IN ABBINAMENTO AL
Anno VII - Numero 10 - Novembre 2011
Farmaci: penalizzata
l’innovazione
Manovre anti-crisi
pesano sulla salute
www.azsalute.it
L’ipertensione non
risponde alle cure?
Un piccolo intervento
al rene la guarisce
Una malattia
d’altri tempi?
Macché, la gotta
è di nuovo tra noi!
Pelli sintetiche, piante,
nuove leghe metalliche
Ecco come cambia
il mondo delle allergie
Quello stress che
condiziona la vita
Un fenomeno
sempre più diffuso
lu t e
A Z Sa timo
l
ogni duì del mese
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merco to gratuitloia
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Richidicolante!
e
AZ SALUTE
Anno VII - Numero 10
novembre 2011
Mensile in abbinamento gratuito
al “Giornale di Sicilia”
IN ABBINAMENTO AL
4
Le straordinarie conquiste
della chirurgia mininvasiva
20
Quel pericoloso tumore alla bocca.
Spesso la causa è il Papillomavirus
di Nicoletta Termine
Anno VII - Numero 10 - Novembre 2011
L’ipertensione non
risponde alle cure?
Un piccolo intervento
al rene la guarisce
Pelli sintetiche, piante,
nuove leghe metalliche
Ecco come cambia
il mondo delle allergie
www.azsalute.it
In questo numero
Farmaci: penalizzata
l’innovazione
Manovre anti-crisi
pesano sulla salute
Quello stress che
condiziona la vita
Un fenomeno
sempre più diffuso
Una malattia
d’altri tempi?
Macché, la gotta
è di nuovo tra noi!
e
AZ Salut o
ogni ultim
del mese
mercoledì gratuito
ato
in alleg ale di Sicilia
al Giorn
al tuo
Richiedilolante!
edico
6
Piante, metalli, pelli sintetiche.
Attenzione alle nuove allergie
di Manuela Campanelli
21
Malattie reumatiche e qualità di vita.
La rivoluzione dei farmaci biologici
Storie di copertina di Giovanni Pepi
Direttore Responsabile
Carmelo Nicolosi
Rubriche
Minnie Luongo
Giuseppe Montalbano
Luciano Sterpellone
Arianna Zito
Hanno collaborato a questo numero
Vincenzo Adamo
Riccardo Ascoli
Giorgio Brunelli
Manuela Campanelli
Paola Mariano
Germana Pagliaro
Nicoletta Termine
8
Quello stress che condiziona la vita.
Ma sappiamo davvero cos’è?
di Germana Pagliaro
10
Alleanza tra oncologi e ginecologi
nella guerra al tumore ovarico
12
Sclerosi multipla e staminali.
Al via un maxi-studio mondiale
di Paola Mariano
22
Il coraggio di Ippocrate.
Quando un medico ama le sfide
di Giorgio Brunelli
24
Ecco come medicina e politica
possono essere grandi amiche
di Monica Diliberti
25
Infezione da pneumococco.
Una protezione in più per gli adulti
Coordinamento redazionale
Monica Diliberti
Editrice
AZ Salute s.r.l.
Registrazione del Tribunale
di Palermo n. 22 del 14/09/2004
Redazione
Via XX Settembre, 62 - 90141 Palermo
Tel. 091-6255628
Fax 091-7826385
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Redazione di Milano
Responsabile
Cinzia Testa
Sala Stampa Nazionale
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Tipografia
AGEM San Cataldo (CL)
Fotografie: foto di stock, AAVV,
ICPOnline www.icponline.it
www.azsalute.it
14
Farmaci: penalizzata l’innovazione.
Manovre anti-crisi pesano sulla salute
di Carmelo Nicolosi
15
Un Punto Informativo
per i malati oncologici
di Vincenzo Adamo
16
Un rene in regalo.
Gesto di grande amore
di Monica Diliberti
17
Check-up per un Vip
Robert Schumann.
Musica dagli angeli
di Luciano Sterpellone
18
I nostri bambini
Recuperare la bella tradizione
di sedersi tutti insieme a tavola
di Giuseppe Montalbano
26
Quei dolorosi attacchi di gotta.
Malattia tutt’altro che scomparsa
27
Il ponte per il paziente
di Riccardo Ascoli
28
Focus Associazioni
Una giornata sul Parkinson
per combattere la disinformazione
di Minnie Luongo
29
Salute da sfogliare
Chissà cosa si prova a ballare
di Arianna Zito
30
Pillole di salute
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SALUTE AZ
EDITORIALE
Trapianto di rene da vivente
Opportunità poco conosciuta
I
nnegabilmente è un grande atto d’amore.
Verso il figlio, il fratello, la persona amata...
La voglia di salvarla dall’incubo della dialisi, di
quella macchina che ti dà modo di vivere ripulendo, più giorni la settimana, il sangue reso impuro
da reni che non filtrano, che non funzionano.
L’unica alternativa alla dialisi è il trapianto, ma le
liste d’attesa, per avere assegnato un rene da cadavere, sono lunghe, troppo lunghe e, a volte, il
destino non dà il tempo di aspettare. Ed ecco che
può scattare l’atto d’amore: la cessione di un rene,
da vivente.
Oggi, il trapianto di rene da donatore vivente è
considerato un’alternativa valida a quella da cadavere. Anzi, secondo statistiche norvegesi (la
Norvegia pratica questo tipo di trapianto dal 1968
come prima opzione terapeutica), un’ottima scelta, visto che in tutti questi anni non ci sono stati decessi operatori, né postoperatori, che l’aspettativa
di vita del donatore non risulta modificata e che il
recupero dei soggetti trapiantati è completo.
Eppure, in Italia, il trapianto di rene da vivente rappresenta solo l’11 per cento di tutti i trapianti. E
ci si chiede il perché. La risposta più valida è che,
ancora, la donazione di rene da vivente non è adeguatamente conosciuta.
Si tende sempre ad accostare il trapianto d’organo
ad una persona deceduta. Da qui, l’importanza di
rendere edotta la popolazione sulla possibilità di
poter donare un rene quando si è in vita, un’occasione per offrire a chi è affetto da insufficienza renale grave l’opportunità di “ritornare” a vivere.
In Italia, la legge 458/1967, autorizza la donazione e
il trapianto di rene da vivente, sia tra consanguinei
sia tra estranei affettivamente collegati – quando
manca la disponibilità dei primi – ma non esclude
la possibilità di casi di donazione di rene anche tra
persone estranee, come, per esempio, nel caso
della donazione “samaritana”.
La legge riporta una serie di garanzie al fine di garantire la libera volontà del potenziale donatore e
la sua consapevolezza dell’atto che andrà a compiere a fini solidaristici, con espresso divieto di finalità di lucro. Indispensabile la valutazione da parte
di un collegio medico dell’idoneità fisica e psichica
del donatore, oltre, naturalmente, alla compatibilità tra i soggetti.
A pagina 16 riportiamo la commovente testimonianza, fatta ad AZ Salute, di una coppia che ha
superato il tunnel del dolore: un esempio di grande
valore morale che, ne siamo certi, rappresenterà
un modello per altre persone che vivono la stessa
condizione. La storia di un trapianto di rene da vivente che ci riconcilia con la vita.
Al centro delle pagine di questo numero, i lettori
troveranno, allegato, un opuscolo che può essere
staccato e conservato, sul trapianto di rene da vivente: lo ha preparato la nostra redazione su incarico del Centro Regionale Trapianti, traendolo da
un documento elaborato da un gruppo di esperti
del Centro Nazionale Trapianti che lavora e lotta
per salvare più vite possibili di persone che, senza
un trapianto di rene, di cuore, di polmone, di pancreas, non avrebbero alcuna possibilità di continuare a vivere.
Riteniamo l’opuscolo “Il trapianto di rene da donatore vivente: la scelta che può cambiare una vita”
un regalo di grande valenza sociale: otto pagine
che, veramente, possono cambiare una vita. Ringraziamo il Centro Regionale Trapianti per questo
omaggio ai cittadini siciliani.
Un omaggio che veicoliamo con grande piacere.
di Carmelo Nicolosi
È considerato
una valida
alternativa
al trapianto
da cadavere.
All’interno
della rivista
un opuscolo
informativo
AZ SALUTE
Una rivoluzione tecnologica impensabile anni fa
Le straordinarie conquiste
della chirurgia mininvasiva
L
A Palermo,
all’incontro
organizzato dal
Maria Eleonora
Hospital, i più
bei nomi della
cardiologia,
chirurgia
cardiovascolare ed
interventistica
a chirurgia cardiovascolare fa grandi passi in
avanti, tanto che si parla di nuova Era. Di fatto,
le più recenti tecnologie offrono la possibilità di
attuare interventi prima impensabili: operare parti del
cuore senza tagli al torace, arresto cardiaco, circolazione extracorporea, e intervenire anche in pazienti di
oltre 80 anni o persone affette da altre severe malattie.
E oggi la chirurgia mininvasiva invade anche il campo
dell’ipertensione, la causa più diffusa di mortalità.
Nei casi in cui l’alta pressione non può essere efficacemente controllata con i farmaci, è possibile praticare
un intervento mininvasivo di denervazione renale. In
altre parole, si procede ad una selettiva disattivazione
di alcune terminazioni nervose del rene, raggiungendo
così una riduzione duratura della pressione del sangue.
L’idea è nata dalla scoperta che nel meccanismo della
regolazione della pressione arteriosa un ruolo importante è giocato dal rene. L’approccio, del tutto nuovo,
consiste nell’introduzione di un catetere dall’arteria
femorale fino al rene. Il dispositivo è collegato ad un
generatore che eroga energia a radiofrequenza e a
bassa potenza che va ad inattivare, in modo selettivo,
i nervi renali interessati nel meccanismo della pressione sanguigna, riducendola. L’intervento dura tra i 40
e i 60 minuti, il paziente viene sedato leggermente in
modo da restare vigile, ma di non avvertire alcun dolore. Va detto che l’ipertensione se non controllata, nel
tempo, provoca danni alle pareti delle arterie, aumentando il rischio di infarto, ictus, scompenso cardiaco,
insufficienza renale e problemi oculari.
Uno studio attuato in 24 centri di Europa, Australia e
Nuova Zelanda, ha evidenziato non solo l’efficacia dell’intervento di denervazione renale, ma anche l’assenza di particolari eventi avversi o complicanze ad esso
associate.
Il trattamento mininvasivo è stato presentato al quinto congresso nazionale “Interventistica e chirurgia
cardiovascolare” che si è tenuto a Palermo, presieduto dal cardiochirurgo professore Renato Albiero,
unitamente al professore Luigi Tavazzi. Responsabile scientifico il dottore Antonio Micari. L’incontro
ha riunito nel capoluogo siciliano i più bei nomi della
cardiologia, della chirurgia cardiovascolare e di quella
interventistica. La segreteria organizzativa è stata seguita dalla Collage Congressi e il coordinamento della
segreteria scientifica affidato alla dottoressa Maria
Letizia Lunetto.
«Presto, al Maria Eleonora Hospital di Palermo attueremo il primo intervento di denervazione renale
in Sicilia», annuncia il dottore Antonio Micari che è
anche coordinatore di uno studio, presentato al Congresso europeo di interventistica EuroPCR 2011, su
una nuova metodica che utilizza palloncini medicati
nell’angioplastica delle arterie femorali. Il restringimento in queste arterie porta una scarsa irrorazione
alle gambe, fenomeno che determina la claudicatio
intermittens, meglio conosciuta come la malattia
delle vetrine: il soggetto che ne è affetto, fatta un
po’ di strada viene colpito da dolori crampiformi (nei
casi più gravi il dolore insorge anche a riposo) ed è
SALUTE AZ
costretto a fermarsi. E finge di guardare le vetrine. La
terapia della stenosi o dell’occlusione delle femorali superficiali è, allo stato attuale, rappresentata o dalla chirurgia, con l’apposizione di bypass, o dall’angioplastica
(la riapertura del lume del vaso a mezzo di un palloncino introdotto nell’arteria). Purtroppo, in non pochi casi
sopraggiunge un nuovo restringimento (restenosi). Per
evitarla, sono stati approntati dei palloncini contenenti
un farmaco antiproliferativo (paclitaxel) che “spalmato” all’interno dell’arteria riduce la restenosi.
Lo studio coordinato dal dottore Micari ha dimostrato,
ad un anno, un abbattimento del valore della restenosi
al 13 per cento. «Per la prima volta – sottolinea Micari
– è stato dimostrato che l’uso del pallone medicato apporta un significativo miglioramento nei pazienti».
Al congresso di Palermo, un’intera sessione è stata dedicata alla stenosi aortica degenerativa (o calcifica), la
malattia di valvole del cuore più frequente tra la popolazione occidentale, generata da cause congenite, reumatiche, infettive e che può portare al decesso entro
pochi anni. Ora, è possibile sostituire la valvola, nei casi
ad alto rischio operatorio, con l’utilizzo di nuove protesi
(TAVI) che permettono di intervenire, attraverso l’arteria femorale o praticando un piccolo taglio nel torace.
«È una tecnica con una percentuale di successo di circa il 90 per cento che va utilizzata però con principi di
sussidiarietà rispetto al trattamento chirurgico e solo in
casi in cui quest’ultimo presenti fattori di rischio molto
elevati come calcificazioni dell’aorta ascendente, precedente radioterapia toracica, reintervento su protesi,
età molto avanzata, compromissione multiorgano»,
osserva il professore Albiero, direttore scientifico del
Maria Eleonora Hospital di Palermo.
Nella Sicilia occidentale, al Maria Eleonora Hospital, è
stato praticato anche il primo caso, per via percutanea,
di occlusione dell’auricola (o orecchietta) sinistra del
cuore il sito dove più di frequente, nei pazienti con fibrillazione atriale cronica, si formano coaguli di sangue
(trombi) con il rischio severo di ictus, la terza causa di
mortalità, ischemie degli arti e dei vasi intestinali.
La fibrillazione atriale, la più comune aritmia cardiaca, colpisce circa il 5 per cento della popolazione di
età superiore ai 65 anni e può arrivare a superare il 13
per cento dopo gli 80 anni. Di fatto, la prevalenza dell’aritmia tenderà a crescere nei prossimi anni a causa
dell’allungamento della vita media. La nuova strategia terapeutica, basata sulla prevenzione degli eventi
trombo-embolici attraverso la chiusura dell’auricola
sinistra, ha dimostrato, in diversi studi internazionali,
la sua efficacia. Un dispositivo viene introdotto fino
alla cavità atriale sinistra, attraverso un catetere guida, per via transcutanea (senza apertura del torace)
e sotto scopia.
L’occlusione per via transcutanea dell’auricola sinistra
viene vista come un’ottima alternativa alla terapia
medica anticoagulante orale a lungo termine per la
prevenzione di ictus, anche
per l’aumentare dei soggetti
anziani con fibrillazione atriale
nei quali la somministrazione
continua di anticoagulanti non
è consigliata, per non dire degli
elevati costi per la Sanità di una
tale terapia a lungo termine.
Altra conquista di rilievo della
minichirurgia è la possibilità di
intervenire nel piede diabetico
per evitarne l’amputazione.
