UNIONE EUROPEA
Fondo Sociale Europeo
REPUBBLICA ITALIANA
REGIONE SICILIANA
Ministero del Lavoro
e delle Politiche Sociali
Ufficio Centrale O.F.P.L.
Programma Operativo Regionale Sicilia
Misura 6.08 Sottomisura A
Progetto n. 1999/IT.16.1.PO.011/6.08/7.2.4/015
“Fare Reti”
LA VIOLENZA VERSO LE DONNE
E LE PROFESSIONI DI AIUTO
“Strumenti”
LINEE GUIDA
Grafica ed impaginazione: Carlo Saladino e Toni Saetta
Stampa: ANTEPRIMA s.r.l.
Via Castellana, 108 - 90135 Palermo
tel. 091.6732781 fax 091.6732754
[email protected]
www.edizionianteprima.it
Si ringraziano della collaborazione preziosa,
per gli stimoli offerti alla costruzione degli strumenti
e per il loro supporto tecnico
Massimo Branca
Nicola Ferrara
Daniela Moggi
Gianluca Pagliara
Marilea Spedale
Vittoria Tola
Maria Virgilio
Gabriella Vivirito
In copertina: Georgia O’Keeffe, Scala per la luna, 1958, Olio su tela
Presentazione
7
PRODURRE STRUMENTI PER LA QUOTIDIANITÀ DI CHI OPERA
Il quadro dell’intervento e della redazione di questi testi
La presente pubblicazione, che fa parte della collana “Strumenti”, è
frutto di una delle azioni previste nel progetto “Fare reti”, finanziato
dal Programma Operativo Regionale della Sicilia nell’Asse 6 – Misura
6.08 – Sottomisura A. È questa sottomisura risultato del recepimento
da parte della Regione Sicilia del bisogno di fornire sostegno alla creazione di reti contro la violenza alle donne ed ai bambini, all’avvio di
centri antiviolenza, alla sensibilizzazione e formazione degli operatori, alle indagini ed infine alle azioni di prevenzione, in ogni suo livello, di un fenomeno che inizia ad emergere anche nel sud dell’Italia,
proponendosi nella sua duplice dimensione di questione che attiene al
rapporto tra i sessi ed al sociale. Riguarda in prima istanza lo strutturarsi delle relazioni sessuate nella nostra società ed al loro codificarsi
attraverso stereotipi, rappresentazioni e convenzioni sociali che spesso
riportano ancora ad una struttura patriarcale, e che mettono in rilievo
una fragilità sociale legata al vivere violenza da parte delle donne con
un depauperamento delle loro risorse umane ed in alcuni casi anche
economiche. Riguarda la relazione con l’altro e l’incapacità di costruire differenza e conflitto che non sia violento. È l’evidenza di uno scacco relazionale tra uomini e donne.
L’ONU e L’U.E. la definiscono violenza di genere, cioè una violenza che si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di controllo e di possesso da parte del genere maschile sul femminile. Violenza di genere, che si coniuga in: violenza fisica (maltrattamenti), sessuale (molestie, stupri, sfruttamento), economica (negazione dell’accesso alle risorse economiche della famiglia, anche se prodotte dalla donna), psicologica (violazione del sé). Noi abbiamo deci-
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La violenza verso le donne e le professioni di aiuto
Presentazione
9
so di utilizzare questa definizione, pur considerando che probabilmente occorre ancora trovare un modo per dire come le radici di questo
estremo nella relazione si collochino direttamente nella differenza sessuale tra uomini e donne e le manifestazioni che la caratterizzano ben
rappresentano la radicalità di tale appartenenza non solo simbolica, ma
legata al corpo sessuato maschile e femminile. Come nominare la violenza è un percorso ancora aperto, non solo per le donne che la vivono, ma anche per chi opera, come noi, sia materialmente che teoricamente sul tema.
Le statistiche comunitarie ci dicono, in base ad indagini sui dati inerenti i reati negli stati membri, che in Europa la violenza rappresenta
la prima causa di morte delle donne nella fascia di età tra i 16 e i 50
anni e nel nostro paese si ritiene che ogni tre morti violente, una riguarda donne uccise da un marito, un convivente o un fidanzato. Non vi
sono statistiche quantitative sul maltrattamento, ma si stima, sempre a
partire da indagini comunitarie, che una donna su cinque abbia subito
nella sua vita una qualche forma di violenza.
In Italia è del 1998 la prima ricerca condotta dall’ISTAT, su mandato del Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri
alle Pari Opportunità, sulla violenza sessuale ed è ancora in corso,
sempre da parte dell’ISTAT, una indagine sulla violenza intrafamiliare. Gli unici dati quantitativi che raccontano della violenza verso le
donne sono quelli dei centri antiviolenza, attivi dal 1980 in molte città
italiane, e di alcune indagini e studi realizzati da ricercatori e ricercatrici. Inoltre, si sono infine sviluppate ricerche - azione sulla percezione della violenza verso le donne, finanziate dal progetto “Rete antiviolenza tra le città Urban Italia”, con il coordinamento del Dipartimento
Pari Opportunità, che hanno coinvolto 8 città nella prima fase1 e 18
nella seconda (ancora in corso). Il modello di intervento proposto è
quello di coniugare diversi livelli di indagine della percezione (donne
e uomini, operatori, testimoni privilegiati, donne che hanno subito vio-
lenza), con differenti strumenti (quantitativi e qualitativi), con un’azione locale di stimolo alla creazione di una rete contro la violenza,
iniziando da un ciclo di formazione rivolto agli operatori che più spesso sono a contatto con donne o minori. Le indagini hanno anche prodotto una base informativa preziosa: dati quantitativi sulla violenza
rilevata nei servizi e testimonianze dirette delle donne.
Il nostro organismo ha condotto per la città di Palermo l’indagine
Urban e da quell’esperienza, mutuandone anche qualche strumento
(opportunamente riadattato), ha messo a punto un modello di indagine
che è stato utilizzato, con finanziamento della Commissione Europea
in un progetto Daphne realizzato nel quartiere Kalsa di Palermo ed a
Caen in Francia, sulla percezione della violenza da parte degli operatori dell’educazione. Con lo stesso modello si è realizzata una ricerca2azione nel Distretto sociosanitario 9, con l’obiettivo di entrare in un
territorio dell’entroterra siciliano, con caratteristiche rurali. Attività di
ricerca che ha accompagnato la costruzione di una rete distrettuale
contro la violenza alle donne, composta da operatori sociali, sanitari e
delle forze dell’ordine degli 11 comuni che compongono il Distretto.
Rete che ha fruito di un’azione formativa tarata sui bisogni individuati nella prima fase dell’intervento e di un’azione di accompagnamento,
che si sta realizzando tuttora, alla costruzione di una progettualità condivisa per fare fronte al fenomeno e “trattarlo” con strumenti e metodologie adeguate.
1 Per la città di Palermo si rimanda al volume “Trovare le parole - Violenza contro le
2 Ascoltare il silenzio: “quello che le donne non dicono” Ricerca sulla percezione
donne, Percezione e interventi sociali a Palermo” a cura di Alessi A. e Lotti M. R.
Palermo 2001.
della violenza di genere da parte degli operatori dei servizi del Distretto 36, a cura
di Ruggerini M.G. e Elisei S., Palermo, 2004.
La rete della città di Palermo - il progetto
Dal 1998 si è attivata a Palermo una Rete Cittadina contro la
Violenza alle Donne ed ai Minori, che coinvolge l’Amministrazione
Comunale, la ASL 6, il Comando Provinciale dei Carabinieri, la
Questura, i Tribunali, il MIUR, il no profit. La rete è coordinata dal
nostro ente che si fa anche capofila nella presentazione di interventi
che poi coinvolgono operativamente tutte le istituzioni partner. È il
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La violenza verso le donne e le professioni di aiuto
caso del progetto POR-Sicilia “Fare Reti”, dove le linee di azione sono
state tre:
1) Formazione di base e di approfondimento agli operatori degli
organismi coinvolti, di cui ne sono stati coinvolti 400 nella prima fase
e 100 nella seconda, che aveva l’obiettivo di facilitare la creazione di
reti di prossimità nel territorio.
2) Produzione di strumenti pensati per le professionalità che intervengono a vario titolo nei percorsi di uscita dalla violenza (dalla
domanda di aiuto alla costruzione di un nuovo progetto di vita). Così
nasce la collana “Strumenti” di cui fa parte questo manuale. Le professionalità che si sono scelte sono state: operatori sociali, operatori
sanitari, operatori della salute mentale, operatori delle forze dell’ordine, operatori della giustizia (in specifico avvocati ed avvocate).
3) Avvio della rete in un distretto socio sanitario, il n. 9, attraverso
la formazione degli operatori (n. 40), la costruzione della rete, la progettazione comune di interventi.
I manuali - Linee guida per un migliore intervento
Questo manuale, prontuario d’uso per chi opera, avvia e fa parte di
una collana che esperte della nostra associazione ed esperti degli enti
partner, hanno elaborato a partire da un’indagine condotta sulla produzione di strumenti cartacei e/o virtuali per chi opera sul terreno a livello italiano e comunitario. Si sono inoltre utilizzate tutte le elaborazioni realizzate per le attività formative e/o di rete da parte del nostro
organismo, oltre che le indagini realizzate, in particolare per la redazione della prima parte della pubblicazione. Il testo si compone di due
parti:
Un capitolo sul concetto e sulle caratteristiche della violenza verso
le donne, uguale per tutt’e cinque i volumi, che dipana la matassa dalla
definizione di violenza verso le donne sino alla descrizione dei meccanismi che la contraddistinguono e degli indicatori per rilevarla e
verificarne la gravità.
Un capitolo specificamente pensato per la professione a cui si rivolge, che propone informazioni, strumenti, indicatori di percezione e di
rischio, aspetti tecnici sullo specifico setting di intervento, al fine di
facilitare l’emersione del problema ed un adeguato sostegno per la
Presentazione
11
costruzione del progetto di uscita.
