C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. La vulnerabilità degli immigrati Emilio Reyneri 1. L’Italia paese di immigrazione Secondo Istat [2005b], i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia nel 2005 sono 2.700.000, di cui 2.400.000 residenti (cioè iscritti all’anagrafe), per il 93% provenienti da paesi a forte pressione emigratoria e quindi essenzialmente immigrati per motivi di lavoro o loro familiari. La crescita è stata molto veloce soprattutto dopo il 2001, quando i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti erano la metà. Tale aumento è dovuto principalmente alla massiccia regolarizzazione del 2001-2002, che ha interessato oltre 650.000 lavoratori immigrati. A costoro si sono aggiunti coniugi e figli poi entrati con un permesso per ricongiungimento familiare, i nuovi nati (ancora pochi, ma in forte aumento) e un flusso abbastanza ridotto di nuovi ingressi per lavoro (soltanto dal 2004 la quota annua prevista, escludendo gli stagionali, ha superato i 100.000). Si è stimato che i due terzi degli immigrati attualmente presenti abbiano trascorso un periodo più o meno lungo di soggiorno non autorizzato, essendo entrati in Italia clandestinamente o più spesso con un permesso di breve durata [Blangiardo 2005]. E la percentuale è ancora maggiore per i lavoratori, poiché molti figli e coniugi sono entrati con un permesso per motivi familiari. Ai regolari si devono aggiungere 500.000 immigrati senza permesso di soggiorno, secondo le stime dell’Ismu [2006b]. I cittadini stranieri effettivamente presenti in Italia sarebbero, dunque, circa 3.200.000, con una forte polarizzazione tra i 500.000 non autorizzati e i quasi 1.500.000 soggiornanti da oltre 5 anni. Si devono, infine, aggiungere coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana, quasi tutti per matrimonio, poiché la via della naturalizzazione si è rivelata impervia e limitata a poco più di 1.000 casi l’anno1. Sui naturalizzati, stimati in circa 300.000, finora è praticamente impossibile avere alcuna informazione. 1 A parte il requisito di ben 10 anni di ininterrotta residenza (prima della riforma della legge sulla cittadinanza, che ha favorito i discendenti degli emigrati italiani, erano 5 anni), l’ostacolo maggiore è costituito dalle procedure burocratiche lunghissime (fino a 3 anni) e discrezionali (la percentuale di rifiuti è superiore al 50%). La complessità delle procedure ha reso difficile anche la concessione ai regolarmente occupati da 5 anni della carta di soggiorno, che non richiede il rinnovo biennale. 1 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. I paesi di provenienza sono oltre 160, ma negli ultimi anni si è avuta una concentrazione delle presenze in un ristretto numero di paesi. Secondo stime Ismu [2006b], il 56% degli immigrati presenti nel 2005 proviene da sette paesi (in ordine di importanza Albania, Romania, Marocco, Ucraina, Cina, Filippine e Tunisia) e quasi il 40% solo dai primi tre. L’Italia rimane comunque un paese di immigrazione senza uno o due gruppi nazionali o etnici dominanti, contrariamente a quanto accade in quasi tutti gli altri paesi europei. A lungo termine, ciò rende meno probabile che si formino società chiuse, anche se il processo di chiusura etnica dipende largamente dalle politiche adottate dal paese di accoglienza 2, ma a breve possono sorgere seri problemi di comunicazione e di comprensione reciproca e per i gruppi più piccoli rischi di isolamento e carenza di reti di solidarietà. I cittadini stranieri regolarmente presenti (compresi quindi i non residenti) sono nel 2005 il 4,6% alla popolazione italiana; se aggiungiamo i non autorizzati si arriva al 5,4%. Naturalmente molto forti sono le differenze territoriali, perché gli immigrati si sono insediati soprattutto nelle regioni settentrionali: in Lombardia, Veneto ed Emilia superano il 6% della popolazione (quasi 8% considerando anche i non autorizzati), mentre nel Mezzogiorno raggiungono appena l’1,5% (neppure il 2% comprendendo i non autorizzati). Sono livelli importanti, soprattutto perché raggiunti in pochi anni, ma restano decisamente inferiori a quelli non solo dei vecchi paesi europei di immigrazione (Germania 9%, Regno Unito oltre 8%, Francia 6% trascurando i molti naturalizzati), ma anche degli altri paesi di recente immigrazione dell’Europa meridionale. In particolare, va rilevato come in Spagna, dopo l’ultima massiccia regolarizzazione, gli immigrati abbiano raggiunto quasi il 10% della popolazione. La percentuale di immigrati in Spagna era inferiore a quella dell’Italia sino ad oltre la metà degli anni Novanta, quindi il sorpasso è avvenuto recentemente sull’onda del boom economico spagnolo, cui si deve un aumento della domanda di la voro molto maggiore che non in Italia. 2. Carenza di informazioni e peculiarità del problema Nonostante l’Italia sia diventata a pieno titolo un paese di immigrazione, non disponiamo ancora di informazioni adeguate per valutare né le caratteristiche delle persone immigrate, né i modi e le criticità del loro inserimento nel sistema sociale ed economico. Soltanto da pochissimo, infatti, 2 Come ha confermato una recente ricerca comparativa [Koopmans, Statham, Giugni e Passy 2005]. 2 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. l’apparato di rilevazione statistico si sta attrezzando per connotare anche con la cittadinanza o il paese di nascita i risultati delle rilevazioni, sia campionarie sia amministrative. In particolare non disponiamo ancora di un’indagine a scala nazionale sulle condizioni di vita e di lavoro che tenga conto della presenza di persone immigrate. Per cogliere i loro rischi di vulnerabilità sarà, perciò, necessario fare ricorso ad indicatori di varia natura, a volte indiretti o tratti da indagini parziali, o a studi su scala locale. Occorre, però, premettere che gli immigrati si distinguono nettamente dalle consuete fasce della popolazione a rischio di esclusione per la fragilità di alcune loro caratteristiche personali (l’età elevata, la scarsa formazione, ecc.). Infatti, se si escludono i rifugiati (che sono molti pochi, perché l’Italia ha scarsi legami con i paesi da cui provengono ed una legislazione ben poco accogliente), gli immigrati non sono affatto deboli quanto a caratteristiche personali. I bambini sono pochi e gli anziani quasi non esistono, i livelli di istruzione sono spesso elevati o molto elevati, la salute è quasi sempre molto buona (almeno all’ingresso) e le risorse motivazionali sono spesso eccezionali. L’emigrazione è sempre un processo auto-selettivo: sono le persone relativamente più forti e intraprendenti quelle che emigrano. E la selezione è ancora più dura quando l’emigrazione non è autorizzata e comporta dei costi e dei rischi non piccoli. Ma ad una posizione forte sul piano soggettivo si contrappone una grave debolezza strutturale. Alla mancanza della cittadinanza politica e per molti aspetti anche di quella sociale (soprattutto per chi è in posizione non regolare) si aggiunge l’impossibilità di contare sulle reti di solidarietà primaria (la famiglia allargata, la parentela, il vicinato, ....), che sono così importanti nella realtà italiana La solidarietà su base etnica o nazionale supplisce solo parzialmente, sia perché la sua densità varia da un gruppo all’altro, sia perché spesso non è in grado di offrire sostegni adeguati [Ambrosini 1999]. Pertanto, l’immigrato che perde il lavoro, che viene sfrattato, che si infortuna o si ammala, che subisce un furto rischia molto più spesso di precipitare nell’esclusione sociale di un italiano, anche se è dotato di capacità e qualità personali molto migliori. Per descrivere il modello di inserimento degli immigrati in Italia a volte si suole contrapporre una cittadinanza economica in larga misura raggiunta grazie al lavoro ad una cittadinanza sociale ancora molto debole per lo scarso accesso alla casa, alla scuola e agli altri servizi sociali. Nel suo ultimo rapporto Ismu [2006b] fa osservare come questa valutazione pecchi di ottimismo, perché trascura il fatto che il forte inserimento occupazionale è avvenuto soltanto grazie ad un’altrettanto forte discriminazione, che ha consentito di riservare i posti di lavoro migliori agli italiani, segregando gli immigrati in quelli peggiori. Questa osservazione invita ad articolare l’analisi sulla vulnerabilità degli immigrati in tre grandi aree: 3 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. 1. la dimensione quantitativa dell’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro italiano: tassi di occupazione e di disoccupazione: 2. la dimensione qualitativa: settore economico, qualificazione professionale, posizione lavorativa, retribuzioni e condizioni di lavoro; 3. la cittadinanza sociale: casa, scuola, devianza, politiche sociali. 3. Un inserimento forte nel mercato del lavoro Se guardiamo ai due principali indicatori globali, il tasso di disoccupazione e quello di occupazione, l’inserimento delle persone immigrate (e in particolare dei maschi) nel mercato del lavoro italiano risulta decisamente positivo, soprattutto in un quadro comparativo con i paesi europei di vecchia immigrazione. I dati su cui si fonda questa valutazione sono quelli del Censimento della popolazione del 2001 [Istat 2005a] e quelli dell’indagine sulle forze di lavoro del 2005 [Istat 2006a] che fornisce i primi dati sugli immigrati e ovviamente prendono in considerazione tutti e soltanto i cittadini stranieri residenti. Quindi, rispetto a coloro che siamo soliti considerare “immigrati”, cioè provenienti da paesi a minor livello di sviluppo, questi dati offrono una valutazione sia per eccesso sia per difetto, poiché da un lato comprendono i cittadini di paesi ricchi (dalla Svizzera al Giappone, dai paesi della vecchia Unione Europea agli Stati Uniti) e dall’altro escludono gli immigrati non residenti, oltre ovviamente a quelli presenti in modo non autorizzato. Ma gli stranieri dei paesi ricchi sono ormai solo il 7% dei residenti e non dovrebbero distorcere molto l’analisi, mentre è ragionevole pensare che gran parte degli immigrati non iscritti all’anagrafe abbiano un progetto migratorio temporaneo e siano destinati a rientrare presto al paese di origine. Infine, un’indagine condotta periodicamente sulla Lombardia dall’Ismu consentirà di avere indicazioni preziose sulla condizione di inserimento nel mercato del lavoro anche degli immigrati non autorizzati. La tabella 1 rivela che i tassi di disoccupazione dei cittadini stranieri sono nel complesso un poco superiori a quelli degli italiani, ma la differenza è dovuta quasi tutta alle donne, poiché per i maschi è praticamente nulla. Un confronto con quanto accade in altri paesi europei è addirittura sorprendente. Infatti, nella media dei paesi dell’Unione Europea (Italia esclusa) il tasso di disoccupazione dei cittadini non-Unione Europea è oltre il doppio di quello dei cittadini nazionali: il 15,8% contro il 7,1% nel 2002 e negli anni precedenti la situazione è identica, quasi senza differenze tra maschi e femmine [Kiehl e 4 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. TAB. 1. Tasso di disoccupazione degli italiani e degli stranieri Stranieri Italiani Maschi Femmine Totale Maschi Femmine Totale 2001* 2005** 8.1 6.8 18.5 15.4 12.1 10.2 9.4 6.1 14.7 9.8 11.6 7.6 2005** Nord 9.7 Centro 10.0 Sud 12.8 Nord 3.8 Centro 6.1 Sud 14.3 * Censimento ** Indagine sulle forze di lavoro Werner 1999; Werner 2003] 3. Soltanto nei paesi dell’Europa meridionale di nuova immigrazione lo scarto risulta minore: nel 2002 il tasso di disoccupazione dei non comunitari è superiore appena del 50% a quello dei nazionali in Spagna e quasi eguale in Grecia. Nei paesi dell’Europa centrosettentrionale di vecchia immigrazione l’elevata disoccupazione dei cittadini non-comunitari, ormai da tempo insediati, si può spiegare con la drastica riduzione dei posti di lavoro industriali per occupare i quali erano immigrati e con le difficoltà di inserimento delle seconde generazioni. Invece, nei nuovi paesi di immigrazione, come in Italia, chi è entrato recentemente non ha avuto problemi a trovare lavoro perché è andato a soddisfare una domanda di lavoro che esiste. Ma si può anche pensare che in questi paesi l’ancor debole radicamento impedisca ai recenti immigrati l’accesso vuoi agli (scarsi) sostegni pubblici per i disoccupati, vuoi alle reti di solidarietà familiare e li costringa quindi a trovar lavoro al più presto oppure a ritornare al paese di origine o ad emigrare altrove. Mentre la minore riduzione dal 2001 al 2005 del tasso di disoccupazione degli immigrati ha scarso significato perché le fonti sono diverse4, rilevanti sono invece le differenze di genere e apparentemente paradossali quelle territoriali. Le immigrate sono molto più disoccupate delle italiane e il tasso di disoccupazione raggiunge livelli particolarmente elevati per le donne che 3 A titolo di curiosità, si può ricordare che in Germania nel triennio 2001-2003 gli immigrati italiani avevano un tasso di disoccupazione di poco inferiore al 18% contro una media del 8% [Ismu 2006b]. 