Antonio Ciaralli
UN PANORAMA DELLE FONTI RELATIVE AGLI ASSETTI
DELLA PROPRIETÀ FONDIARIA NELL’AGRO ROMANO
Parlare di assetti della proprietà significa partire dalla considerazione, divenuta ormai ovvia e banale, che il concetto di proprietà quale da noi oggi è
inteso, cioè il dominio (quasi) assoluto e perfetto della e sulla res, si configura
come il risultato di una lunga riflessione giuridica culminata e codificata nel
Code Napoléon, ma non costituisce, precisamente, il frutto di una costante
evoluzione storica 1. E dunque si dovrà prestare la massima attenzione nell’usare tale concetto per il Medioevo e la stessa età moderna: sarà opportuno
rammentare che non di una proprietà si può parlare, ma di diverse proprietà,
tante almeno, quante sono le numerose utilitates nelle quali il bene terra può
essere frazionato. Potrà quindi esistere, come in effetti è esistita, una proprietà
del terreno disgiunta dalla proprietà dei frutti (siano essi alberi o erbe) che insistono su quel terreno, stabilendo così un dominio diretto non legato al dominio utile del fondo. In questa prospettiva si colloca uno degli aspetti qualificanti della ricerca avviata dall’Università di Tor Vergata e rispetto alla quale il
presente contributo vuole porsi come semplice sondaggio sulla “attendibilità”
delle fonti: l’aspetto dei diritti promiscui, cioè degli usi civici e dei domìni
collettivi, nella porzione di Agro Romano presa a oggetto di indagine 2.
È immaginabile la perplessità di qualcuno nel sentire associato al territorio intorno a Roma il forte vincolo legislativo rappresentato ancor oggi dai
diritti di sfruttamento e godimento promiscui. Sembra essere lectio vulgata,
infatti, che – come ha scritto Marina Caffiero – l’Agro Romano sia esente da
L’opera che ha aperto nuovi orizzonti nella comprensione degli aspetti storico-giuridici
legati alla proprietà è l’ormai classico P. GROSSI, Un altro modo di possedere, Milano, 1977; si
veda ancora, dello stesso autore, Assolutismo giuridico e proprietà collettiva, «Quaderni fiorentini», 1990, pp. 505-555 e Il dominio e le cose. Percezioni medievali e moderne dei diritti
reali, Milano, 1992; il valore “polisemico” assunto oggi dal termine proprietà è chiarito in A.
GAMBARO, Le proprietà, in Enciclopedia italiana di lettere scienze ed arti, Appendice 2000:
Eredità del Novecento, Roma, 2001, pp. 724-742.
2
Per gli usi civici sono fondamentali i lavori di U. PETRONIO ed in particolare, oltre alla
sintetica sistemazione complessiva della voce Usi civici della Enciclopedia del diritto, Milano, vol. XLV, pp. 930-953, Usi e demani civici fra tradizione storica e dogmatica giuridica, in
La proprietà e le proprietà, a cura di E. Cortese, Milano, 1988, pp. 491-542.
1
34 Antonio Ciaralli
tali servitù 3. In effetti, tale congettura è parzialmente autorizzata se si guarda
alle particolari condizioni giuridiche e storiche di questi territori, stretti da un
forte vincolo di proprietà e da una struttura economica fondata sul casale e
sulla tenuta, unità produttive “a tutti i frutti”, come dicono le fonti, che pare
lasciare scarso margine a diritti comuni. Senza contare poi l’elevato grado di
spopolamento delle campagne intorno a Roma, dominate dalla malaria, dal
sistema della rotazione a terzeria, dallo sfruttamento estensivo dei suoli e dal
pascolo dilagante.
Ma uno dei corni del problema è rappresentato proprio dall’incertezza
che, nonostante il gran numero di studi dedicato a questa regione – o forse
proprio per questo –, grava su quella definizione che è insieme geografica e
topografica, ma anche amministrativa e giurisdizionale, e che sembra ancor
oggi costituire un serio problema interpretativo. Che cosa si intende dunque
esattamente per Agro Romano? Si tratta di una regione dai confini certi? E se
sì, quali sono? Sono domande che hanno trovato, da parte di storici, topografi e geografi, risposte spesso troppo sicure, pagando così il prezzo di una generica inesattezza.
