IN ABBINAMENTO AL Anno VII - Numero 10 - Novembre 2011 Farmaci: penalizzata l’innovazione Manovre anti-crisi pesano sulla salute www.azsalute.it L’ipertensione non risponde alle cure? Un piccolo intervento al rene la guarisce Una malattia d’altri tempi? Macché, la gotta è di nuovo tra noi! Pelli sintetiche, piante, nuove leghe metalliche Ecco come cambia il mondo delle allergie Quello stress che condiziona la vita Un fenomeno sempre più diffuso lu t e A Z Sa timo l ogni duì del mese le merco to gratuitloia ga ici in aliloernale di S al G a l t uo o l i d e Richidicolante! e AZ SALUTE Anno VII - Numero 10 novembre 2011 Mensile in abbinamento gratuito al “Giornale di Sicilia” IN ABBINAMENTO AL 4 Le straordinarie conquiste della chirurgia mininvasiva 20 Quel pericoloso tumore alla bocca. Spesso la causa è il Papillomavirus di Nicoletta Termine Anno VII - Numero 10 - Novembre 2011 L’ipertensione non risponde alle cure? Un piccolo intervento al rene la guarisce Pelli sintetiche, piante, nuove leghe metalliche Ecco come cambia il mondo delle allergie www.azsalute.it In questo numero Farmaci: penalizzata l’innovazione Manovre anti-crisi pesano sulla salute Quello stress che condiziona la vita Un fenomeno sempre più diffuso Una malattia d’altri tempi? Macché, la gotta è di nuovo tra noi! e AZ Salut o ogni ultim del mese mercoledì gratuito ato in alleg ale di Sicilia al Giorn al tuo Richiedilolante! edico 6 Piante, metalli, pelli sintetiche. Attenzione alle nuove allergie di Manuela Campanelli 21 Malattie reumatiche e qualità di vita. La rivoluzione dei farmaci biologici Storie di copertina di Giovanni Pepi Direttore Responsabile Carmelo Nicolosi Rubriche Minnie Luongo Giuseppe Montalbano Luciano Sterpellone Arianna Zito Hanno collaborato a questo numero Vincenzo Adamo Riccardo Ascoli Giorgio Brunelli Manuela Campanelli Paola Mariano Germana Pagliaro Nicoletta Termine 8 Quello stress che condiziona la vita. Ma sappiamo davvero cos’è? di Germana Pagliaro 10 Alleanza tra oncologi e ginecologi nella guerra al tumore ovarico 12 Sclerosi multipla e staminali. Al via un maxi-studio mondiale di Paola Mariano 22 Il coraggio di Ippocrate. Quando un medico ama le sfide di Giorgio Brunelli 24 Ecco come medicina e politica possono essere grandi amiche di Monica Diliberti 25 Infezione da pneumococco. Una protezione in più per gli adulti Coordinamento redazionale Monica Diliberti Editrice AZ Salute s.r.l. Registrazione del Tribunale di Palermo n. 22 del 14/09/2004 Redazione Via XX Settembre, 62 - 90141 Palermo Tel. 091-6255628 Fax 091-7826385 [email protected] Redazione di Milano Responsabile Cinzia Testa Sala Stampa Nazionale Via Cordusio, 4 - 20123 Milano Tel. 02-865052 Fax 02-86452996 Redazione grafica e coordinamento advertising Officinae s.r.l. Pubblicità AZ Salute s.r.l. Tel. 091-6255628 Fax 091-7826385 [email protected] Concessionaria per la stampa Promo Offset s.r.l. via A. De Gasperi, 17 93100 - Caltanissetta Tipografia AGEM San Cataldo (CL) Fotografie: foto di stock, AAVV, ICPOnline www.icponline.it www.azsalute.it 14 Farmaci: penalizzata l’innovazione. Manovre anti-crisi pesano sulla salute di Carmelo Nicolosi 15 Un Punto Informativo per i malati oncologici di Vincenzo Adamo 16 Un rene in regalo. Gesto di grande amore di Monica Diliberti 17 Check-up per un Vip Robert Schumann. Musica dagli angeli di Luciano Sterpellone 18 I nostri bambini Recuperare la bella tradizione di sedersi tutti insieme a tavola di Giuseppe Montalbano 26 Quei dolorosi attacchi di gotta. Malattia tutt’altro che scomparsa 27 Il ponte per il paziente di Riccardo Ascoli 28 Focus Associazioni Una giornata sul Parkinson per combattere la disinformazione di Minnie Luongo 29 Salute da sfogliare Chissà cosa si prova a ballare di Arianna Zito 30 Pillole di salute AZ SALUTE È IN EDICOLA IN ALLEGATO GRATUITO CON IL GIORNALE DI SICILIA L’ULTIMO MERCOLEDì DI OGNI MESE. RICHIEDILO AL TUO EDICOLANTE SALUTE AZ EDITORIALE Trapianto di rene da vivente Opportunità poco conosciuta I nnegabilmente è un grande atto d’amore. Verso il figlio, il fratello, la persona amata... La voglia di salvarla dall’incubo della dialisi, di quella macchina che ti dà modo di vivere ripulendo, più giorni la settimana, il sangue reso impuro da reni che non filtrano, che non funzionano. L’unica alternativa alla dialisi è il trapianto, ma le liste d’attesa, per avere assegnato un rene da cadavere, sono lunghe, troppo lunghe e, a volte, il destino non dà il tempo di aspettare. Ed ecco che può scattare l’atto d’amore: la cessione di un rene, da vivente. Oggi, il trapianto di rene da donatore vivente è considerato un’alternativa valida a quella da cadavere. Anzi, secondo statistiche norvegesi (la Norvegia pratica questo tipo di trapianto dal 1968 come prima opzione terapeutica), un’ottima scelta, visto che in tutti questi anni non ci sono stati decessi operatori, né postoperatori, che l’aspettativa di vita del donatore non risulta modificata e che il recupero dei soggetti trapiantati è completo. Eppure, in Italia, il trapianto di rene da vivente rappresenta solo l’11 per cento di tutti i trapianti. E ci si chiede il perché. La risposta più valida è che, ancora, la donazione di rene da vivente non è adeguatamente conosciuta. Si tende sempre ad accostare il trapianto d’organo ad una persona deceduta. Da qui, l’importanza di rendere edotta la popolazione sulla possibilità di poter donare un rene quando si è in vita, un’occasione per offrire a chi è affetto da insufficienza renale grave l’opportunità di “ritornare” a vivere. In Italia, la legge 458/1967, autorizza la donazione e il trapianto di rene da vivente, sia tra consanguinei sia tra estranei affettivamente collegati – quando manca la disponibilità dei primi – ma non esclude la possibilità di casi di donazione di rene anche tra persone estranee, come, per esempio, nel caso della donazione “samaritana”. La legge riporta una serie di garanzie al fine di garantire la libera volontà del potenziale donatore e la sua consapevolezza dell’atto che andrà a compiere a fini solidaristici, con espresso divieto di finalità di lucro. Indispensabile la valutazione da parte di un collegio medico dell’idoneità fisica e psichica del donatore, oltre, naturalmente, alla compatibilità tra i soggetti. A pagina 16 riportiamo la commovente testimonianza, fatta ad AZ Salute, di una coppia che ha superato il tunnel del dolore: un esempio di grande valore morale che, ne siamo certi, rappresenterà un modello per altre persone che vivono la stessa condizione. La storia di un trapianto di rene da vivente che ci riconcilia con la vita. Al centro delle pagine di questo numero, i lettori troveranno, allegato, un opuscolo che può essere staccato e conservato, sul trapianto di rene da vivente: lo ha preparato la nostra redazione su incarico del Centro Regionale Trapianti, traendolo da un documento elaborato da un gruppo di esperti del Centro Nazionale Trapianti che lavora e lotta per salvare più vite possibili di persone che, senza un trapianto di rene, di cuore, di polmone, di pancreas, non avrebbero alcuna possibilità di continuare a vivere. Riteniamo l’opuscolo “Il trapianto di rene da donatore vivente: la scelta che può cambiare una vita” un regalo di grande valenza sociale: otto pagine che, veramente, possono cambiare una vita. Ringraziamo il Centro Regionale Trapianti per questo omaggio ai cittadini siciliani. Un omaggio che veicoliamo con grande piacere. di Carmelo Nicolosi È considerato una valida alternativa al trapianto da cadavere. All’interno della rivista un opuscolo informativo AZ SALUTE Una rivoluzione tecnologica impensabile anni fa Le straordinarie conquiste della chirurgia mininvasiva L A Palermo, all’incontro organizzato dal Maria Eleonora Hospital, i più bei nomi della cardiologia, chirurgia cardiovascolare ed interventistica a chirurgia cardiovascolare fa grandi passi in avanti, tanto che si parla di nuova Era. Di fatto, le più recenti tecnologie offrono la possibilità di attuare interventi prima impensabili: operare parti del cuore senza tagli al torace, arresto cardiaco, circolazione extracorporea, e intervenire anche in pazienti di oltre 80 anni o persone affette da altre severe malattie. E oggi la chirurgia mininvasiva invade anche il campo dell’ipertensione, la causa più diffusa di mortalità. Nei casi in cui l’alta pressione non può essere efficacemente controllata con i farmaci, è possibile praticare un intervento mininvasivo di denervazione renale. In altre parole, si procede ad una selettiva disattivazione di alcune terminazioni nervose del rene, raggiungendo così una riduzione duratura della pressione del sangue. L’idea è nata dalla scoperta che nel meccanismo della regolazione della pressione arteriosa un ruolo importante è giocato dal rene. L’approccio, del tutto nuovo, consiste nell’introduzione di un catetere dall’arteria femorale fino al rene. Il dispositivo è collegato ad un generatore che eroga energia a radiofrequenza e a bassa potenza che va ad inattivare, in modo selettivo, i nervi renali interessati nel meccanismo della pressione sanguigna, riducendola. L’intervento dura tra i 40 e i 60 minuti, il paziente viene sedato leggermente in modo da restare vigile, ma di non avvertire alcun dolore. Va detto che l’ipertensione se non controllata, nel tempo, provoca danni alle pareti delle arterie, aumentando il rischio di infarto, ictus, scompenso cardiaco, insufficienza renale e problemi oculari. Uno studio attuato in 24 centri di Europa, Australia e Nuova Zelanda, ha evidenziato non solo l’efficacia dell’intervento di denervazione renale, ma anche l’assenza di particolari eventi avversi o complicanze ad esso associate. Il trattamento mininvasivo è stato presentato al quinto congresso nazionale “Interventistica e chirurgia cardiovascolare” che si è tenuto a Palermo, presieduto dal cardiochirurgo professore Renato Albiero, unitamente al professore Luigi Tavazzi. Responsabile scientifico il dottore Antonio Micari. L’incontro ha riunito nel capoluogo siciliano i più bei nomi della cardiologia, della chirurgia cardiovascolare e di quella interventistica. La segreteria organizzativa è stata seguita dalla Collage Congressi e il coordinamento della segreteria scientifica affidato alla dottoressa Maria Letizia Lunetto. «Presto, al Maria Eleonora Hospital di Palermo attueremo il primo intervento di denervazione renale in Sicilia», annuncia il dottore Antonio Micari che è anche coordinatore di uno studio, presentato al Congresso europeo di interventistica EuroPCR 2011, su una nuova metodica che utilizza palloncini medicati nell’angioplastica delle arterie femorali. Il restringimento in queste arterie porta una scarsa irrorazione alle gambe, fenomeno che determina la claudicatio intermittens, meglio conosciuta come la malattia delle vetrine: il soggetto che ne è affetto, fatta un po’ di strada viene colpito da dolori crampiformi (nei casi più gravi il dolore insorge anche a riposo) ed è SALUTE AZ costretto a fermarsi. E finge di guardare le vetrine. La terapia della stenosi o dell’occlusione delle femorali superficiali è, allo stato attuale, rappresentata o dalla chirurgia, con l’apposizione di bypass, o dall’angioplastica (la riapertura del lume del vaso a mezzo di un palloncino introdotto nell’arteria). Purtroppo, in non pochi casi sopraggiunge un nuovo restringimento (restenosi). Per evitarla, sono stati approntati dei palloncini contenenti un farmaco antiproliferativo (paclitaxel) che “spalmato” all’interno dell’arteria riduce la restenosi. Lo studio coordinato dal dottore Micari ha dimostrato, ad un anno, un abbattimento del valore della restenosi al 13 per cento. «Per la prima volta – sottolinea Micari – è stato dimostrato che l’uso del pallone medicato apporta un significativo miglioramento nei pazienti». Al congresso di Palermo, un’intera sessione è stata dedicata alla stenosi aortica degenerativa (o calcifica), la malattia di valvole del cuore più frequente tra la popolazione occidentale, generata da cause congenite, reumatiche, infettive e che può portare al decesso entro pochi anni. Ora, è possibile sostituire la valvola, nei casi ad alto rischio operatorio, con l’utilizzo di nuove protesi (TAVI) che permettono di intervenire, attraverso l’arteria femorale o praticando un piccolo taglio nel torace. «È una tecnica con una percentuale di successo di circa il 90 per cento che va utilizzata però con principi di sussidiarietà rispetto al trattamento chirurgico e solo in casi in cui quest’ultimo presenti fattori di rischio molto elevati come calcificazioni dell’aorta ascendente, precedente radioterapia toracica, reintervento su protesi, età molto avanzata, compromissione multiorgano», osserva il professore Albiero, direttore scientifico del Maria Eleonora Hospital di Palermo. Nella Sicilia occidentale, al Maria Eleonora Hospital, è stato praticato anche il primo caso, per via percutanea, di occlusione dell’auricola (o orecchietta) sinistra del cuore il sito dove più di frequente, nei pazienti con fibrillazione atriale cronica, si formano coaguli di sangue (trombi) con il rischio severo di ictus, la terza causa di mortalità, ischemie degli arti e dei vasi intestinali. La fibrillazione atriale, la più comune aritmia cardiaca, colpisce circa il 5 per cento della popolazione di età superiore ai 65 anni e può arrivare a superare il 13 per cento dopo gli 80 anni. Di fatto, la prevalenza dell’aritmia tenderà a crescere nei prossimi anni a causa dell’allungamento della vita media. La nuova strategia terapeutica, basata sulla prevenzione degli eventi trombo-embolici attraverso la chiusura dell’auricola sinistra, ha dimostrato, in diversi studi internazionali, la sua efficacia. Un dispositivo viene introdotto fino alla cavità atriale sinistra, attraverso un catetere guida, per via transcutanea (senza apertura del torace) e sotto scopia. L’occlusione per via transcutanea dell’auricola sinistra viene vista come un’ottima alternativa alla terapia medica anticoagulante orale a lungo termine per la prevenzione di ictus, anche per l’aumentare dei soggetti anziani con fibrillazione atriale nei quali la somministrazione continua di anticoagulanti non è consigliata, per non dire degli elevati costi per la Sanità di una tale terapia a lungo termine. Altra conquista di rilievo della minichirurgia