4 L’indagine Ismu sulla Lombardia [2006a], che comprende anche i non autorizzati, mostra una maggiore riduzione del tasso di disoccupazione degli immigrati dal 15,6% del 2001 al 8,4% del 2005, in linea con quella degli italiani. 5 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. hanno figli con se in Italia [Reyneri 2006]. Per costoro le difficoltà di conciliare il lavoro con le responsabilità familiari sono davvero molto forti, poiché i servizi pubblici sono scarsi, quelli privati troppo costosi e il sostegno familiare è quasi sempre inesistente [Zanfrini 2006]. In contesti simili, le donne italiane spesso ricadono nell’inattività; invece le immigrate, spinte probabilmente da un maggiore bisogno economico, insistono nella ricerca di un lavoro compatibile con la cura dei figli. Nel Mezzogiorno, su livelli ovviamente più alti, il tasso di disoccupazione degli immigrati è addirittura inferiore a quello degli italiani. Ciò si deve alla molto maggiore mobilità territoriale degli immigrati, che li porta a trasferirsi facilmente dove è più agevole trovare lavoro5. Perciò, di immigrati disoccupati nelle regioni meridionali ne restano relativamente pochi. Quanto alle altre caratteristiche personali, pur mancando ancora di dati conclusivi, il tasso di disoccupazione dei giovani immigrati sembra molto inferiore a quello dei coetanei italiani e per contro quello degli adulti parecchio superiore, con una situazione di equilibrio per i trentenni [Istat 2005a]. Ciò si spiega con il fatto che ben pochi sono gli immigrati con oltre 18 anni che vivono con i genitori in Italia e possono quindi permettersi una lunga attesa del primo lavoro come i loro coetanei italiani. Perciò la condizione di disoccupazione degli immigrati risulta più grave di quanto indichi il mero confronto tra i due tassi di disoccupazione totali, data la nota scarsa generosità delle indennità di disoccupazione in Italia 6. Benché tra i disoccupati immigrati la presenza degli adulti sia parecchio maggiore che non tra gli italiani, colpisce che il livello di istruzione non influisca sul rischio di restare senza lavoro. Come ormai dovrebbe essere noto, tra gli immigrati vi è un’alta percentuale di laureati e diplomati. Ancora raramente i titoli di studio conseguiti in paesi lontani e con sistemi scolastici molto diversi sono riconosciuti in Italia 7, perciò nelle statistiche amministrative la stragrande maggioranza figura privo di titolo di studio. Non resta, quindi, che affidarsi alle dichiarazioni degli immigrati, anche scontando una certa 5 Da sempre in Italia esiste una strettissima correlazione a livello regionale tra tutti gli indicatori di presenza degli immigrati (sia persone che lavoratori) e il tasso di disoccupazione: gli immigrati sono ovviamente molto più presenti nelle regioni ove il tasso di disoccupazione è minore. 6 Cui gli immigrati hanno per di più difficoltà di accedere, perché è richiesta una discreta continuità lavorativa regolare per almeno due anni. Purtroppo nell’attività di monitoraggio delle politiche del lavoro svolta dal Ministero del lavoro finora non vi è traccia della cittadinanza dei destinatari. 7 Il riconoscimento del titolo di studio prevede dapprima un accordo con il paese di origine e poi una lunga e defatigante procedura, che può fallire ad ogni passo per disguidi di varia natura. Si può pensare che le difficoltà poste dalla burocrazia italiana abbiano la funzione latente di contribuire a “trattenere” gli immigrati ai livelli più bassi della scala professionale. 6 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. sopravvalutazione. Nel Censimento 2001, che considera la popolazione residente con oltre 5 anni, gli stranieri con un titolo universitario superano il 12% contro il 7,4% degli italiani e quelli con un diploma superiore raggiungono il 27,8% contro il 25,8% [Istat 2005a]. Ma queste differenze sono in larga misura dovute alla diversa composizione per età. Secondo i dati dell’indagine sulle forze di lavoro [Istat 2005b], nel 2005 tra gli stranieri occupati quasi il 10% aveva una laurea e oltre il 39% un diploma 8. Sono livelli non molto inferiori a quelli del totale degli occupati, italiani e stranieri, che sono laureati per il 14% e diplomati per il 43%. Dunque, si potrebbe pensare che un maggior capitale umano consenta un migliore inserimento nel mercato del lavoro e un minor tasso di disoccupazione 9, ma così non è. Per il momento possiamo disporre soltanto dell’indagine sugli immigrati in Lombardia 10 condotta periodicamente dall’Ismu, che comprende anche quelli non autorizzati. Secondo il campione lombardo11, nel 2004 gli immigrati diplomati e laureati hanno tassi di disoccupazione leggermente inferiori alla media, ma, se si prendono in considerazione alcune caratteristiche di controllo (genere, età, periodo di arrivo, status del soggiorno, paese di origine), le differenze perdono ogni significatività. Si conferma, quindi, quanto già emergeva da analisi meno raffinate [Zanfrini 2000; Reyneri 2004]. Almeno a medio termine (la grande maggioranza degli immigrati presenti è in Italia da meno di 10 anni), a parità di altre condizioni, i più istruiti non trovano più facilmente un lavoro. Si può pensare che di fronte alla prospettiva di svolgere attività scarsamente qualificate e spesso penose, la sola che si apra loro, come vedremo, non pochi immigrati istruiti si rassegnino a rimanere nell’ambigua zona di confine tra disoccupazione e occupazione precaria. Soltanto quando i laureati riescono a far riconoscere il proprio titolo di studio il loro tasso di disoccupazione crolla a livelli decisamente inferiori [Zanfrini 2006]. 8 Per una rassegna, anche se un po’ invecchiata, delle indagini sui livelli di istruzione degli immigrati si può vedere Reyneri [2004]. 9 Peraltro solo in alcuni paesi europei tra i cittadini non comunitari ad un maggior livello di istruzione corrispondono minori tassi di disocupazione. In un contesto di immigrazione da tempo insediata, la relativamente elevata disoccupazione degli immigrati istruiti viene attribuita alla discriminazione nei loro confronti [Kiehl e Werner 1999]. 10 Poiché in Lombardia risiede quasi un quarto degli immigrati presenti in Italia, i risultati di questa indagine regionale assumono un grande rilievo. 11 Qui non si fa riferimento alle consuete indagini periodiche dell’Ismu, ma ad elaborazioni condotte su un’indagine condotta dall’Ismu per l’Ires Lombardia nel 2004 con criteri simili, i cui primi risultati sono stati presentati ad una conferenza che si è svolta il 4-6 giugno 2006 presso il Department of Sociology dell’Università di Oxford nel quadro del network di eccellenza Equalsoc [Reyneri 2006]. 7 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. I due fattori che più incidono sul rischio di restar disoccupato sono, invece, legati alla dinamica del movimento migratorio: il periodo di arrivo e la condizione giuridica del soggiorno in Italia, che sono ovviamente tra loro abbastanza connessi. Ricorrendo all’indagine Ismu [2006a] sugli immigrati in Lombardia, il tasso di disoccupazione degli entrati in Italia negli ultimi due-tre anni risulta più che doppio rispetto a quello medio, mentre non vi sono significative differenze per chi è entrato prima 12. Tra gli ultimi entrati è anche enormemente maggiore la percentuale di chi non possiede un permesso di soggiorno valido per lavorare. Ma anche se si controlla il periodo di arrivo13, l’impatto della condizione giuridica del soggiorno è fortissimo: rispetto alla probabilità di essere disoccupato degli immigrati che hanno la cittadinanza italiana o la carta di soggiorno pluriennale, quella di chi ha soltanto il permesso valido è quasi doppia 14 e quella di chi l’ha lasciato scadere o non l’ha mai avuto è quadrupla. Si può, dunque, concludere che gli immigrati che entrano in modo irregolare sono quasi tutti alla ricerca del lavoro, poi nell’arco di alcuni mesi ne trovano uno dapprima irregolare e successivamente regolare se nel frattempo hanno avuto la possibilità di far ricorso ad una sanatoria [Zanfrini 2006]. Naturalmente questo processo che vede nell’arco di pochissimi anni un buon inserimento degli immigrati dal punto di vista dell’accesso al lavoro (per lo più cattivo, ma di ciò si dirà più avanti) non tiene conto dell’autoselezione che può accompagnarlo. Infatti, anche se la letteratura sull’emigrazione sottolinea la forte resistenza al ritorno da fallimento15, si può pensare che tra chi dopo qualche tempo non riesce proprio ad inserirsi nel mercato del lavoro non pochi ritornino al paese di origine o tentino di emigrare altrove, abbassando il tasso di disoccupazione. Si conferma, infine, l’importanza che per l’inserimento occupazionale ha acquisire e mantenere il permesso di soggiorno. Se l’acquisizione è stata finora essenzialmente legata alle frequenti regolarizzazioni, la possibilità di non far scadere il permesso di 12 Anche in quasi tutti i paesi europei a maggiore anzianità di immigrazione corrispondono minori tassi di disoccupazione [Kiehl e Werner 1999]. 13 Grazie all’analisi della già citata indagine speciale Ismu -Ires Lombardia [Reyneri 2006]. 14 Coloro che hanno un permesso di soggiorno per asilo o protezione temporanea hanno però un tasso di disoccupazione relativamente elevato, oltre ad un’alta frequenza di lavori irregolari [Ismu 2006a]. Ciò indica lo stato di emarginazione in cui rischiano di restare confinati i rifugiati (per fortuna pochi) che hanno la sventura di chiedere asilo in Italia. 15 L’emigrazione è una sorta di scommessa tra chi parte e chi rimane e l’emigrato tenterà a tutti i costi di ritornare “sconfitto”, perché per amici e parenti sarebbe “un morto che cammina”. 8 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. TAB. 2. Tasso di occupazione 15-64 anni (media 2005) Femmine Nord Centro Sud Totale Maschi Totale Stranieri Italiani Stranieri Italiani Stranieri Italiani 49.0 53.6 39.9 49.0 55.6 50.6 29.9 45.1 82.4 82.6 75.6 81.6 74.6 70.8 61.7 69.2 66.7 66.9 57.3 65.3 65.1 60.6 45.7 57.1 Fonte: Indagine sulle forze di lavoro soggiorno e di evitare il rischio dell’esclusione lavorativa è legata a eventi spesso al di fuori del controllo dell’immigrato, come si vedrà. A conclusioni simili si giunge considerando l’altro indicatore di inserimento quantitativo nel mercato del lavoro. Infatti, come mostra la tabella 2, il tasso di occupazione degli stranieri risulta addirittura superiore, e di molto, a quello degli italiani. La differenza appare particolarmente forte per i maschi: oltre 12 punti percentuali contro poco meno di 4 punti per le femmine. Ciò si deve in larga misura alla diversa composizione per età delle due popolazioni: tra gli immigrati minore è la presenza di cinquantenni e sessantenni, che tendono ad avere un minor tasso di partecipazione al lavoro. Tuttavia, anche tenendo conto della diversa composizione per età l’inserimento occupazionale degli stranieri è più elevato. Infatti, secondo il Censimento 2001 per tutte le classi di età sino ai 44 anni il tasso di occupazione degli stranieri è maggiore di quello degli italiani, mentre è inferiore soltanto oltre i 45 anni, quando tra gli stranieri residenti in Italia comincia ad essere rilevante la presenza dei pensionati dei paesi sviluppati [Istat 2005a]. Le differenze territoriali del tasso di occupazione sono speculari a quelle viste per il tasso di disoccupazione. Lo scarto a favore degli stranieri è maggiore nel Mezzogiorno: quasi 12 punti percentuali contro poco più di 6 nel Centro e neppure 2 nel Nord. Per i maschi il fenomeno si spiega come per la disoccupazione: gli emigrati rimangono nelle regioni meridionali, a scarsa occupazione degli italiani, soltanto se riescono a trovare un lavoro, altrimenti si