E le oscillazioni tra una definizione e l’altra non sono di poco conto. Ci si
muove tra una identificazione dell’Agro Romano “col territorio del Comune
di Roma e con quello dei comuni che, nel corso di questo secolo, sono stati
ampliati a spese del municipio capitolino, o addirittura creati ex novo” 4;
identificazione sovranamente astorica, giacché la delimitazione dei confini
sancita con intenti amministrativi a partire dal r.d.l. del 7 marzo 1935 è sovente irrispettosa delle ragioni dettate dalla storia e rispecchia piuttosto l’esito, talvolta giurisdizionale talaltra compromissorio, di lunghe controversie
sorte, all’indomani della riforma fiscale di Pio VII, tra la città di Roma e le
comunità contermini sulle rispettive circoscrizioni amministrative; e, come
ha insegnato Salvatore Satta, insigne tra i civilisti di questo secolo, se il fine
del processo è il giudizio, allora la sentenza difficilmente potrà stabilire la
verità, rappresentando essa solo l’espediente necessario per chiudere il processo medesimo. Secondo altre definizioni, l’Agro Romano risulta “compreso tra le pendici dei vari gruppi montagnosi, della Tolfa, dei Sabatini, Sabini,
Prenestini, Albani e il mare per una superficie di circa 3500 kmq”, offrendo
in tal modo la delimitazione di un territorio enorme 5.
3
M. CAFFIERO, L’erba dei poveri. Comunità rurali e soppressione degli usi collettivi nel
Lazio (secoli XVIII-XIX), Roma, 1983, si veda ad esempio a p. 18.
4
G. MARTIRANO-R.F. MEDICI, L’Agro Romano un intenso popolamento, in Italia rurale, a
cura di G. Barberis e G. Dell’Angelo, Roma-Bari, 1988, p. 295.
5
L. BORTOLOTTI, Roma fuori le Mura. L’agro Romano da palude a metropoli, Roma-Bari,
1988, p. 9.
Un panorama delle fonti relative agli assetti della proprietà 35
A complicare, e di molto, il quadro, è spesso intervenuta l’incongrua
identificazione, presente proprio negli scrittori tradizionali di cose romane e
testimoniata anche da un geografo del calibro di Roberto Almagià, dell’Agro
Romano con la Campagna di Roma, anch’essa entità indeterminata e indeterminabile nella sua estensione territoriale. Quest’ultima sarebbe per quegli
scrittori (mi approprio di parole di Mario Sanfilippo) “un territorio più esteso
del semplice Agro Romano, che partirebbe dalle vigne e orti del territorio
suburbano fino ai limiti esterni della pianura intorno a Roma” 6. Tuttavia dopo l’avvertimento formulato da Lando Scotoni nel 1986, non è più lecito
confondere i due termini: “sovente” scriveva infatti lo studioso “i termini
Agro Romano e Campagna Romana sono erroneamente usati come sinonimi,
quasi indicassero lo stesso territorio. In realtà con l’espressione Campagna
Romana un tempo s’indicava l’ondulata pianura intorno a Roma, circoscritta
dal mar Tirreno e da indefinibili limiti terrestri: estreme propaggini dei Monti Ceriti e Sabatini, delle colline Sabine, dei Monti Cornicolani, Tiburtini,
Prenestini e dei Colli Albani. Invece, con la locuzione Agro Romano era denominato un territorio che sostanzialmente coincideva con quello del Comune di Roma e come tale, nel Seicento, esso era assai più ampio della Campagna Romana…” 7.
Non sarà sfuggito quell’inciso cronologico che limita la descrizione dello
Scotoni al Seicento, e anzi, con maggiore precisione, all’ultimo quarto di
quel secolo, ovvero dopo l’estensione, nel 1660, del Catasto Alessandrino. Il
fatto è che di Agro Romano si può e si deve parlare, ma col patto che si impieghi tale termine come nomen generale, come via di comodo, cioè, per indicare realtà che solo all’interno di una precisa scansione cronologica assumono contorni definibili e, in certa misura, chiari. Ed è probabilmente la variabilità cui sono andati soggetti i territori ricadenti nell’ambito di questa re-
J. COSTE-M. SANFILIPPO, Profilo storico della tenuta del “Cavaliere”, in La tenuta del Cavaliere. Una storia della Campagna romana, Roma – Museo del Folklore 26 febbraio-9 aprile
1995, a cura di Paola O. Bertelli, Roma, 1995, p. 38 ma si veda ora M. SANFILIPPO, Agro Romano: storia d’un nome e di tante realtà diverse, in Studi in onore di Giosuè Musca, Bari,
2001, pp. 445-453, saggio che ho potuto leggere per la liberalità e l’amicizia dell’Autore ancora dal dattiloscritto: giusto in tempo per trarvi idee, ma troppo tardi per eliminare dal mio
intervento questa parte.