Vogliamo ringraziare tutte quelle donne e quegli uomini che ci
hanno dedicato il loro tempo per migliorare le loro competenze sul
tema della violenza verso le donne e del lavoro di rete, le amministrazioni comunali, l’Arma dei Carabinieri, la Questura, la ASL6 che
hanno permesso al loro personale di partecipare attivamente non solo
alle attività formative, ma anche alla redazione e controllo di queste
pubblicazioni rivolte ai loro colleghi ed alle loro colleghe.
Conoscere e sapere come operare in un contesto relazionale caratterizzato dalla violenza è il primo passo per riconoscere che la violenza verso le donne è un problema sociale da affrontare per garantire la
costruzione di una società in cui la libertà e la gioia di vivere siano la
base dei rapporti sessuati che la fondano.
Questo manuale è un’occasione ed uno strumento operativo.
Rimandiamo alle specifiche pubblicazioni per chi volesse conoscere le “mappe” di Palermo e del Distretto 9, reperibili anche sul sito
www.leonde.org, dove troverete informazioni sul progetto, sull’associazione, sulle reti contro la violenza.
Maria Rosa Lotti
I PARTE
LA VIOLENZA VERSO LE DONNE
Testo di Adriana Piampiano
Materiali approntati da Stefania Campisi
La violenza verso le donne
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VERSO UNA DEFINIZIONE DI VIOLENZA DI GENERE
La violenza contro le donne è un problema mondiale ancora non
sufficientemente riconosciuto e denunciato, così come confermato da
ricerche e studi condotti a diversi livelli e contesti3.
È un fenomeno che si sviluppa soprattutto nell’ambito dei rapporti
familiari e coinvolge donne di ogni estrazione sociale, di ogni livello
culturale, sia pure in forme e proporzioni differenti, provocando danni
fisici e gravi conseguenze sulla salute mentale, comportando alti costi
socioeconomici.
È un fenomeno ricorrente nella storia che, nel corso del tempo, è
stato considerato in modo differente, connesso al contesto sociale e
istituzionale di riferimento, divenendo oggi un concetto culturalmente
e socialmente costruito, che trova radici nelle relazioni sessuate.
Il prevalere in un periodo storico di una determinata definizione di
violenza, infatti, risulta essere il frutto di un processo di “negoziazione sociale” ad opera di attori politici e sociali rilevanti (istituzioni politiche, giuridiche, sanitarie, pubblica opinione, ecc.) che attribuiscono
significati alla violenza a partire dal loro modo di concepire le relazioni sessuate4.
Afferma L.Terragni: “Il modo in cui una società reagisce alla vio 3 OMS, Rapport Mondial sur la violence et la santè, Ginevra 2002; Rapporto UNFPA,
Le donne nel Mondo. Tendenze e statistiche, Edizione Italiana a cura della
Commissione Nazionale Pari Opportunità – Presidenza del Consiglio dei Ministri.
ONU 2000; UNICEF – Centro di Ricerca Innocenti, La violenza domestica contro le
donne e le bambine, Firenze 2000.
4 Adottiamo in questa descrizione le elaborazioni espresse da Tola V., e Bimbi F.
(2000) in Libertà femminile e violenza sulle donne. Strumenti di lavoro per interventi
con orientamenti di genere, Franco Angeli, Milano.
16
I parte
lenza nei confronti delle donne rappresenta uno specchio per com prendere il modo in cui essa intende le relazioni tra uomini e donne, i
loro comportamenti, il loro modo di interagire”5.
Allo stesso modo, il tipo di norme approvate contro la violenza alle
donne e il loro modo di essere interpretate riflettono i processi sociali
e culturali che fanno da sfondo a questo fenomeno. Per esempio in
Italia è solo con l’approvazione del nuovo diritto di famiglia nel 1975,
e a partire dalle pressioni esercitate dal movimento femminista, che
viene abolita l’autorità maritale cioè la liceità, da parte del coniuge di
far uso di “mezzi di correzione” e disciplina nei confronti della propria
moglie; e ancora, è solo nel 1981 che scompare dal nostro codice il
“delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore”, il primo che permetteva ai mariti di godere di sensibili sconti di pena nel caso in cui avessero ucciso la propria moglie per infedeltà, il secondo che consentiva,
a chi avesse commesso uno stupro, di vedere estinto il proprio reato
qualora avesse contratto matrimonio con la propria vittima. Ed è nel
1996, con l’approvazione della nuova legge sulla violenza sessuale,
che si è operato un fondamentale cambiamento di prospettiva nella
cultura giuridica dominante, con una modifica della definizione di violenza sessuale da “reato contro la morale e il buon costume” a “reato
contro la persona e contro la libertà individuale”. Infine, è del 2001 la
Legge 154 sull’allontanamento del familiare violento per via civile o
penale, che prevede misure di protezione sociale per le donne trafficate con o senza collaborazione giudiziaria. Ed è del 1997 la Direttiva
del Presidente del Consiglio, che partendo dalle Piattaforma di
Pechino, ha impegnato il Governo e le istituzioni italiane a prevenire e
contrastare tutte le forme di violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne, dai maltrattamenti familiari al traffico di donne e minori
a scopo di sfruttamento sessuale.
Ciò risulta una indispensabile premessa per comprendere appieno il
percorso storico, e la sua rappresentazione sociale attraverso le norme
5 Terragni L. (2000), Le definizioni di violenza, in Libertà femminile e violenza sulle
donne. Strumenti di lavoro per interventi con orientamenti di genere, p. 32, Franco
Angeli, Milano.
La violenza verso le donne
17
che regolano il vivere, che la definizione della violenza contro le
donne ha attraversato nel corso del tempo, e per ripercorrere le tappe
fondamentali che hanno portato ad una sua tematizzazione dal punto di
vista giuridico, sociale e soprattutto politico.
Per secoli è rimasto un problema invisibile, senza nome, massicciamente presente nella quotidianità delle donne tanto da risultare la
“normalità” delle relazioni tra i sessi; diventava motivo di allarme, con
attivazione di sanzioni, solo quando andava a sovvertire l’ordine sociale o a ledere i codici di “onore” tradizionale. È lo scacco della relazione sessuata che si rappresenta nella e con la violenza, ma il contratto
sociale tra i generi occulta questo aspetto radicale che riguarda lo statuto stesso della relazionalità sessuata e del rapporto con l’Altro.
Negli anni Sessanta vengono intrapresi i primi studi sul tema della
violenza da psichiatri e psicologi, in particolare statunitensi e inglesi,
che concentrano la loro attenzione sui gruppi clinici di uomini violenti. Il comportamento aggressivo maschile viene fatto risalire o alle
caratteristiche psicologiche individuali devianti dalla norma, o alle
loro mogli, cioè viene considerato come una reazione a un comportamento della donna “non sufficientemente femminilizzato” perché poco
docile e passiva o poco dipendente e disponibile (L.Terragni 2000).
In questo modo il fenomeno della violenza viene collocato fuori
dalla normalità, nella categoria della patologia, mentre si afferma una
colpevolizzazione della donna per la violenza subita e a lei viene attribuita la responsabilità del maltrattamento: “Se l’è cercata”.
Negli anni Settanta il movimento femminista, divenuto attore
socialmente rilevante, sollecita una nuova definizione della violenza
contro le donne, puntando al riconoscimento della violenza nella sua
connotazione “sessuata” e legando il problema al modo in cui si strutturano le relazioni tra gli uomini e le donne nella società. Ciò ha portato ad un radicale ed incisivo cambiamento nella definizione del
fenomeno, a partire da una rilettura del sistema dei diritti umani da un
punto di vista di genere, e allo sviluppo di una “terminologia di genere” in grado di dare un significato nuovo al problema della violenza
alle donne.
Infatti, parlare semplicemente di violenza intrafamiliare o violenza
domestica nasconde e “neutralizza” la direzione sessuata (degli uomi-
18
I parte
ni verso le donne) del comportamento violento, rendendo opaco il
fenomeno, e prospettando una reciprocità e una intercambiabilità dei
ruoli che è contraddetta dall’esperienza delle donne. Si pone in rilievo
il luogo e non la relazione.
Una lettura di genere come categoria interpretativa ci permette di
leggere la violenza nei confronti delle donne non come puro esito di
“devianze” sociali, presente solo in alcune fasce socio-culturali, o
inscrivibile nella patologia dell’individuo, ma come fenomeno legato
ai conflitti di sesso, in cui la violenza diventa una modalità possibile
del rapporto che gli uomini intrattengono con le donne per perpetuare
e/o stabilire rapporti gerarchici e di dominio. In questo modo si include nel discorso oltre alle donne, gli uomini e le loro relazioni sessuate.
In questo percorso di riconoscimento della violenza come fenomeno legato alla relazione tra i sessi, un ruolo fondamentale è stato svolto, a partire dagli anni Ottanta in Italia e negli anni Settanta nelle altre
nazioni europee, dai Centri antiviolenza e dalle Case di accoglienza
per donne maltrattate o violate, che, coniugando pratica e politica d’intervento al problema, hanno dato visibilità alla violenza facendo emergere nella sua drammaticità l’entità della sua incidenza, rompendo quel
patto d’innominabilità che per tanto tempo l’ha relegata nel regno del
silenzio e del non detto.
Il fiorire di un dibattito sempre più presente nei luoghi politici delle
donne, infatti, e la contemporanea costruzione di luoghi concreti di
sostegno per chi vive situazioni di violenza, ha prodotto modelli “specializzati” nella pratica di aiuto alle donne, dando vita ad una teoria e
una metodologia di accoglienza che oggi gli stessi Centri sono invitati a “esportare” nei luoghi istituzionali che intervengono sul problema,
lavorando con gli/le operatori/trici dei servizi sociali, sanitari, scolastici, delle forze dell’ordine chiamati, per i loro compiti istituzionali, a
costruire progetti di sostegno delle donne e bambine/i.