muovono verso il Centro-Nord. Per le donne le differenze territoriali nello scarto tra straniere e italiane sono ancora maggiori anche perché quelle nel tasso di occupazione delle italiane sono altissime. Ancor più del tasso di disoccupazione, che può essere viziato da un “effetto di scoraggia mento”, quello di occupazione è considerato il principale indicatore per valutare l’inserimento delle donne immigrate nel mercato del lavoro. In tutti i paesi europei, tranne la Spagna e la Grecia, il tasso di occupazione delle immigrate è inferiore, anche di molto, a quello delle donne native [Werner 2003]. È quanto accade in Italia nelle regioni settentrionali, 9 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. ove il tasso di occupazione delle italiane si avvicina a quello dei paesi dell’Europa centro-settentrionale. Si può concludere, quindi, che in Italia, come in Spagna e Grecia, la differenza a favore del tasso di occupazione delle immigrate non sia tanto indice di un loro miglior inserimento nel mercato del lavoro, ma piuttosto il frutto dell’infimo tasso di occupazione delle donne native [Kiehl e Werner 1999]. Rielaborando i dati dell’indagine Ismu-Ires in Lombardia per il 2004 si può vedere come il tasso di occupazione degli immigrati vari anche per altri aspetti, oltre che per il genere e l’età. L’esito è speculare a quello visto per il tasso di disoccupazione [Reyneri 2006]. Infatti, è molto meno probabile che abbiano un’occupazione coloro che sono entrati più recentemente e coloro che non hanno un permesso di soggiorno valido, mentre il livello di istruzione non ha alcuna influenza. Particolarmente escluse dal lavoro sono le donne sposate con figli presenti in Italia. Infine, seguendo la stessa via, è possibile avere qualche indicazione sui gruppi nazionali più o meno inseriti nel mercato del lavoro, almeno per quanto riguarda la Lombardia. Anche se vi è qualche discrepanza tra probabilità di essere disoccupato e di essere occupato, a parità di altre condizioni gli immigrati meglio inseriti sembrano essere quelli che provengono da Ucraina, Romania, Cina ed Equador e i meno inseriti quelli che provengono dai paesi dell’ex-Yugoslavia, dal Perù, dagli altri paesi dell’Europa orientale, da India e Pakistan, e dal Nord Africa. 4. Dequalificazione professionale e discriminazione Secondo i primi dati dell’indagine sulle forze di lavoro il 5,4% degli occupati pari a 1.213.000, sono cittadini stranieri residenti. In realtà, poiché soltanto il 90% degli stranieri in regola con il permesso di soggiorno si iscrive all’anagrafe, occorre rivalutare questa percentuale e portarla al 6%. Se poi consideriamo che i cittadini non comunitari sono esclusi dal pubblico impiego si arriva per il settore privato ad una percentuale del 6,2% (da rivalutare al 6,8%). Inoltre, tenendo conto che, come si dirà, gli stranieri sono ancora poco inseriti nel lavoro indipendente, si può stimare che i cittadini stranieri sfiorino l’8% (da rivalutare sino al 9%) dell’occupazione dipendente privata. Si comprende come la percentuale di non-comunitari tra i nuovi rapporti di lavoro dipendente stipulati nel corso di un anno possa essere cresciuta da poco più del 10% nel 2001 sino a superare il 17% nel 2004 e nel 2005 [dati del “contatore” Inail]. La presenza degli immigrati molto più elevata nel flusso delle assunzioni piuttosto che nello stock degli occupati si spiega in larga misura con il fatto che si tratta per lo più di “nuovi entrati” nel mercato del lavoro italiano, ove una proporzione cospicua di italiani è stabilmente inserita 10 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. da tempo, ma può essere anche un segnale di una loro maggiore mobilità e quindi instabilità occupazionale. La seconda ipotesi è confermata da Venturini e Villosio [2002], che mostrano come nel decennio 1986-1996 il turnover dei lavoratori immigrati sia molto maggiore di quello degli italiani. La distribuzione territoriale degli occupati stranieri è ancor più squilibrata di quella della popolazione straniera, se si ricordano le differenze territoriali nei tassi di occupazione. Secondo l’indagine sulle forze di lavoro nel 2005 [Istat 2006a], poco meno dei due terzi dell’occupazione straniera si concentra nel Nord, intorno ad un quarto nel Centro e soltanto l’11% nel Mezzogiorno. Se si considera che metà degli occupati italiani risiede nel Nord e ben il 30% nel Mezzogiorno, si può stimare che gli immigrati raggiungano il 7% (da rivalutare quasi all’8%) dell’occupazione totale nel Nord e non vadano oltre il 2% nel Mezzogiorno. Questa enorme disparità è ben rivelata dai dati Inail sulle assunzioni: nel 2005 a fronte di una media nazionale pari al 17,3% i noncomunitari raggiungono il 23% in Veneto e Friuli e il 22% in Lombardia ed Emilia, mentre in nessuna regione meridionale superano il 7%. Gli immigrati, dunque, sono particolarmente ben inseriti nelle regioni più ricche del paese, ove l’offerta di lavoro nativa non riesce a far fronte ai bisogni della domanda, sia per motivi demografici, sia per le aumentate aspirazioni professionali delle nuove e più istruite generazioni. Ma quali posti di lavoro gli immigrati vanno ad occupare? La tabella 3 mostra innanzitutto che la percentuale di immigrati occupati in agricoltura è praticamente uguale a quella degli italiani. Non vi è contrasto, però, con tutte le indagini locali che registrano una forte e crescente presenza di immigrati sia nei lavori di raccolta (dai pomodori alle fragole, dalle mele alle olive), sia nelle stalle e sui pascoli. Infatti, queste attività sono svolte principalmente o da immigrati con permesso stagionale 16 e quindi non residenti o da immigrati senza permesso, che ovviamente anch’essi non sono compresi in rilevazioni fondate sulle anagrafi. Per gli stessi motivi è sottostimata l’occupazione degli immigrati in edilizia e in alcuni rami dei servizi (dal turismo al lavoro domestico). Tutto ciò non toglie che emerga un quadro dell’inserimento occupazionale degli immigrati molto più industriale ed edile di quanto comunemente si pensi. Certamente, buona parte degli immigrati sono entrati per svolgere lavori di servizio legati alla riproduzione della società, consentendo alle donne italiane di accedere sempre più a occupazioni retribuite senza modificare la tradizionale divisione del lavoro familiare, ma molti immigrati sono andati nelle fabbriche e sui cantieri a 16 Peraltro l’Inps, che registra anche gli stagionali, rileva una recente stabilizzazione degli immigrati occupati (quasi tutti a tempo determinato) in agricoltura, sicché nel 2002 la loro percentuale sul totale dei lavoratori non-comunitari è scesa ai livelli stimati per il 2005 dall’indagine sulle forze di lavoro. 11 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. TAB. 3. Composizione dell'occupazione per settore (in %) 2001* Agricoltura Costruzioni Industria manifatturiera Servizi Totale Stranieri Italiani 5,9 12,2 32,6 49,3 100,0 5,5 8,0 25,1 61,4 100,0 2005** +0,4 +4,2 +7,5 -12,1 Stranieri Italiani 4,5 15,8 25,0 54,7 100,0 4,4 8,2 22,5 64,9 100,0 +0,1 +7,6 +2,5 -10,2 * Censimento ** Indagine sulle forze di lavoro prendere il posto degli italiani, sempre meno disposti al lavoro operaio poco o nulla qualificato, ancora molto diffuso nei processi produttivi a bassa tecnologia e a scarsa innovazione, che costituiscono larga parte della struttura economica italiana. Secondo un sondaggio della Banca d’Italia, nell’industria manifatturiera i lavoratori immigrati costituiscono una quota più alta dell’occupazione nelle imprese di minori dimensioni e in quelle meno efficienti (che pagavano salari operai più bassi anche prima di assumerli, hanno un contenuto numero di ore di lavoro annue, sono meno dotate di computer e meno sindacalizzate) [Brandolini, Cipollone e Rosolia 2005]. I principali rami in cui la presenza di immigrati è più diffusa sono il tessile, la concia, il legno e arredamento, la gomma e plastica, l’agro-industria e la metalmeccanica. Dunque, il ricorso al lavoro degli immigrati consente alle imprese meno efficienti dei settori più tradizionali e low tech dell’industria italiana di continuare ad essere competitive sul piano internazionale. Ma questi sono i settori e le imprese che sono prima o poi destinate a soccombere alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo e in primo luogo della Cina17. A medio termine gran parte di questi posti di lavoro saranno a rischio, in assenza di profonde innovazioni di prodotto e di lavorazione, e i lavoratori che affronteranno le maggiori difficoltà saranno proprio gli immigrati, che, essendo molto più giovani, non potranno come i nativi aspirare alla mobilità lunga che li accompagni sino alla pensione. Minori rischi strutturali presenta la “sovra-occupazione” degli immigrati in edilizia, perché si tratta di un settore sottratto alla competizione internazionale. Ma le costruzioni sono soggette a variazioni congiunturali e una riduzione dell’attività pur temporanea può avere serie conseguenze per gli immigrati, che ormai superano il 10% dell’occupazione e in alcune province del Centro-Nord sono quasi un quarto degli iscritti alla Cassa edile. E non va 17 Già ora alcune imprese cinesi del distretto dell’abbigliamento di Prato sono entrate in crisi per la concorrenza dei prodotti made in China. 12 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. trascurato che insieme al lavoro domestico le costruzioni sono il settore che dà più lavoro agli immigrati irregolari, come si è visto anche dall’ultima regolarizzazione. Nei servizi, gli immigrati si concentrano nelle imprese di pulizia, nel settore degli alberghi e dei ristoranti, nei trasporti, nel commercio e soprattutto nel lavoro domestico e di assistenza domiciliare agli anziani. Sono anch’esse attività non esposte alla competizione e anche la stagionalità del turismo è regolare e prevedibile. I problemi stanno piuttosto nelle condizioni di lavoro, decisamente più precarie e soprattutto più dequalificate. La posizione lavorativa costituisce un importante indicatore del grado di integrazione e dei rischi di instabilità dell’occupazione degli immigrati, anche se saranno necessarie alcune precisazioni per evitare letture distorte. In particolare, l’accesso al lavoro indipendente è considerato un indicatore di integrazione, perché per avviare un’attività imprenditoriale o in proprio occorre che l’immigrato abbia acquisito le necessarie risorse economiche, professionali e culturali (compresa la conoscenza dell’ambiente economico) e sia riuscito a superare le chiusure che spesso rendono difficile l’accesso a tali attività. Per cercare di spiegare il (supposto) più rapido sviluppo del lavoro in proprio nei recenti flussi migratori è nata un’ampia letteratura sociologica sull’ethnic business [Ambrosini 2001; Codagnone 2003]. In realtà nei paesi europei la diffusione del lavoro indipendente tra gli immigrati è stata progressiva sino a raggiungere il livello dei lavoratori nazionali quasi ovunque verso la metà degli anni Novanta [Kiehl e Werner 1999; Werner 2003]. L’Italia sembra avviarsi sulla stessa strada. Come si vede dalla tabella 4, tra gli immigrati la percentuale di lavoratori autonomi, pur molto inferiore a quella degli italiani (che però è la più alta dei paesi sviluppati), non è piccola se si considerano: l’ancora scarsa presenza di immigrati con una lunga permanenza in Italia, il fatto che soltanto dal 1998 è diventato possibile a tutti gli immigrati trasformare il permesso da lavoro dipendente a indipendente 18, e infine la grande competizione degli italiani, che vedono ancora nel lavoro indipendente un importante canale di mobilità sociale. 18 Secondo il principio della reciprocità, prima ciò era possibile solo per gli immigrati da paesi ove gli italiani potevano avviare attività in proprio. 