Il Gruppo Villa Maria ha prodotto un vasto progetto di
rete per il piede diabetico del
quale fanno parte i centri di
Torino, Roma, Rapallo, Bari
e Palermo.
Renato Albiero
Il diabete sta galoppando
nel mondo. Si stima che ne
siano affetti oltre 120 milioni
di soggetti e che tra meno di
15 anni saranno circa 250 milioni, a causa dell’aumentare
dell’età, della sedentarietà,
dell’obesità, del cambiamento del regime alimentare.
In Italia, la prevalenza di diabete è stimata intorno all’8
per cento della popolazione.
Le complicanze sono: malattie del cuore, insufficienza
renale, cecità, piede diabetico. Il 40-70 per cento delle
amputazione delle estremità
inferiori è dovuta al diabete
mellito e l’85 per cento delAntonio Micari
le amputazioni è legata ad
ulcere al piede. Purtroppo, la maggior parte dei Nella foto di apertura
pazienti diabetici non viene sottoposta a regola- del servizio: una
ri controlli delle estremità inferiori. E dire che il panoramica della
diabetico può non rendersi conto di microtraumi “Sala di Maggio” della
o lesioni della cute del piede a causa della perdita Società Siciliana per
la Storia Patria di
di sensibilità dell’arto.
Palermo, sede del
L’Organizzazione mondiale della sanità si è posta V Congresso Nazionale
l’obiettivo di ridurre almeno del 50 per cento il “Interventistica
numero delle amputazioni nel mondo. A tal fine, e chirurgia
è necessario essere consapevoli dell’entità del cardiovascolare”
problema, promuovere la prevenzione attraverso visite podiatriche, la prescrizione di apposite
calzature, la creazione di équipe specializzate nel
trattamento multidisciplinare del piede diabetico.
Oggi, se il problema è individuato in tempo, si può
ricorrere alla microchirurgia e, in molti casi, preservare il piede. In centri altamente specializzati il
salvataggio d’arto è superiore al 90 per cento.
AZ SALUTE
Un problema in progressivo aumento
Piante, metalli, pelli sintetiche
Attenzione alle nuove allergie
di Manuela Campanelli
A
Sempre più
italiani fanno i
conti con riniti,
asma, dermatiti
da contatto.
Cresce il numero
di sostanze che
l’organismo
riconosce come
nemiche
chi si domanda perché le allergie siano in
aumento, perché la rinite sia “lievitata” nella
popolazione generale fino al 15 per cento negli ultimi cinque anni, perché l’asma abbia raggiunto
il 7 per cento e perché le gravi reazioni anafilattiche
ai farmaci stiano facendo registrare un’impennata,
oggi si può dare una possibile risposta: le cause che
mettono alle strette il nostro sistema immunitario
spesso sono nuove.
Se il meccanismo che sta alla base di un’allergia è
sempre lo stesso – il nostro sistema immunitario riconosce come “nemiche” sostanze che non lo sono affatto e si difende tenacemente producendo anticorpi
che le possono annientare –, situazioni emergenti
lo mettono continuamente alla prova. Nuove leghe
metalliche, innovativi surrogati di pellami e coloranti
ricchi di nichel, cromo o cobalto, oggi gettonatissimi
perché più economici dei loro corrispondenti autentici, possono scatenare per esempio un’allergia
da contatto diffusa che, fortunatamente, si limita a
causare ponfi nei punti in cui i materiali allergizzanti
toccano la pelle.
Alcune piante ornamentali, per esempio i cipressi
(ogni anno, nel nostro Paese, ne viene importato circa un milione), diffondono nuovi allergeni da inalazione che scatenano una sintomatologia spesso diffi-
cile da diagnosticare (soprattutto a febbraio–marzo
quando si confonde con forme di raffreddamento) e
che è particolarmente insidiosa.
Un’altra causa emergente è l’enorme diffusione dell’ambrosia nei terreni incolti, dovuta dall’abbandono
delle campagne, che provoca soprattutto nel Nord
Italia i sintomi da febbre da fieno.
La spiegazione viene dai Nobel
Ma come si spiega un così importante aumento delle
allergie? «Il merito, o la colpa, è delle cellule dendritiche. Per la loro scoperta e quella del loro ruolo, Ralph
Steinman ha ricevuto quest’anno il Premio Nobel»,
spiega il professore Floriano Bonifazi, direttore
del Dipartimento di malattie immuno-allergiche e
respiratorie dell’Azienda Ospedaliera di Ancona e
presidente onorario dell’Associazione Allergologi e
Immunologi Territoriali Ospedalieri (AAITO).
«Queste cellule – dice Bonifazi –, caratterizzate da
lunghe propaggini paragonabili ai tentacoli di una
piovra, sono delle vere e proprie sentinelle dell’immunità: scandagliano organi e tessuti alla ricerca di
un virus, un batterio o una sostanza apparentemente
pericolosa e, quando lo trovano, danno un segnale
d’allerta facendo partire una reazione di difesa. In altre parole, “dicono” che c’è una situazione di rischio
SALUTE AZ
ai linfociti T che, a loro
volta, passano la parola ai linfociti B i quali
cominciano a costruire
anticorpi specifici e a
dare avvio a sistemi di
difesa più sofisticati».
Alle cellule dendritiche
spetta dunque “l’ultima parola”: sono loro
che decidono se tollerare una sostanza o se
“aizzarle” contro tutto
Floriano Bonifazi
il nostro sistema immunitario. Poiché si trovano dappertutto, dalla pelle,
all’intestino, all’albero respiratorio, e sono capaci di
spostarsi attraverso la linfa da un capo all’altro del
nostro corpo, si capisce perché riescono a compiere
la loro “rivoluzione” anche a distanza.
Occhio alle nuove cure
Una causa emergente di allergia può riguardare i farmaci biologici. Su di essi, gli allergologi hanno puntato l’attenzione.
Per limitare queste reazioni allergiche, la federazione
delle società allergologiche ha realizzato un registro
su cui riportare la frequenza della loro insorgenza, il
numero delle somministrazioni dopo le quali si sviluppano i sintomi e le persone identificate a rischio.
Per evitarle, i medici dovrebbero far eseguire un test
di ricerca degli anticorpi anti-farmaco.
un’allergia alimentare. Accade così che si entri a far
parte di quel vero e proprio esercito dei sensibilizzati ad alcuni nutrienti che, attualmente, sono l’8 per
cento nella nostra popolazione: in pratica, ben 1-1,5
milioni di adulti e 2-3 milioni di bambini nel nostro
Paese hanno un sistema immunitario che fa errori: i
loro linfociti T “regolatori”, invece di tollerare alcuni
nutrienti li riconoscono come non propri e fanno partire un’acerrima battaglia contro di loro.
Una reazione allergica inaspettata può capitare
a qualsiasi età e può essere legata anche a cause
occasionali. Per esempio, a sforzi fisici fatti a distanza di 2-4 ore da un pasto a base, per esempio,
di alimenti preparati con il grano (pane, pasta, biscotti) che contiene gliadina, una sostanza per alcuni allergizzante. Oppure essere correlata al tipo
di pesce mangiato: nei crostacei e nei molluschi, le
tropomiosine e le parvalbumine possono scatenare una crisi allergica, mentre nelle alici e nelle acciughe si può invece annidare un verme parassita,
l’anisakis, che se ingerito crudo dà vomito, diarrea
e sintomi allergici anche severi.
L’inquietante legame asma-allergia-obesità
I bambini obesi hanno un rischio doppio di sviluppare
l’asma, mentre i piccoli e gli adolescenti già asmatici
e con diversi chili di troppo corrono il pericolo di avere un’asma più grave e più difficile da controllare con i
farmaci e di andare incontro a riacutizzazioni tre volte più frequenti e importanti. A determinare questo
legame tra allergie e peso corporeo sembrano essere
le sostanze prodotte dalle cellule adipose, la leptina
in testa a tutte, che incidono sul funzionamento delle
cellule dendritiche rendendole più sensibili a reagire.
«Questa scoperta – dice il professore Bonifazi – ha
dato nuovi input. Oggi, si fa più attenzione ai figli di
genitori allergici: si cerca di non farli diventare in sovrappeso. Allo stesso modo, si raccomanda alle mamme e ai papà di tenere sotto stretto controllo il peso
dei propri bambini con il “fischietto” asmatico».
Allergici a un alimento da un giorno all’altro
All’improvviso, i cibi che si sono sempre mangiati
senza problemi possono diventare pericolosi per
la propria salute. Succede a persone atopiche, cioè
predisposte alle allergie, che magari non hanno
mai avuto sintomi: a un certo punto della loro vita,
l’assunzione di alcuni farmaci o un’alterazione del
proprio sistema immunitario possono smascherare
Un sito per combattere le allergie
Le allergie stanno diventando la malattia del XXI secolo. Di fronte a questa situazione di emergenza, il nostro Servizio Sanitario
Nazionale (SSN) non sembra attrezzato per affrontarla al meglio. «Solo in otto Regioni – sottolinea Floriano Bonifazi – i Piani
Regionali prevedono azioni di politica sanitaria in tema di allergopatie. Nella maggior parte delle realtà italiane, il rapporto tra
servizi di allergologia-abitanti è di 1/106.000, molto al di sotto di
quello indicato dagli standard europei e dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che raccomandano la presenza di un allergologo dedicato full time alle attività assistenziali ogni
50.000 abitanti». Per venire incontro alle disattese esigenze dei
nostri connazionali allergici (nel 2025, più del 50 per cento degli
italiani sarà allergico) è stato attivato un sito Internet.
Digitando www.allergie.pazienti.org, si potrà trovare una mappa di 50 centri garantiti da una società scientifica, l’Associazione
Allergologi e Immunologi Territoriali Ospedalieri (AAITO).
AZ SALUTE
Un fenomeno sempre più diffuso
Quello stress che condiziona la vita
Ma sappiamo davvero cos’è?
P
di Germana Pagliaro
A volte, quando
non riusciamo a
liberarci dalle ansie,
l’organismo rimane
in una situazione di
costante tensione e
allarme. Ecco come
intervenire
alline di gommapiuma antistress, collant
no stress, creme per pelli secche e stressate e perfino bagnoschiuma Aroma Therapy Anti-Stress. Ogni anno, le aziende sfornano centinaia di prodotti diversi per combattere
lo stress, ma allora perché ci sentiamo sempre
più stanchi? Attualmente, lo stress si pone
come uno dei problemi sociali più rilevanti, cui
va data una tempestiva risposta a livello sia di
cura sia di prevenzione.
Col termine “stress”, che ha
origine dagli studi del fisiologo Hans Seyle, s’intende
la risposta biologica aspecifica del corpo a qualsiasi
richiesta ambientale e gli
“stressor” sono i vari tipi di
stimoli o agenti che suscitano tale reazione (ad esempio, un esame da affrontare, un capoufficio difficile
da gestire, un problema da
risolvere, ecc.).
Un evento stressante produce lo stress acuto o eustress, che è benefico: la
persona riceve una forte
sollecitazione psicofisica
che la mette in grado di poter intervenire e risolvere
situazioni e problemi urgenti e impegnativi, con prontezza ed efficacia,
in tempi brevi.
Tale reazione dovrebbe esaurirsi con la risoluzione del problema e far tornare l’organismo in uno
stato di rilassamento.
Può accadere, invece, che questa condizione di
“attivazione” permanga anche in assenza di stimoli stressanti o che la persona reagisca in modo
esagerato a eventi di lieve entità. Quest’alterazione permanente porta ad uno stato di stress
cronico o distress molto dannoso per l’individuo.
In questo processo di cronicizzazione, lo stress
costringe l’organismo a permanere in una situazione di costante tensione e allarme, anche non
necessario, prosciugandone le energie. In questo modo, non si riesce più a gestire bene eventi
stressanti anche tollerabili e giungono segnali di
pericolo dall’interno, come se ci fossero ancora
problemi e difficoltà reali all’esterno, andando
incontro a disturbi di vario genere.
Le patologie più comuni legate allo stress sono
senso d’allarme, difficoltà di concentrazione e
di decisione, ansia, insonnia, attacchi di panico,
pensieri ripetitivi, irritabilità, indebolimento del
sistema immunitario, disturbi gastrointestinali,
contratture muscolari, vertigini, cefalee, mancanza di energia.
Come possiamo capire se siamo soggetti a rischio? Esistono dei comportamenti che possono fungere da veri e propri campanelli d’allarme
che non dobbiamo sottovalutare: camminare
e/o mangiare velocemente, sentirsi confusi o
sovraccaricati, controllare tutto, essere soggetti a dimenticanze o sbadataggini, non riuscire a
“fermarsi” mai, sudare abbondantemente, avere
difficoltà ad addormentarsi o soffrire d’insonnia,
sentire i muscoli doloranti e contratti, avere il fiato corto.
Inizialmente, è consigliabile imparare a prendersi
delle pause durante il giorno e, quando è possibile, fare una vacanza rilassante, coccolarsi con
hobby gratificanti, leggere, fare sport e avere
un’alimentazione sana. Se questo dovesse risultare difficile, allora è necessario chiedere aiuto.
È possibile rivolgersi al proprio medico che può
prescrivere un consulto psicologico o, ancora più
specificatamente, proporre un intervento Funzionale Antistress.
La metodologia Funzionale Antistress, fondata
dal professore Luciano Rispoli, riesce in poco
tempo e in modo duraturo, con tecniche mirate, a recuperare la respirazione diaframmatica
profonda, l’unica in grado di generare condizioni
di calma e di benessere; a sciogliere contrazioni e tensioni croniche eseguendo un massaggio
profondo dei muscoli; a recuperare morbidezza,
fluidità e calma con specifiche sequenze di movimenti; a riacquistare una condizione vagotonica,
indispensabile a invertire il fenomeno dello stress
cronico, attraverso l’intervento sul diaframma e
sulle innervazioni del neurovegetativo portando
la persona a poter attingere pienamente a tutte
le sue potenzialità quando desidera, una volta
che esse siano state ritrovate, riscoperte e ricostruite pienamente.
APPASSIONATI ALLA VITA
CI SONO MOMENTI CHE VALGONO ANNI DI RICERCA.
OGNI GIORNO PORTIAMO LA PASSIONE PER LA VITA NEI NOSTRI LABORATORI,
NEI NOSTRI UFFICI, NEGLI OSPEDALI, NELLE VOSTRE CASE. LAVORIAMO PER
MIGLIORARE LA SALUTE ATTRAVERSO LA RICERCA E LO SVILUPPO DI FARMACI
E VACCINI INNOVATIVI. IL NOSTRO IMPEGNO RAGGIUNGE TUTTI, ANCHE
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AZ SALUTE
In Italia, ogni anno, si ammalano 4.500 donne
Alleanza tra oncologi e ginecologi
nella guerra al tumore ovarico
O
In 8 casi su 10,
la diagnosi arriva
troppo tardi.
