inferiore rispetto al Mezzogiorno nel suo complesso, dove – pur se si partiva da un minor radicamento locale – la cooperazione ha dimostrato di saper attecchire e di rappresentare una convincente alternativa ad un’impresa tradizionale certamente meno brillante di quella padana. Ecco, quindi, che la valutazione del peso specifico della cooperazione nei singoli territori ci consegna un’immagine più completa rispetto alla canonica ripartizione del movimento nelle regioni italiane, che non dava conto della proporzione rispetto alla grandezza e alla popolosità di ogni singola compagine. le fasi più lontane e, se si vuole, più eroiche del movimento cooperativo. L’integrazione fra cooperative differenti – clienti e fornitrici di altre consorelle – in una catena del valore è un’idea di quei padri e di quegli apostoli della cooperazione che ritroviamo a cavallo fra XIX e XX secolo, ma le cui speculazioni teoriche faticarono spesso a tradursi in pratica. La vendita nelle cooperative di consumo dell’ortofrutta prodotta nelle affittanze collettive gestite dai braccianti è stato il sogno di più di una generazione di cooperatori, così come la costruzione degli stabili da parte delle cooperative di muratori su richiesta di quelle di abitazione. Alcune di queste aspirazioni si sono effettivamente realizzate, altre sono restate un’utopia, e in generale la rete verticale si è realizzata all’interno di comparti a sé stanti, come l’agroalimentare o la grande distribuzione, senza produrre troppi intrecci intersettoriali, come avevano sperato i cooperatori del primo Novecento. Dopo la seconda guerra mondiale, il movimento cooperativo cominciò a sviluppare dei networks verticali a partire dal settore agricolo. E così, nacquero strutture autogestite per la lavorazione dei prodotti delle campagne, dalle cantine ai caseifici sociali, dai molini ai macelli cooperativi. Sulla base delle medesime considerazioni, si crearono cooperative per la commercializzazione dell’ortofrutta, così da non dover più dipendere da quei grossisti che lucravano sul passaggio fra la fase produttiva e la vendita al dettaglio. Anche se l’agroalimentare è il comparto dove il network verticale si è affermato con elaborazioni particolarmente originali e di successo, alla ricerca di economie più di scopo che di scala, vi è anche un altro ambito che dagli anni sessanta in avanti si è sempre più caratterizzato per una struttura di questo genere. Si tratta della grande distribuzione organizzata, dove si distinguono alcune importanti cooperative di consumo e di dettaglianti che sono organizzate secondo un modello molto simile. I consumatori o gli esercenti hanno dato vita a cooperative su base locale – poi ampliatesi attraverso progressive unificazioni – che fanno riferimento ad un unico consorzio nazionale di approvvigionamento. In un certo senso, la struttura del network è la medesima che nel settore agroalimentare, visto che il prodotto passa di mano dal fornitore/conferitore fino al cliente/acquirente. Unicamente sono invertiti i percorsi, perché nel caso della grande distribuzione la merce parte dall’epicentro della rete per arrivare alle sue periferie, mentre nell’agroindustria parte dalle aree esterne per giungere al fulcro. Se i networks orizzontali e verticali rappresentano l’anima storica della cooperazione, quelli complementari sono una delle sue scommesse più recenti. Si tratta di reti che tendono a sviluppare sinergie ed integrazioni fra i propri elementi. L’origine di queste strutture si colloca negli anni settanta, quando la crescita dell’impresa cooperativa e di tutto il movimento aveva aumentato le possibilità di penetrazione nel mercato, elevato il target dei lavori eseguiti, sviluppato opportunità in segmenti collaterali al core-business delle singole imprese. Un esempio è quello dei consorzi fra cooperative di servizi chiamati a sviluppare sinergie fra le proprie affiliate. Infatti, nel Alcune riflessioni sui network cooperativi Il movimento cooperativo può essere letto e interpretato come un insieme di reti, ognuna delle quali ha una specifica funzione e una logica peculiare. È ormai ampiamente assodato che il tessere relazioni stabili fra imprese può avere un forte impatto sull’aumento della competitività, sulla stessa sopravvivenza delle aziende e sull’intero funzionamento del sistema economico. Il fatto che le cooperative diano luogo a dei networks, quindi, non è un fatto eccezionale, bensì è in linea con ciò che accade – in maniera più flebile – nel mondo delle imprese nel suo complesso. Naturalmente è possibile procedere ad una classificazione, che come tale suddivide i network cooperativi in cinque tipologie principali, riassunte nella seguente tabella 11. Il primo tipo di rete, di carattere orizzontale, è quello sul quale il movimento ha forse fatto principale affidamento, sia nei momenti «pionieristici» della propria storia – come possiamo definire la fase tardo-ottocentesca o la ricostruzione del secondo dopoguerra – sia nei periodi di deciso sviluppo e di consolidamento, quali possono essere considerati l’età giolittiana o il miracolo economico. Lo strumento privilegiato di questo genere di network è il consorzio, inteso come una cooperativa di cooperative – definita anche cooperativa di secondo grado – al quale sono demandati compiti di razionalizzazione dei bisogni e delle risorse, spesso alla ricerca di economie di scala più vantaggiose o di integrazioni simmetriche che possono preludere a unificazioni. I casi probabilmente più tipici sono quelli dei consorzi fra cooperative agricole o fra sodalizi di produzione e lavoro che si svilupparono in gran parte delle province italiane del Centro-nord fra la ricostruzione e gli anni settanta, molto spesso richiamandosi ad una tradizione prefascista. Le reti verticali affondano anch’esse le proprie origini nel- 33 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Tab. 11 Tipologia delle reti cooperative Tipo Definizione Caratteristiche Governance 1. orizzontale reti tra cooperative volte all’aumento del potere di mercato, alla razionalizzazione industriale, a gestione dei rischi e sviluppo di opportunità, alla produzione di servizi comuni quasi integrazione; di lunga durata; prelude talora a fusioni; rete ampiamente utilizzata dalle PMI cooperative governo paritetico attraverso appositi comitati; gruppo paritetico; oppure formazione di consorzi o altri strumenti giuridici partecipati 2. verticale (filiera) reti tra fornitori e acquirenti in una catena del valore, sviluppata anche per permettere la concentrazione di ciascuna impresa sul suo core business e per governare una filiera specializzazione verticale; coordinamento della logistica e delle specifiche produttive; rete che può unire grandi e piccole imprese partner che coordina; sistema stratificato 3. complementare reti tra produttori di beni e servizi complementari volte ad offrire pacchetti completi ai clienti relazioni latenti, spesso attivate su richiesta dei clienti, di tipo orizzontale e diagonale alleanze stabili; scambi azionari; gruppi diversificati; consorzi; formulazione comune di strategie 4. finanziario reti di sostegno finanziario Offerta di credito, assunzione di partecipazioni stabili o temporanee a scopo di sviluppo, accompagnate da servizi finanziari e tecnici qualificati, in una prospettiva di consolidamento imprenditoriale agenzie indipendenti dedicate alla promozione, strategicamente orientate 5. rete di reti Reti di coordinamento strategico Rappresentanza verso l’esterno, tutela dell’identità cooperativa, sinergie tra reti, servizi comuni, scelte strategiche di fondo governo di sistema, con meccanismi in parte elettivi in parte manageriali Fonte: Tito Menzani, Vera Zamagni, Economia delle reti e impresa cooperativa, in «Imprese e Storia», n. 37, 2009, pp. 59-84; Tito Menzani, Vera Zamagni, Cooperative Networks in the Italian Economy, in «Enterprise and Society», n. 1, 2010, pp. 98-127. Tab. 12 I consorzi della cooperazione emiliano-romagnola: alcuni dati numero 2013 2009 Consorzi 76 di cui Lega 26 addetti valore della produzione totale attivo patrimonio netto 2013 2009 2013 2009 2013 2009 2013 2009 71 1.953 1.871 3.315.234.957 3.159.520.111 1.195.789.941 1.109.917.839 148.505.827 147.817.688 22 1.511 1.413 3.145.759.967 2.968.960.181 1.054.961.459 948.349.040 123.077.132 116.937.167 Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna 34 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 caso di grandi appalti, come la gestione di varie strutture di servizio delle Unità sanitarie locali, il cliente ha la possibilità di interloquire con un unico soggetto – il consorzio – che distribuisce a cooperative differenti e specializzate i singoli segmenti di attività: la pulizia dei locali, lo smaltimento dei rifiuti speciali, la manutenzione delle apparecchiature, la fornitura di personale infermieristico ausiliario, l’organizzazione di un centralino o di un punto d’ascolto per rapporti con il pubblico, ecc. Con modalità ancora diverse, ma sempre nell’intento di promuovere sinergie, operano i gruppi cooperativi, che rappresentano una recente evoluzione dei networks complementari realizzata spesso sul modello delle società di capitale. Il quarto genere di network che riguarda la cooperazione è dato da quegli organismi che ricoprono una funzione finanziaria. In questo ambito, Legacoop si è mossa in modo abbastanza autocentrato, cercando di accompagnare la crescita delle sue cooperative con strumenti sempre più avanzati, come il Consorzio cooperativo finanziario per lo sviluppo (Ccfs), Cooperazione finanza impresa (Cfi), Coopfond, e naturalmente il Gruppo Unipol. La centrale cooperativa è il quinto tipo di network, e non a caso è stata definita una rete di reti. Dato il suo ruolo, che è riduttivo definire di rappresentanza, questa organizzazione è stata un fattore strategico cruciale nel «fare sistema». La storia di Legacoop, ad esempio, è ricca di passaggi in cui certe decisioni non sono state prese all’interno dell’impresa, ma nella cosiddetta organizzazione di rappresentanza. È il caso della creazione dei primi consorzi in età giolittiana, della realizzazione di strutture di secondo grado in ambito agroalimentare negli anni del boom economico, dei grandi progetti di fusione fra cooperative dello stesso settore e di un medesimo comprensorio. Naturalmente vi è sempre stato un rapporto dialettico tra le cooperative e Legacoop, nonché un rispetto delle dinamiche decisionali democratiche, ma al di là di questo si deve ravvisare la grande e carismatica influenza della centrale. E quindi, le linee strategiche che venivano elaborate in Legacoop erano poi quasi sempre recepite a livello di singola impresa. Ecco perché ha storicamente avuto successo l’espressione «movimento cooperativo», mentre, ad esempio, in riferimento all’insieme delle iscritte alla Confindustria non si è soliti usare il termine movimento. Quest’ultimo caso rimanda a una funzione di rappresentanza vera e propria, per cui Confindustria si fa carico di discutere sui tavoli governativi le varie istanze e di dare voce alle imprese che rappresenta. Difficilmente, però, Confindustria governa e presiede degli accorpamenti fra imprese, nell’ottica di salvare quelle più deboli dal fallimento, o progetta la creazione di strutture consortili o simili a favore delle associate. Viceversa, le centrali cooperative hanno storicamente svolto una maggiore funzione di guida e quindi di leadership. Come si evince da quanto detto sui network, non è semplice fornire una base quantitativa a questa analisi concettuale. Innanzi tutto, alcune di queste reti hanno una natura informale, come le filiere, altre una natura giuri- dica molto variegata e quindi più difficile da intercettare in maniera sistematica, come i network creditizi, altre ancora non ricadono entro l’ambito delle imprese e quindi eludono i principali database a nostra disposizione: il caso delle centrali cooperative e delle loro articolazioni periferiche è certamente quello principale. Tuttavia siamo in grado di elaborare una soddisfacente analisi quantitativa per il principale network che – oggi come ieri – ha caratterizzato il movimento, e cioè il consorzio. Come si è spiegato, le istituzioni consortili hanno rappresentato l’incipit delle iniziali connessioni intercooperative, nonché l’ossatura dell’evoluzione successiva, in termini di reti orizzontali, verticali e sinergiche. La successiva tabella 12 ci consente di mettere meglio a fuoco questo contesto, per lo meno per la storia recente. Tra il 2009 e il 2013 hanno operato in Emilia-Romagna 83 consorzi, attivi nei settori delle costruzioni (19), dei trasporti e del magazzinaggio (15), dei servizi commerciali (9), della consulenza gestionale (9), del supporto tecnico-amministrativo alle imprese (8), dei servizi agricoli e agroalimentari (6), dei servizi sociali (4) e dei servizi di altro genere (12). Il trend 2009-2013 mostra dati crescenti, ma soprattutto una evidentissima solidità dei consorzi in area Legaccoop. Pur se questi sono circa un terzo del totale, esprimono percentuali elevatissime sul totale dell’attivo, sul patrimonio netto e sul valore della produzione. Si può quindi sostenere che in Emilia-Romagna la cooperazione iscritta a Legacoop fruisce di strutture consortili tutt’altro che leggere e ancillari, ma che al contrario rappresentano uno perno cruciale di vari pezzi del movimento. 35 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 La geografia della cooperazione a cura di CAIRE Cooperativa Ingegneri ed Architetti di Reggio Emilia coordinamento di Giampiero Lupatelli La presenza cooperativa Concentrazioni molto significative della presenza cooperativa sono presenti nelle altre realtà urbane “minori” della regione (Imola e Faenza, in particolare) e con tratti distintivi diversi nella cintura metropolitana bolognese e nell’esteso quadrante reggiano modenese che ha i suoi vertici (geografici e funzionali) nei poli di Carpi e Sassuolo oltre che nelle due città capoluogo; qui la presenza cooperativa registra una maggiore e più uniforme diffusione territoriale. In montagna la rarefazione della presenza cooperativa riflette la bassa densità dell’insediamento umano e trova i suoi punti di maggior concentrazione nei due “capoluoghi” della montagna centrale, Pavullo nel Frignano e Castelnovo né Monti. Decisamente più limitata la diffusione della presenza cooperativa nel quadrante più occidentale della regione, nella province di Parma e, soprattutto, di Piacenza. Le imprese La diffusione delle imprese cooperative sul territorio nazionale è ampia e ramificata, interessano con differenziazioni significative ma non sostanziali l’intero quadro territoriale del Paese, ad ogni livello della sua articolazione territoriale. Al 6° Censimento dell’Industria e dei servizi si registrava la presenza di 61.398 imprese cooperative, 50.134 delle quali registrate nella sezione del censimento dedicata alle imprese mentre le 11.264 cooperative sociali, in virtù della loro qualificazione di legge come ONLUS erano considerate nella sezione dedicata alle istituzioni private non profit. Una presenza diffusa e articolata che si ripropone con altrettanta evidenza per l’Emilia-Romagna, regione culla e luogo di elezione del fenomeno cooperativo del Paese, dove le 4.530 imprese cooperative caratterizzano con la loro presenza l’intera partizione comunale del territorio regionale: in regione pratica mente non ci sono comuni “senza” imprese cooperative. Diffusione e pervasività del fenomeno cooperativo che non escludono tuttavia la presenza di articolazioni territoriali significative anche in una regione ad alta vocazione cooperativa come è la Regione Emilia-Romagna. Le città capoluogo rappresentano i luoghi della maggiore concentrazione di imprese cooperative: in tutte le 10 città emiliano romagnole che rientrano in questa condizione, da Piacenza a Rimini, passando per Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ferrara, Forlì, Cesena e Ravenna sono presenti al censimento oltre 100 imprese cooperative, con il minimo a Ferrara (133) e il massimo a Bologna (496) e un secondo posto di Reggio Emilia (319 imprese) che sovverte le gerarchie demografiche, precedendo città più popolose come Parma e Modena. Nel complesso le 10 città (che in termini demografici rappresentano il 37,0% della popolazione regionale) ospitano più della metà (il 53,1%) delle imprese cooperative della regione. 37 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Numero di imprese cooperative per Comune al 2011 Numero di imprese cooperative per Sistema Locale del Lavoro al 2011 38 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Numero di imprese cooperative per mille abitanti per Comune in Emilia-Romagna al 2011 Numero di imprese cooperative per mille abitanti per Sistema Locale del Lavoro al 2011 39 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Il radicamento territoriale Cooperative e popolazione Una esplicita considerazione di quanto la presenza cooperativa incida, rapportata alla distribuzione della popolazione e più in generale delle attività umane sul territorio del Paese e della Regione, consente di articolare più dettagliatamente il giudizio sul significato e il rilievo che l’istituzione cooperativa è venuta assumendo nel differenziato percorso evolutivo delle realtà territoriali del Paese. In primo piano è intanto l’evidenza che la regione di maggiore tradizione cooperativa del Paese, come sicuramente è la Regione Emilia-Romagna, abbia una frequenza di imprese cooperative operanti sul suo territorio per mille abitanti residenti sostanzialmente allineata alla media nazionale: 1,05 imprese per mille abitanti contro le 1,03 dell’Italia nel suo complesso. La considerazione può apparire meno singolare quando si osservi che nella geografia dell’intero paese densità maggiori della presenza cooperativa si trovano piuttosto nelle regioni meridionali del Paese (sostenute qui dalla estensione delle politiche pubbliche per il sostegno allo sviluppo locale che hanno privilegiato che la forma cooperativa dei propri interlocutori imprenditoriali) di quanto non si riscontri invece nelle regioni centro settentrionali, regioni tra le quali l’Emilia-Romagna si distingue con tutta evidenza. Nell’articolazione interna alla regione, il quadro di relativa uniformità della presenza “urbana” della cooperazione si differenzia significativamente e così è la città di Reggio Emilia a rivestire il privato della maggior densità cooperativa, con quasi due imprese per mille abitanti, seguita sorprendentemente da Piacenza e poi (più in linea con attese e senso comune) da Forlì e da Modena. In coda alla graduatoria la città di Ferrara con una sola impresa cooperativa per mille abitanti. Assieme alle città è sempre l’asse della Via Emilia a presentarsi come il luogo di elezione dei processi socioeconomici che connotano il quadro regionale - e la diffusione della istituzione economica cooperativa è sicuramente tra questi. Colpisce anche, in termini relativi, il significativo radicamento della presenza cooperativa anche in contesti della bassa pianura emiliana e non solo di quelli che, come la bassa reggiana e modenese, hanno rappresentato nello scorso ventennio la nuova frontiera dello sviluppo industriale della regione, ma anche (e forse in forma ancora più accentuata) nella bassa parmense e piacentina. Del tutto peculiare la considerazione che riguarda l’orizzonte montano della regione dove la maggior densità della presenza cooperativa è sicuramente espressione innanzitutto della estrema fragilità del quadro demografico, ma testimonia anche dell’importanza “istituzionale” della presenza cooperativa come fattore di coesione sociale e tenuta della montagna. 40 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Partire dai numeri di Guido Caselli I numeri della cooperazione. Uno sguardo d’insieme Si può dubitare dei numeri o, più correttamente, dell’utilizzo che se ne fa. Mark Twain sosteneva che esistono tre tipi di bugie, le piccole bugie, le grandi bugie e le statistiche. Una delle leggi di Murphy recita che se si raccolgono abbastanza dati qualsiasi cosa può essere dimostrata con metodi statistici. L’Economist afferma che l’economia è la scienza che studia perché le sue previsioni non si sono avverate. Una sfiducia verso i numeri che è diventata ancora più tangibile negli ultimi anni quando – per certi aspetti paradossalmente - di fronte a una maggiore disponibilità di informazione economica e statistica, anche a livello territoriale, è diminuita la capacità di interpretare le dinamiche in atto. La rilevanza della cooperazione nel sistema economico emiliano-romagnolo è cosa nota. Quasi 5.600 cooperative attive nel 2013, l’1,4 del totale delle imprese, un’incidenza che diventa molto più rilevante in termini di occupazione, il 10,9 per cento. Se consideriamo solo l’occupazione dipendente, ogni cento lavoratori 15 trovano impiego in una società cooperativa. Una forza che trova conferma anche nei dati sul fatturato: con riferimento alle sole società di capitale (le uniche forme giuridiche che hanno l’obbligo di deposito del bilancio) oltre il 16 per cento del volume d’affari complessivo è generato dalla cooperazione. Poter contare su più dati non si è tradotto in maggior conoscenza, un’equazione mancata che ha sollevato dubbi sull’opportunità di affidare ai numeri il racconto di quanto sta accadendo e di cosa avverrà nei prossimi anni. È indubbio che se presi singolarmente o non adeguatamente contestualizzati i numeri ci restituiscono una fotografia parziale – e a volte distorta - della realtà. Però, una volta riconosciuti i loro limiti, è inevitabilmente dai numeri che occorre partire se si vuole tentare di comprendere il processo di metamorfosi socio-economica che stiamo vivendo e quale futuro ci attende. Occorre farlo in modo nuovo perché, se è vero che la forza esplicativa della statistica si è affievolita nel corso degli anni, è altrettanto vero che i numeri - se fotografati con filtri differenti e letti con nuove chiavi interpretative che li contestualizzano all’interno di una visione più ampia - possiedono ancora quel patrimonio informativo, quella ”energia fucsia” capace di illuminare e rendere visibili le traiettorie dello sviluppo. All’interno del movimento cooperativo la Lega delle cooperative con le sue oltre 1.100 imprese associate riveste un ruolo fondamentale, ad essa afferiscono quasi la metà dell’occupazione e oltre due terzi del fatturato cooperativo1. È sufficiente un dato per quantificare il ruolo della Lega delle cooperative nello scenario economico regionale: ogni 100 lavoratori dipendenti, in cooperative e non, 8 si riferiscono a cooperative associate a Legacoop. Per una reale comprensione dell’incidenza della Lega delle cooperative sull’economia regionale, alle cooperative associate andrebbero aggiunte le imprese controllate dalle Cooperative stesse. 138 cooperative aderenti alla Lega detengono quote di controllo in 937 partecipate, di cui 565 localizzate in Emilia-Romagna. Complessivamente le controllate realizzano un fatturato prossimo agli 8 miliardi, un valore sottostimato in quanto per alcune partecipate all’estero non si dispone dei dati di bilancio. È quanto ci proponiamo in questo capitolo, cercare di comprendere il processo di trasformazione attraverso l’”ascolto” dei numeri, dare voce ai dati maggiormente esplicativi per tentare di raccontare l’economia e la società con un linguaggio differente, capace di narrare i cambiamenti, di cogliere i prodromi dei momenti di discontinuità e di valutarne gli effetti sul territorio 1 Il dato sulla cooperazione e sulle associate Legacoop tiene conto solo dell’occupazione creata dalle società cooperative in Emilia-Romagna e non di quella creata al di fuori dai confini regionali. Il dato quindi è sottostimato rispetto all’effettiva capacità di creare occupazione. 41 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 I numeri della cooperazione di Legacoop. Anno 2013 (fatturato 2012) Cooperazione Legacoop Inc. coop.ve su totale Inc. Legacoop su totale Inc. Legacoop su coop.ve Imprese 5.579 1.131 1,4% 0,3% 20,3% Addetti 174.797 85.711 10,9% 5,4% 49,0% 39.537 27.580 16,1% 11,2% 69,8% Fatturato (mln) Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna La magnitudo di Legacoop. Incidenza del fatturato delle associate e loro controllate in regione sul totale società di capitale. Anno 2013 (ove non disponibile dato 2012) Agroalimentare Sistema moda Industria estrattiva / chimica Costruire - abitare Metalmeccanica Altro manifatturiero Altro industria Commercio Alloggio / ristorazione 13,9% 0,1% 2,5% 23,2% 2,9% 2,1% 3,4% 21,1% 22,8% Servizi imprese 14,6% Servizi persone 21,3% TOTALE 13,6% Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna Grado di concentrazione. Quota di fatturato complessivo detenuto dalle società maggiori. 7,0% 34,9%44,3% 12,9% 51,7% 68,8% 18,2%62,6%81,3% Le prime 10 Le prime 25 Le prime 50 Totale Società capitale Altre coop. ve Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna 42 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Legacoop 25,3% 71,3%89,3% Le prime 100 La somma delle cooperative associate e delle sue controllate misura la “magnitudo” della Lega delle cooperative, oltre 33 miliardi di fatturato, quasi il 14 per cento del volume d’affari realizzato da tutte le società di capitale dell’Emilia-Romagna. In alcuni comparti l’incidenza della Lega delle cooperative raggiunge e supera il 20 per cento: la filiera costruire abitare (23,2 per cento), il commercio (21,1 per cento) l’alloggio/ristorazione (22,8 per cento), i servizi alle persone (21,3 per cento). Se si scende ad un maggior dettaglio settoriale emergono quattro settori - servizi di vigilanza e investigazione, servizi postali e attività di corriere, attività di servizi per edifici e paesaggio, assistenza sociale non residenziale – dove oltre la metà del fatturato complessivo realizzato dalle società di capitale è generato da società associate a Legacoop. Va sottolineato come il fatturato complessivo delle associate di Legacoop sia fortemente concentrato in poche cooperative. Le prime 3 società per fatturato realizzano oltre il 18 per cento del volume d’affari totale, le prime 10 incidono per il 44 per cento, contro il 45 per cento delle cooperative non aderenti a Legacoop e al 7 per cento del totale delle società di capitale. In termini percentuali il 2,6 per cento delle associate a Legacoop realizza oltre i tre quarti del fatturato totale, vale a dire che il restante 97,4 per cento di cooperative contribuisce per meno del 25 per cento al volume d’affari complessivo. 43 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Variazione imprese, addetti e fatturato. Legacoop a confronto con il totale imprese e con le altre forme giuridiche Var. imprese 2008-2013 0,8% 8,7% 11,6% Var. addetti 2008-2013 -3,9% Coop. 3,8% Var. reale fatturato 2008-2012 6,5% Non Coop. -11,7% -3,0%-1,1% Legacoop Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna Variazione imprese, addetti e fatturato. Legacoop a confronto con il totale imprese e con le altre forme giuridiche Var. costo del lavoro 2008-2012 -3,3% Coop. 4,1% Non Coop. 3,5% Risultato prima delle imposte su fatturato. 2008 e 2012 a confronto 3,2% 1,4% Legacoop 1,7% -0,2% 2008 Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna 44 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 2012 2,1% 0,2% I numeri della cooperazione. Gli anni della crisi C’è un dato che emerge chiaramente dal racconto nei numeri: in questi anni di crisi la cooperazione ha tenuto meglio rispetto alle altre forme giuridiche e, all’interno della cooperazione, le associate alla Lega delle cooperative hanno mostrato risultati migliori. Dal 2008 al 2013 le società non cooperative hanno registrato un arresto nella crescita delle imprese (il loro numero è aumentato solamente dello 0,8 per cento), a fronte di un incremento prossimo al 9 per cento del totale cooperazione e dell’11,6 per cento della Lega. Il confronto mostra divaricazioni ancora più ampie se si osservano occupazione e risultati economici: le altre forme giuridiche hanno perso quasi il 4 per cento dell’occupazione, la Lega delle cooperative ha aumentato i propri addetti del 6,5 per cento. La variazione in termini reali (quindi al netto dell’inflazione) del volume di affari dal 2008 al 2012 (in quanto non tutti i bilanci relativi al 2013 sono disponibili per le analisi) mostra per le non cooperative una flessione di quasi il 12 per cento, per la Lega delle cooperative il calo è contenuto all’1,1 per cento. In altri termini, mentre le non cooperative continuano ad essere molto distanti dai livelli di fatturato pre-crisi, le cooperative e, in particolare quelle aderenti a Legacoop, hanno recuperato quasi completamente il volume d’affari del 2008. Se nell’esame del conto economico delle imprese si prendono in considerazione le altre poste emerge una correlazione inversa tra variazione del fatturato e reddittività. La cooperazione per restare competitiva ha progressivamente eroso i propri margini economici, arrivando ad azzerare il risultato d’esercizio prima delle imposte. Una dinamica che va letta contestualmente alla capacità delle cooperative di creare occupazione anche negli anni di recessione che, inevitabilmente, si è tradotta nell’aumento del costo del lavoro. Strategie aziendali profondamente differenti, che segnano la diversità della cooperazione dalle altre imprese. Il confronto tra cooperazione e altre forme giuridiche assume maggior capacità esplicativa se condotto per macrosettore. Esaminiamo nuovamente il periodo 20082013 con riferimento alla variazione delle imprese e degli addetti. Guardando alle non cooperative le costruzioni e l’industria (manifatturiero più gli altri comparti legati principalmente alla fornitura di energia, gas e acqua) sono i settori maggiormente colpiti dalla crisi, crescono i servizi alle persone e l’alloggio-ristorazione, tengono gli altri comparti. Tra le cooperative l’occupazione cresce in tutti i comparti con l’eccezione delle costruzioni e 45 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Cooperative e non cooperative a confronto. Anno 2013 rispetto al 2008, totale imprese. Addetti e imprese. Var. adde 25% Serv.persone Serv.persone 15% Allog./rist. Serv.persone Agroalim. Agroalim. Serv.imprese Agroalim. 5% Commercio Commercio -5% Allog./rist. Serv.imprese Commercio Serv.imprese Industria Industria Allog./rist. Var. imprese Costruzioni Industria -15% Costruzioni Costruzioni -25% -10% -5%0 %5 %1 0% Non cooperative 15%2 Cooperative 0% 25%3 0% Legacoop La dimensione delle bolle rappresenta l’incidenza di ciascun settore sul totale del gruppo (coop/non coop/Lega) in termini di addetti Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna Cooperative e non cooperative a confronto. Anno 2012 rispetto al 2008, totale imprese. Fatturato e valore aggiunto. Var. adde 25% Serv.persone Serv.persone 15% Allog./rist. Serv.persone Agroalim. Agroalim. Serv.imprese Agroalim. 5% Commercio Commercio -5% Serv.imprese Commercio Serv.imprese Industria Industria Allog./rist. Allog./rist. Var. imprese Costruzioni Industria -15% Costruzioni -25% -10% Costruzioni -5%0 %5 %1 Non cooperative 0% Cooperative 15%2 0% 25%3 0% Legacoop La dimensione delle bolle rappresenta l’incidenza di ciascun settore sul totale del gruppo (coop/non coop/Lega) in termini di fatturato. Le variazioni sono misurate in termini reali, al netto dell’inflazione. Fonte: Unioncamere Emilia-Romagna su dati osservatorio delle imprese dell’Emiila-Romagna 46 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 del commercio, tra le associate alla Lega solo il settore dell’edilizia perde posti di lavoro. La Lega delle cooperative registra un forte incremento delle associate nell’industria e nell’alloggio-ristorazione, una crescita che però si traduce in un aumento modesto dell’occupazione. Va evidenziato che l’alloggioristorazione è un settore con un fortissimo ricambio, caratterizzato da un’elevata natalità e un altrettanto elevata mortalità. Il settore che registra la crescita più forte in termini occupazionali è quello dei servizi alle persone, al cui interno ricade la cooperazione sociale. Servizi alle imprese, commercio e servizi alle persone sono i settori più rilevanti in termini di addetti per la cooperazione. Lo stesso confronto condotto prendendo in esame la variazione del fatturato e del valore aggiunto conferma l’analisi precedente. I settori che crescono maggiormente per tutti i gruppi esaminati (non cooperative, cooperative, Legacoop) sono i servizi alle persone e l’alloggioristorazione. Se in termini occupazionali i due settori per Legacoop incidono per un quarto dell’occupazione complessiva delle associate, in termini di fatturato il peso scende al 6,5 per cento. Per Legacoop, e per la cooperazione nel suo complesso, l’agroalimentare cresce in fatturato e valore aggiunto. In forte difficoltà industria e costruzioni; a conferma di quanto visto precedentemente sulla maggior erosione dei margini economici per la cooperazione, il valore aggiunto delle non cooperative presenta flessioni più contenute. Sulla base di queste analisi si può avanzare un’ipotesi sulle ragioni della miglior tenuta della cooperazione rispetto alle altre forme giuridiche. Sicuramente incide la maggior vocazione verso attività terziarie. A fronte del crollo di larga parte del manifatturiero – si distingue l’alimentare, settore a-ciclico - e delle costruzioni, essere spostati su attività terziarie costituisce un elemento di vantaggio, almeno nel breve periodo. Il prolungarsi della crisi e, soprattutto, non vedere prospettive di risoluzione in tempi brevi, sta producendo i suoi effetti anche sul commercio e sui servizi, sia quelli legati alle imprese che quelli alle persone, rendendo l’appartenenza settoriale un fattore sempre meno rilevante. Tuttavia, il diverso andamento della cooperazione non va attribuito solamente alla differente composizione settoriale. Da tutte le analisi si evince un maggior capacità di tenuta della cooperazione – e di Legacoop in particolare – che, plausibilmente, va ricondotta a un diverso modello organizzativo e a differenti strategie. 