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Della stessa autrice
Il diario del vampiro. Il risveglio
Il diario del vampiro. La lotta
Il diario del vampiro. La furia
Il diario del vampiro. La messa nera
Titolo originale: The Secret Circle: The Initiation
Copyright © 1992 by Lisa Smith and Daniel Weiss Associates, Inc.
All rights reserved
Traduzione dall’inglese di Paolo Falcone
Prima edizione: maggio 2009
© 2009 Newton Compton editori s.r.l.
Roma, Casella postale 6214
ISBN 978-88-541-1490-6
www.newtoncompton.com
Realizzazione a cura di ¢Purple Press s.r.l., Roma
Stampato nel maggio 2009 presso Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma)
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Lisa Jane Smith
I diari delle streghe
L’iniziazione
Newton Compton editori
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A mia madre, paziente e amorevole come Madre Natura
A mio padre, cavaliere senza macchia e senza paura
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CAPITOLO 1
Cape Cod non avrebbe dovuto essere così calda e umida. Cassie lo
aveva letto sulla guida turistica; tutto avrebbe dovuto essere perfetto
lì, come a Camelot.
Tranne, aggiungeva distrattamente la guida, per l’edera velenosa, le
zecche, i pidocchi, i molluschi tossici e le correnti sottomarine nelle
acque apparentemente tranquille.
La guida consigliava inoltre di non avventurarsi sulle lingue di terra che scivolavano in mare perché c’era il rischio che arrivasse l’alta
marea e ti trascinasse via. In quel preciso istante, però, Cassie avrebbe
dato qualsiasi cosa pur di trovarsi arenata in qualche penisola in mezzo all’oceano Atlantico, sempre che Portia Bainbridge rimanesse dall’altra parte del mondo.
Non era mai stata così infelice in vita sua.
«…e l’altro mio fratello, quello del gruppo di dibattito del MIT e
che due anni fa ha partecipato al torneo di Dibattito mondiale in Scozia…», stava dicendo Portia. Cassie sentì gli occhi chiudersi e scivolò
di nuovo nell’apatia. Entrambi i fratelli di Portia frequentavano il MIT
con risultati eccellenti, tanto nel campo intellettuale che in quello
sportivo. Portia non era da meno, anche se stava per iscriversi soltanto al primo anno del liceo, come Cassie. E, visto che l’argomento preferito di Portia era Portia, nell’ultimo mese non aveva fatto altro che
parlare di sé a Cassie.
«…e dopo che lo scorso anno mi sono classificata al quinto posto
al National Forensic League Championship per la sezione di dizione
improvvisata, il mio ragazzo ha detto: “Be’, diventerai un’eroina americana…”».
“Un’altra settimana”, pensò Cassie. “Solo un’altra settimana e tor-
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nerò a casa”. Il pensiero le provocò una tale nostalgia che le vennero
le lacrime agli occhi. A casa, dove vivevano i suoi amici, dove non si
sentiva un’estranea e un’analfabeta noiosa e stupida solo perché non
sapeva cosa fosse un quahog. Dove avrebbe riso di tutto questo: la sua
meravigliosa vacanza sulla costa orientale.
«…così mio padre ha detto: “Perché non lasci semplicemente che
io te lo compri?”. Ma io gli ho detto: “No… be’, magari…”».
Cassie fissava il mare.
Non che Cape Cod fosse un brutto posto. I cottage con i tetti in
cedro, le palizzate bianche ricoperte di rose, le sedie a dondolo di
vimini sui portici e i gerani che pendevano dalle travi, erano deliziosi
come quelli che si vedono in cartolina. E i prati, le chiese con gli alti
campanili e gli edifici scolastici all’antica davano a Cassie l’impressione di essere tornata indietro nel tempo.
Ogni giorno, però, c’era Portia con cui doversela vedere. E anche
se tutte le notti Cassie pensava a qualche commento incredibilmente
sarcastico da rivolgerle il mattino seguente, chissà perché decideva
sempre di rimandare. Di gran lunga peggiore di qualunque cosa Portia potesse farle, era la forte sensazione di non appartenenza che provava. Di essere un’estranea in quel posto, di essere approdata sulla
costa sbagliata, di essere completamente fuori dal proprio elemento. Il
suo piccolo appartamento californiano ormai le sembrava un luogo
paradisiaco.
“Un’altra settimana”, pensò. “Devi resistere solo un’altra settimana”.
E poi c’era sua madre, ultimamente così pallida e silenziosa… Cassie avvertì una morsa di preoccupazione e scacciò subito quel pensiero. “La mamma sta bene”, si disse. “È nata qui, ma anche lei, come te,
non si sente a suo agio. Forse sta contando i giorni che ci separano da
casa nostra, proprio come fai tu”.
Le cose stavano così, naturalmente, era questo il motivo per cui sua
madre sembrava tanto infelice quando Cassie le diceva di provare
nostalgia di casa. Si sentiva in colpa per averla portata a Cape Cod, per
averle fatto credere che fosse un paradiso turistico. Una volta a casa,
tutto si sarebbe aggiustato: per entrambe.
«Cassie! Mi stai ascoltando? O stai sognando di nuovo a occhi
aperti?»
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«Oh, sì, ti stavo ascoltando», rispose subito Cassie.
«Cos’è che ho appena detto?».
Cassie s’impappinò. “Ragazzi”, pensò disperata, “il gruppo di
dibattito, il college, il National Forensic League…”. Spesso la gente le
dava della sognatrice, ma mai come da quelle parti.
«Stavo dicendo che non dovrebbero permettere a certe persone di
venire in spiaggia», disse Portia. «Soprattutto se hanno un cane. Cioè,
so che non siamo a Oyster Harbors, ma almeno la spiaggia è pulita. E
ora, guarda». Cassie seguì lo sguardo di Portia. Tutto ciò che vedeva
era un ragazzo che camminava sulla spiaggia. Si voltò verso Portia esitando.
«Lavora su un peschereccio», disse Portia tirando su col naso come
annusando un cattivo odore. «L’ho visto stamattina sul molo mentre
scaricava la merce da una barca. Credo che non si sia neppure cambiato i vestiti. Che soggetto sgradevole e rivoltante».
A Cassie, il ragazzo non sembrava così sgradevole. Aveva i capelli
rosso scuro, era alto, e anche a quella distanza si vedeva che stava sorridendo. Dietro di lui c’era un cane.
«Non parliamo mai con chi lavora sui pescherecci. Non li guardiamo nemmeno», disse Portia. Cassie sapeva che era la verità. In spiaggia c’era un’altra dozzina di ragazze, in gruppi di due o tre, qualcuna
in compagnia di ragazzi, la maggior parte no. Al passaggio del giovane, tutte distoglievano lo sguardo, girando la testa dall’altra parte. Ma
non era il tipico sguardo civettuolo delle ragazze che ammirano un
ragazzo e poi ridacchiano con le amiche. Era un rifiuto sprezzante.
Quando lui le fu abbastanza vicino, Cassie notò che il suo sorriso stava assumendo una piega amara.
Le due ragazze vicino a Cassie e Portia si girarono, quasi tirando su
col naso. Cassie vide che il ragazzo scrollava leggermente le spalle,
come non si aspettasse altro. Non riusciva ancora a capire cosa ci fosse di tanto odioso in lui. Indossava un paio di pantaloni logori tagliati
al ginocchio e una maglietta che aveva visto giorni migliori, ma molti
giovani vestivano alla stessa maniera. E il suo cane, che gli trotterellava dietro scodinzolante, era amichevole e vivace. Non stava infastidendo nessuno. Cassie alzò la testa verso il volto del ragazzo, curiosa di
vedere i suoi occhi.
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«Abbassa lo sguardo», bisbigliò Portia. Il ragazzo stava passando
proprio davanti a loro. Cassie si affrettò a guardare per terra, obbedendo meccanicamente, ma avvertì un moto di ribellione nel cuore.
Sembrava un comportamento scorretto e inutile e crudele. Si vergognava di comportarsi come le altre ragazze, di essere come loro, ma
non poteva fare a meno di assecondare Portia.
Guardava le sue dita che giocavano con la sabbia. Riusciva a distinguere ogni singolo granello illuminato dai brillanti raggi del sole. Da
lontano, la sabbia sembrava bianca, ma osservandola con attenzione si
vedeva che era ricca di colori vivaci: granelli di mica nera e verde,
frammenti di conchiglie pastello, schegge di quarzo rosso come minuscoli granati. “Non è giusto”, pensò, ma ovviamente il ragazzo non
poteva sentirla. “Mi dispiace, tutto questo è disonesto. Vorrei poter
fare qualcosa, ma non posso”.
Un naso umido le spinse la mano.
Cassie trasalì e un risolino le morì in gola. Il cane le spinse di nuovo
la mano, reclamando la sua attenzione. Cassie lo accarezzò e gli lisciò i
baffetti ispidi sul naso. Era un pastore tedesco, o almeno qualcosa di
simile, un grosso e bellissimo cane con occhi marroni limpidi e intelligenti e un muso allegro. Cassie sentì sciogliersi la rigida maschera di
imbarazzo che aveva indossato fino ad allora e cominciò a ridere.
Poi, incapace di trattenersi, alzò gli occhi verso il proprietario dell’animale. Incontrò il suo sguardo.
In seguito, Cassie avrebbe ripensato spesso a quel momento, il
momento in cui lei aveva alzato la testa verso di lui e lui aveva chinato il capo verso di lei. I suoi occhi erano tra il grigio e l’azzurro, come
il mare in tempesta, misteriosi. Aveva un volto particolare: non una
bellezza convenzionale, ma affascinante e intrigante, con zigomi alti e
un’espressione decisa. Orgoglioso, indipendente, arguto, sensibile:
tutto allo stesso tempo. Mentre guardava Cassie, il suo sorriso amaro
si addolcì e una scintilla balenò in quegli strani occhi, come il sole che
risplende sulle onde.
Solitamente Cassie era timida con i ragazzi, soprattutto con quelli
che non conosceva, ma in questo caso aveva di fronte solo un povero
mozzo che lavorava sulle navi da pesca; si sentì dispiaciuta per lui,
voleva essere carina e, in realtà, non poteva farne a meno. Così, quan-
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do sentì che stava per restituirgli la stessa espressione intensa e contraccambiare il suo sorriso, non fece nulla per trattenersi. In quel
momento era come se lei e il ragazzo stessero condividendo un segreto, qualcosa che nessun altro sulla spiaggia potesse comprendere. Il
cane si dimenò eccitato, come se la cosa riguardasse anche lui.
«Cassie», sibilò Portia, fumante di rabbia.
Cassie si sentì avvampare e distolse lo sguardo dal viso del giovane.
Portia la stava squadrando furibonda.
«Raj!», disse il ragazzo. Il sorriso era sparito. «Andiamo!».