Il punto di svolta proposto dai Centri nell’approccio al tema della
violenza è la sperimentazione di una pratica politica tra donne che
ribalta l’ottica dell’intervento da una posizione che considera la donna
come “vittima”, soggetto passivo e debole (vittimizzazione ritenuta
senza via d’uscita perché connessa al “destino” femminile) ad una considerazione della donna come soggetto credibile, forte, che interagisce
La violenza verso le donne
19
anche consapevolmente con le violenze subite, ma capace di fronteggiare la situazione per proteggere se stessa e i propri figli. Una donna
in difficoltà, ma capace di poterla superare.
La violenza di genere
Abbiamo deciso di adottare l’espressione “violenza di genere”, pur
essendo ancora necessario un percorso teorico capace di coniugare
quest’espressione con il pensiero della differenza sessuale, che contraddistingue la nostra pratica di relazione con le donne, fornendo il
quadro teorico in cui si inserisce la metodologia di intervento da noi
utilizzata.
Ci sembra efficace ed esemplificativa la definizione che ne fornisce
C. Adami: “La violenza contro le donne riguarda le relazioni di gene re. Si tratta di un problema sociale, che investe le relazioni tra le
donne e gli uomini nella società, nella famiglia, nel lavoro”6.
Così come la Dichiarazione delle Nazioni Unite sulla Eliminazione
della Violenza contro le Donne, Risoluzione dell’Assemblea Generale,
Dicembre 1993 “La violenza contro le donne è la manifestazione di
una disparità storica nei rapporti di forza tra uomo e donna, che ha
portato al dominio dell’uomo sulle donne e alla discriminazione con tro di loro, ed ha impedito un vero progresso nella condizione delle
donne…”. Dichiarazione che dà degli atti di violenza la seguente definizione: “(sono) atti di violenza diretti contro il sesso femminile tutti
quelli che causano o possono causare un pregiudizio o sofferenze fisi che, sessuali o psicologiche, compresa la minaccia di tali atti, la con trazione o privazione arbitraria della libertà personale, sia che avven gano nella vita privata sia in quella pubblica”.
E, sempre l’ONU, nel 2001 chiarisce che il termine “violenza contro le donne” indica ogni atto di violenza, fondato sul genere, determinato, o che tende ad esserlo, da violenza fisica, sessuale o psicologica
nei confronti delle donne o da altro tipo di sofferenza come la minac-
6 Adami C. (2003), La violenza di genere. Alla ricerca di indicatori pertinenti, in
Bimbi F. (a cura di), Differenze e disuguaglianze. Prospettive per gli studi di genere
in Italia, Il Mulino, Milano.
20
I parte
La violenza verso le donne
21
cia di tali atti, coercizione o sottrazione arbitraria di libertà, in pubblico o in privato, come anche la violenza domestica, i crimini commessi in nome dell’onore, della passione, e le pratiche tradizionali nei confronti delle donne come le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni forzati.7
Gli stereotipi sociali e le realtà
È largamente diffusa l’opinione che la violenza alle donne interessi prevalentemente strati sociali emarginati, soggetti patologici, famiglie multiproblematiche. In realtà è un fenomeno che appartiene più
alla normalità che alla patologia e riguarda uomini e donne di tutti gli
strati sociali: esiste in tutti i paesi, attraversa tutte le culture, le classi,
le etnie, i livelli di istruzione, di reddito e tutte le fasce di età.
Nella nostra cultura la famiglia viene spesso identificata come
luogo di protezione dove le persone cercano amore, accoglienza, sicurezza e riparo. Ma come mostrano le evidenze, per molte è invece un
luogo che mette in pericolo la vita, è il luogo dove più frequentemente viene agita la violenza, di solito ad opera di uomini che con le donne
hanno, o hanno avuto un rapporto di fiducia, di intimità e di potere.
Quasi sempre i comportamenti violenti sono commessi da una persona
intima della donna, il partner-convivente, e da altri membri del gruppo
familiare (padri, fidanzati, ex-partner, fratelli, figli).
La violenza di genere si presenta generalmente come una combinazione di violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica, con episodi che si ripetono nel tempo e tendono ad assumere forme di gravità
sempre maggiori.
7 United Nation High Commission for Human Rights, 2001.
TIPI DI VIOLENZA
Maltrattamento fisico
Ogni forma d’intimidazione o azione in cui venga esercitata una
violenza fisica su un’altra persona. Vi sono compresi comportamenti
quali: spintonare, costringere nei movimenti, sovrastare fisicamente,
rompere oggetti come forma di intimidazione, sputare contro, dare pizzicotti, mordere, tirare i capelli, gettare dalle scale, cazzottare, calciare, picchiare, schiaffeggiare, bruciare con le sigarette, privare di cure
mediche, privare del sonno, sequestrare, impedire di uscire o di fuggire, strangolare, pugnalare, uccidere.
Maltrattamento economico
Ogni forma di privazione e controllo che limiti l’accesso all’indipendenza economica di una persona. Vi sono inclusi comportamenti
quali: privare delle informazioni relative al conto corrente e alla situazione patrimoniale e reddittale del partner, non condividere le decisioni relative al bilancio familiare, costringere la donna a spendere il suo
stipendio nelle spese domestiche, costringerla a fare debiti, tenerla in
una situazione di privazione economica continua, rifiutarsi di pagare
un congruo assegno di mantenimento o costringerla a umilianti trattative per averlo, licenziarsi per non pagare gli alimenti, impedirle di
lavorare, sminuire il suo lavoro, obbligarla a licenziarsi o a cambiare
tipo di lavoro oppure a versare lo stipendio sul conto dell’uomo.
Violenza sessuale
Ogni imposizione di pratiche sessuali non desiderate. Vi sono compresi comportamenti quali: coercizione alla sessualità, essere insultata,
umiliata o brutalizzata durante un rapporto sessuale, essere presa con
22
I parte
La violenza verso le donne
la forza, essere obbligata a ripetere delle scene pornografiche, essere
prestata ad un amico per un rapporto sessuale.
• costringere la donna a farsi carico di tutte le spese familiari
• accusarla di tutte le difficoltà che possono avere i figli;
Maltrattamento psicologico
La violenza psicologica accompagna sempre la violenza fisica ed in
molti casi la precede. È ogni forma di abuso e mancanza di rispetto che
lede l’identità della donna.
Il messaggio che passa attraverso la violenza psicologica è che chi
ne è oggetto è una persona priva di valore e questo può determinare in
chi lo subisce l’accettazione in seguito di altri comportamenti violenti.
Si tratta spesso di atteggiamenti che si insinuano gradualmente nella
relazione e che finiscono con l’essere accolti dalla donna al punto che
spesso essa non riesce a vedere quanto siano dannosi e lesivi per la sua
identità. Il maltrattamento psicologico procura una grande sofferenza e
si manifesta con molteplici tipologie e modalità:
indurre senso di privazione
• privazione di contatti sociali
• privazione di rapporti con la famiglia di origine
• mediazione esclusiva da parte del partner di tutti i rapporti sociali
• negare le risorse necessarie al soddisfacimento dei diritti umani
fondamentali;
svalorizzazione
• convincere la donna che non vale niente
• sminuirla nella sua femminilità e sessualità
• offenderla, dirle che è stupida e brutta, dirle che è una pessima madre
• fare leva sulle debolezze per farla sentire inadeguata
• critiche continue
• distruzione dei valori e della rete amicale;
trattare come un oggetto
• richiesta di cambiare il proprio aspetto fisico per compiacere il partner
• manipolare lo stato psichico della donna e farle assumere
comportamenti diversi da quelli che lei vorrebbe
• una maniacale possessività, il controllo di cosa fa e dove va
• gelosia eccessiva
• impedirle di avere contatti autonomi con il mondo esterno
• considerarla come una proprietà;
eccessiva attribuzione di responsabilità
• attribuzione di un sovraccarico di responsabilità nell’organizzazione
del menage familiare
23
distorsione della realtà oggettiva
• critica continua alla visione del mondo della donna
• messa in dubbio delle cose che da lei vengono provate e viste
• negazione dei suoi sentimenti
• farla sentire in colpa
• far passare per normali gravi maltrattamenti o abusi;
comportamento persecutorio (stalking)
• seguire la donna nei suoi spostamenti
• fare incursioni nel posto di lavoro al fine di provocare il suo
licenziamento
• farla sentire sempre in pericolo e controllata
• fare continue telefonate sul suo telefonino o sul posto di lavoro;
paura
• minacce di percosse
• rompere gli oggetti e sbattere le porte
• minacce di togliere i figli, di lasciarla in povertà
• minacce di morte
• imprevedibilità.
Le dinamiche della violenza
La violenza agita dal partner all’interno della famiglia si presenta
con le caratteristiche di un insieme di comportamenti che tendono a
stabilire e a mantenere il controllo sulla donna e a volte sui/lle figli/e.
Si tratta di vere e proprie strategie che mirano ad esercitare un potere
24
I parte
sull’altra persona, ricorrendo a vari tipi di comportamento: distruggere i suoi oggetti, uccidere gli animali che le appartengono, sminuire o
denigrare i suoi comportamenti e il suo modo di essere, scenate di
gelosia immotivate, minacciare di violenza, attuare delle forme di controllo o imporre dei limiti che portano all’isolamento sociale.
Il risultato è un clima costante di tensione, di paura e di minaccia in
cui l’esercizio della violenza fisica o sessuale può avvenire anche in
modo sporadico e tuttavia risultare estremamente efficace poiché
costantemente presente.
STEREOTIPI E LUOGHI COMUNI SULLA VIOLENZA
Esistono stereotipi e luoghi comuni che impediscono il riconoscimento e l’emersione del fenomeno della violenza.
La violenza verso le donne è un fenomeno poco diffuso.
È esteso, anche se ancora sommerso e per questo sottostimato. Ci
sono molte donne che hanno alle spalle storie di maltrattamenti ripetuti nel corso della loro vita.
La violenza verso le donne riguarda solo le fasce sociali
svantaggiate, emarginate, deprivate.
È un fenomeno trasversale che interessa ogni strato sociale, economico e culturale senza differenze di età, religione e razza.
La violenza verso le donne è causata dall’assunzione di alcool e
droghe.
Alcool e droghe non sono cause dirette della violenza, ma sono elementi che possono precipitare la situazione.