7
L. SCOTONI, Le tenute della Campagna romana nel 1600. Saggi di ricostruzione cartografica, «Atti e memorie della Società tiburtina di storia e arte», LIX (1986), pp. 187-261 e dello
stesso autore Definizione geografica della Campagna romana, «Rendiconti dell’Accademia dei
Lincei», IX, 4 (1993), pp. 647-667, saggi che si impongono non solo per gli aspetti topografici,
ma anche per il rigore del metodo. Un lavoro a “tutto campo” proprio per il settore sudest di
Roma, e promosso anch’esso dall’Università di Tor Vergata, è quello di F.O. VALLINO-P. MELELLA, Tenute e paesaggio agrario nel suburbio romano sudorientale dal secolo XIV agli albori del
Novecento, «Bollettino della Società geografica italiana», X, 12 (1983), pp. 629-679.
6
36 Antonio Ciaralli
gione la principale causa per la quale quanti hanno scritto intorno all’Agro
Romano hanno mancato di fornirne una chiara scansione territoriale. Ed è di
conseguenza questa stessa, la ragione delle differenze riscontrabili nella pur
ridotta cartografia storica dell’area.
Per uscire dall’impasse si potrebbe, forse, adottare una prospettiva diversa. Nella mancanza di una precisa definizione istituzionale di tali territori,
quale io non sono stato in grado di trovare, la possibilità di ricostruire i contorni dell’Agro Romano potrebbe legarsi a una delle sue funzioni più specifiche, quella del rifornimento annonario dell’Urbs caput mundi. La sua definizione in termini di territori, dunque, ricadrebbe al contempo sotto la valutazione di variabili istituzionali (ad esempio i provvedimenti economici relativi all’annona, presi dai pontefici e dalle altre autorità affannatesi nel tentativo di assicurare rifornimenti costanti e continui alla città e ai suoi abitanti) e
di oggettive dinamiche storiche (flussi demografici, potentati politici, espansioni e resistenze delle comunità limitrofe). È, in fondo, quanto sembra dirci
la documentazione pervenuta all’Archivio di Stato di Roma in occasione dell’attivazione, nel 1955, del nuovo Catasto fabbricati. Nel versamento di materiale che ne seguì, si ha quanto rimane delle carte della Cancelleria del censo di Roma (progenitrice diretta degli Uffici distrettuali delle imposte dirette). In un opuscolo conservato fra quelle carte e intitolato Notizie statistiche
sull’Agro Romano (1871) si dice che questa zona “abbraccia il perimetro
esterno che al di là delle vigne si estende per km 47 al punto più remoto… e
per km 8 nel punto più vicino. Esso comprende tutti quei latifondi che… nei
tempi di mezzo erano chiamate masse, oggidì tenute”.
Di nuovo le tenute, dunque, e qui, forse più che altrove, debbono valere
quegli avvertimenti, giunti da più parti, per uno studio particolareggiato,
condotto sulle singole zone e sulle singole tenute. “In ogni caso il problema
di una conoscenza più precisa e articolata della dinamica della struttura proprietaria della regione laziale” ha scritto Guido Pescosolido “resta ancora
aperto e dovrebbe essere oggetto di una ricerca sistematica possibilmente articolata a livello dei singoli comuni e delle diverse categorie proprietarie” 8.
Si pensi, ad esempio, alla variabilità del numero delle tenute dell’Agro:
Lando Bortolotti ne indica la consistenza in 388; per Lando Scotoni, che lavora sul Catasto Alessandrino, sono 424; il Libro dei casali del 1600, pubblicato da Jean Coste, ne enumera 540 9, ma vi include anche città, località e ca-
G. PESCOSOLIDO, Usi civici e proprietà collettive nel Lazio dalla rivoluzione francese alla
legislazione dello Stato italiano, «Nuovi annali della facoltà di Magistero dell’Università di
Messina», 5 (1987), p. 640.
9
J. COSTE, I casali della Campagna romana all’inizio del Seicento, «Archivio della Società romana di storia patria», XCII (1969), pp. 41-115.
8
Un panorama delle fonti relative agli assetti della proprietà 37
stelli che con l’Agro propriamente detto non devono aver avuto niente a che
fare; per la relazione della Cancelleria del censo prima citata, sono 360; per
Nicola Maria Nicolaj, che riferisce i dati del Catasto annonario, sono 362 10;
per la carta del Cingolani, infine, 411. E le differenze non sono solo in relazione ad accorpamenti e fusioni delle diverse tenute.
Si pensi, ad esempio, al castrum di Lunghezza o alla località di Morena,
divenute Wüstungen nel corso del XIII secolo e quindi ricadute all’interno del
sistema dell’Agro Romano, e come questo caso potrà essere avvenuto anche
il contrario, cioè località ripopolate e quindi tornate sotto il precedente regime di sfruttamento delle risorse. Oppure si prendano in considerazione le tenute di Verzano e Casale delle reverende monache di San Lorenzo Panisperna che il Catasto Alessandrino include nell’Agro pur essendo l’una sotto
Sant’Oreste e l’altra compresa nel territorio di Tivoli. Ma non basta. Spesso
si sono verificate liti intorno ai confini delle singole tenute la risoluzione delle quali ha comportato scorpori, anche considerevoli, di porzioni di territorio
in favore di altre comunità.