Con apparente riluttanza, il cane si allontanò da Cassie, ancora scodinzolando. Poi, in una nuvola di sabbia, corse dal suo padrone. “Non
è giusto”, pensò di nuovo Cassie. La voce del ragazzo la fece sobbalzare.
«La vita non è giusta», disse.
Scioccata, la ragazza cercò con lo sguardo il volto del giovane.
I suoi occhi erano cupi come il mare in burrasca. Cassie li vide chiaramente, e per un attimo ne fu quasi spaventata, come se vi avesse
visto qualcosa di proibito, qualcosa che andava ben oltre la sua comprensione. Qualcosa di potente. Qualcosa di potente e inaccessibile.
Poi il ragazzo si allontanò, con il cane che gli saltellava dietro. Non
si voltò più.
Sbalordita, Cassie lo guardò andar via. Non aveva parlato ad alta
voce, ne era certa. Allora lui come aveva fatto a sentirla?
I suoi pensieri vennero interrotti bruscamente da un sibilo accanto
a lei. Si fece piccola, ben sapendo cosa Portia stava per dirle. Che quel
cane probabilmente aveva la rogna e le pulci, oltre ai vermi e alla scrofola. Che il suo asciugamano da mare adesso brulicava di parassiti.
Portia, però, non disse niente. Anche lei stava fissando il ragazzo e
il cane che, dopo essersi arrampicati su una duna, avevano imboccato
uno stretto sentiero scomparendo tra la vegetazione che lambiva la
spiaggia. Benché fosse chiaramente disgustata, c’era qualcosa sul suo
volto – una sorta di lugubre attenzione e cupo sospetto che Cassie non
aveva mai visto prima.
«Portia, che ti succede?».
Portia socchiuse gli occhi. «Credo», disse lentamente, a labbra
strette, «di averlo già visto una volta».
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«Lo hai visto sul molo. Me lo hai detto prima».
Portia scosse la testa con impazienza. «Non quella, intendevo un’altra volta. Adesso sta’ zitta e lasciami pensare».
Confusa, Cassie si zittì.
Portia continuava a fissare il ragazzo, e dopo qualche secondo
cominciò ad annuire, piccoli cenni per confermare qualcosa a se stessa. Aveva le guance in fiamme, e non per via del sole.
Improvvisamente, mentre continuava ad annuire, bisbigliò qualcosa e scattò in piedi. Adesso respirava affannosamente.
«Portia?»
«Devo andare, ho qualcosa da fare», disse, stringendo la mano a
Cassie senza guardarla. «Tu resta qui».
«Che sta succedendo?»
«Niente!». Portia le rivolse uno sguardo ostile. «Non sta succedendo niente. Dimentica tutto. Ci vediamo dopo». Corse via, diretta verso
le dune oltre le quali si trovava il cottage di proprietà della sua famiglia.
Solo dieci minuti prima, Cassie avrebbe fatto i salti di gioia se Portia fosse sparita dalla circolazione e l’avesse lasciata sola. Ma adesso si
accorse che la cosa non le procurava alcun piacere. Aveva la mente in
subbuglio, come il mare increspato e nero prima di una burrasca. Era
agitata e turbata, quasi spaventata.
La cosa più strana era la parola che Portia aveva bisbigliato prima
di andarsene. L’aveva pronunciata con un filo di voce, e Cassie non era
sicura di aver sentito bene. Doveva trattarsi certamente di qualcos’altro, qualcosa come “sega”, o “strema”, o “frega”.
Doveva aver sentito male. Santo cielo, non si può chiamare un
ragazzo “strega”!
“Adesso sta’ calma”, si disse. “Non preoccuparti. Almeno Portia se
n’è andata, e adesso finalmente sei sola. Don’t worry, be happy!”.
Per qualche ragione, però, non riusciva a rilassarsi. Si alzò e raccolse l’asciugamano. Dopo esserselo avvolto intorno alla vita, s’incamminò nella direzione presa dal ragazzo.
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Capitolo 2
Quando arrivò al punto in cui il ragazzo aveva svoltato, Cassie si
arrampicò sulle dune destreggiandosi nel groviglio di vegetazione selvaggia che si stendeva tutto intorno alla spiaggia. Arrivata in cima, si
guardò intorno. Non c’erano che pini e querce. Nessun ragazzo. Nessun cane. Silenzio.
Aveva caldo.
“Va bene”, si disse, “tutto ok”. Si girò verso il mare, ignorando la
morsa di disagio e la strana sensazione di vuoto che l’attanagliarono
all’improvviso. Avrebbe nuotato un po’ per rinfrescarsi. I problemi di
Portia non la riguardavano. In quanto al ragazzo coi capelli rossi…
be’, probabilmente non l’avrebbe più rivisto, e comunque neanche
quello era un suo problema.
Un brivido leggero le attraversò il corpo, di quelli che ti fanno chiedere se per caso non stai male. “Ho troppo caldo”, decise; tanto caldo
che cominciava a sentire freddo. “Ho bisogno di un bel tuffo in
acqua”.
Il mare era freddo, perché in quel punto Cape Cod si affacciava
direttamente sull’Atlantico. Cassie s’immerse fino alle ginocchia e
cominciò a camminare in acqua parallelamente alla spiaggia.
Quando raggiunse un pontile, uscì dal mare e ci si arrampicò. C’erano solo tre barche: due a remi e una a motore. Il pontile era deserto.
Proprio ciò di cui aveva bisogno.
Sganciò la fune spessa e logora che doveva tenere lontani quelli
come lei, ed entrò. Arrivò quasi in fondo alla passerella, il legno consumato da pioggia e vento che le scricchiolava sotto i piedi, l’acqua
che si stendeva tutt’intorno. Quando si voltò verso la spiaggia, si
accorse di essersi allontanata molto dagli altri bagnanti. Una brezza
leggera le accarezzò il volto, sollevandole i capelli e facendole rabbri-
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vidire le gambe bagnate. All’improvviso sentì qualcosa di… indefinibile. Come un palloncino catturato dal vento e sollevato in aria. Si sentiva leggera, eterea. Si sentiva libera.
Avrebbe voluto abbracciare il vento e l’oceano, ma non ebbe il
coraggio di farlo. Non era così libera. Ma sorrise quando arrivò in fondo al pontile.
Il cielo e l’oceano erano dello stesso blu zaffiro intenso, anche se il
primo era più chiaro all’orizzonte, dove s’incontrava con l’acqua. Cassie pensò di riuscire a vedere chiaramente la curvatura della terra, ma
doveva essere solo la sua immaginazione. Rondini di mare e gabbiani
reali danzavano in cielo.
“Dovrei scrivere una poesia”, pensò. A casa, sotto il letto, conservava un quaderno pieno di poesie. Le aveva mostrate a qualcuno
pochissime volte, quasi mai, ma le leggeva ogni sera. In quel momento, però, non riusciva a pensare a nessuna parola.
Eppure era meraviglioso trovarsi là, annusando l’odore del sale
marino, sentendo il calore delle tavole di legno sotto i piedi, ascoltando il lieve infrangersi delle onde contro i piloni di legno.
Era un suono ipnotico e ritmato, come il gigantesco battito cardiaco del pianeta, o il suo respiro, e stranamente familiare. Quando si
sedette ad ascoltare e a osservare, si accorse che il suo respiro stava rallentando. Per la prima volta da quando era arrivata nel New England,
sentì di appartenere a quel luogo. Era parte dell’immensità del cielo,
della terra e del mare; una parte minuscola, certo, ma pur sempre una
parte.
Dopo un po’ si rese conto che forse non era una parte così piccola.
Se prima si era sentita immersa nel ritmo della terra, adesso le sembrava quasi di poterlo controllare. Era come se si fosse unita agli elementi, come se fosse in grado di dominarli. Riusciva a sentire il battito della vita del pianeta pulsare dentro di lei, intenso e profondo e vibrante.
Il palpito cresceva lentamente, aumentava la tensione, come se aspettasse… qualcosa.
Ma cosa?
Mentre fissava il mare, le vennero alla mente alcune parole. Solo
una semplice filastrocca, come quelle che impari da bambino, ma pur
sempre una poesia.
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Cielo e mare, allontanate il male.
La cosa strana era che non sembravano parole sue, ma qualcosa che
aveva letto o sentito tanto tempo prima. Le sovvenne un’immagine
fugace: era abbracciata a qualcuno, gli occhi rivolti all’oceano. Qualcuno la stringeva e lei sentiva delle parole.
Cielo e mare, allontanate il male. Fuoco e terra, ne ho bisogno, portatemi…
“No”.
La pelle cominciò a formicolarle. Riusciva a percepire, in un modo
fino ad allora sconosciuto, la volta del cielo, la solidità granitica della
terra e la sterminata vastità dell’oceano, onda su onda su onda, fino
all’orizzonte e oltre. Ed era come se gli elementi la stessero aspettando, osservando, ascoltando.
“Non continuare”, pensò. “Non dire altro”. Un’improvvisa certezza irrazionale s’impossessò di lei. Fino a che non avesse pensato le ultime parole di quella poesia, era al sicuro. Tutto sarebbe rimasto come
prima; sarebbe tornata a casa, alla sua vita tranquilla e ordinaria, in
pace. Finché fosse riuscita a non pronunciare quelle parole, tutto
sarebbe andato bene.
Ma la poesia continuava a girarle nella testa, come l’eco di una
musica gelida in lontananza, e le ultime parole arrivarono. Non riuscì
a bloccarle.
Cielo e mare, allontanate il male. Fuoco e terra, ne ho bisogno, portatemi… il mio sogno.
“Sì”.
Oddio, cosa ho fatto?
Fu come se un filo si fosse spezzato. Cassie si ritrovò in piedi a fissare l’oceano. Era successo qualcosa, lo aveva sentito. E ora poteva
percepire gli elementi che l’abbandonavano: il legame che la univa a
loro si era spezzato.
Non si sentiva più libera e leggera, ma confusa e fuori fase, pervasa di elettricità statica. Improvvisamente l’oceano sembrava più vasto
che mai e non necessariamente benevolo. Si voltò di scatto e si diresse a riva.
“Idiota”, pensò, mentre si avvicinava di nuovo alla spiaggia bianca
e ogni timore scivolava via. “Di cosa avevi paura? Che il cielo e il mare
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ti stessero davvero ascoltando? Che quelle parole avrebbero davvero
fatto succedere qualcosa?”.
Adesso riusciva quasi a riderne, ed era imbarazzata e infastidita dal
proprio comportamento. “Quando si dice un’immaginazione troppo
fervida”, si rimproverò. Era al sicuro, e il mondo era quello di sempre.
Le parole erano solo parole.
Poi un movimento catturò la sua attenzione, e in seguito avrebbe
sempre ricordato che la cosa non l’aveva sorpresa.