L’impegno di AIOM
e SIGO per invertire
questa tendenza
gni anno, in Italia, sono 4.500 le donne
nosi. «Possiamo insistere sui fattori di rischio
che si ammalano di tumore dell’ovaio e
evitabili, come il fumo e il sovrappeso – spiega il
3.000 muoiono. La causa di questa alta
professore Nicola Surico, presidente della SIGO
mortalità sta nel fatto che ancora, molto spesso,
– e spiegare alle nostre pazienti chi deve prestala diagnosi viene posta quando la malattia – che
re particolare attenzione. Allerta per chi non ha
rimane a lungo silenziosa – è già in fase avanzata.
figli, chi ha avuto un menarca precoce e una meQuesto accade 8 volte su 10 e la sopravvivenza
nopausa tardiva. Si sottovaluta, inoltre, il peso
è appena del 30 per cento. Inoltre, in questi casi,
della familiarità: chi ha una madre o una sorella
anche se si interviene, l’80 per cento delle volte il
affetta da carcinoma ovarico va sottoposta ad
tumore si ripresenta.
un attento monitoraggio».
«Dobbiamo affrontare due grandi sfide – dice il
Ma come ci si deve comportare in caso di dolori
professore Marco Venturini, presidente dell’Assospetti? «È consigliabile effettuare subito una
sociazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM)
visita ginecologica, un’ecografia e il dosaggio del
–: la diagnosi precoce e la prevenzione delle recimarcatore tumorale CA 125, per stabilire se ci trodive. Per riuscire a vincerle, è fondamentale una
viamo in presenza di un carcinoma ovarico – spiegestione della malattia condivisa tra oncologi
ga la professoressa Nicoletta Colombo, direttore
e ginecologi. La collaborazione è invece attualdell’Unità di Ginecologia Oncologica, Istituto Eumente ritenuta insufficiente dal 63 per cento dei
ropeo di Oncologia (IEO) di Milano –. In base allo
primi e dal 32 per cento dei secondi».
stadio tumorale, si decide immediatamente per un
Il dato emerge dalla prima indagine nazionale
intervento chirurgico. Segue poi un trattamento
condotta tra i medici delle due categorie che
chemioterapico, per migliorare per quanto possiha coinvolto oltre 1.100 esperti. L’AIOM e la
bile la prognosi della paziente».
La ricerca, fortunatamente, è dalla parte delle
SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) hanno attivato un progetto per realizdonne colpite da questa temibile malattia. «Le
zare percorsi comuni per facilitare la gestione
pazienti non possono aspettare troppo – contimultidisciplinare della patologia e, al contemnua la ginecologa –. Negli ultimi anni, si è posta
po, migliorare l’informazione alle donne: a
grande attenzione nel cercare di identificare farbreve, verrà pubblicata la prima
maci che potessero ritardare le reciguida promossa dalle due Società
dive. Su questo fronte, vi sono però
scientifiche.
buone notizie. Dopo oltre 15 anni
Il cancro dell’ovaio è la sesta neopladi assenza di novità terapeutiche,
sia femminile più diffusa al mondo,
siamo in attesa di poter utilizzare lila prima per mortalità tra i tumori
beramente un nuovo e promettente
ginecologici. Interessa, per lo più, le
anticorpo monoclonale che agisce
donne in menopausa e non presenta
inibendo l’angiogenesi».
sintomi specifici. «Purtroppo – contiIl progetto che vede insieme AIOM e
nua Venturini – non esiste per questa
SIGO durerà per tutto il 2012. «Tra i
neoplasia l’analogo della mammonostri obiettivi, vi è la costituzione di
Marco Venturini
grafia, per questo dobbiamo spieuna rete di centri con una completa
gare alle donne quali siano i sintomi.
integrazione tra le figure professioIdentificarli non è facile, sono spesso
nali coinvolte. Ginecologo e oncolosfumati e generali, molto simili ai
go, in primo luogo, ma anche anatoben più frequenti disturbi gastroinmo-patologo, radiologo, psicologo,
testinali: stitichezza, sensazione di
determinanti per un approccio glogonfiore addominale, diarrea, diffibale ad una malattia che colpisce la
coltà digestive, nausea».
donna in maniera pesante nella sfera
Si può però agire come prevenzione
più intima e nella sua femminilità»,
correggendo alcuni stili di vita danconclude Surico.
Nicola Surico
10
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Leader mondiale nell’area della salute,
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AZ SALUTE
Italia in prima linea per la ricerca
Sclerosi multipla e staminali
Al via un maxi-studio mondiale
L
di Paola Mariano
Le cellule,
prelevate
dai pazienti,
dovrebbero
aiutare a
bloccare i
linfociti T, diretti
responsabili
della malattia
12
e cellule staminali del midollo osseo potrebbero bloccare una malattia neurodegenerativa grave per la quale ci sono
ancora poche possibilità di cura, la sclerosi
multipla. Dopo molti anni di intense ricerche,
grazie a scienziati italiani, parte finalmente una
sperimentazione clinica in cui queste cellule
verranno testate su un gruppo di pazienti e la
loro efficacia sarà confrontata con una sostanza placebo.
A dare l’annuncio, atteso da mesi negli ambienti
scientifici, è stato il professore Antonio Uccelli,
responsabile del Centro Sclerosi del Dipartimento di Neuroscienze dell’università di Genova, in
occasione del Congresso dei comitati europeo e
statunitense per il trattamento e la ricerca sulla
sclerosi multipla (Ectrims-Actrims) che si è tenuto il mese scorso ad Amsterdam.
Le staminali del midollo, chiamate cellule mesenchimali, hanno dimostrato in diverse ricerche la
capacità di bloccare le cellule del sistema immunitario che causano la malattia, i linfociti T.
La sclerosi multipla colpisce le fibre nervose. Si
tratta di una patologia autoimmune: il sistema
immunitario “va in tilt” e attacca come se fosse
un nemico la guaina che riveste le fibre nervose,
chiamata guaina mielinica, una membrana isolante indispensabile a proteggere le fibre nervose; senza la mielina, le fibre restano scoperte e
cominciano a disperdere il segnale nervoso.
Le cause della malattia restano purtroppo incerte anche se, come pure è il caso in altre patologie autoimmuni, potrebbe esserci lo zampino
sia di mutazioni genetiche che predispongono
alla patologia, sia di fattori ambientali. La sclerosi multipla, seconda causa di disabilità tra i giovani adulti dopo gli incidenti stradali, colpisce 2,5
milioni di persone nel mondo, di cui 450.000 in
Europa e 61.000 in Italia. Mediamente, si ammala
una persona su 1.000. L’insorgenza della malattia
(colpisce le donne con una frequenza doppia rispetto agli uomini) ha un picco tra i 20 e i 50 anni. I
sintomi possono variare dalla riduzione o perdita
della mobilità, all’insensibilità, al formicolio, fino
alla cecità e alla paralisi.
Purtroppo, manca ancora una cura definitiva per
la sclerosi multipla, oggi trattata soprattutto con
corticosteroidi e immunosoppressori (peraltro
non tutti i pazienti rispondono bene alle terapie).
Ma sempre ad Amsterdam sono stati presentati
studi promettenti su un anticorpo in sperimentazione su pazienti (alemtuzumab, già in uso nella
cura di alcuni tumori del sangue) che, oltre a prevenire le ricadute tipiche della malattia, sembra
capace di “riparare” il danno neurologico. In pratica, di invertire il decorso della patologia.
Un’altra promessa, che si fonda su anni e anni
di studi, arriva dalle cellule staminali mesenchimali del midollo osseo. Queste sono facilmente
prelevabili con l’agoaspirato e poi moltiplicabili
in provetta. Il loro numero può essere fatto crescere a dismisura prima di iniettarle per via endovena nei pazienti.
Da studi condotti dal gruppo di Uccelli negli anni
passati, è emerso che queste staminali, una volta
iniettate endovena, vanno a localizzarsi preferenzialmente negli organi periferici dove le cellule immunitarie, i linfociti, vengono istruiti per
SALUTE AZ
prepararsi ad attaccare eventuali patogeni, i cosiddetti
organi linfoidi. In questi “reparti speciali” del sistema
immunitario, le cellule mesenchimali impediscono l’attivazione dei linfociti T, responsabili della malattia, che
vanno ad attaccare le fibre nervose. Inoltre, le staminali
del midollo osseo inibiscono la produzione di molecole
che causano infiammazione dei tessuti.
Dopo avere accumulato una serie di prove sperimentali
molto incoraggianti, ora tutto è pronto per dare avvio
al maxi-studio clinico mondiale con le cellule staminali
mesenchimali autologhe, ovvero prelevate dallo stesso
paziente cui poi saranno re-iniettate (usare le proprie
cellule azzera il rischio di rigetto). Lo studio, finanziato
dalla Federazione italiana sclerosi multipla (Fism) e coordinato da Uccelli insieme al canadese Mark Freedman,
partirà all’inizio del 2012 ed è prevista una durata di circa
2 anni. I centri partecipanti saranno in totale una ventina
(Usa, Francia, Spagna, Gran Bretagna, Canada, Svezia),
di cui quattro italiani: l’università di Genova, il San Raffaele di Milano, l’ateneo di Verona e la cell-factory dell’Istituto Lanzani di Bergamo che produrrà le staminali
che verranno utilizzate nel ramo italiano dello studio.
I ricercatori dei vari Paesi, spiega Uccelli, adotteranno un
solo protocollo sperimentale (per avere una mole di dati
unica confrontabile) e poi i diversi studi verranno “fusi”
in un grande studio multicentrico, con analisi centralizzata dei dati in Svizzera. In questo modo, la spesa non
indifferente di una simile sperimentazione clinica potrà
essere divisa tra i vari centri partecipanti. Per le strutture
italiane, il costo previsto, supportato dalla Fondazione
Italiana Sclerosi Multipla Onlus (Fism), è stimato in circa
700 mila euro.
La sperimentazione coinvolgerà un numero rilevante di
pazienti: in Italia, saranno una trentina, su un totale di
160. Tutti i volontari arruolati in questo studio hanno la
malattia in fase attiva (cioè il sistema immunitario è attivo contro il tessuto nervoso), ma non riportano ancora
alcun danno neurale irreversibile.
Le cellule staminali estratte dai singoli pazienti verranno
moltiplicate in laboratorio e poi re-iniettate via endovena
ai pazienti, i quali saranno divisi in due gruppi: uno sarà
trattato con staminali e l’altro con placebo, una sostanza
inerte. Dopo sei mesi i gruppi saranno invertiti (chi prendeva placebo sarà trattato con staminali e viceversa), in
modo da verificare l’efficacia della terapia.
I dati accumulati finora su animali e in provetta dicono
che queste staminali potrebbero inibire l’infiammazione
che determina il danno neurale, fenomeno che porta all’invalidità e, al tempo stesso, fornire elementi protettivi
che facilitano la sopravvivenza delle cellule neurali attaccate dal sistema immunitario impazzito.
La valutazione finale sui pazienti sarà fatta sottoponendoli alla risonanza magnetica per verificare l’efficacia della terapia sull’infiammazione dei neuroni.
SCLEROSI E INSUFFICIENZA
VENOSA, UN LEGAME ANCORA
MOLTO INCERTO
C’è qualche perplessità sul supposto legame tra sclerosi
multipla e insufficienza venosa cronica cerebrospinale
(CCSVI) proposto dal medico Paolo Zamboni, secondo
i primi risultati dello studio COSMO, promosso
dall’Associazione italiana sclerosi multipla (Aism) proprio
per verificare l’ipotesi del medico ferrarese.
L’insufficienza venosa cronica cerebrospinale è
un’anomalia del flusso di sangue dovuta a restringimenti
delle principali vene del sistema nervoso centrale che
potrebbe concorrere al danno dei tessuti tipico della
sclerosi multipla.
Dall’analisi di circa 700 soggetti, già sottoposti ad
ecodoppler, su un totale di 2.000, è emerso (ma si tratta
per ora di dati preliminari) che in meno del 10 per cento
dei casi si evidenzia la presenza della Ccsvi. COSMO è
il più ampio studio epidemiologico multicentrico sulla
teoria e i risultati preliminari sono stati resi noti dal
professore Giancarlo Comi, direttore del dipartimento
neurologico dell’Istituto San Raffaele di Milano, in
occasione del congresso internazionale sulla sclerosi
multipla ad Amsterdam.
Nel suo studio, Zamboni ha visto che i malati di sclerosi
multipla spesso hanno la CCSVI, facendo profilare la
possibilità di cura in un intervento di riapertura dei
vasi ristretti. Ma questi risultati per ora non sembrano
confermati da COSMO.
Un’altra ricerca, di Andreas Laupacis del Michael’s
Hospital di Toronto, sembra avvalorare la teoria di
Zamboni: Laupacis ha riesaminato i dati di otto studi
(compreso quello di Zamboni) in cui si misurava il rischio
di CCSVI in pazienti con sclerosi multipla e in soggetti
sani: nei primi, il rischio è da 5 a 13 volte superiore.
Ma servono nuove ricerche per confermare il nesso tra le
due malattie e, anche se fosse dimostrato in via definitiva,
non è detto che sia la CCSVI a causare la sclerosi multipla,
né che curando la prima si guarirebbe la seconda.
13
AZ SALUTE
Rapporto Censis: italiani preoccupati
Farmaci: penalizzata l’innovazione
Manovre anti-crisi pesano sulla salute
È
da tempo che lo diciamo. Se la ricerca farmaceutica entra in sofferenza a farne le
spese sarà la salute di tutti noi, nessuno
escluso. Ma pare che ad una politica fortemente
miope stia più a cuore la cassa che la salute. Non
discutiamo sulla necessità, oggi, del contenimento della spesa, ma le manovre vanno fatte con
intelligenza e lungimiranza, non sulla pelle della
gente. Da un recente rapporto Censis emerge
che gli italiani affetti da tumore sono fortemente
preoccupati: tagli ai bilanci pubblici possono rendere ancor più difficile l’accesso
a terapie di ultima generazione, efficaci e con meno effetti
collaterali. E non hanno torto.
Ecco una perla: la manovra di
luglio di quest’anno recita che
le industrie farmaceutiche devono farsi carico, per un terzo,
del deficit delle regioni relativo alla spesa farmaceutica
ospedaliera. Come dire, io sforo il tetto di spesa e una parte
consistente del mio deficit lo
paghi tu, azienda del farmaco.
E questo, nonostante i farmaci
oncologici innovativi pesino per
meno dell’1 per cento sulla spesa sanitaria locale. Un provveMaurizio de Cicco
dimento che, non solo scarica
parte dello sforamento su chi fa meritoriamente
innovazione, ma che, a dirla tutta, va anche a disincentivare le politiche virtuose.
Va qui sottolineato che il tetto della spesa ospedaLe aziende liera è stato fissato in 2,5 miliardi di euro, somma
tutto inadeguata per un Paese con una lunga
farmaceutiche del
aspettativa di vita. La spesa effettiva si aggira, indovrebbero vece, sui 4 miliardi. Una bella frittata.
intervenire per Maurizio de Cicco, amministratore delegato Rocolmare gli che S.p.A., intervenendo nella Sala Capitolare del
Senato, alla presentazione dell’indagine nazionasforamenti delle le “Ad Alta Voce”, la prima in Italia sui bisogni dei
regioni in Sanità: pazienti ammalati di tumore, attuata dal Censis
una decisione in collaborazione con la Federazione italiana aspericolosa sociazioni di volontariato in oncologia (Favo), ha
espresso tutta la sua preoccupazione. «Non si
può gravare di un così pesante carico finanziario
chi mette a disposizione della collettività farmadi Carmelo Nicolosi
14
ci innovativi, frutto di ricerca e di costi non certo
indifferenti».