è la possibilità di intervenire nel piede diabetico per evitarne l’amputazione. Il Gruppo Villa Maria ha prodotto un vasto progetto di rete per il piede diabetico del quale fanno parte i centri di Torino, Roma, Rapallo, Bari e Palermo. Renato Albiero Il diabete sta galoppando nel mondo. Si stima che ne siano affetti oltre 120 milioni di soggetti e che tra meno di 15 anni saranno circa 250 milioni, a causa dell’aumentare dell’età, della sedentarietà, dell’obesità, del cambiamento del regime alimentare. In Italia, la prevalenza di diabete è stimata intorno all’8 per cento della popolazione. Le complicanze sono: malattie del cuore, insufficienza renale, cecità, piede diabetico. Il 40-70 per cento delle amputazione delle estremità inferiori è dovuta al diabete mellito e l’85 per cento delAntonio Micari le amputazioni è legata ad ulcere al piede. Purtroppo, la maggior parte dei Nella foto di apertura pazienti diabetici non viene sottoposta a regola- del servizio: una ri controlli delle estremità inferiori. E dire che il panoramica della diabetico può non rendersi conto di microtraumi “Sala di Maggio” della o lesioni della cute del piede a causa della perdita Società Siciliana per la Storia Patria di di sensibilità dell’arto. Palermo, sede del L’Organizzazione mondiale della sanità si è posta V Congresso Nazionale l’obiettivo di ridurre almeno del 50 per cento il “Interventistica numero delle amputazioni nel mondo. A tal fine, e chirurgia è necessario essere consapevoli dell’entità del cardiovascolare” problema, promuovere la prevenzione attraverso visite podiatriche, la prescrizione di apposite calzature, la creazione di équipe specializzate nel trattamento multidisciplinare del piede diabetico. Oggi, se il problema è individuato in tempo, si può ricorrere alla microchirurgia e, in molti casi, preservare il piede. In centri altamente specializzati il salvataggio d’arto è superiore al 90 per cento. AZ SALUTE Un problema in progressivo aumento Piante, metalli, pelli sintetiche Attenzione alle nuove allergie di Manuela Campanelli A Sempre più italiani fanno i conti con riniti, asma, dermatiti da contatto. Cresce il numero di sostanze che l’organismo riconosce come nemiche chi si domanda perché le allergie siano in aumento, perché la rinite sia “lievitata” nella popolazione generale fino al 15 per cento negli ultimi cinque anni, perché l’asma abbia raggiunto il 7 per cento e perché le gravi reazioni anafilattiche ai farmaci stiano facendo registrare un’impennata, oggi si può dare una possibile risposta: le cause che mettono alle strette il nostro sistema immunitario spesso sono nuove. Se il meccanismo che sta alla base di un’allergia è sempre lo stesso – il nostro sistema immunitario riconosce come “nemiche” sostanze che non lo sono affatto e si difende tenacemente producendo anticorpi che le possono annientare –, situazioni emergenti lo mettono continuamente alla prova. Nuove leghe metalliche, innovativi surrogati di pellami e coloranti ricchi di nichel, cromo o cobalto, oggi gettonatissimi perché più economici dei loro corrispondenti autentici, possono scatenare per esempio un’allergia da contatto diffusa che, fortunatamente, si limita a causare ponfi nei punti in cui i materiali allergizzanti toccano la pelle. Alcune piante ornamentali, per esempio i cipressi (ogni anno, nel nostro Paese, ne viene importato circa un milione), diffondono nuovi allergeni da inalazione che scatenano una sintomatologia spesso diffi- cile da diagnosticare (soprattutto a febbraio–marzo quando si confonde con forme di raffreddamento) e che è particolarmente insidiosa. Un’altra causa emergente è l’enorme diffusione dell’ambrosia nei terreni incolti, dovuta dall’abbandono delle campagne, che provoca soprattutto nel Nord Italia i sintomi da febbre da fieno. La spiegazione viene dai Nobel Ma come si spiega un così importante aumento delle allergie? «Il merito, o la colpa, è delle cellule dendritiche. Per la loro scoperta e quella del loro ruolo, Ralph Steinman ha ricevuto quest’anno il Premio Nobel», spiega il professore Floriano Bonifazi, direttore del Dipartimento di malattie immuno-allergiche e respiratorie dell’Azienda Ospedaliera di Ancona e presidente onorario dell’Associazione Allergologi e Immunologi Territoriali Ospedalieri (AAITO). «Queste cellule – dice Bonifazi –, caratterizzate da lunghe propaggini paragonabili ai tentacoli di una piovra, sono delle vere e proprie sentinelle dell’immunità: scandagliano organi e tessuti alla ricerca di un virus, un batterio o una sostanza apparentemente pericolosa e, quando lo trovano, danno un segnale d’allerta facendo partire una reazione di difesa. In altre parole, “dicono” che c’è una situazione di rischio SALUTE AZ ai linfociti T che, a loro volta, passano la parola ai linfociti B i quali cominciano a costruire anticorpi specifici e a dare avvio a sistemi di difesa più sofisticati». Alle cellule dendritiche spetta dunque “l’ultima parola”: sono loro che decidono se tollerare una sostanza o se “aizzarle” contro tutto Floriano Bonifazi il nostro sistema immunitario. Poiché si trovano dappertutto, dalla pelle, all’intestino, all’albero respiratorio, e sono capaci di spostarsi attraverso la linfa da un capo all’altro del nostro corpo, si capisce perché riescono a compiere la loro “rivoluzione” anche a distanza. Occhio alle nuove cure Una causa emergente di allergia può riguardare i farmaci biologici. Su di essi, gli allergologi hanno puntato l’attenzione. Per limitare queste reazioni allergiche, la federazione delle società allergologiche ha realizzato un registro su cui riportare la frequenza della loro insorgenza, il numero delle somministrazioni dopo le quali si sviluppano i sintomi e le persone identificate a rischio. Per evitarle, i medici dovrebbero far eseguire un test di ricerca degli anticorpi anti-farmaco. un’allergia alimentare. Accade così che si entri a far parte di quel vero e proprio esercito dei sensibilizzati ad alcuni nutrienti che, attualmente, sono l’8 per cento nella nostra popolazione: in pratica, ben 1-1,5 milioni di adulti e 2-3 milioni di bambini nel nostro Paese hanno un sistema immunitario che fa errori: i loro linfociti T “regolatori”, invece di tollerare alcuni nutrienti li riconoscono come non propri e fanno partire un’acerrima battaglia contro di loro. Una reazione allergica inaspettata può capitare a qualsiasi età e può essere legata anche a cause occasionali. Per esempio, a sforzi fisici fatti a distanza di 2-4 ore da un pasto a base, per esempio, di alimenti preparati con il grano (pane, pasta, biscotti) che contiene gliadina, una sostanza per alcuni allergizzante. Oppure essere correlata al tipo di pesce mangiato: nei crostacei e nei molluschi, le tropomiosine e le parvalbumine possono scatenare una crisi allergica, mentre nelle alici e nelle acciughe si può invece annidare un verme parassita, l’anisakis, che se ingerito crudo dà vomito, diarrea e sintomi allergici anche severi. L’inquietante legame asma-allergia-obesità I bambini obesi hanno un rischio doppio di sviluppare l’asma, mentre i piccoli e gli adolescenti già asmatici e con diversi chili di troppo corrono il pericolo di avere un’asma più grave e più difficile da controllare con i farmaci e di andare incontro a riacutizzazioni tre volte più frequenti e importanti. A determinare questo legame tra allergie e peso corporeo sembrano essere le sostanze prodotte dalle cellule adipose, la leptina in testa a tutte, che incidono sul funzionamento delle cellule dendritiche rendendole più sensibili a reagire. «Questa scoperta – dice il professore Bonifazi – ha dato nuovi input. Oggi, si fa più attenzione ai figli di genitori allergici: si cerca di non farli diventare in sovrappeso. Allo stesso modo, si raccomanda alle mamme e ai papà di tenere sotto stretto controllo il peso dei propri bambini con il “fischietto” asmatico». Allergici a un alimento da un giorno all’altro All’improvviso, i cibi che si sono sempre mangiati senza problemi possono diventare pericolosi per la propria salute. Succede a persone atopiche, cioè predisposte alle allergie, che magari non hanno mai avuto sintomi: a un certo punto della loro vita, l’assunzione di alcuni farmaci o un’alterazione del proprio sistema immunitario possono smascherare Un sito per combattere le allergie Le allergie stanno diventando la malattia del XXI secolo. Di fronte a questa situazione di emergenza, il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non sembra attrezzato per affrontarla al meglio. «Solo in otto Regioni – sottolinea Floriano Bonifazi – i Piani Regionali prevedono azioni di politica sanitaria in tema di allergopatie. Nella maggior parte delle realtà italiane, il rapporto tra servizi di allergologia-abitanti è di 1/106.000, molto al di sotto di quello indicato dagli standard europei e dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che raccomandano la presenza di un allergologo dedicato full time alle attività assistenziali ogni 50.000 abitanti». Per venire incontro alle disattese esigenze dei nostri connazionali allergici (nel 2025, più del 50 per cento degli italiani sarà allergico) è stato attivato un sito Internet. Digitando www.allergie.pazienti.org, si potrà trovare una mappa di 50 centri garantiti da una società scientifica, l’Associazione Allergologi e Immunologi Territoriali Ospedalieri (AAITO). AZ SALUTE Un fenomeno sempre più diffuso Quello stress che condiziona la vita Ma sappiamo davvero cos’è? P di Germana Pagliaro A volte, quando non riusciamo a liberarci dalle ansie, l’organismo rimane in una situazione di costante tensione e allarme. Ecco come intervenire alline di gommapiuma antistress, collant no stress, creme per pelli secche e stressate e perfino bagnoschiuma Aroma Therapy Anti-Stress. Ogni anno, le aziende sfornano centinaia di prodotti diversi per combattere lo stress, ma allora perché ci sentiamo sempre più stanchi? Attualmente, lo stress si pone come uno dei problemi sociali più rilevanti, cui va data una tempestiva risposta a livello sia di cura sia di prevenzione. Col termine “stress”, che ha origine dagli studi del fisiologo Hans Seyle, s’intende la risposta biologica aspecifica del corpo a qualsiasi richiesta ambientale e gli “stressor” sono i vari tipi di stimoli o agenti che suscitano tale reazione (ad esempio, un esame da affrontare, un capoufficio difficile da gestire, un problema da risolvere, ecc.). Un evento stressante produce lo stress acuto o eustress, che è benefico: la persona riceve una forte sollecitazione psicofisica che la mette in grado di poter intervenire e risolvere situazioni e problemi urgenti e impegnativi, con prontezza ed efficacia, in tempi brevi. Tale reazione dovrebbe esaurirsi con la risoluzione del problema e far tornare l’organismo in uno stato di rilassamento. Può accadere, invece, che questa condizione di “attivazione” permanga anche in assenza di stimoli stressanti o che la persona reagisca in modo esagerato a eventi di lieve entità. Quest’alterazione permanente porta ad uno stato di stress cronico o distress molto dannoso per l’individuo. In questo processo di cronicizzazione, lo stress costringe l’organismo a permanere in una situazione di costante tensione e allarme, anche non necessario, prosciugandone le energie. In questo modo, non si riesce più a gestire bene eventi stressanti anche tollerabili e giungono segnali di pericolo dall’interno, come se ci fossero ancora problemi e difficoltà reali all’esterno, andando incontro a disturbi di vario genere. Le patologie più comuni legate allo stress sono senso d’allarme, difficoltà di concentrazione e di decisione, ansia, insonnia, attacchi di panico, pensieri ripetitivi, irritabilità, indebolimento del sistema immunitario, disturbi gastrointestinali, contratture muscolari, vertigini, cefalee, mancanza di energia. Come possiamo capire se siamo soggetti a rischio? Esistono dei comportamenti che possono fungere da veri e propri campanelli d’allarme che non dobbiamo sottovalutare: camminare e/o mangiare velocemente, sentirsi confusi o sovraccaricati, controllare tutto, essere soggetti a dimenticanze o sbadataggini, non riuscire a “fermarsi” mai, sudare abbondantemente, avere difficoltà ad addormentarsi o soffrire d’insonnia, sentire i muscoli doloranti e contratti, avere il fiato corto. Inizialmente, è consigliabile imparare a prendersi delle pause durante il giorno e, quando è possibile, fare una vacanza rilassante, coccolarsi con hobby gratificanti, leggere, fare sport e avere un’alimentazione sana. Se questo dovesse risultare difficile, allora è necessario chiedere aiuto. È possibile rivolgersi al proprio medico che può prescrivere un consulto psicologico o, ancora più specificatamente, proporre un intervento Funzionale Antistress. La metodologia Funzionale Antistress, fondata dal professore Luciano Rispoli, riesce in poco tempo e in modo duraturo, con tecniche mirate, a recuperare la respirazione diaframmatica profonda, l’unica in grado di generare condizioni di calma e di benessere; a sciogliere contrazioni e tensioni croniche eseguendo un massaggio profondo dei muscoli; a recuperare morbidezza, fluidità e calma con specifiche sequenze di movimenti; a riacquistare una condizione vagotonica, indispensabile a invertire il fenomeno dello stress cronico, attraverso l’intervento sul diaframma e sulle innervazioni del neurovegetativo portando la persona a poter attingere pienamente a tutte le sue potenzialità quando desidera, una volta che esse siano state ritrovate, riscoperte e ricostruite pienamente. APPASSIONATI ALLA VITA CI SONO MOMENTI CHE VALGONO ANNI DI RICERCA. OGNI GIORNO PORTIAMO LA PASSIONE PER LA VITA NEI NOSTRI LABORATORI, NEI NOSTRI UFFICI, NEGLI OSPEDALI, NELLE VOSTRE CASE. 