Qualcosa stava succedendo. C’era del fermento a riva.
Il ragazzo con i capelli rossi era sbucato tra i pini e stava scendendo di corsa la china di una duna. Improvvisamente e inspiegabilmente calma, Cassie si affrettò per incrociarlo sulla spiaggia.
Il cane correva agilmente accanto al suo padrone, guardandolo
come se volesse dirgli che si stava divertendo un mondo, che quel gioco gli piaceva tantissimo. Dall’espressione del ragazzo e dal modo in
cui correva, però, Cassie capì che non stavano giocando.
Il ragazzo squadrò da cima a fondo la spiaggia deserta. A un centinaio di metri sulla sinistra c’era un promontorio che bloccava la visuale. Quando guardò nella direzione di Cassie, i loro sguardi s’incrociarono. Poi, girandosi di scatto, il ragazzo iniziò a correre verso il promontorio.
Il cuore di Cassie batteva all’impazzata.
«Aspetta!», urlò.
Quello si voltò, esaminandola in fretta con i suoi occhi grigioazzurri.
«Chi ti corre dietro?», chiese Cassie, anche se credeva di saperlo.
La voce del ragazzo era ferma, le sue parole essenziali: «Due tizi
che sembrano i difensori dei New York Giants».
Cassie annuì, avvertendo il rumore sordo del suo cuore che accelerava. La sua voce, però, era ancora calma: «Si chiamano Jordan e
Logan Bainbridge».
«Ma pensa».
«Li conosci?»
«No. Ma pensavo potessero avere nomi simili».
Ci mancò un soffio che Cassie scoppiasse a ridere. Le piaceva
l’aspetto di quel ragazzo, arruffato e sveglio, ancora pieno di fiato
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nonostante la corsa. E le piaceva l’aria temeraria dei suoi occhi e il
modo in cui scherzava anche se era in pericolo.
«Raj e io avremmo potuto affrontarli, ma quelli hanno portato un
paio di amici», disse voltandosi di nuovo. Poi, facendo qualche passo
indietro, aggiunse: «È meglio se prendi un’altra strada… Non sono
tipi che ti piacerebbe incontrare. E sarebbe carino se facessi finta di
non avermi visto».
«Aspetta!», urlò Cassie.
Qualunque cosa stesse succedendo non erano affari suoi… ma si
ritrovò a parlare senza alcuna esitazione. C’era qualcosa in quel ragazzo, qualcosa che la spingeva ad aiutarlo.
«Di là non si va da nessuna parte, è un vicolo cieco… Dietro il promontorio ci sono solo rocce. Finirai in trappola».
«Ma dall’altra parte non c’è niente dietro cui possa nascondermi.
Mi vedrebbero. Non sono molto lontani».
I pensieri di Cassie frullavano veloci nella sua testa, ma all’improvviso la ragazza seppe cosa fare. «Nasconditi nella barca».
«Cosa?»
«Nella barca. Nella barca a motore attraccata vicino al pontile». La
indicò con la mano. «Se ti nascondi nella cabina, non ti vedrà nessuno».
Gli occhi del ragazzo seguirono i suoi. Scosse la testa. «Se scoprono che sono nascosto lì dentro, allora sì che sarò in trappola. E a Raj
non piace nuotare».
«Non ti troveranno», disse Cassie. «Non si avvicineranno neppure.
Dirò loro che sei scappato».
La guardò, con il sorriso che gli stava morendo negli occhi. «Non
capisci», bisbigliò. «Quei tizi fanno sul serio».
«Non m’interessa», disse Cassie, quasi spingendolo verso il pontile. “Presto, presto, presto”, urlava una voce nella sua testa. La timidezza era sparita. Adesso le importava solo che quel ragazzo si nascondesse. «Cosa credi, che mi picchieranno? Sono una passante innocente»,
disse.
«Ma…».
«Oh, per favore. Non discutere. Fallo e basta!».
Il ragazzo la guardò un’ultima volta, poi si voltò e si diede una pacca su una coscia per richiamare l’attenzione del cane. «Andiamo, bel-
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lo!». Corse sul pontile, saltò agilmente a bordo della barca a motore e
si accucciò nella cabina, scomparendo alla vista. Il cane abbaiò e lo
seguì con uno scatto straordinario.
“Zitto!”, pensò Cassie. I due nella barca ora erano ben nascosti, ma
se qualcuno si fosse avventurato sul pontile li avrebbe visti senz’altro.
Cassie agganciò la corda logora all’ultima bitta e bloccò l’accesso al
pontile.
Dopo aver dato un’occhiata frenetica in giro si diresse verso il mare
ed entrò in acqua. S’inginocchiò, raccolse una manciata di sabbia e poi
la lasciò scivolare tra le dita dischiuse. Un paio di piccole conchiglie le
rimasero in mano. Si chinò di nuovo e prese un’altra manciata di sabbia.
Fu allora che sentì delle grida che provenivano dalle dune.
“Sto raccogliendo conchiglie, sto solo raccogliendo conchiglie”,
pensò. “Non ho bisogno di guardare che succede. Non sono affari che
mi riguardano”.
«Ehi!».
Cassie alzò la testa.
Erano in quattro; i due davanti erano i fratelli di Portia. Jordan, che
faceva parte del gruppo di dibattito, e Logan, iscritto al Club delle
armi. O era il contrario?
«Ehi, hai visto un tipo che correva da questa parte?», chiese Jordan. Stavano guardando in tutte le direzioni, eccitati come cani che
seguono una pista, e improvvisamente un altro verso della poesia si
materializzò nella mente di Cassie. Quattro agili segugi acquattati e felici. Solo che questi quattro non erano agili, ma robusti e sudati. “E senza fiato”, notò Cassie con una punta di disprezzo.
«È un’amica di Portia… Cathy», disse Logan. «Ehi, Cathy, hai visto
un tipo che correva da questa parte?».
Cassie si avvicinò lentamente ai quattro con le mani piene di conchiglie. Il cuore le batteva contro la gabbia toracica con una tale forza
che era sicura potessero vederlo. Aveva la lingua paralizzata.
«Non riesci a parlare? Che ci fai qui?».
Cassie aprì le mani e le tese verso di loro senza dire nulla.
I quattro si scambiarono occhiate e grugniti, e in quel momento
Cassie si rese conto di come doveva apparire a questi ragazzi in età da
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college: una ragazzina con banali capelli castani e occhi azzurri, una
sciocca liceale californiana la cui idea di divertimento consisteva nel
raccogliere inutili conchiglie.
«Hai visto qualcuno passare di qui?», chiese Jordan, con impazienza ma lentamente, come se Cassie avesse problemi di udito.
Con la bocca secca, Cassie annuì e guardò in direzione del promontorio. Jordan indossava una giacca a vento aperta sulla maglietta, una
stranezza, con quel caldo. Ancor più strano era il rigonfiamento sotto la
giacca. Quando il ragazzo si voltò, Cassie notò un luccichio metallico.
Una pistola?
“Jordan dev’essere quello del Club delle armi”, pensò distrattamente.
Avendo visto qualcosa che davvero la spaventava, Cassie ritrovò la
voce e disse debolmente: «Pochi minuti fa è passato un ragazzo con un
cane. Sono andati di là».
«È nostro! Di là ci sono solo le rocce!», disse Logan e cominciò a
correre seguito dai due che Cassie non conosceva. Jordan, però, non
si mosse.
«Ne sei certa?».
Cassie lo guardò con aria sorpresa. Perché quella domanda? Sgranò palesemente gli occhi e cercò di assumere l’espressione più infantile e stupida possibile. «Sì…».
«Perché è importante», disse il ragazzo afferrandole un polso all’improvviso. Cassie abbassò lo sguardo, troppo stupita per dire qualcosa.
Le conchiglie le caddero sulla sabbia. «Molto importante», disse Jordan. Cassie percepì la tensione che scorreva nel corpo del ragazzo, ne
annusò l’asprezza del sudore. Un moto di repulsione l’aggredì e si sforzò di mantenere l’espressione inespressiva e stupefatta. Temeva che
Jordan l’avrebbe tirata a sé, ma quello si limitò a torcerle il polso.
Avrebbe preferito non urlare, ma non poté farne a meno. In parte
fu una reazione al dolore e in parte qualcosa che vide nei suoi occhi,
qualcosa di folle e terribile che ardeva come un fuoco. Cominciò ad
ansimare; non si sentiva così spaventata da quando era bambina.
«Sì, sono sicura», disse senza fiato, fissando quegli occhi malvagi
senza distogliere lo sguardo. «È andato da quella parte, oltre il promontorio».
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«Andiamo, Jordan, lasciala in pace!», urlò Logan. «È solo una
bambina. Muoviti!».
Jordan esitò. “Sa che sto mentendo”, pensò Cassie provando una
strana attrazione. “Lo sa, ma ha paura di credere a quello che sa perché non sa come fa a saperlo”.
“Credimi”, pensò, fissandolo in profondità, cercando di convincerlo a fidarsi di lei. “Credimi e vattene. Credimi. Credimi”.
Jordan le lasciò il polso.
«Scusami», bisbigliò goffamente. Poi si voltò e raggiunse gli amici
ad ampie falcate.
«Figurati», sussurrò Cassie, senza muoversi di un centimetro.
Osservò con un brivido i quattro che correvano sulla sabbia bagnata, con i gomiti e le ginocchia che andavano su e giù, la giacca a vento
di Jordan che svolazzava. La sensazione di debolezza si estese dallo
stomaco alle gambe, e fu come se le ginocchia le fossero diventate di
gelatina.
Improvvisamente tornò a essere cosciente del rumore dell’oceano,
un suono rassicurante che sembrava avvolgerla. Quando le quattro
sagome sparirono oltre il promontorio, Cassie si voltò verso il pontile
per dire al ragazzo con i capelli rossi che adesso poteva uscire.
Ma lui era già fuori.
Lentamente, Cassie riuscì a muovere le gambe gelatinose fino al
molo, dove il ragazzo la stava aspettando con un’espressione che la
metteva a disagio.
«Faresti meglio a levarti da lì… o forse a nasconderti di nuovo», disse Cassie perplessa. «Potrebbero tornare da un momento all’altro…».
«Non credo».
«Be’…», farfugliò Cassie fissandolo, quasi spaventata. «Il tuo cane
se n’è stato buono», riuscì a dire alla fine con voce incerta. «Cioè, non
ha mai abbaiato».
«Sa come deve comportarsi».
«Oh». Cassie abbassò gli occhi sulla sabbia, cercando di pensare a
qualcos’altro da dire. La voce del ragazzo era dolce, tutt’altro che brusca, ma c’era un’espressione penetrante e sinistra che non lo abbandonava mai. «Credo che se ne siano andati», disse.