13 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. Tab. 4. Composizione dell'occupazione per posizione lavorativa 2001* % indipendenti % tempo parziale % tempo determinato*** Stranieri Italiani 19.8 16.5 21.6 26.7 11.1 15.9 2005** -6.9 +5.4 +5.7 Stranieri Italiani 15.0 17.9 12.5 26.7 12.7 12.3 -11.8 +5.2 +0.2 * Censimento ** Indagine sulle forze di lavoro *** Sul totale dei lavoratori dipendenti La riduzione della percentuale di indipendenti tra gli immigrati dal 2001 al 2005 non deve ingannare, perché si spiega con la sanatoria del 2002-2003, che ha regolarizzato la posizione di una gran quantità di nuovi arrivati, ovviamente occupati come dipendenti19. I dati sui permessi di soggiorno indicano che quelli per lavoro indipendente sono cresciuti da poco più del 4% nel 1997 fino al 13% nel 2002 e l’archivio delle imprese mostra che gli imprenditori non comunitari sono raddoppiati dal 1998 al 2003, passando da 1,8% a 3,2% di tutti gli imprenditori [Calzeroni 2005]. Un altro indice della crescente imprenditorialità risulta dall’ultima sanatoria: oltre il 17% delle domande di regolarizzazione per lavoro subordinato provenivano da datori di lavoro stranieri, per lo più cinesi, gli unici che impiegano soltanto connazionali [Zucchetti 2004]. Che occorra un consolidato insediamento economico e sociale prima di poter avviare un’attività indipendente è confermato dall’indagine sull’immigrazione in Lombardia condotta da Ismu [2005], ove si mostra come la probabilità di avere un’occupazione indipendente è fortemente legata ad un fascio di indici di stabilizzazione (anzianità di presenza in Italia, status del soggiorno, tipo di convivenza e condizione dell’alloggio). Inoltre, gli immigrati imprenditori e lavoratori in proprio si caratterizzano per l’età matura e il titolo di studio medio-alto. Per lo più essi valorizzano l’esperienza accumulata nello stesso settore produttivo da dipendenti, ma non pochi provengono da settori diversi, in cui non hanno potuto raggiungere posizioni impiegatizie e non hanno voluto rassegnarsi alle mansioni operaie qualificate. Il lavoro indipendente degli immigrati si concentra soprattutto in attività artigianali e commerciali ove la durezza del lavoro e degli orari rende sempre 19 Questo è senza dubbio il motivo per cui l’indagine Ismu [2006a] sulla Lombardia mostra una stabilità della percentuale di lavoratori indipendenti in Lombardia dal 2001 al 2005, nonostante il forte aumento dei lavoratori autonomi registrati presso le Camere di Commercio della regione. Inoltre si deve tener conto che nella tabella 4 la percentuale di indipendenti stranieri nel 2001 è sovrastimata, poiché il Censimento classifica tra gli indipendenti molte lavoratrici domestiche. 14 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. più difficile la successione generazionale degli italiani: dall’edilizia alle imprese di pulizia, dai laboratori di pelletteria e abbigliamento alle imprese di trasporti e facchinaggio, dalla ristorazione a basso prezzo ai panifici, dai bar al commercio ambulante e al dettaglio. Gli imprenditori non-comunitari lavorano per quasi il 41% nel settore commercio, alberghi e ristoranti (ove hanno raggiunto il 3,4% del totale degli imprenditori) e per oltre il 19% nelle costruzioni (ove sfiorano ormai il 5%). Questa presenza è ancora maggiore nelle regioni del Centro-Nord, poiché contro una media nazionale nel 2003 del 3,2% gli immigrati sono ben il 5,5% di tutti gli imprenditori in Friuli e poco meno del 4% in Lazio, Emilia, Veneto e Lombardia [Calzeroni 2005]. Data la struttura produttiva italiana e la discriminazione che frena la mobilità professionale degli immigrati, di cui si dirà, è facile prevedere che, man mano l’insediamento si consoliderà, la tendenza allo sviluppo dell’imprenditorialità degli immigrati20 continuerà a ritmi elevati, pur restando confinata nei settori e con le forme attuali. Anche la percentuale di lavoro a tempo parziale costituisce un indicatore utile per comprendere la qualità dell’inserimento occupazionale degli immigrati, anche se non si dispone ancora di dati conclusivi dall’indagine sulle forze di lavoro. Infatti, se dal Censimento 2001 risulta che la maggior diffusione del tempo parziale tra gli immigrati rispetto agli italiani (vedi la tabella 4) concerne essenzialmente le donne, poiché per i maschi le differenze sono minime, dall’analisi degli avviamenti al lavoro risulta che i maschi non comunitari sono assunti molto più spesso con rapporto part time. Ad esempio, considerando gli avviamenti al lavoro in provincia di Milano nel 2004 e 2005 per i maschi la proporzione di avviati a tempo parziale è tra gli immigrati il doppio di quella tra gli italiani e i cittadini dei paesi sviluppati [Barbieri e Reyneri 2006]. Questa enorme differenza non si spiega con un’eventuale diversa composizione settoriale degli avviamenti; anzi in alcuni settori ad alta presenza di immigrati maschi (costruzioni, servizi alle imprese) addirittura si 20 Non sembra corretto, invece, parlare di imprenditorialità etnica, poiché di regola le attività svolte dagli immigrati non danno luogo né ad enclaves chiuse alla società di arrivo, né a forme di ethnic business, fondate sulla possibilità di sfruttare risorse umane e finanziarie del gruppo etnico. Eccetto qualche negozio di beni alimentari e i call center per telefonate internazionali, le imprese degli immigrati si rivolgono a clienti italiani e/o lavorano in sub-appalto per imprese italiane. E molti imprenditori stranieri assumono lavoratori italiani o di altre nazionalità, come ha mostrato anche la regolarizzazione del 2002. Fanno eccezione i cinesi, che sfruttano intensamente il lavoro di familiari e connazionali e ricorrono a finanziamenti interni alla comunità. Ma i clienti sono esterni e spesso si tratta di subfornitura per imprese italiane. Si potrebbe persino sostenere che sono riprodotti con maggior durezza modelli tipici della società italiana, dai ristoratori toscani ai distretti industriali della Terza Italia, fondati sulla stretta relazione tra impresa e famiglia. 15 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. acuisce. Che nelle costruzioni, nei trasporti e nei servizi alle imprese (ove sono classificate le imprese di pulizia) un quinto degli immigrati maschi sia assunto a tempo parziale pare del tutto incongruo con quanto si sa dalle ricerche sul campo. È ragionevole pensare che in realtà si tratti per lo più di tempi pieni mascherati per risparmiare sul costo del lavoro, spesso con la complicità degli stessi immigrati, molti dei quali mirano a guadagnare quanto più possibile nel più breve tempo possibile in un’ottica di progetto migratorio temporaneo. Per i rapporti di lavoro dipendente, la durata del rapporto è essenziale per una valutazione della loro precarietà. Da questo punto di vista la situazione degli immigrati sembra recentemente molto migliorata, poiché, come mostra ancora la tabella 4, la proporzione di immigrati dipendenti a tempo determinato è diminuita da poco meno del 22% nel 2001 al 12,5% nel 2005, un livello praticamente identico a quello degli italiani. Se si guarda alle assunzioni registrate dall’Inail nel 2005, la percentuale di immigrati assunti a tempo determinato è addirittura inferiore a quella degli italiani: poco più del 47% contro quasi il 65%. I lavoratori immigrati sarebbero dunque meno precari degli italiani? Certamente da parte delle imprese di alcuni settori si manifestano segnali di una tendenza a “fidelizzare” gli immigrati che sono disposti ad accettare mansioni e condizioni di lavoro ormai rifiutate dai giovani italiani [Zucchetti 2004]. Tuttavia, poiché secondo l’indagine lombarda condotta dall’Ismu [2006a] la percentuale di occupati a tempo determinato crolla a favore di quella a tempo indeterminato proprio dal 2004 al 2005, si può pensare che il principale motivo sia un altro. Le norme della legge Bossi-Fini, entrate in vigore con parecchio ritardo, rendono più difficile rinnovare il permesso di soggiorno a chi ha un rapporto di lavoro a tempo determinato. Inoltre, probabilmente gli immigrati hanno compreso che un’assunzione a tempo indeterminato agevola l’accesso ad alcuni diritti civili (dal conto in banca al mutuo per la casa). D’altronde, le imprese non oppongono resistenza alla richiesta degli immigrati di essere assunti con un contratto a tempo indeterminato, almeno dopo qualche mese “di prova” come per gli italiani, perché sono per lo più di piccole dimensioni e quindi non incontrano seri ostacoli per “liberarsi” dei propri dipendenti. L’attuale normativa per il rinnovo dei permessi di soggiorno dovrebbe creare parecchi problemi ai non pochi immigrati che trovano lavoro come interinali. Infatti, dal 2001 al 2004 oltre il 19% delle missioni concernono lavoratori stranieri, con punte intorno al 30% per Veneto, Friuli e le due province lombarde (Brescia e Bergamo), ove maggiore è il peso dell’industria manifatturiera. È noto che il lavoro interinale è utilizzato soprattutto dalle imprese industriali, ma questa specificità si accentua ancor più per gli immigrati. Fortunatamente per gli immigrati, le loro missioni sono spesso 16 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. TAB. 5. Composizione dell'occupazione per livello professionale (Isco) nel 2005 Non manuali qualificate (1-3) Impiegati e addetti al commercio e ai servizi alla persona (4-5) Artigiani e lavori manuali qualificati (6-8) Occupazioni elementari (9) Totale Stranieri Italiani 8.6 17.3 35.7 28.3 -27.1 -11.0 41.7 32.3 100.0 27.5 8.5 100.0 +14.2 +23.8 0.0 Fonte: Indagine sulle forze di lavoro lunghe, come accade nell’industria manifatturiera: nel 2001 il 23% oltre 90 giorni e il 61% oltre 30 giorni [Calzaroni 2005]. Gli immigrati sono anche molto presenti nelle cooperative di lavoro, che frequentemente svolgono l’improprio ruolo di agenzie di fornitura di manodopera. Purtroppo non sono ancora disponibili dati, ma secondo molte interviste ad immigrati e testimoni privilegiati le “cooperative” (di facchinaggio, di pulizie, ecc...) sono diventate una delle principali vie di avviamento al lavoro degli immigrati, anche se a volte sono confuse con le vere e proprie agenzie di lavoro interinale. Parecchi immigrati, inoltre, denunciano la poca chiarezza delle retribuzioni e dei rapporti contrattuali con tali cooperative, che non sono quasi mai affiliate alle principali centrali cooperative e spesso sono al limite della legalità [Zanfrini 2006]. Infine, degli immigrati si dice che non sono molto presenti tra i collaboratori o lavoratori a progetto, che per lo più svolgono compiti professionalmente qualificati nei servizi. In realtà, secondo dati fiscali del 2000, i non-comunitari erano circa il 2,5% dei collaboratori [Calzaroni 2005], quando si può stimare che gli stranieri fossero intorno al 3% degli occupati. Tuttavia, considerato che si trattava di poco più di 15.000 collaboratori, si può pensare che parecchi fossero originari di paesi sviluppati o legati al mondo diplomatico, soprattutto tra coloro (quasi il 23%) che già allora guadagnavano oltre 2.500 euro al mese. Ma se dal punto di vista della stabilita dell’impiego gli immigrati non paiono svantaggiati, almeno formalmente, perché si è visto come di fatto il loro turnover sia più elevato, la discriminazione risulta gravissima se si guarda alla qualificazione professionale e alle condizioni di lavoro. La tabella 5 mostra chiaramente quanto scadente sia la classificazione professionale dei posti di lavoro occupati da stranieri (compresi quelli da paesi sviluppati) e quanto grande sia lo squilibrio rispetto ai lavoratori italiani. Merita citare letteralmente quanto scrive l’Istat commentando questi dati. Circa un terzo degli occupati stranieri risulta inserito nel segmento inferiore del sistema occupazionale. Le professioni svolte da questi individui 17 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. rientrano tra quelle non qualificate: manovale edile, bracciante agricolo, operaio nelle imprese di pulizia, collaboratore domestico, assistente familiare, portantino nei servizi sanitari, ecc. Si tratta di lavori a bassa qualificazione in cui è richiesta nella maggior parte dei casi capacità di forza fisica e resistenza. L’incidenza del personale non qualificato sul totale degli occupati italiani e stranieri è inferiore al 10%. Vi è dunque evidenza di lavori che tendono ad essere diffusamente coperti dalla componente straniera presente sul mercato del lavoro. Nel gruppo degli artigiani, operai specializzati e conduttori di impianti si colloca circa il 40% degli stranieri occupati. Vi rientrano elettricisti, carpentieri, falegnami, operai addetti alle macchine meccaniche, camionisti cioè professioni in cui il lavoro manuale è comunque preminente, anche se i margini di responsabilità e autonomia sono più ampi rispetto al personale non qualificato. Circa il 20% degli stranieri rientrano nel gruppo degli impiegati considerato unitamente a quello delle professioni del commercio e servizi. Si