47 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Le cooperative di Legacoop alla prova della crisi: criticità, temi e problemi di Aldo Perrella sostanzialmente è avvenuto per la natura stessa dell’impresa cooperativa, dotata di autonome capacità reattive o in cui è più facile l’adozione di misure di autodifesa (quali, ad esempio, i contratti di solidarietà). Interessante al riguardo una ricerca condotta dal dr. Guido Caselli di Unioncamere che dimostra la maggior “resilienza” dell’impresa cooperativa ai cambiamenti dell’attuale ciclo congiunturale. Risulta, ad esempio, da questa tabella che, nelle dinamiche anagrafiche del periodo 2009-2013, mentre il saldo generale tra imprese nate ed imprese morte presenta un dato negativo (-5.328), se limitato alle sole cooperative abbiamo invece un saldo positivo di 320 unità, pari 5,9%. Dalla sua ricostituzione nel 1945 il movimento cooperativo aderente a Legacoop Emilia-Romagna ha visto una costante e persistente crescita di indicatori economico-patrimoniali e di dati socio-occupazionali, che non ha subito flessione alcuna neppure nelle fasi critiche quali quella del 92-93, nota come gli anni di tangentopoli. Questo lungo e costante trend positivo, che faceva pensare ad una formula proiettata all’infinito, si è viceversa bruscamente interrotto dopo gli eventi del 15 settembre 2008, con quella che ormai tutti gli analisti definiscono come la più disastrosa bancarotta della storia dell’umanità: la Lehman Brothers. Gli effetti mondiali di questa crisi, che perdura ormai da sei anni, ha infatti inevitabilmente coinvolto anche le cooperative aderenti a Legacoop. Va precisato fin da subito che, come sempre in questi casi, il dato non è generalizzabile essendovi realtà aziendali che si sottraggono a questa congiuntura negativa, ma nel loro complesso i dati evidenziano un agglomerato di imprese che sta marcando i disagi di una crisi perdurante. Va peraltro rilevato come in molte realtà cooperative questa crisi, pur essendosi manifestata fin dai primi momenti, abbia tardato a produrre effetti; questo Fig.1 Analisi sulle imprese nate e/o morte nel periodo 2009/2013 Tutte le imprese Nate 1 Agroalimentare 2 Industria in senso stretto Morte Cooperative Saldo Incidenza Nate Morte Saldo Incidenza 7.591 13.544 -5.953 -8.20% 124 88 36 3.90% 9.00% 9.092 11.642 -2.550 -5.40% 136 107 29 3 Costruzioni 16.699 19.727 -3.028 -4.20% 254 224 30 4.80% 4 Commercio 24.478 23.446 1.032 1.10% 78 81 -3 -0.80% 5 Turismo 10.291 7.909 2.382 7.80% 54 41 13 8.40% 6 Servizi Imprese 15.739 14.363 1.376 2.30% 719 560 159 8.70% 7 Credito/Assicurazioni 1.971 1.997 -26 -0.30% 14 16 -2 -2.20% 8 Servizi Persone 6.415 5.130 1.285 5.00% 132 134 -2 -0.30% 9 Assistenza sociale Totale 318 164 154 16,80% 140 80 60 12,80% 92.594 97.922 -5.328 -1,30% 1.651 1.331 320 5,90% 49 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Fig.2 Trend totale valore della produzione Legacoop (MLN di €) 27.000 26.000 25.000 24.000 25.416 24.292 23.000 Val. Prod. 2008 Val. Prod. 2009 25.615 26.65126.54626.419 Val. Prod. 2010 MLN di € Val. Prod. 2011 Val. Prod. 2012 Val. Prod. 2013 Lineare (MLN di €) Fig.3 Valore della Produzione MLN di € 1.000.000 Val. Prod. 2008 Abitazione Val. Prod. 2009 Val. Prod. 2010 Val. Prod. 2011 Val. Prod. 2012 Val. Prod. 2013 251 323 282 256 248 194 5.116 4.782 4.976 5.232 5.398 5.662 34 49 73 91 102 111 Consumo 4.435 4.352 4.448 4.545 4.536 4.609 Culturali 39 30 27 20 19 16 2.849 2.971 3.223 3.535 3.871 4.107 Mediacoop 36 37 37 29 27 26 Pesca 78 66 77 97 98 53 PL 7.750 6.719 6.993 7.132 6.450 5.906 Servizi 3.971 4.055 4.503 4.676 4.719 4.663 Sociali 777 836 901 966 1.011 1.008 Agricole Altro Dettaglianti Turismo Totali 79 73 76 71 67 64 25.416 24.292 25.615 26.651 26.546 26.419 Fig.4 Trend ROC totale Legacoop (MLN di €) 800 600 400 200 686 642525 406367 132 ROC 2008 ROC 2009 ROC 2010 ROC 2011 ROC 2012 ROC 2013 Totali Lineare (Totali) Fig.5 Reddito Operativo Caratteristico (ROC). MLN di € 1.000.000 Val. Prod. 2008 Val. Prod. 2009 Val. Prod. 2010 Val. Prod. 2011 Val. Prod. 2012 Val. Prod. 2013 Abitazione 35 85 85 92 73 11 Agricole 85 120 103 94 93 17 Altro 2 7 6 7 -11 - Consumo 84 9 -2 3 -13 2 Culturali -3 -4 -2 - - - Dettaglianti 52 53 56 55 68 68 - - 1 - 1 - Mediacoop Pesca 1 - - - 1 - PL 297 229 150 -13 -27 -32 Servizi 114 124 106 149 117 59 Sociali 20 20 18 24 18 10 - - 1 - 1 - 686 642 525 406 367 132 Turismo Totali 50 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Analisi degli andamenti economico-patrimoniali Legacoop Emilia-Romagna associa oltre 1.100 cooperative attive, con un turnover anagrafico limitato rispetto alla media nazionale. In altre parole la base associativa è fortemente stabilizzata e le dinamiche anagrafiche sono entro limiti fisiologici. L’analisi dei dati mostra a prima vista una complessiva tenuta dei volumi economici; il Valore della Produzione (Fig. 2) complessivo infatti, dopo una lieve flessione nel 2009, si assesta sui 26 mld di euro, anche se, all’interno del quadro complessivo, si evidenzia come il dato di settori in crescita (in particolare Dettaglianti, Servizi e Sociali) compensi la flessione di altri settori (Fig. 3). Appare decisamente diverso l’andamento del risultato della gestione caratteristica (Fig. 4); qui infatti i margini della redditività subiscono una progressiva compressione che, in sei anni, riducono a circa un quinto il Reddito Operativo Caratteristico (ROC). La scomposizione del dato per settore (Fig. 5) mostra in questo caso differenze ancora più evidenti, in particolare per quanto riguarda due settori: la Produzione Lavoro da una redditività positiva di 297 milioni di euro, nel 2008, passa progressivamente ad una perdita da gestione caratteristica di 32 mln nel 2013; i Dettaglianti evidenziano al contrario una costante crescita di redditività, passando dai 52 mln nel 2008 ai 68 nel 2013 (Fig. 6). Fig.6 Andamento ROC per settore Legacoop (MLN di €) 300 Abitazione Agricole 250 Altro 200 Consumo Culturali 150 Dettaglianti Mediacoop 100 Pesca PL 50 Servizi Sociali - Turismo (50) ROC 2008 ROC 2009 ROC 2010 ROC 2011 ROC 2012 51 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 ROC 2013 Fig.7 Trend Risultato d’esercizio Legacoop (MLN di €) 600 400 200 402 - 493 310 154 (200) -30 -273 (400) Risult. 2008 Risult. 2009 Risult. 2010 Utile Netto Risult. 2011 Risult. 2012 Risult. 2013 Lineare (Utile Netto) Fig.8 Andamento UTILE NETTO per settore Legacoop (MLN di €) Abitazione 200 Agricole Altro 100 Consumo Culturali - Dettaglianti Mediacoop (100) Pesca PL (200) Servizi (300) Sociali Turismo (400) (500) Risult. 2008 Risult. 2009 Risult. 2010 Risult. 2011 Risult. 2012 Risult. 2013 Fig.9 Trend PRESTITO SOCIALE Legacoop (MLD di €) 5.600 5.400 5.200 5.000 4.800 4.600 5.097 5.288 4.400 Prestito 2008 Prestito 2009 5.414 5.2674.7675.302 Prestito 2010 Indebitamento Totale Prestito 2011 Prestito 2012 Lineare (Indebitamento Totale) 52 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Prestito 2013 Il risultato d’esercizio di questi 6 anni è ovviamente coerente con tali presupposti; assistiamo pertanto al passaggio da un saldo (algebrico) calante, ma positivo nei primi esercizi ad un saldo negativo negli esercizi 2012 -13 (Fig. 7). Disaggregando il dato per settore si evidenzia soprattutto il trend negativo della Produzione Lavoro che passa in sei anni dai 185 milioni di utile ai 392 di perdita (Fig. 8). Il Prestito Sociale è un istituto che ha visto una crescita costante e ininterrotta sino al 2011, primo anno in cui l’istituto marca una flessione (Fig. 9). La diffusione tra tutti i settori di tale inversione di tendenza fa facilmente pensare come essa sia essenzialmente causata dalla criticità nei bilanci delle famiglie, criticità che porta ad intaccare anche i risparmi allocati in attività di forte fidelizzazione, quale il prestito sociale sino ad oggi si è dimostrato. Va comunque considerato che le dinamiche di questa voce di bilancio sono fortemente influenzate dai dati del Consumo, settore che pratica maggiormente l’istituto (Fig. 10). La vocazione sociale della cooperazione è infine resa evidente dai dati occupazionali. Il grafico (Fig. 11) mostra il trend crescente del numero di addetti nei sei anni considerati, con l’eccezione del 2010 ed una lieve flessione degli ultimi due esercizi. Il dato complessivo mostra un incremento di circa 12.000 addetti nei sei anni di crisi. La crescita maggiore è riconducibile ai Servizi ed alle Sociali (+16.283 addetti) che compensano la perdita della Produzione Lavoro (-4.522 addetti). Tale trend, se combinato con i dati della redditività, porta ad una inevitabile considerazione: l’imprenditoria cooperativa, pur di garantire i livelli occupazionali, comprime fino al limite i propri margini, svolgendo in tal modo e consapevolmente un ruolo di improprio ammortizzatore sociale. Fig.10 Indebitamento da prestito sociale 2013 per settore Abitazione Agricole Dettaglianti 0% Altro Pesca 0% Consumo PL 3% Culturali Servizi 5% Dettaglianti Sociali 0% Mediacoop Turismo 0% Pesca Abitazione 4% PL Agricole 6% Servizi Altre 0% Sociali Consumo 82% Turismo Fig.11 Trend numero addetti 150.000 140.000 130.000 120.000 110.000 129.311 131.183 Addetti 2008 Addetti 2009 125.672 144.860142.975141.060 Addetti 2010 Totale addetti Addetti 2011 Lineare (Totale addetti) 53 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Addetti 2012 Addetti 2013 Fig.12 enti aderenti a Legacoop Emilia-Romagna RCA 2008 2009 2010 2011 2012 2013 tra 4 e 5,9 143 145 157 160 169 160 > 5,9 39 37 36 42 59 66 Fig.13 enti aderenti a Legacoop Emilia-Romagna con con valore della produzione maggiore di 10 MLN RCA 2008 2009 2010 2011 2012 2013 tra 4 e 5,9 16 12 19 16 27 19 > 5,9 6 3 2 8 11 15 Fig.14 andamento della criticità media dei cluster settoriali Abitazione 2,5 Turismo Agricole 2,0 1,5 Sociali Altro 1,0 0,5 - Servizi Consumo Culturali PL Pesca 2013 Dettaglianti 2007 Fig.15 I movimenti del periodo 1988 – 2008 MUTAMENTI 1988 - 2008 AGR. CONS. DETT. COSTR. IND. SERV. TOTALE CAMPIONE ORIGINALE 54 18 22 42 50 55 241 LIQUIDATE 14 2 3 13 25 13 70 FUSE E INCORPORATE 18 6 12 6 3 7 52 CONTINUITÀ E INCORPORANTI 22 10 7 23 22 35 119 Fig.16 I movimenti del periodo 1988 – 2008 MUTAMENTI 1988 - 2008 CAMPIONE 2008 AGR. CONS. DETT. COSTR. IND. SERV. TOTALE 22 10 7 23 22 35 119 LIQUIDATE 2 0 0 6 2 1 11 PROCEDURE E PROP. PROVVED. 0 1 0 5 3 0 9 FUSE E INCORPORATE 2 0 0 0 0 0 2 18 9 7 12 17 34 97 CONTINUITÀ E INCORPORANTI 54 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 successivi sono andate in default o si sono trovate in situazione di default, anche se non ancora dichiarato (è il caso delle cooperative con P.N. negativo). La tabella (Fig. 12) mostra gli enti (coop e soc. di capitali) aderenti a Legacoop Emilia-Romagna con RCA compreso tra 4 e 6 (criticità rilevante) e quelli con RCA maggiore di 6 (criticità severa). Nella seguente tabella (Fig. 13) la stessa distinzione è fatta invece per gli enti con valore della produzione maggiore di 10 milioni. Le due tabelle indicano come circa un quinto degli enti aderenti mostrino situazioni di criticità rilevante o severa e come queste ultime situazioni stiano registrando negli ultimi anni un significativo incremento. Analizzando inoltre l’RCA medio dei singoli settori nel 2007 (ultimo anno prima della crisi) e nel 2013 otteniamo un grafico (Fig. 14) che pone in evidenza l’andamento della criticità media dei cluster settoriali. Il dato che risulta evidente è un aumento della criticità media nella Produzione Lavoro, nell’Abitazione e nella Pesca, un forte miglioramento nei Dettaglianti ed una sostanziale stabiltà negli altri settori. Il sistema di monitoraggio Già dalle prime avvisaglie della crisi Legacoop, attraverso CRM, si è dotata di un sistema di “alert” finalizzato ad evidenziare le situazioni di maggior criticità. CRM (società che gestisce la Centrale dei Bilanci di Legacoop) ha dalla sua costituzione accumulato informazioni sui dati di bilancio ed elaborato schemi di analisi e markers di criticità sulle aziende aderenti. A fine 2008 ha pertanto elaborato un sistema organico di analisi di tali elementi e costruito uno schema di alert denominato RCA (Ricognizione Criticità Aziendali). Va precisato che RCA non è né uno score né tantomeno un rating sul migliore o peggiore stato di salute dell’azienda analizzata, ma più semplicemente una verifica delle possibili criticità aziendali basata su 5 elementi, definiti “sensori”, di cui tre desunti dai dati di bilancio dell’azienda e due elaborati da soggetti terzi. 1. Gearing ratio cioè rapporto tra la posizione finanziaria netta e Patrimonio Netto; 2. R.O.C. Risultato Operativo Caratteristico, in trend per gli ultimi tre esercizi; 3. Risultato dell’esercizio, in trend per gli ultimi tre esercizi; 4. P.D. o Probability of Default elaborato da Bureau Van Djik; 5. P.N. da Certificazione” cioè l’ammontare delle rettifiche negative sul P.N. risultante dalla certificazione di bilancio. Punti di forza di questo metodo è la sua “semplicità” (apparente perché in realtà si basa su tre importanti banche dati) e soprattutto la sua “oggettività”; il metodo infatti non richiede alcuna valutazione soggettiva da parte del soggetto elaboratore (si tratta di un computer); ciò peraltro sottrae il metodo ad inevitabili accuse di poca oggettività o imparzialità. Il metodo inoltre analizza e “quota” tutte le aziende i cui dati sono inseriti nel programma e quindi tutti gli enti attivi aderenti a Legacoop. Punti di debolezza del metodo sono la tempistica (la disponibilità dei dati di bilanci delle aziende che chiudono l’esercizio al 31 dicembre si ha solo dopo l’estate successiva) ed alcune approssimazioni (quali l’impossibilità di disporre della distinzione debiti-crediti finanziari per le aziende che redigono il bilancio in forma semplificata). Inizialmente il metodo è stato testato e tarato con alcuni territori ed alcuni settori che ne hanno riconosciuto l’efficacia. Oggi, dopo sei anni di utilizzazione del metodo possiamo riconoscerne anche statisticamente la buona predittività e, di conseguenza, la forte efficacia; abbiamo infatti analizzato le aziende con indice >6 nei primi tre anni della crisi e constatato che oltre il 90% di esse, negli anni 55 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 abbia il merito di tracciare un megatrend che implica valutazioni sul modello della grande impresa cooperativa. Le crisi I movimenti del periodo 1988 – 2008 L’analisi del ventennio 1988/2008 aveva mostrato che il gruppo delle grandi cooperative si era dimezzato da 241 a 119 società, inoltre alcune di queste allora definite Grandi si erano rimpicciolite, o avendo conservato la loro dimensione originaria, non potevano più essere classificabili tra le grandi. Tra le evidenze si segnalavano la scomparsa di interi comparti come quello dell’Informatica oppure la decimazione degli operatori attivi nella logistica (trasporti e facchinaggio). C’era stata anche una fortissima selezione nel settore Agroalimentare, nel settore Costruzioni e nel settore Manifatturiero. I due settori della Distribuzione (Coop e Conad) e gli altri comparti del settore Servizi (Facility Management e Ristorazione) erano stati interessati da importanti processi di concentrazione (prevalentemente fusioni tra cooperative) ed erano cresciuti per forza imprenditoriale e dimensione. Si segnalava inoltre la crescita delle Cooperative Sociali. Tra gli elementi significativi si evidenziava inoltre che: i. il plotone dei 119 campioni del 1988 poteva essere riclassificato in tre gruppi omogenei: ii. Le prime 40 erano effettivamente grandi cooperative, si posizionavano ai primi posti dei loro mercati di riferimento, detenevano posizioni di leadership o condividevano le prime posizioni con i più agguerriti concorrenti internazionali. iii.Il gruppo delle successive 40 cooperative apparteneva alla fascia delle medie imprese che spesso presidiano piccole nicchie di mercato in posizioni primarie. iv.Le 39 più piccole avevano perso le caratteristiche dimensionali per rappresentare il top del movimento cooperativo, anche se in alcuni casi si tratta di piccole realtà imprenditoriali di grande valore. v. il mercato aveva operato una forte selezione darwiniana, ma aveva anche spinto le cooperative maggiori a rafforzarsi per conquistare posizioni di primato. vi.in diversi casi di default l’esperienza cooperativa non era andata completamente dispersa, perché buona parte dell’occupazione era stata riassorbita da altre cooperative e talvolta erano stati recuperati anche stabilimenti, linee produttive o rami d’azienda. vii.da un punto di vista cronologico emergeva che circa l’80% dei default risalivano al decennio 1990-2000, in particolare erano concentrati nel quadriennio 1993/1997 mentre negli anni 2000/08 (con l’eccezione dolorosa della Costruttori di Argenta) il panorama generale era stato nettamente più solido del passato. Per analizzare le crisi aziendali che hanno caratterizzato questi anni di congiuntura, utilizziamo una parte della relazione di Marco Bulgarelli all’assemblea di Cooperare spa. Si tratta di una ricerca, a cui ha collaborato CRM, che costituisce sicuramente lo studio più approfondito sull’andamento delle principali aziende aderenti a Legacoop, a far data dal 1988 sino a tutt’oggi. La platea analizzata è nazionale, ma si consideri che il 70% delle imprese ha sede in Emilia-Romagna. Dalla relazione di Marco Bulgarelli all’assemblea 2014 di Cooperare spa “Nel 2010 riprendemmo un studio del ‘90 con il supporto della centrale bilanci di Legacoop (CRM). Cooperare realizzò un’analisi delle trasformazioni avvenute all’interno del gruppo delle grandi imprese cooperative nel ventennio tra il 1988 e il 2008. Si trattò di ricostruire alcuni elementi del campione iniziale, individuare i percorsi di soggetti che avevano dato luogo a fusioni cooperative o a procedure di liquidazione, analizzando infine l’evoluzione di alcuni parametri economici. Il campione di partenza con dati di bilancio 1988, era costituito da 241 cooperative considerate al top del movimento cooperativo per dimensione e per ruolo, con l’eccezione del settore Abitazione e dei servizi finanziari (CCFR, Fincooper, Unipol e Finanziarie Territoriali) perché non erano contabilmente omogenei alle altre attività produttive. Per lo stesso motivo, al fine di evitare artificiosi rigonfiamenti dei volumi, furono esclusi anche i consorzi come AICA, Coop Italia, Conad Nazionale, CNS. Fu una scelta che fece torto a tutte le strutture che gestivano servizi alle imprese cooperative e sottodimensionò il sistema cooperativo, trascurando alcune realtà imprenditoriali significative come il CCPL, divenuto poi gruppo industriale, o il CCC, sebbene entrambi già allora gestissero attività proprie. Ma, seppur con qualche difetto, il profilo dei campioni del movimento cooperativo usciva abbastanza chiaro e consentiva di fare alcuni ragionamenti importanti. In questo documento, sempre con il supporto di CRM, abbiamo cercato di aggiornare nuovamente la situazione di quel campione di grandi imprese cooperative, prendendo a riferimento i dati di bilancio 2013 e rivalutando i dati degli anni passati secondo i coefficienti Istat. Per essere chiari se nei venticinque anni della nostra analisi sono nati nuovi campioni, non sono stati censiti. Per esempio mancano almeno due importanti Cooperative Sociali, ma non è nemmeno stato indicato un caso doloroso come la CMR di Reggiolo, perché non era nel campione iniziale. La riflessione proposta non ha un valore analitico di posizionamento dei singoli gruppi settoriali ma crediamo L’analisi del Nuovo Album di Famiglia Lasciando solo sullo sfondo la crisi economica che praticamente ha caratterizzato l’intero intervallo temporale 2008-2014, l’aggiornamento al quadro attuale 56 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 dei dati relativi al campione originario (241 coop.ve), vede il drappello delle imprese cooperative ridursi ulteriormente dalle 119 del 2010 al attuali 97 cooperative attive. Statisticamente è stato tenuto separato un gruppo di 9 cooperative entrate in una qualche procedura concorsuale (con gradi di difficoltà molto diversi tra loro), perché non è possibile prevedere quanto e cosa sopravviverà di quelle esperienze cooperative. Dal punto di vista dei settori, alcuni stanno soffrendo più di altri. È il caso delle Costruzioni dove le cooperative attive si dimezzano, registrando 6 liquidazioni e 5 cooperative in procedura. Le coop.ve industriali passano invece dalle 22 del 2010 alle 17 attuali. Per quanto riguarda gli altri comparti si registra una sostanziale tenuta della consistenza numerica, con un unico processo di aggregazione riguardante la cooperazione agroalimentare (Cantine Riunite-Civ&Civ). È significativo rilevare che recentemente purtroppo una cooperativa di consumatori di medie dimensioni (la Coop Operaie di Trieste) sia stata classificata tra le procedure (richiesta di fallimento avanzata dalla magistratura). Nel quadro della segmentazione tra piccole, medie e grandi cooperative si segnalano ancora diversi cambiamenti: i. La consistenza del gruppo delle piccole cooperative cala a 30. Erano 39 nel 2010. Cinque sono promosse di categoria, ma soprattutto 8 sono state liquidate e 1 è entrata in procedura. ii. Il gruppo delle 39 cooperative classificate nelle “Medie” nel 2010 si riduce a 28. Il cluster vede quattro imprese promosse di categoria, ma ben 6 cooperative scendere tra le “Piccole”, una in liquidazione e 5 entrate nelle difficoltà delle procedure. Cinque sono le piccole cooperative del 2010 che sono diventate delle medie imprese. iii.Ma veniamo alle Grandi. Il numero delle cooperative considerate di grandi dimensioni cala di solo di un’unità da 40 a 39 società, per effetto di due scomparse (CESI e CMR di Filo) e ben tre procedure (Iter, Coopsette e Unieco), in parte compensate da quattro nuovi ingressi di cooperative di medie dimensioni divenute “Grandi” nel quinquennio. Il caso di Orion è stato tenuto a parte perché nel campione originario aveva una classificazione diversa. La limitata contrazione numerica del Gruppo delle “Grandi” rischia tuttavia di diventare più importante. Una prima analisi dei dati economici di tale gruppo, mostra che sono almeno 6 le cooperative che hanno perdite già al margine operativo lordo oppure hanno rapporti di indebitamento eccessivi per il loro contesto di business. Queste 6 cooperative sono esposte a rischi molto elevati. Il concetto di “grande cooperativa” in rapporto alla propria area di mercato dovrebbe essere attentamente contestualizzato e quindi il parametro del fatturato, che è stato utilizzato, è opinabile. Però ciò che emerge da questa nuova fotografia dell’album di famiglia è una progressiva restrizione del perimetro delle grandi imprese create con decenni di parsimoniosa accumulazione dei cash flow prodotti: un patrimonio intergenerazionale che da la misura della capacità di affrontare il futuro. 57 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Fatturato (mln €) Il nuovo rapporto tra Fatturato e Patrimonio Per stare nella scia del ragionamento, a grana grossa vediamo l’evoluzione della dimensione d’impresa attraverso il fatturato aggregato e la robustezza patrimoniale attraverso il Patrimonio Netto. A livello aggregato, mentre nel ventennio precedente le 119 risultavano molto cresciute rispetto alle 241, ora il campione residuo delle 97 vede un calo del fatturato per il 3% e del patrimonio netto per l’8%, indicando un indebolimento complessivo del sistema anche se con significative differenze tra i settori, in parte emerse nella precedente analisi numerica. Fatturato e Patrimonio netto delle cooperative in procedure evidenzia la dimensione degli squilibri che mettono i soggetti interessati a rischio di continuità aziendale. Naturalmente trattandosi di dati aggregati, si tratta di somme algebriche che mettono coloro che hanno patrimonio netto negativo, ma non sono ancora dichiarate fallite, al fianco di coloro che hanno qualche speranza in più. 35.000 30.000 25.000 20.000 15.000 10.000 5.000 - 16.145 32.696 31.587 2008 2012 1988 1.165 Proc. 2013 Patrimonio Netto (mln €) 14.000 12.000 10.000 8.000 6.000 La qualità della gestione caratteristica Se il commento alla crescita della redditività del campione nel ventennio 1988-2008 era stato positivo, perché i valori tipici della formula cooperativa si erano intrecciati al meglio con il “fare impresa efficiente ed efficace”, mostrando l’accresciuta forza imprenditoriale delle cooperative, la lettura dei dati attuali ci costringe a registrare il calo del margine operativo lordo del 9% e soprattutto una caduta del Reddito Operativo del 24%, che in altri termini significa un forte indebolimento imprenditoriale. I dati aggregati relativi alle cooperative in procedura sono evidentemente ancora più drammatici. Ci limitiamo ad evidenziare il sostanziale azzeramento dell’EBITDA e un EBIT negativo € 100 milioni: marginalità che le 9 cooperative in procedura hanno accumulato su un fatturato di € 1.185 milioni. 4.000 2.000 - 3.325 12.607 11.617 2008 2012 1988 239 Proc. 2013 Margine Operativo Lordo (mln €) 2.500” 2.000” 1.500” 1.000” 500” 604 2.106 1.913 2008 2012 5 !” 1988 Proc. 2013 In passato abbiamo saputo fare meglio dell’ultimo quinquennio I dati contabili potrebbero essere ulteriormente sviscerati ma non insisteremo nella simulazione. Continuare a leggere le 97 cooperative come se fossero una sola non ci offre altri stimoli nella strada della ristrutturazione dell’offerta cooperativa. È necessario segmentare i mercati, capirne le evoluzioni e valutare caso per caso la resilienza delle nostre cooperative e la capacità di conquistare nuovi spazi, quali prodotti/servizi per quali mercati, quali risorse e quale management, ma anche quale modello d’impresa cooperativa di grandi dimensioni. Nel ventennio precedente le 40 cooperative migliori avevano reagito alla profonda trasformazione dei mercati con formidabili processi di concentrazione volti ad adeguare la dimensione delle imprese alle nuove arene competitive. Basti pensare alla dimensione nazionale del mercato domestico degli anni ’80 che negli anni ’90 si era Reddito Operativo (mln €) 900% 800% 700% 600% 500% 400% 300% 3.325 12.607 11.617 2008 2012 239 200% 100% ‘% (100)% (200)% 1988 Proc. 2013 58 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 esteso senza confini in una Europa sempre più grande. Sempre sul lato della domanda, la crescente globalizzazione dei mercati mondiali ha imposto una forte accelerazione a tutti i processi d’innovazione: accelerazione che si è ulteriormente accentuata con l’adozione dell’euro. Questi mutamenti dei mercati hanno posto sfide nuove al gruppo di testa delle imprese cooperative e, le migliori, non si sono fatte trovare impreparate. La ricerca della dimensione d’impresa adeguata ai mercati è stata perseguita in varie forme. La via maestra è stata la fusione tra cooperative. La fusione tra cooperative e la creazioni di reti sono due percorsi tipici di fare integrazione nel mondo cooperativo efficaci e poco costosi. In alcuni settori c’è ancora spazio per queste forme d’integrazione e soprattutto rimane quasi inesplorato il terreno delle integrazioni internazionali tra cooperative di diverse nazioni. Nel ventennio sono stati fatti passi importanti nella giusta direzione, poi ci siamo fermati. Nell’ultimo quinquennio, c’è stata una sola unificazione e più in generale c’è stato un ripiegamento strategico. Ciascuna cooperativa si è concentrata sulla cura dei mali messi a nudo dalla drammatica crisi. Conclusioni La rivoluzione dei mercati continua. Gli scenari competitivi sono molto incerti e di difficile lettura. Questa lunghissima crisi ha messo a dura prova il modello della grande impresa cooperativa. Tralasciando tutte le variabili esterne, dalla politica economica alle regole dei mercati, che abbiamo già esposto nella relazione al bilancio, noi abbiamo bisogno di promuovere internamente un forte recupero di qualità imprenditoriale per alimentare i nostri valori sociali. Dobbiamo essere capaci di declinare meglio il funzionamento della formula cooperativa nella grande dimensione d’impresa. Dobbiamo essere capaci di rimuovere quei vincoli che hanno impedito di salvare le imprese facendo finta di salvare i lavoratori. Dobbiamo essere capaci di difendere la centralità dell’impresa insieme alla possibilità di ridisegnarne il perimetro per essere più efficaci e crescere insieme ad altre cooperative. Dobbiamo essere capaci di far circolare la qualità manageriale dei nostri dirigenti per sviluppare cultura d’impresa. Dobbiamo essere capaci di attrarre e remunerare capitali che sostengano i nostri piani. C’è bisogno di nuove regole, anche nelle relazioni interne al sistema cooperativo e nei controlli. La strada per essere innovativi sta nel ridisegnare i confini dei gruppi cooperativi per essere ancora più competitivi sui mercati domestici e quelli internazionali. Crescere per linee esterne ovvero fare acquisizioni, ma anche promuovere nuove fusioni tra cooperative o spacchettare attività esistenti per riaccorparle con quelle di altre cooperative sviluppando nuove efficienze.” 