«Grazie», rispose lui. I loro sguardi s’incrociarono. «Non so come
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ringraziarti», aggiunse, «di aver corso questo rischio per me. Nemmeno mi conosci».
Cassie si sentiva sempre più strana. Guardarlo la faceva sentire
stordita, eppure non riusciva a togliergli gli occhi di dosso. La scintilla che ardeva prima nel suo sguardo era sparita: adesso aveva le iridi
grigie come l’acciaio. Irresistibili, ipnotiche. L’attiravano a sé.
“Ma io ti conosco”, pensò Cassie. In quell’istante, una strana immagine le balenò nella mente. Stava fluttuando fuori dal proprio corpo e
riusciva a vedere entrambi, sé e il ragazzo, in piedi sulla spiaggia, il sole
che brillava sui capelli di lui e lei che lo guardava. Tra loro c’era un filo
d’argento che vibrava e riecheggiava di forza.
Un fascio di energia che li collegava. Era così reale che quasi allungò una mano per toccarlo. Correva da cuore a cuore, e stava cercando
di avvicinarli l’uno all’altra.
Un pensiero, quasi una debole voce che veniva dal profondo del
suo essere, le attraversò la mente. La voce diceva: “Il filo d’argento non
potrà mai essere spezzato, le vostre vite sono collegate. Non potete fuggire l’uno dall’altra più di quanto non potete sfuggire al destino”.
All’improvviso, con la stessa velocità con cui erano comparsi, l’immagine e la voce si dissolsero. Cassie sbatté le palpebre e scosse la testa
per schiarirsi le idee. Il ragazzo, in attesa di una risposta, la stava ancora fissando.
«È stato un piacere aiutarti», disse Cassie, accorgendosi di quanto
fossero deboli e inadeguate le sue parole. «E, non mi interessa… quel
che è successo». Il ragazzo le guardò il polso e un lampo argentato gli
balenò negli occhi.
«A me sì», disse. «Sarei dovuto uscire prima».
Cassie scosse di nuovo la testa. Per nulla al mondo avrebbe permesso che qualcuno facesse del male a quel ragazzo. «Volevo solo aiutarti», ripeté con un filo di voce, leggermente confusa. Poi chiese: «Perché ti stanno inseguendo?».
Lui distolse lo sguardo, respirando a pieni polmoni. Cassie ebbe la
sensazione di aver osato troppo. «Va bene. Non avrei dovuto chiedertelo…», cominciò.
«No». Il ragazzo le rivolse un mezzo sorriso beffardo. «Se qualcuno ha il diritto di chiederlo, sei tu. Ma non è facile da spiegare. Qui…
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sono un po’ fuori dalla mia zona. Da dove vengo, nessuno avrebbe il
coraggio di darmi la caccia. Non oserebbero neppure guardarmi negli
occhi. Ma qui sono una preda facile».
Cassie ancora non capiva. «A questa gente non piacciono i… diversi», disse. «E io sono diverso da loro. Sono molto, molto diverso».
“Sì”, pensò lei. Chiunque lui fosse, di certo non era come Jordan o
Logan. Era diverso da chiunque avesse mai incontrato in vita sua.
«Mi dispiace. Mi rendo conto che come spiegazione non è un granché», disse. «Soprattutto dopo quello che hai fatto. Mi hai aiutato e io
non lo dimenticherò». Abbassò gli occhi e le rivolse un sorriso. «Certo, non sembra che ci sia molto che io possa fare per te, vero? Non qui,
almeno. Tuttavia…», fece una breve pausa, poi aggiunse: «Aspetta un
attimo».
Infilò una mano in tasca in cerca di qualcosa. Cassie ebbe quasi un
mancamento: il sangue le fluì con forza verso le guance. Stava cercando delle monete? Pensava davvero di ripagarla per l’aiuto con del
denaro? Si sentiva umiliata, peggio di quando Jordan le aveva afferrato il polso, e quasi non riuscì a trattenere le lacrime.
Ma il ragazzo tirò fuori dalla tasca una pietra, di quelle che si trovano sul fondo dell’oceano. Almeno questo era quel che sembrava a
una prima occhiata. Un lato, simile al guscio di una piccola conchiglia,
era ruvido e grigio, con minuscole spirali nere all’interno. Ma poi lui
la girò. L’altro lato era grigio con striature azzurre, cristallizzato, e brillava sotto la luce del sole come se fosse ricoperto di zucchero candito.
Era meravigliosa.
Il ragazzo la posò sul palmo della mano di Cassie, chiudendo le dita
della ragazza intorno alla pietra. Appena la toccò, Cassie avvertì una
specie di scossa elettrica che dalla mano si propagò al braccio. La pietra sembrava viva in un modo che non riusciva a spiegare. Nonostante le pulsassero le tempie, riuscì a sentire le parole del ragazzo, che
parlò velocemente e con un filo di voce.
«È calcedonio, una… pietra della fortuna. Se mai dovessi trovarti
nei guai o in pericolo o qualcosa di simile, se mai dovessi sentirti sola
e non c’è nessuno a cui chiedere aiuto, stringila forte – forte – e pensa
a me».
Cassie era rapita. Respirava a fatica e il petto le pesava. Erano così
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vicini; Cassie riusciva a vedere i suoi occhi, lo stesso colore del cristallo, e poteva sentiva il suo respiro sulla pelle e il calore del suo corpo
che rifletteva quello del sole. I suoi capelli non erano solo rossi, ma ricchi di ogni sorta di colore e sfumatura, alcuni ciuffi talmente scuri da
essere quasi viola, altri bordeaux, altri ancora dorati.
“Diverso”, pensò di nuovo Cassie; era diverso da qualsiasi ragazzo
avesse mai conosciuto. Sentì una dolce sensazione di calore lungo il
corpo, che sapeva di libertà e possibilità. Stava tremando, riusciva a
sentire il battito del cuore nelle dita, ma non era in grado di dire se fosse il suo o quello del ragazzo. Sembrava che prima le avesse letto nel
pensiero, ma adesso aveva la sensazione che le fosse penetrato nella
mente. Era così vicino e la stava fissando…
«E cosa succede dopo?», bisbigliò Cassie.
«E poi… forse la tua fortuna girerà». Il ragazzo fece un brusco passo all’indietro, come se si fosse ricordato qualcosa, e il tono della voce
si fece più aspro. Il momento era passato. «Vale la pena provarci, non
credi?», disse allegramente.
Incapace di aprire bocca, Cassie annuì. A differenza di prima, adesso sembrava che la stesse schernendo. Ma prima no, prima stava parlando molto seriamente.
«Devo andare. Non mi sarei dovuto fermare così a lungo», disse.
Cassie deglutì. «Fa’ attenzione. Credo che Jordan abbia una pistola…».
«Non mi sorprenderebbe», la interruppe, impedendole di aggiungere altro. «Non preoccuparti, sto per lasciare Cape Cod. Per il
momento, almeno. Tornerò e, chissà, forse ci rivedremo». Si girò per
andarsene. Poi si fermò, all’ultimo momento, e prese di nuovo la mano
di Cassie tra le sue. Cassie fu troppo sorpresa dal contatto con la sua
pelle per fare qualcosa. Il ragazzo girò la sua mano e guardò i segni
rossi che aveva sul polso, poi li sfiorò con la punta delle dita. Quando
la guardò, i suoi occhi erano di nuovo freddi, pieni di quella luce
metallica. «Credimi», le sussurrò, «un giorno mi sdebiterò anche per
questo. Te lo prometto».
E poi fece qualcosa che scioccò Cassie più di ogni altra cosa successa in quel giorno sconvolgente. Avvicinò il polso ferito alle labbra e lo
baciò. Fu il più lieve, il più delicato dei tocchi, e avvampò dentro Cas-
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sie come un incendio. Lei lo guardò, confusa e incredula, incapace di
parlare. Non riusciva nemmeno a muoversi o a pensare; poteva solo
restare lì e percepire, sentire.
Poi il ragazzo si decise ad andarsene davvero. Fischiò per richiamare il suo cane, che intanto correva intorno a Cassie, e s’incamminò con
lui. Cassie rimase sola, gli occhi fissi sulla schiena del ragazzo, le dita
che stringevano con forza la piccola pietra ruvida contro il palmo della mano.
Solo allora si rese conto di non avergli chiesto come si chiamava.
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Capitolo 3
Solo qualche istante dopo Cassie si riscosse da quello stupore che
l’aveva come frastornata. Avrebbe fatto meglio ad andarsene, Logan e
Jordan potevano tornare da un momento all’altro. E se avessero scoperto che aveva mentito…
La ragazza si arrampicò con un po’ di difficoltà sul fianco ripido
della duna. Il mondo intorno a lei sembrava di nuovo banale, ordinario, privo della magia e del mistero di qualche istante prima. Era come
se tutto fosse accaduto in sogno e ora si fosse svegliata. Cos’aveva pensato? Qualche stupidaggine su fili d’argento, destini incrociati e un
ragazzo diverso da tutti gli altri. Che sciocchezze. La pietra nella sua
mano era solo una pietra. E le parole non erano che parole. Persino
quel ragazzo… Non poteva averle letto nel pensiero, era ovvio. Nessuno è in grado di farlo, doveva esserci una spiegazione razionale…
Allentò la presa sulla piccola pietra. La mano era intorpidita nel
punto in cui aveva stretto il dono di quello strano individuo, e la pelle che lui le aveva toccato sentiva in modo diverso da tutto il resto del
suo corpo. Cassie pensò che qualsiasi cosa le fosse accaduta in futuro,
non importava: avrebbe avvertito per sempre quel tocco.
Entrò nel cottage che lei e sua madre avevano affittato per l’estate
e chiuse a chiave la porta. Si fermò. Riusciva a distinguere la voce della madre in cucina; dal tono intuì che qualcosa non andava.
La signora Blake era al telefono, schiena alla porta, la testa leggermente inclinata per bloccare la cornetta tra l’orecchio e la spalla. Cassie restò come al solito a bocca aperta davanti alla figura snella e slanciata della madre. Coi lunghi capelli neri fermati sulla nuca da un semplice fermaglio, la signora Blake sembrava una ragazzina. Per questo
motivo Cassie era protettiva nei suoi confronti, e a volte si comportava come se lei fosse la madre e la madre fosse sua figlia.
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Decise di non interromperla. La signora Blake era sconvolta, e a
intervalli diceva nel microfono «Sì», o «Lo so», con la voce piena di
dolore.
Cassie si girò e andò nella sua camera.
Si affacciò alla finestra e guardò fuori, chiedendosi distrattamente
cosa stesse succedendo a sua madre. Ma non riusciva a togliersi dalla
mente il ragazzo incontrato in spiaggia: in realtà, pensava solo a quello.
Anche nel caso in cui Portia avesse conosciuto il suo nome, non
glielo avrebbe mai rivelato, Cassie ne era certa. E senza il nome, come
poteva riuscire a ritrovarlo?