tratta nella quasi totalità di commesse, cuochi, camerieri, baristi e magazzinieri. Infine, la contenuta incidenza degli stranieri con professioni qualificate è rappresentata principalmente sia da proprietari e gestori di negozi, ristoranti o bar, sia da infermieri, insegnanti di lingue straniere o traduttori. In definitiva, appena cinque professioni (muratori, addetti alle pulizie, collaboratori domestici e assistenti familiari, braccianti, manovali) coinvolgono circa un terzo degli occupati stranieri, un’incidenza cinque volte più elevata rispetto a quella degli italiani [Istat 2006a]. Secondo un’indagine condotta tra il 2002 e il 2003, che però considera solo le imprese con oltre 10 addetti, l’inquadramento professionale degli immigrati è un po’ migliore nei servizi, mentre nell’industria solo in poche aziende medio-grandi gli immigrati ricoprono mansioni impiegatizie o tecniche [Cozzolino 2005]. Sia pure per la sola Lombardia 21 l’indagine Ismu-Ires mostra che, anche escludendo gli immigrati privi di permesso di soggiorno, occorrono vuoi molti anni di soggiorno in Italia, vuoi l’accesso alla carta di soggiorno o addirittura alla cittadinanza italiana per riuscire a infrangere anche molto parzialmente il “tetto” delle occupazioni qualificate sia nel lavoro manuale, sia in quello non manuale. Infatti, come mostra la tabella 6, forte è la differenza nella distribuzione tra chi ha il permesso di soggiorno e chi ha la carta di soggiorno pluriennale o la cittadinanza italiana. E perché vi sia un netto salto nelle percentuali delle professioni intellettuali (più 2-4 punti percentuali), degli impiegati (più 2 punti percentuali) e degli operai 21 La distribuzione dell’occupazione degli immigrati per livello professionale nell’indagine Ismu -Ires Lombardia risulta diversa da quella nazionale rilevata dall’Istat anche perché è stato necessario riclassificare le descrizioni delle mansioni dichiarate che non rispettavano i codici Isco. 18 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. TAB. 6. Composizione per livello professionale degli immigrati autorizzati occupati in Lombardia nel 2004 Professioni intellettuali Impiegati Addetti vendite e servizi alla persona Operai specializzati Operai qualificati Occupazioni elementari Arrivo in Italia Permesso di soggiorno 2002 Sino al 1992- 1997- 20001991 1996 1999 2001 2004 Carta sogg. / cittad. Permess Total italiana o valido e 5,4 4,7 8,9 4,2 4,0 2,0 3,4 2,8 4,6 3,4 10,7 5,7 4,1 2,7 5,5 3,3 14,5 17,7 28,0 29,5 17,5 16,5 25,5 27,2 16,5 13,6 29,2 34,7 14,8 12,3 29,5 37,1 20,2 10,1 26,8 34,9 100, 100,0 100,0 100,0 100,0 0 19,5 18,4 26,4 19,4 15,7 13,3 28,3 35,9 100,0 100,0 16,5 14,3 27,9 32,6 100, 0 Fonte: Indagine Ismu -Ires Lombardia. specializzati (più 3-4 punti percentuali) occorre che siano trascorsi almeno 13 anni di presenza in Italia. Forti squilibri tra immigrati e nativi nella distribuzione dell’occupazione per livelli di qualificazione sono sempre esistiti in tutti i paesi di vecchia immigrazione, ma era facile attribuirli alle altrettanto forti differenze nei livelli di istruzione [Kiehl e Werner 1999; Oecd 2001]. Non è certo questo il caso italiano, perché, come si è gia accennato, tra i cittadini stranieri occupati in Italia sono molti gli istruiti: il 9,9% ha una laurea e il 39,4% un diploma superiore, come risulta dall’indagine sulle forze di lavoro. Rendendo noti questi dati, l’Istat [2006a] ha pubblicato anche il seguente grafico, che collega il livello di istruzione con la qualificazione professionale e pone a confronto gli italiani con gli stranieri. Il risultato è clamoroso: quasi il 40% dei laureati stranieri e oltre il 60% dei diplomati stranieri svolgono un lavoro non qualificato o comunque una mansione manuale contro rispettivamente poco più del 15% e del 20% degli italiani. 19 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. Altro che brain drain dai paesi sottosviluppati, qui siamo in presenza di un massiccio processo di brain waste, frutto della combinazione da un lato dei crescenti livelli di istruzione nei paesi meno sviluppati e della forte autoselezione di flussi migratori non autorizzati, e dall’altro di una domanda di lavoro italiana decisamente orientata verso le occupazioni meno qualificate sia nell’industria sia nei servizi. A conferma di questo secondo aspetto si può ricordare che l’Italia, mentre “importa” centinaia di migliaia di persone per soddisfare la propria domanda di domestici, operai, commessi, ecc., “esporta” un gran numero di laureati [Ismu 200b]. In Italia al brain waste degli immigrati si accompagna la “fuga dei propri cervelli”. Ci si deve, perciò, augurare almeno a medio termine un diffuso processo di mobilità professionale dei lavoratori immigrati. La situazione demografica, per cui si prevede un sempre minore ingresso di giovani sul mercato del lavoro, dovrebbe consentirlo, anche se non vanno trascurate le tendenze corporative che discriminano gli immigrati [Dalla Zanna, Impicciatore e Michielin 2005]. Se ciò non avverrà, ci si deve porre il problema delle tensioni che potranno verificarsi quando il processo di insediamento sarà avanzato e gli immigrati istruiti si troveranno a guardare al loro status occupazionale non più nell’ottica della temporaneità e a confrontare le loro retribuzioni non più con i magri guadagni del paese di origine, ma con i costi della vita in Italia. Insieme al riconoscimento dei titoli di studio, cui è strettamente collegato, quello della discriminazione professionale degli immigrati istruiti è destinato a diventare il principale problema dell’inserimento lavorativo. 20 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. Ma, sia pure ancor più ignorato, esiste anche il problema della più classica discriminazione nell’accesso al lavoro. È vero che dagli studi di caso emerge una sorta di “discriminazione positiva” da parte delle imprese a favore degli immigrati per la loro “voglia di lavorare”, al disponibilità ad accettare cattive condizioni di lavoro e a fare straordinari, la scarsa propensione all’assenteismo e la disponibilità ad esser retribuiti almeno in parte “in nero” [Zanfrini 2006]. Tuttavia, una recente indagine sulla discriminazione all’assunzione condotta secondo i criteri già seguiti in altri paesi rivela che i datori di lavoro tendono in larga maggioranza a preferire lavoratori italiani e ricorrono agli immigrati soltanto perché non trovano italiani da assumere per le mansioni da svolgere [Allasino, Reyneri e Zincone 2003]22. Infatti, dall’indagine sulla probabilità che un italiano venga preferito ad un marocchino per essere assunto per un posto di lavoro semi-qualificato risulta che il tasso totale di discriminazione in Italia è pari al 41% contro valori inferiori che risultano dalle indagini condotte con lo stesso metodo in Olanda (37%), in Spagna (36%), in Belgio (33%) e in Germania (19%). Dei tre settori considerati (industria, edilizia e servizi) quello per cui si è registrata la minore discriminazione è stato l’edilizia, ove la presenza degli immigrati è maggiore. Per contro, tra i servizi il ramo ove si è avuta maggiore discriminazione è stata la ristorazione, probabilmente perché i datori di lavoro ritenevano che un cameriere marocchino non sarebbe stato ben accetto alla clientela. Infine, com’era prevedibile, il tasso di discriminazione è stato maggiore nelle piccole imprese, ove le procedure di reclutamento non sono standardizzate e il datore di lavoro spesso si trova a lavorare a fianco dei dipendenti. Occorre, peraltro, osservare che in Italia la stragrande maggioranza delle assunzioni avviene attraverso reti di relazioni personali ed in questo caso è molto probabile che la tendenza alla discriminazione verso gli immigrati sia attenuata dall’”effetto Lapierre”, secondo il quale “tutti i marocchini sono infingardi e scansafatiche, ma quello che mi è stato presentato da un amico, un collega di lavoro, ecc. è un ottimo lavoratore”. Si spiega così quanto sia importante l’intervento di persone od organizzazioni (associazioni, agenzie, servizi per l’impiego, sindacati, ecc.) che fanno da intermediari e garanti tra l’immigrato e il datore di lavoro. Un’azione di intermediazione nel mercato del lavoro è importante anche per evitare il rischio che si consolidino delle “nicchie etniche”. Infatti, se di un mercato riservato agli immigrati si può parlare solo per il lavoro domestico e di cura con alloggio presso la famiglia, 22 L’indagine si fondava sul “metodo sperimentale dell’attore”: due attori, uno italiano ed uno marocchino, rispondevano allo stesso annuncio di ricerca del personale, dichiarando competenze professionali identiche, e seguivano tutte le tappe del processo di reclutamento-selezione finché uno dei due veniva eliminato. 21 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. anche in altre occupazioni la presenza degli immigrati è ormai diventata largamente diffusa. Tuttavia, non esiste una specializzazione etnica, per cui gli immigrati di un gruppo si concentrano in particolari attività per tradizioni culturali. Più che le culture originarie contano i modi di inserimento nel mercato del lavoro italiano. La concentrazione in particolari nicchie occupazionali è il risultato paradossale dell’efficienza delle reti sociali di alcuni gruppi di immigrati, che prima li aiutano a trovar lavoro più in fretta, ma poi rischiano di “intrappolarli” [Ambrosini 2001]. D’altro canto, la concentrazione degli immigrati da uno stesso paese in alcune occupazioni è frutto anche del comportamento dei datori di lavoro, che spesso adottano degli stereotipi cognitivi, fondati su dicerie o sulla conoscenza diretta di qualche caso, e quindi tendono a selezionare solo immigrati da alcuni paesi a scapito di altri. Ciò provoca una discriminazione statistica che si autoalimenta nel tempo. Soltanto un forte ruolo delle varie “agenzie di intermediazione” può impedire che reti sociali degli immigrati e stereotipi dei datori di lavoro si rafforzino reciprocamente e provochino chiusure etniche nel mercato del lavoro. Delle cattive condizioni di lavoro degli immigrati si sa poco più di quanto emerge da indagini qualitative o locali. Ma un indicatore significativo è costituito dagli infortuni sul lavoro. Secondo i dati forniti dall’Inail, la percentuale di non-comunitari tra gli infortunati cresce dal 7,4% (8% per quelli mortali) del 2001 sino al 12,3% (13,2% per quelli mortali) del 2004. Poiché sono quasi il doppio delle percentuali di immigrati occupati in Italia negli stessi anni, si può dire che in Italia i lavoratori stranieri presentano un rischio di infortunio doppio rispetto a quello dei nativi, come d’altronde accade anche negli altri paesi europei23. E la reale differenza può essere ancora maggiore, perché è probabile che gli immigrati, anche quelli occupati regolarmente, tendano più spesso a non denunciare gli infortuni di minor rilievo. La ragioni della maggiore esposizione agli infortuni degli immigrati sta nella loro maggior presenza nei settori e nelle imprese più a rischio, ma un raro studio condotto su questo problema in alcune province toscane rivela che i datori di lavoro non solo spesso si curano poco della formazione antiinfortunistica e delle difficoltà di comunicazione linguistica, ma tendono ad affidare agli immigrati i compiti più pericolosi [Giovine 2005]. Nonostante ciò, secondo la stessa indagine, la maggior parte degli immigrati valuta positivamente il proprio lavoro: probabilmente troppo forte è il confronto con 23 Va detto, peraltro, che in Italia la frequenza degli infortuni risulta parecchio inferiore alla media dei paesi dell’Unione Europea, anche se non per quelli mortali, la cui la frequenza è un po’ superiore alla media. 