59 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 1 Capitolo 2 Identità cooperativa alla prova della crisi: Governance, partecipazione e Relazioni sindacali I risultati della ricerca su partecipazione dei soci e dei lavoratori e relazioni industriali: primi risultati di Mario Ricciardi 1. al numero spesso rilevante di lavoratori non soci, e la presenza di gruppi d’impresa si cui l’impresa cooperativa è la controllante esercitano o meno una forza espansiva dei valori cooperativi di tutela del lavoro anche oltre i confini delle cooperative stesse? Quello che segue è il resoconto di un recente viaggio nel mondo delle cooperative in Emilia-Romagna. Nell’estate del 2014 abbiamo incontrato venticinque tra managers, amministratori di cooperative di diversi settori e dirigenti di Legacoop nazionale, regionale e provinciale, che con cortesia e pazienza hanno risposto alle nostre domande, illustrandoci vari aspetti del funzionamento delle cooperative emiliano romagnole nell’attuale congiuntura. Per cercare di rispondere a domande come queste seguimmo un duplice percorso, che deriva dall’osservazione del funzionamento della partecipazione in cooperativa. Da un lato, ci interrogammo sul funzionamento della partecipazione dei lavoratori-soci attraverso gli organi sociali. D’altro lato, considerando la natura peculiare del socio-lavoratore della cooperativa, ma anche la già ricordata ampia diffusione di lavoratori non soci ( e per altri aspetti di soci non lavoratori, come nella cooperazione di consumo), nonché l’elevata sindacalizzazione e diffusione della contrattazione collettiva nella nostra regione, ci interrogammo anche sul funzionamento della partecipazione “di relazioni industriali”, condotta cioè sia attraverso gli strumenti contrattual/sindacali (sistemi di informazione/trasparenza, rapporto tra salari e produttività) sia extra contrattuali, di rapporto diretto, cioè, tra l’azienda e i lavoratori. A dire il vero il nostro, più che un viaggio, è stato un ritorno. Nel biennio 2010- 2011, su impulso della Fondazione Barberini, avevamo fatto una prima “immersione” nel mondo della cooperazione, anche allora incontrando un numero di amministratori e managers all’incirca equivalente a quello attuale, e successivamente raccogliendo, attraverso la somministrazione di questionari, l’opinione di 35 cooperative. L’obiettivo di quell’indagine, che è bene qui ricordare non soltanto perché in larga misura coincide con quello dell’attuale ricerca, ma soprattutto perché ne rappresenta l’indispensabile antefatto, era quello di verificare lo “stato di salute” della partecipazione dei lavoratori nel mondo della cooperazione della nostra regione È appena il caso di sottolineare che la ricerca di cui stiamo parlando si concluse prima della drammatica estate del 2011, in un periodo cioè in cui la crisi economica che sta tuttora travagliando l’economia europea era già esplosa, anche se ci trovavamo ancora nella sua prima fase, in cui molti ritenevano che la ripresa fosse prossima, se non a portata di mano. Le domande che ci ponemmo e da cui partimmo erano più o meno le seguenti. La partecipazione dei lavoratori è un valore (forse IL valore) fondativo della cooperazione. Ma con il trascorrere degli anni, le profonde trasformazioni che le imprese cooperative hanno conosciuto, dal punto di vista dimensionale, settoriale, di mercato, eccetera, come hanno inciso sulle modalità della partecipazione? Come, e in che misura, le esigenze di efficienza e competitività delle imprese cooperative sono compatibili con la partecipazione stessa? La partecipazione, nelle forme che essa ha tradizionalmente assunto nel mondo cooperativo, è un valore aggiunto o un impaccio nel contesto attuale? In particolare, le trasformazioni collegate Che cosa emerse dunque dalla nostra indagine? Il versante forse più approfondito dalla ricerca , quello cioè delle relazioni industriali, diede risposte abbastanza rassicuranti, anche se contrassegnate, com’è ovvio, da luci ed ombre. Il quadro che emergeva era, innanzitutto, quello di una situazione adeguatamente regolata, nella quale erano in vigore non soltanto contratti nazionali (specifici per la cooperazione o, in qualche caso, applicando alle cooperative contratti stipulati da altri soggetti datoriali) 63 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 e, in molti casi, contratti di secondo livello, ma, quel che più conta, si rilevava che i contratti venivano applicati in tutti i loro aspetti, salariali e normativi, inclusi, quindi, quegli istituti contrattuali che prescrivono l’ informazione e la consultazione delle rappresentanze sindacali su alcune scelte strategiche della vita d’impresa, e che rappresentano, allo stato dei fatti, la principale , se non l’unica forma ufficialmente sancita della democrazia industriale “all’italiana”. Anche sull’altro versante della partecipazione, quello “sociale”, la ricerca metteva in evidenza luci ed ombre. Da un lato, l’assoluta maggioranza dei cooperatori intervistati sottolineava non solo l’importanza della partecipazione dei soci come valore fondante della cooperazione, ma evidenziava anche lo sforzo per ampliare la base sociale, rendere attrattiva l’adesione alla cooperativa attraverso una pluralità di strumenti e di iniziative, da quelle riguardanti più direttamente l’interesse economico (ristorno, erogazioni sociali di varia natura) alle iniziative ludiche, di socializzazione e rafforzamento identitario. Naturalmente, si evidenziava la ben diversa forza del vincolo sociale, a seconda del settore e del tipo di scambio mutualistico. In molte cooperative di produzione e lavoro, in particolare, appariva evidente che la porta dell’accesso alla condizione di socio era socchiusa, sia per l’entità mediamente abbastanza elevata della quota sociale, sia per gli itinerari necessari per accedere allo status di socio. Altrove, invece, la porta era addirittura spalancata, come nella cooperazione di consumo. Ciò naturalmente corrispondeva a un ben diverso grado di interesse a partecipare alla vita della cooperativa, e si riverberava sia sulla partecipazione alle assemblee che sul processo di formazione dei gruppi dirigenti. Altri aspetti in grado di incidere sulla partecipazione sottolineati nell’indagine erano la dimensione dell’impresa, la sua dispersione territoriale, la composizione professionale della forza lavoro, la stabilità della base sociale/occupazionale, resa strutturalmente più instabile, ad esempio, nelle imprese che concorrevano sistematicamente ad appalti pubblici. Nel complesso, la ricerca descriveva un rapporto costante e fisiologicamente poco conflittuale tra le cooperative e i sindacati, rapporti rafforzati da una rete di relazioni anche informali, tra le rappresentanze sindacali, gli organi di governance e la tecnostruttura aziendale, aventi come oggetto non soltanto le condizioni di lavoro, ma anche le prospettive produttive e occupazionali delle aziende cooperative. Questa fairness nelle relazioni industriali determinava, insomma, nella maggior parte dei casi da noi analizzati una più bassa conflittualità e un atteggiamento più collaborativo da parte dei sindacati; l’altra faccia della medaglia era rappresentata però dal fatto che questo migliore rapporto (rispetto alla media delle imprese private) “costava”, per dir così, alle imprese, salari talvolta più elevati rsipetto ai concorrenti, condizioni di lavoro migliori, sistemi di welfare aziendale spesso notevolmente avanzati, e un ricorso più circoscritto, rispetto alle imprese non cooperative, a rapporti di lavoro atipici. Il che incide in parte sulla competitività aziendale, ma va comunque messo sull’altro piatto della bilancia con un maggiore coinvolgimento attivo dei lavoratori. Passando dai problemi riguardanti l’adesione a quelli riguardanti la partecipazione vera e propria, l’indagine metteva in luce una situazione abbastanza variegata, caratterizzata tuttavia da un costante rispetto delle scadenze “sociali” (assemblee, consigli d’amministrazione, in alcuni casi commissioni di soci) e un impegno a rendere più agevole la partecipazione stessa, attraverso assemblee ripetute e separate territorialmente nelle cooperative più grandi, e la predisposizione di incentivi vari alla partecipazione. D’altra parte, però, il dato che emergeva con una certa evidenza era che comunque questa fitta rete di rapporti con le rappresentanze sindacali, utile per mantenere un elevato grado di pace sociale nelle aziende e nel sistema, spesso non dava luogo però né a un effettivo coinvolgimento, né a qualche forma di controllo sulle decisioni aziendali, e non appariva del tutto chiaro se ciò corrispondesse soprattutto a un basso grado di reale coinvolgimento delle controparti da parte del management aziendale, convinto che comunque le decisioni gli spettassero in via esclusiva, o (come sostenevano i vertici aziendali da noi intervistati) a una troppo scarsa capacità dei sindacati di collaborare costruttivamente oltre il mero ambito contrattuale e rivendicativo. Nel complesso, e fatte ovviamente le debite distinzioni tra settori , aziende e territori, sotto un “guscio” formale di norme contrattuali e di prassi di confronto estremamente ricco e differenziato, la ricerca rilevava che la “quantità e qualità di questa partecipazione.. rischia di essere in diversi casi non sufficientemente attiva e all’altezza di quello che si immagina dovrebbe essere lo “stile”cooperativo(…) e sarebbe certamente più utile se anche le controparti e i lavoratori si attrezzassero meglio nelle abbastanza numerose occasioni di confronto”. Il quadro così descritto mostrava tuttavia diverse criticità. Innanzitutto, quale che fosse il tasso di partecipazione alle assemblee, l’indagine mostrava che sovente le assemblee stesse avevano un ruolo comunque poco più che di ratifica formale di decisioni assunte dal consiglio d’amministrazione, le quali erano a loro volta il risultato di decisioni prese in sedi più ristrette, con il decisivo apporto dei vertici della tecnostruttura. La passività e la tendenza alla delega da parte della base sociale sembravano essere piuttosto diffuse, e anche gli sforzi per superarle non apparivano troppo convinti. Nonostante l’osservanza del principio “una testa (una quota sociale)= un voto, poco differenziava, insomma, questa fase del processo decisionale cooperativo da quello di una qualsiasi società per azioni, e se questo certamente testimoniava in parte l’autorevolezza delle leadership cooperative , 64 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 dall’altro dimostrava la difficoltà dell’emergere di un’effettiva voice sociale. Naturalmente a fare più notizia sono state le crisi delle aziende cooperative più grandi, più radicate nel territorio e, spesso, con una storia che coincide con la storia del territorio stesso, sì che la crisi di una cooperativa diventa anche la crisi di una comunità. Un’altra criticità riguardava il rinnovamento delle leadership aziendali, considerato a parole come un requisito importante della vitalità della democrazia associativa, ma anche un’importante risorsa in termini di competitività, in una fase caratterizzata da intensi cambiamenti nel contesto economico-produttivo e sociale. In realtà, i dati della ricerca rivelavano che il ricambio (anche) generazionale avveniva piuttosto lentamente, soprattutto nelle cooperative più “ricche” e per ciò stesso più “chiuse”. Certo, l’analisi delle ragioni della crisi, delle sue manifestazioni, dei rimedi adottati anche se limitata al mondo cooperativo richiederebbe un’indagine ben più vasta e approfondita di quella che abbiamo condotto nel poco tempo a nostra disposizione. Occorre avvertire, insomma, che le osservazioni che faremo sono per forza di cose limitate e parziali, prima di tutto perché, anche dal nostro circoscritto osservatorio, abbiamo potuto vedere che le situazioni sono molto diverse a seconda dei settori produttivi, e che anche all’interno dello stesso settore, aziende anche contigue possono avere risentito della congiuntura in modi profondamente diversi. Le considerazioni che seguono e che abbiamo tratto dalle realtà con cui siamo venuti in contatto non sono insomma automaticamente estendibili all’intero mondo cooperativo, anche se possono avere un valore orientativo, e fornire qualche spunto per ulteriori, più approfondite osservazioni. La ricerca rivelava, in sostanza, che la partecipazione in cooperativa, nelle sue varie forme, pur essendo ancora un valore sentito e praticato, era piuttosto “stanca”.E che ad aggravare la situazione stavano soprattutto tre aspetti: da un lato, un clima culturale e un approccio diffuso ai temi dell’impresa e delle relazioni industriali nel nostro paese, esitanti, se non in diversi casi esplicitamente ostili verso la partecipazione. Dall’altro, il sopravvenire della crisi, che poteva indurre a considerare un impiccio i tempi e le procedure della partecipazione di fronte alla rapidità della decisioni da prendere, ma che, come vedremo meglio tra poco, induceva anche una parte dei vertici cooperativi a restringere ulteriormente il “cerchio” decisionale per celare gli errori compiuti, o le indecisioni sulle scelte da fare. Il clima che abbiamo incontrato nei nostri incontri e “respirando” per dir così, l’atmosfera che sembra prevalente nelle aziende e nelle associazioni, è piuttosto diverso da quello di tre/quattro anni fa. Allora, affrontare il tema della partecipazione dei lavoratori sembrava essere più che altro (come dire?) un problema di “lucidatura” di un’identità cooperativa un po’ appannata ma che, proprio dal rilancio della partecipazione intendeva trarre nuovo slancio per affrontare, con tutta la dotazione disponibile, le sfide della crescita e della crisi. Qualcuno disse, in conclusione una delle riunioni che avemmo allora, che la partecipazione era la “ciliegina sulla torta”, forse interpretando più o meno istintivamente un certo comune sentire diffuso nel mondo cooperativo, o magari intendendo dire che la partecipazione era la componente più pregiata e più spendibile anche all’esterno dell’identità cooperativa. Un altro aspetto rivelatore delle difficoltà del momento lo si poteva individuare, del resto, guardando alcuni dati riguardanti le cooperative osservate dalla ricerca: il calo della produzione e dei fatturati, dopo un triennio di difficoltà economiche generali, era sostanzialmente in linea con la situazione generale, ma nello stesso periodo si rilevava una sorprendente crescita dell’occupazione e un ricorso molto limitato agli ammortizzatori sociali: “nel complesso si conferma come il comportamento delel cooperative nei momenti di difficoltà di mercato tende ad “ammortizzare” gli effetti che la caduta dell’attività produttiva provoca sui livelli occupazionali”. Si trattava di un fenomeno importante, e significativo dell’attenzione portata dalle aziende cooperative verso il lavoro e gli effetti sociali delle politiche aziendali. L’osservazione racchiudeva tuttavia una domanda inespressa eppure naturale: cosa sarebbe accaduto se la crisi fosse continuata a lungo, in termini di sostenibilità delle politiche adottate e della tenuta stessa delle imprese? Oggi, il clima che abbiamo percepito nei nostri colloqui appare diverso e più diversificato. Il diffondersi di crisi aziendali sembra rilanciare, da una parte, una serie di interrogativi che vanno per certi aspetti alla radice della natura cooperativa, all’adeguatezza della “forma” cooperativa nell’attuale congiuntura, alla domanda su quale uso sia stato fatto della partecipazione prima e dopo l’avvento della crisi, al tema se non si sia creato uno squilibrio tra una “centralità dell’impresa” praticata forse in modo troppo acritico, e i valori su cui si fonda, o dovrebbe fondarsi, la cooperazione, all’assetto e alle prospettive delle relazioni sindacali e di lavoro. Non si può però trascurare il fatto che importanti settori della cooperazione stanno reggendo, nonostante le difficoltà, e questo sembra determinare in qualche interlocutore una sorta di “orgoglio” nel modo in cui vengono raccontati al 2. La riposta a quest’ultima domanda la si sarebbe trovata negli anni immediatamente successivi e non sarebbe stata, purtroppo, una risposta rassicurante. Le cronache dell’ultimo biennio sono punteggiate da crisi e chiusure di imprese, e la cooperazione emiliano romagnola ne è stata tutt’altro che indenne. 65 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 ricercatore i modi e le strategie che danno ad alcuni settori della cooperazione una marcia in più per affrontare la crisi. stata, da un lato, determinata da ragioni dimensionali, poiché la presenza nei mercati esteri richiede trasformazioni organizzative e investimenti consistenti, che si sarebbero potuti realizzare peraltro attraverso accordi e sinergie tra diverse imprese, oppure che si sia trattato in parte di una scelta per così dire più “comoda” per imprese nelle quali i lavoratori sono anche soci, che possono quindi apprezzare la relativa vicinanza dei cantieri operativi, o forse per la tradizionale fiducia nel “mattone” tipica delle nostre zone. 3. Com’ è ben noto il “cratere” della crisi si e collocato nel comparto delle costruzioni, un settore nel quale storicamente la cooperazione ha una presenza forte , e che, come è altrettanto noto, sta attraversando la fase più difficile dal dopoguerra ad oggi. Fatto sta che la crisi ha comunque cominciato a incidere pesantemente sull’attività di molte cooperative, i cui fatturati si sono drasticamente abbassati ( abbiamo qualche dato fornitoci nei colloqui, ma va confermato e completato). E qui, stando alle informazioni raccolte, si è verificato un fenomeno che ha aggravato la situazione, vale a dire un’ esitazione da parte dei vertici di alcune cooperative a prendere atto della crisi, e ad adottare le misure necessarie per fronteggiarne le conseguenze nel breve e medio periodo. Quali siano le ragioni di queste esitazioni, che hanno portato a “mettere la polvere sotto il tappeto”, ad assumere comportamenti rassicuranti, a adottare misure forse opportune in presenza di crisi congiunturali e transitorie, ma decisamente da evitare di fronte a situazioni molto più gravi, come il mancato ricorso ad ammortizzatori sociali, o l’uso di quelli più soft come i contratti di solidarietà, non è facile dire. Certo, la profondità della crisi è stata inaspettata, e per un certo periodo si è ottimisticamente pensato che il peggio fosse alle spalle. Dalle informazioni ricevute si possono tuttavia cogliere altre ragioni, come la difficoltà dei gruppi dirigenti a cogliere i segnali e la dimensione della crisi, la scarsa disponibilità a far circolare le informazioni sulla reale situazione economico-finanziaria dell’azienda, la volontà di non “allarmare” clienti, fornitori , stakeholders in generale, sulla solidità della cooperativa,la difesa di posizioni di leadership dei gruppi dirigenti acquisite in tempi anche abbastanza lontani, e consolidate dai risultati di una crescita continua. Le cooperative edili hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo economico della nostra regione, dando un contributo fondamentale al rinnovamento infrastrutturale non solo della regione, ma dell’intero paese. Le ragioni della crisi che ha portato alcune di esse al default sono varie, e probabilmente per indagarle a fondo occorrerebbe dedicarsi a scrivere qualche “storia” aziendale. Ciò che emerge anche dai colloqui che abbiamo avuto con gli esponenti di alcune di esse è che tutte le crisi hanno ragioni abbastanza remote, e vanno fatte risalire a scelte compiute quando il mercato dell’edilizia era fiorente, e decidere di dedicarsi ai lavoro pubblici nel nostro paese e all’attività di costruzione e vendita di edilizia residenziale, industriale, terziaria, era una scelta premiante. Anche dalle sommarie informazioni che è stato possibile raccogliere nelle interviste, risulta evidente che molte cooperative edili, sia di grandi che di medie dimensioni, hanno da un certo punto in poi consapevolmente scelto di dedicarsi al mercato domestico,talora abbandonando mercati esteri in cui avevano operato, ovviamente privilegiando il core business dei classici settori dei lavori pubblici e dell’immobiliare, sia pure diversificando, in alcune fasi, notevolmente le attività: oltre a quelle più tradizionali , si sono dedicate a attività come, ad esempio, la realizzazione e la gestione di nuove tratte autostradali, la realizzazione e la gestione di case di riposo, la gestione di cave. Tuttavia, la crisi ha cominciato a mordere sostanzialmente per due ragioni, il rarefarsi dei lavori pubblici, e soprattutto dei grandi lavori, derivata dalla crisi della finanza pubblica (crisi attenuata e ritardata solo in parte da grandi iniziative come l’Expo, peraltro in fase conclusiva) e la crisi dell’immobiliare, nel quale le cooperative avevano investito ingenti capitali, confidando in un mercato che aveva avuto una fase di rapida espansione continua e prolungata e che comunque, anche nei suoi andamenti ciclici, non aveva mai conosciuto in passato un arresto così profondo, esteso e prolungato, con prospettive di uscita dal tunnel tuttora incerte , ma che fanno comunque ritenere improbabile in tempi ragionevolmente brevi una ripresa consistente. La spiegazione della scelta esclusivamente “domestica” compiuta da molte cooperative delle costruzioni, talvolta abbandonando il mercato estero nel quale erano presenti, richiederebbe un’analisi più approfondita. Si può ipotizzare che sia La crisi ha provocato in diversi casi da noi contattati un significativo calo dell’occupazione, e in qualche situazione ha richiesto misure drastiche, come una riduzione generalizzata, anche se provvisoria, dei salari. Ovviamente non siamo in grado di dire se le misure adottate siano tali da consentire la salvezza e il rilancio dell’impresa, anche se la sensazione che emerge dai nostri colloqui è quella di una situazione ancora molto in bilico. In realtà i nostri interlocutori sono stati abbastanza generici sulle misure che si ritengono necessarie per superare la crisi: entrare nei mercati esteri sarebbe desiderabile ma sembra piuttosto difficile da attuarsi in un periodo di crisi come l’attuale, (anche se qualche passo in questa direzione sembra già essere stato compiuto) spesso si manifesta l’intenzione di abbandonare una vocazione “generalista” scegliendo produzioni più specializzate e a maggior contenuto tecnologico. Al fondo, comunque, la speranza diffusa che sembra di cogliere è che la crisi abbia toccato 66 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 il fondo, e che, alleggeriti di personale e di debiti, sia possibile ripartire. servizi è ben presente nel mondo cooperativo, e svolge una quantità piuttosto diversificata di attività, dalle pulizie, alla vigilanza, agli autotrasporti, alla logistica, alla ristorazione. Le informazioni che abbiamo raccolto ci raccontano di imprese con un’occupazione stabile o addirittura in crescita, bilanci che consentono la distribuzione del ristorno. Tuttavia la crisi incide anche qui, e qualcuno addirittura si spinge a dirci che la situazione di relativa buona salute attuale è spiegabile con il fatto che la crisi arriva in ritardo nel settore dei servizi rispetto ad altri settori. D’altra parte, i servizi non possono non risentirne, visto che si tratta di aziende in larga misura dipendenti dalle commesse del settore pubblico e delle imprese private. Qualcuno, per la verità, non ce l’ha fatta, ed ha attraversato l’inferno del fallimento, del default del prestito sociale, della ripartenza con un’altra natura sociale, questa volta non cooperativa. È piuttosto lacerante ascoltarne la storia, il succedersi di difficoltà oggettive, errori gestionali, conseguenze sociali sul territorio d’insediamento. Ma la conseguenza forse più pesante è l’ombra di sfiducia che queste vicende hanno proiettato sul metodo cooperativo, sull’idea stessa della cooperazione, sentir riferire che i lavoratori usciti traumaticamente dalla cooperativa e recuperati in una newco non cooperativa ritengono l’attuale situazione assai più trasparente, partecipativa e motivante rispetto alla precedente gestione. Da un lato, quindi, il settore risente della crescente richiesta da parte dei committenti, pubblici e privati, di prestare servizi a costi sempre più bassi, ma senza incidere sulla qualità della prestazione, dall’altro si risente sempre più fortemente di una concorrenza, sia da parte di imprese private, sia, soprattutto in alcuni settori come la logistica e le pulizie, da parte delle cosiddette cooperative “spurie” che prestano servizi a costi molto bassi, praticando quasi sempre condizioni salariali e lavorative deteriori, non applicando i contratti o applicando contratti “pirata”, non pagando regolarmente i dipendenti, trascurando le norme sulla sicurezza. Le cooperative del settore vengono insomma aggredite su due fronti, da un lato dalla crisi e dall’altro da una concorrenza ai limiti o addirittura fuori della legalità. Quest’ultimo fenomeno ha effetti anche sull’immagine della cooperazione, al punto da rendere difficile raccogliere nuove adesioni sociali nelle zone in cui la presenza di cooperative spurie alimenta i pregiudizi contro la cooperazione. Non tutto il settore delle costruzioni è tuttavia in crisi. Nei nostri incontri abbiamo sentito il caso di una cooperativa che orgogliosamente rivendica di essere in buona salute, grazie alla strada imboccata già nel decennio settanta e perseguita con continuità negli anni, oltre a una specializzazione nel settore dei trafori che la porta ad essere competitiva avendo vari cantieri in quattro continenti. Ciò che colpisce in questa cooperativa è però il dato riguardante la proporzione tra soci e lavoratori, che è di uno a venti, e che lo status di socio si può acquisire solo con una condizione molto selettiva, determinata non tanto dall’importo della quota sociale quanto dal fatto che per diventare soci occorre essere stabilmente occupati presso la sede centrale da almeno due anni, ciò che fa sì che la compagine sociale di questa cooperativa sia piuttosto esclusiva, composta per lo più da impiegati, tecnici e dirigenti. Un po’ paradossalmente, gli esuberi potenziali in questa cooperativa che, dal punto di vista dei risultati, va in controtendenza con il settore sono alcune decine di operai che lavorano nella città dove la cooperativa è nata, e nella quale l’attività edilizia risente ovviamente delle ben note difficoltà generali. La crisi non sembra aver determinato, nelle cooperative contattate da noi, conseguenze eclatanti sull’occupazione complessiva, anche se ovviamente possono esservi stati singoli punti o momenti di crisi, fronteggiati con l’uso della cassa integrazione. La storia aziendale recente di queste cooperative non è stata, peraltro, priva di episodi tribolati. La sostituzione di alcuni vertici, qui come in diversi altri casi, ci è stata raccontata non come la fisiologica evoluzione di un ricambio (anche) generazionale, ma come il risultato di conflitti tanto più aspri quanto maggiore è la durata in carica dei gruppi dirigenti, conflitti dei quali gli stessi nostri interlocutori sono restii a raccontarci i particolari. Il fatto che comunque appare anche sotto un certo velo di riservatezza è che, anche quando la crisi al vertice non è stata provocata da drammatici default, il conflitto è spesso legato a diverse visioni sulle strade da prendere per affrontare la crisi, come ad esempio la scelta se procedere o no ad accordi o fusioni. Non è il caso di trarre deduzioni troppo generali dalle osservazioni fatte fin qui, data la limitatezza del campione osservato, ma non si può non notare, come sia singolare che tra le aziende di costruzioni da noi incontrate la cooperativa che ha avuto la crisi più profonda sia rinata, per trovare spazi di competitività, in forma non cooperativa, e d’altro canto la cooperativa che “va bene” abbia una struttura e una “chiusura” piuttosto insolita rispetto al classico modello cooperativo. Del resto, i nostri interlocutori delle cooperative di costruzioni ci hanno pressoché tutti illustrato la necessità di costituire società finanziarie, di progetto, per cantieri, spesso con soggetti privati, allo scopo di accrescere le attività, in forme diverse dalla forma cooperativa, giudicata troppo rigida. Fuori dal cratere della crisi le cose sembrano andare meglio, almeno nelle cooperative che abbiamo intervistato. Tuttavia la crisi si avverte anche qui, eccome. Il settore dei 67 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 Ovviamente , per reggere la concorrenza di fronte alla situazione appena ricordata, le cooperative hanno dovuto adottare misure sia dal punto di vista strategico che del lavoro. Dal punto di vista strategico, ad esempio, riducendo la presenza nei settori più generici e più aggredibili sul versante dei costi e aumentando invece la presenza in settori più qualitativamente specializzati, come la logistica del farmaco, o il risanamento ambientale. Gli effetti sul personale sono stati soprattutto finalizzati a ridurre i costi attraverso un aumento del part time, una riduzione delle ore lavorate, un aumento dei rapporti di lavoro flessibili , in qualche caso anche alla rinuncia ad alcune prestazioni già in godimento, come i ticket mensa ai lavoratori della logistica. consumo “classica” (soci/consumatori) che dalla cooperazione che mette insieme soci/imprenditori, anche se parzialmente diverse sono le strategie di risposta. Dalle informazioni ricevute si coglie che, più che da un calo delle quantità di merce venduta, la crisi è soprattutto percepibile come riduzione degli utili per la contrazione del valore dei prodotti venduti, a seguito della scelta dei consumatori verso prodotti a più basso prezzo e alla necessità di ricorrere a promozioni. Dalle interviste effettuate sembra tuttavia che non vi siano situazioni molto critiche dal punto di vista occupazionale. La cooperazione di imprenditori si giova probabilmente delle dimensioni medio piccole dei negozi, e l’occupazione è cresciuta, anche a seguito dell’apertura di nuovi punti vendita. Nella cooperazione di soci l’occupazione stabile non sembra essere stata intaccata, poiché le esigenze di flessibilità sono state soddisfatte manovrando prevalentemente sui numerosi contratti part time e a termine già da tempo esistenti. Le strategie per fronteggiare la crisi sono varie: dalla diversificazione dimensionale, che, oltre ai tradizionali iper e supermercati punta verso strutture a dimensione più piccola e con prodotti di qualità, alla formazione e coinvolgimento del personale (su cui torneremo più avanti) all’esternalizzazione della logistica. Nel settore delle cooperative sociali soltanto alcuni aspetti assomigliano da vicino a quelli appena menzionati per i servizi. Anche qui c’è dipendenza da una committenza che è di fatto una monocommittenza, quella del settore pubblico, con tutte le conseguenze legate a una politica di riduzione della spesa pubblica che non è quasi mai selettiva rispetto all’importanza e alla qualità dei servizi da offrire , ma si basa su tagli lineari. Anche qui la crisi si manifesta dunque attraverso la richiesta di prestare servizi a costi sempre più bassi, nell’allungamento dei tempi di pagamento e, per quanto in misura più ridotta rispetto al settore dei servizi, nella presenza di concorrenza al ribasso di privati e cooperative spurie. Va peraltro rilevato che qui, il problema della pressione sui costi e le condizioni di lavoro è resa più complessa dalla contiguità con il settore pubblico, e dalla forza d’attrazione che esercitano i contratti pubblici, anche a causa della presenza di controparti sindacali che sono le stesse del settore pubblico. Si tratta di fattori che esercitano effetti negativi soprattutto in termini di bassa redditività (circa il 3% in Emilia-Romagna), in particolare sulle cooperative di piccole dimensioni, meno sulle grandi cooperative,con più di 500, ma che hanno anche alcune migliaia di dipendenti, in grande maggioranza anche soci. Anche qui non vi sono stati effetti massicci della crisi sull’occupazione complessiva, almeno su quella a tempo indeterminato, le difficoltà sono state in parte affrontate, almeno nelle grandi cooperative, con meccanismi di solidarietà e mobilità interna, in parte probabilmente scaricate sulla flessibilità di manodopera marginale. Ovviamente anche qui si corre ai ripari non soltanto con aggiustamenti riguardanti la manodopera, ma anche con operazioni finanziarie, come accordi con banche per anticipare i crediti verso la p.a., l’abolizione delle gare d’appalto, la realizzazione di asili nido costruiti con finanza di progetto e convenzionati con le autonomie locali,la vendita di servizi di welfare integrativo diversificati a privati e ad altre cooperative, una nuova e più diversificata, ma anche meno costosa, organizzazione dei servizi forniti (es: assistenza domiciliare graduata). 