Non poteva. Quella era la cruda verità ed era meglio affrontarla
subito. Anche se avesse scoperto come si chiamava, non era una di
quelle che vanno a caccia di ragazzi. Non avrebbe saputo nemmeno da
cosa iniziare.
«E tra una settimana torno a casa», bisbigliò. Per la prima volta
queste parole non suscitarono in lei conforto e speranza. Poggiò il pezzo di calcedonio grezzo sul comodino producendo un suono secco.
«Cassie? Hai detto qualcosa?».
Cassie si voltò di scatto e vide sua madre sulla porta. «Mamma!
Pensavo che fossi ancora al telefono». Siccome la madre continuava a
guardarla con aria interrogativa, Cassie aggiunse: «Stavo pensando ad
alta voce. Dicevo che tra una settimana torneremo a casa».
Una strana espressione attraversò il volto della madre, come un lampo di dolore represso. Poi cominciò a camminare nervosamente per la
stanza, le profonde occhiaie scure che le circondavano i larghi occhi neri.
«Mamma, che sta succedendo?», chiese Cassie.
«Ero al telefono con tua nonna. Ti ricordi che stavo pensando di
andare a trovarla insieme a te, la settimana prossima?».
Cassie lo ricordava perfettamente. Aveva detto a Portia che lei e la
mamma sarebbero partite per la costa settentrionale, e Portia era scattata dicendo che non era così che si chiamava. Da Boston fino a Cape
Cod c’era la “riva meridionale”, da Boston fino al New Hampshire
c’era la “riva settentrionale”, mentre se andavi nel Maine eri diretta a
“sud-est”. «E comunque, dov’è che vive tua nonna?», le aveva chiesto
Portia. Cassie non lo sapeva: sua madre non glielo aveva mai detto.
«Sì», disse. «Ricordo».
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«Era lei al telefono. È vecchia, Cassie, e non sta molto bene. Sta
peggio di quanto pensassi».
«Oh, mamma. Mi dispiace». Cassie non aveva mai incontrato sua
nonna, non l’aveva mai vista neanche in foto, eppure era molto dispiaciuta. Sapeva che la madre e la nonna si erano allontanate anni prima,
quando era nata lei. Era a conoscenza del fatto che il litigio tra la nonna e sua madre c’entrasse con la decisione della signora Blake di lasciare la casa di famiglia, ma non sapeva altro. Negli ultimi anni, tuttavia,
c’era stato uno scambio di lettere, e Cassie pensava che in fondo si
volessero ancora bene. Sperava che fosse così e comunque non vedeva
l’ora di conoscere la nonna. «Mi dispiace davvero, mamma», disse.
«Credi che si riprenderà?»
«Non lo so. Vive da sola in quella casa enorme e soffre di solitudine… Ci sono giorni in cui per colpa della flebite non può neanche
camminare». Il volto della madre era percorso da strisce di luce e
ombra. Parlava con lentezza, quasi formalmente, come se si stesse
sforzando di trattenere una forte emozione.
«Cassie, tua nonna e io abbiamo avuto i nostri problemi, ma siamo
pur sempre una famiglia e lei non ha nessun altro. È tempo di seppellire i nostri dissidi».
La madre non aveva mai parlato così apertamente del suo allontanamento. «Cosa successe, mamma?»
«Adesso non ha più importanza. Tua nonna voleva che… seguissi
una strada che non m’interessava. Pensava che fosse la cosa giusta…
Ma adesso è sola e ha bisogno di aiuto».
Un brivido di paura s’insinuò nella mente di Cassie. Paura per la
nonna che non aveva mai conosciuto… e per qualcos’altro. Un lampo
cupo illuminò gli occhi di sua madre: la signora Blake ora aveva uno
sguardo triste, perso, sembrava dovesse darle una brutta notizia e non
riuscisse a trovare le parole. Cassie si allarmò.
«Cassie, ci ho pensato a lungo, ma la soluzione è una sola. E mi
dispiace, perché ti sconvolgerà la vita, e non sarà facile … Ma tu sei
giovane. Ti adatterai. So che ce la farai».
Una fitta di panico trapassò Cassie come un pugno. «Mamma, è
tutto ok», disse in fretta. «Tu resta pure qui e fa’ quel che devi fare.
Alla scuola penserò io. Non sarà un problema, mi farò aiutare da Beth
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e dalla signora Freeman…». La madre di Cassie stava scuotendo la
testa, e all’improvviso Cassie capì che non doveva fermarsi, che doveva sommergerla con un fiume di parole. «Non ho bisogno delle nuove divise scolastiche…».
«Cassie, mi dispiace così tanto. Ho bisogno che tu cerchi di capire,
tesoro, e che ti comporti da adulta. So che i tuoi amici ti mancheranno. Ma dobbiamo provare entrambe a fare la cosa migliore». Gli occhi
di sua madre erano fissi sulla finestra, come se non riuscisse a reggere
lo sguardo della figlia.
Cassie parlò con prudenza: «Mamma, che stai cercando di dirmi?»
«Sto dicendo che non torneremo a casa, almeno non in quella di
Reseda. Andremo a casa mia, dove vive tua nonna. Ha bisogno di noi.
Vivremo là, con lei».
Cassie non sentì niente: torpore, forse, e stupore, nulla di più. Riuscì a dire scioccamente, come fosse la cosa più importante: «“Là”
dove? Dove vive la nonna?».
Per la prima volta la mamma si allontanò dalla finestra e si girò verso di lei. I suoi occhi sembravano più grandi e più scuri del solito. Cassie non l’aveva mai vista così, prima di allora.
«A New Salem», disse in un fil di voce. «La città si chiama New
Salem».
Qualche ora dopo, Cassie era ancora seduta vicino alla finestra con
lo sguardo perso nel vuoto e i pensieri che si accavallavano nella sua
mente.
“Restare qui… Restare nel New England…”.
Una scossa elettrica le attraversò il corpo. “Lui. Sapevo che ci saremmo incontrati ancora”, disse una voce dentro di lei, ed era una voce
felice. Ma era solo una voce tra le tante, e tutte parlavano contemporaneamente.
“Restare. Non tornare a casa. E che importa se quel ragazzo è qui,
da qualche parte nel Massachusetts? Non conosci il suo nome, o dove
vive. Non lo ritroverai mai”.
“Ma c’è una possibilità”, pensò disperatamente. E la voce dentro di
sé, quella felice, sussurrò: “Più di una possibilità. È il tuo destino”.
“Il destino!”, risposero beffardamente le altre voci. “Non essere
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ridicola! Il tuo destino è passare il primo anno del college nel New
England. Dove non conosci nessuno. Dove sarai sola”.
“Sola, sola, sola”, intonarono le voci, tutte insieme.
Quella felice venne sopraffatta e ridotta al silenzio. Scomparve.
Cassie sentì scivolare via ogni speranza di rivedere il ragazzo con i
capelli rossi. Dentro di lei non rimase che disperazione.
“Non potrò neppure salutare le mie amiche”, pensò. Aveva pregato la madre di tornare a casa per poterle vedere, ma la signora Blake
le aveva detto che non avevano né il tempo né il denaro per farlo. I
biglietti aerei erano stati già rimborsati. Una sua amica avrebbe spedito le loro cose a New Salem.
«Se torni a casa», le disse la madre con dolcezza, «partire una
seconda volta ti farà sentire peggio. Almeno così il distacco sarà indolore. E potrai rivedere i tuoi amici l’estate prossima».
“L’estate prossima?”, si disse Cassie. Mancava un secolo all’estate
successiva. Cassie pensò alle sue amiche: l’innocente, buonissima
Beth, la silenziosa Clover, e Miriam, la prima della classe. Aggiungeteci la timida e sognante Cassie, e avrete un’idea del loro gruppo. Forse
non frequentavano le compagnie giuste, ma se la spassavano e si conoscevano dalle elementari. Come avrebbe fatto senza di loro fino
all’estate successiva?
Ma la voce di sua madre era stata così lieve e distratta, e i suoi occhi
si erano mossi per la stanza in modo talmente vago e preoccupato che
Cassie non aveva avuto cuore di fare una scenata come avrebbe desiderato.
In verità, Cassie aveva avuto la tentazione di gettare le braccia al
collo della madre e dirle che tutto si sarebbe risolto per il meglio. Ma
non ci era riuscita. Il piccolo ma cocente focolaio di risentimento che
le bruciava nel petto non glielo aveva permesso. Per quanto sua madre
potesse essere preoccupata, pure non sarebbe stata lei madre a dover
affrontare la prospettiva di andare in una scuola tutta nuova in uno
Stato a cinquemila chilometri da casa.
A differenza di Cassie. “Nuovi corridoi, nuovi armadietti, nuove
classi, nuovi banchi”, pensò. “Nuovi volti al posto delle amiche che
conosco da una vita”. Oh, non poteva essere vero.
Quel pomeriggio Cassie non aveva alzato la voce con la madre, ma
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non l’aveva neppure abbracciata. Si era voltata silenziosamente verso
la finestra e lì era rimasta, mentre la luce moriva poco alla volta e il cielo diventava rosa salmone, poi viola, e infine nero.
Era passato molto tempo, quando andò a letto. Si rese conto che
aveva dimenticato completamente il calcedonio della fortuna. Prese la
pietra dal comodino e la infilò sotto il cuscino.
Portia arrivò mentre Cassie e la madre stavano caricando i bagagli
nell’auto a noleggio.
«Andate a casa?», chiese.
Cassie diede un ultimo spintone alla sua valigia affinché entrasse
nel portabagagli. In quel momento capì di non volere che Portia
sapesse che sarebbe rimasta nel New England. Non voleva metterla a
parte della sua infelicità: sarebbe stato come servirle su un piatto d’argento una sorta di vittoria su di lei.
Quando alzò gli occhi per guardarla, fece del suo meglio per sorridere. «Sì», disse lanciando un’occhiata veloce alla madre che stava
sistemando delle valigie sul sedile posteriore dopo aver inclinato quello del guidatore.
«Credevo saresti rimasta fino al prossimo weekend».
«Abbiamo cambiato idea». Cassie guardò gli occhi color nocciola
di Portia, sorpresa dalla loro freddezza. «Non che non mi sia divertita. È stato bello», si affrettò stupidamente ad aggiungere.
Portia si spostò un ciuffo di capelli color paglia dalla fronte. «Forse è meglio se non ti fai più vedere da queste parti», disse. «Qui i
bugiardi non ci piacciono».
Cassie aprì la bocca ma la richiuse immediatamente, le guance in
fiamme. Quindi sapevano che aveva mentito in spiaggia. Era il
momento giusto per uno di quei commenti terribilmente caustici a cui
pensava la notte ma, ovviamente, non riuscì a spiccicare parola e serrò con forza le labbra.