Non molti sanno che per lo sviluppo di un nuovo
farmaco occorrono 10-12 anni di lavoro e centinaia e centinaia di milioni di dollari di investimento (qualche anno fa, un rapporto indipendente
della Tufts University, quantificava in 800 milioni
di dollari – altri studi indicano 900 – l’investimento necessario per lo sviluppo di un farmaco). Considerato, tra l’altro, che la redditività delle aziende farmaceutiche è calata di molto negli ultimi
anni è difficile continuare a sostenere gli ingenti,
necessari investimenti in ricerca e sviluppo.
Un fenomeno che può avere un contraccolpo
enorme, forse ancora non ben capito o non ben
calcolato. E la gente, avendo “naso”, come emerge dal rapporto Censis, ha capito e si preoccupa
perché sa che è proprio grazie alle terapie sempre
più innovative se di tumore si muore di meno, pur
in presenza di una più elevata incidenza del male.
In Italia, a 5 anni dalla diagnosi – riporta il Rapporto Censis – c’è un buon 57 per cento di pazienti
oncologici liberi dalla malattia e sono 800 mila
quelli che hanno già superato i 10 anni.
Ad occuparsi dei malati di tumore è soprattutto la
famiglia. E c’è una quota altissima di anziani che
assiste altri anziani. I servizi sociali vengono ritenuti carenti o inesistenti, l’assistenza domiciliare
scarsa e insufficienti le forme di tutela. Di contro,
la qualità della sanità pubblica gode di una buona considerazione purtroppo, però, non in tutte
le regioni. Il 66 per cento denuncia disparità di
trattamento tra regioni e sono tanti gli affetti da
malattia tumorale che, in cerca di una sanità migliore, si spostano dal sud al nord.
Insufficiente viene anche ritenuta dai malati la
disponibilità di effettuare terapie innovative. «Le
preoccupazioni per il futuro – sottolinea Maurizio de Cicco – rischiano di essere fondate. Come
si è detto, il difficile quadro economico attuale
e un contesto italiano non favorevole all’innovazione, possono disincentivare gli investimenti in
ricerca e sviluppo».
Il grande timore è che, messe alle strette, grandi
aziende possano migrare verso Paesi più “accoglienti” dell’Italia. Per scongiurare ciò è necessario l’avvento di una politica industriale con un
quadro di riferimento certo e stabile.
SALUTE AZ
Al Policlinico “G. Martino” di Messina
Un Punto Informativo
per i malati oncologici
I
grandi impulsi della ricerca biomolecolare hanno permesso di migliorare l’approccio terapeutico in vari tumori, con un aumento dei tassi di
guarigione e della cronicizzazione della malattia
metastatica soprattutto della mammella, dell’ovaio e del colon.
Tuttavia, la patologia oncologica, che rimane tra
le principali cause di morbilità e mortalità, tende a
caratterizzarsi sempre più come un problema sociale di grande rilievo, in quanto costituisce, per il
paziente e per i familiari, una difficile prova esistenziale che investe tutti i profili della vita quotidiana,
dalle relazioni affettive a quelle sociali e lavorative.
Il trattamento del paziente oncologico deve avere,
quindi, come obiettivo principale quello di migliorare la qualità della vita, attraverso un’adeguata
valutazione dei suoi bisogni, delle sue possibilità di
scelta, della sua situazione familiare e sociale.
In questa prospettiva, si inserisce l’indagine nazionale “Ad Alta Voce. I tumori in Italia. I bisogni e le
aspettative dei pazienti e delle famiglie”, realizzata
dal Censis in collaborazione con la Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia
(Favo), che ha visto anche la partecipazione attiva
dell’Unità operativa complessa di Terapie Integrate in Oncologia, dell’Azienda ospedaliera universitaria, Policlinico “G. Martino” di Messina.
La rilevazione dei dati nel centro di Messina è stata
svolta dalla dottoressa Veronica Franchina, esperta in comunicazione sociale e multimediale, attivamente coinvolta anche nel progetto “InformaCancro”, promosso dall’Aimac (Associazione italiana
malati di cancro) e presente, già da tre anni, con un
punto informativo all’interno
della nostra Unità operativa di
Oncologia. L’attività del punto
informativo è mirata all’accoglienza degli utenti, cercando
di identificarne le richieste e i
bisogni; all’informazione degli
stessi attraverso varie metodiche comunicative; al supporto
psicologico in cooperazione
con lo psiconcologo operante
nella struttura.
Il 40 per cento dell’utenza che
si rivolge al punto informativo
è rappresentato da pazienti on-
cologici, con domande sulla patologia neoplastica,
i trattamenti, i diritti civili ed i consigli pratici per
affrontare meglio le diverse problematiche cancro-correlate. Un dato rilevante è legato alle richieste dei familiari dei pazienti (40 per cento) che
si rivolgono allo sportello per avere ulteriori chiarimenti sulle varie neoplasie, ma anche per chiedere
consigli e supporto psicologico per aiutare i propri
cari ad affrontare la malattia e il notevole carico di
sofferenza correlata.
In tale ambito, nasce la nostra collaborazione
all’inchiesta del Censis che ha coinvolto sia pazienti sia caregivers (coloro che se ne prendono
cura) per un totale complessivo di 243 questionari somministrati nella nostra Unità operativa,
i cui dati sono stati presentati dalla dottoressa
Franchina, durante la prima Tavola rotonda “Le
cure oncologiche al tempo della crisi: sostenibilità ed innovazione”, tenutasi nella Sala Capitolare
del Senato della Repubblica.
Un’esperienza innovativa che ha visto un’elevata adesione da parte dell’utenza, grazie anche al
coinvolgimento del personale medico e paramedico a supporto dell’iniziativa.
La compilazione dei questionari ha permesso al
paziente di “dare voce” ai propri bisogni, spesso
confinati esclusivamente nell’ambito familiare e
che riguardano non solo gli aspetti psicofisici legati
alla patologia, ma anche le problematiche economiche e gestionali che ne conseguono.
In tale ambito, assume un aspetto rilevante il difficile ruolo del caregiver che, non solo supporta e
accudisce il paziente nel suo lungo iter diagnostico-terapeutico, ma deve confrontarsi quotidianamente con
il problema cancro, seppure
indirettamente e con risorse
economiche e sociali non sempre adeguate alle esigenze del
malato oncologico.
Solo un’accurata valutazione
dei bisogni e dello stato psicologico complessivo del paziente
contribuirà alla messa a punto
di interventi futuri personalizzati, incentrati sulle necessità
sociali e finanziarie a supporto
dello stesso.
di Vincenzo Adamo
Direttore Unità operativa
complessa Terapie Integrate
in Oncologia, Azienda
ospedaliera universitaria,
Policlinico “G. Martino”,
Messina
È mirato
all’accoglienza
dei pazienti
affetti da tumore.
Registra
le richieste
e i bisogni
Veronica Franchina
15
AZ SALUTE
LA TESTIMONIANZA
Un rene in regalo: gesto di grande amore
N
di Monica Diliberti
16
ei racconti di grandi e sconvolgenti storie
d’amore capita spesso di sentir dire ai protagonisti frasi del tipo “è di certo l’uomo/la
donna della mia vita! Siamo così compatibili!”. Forse, anche Massimo e Roberta, quando si sono conosciuti, l’avranno pensato e magari – essendo due
persone dotate di uno spiccato senso dell’umorismo – l’avranno pure detto per scherzo. Senza sapere, fino all’anno scorso, quanta verità ci fosse in
quella frase “buttata là” tanto per dire. Oltre che
nella vita, come persone, gusti, carattere, Massimo e Roberta sono compatibili anche per la donazione degli organi. E poco più di un anno fa, lei gli
ha donato un rene.
«Ho fatto una cosa che ritengo normale – si premura a sottolineare Roberta –. Alcune persone sono scettiche, io invece lo do per scontato. Mi
intristisce che ci sia chi la pensa diversamente. Sono stata lodata per il mio
gesto, cosa che mi dava fastidio: non
ne vedevo il motivo».
A seguito di diversi problemi di salute, nel 2007, a Massimo viene diagnosticata un’insufficienza renale. Viene
tenuta sotto controllo fino a febbraio
del 2010, quando inizia quello che lui
stesso definisce «un incubo durato
nove mesi»: la dialisi. «La facevo tre
volte la settimana – racconta –, durava 4 ore. Alla fine ero stremato, avevo vertigini, svenimenti. I medici iniziarono subito a parlare di trapianto,
prima da cadavere, poi da vivente,
un’ipotesi che non conoscevamo,
ma che cominciammo ad accarezzare: ogni giorno di dialisi è stato difficile e pesante, ma passava
più facilmente con la speranza di poter giungere
ad una soluzione».
La prima ad offrirsi “volontaria” per la donazione è
stata la figlia di Massimo, una ragazza di 22 anni, ma
lui ha rifiutato categoricamente. Ecco quindi che si
fa avanti Roberta. A marzo del 2010, inizia la trafila
degli esami, innanzitutto per verificare la compatibilità degli organi, un’evenienza più comune tra i
consanguinei. Invece, la buona notizia: Roberta può
donare il rene al suo compagno. «I medici – spiega
la donna – si sono accertati che fossi sana. Mi hanno
fatto Tac, elettrocardiogramma e mi hanno messa
un po’ a dieta per arrivare in forma all’intervento ed
evitare complicazioni».
Ma l’iter per il trapianto prevede anche altro. «Ho
parlato con degli psicologi – continua Roberta – che
hanno valutato la mia convinzione. Poi si è riunita
la commissione composta da chirurgo, nefrologo,
direttore della struttura palermitana dove ci siamo operati, medico curante: dovevano essere tutti
d’accordo che non ci fossero impedimenti. Infine,
siamo stati in tribunale dove abbiamo dovuto dichiarare che nel mio gesto non c’erano secondi fini.
Purtroppo, ci sono stati episodi in cui la donazione è
stata fatta a scopo di lucro. Ovviamente, non era il
nostro caso».
I mesi corrono in fretta. Arriva il grande giorno: 28
settembre 2010, un martedì. «Siamo stati ricoverati
il giorno prima – dice Massimo –. La mattina dell’intervento ho fatto la dialisi, l’ultima della mia vita».
«Massimo voleva una sala operatoria “matrimoniale” – sorride la compagna – ma chiaramente non era
possibile. Hanno lavorato due team diversi. Il rene
ha iniziato a funzionare subito. Quando mi sono svegliata chiedevo solo di Massimo, ma l’ho rivisto solo
il giovedì quando sono andata da lui. Anche se il mio
intervento era andato bene, lui stava meglio di me,
era felice di poter riprendere una vita normale».
«È difficile spiegare come mi sentivo – confessa
l’uomo –. Era come se avessi tutta la forza del
mondo. Il giorno dopo l’operazione ero in terapia intensiva, ma stavo seduto, mandavo sms,
facevo telefonate».
Roberta è stata dimessa dall’ospedale tre giorni
dopo l’intervento, mentre Massimo dopo una decina di giorni. All’inizio doveva prendere alcune precauzioni: superalcolici vietati, niente mezzi pubblici,
stadio off limits (bella sofferenza per un super tifoso
rosanero come lui), mascherina su naso e bocca,
asciugamani personali. Inoltre, particolare attenzione doveva essere prestata all’assunzione dei farmaci antirigetto.
Oggi, la vita di Massimo e Roberta scorre tranquilla.
Periodicamente devono sottoporsi a controlli, ma
ormai è diventata una routine neanche particolarmente faticosa. A febbraio sono partiti per Londra,
a luglio per Berlino, ma lui sta già spulciando Internet
e guide turistiche alla ricerca della prossima meta.
Il 28 settembre scorso, primo anniversario dell’intervento, si sono regalati una bella cena al ristorante anche con il figlio di Roberta. «Non ho
mai avuto paura – aggiunge lei –. Era così grande
la tristezza di vederlo star male che non sono mai
stata in ansia. Questo sentimento era molto più
forte della paura».
SALUTE AZ
CHECK-UP PER UN VIP
ROBERT SCHUMANN
MUSICA DAGLI ANGELI
U
di Luciano Sterpellone
no dei primi problemi per la
sua salute, il grande compositore tedesco Robert
Schumann se lo procura da
solo quand’è molto giovane. Convinto
che “suonare il piano non è tecnica, ma
virtuosismo”, per raggiungere la completa indipendenza delle singole dita si esercita per ore sulla tastiera tenendo il medio e l’anulare della mano destra legati,
per renderli indipendenti dalle altre dita
e rafforzarne la pressione sui tasti.
Ne trae dapprima qualche vantaggio,
come quello di poter eseguire in modo
vertiginoso la complessa serie di “bicordi” della sua Toccata in do maggiore; ma
ben presto si verifica un’infiammazione
dei tendini (tenosinovite) delle due dita,
residuato in un impedimento del medio
che, pur consentendogli di suonare abbastanza bene, lo induce ad abbandonare l’idea di diventare “virtuoso”, per dedicarsi interamente alla composizione.
Da sempre forte bevitore di birra, vino e
champagne, e incallito fumatore di sigari,
Robert è un bell’uomo: alto, robusto, capelli lunghi, occhi vivaci, ma
perennemente semichiusi per la
forte miopia. Ha però un pessimo
carattere: taciturno, introverso,
pensieroso, restìo a stabilire rapporti cordiali con il prossimo. I suoi
problemi con la salute esordiscono
con tormentose “allucinazioni acustiche”: sente ronzii, sibili, campane, con quale sofferenza, per un
musicista, è facile immaginare. Ma
quel che sta minando irrimediabilmente il suo equilibrio psichico è il
mondo “magico e misterioso” da
cui si sente sempre più dominato.
Il musicista crede di essere governato da “energie demoniache e
osceni demoni” che, lottando per
il proprio predominio, gli dimostrano la sua impotenza. Forse,
proprio nella speranza di potersi
opporre al loro dominio, durante i momenti più acuti di turbamento, il musicista cerca rifugio non solo nello spiritismo
(con reiterate sedute “intorno al tavolino”), ma nel lavoro (il che spiegherebbe
– almeno in parte – i periodi di produzione artistica particolarmente intensa).
La “catastrofe” si delinea però nel febbraio 1854, quando i disturbi dell’udito si
aggravano improvvisamente e ne compaiono altri a carico del gusto, dell’olfatto e del sonno. Nelle interminabili notti
passate ad occhi aperti, ode angeli che
cantano musiche “celestiali”, musiche
che poi gradualmente si trasformano in
voci demoniache e “orribili”. Altre volte,
Schumann si sveglia di soprassalto perché “i diavoli l’hanno aggredito e azzannato trasformandosi in tigri e iene”.
Tutto ciò associato a una depressione
così cupa e profonda da indurlo per due
volte a tentare il suicidio. La prima viene
trattenuto a stento mentre sta per gettarsi dalla finestra. La seconda, in pieno
inverno a Düsseldorf (dov’è divenuto Di-
rettore dei Concerti), si alza bruscamente dal letto e, ancora in vestaglia, si avvia
verso il Reno, scavalca il parapetto di un
ponte e si getta nelle gelide acque del
fiume. Viene faticosamente salvato da
alcuni barcaioli e ricoverato in una clinica
psichiatrica ad Endenich, vicino a Bonn.