4. Le “linee guida per la governance delle cooperative aderenti a Legacoop” approvate dalla direzione nazionale di Legacoop il 18 settembre 2008 rappresentano una sintetica e fondamentale elencazione di principi e metodi operativi per equilibrare efficienza e partecipazione, modernità e valori. Le linee guida si articolano, come è noto, in una serie di paragrafi nei quali si affrontano i vari problemi, da quelli più tradizionali della adesione e partecipazione dei soci, a quelli più complessi legati alle grandi dimensioni e alla natura di gruppo assunta de numerose cooperative. Riassumendo in breve i contenuti del documento, si inizia con la riaffermazione del principio della porta aperta, necessario per il rinnovamento della base sociale e da gestire in base a requisiti e procedure di accesso determinati secondo criteri di equità e trasparenza. La partecipazione dei soci deve essere favorita attraverso l’attivazione di strumenti di natura informativa sull’andamento delle attività economiche della cooperativa, attraverso procedure formalizzate di informazione sulle decisioni maggiormente rilevanti che sia avvalgano di tutti gli strumenti disponibili, da incontri e gruppi di lavoro preassembleari, gli house organ alle tecnologie informatiche. Per quanto riguarda la cooperazione di consumo la crisi è ovviamente legata al calo generalizzato dei consumi, e sembra essere percepita sia dalla cooperazione di Nei gruppi a controllo cooperativo le informazioni devono riguardare anche quanto di rilevante avviene nelle società controllate, nonché il raccordo tra l’attività di que- 68 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 ste e la finalità mutualistica propria della capogruppo. L’indagine che abbiamo condotto questa volta, sia per la limitatezza del campione, sia per la vicinanza temporale con la precedente, non ci ha portato a risultati complessivamente diversi o più generalizzabili, ma forse a specificare meglio alcune delle osservazioni che avevamo avanzato nella precedente occasione. La partecipazione dei soci all’assemblea deve essere garantita attraverso forme di convocazione efficaci, e la sua effettuazione deve essere tale da garantire la massima partecipazione, soprattutto nelle cooperative più grandi e complesse, attraverso assemblee separate e la creazione di strumenti stabili di partecipazione, come comitati territoriali, sezioni soci, eccetera). Per quanto riguarda l’apertura della “porta” abbiamo visto sostanzialmente confermato quanto avevamo già notato nella ricerca precedente, cioè una minore presenza percentuale di soci rispetto ai lavoratori nelle cooperative di pl, con una punta estrema in una cooperativa (400 soci e 8000 dipendenti complessivi tra coop e controllate:, una percentuale tra il 40 e il 60% nella maggior parte delle altre, un deciso aumento della base sociale nella cooperazione sociale (2300 soci su 3000 una cooperativa tra quelle da noi intervistate, un rapporto ovviamente molto più squilibrato nella cooperazione di consumo “di soci”, mentre è ovviamente del 100% nella cooperazione di consumo “di imprenditori”. L’elezione delle cariche sociali deve avvenire con procedure formalizzate e trasparenti, le candidature devono essere rese pubbliche con le caratteristiche professionali e personali dei candidati, dev’essere garantita un’adeguata rappresentanza di genere e di eventuali soci finanziatori, è necessaria la rotazione nelle cariche sociali, con un ricambio preferibilmente parziale degli amministratori. Le linee guida sottolineano anche l’opportunità che si introduca un limite al numero degli incarichi, e che il trattamento economico dei managers sia regolamentato e/o affidato a un apposito comitato remunerazione. Nelle cooperative da noi interpellate non si può dire che l’importo della quota sociale costituisca una barriera all’entrata eccetto che in una della pl. Semmai una barriera può essere rappresentata, come abbiamo già ricordato, dal fatto che i soci devono essere dipendenti a tempo indeterminato, o dal requisito presente in una delle cooperative intervistate, per cui uno dei requisiti per diventare socio è l’ essere stati dipendenti a tempo indeterminato per due anni nella struttura centrale, il che fa sì, tra l’altro, che su parecchie migliaia di dipendenti, tra dipendenti della cooperativa e delle controllate, i soci sono nella grande maggioranza nella sede storica della cooperativa. Molto importanti sono poi le indicazioni riguardanti il controllo: qui il documento raccomanda la distinzione tra i ruoli di indirizzo e quelli di gestione, indica l’opportunità di introdurre la figura degli amministratori indipendenti, e richiama la possibilità di ricorrere al modello dualistico di governance. Per quanto riguarda i gruppi societari alla cui guida vi sono una o più cooperative, il documento raccomanda che vi sia “coerenza dei comportamenti delle società controllate con i valori tipici della cooperazione” e “l’estensione alle società controllate, nelle forme giuridicamente possibili, dei principi tipici della cooperazione. I meccanismi di partecipazione assembleare sono piuttosto vari, ma sembrano, nel loro complesso, essere piuttosto coerenti con quelli contenuti nelle linee guida. Convocazioni dell’assemblea trasparenti, due-tre assemblee all’anno, che spesso riguardano il preconsuntivo, il budget, il bilancio e le cariche sociali. Le riunioni sono in quasi tutti i casi esaminati precedute da riunioni preparatorie che in qualche caso prevedono anche l’invito ai dipendenti non soci, che in qualche caso vengono peraltro invitati anche alle assemblee, ovviamente senza diritto di voto .Vanno ricordati anche gli incentivi che vengono escogitati per incrementare la partecipazione sociale, che in qualche caso consistono ad esempio nell’organizzazione di iniziative conviviali coincidenti con l’assemblea, o, in almeno un caso da noi rilevato,, nel fatto che la partecipazione agli appuntamento sociali è uno degli elementi che rilevano al momento dell’attribuzione di incentivi salariali. Infine, le linee guida affidano alla struttura associativa un compito di vigilanza sul processo di applicazione dei principi ivi contenuti nelle aziende cooperative aderenti. Il documento – del quale abbiamo riportato qui molto sommariamente alcuni contenuti, ma si tratta di un testo piuttosto articolato e ricco di indicazioni operative – risale, come si è detto, al 2008, ed appare piuttosto evidente l’intenzione, ad esso sottesa, di “richiamare” il mondo cooperativo, fin troppo diversificato come concreti modelli e stili di governance, verso una moderna e certamente rivisitata adesione ai principi identitari della cooperazione, il che induce ovviamente a ritenere che le “deviazioni” fossero già allora piuttosto numerose ed evidenti. Già nella precedente ricerca, del resto, si era potuto rilevare che, anche al di là del guscio formalmente stabilito negli statuti e nell’osservanza delle scadenze canoniche, la situazione della partecipazione “sociale” presentasse diverse criticità sia sotto il profilo del ruolo marcatamente passivo effettivamente esercitato dai soci, che su quello del ricambio e rinnovamento delle leadership cooperative. Nelle grandi cooperative vi sono articolazioni territoriali, i comitati ( o sezioni) soci, che hanno una loro vita sociale, che non si occupano di gestione, ma di rapporti con i soci e con il territorio, ma svolgono anch’essi un ruolo in- 69 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 formativo. In alcuni casi tali comitati esprimono membri del consiglio d’amministrazione. del consiglio, che contraddice con il principio della netta distinzione tra indirizzo/controllo e gestione, può avere un aspetto positivo, che è quello di mettere a confronto nell’organismo di vertice esperienze e competenze diverse. Appare tuttavia evidente il rischio che si generi uno squilibrio di conoscenze e quindi di potere tra chi è in possesso di informazioni quotidiane e dettagliate sull’andamento aziendale e chi no. Naturalmente questo gap potrebbe essere colmato almeno in parte da iniziative formative dei consiglieri “laici”, per dir così, che ci risultano esistere in alcuni casi, ma sulla cui effettiva profondità ed efficacia non siamo per ora in grado di esprimere giudizi. Bisogna ricordare inoltre che in alcune aziende e in alcuni settori il gap culturale tra la struttura tecnica e la grande maggioranza dei soci e dei dipendenti è molto rilevante, e che nelle aziende molto disperse sul territorio, con cantieri, ecc. le informazioni circolano spesso con difficoltà. Più delicato è il caso in cui il vertice aziendale ha anche responsabilità direttamente operative, (il che può avvenire con l’unicità delle cariche di presidente e direttore generale, ovvero con l’attribuzione di deleghe specifiche e di peso al presidente e ai consiglieri) in questo caso lo squilibrio tra indirizzo, gestione e controllo è evidente, e la concentrazione di potere può solo indurre a sperare nelle capacità e nella visione strategica di chi lo concentra nella sua persona e, naturalmente, nelle capacità di comprensione/controllo dei consiglieri e dei soci. In alcuni casi l’acquisizione dello status di socio è preceduta da una qualche formazione, tendente a illustrare storia, diritti e doveri. E in diversi casi l’informazione dei soci passa anche attraverso strumenti informativi come house organ e/ o siti aziendali Nonostante ciò non si può dire che la partecipazione alle assemblee sia del tutto soddisfacente, anche dal punto di vista meramente quantitativo. La partecipazione è mediamente bassa quando le cose vanno bene, ci è stato detto, e aumenta quando ci sono problemi e/o in occasione del rinnovo degli organi. la partecipazione è, inoltre, solitamente più alta nelle cooperative di dimensioni più piccole, e in quelle con un’organizzazione più concentrata territorialmente e più compatta dal punto di vista organizzativo. Per quanto riguarda le regole sulla formazione dei gruppi dirigenti, occorrerebbe un’analisi puntuale degli statuti, che non è stata per ora possibile. Dalle informazioni avute dagli intervistati, spesso le regole prevedono un limite ai mandati (per lo più tre, nelle cooperative da noi consultate), che può avere deroghe che però prevedono un quorum maggiore per essere confermati, e forme di rinnovo parziale dei consigli d’amministrazione. È interessante rilevare tuttavia che anche nel limitato numero di casi da noi osservato non mancano presidenze ultra decennali e, d’altro canto, vicende nelle quali , come abbiamo già ricordato, l’avvicendarsi dei gruppi dirigenti è stato tutt’altro che un tranquillo e fisiologico passaggio di consegne. È interessante capire come sono andate le cose nelle aziende che hanno risentito più fortemente della crisi. Per quanto riguarda ad esempio le cooperative del settore delle costruzioni le opinioni che abbiamo raccolto sono state in generale piuttosto critiche sul funzionamento dei flussi informativi pre crisi. In diversi casi la situazione che ci è stata raccontata era caratterizzata da leadership aziendali insediate da molto tempo, con un consenso consolidato, e una fiducia diffusa, che aveva però contribuito a determinare una certa passività non solo da parte dei soci, ma anche da chi (consiglio, strutture associative) avrebbe dovuto esercitare il controllo. Al momento in cui la crisi è incominciata sembrano essersi verificati diversi fenomeni. In alcuni casi il vertice più ristretto ha cercato di tenere il più possibile riservate le informazioni. Vi sono alla base di questo comportamento molte diverse motivazioni, in parte determinate forse da una lettura non sufficientemente lucida della situazione, e della gravità della crisi, in parte dalla difficoltà di prendere decisioni impopolari dopo un lungo periodo di “vacche grasse”, in parte dalla difficoltà obiettiva di far condividere scelte di taglio dell’occupazione e dei salari a una platea di soci-lavoratori. Tutto questo ha portato a rinviare le decisioni o a prendere e protrarre decisioni attendiste (come i contratti di solidarietà). Le situazioni sono, peraltro, abbastanza diverse. Le vicende della crisi e le capacità di reazione delle cooperative sembrano essere state collegate anche a fattori come il momento in cui la crisi ha cominciato a mordere davvero: lo shock e la capacità di reazione sembrano essere stati minori nelle Per quanto riguarda la composizione e il funzionamento del consiglio d’amministrazione, la situazione sembra essere, anche nel limitato campione da noi esaminato, molto diversificata. Come si è detto, il consiglio d’amministrazione ha spesso una composizione piuttosto eterogenea, essendo in diversi casi composto sia da consiglieri espressione dei comitati, o sezioni soci, e quindi espressione di una leadership “territoriale” formatasi probabilmente attraverso il prestigio o l’attivismo nelle attività sociali, e, in diversi casi, da esponenti della tecnostruttura. In alcuni casi nel consiglio è prevista una presenza minoritaria, ma abbastanza significativa, di soci sovventori mentre non ci risulta che vi siano amministratori indipendenti. Vi sono poi casi in cui, all’opposto, il presidente è anche direttore generale, o i componenti del consiglio di amministrazione hanno deleghe che li mettono, di fatto, a capo di settori operativi. La cosa viene descritta come un fatto tutto sommato fisiologico, in qualche caso ci viene detto che “si cerca di evitarlo”, ovviamente abbiamo necessità di consultare gli statuti per verificare se vi siano contenute norme sull’incompatibilità. La composizione mista 70 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 prime cooperative andate in crisi, mentre in quelle entrate in crisi più tardi, dove l’informazione sulla situazione è sembrata avvenire, peraltro, attraverso un “passaparola” prima ancora che attraverso informazioni o atti formali, i soci e i lavoratori erano già più preparati, a decidere ( e a subire) misure più pesanti e dolorose. Nelle cooperative da noi osservate è apparso inoltre che la volontà/capacità di reazione è stata maggiore nelle cooperative con una struttura più compatta e meno dispersa territorialmente, dove non solo le informazioni circolano più intensamente e lo stato dell’azienda e del mercato è noto a molti, se non a tutti, ma anche la solidarietà tra i lavoratori sembra essere più solida e diffusa. in maniera ancora più puntuale nel documento Fondaz. Barberini-Ancpl: Partecipazione in cooperativa: istruzioni per l’uso del 10 maggio 2012 o nel “libretto rosso” di Generazioni E.R.) e soprattutto di alcuni dei suoi contenuti più sostanziali e innovativi. In particolare, alcuni tra gli aspetti che, dalla nostra indagine, sembrano più critici e su cui varrebbe invece la pena di focalizzare l’attenzione sono quelli che riguardano la distinzione tra indirizzo/ gestione/controllo, la dialettica tra gli organi sociali e l’adozione di misure come l’immissione di amministratori indipendenti e l’adozione del modello dualistico, un rafforzamento della “funzione di presidio delle regole e dei valori” da parte delle strutture associative. Il dato che comunque emerge abbastanza nettamente è che la concentrazione delle informazioni e dei poteri, la carenza di informazioni e di controlli, la timidezza nell’informare la base sociale delle situazioni effettivamente verificatesi e l’adozione di misure tendenti a minimizzare l’impatto della crisi nel breve periodo, ma strategicamente controproducenti, sono state, se non le cause prime, certamente amplificatori e aggravanti delle crisi. A questo va aggiunta certamente una debolezza del ruolo delle strutture associative, sulle cui ragioni, su entrambi i lati del rapporto stesso, andrebbe fatta un’indagine apposita e più approfondita. Da qualche intervista ci è sembrato di capire che il rapporto tra alcune cooperative e l’associazione si era fortemente allentato negli anni delle “vacche grasse” in nome di una certa ubris da autosufficienza di alcuni settori cooperativi. A questo, tuttavia, va aggiunto qualcos’altro. La partecipazione è un valore in sé, ma in un contesto fatto di imprese, la partecipazione deve servire a creare un valore aggiunto che le rende più competitive in quanto possono giovarsi dell’apporto attivo di tutti coloro che vi lavorano, e in più perché vi si crea una dialettica che aiuta gli amministratori e il management da un lato, i lavoratori dall’altro, a creare quella circolazione di informazioni, di innovazioni e di stimoli che consente di evitare gli errori e di prendere consensualmente le decisioni, facili o difficili, che servono alla buona salute dell’impresa e al benessere di chi vi lavora. Per ottenere questi risultati, la partecipazione “classica” è sicuramente utile, ma probabilmente non basta. Una cooperativa nella quale la forma e la sostanza della partecipazione dei soci-lavoratori ai vari momenti assembleari siano rispettate alla perfezione, le cariche siano definite in modo democratico, e le informazioni sui bilanci vengano fornite in modo trasparente e corretto, è certamente un’ottima cooperativa, ma se l’organizzazione del lavoro al suo interno resta di tipo gerarchico/ tradizionale non si può dire che essa utilizzi in maniera ottimale le risorse che la partecipazione può offrire. È possibile affermare che i problemi e le distorsioni nel “metodo” cooperativo sono limitati ad alcuni casi ormai esplosi e non ripetibili? Non abbiamo l’ambizione di dare risposte con valore generale, vista la limitatezza del campione sia questa volta che, tutto sommato, anche nell’indagine precedente. Non si può però tacere che gli avvenimenti recenti fanno suonare più di un campanello d’allarme: se i casi di crisi più conclamata hanno avuto come concause un deficit di partecipazione e di controllo, un’ evidente confusione tra indirizzo e gestione, un eccesso di protagonismo da parte di oligarchie quando non di “un uomo solo al comando”, diversi assetti ed equilibri che abbiamo rilevato anche al di fuori del “cratere” della crisi non sono ancora oggi troppo diversi, anche se naturalmente le condizioni oggettive (di mercato, patrimoniali, organizzative) e soggettive possono fare molta differenza. Qui il discorso si farebbe molto ampio, e in questa sede lo si può solo richiamare per sommi capi. Il dato di partenza è che la via italiana al recupero di produttività attraverso l’aumento della flessibilità esterna, la saturazione dei tempi e delle ore lavorate ha definitivamente mostrato la corda. “ La competitività del sistema manifatturiero italiano può essere rilanciata soltanto attraverso un deciso sforzo di innovazione nel sistemi organizzativi e gestionale delle imprese” (Pero-Ponzellini 2014). D’altra parte, “la debole presenza di innovazioni organizzative , di nuove pratiche di lavoro, di stili partecipativi di gestione del personale, di forme di cooperazione attiva dei lavoratori, di robusti ed equi sistemi di incentivazione del personale, può essere considerata una causa nascosta della stagnazione dell’andamento della produttività” (Cerruti-Pedaci 2012) Come fare a rivitalizzarla e potenziarla, questa partecipazione dei soci e dei lavoratori, di cui sembra che si percepiscano più i problemi quando non c’è, o non c’è abbastanza, che i pregi quando c’è? Dall’indagine che abbiamo condotto ci sembra emergere innanzitutto l’importanza che ha/avrebbe un’applicazione più generalizzata e puntuale delle linee guida del 2008,( alcune delle quali sono state arricchite e ridefinite Per dirla in maniera estremamente sintetica, il tema è in larga misura quello di invertire, o per meglio dire comple- 71 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 tare lo “sguardo” con cui si decide all’interno dell’impresa, passando da una situazione nella quale lo “sguardo” è esclusivamente verticale, dall’alto verso il basso,ed è quindi competenza esclusiva del management aziendale, a una situazione nella quale lo “sguardo” di chi lavora acquisisce un peso rilevante nel processo decisionale. Ovviamente le forme che questo cambiamento può assumere sono le più varie, e cambiano a seconda del settore, dell’azienda, dell’organizzazione del lavoro. Perfino le forme apparentemente più banali di partecipazione dal basso, come il sistema dei suggerimenti, possono diventare importanti, nella misura in cui vengono prese sul serio, innescando processi di cambiamento reale nell’organizzazione del lavoro, la creazione di gruppi di intervento e miglioramento delle condizioni di lavoro e della sicurezza, lo stimolo a forme di job rotation, processi di formazione diffusi finalizzati ad acquisire le capacità cognitive e le conoscenze tecniche per identificare, decidere ed ottimizzare i cambiamenti. Naturalmente l’attivazione di pratiche come queste, che aumentano l’autonomia e l’interattività dei lavoratori, singoli e in gruppo, ma ne accrescono anche la motivazione e l’identificazione con il lavoro e l’azienda, richiedono anche un parallelo “allenamento alla delega” da parte del management, “allenamento” che peraltro dovrebbe essere consueto nel contesto cooperativo. Va ricordato che questo della partecipazione attiva dei lavoratori al processo produttivo sembra stia sta diventando, in maniera per certi aspetti perfino sorprendente, uno dei temi forti della strategia di relazioni industriali di associazioni imprenditoriali tradizionalmente orientate in tutt’altro verso come Federmeccanica. Va aggiunto che percorsi del genere di cui abbiamo qui soltanto delineato un abbozzo possono benissimo, e di fatto sono stati in vari casi, condivisi dalle rappresentanze sindacali e hanno dato luogo ad accordi. L’interazione tra innovazione organizzativa e contrattazione collettiva può anzi determinare una maggiore prevedibilità, e quindi un consolidamento, degli stessi processi di cambiamento. La nostra indagine, per i tempi stretti e le modalità con cui si è svolta, non è stata in grado di guardare abbastanza a fondo dentro l’organizzazione del lavoro delle cooperative intervistate, e questo è certamente un aspetto che meriterebbe un approfondimento . Della creazione di un clima partecipativo può far parte anche uno strumento che è da tempo presente nel mondo cooperativo, ma ha avuto di recente uno sviluppo crescente in tutto il sistema delle imprese, ed è il fenomeno del cosiddetto “welfare aziendale”. Si tratta di un aspetto che tocca, in qualche misura, sia il tema delle relazioni industriali che quello della partecipazione sociale: esso riguarda da un lato le relazioni industriali perché negli anni più recenti è entrato di prepotenza nella contrattazione di tutti i settori, sia come succedaneo degli incrementi salariali che come strumento per aumentare l’identificazione nell’azienda e la produttività aziendale. D’altra parte il welfare aziendale si è tradizionalmente sviluppato nel settore cooperativo anche qui come fattore di identificazione con la cooperativa ma anche per certi aspetti, come elemento distintivo della miglior condizione di lavoro e del maggiore benessere implicito nell’essere soci rispetto alla generalità dei lavoratori. Si tratta di aspetti che, pur nella crisi, sembrano essere valorizzati in molte realtà da noi incontrate, con le forme più varie. Solo per fare qualche esempio, sconti ai soci (ma anche in misura inferiore ai dipendenti non soci) per l’adesione alla mutua nuova sanità; convenzioni per ottenere prestiti personali; soggiorni estivi, contributi per gli studi, forme di conciliazione tra vita e lavoro. Interessante, tra gli altri, il caso di Coop Adriatica, che ha istituito un pacchetto di prestazioni per i lavoratori/soci, in un contesto come quello del consumo nel quale, tradizionalmente, l’identità del lavoratore/socio è piuttosto pallida. Di questo pacchetto fanno parte, oltre ad alcune provvidenze evidentemente mirate alla prevalenza di genere delle dipendenti (conciliazione di tempi di lavoro e di vita, voucher per badanti) anche a sconti sulla spesa ulteriori rispetto a quelli praticati per i soci, il che si è tradotto anche in un affare per la cooperativa, che ha visto aumentare le sue vendite. Occorre sottolineare inoltre che le prestazioni sociali sono in buona parte affidate ad altre cooperative, dando un esempio concreto del “fare rete” . Su questo tema occorre aggiungere che dai colloqui e dalle osservazioni che è stato possibile fare durante questa fase della nostra ricerca si è rilevato che vi sono (almeno) due fattori che possono aiutare molto a creare le condizioni favorevoli alla partecipazione continua e dal basso nel senso da ultimo illustrato. Uno è l’esistenza di un contesto aziendale molto innovativo, e con la presenza di una forza-lavoro (soci e non) con un buon livello di scolarità e adeguatamente motivata. Il secondo è, appunto, l’esistenza del “clima” cooperativo, cioè di un tessuto di informazioni e di relazioni che tenga uniti soci e non soci, facendoli sentire protagonisti di un progetto comune. Si tratta di condizioni che, laddove si realizzano, possono perfino rendere quasi superflue le tecniche manageriali (circoli di qualità, e quant’altro) che sono invece raccomandate in contesti aziendali diversi. Ceteris paribus, - rileva una ricerca condotta nel 2011 per conto della Fondazione Barberini - nell’impresa cooperativa il livello ottimale di monitoraggio manageriale è più basso che nell’impresa capitalistica. (Messori 2011). Questo è certamente vero, anche se si dovrebbe aggiungere che, perché sia del tutto vero, è necessario che il management, e non solo, adotti anche uno “stile” cooperativo. Se dunque, da un lato, la partecipazione “cooperativa” ha sicuramente bisogno, per essere un effettivo fattore di 72 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 vantaggio, anche di affermare e praticare forme di partecipazione gestionale capaci di coinvolgere i soci, e in certa misura anche i lavoratori non soci, non soltanto nei momenti topici della vita cooperativa, ma in tutte le fasi del processo lavorativo con ampi gradi di autonomia decisionale e operativa, un altro fronte sul quale il movimento cooperativo nel suo complesso dovrebbe impegnarsi è quello istituzionale, della realizzazione cioè di quegli strumenti (anche) legislativi capaci di rafforzare, non soltanto nell’ambito cooperativo, ma più in generale, la partecipazione dei lavoratori nelle imprese del “sistema Italia”. Il riferimento qui è, da un lato, alle direttive europee in materia di partecipazione, ma soprattutto alle numerose proposte di legge da tempo giacenti in parlamento in materia appunto di partecipazione, e delle quali si fatica a capire perché non siano diventate, accanto ai molti provvedimenti già assunti o in cantiere in materia di lavoro, una delle priorità di governi che affermano ad ogni piè sospinto la loro vis innovativa e la loro conformità con i modelli europei. italiano, e non solo, sembra incamminarsi in tutt’altra direzione è certamente importante, ma rischia di trasformarsi in una mozione degli affetti se non è accompagnato e sostenuto da una più ampia e solida azione tendente a spostare il baricentro delle relazioni industriali verso direzioni compatibili con questa opzione”. Vi sono, oggi, condizioni più favorevoli perché questo avvenga? La domanda è, per ora, senza risposta. 5. Il triennio che ci separa dalla ricerca precedente è stato caratterizzato, sul piano delle relazioni industriali, da alcune rilevanti novità nei rapporti tra gli imprenditori e le grandi confederazioni sindacali. A partire dal 2009, come è noto, è iniziato un processo di revisione del sistema contrattuale che si è venuto realizzando con una serie di accordi interconfederali aventi come oggetto principalmente la fisionomia dei due livelli contrattuali, nazionale e aziendale, e i rapporti tra essi. Per limitarci al periodo successivo alla conclusione della nostra precedente ricerca, tra il 2010 e il 2014 si annoverano tre accordi, quello del giugno/settembre 2011 sulla riforma, appunto, del sistema contrattuale, con un’importante norma sulla derogabilità dei contratti nazionali da parte del secondo livello, quello del novembre 2012 sulla produttività, contenente un’ulteriore redistribuzione di quote di salario a vantaggio della contrattazione aziendale versus la detassazione delle somme così erogate, e l’accordo ACI-Confederazioni del 18 settembre 2013 sulla rappresentatività sindacale. Per dirla, anche qui, molto in breve, i progetti esistenti propongono un ventaglio, o per meglio dire una scala di possibilità, che vanno dal consolidamento dei sistemi di informazione e consultazione già esistenti nei principali contratti collettivi, a forme di azionariato, fino a modelli che, optando per lo più per il modello dualistico di governance , propongono la partecipazione dei lavoratori agli organi di controllo. Va aggiunto, peraltro, che diversi di questi progetti includono anche forme di regolazione legislativa della rappresentatività sindacale e dell’efficacia generale dei contratti collettivi. Esaminare gli effetti che l’applicazione di progetti come questi avrebbe sulla cooperazione esula dagli obiettivi e dalle possibilità di questo scritto. Si possono tuttavia fare alcune osservazioni. Da un lato, si può ritenere che introdurre norme più generali e vincolanti sulle informazioni che le imprese devono fornire alle rappresentanze dei lavoratori avrebbe un effetto positivo su quella trasparenza della decisioni aziendali che è un aspetto storicamente critico nel nostro sistema produttivo ma che, almeno da quanto abbiamo potuto vedere, non si può dire sia del tutto risolto anche nel mondo della cooperazione. Quanto all’opportunità di introdurre il sistema di governance dualistica nelle grandi cooperative si può rinviare a quanto contenuto nelle “linee guida”. Per quanto riguarda la rappresentatività, l’introduzione dell’efficacia erga omnes dei contratti collettivi farebbe almeno scomparire i contratti pirata. L’Alleanza delle cooperative ha avuto un ruolo rilevante nei diversi passaggi contrattuali, e importante appare in particolare la sottoscrizione di uno specifico accordo sulla rappresentatività. Si tratta di un accordo importante sotto vari aspetti. Da un lato, conferisce maggiore stabilità e trasparenza al sistema contrattuale, selezionando gli interlocutori contrattuali sulla base di una rappresentatività certificata. Dall’altro,apre alla possibilità di contrattazioni in deroga al contratto nazionale, seguendo una linea fortemente perseguita dagli accordi quadro dal 2009 in poi, e modificando quindi il tradizionale assetto della contrattazione collettiva a vantaggio dei contratti di secondo livello. Si tratta di mutamenti, e di opportunità per le imprese che sarebbe sbagliato sottovalutare, e che anzi vanno utilizzati in tutte le loro potenzialità. Tuttavia il sistema contrattuale nel suo complesso mantiene alcune criticità e alcuni dilemmi dei quali è opportuno dare conto. C’è poi una ragione più generale per cui un’iniziativa che spostasse più decisamente verso l’orizzonte partecipativo le relazioni di lavoro farebbe bene (anche) alla cooperazione. Riportiamo qui alcune frasi scritte nel precedente rapporto: “Chiedere ad amministratori e managers della cooperazione di tenere comportamenti “partecipativi” mentre gran parte del sistema di relazioni industriali a) Gli spazi che gli accordi quadro più recenti aprono alla contrattazione di secondo livello si inseriscono in un contesto strutturale complessivo della contrattazione collet- 73 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 tiva che non ha visto indebolirsi, ma anzi rafforzarsi,anche in tempi recenti, la tendenza dei contratti nazionali (si tratta si una tendenza generale, come tale presente anche nei contratti della cooperazione) a mantenere, e in qualche caso ad assumere sempre più, per sedimentazioni successive, la caratteristica di documenti onnicomprensivi, iperreregolativi e diffusamente “pesanti” in tutte le materie. La fisionomia contrattuale complessiva che ne deriva è dunque piuttosto contraddittoria, tendente com’è, da un lato, a proclamare l’esigenza e in certa misura ad aprire spazi per il decentramento, ma d’altro lato a sovraccaricare di norme la contrattazione di primo livello. che generalizzi e consolidi per tutto il sistema i risultati parziali sanciti dagli accordi quadro fin qui stipulati dalle diverse organizzazioni imprenditoriali e dai sindacati. L’altra è quella di procedere “a strappi”, come si è iniziato a fare con l’episodio dell’art. 8.Entrambe queste soluzioni presentano ovviamente vantaggi e svantaggi. La prima, come tutte le soluzioni gradualiste, può avere un deficit di tempestività e di efficacia. La seconda rischia seriamente di introdurre un disordine eccessivo nel sistema e certamente sottovaluta il ruolo pro-mercato e antidumping svolto storicamente dalla contrattazione nazionale. In ogni caso, la riforma del sistema contrattuale non può essere limitata all’introduzione di clausole che consentano la derogabilità dei contratti di primo livello da parte del livello inferiore. Il sistema contrattuale richiede infatti una ridefinizione più complessiva, che va dalla riduzione del numero dei contratti nazionali (anche allo scopo di ridimensionare differenze di trattamento tra i diversi settori e/o all’interno dello stesso settore spesso dovute più a ragioni storico-politiche che ad effettive motivazioni economico-produttive), all’alleggerimento dei contratti nazionali riconducendoli a un vero e proprio ruolo di regolazione delle condizioni essenziali, all’esigenza di affrontare il tema della loro efficacia generale. Occorre osservare tuttavia che nel corso della nostra indagine abbiamo avuto modo di verificare che non solo i contratti nazionali, ma anche diversi tra quelli di secondo livello di aziende cooperative, soprattutto grandi e medio grandi, sono divenuti, per stratificazioni successive, assai minuziosi, onerosi e “pesanti”. Il problema della revisione contrattuale non può dunque limitarsi a un, pur importante, decentramento del sistema. b) Da questo punto di vista, l’idea un pò “illuminista” secondo cui il sistema contrattuale dovrebbe gradualmente e quasi naturalmente evolvere verso un alleggerimento concordato dei contratti nazionali e una simmetrica estensione/espansione dei contratti decentrati appare tutt’altro che di semplice realizzazione: nel sistema contrattuale non esistono vasi (automaticamente) comunicanti. Inoltre, se da un lato permane comunque la tendenza da parte dei sindacati a ergersi a difesa di un sistema contrattuale “pesante”, non mancano d’altro lato i tentativi di procedere a strappi (come nel caso dell’articolo 8 della l.148/2011) o approfittando delle divisioni e delle debolezze del sindacato per uscire, di fatto, dal sistema di relazioni industriali, come nel caso Fiat. Vi sono tuttavia anche numerosi esempi di contrattazione di secondo livello “virtuosa” (senza andare troppo lontano, il caso Ducati), che dimostrano la possibilità di procedere nel senso di una valorizzazione concordata dell’efficienza e della produttività senza uscire dal quadro negoziale esistente, e pur in presenza di un sistema complessivo di regole tuttora contraddittorio. Quale è stata , in questo contesto reso così difficile sia per l’incertezza delle regole di funzionamento sia - soprattutto – per l’incedere della crisi, la dinamica delle relazioni industriali nelle cooperative nell’ultimo triennio? c) Gli accordi sulla rappresentatività, in assenza di un contesto legislativo che fornisca certezze regolative a tutto il sistema delle relazioni industriali, possono su alcuni aspetti vincolare eccessivamente le imprese aderenti alle associazioni firmatarie, mentre non esercitano nessun effetto sull’arcipelago di imprese non aderenti o che aderiscono ad associazioni non firmatarie, rischiando di determinare incentivi al free riding o addirittura alla fuoriuscita dagli ambiti associativi più leali. Il prolungarsi e l’aggravarsi della crisi non sembra aver modificato sostanzialmente, almeno nelle aziende che abbiamo intervistato, alcune caratteristiche generali delle relazioni industriali in cooperazione rispetto a quanto già rilevato nell’indagine del 2011, eccezion fatta, com’è ovvio, per quelle in cui vi è stata un’evoluzione più drammatica. Rinviando quindi per alcuni aspetti a quanto già scritto nella ricerca 2011, possiamo dire che le cooperative, nel loro complesso, continuano a ritenere che applicare regolarmente leggi e contratti ai loro dipendenti, e osservare puntualmente metodi e procedure informative/consultive stabiliti dai contratti collettivi nazionali nei rapporti con gli interlocutori sindacali sia una caratteristica dell’identità cooperativa, anche se dalle interviste si coglie la crescente fatica che comporta il mantenere comportamenti collaborativi e rispettosi dei contratti in contesti spesso caratterizzati dalla difficoltà di contemperare le “buone” relazioni industriali e le esigenze della competitività. d) Il problema dell’assetto strutturale della contrattazione rimane dunque aperto e ancora in parte da costruire, e non v’è dubbio che per le imprese vi sia la necessità di adeguare la contrattazione alle esigenze organizzative e produttive del singolo contesto aziendale, contemperando ed equilibrando tali esigenze con la tutela delle condizioni di lavoro e dell’occupazione. Per fare questo già esistono, come abbiamo detto, alcuni spazi di praticabilità . Il dibattito a livello nazionale sembra prefigurare che nel “cantiere” della riforma del sistema contrattuale siano aperte sostanzialmente due possibili vie: una è quella di proseguire sulla strada di un’evoluzione graduale, magari anche attraverso qualche intervento legislativo 74 