«Fa’ buon viaggio», concluse Portia. Dopo aver lanciato un’ultima
occhiata a Cassie, si voltò per andarsene.
«Portia!». Lo stomaco di Cassie era contratto per la tensione, l’imbarazzo e la rabbia, ma non poteva lasciarsi sfuggire una simile occasione. «Mi diresti una cosa, prima che io parta?»
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«Cosa?»
«Ormai non fa alcuna differenza, ma volevo sapere… mi chiedevo… se conosci il suo nome».
«Il nome di chi?».
Cassie sentì di nuovo le guance che avvampavano, ma continuò
caparbiamente. «Il suo nome. Quello del ragazzo con i capelli rossi
che abbiamo visto in spiaggia».
Gli occhi nocciola di Portia non si mossero. Continuavano a fissare quelli di Cassie, le pupille contratte simili a capocchie di spillo. Cassie sapeva di non avere alcuna speranza.
Aveva ragione.
«Quale ragazzo con i capelli rossi sulla spiaggia?», disse Portia
scandendo le parole. Ciò detto, girò sui tacchi e se ne andò. Questa
volta Cassie non la fermò.
Verde. Questo è quel che Cassie notò durante il viaggio da Cape
Cod verso nord. Su entrambi i lati della strada cresceva una vera foresta. In California, alberi così alti si vedevano solo in un parco nazionale…
«Quelli sono aceri da zucchero», disse sua madre con allegria forzata, mentre Cassie girava leggermente la testa per guardare un gruppo di piante particolarmente belle. «E quelli più bassi sono aceri rossi. Diventano rossi in autunno, un meraviglioso e lucente rosso tramonto. Aspetta e vedrai».
Cassie non rispose. Non voleva vedere gli alberi in autunno perché
in autunno non voleva essere là.
Dopo aver attraversato Boston, si diressero verso la costa settentrionale – la “riva settentrionale”, si corresse Cassie con decisione –
superando villaggi pittoreschi, pontili e spiagge rocciose. Cassie
sospettava che la madre avesse preso la strada panoramica, e sentì del
risentimento ribollirle nel petto. Perché non si sbrigava, così la facevano finita?
«Non c’è una strada più veloce?», disse, aprendo il vano portaoggetti e prendendo la mappa in dotazione con l’auto noleggiata. «Perché non prendi la Route 1? O l’Interstate 95?».
La madre guidava con gli occhi incollati sulla strada. «È passato
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molto tempo dall’ultima volta che sono stata qui, Cassie. Questa è
l’unica strada che conosco».
«Ma se tagli di qua, per Salem…», disse Cassie osservando l’uscita che si allontanava. «Ok, come non detto». Tra tutti i posti del Massachusetts, Salem era l’unico che forse avrebbe avuto voglia di visitare. La sua storia macabra si adattava perfettamente al suo umore
attuale. «È qui che bruciavano le streghe, vero?», disse. «New Salem
prende il nome da questo posto? Anche a New Salem bruciavano le
streghe?»
«Non hanno mai bruciato nessuna strega, semmai le impiccavano.
E poi non erano streghe, ma donne innocenti che avevano la sfortuna
di essere antipatiche ai propri vicini». La voce della madre era fiacca
e paziente. «Inoltre Salem era un nome comune ai tempi delle colonie;
deriva da “Jerusalem”».
La mappa tremava sotto gli occhi di Cassie. «Dove si trova? Qui
non c’è», disse.
Ci fu un breve silenzio, prima che la madre rispondesse. «È una
piccola città, e la maggior parte delle mappe non la riporta. A dire la
verità, si tratta di un’isola».
«Un’isola?»
«Non preoccuparti. C’è un ponte che la collega alla terraferma».
Ma tutto quello a cui Cassie riusciva a pensare era: “Un’isola. Sto
andando a vivere su un’isola. In una città che non è segnata neppure
sulle mappe”.
Dopo aver svoltato su una strada senza nome e attraversato un ponte, Cassie e la madre arrivarono a New Salem. Quando la ragazza si
accorse che non era minuscola come se l’aspettava, il suo umore
migliorò un poco. C’erano negozi normali – non solo chioschi turistici – ammucchiati in quello che doveva essere il centro della città. C’era
un Dunkin’ Donuts e una International House of Pancakes con un
cartello che annunciava una STRAORDINARIA INAUGURAZIONE. Davanti
al cartello, c’era un tizio vestito da frittella gigante che ballava.
Il nodo allo stomaco di Cassie si stava sciogliendo. Una città con
una frittella che balla non poteva essere poi così malvagia, no?
Ma subito dopo sua madre imboccò un’altra strada, che s’inerpica-
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va verso l’alto e diventava sempre più desolata man mano che la città
scompariva alle loro spalle.
Cassie si rese conto che la madre stava guidando verso l’estremità
dell’isola, dove il sole tingeva di rosso le finestre di un gruppo di case
sulla scogliera. Cassie le vide avvicinarsi: prima provò una sensazione
di disagio, poi di ansia e infine di sgomento.
Perché quelle case erano vecchie. Terribilmente vecchie. Non pittoresche o carine, ma antiche. Qualcuna era in buono stato, ma altre sembravano sul punto di crollare in una nuvola di polvere e detriti di legno.
“Ti prego, fa’ che sia quella”, pensò Cassie guardando una bellissima costruzione gialla con numerose torri e finestroni. Ma sua madre
la superò senza rallentare. E fece lo stesso con un’altra, e un’altra
ancora.
Finché non ne rimase soltanto una, l’ultima casa sulla scogliera. E
la madre stava andando proprio in quella direzione. Sembrava una
grossa T capovolta, con un’ala che si affacciava sulla strada e l’altra sul
retro. Quando la madre girò introno alla costruzione, Cassie notò che
l’ala posteriore era molto diversa da quella anteriore. Aveva un tetto a
spiovente e finestrelle a forma di diamante sistemate quasi a casaccio.
Le pareti non erano neppure dipinte, ma rivestite di pannelli grigio
spento.
L’ala anteriore, invece, era stata verniciata… un giorno di tanto
tempo fa. Il colore residuo veniva via a striscioline. I due comignoli
erano instabili e malmessi, il tetto con le tegole di ardesia sembrava sul
punto di cedere. Le finestre erano disposte in modo regolare, ma sembrava che nessuno le lavasse da anni.
Cassie ammutolì. Non aveva mai visto una casa più deprimente in
tutta la sua vita. Non poteva essere proprio quella.
«Be’», disse la madre con la stessa allegria forzata di poco prima,
mentre imboccava il vialetto ghiaioso, «eccola, la casa in cui sono cresciuta. Siamo arrivate».
Cassie non riusciva a parlare. La bolla di orrore, rabbia e risentimento dentro di lei stava crescendo sempre più, e la ragazza pensò che
di lì a poco, pochissimo, sarebbe esplosa.
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Capitolo 4
Sua madre stava ancora parlando con il suo tono di finta allegria,
ma Cassie riusciva a sentire solo brandelli di frasi: «…ala originale prerivoluzionaria, un piano e mezzo… ala anteriore georgiana post-rivoluzionaria…».
E così via. Cassie spalancò lo sportello dell’auto e poté finalmente
dare un’occhiata completa alla casa. Più la guardava e peggio le sembrava.
Sua madre, con voce concitata e ansiosa, stava dicendo qualcosa a
proposito di un traverso sopra la porta principale: «…rettangolare,
non come le lunette a ventaglio che sono venute dopo…».
«La odio!», urlò Cassie interrompendola, la voce troppo alta – straordinariamente alta – in quell’atmosfera tranquilla. Non si riferiva alla
lunetta a ventaglio, qualunque cosa fosse. «La odio!», urlò di nuovo
con forza. La madre, alle sue spalle, non disse nulla, ma Cassie non si
girò a guardarla; stava fissando la casa, le finestre sporche, i cornicioni cadenti, la mole mostruosa, piatta e orribile. Tremava. «È la cosa
più brutta che abbia mai visto in vita mia, e la odio. Voglio tornare a
casa. Voglio tornare a casa!».
Si voltò e vide il volto pallido e gli occhi pieni di pena di sua madre.
Scoppiò a piangere.
«Oh, Cassie», la signora Blake allungò un braccio sopra il tettuccio
di vinile dell’auto. «Cassie, tesoro». Anche lei aveva le lacrime agli
occhi. Quando alzò la testa per guardare la casa, la sua espressione
lasciò Cassie a bocca aperta. Era uno sguardo carico di odio e di paura, più intenso di qualunque emozione stesse provando Cassie in quel
momento.
«Cassie, tesoro, ascoltami», disse. «Se davvero non ti va di restare…».
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Si bloccò. Cassie stava ancora piangendo, ma sentì un rumore dietro di lei. Quando si girò, vide che la porta della casa si era aperta. Sull’uscio c’era una donna anziana con i capelli grigi, in piedi, con la
mano poggiata su un bastone da passeggio.
Cassie si voltò verso sua madre: «Mamma?», quasi supplicò.
Ma la madre stava fissando la porta. Pian piano, un’espressione di
rassegnazione le invase il volto. Quando si girò per parlare a Cassie, la
sua voce era di nuovo falsamente spensierata e allegra.
«Quella è tua nonna, cara», disse. «Non facciamola aspettare, dài».
«Mamma…», bisbigliò Cassie. Era una preghiera disperata. Gli
occhi della madre, però, erano diventati spenti e opachi. Bianchi.
«Andiamo, Cassie», disse.
Cassie avvertì la folle tentazione di chiudersi nell’auto e rimanere lì
dentro finché qualcuno non fosse andato a salvarla. Ma la stessa sensazione di sconforto che si era abbattuta su sua madre sembrò colpire
anche lei. Erano arrivate. Non c’era più nulla da fare. Cassie chiuse lo
sportello e seguì la madre in silenzio sino alla casa.
La donna sull’ingresso era molto vecchia. Abbastanza da poter
essere almeno la sua bisnonna. Cassie cercò invano di individuare
qualche tratto in comune con la madre.
«Cassie, lei è nonna Howard».
Cassie riuscì a biascicare qualcosa. La vecchia fece un passo verso
di loro, puntando gli occhi incavati su Cassie. Un pensiero bizzarro
balenò nella mente della ragazza: “M’infilerà nel forno”. Ma poi sentì
delle braccia intorno alle sue spalle, un abbraccio sorprendentemente
deciso. Allungò meccanicamente le braccia per rispondere al gesto
della vecchia.
La nonna indietreggiò per guardarla. «Cassie! Finalmente, dopo
tutti questi anni!». Cassie notò con inquietudine che la donna continuava a fissarla con quello che sembrava un misto di preoccupazione
e speranza ansiosa. «Finalmente», sussurrò di nuovo, quasi tra sé.