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La causa di questa alta professore Nicola Surico, presidente della SIGO mortalità sta nel fatto che ancora, molto spesso, – e spiegare alle nostre pazienti chi deve prestala diagnosi viene posta quando la malattia – che re particolare attenzione. Allerta per chi non ha rimane a lungo silenziosa – è già in fase avanzata. figli, chi ha avuto un menarca precoce e una meQuesto accade 8 volte su 10 e la sopravvivenza nopausa tardiva. Si sottovaluta, inoltre, il peso è appena del 30 per cento. Inoltre, in questi casi, della familiarità: chi ha una madre o una sorella anche se si interviene, l’80 per cento delle volte il affetta da carcinoma ovarico va sottoposta ad tumore si ripresenta. un attento monitoraggio». «Dobbiamo affrontare due grandi sfide – dice il Ma come ci si deve comportare in caso di dolori professore Marco Venturini, presidente dell’Assospetti? «È consigliabile effettuare subito una sociazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) visita ginecologica, un’ecografia e il dosaggio del –: la diagnosi precoce e la prevenzione delle recimarcatore tumorale CA 125, per stabilire se ci trodive. Per riuscire a vincerle, è fondamentale una viamo in presenza di un carcinoma ovarico – spiegestione della malattia condivisa tra oncologi ga la professoressa Nicoletta Colombo, direttore e ginecologi. La collaborazione è invece attualdell’Unità di Ginecologia Oncologica, Istituto Eumente ritenuta insufficiente dal 63 per cento dei ropeo di Oncologia (IEO) di Milano –. In base allo primi e dal 32 per cento dei secondi». stadio tumorale, si decide immediatamente per un Il dato emerge dalla prima indagine nazionale intervento chirurgico. Segue poi un trattamento condotta tra i medici delle due categorie che chemioterapico, per migliorare per quanto possiha coinvolto oltre 1.100 esperti. L’AIOM e la bile la prognosi della paziente». La ricerca, fortunatamente, è dalla parte delle SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) hanno attivato un progetto per realizdonne colpite da questa temibile malattia. «Le zare percorsi comuni per facilitare la gestione pazienti non possono aspettare troppo – contimultidisciplinare della patologia e, al contemnua la ginecologa –. Negli ultimi anni, si è posta po, migliorare l’informazione alle donne: a grande attenzione nel cercare di identificare farbreve, verrà pubblicata la prima maci che potessero ritardare le reciguida promossa dalle due Società dive. Su questo fronte, vi sono però scientifiche. buone notizie. Dopo oltre 15 anni Il cancro dell’ovaio è la sesta neopladi assenza di novità terapeutiche, sia femminile più diffusa al mondo, siamo in attesa di poter utilizzare lila prima per mortalità tra i tumori beramente un nuovo e promettente ginecologici. Interessa, per lo più, le anticorpo monoclonale che agisce donne in menopausa e non presenta inibendo l’angiogenesi». sintomi specifici. «Purtroppo – contiIl progetto che vede insieme AIOM e nua Venturini – non esiste per questa SIGO durerà per tutto il 2012. «Tra i neoplasia l’analogo della mammonostri obiettivi, vi è la costituzione di Marco Venturini grafia, per questo dobbiamo spieuna rete di centri con una completa gare alle donne quali siano i sintomi. integrazione tra le figure professioIdentificarli non è facile, sono spesso nali coinvolte. Ginecologo e oncolosfumati e generali, molto simili ai go, in primo luogo, ma anche anatoben più frequenti disturbi gastroinmo-patologo, radiologo, psicologo, testinali: stitichezza, sensazione di determinanti per un approccio glogonfiore addominale, diarrea, diffibale ad una malattia che colpisce la coltà digestive, nausea». donna in maniera pesante nella sfera Si può però agire come prevenzione più intima e nella sua femminilità», correggendo alcuni stili di vita danconclude Surico. Nicola Surico 10 Innovazione e responsabilità, al servizio del paziente Leader mondiale nell’area della salute, Novartis è fortemente impegnata nella ricerca e nello sviluppo di farmaci e soluzioni d’avanguardia per curare le malattie, ridurre il carico delle sofferenze e migliorare la qualità di vita delle persone. Con l’obiettivo prioritario di soddisfare i bisogni dei pazienti, rispettando le attese e i diritti di tutti i suoi interlocutori, Novartis si adopera per gestire le proprie attività in modo sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale ed economico. Attraverso il suo costante orientamento all’innovazione e il suo approccio responsabile alle esigenze della salute, Novartis è un punto di riferimento affidabile per milioni di persone, in Italia e nel mondo. www.novartis.it AZ SALUTE Italia in prima linea per la ricerca Sclerosi multipla e staminali Al via un maxi-studio mondiale L di Paola Mariano Le cellule, prelevate dai pazienti, dovrebbero aiutare a bloccare i linfociti T, diretti responsabili della malattia 12 e cellule staminali del midollo osseo potrebbero bloccare una malattia neurodegenerativa grave per la quale ci sono ancora poche possibilità di cura, la sclerosi multipla. Dopo molti anni di intense ricerche, grazie a scienziati italiani, parte finalmente una sperimentazione clinica in cui queste cellule verranno testate su un gruppo di pazienti e la loro efficacia sarà confrontata con una sostanza placebo. A dare l’annuncio, atteso da mesi negli ambienti scientifici, è stato il professore Antonio Uccelli, responsabile del Centro Sclerosi del Dipartimento di Neuroscienze dell’università di Genova, in occasione del Congresso dei comitati europeo e statunitense per il trattamento e la ricerca sulla sclerosi multipla (Ectrims-Actrims) che si è tenuto il mese scorso ad Amsterdam. Le staminali del midollo, chiamate cellule mesenchimali, hanno dimostrato in diverse ricerche la capacità di bloccare le cellule del sistema immunitario che causano la malattia, i linfociti T. La sclerosi multipla colpisce le fibre nervose. Si tratta di una patologia autoimmune: il sistema immunitario “va in tilt” e attacca come se fosse un nemico la guaina che riveste le fibre nervose, chiamata guaina mielinica, una membrana isolante indispensabile a proteggere le fibre nervose; senza la mielina, le fibre restano scoperte e cominciano a disperdere il segnale nervoso. Le cause della malattia restano purtroppo incerte anche se, come pure è il caso in altre patologie autoimmuni, potrebbe esserci lo zampino sia di mutazioni genetiche che predispongono alla patologia, sia di fattori ambientali. La sclerosi multipla, seconda causa di disabilità tra i giovani adulti dopo gli incidenti stradali, colpisce 2,5 milioni di persone nel mondo, di cui 450.000 in Europa e 61.000 in Italia. Mediamente, si ammala una persona su 1.000. L’insorgenza della malattia (colpisce le donne con una frequenza doppia rispetto agli uomini) ha un picco tra i 20 e i 50 anni. I sintomi possono variare dalla riduzione o perdita della mobilità, all’insensibilità, al formicolio, fino alla cecità e alla paralisi. Purtroppo, manca ancora una cura definitiva per la sclerosi multipla, oggi trattata soprattutto con corticosteroidi e immunosoppressori (peraltro non tutti i pazienti rispondono bene alle terapie). Ma sempre ad Amsterdam sono stati presentati studi promettenti su un anticorpo in sperimentazione su pazienti (alemtuzumab, già in uso nella cura di alcuni tumori del sangue) che, oltre a prevenire le ricadute tipiche della malattia, sembra capace di “riparare” il danno neurologico. In pratica, di invertire il decorso della patologia. Un’altra promessa, che si fonda su anni e anni di studi, arriva dalle cellule staminali mesenchimali del midollo osseo. Queste sono facilmente prelevabili con l’agoaspirato e poi moltiplicabili in provetta. Il loro numero può essere fatto crescere a dismisura prima di iniettarle per via endovena nei pazienti. Da studi condotti dal gruppo di Uccelli negli anni passati, è emerso che queste staminali, una volta iniettate endovena, vanno a localizzarsi preferenzialmente negli organi periferici dove le cellule immunitarie, i linfociti, vengono istruiti per SALUTE AZ prepararsi ad attaccare eventuali patogeni, i cosiddetti organi linfoidi. In questi “reparti speciali” del sistema immunitario, le cellule mesenchimali impediscono l’attivazione dei linfociti T, responsabili della malattia, che vanno ad attaccare le fibre nervose. Inoltre, le staminali del midollo osseo inibiscono la produzione di molecole che causano infiammazione dei tessuti. Dopo avere accumulato una serie di prove sperimentali molto incoraggianti, ora tutto è pronto per dare avvio al maxi-studio clinico mondiale con le cellule staminali mesenchimali autologhe, ovvero prelevate dallo stesso paziente cui poi saranno re-iniettate (usare le proprie cellule azzera il rischio di rigetto). Lo studio, finanziato dalla Federazione italiana sclerosi multipla (Fism) e coordinato da Uccelli insieme al canadese Mark Freedman, partirà all’inizio del 2012 ed è prevista una durata di circa 2 anni. I centri partecipanti saranno in totale una ventina (Usa, Francia, Spagna, Gran Bretagna, Canada, Svezia), di cui quattro italiani: l’università di Genova, il San Raffaele di Milano, l’ateneo di Verona e la cell-factory dell’Istituto Lanzani di Bergamo che produrrà le staminali che verranno utilizzate nel ramo italiano dello studio. I ricercatori dei vari Paesi, spiega Uccelli, adotteranno un solo protocollo sperimentale (per avere una mole di dati unica confrontabile) e poi i diversi studi verranno “fusi” in un grande studio multicentrico, con analisi centralizzata dei dati in Svizzera. In questo modo, la spesa non indifferente di una simile sperimentazione clinica potrà essere divisa tra i vari centri partecipanti. Per le strutture italiane, il costo previsto, supportato dalla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla Onlus (Fism), è stimato in circa 700 mila euro. La sperimentazione coinvolgerà un numero rilevante di pazienti: in Italia, saranno una trentina, su un totale di 160. Tutti i volontari arruolati in questo studio hanno la malattia in fase attiva (cioè il sistema immunitario è attivo contro il tessuto nervoso), ma non riportano ancora alcun danno neurale irreversibile. Le cellule staminali estratte dai singoli pazienti verranno moltiplicate in laboratorio e poi re-iniettate via endovena ai pazienti, i quali saranno divisi in due gruppi: uno sarà trattato con staminali e l’altro con placebo, una sostanza inerte. Dopo sei mesi i gruppi saranno invertiti (chi prendeva placebo sarà trattato con staminali e viceversa), in modo da verificare l’efficacia della terapia. I dati accumulati finora su animali e in provetta dicono che queste staminali potrebbero inibire l’infiammazione che determina il danno neurale, fenomeno che porta all’invalidità e, al tempo stesso, fornire elementi protettivi che facilitano la sopravvivenza delle cellule neurali attaccate dal sistema immunitario impazzito. La valutazione finale sui pazienti sarà fatta sottoponendoli alla risonanza magnetica per verificare l’efficacia della terapia sull’infiammazione dei neuroni. SCLEROSI E INSUFFICIENZA VENOSA, UN LEGAME ANCORA MOLTO INCERTO C’è qualche perplessità sul supposto legame tra sclerosi multipla e insufficienza venosa cronica cerebrospinale (CCSVI) proposto dal medico Paolo Zamboni, secondo i primi risultati dello studio COSMO, promosso dall’Associazione italiana sclerosi multipla (Aism) proprio per verificare l’ipotesi del medico ferrarese. L’insufficienza venosa cronica cerebrospinale è un’anomalia del flusso di sangue dovuta a restringimenti delle principali vene del sistema nervoso centrale che potrebbe concorrere al danno dei tessuti tipico della sclerosi multipla. Dall’analisi di circa 700 soggetti, già sottoposti ad ecodoppler, su un totale di 2.000, è emerso (ma si tratta per ora di dati preliminari) che in meno del 10 per cento dei casi si evidenzia la presenza della Ccsvi. COSMO è il più ampio studio epidemiologico multicentrico sulla teoria e i risultati preliminari sono stati resi noti dal professore Giancarlo Comi, direttore del dipartimento neurologico dell’Istituto San Raffaele di Milano, in occasione del congresso internazionale sulla sclerosi multipla ad Amsterdam. Nel suo studio, Zamboni ha visto che i malati di sclerosi multipla spesso hanno la CCSVI, facendo profilare la possibilità di cura in un intervento di riapertura dei vasi ristretti. Ma questi risultati per ora non sembrano confermati da COSMO. Un’altra ricerca, di Andreas Laupacis del Michael’s Hospital di Toronto, sembra avvalorare la teoria di Zamboni: Laupacis ha riesaminato i dati di otto studi (compreso quello di Zamboni) in cui si misurava il rischio di CCSVI in pazienti con sclerosi multipla e in soggetti sani: nei primi, il rischio è da 5 a 13 volte superiore. Ma servono nuove ricerche per confermare il nesso tra le due malattie e, anche se fosse dimostrato in via definitiva, non è detto che sia la CCSVI a causare la sclerosi multipla, né che curando la prima si guarirebbe la seconda. 