22 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. le condizioni vissute nel paese di origine (e ciò porta anche a sottovalutare rischi e fatiche nel lavoro attuale). Infine, non si può non dedicare particolare attenzione alle due occupazioni, che sono di gran lunga le più diffuse tra le molte donne immigrate (quasi il 37% dell’occupazione straniera e probabilmente di più considerando l’immigrazione non autorizzata) e costituiscono un pilastro cruciale del nuovo “welfare all’italiana”, una volta che le solidarietà familiari si sono attenuate per ragioni demografiche e per la maggiore partecipazione al lavoro delle donne italiane. Il lavoro domestico e quello di assistenza domiciliare alle persone anziane si può pensare coinvolgano circa il 45% delle 500.000 donne straniere che risultano occupate secondo l’indagine sulle forze di lavoro del 2005. Le domestiche straniere iscritte all’Inps nel 2003 sono oltre 315.000, ma è ragionevole pensare che non tutte lavorino in modo continuativo. Tuttavia, è certo che le addette e gli addetti al lavoro domestico e assistenziale sono molti di più, perché è l’attività largamente più diffusa tra gli immigrati non residenti (che sfuggono all’indagine sulle forze di lavoro) e sopratutto tra coloro che sono privi di permesso di soggiorno24. Pur tenendo conto della frequente occasionalità del lavoro, si potrebbe arrivare a 600700.000 persone immigrate, quasi tutte donne. La forte tendenza all’aumento delle lavoratrici domestiche e delle assistenti domiciliari, oltre che segnale di una crescente domanda di servizi da parte delle famiglie italiane, è frutto non solo dei nuovi ingressi e delle successive sanatorie, ma anche delle difficoltà che le donne immigrate incontrano se vogliono uscire da queste attività. Anche se finora si dispone soltanto di testimonianze, la mobilità professionale sembra scarsa, a parte il passaggio dal lavoro domestico in famiglia a quello ad ore25, e comunque limitato ai servizi a basso livello di qualificazione (addetta alle pulizie, cameriera, ecc.), nonostante un livello di istruzione spesso elevato [Spanò e Zaccaria 2003]. Ancora minore è la mobilità delle assistenti domiciliari, molte delle quali tuttavia hanno un progetto migratorio molto delimitato nel tempo e un frequente pendolarismo con il paese di origine. Per le assistenti domiciliari le condizioni di lavoro sono molto gravose e precarie: orari lunghissimi, isolamento sociale, assenza di vita privata, rischio di rottura improvvisa del rapporto (per morte o aggravamento della persona assistita). Per costoro, che provengono per lo più dall’Europa Orientale e dal 24 Nella regolarizzazione del 2002-2003 su 320.000 domande di donne (pari a quasi il 46%) quelle riguardanti il lavoro domestico e l’assistenza hanno sfiorato rispettivamente il 46% e il 38%. 25 Anche questo passaggio è spesso frenato dalla necessità di inviare cospicue rimesse alla famiglia restata in patria, perché per uscire dal lavoro domestico in famiglia occorre disporre di un alloggio e quindi sostenere un costo notevole rispetto alla retribuzione. 23 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. Sud-America e sono prevalentemente di età matura, coniugate, spesso con figli al paese di origine e con istruzione medio-alta, molto raramente si prospetta un futuro di inserimento nella società italiana e il loro principale problema, oltre alla situazione di stress psicologico causata della segregazione e dalla convivenza con una persona anziana, è la lontananza dai figli rimasti nel paese di origine. Questo problema è un poco meno grave per le domestiche, sia perché la minore età fa sì che molte non abbiano figli, sia perché è più frequente che entrino nella prospettiva di un insediamento stabile, con il ricongiungimento del coniuge e dei figli. Per costoro, invece, non rari sono i rischi di molestie sessuali e persino di gravidanze indesiderate e aborti. 5. Squilibri retributivi e povertà Secondo un’indagine Istat [2002] presso le imprese, nel 2001 le differenze nella retribuzione mensile tra i lavoratori non-comunitari e gli italiani andavano dall’8,5% nel settore degli alberghi e della ristorazione al 16,5% nel commercio, dal 17,8% nelle costruzioni al 24,2% nell’industria, sino al 37,1% nei servizi alle imprese, ove gli immigrati sono concentrati nei servizi di pulizia. Ma questa analisi, che indica una tendenza all’aumento dal 1999, non tiene conto delle differenze nei livelli di inquadramento e nelle altre caratteristiche dei lavoratori e delle imprese (genere, età, anzianità di servizio, regime di orario, area geografica, ecc.). Per poter vedere se gli immigrati sono, a parità di condizioni, discriminati rispetto agli italiani sul piano retributivo si deve far ricorso a ricerche che “controllino” tali condizioni. I tre studi disponibili, purtroppo riferiti a periodi più lontani nel tempo, giungono a conclusioni simili: un discriminazione retributiva esiste, ma è abbastanza contenuta (inferiore a quella di genere) e si riduce man mano cresce l’anzianità di soggiorno in Italia. Secondo la prima ricerca, che interessa i dipendenti di imprese private non agricole nel periodo 1986-1994, i lavoratori non-comunitari guadagnano il 10% meno degli italiani (-6% i sudamericani, -9% gli africani, -11% gli asiatici, -12% gli europei orientali), ma la differenza tende ad annullarsi dopo una decina di anni di presenza in Italia. La seconda indagine, che riguarda gli anni 1989-2002 ed esclude il lavoro domestico, rileva che, a parità di caratteristiche osservabili, gli immigrati dai paesi europei orientali, da quelli africani e da quelli dell’America centro-meridionale guadagnano dal 6% all’8% in meno degli italiani, ma i differenziali più che si dimezzano passando dal 1993-1995 al 2002 [Brandolini, Cipollone e Rosolia 2005]. Infine, il terzo 24 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. studio sul periodo 1991-1996 mostra che ben l’80% del differenziale salariale tra lavoratori stranieri e italiani è spiegato dalle differenze nelle caratteristiche individuali, un livello molto superiore a quello delle differenze retributive per genere in Italia, e le differenze quasi scompaiono per chi riesce a inserirsi stabilmente [Venturini e Villosio 2002]. Il difetto di queste ricerche, oltre al periodo considerato, sta nel sotto-rappresentare il lavoro domestico e nell’escludere quello irregolare, entrambi settori a bassa retribuzione ove gli immigrati sono molto più presenti. Tuttavia, si può concludere che almeno nei settori dell’industria e dei servizi in Italia per gli immigrati il problema non è tanto la discriminazione salariale, ma piuttosto l’accesso a livelli più elevati di qualificazione professionale. La scarsa discriminazione retributiva degli immigrati regolarmente occupati si può spiegare anche con la loro elevata sindacalizzazione. Nel 2004 Cgil, Cisl e Uil dichiarano di avere tra gli iscritti quasi 400 mila stranieri: considerando i lavoratori dipendenti regolari, sarebbe un tasso di iscrizione intorno al 40%, ben superiore a quello degli italiani occupati nel settore privato. L’occupazione irregolare invece penalizza duramente gli immigrati che vi sono inseriti. Infatti, secondo una ricerca condotta nel Lazio e in Campania nel 1998 l’immigrato che lavora “in nero” riceve una retribuzione inferiore a quella dell’immigrato occupato regolarmente del 24% se maschio e del 19% se femmina [Baldacci, Inglese e Strozza 1999]. Per i lavoratori con permesso di soggiorno valido sono, però, abbastanza diffuse forme di retribuzione che stanno tra il regolare e l’irregolare, che si fondano sulla diffusa preferenza dell’immigrato per avere quanti più soldi è possibile senza preoccuparsi del futuro previdenziale . Queste soluzioni comprendono l’assunzione a tempo parziale a fronte di un rapporto a tempo pieno: in questo modo, date le elevate trattenute fiscali e contributive, l’immigrato riesce a guadagnare “al netto” più di quanto avrebbe avuto con il pieno rispetto delle norme contrattuali e, per contro, il datore riesce a sostenere un costo molto inferiore. Tale accordo tra immigrato/a e datore di lavoro è praticamente generalizzato per le ore di straordinario nelle piccole imprese e nel lavoro domestico e assistenziale, ove anche per quello convivente è previsto un minimo contrattuale di 24 ore settimanali. Le domande per la regolarizzazione del 2001-2002 consentono di gettare una luce sulle retribuzioni mensili degli immigrati nel passaggio dal lavoro irregolare a quello irregolare e soprattutto di cogliere le differenze tra le diverse mansioni cui sono prevalentemente addetti gli immigrati. Come mostra la tabella 7, ne risulta un quadro molto poco differenziato e fortemente schiacciato verso il basso, soprattutto per la retribuzione mensile, anche qualora si tenga conto che si tratta di mansioni poco qualificate e che le ore dichiarate nella domanda di regolarizzazione, così come la retribuzione, erano 25 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. TAB. 7. Retribuzioni e impegno regolarizzazione nel 2002 Tipo di mansione Autisti Muratori, manovali Operai Lavori di sartoria Addetti a servizi di magazzinaggio e custodia Impiegati Addetti alla ristorazione Addetti all'agricoltura Addetti alle vendite Addetti alle pulizie Lavoro di assistenza Lavoro domestico orario dichiarati nella domanda di Retribuzione media oraria Retribuzione mediana mensile (euro) Ore di lavoro settimanali (classe mediana) 1.093 1.034 934 919 da 36 a 40 da 36 a 40 da 36 a 40 da 28 a 32 7,191 6,803 6,145 7,658 917 764 723 704 668 630 463 458 da 32 a 36 da 20 a 24 da 24 a 28 da 36 a 40 da 20 a 24 da 24 a 28 da 24 a 28 da 24 a 28 6,743 8,682 6,952 4,632 7,591 6,058 4,452 4,404 (euro) Fonte: Zucchetti [2004] spesso sottostimate per pagare meno contributi previdenziali (molto spesso di fatto a carico dell’immigrato). In particolare, risultano basse le retribuzioni del lavoro domestico e di quello di assistenza domiciliare, poiché nel caso di tempo pieno e di convivenza i compensi aggiuntivi in natura (l’alloggio e i pasti) non bastano certo a compensare il gravoso impegno orario, di fatto quasi sempre ben superiore a quello contrattuale. Inoltre, le differenze territoriali non sono piccole: ad esempio, per le mansioni operaie in molte regioni del Centro-Nord si raggiungono retribuzioni prossime ai 1.000 euro mensili, mentre in quelle meridionali si scende sotto gli 800 euro e a volte persino i 700 euro [Zucchetti 2004]. Sempre nel 2002 in Lombardia per il lavoro operaio qualificato le retribuzioni oscillavano intorno ai 1.100 euro al mese e per quello non qualificato sui 1.000 euro, mentre per commessi e camerieri si superavano di poco i 900 euro [Ismu 2003]. Nettamente minori sono, invece, le differenze territoriali per il lavoro domestico e di assistenza, per il quale la domanda è ovunque altrettanto forte: non vi va, infatti, oltre le poche decine di euro [Zucchetti 2004]. Per gli immigrati, che hanno come termine di paragone quelli del paese di origine, sono guadagni altissimi, in grado di compensare ampiamente le fatiche sopportate. Ma dapprima la necessità di inviare le più 26 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. TAB. 8. Incidenza della povertà relativa nella popolazione immigrata in Lombardia 2005 2004 2004 Tutte le famiglie Sicuramente povere Appena povere Quasi povere Sicuramente non povere Totale Single solo Coppia spezzata Coppia unita 25,8 17,5 14,5 26,3 17,8 14,9 19,4 13,3 13,1 15,1 11,6 16,3 39,8 28,1 15,9 42,2 100,0 41,0 100,0 54,2 100,0 57,0 100,0 16,3 100,0 Fonte: Ismu [2005; 2006a] alte rimesse possibili26 impone di contenere al massimo i consumi, poi, quando l’insediamento in Italia diviene più stabile con il ricongiungimento di coniuge e figli, per molti questi guadagni si rivelano insufficienti a reggere un decente tenore di vita per la propria famiglia. Ovviamente, il reddito degli immigrati aumenta man mano la loro presenza in Italia si stabilizza. Secondo l’indagine Ismu [2005] sulla Lombardia, nel 2004 il reddito presenta una forte relazione con un indice di stabilità costruito tenendo conto dell’anzianità e dello status del soggiorno, della condizione abitativa e del tipo di convivenza. Da un valore minimo ad uno massimo dell’indice sia il reddito mediano sia quello medio raddoppiano. Tuttavia, sono proprio le famiglie unite in Italia, cioè quelle degli immigrati più stabili, ad essere più colpite dalla povertà, come mostra la stessa indagine Ismu [2005; 2006a], che ha calcolato l’incidenza della povertà relativa sulla popolazione immigrata presente in Lombardia grazie al confronto con una soglia di consumo convenzionale. Come si può vedere dalla tabella 8, circa il 44% delle famiglie immigrate vive in una condizione di povertà relativa (cioè consuma meno della metà del consumo medio pro capite) contro neppure l’11% delle famiglie italiane. Le condizioni sembrano soltanto leggermente migliorate dal 2004 al 2005. Considerando le diverse condizioni in cui si trovano alcuni dei diversi tipi di famiglia che si creano in una situazione di emigrazione, risulta che la percentuale di povertà è molto minore per chi è in Italia da solo, perché non ha famiglia o l’ha lasciata al paese di origine, mentre è molto più alta per coloro che hanno riunificato la famiglia in emigrazione. Questa differenza, 26 Secondo l’indagine Ismu [2004] sugli immigrati in Lombardia, oltre il 57% invia una qualche somma di denaro e la percentuale raggiunge l’85% per chi ha coniuge e figli al paese di origine. 