«È bello rivederti, mamma», disse la signora Blake con voce pacata
e formale. Solo allora i vecchi occhi intensi si allontanarono da Cassie.
«Alexandra. Oh, mia cara, è passato tanto tempo, troppo». Le due
donne si abbracciarono, anche se un’indefinibile atmosfera di tensione rimase tra loro, vibrando.
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«Ma non restiamo qui fuori. Entrate, entrate in casa voi due», disse la nonna asciugandosi gli occhi. «Temo che questo vecchio posto
non sia uno splendore, ma vi ho riservato le camere migliori. Vieni,
Cassie, ti mostro la tua».
La luce rossastra del tramonto donava all’interno della casa un’atmosfera oscura e cupa. Tutto sembrava trasandato, dalle logore imbottiture delle sedie al liso tappeto orientale sul pavimento di pino.
Percorsero prima una scalinata – lentamente, con la nonna di Cassie
che si teneva alla ringhiera – e poi un lungo corridoio. Il pavimento di
legno scricchiolava sotto le Reebok di Cassie e le lampade in alto, fissate alle pareti, tremolavano al loro passaggio. “Le manca solo un candelabro in mano”, pensò Cassie. Da un momento all’altro si aspettava di
veder sopraggiungere dall’altra parte del corridoio Lurch o il cugino It.
«L’impianto d’illuminazione è opera di tuo nonno», si scusò la nonna. «Voleva fare tutto lui. Ecco la tua stanza, Cassie. Spero ti piaccia il
rosa».
Quando la nonna aprì la porta, Cassie sentì i suoi occhi spalancarsi. Sembrava una camera da letto allestita per un museo. C’era un letto a baldacchino con tanto di tende, piedi e tettuccio – il tutto decorato con un motivo floreale rosa pallido. C’erano delle sedie rosa antico in tinta col baldacchino, con alti schienali imbottiti. Sopra un camino con una cappa molto alta, c’erano un candeliere di peltro, un orologio di ceramica cinese e, per finire, un intero corredo di mobili antichi, massicci e tirati a lucido. L’insieme era meraviglioso, ma davvero
eccessivo…
«Puoi mettere i vestiti in questa cassapanca… È di solido mogano»,
stava dicendo la nonna. «È bombé, uno stile tipico del Massachusetts… l’unica regione delle colonie in cui veniva realizzato».
“Le colonie?”, pensò Cassie fissando il coperchio decorato della
cassapanca.
«E qui ci sono il comò e l’armadio… Ti sei già affacciata alle finestre? Ho pensato che potesse piacerti una camera ad angolo, perché è
esposta sia a sud che a est».
Cassie guardò fuori. Una finestra dava sulla strada, l’altra sull’oceano, che in quel momento era una cupa distesa grigio piombo sotto un
cielo nero, in perfetta sintonia con il suo umore.
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«Adesso ti lascio sola, così potrai ambientarti», disse la nonna.
«Alexandra, per te ho scelto la camera verde dall’altra parte del corridoio…».
La mamma di Cassie le diede un abbraccio veloce e quasi timido.
E Cassie rimase finalmente sola. Sola con gli enormi mobili luccicanti, il camino spento e i pesanti drappeggi. Si sedette cautamente su una
sedia perché il letto le incuteva timore.
Ripensò alla sua vecchia camera, ai mobili bianchi di legno compresso, ai poster del Fantasma dell’Opera e al lettore CD che aveva
comprato con i soldi guadagnati facendo la babysitter. Aveva dipinto
la libreria di azzurro per abbinarla alla sua collezione di unicorni. Collezionava unicorni d’ogni tipo – di peluche, di vetro soffiato, di ceramica, di peltro. Una volta Clover aveva detto che anche Cassie era un
unicorno: occhi azzurri, timida, e unica. Tutto questo sembrava ormai
appartenere a una vita precedente.
Cassie non sapeva da quanto era seduta, ma a un certo punto si
accorse di avere il pezzo di calcedonio in mano. Doveva averlo tirato
fuori dalla tasca, e ora lo stava stringendo con forza.
“Se mai dovessi trovarti nei guai o in pericolo”, pensò, e fu invasa da
un’ondata di desiderio, seguita da un moto di rabbia. “Non fare la
sciocca”, si disse con fermezza. “Non sei in pericolo. E soprattutto
nessuna pietra ti aiuterà”. Resistette all’impulso di scagliarla lontano.
Invece, se la strofinò sulla guancia, avvertendo le fredda e irregolare
levigatezza dei cristalli. Ciò le riportò alla mente il tocco del ragazzo:
com’era stato delicato, com’era riuscito a penetrare nella sua anima. Si
passò audacemente la pietra sulle labbra, e sentì un improvviso torpore sulla pelle, in un ogni singolo punto che il ragazzo aveva toccato. La
mano che lui aveva stretto… Riusciva ancora a sentire le sue dita
impresse sul palmo, sul polso, come un marchio… Percepì nuovamente il tocco leggero delle sue dita fredde, che le avevano fatto rizzare i
peli del braccio… Chiuse gli occhi e trattenne il respiro mentre ricordava il bacio. Come sarebbe stato, si chiese, se le labbra di quel ragazzo avessero sfiorato il punto in cui il cristallo, adesso, era a contatto
con la sua pelle? Lasciò che la testa le scivolasse indietro, verso le spalle, guidando la pietra fredda dalle sue labbra alla gola fino al petto, nel
punto in cui le batteva il cuore. Le sembrava che lui la stesse bacian-
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do, come nessun altro aveva mai fatto; le sembrava che le labbra del
ragazzo coi capelli rossi fossero davvero sulle sue. “A te lo permetterei”, pensò, “a te e a nessun altro… Di te mi fiderei…”.
Ma lui se n’era andato. Improvvisamente, Cassie tornò alla realtà.
Fu un forte shock. Lui l’aveva lasciata e se n’era andato, proprio come
aveva fatto l’unico altro uomo davvero importante della sua vita.
Raramente Cassie pensava a suo padre. Raramente permetteva a se
stessa di farlo. Se n’era andato quando Cassie era solo una bambina,
lasciando lei e sua madre a vedersela da sole su tutto. La signora Blake raccontava in giro che suo marito era morto, ma a Cassie aveva detto la verità: semplicemente, le aveva abbandonate. Poteva anche essere che ormai fosse morto davvero, o che fosse andato a vivere da qualche altra parte, o che si fosse fatto un’altra famiglia, che avesse un’altra figlia. Non l’avrebbero mai saputo. E benché sua madre non
affrontasse mai l’argomento, a meno che qualcuno non le domandasse qualcosa in merito, Cassie sapeva che il padre le aveva spezzato il
cuore.
“Gli uomini ti abbandonano sempre”, pensò Cassie con un groppo
in gola. “Sono stata lasciata da entrambi. E adesso sono sola… in questo posto. Se solo potessi confidarmi con qualcuno… una sorella,
un’amica…”.
Chiuse gli occhi e lasciò scivolare sulle gambe la mano che stringeva il cristallo. Tutte quelle emozioni l’avevano spossata al punto che
non aveva neanche la forza di raggiungere il letto. Rimase semplicemente seduta, con il respiro che rallentava sempre di più, finché non
si addormentò quando ormai era buio.
Quella notte fece un sogno – o forse non era un sogno. Sognò che
la madre e la nonna entravano nella sua camera, senza fare rumore,
quasi fluttuando sul pavimento. Nel sogno era cosciente della loro
presenza, ma non riusciva a muoversi quando loro la sollevavano dalla sedia, la svestivano e la mettevano sotto le coperte. Le due donne
rimanevano ai piedi del letto a guardarla dormire. Gli occhi della
madre, oscuri e impenetrabili, avevano un’aria strana.
«Piccola Cassie», sospirava la nonna. «Finalmente. Ma che peccato…».
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«Shhh!», diceva bruscamente la mamma. «La sveglierai».
La nonna sospirava di nuovo. «Sai che non c’è altra via…».
«Sì», diceva la madre con voce spenta e rassegnata. «So che al proprio destino non si può sfuggire. Io per prima non avrei dovuto provarci».
“È quel che ho pensato anch’io”, pensò Cassie mentre il sogno si
dissolveva. “Non puoi sfuggire al tuo destino”. Riuscì a distinguere
come attraverso una nebbia vaga la madre e la nonna che si dirigevano alla porta sussurrando tra loro. Non capiva cosa si dicevano, finché
un’unica parola arrivò sibilando alle sue orecchie.
«…sacrificio…».
Non sapeva chi l’avesse pronunciata, ma quella parola continuò a
riecheggiarle nella mente a lungo, molto a lungo. Mentre le tenebre
l’avvolgevano, ancora la sentiva. “Sacrificio… sacrificio… sacrificio…”.
Il mattino dopo Cassie si risvegliò nel letto a baldacchino con il sole
che entrava dalla finestra a est. I suoi raggi facevano sembrare la stanza un petalo di rosa illuminato. Cassie avvertiva una sensazione calda
e luminosa. Oltre la finestra, fuori, un uccellino cinguettava.
Si mise a sedere. Ricordava stralci di uno strano sogno, ma erano
vaghi e indistinti. Aveva il naso tappato – probabilmente a causa delle
lacrime – e le girava leggermente la testa. Era come se si fosse svegliata da un sonno profondo e riposante in seguito a una malattia o a un
avvenimento scioccante: si sentiva stranamente disorientata e in pace
con se stessa. La quiete dopo la tempesta.
Si vestì. Stava per uscire dalla stanza, quando vide il pezzo di calcedonio sul pavimento. Lo raccolse e se lo mise in tasca.
Sembrava che tutti dormissero ancora. Nonostante fosse giorno, il
lungo corridoio era buio e freddo, illuminato solo dalla luce che penetrava attraverso le finestre poste alle due estremità. Cassie tremava
mentre scendeva al piano di sotto, e le deboli luci delle lampade a
muro tremolavano con lei, quasi a dimostrare la loro solidarietà.
Il piano di sotto era più soleggiato. Ma c’erano così tante stanze che
Cassie si perse quando provò a esplorarle. Alla fine, decise di imboccare il corridoio centrale e di uscire.
Lo fece senza domandarsene il perché – forse voleva conoscere il
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quartiere. Imboccò la lunga e stretta strada sterrata, lasciandosi alle
spalle una costruzione dopo l’altra. Era presto, e non c’era nessuno nei
paraggi. Si fermò davanti alla bella casa gialla con le torri.
Una finestra in una delle torri era illuminata.
Cassie la stava fissando, chiedendosi il motivo di quella luce accesa, quando un movimento dietro una finestra al pianoterra catturò la
sua attenzione. Si trattava forse di una biblioteca o di uno studio, e
dentro c’era una ragazza alta e snella, con un’incredibile cascata di
capelli che le nascondeva il volto chino su una scrivania sotto la finestra. Quei capelli… Cassie non riusciva a distogliere lo sguardo. Era
come se racchiudessero la luce del sole e quella della luna. Ed erano
naturali. Nessuna radice scura. Cassie non aveva mai visto nulla di così
bello.