13 AZ SALUTE Rapporto Censis: italiani preoccupati Farmaci: penalizzata l’innovazione Manovre anti-crisi pesano sulla salute È da tempo che lo diciamo. Se la ricerca farmaceutica entra in sofferenza a farne le spese sarà la salute di tutti noi, nessuno escluso. Ma pare che ad una politica fortemente miope stia più a cuore la cassa che la salute. Non discutiamo sulla necessità, oggi, del contenimento della spesa, ma le manovre vanno fatte con intelligenza e lungimiranza, non sulla pelle della gente. Da un recente rapporto Censis emerge che gli italiani affetti da tumore sono fortemente preoccupati: tagli ai bilanci pubblici possono rendere ancor più difficile l’accesso a terapie di ultima generazione, efficaci e con meno effetti collaterali. E non hanno torto. Ecco una perla: la manovra di luglio di quest’anno recita che le industrie farmaceutiche devono farsi carico, per un terzo, del deficit delle regioni relativo alla spesa farmaceutica ospedaliera. Come dire, io sforo il tetto di spesa e una parte consistente del mio deficit lo paghi tu, azienda del farmaco. E questo, nonostante i farmaci oncologici innovativi pesino per meno dell’1 per cento sulla spesa sanitaria locale. Un provveMaurizio de Cicco dimento che, non solo scarica parte dello sforamento su chi fa meritoriamente innovazione, ma che, a dirla tutta, va anche a disincentivare le politiche virtuose. Va qui sottolineato che il tetto della spesa ospedaLe aziende liera è stato fissato in 2,5 miliardi di euro, somma tutto inadeguata per un Paese con una lunga farmaceutiche del aspettativa di vita. La spesa effettiva si aggira, indovrebbero vece, sui 4 miliardi. Una bella frittata. intervenire per Maurizio de Cicco, amministratore delegato Rocolmare gli che S.p.A., intervenendo nella Sala Capitolare del Senato, alla presentazione dell’indagine nazionasforamenti delle le “Ad Alta Voce”, la prima in Italia sui bisogni dei regioni in Sanità: pazienti ammalati di tumore, attuata dal Censis una decisione in collaborazione con la Federazione italiana aspericolosa sociazioni di volontariato in oncologia (Favo), ha espresso tutta la sua preoccupazione. «Non si può gravare di un così pesante carico finanziario chi mette a disposizione della collettività farmadi Carmelo Nicolosi 14 ci innovativi, frutto di ricerca e di costi non certo indifferenti». Non molti sanno che per lo sviluppo di un nuovo farmaco occorrono 10-12 anni di lavoro e centinaia e centinaia di milioni di dollari di investimento (qualche anno fa, un rapporto indipendente della Tufts University, quantificava in 800 milioni di dollari – altri studi indicano 900 – l’investimento necessario per lo sviluppo di un farmaco). Considerato, tra l’altro, che la redditività delle aziende farmaceutiche è calata di molto negli ultimi anni è difficile continuare a sostenere gli ingenti, necessari investimenti in ricerca e sviluppo. Un fenomeno che può avere un contraccolpo enorme, forse ancora non ben capito o non ben calcolato. E la gente, avendo “naso”, come emerge dal rapporto Censis, ha capito e si preoccupa perché sa che è proprio grazie alle terapie sempre più innovative se di tumore si muore di meno, pur in presenza di una più elevata incidenza del male. In Italia, a 5 anni dalla diagnosi – riporta il Rapporto Censis – c’è un buon 57 per cento di pazienti oncologici liberi dalla malattia e sono 800 mila quelli che hanno già superato i 10 anni. Ad occuparsi dei malati di tumore è soprattutto la famiglia. E c’è una quota altissima di anziani che assiste altri anziani. I servizi sociali vengono ritenuti carenti o inesistenti, l’assistenza domiciliare scarsa e insufficienti le forme di tutela. Di contro, la qualità della sanità pubblica gode di una buona considerazione purtroppo, però, non in tutte le regioni. Il 66 per cento denuncia disparità di trattamento tra regioni e sono tanti gli affetti da malattia tumorale che, in cerca di una sanità migliore, si spostano dal sud al nord. Insufficiente viene anche ritenuta dai malati la disponibilità di effettuare terapie innovative. «Le preoccupazioni per il futuro – sottolinea Maurizio de Cicco – rischiano di essere fondate. Come si è detto, il difficile quadro economico attuale e un contesto italiano non favorevole all’innovazione, possono disincentivare gli investimenti in ricerca e sviluppo». Il grande timore è che, messe alle strette, grandi aziende possano migrare verso Paesi più “accoglienti” dell’Italia. Per scongiurare ciò è necessario l’avvento di una politica industriale con un quadro di riferimento certo e stabile. SALUTE AZ Al Policlinico “G. Martino” di Messina Un Punto Informativo per i malati oncologici I grandi impulsi della ricerca biomolecolare hanno permesso di migliorare l’approccio terapeutico in vari tumori, con un aumento dei tassi di guarigione e della cronicizzazione della malattia metastatica soprattutto della mammella, dell’ovaio e del colon. Tuttavia, la patologia oncologica, che rimane tra le principali cause di morbilità e mortalità, tende a caratterizzarsi sempre più come un problema sociale di grande rilievo, in quanto costituisce, per il paziente e per i familiari, una difficile prova esistenziale che investe tutti i profili della vita quotidiana, dalle relazioni affettive a quelle sociali e lavorative. Il trattamento del paziente oncologico deve avere, quindi, come obiettivo principale quello di migliorare la qualità della vita, attraverso un’adeguata valutazione dei suoi bisogni, delle sue possibilità di scelta, della sua situazione familiare e sociale. In questa prospettiva, si inserisce l’indagine nazionale “Ad Alta Voce. I tumori in Italia. I bisogni e le aspettative dei pazienti e delle famiglie”, realizzata dal Censis in collaborazione con la Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo), che ha visto anche la partecipazione attiva dell’Unità operativa complessa di Terapie Integrate in Oncologia, dell’Azienda ospedaliera universitaria, Policlinico “G. Martino” di Messina. La rilevazione dei dati nel centro di Messina è stata svolta dalla dottoressa Veronica Franchina, esperta in comunicazione sociale e multimediale, attivamente coinvolta anche nel progetto “InformaCancro”, promosso dall’Aimac (Associazione italiana malati di cancro) e presente, già da tre anni, con un punto informativo all’interno della nostra Unità operativa di Oncologia. L’attività del punto informativo è mirata all’accoglienza degli utenti, cercando di identificarne le richieste e i bisogni; all’informazione degli stessi attraverso varie metodiche comunicative; al supporto psicologico in cooperazione con lo psiconcologo operante nella struttura. Il 40 per cento dell’utenza che si rivolge al punto informativo è rappresentato da pazienti on- cologici, con domande sulla patologia neoplastica, i trattamenti, i diritti civili ed i consigli pratici per affrontare meglio le diverse problematiche cancro-correlate. Un dato rilevante è legato alle richieste dei familiari dei pazienti (40 per cento) che si rivolgono allo sportello per avere ulteriori chiarimenti sulle varie neoplasie, ma anche per chiedere consigli e supporto psicologico per aiutare i propri cari ad affrontare la malattia e il notevole carico di sofferenza correlata. In tale ambito, nasce la nostra collaborazione all’inchiesta del Censis che ha coinvolto sia pazienti sia caregivers (coloro che se ne prendono cura) per un totale complessivo di 243 questionari somministrati nella nostra Unità operativa, i cui dati sono stati presentati dalla dottoressa Franchina, durante la prima Tavola rotonda “Le cure oncologiche al tempo della crisi: sostenibilità ed innovazione”, tenutasi nella Sala Capitolare del Senato della Repubblica. Un’esperienza innovativa che ha visto un’elevata adesione da parte dell’utenza, grazie anche al coinvolgimento del personale medico e paramedico a supporto dell’iniziativa. La compilazione dei questionari ha permesso al paziente di “dare voce” ai propri bisogni, spesso confinati esclusivamente nell’ambito familiare e che riguardano non solo gli aspetti psicofisici legati alla patologia, ma anche le problematiche economiche e gestionali che ne conseguono. In tale ambito, assume un aspetto rilevante il difficile ruolo del caregiver che, non solo supporta e accudisce il paziente nel suo lungo iter diagnostico-terapeutico, ma deve confrontarsi quotidianamente con il problema cancro, seppure indirettamente e con risorse economiche e sociali non sempre adeguate alle esigenze del malato oncologico. Solo un’accurata valutazione dei bisogni e dello stato psicologico complessivo del paziente contribuirà alla messa a punto di interventi futuri personalizzati, incentrati sulle necessità sociali e finanziarie a supporto dello stesso. di Vincenzo Adamo Direttore Unità operativa complessa Terapie Integrate in Oncologia, Azienda ospedaliera universitaria, Policlinico “G. Martino”, Messina È mirato all’accoglienza dei pazienti affetti da tumore. Registra le richieste e i bisogni Veronica Franchina 15 AZ SALUTE LA TESTIMONIANZA Un rene in regalo: gesto di grande amore N di Monica Diliberti 16 ei racconti di grandi e sconvolgenti storie d’amore capita spesso di sentir dire ai protagonisti frasi del tipo “è di certo l’uomo/la donna della mia vita! Siamo così compatibili!”. Forse, anche Massimo e Roberta, quando si sono conosciuti, l’avranno pensato e magari – essendo due persone dotate di uno spiccato senso dell’umorismo – l’avranno pure detto per scherzo. Senza sapere, fino all’anno scorso, quanta verità ci fosse in quella frase “buttata là” tanto per dire. Oltre che nella vita, come persone, gusti, carattere, Massimo e Roberta sono compatibili anche per la donazione degli organi. E poco più di un anno fa, lei gli ha donato un rene. «Ho fatto una cosa che ritengo normale – si premura a sottolineare Roberta –. Alcune persone sono scettiche, io invece lo do per scontato. Mi intristisce che ci sia chi la pensa diversamente. Sono stata lodata per il mio gesto, cosa che mi dava fastidio: non ne vedevo il motivo». A seguito di diversi problemi di salute, nel 2007, a Massimo viene diagnosticata un’insufficienza renale. Viene tenuta sotto controllo fino a febbraio del 2010, quando inizia quello che lui stesso definisce «un incubo durato nove mesi»: la dialisi. «La facevo tre volte la settimana – racconta –, durava 4 ore. Alla fine ero stremato, avevo vertigini, svenimenti. I medici iniziarono subito a parlare di trapianto, prima da cadavere, poi da vivente, un’ipotesi che non conoscevamo, ma che cominciammo ad accarezzare: ogni giorno di dialisi è stato difficile e pesante, ma passava più facilmente con la speranza di poter giungere ad una soluzione». La prima ad offrirsi “volontaria” per la donazione è stata la figlia di Massimo, una ragazza di 22 anni, ma lui ha rifiutato categoricamente. Ecco quindi che si fa avanti Roberta. A marzo del 2010, inizia la trafila degli esami, innanzitutto per verificare la compatibilità degli organi, un’evenienza più comune tra i consanguinei. Invece, la buona notizia: Roberta può donare il rene al suo compagno. «I medici – spiega la donna – si sono accertati che fossi sana. Mi hanno fatto Tac, elettrocardiogramma e mi hanno messa un po’ a dieta per arrivare in forma all’intervento ed evitare complicazioni». Ma l’iter per il trapianto prevede anche altro. «Ho parlato con degli psicologi – continua Roberta – che hanno valutato la mia convinzione. Poi si è riunita la commissione composta da chirurgo, nefrologo, direttore della struttura palermitana dove ci siamo operati, medico curante: dovevano essere tutti d’accordo che non ci fossero impedimenti. Infine, siamo stati in tribunale dove abbiamo dovuto dichiarare che nel mio gesto non c’erano secondi fini. Purtroppo, ci sono stati episodi in cui la donazione è stata fatta a scopo di lucro. Ovviamente, non era il nostro caso». I mesi corrono in fretta. Arriva il grande giorno: 28 settembre 2010, un martedì. «Siamo stati ricoverati il giorno prima – dice Massimo –. La mattina dell’intervento ho fatto la dialisi, l’ultima della mia vita». «Massimo voleva una sala operatoria “matrimoniale” – sorride la compagna – ma chiaramente non era possibile. Hanno lavorato due team diversi. Il rene ha iniziato a funzionare subito. Quando mi sono svegliata chiedevo solo di Massimo, ma l’ho rivisto solo il giovedì quando sono andata da lui. Anche se il mio intervento era andato bene, lui stava meglio di me, era felice di poter riprendere una vita normale». «È difficile spiegare come mi sentivo – confessa l’uomo –. Era come se avessi tutta la forza del mondo. Il giorno dopo l’operazione ero in terapia intensiva, ma stavo seduto, mandavo sms, facevo telefonate». Roberta è stata dimessa dall’ospedale tre giorni dopo l’intervento, mentre Massimo dopo una decina di giorni. All’inizio doveva prendere alcune precauzioni: superalcolici vietati, niente mezzi pubblici, stadio off limits (bella sofferenza per un super tifoso rosanero come lui), mascherina su naso e bocca, asciugamani personali. Inoltre, particolare attenzione doveva essere prestata all’assunzione dei farmaci antirigetto. Oggi, la vita di Massimo e Roberta scorre tranquilla. Periodicamente devono sottoporsi a controlli, ma ormai è diventata una routine neanche particolarmente faticosa. A febbraio sono partiti per Londra, a luglio per Berlino, ma lui sta già spulciando Internet e guide turistiche alla ricerca della prossima meta. Il 28 settembre scorso, primo anniversario dell’intervento, si sono regalati una bella cena al ristorante anche con il figlio di Roberta. «Non ho mai avuto paura – aggiunge lei –. Era così grande la tristezza di vederlo star male che non sono mai stata in ansia. Questo sentimento era molto più forte della paura». SALUTE AZ CHECK-UP PER UN VIP ROBERT SCHUMANN MUSICA DAGLI ANGELI U di Luciano Sterpellone no dei primi problemi per la sua salute, il grande compositore tedesco Robert Schumann se lo procura da solo quand’è molto giovane. Convinto che “suonare il piano non è tecnica, ma virtuosismo”, per raggiungere la completa indipendenza delle singole dita si esercita per ore sulla tastiera tenendo il medio e l’anulare della mano destra legati, per renderli indipendenti dalle altre dita e rafforzarne la pressione sui tasti. Ne trae dapprima qualche vantaggio, come quello di poter eseguire in modo vertiginoso la complessa serie di “bicordi” della sua Toccata in do maggiore; ma ben presto si verifica un’infiammazione dei tendini (tenosinovite) delle due dita, residuato in un impedimento del medio che, pur consentendogli di suonare abbastanza bene, lo induce ad abbandonare l’idea di diventare “virtuoso”, per dedicarsi interamente alla composizione. Da sempre forte bevitore di birra, vino e champagne, e incallito fumatore di sigari, Robert è un bell’uomo: alto, robusto, capelli lunghi, occhi vivaci, ma perennemente semichiusi per la forte miopia. Ha però un pessimo carattere: taciturno, introverso, pensieroso, restìo a stabilire rapporti cordiali con il prossimo. I suoi problemi con la salute esordiscono con tormentose “allucinazioni acustiche”: sente ronzii, sibili, campane, con quale sofferenza, per un musicista, è facile immaginare. Ma quel che sta minando irrimediabilmente il suo equilibrio psichico è il mondo “magico e misterioso” da cui si sente sempre più dominato. Il musicista crede di essere governato da “energie demoniache e osceni demoni” che, lottando per il proprio predominio, gli dimostrano la sua impotenza. Forse, proprio nella speranza di potersi opporre al loro dominio, durante i momenti più acuti di turbamento, il musicista cerca rifugio non solo nello spiritismo (con reiterate sedute “intorno al tavolino”), ma nel lavoro (il che spiegherebbe – almeno in parte – i periodi di produzione artistica particolarmente intensa). La “catastrofe” si delinea però nel febbraio 1854, quando i disturbi dell’udito si aggravano improvvisamente e ne compaiono altri a carico del gusto, dell’olfatto e del sonno. Nelle interminabili notti passate ad occhi aperti, ode angeli che cantano musiche “celestiali”, musiche che poi gradualmente si trasformano in voci demoniache e “orribili”. Altre volte, Schumann si sveglia di soprassalto perché “i diavoli l’hanno aggredito e azzannato trasformandosi in tigri e iene”. Tutto ciò associato a una depressione così cupa e profonda da indurlo per due volte a tentare il suicidio. La prima viene trattenuto a stento mentre sta per gettarsi dalla finestra. La seconda, in pieno inverno a Düsseldorf (dov’è divenuto Di- rettore dei Concerti), si alza bruscamente dal letto e, ancora in vestaglia, si avvia verso il Reno, scavalca il parapetto di un ponte e si getta nelle gelide acque del fiume. Viene faticosamente salvato da alcuni barcaioli e ricoverato in una clinica psichiatrica ad Endenich, vicino a Bonn. Gli studiosi del caso non hanno mai emesso un verdetto definitivo e unanime sulla reale natura della complessa malattia che ha portato a morte, ad appena 46 anni, il grande compositore tedesco; ciò soprattutto a causa della scarsa disponibilità di documenti. Dalle dichiarazioni e dai diari di alcuni visitatori è lecito comunque dedurre che – pur con alti e bassi – le sue condizioni fisiche e mentali siano andate progressivamente peggiorando, sino alla perdita pressoché totale della parola e della voglia di nutrirsi. Si è quindi parlato di lesioni del cervello causate dall’ipertensione, di sclerosi cerebrale, di psicosi maniaco-depressiva, di neurolue (interessamento luetico del sistema nervoso). Quest’ultima ipotesi sembra oggi la più probabile, anche da quanto emerge dal diario (rintracciato di recente) del dottore Franz Richard, direttore della clinica di Endenich. Tra tante disquisizioni scientifiche, può solo consolare il fatto che nel turbinio della mente del musicista appaiono non soltanto “diavoli malvagi”, ma anche angeli. Di tanto in tanto, nelle lunghe notti insonni, essi si materializzano cantandogli musiche “celestiali”. La notte del 14 febbraio, non riuscendo a dormire perché gli “angeli gli stanno cantando una musica”, Robert si alza dal letto e la trascrive sul pentagramma. Poi confida a Clara: “Solo gli angeli possono suggerirmi una musica così soave”. 