Le donne sono più a rischio di violenza da parte di uomini a
loro estranei.
I luoghi più pericolosi per le donne sono la casa e gli ambienti familiari, gli aggressori più probabili sono i loro partner, ex partner o altri
uomini conosciuti: amici, familiari, colleghi, insegnanti, vicini di casa.
La violenza non incide sulla salute delle donne.
La violenza di genere è stata definita dall’OMS come un problema
di salute pubblica che incide gravemente sul benessere fisico e psicologico delle donne e di tutti coloro che ne sono vittima.
La violenza verso le donne
25
La violenza verso le donne è causata da una momentanea
perdita di controllo.
La maggior parte degli episodi di violenza sono premeditati: basta
solo pensare al fatto che le donne sono picchiate in parti del corpo in
cui le ferite sono meno visibili.
Solo alcuni tipi di uomini maltrattano la propria compagna.
Come molti studi documentano non è stato possibile individuare il
tipo del maltrattatore, né razza o età o condizioni socioeconomiche o
culturali sono determinanti. I maltrattatori non rientrano in nessun tipo
specifico di personalità o di categoria diagnostica.
I partner violenti sono persone con problemi psichiatrici.
Credere che il maltrattamento sia connesso a manifestazioni di
patologia mentale ci aiuta a mantenerlo lontano dalla nostra vita, a
pensare che sia un problema degli altri. Inoltre la pervasività della violenza esclude la possibilità della devianza, dell’eccezionalità.
I partner violenti sono stati vittime di violenza nell’infanzia.
Il fatto di aver subito violenza da bambini non comporta automaticamente diventare violenti in età adulta. Ci sono infatti sia maltrattatori che non hanno mai subito o assistito a violenza durante l’infanzia,
sia vittime di violenza che non ripetono tale modello di comportamento.
Alle donne che subiscono violenza “piace” essere picchiate,
altrimenti se ne andrebbero di casa.
Paura, dipendenza economica, isolamento, mancanza di alloggio,
riprovazione sociale spesso da parte della stessa famiglia di origine,
sono alcuni dei numerosi fattori che rendono difficile per le donne
interrompere la situazione di violenza.
La donna viene picchiata perché se lo merita.
Nessun comportamento o provocazione messa in atto dalle donne
giustifica la violenza da loro subita.
I figli hanno bisogno del padre anche se violento.
Gli studi a questo riguardo dimostrano che i bambini crescono in
modo più sereno con un genitore equilibrato piuttosto che con due
genitori in conflitto.
Anche le donne sono violente nei confronti dei loro partner.
Una significativa percentuale di aggressioni e di omicidi compiuti
dalle donne nei confronti del partner, si verifica a scopo di autodifesa
26
I parte
e in risposta a gravi situazioni di minaccia per la propria sopravvivenza. Inoltre, quando esiste si configura in modo diverso e raramente
assume le caratteristiche di sistematicità e lesività che caratterizzano il
maltrattamento maschile.
CICLO DELLA VIOLENZA
Il clima di violenza nella coppia si sviluppa nel corso del tempo in
modo graduale attraverso litigi che diventano sempre più frequenti e
pericolosi. Gli episodi violenti si scatenano spesso per motivi banali e
sono seguiti dalle scuse e dal pentimento del partner che promette che
si è trattato di un episodio straordinario e non si ripeterà più.
Inizia così la “luna di miele”, periodo in cui il rapporto, apparentemente più saldo, riprende come se niente fosse accaduto. La donna,
nella speranza che domani sarà diverso, si trova a minimizzare le tensioni e a nascondere all’esterno e a se stessa il proprio disagio e la pericolosità della situazione.
Solo con il tempo si rende conto di non poter controllare il comportamento sempre più violento del compagno nonostante i tentativi di
adeguarsi alle sue innumerevoli richieste; gli episodi di violenza si
instaurano in modo graduale attraverso litigi che, nati per motivi banali, con il tempo divengono più frequenti e più intensi. È questo il ciclo
della violenza.
La strategia della paura tiene la donna nello stato di timore costante che la violenza possa esplodere in qualsiasi momento. La mancanza
di controllo sulla propria incolumità fisica determina uno stato di
incertezza e difficoltà permanente che porta la donna a cercare di compiacere il partner per evitare che si verifichino episodi violenti. È una
vera e propria tortura mentale e fisica che la fa sentire un ostaggio, producendo grande sofferenza.
La violenza verso le donne
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MOTIVI PER CUI NON SI LASCIA IL PARTNER
• Situazione di pericolo. Quando una donna decide di lasciare il
partner violento la situazione tende a diventare più pericolosa, aumenta la
frequenza e la gravità degli episodi violenti e il rischio di essere uccisa.
• Salvare l’amore e la famiglia. Una donna può decidere di mettere in atto una serie di strategie per tentare di salvare la relazione, perché spinta da convinzioni culturali e religiose, da un intenso attaccamento affettivo, dal sogno di un amore e di un matrimonio felice.
• Mancanza di sostegno esterno. La famiglia di origine non offre
aiuto e sostegno, le forze dell’ordine ed i servizi sociali minimizzano
la violenza, non offrono risorse sufficienti, colpevolizzano la donna.
• Verifica delle risorse esterne e dei cambiamenti. Una donna può
chiudere e riaprire la relazione con il partner violento più volte per
verificare la possibilità di un cambiamento effettivo del partner, per
valutare oggettivamente le risorse esterne ed interne disponibili, per
verificare la reazione delle/i figlie/i alla mancanza del padre.
• Autobiasimo. Una donna può ritenersi responsabile della violenza come strategia di sopravvivenza finalizzata a sentirsi in grado di
controllare la situazione: “Se sono io a provocare la violenza, farla
cessare dipende da me”.
CONSEGUENZE DELLA VIOLENZA
Sulla donna
Subire violenza è un’esperienza traumatica che produce effetti
diversi a seconda del tipo di violenza subita e della persona che ne è
vittima. Le conseguenze possono essere molto gravi ed è necessario
considerare che la degenerazione di alcune situazioni dipende spesso
dal tipo di risposta che una donna riceve nel momento in cui chiede
aiuto all’esterno, dal sostegno o mancato sostegno che ha trovato nei
familiari non abusanti, nelle amiche o nei professionisti.
Non esiste una tipologia della donna maltrattata ma ciascuna reagisce alla violenza in modo diverso. Conoscere e riconoscere le conseguenze può aiutare a capire perché una donna si comporta o reagisce
28
I parte
in un certo modo.
La violenza provoca profonde conseguenze fisiche, psichiche, alcune con esito fatale. Le conseguenze immediate consistono in ematomi,
fratture (occhio nero, timpano rotto, mascella dislocata, dito o braccia
slogate o spezzate), ma gli abusi fisici, sessuali o psicologici hanno
spesso conseguenze negative anche a lungo termine.
La violenza implica un’invasione del sé, può annientare il senso di
sicurezza della donna, la fiducia in se stessa e negli altri. Impotenza,
passività, debolezza, isolamento, confusione, incapacità di prendere
decisioni sono alcuni fra gli effetti più frequenti.
Violenze gravi e soprattutto ripetute creano nella donna un sentimento di ansia intensa o di paura generalizzata, e possono costringerla in uno stato di allerta e di tensione costante, nella speranza di riconoscere il pericolo e di riuscire a sfuggire.
I ricordi delle violenze possono emergere in modo inaspettato, sotto
forma di incubi, o interferenze nella vita quotidiana. Questo insieme di
sintomi è chiamato “Sindrome post-traumatica da stress”.
Non c’e da stupirsi che una donna in queste condizioni possa soffrire più spesso di depressione o di ansia intensa e/o possa fare tentativi di suicidio, o possa soffrire di vari disturbi alimentari fino all’anoressia e alla bulimia.
In alcuni casi l’assunzione di alcool o droghe, la minimizzazione o
la negazione del problema possono essere strategie che le donne adottano per cercare di sopravvivere alla sofferenza e al dolore di una vita
personale e familiare distrutta.
La violenza e lo stato di stress conseguente possono influire inoltre
su disturbi a livello fisico, infatti, le donne che hanno subito violenza,
da bambine o da adulte, presentano più spesso disturbi ginecologici e
gastrointestinali e finiscono così per subire più ricoveri e più operazioni; presentano inoltre più spesso disturbi come dolore cronico, astenia cronica e cefalea persistente.
La violenza verso le donne
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L’OMS ha lanciato l’allarme sulla violenza come fattore eziologico e di rischio in una serie di patologie di rilevanza per la popolazione
femminile:
• patologie ginecologiche
• patologie gastroenterologiche
• patologie mentali (in particolare depressione, disturbi alimentari
e disturbi d’ansia).
Sui bambini e sulle bambine
È inoltre importante ricordare che la violenza produce effetti e conseguenze gravissime non solo sulla donna ma anche sui figli, sia che
siano essi stessi maltrattati, sia che semplicemente assistano agli episodi di violenza. Questi bambini e queste bambine denotano problemi
di salute e di comportamento, tra cui disturbi di peso, di alimentazione
o del sonno. Possono avere difficoltà a scuola e non riuscire a sviluppare relazioni intime e positive. Possono cercare di fuggire o anche
mostrare tendenze suicide.
Il vedere o il subire delle violenze da bambini può anche provocare un’interiorizzazione della violenza come modo di risolvere i conflitti. Le bambine che assistono ai maltrattamenti nei confronti della
madre hanno maggiore probabilità di accettare la violenza come la
norma in un matrimonio rispetto a quelle che provengono da famiglie
non violente.
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I parte
La violenza verso le donne
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I parte
CHIEDERE AIUTO
Il percorso di ricerca di aiuto può essere lungo e difficile. Ogni
donna è diversa, ciascuna ha una propria soglia di tolleranza della violenza e si trova ad agire in contesti differenti.
Alcune pongono fine alla relazione dopo il primo episodio, altre
cercano per mesi e per anni di fare in modo che “lui cambi” e si decidono a lasciare il partner violento soltanto quando ogni strada è stata
percorsa.