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 Se volessimo elencare, senza pretese di organicità o completezza, alcune caratteristiche tipiche dell’assetto delle relazioni di lavoro nelle cooperative diremmo che la “regola del + uno” (o talvolta +2 o +3) come ci è stata battezzata da qualche interlocutore è abbastanza generalizzata, e la si può vedere in numerosi aspetti: dalla percentuale molto elevata di contratti a tempo indeterminato, alla presenza diffusa di prestazioni di welfare, alla presenza di contrattazione di secondo livello più che nelle aziende non cooperative concorrenti, a condizioni retributive e normative più favorevoli ai lavoratori, all’uso di ammortizzatori più “soft” in caso di crisi, e si potrebbe continuare ti clou come il welfare aziendale, l’ambiente di lavoro, gli investimenti. Il livello di trasparenza delle decisioni aziendali vede una positiva sinergia tra la partecipazione sociale e quella di relazioni industriali (i frequenti momenti di confronto con i soci fanno sì che l’insieme dei lavoratori sia costantemente informato dell’andamento della cooperativa) e l’elevata professionalità degli occupati aiuta molto l’identificazione dei lavoratori, soci e non, con il proprio lavoro e con il successo dell’azienda. I momenti di conflitto, che pure ogni tanto si verificano, con i sindacati, vengono superati nell’ambito aziendale, senza che vi sia bisogno di particolari coinvolgimenti delle strutture associative. Riandando a un temi già trattato nella ricerca del 2011 si può rilevare inoltre che le forme di partecipazione “di relazioni industriali”, quelle cioè derivanti dagli impegni contenuti nelle prime parti dei contratti collettivi, confermano nella maggior parte delle aziende incontrate il loro funzionamento piuttosto regolare, integrato da rapporti informali abbastanza costanti. All’estremo opposto vi sono i casi abbastanza numerosi nei quali ci sono state descritte situazioni di criticità nel rapporto con le organizzazioni sindacali, che in buona misura riprendono e approfondiscono, nel contesto della crisi, alcuni dati già emersi nella ricerca precedente. In quell’occasione si era infatti sollevato da parte di molti interlocutori il problema della difficoltà dei sindacati di prendere effettivamente atto del mutato contesto economico/produttivo, mantenendo tutto sommato atteggiamenti “datati” anche di fronte a situazioni di difficoltà. Questo dato sembra confermarsi nei colloqui che abbiamo condotto di recente, in due direzioni. Da un lato, alcune cooperative da noi intervistate hanno dichiarato la loro intenzione di ridisegnare almeno in parte alcuni degli istituti contrattuali scritti negli anni delle “vacche grasse” ( ad es. superminimi generalizzati, permessi, ecc), per riuscire a stare sul mercato in presenza di vincoli stretti, concorrenza accentuata e margini di redditività in deciso calo. Tuttavia, la risposta ricevuta dai sindacati è, secondo i nostri interlocutori, molto spesso negativa, in nome del principio della rigida irriducibilità delle conquiste ottenute dai lavoratori. Situazioni analoghe ci sono state descritte quando si tratta di omogeneizzare i trattamenti tra diverse aziende in caso di fusioni o acquisizioni. Naturalmente la situazione varia parecchio a seconda dei territori, ma il quadro che emerge in alcune situazioni è da archeologia delle relazioni industriali: aziende grandi e medio grandi nelle quali le organizzazioni sindacali non hanno mai eletto le rsu , e perfino le rsa vengono emarginate dai funzionari dei sindacati provinciali; trattative su contratti ai quali è estraneo qualsiasi collegamento tra salari , produttività, risultati ; benefits del tipo di quelli che considerano nell’orario di lavoro il tragitto casa/azienda, e si tratta solo di qualche esempio. Ormai è diffusa però l’osservazione che le soglie di tutele dei lavoratori raggiunte negli anni precedenti la crisi, e cristallizzate nei contratti nazionali e aziendali siano difficilmente sostenibili nella situazione attuale. Relazioni industriali corrette sono quindi considerate in diversi casi più un vincolo che un’opportunità, anche se numerosi tra i nostri interlocutori ritengono che, particolarmente in contesti a elevata sindacalizzazione come quello dell’Emilia-Romagna, questo sia comunque un prezzo da pagare per ottenere almeno in parte una situazione di maggior pace sociale e comportamenti collaborativi dei sindacati nei momenti di crisi In questo contesto in parte mutato rispetto a quanto già evidenziato nella ricerca precedente, vi sono tuttavia differenze significative che connotano le relazioni sindacali nel mondo cooperativo come un arcipelago piuttosto frastagliato. Guardando alle aziende da noi osservate ci si trova di fronte a una scala di situazioni e di comportamenti che vanno da situazioni che possiamo definire “virtuose” a situazioni definibili come “critiche” Da un lato c’è un “tipo” che definiremo virtuoso, nel quale le relazioni industriali presentano caratteristiche prevalentemente positive. Si tratta di aziende (una soprattutto, appartenente alla PL, tra quelle da noi osservate, ma anche in altri settori della cooperazione sociale, di servizi, di consumo,) nelle quali vi è una situazione di mercato positiva, un livello tecnologico di forte innovazione accompagnato da una forza lavoro composta da un alto numero di lavoratori a elevata scolarità e forte specializzazione. Qui le relazioni industriali sono caratterizzate da rapporti costanti tra l’azienda e i rappresentanti sindacali, e la dinamica che ci viene descritta è quella di un’azienda che precede addirittura le richieste sindacali su argomen- Questo atteggiamento sostanzialmente immobilista appare confermato in alcuni casi di crisi, nei quali ci è stato a volte descritto un comportamento sindacale che potremmo definire “non aderire né sabotare”. Di fronte alla decisione aziendale di abbassare i salari per un periodo definito, al fine di affrontare una fase molto critica della vita aziendale, il sindacato avrebbe rifiutato di avallare con un accordo tale decisione, non mettendo però in atto nessuna azione per contrastarla. Se questa può essere 75 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 considerata una situazione limite, da diversi colloqui avuti si coglie comunque che la crisi stimola sempre di più le aziende (anche) cooperative ad assumere decisioni unilaterali. buone, e più difficile da sostenere quando le nuvole si addensano sull’orizzonte. Quel “qualcosa di più” che i sindacati e i lavoratori continuano ad aspettarsi dalle aziende cooperative rispetto alle aziende private continua a lasciar traccia a livello nazionale e in molti accordi di secondo livello, ma appare difficilmente sostenibile nella vita quotidiana in molti contesti aziendali. L’opinione che si coglie (anche qui, con eccezioni) è che le relazioni con i sindacati sono sempre meno considerate come una risorsa innovativa, la capacità dei sindacati di esercitare una controllo dinamico, cioè propositivo, è bassa, e che le relazioni industriali tendono ad essere un aspetto tendenzialmente critico della vita delle imprese. Gioca un ruolo anche un certo impallidimento, per dir così, dell’identità cooperativa. L’identità cooperativa stava (e ancora, certo, sta in moltissimi casi) anche nell’orgoglio e nelle sicurezze determinate dall’ essere protagonisti di un progetto comune, solidale e proiettato sulle generazioni future: era (è) questo il benefit forse più importante dell’ essere soci e/o nel lavorare in cooperativa. Questa identità è oggi meno forte, per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo enumerare qui, ma su alcune delle quali ci siamo soffermati nelle pagine precedenti: è questa la ragione per cui , probabilmente, vi sono lavoratori e perfino soci che sentono di avere perso per strada quel fondamentale benefit e si sentono lavoratori come gli altri. La crisi delle relazioni industriali ha un evidente risvolto negli spazi che si sono aperti, in alcuni settori e in particolar modo nella logistica, a una conflittualità molto aspra pilotata ed egemonizzata da sindacati di base e gruppi politici estremisti. Si tratta di un aspetto che presenta vari profili di complessità e richiederebbe quindi un maggiore approfondimento. In ogni caso, appare evidente che si tratta di un tema nel quale si intrecciano diversi fattori, dalla particolare composizione sociale del personale coinvolto, alla natura particolarmente disagiata delle attività svolte, a norme contrattuali talvolta farraginose, alla prassi ormai diffusissima di indire aste al massimo ribasso. A questo si aggiunge la concorrenza esistente nel settore, che alimenta, a quanto si vede, un sottobosco di aziende e cooperative spesso ai limiti o oltre la legalità. Qui il tema può essere, da un lato, quello scelto, a quanto ci risulta,da alcune cooperative , di uscire dal settore del facchinaggio per entrare in quello della logistica di qualità, ma soprattutto, da parte delle cooperative che hanno esternalizzato i servizi di logistica, di fare molta attenzione alle condizioni di lavoro delle aziende di cui si servono. Resta da chiedersi se sia questa la situazione preferibile per un movimento che ha fatto della capacità di contemperare la capacità di stare efficacemente sul mercato con la sensibilità sociale e il riconoscimento del ruolo e dell’interlocuzione con i sindacati uno dei suoi caratteri storicamente distintivi. Per colmare il “cuscino d’aria”, cui abbiamo accennato, tanto più in una fase che sarà probabilmente caratterizzata da un crescente decentramento del sistema contrattuale, è necessaria una riflessione strategica sulle relazioni industriali, una riflessione che vada anche al di là della situazione contingente, e che richiederà probabilmente seri approfondimenti. Il quadro delle relazioni industriali nelle aziende cooperative, come l’abbiamo potuto cogliere dai nostri colloqui, si presenta dunque assai variegato. Ovviamente, le differenze sono in certa misura fisiologiche e inevitabili, e in parte dipendono da fattori oggettivi, come la composizione della forza lavoro, le condizioni di mercato, le caratteristiche dei sindacati, diverse tra le varie categorie e perfino tra territori confinanti. Tuttavia si nota, e viene fatta rilevare da alcuni interlocutori, la difficoltà di individuare una visione strategica delle relazioni industriali del mondo cooperativo, l’impressione che vi sia una sorta di “cuscino d’aria” tra il livello che contratta nazionalmente, seguendo ovviamente le dinamiche nazionali in un contesto non facile, e le singole strategie aziendali. Permane, nelle relazioni industriali l’impronta di vecchi assetti, probabilmente figli di antichi rapporti e collateralismi tra soggetti politici, economici e sociali, nei quali era relativamente facile trovare una stanza di compensazione tra interessi diversi, e una situazione come l’attuale nella quale il ruolo dei partiti e delle istituzioni non è più in grado, o non vuole, esercitare questa funzione. Vi è, d’altra parte, anche qui, il riflesso di un’aziendalizzazione spinta rivendicata con orgoglio nelle stagioni Quali conclusioni trarre dalle osservazioni fatte fin qui? La sintesi non spetta certamente all’autore di queste note, il cui compito era quello di cogliere alcuni elementi da proporre a una riflessione che ha come protagonisti gli addetti ai lavori Si possono fare tuttavia alcune osservazioni, la prima delle quali è che è probabilmente necessario riflettere , nella prospettiva di un apporto non soltanto occasionale e/o emergenziale, anche sul ruolo delle strutture associative territoriali, il cui intervento appare importante in questa fase , e tanto più di fronte a un possibile decentramento della struttura contrattuale, con funzioni di formazione , confronto tra le varie aziende e realtà territoriali, circolazione delle migliori pratiche, technical advice alle imprese. Tuttavia, la riflessione forse più importante e “strategica” riguarda il rapporto sempre più stretto che esiste tra la qualità della partecipazione e della governance e lo stato delle relazioni di lavoro nel movimento cooperativo. Le cooperative sono, e sono percepite come qualcosa di 76 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 “altro” rispetto all’impresa capitalistica “normale” non perché non debbano stare alle regole della competizione e del mercato, ma perché devono perseguire questi scopi con etica, principi e strumenti che non sono quelli del capitalismo “normale”. È una sfida apparentemente sempre più difficile da giocare, ma forse non è così. La difficoltà certamente cresce e può diventare insuperabile se la cooperazione si omologa, negli strumenti e negli obiettivi, al resto del sistema, ma certamente non lo è se la cooperazione, anziché dimenticarli, usa pienamente e valorizza gli strumenti di cui è storicamente depositaria, come la partecipazione, la trasparenza, il senso dello sforzo comune, che sono esattamente gli obiettivi che le aziende “altre” spesso cercano di perseguire con strumenti manageriali più o meno raffinati, spesso senza riuscirvi. La ricerca della partecipazione, non soltanto dei soci nei momenti topici e rituali, ma l’interlocuzione diretta e la valorizzazione dell’apporto dei soci e dei lavoratori nelle varie fasi del processo produttivo (lasciando spazio, e magari aiutando a vivere meglio, anche il tempo di non lavoro), è probabilmente lo strumento capace non solo di ottimizzare la capacità di stare nel mercato, ma anche di aiutare gli interlocutori sindacali a uscire da una visione spesso troppo datata del rapporto con la cooperazione. 77 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 Per una nuova centralità della governance cooperativa: proposte ed approfondimenti in corso di Mauro Iengo I risultati della ricerca condotta da Mario Ricciardi rappresentano, a mio parere, un quadro veritiero ed onesto delle opportunità e delle problematiche concernenti la partecipazione dei soci ai processi decisionali delle cooperative e, più in generale, della loro governance. Devo confessare che soprattutto alcuni passaggi mi sono apparsi rispondenti ad un sentimento diffuso sul tema. Il primo si riferisce al fatto che nel 2011 la partecipazione in cooperativa, pur essendo ancora un valore sentito e praticato, si rivelasse piuttosto “stanca”, appesantita da un clima culturale sui temi dell’impresa nel nostro Paese esitante, se non in diversi casi esplicitamente ostile, verso la partecipazione. Clima alimentato dalla crisi, che poteva e può indurre a considerare un ostacolo i tempi e le procedure della partecipazione di fronte alla rapidità della decisioni da prendere. Il secondo riguarda invece la percezione dei valori legati alla partecipazione dei soci e alla governance cooperativa come di una “ciliegina sulla torta”, da interpretare nel senso di un aspetto meramente estetico o, nel migliore dei casi, della componente più spendibile, anche all’esterno, dell’identità cooperativa. In gran parte, erano queste le premesse che hanno spinto alla elaborazione delle Linee Guida del 2008, ben descritte nel documento predisposto da Ricciardi. Nella introduzione alle Linee Guida è infatti possibile leggere che “il dibattito congressuale (del 2007), anche in risposta ai rilievi critici sollevati da ambienti politici ed economici, ha reso evidente la necessità e l’opportunità di procedere ad una rivisitazione dei modelli di governance delle cooperative aderenti, allo scopo di renderli più funzionali alla piena attuazione dei valori cooperativi, alle maggiori dimensioni aziendali, al cresciuto ruolo sociale della cooperazione, all’esigenza di dare risposte chiare e trasparenti alle mutate attese sociali, alle opportunità aperte dal nuovo quadro normativo, agli obiettivi di efficienza e competitività. In particolare, quest’ultimi obiettivi rappresentano, per le imprese cooperative, un valore generale da salvaguardare e sviluppare perché garantiscono una più diffusa e stabile funzione di servizio mutualistico a vantaggio dei soci attuali e futuri, ed arricchiscono e irrobustiscono il sistema imprenditoriale italiano, costituendo un fattore importante di democrazia economica. La riflessione sulla validità e sul miglioramento dei modelli di governance non riguarda, peraltro, solo le grandi cooperative, ma coinvolge la responsabilità di tutte le imprese aderenti a Legacoop, indipendentemente dalle dimensioni aziendali”. Intorno alle Linee Guida si sviluppò un confronto importante, alimentato da tutte le Associazioni di settore e da molte Organizzazioni territoriali, che -a loro volta- coinvolsero le cooperative aderenti, a testimonianza che il lavoro non fu il frutto di velleità verticistiche, ma del concorso di vari soggetti sinceramente coinvolti e convinti. I risultati sono stati oggettivamente deludenti. La grandissima parte delle cooperative potenzialmente interessate non hanno assorbito i suggerimenti contenuti nelle Linee Guida. Si potrebbe dire che non è stato un completo fallimento, perché molte cooperative hanno assorbito parte degli indirizzi e perché, se ancora ne parliamo e ne apprezziamo l’attualità, ciò significa che le riflessioni allora sviluppate erano corrette. Tuttavia, tali considerazioni sarebbero solo consolatorie e non ci darebbero le energie sufficienti per riprendere in mano le questioni. Si tratta invece di comprendere i motivi per i quali le cooperative non hanno raccolto la sfida ed aggiornato la loro governance. E qui si ritorna alla “stanchezza” verso i meccanismi della partecipazione, alla percezione del carattere meramente estetico della governance cooperativa e, soprattutto, alla crisi economica. Le Linee Guida sono state approvate nel 2008, anno di inizio della Grande Crisi, ed è stato facile sostenere che le cooperative avevano ed hanno ben altro cui pensare. È stato un errore per diversi motivi. 1. La governance ha storicamente rappresentato un aspetto cruciale dell’impresa cooperativa, dimostrandosi una variabile che, quando correttamente impostata, ne ha accresciuto significativamente la competitività. La cooperativa è un’impresa dove l’apporto dei soci è utile per la crescita economica soprat- 79 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 tutto se la catena di fiducia che lega i soci con la governance aziendale non li deresponsabilizza. In effetti, in questi ultimi anni, di fronte alle situazioni di crisi vi sono stati significativi aumenti della partecipazione dei soci alla vita della cooperativa e forme di solidarietà tra i soci, in stretto e consapevole raccordo con le scelte degli amministratori. Abbiamo però rilevato anche atteggiamenti di chiusura nelle forme di governo delle cooperative, decisioni degli amministratori non confrontate con i soci, a causa probabilmente della necessità di garantire un maggior controllo dei fattori produttivi ed una maggiore celerità nel processo decisionale. In alcuni casi tali comportamenti sono stati la conseguenza di condizioni critiche contingenti, ma in altri casi sono emerse problematiche più strutturali, dove i consigli di amministrazione hanno manifestato un deficit di capacità di indirizzo e controllo, associato ad insufficienze manageriali, e l’esito si è risolto in strategie aziendali troppo conservative o troppo sbilanciate nel rapporto costi benefici. criminosi compiuti dai propri rappresentanti, scelte che non possono contemplare l’immobilismo e che, tuttavia, sono possibili solo se la compagine sociale è informata e formata per esercitare il suo ruolo. 3. Il terzo motivo che qualifica come un errore lo scarso interesse delle cooperative verso la governance corrisponde alla mancata percezione del recente rilancio dei valori fondanti il modello cooperativo che, personalmente, ricavo dalla chiusura del dossier europeo sugli aiuti di stato delle principali cooperative di consumo per le quali la Commissione europea ha richiesto una serie di misure di rafforzamento della partecipazione dei soci nel presupposto che la mutualità si misura anche attraverso le regole della governance. Le misure di cui all’articolo 17-bis del d.l. 91/2014 si riferiscono unicamente alle cooperative di consumo con numero di soci superiore a centomila e sono finalizzate: • ad aumentare la trasparenza dei dati finanziari e di bilancio della cooperativa, anche attraverso la loro pubblicazione integrale sul sito Internet della società (si richiedono rapporti relativi agli sconti applicati esclusivamente ai soci, per gruppi di prodotti, dai quali si deduce la quota media dello sconto, l’ammontare totale e il numero dei soci che ne hanno beneficiato; alle iniziative assunte dalle cooperative in favore dei soci e delle comunità e ai relativi costi); • a rafforzare l’informazione e la partecipazione dei soci alle assemblee, dando loro il diritto di far pervenire domande anteriormente allo svolgimento dell’assemblea generale sui temi indicati all’ordine del giorno, domande alle quali il consiglio di amministrazione deve rispondere prima dell’assemblea o durante il suo svolgimento; • ad affidare all’autonomia statutaria l’individuazione delle materie attinenti allo scambio mutualistico sulle quali il consiglio di amministrazione della cooperativa è tenuto a richiedere i pareri agli organismi territoriali e, qualora ritenga di non accoglierli, a motivare agli stessi l’eventuale provvedimento di non accoglimento; • ad affidare all’autonomia statutaria la disciplina della esclusione del socio dalla compagine sociale se, in via alternativa e per almeno un anno, non abbia partecipato all’assemblea e agli organismi territoriali, non abbia acquistato beni o servizi o non abbia intrattenuto rapporti finanziari, quali il prestito sociale, in conformità all’atto costitutivo. È anche vero però che spesso tali strategie sono state il risultato di resistenze da parte delle basi sociali ad accettare ipotesi di diversificazione o di unificazione con altre cooperative, preferendo lo status quo anche quando questo avrebbe portato alla crisi, rinunciando ad una visione di più lungo periodo, dimostrando una maggiore difficoltà al ricambio dei gruppi dirigenti proprio in virtù della situazione di difficoltà della cooperativa. Insomma, se responsabilità vi è stata in molte crisi di cooperative, allora bisogna parlare di responsabilità diffusa dovuta a fattori culturali e a modelli di governance inadeguati. 2. Il secondo motivo che qualifica come un errore lo scarso interesse delle cooperative verso la governance proviene dal fenomeno delle false cooperative, cioè di quelle imprese che nascono e vivono senza rispettare nella forma e nella sostanza i principi cooperativi, compromettono le regole della concorrenza del mercato e ledono i diritti elementari dei lavoratori, degli utenti e delle imprese che entrano in loro contatto. Tuttavia, non è solo il fenomeno della falsa cooperazione a preoccupare. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai possibili coinvolgimenti degli enti cooperativi in disegni criminosi. Ora, se è vero che tra i valori cooperativi più importanti vi è quello del governo democratico dell’impresa, che il controllo è assegnato a quanti (lavoratori, produttori, consumatori) sono interessati a soddisfare i propri bisogni ed esigenze, non a conseguire la massima remunerazione del capitale conferito. Se, di conseguenza, è vero che gli amministratori sono l’espressione dei soci cooperatori, il giudizio verso la cooperativa di fronte a fatti criminosi non può limitarsi al comportamento dei soli amministratori, ma deve comprendere anche le scelte dei soci di fronte ai fatti Stiamo parlando di misure che, al di là della loro importanza e della sostanziale coerenza con quanto previsto dalle Linee Guida del 2008, portano ad ulteriori considerazioni. Credo sia giunto il momento di dare equilibrio ai fattori che compongono il puzzle del modello cooperativo. Per decenni abbiamo identificato la destinazione degli utili a riserve indivisibili, con il relativo sacrificio dei soci, come la fonte principale della nostra meritevolezza sociale e del- 80 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 la nostra distintività rispetto alle altre società di capitali. Non nego che questo aspetto sia stato e sia ancora importante per qualificare il modello cooperativo, soprattutto alla luce del regime fiscale ad esso collegato, ma non in misura tale da considerarlo l’elemento centrale. Mi spiego meglio. È vero che la destinazione degli utili di esercizio a riserva indivisibile rappresenta un corollario del principio dell’assenza dello scopo di lucro soggettivo e che grazie ad essa è stata favorita la patrimonializzazione e l’intergenerazionalità di numerose cooperative. Tuttavia, per quanto importante ed aiutato dal regime fiscale di esenzione, questo strumento è stato spesso un velo, un alibi, per ridurre l’attenzione verso gli altri fondamentali del modello cooperativo (principio della porta aperta, il governo democratico dell’impresa, l’attenzione alla figura del socio). azioni concrete e misurabili in termini d’efficacia”. È l’approccio giusto, peraltro da affiancare alle altrettanto corrette iniziative in corso sui temi del prestito sociale e della lotta alla falsa cooperazione e ai comportamenti illegali delle cooperative. In particolare, occorre verificare quanto delle disposizioni dedicate alle cooperative di consumo sia possibile estendere alle altre tipologie di cooperative, soprattutto sui temi della informazione e del coinvolgimento nella formazione delle decisioni in materia di scambio mutualistico. Occorre curare con maggiore attenzione la composizione della base sociale, anche come presupposto per garantire alla cooperativa gruppi dirigenti adeguati sia sul piano manageriale che su quello mutualistico. In altre parole, la qualità degli amministratori si fonda e dipende dalla qualità dei soci cooperatori. Se tale premessa è corretta, e cioè che la qualità degli amministratori si fonda e dipende dalla qualità dei soci cooperatori, sarà necessario dedicare maggiore cura alla declinazione negli statuti del principio della porta aperta e all’applicazione delle regole concernenti l’ammissione di nuovi soci e il recesso o l’esclusione. Ovviamente, avendo consapevolezza delle differenze presenti tra i diversi settori cooperativi in ragione dello scambio mutualistico. Laddove, infatti, l’ammissione richieda il possesso di requisiti professionali o imprenditoriali (cooperazione di lavoro e di supporto), sarebbe opportuno utilizzare filtri che garantiscano l’ingresso di lavoratori o imprenditori aderenti alle finalità mutualistiche e consapevoli dei meccanismi democratici nel governo dell’impresa. Nei casi, invece, di cooperative la cui porta è istituzionalmente aperta, anche allo scopo di garantire il miglior perseguimento dello scopo mutualistico, sarà importante verificare il reale e continuo interesse del socio allo scambio mutualistico, come condizione per il mantenimento del suo stesso status di socio. Occorre creare tutte le condizioni che garantiscano la capacità dei soci di concorrere alla scelta degli organi di gestione e di accedere alle cariche sociali. Ciò significa dotare le cooperative di regolamenti elettorali trasparenti e in grado di recepire il potenziale protagonismo dei soci, affinché gli amministratori siano non solo espressione di capacità gestionali, ma anche della cultura mutualistica. Protagonismo che va coltivato prestando particolare attenzione alla formazione dei potenziali futuri amministratori, finalizzata a dare la rappresentazione del quadro complessivo dell’impresa, sotto i diversi profili economici, sociali, mutualistici e giuridici. Sotto questo profilo, si potrebbe recuperare il modello tedesco che riserva l’elettorato passivo solo a coloro che abbiano fatto un adeguato investimento in formazione. In tale contesto il tema del ricambio dei gruppi dirigenti delle cooperative sarebbe regolato da protocolli più “laici”, caratterizzati da regole volte a porre limiti o condizioni più rigorose ad una lunga permanenza in carica degli amministratori (attraverso anche forme di rotazione parziale degli amministratori) ovvero regole che escludano la possibilità Occorre quindi più equilibrio. Ne abbiamo avuto conferma in senso “positivo” dalla Commissione Europea con riguardo alle cooperative di consumo e, in senso “negativo”, in occasione di alcune procedure concorsuali dove il tema del prestito sociale è stato avvertito dalle basi sociali delle cooperative con maggiore sensibilità rispetto anche alla perdita o al ridimensionamento dello scambio mutualistico. Sono i casi, evidentemente, in cui il prestito sociale assume dimensioni collettive ed individuali tali da provocare dissesti in intere famiglie. Ebbene, per evitare che il prestito sociale fosse considerato un mero credito chirografario o, ancor peggio, un credito postergato alla soddisfazione di tutti gli altri creditori, sono state individuate soluzioni discutibili sotto il profilo della coerenza con i principi cooperativi. In un’occasione è stato addirittura teorizzato che i soci lavoratori di una cooperativa a larga base sociale non fossero soggetti informati e consapevoli delle decisioni della propria cooperativa e che, per tale ragione, avessero diritto a vedere il proprio prestito sociale qualificato come credito chirografario. Un ultimo inciso: è vero che la mia relazione è stata molto focalizzata sui temi delle cooperative di grandi dimensioni, ma non dobbiamo pensare che le cooperative di piccole dimensioni siano spontaneamente esenti da problemi di governance. I fenomeni di governo familiare o di eterodirezione, qualora la cooperativa sia parte di un consorzio, o di gruppi di cooperative appartenenti al medesimo settore gestite dagli stessi amministratori sono testimonianze di malagovernance alla pari, se non peggio, dei casi che siamo abituati a trattare. Rimane l’ultimo capitolo: cosa fare nel prossimo futuro. Il documento congressuale di Legacoop nazionale ha dedicato uno spazio importante al tema della governance, sottolineando che “agire sull’informazione, la formazione, la trasparenza e la consapevolezza dei legittimi proprietari dell’impresa, cioè i soci e le socie, è il primo punto su cui intervenire per costruire efficaci buone pratiche e modelli di governance di qualità. Le Linee guida sulla governance approvate dall’ultimo congresso nazionale vanno proprio in quella direzione e da quelle è ora possibile procedere ad una sperimentazione diffusa di buone pratiche e di confronto su 81 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 di mantenere l’incarico di amministratore per i soggetti che abbiano raggiunto l’età per il pensionamento. Infine, considerando che la crisi sta spingendo le cooperative a trovare forme di aggregazione con altre imprese, cooperative e non, è necessario rifocalizzare il tema dei gruppi a controllo cooperativo, dove le informazioni devono riguardare anche quanto di rilevante avviene nelle società controllate, nonché il raccordo tra l’attività di queste e la finalità mutualistica propria della capogruppo. In definitiva, gli argomenti che ho abbozzato sembrano essere sufficienti per affermare che la governance debba far parte del “ben altro” cui le cooperative, insieme a Legacoop, dovranno occuparsi per affrontare la crisi e rilanciare la loro presenza nel mercato. 