17 AZ SALUTE I NOSTRI BAMBINI RECUPERARE LA BELLA TRADIZIONE DI SEDERSI TUTTI INSIEME A TAVOLA I di Giuseppe Montalbano Pediatra di famiglia, consigliere dell’Ordine dei Medici di Palermo primi tre anni di vita dei bambini sono fondamentali per la strutturazione dei gusti, delle abitudini alimentari e del rapporto con i cibi. Le preferenze dei piccoli per determinati alimenti non sono innate né immodificabili, ma dipendono pressoché al 100 per cento dalle abitudini alimentari della famiglia. Occorre iniziare con un corretto comportamento a tavola. Riunirsi a pranzo e/o a cena, oggi, purtroppo, va diventando sempre più una pratica in via d’estinzione, per vari motivi sia di ordine familiare sia sociale. Invece, ritrovarsi a tavola dovrebbe rappresentare un’importante opportunità educativa. Bastano piccoli gesti, quali ad esempio coinvolgere il piccolo ad apparecchiare e sparecchiare, rispettando la disposizione dei posti, per creare nel bambino un’abitudine che, crescendo, verrà ricordata come un momento piacevole di vita familiare. Il cibo va offerto senza né minacce né promesse, ma dando il buon esempio, cioè mangiando ciò che vogliamo che nostro figlio mangi, senza pretendere che ne assuma la quantità che noi riteniamo sia necessaria per saziarlo. Cerchiamo poi di non rovinare questo momento di “intimità” familiare con la televisione accesa: a prescindere che le notizie che ci vengono propinate non aiutano per niente la digestione, ma, soprattutto, impediscono un minimo dialogo tra i commensali. La composizione del pranzo e della cena deve essere differente, sforzandosi di variare per non creare la monotonia del cibo, ma cercando di suscitare la curiosità su quello che si mangerà. Coinvolgere il bambino ed ancor di più l’adolescente nel menù giornaliero, lungi dal creare un’atmosfera da ristorante, deve essere un momento di conoscenza dei gusti e delle preferenze alimentari dei nostri figli, al fine di soddisfarli, correggendo, 18 laddove serve, abitudini sbagliate o, talvolta, dannose per la salute. Tre volte alla settimana è consigliabile mangiare il pesce (soprattutto quello azzurro, poco costoso e molto nutriente), la carne (alternando quella rossa e quella bianca) e i legumi, due volte i formaggi (sia freschi che stagionati), due-tre volte l’uovo. Un discorso a parte meritano la frutta e le verdure. Ogni genitore dovrebbe dare il buon esempio, portandole a tavola tutti i giorni. La natura ci offre una quantità enorme di questi alimenti e il loro colore ci svela la presenza di sostanze importantissime per la nostra salute. Il rosso indica la presenza del licopene e delle antocianine, il giallo-arancio quella del betacarotene e dei flavonoidi, il verde l’acido folico, il magnesio, i carotenoidi e la clorofilla, il viola le antocianine, il potassio e il magnesio. Tutte queste sostanze agevolano l’organismo nello svolgimento di molte funzioni vitali: alcune aiutano i processi visivi, altre mantengono in salute i nostri vasi sanguigni, altre ancora hanno un’azione antianemica; tutte, grazie al loro potere antiossidante, proteggono da molti tumori. Da sottolineare, infine, che sia la frutta sia la verdura sono ricche di fibre alimen- tari che, non solo regolano il transito intestinale, ma, cosa forse più importante, rallentano l’assorbimento degli zuccheri, riducendo le oscillazioni giornaliere eccessive di glicemia ed insulinemia, a favore di un migliore controllo dell’appetito. Anche i cereali non raffinati, cioè integrali, sono ricchi di fibre, per cui ne è consigliabile l’uso quotidiano. I genitori sanno quanto sia difficile convincere i propri figli in età adolescenziale a mangiare frutta e verdura, come se fossero cibi adatti ai bambini o agli anziani: portiamoli a pranzo o a cena non solo come contorni, ma anche come primi piatti o aggiunti ai secondi. È sempre consigliabile consumare prodotti stagionali e, preferibilmente, locali perché le lunghe distanze implicano spesso l’uso di sostanze che ne rallentano la maturazione, al fine di farli arrivare nei mercati apparentemente maturi, a discapito sia della conservazione delle proprietà organolettiche sia della salute dei consumatori. Prima di concludere, un accenno all’alimentazione degli adolescenti: a quella età, si scopre il piacere di mangiare insieme ai coetanei, ma questo momento di sano divertimento e di rafforzamento del senso di appartenenza al gruppo, molto spesso rappresenta l’inizio della fine delle buone abitudini alimentari, con buona pace di tutti i nostri consigli e raccomandazioni. Però, a costo di apparire ripetitivi, diamo loro alcuni semplici consigli: evitare cibi troppo elaborati e/o ricchi di proteine e grassi, non eccedere in bibite contenenti troppi zuccheri aggiunti o caffeina o, peggio, alcol, evitare di aggiungere sale ai cibi, non esagerare con salse più o meno piccanti, ordinare sempre un contorno di verdure. Ci ascolteranno? Ricordiamo loro che accettando i nostri consigli, non faranno un favore a noi genitori, ma alla loro salute ed al loro futuro. AZ SALUTE In 20 anni, l’incidenza è aumentata del 50 per cento Quel pericoloso tumore alla bocca Spesso la causa è il Papillomavirus N di Nicoletta Termine Dottore di ricerca in Scienze Stomatologiche, odontoiatra frequentatore Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico di Palermo, Settore di Medicina Orale “V. Margiotta” È sempre più diagnosticato al di sotto dei 40 anni d’età 20 egli ultimi vent’anni, l’incidenza del carcinoma orofaringeo, temibile neoplasia maligna che origina dalla mucosa della parte posteriore della bocca (tonsille, base della lingua e gola), è aumentata del 50 per cento. È questo il dato allarmante emerso da recenti studi condotti negli USA ed in Europa. Inoltre, non sarebbe più una patologia che interessa esclusivamente i soggetti di età avanzata forti fumatori e bevitori, poiché è sempre più spesso diagnosticata in individui giovani, al di sotto dei 40 anni di età e non esposti ai comuni fattori di rischio. Secondo gli stessi ricercatori, il sesso orale aumenterebbe il rischio di tumore all’orofaringe ed il principale indiziato di questo preoccupante fenomeno sarebbe un virus, il Papillomavirus umano (HPV), trasmissibile anche attraverso questo tipo di rapporti sessuali. Sebbene si tratti ancora di un’ipotesi, la notizia ha avuto un’enorme eco nei mass media e, pertanto, appare necessario fornire qualche chiarimento. Quella da HPV rappresenta l’infezione a trasmissione sessuale virale più frequente al mondo. Attualmente, sono stati riconosciuti quasi 200 tipi di HPV. La maggior parte di essi, definiti “a basso rischio” (HPV 6 e 11 sono i più comuni), è causa di lesioni non gravi (verruche cutanee, condilomi genitali e papillomi orali). Alcuni tipi di HPV, “ad alto rischio” (16 e 18 i più diffusi), possono invece causare tumori maligni quali il cancro al collo dell’utero, all’ano, all’esofago, alla laringe, al cavo orale. Le infezioni da HPV possono essere clinicamente silenti (asintomatiche) o associate a lesioni benigne o maligne della cute e delle mucose. Il 70 per cento delle infezioni viene eliminato entro un anno e, approssimativamente, si arriva al 90 per cento entro 2 anni. Circa il 10 per cento delle infezioni da HPV ad alto rischio che persistono dopo i 2 anni è associato ad una maggiore probabilità di comparsa di lesioni precancerose e tumore. È stato accertato che oltre il 90 per cento dei casi di cancro del collo dell’utero è causato dalla presenza di un’infezione persistente da HPV ad alto rischio nella mucosa genitale. Tuttavia, l’ipotesi di un analogo ruolo degli HPV ad alto rischio nella comparsa del tumore della bocca non è stato definitivamente dimostrato. Innanzitutto, rispetto a quella che riveste il collo dell’utero, la mucosa orale è meno predisposta all’ingresso del virus, pertanto l’infezione orale è assai meno frequente di quella della cervice uterina e molto meno pericolosa. Ad essere più a rischio sembra essere, invece, la mucosa che riveste le tonsille, dove il virus può dare un’infezione più duratura. Il pericolo di contrarre l’infezione aumenta in proporzione al numero di partner sessuali che una persona ha durante la sua vita e, in particolare, quelli con cui pratica sesso orale. Negli ultimi 30 anni, in Europa (Regno Unito e Svezia) e negli USA, i ricercatori hanno riscontrato che, tra il 60 e l’80 per cento delle biopsie di cancro tonsillare, contenevano l’HPV. Inoltre, il rischio di sviluppare il cancro orofaringeo è aumentato del 25 per cento nei soggetti che hanno storie sessuali con più di sei partner, mentre il rischio triplica per chi è coinvolto in storie di sesso orale con più di quattro persone. Un argomento molto attuale è la possibilità di prevenire l’infezione da HPV mediante l’impiego di vaccini da somministrare prima dell’esposizione al virus, quindi prima dell’inizio dell’attività sessuale. Da alcuni anni, ne sono disponibili due, entrambi formulati per proteggere contro due tipi virali ad alto rischio (HPV 16 e 18), mentre solo uno protegge anche da due tipi virali a basso rischio (HPV 6 e 11), somministrati finora gratuitamente solo alle adolescenti che hanno compiuto l’11° anno di vita, quindi che sono entrate nel dodicesimo. Di recente, è stata presa in considerazione la possibilità di vaccinare anche i maschi. La diagnosi di infezione da HPV nella cavità orale è molto semplice: basta sottoporsi ad un prelievo cellulare, eseguito con uno spazzolino o uno sciacquo, che successivamente viene analizzato con tecniche di biologia molecolare per verificare la presenza del virus ed il tipo virale coinvolto. SALUTE AZ I risultati dell’importante studio RAPSODIA Malattie reumatiche e qualità di vita La rivoluzione dei farmaci biologici L e malattie reumatiche costituiscono la prima causa di disabilità nel mondo occidentale e il principale motivo di perdita di giornate lavorative. La qualità di vita di chi ne è affetto può essere davvero pessima se si considera la difficoltà ad eseguire anche le azioni più semplici, come vestirsi, prendere un autobus o svitare il tappo di una bottiglia. «Le malattie reumatiche limitano e condizionano la quotidianità nei suoi molteplici aspetti: praticare sport, dormire bene, svolgere attività domestiche, coltivare hobby, vestirsi e pettinarsi agevolmente, avere una soddisfacente vita sessuale, godere di momenti di svago con i familiari e gli amici», afferma il professore Giovanni Minisola, presidente della Società Italiana di Reumatologia e primario della Divisione di Reumatologia dell’Ospedale di Alta Specializzazione “San Camillo” di Roma. Di recente, è stato presentato lo studio RAPSODIA, il primo che indaga in modo approfondito la qualità di vita e le necessità dei pazienti con artrite reumatoide, artrite psoriasica e spondilite anchilosante. Nella ricerca, sono state coinvolte 743 persone in 16 centri di reumatologia distribuiti su tutto il territorio nazionale. Secondo lo studio, a causa della malattia, oltre la metà dei pazienti ha dovuto rinunciare a svolgere qualsiasi attività sportiva, il 43 per cento denuncia l’impossibilità di dormire o riposare adeguatamente e il 25 quella di vestirsi da solo. Inoltre, il 38 per cento del campione indica l’incapacità di eseguire attività domestiche e il 31 di avere cura delle necessità familiari. Drammatiche le ricadute psicologiche: il 63 per cento si sente avvilito per le sue inabilità, il 57 per cento convive con stati di ansia e/o depressione, il 39 ha visto crescere il suo livello d’irritabilità, il 21 ha problemi sessuali. Dalla ricerca emerge, inoltre, l’impatto positivo dei farmaci biologici sulla vita dei malati. Il 94 per cento ritiene che siano più efficaci di quelli tradizionali nel migliorare la loro situazione. Ad esempio, dopo la terapia con i farmaci biologici, il numero dei pazienti con artrite reumatoide che riesce ad avere più di 15 “giorni buoni” passa da 16 a 145 (incremento del 65,9 per cento), a fronte di un aumento solo da 12 a 38 registrato tra i pazienti in terapia convenzionale (incremento del 40,9 per cento); nella spondilite anchilosante, l’aumento osservato nei soggetti che seguono le terapie biologiche è ancora maggiore, così come lo scarto rispetto ai trattamenti convenzionali: 78,1 per cento (da 15 a 118 pazienti) contro il 26,8 