Gli studiosi del caso non hanno mai
emesso un verdetto definitivo e unanime
sulla reale natura della complessa malattia che ha portato a morte, ad appena 46
anni, il grande compositore tedesco; ciò
soprattutto a causa della scarsa disponibilità di documenti.
Dalle dichiarazioni e dai diari di alcuni
visitatori è lecito comunque dedurre
che – pur con alti e bassi – le sue condizioni fisiche e mentali siano andate
progressivamente peggiorando, sino
alla perdita pressoché totale della parola e della voglia di nutrirsi. Si è quindi
parlato di lesioni del cervello causate
dall’ipertensione, di sclerosi cerebrale, di psicosi maniaco-depressiva, di
neurolue (interessamento luetico del
sistema nervoso). Quest’ultima
ipotesi sembra oggi la più probabile, anche da quanto emerge dal
diario (rintracciato di recente) del
dottore Franz Richard, direttore
della clinica di Endenich.
Tra tante disquisizioni scientifiche, può solo consolare il fatto che
nel turbinio della mente del musicista appaiono non soltanto “diavoli malvagi”, ma anche angeli. Di
tanto in tanto, nelle lunghe notti
insonni, essi si materializzano
cantandogli musiche “celestiali”.
La notte del 14 febbraio, non
riuscendo a dormire perché gli
“angeli gli stanno cantando una
musica”, Robert si alza dal letto e
la trascrive sul pentagramma. Poi
confida a Clara: “Solo gli angeli
possono suggerirmi una musica
così soave”.
17
AZ SALUTE
I NOSTRI BAMBINI
RECUPERARE LA BELLA TRADIZIONE
DI SEDERSI TUTTI INSIEME A TAVOLA
I
di Giuseppe Montalbano Pediatra di famiglia, consigliere dell’Ordine dei Medici di Palermo
primi tre anni di vita dei bambini
sono fondamentali per la strutturazione dei gusti, delle abitudini
alimentari e del rapporto con i cibi.
Le preferenze dei piccoli per determinati
alimenti non sono innate né immodificabili, ma dipendono pressoché al 100
per cento dalle abitudini alimentari della
famiglia. Occorre iniziare con un corretto comportamento a tavola. Riunirsi a
pranzo e/o a cena, oggi, purtroppo, va
diventando sempre più una pratica in
via d’estinzione, per vari motivi sia di
ordine familiare sia sociale. Invece, ritrovarsi a tavola dovrebbe rappresentare un’importante opportunità educativa. Bastano piccoli gesti, quali ad
esempio coinvolgere il piccolo ad apparecchiare e sparecchiare, rispettando
la disposizione dei posti, per creare nel
bambino un’abitudine che, crescendo,
verrà ricordata come un momento piacevole di vita familiare.
Il cibo va offerto senza né minacce né
promesse, ma dando il buon esempio,
cioè mangiando ciò che vogliamo che
nostro figlio mangi, senza pretendere
che ne assuma la quantità che noi riteniamo sia necessaria per saziarlo.
Cerchiamo poi di non rovinare questo
momento di “intimità” familiare con la
televisione accesa: a prescindere che le
notizie che ci vengono propinate non
aiutano per niente la digestione, ma, soprattutto, impediscono un minimo dialogo tra i commensali.
La composizione del pranzo e della cena
deve essere differente, sforzandosi di
variare per non creare la monotonia del
cibo, ma cercando di suscitare la curiosità su quello che si mangerà. Coinvolgere
il bambino ed ancor di più l’adolescente
nel menù giornaliero, lungi dal creare
un’atmosfera da ristorante, deve essere un momento di conoscenza dei gusti
e delle preferenze alimentari dei nostri
figli, al fine di soddisfarli, correggendo,
18
laddove serve, abitudini sbagliate o, talvolta, dannose per la salute.
Tre volte alla settimana è consigliabile
mangiare il pesce (soprattutto quello
azzurro, poco costoso e molto nutriente), la carne (alternando quella rossa
e quella bianca) e i legumi, due volte i
formaggi (sia freschi che stagionati),
due-tre volte l’uovo.
Un discorso a parte meritano la frutta
e le verdure. Ogni genitore dovrebbe
dare il buon esempio, portandole a tavola tutti i giorni. La natura ci offre una
quantità enorme di questi alimenti e il
loro colore ci svela la presenza di sostanze importantissime per la nostra salute.
Il rosso indica la presenza del licopene e
delle antocianine, il giallo-arancio quella
del betacarotene e dei flavonoidi, il verde
l’acido folico, il magnesio, i carotenoidi e la clorofilla, il viola le antocianine, il
potassio e il magnesio. Tutte queste sostanze agevolano l’organismo nello svolgimento di molte funzioni vitali: alcune
aiutano i processi visivi, altre mantengono in salute i nostri vasi sanguigni, altre
ancora hanno un’azione antianemica;
tutte, grazie al loro potere antiossidante,
proteggono da molti tumori.
Da sottolineare, infine, che sia la frutta
sia la verdura sono ricche di fibre alimen-
tari che, non solo regolano il transito intestinale, ma, cosa forse più importante,
rallentano l’assorbimento degli zuccheri,
riducendo le oscillazioni giornaliere eccessive di glicemia ed insulinemia, a favore di un migliore controllo dell’appetito.
Anche i cereali non raffinati, cioè integrali, sono ricchi di fibre, per cui ne è consigliabile l’uso quotidiano.
I genitori sanno quanto sia difficile convincere i propri figli in età adolescenziale
a mangiare frutta e verdura, come se fossero cibi adatti ai bambini o agli anziani:
portiamoli a pranzo o a cena non solo
come contorni, ma anche come primi
piatti o aggiunti ai secondi.
È sempre consigliabile consumare prodotti stagionali e, preferibilmente, locali perché le lunghe distanze implicano
spesso l’uso di sostanze che ne rallentano la maturazione, al fine di farli arrivare
nei mercati apparentemente maturi, a
discapito sia della conservazione delle
proprietà organolettiche sia della salute
dei consumatori.
Prima di concludere, un accenno all’alimentazione degli adolescenti: a quella
età, si scopre il piacere di mangiare insieme ai coetanei, ma questo momento
di sano divertimento e di rafforzamento
del senso di appartenenza al gruppo,
molto spesso rappresenta l’inizio della
fine delle buone abitudini alimentari,
con buona pace di tutti i nostri consigli e
raccomandazioni. Però, a costo di apparire ripetitivi, diamo loro alcuni semplici
consigli: evitare cibi troppo elaborati e/o
ricchi di proteine e grassi, non eccedere
in bibite contenenti troppi zuccheri aggiunti o caffeina o, peggio, alcol, evitare
di aggiungere sale ai cibi, non esagerare
con salse più o meno piccanti, ordinare
sempre un contorno di verdure. Ci ascolteranno? Ricordiamo loro che accettando i nostri consigli, non faranno un favore a noi genitori, ma alla loro salute ed al
loro futuro.
AZ SALUTE
In 20 anni, l’incidenza è aumentata del 50 per cento
Quel pericoloso tumore alla bocca
Spesso la causa è il Papillomavirus
N
di Nicoletta Termine
Dottore di ricerca
in Scienze Stomatologiche,
odontoiatra frequentatore
Azienda Ospedaliera
Universitaria Policlinico
di Palermo, Settore
di Medicina Orale
“V. Margiotta”
È sempre più
diagnosticato
al di sotto dei
40 anni d’età
20
egli ultimi vent’anni, l’incidenza del
carcinoma orofaringeo, temibile neoplasia maligna che origina dalla mucosa della parte posteriore della bocca (tonsille,
base della lingua e gola), è aumentata del 50 per
cento. È questo il dato allarmante emerso da
recenti studi condotti negli USA ed in Europa.
Inoltre, non sarebbe più una patologia che interessa esclusivamente i soggetti di età avanzata
forti fumatori e bevitori, poiché è sempre più
spesso diagnosticata in individui giovani, al di
sotto dei 40 anni di età e non esposti ai comuni
fattori di rischio. Secondo gli stessi ricercatori,
il sesso orale aumenterebbe il rischio di tumore
all’orofaringe ed il principale indiziato di questo
preoccupante fenomeno sarebbe un virus, il Papillomavirus umano (HPV), trasmissibile anche
attraverso questo tipo di rapporti sessuali.
Sebbene si tratti ancora di un’ipotesi, la notizia
ha avuto un’enorme eco nei mass media e, pertanto, appare necessario fornire qualche chiarimento.
Quella da HPV rappresenta l’infezione a trasmissione sessuale virale più frequente al mondo. Attualmente, sono stati riconosciuti quasi
200 tipi di HPV. La maggior parte di essi, definiti
“a basso rischio” (HPV 6 e 11 sono i più comuni),
è causa di lesioni non gravi (verruche cutanee,
condilomi genitali e papillomi orali). Alcuni tipi
di HPV, “ad alto rischio” (16 e 18 i più diffusi),
possono invece causare tumori maligni quali il
cancro al collo dell’utero, all’ano, all’esofago,
alla laringe, al cavo orale.
Le infezioni da HPV possono essere clinicamente silenti (asintomatiche) o associate a lesioni
benigne o maligne della cute e delle mucose. Il
70 per cento delle infezioni viene eliminato entro un anno e, approssimativamente, si arriva al
90 per cento entro 2 anni. Circa il 10 per cento
delle infezioni da HPV ad alto rischio che persistono dopo i 2 anni è associato ad una maggiore
probabilità di comparsa di lesioni precancerose
e tumore. È stato accertato che oltre il 90 per
cento dei casi di cancro del collo dell’utero è causato dalla presenza di un’infezione persistente
da HPV ad alto rischio nella mucosa genitale.
Tuttavia, l’ipotesi di un analogo ruolo degli HPV
ad alto rischio nella comparsa del tumore della
bocca non è stato definitivamente dimostrato.
Innanzitutto, rispetto a quella che riveste il collo
dell’utero, la mucosa orale è meno predisposta
all’ingresso del virus, pertanto l’infezione orale
è assai meno frequente di quella della cervice
uterina e molto meno pericolosa. Ad essere più
a rischio sembra essere, invece, la mucosa che
riveste le tonsille, dove il virus può dare un’infezione più duratura. Il pericolo di contrarre
l’infezione aumenta in proporzione al numero
di partner sessuali che una persona ha durante
la sua vita e, in particolare, quelli con cui pratica
sesso orale.
Negli ultimi 30 anni, in Europa (Regno Unito e
Svezia) e negli USA, i ricercatori hanno riscontrato che, tra il 60 e l’80 per cento delle biopsie
di cancro tonsillare, contenevano l’HPV. Inoltre,
il rischio di sviluppare il cancro orofaringeo è aumentato del 25 per cento nei soggetti che hanno storie sessuali con più di sei partner, mentre
il rischio triplica per chi è coinvolto in storie di
sesso orale con più di quattro persone.
Un argomento molto attuale è la possibilità di prevenire l’infezione da HPV mediante l’impiego di
vaccini da somministrare prima dell’esposizione al
virus, quindi prima dell’inizio dell’attività sessuale.
Da alcuni anni, ne sono disponibili due, entrambi
formulati per proteggere contro due tipi virali ad
alto rischio (HPV 16 e 18), mentre solo uno protegge anche da due tipi virali a basso rischio (HPV
6 e 11), somministrati finora gratuitamente solo
alle adolescenti che hanno compiuto l’11° anno di
vita, quindi che sono entrate nel dodicesimo. Di
recente, è stata presa in considerazione la possibilità di vaccinare anche i maschi.
La diagnosi di infezione da HPV nella cavità
orale è molto semplice: basta sottoporsi ad un
prelievo cellulare, eseguito con uno spazzolino
o uno sciacquo, che successivamente viene analizzato con tecniche di biologia molecolare per
verificare la presenza del virus ed il tipo virale
coinvolto.
SALUTE AZ
I risultati dell’importante studio RAPSODIA
Malattie reumatiche e qualità di vita
La rivoluzione dei farmaci biologici
L
e malattie reumatiche costituiscono la
prima causa di disabilità nel mondo occidentale e il principale motivo di perdita di
giornate lavorative. La qualità di vita di chi ne è
affetto può essere davvero pessima se si considera la difficoltà ad eseguire anche le azioni più
semplici, come vestirsi, prendere un autobus o
svitare il tappo di una bottiglia.
«Le malattie reumatiche limitano e condizionano la quotidianità nei suoi molteplici aspetti:
praticare sport, dormire bene, svolgere attività
domestiche, coltivare hobby, vestirsi e pettinarsi agevolmente, avere una soddisfacente
vita sessuale, godere di momenti di svago con i
familiari e gli amici», afferma il professore Giovanni Minisola, presidente della Società Italiana di Reumatologia e primario della Divisione di
Reumatologia dell’Ospedale di Alta Specializzazione “San Camillo” di Roma.
Di recente, è stato presentato lo studio RAPSODIA, il primo che indaga in modo approfondito
la qualità di vita e le necessità dei pazienti con
artrite reumatoide, artrite psoriasica e spondilite anchilosante. Nella ricerca, sono state coinvolte 743 persone in 16 centri di reumatologia
distribuiti su tutto il territorio nazionale.
Secondo lo studio, a causa della malattia, oltre
la metà dei pazienti ha dovuto rinunciare a svolgere qualsiasi attività sportiva, il 43 per cento
denuncia l’impossibilità di dormire o riposare
adeguatamente e il 25 quella di vestirsi da solo.
Inoltre, il 38 per cento del campione indica l’incapacità di eseguire attività domestiche e il 31 di
avere cura delle necessità familiari.
Drammatiche le ricadute psicologiche: il 63 per
cento si sente avvilito per le sue inabilità, il 57
per cento convive con stati di ansia e/o depressione, il 39 ha visto crescere il suo livello d’irritabilità, il 21 ha problemi sessuali.
Dalla ricerca emerge, inoltre, l’impatto positivo
dei farmaci biologici sulla vita dei malati. Il 94
per cento ritiene che siano più efficaci di quelli
tradizionali nel migliorare la loro situazione. Ad
esempio, dopo la terapia con i farmaci biologici,
il numero dei pazienti con artrite reumatoide che
riesce ad avere più di 15 “giorni buoni” passa da
16 a 145 (incremento del 65,9 per cento), a fronte di un aumento solo da 12 a 38 registrato tra
i pazienti in terapia convenzionale (incremento
del 40,9 per cento); nella spondilite anchilosante, l’aumento osservato nei soggetti che seguono le terapie biologiche è ancora maggiore, così
come lo scarto rispetto ai trattamenti convenzionali: 78,1 per cento (da 15 a 118 pazienti) contro il 26,8 per cento (da 8 a 11 pazienti).
«RAPSODIA – dichiara il professore Roberto
Giacomelli, direttore del Dipartimento di Reumatologia e della Scuola di Specializzazione
in Reumatologia, Unità operativa di Malattie
Autoimmuni Sistemiche e Muscolo-Scheletriche dell’Ospedale “S. Salvatore” dell’ASL de
L’Aquila, responsabile della ricerca – conferma
in modo incontrovertibile che, nel trattamento delle malattie reumatiche, l’avvento delle
terapie biologiche ha rappresentato un vero e
proprio spartiacque. Non utilizzarle, non solo
sarebbe penalizzante per i pazienti, ma inciderebbe pesantemente sulla bilancia dei costi indiretti della salute».