82 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 Le relazioni industriali alla prova della crisi: problemi aperti di Carlo Marignani Le relazioni industriali italiane: tra capacità di innovazione e crisi di ruolo L’arrivo della crisi, quindi, ha trovato le relazioni industriali alla presa con la risoluzione di problemi accumulatisi in un decennio senza che i governi succedutisi in quel periodo avessero tracciato un convincente quadro di politiche di sviluppo con il quale favorire il coinvolgimento fattivo delle rappresentanze sociali in processi di reale e promettente innovazione. Il processo concertativo in queste condizioni non poteva che perdere buona parte della sua ragion d’essere. la “grande crisi” ha cominciato ad impattare l’economia del nostro Paese in un momento nel quale le parti sociali stavano discutendo l’aggiornamento del sistema degli assetti della contrattazione collettiva italiana, di quel sistema, cioè, che aveva contribuito con indubbia efficacia al superamento della crisi dei primi anni ’90 e all’ingresso dell’Italia nell’area euro, ma che già nel 1997-98 alla prima verifica sulla sua attualità (Commissione Giugni) evidenziava prime tensioni applicative ed esigenze di interventi correttivi. Le parti sociali hanno comunque cercato di risolvere temi presenti da ancora più tempo; il citato accordo sulla rappresentanza e quello analogo definito il 18 settembre dello scorso anno tra le Centrali dell’Alleanza delle Cooperative Italiane e CGIL,CISL,UIL, individuano soluzioni al fine di dare certezza di quali siano i soggetti legittimati a partecipare alla contrattazione collettiva, chiarezza di competenze delle sedi, affidabilità per l’attuazione di quanto concordato, oltre a concepire criteri e procedure per gli interventi derogatori del CCNL da parte del secondo livello contrattuale in un’ottica di rendere più dinamica, incidente ed innovativa la contrattazione vicina ai posti di lavoro. Il quadriennio 2009-12 venne sostanzialmente dedicato a contenere certi meccanismi di rivalutazione del contratto nazionale e a promuovere un maggiore ruolo del secondo livello contrattuale irrobustendone le possibili competenze sia sul piano normativo, con potenziali spazi di deroga delle norme del contratto nazionale, che sul piano delle stesse risorse contrattuali, con l’obbiettivo di un sostenuto sviluppo dei processi di incremento di produttività, ulteriormente incentivati, peraltro, anche sul piano contributivo e fiscale. Sono iniziative di notevole rilevanza per il tasso di condivisa regolazione che intendono realizzare, nella consapevolezza che definire certi ambiti può essere di grande utilità per perseguire fattivamente scopi comuni di crescita oltre che essere un dichiarato contributo nella direzione di incrementare il grado di democraticità delle relazioni industriali e contrattuali italiane. Nel frattempo il Governo Berlusconi nell’estate 2011 con l’ articolo 8 del D.L. 138/11 addirittura spiazzava il recente accordo Confindustria,CGIL,CISL,UIL sulla rappresentanza prevedendo per il secondo livello contrattuale una potestà derogatoria, seppur finalizzata, non solo delle norme del CCNL, ma anche di quelle di legge, pur nel rispetto della Costituzione e dei vincoli comunitari e da convenzioni internazionali. Le parti reagirono confermando l’impegno per l’accordo raggiunto, ma la norma di legge è tuttora valida e, da stesse voci ministeriali, in netta seppur sottaciuta utilizzazione. Siamo di fronte, tuttavia, a regolamentazioni di natura pur sempre pattizia e, quindi, essenzialmente impegnative per i soli firmatari delle intese. La mancanza di una normativa di legge, anche circoscritta a provvedimenti di “forte sostegno” a quanto emerso dalle parti sociali se non risultasse ancora risolvibile il nodo della mancata applicazione dell’articolo 39 della Costituzione, certamente non contribuisce a consolidare simili percorsi. Tutto ciò 83 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 acquisisce ulteriore rilievo alla luce dei processi, in atto con particolare risalto in certi settori produttivi della vasta area dei servizi, di delegittimazione del sindacalismo confederale, di frantumazione della rappresentanza, di derive marcatamente antagoniste, se non , come nella logistica, di veri e propri stati di continua e pericolosa contrapposizione condita con infiltrazioni di varia natura. centramento) proporranno al mondo cooperativo una serie di nuovi impegni/opportunità che potranno, se interpretati costruttivamente, dare soluzioni anche a problemi da tempo aperti e vivi durante la stessa “traversata” della crisi da parte delle cooperative. Sul primo degli aspetti è plausibile che l’irrisolto nodo dei diritti sindacali (e quindi della rappresentanza sociale) del socio lavoratore possa divenire elemento tutt’altro che marginale nel negoziato sindacale attuativo; peraltro l’intesa del 18 settembre 2013 in premessa prevede specificamente la riapertura del tavolo per la definizione delle intese sui rinvii alle parti sociali contenuti nella legge 142/01 sul socio lavoratore. Reputando la legge 142 tuttora strumento necessario per la cooperazione di lavoro e ritenendo che sul tema “rappresentanza del socio” eventuali soluzioni radicali sarebbero impraticabili e sostanzialmente non corrispondenti alle effettive situazioni solitamente riscontrabili nei posti di lavoro, una conclusione degli approfondimenti interni all’Alleanza delle Cooperative sulle possibili soluzioni appare chiaramente opportuna. Certamente un intervento di legge sulla rappresentanza non sarebbe sufficiente a risolvere tutte queste complesse e diversificate problematiche, ma certamente sarebbe un chiaro segnale della capacità delle istituzioni di far fronte ad esigenze ormai di tutta evidenza nel Paese. È certamente auspicabile che l’attuale fase di forte dissidio tra parte del sindacato confederale e Governo trovi una composizione. Un metodo di dialogo “europeo” tra istituzioni e parti sociali può essere molto utile al nostro Paese anche per la stessa efficace pratica attuazione delle riforme e tra queste è evidentemente ancora necessaria definirne una che veramente sappia conseguire un mercato del lavoro efficiente ed equo (e possibilmente procuri anche una fase di stabilità di normativa alle imprese, agli stessi lavoratori ed agli investimenti stranieri). Una definizione di tale aspetto ed un’intesa applicativa dell’accordo sulla rappresentanza dovrebbero favorire un clima di relazioni sindacali, sia a livello nazionale che decentrato, caratterizzato da una maggiore chiarezza del ruolo degli interlocutori a tutto beneficio della solidità delle intese contrattuali. Al Governo l’Alleanza delle Cooperative chiede, comunque, di mettere in atto tutte le azioni necessarie a contrastare vigorosamente il fenomeno della cooperazione spuria. I danni alla competitività delle cooperative vere ed alla reputazione del modello cooperativo richiedono un impegno complessivo e non solo di tipo lavoristico: è ormai giunta l’ora di agire con iniziative interforze ed un primo simile piano annunciato dal Ministero del Lavoro nel settore della logistica, seppur proponendosi come sperimentazione positiva, non può certamente rimanere isolato. Le relazioni industriali cooperative possono e devono contribuire pretendendo dallo stesso dicastero la rivitalizzazione dell’attività degli osservatori sulla cooperazione già costituiti a livello provinciale con il preciso scopo di orientare la specifica attività ispettiva. Laddove gli osservatori hanno funzionato con una certa convinzione e continuità e i componenti, sia cooperativi che sindacali, hanno assicurato la loro collaborazione, i risultati non sono mancati. La contrattazione collettiva cooperativa, del resto, si è notevolmente sviluppata negli ultimi 2 decenni anche per il grande e positivo impulso che le venne dato dal Protocollo di Relazioni Industriali con CGIL,CISL,UIL del 1990. Vi è stata un indubbia crescita del numero di contratti nazionali (complessivamente sono circa una ventina) ed una notevole diffusione di contratti di secondo livello, tendenzialmente più ampia di quella riscontrabile nei settori concorrenti. Generalmente i contratti cooperativi rivelano grande attenzione all’informazione, consultazione e confronto tra le parti, anche se non sempre le stesse parti ne curano una pratica continua e fruttuosa, così come è ben visibile l’attenzione per istanze sociali quali il diritto allo studio e la formazione, la genitorialità, i gravi eventi personali ecc. Le relazioni industriali cooperative: i tratti distintivi e la sfida competitiva I CCNL cooperativi mostrano altresì, non dissimilmente da quelli della concorrenza, un palese bisogno di semplificazione e di riduzione degli ambiti di intervento normativo: uno sforzo effettivo in tale direzione non è mai stato veramente prodotto dalle parti, ma sempre più si caratterizza come uno degli interventi necessari per la comprensibilità e per la stessa attualità dell’azione contrattuale. L’applicazione dell’accordo sulla rappresentanza (per la cooperazione deve essere ancora conclusa l’intesa attuativa), e la possibile ulteriore evoluzione degli assetti della contrattazione collettiva italiana (peraltro recentemente sottoposta a sollecitazioni verso un ancor maggiore de- Un analogo problema è rinvenibile anche in numerosi contratti di secondo livello definiti nelle cooperative. Il previsto sviluppo di questo livello propone, comunque, 84 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 per Legacoop e Alleanza delle Cooperative un attento esame delle esigenze organizzative e professionali che si evidenzieranno come necessarie per fornire assicurare adeguati tenori di politica e di tecnica contrattuali. Alcune sottovalutazioni che sono già riscontrabili in alcune realtà potrebbero divenire alquanto nocive sia per la qualità dei risultati negoziali sia per le stesse risultanze associative. za può esserne l’occasione, vi è bisogno di un nuovo confronto su tali argomenti per trovare soluzioni ad esigenze oggettive senza il vincolo di pregiudiziali conservatrici. Un dialogo che sappia anche suscitare da una parte la progettazione e la pratica di sistemi di informazione e coinvolgimento molto meno ritualistici e molto meglio focalizzati sull’analisi delle prospettive dei settori e delle imprese e dall’altra il consolidamento di sistemi di remunerazione di risultato più diffusi ed efficaci. Relazioni industriali, dunque, più pragmatiche, più attrezzate, più trasparenti, più connotate dalla percezione di contribuire ad uno sforzo comune. Relazioni industriali non ridotte a vincolo negativo, ma capaci di essere stimolo e risorsa. Relazioni industriali per le quali una conforme convinzione e cultura del management svolgono un ruolo primario. Intanto nella contrattazione collettiva cooperativa, sia nazionale che di secondo livello, la crisi ha messo in ancor maggiore evidenza la presenza, non occasionale seppur non generalizzata, di normative e di retribuzioni più onerose di quelle vigenti per le imprese non cooperative. In alcuni casi, uno dei quali di livello nazionale di primissima rilevanza, la confermata indisponibilità sindacale a correggere situazioni di vero e proprio handicap competitivo ha addirittura suggerito di intraprendere azioni di grande impatto quali il possibile abbandono dell’esperienza “autonoma” cooperativa e l’applicazione dei contratti collettivi nazionali dei competitor. Una traiettoria partecipativa Lo sviluppo qualitativo della partecipazione dei soci si propone come fattore di supporto anche ai processi di aggiornamento delle relazioni industriali cooperative e può esso stesso trarre beneficio da una evoluzione delle relazioni industriali in termini “partecipativi”: un potenziale circuito virtuoso sul quale la cooperazione potrebbe contare a differenza delle imprese competitor. È ovvio come il permanere di situazioni di tal genere non sia sostenibile e come le imprese cooperative non possano assicurare trattamenti migliorativi indipendentemente dalle performance d’impresa. E ciò non può valere solamente per le nuove normative contrattuali, ma deve portare ad individuare congrue soluzioni di compatibilità anche per quelle già esistenti. Stimolare, ad esempio, l’apporto che i soci, così come i lavoratori non soci, possono dare nell’ambito dei processi produttivi (già varie sono, del resto, le esperienze poste in essere) va apprezzato per le potenzialità che può offrire, oltre che sul piano dei risultati aziendali, per i tratti complessivi della partecipazione della base sociale, nonché per gli stessi processi di formazione di nuova base sociale. Non può realisticamente esistere un criterio generale per determinare se sia più raccomandabile concludere CCNL “autonomi” o applicare contratti stipulati con o da altre organizzazioni datoriali del settore. I parametri per rispondere a tale interrogativo variano molto in relazione alle caratteristiche dello specifico mercato, alle particolari esigenze del settore cooperativo, alle capacità delle parti di saper cogliere le specificità del lavoro cooperativo ecc., così come credo che la distintività cooperativa possa emergere positivamente, anche se in forme diversificate, sia a livello nazionale che al secondo livello. Certamente non può essere interpretata in termini complessivamente penalizzanti. Svariate, peraltro, sono le forme che il coinvolgimento dei lavoratori può assumere e ampio lo spettro di intensità della possibile interazione con la governance dell’impresa da parte dei soci. Si propone, comunque, di grande interesse monitorare con grande attenzione i progressi delle varie esperienze sul campo e poter disporre di validi metodi di valutazione della correlazione tra pratiche partecipative e performance aziendali; ciò anche ai fini della diffusione delle best practices e del dialogo non contrattuale che potrebbe essere avviato con le organizzazioni sindacali confederali. La cooperazione conferma senz’altro la sua sensibilità per le istanze del lavoro; è per, dal o con il lavoro che le cooperative nascono e crescono: un patrimonio identitario che, se non confortato dai comportamenti, tende a svilire nella degenerazione del modello cooperativo (il fenomeno della cooperazione spuria ne è ampia attestazione). Nondimeno la competitività dell’impresa cooperativa è condizione irrinunciabile non solo per il raggiungimento dei suoi scopi mutualistici e della sua connotazione intergenerazionale, ma in buona sostanza per la stessa solidità del lavoro svolto nella cooperativa. Un tragitto, quindi, da percorrere con convinzione seppur con tutte le attenzioni e le gradualità del caso; un terreno sul quale sono stati recentemente dichiarati interessamenti che potrebbero, piuttosto singolarmente, superare quelli espressi o praticati dal mondo cooperativo. Come Legacoop e come Alleanza delle Cooperative abbiamo costantemente ricordato nelle varie sedi istituzionali l’importanza di fornire anche nel nostro Paese una le- Per le relazioni industriali cooperative, ed il negoziato per la conclusione dell’accordo attuativo sulla rappresentan- 85 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 gislazione di sostegno alla partecipazione dei lavoratori nelle imprese che sappia offrire un quadro di opzioni più avanzate ed incentivate di quanto finora conseguito con la mera trasposizione delle direttive europee in materia di informazione e consultazione dei lavoratori. Una simile iniziativa potrebbe rappresentare un ulteriore strumento a disposizione delle parti sociali nella varie realtà aziendali per uscire dalla crisi in atto, ma allo stato neanche la specifica delega in materia offerta al Governo con la cosiddetta “riforma Fornero” è stata concretizzata nei sei mesi concessi a tal fine dalla stessa legge di riforma. cali cooperative temi che imporranno rilevanti valutazioni e scelte da parte dell’Alleanza delle Cooperative. Ad esempio di fronte alla opzione, offerta dalla riforma Fornero, tra costituire fondi di solidarietà bilaterali (confederali o settoriali) o confluire nel fondo di solidarietà residuale generale, le delimitazione dimensionale o settoriale delle imprese prevista dalle norme di legge e le esigenze, specialmente in una fase del tutto “sperimentale”, di assicurare la sostenibilità di tali iniziative hanno consigliato di optare per la soluzione generalista (seppur dopo qualche esplorazione iniziale di possibili soluzioni settoriali interassociative). Gli strumenti delle politiche passive ed attive per il lavoro e della bilateralità In linea di massima e salvo ulteriori valutazioni da effettuare a quadro normativo definito, una simile scelta pare confermarsi, per le medesime ragioni, come la più opportuna in relazione alle politiche passive. Per quanto concerne i servizi di politica attiva e in uno scenario di ruolo combinato pubblico-privato è da vagliare la possibilità di sviluppo/conversione/aggiornamento di servizi “dedicati” cooperativi che sappiano dare risposte a esigenze specifiche delle imprese cooperative. Si tratterebbe, in particolare, di servizi per la formazione professionale e per la riqualificazione/ricollocazione delle risorse umane. Ovviamente si tratterebbe di potere sviluppare simili ipotesi sulla base di precisi requisiti di qualità dell’offerta e potendo contare anche su impianti di collaborazione con università e istituti tecnici nell’ambito di un rinnovato interesse per la cultura dell’economia sociale e cooperativa in particolare. La formazione, in particolar modo, dei quadri direttivi e le esigenze di non disperdere risorse umane con professionalità e cultura cooperativa già acquisite rappresentano due aspetti meritevoli di adeguata attenzione e risposte. Le novità introdotte dalla medesima legge Fornero in materia di ammortizzatori sociali stanno invece iniziando ad essere poste in essere, pur talvolta richiedendo, per una concreta operatività, tempi ancora piuttosto consistenti, in particolar modo per quanto concerne il fondo di solidarietà residuale. Come noto non si è proceduto contestualmente a riformare le politiche attive ed al tempo stesso tutta l’area dei servizi “passivi” o attivi per il lavoro fa parte del progetto di riforma “Jobs Act”. Ovviamente l’esito di questo disegno di legge rappresenta un elemento della massima importanza per le stesse scelte cooperative per il lavoro; l’Alleanza delle Cooperative non ha mancato di sottolineare il punto cruciale di un efficiente sistema di ammortizzatori e di servizi all’impiego nettamente orientato all’occupabilità e all’interno del quale valorizzare ulteriormente le strumentazioni di promozione dell’autoimprenditorialità associata. La crisi, del resto, sta incidendo sul patrimonio professionale della cooperazione, spesso anche di quello facente parte della stessa base sociale delle cooperative. In un simile contesto l’ottimizzazione dell’uso delle risorse è un obiettivo ancor più imprescindibile. Una regola che deve valere anche per le strumentazioni comuni delle parti sociali. È essenzialmente per questo motivo che, dopo tanto trattare, non è stato ritenuto opportuno costituire un ente bilaterale confederale per la cooperazione. È per lo stesso motivo che si auspica una gestione particolarmente attenta delle eventuali esperienze settoriali così come è da evitare un loro proliferazione. I casi di interesse per soluzioni di workers buyout ai fenomeni di messa in liquidazione o di fallimento di aziende si sono certamente moltiplicati con lo sviluppo della crisi. Le Centrali Cooperative hanno offerto assistenza e consulenza per la formazione delle nuove imprese, così come si sono attivate le strumentazioni finanziarie dedicate e gli stessi fondi mutualistici. Un impegno complessivo, quindi, che non sempre, però, ha trovato adeguata comprensione e condivisione da parte delle organizzazioni sindacali. La decisione di portare avanti un workers buyout è coraggiosa e difficile, ma è giusto domandare a chi ha responsabilità sociali se non sia comunque più apprezzabile, almeno in linea di principio, della semplice fruizione delle indennità di mobilità o di ASpI. La scelta di costituire nel 2001 un unico fondo per la formazione continua (Foncoop), peraltro senza alternative sul piano della normativa vigente, si è dimostrata corretta per la dimensione delle risorse complessive che sono così risultate a disposizione e, quindi, per la percorribilità di politiche di intervento speciale (dal 2009 Foncoop ha destinato 15 milioni di euro a programmi di formazione per lavoratori in imprese che accedono ad ammortizzatori sociali, con oltre il 40% di tali risorse che ha avuto In materia di politiche passive e attive per il lavoro è possibile che nell’ambito della prossima riforma del lavoro potranno riproporsi all’attenzione delle relazioni sinda- 86 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 finalità di riconversione/ricollocazione) e di distribuzione equitativa tra i vari settori e tra imprese di dimensione diversa. Ciononostante la gestione bilaterale di Foncoop mostra tuttora significativi margini di miglioramento da realizzare celermente. Una valutazione è richiesta anche dal diffondersi delle iniziative bilaterali per l’assistenza sanitaria integrativa. C’è una questione di sviluppo razionale e, anche in questo caso, non per mera proliferazione, perseguendo il più possibile le sinergie che possono essere realizzate nello stesso ambito della offerta cooperativa. Possibili economie e vantaggi di sistema possono accompagnare anche tutto lo sviluppo in corso del cosiddetto welfare aziendale. Assolutamente indiscutibile appare, infine, l’esigenza di unificazione dei fondi pensione cooperativi. I fondi pensione italiani sono chiamati ad un maggior tasso di investimenti nell’economia italiana e corrispondentemente ciò vale anche per quelli cooperativi. Il dato dimensionale è importante sia sul piano dell’efficienza gestionale, e quindi degli effetti sui rendimenti, sia su quello dei livelli di interlocuzione e la capacità di intervento. Il tema è stato già da tempo posto ai vari interlocutori sindacali, sia confederali che settoriali. Se altri progetti non concretizzeranno altre priorità condivise, quali quelle che possono riguardare casi di nuove collocazioni contrattuali, non potranno essere più tollerati ostacoli alla realizzazione con la massima rapidità di un unico fondo pensione cooperativo. Il percorso per la costituzione della nuova associazione unificata di rappresentanza del mondo cooperativo rappresenta, in un quadro di così grande e persistente difficoltà, non solo un grande progetto di sviluppo, ma anche una robusta ed attendibile base per affrontare e risolvere i complessi problemi di lavoro e relazioni industriali riassunti in queste note. 87 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 allegato Linee guida per la governance delle cooperative aderenti a Legacoop Approvate dalla Direzione Nazionale di Legacoop in data 18 settembre 2008 Uno degli argomenti centrali del 37° Congresso della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue è stato indubbiamente quello della “governance” delle cooperative. Il dibattito congressuale, anche in risposta ai rilievi critici sollevati da ambienti politici ed economici, ha reso evidente la necessità e l’opportunità di procedere ad una rivisitazione dei modelli di governance delle cooperative aderenti, allo scopo di renderli più funzionali alla piena attuazione dei valori cooperativi, alle maggiori dimensioni aziendali, al cresciuto ruolo sociale della cooperazione, all’esigenza di dare risposte chiare e trasparenti alle mutate attese sociali, alle opportunità aperte dal nuovo quadro normativo, agli obiettivi di efficienza e competitività. In particolare, quest’ultimi obiettivi rappresentano, per le imprese cooperative, un valore generale da salvaguardare e sviluppare perché garantiscono una più diffusa, stabile e duratura funzione di servizio mutualistico a vantaggio dei soci attuali e futuri, ed arricchiscono e irrobustiscono il sistema imprenditoriale italiano, costituendo un fattore importante di democrazia economica. La riflessione sulla validità e sul miglioramento dei modelli di governance non riguarda, peraltro, solo le grandi cooperative, ma coinvolge la responsabilità di tutte le imprese aderenti a Legacoop, indipendentemente dalle dimensioni aziendali. • la Legacoop impegnata a definire e diffondere le linee guida, un corpo di orientamenti validi per tutte le cooperative, in relazione ai caratteri identitari comuni; • le Associazioni di settore impegnate a dettagliare questi orientamenti in relazione alle diversità; • le cooperative responsabili di rivisitare le proprie architetture e i propri strumenti di governance, in modo coerente con i suddetti orientamenti, motivando esplicitamente eventuali scelte difformi. In coerenza con i deliberati congressuali, l’Organo di Presidenza di Legacoop si è dato un percorso di lavoro, finalizzato a sviluppare i temi contenuti nel documento approvato dal Congresso in materia di governance Sono stati promossi numerosi incontri con le Associazioni di settore, in occasione dei quali è stata colta l’opportunità di ascoltare le argomentazioni e le esperienze dei gruppi dirigenti delle cooperative che hanno riflettuto sul tema della governance e in alcuni casi tradotto tali riflessioni in norme statutarie e regolamentari. Ovviamente, ciò non significa che i problemi di governance individuati in sede congressuale siano stati risolti. Le cooperative che hanno compiuto scelte importanti formano ancora un gruppo ristretto e le stesse scelte –nella maggior parte dei casi- sono nella fase sperimentale. Il processo di rivisitazione dei modelli di governance cooperativa è quindi in corso ed è confortante registrare la presenza di una coscienza diffusa della necessità ed urgenza di migliorare i meccanismi di governance e la chiara percezione dell’utilità del ruolo della Legacoop e delle Associazioni settoriali di rappresentanza. Alla luce delle considerazioni e delle finalità suesposte, il 37° Congresso di Legacoop ha deliberato l’avvio di un processo di revisione dei modelli di governance, fondato sul principio dell’autoregolamentazione, in cui coinvolgere tutte le strutture associative e tutte le cooperative aderenti a Legacoop. Un lavoro da compiere indipendentemente da valutazioni circa l’opportunità di modificare il vigente quadro normativo (che anzi contiene importanti spunti innovativi non del tutto esplorati dalle cooperative nella prima fase di applicazione della riforma legislativa), tenendo conto sia dei caratteri identitari comuni a tutte le cooperative, che delle differenze legate alle tipologie di scambio mutualistico, di attività, di dimensioni, lungo un percorso che veda: I capitoli che seguono rispettano fedelmente l’ordine degli argomenti presente nel documento congressuale, al quale sono state tuttavia aggiunte ed evidenziate le riflessioni e le esperienze più significative raccolte dalle cooperative e dalle Associazioni di settore. Emerge una sostanziale coerenza con il contenuto del documento 89 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 congressuale, anche se non sono mancate posizioni dialettiche su parti dello stesso. sapevole e attiva vita sociale, secondo le modalità e le garanzie dettate dall’art. 2527 c.c.; • per le cooperative di consumatori ad ampia base sociale, al fine di evitare la permanenza senza limite di soci non più interessati agli scambi mutualistici, si potrebbero prevedere forme di decadenza legate alla mancata partecipazione agli scambi mutualistici per un dato periodo di tempo. Porta aperta Il principio della porta aperta è un fattore fondamentale e peculiare della cooperazione perché non solo rende possibile l’estensione del servizio mutualistico delle cooperative ad una più ampia platea di cittadini (utenti, lavoratori o imprese) che non sia quella dei soli soci fondatori, ma garantisce anche il rinnovamento della base sociale in base a requisiti e procedure di accesso determinati secondo criteri di equità e trasparenza. Informazione per una partecipazione attiva Affinché i soci abbiano un ruolo attivo e consapevole nella definizione, nello svolgimento e nella verifica dello scambio mutualistico devono essere previsti e valorizzati tutti gli strumenti di natura informativa sull’andamento delle attività economiche della cooperativa. È uno dei principi identitari sanciti dall’ACI. Non va interpretato come una sorta di diritto soggettivo di divenire socio attribuito a chiunque. Alla luce di quanto previsto dall’ordinamento vigente, i corpi sociali hanno infatti la facoltà di determinare le condizioni di ammissione alla cooperativa, in relazione alla tipologia dello scambio mutualistico, ai settori di attività, alle prospettive di sviluppo. I requisiti e le procedure di accesso devono però essere determinate secondo criteri di equità e trasparenza, e in modo da garantire il fisiologico rinnovamento e l’ampliamento della base sociale. Va dedicata particolare attenzione all’inserimento e alla formazione cooperativa dei giovani. Non si tratta solo di garantire la continuità intergenerazionale delle cooperative, ma di dare risposta a un problema di grande rilevanza sociale quale è oggi quello dell’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e dell’impresa. In tale contesto, va inoltre prestata analoga attenzione alle politiche di inserimento delle donne nelle compagini sociali. Scopo della cooperativa è fornire il servizio mutualistico ai soci, valorizzandone i contenuti secondo la tipologia (o le tipologie) di scambio liberamente individuata nello statuto. Centrale è il ruolo dei soci nella definizione e nella verifica dello scambio mutualistico. Ai soci deve essere garantita parità di accesso e di trattamento nell’esecuzione dei rapporti mutualistici e devono essere rimossi tutti gli ostacoli, anche di natura informativa, che possano determinare disparità di trattamento. È quindi importante che le cooperative definiscano le modalità con cui si conseguono tali obiettivi, identificando peraltro gli organi deputati alla loro realizzazione. In tutte le cooperative devono, dunque, essere previste procedure di informazione a tutti i soci sulle decisioni maggiormente rilevanti, in particolare quelle che comportino l’investimento di quote rilevanti del patrimonio sociale, in modo da consentire (in coerenza con le disposizioni della disciplina civilistica) la partecipazione attiva all’assemblea e la valutazione responsabile dei comportamenti degli organi gestionali. Spetterà alla Legacoop e alle Associazioni settoriali elaborare indicazioni circa la strumentazione da attivare e i contenuti delle informazioni, in relazione alla dimensione delle imprese e alla complessità dell’organizzazione aziendale, con l’ovvia precisazione che tanto più grande è la cooperativa, e complessa l’organizzazione societaria, tanto più precisa deve essere la formalizzazione di tali procedure, e frequente la periodicità dell’informazione. Al riguardo, possono essere assunte come best practices alcune modalità già sperimentate da alcune cooperative, tra le quali si possono ricordare, a titolo esemplificativo, l’house-organ, l’adozione di sistemi intranet dedicati ai soci, la formalizzazione di incontri pre-assembleari tra CdA e soci per l’approfondimento dei temi all’odg, gruppi di lavoro pre-assembleari, etc. Uno strumento che è necessario valorizzare, anche attra- Le regole che disciplinano l’ammissione di nuovi soci in seno alla compagine sociale devono essere stabilite, in relazione alla tipologia del servizio mutualistico perseguito, avendo presente che esse contribuiscono a sviluppare il senso di appartenenza dei soci alla cooperativa e il loro grado di consapevolezza. A tale riguardo, occorre prestare attenzione anche alle disposizioni statutarie in materia di determinazione dei valori minimi di partecipazione al capitale sociale. Partecipazione che non può essere eccessivamente elevata, tale da diventare un ostacolo all’ammissione, né eccessivamente ridotta, tale da togliere significato alla partecipazione del socio. Possibili indirizzi settoriali: • al fine di favorire la creazione di corpi sociali attenti e responsabili, per alcuni settori potrebbe risultare opportuna - per periodi transitori predeterminati- l’ammissione dei nuovi soci in categorie speciali –non solo come fattispecie idonea a formarli professionalmente o ad inserirli nell’assetto aziendale, ma anche come strumento di preparazione e formazione per una con- 90 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 verso la definizione di contenuti minimi da parte delle Associazioni, è la relazione di cui all’articolo 2545 c.c., con la quale gli amministratori e i sindaci debbono indicare specificamente i criteri seguiti nella gestione sociale per il conseguimento dello scopo mutualistico. Anche in considerazione dei diversi atteggiamenti adottati dalle cooperative nella redazione della relazione in esame, è opportuno standardizzare l’informazione da fornire con tale strumento. Ad ogni Associazione di settore è affidato il compito di definire una griglia di tematiche (concernente gli aspetti più sensibili del rapporto mutualistico: prevalenza mutualistica, ristorno, prestito sociale, partecipazione in società di scopo, etc), in base alla quale le cooperative aderenti saranno in grado di svolgere un’adeguata opera di informazione nei confronti dei soci. Sempre con riguardo alla relazione di cui all’articolo 2545 c.c.: • se si assume tale strumento come perno centrale delle modalità di informazione ai soci, ogni singola cooperativa potrebbe esplorare l’idea di svolgere un’indagine tra i soci per verificare quali possano essere le ulteriori tematiche da approfondire attraverso la relazione. Le best practices possono essere poi diffuse dall’Associazione; • per rendere misurabile l’attività degli amministratori sarebbe ideale la predisposizione di un bilancio preventivo, possibilmente sulle stesse materie oggetto della relazione. Come già detto, una delle caratteristiche fondamentali della cooperazione è l’assetto democratico del governo dell’impresa, il che significa che ogni socio ha pari diritto di concorrere alla definizione degli indirizzi di gestione e al governo dell’impresa. Per conseguire efficacemente tale obiettivo e favorire la dialettica ed il confronto delle posizioni, è necessario in primo luogo valorizzare e rendere più efficienti i meccanismi di partecipazione dei soci all’organo assembleare anche attraverso: • una maggiore attenzione alle modalità di convocazione dell’assemblea allo scopo di garantire la più ampia partecipazione dei soci. L’impegno da richiedere alle cooperative è quello di ricercare criteri più efficaci, che non si limitino a modalità sicuramente corrette sul piano giuridico, quale ad esempio quella della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ma inadeguate alla reale esigenza di portare i soci a conoscenza della convocazione assembleare (a titolo esemplificativo, nelle cooperative di lavoro si potrebbe ricorrere alle buste paga) • l’incentivazione del ricorso alle assemblee separate (indipendentemente dagli obblighi di legge), in presenza di basi sociali distribuite sul territorio o diversificate in ragione del perseguimento di tipologie di scambio mutualistico diverse; • la valorizzazione in sede statutaria del voto per delega, tenendo comunque conto delle dimensioni e delle caratteristiche della base sociale, allo scopo di evitare ingiustificate concentrazioni di potere in capo a singoli soci; • per le maggiori cooperative - in particolare in quelle ad