Il fatto stesso di ammettere a se stessa che c’è un problema e che
non può risolverlo da sola produce sofferenza. Inizialmente la donna,
mantenendo la relazione con il partner, cerca in tutti i modi di fermare
la violenza, senza ricorrere all’aiuto esterno, facendo leva sulle sue
risorse personali. Successivamente cerca l’appoggio di familiari e
parenti e, infine, nel caso in cui non si sia verificato alcun cambiamento, ricorre a soggetti istituzionali come Servizi sociali e Forze
dell’Ordine.
Accogliere la richiesta di aiuto
Le donne che tentano di uscire da situazioni di violenza si rivolgono a diversi soggetti (assistenti sociali, medici, forze dell’ordine) per
chiedere aiuto. Ogni momento di comunicazione all’esterno del proprio vissuto è un momento delicato e spesso decisivo rispetto alla possibilità di costruire un percorso di uscita dalla violenza.
Spesso le donne si rivolgono alle/agli operatrici/tori, in diversi contesti istituzionali, portando richieste di aiuto di varia natura (es. aiuto
economico), senza parlare in modo esplicito della violenza subita, e
aspettano che qualcuno ponga loro delle domande per far emergere il
problema.
Molti elementi hanno contribuito a creare silenzio attorno alla violenza di genere e le donne sono state costrette a tacere non solo dall’autore della violenza, ma anche dalla stessa società che, per molto
tempo, lo ha considerato un “problema privato” che non doveva essere discusso in pubblico.
Il momento cruciale di qualsiasi intervento è allora rappresentato
dall’identificazione e dal riconoscimento da parte dell/la
La violenza verso le donne
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operatore/trice della presenza di violenza passata e/o attuale nella vita
della donna che si rivolge al singolo servizio.
Ostacoli al riconoscimento della violenza per chi offre aiuto
Molti sono i motivi che rendono difficile fare domande sulla violenza:.
• scarsa conoscenza della diffusione e gravità del fenomeno,
insufficienti strumenti di identificazione del problema
• ritenere che non si tratti di un problema di propria pertinenza
• non sentirsi in grado di intervenire e fornire aiuto
• diffidenza nei confronti della donna, pensando che potrebbe essere lei
a provocare la violenza
• mancanza di tempo per verificare la presenza di violenza
• difficoltà a gestire il proprio vissuto emotivo
• ritrosia a farsi carico di situazioni che possono implicare l’attivazione,
spesso faticosa e difficile, del sistema della giustizia civile e penale
Se per gli/le operatori/trici è difficile riconoscere la violenza e rompere il silenzio ancor più difficoltoso è per la donna parlare della propria situazione. Riviverla può mettere a repentaglio la sua sicurezza,
teme di non essere creduta, prova vergogna, può rifiutarsi di parlarne
con chi non la prende sul serio, o con chi minimizza la sua esperienza
perché pensa che lei si meriti la violenza.
Perché la donna ha difficoltà a parlare:
• paura che svelare la situazione di violenza possa mettere a
repentaglio la propria sicurezza e quella delle/dei figlie/i
• paura di provare vergogna e di subire umiliazioni di fronte ad
atteggiamenti giudicanti
• credersi responsabile della violenza e quindi ritenere di non meritare
aiuto
• sentimenti di protezione nei confronti del partner e speranza in un suo
cambiamento
• dipendenza economica dal maltrattatore
• senso di impotenza rispetto alla possibilità di trovare risorse efficaci
per cambiare la situazione
• credere che i suoi problemi non siano abbastanza gravi da nominarli.
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I parte
L’INCONTRO CON LA DONNA
Nel preparare il colloquio con la donna, in qualsiasi contesto istituzionale, è fondamentale accoglierla da sola per creare uno spazio in cui
poter parlare liberamente e senza timore, garantendo la riservatezza,
entro i limiti previsti dalla legge, di ciò che verrà detto. Il colloquio
richiede un suo tempo, necessario per ascoltarla e fornire risposte in
modo adeguato.
Occorre avere un atteggiamento empatico e non giudicante per far
sentire alla donna la disponibilità dell’operatore/trice e pensare insieme le possibili vie di uscita dalla situazione di violenza. Gli atteggiamenti giudicanti attaccano la sua fiducia e aumentano le condizioni del
suo isolamento. A volte, la necessità di rispondere nell’immediato può
interferire con la capacità di ascolto, di essere tolleranti e di rispettare
la sua autonomia. Infatti bisogna sempre ricordare che è sempre lei a
decidere e che non le si può imporre una scelta dall’esterno.
Durante l’ascolto di situazioni di violenza è facile provare rabbia,
biasimo, paura ed impotenza; sentimenti che possono presentarsi più
forti se ci si pone come chi è sempre in grado di risolvere il problema
e/o di poter alleviare il dolore e la sofferenza.
Conoscere le dinamiche della violenza e le difficoltà che la donna
affronta quando decide di lasciare il partner aiuta a gestire le emozioni che l’operatore/trice può provare.
È inoltre importante ricordare che:
• la violenza subita non è colpa sua
• non c’è mai nessuna giustificazione alla violenza ed è necessario
condannarla sempre ed in modo esplicito
• credere alla donna quando esprime il suo bisogno di sicurezza
• il momento della separazione è quello che la espone ad una
situazione di maggiore rischio rispetto alla propria incolumità
• separarsi è una scelta difficile e coraggiosa
Mentre è meglio evitare di:
• domandare alla donna cosa ha fatto per provocare la violenza
La violenza verso le donne
35
• giudicare le sue scelte e le sue azioni
• minimizzare la situazione di pericolo che lei racconta
• prendere delle scelte per lei (indurla a lasciare il marito, denunciarlo)
Informazioni da fornire alla donna
• Garantire la riservatezza entro i limiti stabiliti dalla legge
• Sottolineare l’importanza della certificazione medica e informarla
sui termini della denuncia
• Informare che la legge prevede l’obbligo di denuncia per pubblici
ufficiali ed esercenti pubblico servizio, nel caso di reati procedibili
d’ufficio; nel caso in cui si prevede la denuncia d’ufficio, discutere
con la donna le possibili implicazioni, considerando prioritaria la sua
sicurezza
• Fornire tutte le informazioni relative ai servizi ed ai centri
antiviolenza presso i quali può rivolgersi per ricevere aiuto
VALUTAZIONE DEL RISCHIO
Durante il colloquio occorre definire la domanda della donna e
valutare con lei la strada che è pronta a compiere, tenendo conto della
sua storia e dei suoi desideri.
Occorre indagare:
• in quale momento del ciclo della violenza si situa l’intervento
• quale evoluzione ha conosciuto la coppia e la violenza nella storia
della coppia (sarà utile trovare e nominare i tipi di violenza o minacce,
la violenza degli atti, la loro gravità ed il contesto)
• a quale grado di elaborazione interiore della sua storia è pervenuta
(negazione, colpevolizzazione, ricerca di soluzioni per la coppia, o di
una soluzione autonoma).
Tutti questi aspetti influenzano le attitudini a parlare della violenza
e a trovare delle strategie a breve e a lungo termine.
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I parte
Nel caso in cui la donna decide di tornare a casa è necessario
sostenere la sua decisione ed aiutarla a trovare dei mezzi per la sicu rezza sua e dei bambini.
Questo sostegno ha lo scopo di far prendere coscienza dei rischi che
essa corre e costruire un sistema di autoprotezione che si colleghi ad
uno scenario di protezione.
È importante valutare alcuni elementi e/o comportamenti la cui
presenza denota alto rischio di letalità:
• la donna riferisce di temere per la propria vita
• gli episodi di violenza accadono anche fuori casa
• il partner è violento anche nei confronti di altri
• il partner è violento anche nei confronti dei/lle bambini/e
• ha usato violenza anche durante la gravidanza
• ha agito violenza sessuale contro la donna
• minaccia di uccidere lei o i/ bambini/e e/o minaccia di suicidarsi
• aumentata frequenza e gravità degli episodi violenti nel tempo
• abuso di droghe da parte del maltrattatore, soprattutto di quelle che
determinano un aumento della violenza e dell’aggressività (cocaina,
anfetamine, crack)
• la donna programma di lasciarlo o di divorziare nel prossimo futuro
• il maltrattatore ha saputo che essa ha cercato aiuto esterno
• lui dice di non poter vivere senza di lei, la pedina e la molesta anche
dopo la separazione
• la donna ha riportato in precedenza lesioni gravi e/o gravissime
• presenza in casa di armi (soprattutto da fuoco) facilmente raggiungibili
• il maltrattatore ha minacciato i parenti o/e gli/le amici/che della donna
La copresenza di tre o più di questi fattori è indice di un alto
rischio di letalità.
Se la donna non si sente in pericolo ma l’operatore/trice ritiene il
contrario, è necessario parlarne apertamente con lei esponendo le proprie preoccupazioni.
La violenza verso le donne
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SCENARIO DI PROTEZIONE - PIANO DI SICUREZZA
Nel caso in cui la donna si trova in una situazione ad alto rischio e
sta progettando di lasciare il marito/partner è importante studiare con
lei un piano di sicurezza.
Il piano di sicurezza si definisce in relazione alla situazione contingente della donna, dei suoi bisogni e delle scelte da lei considerate
come migliori.
Le possibilità sono:
lasciare il partner e stabilirsi temporaneamente in un luogo sicuro
non lasciare il partner e tornare a casa.
Se decide di lasciare il partner verificare:
• se può trovare ospitalità presso la sua famiglia di origine o da
qualche amica/o di fiducia
• se è necessario, trovare ospitalità presso una casa rifugio di un Centro
Antiviolenza o presso altra struttura del territorio e di altre città.
Se decide di tornare a casa dal partner occorre costruire lo scena rio di protezione e verificare:
• le precedenti strategie di protezione da lei utilizzate e valutare se
potrebbero funzionare ancora
• se un’amica/o o un/a parente potrebbero funzionare da deterrente
contro la violenza
• se è possibile costruire una rete di supporto da attivare nelle
situazioni di emergenza (chi chiamare?)