Oggi, la terapia è molto più semplice: basta
un’iniezione una sola volta al mese. Inoltre, è
anche possibile l’autosomministrazione, come
nel caso del biotecnologico di ultima generazione golimumab. Il farmaco è contenuto in un
iniettore predosato e appositamente studiato
per un facile utilizzo di chi ha gravi compromissioni articolari alle mani, fenomeno frequente in
chi soffre di artrite reumatoide o psoriasica.
«RAPSODIA – commenta Gabriella Voltan,
presidente di ANMAR, l’Associazione Nazionale
dei Malati Reumatici – è la validazione scientifica del fatto che le terapie biologiche costituiscono uno strumento essenziale per il controllo
e il miglioramento dei sintomi della malattia.
Per anni, la mia vita è stata segnata da recidive,
dolori, gonfiori, assenze dal lavoro, ma l’inizio
della terapia con i farmaci biologici ha significato la risoluzione di gran parte dei problemi che
mi impedivano una vita normale».
Giovanni Minisola
Roberto Giacomelli
Gabriella Voltan
Le terapie di ultima
generazione
migliorano in
modo sensibile
la condizione dei
malati. Sufficiente
un’iniezione al mese
21
AZ SALUTE
Giorgio Brunelli, bresciano, presidente della Fondazione per la
ricerca sulle lesioni del midollo spinale, è uno dei pionieri della
microchirurgia mondiale. A lui si devono intuizioni che hanno
rivoluzionato settori dell’ortopedia e della neurochirurgia.
Nel 2006, Rita Levi Montalcini lo candidò al Premio Nobel.
Il coraggio
di Ippocrate
Quando un medico
ama le sfide
“L
di Giorgio Brunelli
e tue radici sono profonde
nella tua terra e ti trattengono nel tuo Paese, anche
se sei lontano nello spazio e
nel tempo. Non dimenticare le tue radici.
Senza radici non hai linfa, senza radici non
puoi vivere, senza radici non cresci, senza
radici non ti riconosci, senza radici non hai
cultura, senza radici non… voli”.
Ho scritto questo aforisma in un momento di particolare consapevolezza e gratitudine verso tutto ciò che nel corso della mia
lunga esistenza mi ha aiutato a crescere e
a realizzarmi come medico e, soprattutto, come uomo. È strano parlare di me,
soprattutto in riferimento al passato, ai
progetti pensati e poi realizzati spesso in
contrasto con le teorie correnti e gli insegnamenti accademici.
Ancora oggi, nonostante l’età avanzata,
mi piace guardare avanti e pensare a soluzioni innovative che possano cambiare il
destino di tante persone affette da malattie riguardanti l’apparato locomotore.
Amo le sfide, le ho sempre amate.
Come quando, appena laureato, mi dedicai alle lesioni della mano, così frequenti
allora (si era nel periodo post-bellico con
industrie che fiorivano ovunque senza alcuna protezione e prevenzione degli incidenti sul lavoro). E quando le fini tecniche,
diagnostiche e chirurgiche, che avrebbero
più in là caratterizzato la chirurgia della
mano, erano ancora tutte da inventare. Fu
così che iniziarono i miei viaggi all’estero
per imparare il più possibile da quei pochi
pionieri europei e americani che si dedicavano alla mano, struttura estremamente
22
complessa dal punto di vista anatomico
e funzionale ma, soprattutto, importante
organo di relazione.
La Società Italiana di Chirurgia della Mano
nasceva in Italia l’8 dicembre 1962; eravamo in otto quando fondammo questa Società che, oggi, vanta circa 500 iscritti. Fu
proprio il mio interesse per la mano, con
le sue fini strutture vascolari e nervose a
portarmi alla microchirurgia.
Si era allora agli inizi degli anni ‘60 e i
nervi erano strutture sconosciute, da
guardare a debita distanza e, soprattutto, da non toccare quando li si incrociava nel campo operatorio.
Iniziai così, primo in Italia, con il microscopio chirurgico, a studiare meticolosamente con fini dissezioni e con stimolazioni elettriche intraoperatorie i nervi
periferici per localizzare, al loro interno,
la posizione di fasci di fibre con funzioni
diverse; questo, al fine di affrontare in
modo corretto le fibre motrici e sensitive
per riottenere una corretta funzione. Ho
disegnato decine di mappe dei vari nervi
per mio uso personale che poi, ulteriormente arricchite, hanno rappresentato
per decenni la guida per i giovani chirurghi
che intraprendevano la difficile arte della
microchirurgia nervosa.
Per operare bene nervi e vasi occorrevano
anche strumenti particolari che allora non
esistevano. Alcuni li fabbricai io, modificando, per esempio, le mollette per capelli, utilizzate dalle donne, da usare come
clamps che servivano per arrestare temporaneamente il flusso sanguigno mentre
si riparavano i vasi di piccolo diametro
(due o tre millimetri e anche meno); altri
erano già sul mercato, come le fini pinze
da orologiaio. Altri ancora li ottenni dalle
aziende produttrici di strumenti chirurgici, dopo aver discusso con i loro ingegneri
le caratteristiche “microscopiche” degli
strumenti stessi.
Iniziava così la grande avventura della
microchirurgia in Italia e nel resto del
mondo che consentì interventi mai immaginati sino ad allora. Molti i campi
della chirurgia generale e specialistica
che furono travolti dal “ciclone” della
microchirurgia, ampliando enormemente le loro possibilità di intervento e,
dunque, di guarigione di tante malattie
sino ad allora senza soluzione.
Il campo dell’ortopedia si arricchì ben
presto di interventi molto particolari
ed efficaci. Come quelli sul plesso brachiale (intricata struttura di nervi che
dal collo si dirigono alle braccia passando sotto la clavicola e poi nell’ascella).
Si era agli inizi degli anni ’70 e l’amico
Algimantas Narakas, a Losanna, aveva cominciato a operare con
tecnica microchirurgica le
paralisi di plesso brachiale, sempre più frequenti
a causa degli incidenti
motociclistici. Decisi di
andare a vedere i suoi
interventi e, tornato in
Italia, cominciai questa chirurgia difficile
e complessa. In quel
periodo operammo,
presso il dipartimento
SALUTE AZ
Rita Levi Montalcini, presidente
onoraria Fondazione Giorgio Brunelli.
Giorgio Brunelli, fondatore
dell’omonima Fondazione per la ricerca
sulle lesioni del midollo spinale.
Luisa Monini, presidente fondazione
di Ortopedia e Traumatologia degli Spedali Civili di Brescia, più di mille persone
affette da paralisi dell’arto superiore da lesione di plesso, con risultati molto soddisfacenti nel recupero funzionale del braccio. In termini pratici, equivale a dire che
centinaia di persone sono tornate alla vita
attiva e lavorativa. Certo, ci voleva coraggio sia perché l’intervento era di difficile
esecuzione tecnica, sia perché il successo
non era sempre garantito.
Altro intervento che la microchirurgia
rese possibile – e che eseguii con notevole trepidazione – fu il reimpianto
totale di un arto amputato. Era il 1973.
Il mio primo reimpianto (e primo in Europa) aveva il dolce volto di Luciano, un
ragazzo di tredici anni che aveva perso
il braccio nella lavatrice industriale dell’azienda di famiglia.
In breve tempo, Brescia divenne Centro
di riferimento per i reimpianti che arrivavano da tutte le parti d’Italia e dall’estero, ma anche Centro di formazione per i
numerosi chirurghi che frequentarono i
37 corsi teorico-pratici di microchirurgia.
La strada era ormai aperta e, in tutt’Italia, cominciarono a nascere vari Centri di
Microchirurgia.
A questo punto, desidero fare un passo
indietro, in un periodo a cavallo tra gli
anni ’50 e ’60 quando, giovane primario
all’Ospedale Civile di Chieti, mi capitava
spesso di visitare persone affette da grave
artrosi alle anche. Andai ad imparare dai
maestri. La mia prima meta fu Parigi, dal
grande Merle D’Aubignè che insegnava la
“resezione testa e collo” che toglieva, sì, il
dolore, ma lasciava una grave invalidità; la
seconda meta fu l’Inghilterra dove, all’inizio degli anni ’60, Kenneth Mckee e John
Charnley avevano iniziato a eseguire le
protesi totali d’anca.
Tornato a Chieti decisi di mettere in pratica quanto avevo visto e imparato.
Non dimenticherò mai la notte insonne
e le preghiere nella cappella dell’ospedale alle 5 del mattino, prima di entrare in
sala operatoria per eseguire la mia prima
protesi totale d’anca. Era la prima in Italia
e avevo già ricevuto la benedizione di noti
cattedratici, con minacce di denuncia al
Procuratore della Repubblica qualora fosse stato necessario rimuovere la protesi.
Correva l’anno 1963 e, per due anni, fui il
solo chirurgo italiano a fare questo tipo di
chirurgia, criticato dalla quasi totalità dei
miei colleghi. Ci voleva un bel coraggio a
quei tempi a mettere una protesi d’anca
metallica cementandola nell’osso!
Una vera e propria rivoluzione concettuale
e culturale che la tecnica, finalmente, rendeva possibile. Numerosi erano i giovani
paraplegici che arrivavano nel mio reparto
nella speranza di trovare per le loro gambe la soluzione che si era riusciti a trovare
per le paralisi di plesso brachiale, ma tutti
gli esperimenti che avevo condotto sino
ad allora, su modello animale, purtroppo,
avevano dimostrato che il midollo non era
permissivo a ricevere gli assoni provenienti dal cervello.
Non mi scoraggiai e, convinto più che mai
della necessità di continuare la ricerca sulla riparazione midollare, accettai la sfida.
Dopo anni di interventi sperimentali con
diversi protocolli operatori eseguiti da me
in Italia e all’estero, ebbi l’idea di connettere, per mezzo di un innesto nervoso, i
prolungamenti delle cellule nervose del
cervello con i nervi di alcuni muscoli delle
gambe, escludendo il midollo sottostante
la lesione. Con questa tecnica operammo,
tra gli altri, una giovane donna che, in seguito ad incidente stradale, aveva riportato la lesione totale del midollo a livello
dell’ottava vertebra toracica. Gigliola,
questo il suo nome, dopo l’intervento e un
lungo periodo d’intensa riabilitazione, ha
iniziato a muovere i primi passi, pur se rudimentalmente, prima sul girello, poi sui
tetrapodi. Questo perché i prolungamenti
delle cellule cerebrali, raggiungendo i mu-
scoli, hanno formato delle nuove placche
motrici, capaci di rispondere al neuro-trasmettitore glutammato proprio del sistema nervoso centrale e non più all’acetilcolina, neuro-trasmettitore periferico.
Questa risposta al glutammato era assolutamente imprevedibile e ci spronò
ad andare avanti nella ricerca che, grazie anche ai preziosi suggerimenti della
professoressa Rita Levi Montalcini, divenne una vera e propria ricerca di base
multidisciplinare, con il coinvolgimento
degli scienziati dell’università di Brescia.
Attraverso questi studi, abbiamo dimostrato la capacità del muscolo di trasformare i suoi recettori normali acetilcolinici in recettori capaci di rispondere al
glutammato, che è il neurotrasmettitore
dei neuroni cerebrali.
Il 14 giugno 2005 la prestigiosa rivista
ufficiale dell’Accademia Nazionale delle Scienze Americana (P.N.A.S. 2005)
ha pubblicato i risultati della nostra
ricerca.
Anche un’altra prestigiosa rivista americana, Current opinion in neurobiology
2006, ha dedicato spazio al lavoro intitolando l’articolo “Un paradigma perduto” con chiaro riferimento al risultato
ottenuto da questa ricerca, che ha perso
un paradigma ed ha trovato una nuova
verità, mai svelata – né pensata – da
essere umano. Non posso non pensare
alla professoressa Rita Levi Montalcini e
al suo pensiero sulla ricerca libera e indipendente. Più di una volta l’ho sentita
esortare i giovani ricercatori a portare
avanti ricerche anche se “a rischio”, nella convinzione che la soluzione di tante
malattie possa giungere, in un futuro,
proprio da tutti quelli che hanno avuto
il coraggio di osare.
Desidero aggiungere che, tra gli atti di
coraggio richiesti al medico e ricercatore di oggi, uno è di importanza fondamentale: il coraggio di non impadronirsi
delle malattie e bisogni altrui!
Soprattutto nell’attuale società globalizzata, dove si intrecciano differenti
storie, religioni, culture e colori, dobbiamo prendere in considerazione parametri differenti.
Bisogna avvicinarsi ad ogni singolo individuo in modo molto discreto, a seconda delle sue reali necessità. Ogni malato
deve essere coinvolto, in prima persona,
nelle cure che gli vengono proposte e,
soprattutto, deve essere libero di accettarle, così come di rifiutarle.
23
AZ SALUTE
L’intervista
A Pietro Vazzana
Assessore alla Cultura e ai Beni culturali e monumentali della Provincia Regionale di Palermo
Ecco come medicina e politica
possono essere grandi amiche
di Monica Diliberti
24
N
el panorama siciliano sono diversi gli
esempi di medici “prestati” alla politica. Ma secondo le stime della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), i medici di famiglia veramente impegnati
in politica sono pochi. Uno di questi è senz’altro Pietro Vazzana, assessore alla Cultura e ai
Beni culturali e monumentali della Provincia
Regionale di Palermo. «C’è da fare un distinguo
– sottolinea – tra chi ha una laurea in medicina
e decide di fare politica e chi invece da sempre
ha fatto il medico, ha vissuto e conosce questo
ambiente».
Assessore Vazzana, perché ad un certo punto
della sua vita un medico si “butta” in politica?
«È una scelta di coscienza per chi come noi quotidianamente vive tra la gente e si confronta
con i suoi bisogni e le sue difficoltà. Il medico ha
un rapporto diretto, privilegiato con le persone,
parla con loro, le incontra ogni giorno, cosa che
non accade in altre professioni. L’impegno per
la comunità diventa quindi una scelta obbligata,
allo stesso modo della partecipazione politica,
a cui nessuno dovrebbe sottrarsi. È un dovere
e, allo stesso tempo, un diritto che ognuno di
noi dovrebbe esercitare, nei ruoli e nelle forme
che ritiene più opportuni. Solo così concepisco
una reale affermazione della democrazia e della
libertà. Bisogna invitare la popolazione – e soprattutto i giovani – alla partecipazione, altrimenti ci saranno due Italie: una dei palazzi, l’altra della gente. Troppo spesso, tra le due manca
il raccordo e il dialogo».
Il medico-politico ha qualche valore aggiunto?
«Il medico ha un approccio diverso da altri ai
vari problemi. Meno tecnico, ma ben consapevole di dover dare, per necessità imposte dalla
professione, risposte concrete a bisogni altrettanto concreti. Un certo eclettismo formativo
e culturale permette un approccio multidisciplinare alle diverse situazioni. Importante poi
l’esperienza diretta del funzionamento di uno
dei gangli vitali della società: la gestione della
salute. Spesso, questa viene marginalizzata dalla politica. La salute è uno dei diritti fondamen-
Pietro Vazzana
tali di una società evoluta e organizzata e non
può essere sottoposta alla semplice gestione
burocratica e finanziaria».