per cento (da 8 a 11 pazienti). «RAPSODIA – dichiara il professore Roberto Giacomelli, direttore del Dipartimento di Reumatologia e della Scuola di Specializzazione in Reumatologia, Unità operativa di Malattie Autoimmuni Sistemiche e Muscolo-Scheletriche dell’Ospedale “S. Salvatore” dell’ASL de L’Aquila, responsabile della ricerca – conferma in modo incontrovertibile che, nel trattamento delle malattie reumatiche, l’avvento delle terapie biologiche ha rappresentato un vero e proprio spartiacque. Non utilizzarle, non solo sarebbe penalizzante per i pazienti, ma inciderebbe pesantemente sulla bilancia dei costi indiretti della salute». Oggi, la terapia è molto più semplice: basta un’iniezione una sola volta al mese. Inoltre, è anche possibile l’autosomministrazione, come nel caso del biotecnologico di ultima generazione golimumab. Il farmaco è contenuto in un iniettore predosato e appositamente studiato per un facile utilizzo di chi ha gravi compromissioni articolari alle mani, fenomeno frequente in chi soffre di artrite reumatoide o psoriasica. «RAPSODIA – commenta Gabriella Voltan, presidente di ANMAR, l’Associazione Nazionale dei Malati Reumatici – è la validazione scientifica del fatto che le terapie biologiche costituiscono uno strumento essenziale per il controllo e il miglioramento dei sintomi della malattia. Per anni, la mia vita è stata segnata da recidive, dolori, gonfiori, assenze dal lavoro, ma l’inizio della terapia con i farmaci biologici ha significato la risoluzione di gran parte dei problemi che mi impedivano una vita normale». Giovanni Minisola Roberto Giacomelli Gabriella Voltan Le terapie di ultima generazione migliorano in modo sensibile la condizione dei malati. Sufficiente un’iniezione al mese 21 AZ SALUTE Giorgio Brunelli, bresciano, presidente della Fondazione per la ricerca sulle lesioni del midollo spinale, è uno dei pionieri della microchirurgia mondiale. A lui si devono intuizioni che hanno rivoluzionato settori dell’ortopedia e della neurochirurgia. Nel 2006, Rita Levi Montalcini lo candidò al Premio Nobel. Il coraggio di Ippocrate Quando un medico ama le sfide “L di Giorgio Brunelli e tue radici sono profonde nella tua terra e ti trattengono nel tuo Paese, anche se sei lontano nello spazio e nel tempo. Non dimenticare le tue radici. Senza radici non hai linfa, senza radici non puoi vivere, senza radici non cresci, senza radici non ti riconosci, senza radici non hai cultura, senza radici non… voli”. Ho scritto questo aforisma in un momento di particolare consapevolezza e gratitudine verso tutto ciò che nel corso della mia lunga esistenza mi ha aiutato a crescere e a realizzarmi come medico e, soprattutto, come uomo. È strano parlare di me, soprattutto in riferimento al passato, ai progetti pensati e poi realizzati spesso in contrasto con le teorie correnti e gli insegnamenti accademici. Ancora oggi, nonostante l’età avanzata, mi piace guardare avanti e pensare a soluzioni innovative che possano cambiare il destino di tante persone affette da malattie riguardanti l’apparato locomotore. Amo le sfide, le ho sempre amate. Come quando, appena laureato, mi dedicai alle lesioni della mano, così frequenti allora (si era nel periodo post-bellico con industrie che fiorivano ovunque senza alcuna protezione e prevenzione degli incidenti sul lavoro). E quando le fini tecniche, diagnostiche e chirurgiche, che avrebbero più in là caratterizzato la chirurgia della mano, erano ancora tutte da inventare. Fu così che iniziarono i miei viaggi all’estero per imparare il più possibile da quei pochi pionieri europei e americani che si dedicavano alla mano, struttura estremamente 22 complessa dal punto di vista anatomico e funzionale ma, soprattutto, importante organo di relazione. La Società Italiana di Chirurgia della Mano nasceva in Italia l’8 dicembre 1962; eravamo in otto quando fondammo questa Società che, oggi, vanta circa 500 iscritti. Fu proprio il mio interesse per la mano, con le sue fini strutture vascolari e nervose a portarmi alla microchirurgia. Si era allora agli inizi degli anni ‘60 e i nervi erano strutture sconosciute, da guardare a debita distanza e, soprattutto, da non toccare quando li si incrociava nel campo operatorio. Iniziai così, primo in Italia, con il microscopio chirurgico, a studiare meticolosamente con fini dissezioni e con stimolazioni elettriche intraoperatorie i nervi periferici per localizzare, al loro interno, la posizione di fasci di fibre con funzioni diverse; questo, al fine di affrontare in modo corretto le fibre motrici e sensitive per riottenere una corretta funzione. Ho disegnato decine di mappe dei vari nervi per mio uso personale che poi, ulteriormente arricchite, hanno rappresentato per decenni la guida per i giovani chirurghi che intraprendevano la difficile arte della microchirurgia nervosa. Per operare bene nervi e vasi occorrevano anche strumenti particolari che allora non esistevano. Alcuni li fabbricai io, modificando, per esempio, le mollette per capelli, utilizzate dalle donne, da usare come clamps che servivano per arrestare temporaneamente il flusso sanguigno mentre si riparavano i vasi di piccolo diametro (due o tre millimetri e anche meno); altri erano già sul mercato, come le fini pinze da orologiaio. Altri ancora li ottenni dalle aziende produttrici di strumenti chirurgici, dopo aver discusso con i loro ingegneri le caratteristiche “microscopiche” degli strumenti stessi. Iniziava così la grande avventura della microchirurgia in Italia e nel resto del mondo che consentì interventi mai immaginati sino ad allora. Molti i campi della chirurgia generale e specialistica che furono travolti dal “ciclone” della microchirurgia, ampliando enormemente le loro possibilità di intervento e, dunque, di guarigione di tante malattie sino ad allora senza soluzione. Il campo dell’ortopedia si arricchì ben presto di interventi molto particolari ed efficaci. Come quelli sul plesso brachiale (intricata struttura di nervi che dal collo si dirigono alle braccia passando sotto la clavicola e poi nell’ascella). Si era agli inizi degli anni ’70 e l’amico Algimantas Narakas, a Losanna, aveva cominciato a operare con tecnica microchirurgica le paralisi di plesso brachiale, sempre più frequenti a causa degli incidenti motociclistici. Decisi di andare a vedere i suoi interventi e, tornato in Italia, cominciai questa chirurgia difficile e complessa. In quel periodo operammo, presso il dipartimento SALUTE AZ Rita Levi Montalcini, presidente onoraria Fondazione Giorgio Brunelli. Giorgio Brunelli, fondatore dell’omonima Fondazione per la ricerca sulle lesioni del midollo spinale. Luisa Monini, presidente fondazione di Ortopedia e Traumatologia degli Spedali Civili di Brescia, più di mille persone affette da paralisi dell’arto superiore da lesione di plesso, con risultati molto soddisfacenti nel recupero funzionale del braccio. In termini pratici, equivale a dire che centinaia di persone sono tornate alla vita attiva e lavorativa. Certo, ci voleva coraggio sia perché l’intervento era di difficile esecuzione tecnica, sia perché il successo non era sempre garantito. Altro intervento che la microchirurgia rese possibile – e che eseguii con notevole trepidazione – fu il reimpianto totale di un arto amputato. Era il 1973. Il mio primo reimpianto (e primo in Europa) aveva il dolce volto di Luciano, un ragazzo di tredici anni che aveva perso il braccio nella lavatrice industriale dell’azienda di famiglia. In breve tempo, Brescia divenne Centro di riferimento per i reimpianti che arrivavano da tutte le parti d’Italia e dall’estero, ma anche Centro di formazione per i numerosi chirurghi che frequentarono i 37 corsi teorico-pratici di microchirurgia. La strada era ormai aperta e, in tutt’Italia, cominciarono a nascere vari Centri di Microchirurgia. A questo punto, desidero fare un passo indietro, in un periodo a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 quando, giovane primario all’Ospedale Civile di Chieti, mi capitava spesso di visitare persone affette da grave artrosi alle anche. Andai ad imparare dai maestri. La mia prima meta fu Parigi, dal grande Merle D’Aubignè che insegnava la “resezione testa e collo” che toglieva, sì, il dolore, ma lasciava una grave invalidità; la seconda meta fu l’Inghilterra dove, all’inizio degli anni ’60, Kenneth Mckee e John Charnley avevano iniziato a eseguire le protesi totali d’anca. Tornato a Chieti decisi di mettere in pratica quanto avevo visto e imparato. Non dimenticherò mai la notte insonne e le preghiere nella cappella dell’ospedale alle 5 del mattino, prima di entrare in sala operatoria per eseguire la mia prima protesi totale d’anca. Era la prima in Italia e avevo già ricevuto la benedizione di noti cattedratici, con minacce di denuncia al Procuratore della Repubblica qualora fosse stato necessario rimuovere la protesi. Correva l’anno 1963 e, per due anni, fui il solo chirurgo italiano a fare questo tipo di chirurgia, criticato dalla quasi totalità dei miei colleghi. Ci voleva un bel coraggio a quei tempi a mettere una protesi d’anca metallica cementandola nell’osso! Una vera e propria rivoluzione concettuale e culturale che la tecnica, finalmente, rendeva possibile. Numerosi erano i giovani paraplegici che arrivavano nel mio reparto nella speranza di trovare per le loro gambe la soluzione che si era riusciti a trovare per le paralisi di plesso brachiale, ma tutti gli esperimenti che avevo condotto sino ad allora, su modello animale, purtroppo, avevano dimostrato che il midollo non era permissivo a ricevere gli assoni provenienti dal cervello. Non mi scoraggiai e, convinto più che mai della necessità di continuare la ricerca sulla riparazione midollare, accettai la sfida. Dopo anni di interventi sperimentali con diversi protocolli operatori eseguiti da me in Italia e all’estero, ebbi l’idea di connettere, per mezzo di un innesto nervoso, i prolungamenti delle cellule nervose del cervello con i nervi di alcuni muscoli delle gambe, escludendo il midollo sottostante la lesione. Con questa tecnica operammo, tra gli altri, una giovane donna che, in seguito ad incidente stradale, aveva riportato la lesione totale del midollo a livello dell’ottava vertebra toracica. Gigliola, questo il suo nome, dopo l’intervento e un lungo periodo d’intensa riabilitazione, ha iniziato a muovere i primi passi, pur se rudimentalmente, prima sul girello, poi sui tetrapodi. Questo perché i prolungamenti delle cellule cerebrali, raggiungendo i mu- scoli, hanno formato delle nuove placche motrici, capaci di rispondere al neuro-trasmettitore glutammato proprio del sistema nervoso centrale e non più all’acetilcolina, neuro-trasmettitore periferico. Questa risposta al glutammato era assolutamente imprevedibile e ci spronò ad andare avanti nella ricerca che, grazie anche ai preziosi suggerimenti della professoressa Rita Levi Montalcini, divenne una vera e propria ricerca di base multidisciplinare, con il coinvolgimento degli scienziati dell’università di Brescia. Attraverso questi studi, abbiamo dimostrato la capacità del muscolo di trasformare i suoi recettori normali acetilcolinici in recettori capaci di rispondere al glutammato, che è il neurotrasmettitore dei neuroni cerebrali. Il 14 giugno 2005 la prestigiosa rivista ufficiale dell’Accademia Nazionale delle Scienze Americana (P.N.A.S. 2005) ha pubblicato i risultati della nostra ricerca. Anche un’altra prestigiosa rivista americana, Current opinion in neurobiology 2006, ha dedicato spazio al lavoro intitolando l’articolo “Un paradigma perduto” con chiaro riferimento al risultato ottenuto da questa ricerca, che ha perso un paradigma ed ha trovato una nuova verità, mai svelata – né pensata – da essere umano. Non posso non pensare alla professoressa Rita Levi Montalcini e al suo pensiero sulla ricerca libera e indipendente. Più di una volta l’ho sentita esortare i giovani ricercatori a portare avanti ricerche anche se “a rischio”, nella convinzione che la soluzione di tante malattie possa giungere, in un futuro, proprio da tutti quelli che hanno avuto il coraggio di osare. Desidero aggiungere che, tra gli atti di coraggio richiesti al medico e ricercatore di oggi, uno è di importanza fondamentale: il coraggio di non impadronirsi delle malattie e bisogni altrui! Soprattutto nell’attuale società globalizzata, dove si intrecciano differenti storie, religioni, culture e colori, dobbiamo prendere in considerazione parametri differenti. Bisogna avvicinarsi ad ogni singolo individuo in modo molto discreto, a seconda delle sue reali necessità. Ogni malato deve essere coinvolto, in prima persona, nelle cure che gli vengono proposte e, soprattutto, deve essere libero di accettarle, così come di rifiutarle. 