• se nell’emergenza c’è un telefono facilmente accessibile per
avvisare le Forze dell’Ordine, i vicini o qualche parente
• se nella situazione di pericolo può scappare o può andare in un posto
sicuro (ha un’automobile? Può facilmente utilizzare mezzi di
trasporto?)
• se ci sono armi in casa e se può neutralizzarle
• verificare se ha del denaro
• scegliere le cose essenziali da portare con sé
38
I parte
Far preparare una valigia d’emergenza da nascondere in un posto
facilmente accessibile, contenente:
• vestiti ed effetti personali per sé e i bambini
• denaro in contanti, carte di credito e libretto degli assegni
• una copia delle chiavi di casa e dell’automobile
• farmaci e ricette mediche
• numeri di telefono e indirizzi di familiari, amici/che, servizi ai quali
rivolgersi
• qualche giocattolo per i bambini
• documenti propri e dei/lle bambini/e (certificati di nascita,
documenti di identità, codici fiscali, passaporto, permesso di
soggiorno, patente e libretto della macchina, tessera sanitaria, titoli
di studio)
• documenti importanti (certificato di divorzio o altri documenti
legali, licenza di matrimonio, contratti di affitto, atti ipotecari,
assicurazioni ecc.).
II PARTE
LINEE GUIDA D’INTERVENTO
PER AVVOCATI/E
Testi di:
Claudia Pedrotti ed Elvira Rotigliano
A cura di Anna Immordino
Linee guida d’intervento
43
ASSISTENZA LEGALE ALLE DONNE CHE SUBISCONO
ABUSO SESSUALE E MALTRATTAMENTO
Premessa
Le complesse conseguenze nel comportamento delle donne che
subiscono violenza ed il disagio sociale connesso, già enucleate
nella parte generale di questo opuscolo, rappresentano elementi
contestuali da tenere molto in considerazione nell’avvio di un procedimento giuridico a favore delle stesse. Le difficoltà da parte
della donna ad accettarsi protagonista di un procedimento teso a
punire gli agiti violenti subiti dal proprio compagno, e/o comunque
da una persona vicina dal punto di vista affettivo, sono solo alcuni
degli elementi che impongono da parte del/la consulente legale
un’attenzione e una cura particolari nello sviluppo del procedimento.
A partire dalla conoscenza degli effetti della violenza di genere,
i numerosi e prevedibili rallentamenti nello svolgersi del procedimento e nel raggiungimento degli obiettivi prefissati, possono
indurre il/la consulente a sottovalutare la portata e le ricadute di una
non corretta gestione del procedimento giuridico.
Un investimento di tempo adeguato, una passione e un’attenzione umana ed etica alle problematiche di genere, oltre ad una
competenza tecnica specifica nella gestione delle situazioni di violenza, risultano, a nostro avviso, fattori determinanti nello sviluppo
di un’azione giuridica che rispetti le norme di diritto della “parte
offesa” in causa, ossia la donna soggetto della richiesta d’intervento da parte del/la consulente.
44
II parte
Per i motivi sopra riportati, riteniamo metodologicamente corretto, per la definizione di percorsi di uscita dalla violenza, costruire progetti d’intervento che utilizzino lo scambio e la collaborazione, all’interno di un’ottica di lavoro di rete, tra i diversi attori pro fessionali coinvolti nel processo di aiuto.
AMBITO PENALE
Assistere una donna vittima di maltrattamento o abuso sessuale
ad opera del partner comporta certamente una conoscenza sociale
del fenomeno da parte di chi è chiamato a difendere facendoli valere in giudizio, i diritti violati. Ed invero nell’ambito dei reati contro
la persona, il maltrattamento e l’abuso sessuale hanno una connotazione specifica legata sia a retaggi culturali ancora oggi in vigore
sia al ruolo che viene giocato dai protagonisti della relazione violenta.
Se è intuitivo che l’aggressione fisica ad opera di un estraneo
lede l’individualità e la sfera di libertà della vittima che, riconoscendone l’ingiustizia, troverà naturale denunciare il colpevole, laddove invece i protagonisti siano legati da vincoli familiari questo
riconoscimento non è automatico.
Si consideri intanto che la storia della liceità dell’uso della violenza e della forza fisica esercitata dall’uomo nei rapporti affettivi
è tanto antica quanto nota.
In Italia è solo con l’approvazione del nuovo diritto di famiglia
nel 1975, che viene di fatto abolita l’autorità maritale - art.144 c.c.
“il marito è il capo della famiglia” - ovvero la liceità da parte del
coniuge, di far uso dei “mezzi di correzione e disciplina” nei confronti della propria moglie; ed è solo nel 1981 che scompare dal
nostro codice il delitto d’onore, che permetteva ai mariti di godere
di sensibili sconti di pena nel caso in cui avessero ucciso la propria
moglie per infedeltà; è sempre del 1981 la scomparsa dal nostro
codice del matrimonio riparatore che consentiva a chi avesse
Linee guida d’intervento
45
commesso uno stupro di vedere estinto il proprio reato qualora
avesse contratto matrimonio con la propria vittima.
Bastano già queste indicazioni per dare il senso della profonda
asimmetria di genere che caratterizzava il nostro sistema giuridico;
non deve stupire quindi la difficoltà incontrata dalle donne per cercare di scalfire un sistema che legittimamente le poneva in condizioni di sottomissione e di dipendenza nei confronti del potere
maschile, prova ne è il dibattito politico durato oltre venti anni e
relativo all’approvazione della nuova legge sulla violenza sessuale.
Nonostante l’abrogazione delle norme sopracitate, e la nuova
legge che ha finalmente riconosciuto nella violenza sessuale una
forma di aggressione contro la persona fisica e non un reato contro
la morale ed il buon costume, resta il fatto che la violenza anche
sessuale è ancora esercitata dall’uomo quale strumento per affermare il proprio dominio e la conseguente conferma della sottomissione della donna che, ancora oggi in certi contesti riconosce a se
stessa, legittimandolo, il ruolo di “vittima”. Per intenderci, all’abrogazione (piuttosto recente) delle norme sopra citate, non è corrisposta un’automatica cancellazione culturale dei ruoli che vi erano
enunciati.
Che cosa è importante fare
In genere durante il primo colloquio emerge da parte della donna
la non consapevolezza di essere titolare di diritti nei confronti del
compagno/marito o altro familiare maltrattante; il ruolo di moglie
con il connesso supremo dovere giustifica ogni sopruso ai loro
danni; l’unico ruolo alternativo che riconoscono a se stesse è quello di madre.
Spesso è il timore, se non la consapevolezza, che i figli possano
subire lo stesso loro trattamento che le induce a chiedere aiuto.
Anche in questi casi però la loro preoccupazione è spostata sui diritti di costoro; viene spesso chiesto se una querela contro il marito
possa indurre il Tribunale per i Minorenni a “toglierglieli” (perché
la donna non si è dimostrata una madre protettiva), o se una sen-
46
II parte
tenza di condanna penale a carico del coniuge possa pregiudicare il
loro futuro professionale.
Nonostante queste prime necessarie rassicurazioni da parte del
legale, difficilmente le donne denunciano i compagni che le maltrattano o da cui subiscono violenza sessuale e, se lo fanno, è solo
dopo molto tempo, spesso anni, da quando si è verificato il primo
episodio; la denuncia in genere è l’ultima strada che resta percorribile quando ormai anche le altre pure intraprese si sono rivelate
vicoli ciechi.
Assistere legalmente la donna implica
• “Mettersi nei suoi panni” condividendone l’esperienza con
quella prima risposta alla richiesta di aiuto che è “io ti credo”.
• Aiutare la donna che subisce violenza ad identificare e riconoscere i sentimenti di imbarazzo, vergogna, paura di ritorsioni,
timore di non venire credute, scarsa fiducia nel sistema giudiziario,
spesso alla base della riluttanza a denunciare i maltrattamenti e le
aggressioni sessuali ad opera del partner.
• Non dimenticare che spesso le vittime vengono sottoposte ad
uno stress e ulteriore trauma che viene definito seconda vittimizzazione.
• Tenere presente che la visibilità anche sociale del maltrattamento e della violenza sessuale esercitata all’interno della famiglia
è strettamente legata al processo di riconoscimento individuale e
collettivo che se ne fa in termini di “problema”; paradossalmente in
questi casi quei processi di attribuzione di significato sono inibiti
proprio dalla relazione familiare che unisce l’abusante e la vittima;
la famiglia cioè costituisce un contesto in cui determinati comportamenti possono acquisire un differente valore proprio in virtù dei
ruoli che in esso si giocano, una sorta di fraintendimento, di distorsione del concetto di violenza come se fosse la relazione stessa ad
attribuire senso e significato a ciò che accade a ciascuno; questo
spiega, come già osservato, la scarsa riconoscibilità della violenza
da parte delle stesse vittime che di frequente scambiano il delirio di
Linee guida d’intervento
47
dominio del compagno o marito per espressione “caratteriale” di
amore.
• È quindi fondamentale aiutare la donna ad effettuare quell’operazione di conferimento di significato che fa “riconoscere” la
violenza che diventa così nominabile e denunciabile. La peculiarità
della violenza intrafamiliare è infatti la mancanza quasi sempre del
carattere di eccezionalità; si tratta di condotte reiterate per lunghi
periodi, anche anni, e accompagnate da altre forme di violenza
quali le lesioni, le percosse, i ricatti, le minacce; quando è così, la
violenza diventa espressione di una dimensione relazionale di ordinaria vita quotidiana.
• Tenere presenti gli stereotipi sul maltrattante che spesso incidono nel riconoscimento della violenza sia da parte degli operatori
che delle vittime. Le caratteristiche personali del responsabile sono,
infatti, un elemento da non sottovalutare per comprendere le ragioni e la difficoltà delle donne nel denunciare gli abusi prima ed
affrontare i processi dopo.