Il suo cammino nella medicina?
«Mi sono laureato nel 1978 e specializzato in
anestesia e rianimazione. Ho lavorato in ospedale per 8 anni. Dal 1982, faccio il medico di
medicina generale e sono specialista in Scienza
dell’Alimentazione, attività che svolgo a Termini
Imerese, la città in cui vivo».
A proposito di alimentazione, quali le problematiche più diffuse che affronta nella sua professione?
«Di sicuro, l’obesità. Ormai deve essere considerata una malattia sociale a pieno titolo, soprattutto per le ricadute sulla salute e i costi
sociali altissimi. L’aspetto più grave riguarda i
bambini, sui quali c’è ancora troppo poco controllo da parte dei genitori. Fanno pochissima
attività fisica, hanno un’alimentazione caratterizzata da squilibri calorici e un peso eccessivo.
Spesso, i genitori non capiscono che un bambino in sovrappeso nella fascia d’età tra i 6 ed i 9
anni, sarà un soggetto che dovrà fare i conti con
l’obesità per tutta la vita».
SALUTE AZ
Basta una sola dose di vaccino 13valente
Infezione da pneumococco
Una protezione in più per gli adulti
N
el 2009, in Italia, la polmonite è
stata la sesta causa di ospedalizzazione e, secondo i dati dell’Istat,
relativi all’anno precedente, ha provocato il
decesso di 6.905 persone ultra 65enni.
Nella maggior parte dei casi, a qualsiasi
età, la polmonite è causata da pneumococco. L’infezione colpisce prevalentemente i
bambini fino a due anni di età. Negli adulti,
l’incidenza aumenta dopo i 50 anni e raggiunge il picco dopo i 65. In questa fascia
d’età, lo pneumococco è responsabile fino
al 60 per cento di tutti i casi di polmonite.
Ora, la Commissione Europea ha dato il via
libera all’utilizzo del vaccino coniugato 13valente (impiegato da 10 anni per la protezione dei bambini nei primi anni d’età) anche
per gli over 50. È la prima volta che un vaccino coniugato (al quale viene aggiunta cioè
una proteina) viene indicato per gli adulti:
la coniugazione garantisce una protezione
efficace e duratura anche in coloro che, a
causa dell’età, hanno difese immunitarie
“invecchiate”, per effetto della cosiddetta
“immunosenescenza”.
«Il vaccino coniugato – dice il professore
Paolo Bonanni del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università degli Studi di
Firenze – crea una memoria immunologica e genera una protezione che dura nel
tempo. Questo significa che basta un’unica somministrazione per avere una produzione di anticorpi sufficientemente elevata
e un’immunità di lunga durata soprattutto
negli adulti che, tra l’altro, sono più esposti al rischio di contrarre la polmonite da
pneumococco in forma grave».
La malattia non va sottovalutata. «L’infezione – spiega il professore Francesco
Blasi, docente di Medicina Respiratoria
all’Università degli Studi di Milano – può
presentarsi anche in forme serie ed essere
associata ad un’elevata mortalità: circa l’80
per cento delle patologie gravi causate dallo pneumococco negli adulti/anziani sono
polmoniti batteriemiche, in cui l’infezione
non resta confinata ai polmoni, ma inva-
de anche il sangue e, tramite questo, può
compromettere altri organi».
Per quanto riguarda l’infezione da pneumococco, esistono dei fattori di rischio:
l’età (come detto, i più colpiti sono i bambini e gli anziani), il fumo, l’abbassamento
delle difese immunitarie, la presenza di
malattie croniche cardiache. Altri sono il
diabete e l’insufficienza renale.
Secondo una recente indagine del Censis,
condotta su 1.200 persone di età compresa tra i 50 e gli 80 anni, spesso questi fattori
di rischio sono trascurati. L’85 per cento degli over 50 dichiara di non sentirsi anziano e
solo un italiano su 2 percepisce la propria
età o le comuni patologie croniche (malattie cardiovascolari e diabete) come fattori
di rischio. Infatti, il 70 per cento degli intervistati dichiara di non essere potenzialmente interessato alla vaccinazione poiché
non pensa di essere un soggetto a rischio.
«La polmonite – afferma la dottoressa
Ketty Vaccaro, responsabile del Settore
Welfare del Censis – resta confinata nella
sua accezione popolare di malanno conseguente all’esposizione al freddo o all’aggravarsi dell’influenza. Nel rapporto Censis viene confermato il ruolo del medico
di famiglia che per il 75,5 per cento degli
intervistati appare sempre determinante
nell’orientare la scelta alla vaccinazione».
In Europa (e l’Italia non fa eccezione), gli
adulti tendono a non vaccinarsi, tranne
che contro l’influenza stagionale (in alcune regioni, la copertura arriva fino al 75
per cento).
«La polmonite da pneumococco – afferma
il dottore Michele Conversano del Gruppo
di lavoro sui vaccini della Società Italiana
di Igiene (SItI) – è una patologia seria, non
stagionale: il batterio circola tutto l’anno.
Però può essere efficacemente prevenuta.
Il vaccino anti-pneumococco rappresenta
un’opportunità e ha il vantaggio di essere
somministrato in un’unica dose. Questo
facilita enormemente l’utente, i servizi
pubblici e i medici che lo propongono».
Francesco Blasi
Ketty Vaccaro
Il vaccino
genera una
protezione
duratura
nel tempo
25
AZ SALUTE
L’incidenza continua a crescere
Quei dolorosi attacchi di gotta
Malattia tutt’altro che scomparsa
P
Per far fronte al
suo dilagare è
stata promossa
una campagna
informativa in
diverse città d’Italia
26
er diverso tempo, non si è sentito parlare
molto della gotta. Oggi, la sua incidenza è
in costante crescita, in particolare nella popolazione femminile. Nel nostro Paese, la malattia
colpisce un milione di persone, ma la stima pare
sottovalutata.
La causa principale è l’alimentazione scorretta.,
ma esiste anche una predisposizione genetica. All’inizio, la patologia è subdola, non dà sintomi. Via
via che procede, si presenta con attacchi di artrite
acuta causati dal deposito di cristalli di acido urico
all’interno o presso le articolazioni.
«La malattia – afferma il professore Giovanni
Triolo, direttore della cattedra di Reumatologia
dell’università di Palermo – può manifestarsi con
attacchi acuti e molto dolorosi e, purtroppo, divenire cronica. Se non curata, può evolvere in danno
grave alle articolazioni, oltre cha ai reni e al sistema
cardiovascolare».
Per fermare la diffusione della malattia, la Società
italiana di reumatologia (SIR) e quella di medicina
generale (SIMG), col supporto di Menarini, hanno
promosso una campagna di informazione e prevenzione che, nel mese di novembre, ha coinvolto 8 città italiane (Milano, Padova. Genova, Firenze, Roma,
Napoli, Bari e Palermo), oltre a 20 centri commerciali dei più importanti capoluoghi del Paese.
Nelle piazze delle 8 città, è stato allestito un
“igloo” nel quale medici di medicina generale
e reumatologi hanno effettuato ai cittadini la
misurazione della pressione del sangue e test
istantanei per valutare i livelli di acido urico nel
sangue e il possibile rischio gotta.
Secondo i dati di un recentissimo studio americano, la gotta occupa il secondo posto, dopo l’artrosi,
tra le malattie reumatiche più frequenti negli Stati
Uniti. Ma anche in Italia le cose non vanno bene.
«Secondo i dati del database Health Search della
SIMG, che esegue il monitoraggio dei pazienti di
oltre 1.000 medici di famiglia, il numero di italiani
con alti livelli di acido urico è di circa 5 milioni», dice
il dottore Claudio Cricelli, presidente della SIMG.
La diffusione dell’iperuricemia e, quindi, della
gotta, è riconducibile ad una serie di fattori, quali
il sovrappeso, l’alimentazione sbilanciata e ipercalorica, lo stile di vita poco salutare, l’allungamento
della vita media e gli effetti indesiderati di alcuni
medicinali, come i diuretici e l’acido acetilsalicilico
a basse dosi.
Tra gli alimenti causa di gotta, sotto accusa c’è
l’abuso di carne, in particolare di manzo, maiale e
agnello, di crostacei, di cacciagione, di funghi, di insaccati. Incidono molto anche la “moda” delle diete
iperproteiche, il consumo di bevande dolcificate
con fruttosio (sostanza che può ridurre la capacità
dei reni di eliminare l’acido urico) e quello della birra,
oggi in voga anche tra i giovani e fonte primaria di
purine, i precursori della formazione di acido urico.
«Dopo aver risolto l’attacco acuto – aggiunge il professore Triolo – obiettivo della terapia è mantenere
i livelli di acido urico nel sangue al di sotto di 6,0
mg per decilitro di sangue. Ciò consente di evitare
i dolorosi attacchi acuti e prevenire l’instaurarsi dei
danni articolari e renali. La gotta è forse l’unica malattia reumatica ben curabile: diagnosticata presto
e curata, consente una qualità di vita inalterata.
La gestione ottimale prevede l’impiego di farmaci
appropriati, alcuni dei quali di recente disponibilità,
e la costanza dei pazienti nel seguire stili di vita e
comportamenti alimentari adeguati».
L’igloo allestito nella piazza di Mondello, a Palermo
LA MALATTIA DEI RICCHI,
DEI NOBILI E DEI PAPI
Nei secoli passati, ma anche fino al secondo
dopoguerra, la gotta era definita la malattia dei
ricchi, dei nobili, dei papi. Gente che ogni giorno
poteva portare in tavola carne, insaccati, formaggi,
dolci, tutti alimenti che i poveri non potevano
permettersi. Ne soffrivano Carlo Magno, Giulio
Cesare, Enrico VIII d’Inghilterra, Luigi XIV
di Francia. Gli antichi romani la curavano con
estratti di colchico, ottenendo dei miglioramenti.
Oggi che carne e salumi non rappresentano più
una privazione, ecco ritornare prepotentemente
la malattia.
SALUTE AZ
L’INTERVENTO
Il ponte per il paziente
S
econdo una ricerca pubblicata dagli Annals of Internal Medicine sono in genere
diciotto i secondi che il medico fa trascorrere prima d’interrompere il paziente che racconta la sua malattia e intervenire con le proprie investigazioni.
Ma meno si parla e si fanno parlare gli assistiti,
e meno si capisce che cosa li affligge. La china,
allora, lungo la quale scivola la conclusione è
quella della prescrizione di tutta una serie d’esami fidando, il sanitario, che da uno almeno farà
capolino l’affezione.
Lasciare però più tempo al colloquio medico-paziente, e meno prepotenza alla tecnologia, è una
situazione virtuosa che accoglie i dettami della
“Slow Medicine”, movimento sorto a Ferrara nel
giugno 2011 e animato dalla psicologa Silvana
Quadrino e dal medico Giorgio Bert.
Tale iniziativa raccoglie chi è pronto ad ascoltare
e capire colui che si apre e si spiega. Non imperversa l’assunto che le terapie, se moderne, mostrano maggiore efficacia: il Journal of the American Medical Association riferisce che la maggior
parte dei recenti dispositivi medici di nuovo ha
solo il consenso commerciale. E non convince
nemmeno l’idea che la tecnologia più recente sia
in grado di fornire sempre la corretta diagnosi.
Il medico dovrebbe essere la figura che riconosce e interpreta il punto di vista del malato e si
fa guidare dall’indole e dalla storia dell’inabilità,
che viene così a delinearsi compiutamente.
«Il tempo lasciato al paziente (non gli serve più
di mezz’ora) per narrare la sua malattia – spiega
Egidio Moja, direttore del “Centro Universitario
sugli Aspetti Relativo-Comunicazionali in Medicina” di Milano – aumenta nel medico la possibilità di organizzare una cura oltremodo mirata».
È innegabile che tutto ciò faccia sentire meglio
chi ricorre alla sanità. Si sente atteso, rispettato,
condiviso.
Bisogna parlarsi. Se i pazienti si rifugiano sempre
più nella medicina alternativa è perché cercano
il dialogo. La capacità d’ascolto degli omeopati
è ben nota, ed è proprio questo che aumenta il
numero dei loro clienti.
Quante ne combinavo a scuola! Fantasia e imprevedibilità non mancavano nelle mie performances ripagate puntualmente con i sette in condotta. Prorompevo su quello che di più squassante
e divertente appariva a me e ai miei compagni,
atteggiamento che poi, quando abbracciai la
Medicina, s’era trasformato in un grimaldello capace di cavare pensieri d’allegria dall’umore dei
malati.
La vita s’era così trovata al punto di dover cambiare significato alla mia caratteristica di discolo che spargeva nella classe amenità. Perché
queste le avevo destinate alle corsie d’ospedale, popolate da colleghi e da chi assistevo, ma
senza allontanare gli occhi del malato. Il medico
deve essere vicino al paziente, magari tenergli
la mano quando serve e rimanere vicino
alla sua solitudine.
I giovani, in genere,
sono i più predisposti
a manifestare intolleranze. Occorre parlare molto con loro,
distrarli, portarli su un
terreno che nulla ha
a che fare col motivo
delle loro sofferenze.
Gli sguardi che,
alla fine, il medico “vicino” riceve
sono soprattutto di
gratitudine perché
pazienti e familiari
riconoscono l’attenzione prestata. Ma
dell’assistenza l’azienda sanitaria vuole soprattutto i numeri, quelli che i medici che annovera
cercano appassionatamente di moltiplicare.
E proprio questo ci fa apparire “lenti”, vale a
dire scarsamente produttivi, perché le nostre
consulenze non hanno fretta d’archiviarsi, adagiate come sono nella pacatezza e in qualche
gaiezza del colloquio. Lenti poi lo dobbiamo
essere per forza quando necessita del tempo
per rimettere in piedi un malato, e soprattutto
il suo animo.
Ci si può allora considerare “diversamente produttivi”, ma ci si può pure caratterizzare come
“architetti del soccorso” se per i sofferenti il ponte che scavalca la malattia e li porta alle nostre
argomentazioni, leggere alcune ma consolanti
altre, non c’è volta che non lo costruiamo.
di Riccardo Ascoli
Professore di Urologia,
Università degli Studi
di Palermo
27
AZ SALUTE
Focus sulle associazioni di pazienti
UNA GIORNATA SUL PARKINSON
PER COMBATTERE LA DISINFORMAZIONE
di Minnie Luongo
I
n tutto il mondo, sabato 26 novembre
è stata la Giornata della malattia del
Parkinson (www.giornataparkinson.it),
un’iniziativa cui l’Italia aderisce dal 2009.
Una giornata indetta non solo per diffondere una corretta informazione, ma anche
per ricordare come la ricerca e la diagnosi
precoce siano l’arma vincente per combattere al meglio Parkinson e dintorni. Ne
parliamo con il neurologo Ubaldo Bonuccelli, da quattro anni presidente della
LIMPE, Lega Italiana per la lotta contro la
Malattia di Parkinson, le Sindromi Extrapiramidali e le Demenze.