23 AZ SALUTE L’intervista A Pietro Vazzana Assessore alla Cultura e ai Beni culturali e monumentali della Provincia Regionale di Palermo Ecco come medicina e politica possono essere grandi amiche di Monica Diliberti 24 N el panorama siciliano sono diversi gli esempi di medici “prestati” alla politica. Ma secondo le stime della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), i medici di famiglia veramente impegnati in politica sono pochi. Uno di questi è senz’altro Pietro Vazzana, assessore alla Cultura e ai Beni culturali e monumentali della Provincia Regionale di Palermo. «C’è da fare un distinguo – sottolinea – tra chi ha una laurea in medicina e decide di fare politica e chi invece da sempre ha fatto il medico, ha vissuto e conosce questo ambiente». Assessore Vazzana, perché ad un certo punto della sua vita un medico si “butta” in politica? «È una scelta di coscienza per chi come noi quotidianamente vive tra la gente e si confronta con i suoi bisogni e le sue difficoltà. Il medico ha un rapporto diretto, privilegiato con le persone, parla con loro, le incontra ogni giorno, cosa che non accade in altre professioni. L’impegno per la comunità diventa quindi una scelta obbligata, allo stesso modo della partecipazione politica, a cui nessuno dovrebbe sottrarsi. È un dovere e, allo stesso tempo, un diritto che ognuno di noi dovrebbe esercitare, nei ruoli e nelle forme che ritiene più opportuni. Solo così concepisco una reale affermazione della democrazia e della libertà. Bisogna invitare la popolazione – e soprattutto i giovani – alla partecipazione, altrimenti ci saranno due Italie: una dei palazzi, l’altra della gente. Troppo spesso, tra le due manca il raccordo e il dialogo». Il medico-politico ha qualche valore aggiunto? «Il medico ha un approccio diverso da altri ai vari problemi. Meno tecnico, ma ben consapevole di dover dare, per necessità imposte dalla professione, risposte concrete a bisogni altrettanto concreti. Un certo eclettismo formativo e culturale permette un approccio multidisciplinare alle diverse situazioni. Importante poi l’esperienza diretta del funzionamento di uno dei gangli vitali della società: la gestione della salute. Spesso, questa viene marginalizzata dalla politica. La salute è uno dei diritti fondamen- Pietro Vazzana tali di una società evoluta e organizzata e non può essere sottoposta alla semplice gestione burocratica e finanziaria». Il suo cammino nella medicina? «Mi sono laureato nel 1978 e specializzato in anestesia e rianimazione. Ho lavorato in ospedale per 8 anni. Dal 1982, faccio il medico di medicina generale e sono specialista in Scienza dell’Alimentazione, attività che svolgo a Termini Imerese, la città in cui vivo». A proposito di alimentazione, quali le problematiche più diffuse che affronta nella sua professione? «Di sicuro, l’obesità. Ormai deve essere considerata una malattia sociale a pieno titolo, soprattutto per le ricadute sulla salute e i costi sociali altissimi. L’aspetto più grave riguarda i bambini, sui quali c’è ancora troppo poco controllo da parte dei genitori. Fanno pochissima attività fisica, hanno un’alimentazione caratterizzata da squilibri calorici e un peso eccessivo. Spesso, i genitori non capiscono che un bambino in sovrappeso nella fascia d’età tra i 6 ed i 9 anni, sarà un soggetto che dovrà fare i conti con l’obesità per tutta la vita». SALUTE AZ Basta una sola dose di vaccino 13valente Infezione da pneumococco Una protezione in più per gli adulti N el 2009, in Italia, la polmonite è stata la sesta causa di ospedalizzazione e, secondo i dati dell’Istat, relativi all’anno precedente, ha provocato il decesso di 6.905 persone ultra 65enni. Nella maggior parte dei casi, a qualsiasi età, la polmonite è causata da pneumococco. L’infezione colpisce prevalentemente i bambini fino a due anni di età. Negli adulti, l’incidenza aumenta dopo i 50 anni e raggiunge il picco dopo i 65. In questa fascia d’età, lo pneumococco è responsabile fino al 60 per cento di tutti i casi di polmonite. Ora, la Commissione Europea ha dato il via libera all’utilizzo del vaccino coniugato 13valente (impiegato da 10 anni per la protezione dei bambini nei primi anni d’età) anche per gli over 50. È la prima volta che un vaccino coniugato (al quale viene aggiunta cioè una proteina) viene indicato per gli adulti: la coniugazione garantisce una protezione efficace e duratura anche in coloro che, a causa dell’età, hanno difese immunitarie “invecchiate”, per effetto della cosiddetta “immunosenescenza”. «Il vaccino coniugato – dice il professore Paolo Bonanni del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università degli Studi di Firenze – crea una memoria immunologica e genera una protezione che dura nel tempo. Questo significa che basta un’unica somministrazione per avere una produzione di anticorpi sufficientemente elevata e un’immunità di lunga durata soprattutto negli adulti che, tra l’altro, sono più esposti al rischio di contrarre la polmonite da pneumococco in forma grave». La malattia non va sottovalutata. «L’infezione – spiega il professore Francesco Blasi, docente di Medicina Respiratoria all’Università degli Studi di Milano – può presentarsi anche in forme serie ed essere associata ad un’elevata mortalità: circa l’80 per cento delle patologie gravi causate dallo pneumococco negli adulti/anziani sono polmoniti batteriemiche, in cui l’infezione non resta confinata ai polmoni, ma inva- de anche il sangue e, tramite questo, può compromettere altri organi». Per quanto riguarda l’infezione da pneumococco, esistono dei fattori di rischio: l’età (come detto, i più colpiti sono i bambini e gli anziani), il fumo, l’abbassamento delle difese immunitarie, la presenza di malattie croniche cardiache. Altri sono il diabete e l’insufficienza renale. Secondo una recente indagine del Censis, condotta su 1.200 persone di età compresa tra i 50 e gli 80 anni, spesso questi fattori di rischio sono trascurati. L’85 per cento degli over 50 dichiara di non sentirsi anziano e solo un italiano su 2 percepisce la propria età o le comuni patologie croniche (malattie cardiovascolari e diabete) come fattori di rischio. Infatti, il 70 per cento degli intervistati dichiara di non essere potenzialmente interessato alla vaccinazione poiché non pensa di essere un soggetto a rischio. «La polmonite – afferma la dottoressa Ketty Vaccaro, responsabile del Settore Welfare del Censis – resta confinata nella sua accezione popolare di malanno conseguente all’esposizione al freddo o all’aggravarsi dell’influenza. Nel rapporto Censis viene confermato il ruolo del medico di famiglia che per il 75,5 per cento degli intervistati appare sempre determinante nell’orientare la scelta alla vaccinazione». In Europa (e l’Italia non fa eccezione), gli adulti tendono a non vaccinarsi, tranne che contro l’influenza stagionale (in alcune regioni, la copertura arriva fino al 75 per cento). «La polmonite da pneumococco – afferma il dottore Michele Conversano del Gruppo di lavoro sui vaccini della Società Italiana di Igiene (SItI) – è una patologia seria, non stagionale: il batterio circola tutto l’anno. Però può essere efficacemente prevenuta. Il vaccino anti-pneumococco rappresenta un’opportunità e ha il vantaggio di essere somministrato in un’unica dose. Questo facilita enormemente l’utente, i servizi pubblici e i medici che lo propongono». Francesco Blasi Ketty Vaccaro Il vaccino genera una protezione duratura nel tempo 25 AZ SALUTE L’incidenza continua a crescere Quei dolorosi attacchi di gotta Malattia tutt’altro che scomparsa P Per far fronte al suo dilagare è stata promossa una campagna informativa in diverse città d’Italia 26 er diverso tempo, non si è sentito parlare molto della gotta. Oggi, la sua incidenza è in costante crescita, in particolare nella popolazione femminile. Nel nostro Paese, la malattia colpisce un milione di persone, ma la stima pare sottovalutata. La causa principale è l’alimentazione scorretta., ma esiste anche una predisposizione genetica. All’inizio, la patologia è subdola, non dà sintomi. Via via che procede, si presenta con attacchi di artrite acuta causati dal deposito di cristalli di acido urico all’interno o presso le articolazioni. «La malattia – afferma il professore Giovanni Triolo, direttore della cattedra di Reumatologia dell’università di Palermo – può manifestarsi con attacchi acuti e molto dolorosi e, purtroppo, divenire cronica. Se non curata, può evolvere in danno grave alle articolazioni, oltre cha ai reni e al sistema cardiovascolare». Per fermare la diffusione della malattia, la Società italiana di reumatologia (SIR) e quella di medicina generale (SIMG), col supporto di Menarini, hanno promosso una campagna di informazione e prevenzione che, nel mese di novembre, ha coinvolto 8 città italiane (Milano, Padova. Genova, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Palermo), oltre a 20 centri commerciali dei più importanti capoluoghi del Paese. Nelle piazze delle 8 città, è stato allestito un “igloo” nel quale medici di medicina generale e reumatologi hanno effettuato ai cittadini la misurazione della pressione del sangue e test istantanei per valutare i livelli di acido urico nel sangue e il possibile rischio gotta. Secondo i dati di un recentissimo studio americano, la gotta occupa il secondo posto, dopo l’artrosi, tra le malattie reumatiche più frequenti negli Stati Uniti. Ma anche in Italia le cose non vanno bene. «Secondo i dati del database Health Search della SIMG, che esegue il monitoraggio dei pazienti di oltre 1.000 medici di famiglia, il numero di italiani con alti livelli di acido urico è di circa 5 milioni», dice il dottore Claudio Cricelli, presidente della SIMG. La diffusione dell’iperuricemia e, quindi, della gotta, è riconducibile ad una serie di fattori, quali il sovrappeso, l’alimentazione sbilanciata e ipercalorica, lo stile di vita poco salutare, l’allungamento della vita media e gli effetti indesiderati di alcuni medicinali, come i diuretici e l’acido acetilsalicilico a basse dosi. Tra gli alimenti causa di gotta, sotto accusa c’è l’abuso di carne, in particolare di manzo, maiale e agnello, di crostacei, di cacciagione, di funghi, di insaccati. Incidono molto anche la “moda” delle diete iperproteiche, il consumo di bevande dolcificate con fruttosio (sostanza che può ridurre la capacità dei reni di eliminare l’acido urico) e quello della birra, oggi in voga anche tra i giovani e fonte primaria di purine, i precursori della formazione di acido urico. «Dopo aver risolto l’attacco acuto – aggiunge il professore Triolo – obiettivo della terapia è mantenere i livelli di acido urico nel sangue al di sotto di 6,0 mg per decilitro di sangue. Ciò consente di evitare i dolorosi attacchi acuti e prevenire l’instaurarsi dei danni articolari e renali. La gotta è forse l’unica malattia reumatica ben curabile: diagnosticata presto e curata, consente una qualità di vita inalterata. La gestione ottimale prevede l’impiego di farmaci appropriati, alcuni dei quali di recente disponibilità, e la costanza dei pazienti nel seguire stili di vita e comportamenti alimentari adeguati». L’igloo allestito nella piazza di Mondello, a Palermo LA MALATTIA DEI RICCHI, DEI NOBILI E DEI PAPI Nei secoli passati, ma anche fino al secondo dopoguerra, la gotta era definita la malattia dei ricchi, dei nobili, dei papi. Gente che ogni giorno poteva portare in tavola carne, insaccati, formaggi, dolci, tutti alimenti che i poveri non potevano permettersi. Ne soffrivano Carlo Magno, Giulio Cesare, Enrico VIII d’Inghilterra, Luigi XIV di Francia. Gli antichi romani la curavano con estratti di colchico, ottenendo dei miglioramenti. Oggi che carne e salumi non rappresentano più una privazione, ecco ritornare prepotentemente la malattia. SALUTE AZ L’INTERVENTO Il ponte per il paziente S econdo una ricerca pubblicata dagli Annals of Internal Medicine sono in genere diciotto i secondi che il medico fa trascorrere prima d’interrompere il paziente che racconta la sua malattia e intervenire con le proprie investigazioni. Ma meno si parla e si fanno parlare gli assistiti, e meno si capisce che cosa li affligge. La china, allora, lungo la quale scivola la conclusione è quella della prescrizione di tutta una serie d’esami fidando, il sanitario, che da uno almeno farà capolino l’affezione. Lasciare però più tempo al colloquio medico-paziente, e meno prepotenza alla tecnologia, è una situazione virtuosa che accoglie i dettami della “Slow Medicine”, movimento sorto a Ferrara nel giugno 2011 e animato dalla psicologa Silvana Quadrino e dal medico Giorgio Bert. Tale iniziativa raccoglie chi è pronto ad ascoltare e capire colui che si apre e si spiega. Non imperversa l’assunto che le terapie, se moderne, mostrano maggiore efficacia: il Journal of the American Medical Association riferisce che la maggior parte dei recenti dispositivi medici di nuovo ha solo il consenso commerciale. E non convince nemmeno l’idea che la tecnologia più recente sia in grado di fornire sempre la corretta diagnosi. Il medico dovrebbe essere la figura che riconosce e interpreta il punto di vista del malato e si fa guidare dall’indole e dalla storia dell’inabilità, che viene così a delinearsi compiutamente. «Il tempo lasciato al paziente (non gli serve più di mezz’ora) per narrare la sua malattia – spiega Egidio Moja, direttore del “Centro Universitario sugli Aspetti Relativo-Comunicazionali in Medicina” di Milano – aumenta nel medico la possibilità di organizzare una cura oltremodo mirata». È innegabile che tutto ciò faccia sentire meglio chi ricorre alla sanità. Si sente atteso, rispettato, condiviso. Bisogna parlarsi. Se i pazienti si rifugiano sempre più nella medicina alternativa è perché cercano il dialogo. La capacità d’ascolto degli omeopati è ben nota, ed è proprio questo che aumenta il numero dei loro clienti. Quante ne combinavo a scuola! Fantasia e imprevedibilità non mancavano nelle mie performances ripagate puntualmente con i sette in condotta. Prorompevo su quello che di più squassante e divertente appariva a me e ai miei compagni, atteggiamento che poi, quando abbracciai la Medicina, s’era trasformato in un grimaldello capace di cavare pensieri d’allegria dall’umore dei malati. La vita s’era così trovata al punto di dover cambiare significato alla mia caratteristica di discolo che spargeva nella classe amenità. Perché queste le avevo destinate alle corsie d’ospedale, popolate da colleghi e da chi assistevo, ma senza allontanare gli occhi del malato. Il medico deve essere vicino al paziente, magari tenergli la mano quando serve e rimanere vicino alla sua solitudine. I giovani, in genere, sono i più predisposti a manifestare intolleranze. Occorre parlare molto con loro, distrarli, portarli su un terreno che nulla ha a che fare col motivo delle loro sofferenze. Gli sguardi che, alla fine, il medico “vicino” riceve sono soprattutto di gratitudine perché pazienti e familiari riconoscono l’attenzione prestata. Ma dell’assistenza l’azienda sanitaria vuole soprattutto i numeri, quelli che i medici che annovera cercano appassionatamente di moltiplicare. E proprio questo ci fa apparire “lenti”, vale a dire scarsamente produttivi, perché le nostre consulenze non hanno fretta d’archiviarsi, adagiate come sono nella pacatezza e in qualche gaiezza del colloquio. Lenti poi lo dobbiamo essere per forza quando necessita del tempo per rimettere in piedi un malato, e soprattutto il suo animo. Ci si può allora considerare “diversamente produttivi”, ma ci si può pure caratterizzare come “architetti del soccorso” se per i sofferenti il ponte che scavalca la malattia e li porta alle nostre argomentazioni, leggere alcune ma consolanti altre, non c’è volta che non lo costruiamo. di Riccardo Ascoli Professore di Urologia, Università degli Studi di Palermo 27 AZ SALUTE Focus sulle associazioni di pazienti UNA