27 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. però, dipende dall’aver compreso nei consumi anche le rimesse, che in realtà vengono spedite ai familiari rimasti al paese di origine e non servono a sostenere il tenore di vita degli immigrati presenti. Se si escludono le rimesse, allora le condizioni di chi è solo in Italia peggiorano in modo netto e la percentuale complessiva di famiglie povere tra gli immigrati sale sino a sfiorare il 65% [Ismu 2004]. Sono livelli molto elevati di privazione economica, che non possono essere sostenuti a lungo senza avere pesanti conseguenze. Ciò spiega le frequenti resistenze al ricongiungimento familiare e le tensioni che possono nascere nella famiglia ricongiunta, perché figli e coniuge rischiano di passare da una condizione in patria di parenti del ric co emigrato ad una condizione in Italia di parenti del povero immigrato. 6. Lavoro irregolare e riproduzione della presenza non autorizzata L’irregolarità della posizione occupazionale costituisce uno dei punti critici della condizione dei lavoratori immigrati attualmente presenti in Italia (e ovviamente anche delle loro famiglie). All’inizio della loro esperienza lavorativa quasi per tutti non vi erano alternative al “lavoro nero”, poiché si è già detto che oltre i due terzi dei lavoratori immigrati ora dotati di permesso di soggiorno l’hanno ottenuto grazie a sanatorie e quindi precedentemente erano privi di un documento che consentisse loro di essere regolarmente assunti. Poi in occasione delle sanatorie, quasi tutti i lavoratori immigrati hanno dovuto “emergere” dall’economia sommersa, poiché da quella del 1996 tutte le sanatorie ponevano come condizione la regolarizzazione del rapporto di lavoro27. Ma, una volta raggiunta una posizione occupazionale regolare, quanti immigrati la conservano anche successivamente? E per quelli che non la conservano che conseguenze vi sono sulla possibilità di conservare una condizione regolare per quanto riguarda il soggiorno? Infine, una volta sanata la presenza degli immigrati non autorizzati già entrati, in che misura nuovi ingressi non autorizzati riproducono una situazione di soggiorno irregolare e quindi di lavoro nero forzato? 27 Anche se le indagini di campo e le osservazioni dei testimoni privilegiati hanno messo in luce che per nulla rari sono stati i casi in cui il posto di lavoro “regolarizzato” era una finzione escogitata al solo scopo di ottenere il permesso di soggiorno, poiché il datore di lavoro nero non era disponibile a dichiararsi (e certamente non per motivi economici, perché senza dubbio molti più immigrati hanno pagato i contributi previdenziali arretrati che a termini di legge avrebbe dovuto pagare il datore di lavoro) . 28 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. TAB. 9. Percentuale di irregolari tra i lavoratori dipendenti non Ue secondo le ispezioni aziendali 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 Senza permesso Con permesso Totale 16,8 31,5 48,3 27,6 29,2 56,7 12,9 24,2 37,1 15,7 15,9 31,6 11,2 22,7 33,8 8,8 22,5 31,2 12,2 26,1 38,3 27,3 14,0 41,3 21,9 17,6 39,5 19,4 26,5 45,9 Fonte: Ministero del lavoro Nb. Sicilia esclusa tranne 1993, 1997 e 2002 Quanto al primo problema, il confronto tra i dati dell’Inps sui lavoratori registrati nei suoi archivi e quelli dell’Istat sulle unità di lavoro irregolari mostrano che successivamente ad ogni regolarizzazione i primi registrano un aumento e per contro i secondi una riduzione. Questo fenomeno è molto forte dopo la sanatoria del 2002 [Cnel 2005]. Tuttavia, ciò non ci dice nulla sul lavoro irregolare di coloro che, avendo un permesso di soggiorno per lavoro, potrebbero esser assunti in regola. Non resta che guardare ai risultati delle ispezioni del Ministero del Lavoro, che purtroppo presentano gravi limiti28 e non sono aggiornati. Come si può vedere dalla tabella 9, non tutti gli immigrati occupati irregolarmente sono anche non autorizzati ad essere presenti per lavoro in Italia; anzi, secondo gli anni, da un terzo alla metà hanno un permesso di soggiorno per lavoro e potrebbero avere un’occupazione regolare. La presenza degli immigrati occupati “in nero” perché senza permesso di soggiorno si riduce soprattutto negli anni immediatamente successivi alle sanatorie, mentre quella degli immigrati autorizzati, ma occupati irregolarmente appare più stabile nel corso del tempo. La distinzione tra immigrati costretti al lavoro irregolare, perché senza permesso, e immigrati in grado di avere un lavoro regolare presenta, però, notevoli differenze territoriali. Infatti, nel Mezzogiorno, in Piemonte e Liguria l’alto tasso di irregolarità si deve essenzialmente alla mancanza del permesso di soggiorno. Nelle regioni, ove più critica è la situazione per i lavoratori italiani, le occasioni di lavoro per gli immigrati sono ai livelli più bassi e vi accedono quelli più disponibili alle peggiori condizioni, perché senza permesso. Al contrario in Lombardia, nel Lazio e nelle altre regioni dell’Italia centrale la figura più comune è quella di chi lavora in nero pur avendo un permesso che gli consentirebbe di avere un lavoro regolare. Infine, nel Nord-Est entrambi i motivi di irregolarità risultano molto meno diffusi. Non vi è motivo di ritenere che questo quadro sia ora diverso. 28 Infatti, l’attività di controllo, nonostante interessi ogni anno qualche migliaio di aziende e da 12 a 26 mila lavoratori da paesi non Unione Europea, non soltanto è ridotta per carenze di organico, ma è anche erratica perché dipende da fattori istituzionali e organizzativi. 29 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. Tuttavia, per un immigrato autorizzato la condizione di occupato in nero non può che essere temporanea, poiché per rinnovare periodicamente il permesso di soggiorno deve dimostrare di avere un sufficiente reddito regolare. Soprattutto nel settore domestico e assistenziale, dove la domanda da parte delle famiglie è molto forte, è possibile alternare periodi di lavoro nero a periodi di lavoro regolare in occasione dei rinnovi, ma si tratta di una strategia ad alto rischio. Per lo più chi ritorna al lavoro nero lo fa o per assoluta mancanza di alternative regolari oppure perché pensa di ritornare presto al paese di origine o di emigrare altrove. Di fatto, contrariamente a quanto si crede, almeno sino al 1998, sono stati relativamente pochi coloro che, disoccupati o tornati al lavoro nero, non sono riusciti a rinnovare il permesso di soggiorno, ricadendo nel cerchio vizioso dell’irregolarità, con la sola speranza di una nuova regolarizzazione. Infatti, come ha mostrato Carfagna [2002], solo 40 mila dei 790 mila permessi concessi nelle tre regolarizzazioni dal 1990 al 1998 sono stati rilasciati a immigrati che si erano avvalsi di una precedente sanatoria e questi casi sono sempre meno frequenti nelle regolarizzazioni più recenti. Anche degli immigrati intervistati nelle indagini condotte in Lombardia pochi sono ricaduti nell’irregolarità dopo un periodo di presenza autorizzata [Ismu 2004]. Ciò non vuol dire che siano altrettanto pochi gli immigrati che non riescono a rinnovare il permesso di soggiorno, poiché buona parte di costoro possono esser tornati al paese di origine o emigrati altrove, rinunciando al ricorso ad una nuova sanatoria. Ridiventare non autorizzato è possibile per altri motivi: basta non ottenere un documento in tempo, dimenticare una scadenza, perdere un lavoro nel momento sbagliato, partire per il paese d’origine senza chiedere il permesso di rientrare, ecc. Le difficoltà di conservare una presenza autorizzata, perciò, sono state acuite dalla legge Bossi-Fini del 2002, che ha dimezzato la durata del permesso di soggiorno per lavoro (da 4 a 2 anni) e di quello per ricerca di lavoro in caso di disoccupazione (1 anno a 6 mesi), costringendo a più frequenti rinnovi e lasciando meno tempo per ritrovare un lavoro regolare a chi lo ha perso29. Per molti immigrati, anche da tempo residenti in Italia, rinnovare il permesso si soggiorno è diventato un incubo, come risulta da molte testimonianze. Vi è quindi il timore che per le centinaia di migliaia di 29 Si deve considerare anche che la legge Bossi-Fini prevede che il rinnovo debba essere chiesto 90 giorni prima della scadenza (prima erano 30), che disponendo della sola ricevuta della richiesta di rinnovo molte attivita sono precluse (comprare o affittare una casa, aprire un’utenza domestica, ecc.), che la stessa presentazione della domanda di rinnovo impegna parecchi giorni ed energie psico-fisiche (le lunghe code notturne) e che molte questure impiegano mesi per concedere il rinnovo. Inoltre, la stessa legge impone che ad ogni nuova assunzione il datore di lavoro assicuri all’immigrato un alloggio idoneo, costringendo le imprese ad ipocrite dichiarazioni, che per fortuna nessuno ha il tempo di controllare. 30 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. immigrati che si sono regolarizzati grazie alla sanatoria del 2002 sarà più forte il rischio di non riuscire a rinnovare il permesso di soggiorno, anche perché in larga parte si tratta di domestiche o assistenti per anziani che hanno rapporti di lavoro perennemente instabili e sono soggette a pressioni da parte delle famiglie affinché ritornino a lavorare in nero [Anastasia, Bragato e Rasera 2004; Zucchetti 2004]. Contrariamente al passato, dunque, a ricostituire un importante bacino di immigrati non autorizzati (stimati intorno a mezzo milione nel 2005) potrebbe aver contribuito in misura significativa anche la ricaduta nell’illegalità di immigrati che avevano usufruito della sanatoria del 2002. Ma si può ragionevolmente pensare che la grande maggioranza degli attuali immigrati privi di permesso di soggiorno per lavoro sia entrata dopo, attratta dalla diffusa economia sommersa italiana, che offre possibilità di guadagno anche a chi è privo di ogni documento, come testimoniano tutte le ricerche sul campo30. Solo una nuova regolarizzazione ci dirà da quali paesi vengono costoro e quindi che ruolo ha avuto la decisione del governo italiano di centrodestra (rinnovata pochi giorni prima della sua scadenza) di applicare la clausola che rinvia di alcuni anni la libera circolazione dei lavoratori provenienti dai paesi nuovi membri dell’Unione Europea. I cittadini di questi paesi, così come quelli di alcuni paesi prossimi all’ingresso, possono entrare senza visto, ma non lavorare, alimentando agevolmente il mercato del lavoro sommerso. 8. La debole cittadinanza sociale: alloggio, previdenza, scuola, condizione femminile, devianza Secondo tutte le indagini locali e l’opinione dei testimoni privilegiati per gli immigrati l’alloggio costituisce un problema di gran lunga più grave di quello del lavoro. Ciò si deve ad un mercato dell’affitto ristretto e molto caro (soltanto poco più del 18% degli italiani vive in affitto) e alla grave carenza dell’edilizia pubblica, che costringono molti immigrati a condizioni abitative disagiate e precarie. Il quadro che emerge dal Censimento 2001 (vedi tabella 10) è senza dubbio molto più roseo della realtà perché non comprende i regolarizzati dalla sanatoria del 2002 (e quindi sovrastima i cittadini dei paesi ricchi) e sottostima coloro che vivono in convivenze e situazioni di fortuna. Un’indagine Censis condotta nel 2004 fornisce, invece, un’immagine drammatica: quasi il 40% degli immigrati (e poco meno della metà dei neo30 Vedi da ultimo Kosic e Triandafyllidou [2004]. 