• Sapere che, dalle ricerche sulla violenza di genere e dai dati dei
Centri Antiviolenza, il fenomeno del maltrattamento e della violenza sessuale in famiglia non è esclusivo appannaggio delle famiglie
cosiddette multiproblematiche e non è confinabile in particolari
contesti socio-culturali degradati; i comportamenti violenti appartengono agli uomini di ogni strato sociale, di qualunque luogo e formazione culturale; piuttosto si osserva che la presunzione di chi si
ritiene appartenente ad un ceto culturale superiore, producendo una
presunzione di non colpevolezza, gli consente di razionalizzare culturalmente quel comportamento, dandogli maggiori capacità di rappresentarlo come se non si trattasse di violenza, e dunque maggiori
possibilità di difesa anche in sede penale. Per esempio, nei casi di
abuso sessuale, quando la dinamica dell’episodio non è chiara, o
mancano testimonianze dirette, e questo avviene nella maggior
parte dei casi, ciò che concorre a orientare in un senso o nell’altro
la valutazione è la cosiddetta credibilità sessuale dell’autore, credibilità che quasi sempre coincide o comunque è in relazione signi-
48
II parte
ficativa con la credibilità sociale del soggetto stesso; tanto più forte
è nella rappresentazione pubblica quest’ultima, tanto maggiore sarà
l’altra. È in tale intreccio che l’autotutela culturale e sociale si trasforma in autotutela personale, ovvero maggiore impermeabilità del
comportamento sessuale violento.
Tenere presenti gli effetti della violenza sull’iter processuale
• Sapere che le aspettative processuali delle vittime sono molto
alte. Infatti denunciare implica da parte della donna un atto di
coraggio che passa dall’aver riconosciuta come tale la violenza e
quindi nominarla, il sentirsi vittime ed il pretendere poi il riconoscimento del proprio status nelle aule di giustizia, attraverso la
richiesta di un risarcimento dei danni. Danno difficilmente quantificabile, quando la conseguenza delle azioni delittuose è stato
l’annichilimento della propria personalità, l’azzeramento dei desideri, e la disillusione di tutte le aspettative che si erano riposte nell’imputato: questo delicato passaggio segna il punto di non ritorno
e l’inizio di un percorso di ricostruzione di sé, di riconoscimento del
proprio valore, con la conseguente pretesa di vederlo non solo riconosciuto ma anche rispettato dall’altro.
• Dall’esperienza con donne vittime di violenza che hanno portato avanti un percorso giudiziario risulta che la punizione del colpevole viene vissuta come ulteriore conferma della propria credibilità; in questa ottica la costituzione di parte civile acquista una
valenza anche simbolica; la richiesta risarcitoria per i danni morali
patiti è la naturale conseguenza del riconoscimento del proprio
“valore”; d’altra parte non va però trascurato il dato anch’esso simbolico della mancata richiesta risarcitoria di quante decretano così
la fine di quel legame, l’avvenuto distacco dal proprio carnefice, del
quale vogliono sì la punizione, ma non i suoi soldi quasi questo
fosse una forma semplicistica e riduttiva di quantificare anni di sofferenze e vessazioni.
• Avere presente che le deposizioni delle persone offese al dibattimento, sono deposizioni sempre sofferte, a volte lucide e fredde
Linee guida d’intervento
49
quasi sancissero l’avvenuta affrancazione non solo fisica ma anche
emotiva dall’abusante; altre volte il racconto è contrassegnato da
momenti di forte commozione, deposizioni non verbali, lunghi
silenzi o pianti sommessi, elementi questi che, spesso in mancanza
di altri riscontri, - gli abusi intrafamiliari quasi sempre avvengono
in assenza di testimoni - possono essere assunti quali elementi di
veridicità delle accuse mosse all’imputato.
• Dall’esperienza dei Centri di consulenza legale a donne vittime di violenza, vi sono alcuni casi di donne che durante i processi,
magari promossi su segnalazione di terzi, laddove siano procedibili d’ufficio le ipotesi contestate, cerchino di “alleggerire” la posizione dei responsabili, spinte dalla riprovazione di parenti e amici
che, facendo quadrato attorno all’accusato, le isolano colpevolizzandole per aver rovinato la famiglia, disonorandola. In questi casi
può capitare che l’avvocato/a della vittima si trovi a dover affrontare “da solo/a” un processo pure voluto inizialmente della cliente
che nel frattempo, rispondendo alla “legge del clan” innanzi il
Tribunale della famiglia, rivede la propria posizione mostrandosi
reticente o addirittura ritrattando le proprie accuse in sede di esame
dibattimentale.
• Osservare dunque e saper valutare anche in un’ottica processuale l’eventuale esistenza di condizionamenti e pressioni (anche
sociali) che possono incidere sull’andamento del percorso giudiziario intrapreso, o possono determinare all’interno di questo la mancata richiesta risarcitoria.
La riflessione su questi punti riporta al problema iniziale della
scarsa visibilità del fenomeno del maltrattamento e della violenza
sessuale verso le donne consentendone una chiave di lettura che
lascia spazi per individuare nuove politiche di intervento efficaci e
soprattutto oneste.
Come già detto il costrutto sociale dell’istituto-famiglia, come
rappresentazione astratta ed entità morale, nonostante i cambiamenti di costume, le varie tipologie di famiglia e le riforme legisla-
50
II parte
Linee guida d’intervento
tive degli ultimi trenta anni in materia di rapporti tra uomini e
donne, ha prodotto una sorta di principio di necessità, quello cioè di
rappresentare simbolicamente la famiglia come un microcosmo
fatto solo di ordine.
In sostanza il disordine relazionale e sessuale esistente all’interno della famiglia non va oggettivato per non mettere in crisi l’ordine sociale collettivo; dalla rappresentazione positiva dell’ordine
familiare dipende e discende l’ordine sociale complessivo; in quest’ottica prima ancora di reprimere il disordine familiare, occorre
reprimerne la sua oggettivazione. Pensiamo alla norma del codice
penale secondo cui l’incesto è reato solo se e quando sia motivo di
scandalo pubblico; in altre parole il disordine sessuale familiare va
condannato solo se diventa un fatto sociale; dunque è proprio l’intreccio tra necessità di una rappresentazione ordinata delle relazioni familiari e la salvaguardia dell’ordine sociale che spiega la cortina di impermeabilità che avvolge la violenza familiare pregiudicandone la visibilità.
Dal punto di vista simbolico storicamente è la donna che ha sempre rappresentato l’anello di mediazione anche etica delle relazioni
familiari ordinate; è dunque alla donna, moglie e madre che viene
imputata non tanto la responsabilità del disordine, quanto piuttosto
la responsabilità della sua oggettivazione, cioè del fatto che sia
diventato socialmente visibile.
L’assistenza legale in conclusione, non può non essere anche
assistenza morale alla donna che nell’affrontare il percorso giudiziario in realtà affronta anche un percorso personale di uscita dal
circuito della violenza che travolge il suo ruolo di donna, moglie e
madre. In tale ottica assume anche valenza il non voler agire contro
il compagno maltrattante; spesso nonostante vi siano tutti gli elementi per chiedere la punizione in sede penale dell’autore della violenza, la donna preferisce limitarsi a chiedere in sede civile la separazione personale per “non rovinare il padre dei suoi figli”.
AMBITO CIVILE
51
Le donne che si rivolgono all’avvocato/a civilista possono accedere alla consulenza per separazione in casi di maltrattamento da
strade differenti. Ciò determina delle peculiarità sia nella modalità
in cui emerge il maltrattamento sia negli effetti che ciò induce nel
percorso civile, nella relazione con l’avvocato/a e nelle strategie più
efficaci da mettere in campo.
Come avviene il contatto
La donna può giungere dall’avvocato/a civilista senza alcuna
mediazione di centri o servizi, esplicitando per la prima volta una
richiesta di separazione e/o di richiesta di informazioni legali a
fronte di una situazione di maltrattamento, senza avere mai denunciato o averne parlato con altre /i operatrici/ori.
In questi casi si distinguono due tipologie:
• donne che già dal primo contatto con l’avvocata/o esprimono
il problema della violenza, ponendo al/lla consulente una richiesta
spesso confusa, che ha le caratteristiche di una domanda di delega
e di soluzione salvifica e onnicomprensiva del loro problema. In
questi casi esse non sono in grado di distinguere tra percorso penale e percorso civile e investono l’avvocato/a di una funzione di
mediazione con il “giudice che deciderà”, con il potere dell’avvocato/a di farle giustizia
• le situazioni delle donne più reticenti che difficilmente parleranno in modo esplicito della situazione di maltrattamento, se non
adeguatamente supportate e sollecitate nel colloquio anche attraverso delle domande volte al riconoscimento e alla nomina della
violenza.
Nel primo caso occorrerà come primo passo aiutare la donna a
discriminare tra i differenti aspetti della domanda di aiuto, definendo la specificità di ambiti di competenza diversi: civile, penale, psicologica.
52
II parte
Si potrà così rimandare la donna ad altri operatori/trici con competenze specifiche e differenziate, ed al contempo utilizzare nel
corso dei colloqui degli strumenti psicologici che aiuteranno la
donna a fare emergere il problema della violenza e le implicazioni
emotivo-affettive che incideranno in un eventuale percorso legale
di separazione. Questa strategia sgombrerà il campo della consulenza legale da richieste ed aspettative alle quali in quella sede non
vi potrà essere risposta.
Questi strumenti di natura psicologica hanno a che fare con la
possibilità di mettere in campo un ascolto empatico e contenitivo attraverso cui far sentire la donna compresa ed accolta. Aiutarla
a mettere ordine nella confusa e disordinata richiesta di aiuto rende
possibile il passaggio da una dimensione di bisogno e disagio di
vaste dimensioni ad una maggiore focalizzazione della domanda e
delle possibilità di risposta in sede civile. Questa operazione consentirà uno spostamento ad altre figure professionali che a vari
livelli interverranno nel progetto di uscita dalla violenza in un’ottica di lavoro di rete (intervento psico-sociale, sanitario, giudiziario,
ecc..) pur tenendo sempre ben presente che l’avvocato/a mantiene
la funzione, da non confondere con quella di altre figure professionali, di tramite tra il cittadino e il sistema giudiziario e la legge.
Le donne che hanno subito violenza e/o maltrattamenti che si
rivolgono all’avvocato/a non sempre sono disponibili immediatamente ad un racconto completo e dettagliato; le stesse spesso manifestano reticenza ed una certa difficoltà a riferire episodi specifici
ed a chiarire la dinamica del maltrattamento.