GIORNATA SUL PARKINSON PER COMBATTERE LA DISINFORMAZIONE di Minnie Luongo I n tutto il mondo, sabato 26 novembre è stata la Giornata della malattia del Parkinson (www.giornataparkinson.it), un’iniziativa cui l’Italia aderisce dal 2009. Una giornata indetta non solo per diffondere una corretta informazione, ma anche per ricordare come la ricerca e la diagnosi precoce siano l’arma vincente per combattere al meglio Parkinson e dintorni. Ne parliamo con il neurologo Ubaldo Bonuccelli, da quattro anni presidente della LIMPE, Lega Italiana per la lotta contro la Malattia di Parkinson, le Sindromi Extrapiramidali e le Demenze. Professor Bonuccelli, Lei desidera fare una precisazione... «Sì, riguardo al fatto che questa giornata nazionale è promossa da noi insieme a DISMOV-SIN, Associazione Italiana Disordini del Movimento e Malattia di Parkinson, che, al pari della LIMPE, è da anni impegnata nella lotta a questa importante patologia. Congiuntamente, desideriamo che la “mobilitazione” di tutti noi sia un monito per le persone affette da questa malattia che hanno il diritto di continuare a vivere la propria quotidianità, sapendo di poter contare sul sostegno imprescindibile costituito dalla ricerca. La DISMOVSIN è la sezione italiana dell’americana “Movement Disorders Society”, rappresenta un’articolazione della Società Italiana di Neurologia ed è presente su tutto il territorio nazionale. Scopo di quest’Associazione è diffondere la conoscenza e favorire la ricerca in tema di malattie neurologiche che comportino un’alterazione del normale movimento come, ad esempio, il Parkinson e i parkinsonismi, i tremori e tutti i movimenti involontari determinati da molteplici cause». La ricerca a che punto è? «Premesso che la qualità di vita dei pazienti è l’obiettivo principale per cui stiamo lottando, è lecito affermare che la ricerca sta facendo passi da gigante. Anche per questo motivo, dalla Giornata di quest’anno, assieme a DISMOV-SIN, abbiamo avviato un progetto di raccolta fondi che ha come fine la prevenzione delle cadute, un problema altamente invalidante per i pazienti parkinsoniani. Augurandoci che il progetto, davvero importante, possa sostenere il nostro impegno in tal senso. Senza mai dimenticare che la qualità di vita non è legata ad un singolo farmaco o alla visita di uno specialista competente, bensì si deve ad un approccio integrato che prevede terapie farmacologiche unite al sostegno psicologico al paziente e alle famiglie, insieme ad attività riabilitative e ricreative. Del resto, il messaggio chiave della giornata, sintetizzato dallo spot radiotelevisivo cui ha prestato la voce Andrea Bocelli, svela al meglio lo spirito di noi promotori: “La malattia di Parkinson non deve cambiare l’armonia della tua vita: affrontala subito!”». Ubaldo Bonuccelli Come nasce la LIMPE? «Sono ormai più di 35 anni che operiamo a fianco dei pazienti di Parkinson e delle loro famiglie. Nasciamo nel 1974 – per iniziativa dei professori Cornelio Fazio e Alessandro Agnoli, come gruppo di studio della Malattia di Parkinson – diventando in poco tempo il punto di riferimento per i neurologi italiani interessati alla patologia, alle sindromi extrapiramidali e alle demenze. Fin dalla sua costituzione, l’Associazione ha basato la sua attività sull’interdisciplinarietà, accogliendo sia i ricercatori di base, soprattutto neurofarmacologi e neurochimici, sia i clinici. Promuovendo, al primo posto, la ricerca, senza tralasciare di mantenere sempre uno stretto contatto non solo con i pazienti e i loro familiari, ma anche con tutte le Associazioni di pazienti presenti sul territorio, riservando sul proprio sito un’area dedicata ai malati. E da due anni, già sotto la mia presidenza, abbiamo inaugurato la sede di Roma». Le stime della malattia… «Si calcola che, nel nostro Paese, siano circa 150.000 le persone affette da Parkinson, più altri 50.000 malati con una forma di parkinsonismo. Nella maggior parte dei casi, la patologia si manifesta attorno ai 60 anni, ma nel 10 per cento dei pazienti i sintomi compaiono addirittura prima dei 40. Negli ultimi 20 anni, l’obiettivo di molti studi è stato di modificare il decorso della malattia, rallentandone l’evoluzione. Una delle nuove frontiere della medicina è lo sviluppo di farmaci che hanno lo stesso effetto neuroprotettivo di alcune sostanze esistenti in natura, come il tabacco o il caffè, che inibiscono gli enzimi che danneggiano i neuroni». Saperne di più LIMPE - Lega Italiana per la lotta contro la Malattia di Parkinson, le Sindromi Extrapiramidali e le Demenze Telefono: 06-96046753, fax: 06-96046754 [email protected] www.limpe.it 28 SALUTE AZ SALUTE DA SFOGLIARE CHISSÀ COSA SI PROVA A BALLARE di Arianna Zito “E bbene sì, io il delegato del Pd nazionale per la disabilità, non tollero gli occhiali e mi vergogno di indossarli. Chissà perché la vivo così, forse troppa sfiga tutta insieme?”. Si potrebbe dire che, in questa frase di Ileana Argentin, estrapolata da Chissà cosa si prova a ballare (Donzelli Editore, pagg. 133, € 15,00), c’è tutta l’essenza della tenerezza ed ironia insieme, di questa donna che, riassumendo sette mesi della sua vita, in una sorta di diario, racconta interamente la sua esistenza: gioie e dolori, successi, piccole e grandi sconfitte, passioni, desideri, lotte, paure, tutto affrontato con un’autoironia che lascia trasparire un’intelligenza vivida. È una vita tormentata dall’amiotrofia spinale quella di Ileana Argentin. La patologia le causa una grave disabilità, ma la spinge, sin da piccola, ad intraprendere una battaglia per l’abbattimento delle barriere culturali e per il riconoscimento delle diversità come patrimonio sociale. Questo libro nasce da “un’energia interna esplosiva” provocata dalla visione, “per l’ennesima volta”, del film “Dirty Dancing”. “Mi sono sempre vista – scrive la Argentin – in discoteca a muovermi a ritmo di musica e, fin dalle prime feste con gli amici, non ho mai sentito la sofferenza di essere esclusa dal ballo, perché dentro di me l’ho sempre vissuto”. Deputato nazionale e componente della XII Commissione permanente della Camera, l’autrice è anche responsabile nazionale del Pd per i diritti dei disabili e presidente dell’Associazione Laziale Motulesi. Uno dei suoi grandi desideri irrealizzati è quello di essere madre. Nonostante ciò, scrive: “Avrei voluto essere madre, ma la mia patologia è genetica e può essere trasmessa, quindi… Capisco se fosse successo, ma andarselo a cercare no! Sarebbe stato egoismo allo stato puro”. Ed è attraverso i suoi adorati nipoti e i suoi due cani, Ettore e Rocco, che il suo desiderio di maternità viene appagato. Ileana Argentin non indugia in alcun modo nel pietismo, né verso se stessa né verso gli altri portatori di handicap. Anzi. “Come si può strumentalizzare o fare demagogia spicciola – si legge nel libro – sull’handicap da parte degli stessi disabili?”. L’autrice se lo chiede ripensando ad un episodio che l’ha vista “costretta a negare il principio di uguaglianza, per liberare i disabili dall’uso improprio che viene fatto del concetto di pari opportunità”. Partecipando come relatrice ad un convegno organizzato da diverse associazioni di categoria dell’handicap è rimasta colpita, in modo assolutamente negativo, dalla relazione del presidente di un’associazione di disabili che manifestava “con grande cinismo e intolleranza il diritto all’autonomia dei ‘diversi’ per ottenere la gratuità di molti servizi pubblici”. Una cosa che indigna fortemente l’onorevole Argentin e che la spinge a dire: “Che vergogna, ancora una volta viene confuso il diritto con il privilegio; è inaccettabile – chiosa – che sia proprio un disabile a chiedere il cinema, o il teatro, gratis, solo perché è in carrozzina. Noi diversi abbiamo lottato e battagliato quotidianamente per ottenere dignità e cultura, per il rispetto dei nostri status ed ecco qua che uno qualunque, solo perché su quattro ruote, brucia tutto”. Come si legge nella Prefazione, a cura di Fabrizio Frizzi, “nel suo diario c’è davvero il suo vasto mondo, quello di una donna speciale che non si è mai lasciata abbattere dalla malattia che ha ‘incontrato’, ma con la quale ha imparato a convivere e che, paradossalmente, sente quasi come un suo punto di forza. Tanto da scrivere che non cambierebbe la sua vita con quella di nessun altro”. 29 AZ SALUTE pillole di salute UN CUORE ARTIFICIALE CHE SI CONTROLLA VIA INTERNET Un cuore artificiale di nuova generazione che si controlla via Internet e permette di monitorare, in tempo reale e a distanza, le condizioni del paziente ed il funzionamento della pompa che supporta il cuore malato. È stato impiantato, per la prima volta in Italia, all’Istituto Clinico Humanitas, da un’équipe diretta dal dottore Ettore Vitali, responsabile del Dipartimento Cardiovascolare. La consolle di cui è dotato questo “cuore artificiale” (più correttamente VAD, Ventricular assist device) permette al paziente di collegarsi ad un computer per scaricare i dati e trasmetterli via Internet. «Ciò consente il monitoraggio medico a distanza – spiega Vitali – e agli specialisti di visualizzare in tempo reale lo stato di salute del paziente rilevando parametri della pompa, monitorando il flusso sanguigno, la potenza utilizzata e la velocità della turbina». La pompa, che viene impiantata all’apice del ventricolo sinistro e lo svuota, reimmettendo il sangue nell’aorta, è la parte principale di un sistema che comprende un cavo di collegamento con l’esterno, le batterie ed una consolle che funge anche da caricatore per le batterie. Piccolo, tanto da stare in una mano, leggero – pesa poco più di 100 grammi – ed affidabile, questo VAD è un apparecchio per l’assistenza ventricolare meccanica che supporta il cuore malato ripristinando le normali condizioni emodinamiche ed il corretto afflusso di sangue agli organi periferici. progressiva che colpisce circa 8.000 pazienti a livello mondiale (con elevata prevalenza in Portogallo e Svezia). In Italia, si contano circa 150 malati che hanno un’aspettativa di vita di 10 anni dalla comparsa dei primi sintomi e per i quali, ad oggi, l’unica alternativa possibile è il trapianto di fegato. «Sino ad ora, non c’erano farmaci approvati per questa malattia degenerativa e fatale. Tafamidis offre una nuova speranza ai pazienti», commenta la dottoressa Teresa Coelho dell’Ospedale Santo Antonio di Oporto, in Portogallo. PALERMO, L’OSCAR DELLA MEDICINA AL PROFESSORE GASPARE GULOTTA Il professore Gaspare Gulotta, direttore di Chirurgia d’Urgenza e del Trauma del Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” di Palermo, ha ricevuto l’Oscar per la Medicina. Il premio gli è stato conferito dall’Accademia Universitaria di Lettere, arti e scienze “Ruggero II di Sicilia”. “Al professore Gaspare Gulotta – si legge nella motivazione – medico di notevoli qualità culturali, professionali, sociali e umane, ha fatto della scienza medica una ragione di vita, integrandola nel sociale, fino al punto da potere affermare di avere realizzato l’umanizzazione della Medicina”. Il premio è stato consegnato dal presidente dell’Accademia, il professore Amerigo Coroneo. POLINEUROPATIA SINTOMATICA IN ARRIVO UNA NUOVA CURA L’EMA (Agenzia europea del farmaco) ha dato il via libera a tafamidis per la cura della polineuropatia familiare amiloide da transtiretina in pazienti adulti con lo stadio 1 della polineuropatia sintomatica. Si tratta di una rara malattia neurodegenerativa Gaspare Gulotta 30 LA MENARINI ACQUISISCE IL GRUPPO INVIDA Singapore, Indonesia, Australia, Cina, Hong Kong, India, Malaysia, Filippine, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Taiwan, Thailandia,Vietnam: questi i Paesi che si aprono alla Menarini, con sede a Firenze, dopo la firma, avvenuta a Singapore, del contratto di acquisizione del Gruppo Invida, una delle principali realtà farmaceutiche dell’area Asia-Pacific. Con un fatturato di oltre 220 milioni di dollari, 3.500 dipendenti, una presenza in aree terapeutiche estremamente importanti, Invida è stata ritenuta da Menarini l’azienda ideale per l’apertura verso molti dei Paesi emergenti a più alto tasso di crescita del mondo. «In Invida abbiamo trovato la “Menarini dell’Asia” e un management con competenze eccezionali – commentano Piero Corsa e Domenico Simone, direttori generali di Menarini –. Avere un quartier generale a Singapore è ideale per creare un ponte tra Europa e Asia e portare così ai pazienti asiatici tutto il contributo terapeutico dei nostri farmaci». INNOVATIVA TECNICA OPERATORIA PER CURARE L’ESOFAGO Arriva dal Giappone un nuovo intervento non invasivo, eseguito in Italia solo al Policlinico universitario “A. Gemelli” di Roma, per risolvere l’acalasia, a causa della quale l’esofago non è in grado di spingere il cibo nello stomaco. Chiamata miotomia endoscopica transorale (POEM – Per-Oral Endoscopic Myotomy), si tratta di un’operazione in cui il chirurgo, senza incidere l’addome o fare buchi, passa attraverso la bocca. Ad eseguirla è stata l’équipe del professore Guido Costamagna, direttore dell’Unità operativa di Endoscopia digestiva chirurgica del Policlinico “A. Gemelli”. Lo stesso intervento è stato eseguito in Europa solo in Belgio e Germania. Oltre alla mininvasività, i vantaggi della metodica sono minore dolore postoperatorio, scarse aderenze, ridotti problemi di reflusso dopo l’intervento. Possiamo sperare? LA VITA PONE DOMANDE. NOI CERCHIAMO LE RISPOSTE. L’innovazione è la nostra risposta alle continue sfide della salute. Lavoriamo ogni giorno per salvare le vite dei pazienti e per aiutare milioni di persone in tutto il mondo. Leader mondiali nelle biotecnologie: diagnostica in vitro, oncologia, trapiantologia, anemia, virologia, nefrologia e reumatologia sono le nostre aree di eccellenza. Focalizziamo il nostro impegno in ricerca e sviluppo sulla scoperta di nuovi farmaci e tecnologie diagnostiche in grado di combattere il cancro, l’AIDS, l’epatite, l’Alzheimer, l’artrite reumatoide ed il diabete. Grazie ai grandi progressi nella ricerca e alla sinergia tra diagnosi e terapia, siamo pionieri nello sviluppo di test diagnostici e farmaci personalizzati in base alle caratteristiche genetiche di gruppi di pazienti. Ci sono tante risposte quante sono le persone. Noi continuiamo a cercare soluzioni individuali. We Innovate Healthcare www.roche.it