31 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. TAB. 10. Tipo di alloggio degli immigrati Lombardia* Casa di proprietà Casa in affitto Casa in affitto con altri immigrati Da parenti, amici e conoscenti Concessione gratuita, luogo di lavoro, strutture di accoglienza, pensione Occupazione abusiva, baracche, senza fissa dimora, altro Totale Italia** 2003 2004 2001 10.9 48.4 20.1 5.6 14.1 43.8 24.3 4.0 14.9 13.0 11.7 2.1 2.0 100.0 2.1 100.0 1.3 100.0 73.2 8.5 * Ismu [2004] ** Rielaborazione dal Censimento 2001 regolarizzati) vivrebbero in alloggi di fortuna od ospiti di datori di lavoro [Caritas 2005]. Più equilibrato è il quadro che risulta dall’indagine Ismu [2004; 2005], che però riguarda soltanto la Lombardia, mentre anche dai dati del Censimento 2001 risultano condizioni abitative molto peggiori per gli immigrati che vivono nel Mezzogiorno, come peraltro per gli italiani. Come mostra la tabella 10, le situazioni di esclusione abitativa interessano il 2% degli immigrati, un po’ meno del 3% stimato a livello nazionale [Tosi 2001] 31, ma cospicua è la percentuale che è alloggiata in modo precario presso parenti e amici, strutture di accoglienza e locali di proprietà delle imprese e delle famiglie per le quali lavorano. Secondo un attento studioso dei problemi della casa, in Italia la precarietà abitativa estrema colpisce gli immigrati in misura probabilmente maggiore che in altri paesi europei, tuttavia man mano gli immigrati si stabilizzano le condizioni migliorano poiché, contrariamente ai nativi, vi è un’elevata probabilità che l’esclusione abitativa non comporti una marginalità sociale irreversibile: parecchi immigrati sono semplicemente persone povere senza casa, ma con forti risorse personali che consentiranno loro di accedervi successivamente [Tosi 2001]. La tendenza al progressivo miglioramento della condizione abitativa degli immigrati emerge già dal confronto tra le indagini Ismu del 2003 e del 2004, ma è ancor meglio confermata dalla relazione con la crescente stabilità. Infatti, secondo l’indagine del 2004 la migliore condizione abitativa si accompagna ad una maggiore durata della presenza in Italia, ad una condizione migratoria ed occupazionale più stabile e regolare e ad un reddito 31 Ma gli immigrati sarebbero il 35% dei senza dimora che hanno contatti con i servizi di assistenza e il 60% di quelli che non hanno contatti [Tosi 2001]. 32 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. da lavoro più elevato [Ismu 2005]. Ciò non toglie che immigrati da tempo in Italia senza famiglia possano continuare (o tornare) ad alloggiare in condizioni molto disagiate e che esistano famiglie che lasciano il “buon” appartamento servito per ottenere il ricongiungimento per tornare a vivere in soffitta [Tosi 2001]. Nonostante la qualità degli alloggi sia peggiore per vetustà e dotazione di servizi, gli immigrati pagano affitti dal 10% al 20% superiori a quelli pagati dagli italiani, secondo un’indagine condotta in alcune grandi città [citata in Ismu 2005]. Il maggiore livello dell’affitto, che ha consentito di mettere sul mercato case non appetibili per gli italiani, si può spiegare ni parte con l’esigenza di remunerare alcuni rischi “oggettivi”: dal maggiore affollamento alla scarsa manutenzione, alla morosità, che risulta effettivamente diffusa tra gli inquilini immigrati, sembra anche per motivi culturali [Ismu 2005]. Ma lo sfruttamento da parte dei proprietari di casa è anche agevolato dalle non rare resistenze degli italiani ad avere degli immigrati per coinquilini, che restringono ulteriormente il mercato dell’affitto. Si spiega così la crescente propensione degli immigrati ad acquistare un alloggio: secondo l’indagine Ismu [2004] in Lombardia gli immigrati che vivono in un appartamento di proprietà sono passati da 8,5% nel 2001 a 14,1% nel 2004. La percentuale di mutui concessi a stranieri è salita da 0,4% del 2000 a 1,2% del 2004, nonostante gli immigrati richiedano più spesso mutui al 100% e gli immobili siano di scarsa qualità, sicché molti istituti bancari chiedono maggiori garanzie di stabilità di quelle richieste agli italiani, benché gli studi di settore rilevino che i finanziamenti a stranieri non comportano particolari rischi [Caritas 2005]. L’accesso all’edilizia pubblica degli immigrati non risulta basso, almeno in termini relativi: da qualche anno a Milano, Torino e Bologna la percentuale di case assegnate a cittadini non-Ue raggiunge il 15-25% [Decimo 2003]. Ciò si spiega con il fatto che gli immigrati sono spesso in testa alle graduatorie non solo per il basso reddito, ma anche per la lunga durata dell’alloggio in luoghi forniti dall’assistenza pubblica. Ma i numeri sono molto bassi, perché i finanziamenti alle regioni per l’edilizia residenziale e per il sostegno all’affitto, già scarsi, sono stati dimezzati dal 2002, sicché comuni e regioni sono costretti a rivolgersi a fondazioni private e ad imprese per sopperire al bisogno di alloggi a basso costo per gli immigrati. Tuttavia, alcuni enti locali ove maggiore è l’influenza della Lega Nord hanno adottato per la costruzione delle graduatorie di accesso all’edilizia pubblica criteri oggettivamente discriminatori nei confronti degli immigrati, quali una lunga residenza nel comune (sino a 5 anni) o non essere proprietari di casa anche nel paese di origine. Alcuni hanno peraltro osservato che la carenza di alloggi pubblici, unita alla scarsa mobilità residenziale delle famiglie italiane, dovrebbe 33 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. impedire che si consolidino dei ghetti di immigrati sul modello francese o americano. Un orientamento discriminatorio è esplicitamente previsto nei trattamenti socio-previdenziali. Benché i lavoratori stranieri siano soggetti agli stessi obblighi fiscali e contributivi degli italiani, l’assegno al nucleo familiare non è di regola riconosciuto per i familiari non residenti e gli stagionali sono esclusi da ogni diritto a indennità di disoccupazione e prestazioni familiari, con notevoli risparmi per la spesa pubblica. Altre prestazioni, fondate sulla fiscalità generale, sono negate (un esempio clamoroso è stato il bonus per la nascita del secondo figlio) o limitate ai pochi titolari della carta di soggiorno. Quanto alle pensioni, si stima che l’80% dei lavoratori immigrati iscritti all’Inps siano cittadini di paesi con cui l’Italia non ha stipulato alcuna convenzione sulla sicurezza sociale [Turatto 2005] 32. Soggetti alle stesse norme dei lavoratori italiani, gli immigrati rischiano di perdere i contributi versati se tornano al paese di origine prima di aver raggiunto l’età di pensionamento, anche perché nella maggior parte dei paesi di origine le speranze di vita sono molto inferiori a quelle italiane. Ciò spiega lo scarso interesse economico degli immigrati a “farsi mettere in regola” dal datore di lavoro, alimentando così quella complicità che alimenta il lavoro nero33. Il sistema scolastico italiano sembra, invece, particolarmente accogliente, poiché, come accade per i servizi sanitari, posso fruirne anche i figli degli immigrati privi di permesso di soggiorno. E in effetti negli anni Novanta la scuola è stata un grande laboratorio di integrazione, ma con il governo di centro-destra molte risorse aggiuntive di docenza sono state drasticamente tagliate [Della Zuanna, Impicciatore e Michielin 2005]. Quindi per gli oltre 370.000 alunni di nazionalità straniera si può facilmente prevedere un peggioramento delle condizioni di apprendimento. Il rischio è che si accentui la percentuale di bocciature, che è già più alta che non per gli studenti italiani, con una forbic e che si allarga man mano si passa dalle elementari alle medie e alle superiori [Caritas 2005]. A ciò si aggiunge che nelle superiori i figli degli immigrati si dirigono molto di più degli italiani verso gli istituti tecnici e soprattutto quelli professionali. Nonostante l’elevata scolarità di molti genitori, si delinea il rischio di una segregazione delle seconde generazioni fin dal loro percorso formativo. La minore frequenza della scuola materna dei bambini stranieri da 3 a 5 anni, quale risulta dal Censimento 2001, segnala le difficoltà economiche delle 32 Le principali eccezioni sono Tunisia, Capo Verde e Filippine. Per contrastare questo rischio era stata introdotta una norma speciale per concedere ai cittadini non-Ue la possibilità di riscattare i contributi versati al momento del rientro, anche dopo pochi anni. Ma la legge Bossi-Fini ha abolito tale disposizione in nome dell’eguaglianza formale con gli italiani. 33 34 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. famiglie, che, come si è visto, costringono le donne ad un’inattività non voluta o ad una maggiore disoccupazione in cerca di un lavoro che sia compatibile con la cura dei figli piccoli, che è troppo costoso mandare ad una scuola privata. Un’altra e molto più drammatica spia delle difficili condizioni in cui si trovano molte immigrate è la forte incidenza degli aborti volontari, tre volte quella delle italiane. Mancanza di abitazione propria, bisogno economico e rischio di perdere il lavoro (soprattutto per le domestiche) sono i principali motivi, cui si aggiunge l’attività di prostituzione. Sulla devianza degli immigrati si è aperta un’accesa polemica nell’opinione pubblica e anche negli studi sociologici sulle sue reali dimensioni e sulle sue cause, che qui non è il caso di richiamare. È comunque un dato preoccupante che in Italia la percentuale di detenuti stranieri sia in continua crescita dal 1991 e sfiori ormai il 33%, uno dei livelli più alti in Europa e ben superiore a quello degli stranieri sulla popolazione residente. Per non trarre considerazioni indebite, occorre ricordare che tra gli immigrati è di gran lunga maggiore la presenza di maschi giovani-adulti, che ovunque sono i più propensi a comportamenti devianti, che gli immigrati hanno maggiori difficoltà ad ottenere la libertà provvisoria per mancanza di alloggio o timore di fuga e che i comportamenti criminali si concentrano tra gli immigrati privi di permesso di soggiorno e meno inseriti nella società italiana. Va detto inoltre che, se la percentuale degli stranieri sul totale dei denunciati resta altissima, altrettanto alta è la percentuale degli stranieri tra le vittime dei reati, perché vi è una forte tendenza degli immigrati a colpire all’interno del proprio gruppo [Barbagli 2004]. La relativamente alta presenza sia di “carnefici” che di “vittime”, soprattutto nelle grandi città del Centro-Nord ove la criminalità organizzata nativa controlla meno il territorio [Conti 2001], segnala l’estrema vulnerabilità di una non piccola fascia di immigrati. Infine, non si può non ricordare che l’Italia dedica sempre più scarse risorse pubbliche alle politiche sociali per gli immigrati. Alcuni cenni sono già stati fatti per gli alloggi e la scuola, ma è stupefacente che, come ha rilevato la Corte dei Conti, per contrastare l’immigrazione irregolare siano stati spesi 230 milioni di euro nel biennio 2002-2003 e 115 milioni nel 2004 contro rispettivamente 102 milioni e 29 milioni per sostenere l’integrazione degli immigrati [Caritas 2005]. In particolare, il governo di centro-destra, per finanziare le misure di contrasto, ha tagliato i fondi per le politiche sociali a favore degli immigrati da trasferire alle regioni, che hanno dovuto da un lato fare ricorso a risorse proprie e dall’altro contenere la spesa pur a fronte di un forte aumento degli immigrati presenti. Si è stimato che per quattro regioni (Lazio, Veneto, Piemonte ed Emilia) la spesa media per ogni immigrato si sia 35 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. ridotta da oltre 50 euro nel 2001 a neppure 21 euro nel 2004 [Caritas 2005]34. Non è qui il luogo per fare un bilancio tra questa declinante spesa pubblica e il crescente contributo che gli immigrati danno all’economia italiana. Ma si deve constatare, in conclusione, che le deboli politiche di integrazione rischiano di accentuare i fattori di vulnerabilità degli immigrati, con serie conseguenze non solo per gli immigrati, ma per l’intera società italiana. 34 L’importanza degli interventi a favore dell’integrazione degli immigrati varia anche secondo il colore politico delle amministrazioni: i comuni del Centro vi dedicano il 3,9% della loro spesa sociale contro il 2,1% dei comuni del Nord-est, nonostante la presenza degli immigrati nei loro territori sia praticamente eguale [Istat 2006b]. 36 C. Saraceno e A. Brandolini (a cura di), Disuguaglianze economiche e vulnerabilità in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007. Riferimenti bibliografici Allasino, E., Reyneri, E., Venturini, A. e Zincone, G. 2004 La discriminazione dei lavoratori immigrati nel mercato del lavoro in Italia, International Migration Papers, n. 67, Ginevra, Ilo. Ambrosini, M. 1999 Utili invasori. 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