esteso insediamento territoriale ed ampia base sociale – la istituzione di strumenti stabili per dare continuità ed effettività alla partecipazione dei soci alla vita sociale, rendere più efficace la trasmissione di informazioni dal CdA alla base sociale, dando ad essa la possibilità di esprimere pareri in merito ai programmi della cooperativa, arricchire la dialettica interna e potenziare il controllo (comitati territoriali, sezioni soci, commissioni con compiti consultivi e di controllo). • Una maggiore attenzione al tema del ristorno non solo per definire una disciplina regolamentare che favorisca la partecipazione dei soci in merito alle decisioni relative alla sua erogazione, ma anche per aiutare gli amministratori a dare ai soci una rappresentazione compiuta dell’andamento economico della cooperativa e delle scelte sulla destinazione degli utili. Non è peraltro trascurabile la funzione della relazione in esame anche ai fini di una migliore e più trasparente rappresentazione della vita della cooperativa nei confronti delle collettività sociali ed economiche di riferimento. Nei gruppi societari a controllo cooperativo, le informazioni indirizzate ai soci devono essere tali da metterli in condizione di conoscere e valutare anche quanto di rilevante avviene nelle società controllate, nonché il raccordo tra l’attività di queste e la finalità mutualistica propria della cooperativa capogruppo, utilizzando a tal fine la relazione sulla gestione, prevista dall’art. 2428, e la citata relazione sulla mutualità. Partecipazione e organo assembleare Affinché l’assemblea sia realmente la sede in cui ogni socio concorre alla definizione degli indirizzi di gestione e al governo dell’impresa è necessario valorizzare e rendere più efficienti i meccanismi di partecipazione. Inoltre, per le tipologie di cooperative espressamente indicate dal codice civile, cioè le cosiddette cooperative di supporto (articolo 2359 c.c.), è opportuno valutare la possibilità di attribuire ai soci cooperatori voti differenziati, in relazione all’entità della partecipazione agli scambi mutualistici e in coerenza con indirizzi e limiti definiti a livello settoriale. La cooperativa non è una società contendibile sul mercato, in ragione della preminente finalità mutualistica e in relazione al modello societario scelti dai soci per il conseguimento dei propri scopi. Nella logica della valorizzazione dell’organo assembleare, 91 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 va sottolineata peraltro la scelta generale, compiuta dal Legislatore in occasione della riforma del diritto societario, di potenziare il ruolo dell’organo assembleare, affidando formalmente allo stesso compiti che nell’ordinamento previgente non erano contemplati. In particolare, la disposizione che affida all’assemblea il compito di approvare i regolamenti concernenti i rapporti tra soci e cooperativa ed il servizio mutualistico (articolo 2521 c.c.) o quella che la coinvolge in occasione dell’ammissione di nuovi soci (articolo 2528 c.c.) rendono evidente la maggiore importanza del ruolo dell’organo assembleare e, conseguentemente, la sua competenza a definire regole e a dare indirizzi all’organo amministrativo su tutti quegli argomenti che incidano sul perseguimento dello scopo mutualistico. In tal senso, è opportuno che nei citati regolamenti, di competenza assembleare, siano introdotti principi e criteri che orientino le decisioni degli amministratori ai fini del reale perseguimento dello scopo mutualistico della cooperativa (con particolare riguardo a quelle concernenti operazioni di spin-off o la costituzione di società di scopo o la partecipazione al capitale di società ordinarie). dicazioni presentate dalle commissioni in assemblea; • l’istituzionalizzazione del voto di lista; • l’adozione di meccanismi e strumenti volti a rafforzare la presenza femminile, con impegno da parte delle cooperative di indicare la quota minima di rappresentanza per genere presente nell’organo amministrativo e le azioni da intraprendere per elevarla. In particolare, nelle cooperative in cui la composizione della compagine sociale lo consente, la quota minima di rappresentanza è fissata nel 25%, mutuando quanto previsto dall’art.18 dello Statuto Legacoop circa la composizione della Direzione Nazionale; • in caso di compresenza nella base sociale di soci cooperatori e di soci finanziatori (titolari cioè di strumenti finanziari partecipativi), strumenti di garanzia del corretto bilanciamento degli interessi, p.e. facendo ricorso alla facoltà consentita dall’ordinamento di riservare ai soci finanziatori la nomina della quota minoritaria (fino a un terzo) degli amministratori. Con riguardo al secondo obiettivo, è importante sottolineare come la rotazione nelle cariche sociali vada considerata come un elemento in sé virtuoso. La norma civilistica che prevedeva limiti inderogabili alla continuità dei mandati è stata abrogata, anche per le perplessità sollevate dalle associazioni cooperative. Tale norma, pur essendo fondata sulle tematiche relative alla non contendibilità dell’assetto proprietario delle cooperative, non convinceva sotto numerosi profili. Un’impresa non può preoccuparsi di rimuovere dal loro incarico gli amministratori capaci, bensì quello di preparare per tempo seconde linee, preferibilmente più giovani, adeguate ad assumere tutte le responsabilità in qualunque momento. E a tale obiettivo l’intero corpo sociale delle cooperative deve tendere dandosi regole statutarie e comportamentali. Tra le prime, il principio a suo tempo assunto dalla norma abrogata può essere ripreso con maggiore flessibilità negli statuti o nei regolamenti elettorali, prevedendo o limiti fissi temporali o quorum più elevati per la rielezione dopo un certo numero di mandati. Al riguardo, sarebbe opportuno adottare criteri e modalità, nell’applicazione di tale principio, che consentano un ricambio parziale degli amministratori, allo scopo di evitare che la rotazione coinvolga l’intero consiglio di amministrazione. Si tratta di indicazioni che devono essere valutate e declinate in relazione al sistema amministrativo prescelto, alla dimensione aziendale, alla complessità organizzativa, al grado di separazione tra proprietà e gestione. Sempre con riguardo al secondo obiettivo, è importante che il ricambio dei gruppi dirigenti delle cooperative sia favorito anche dall’adozione di regole interne che escludano la possibilità di mantenere l’incarico di amministratore per i soggetti che abbiano raggiunto l’età per il pensionamento. Partecipazione e organo amministrativo Assetto democratico della cooperativa e concorso del socio al governo dell’impresa significano anche la presenza effettiva delle condizioni che garantiscono la capacità di tutti i soci di concorrere alla scelta degli organi di gestione e di accedere alle cariche sociali. Favorire il rinnovamento. Con riguardo al primo obiettivo, è importante diffondere procedure e modalità già presenti in seno ad alcune cooperative, quali: • la formalizzazione di regolamenti elettorali in tutte le cooperative che superino determinate soglie dimensionali, le quali possono essere individuate in sede associativa. In particolare, è opportuno che le proposte di candidatura siano formalizzate e rese pubbliche in seno alle cooperative e siano accompagnate da informative riguardanti le caratteristiche personali e professionali dei candidati; • la formazione di commissioni elettorali, i cui membri possiedano determinate caratteristiche (ad esempio, capacità di agire nella massima autonomia rispetto agli organi sociali ed alla struttura operativa; avere una congrua anzianità di rapporto sociale; non essere candidati alla carica di amministratore; essere rappresentativi delle sezioni soci territoriali e/o delle diverse categorie di soci; non ricadere nelle cause di ineleggibilità e di decadenza previste dal c.c. per gli amministratori). In ogni caso, andrebbe regolamentata la possibilità che i soci propongano alternative alle in- 92 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 Per assicurare processi efficaci di ricambio del gruppo dirigente delle cooperative, è bene che le stesse dedichino particolare attenzione alla formazione, anche preventiva, dei suoi potenziali futuri amministratori. Formazione finalizzata a dare la rappresentazione del quadro complessivo dell’impresa, sotto i diversi profili economici, sociali, mutualistici e giuridici. È altrettanto importante che la cooperativa si dedichi alla formazione successiva degli amministratori. Partecipazione e dialettica tra organi sociali È importante che nei processi decisionali delle cooperative sia assicurata una maggiore trasparenza e condivisione delle decisioni da assumere, anche attraverso meccanismi che assicurino una dialettica tra gli organi sociali. È altresì importante considerare il tema dei limiti al cumulo degli incarichi dei singoli amministratori. Come è noto, il soppresso comma 3 dell’articolo 2542 c.c. prevedeva, oltre alla rieleggibilità degli amministratori, anche limiti al cumulo delle cariche. Sul contenuto delle limitazioni il legislatore lasciava la più ampia autonomia nel determinare sia la natura degli incarichi rilevanti per il calcolo del cumulo (quelli consiliari, in società dello stesso gruppo, od anche incarichi extraconsiliari entro e fuori del gruppo), sia il numero massimo degli incarichi; ciò nella evidente consapevolezza che essi dovevano essere correlati alla dimensione ed alla concreta realtà economica ed operativa della società. La Legacoop, in occasione della stagione degli adeguamenti statutari alla riforma del diritto societario, suggerì alle cooperative aderenti (prima della soppressione della norma in esame) di recepire la seguente clausola “Salvo quanto previsto dall’articolo 2390 c.c., gli amministratori possono ricoprire incarichi negli organi sociali di altre imprese a condizione che il loro svolgimento non limiti l’adempimento dei doveri imposti dalla legge e dal presente statuto. In base a tale condizione, gli incarichi sono formalmente autorizzati da apposito atto deliberativo del consiglio di amministrazione. La mancanza di tale atto deliberativo comporta la decadenza dall’ufficio di amministratore”. Lo scopo era quello di porre un limite generale all’assunzione di nuove cariche e rimandare agli amministratori (nella loro dimensione collegiale) un potere derogatorio/autorizzativo, ponendo comunque agli stessi una serie di indirizzi o limiti di massima, una sorta di autonomia vincolata. Si tratta di una norma che, in questo contesto di rivisitazione autonoma degli statuti per migliorare i sistemi di governance delle cooperative, potrebbe essere pienamente riconsiderata. Se uno degli obiettivi è quello di favorire una maggiore dialettica nei processi decisionali delle cooperative, perseguendo così una maggiore trasparenza e condivisione delle decisioni da assumere, è utile ragionare anche su meccanismi che assicurino una dialettica tra organi sociali. Al riguardo, una norma da ricordare è senz’altro quella contenuta nell’articolo 2543 c.c., la quale consente di nominare i membri del collegio sindacale attraverso criteri diversi (in proporzione alle quote di capitale o agli scambi mutualistici) rispetto a quelli previsti per la nomina degli amministratori. Escludendo il criterio legato alla partecipazione al capitale sociale, in quanto estraneo alla logica cooperativistica, e limitando perciò l’attenzione al criterio dell’intensità dello scambio mutualistico, i soci potrebbero essere chiamati ad eleggere il CdA ed il collegio sindacale secondo regole che, rispondendo ad interessi e ruoli potenzialmente diversi in seno alla cooperativa, possono creare le condizioni per una maggiore dialettica. Su tale facoltà è opportuno che, a livello di indirizzo, si pronunci Legacoop, valutandone con attenzione le implicazioni positive (l’aumento della dialettica interna, mediante la differenziazione del peso dei voti per le elezioni dell’organo di amministrazione e dell’organo di controllo) e gli aspetti negativi (lo strappo al principio del voto capitarlo). I diversi sistemi di amministrazione e controllo: linee evolutive La scelta delle singole cooperative, in ordine ai diversi sistemi di amministrazione e controllo previsti dalla disciplina civilistica, si deve compiere in ragione delle proprie esigenze e strategie di sviluppo ed assicurando comunque il protagonismo delle compagini sociali. È importante infine che le cooperative si dotino di strumenti istituzionali interni allo scopo di disciplinare equamente e in modo trasparente il trattamento economico dei propri manager. Al riguardo, l’alternativa potrebbe essere tra il redigere un apposito regolamento o istituire in seno al CdA un “comitato remunerazione”, cui affidare il compito di valutare periodicamente la congruità dei livelli retributivi dei manager. Inoltre, si potrebbe ipotizzare che, in caso di assunzione di molteplici incarichi esterni, dovuti alla loro appartenenza alla cooperativa, i manager rinuncino in tutto o in parte ai relativi emolumenti in favore della cooperativa stessa. Il nuovo ordinamento civilistico valorizza l’autonomia statutaria anche sotto il profilo della scelta e dell’adattamento dei modelli amministrativi. Il Codice Civile prevede tre sistemi di amministrazione e controllo (il sistema ordinario; il sistema dualistico; il sistema monistico), e consente alle cooperative di decidere liberamente e consapevolmente il modello più adatto alla propria condizione e alle proprie strategie di sviluppo. 93 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 La finalità da perseguire è l’effettivo controllo di coloro che assumono la funzione di rappresentanti dei soci cooperatori sull’operato degli incaricati della gestione. Alla luce della rilevata indifferenza delle società cooperative nei confronti del modello monistico, si può giungere alla considerazione che esso sia stato dalle stesse giudicato sostanzialmente inadatto alle loro esigenze di governance. Conseguentemente, è opportuno per ora concentrarsi sulle altre possibili alternative, il sistema dualistico e quello ordinario, la cui adozione richiede comunque trasparenza sia nelle motivazioni che nelle finalità. amministratori esecutivi e non esecutivi in seno al CdA. Va comunque garantito, attraverso la definizione di precise norme statutarie o regolamentari, l’effettivo esercizio del ruolo di indirizzo e di controllo in capo ai rappresentanti dei soci. A tal fine, si potrebbero formalizzare particolari procedure, quali, ad esempio, quella di affidare ai singoli consiglieri deleghe specifiche che consentano loro di essere interlocutori dell’area direzionale o quella di costituire un comitato audit alle dipendenze di amministratori privi di deleghe amministrative. Più precisamente, in presenza di amministratori non esecutivi, allo scopo di favorire il conseguimento di obiettivi di trasparenza ed equilibrio, è opportuno affidare loro un peso significativo nell’assunzione delle decisioni consiliari, in particolare sulle tematiche in cui l’interesse degli amministratori esecutivi e quello della proprietà sociale potrebbero non coincidere. La componente non esecutiva del CdA, per la sua estraneità alla gestione operativa, può contribuire efficacemente – potendo operare attraverso l’istituzione di commissioni interne all’organo amministrativo - alla valutazione delle proposte e dell’operato degli esecutivi. Inoltre, il compito di predisporre l’opera di informazione da svolgere con la relazione di cui all’articolo 2545 c.c. potrebbe essere affidata proprio ai membri non esecutivi del CdA. Per ciò che riguarda il modello ordinario, alcune indicazioni sono state già evidenziate nel precedente paragrafo dedicato alla “partecipazione e organo amministrativo”. Vi sono tuttavia ulteriori aspetti, alcuni dei quali potenzialmente comuni al sistema dualistico, da considerare allo scopo di prefigurare un più marcato profilo innovativo del modello ordinario. Per le cooperative di maggiori dimensioni, la cui immagine ha rilevanza per l’intero movimento, e per quelle strutturate in gruppo, può essere valutata - come strumento di apertura e di collegamento con le comunità esterne – l’opportunità di introdurre la figura degli amministratori indipendenti (potrebbero essere indicate percentuali crescenti in relazione alle dimensioni aziendali), dotati di professionalità utili al governo dell’impresa (esperti di business aziendale, di controllo aziendale, di cooperazione, di relazioni con l’ambiente esterno), e scelti in base a requisiti e procedure individuati in sede associativa, e tali da non rappresentare alcuno degli stakeholders al fine di non alterare la parità tra gli stessi. Il carattere di indipendenza deve essere periodicamente valutato dal CdA tenendo conto delle informazioni fornite dai singoli interessati, così come il grado di loro conoscenza dell’andamento economico dell’impresa. A quest’ultimo fine si raccomanda che la cooperativa crei un canale diretto di informazione dall’azienda ai consiglieri e un consesso dove queste decisioni possano essere discusse senza il management. Per ciò che riguarda specificamente il modello dualistico, le relative disposizioni consentono, per alcuni settori e per dimensioni significative di impresa, di modellare lo stesso in modo da garantire, attraverso una più continua e definita dialettica di funzioni, un ruolo maggiormente incisivo della proprietà nel governo dell’impresa. Esso va comunque adattato ai caratteri identitari della cooperazione, prevedendo –esercitando correttamente l’autonomia statutaria- il sostanziale coinvolgimento di tutta la base sociale nella definizione degli indirizzi strategici, e comunque la competenza dell’assemblea dei soci in relazione all’approvazione del bilancio e della relazione sulla gestione ex art. 2545 c.c. Per le cooperative che presentano tipologie diverse di scambio mutualistico o articolazioni complesse nell’ambito dello stesso scambio mutualistico, va valutata la possibilità di ricorrere alla possibilità di riservare la nomina di una quota degli amministratori a particolari categorie di soci. I gruppi societari È importante che i gruppi societari a controllo cooperativo siano caratterizzati da una sostanziale coerenza dei comportamenti delle società partecipate alle finalità mutualistiche della cooperativa capogruppo e dalla attivazione di procedure e strumenti che consentano alle basi sociali delle cooperative di essere informate efficacemente e continuativamente sull’andamento economico dell’intero gruppo. Sempre per le cooperative maggiori, va suggerito di distinguere i ruoli di indirizzo e controllo da quelli di gestione, in modo da rafforzare la dialettica interna ed identificare con la necessaria chiarezza le diverse responsabilità. Appare opportuna una riflessione specifica per i gruppi societari a controllo cooperativo, sia per quelli nei quali è capogruppo una singola cooperativa, sia per quelli nei quali la proprietà è condivisa da più cooperative, anche in Ciò potrebbe tradursi nella previsione di regole interne volte a stabilire l’incompatibilità tra coloro che assumono l’incarico di amministratore e coloro che esercitano attività gestionali ovvero in una chiara distinzione tra 94 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 relazione alle novità dell’ordinamento societario. Gli obiettivi sono: • il rafforzamento dei poteri di indirizzo strategico e di controllo in capo agli organi collegiali della (o delle) cooperativa controllante; • la trasparenza del raccordo delle attività delle società controllate con le finalità mutualistiche delle cooperative controllanti. A tal fine, si propone la costituzione di un organo collegiale composto dai Presidenti e/o amministratori delegati delle società e della capogruppo con compiti di elaborazione, assunzione, condivisione, trasmissione e presidio di una cultura imprenditoriale di gruppo (Missione/Visione/Valori/Linguaggio) comune, volta ad introdurre riferimenti forti e condivisi; • la formalizzazione dei rapporti fra capogruppo e controllate attraverso un sistema di report condiviso. La Controllante dovrebbe dedicare un numero minimo di sedute consiliari all’andamento gestionale delle controllate. Nel caso di gruppi particolarmente complessi, è bene che sia istituita una commissione ad hoc; • la precisazione, in sede di nomina degli amministratori delle controllate, delle competenze riguardo la loro proposta di nomina (Presidente, amministratore delegato, organo collegiale) e la garanzia che coloro che vanno a ricoprire tali incarichi non siano esclusivamente espressione della tecnostruttura della cooperativa, ma siano anche (se non soprattutto) espressione della base sociale. • la coerenza dei comportamenti delle società controllate con i valori basilari della cooperazione; • l’estensione alle società controllate, nelle forme giuridicamente possibili, dei principi tipici della cooperazione. Il ruolo della struttura associativa Nel processo di revisione dei modelli di governance delle cooperative a Legacoop compete, e va riconosciuta, una funzione essenziale di presidio delle regole e dei valori. Le strutture associative dovranno, dunque, giocare un ruolo fondamentale, attuativo dei compiti di indirizzo, di servizio, di tutela, di garanzia, di vigilanza, Esse debbono promuovere e garantire: • la condivisione degli obiettivi da parte della generalità delle cooperative aderenti; • la formulazione degli indirizzi generali e l’adattamento alle specificità settoriali; • il sostegno alle cooperative nella fase di valutazione e di decisione; • la verifica della coerenza delle deliberazioni e dei comportamenti delle cooperative con gli indirizzi elaborati in sede associativa, creando peraltro le condizioni affinché le cooperative medesime motivino eventuali scelte difformi; • la verifica periodica degli stati di avanzamento del processo; • la comunicazione esterna e la valorizzazione delle finalità e dei risultati conseguiti. Per facilitare il compito assegnati alle strutture associative, si prevede: a. il supporto del corpo dei revisori cooperativi di Legacoop, nell’ambito della loro attività ordinaria di vigilanza e secondo modalità e forme compatibili con le responsabilità di natura pubblicistica; b. l’istituzione di un ufficio in Legacoop al quale affidare il compito di richiedere -e successivamente valutare- i chiarimenti necessari agli organi di amministrazione delle cooperative che non recepiscano (o recepiscano diversamente o parzialmente) gli indirizzi generali stabiliti dal presente documento e le linee applicative adottate dalle Associazioni di settore; c. con riguardo al tema del rafforzamento della presenza femminile negli organi amministrativi, la fissazione nel periodo intercorrente tra l’approvazione del presente documento e la fine del mandato in corso di un arco di tempo utile per le cooperative per adeguare la composizione dell’organo amministrativo ai criteri sopra indicati. Inoltre, si stabilisce che le cooperative comunichino, entro il 31 dicembre di ogni anno, la scadenza dell’organo amministrativo alle rispettive associazioni territoriali e settoriali che a loro volta ne danno informazione alla Commissione Pari Opportunità nella persona della Presidente. In altre parole, la capogruppo è chiamata ad effettuare un esercizio rigoroso del ruolo della proprietà, con particolare riferimento alla: – salvaguardia dinamica della missione assegnata alle diverse società del gruppo; – approvazione dei piani ed indirizzi strategici delle controllate e verifica degli stessi; – costruzione e presidio di un sistema di regole e procedure esplicite che siano garanti dei ruoli, delle responsabilità, delle autonomie e dei limiti di tutti i portatori di interesse; – presidio e governo delle attività operative che rimangono in carico alla capogruppo. Le questioni relative alla incompatibilità tra l’incarico di amministratore ed assunzione di uffici pubblici ovvero alla necessità di definire un apparato sanzionatorio, qualora una cooperativa non motivi o assuma decisioni difformi agli indirizzi dettati dagli Organi associativi, sono 95 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 di competenza del gruppo di lavoro dedicato alla governance associativa, in quanto strettamente attinenti alla qualità del patto associativo tra Legacoop e cooperative. Prossime scadenze Il documento approvato in sede congressuale stabiliva che l’intero processo avrebbe dovuto avere tempi certi (si proponevano due anni a partire dalla celebrazione del Congresso), e prevedere momenti di verifica delle tappe di avanzamento da parte delle strutture associative, integrati con l’attività di vigilanza. La prima tappa sarà l’approvazione del presente documento da parte della Direzione di Legacoop, presumibilmente entro la fine di maggio ’08. Di conseguenza, si propongono le seguenti prossime scadenze: 1. adozione delle linee applicative del documento di Legacoop da parte delle Associazioni di settore entro la fine del 2008; 2. incontro tra Legacoop ed Associazioni di settore, allo scopo di condividere i risultati del lavoro svolto da quest’ultime, entro gennaio 2009, con la possibilità da parte della Presidenza di Legacoop nazionale di convocare la Direzione nazionale qualora ravvisi significative difformità tra le due fonti regolamentari; 3. diffusione degli elaborati a cura delle Associazioni di settore tra le cooperative aderenti e recepimento delle relative indicazioni (secondo le procedure sopra descritte) entro giugno del 2010. 96 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 2 Capitolo 3 Lavorare per il nuovo Welfare: la Mutua regionale INTRODUZIONE Per una riflessione sul welfare del futuro e il ruolo di Legacoop di Giovanni Monti Questa pubblicazione contiene lo sviluppo dei materiali che sono stati presentati in occasione di una giornata di lavoro promossa da Legacoop Emilia-Romagna il 3 ottobre 2014 alla Legacoop di Reggio Emilia, nell’ ambito del percorso del XI Congresso regionale. Abbiamo chiesto in particolare al prof. Francesco Longo di sviluppare in un vero e proprio saggio le sue considerazioni svolte al convegno e che sono state di particolare interesse. Tutta l’impostazione del Convegno era tesa, del resto, a discutere e a cogliere i possibili nuovi ruoli che sia le cooperative sociali, sia le mutue possono svolgere di fronte ai nuovi fenomeni che investono i nostri istituti di welfare e ne modificano profondamente le caratteristiche. In questo modo i materiali contenuti in questo opuscolo debbono essere visti in stretta connessione con i materiali che verranno distribuiti anch’essi al Congresso regionale e contenuti nel “Rapporto economico e sociale sulla cooperazione emiliano-romagnola” Abbiamo pensato insieme una riflessione sul welfare e sul contesto socio economico in cui si muove in generale la cooperazione in quanto senza coesione sociale e servizi adeguati è improbabile promuovere sviluppo imprenditoriale e perché attraverso le politiche di Welfare tendiamo a perseguire quegli obiettivi di giustizia sociale ed equità cari al movimento cooperativo. La qualità sociale di un territorio, la sua infrastrutturazione civile in termini di efficienti servizi solidaristici, rappresenta non solo un “fattore di produzione” importante per la qualità delle imprese e dei loro lavoratori, ma anche un elemento decisivo della capacità competitiva di un territorio. Inoltre pensiamo di offrire questi materiali alla riflessione e discussione dell’insieme delle cooperative, in quanto è l’intero sistema di imprese cooperative che operano in svariati settori, che devono farsi carico di cogliere le opportunità imprenditoriali e i bisogni sociali che ormai si intrecciano in una logica che deve combinare “mente economica” e “cuore sociale”, consapevoli che lo sviluppo di attività e progetti che vedono aggregarsi cooperative di settori anche diversi e che operano di contesti diversi è occasione di crescita e di sviluppo. Per queste motivazioni abbiamo sostenuto e sosterremo con forza la nascita e lo sviluppo di una Mutua regionale che, nel rispetto delle situazioni esistenti, proverà ad affrontare l’ importante sfida dell’ innovazione sociale e sanitaria. La crisi economica, i cambiamenti demografici, l’ aumento dei bisogni delle famiglie (in particolare quelle che vedono la presenza di una persona non auto sufficiente) ci impongono l’ assunzioni di nuove responsabilità a cui possiamo rispondere con innovativi progetti promossi grazie al confronto fra cooperative di diversi settori Con questo spirito costruttivo e propositivo continueremo a lavorare per continuare a perseguire i principi e i valori della cooperazione. 101 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 Quando le cooperative cooperano fra loro. L’ esperienza di Faremutua in Legacoop Emilia-Romagna di Alberto Alberani Il Cantiere Mutualità in Legacoop Emilia-Romagna In occasione del Congresso Legacoop Emilia-Romagna del 2010 furono attivati vari gruppi di lavoro per approfondire alcune tematiche inserite all’ interno del dibattito. Uno di questi gruppi fu denominato “Sussidiarietà e spazio pubblico” con l’ obiettivo di comprendere se, ed eventualmente come, il sistema cooperativo intendeva “occupare” ambiti e spazi per rispondere al meglio ai bisogni dei cittadini. Era il periodo in cui si sviluppava il dibattito sui beni comuni e sul loro utilizzo, acqua, energia, salute, ecc. e come movimento cooperativo, anche partendo da esperienze realizzate in altri paesi, ci si domandava quale ruolo era possibile assumere. Il gruppo di lavoro era volutamente composto da rappresentanti di diversi settori, dalle cooperative sociali a quelle di consumo, dalla cooperazione assicurativa a quella di abitanti, dalla rappresentanza delle mutue alle cooperative di servizi. La composizione del gruppo non era casuale ma conseguente alla consapevolezza che per occuparsi di beni comuni era probabilmente necessario far uscire dalle singole buche” i particolari settori promuovendo incontri per favorire l’inter settorialità e l’inter territorialità. Il gruppo di lavoro scelse quindi alcuni temi da sviluppare nel periodo 2010-2014 attivando CANTIERI tematici in un ottica di lenta costruzione e di realizzazione di un progetto che potesse avere un segno più per tutte le componenti coinvolte. Iniziò quindi a lavorare il CANTIERE MUTUALITÀ identificando la valorizzazione delle mutue sanitarie come strumento giuridico adatto a sperimentare nuove risposte intersettoriali. Al cantiere parteciparono alcune mutue esistenti in Emilia-Romagna che erano state promosse dalle diverse Leghecoop provinciali: Mutuapiù di Bologna, Sma di Modena, Nuova Sanità di Reggio Emilia, Insieme Salute di Forli Cesena, Mutua Futura di Ravenna, alcune cooperative so- ciali, la cooperazione di consumo, Unisalute. I lavori sono proseguiti alcuni anni anche attraverso approfondimenti, visite guidate, studi come quello di Boston Cousulting Gruop sulle mutue in Francia e Germania, generando la decisione di costituire una mutua regionale inserendo al suo interno le mutue di Bologna, Forli-Cesena, Ravenna e sviluppando in particolare il raggio di azione nei territori in cui operano le cooperative di consumo Adriatica, Nord Est e Reno. Il 21 febbraio 2013 tutte le Leghecoop provinciali dell’Emilia-Romagna, Legacoop Emilia-Romagna, coop Nord est e coop Adriatica (e in seguito coop Reno) costituiscono FAREMUTUA dopo un approfondito percorso di studio e di riflessione. Perchè una mutua regionale La sintetica narrazione storica della costituzione di Faremutua intende evidenziare l’ intenzione da parte del sistema Legacoop in Emilia-Romagna di scommettere sull’ intersettorialità (consumo, sociali, assicurativo, mutua) che potrebbe sviluppare innovative proposte per rispondere agli attuali e più che altro futuri bisogni di salute dei cittadini. Faremutua oggi (ottobre 2014) ha accorpato al suo interno tre piccole mutue continuando a proporre ai propri associati piani sanitari diversificati accogliendo inoltre al suo interno oltre 14.000 lavoratori delle cooperative sociali che in seguito alla firma del ccnl dispongono di un piano sanitario da 60 euro annuali. Ma la scommessa più importante di Faremutua sarà la proposta di piani sanitari e socio sanitari che il cittadino potrà acquistare in 78 punti vendita delle cooperative di consumo. Una scommessa molto difficile considerando che oggi i piani sanitari promossi dalle mutue o dai fondi sono per più collettivi e conseguenti alla dimensione negoziale e ai diversi contratti collettivi nazionali di settore mentre scarso è l’acquisto da parte del singolo cittadino di un piano sanitario. 