Queste donne, che appartengono alla seconda tipologia sopra
individuata, probabilmente per una difficoltà ad aprire ferite in
realtà mai chiuse e relative ad accadimenti che si vogliono cancellare, si possono aiutare, durante il colloquio, facendo uso di domande mirate a dare risalto ai singoli episodi della loro vita che hanno
portato al maltrattamento. I fatti narrati diventeranno elementi
importanti nella ricostruzione del quadro della violenza subita nella
relazione coniugale e saranno di fondamentale importanza per la
Linee guida d’intervento
53
determinazione dello strumento giuridico più idoneo da utilizzare.
La donna dovrà essere rassicurata sull’uso delle informazioni
raccolte dall’avvocato/a in merito alla violenza; infatti è necessario
che l’interessata comprenda che sarà solo lei: a decidere di portare
avanti o meno l’azione giudiziaria; a scegliere la via civile o la via
penale, o entrambe; a decidere se utilizzare o meno nel giudizio il
racconto di quelle determinate circostanze; ed infine sarà solo lei,
nell’ambito strettamente civilistico, a decidere quale sia la via che
le arrecherà maggiori vantaggi tra la scelta della separazione consensuale o di quella giudiziale.
Difatti l’avvocato/a non può e non deve mai sostituirsi alla
donna ma deve solo sostenerla nelle sue scelte.
Proprio il modo in cui verranno date tutte le informazioni necessarie sarà determinante nella costruzione dell’indispensabile rapporto di fiducia ed alleanza con l’avvocato/a.
Di frequente nel caso delle donne che possiamo definire “reticenti” l’avvocato/a si trova di fronte una donna che non pone richieste esplicite ma piuttosto formula domande generiche su una vasta
gamma di informazioni legali (assegnazione della casa, mantenimento, affidamento dei figli). Talora parla di amiche che hanno un
problema, altre volte di avere sentito in televisione la storia di una
donna maltrattata.
Ora, tenendo ben presenti gli indicatori di maltrattamento
descritti nella prima parte di questo opuscolo unitamente al ciclo
della violenza, per l’avvocato/a è possibile rilevare alcuni segnali
sull’esistenza profonda del maltrattamento già dal primo colloquio,
e utilizzarli per aiutare la donna a parlare dei vissuti legati alla violenza taciuta, e subita talora per diversi anni.
Occorrerà chiarire esplicitamente alla donna che l’esigenza di
conoscere la vicenda le sarà utile per il superamento delle paure e
del disagio che il maltrattamento le ha determinato; e all’avvocato/a
per una maggiore comprensione del problema e quindi una migliore individuazione dello strumento giuridico da utilizzare. Con la
puntualizzazione che, permanendo il vincolo del segreto professio-
54
II parte
nale, quei fatti e quelle circostanze, senza la necessaria autorizzazione della donna, non saranno portati alla conoscenza del giudice.
Quando la donna manifesta paure circa le conseguenze che da
una denuncia dei maltrattamenti possono derivare ai figli ed al
marito è chiaro che la stessa è soggetta a tutta una serie di convincimenti errati legati ad informazioni confuse o distorte e da una
serie di stereotipi che sono stati descritti nella parte penale. Questi
stereotipi, uniti a sentimenti di vergogna ed imbarazzo nei confronti della famiglia e degli amici incidono fortemente nella rivelazione
dei maltrattamenti subiti. In questo caso, ove sia necessario l’intervento di più figure professionali, esse manifestano un forte disagio
a far conoscere a più soggetti le proprie vicende personali.
Le donne che arrivano dopo un percorso
Le donne che arrivano a parlare con l’avvocato/a, dopo avere
denunciato e/o preso contatto con altri/e operatori/trici, certamente
rendono più agevole la rivelazione della violenza in sede civile,
anche se in alcuni casi potranno anch’esse mostrarsi reticenti per la
difficoltà a ripetere a più persone ed in contesti diversi la stessa
vicenda, specie nel caso in cui è attivo un percorso psicoterapico e
la donna tende a proteggere i vissuti portati in terapia. Occorrerà
aiutarla a distinguere i vari aspetti sottolineando l’importanza della
ricostruzione della violenza anche in ambito civile ed esplicitando
e nominando quanto ciò sarà certamente difficile per lei. Inoltre un
buon lavoro d’équipe sarà fondamentale in questi casi, attraverso
uno stretto raccordo tra gli/le operatori e operatrici con cui la donna
è entrata in contatto nel percorso di uscita dalla violenza.
Linee guida d’intervento
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ACCOMPAGNAMENTO NEL PERCORSO
DELLA SEPARAZIONE
Intraprendendo il percorso per giungere alla separazione dei
coniugi, sia consensuale che giudiziale, si incontra spesso, nell’approccio con la donna, un’altra difficoltà che è quella di far ben comprendere la diversa valenza che il suo racconto può avere dal punto
di vista giuridico.
Infatti spesso la donna pensa che il “Giudice”, o in genere la
“Legge”, darà piena soddisfazione a tutte le istanze di giustizia di
cui si fa portatrice.
È necessario spiegare che possibilmente nella vicenda interverranno più giudici: uno che si occupa del giudizio penale, se è stata
denunciata o si denuncerà la violenza; un altro che si occupa della
separazione o del divorzio, ed un altro ancora, il giudice minorile,
che interverrà sempre, anche quando i genitori del minore non
hanno contratto matrimonio.
Al contempo bisogna far ben comprendere alla donna che tutte
le azioni che verranno compiute hanno e avranno una valenza giuridica ben precisa.
È emblematico il caso di quelle donne che, manifestando una
grande confusione nella gestione della loro vita attuale, spesso dopo
avere denunciato i maltrattamenti subiti dai/lle figli/e da parte del
padre, ed avere ottenuto anche il divieto di visita per costui nei
riguardi dei minori, quando si tratta di decidere per la separazione
dal coniuge si pongono nella disponibilità di far incontrare comunque il genitore con i figli, disattendendo così la decisone del
Tribunale dei Minorenni e mettendo spesso sé e i/le bambini/e in
situazioni di grave pericolo. La giustificazione che danno del loro
operato è tutta nella frase “Volevo venirgli incontro”, “È il padre
dei bambini”.
Quando ci si imbatte in questa tipologia di donne è necessario
comprendere l’importanza di affiancare al percorso legale una figura professionale che abbia delle competenze psicologiche e cono-
56
II parte
scenza degli effetti del maltrattamento. Ciò per aiutarla a chiarire le
dinamiche comportamentali e le condotte di rischio, che oltre a mettere a repentaglio la sicurezza dell’adulto e dei/lle minori, possono
determinare o una battuta d’arresto nella causa di separazione o
addirittura un effetto negativo sul giudizio che il magistrato deve
formulare nei confronti della donna come moglie e come madre ed
anche, eventualmente, precludere la via del riconoscimento della
responsabilità della fine del matrimonio sul coniuge maltrattante o
addirittura abusante.
Nel percorso di separazione (sia consensuale ed in particolare
giudiziale), come emerge dall’esperienza dei centri di consulenza
giuridica dei Centri Antiviolenza, si evidenziano alcuni aspetti rilevanti e peculiari dal punto di vista prognostico sulle procedure e le
strategie da mettere in campo a fronte di situazioni che tipicamente
si ripetono.
Accade spesso, infatti, che nei casi in cui la donna ha denunciato le violenze subite e si è attuato uno scenario di protezione per
lei ed eventuali minori, e all’interno di una dinamica ambivalente
della donna che oscilla tra onnipotenza (io ti cambierò, ti salverò a
tutti i costi) ed impotenza (non posso far nulla), essa può mettere
in atto tutta una serie di comportamenti in cui si mette a rischio:
incontra il marito, facendogli vedere i bambini, al di fuori dei contesti di tutela previsti dai provvedimenti del tribunale (per i minori o il giudice tutelate del tribunale ordinario). In questi casi occorrerà, comunque, aiutare la signora a valutare la dinamica in atto e
le condotte di rischio, che oltre a mettere a repentaglio la sicurezza di lei e dei minori, possono determinare una battuta d’arresto nel
percorso civile, e spiegarle bene quali sono le conseguenze sul
piano civile.
BIBLIOGRAFIA
Bibliografia
59
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Ruggerini M.G., Elisei S., (a cura di), Ascoltare il silenzio:
“quello che le donne non dicono”Ricerca sulla percezione della
violenza di genere da parte degli operatori dei servizi del Distretto
36, Anteprima, Palermo, 2004.
http://www.sivic.org/
Sito sulla violenza domestica per medici e operatori sanitari.
INDICE
Presentazione ..........................................................................................................
Produrre strumenti per la quotidianità per chi opera ....................
7
7
I parte - La violenza verso le donne
Testo di Adriana Piampiano
Materiali approntati da Stefania Campisi
Verso una definizione di violenza di genere .......................................
Tipi di violenza .......................................................................................................
Stereotipi e luoghi comuni sulla violenza ............................................
Ciclo della violenza .............................................................................................
Motivi per cui non si lascia il partner .....................................................
Conseguenze della violenza ...........................................................................
Chiedere aiuto ..........................................................................................................
L’incontro con la donna ....................................................................................
Valutazione del rischio ......................................................................................
Scenario di protezione - Piano di sicurezza ........................................
15
21
24
26
27
27
32
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37
II parte
Linee guida d’intervento per Avvocati/e
Testi di Claudia Pedrotti ed Elvira Rotigliano
A cura di Anna Immordino
Assistenza legale alle donne che subiscono abuso sessuale
e maltrattamento .....................................................................................................
Ambito penale .........................................................................................................
Ambito civile ............................................................................................................
Accompagnamento nel percorso della separazione .......................
43
44
51
55
Bibliografia ...............................................................................................................
59
finito di stampare
nel mese di novembre 2004
presso lo stabilimento tipografico
Anteprima s.r.l.
di Palermo
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LA VIOLENZA VERSO LE DONNE E LE PROFESSIONI DI