Erano talmente vicine: Cassie in piedi dietro una siepe, e la ragazza dall’altra parte della finestra, ma con lo sguardo rivolto verso il basso. Cassie guardò, rapita, l’operazione che la ragazza stava compiendo
seduta alla scrivania. Le sue mani muovevano con grazia un attrezzo,
macinando qualcosa con un pestello che batteva ritmicamente in un
mortaio. Spezie? Qualunque cosa fosse, i suoi movimenti erano rapidi e precisi e le mani agili ed eleganti.
Cassie provò una stranissima sensazione … “Se solo alzasse la testa
e guardasse verso di me”, pensò. “Se solo lanciasse un’occhiata fuori
dalla finestra”. Se l’avesse fatto, allora… sarebbe successo certamente
qualcosa. Cassie non sapeva cosa, ma aveva la pelle d’oca. Avvertiva
un legame tra lei e la ragazza, una certa… affinità. Se solo avesse alzato la testa e guardato verso di lei…
“Urla. Lancia un sassolino contro la finestra”. Cassie stava cercando un sasso quando un altro movimento dietro la finestra la bloccò. La
ragazza con i capelli luccicanti si era voltata, come se qualcuno all’interno della casa l’avesse chiamata. Cassie intravide per un brevissimo
istante un volto fresco e delizioso. Poi la ragazza si girò e corse via, i
capelli che le sventolavano dietro le spalle come seta.
Cassie sospirò.
Sarebbe stato comunque stupido, si disse mentre tornava a casa.
Che bel modo di presentarsi ai vicini – lanciare pietre contro le loro
finestre. Ma la sensazione di cocente delusione restò. Per qualche
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motivo, sentiva che non avrebbe avuto un’altra occasione – che non
avrebbe mai trovato il coraggio di presentarsi a quella ragazza. Certamente una persona così bella era piena di amici e non aveva alcun
bisogno di Cassie. Senza dubbio, frequentava gente ben al di fuori, e
al di sopra, dell’orbita di Cassie.
La casa banale e squadrata della nonna sembrava più brutta dopo
la luminosa costruzione vittoriana. Sconsolata, Cassie deviò verso la
scogliera per guardare l’oceano.
Blu. Un colore così intenso che non trovava le parole per descriverlo. Osservando le onde che s’infrangevano su una roccia scura, provò
uno strano brivido. Il vento le spingeva indietro i capelli mentre lei
osservava il sole del mattino che luccicava sulle onde. Avvertiva ancora quella… affinità. Come se una voce parlasse al suo sangue, a qualcosa che si trovava nascosta, nel profondo, dentro lei. Cos’aveva quel
posto – e quella ragazza? Sentiva di essere sul punto di capirlo…
«Cassie!».
Spaventata, Cassie si voltò di scatto. La nonna la stava chiamando
dall’ingresso dell’ala più vecchia.
«Stai bene? Per l’amor del cielo, allontanati dal ciglio della scogliera!».
Cassie guardò di sotto provando un’improvvisa vertigine. Le punte dei piedi erano quasi nel vuoto. «Non mi ero accorta di essere così
vicina», disse, facendo un passo indietro.
La nonna la guardò, poi annuì. «Be’, entra in casa, così ti preparo
la colazione», disse. «Ti piacciono le frittelle?».
Cassie, un po’ intimorita, annuì. Nonostante ricordasse vagamente
un sogno che la faceva sentire ancora a disagio, stava decisamente
meglio del giorno prima. Seguì la nonna oltre la porta, più spessa e
pesante di quelle moderne.
«Questo era l’ingresso principale della casa, in origine», le spiegò
la nonna. Cassie notò che la gamba malata oggi non le dava molti problemi. «È strano che porti direttamente nella cucina, vero? Ma in passato si usava così. Siediti. Intanto ti preparo le frittelle».
Ma Cassie non riusciva a muoversi. Era sbalordita: non aveva mai
visto una cucina simile. C’era una cucina a gas e un frigorifero, persino un forno a microonde in bella vista su una mensola di legno – ma
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il resto sembrava provenire da un set cinematografico. Un enorme
camino incassato nella parete, grosso quanto un armadio, occupava
gran parte della stanza; era spento, ma lo spesso strato di cenere dimostrava che era ancora attivo. Al suo interno c’era una pentola di metallo agganciata a una traversa di ferro. Sulla mensola fiori e piante secche sprigionavano una gradevole fragranza.
In quanto alla donna davanti al focolare…
Le nonne dovrebbero essere rosa e rassicuranti, con un grembo
morbido e un conto corrente abbondante. Quella donna, invece, era
curva e rugosa, con i capelli grigi e un enorme neo su una guancia.
Cassie si aspettava che da un momento all’altro si sarebbe avvicinata
alla pentola di metallo e avrebbe iniziato a mescolare mormorando:
«Aumenta, aumenta, fatica e tormenta…».
Subito, si vergognò di quel brutto pensiero. “È tua nonna”, si disse con rabbia. “Oltre sua figlia, sei l’unica parente che le è rimasta.
Non è colpa sua se è vecchia e brutta. Quindi non restartene seduta e
dì qualcosa di carino”.
«Oh, grazie», disse, mentre la nonna le metteva davanti un piatto
di frittelle fumanti. Poi aggiunse: «Uh, sono fiori secchi quelli sul
camino? Hanno un buon odore».
«Lavanda e issopo», disse la nonna. «Se ti va, quando finisci di
mangiare potrei mostrarti il giardino».
«Mi piacerebbe tantissimo», disse Cassie sinceramente.
Quando la nonna la condusse di fuori, però, ciò che Cassie vide era
molto diverso da come se l’era immaginato. C’era qualche fiore, ma
per lo più il “giardino” consisteva di erbacce e piante – cespugli su
cespugli di erbacce e piante incolte.
«Oh… gradevole», disse Cassie. Forse la nonna soffriva di demenza senile. «Che piante… insolite».
La nonna le lanciò un’occhiata furba e divertita. «È solo erba», disse. «Ecco, questa è melissa. Annusa».
Cassie prese la foglia a forma di cuore, grinzosa come una foglia di
menta ma un po’ più grande, e l’annusò. Odorava di limone fresco
appena sbucciato. «Questo è davvero gradevole», disse sorpresa.
«E questa è acetosella. Assaggiala».
Cassie prese con prudenza la piccola foglia tondeggiante e ne man-
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giucchiò un’estremità. Il sapore era deciso e rinfrescante. «È buona…
Sembra erba brusca», disse, guardando la nonna che le sorrideva di
rimando. «E queste», chiese, indicando alcuni fiori gialli mentre
masticava un altro pezzo di foglia, «cosa sono?»
«Quello è tanaceto. E quelle che sembrano margherite sono amarelle. Le foglie di amarella sono ottime per l’insalata».
Cassie era molto incuriosita. «E quelle?», domandò ancora, additando dei fiori color crema avvolti ad altre piante.
«Caprifogli. Li coltivo solo per l’odore. Le api e le farfalle lo adorano. In estate qui sembra di essere alla Grand Central Station».
Cassie si chinò per cogliere un gambo profumato da cui sbocciavo
dei germogli delicati, ma si fermò. «Potrei… Pensavo di portarne un
po’ in camera. Sempre che non ti dispiaccia».
«Oh, santo cielo, prendine quanti ne vuoi. Sono qui apposta».
“Dopo tutto non è così vecchia e brutta”, pensò Cassie, cogliendo
un po’ di quei fiori color crema. “È solo… diversa, e diverso non vuol
dire necessariamente cattivo”.
«Grazie… nonna», disse mentre rientravano in casa. Poi aprì la
bocca per chiederle notizie sulla casa gialla e su chi ci abitava, ma la
nonna andò a prendere qualcosa accanto al forno a microonde.
«Sono per te, Cassie. Sono arrivati ieri per posta». Così dicendo, le
passò due opuscoli, uno rosso e uno bianco, avvolti in un foglio di carta.
Il primo era il Manuale per gli studenti e i genitori della New Salem
High School e l’altro era l’Ordine degli studi della New Salem High
School.
“Oh, mio Dio”, pensò Cassie. “La scuola”.
Nuovi corridoi, nuovi armadietti, nuove classi, nuove facce. Tra i
due opuscoli c’era un foglio con su scritto, a lettere grandi e vivaci,
Orario delle lezioni. E sotto c’erano il suo nome e il suo indirizzo: Crowhaven Road n. 12, New Salem.
Magari la nonna non era poi così male come aveva pensato; e anche
la casa non era terribile. Ma la scuola? Come poteva affrontare la scuola qui a New Salem?
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Capitolo 5
Il pullover di cachemire grigio o il cardigan blu e bianco Fair Isle,
questo era il dilemma. Cassie era davanti allo specchio con la cornice
dorata, con un capo in ciascuna mano. Il cardigan blu, decise; il blu
era il suo colore preferito, e metteva in risalto l’azzurro dei suoi occhi.
I paffuti cherubini che le sorridevano con approvazione dalla cima
dello specchio antiquato sembravano essere d’accordo con lei.
Adesso che il primo giorno di scuola era arrivato, Cassie scoprì di
essere eccitata. Era anche nervosa, certo, ma non c’era traccia di quel
terrore cieco che si aspettava di provare. Andare a scuola in un posto
nuovo aveva degli aspetti interessanti. Era come cominciare una nuova vita. Forse avrebbe esibito una nuova personalità. Probabilmente le
sue amiche l’avrebbero descritta come una ragazza “carina ma timida”, oppure “divertente ma tranquilla”. Qui, però, nessuno lo sapeva.
Forse quest’anno sarebbe stata Cassie l’Estroversa o persino Cassie la
Festaiola. Forse sarebbe stata anche all’altezza della ragazza con i
capelli luccicanti. A quell’idea il cuore cominciò a batterle più forte.
Tutto dipendeva dalla prima impressione. Era di vitale importanza
cominciare con il piede giusto. Indossò il cardigan blu e si rimirò nello specchio, ansiosa.
Avrebbe voluto fare qualcosa ai capelli. Erano soffici e leggermente ondulati, con delle belle meches, ma avrebbe desiderato qualcosa di
più elaborato. “Come la ragazza in questa pubblicità”, pensò, guardando la rivista che aveva acquistato la settimana prima, quando era
andata in città per dare un’occhiata ai vestiti e agli accessori più in
voga per il ritorno a scuola. Non aveva avuto più il coraggio di avventurarsi a piedi fino alla casa gialla, ma ci era passata accanto nella Golf
della nonna, sperando di imbattersi casualmente nella ragazza.
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Della stessa autrice Il diario del vampiro. Il