Professor Bonuccelli, Lei desidera fare
una precisazione...
«Sì, riguardo al fatto che questa giornata
nazionale è promossa da noi insieme a DISMOV-SIN, Associazione Italiana Disordini del Movimento e Malattia di Parkinson, che, al pari della LIMPE, è da anni
impegnata nella lotta a questa importante
patologia. Congiuntamente, desideriamo
che la “mobilitazione” di tutti noi sia un
monito per le persone affette da questa
malattia che hanno il diritto di continuare
a vivere la propria quotidianità, sapendo
di poter contare sul sostegno imprescindibile costituito dalla ricerca. La DISMOVSIN è la sezione italiana dell’americana
“Movement Disorders Society”, rappresenta un’articolazione della Società Italiana di Neurologia ed è presente su tutto il
territorio nazionale. Scopo di quest’Associazione è diffondere la conoscenza e favorire la ricerca in tema di malattie neurologiche che comportino un’alterazione del
normale movimento come, ad esempio,
il Parkinson e i parkinsonismi, i tremori e
tutti i movimenti involontari determinati
da molteplici cause».
La ricerca a che punto è?
«Premesso che la qualità di vita dei pazienti è l’obiettivo principale per cui stiamo lottando, è lecito affermare che la ricerca sta facendo passi da gigante. Anche
per questo motivo, dalla Giornata di quest’anno, assieme a DISMOV-SIN, abbiamo
avviato un progetto di raccolta fondi che
ha come fine la prevenzione delle cadute,
un problema altamente invalidante per i
pazienti parkinsoniani. Augurandoci che
il progetto, davvero importante, possa
sostenere il nostro impegno in tal senso.
Senza mai dimenticare che la qualità di
vita non è legata ad un singolo farmaco o
alla visita di uno specialista competente,
bensì si deve ad un approccio integrato
che prevede terapie farmacologiche unite
al sostegno psicologico al paziente e alle
famiglie, insieme ad attività riabilitative e
ricreative. Del resto, il messaggio chiave
della giornata, sintetizzato dallo spot radiotelevisivo cui ha prestato la voce Andrea Bocelli, svela al meglio lo spirito di
noi promotori: “La malattia di Parkinson
non deve cambiare l’armonia della tua
vita: affrontala subito!”».
Ubaldo Bonuccelli
Come nasce la LIMPE?
«Sono ormai più di 35 anni che operiamo
a fianco dei pazienti di Parkinson e delle
loro famiglie. Nasciamo nel 1974 – per
iniziativa dei professori Cornelio Fazio e
Alessandro Agnoli, come gruppo di studio
della Malattia di Parkinson – diventando in
poco tempo il punto di riferimento per i
neurologi italiani interessati alla patologia,
alle sindromi extrapiramidali e alle demenze. Fin dalla sua costituzione, l’Associazione ha basato la sua attività sull’interdisciplinarietà, accogliendo sia i ricercatori
di base, soprattutto neurofarmacologi e
neurochimici, sia i clinici. Promuovendo, al
primo posto, la ricerca, senza tralasciare
di mantenere sempre uno stretto contatto non solo con i pazienti e i loro familiari, ma anche con tutte le Associazioni di
pazienti presenti sul territorio, riservando
sul proprio sito un’area dedicata ai malati.
E da due anni, già sotto la mia presidenza,
abbiamo inaugurato la sede di Roma».
Le stime della malattia…
«Si calcola che, nel nostro Paese, siano circa 150.000 le persone affette da Parkinson, più altri 50.000 malati con una forma
di parkinsonismo. Nella maggior parte dei
casi, la patologia si manifesta attorno ai
60 anni, ma nel 10 per cento dei pazienti
i sintomi compaiono addirittura prima dei
40. Negli ultimi 20 anni, l’obiettivo di molti
studi è stato di modificare il decorso della
malattia, rallentandone l’evoluzione. Una
delle nuove frontiere della medicina è lo
sviluppo di farmaci che hanno lo stesso
effetto neuroprotettivo di alcune sostanze esistenti in natura, come il tabacco o
il caffè, che inibiscono gli enzimi che danneggiano i neuroni».
Saperne di più
LIMPE - Lega Italiana per la lotta contro la Malattia di Parkinson, le Sindromi Extrapiramidali e le Demenze
Telefono: 06-96046753, fax: 06-96046754
[email protected] www.limpe.it
28
SALUTE AZ
SALUTE DA SFOGLIARE
CHISSÀ COSA SI PROVA
A BALLARE
di Arianna Zito
“E
bbene sì, io il delegato del
Pd nazionale per la disabilità, non tollero gli occhiali
e mi vergogno di indossarli. Chissà
perché la vivo così, forse troppa sfiga
tutta insieme?”. Si potrebbe dire che,
in questa frase di Ileana Argentin,
estrapolata da Chissà cosa si prova
a ballare (Donzelli Editore, pagg.
133, € 15,00), c’è tutta l’essenza
della tenerezza ed ironia insieme, di
questa donna che, riassumendo sette
mesi della sua vita, in una sorta di
diario, racconta interamente la sua
esistenza: gioie e dolori, successi,
piccole e grandi sconfitte, passioni,
desideri, lotte, paure, tutto affrontato con un’autoironia che lascia
trasparire un’intelligenza vivida.
È una vita tormentata dall’amiotrofia spinale quella di
Ileana Argentin. La patologia
le causa una grave disabilità,
ma la spinge, sin da piccola,
ad intraprendere una battaglia per l’abbattimento
delle barriere culturali e
per il riconoscimento delle
diversità come patrimonio
sociale. Questo libro nasce da
“un’energia interna esplosiva” provocata dalla visione,
“per l’ennesima volta”, del
film “Dirty Dancing”. “Mi
sono sempre vista – scrive
la Argentin – in discoteca a
muovermi a ritmo di musica
e, fin dalle prime feste con gli
amici, non ho mai sentito la
sofferenza di essere esclusa
dal ballo, perché dentro di
me l’ho sempre vissuto”.
Deputato nazionale e componente della XII Commissione
permanente della Camera,
l’autrice è anche responsabile
nazionale del Pd per i diritti dei disabili
e presidente dell’Associazione Laziale
Motulesi. Uno dei suoi grandi desideri
irrealizzati è quello di essere madre.
Nonostante ciò, scrive: “Avrei voluto
essere madre, ma la mia patologia
è genetica e può essere trasmessa,
quindi… Capisco se fosse successo,
ma andarselo a cercare no! Sarebbe
stato egoismo allo stato puro”. Ed è
attraverso i suoi adorati nipoti e i suoi
due cani, Ettore e Rocco, che il suo
desiderio di maternità viene appagato.
Ileana Argentin non indugia in alcun
modo nel pietismo, né verso se stessa
né verso gli altri portatori di handicap.
Anzi. “Come si può strumentalizzare
o fare demagogia spicciola – si legge
nel libro – sull’handicap da parte degli
stessi disabili?”. L’autrice se lo chiede
ripensando ad un episodio che l’ha
vista “costretta a negare il principio
di uguaglianza, per liberare i disabili
dall’uso improprio che viene fatto del
concetto di pari opportunità”. Partecipando come relatrice ad un convegno
organizzato da diverse associazioni di
categoria dell’handicap è rimasta colpita, in modo assolutamente negativo,
dalla relazione del presidente di un’associazione di disabili che manifestava
“con grande cinismo e intolleranza il
diritto all’autonomia dei ‘diversi’ per
ottenere la gratuità di molti servizi
pubblici”. Una cosa che indigna fortemente l’onorevole Argentin e che la
spinge a dire: “Che vergogna, ancora
una volta viene confuso il diritto con
il privilegio; è inaccettabile
– chiosa – che sia proprio un
disabile a chiedere il cinema, o il teatro, gratis, solo
perché è in carrozzina. Noi
diversi abbiamo lottato e
battagliato quotidianamente
per ottenere dignità e cultura, per il rispetto dei nostri
status ed ecco qua che uno
qualunque, solo perché su
quattro ruote, brucia tutto”.
Come si legge nella Prefazione, a cura di Fabrizio Frizzi,
“nel suo diario c’è davvero
il suo vasto mondo, quello
di una donna speciale che
non si è mai lasciata abbattere dalla malattia che ha
‘incontrato’, ma con la quale
ha imparato a convivere e
che, paradossalmente, sente
quasi come un suo punto di
forza. Tanto da scrivere che
non cambierebbe la sua vita
con quella di nessun altro”.
29
AZ SALUTE
pillole di salute
UN CUORE ARTIFICIALE
CHE SI CONTROLLA VIA
INTERNET
Un cuore artificiale di nuova generazione che si controlla via Internet
e permette di monitorare, in tempo
reale e a distanza, le condizioni del
paziente ed il funzionamento della
pompa che supporta il cuore malato.
È stato impiantato, per la prima volta
in Italia, all’Istituto Clinico Humanitas,
da un’équipe diretta dal dottore Ettore
Vitali, responsabile del Dipartimento
Cardiovascolare.
La consolle di cui è dotato questo
“cuore artificiale” (più correttamente VAD, Ventricular assist device)
permette al paziente di collegarsi ad
un computer per scaricare i dati e
trasmetterli via Internet.
«Ciò consente il monitoraggio medico
a distanza – spiega Vitali – e agli specialisti di visualizzare in tempo reale lo
stato di salute del paziente rilevando
parametri della pompa, monitorando il
flusso sanguigno, la potenza utilizzata e
la velocità della turbina».
La pompa, che viene impiantata all’apice del ventricolo sinistro e lo svuota,
reimmettendo il sangue nell’aorta, è
la parte principale di un sistema che
comprende un cavo di collegamento con l’esterno, le batterie ed una
consolle che funge anche da caricatore
per le batterie. Piccolo, tanto da stare
in una mano, leggero – pesa poco più
di 100 grammi – ed affidabile, questo
VAD è un apparecchio per l’assistenza
ventricolare meccanica che supporta il
cuore malato ripristinando le normali condizioni emodinamiche ed il
corretto afflusso di sangue agli organi
periferici.
progressiva che colpisce circa 8.000
pazienti a livello mondiale (con elevata
prevalenza in Portogallo e Svezia). In
Italia, si contano circa 150 malati che
hanno un’aspettativa di vita di 10 anni
dalla comparsa dei primi sintomi e
per i quali, ad oggi, l’unica alternativa
possibile è il trapianto di fegato.
«Sino ad ora, non c’erano farmaci
approvati per questa malattia degenerativa e fatale. Tafamidis offre una
nuova speranza ai pazienti», commenta
la dottoressa Teresa Coelho dell’Ospedale Santo Antonio di Oporto,
in Portogallo.
PALERMO, L’OSCAR DELLA
MEDICINA AL PROFESSORE
GASPARE GULOTTA
Il professore Gaspare Gulotta,
direttore di Chirurgia d’Urgenza e del
Trauma del Policlinico Universitario
“Paolo Giaccone” di Palermo, ha ricevuto l’Oscar per la Medicina. Il premio
gli è stato conferito dall’Accademia
Universitaria di Lettere, arti e scienze
“Ruggero II di Sicilia”.
“Al professore Gaspare Gulotta – si
legge nella motivazione – medico di
notevoli qualità culturali, professionali,
sociali e umane, ha fatto della scienza
medica una ragione di vita, integrandola nel sociale, fino al punto da potere
affermare di avere realizzato l’umanizzazione della Medicina”. Il premio
è stato consegnato dal presidente
dell’Accademia, il professore Amerigo
Coroneo.
POLINEUROPATIA
SINTOMATICA
IN ARRIVO UNA NUOVA CURA
L’EMA (Agenzia europea del farmaco)
ha dato il via libera a tafamidis per la
cura della polineuropatia familiare
amiloide da transtiretina in pazienti
adulti con lo stadio 1 della polineuropatia sintomatica. Si tratta di una
rara malattia neurodegenerativa
Gaspare Gulotta
30
LA MENARINI ACQUISISCE
IL GRUPPO INVIDA
Singapore, Indonesia, Australia, Cina,
Hong Kong, India, Malaysia, Filippine, Corea del Sud, Nuova Zelanda,
Taiwan, Thailandia,Vietnam: questi
i Paesi che si aprono alla Menarini,
con sede a Firenze, dopo la firma,
avvenuta a Singapore, del contratto di
acquisizione del Gruppo Invida, una
delle principali realtà farmaceutiche
dell’area Asia-Pacific.
Con un fatturato di oltre 220 milioni di
dollari, 3.500 dipendenti, una presenza
in aree terapeutiche estremamente
importanti, Invida è stata ritenuta da
Menarini l’azienda ideale per l’apertura
verso molti dei Paesi emergenti a più
alto tasso di crescita del mondo.
«In Invida abbiamo trovato la “Menarini dell’Asia” e un management con
competenze eccezionali – commentano Piero Corsa e Domenico Simone, direttori generali di Menarini –.
Avere un quartier generale a Singapore è ideale per creare un ponte tra
Europa e Asia e portare così ai pazienti
asiatici tutto il contributo terapeutico
dei nostri farmaci».
INNOVATIVA TECNICA
OPERATORIA PER CURARE
L’ESOFAGO
Arriva dal Giappone un nuovo intervento non invasivo, eseguito in Italia solo al
Policlinico universitario “A. Gemelli” di
Roma, per risolvere l’acalasia, a causa
della quale l’esofago non è in grado di
spingere il cibo nello stomaco.
Chiamata miotomia endoscopica transorale (POEM – Per-Oral Endoscopic
Myotomy), si tratta di un’operazione in
cui il chirurgo, senza incidere l’addome o
fare buchi, passa attraverso la bocca. Ad
eseguirla è stata l’équipe del professore
Guido Costamagna, direttore dell’Unità operativa di Endoscopia digestiva
chirurgica del Policlinico “A. Gemelli”.
Lo stesso intervento è stato eseguito in
Europa solo in Belgio e Germania. Oltre
alla mininvasività, i vantaggi della metodica sono minore dolore postoperatorio,
scarse aderenze, ridotti problemi di
reflusso dopo l’intervento.
Possiamo sperare?
LA VITA PONE
DOMANDE.
NOI CERCHIAMO
LE RISPOSTE.
L’innovazione è la nostra risposta alle continue
sfide della salute. Lavoriamo ogni giorno per salvare
le vite dei pazienti e per aiutare milioni di persone
in tutto il mondo. Leader mondiali nelle biotecnologie:
diagnostica in vitro, oncologia, trapiantologia, anemia,
virologia, nefrologia e reumatologia sono le nostre
aree di eccellenza. Focalizziamo il nostro impegno
in ricerca e sviluppo sulla scoperta di nuovi farmaci
e tecnologie diagnostiche in grado di combattere
il cancro, l’AIDS, l’epatite, l’Alzheimer, l’artrite
reumatoide ed il diabete. Grazie ai grandi progressi
nella ricerca e alla sinergia tra diagnosi e terapia,
siamo pionieri nello sviluppo di test diagnostici
e farmaci personalizzati in base alle caratteristiche
genetiche di gruppi di pazienti.
Ci sono tante risposte quante sono le persone.
Noi continuiamo a cercare soluzioni individuali.
We Innovate Healthcare
www.roche.it
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