102 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 È questo un comportamento comprensibile in una nazione che per fortuna grazie alla legge 833 del 23 dicembre 1978 può contare su un Sistema Sanitario Nazionale che come Legacoop Emilia-Romagna crediamo vada difeso con le unghie e con i denti. Positiva è stata la scelta di questi ultimi Governi di porre fine ai tagli indiscriminati, e di aumentare leggermente e progressivamente il finanziamento al Sistema. Per difendere e valorizzare il Ssn è necessario però riconoscere i vistosi limiti e problemi, dal dubitabile universalismo alle grandi differenze nord sud agli evidenti sprechi ed inefficienze ed agire su questi limiti cercando di ottimizzarlo e renderlo più adeguato ai bisogni dei cittadini definendo meglio cosa “c’è dentro” e “cosa c’ è fuori” definendo meglio Lea e Liveas. Fuori dal Ssn sicuramente ci sono le risorse economiche che i cittadini spendono per rispondere ai bisogni dei loro familiari che vivono condizioni di non autosufficienza la cui risposta viene per lo più cercata nel sistema informale dei servizi alla persona. Le assistenti familiari in Italia sono diventate il più lampante esempio di integrazione socio sanitaria e il vero pilastro che sostiene i bisogni di welfare delle famiglie. E tutto ciò è avvenuto per auto organizzazione individuale delle famiglie a volte aiutate dalla Parrocchie o dai patronati o più semplicemente dai negozianti o dai vicini di casa o di ufficio. Sporadici ottime buone pratiche e sperimentazioni evidenziano il tema che è sotto gli occhi di tutti ma ancora titubanti e timide sono le scelte strategiche per rispondere efficacemente a questo fenomeno così come avvenuto in Francia o in Germania. La comprensibile auto organizzazione individualistica diventa “obbligatoria” e forse può essere superata PROVANDO AD AGGREGARE LA DOMANDA consapevoli che purtroppo anni e anni di pedagogia individualistica hanno rafforzato l’ italica tendenza a risolversi da soli i problemi diffidando del NOI. È per rafforzare la cooperazione, l’ auto aiuto, il noi che sono nate le Società di Mutuo Soccorso nello stesso periodo storico in cui nascevano le prime cooperative e non è casuale che la Legacoop prima di questo nome si chiamava LNCM cioè Lega Nazionale Cooperative e Mutue. Mutue che in Italia hanno in parte superato la loro funzione con l’introduzione del Ssn e sono state relegate in un angolino diventando per lo più gestori di piani sanitari integrativi di origine collettiva e faticando assai nel proporre piani sanitari acquistati dai singoli cittadini. Con Faremutua l’ obiettivo del Sistema Legacoop in Emilia-Romagna scommette invece su questa possibilità nella consapevolezza che l’ obiettivo economico finanziario necessita di tempi adeguati e dei necessari investimenti. Coerentemente al principio cooperativo dell’ Intergenerazionalità può essere utile ed opportuno proporre ai cittadini (ovviamente con agevolazioni per coloro che sono soci della coop di consumo) in particolare ai giovani e a coloro che non “beneficiano” di un piano regolato dal contratto di lavoro, piani sanitari che possano ASSICURARE che in caso di problemi di salute (oltre al Ssn) si può contare su SERVIZI o RIMBORSI adeguati. Coop di consumo La scelta di collocare l’ offerta dei piani sanitari all’ interno dei punti vendita della cooperazione di consumo non è casuale. Forti della presenza di oltre un milione di soci nel territorio regionale Coop Adriatica, Nord est e Reno la cooperazione di consumo sta assumendo sempre più una connotazione sociale che supera il tradizionale scambio mutualistico fra socio e cooperativa che è basato sulla vendita-acquisto di beni per lo più alimentari. Sempre più la cooperazione di consumo per dirla volgarmente non si limita a vendere prosciutti, pasta, latte di qualità a prezzi adeguati ma anche farmaci, telefonia, energia, libri adeguando la propria proposta ai nuovi bisogni. E i nuovi bisogni dei cittadini sono anche nell’ ambito dei cosi detti “beni relazionali” e sempre più le consulte sociali di queste cooperative pressano i gruppi dirigenti ad occuparsi anche di queste tematiche mantenendo forte la tradizione e la cultura cooperative e dimostrando che lo spirto cooperativo nato a Rochedale è ancora ben vivo contrariamente a chi vuol credere che tutti gli operatori della grande distribuzione sono uguali Coop sociali Verranno quindi proposti piani sanitari diversificati nel prezzo e nei contenuti coerentemente con le finalità proprie di una Mutua e un’ importante novità relativa ai piani sanitari è determinata dalla presenza delle cooperative sociali che forti di 40 anni di esperienza negli ambiti sociali e socio-sanitari assumono un importante ruolo di erogatori di servizi affiancandosi ai tradizionali operatori sanitari accreditati. La cooperazione sociale in questi anni ha evidenziato l’ interesse di affiancare al tradizionale rapporto con le Pubbliche Amministrazione nella gestione dei servizi anche l’ investimento in attività in ambito socio-sanitario in particolare per fornire appropriate risposte alle famiglie al cui interno sono presenti persone non autosufficienti. È oggi giunto il tempo di affiancare al ruolo di partner di Pubbliche Amministrazioni anche il ruolo di imprese in grado di rispondere ai cittadini direttamente, in particolare a quelli che non riescono ad accedere alle lunghe liste di attesa e che restano fuori dai servizi. Unipol-Unisalute È evidente che parlando di sistema Legacoop Emilia-Romagna partener privilegiato di Faremutua è la società Unisalute che è la prima assicurazione sanitaria in Italia per numero di clienti gestiti e si occupa esclusivamente di assicurazione per la salute attraverso il lavoro di 580 persone, tra cui 45 medici presenti in azienda e un 103 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 network qualificato di strutture sanitarie convenzionate direttamente presso le quali gli assicurati possono usufruire di prestazioni sanitarie di qualità con ridotti tempi di attesa. Faremutua ha quindi scelto Unisalute non solo perché parte del Sistema ma anche perché Unisalute con i 4,8 milioni di assicurati e una “centrale di acquisto” che garantisce un controllo qualificato e costante della qualità dispone anche di una rete di strutture sanitarie convenzionate diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale e comprende ospedali, case di cura, poliambulatori, studi odontoiatrici e di psicoterapia. Oltre i piani sanitari L’attuale funzione delle Mutue è coerente con la legislazione esistente e quindi per lo più forniscono coperture per il rimborso dei ticket, per ricoveri, visite specialistiche in relazione al pagamento del piano sanitario integrativo scelto. Ma la funzione delle Mutue può anche spingersi oltre e per questo motivo, grazie al coinvolgimento delle consulte sociali delle cooperative di consumo e al coinvolgimento dei soci lavoratori delle cooperative sociali che ogni giorno si relazionano con i bisogni reali, saranno proposte ai soci di Faremutua forme di assistenza e tutele e saranno promosse attività di carattere educativo e culturale anche per affermare i valori della mutualità. 104 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 La nuova mutua del sistema cooperativo: strumento per un rinnovato mutualismo di Marco Gaiba (Presidente FAREMUTUA) Il percorso avviato da Legacoop E.R. nel 2011 (cantiere welfare) e sviluppato fino al 2012, ha consentito la costituzione di FAREMUTUA (SMS) avvenuta il 21 febbraio 2013. Fra gli elementi più rilevanti che hanno favorito e qualificato la nascita di FAREMUTUA: • l’adesione di tutte le leghe provinciali ER; • la decisione di ADR e CCNE di essere fra i soci fondatori con piena assunzione di responsabilità nel CdA; • la scelta delle coop sociali (una parte rilevante di esse) di attivare il Piano sanitario FAREMUTUA per i propri dipendenti previsto dal CCNL con Unisalute soggetto erogatore delle prestazioni. • FAREMUTUA vuole impegnarsi per riuscire a rappresentare una esperienza originale ed innovativa nel panorama nazionale delle società di mutuo soccorso, operando come strumento di realizzazione di un nuovo mutualismo in grado di soddisfare i bisogni dei soci, attraverso nuove forme di partecipazione utili ad organizzare ed aggregare la domanda. Faremutua e Coop Sociali Il primo obiettivo di FAREMUTUA è stato quello di mettere a disposizione delle coop sociali un piano sanitario da 60 euro previsto dal CCNL del settore. • Ad oggi i piani sottoscritti sono circa 12.000 (circa 110 coop sociali aderenti di Bologna, Parma, Romagna, Marche, Lazio) superando quindi sensibilmente l’obiettivo prefissato (8.000); Unisalute è stata scelta come soggetto erogatore delle prestazioni. • FAREMUTUA e le strutture di legacoop interessate hanno svolto un positivo lavoro di confronto con le coop sociali per costruire il prodotto e favorirne la sottoscrizione individuale (condizione preliminare adesione a FAREMUTUA). La mancata costituzione del fondo nazionale potrebbe consentire la definizione di un ruolo di polo aggregatore diverse mutue per mettere a disposizione delle coop sociali che ancora non hanno fornito il piano sanitario ai loro dipendenti un referente mutualistico cooperativo: FAREMUTUA è disponibile a confrontarsi su questa ipotesi di lavoro • Da novembre/dicembre 2014 FAREMUTUA ed un gruppo di coop sociali della nostra regione, sperimenteranno un percorso comune di offerta di prodotti/servizi a tutti i cittadini; in essere vi sono altri contatti e relazioni in diversi territori che, auspicabilmente, dovrebbero produrre ulteriori percorsi sperimentali ed innovativi. • Altre ipotesi di lavoro potranno riguardare ulteriori ambiti e servizi creando collaborazioni con soggetti cooperativi disponibili ed interessati a interloquire con la cooperazione sociale per caratterizzare l’offerta ai cittadini ed ai soci. L’obiettivo è quello affidare a FAREMUTUA il ruolo di strumento che fornisce opportunità per la cooperazione sociale di realizzare consolidamento, sviluppo e innovazione imprenditoriale. Il percorso di aggregazione e fusione Il prossimo 29 ottobre i presidenti di FAREMUTUA, Mutua Futura di Ravenna e Insieme Salute di Forlì firmeranno in sede notarile l’atto di fusione a FAREMUTUA. Si porterà cosi a compimento la scelta strategica che Lega coop E.R. ha perseguito, ovvero di realizzare le condizioni per aggregare 4 mutue emiliano-romagnole in un unico grande soggetto al fine di promuovere con maggiore forza le finalità proprie delle società di mutuo soccorso e per caratterizzare il nuovo soggetto nei livelli di servizio da offrire ai propri soci (Mutua Più di Bologna è stata posta in liquidazione lo scorso gennaio trasferendo i Piani Sanitari a FAREMUTUA). Il “nuovo soggetto” aggregherà circa 15.000 persone, con- 105 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 sentirà lo sviluppo di un grande potenziale di conoscenze e competenze e di migliorare gli indicatori di efficienza ed efficacia. Ci auguriamo di essere i precursori di prossimi e ravvicinati percorsi di ulteriori aggregazioni per costituire un unico e grande soggetto mutualistico in E.R. che da subito assumerebbe una dimensione nazionale e rappresenterebbe il riferimento per l’insieme del movimento aderente a Lega coop Coop Consumo e Faremutua La cooperazione di consumo, dopo la scelta di contribuire alla costituzione della mutua, ha avviato un percorso di lavoro che, in coerenza con la scelta strategica di un nuovo mutualismo, vuole produrre un riposizionamento e cambiamento organizzativo e imprenditoriale per corrispondere concretamente ai bisogni dei soci e delle loro famiglie; un cambiamento che, nel corpo dell’organizzazione dovrà incidere anche sull’approccio culturale dei dipendenti per orientare tutti nell’innovare il rapporto e le relazione con il socio. La fase di sperimentazione di proposta di vendita di Piani Sanitari ai soci di ADR, CCNE, Reno (coinvolti 54 PV) svolta nelle scorse settimane ha prodotto risultati soddisfacenti che consentono l’estensione della iniziativa a partire dal prossimo novembre; i prodotti per i soci coop da FAREMUTUA avranno in Unisalute con la sua importante rete di strutture e specialisti il soggetto erogatore delle prestazioni. L’obiettivo comune delle 3 coop è quello di realizzare una offerta esclusiva riservata ai soci coop e che ciò sia espressione di una offerta di prodotto che rappresenti le eccellenze dei soggetti cooperativi coinvolti. Convenienza, trasparenza, qualità, affidabilità, semplicità, esclusività, dovranno essere gli elementi chiave dell’offerta che potrà poggiare su una leva strategica – la rete di vendita con circa 80 strutture di Coop Adriatica, Coop Consumatori Nord Est, Coop Reno - nel rapporto con le persone Sono stati individuati 3 piani sanitari (nella logica di servizi integrati con il Ssn): • Basic da 10 euro; Medium da 110 euro;Plus da 210 euro anche per famigliari. Altro obiettivo strategico del progetto è quello di sperimentare nuove forme di partecipazione dei soci nella logica della cittadinanza attiva e per realizzare un circolo virtuoso di individuazione della domanda utile alla definizione di una coerente offerta da un punto di vista cooperativo. Riflessioni conclusive La nostra regione è stata portatrice di un modello di governo che ha prodotto e coniugato in ambito WELFARE innovazione ed efficacia nelle risposte ai bisogni dei cittadini. Tuttavia la lunga crisi in Italia ed in Europa evidenzia l’insorgere di nuovi bisogni delle persone e la crescente e oramai strutturale difficoltà del pubblico a dare risposte adeguate a tali bisogni. Occorre quindi che gli attori del governo delle amministrazioni pubbliche divengano promotori di un percorso progettuale in grado di individuare i soggetti mutualistici, cooperativi e privati, disponibili ed interessati ad interloquire con il pubblico che diventa soggetto programmatore e garante degli standards di qualità delle prestazioni sanitarie ed assistenziali creando una virtuosa sinergia fra pubblico e privato. Mettere al centro la PERSONA nelle scelte di governo e nell’agire imprenditoriale e delle mission dei soggetti inseriti in tale percorso potrà consentire l’affermarsi di un rinnovato modello di welfare che contribuirà a rafforzare il tasso di coesione sociale nei territori emiliano-romagnoli 106 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 Un territorio e la solidarietà mutualistica di Gerardo Bianchi (direttore SMA) SMA è una Società di Mutuo Soccorso costituitasi a Modena nel 1948 per offrire all’imprenditore artigiano e commerciale assistenze economiche a fronte dell’insorgere di malattie ed infortuni, assistenze non garantite a suo tempo dal sistema sanitario pubblico. Sma ha sviluppato e sviluppa dalla sua costituzione una propria autonoma e caratteristica progettualità mutualistica strettamente collegata al territorio, le cui radici fondanti trovano nei rapporti con CNA Modena, Confesercenti Modena e Lega Coop Modena un costante stimolo allo sviluppo e al suo progredire. Nel mutare poi successivo degli anni, SMA ha progressivamente aperto il suo essere Società di Mutuo Soccorso anche al cittadino non imprenditore ed alla sua famiglia nonché ha ampliato la sua presenza su altri territori della Regione. SMA aderisce alla FIMIV – la Federazione della Mutualità Volontaria di Lega Coop e partecipa alla attività del Consorzio Mu.Sa., il Consorzio costituito tra le diverse Mutue sanitarie che operano sull’intero territorio nazionale. Per entrare nel tema dell’odierna iniziativa, vorrei soffermarmi su due aspetti che hanno caratterizzato ultimamente l’attività di SMA e ciò sempre operando in stretta relazione con il Sistema Cooperativo. Il primo aspetto riguarda l’attività svolta a seguito della Convenzione siglata dal Consorzio Mu.Sa. nel corso del 2011 a livello nazionale con Coop Italia, realizzata al fine di fornire assistenze sanitarie integrative a favore dei soci. In forza di tale convenzione, SMA unitamente ad altre Mutue sanitarie presenti sull’intero territorio nazionale gestiscono tali coperture. SMA dal 2011 finalizza con Coop Estense e per i territori di Modena e Ferrara tale rapporto. Ricordo che in forza di tale Convenzione sono previste tre tipologie di Assistenze tutte ad adesione volontaria. La prima riferita al solo accesso agevolato alla rete dei Centri convenzionati nonché ai servizi di emergenza resi da IMA Assistance (Piano A). La seconda diretta al rimborso dei ticket ed alla erogazione di un sussidio in caso di ricovero (Piano B), la terza diretta alla sola odontoiatria (Piano C) e gestite direttamente dalle singole Mutue aderenti al Consorzio. Dal 1° gennaio 2014 poi ad integrazione di quanto convenuto a livello nazionale, è attiva per i soli Soci di Coop Estense un’Assistenza socio sanitaria (Piano D), diretta al rimborso delle spese sostenute sia a fronte dell’utilizzo del sistema sanitario privato che del sistema sanitario pubblico. L’analisi di questa collaborazione sviluppata con Coop Estense segnala e conferma alcuni elementi di riflessione che ritengo debbano essere attentamente valutati. La crisi economica sta riducendo e ridurrà drasticamente le disponibilità economiche delle famiglie e contemporaneamente ha intaccato ed intaccherà anche la loro capacità di risparmio. Tutto ciò porta a che le scelte di spesa siano orientate nel privilegiare i consumi essenziali o quelli tipici di una società tecnologicamente avanzata. La stessa cura della salute è messa in secondo piano, ovvero vi si ricorre quando è indifferibile la necessità, altrimenti si rinvia ad altro tempo ed ad altre condizioni. A fronte di tali scelte, il generale principio mutualistico di reciproco aiuto tra persone interessate a dare risposte a bisogni e necessità comuni, è intaccato nel suo significato sociale e progressivamente perde quel forte ed im- 107 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 portante significato di vantaggio sia per il cittadino che per le famiglie. SMA ha avuto quindi la possibilità di confrontarsi ed interagire con il mondo della Cooperazione. Si è passati quindi progressivamente da un valore mutualistico solidale e collettivo ad uno prettamente individualistico. Da questo confronto aperto e collaborativo, nasce una esperienza ed alcune riflessioni che ritengo opportuno condividere in questa sede. A fronte di un costo certo per l’adesione alla Mutua, si preferisce rischiare di dover poi spendere per affrontare il controllo e la tutela della propria salute. L’integrazione mutualistico – cooperativa, indirizzo sancito e fatto proprio dall’ 11 Congresso Nazionale di FIMIV, è e deve rappresentare sempre più un percorso importante ed essenziale, un percorso che deve essere improntato ad una seria e sempre più fattiva collaborazione È purtroppo un cambiamento che caratterizza questo attuale contesto sociale che preferisce l’azzardo dell’imponderabile alla sicurezza di una tutela economica di una Mutua sanitaria. Il secondo aspetto su cui vorrei soffermarmi riguarda quanto invece realizzato negli ultimi anni, dove l’attività di SMA si è diversamente articolata nelle proprie strategie riposizionando il proprio obiettivo mutualistico aggregando alla storica adesione individuale, anche quella di carattere collettivo. Ciò si è realizzato acquisendo, gestendo ed assumendo a proprio ed esclusivo rischio Fondi Sanitari integrativi aziendali rivolti al personale dipendente. SMA ha operato in questa direzione anche e soprattutto in stretta collaborazione e sintonia con Lega Coop Modena a cui va, anche in questa sede, il mio ringraziamento, che ha assicurato il proprio sostegno ed indirizzo al territorio nel rapporto con il mondo della Cooperazione Sociale. Pur sviluppando la propria attività su Fondi chiusi contrattuali, SMA ha mantenuto integri i valori tipici e caratteristici dalla mutualità volontaria ovvero: • Sviluppare una attività senza scopo di lucro. • Garantire un sistema flessibile di protezioni e tutele per realizzare un efficace benessere del socio e favorire la coesione sociale attraverso l’utilizzo di risorse economiche che sono costituite esclusivamente dai contributi versati dai soci. • Allargare le coperture e le assistenze a tutti i componenti della famiglia. • Possibilità del permane iscritto come socio anche successivamente il termine della attività lavorativa. • Offrire una integrazione ai servizi socio - sanitari erogati da Stato, Regioni, Enti locali. • Applicare il principio della ripartizione del danno e non quello del trasferimento del rischio. Alla base di tale integrazione deve trovare spazio il concetto della salute intesa nel senso più generale come lo stato di benessere della persona. Un bene quindi da conseguire sia collettivamente che individualmente, con strumenti non sempre e non solo di tipo sanitario. Mutue e mondo della Cooperazione devono impegnarsi a progettare e condividere insieme nuove modalità per erogare prestazioni e servizi dedicati alla cura delle persone, facendosi carico della complessità dei bisogni, ottimizzando l’impiego delle risorse e mettendo a valore il ruolo dell’utenza aggregata. Alle Mutue può essere assegnato il compito di mettere in atto strategie di coinvolgimento della comunità. Alle Cooperative sociali il ruolo di fornitori delle prestazioni e dei servizi erogati. Una domanda però nasce spontanea? Le Cooperative sociali sono pronte a diversificare i propri servizi muovendo la propria attività equamente tra la gestione collettiva ed il bisogno del benessere della singola persona? Pongo questo interrogativo in quanto l’esperienza maturata nel cercare di mettere in rete i servizi delle Cooperative sociale ha cozzato con una sorta di difficoltà a trovare soluzioni appropriate e flessibili per il singolo individuo e/o per la famiglia. Va quindi ripensato anche questo aspetto. È importante, se non essenziale in quanto: • La società sarà sempre più composta da nuclei famigliari ristretti che non potranno in prima persona garantire l’assistenza in proprio. • Il servizio pubblico garantirà la sola prestazione essenziale restringendone sempre più i tempi ed i conseguenti costi a suo carico. 108 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 • Il livelli reddituali ed i risparmi che le famiglie conseguiranno nei prossimi anni non potranno più garantire l’appoggio economico a fronte del decentramento della assistenza in strutture residenziali o semi residenziali. Si tratta pertanto di ripensare ed innovare il processo socio - sanitario assistenziale, sviluppando, ove possibile territorialmente, reti di offerta di servizi integrandoli sempre più, e ciò all’interno di un nuovo progetto anche imprenditoriale che possa coinvolgere equamente sia il mondo no profit che quello profit. Si tratta di ripensare al un processo flessibile, elastico e che riesca ad anticipare, ove possibile, i cambiamenti progressivi di una società i cui tempi di involuzione ed evoluzione saranno sempre più rapidi. Un’ultima riflessione. Ho avuto difficoltà a trovare Cooperative sociali che offrano servizi sanitari domiciliari ad esempio riabilitazione o assistenza infermieristica. Se si pensa e si vuole integrare i servizi offerti dalle Cooperative sociali, anche questo è uno spazio da coprire perché l’assistenza ha un solo denominatore comune ovvero il benessere della persona. Esperienze importanti già realizzate esistono su Reggio Emilia vedi il Servizio Pronto Serenità, progetto ideato dalla Fondazione Easy Care, servizio già riproposto in altre realtà territoriali con buon risultato e soddisfazione. Integrare, implementare, evolvere, ripensare e innovare i servizi offerti alla collettività non devono essere solo parole di uno slogan, ma espressioni di volontà e di concretezza. Solo così si potranno dare nuove risposte ad una società che sempre più avrà nuovi bisogni e nuove necessità. 109 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 Quando il sistema mutualistico integra e sostiene il sistema di offerta della cooperazione sociale: Mutua Nuova Sanità e Fondazione Easy Care di Guido Saccardi (Vice Presidente Mutua Nuova Sanità) Mutua Nuova Sanità si costituisce a Reggio Emilia nel 1996 per iniziativa del movimento cooperativo reggiano e con l’adesione di un numero importante di cooperative. Ad oggi nel Consiglio di Amministrazione di Mutua Nuova Sanità sono rappresentate Coopselios, Coopservice, CIR-Food, Coopsette, Cantine Riunite e BCC-Credito Cooperativo Reggiano. È una Mutua intercategoriale, non corporativa ma solidaristica, no-profit, pensata e progettata a tutela dei cittadini. Intende rappresentare una mutualità volontaria, attiva e protagonista del welfare di comunità, soggetto che dialoga e collabora con il Servizio Sanitario Pubblico per offrire servizi integrativi (non sostitutivi) di previdenza sanitaria a lavoratori dipendenti, autonomi, pensionati, e loro familiari: come tutte le società di mutuo soccorso può permettere agli associati la possibilità di acquistare beni o di usufruire di servizi a costi calmierati grazie alla diffusa rete di convenzioni di cui si è negli anni dotata sul territorio nazionale. A Mutua Nuova Sanità, regolarmente iscritta all’anagrafe dei Fondi Sanitari, aderiscono ad oggi circa 30.000 nuclei famigliari pari a 95.000 associati, dati quantitativi che la collocano al secondo posto nella graduatoria nazionale delle mutue sanitarie. Gli associati sono organizzati prevalentemente in “gruppi omogenei” che costituiscono le Sezioni-soci: cooperative, aziende private, associazioni di persone (di promozione sociale, sportive, ricreative, volontarie, …) ed organizzazioni categoriali e professionali (associazioni imprenditoriali, organizzazioni sindacali, patronati di assistenza, enti di promozione sportiva, ecc.). L’esperienza maturata da Mutua Nuova Sanità in oltre 20 anni d’attività, con la continua ricerca di innovazioni e il continuo sviluppo, le consentono la progettazione di nuove soluzioni nell’importante settore della mutualità sanitaria integrativa. Mutua Nuova Sanità realizza i propri programmi di assistenza sanitaria, integrativa del Servizio Pubblico, e socio-assistenziale fornendo agli associati un’ampia e puntuale informazione, con la collaborazione delle Sezioni-soci, attraverso strumenti tradizionali (periodici aziendali, newsletter, riunioni, ecc.) e digitali come il sito internet (www.mutuanuovasanita.it), nel quale sono a disposizione, solo per i soci, numerosi dati quali i riferimenti delle strutture convenzionate, con tariffe dichiarate e scontistica applicata, delle convenzioni attive con 550 Centri Sanitari, con i 5.000 medici specialisti e con le maggiori compagnie d’assicurazione. La struttura organizzativa di Mutua Nuova Sanità è estremamente flessibile e con costi generali ridotti all’osso: ciò grazie alla stretta collaborazione con le oltre 104 Sezioni-soci (aziende e/o enti e associazioni) dislocate in Emilia-Romagna ed in altre regioni, prevalentemente del Centro-Nord, articolazione organizzativa che consente un notevole contenimento dei costi operativi ma anche un maggior contatto con le comunità territoriali. Innovativa sia nello Statuto, che nella tipologia organizzativa, fin dalla costituzione, Mutua Nuova Sanità ha dimostrato di avere l’esperienza e la forza di coniugare il potere contrattuale, derivante da un alto numero di associati, con la possibilità di fornire programmi di assistenza differenziati e personalizzati. Mutua si pone come un pilastro del welfare territoriale, che parte dalla base, dalle piccole comunità, dalle iniziative di gruppi organizzati come aziende ed enti, per contribuire alla soluzione di bisogni concreti, rinsaldando anche quei legami sociali così preziosi, attualmente, fra le persone. La consapevolezza di poter fruire di un servizio sanitario integrativo di quello pubblico crea un vivo interesse e un senso di responsabilità che stimola gli associati alla collaborazione e non ad un rapporto prevalente burocratico con la mutua. Mutua Nuova Sanità aderisce a FIMIV, progetta e gestisce piani sanitari con Unisalute, Reale Mutua e dal 2009 ha stipulato una convenzione con Fondazione Easy Care (www. easy-care.it), fondazione di cui è diventata anche socia. Fondazione Easy Care nasce nel 2007 a Reggio Emilia con soci fondatori promotori Coopselios, Consorzio 45 e TBS Group, per tutelare e promuovere i principi e valori di solidarietà e innovazione sociale nell’ambito dei settori 110 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 dell’assistenza, cura, educazione, istruzione e ricreazione dei soggetti fragili con particolare rilievo alle persone anziane. Alla Fondazione ad oggi aderiscono diverse realtà nazionali e consorzi della cooperazione sociale e dei servizi, importanti player nazionali e multinazionali che operano come fornitori di prodotti e servizi per la LTC, associazioni e istituti di ricerca. La Fondazione promuove i valori costitutivi dei moderni sistemi di welfare e studia, grazie ad un Comitato Scientifico di assoluto livello e preparazione, modelli di welfare per famiglie, aziende, enti pubblici. Easy Care è ideatrice del modello Prontoserenità (www.prontoserenita.net), un sistema integrato di servizi alla persona per il benessere della famiglia e della persona fragile. I principi fondanti della Fondazione sono: 1 - affermazione e promozione dei principi di sussidiarietà, libera scelta, mutuo-aiuto, auto-aiuto e anzianità attiva, universalità a protezione variabile, prevenzione e responsabilità personale dei comportamenti sociali; 2 - elaborazione e promozione di modelli integrati di welfare locale (informazione, orientamento ed erogazione). 1) Sportello famiglie È uno sportello informativo (portale internet + call center) sulle novità del “mondo anziani” e sulla presenza di servizi presenti nell’ambito territoriale del distretto e sulle iniziative di anzianità attiva avviate sul territorio. A richiesta, e tramite sportello fisico, orienta la famiglia nella scelta della più opportuna configurazione di servizi disponibili sul territorio in considerazione del profilo socio-sanitario. In tale servizio si colloca anche la possibilità di godere, attraverso la sezione soci della Fondazione Easy Care, di prestazioni di consulto medico, guardia medica privata a domicilio, rimborso dei ticket sanitari, prestazioni di riabilitazione domiciliare, ecc. 2) Sostegno alla domiciliarità. In tale area di attività si collocano i seguenti servizi: a. supporto alla autoformazione del familiare Caregiver o delle assistenti familiari di unità didattiche finalizzate alla cura (igiene, mobilizzazione, alimentazione, idratazione, ecc.); b. supporto al reperimento di assistenti familiari formate e somministrate tramite agenzia per il lavoro; c. telesoccorso, teleassistenza, telecontrollo, telemonitoraggio; d. supporto alla individuazione di soluzioni per la domotica; e. assistenza domiciliare integrata privata. La presenza di Fimiv, nella compagine della Fondazione con il Consorzio Mu.Sa., come soggetto mutualistico di riferimento nazionale valorizza il ruolo di Fondazione Easy Care come soggetto protagonista di un reale welfare comunitario e territoriale. Il Network socio-sanitario di Fondazione Easy Care: a) si rivolge all’Ente Pubblico: fornisce al decisore pubblico un sistema unitario in grado di integrare l’offerta (pubblica, profit e no-profit) esistente su un territorio e, sulla base del profilo socio-sanitario assegnato dai Servizi Pubblici, individuare e proporre moduli di servizi innovativi, personalizzati sotto l’aspetto del bisogno e più sostenibili sotto l’aspetto delle risorse necessarie. b) si rivolge alle Persone Anziane e loro Famiglie: fornisce al cliente-consumatore un servizio di informazione, presa in carico, orientamento ed erogazione di soluzioni integrate di servizio personalizzate. c) si rivolge al “mercato organizzato”: fornisce al cliente professionale (Casse Pensionistiche, Assicurazioni, Mutue Assicuratrici, Circuiti di Offerta) un servizio di informazione, presa in carico, orientamento ed erogazione di soluzioni integrate di servizio personalizzate. I servizi offerti dal network (per la massima parte forniti dalle cooperative sociali aderenti) si caratterizzano per una estrema eterogeneità e flessibilità nella combinazione proposta. Si prevedono diversi profili di servizio base al quale aggiungere le personalizzazioni più appropriate alla condizione assistenziale, familiare, abitativa ed economica. Infine una numerosa serie di servizi a chiamata rispondono a situazioni di effettivo bisogno. 3) Sostegno alla famiglia In tale area di attività si collocano i seguenti servizi: a) ricoveri programmati di sollievo; b) supporto alla dimissione ospedaliera programmata; c) accoglienza presso nuclei orientati in strutture residenziali. I clienti di Prontoserenità possono godere di: - agevolazioni tariffarie; - prelazione sulle liste di attesa; - finanziamento al consumo della spesa. Funzionamento Operativo - Card personalizzata per l’accesso al network dotata delle più recenti tecnologie digitali. - Sportelli di orientamento: punto informativo destinato a famiglie e anziani per orientarsi all’interno della rete dei servizi socio - sanitari territoriali e per favorire l’incontro tra cittadini e Istituzioni. - Sito internet e piattaforme informatiche: sito web www.easy-care.it e www.prontoserenita.it contenenti servizi, link e contatti che permette agli associati di verificare in tempo reale i servizi attivi sulla propria card e richiederne di ulteriori. - Call center attivo 24 ore su 24. - Numero verde informativo e di orientamento. - Newsletter on line. Il piano di sanità integrativa che Mutua Nuova Sanità ha studiato e propone per il CCNL della cooperazione sociale 111 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3 prevede l’erogazione dei servizi socio assistenziali proposti dalle stesse cooperative sociali che aderiscono al network Prontoserenità in tutto il territorio nazionale: ciò consente alla cooperative sociali, anche le più piccole dimensionalmente, di poter erogare servizi aggiuntivi, e quindi aumentare l’occupabilità ed il lavoro professionalmente qualificato dei propri soci, alle famiglie nei diversi territori. 112 Rapporto sulla cooperazione in Emilia-Romagna Capitolo 3