A fronte di questa situazione l’idea di tracciare un panorama degli assetti della proprietà nell’Agro Romano può apparire, e probabilmente lo è, temeraria, stretti come essi sono da una normativa ancor oggi complessa e
non priva di ambiguità, oggetto di dispute nella stessa elaborazione dottrinaria e giurisprudenziale e aperti, per contro, agli ampi spazi della storia
economica e fiscale dello Stato Pontificio e della politica, non solo finanziaria, anche dei nostri tempi. In effetti, da un punto di vista storico, si potrebbe e dovrebbe ricorrere a ogni tipo di fonte: dalla documentazione epigrafica agli atti notarili, dalle cartografie all’elaborazione teorica intorno a
natura ed estensione degli usi promiscui, particolarmente viva nelle province ex pontificie.
Ma se si volesse prestare ascolto alla voce dello storico del diritto che sottolinea l’urgenza delle verifiche demaniali (così Ugo Petronio, uno dei maggiori esperti in materia di usi civici), si potrebbero tracciare percorsi di una
ricerca mirata e funzionale, desiderosa non di sostituirsi a competenze tecniche raffinate e specialissime, ma di prestare a esse un valido contributo. Quali fonti sarebbero, dunque, da privilegiare? A un diplomatista, la risposta non
lascerebbe margine al dubbio e, in una materia ricca di implicazioni giurisdizionali, il suo sguardo si volgerebbe spontaneamente alla documentazione di
matrice istituzionale e comunque dotata delle caratteristiche tipiche del do-
N.M. NICOLAJ, Memorie, leggi ed osservazioni sulle campagne e sull’armonia di Roma,
Parte seconda: Del catasto daziale sotto Pio VII e delle leggi annonarie, con una nuova pianta
delle Campagne, Roma, 1803, pp. 217-219.
10
38 Antonio Ciaralli
cumento che si è soliti definire pubblico nel senso più largo del termine e
nella prospettiva più dinamica e moderna della disciplina. Dunque, per uscire dall’indeterminatezza, e portare solo qualche esempio:
1) innanzitutto la documentazione catastale, che non è limitata alla cartografia, ma si sostanzia di brogliardi (come nel caso del Catasto Gregoriano),
o di allibrazioni, o di assegne (com’è il caso degli altri catasti pontifici). Le
scritture catastali nel loro complesso, per essere determinate da un atto di imperio sovrano, per essere redatte da pubblici ufficiali che le sottoscrivono autenticandole (agrimensori, segretari di cancelleria, eccetera), per aver seguito
un preciso iter di pubblicazione (che prevedeva, tra l’altro, la loro pubblicità
ai fini del ricorso), per essere conservate in pubblici uffici (la Cancelleria comunale e la Cancelleria del censo, prima, l’Archivio di Stato, poi), possono
certamente definirsi, come è stato fatto (da chi ha aperto in questo campo
quella prospettiva di cui sopra si diceva 11), documenti pubblici. In quei catasti, allora, che prevedevano esplicitamente la menzione di servitù passive
esercitate sui fondi rustici (com’è il caso del Piano e, per l’Agro, del Gregoriano), la dichiarazione dell’esistenza di usi promiscui in determinati territori
costituisce prova di diritto che in quel preciso momento tali diritti fossero riconosciuti.
2) Sullo stesso piano sono da porsi i documenti prodotti, e in parte in
quelli conservati nei loro archivi, dalle Congregazioni deputate al controllo
delle amministrazioni delle comunità. Prima fra tutte la Congregatio de bono
regimine (Buon Governo). Nelle tabelle comunitative a essa inviate, infatti,
si leggono spesso, come cespite d’entrata, le vendite dei frutti di diritti comuni. Nelle carte del Tribunale dell’Agricoltura, istituzione cui era demandato il contenzioso per tutto ciò che si riferiva alla conduzione delle terre, si
trovano numerose cause e relative decisioni, che forniscono notizie preziose
sull’argomento. Ma interessanti sono anche, sempre fra le carte del Buon
Governo, tutte le petizioni e le lamentele rivolte dalle comunità contro malvagi amministratori, usurpatori o contro gli stessi provvedimenti legislativi
pontifici. Documenti certo di parte e non sempre pubblici, nel senso anzidet-
L’indirizzo innovativo negli studi diplomatistici è in parte ritrovabile negli studi di G. NI(tra i quali Il documento privato italiano nell’alto medioevo, in Libri e documenti d’Italia: dai Longobardi alla rinascita delle città, Cividale, 1996, pp. 153-198 e Fratture e continuità nella documentazione fra tardo antico e alto medioevo. Preliminari di diplomatica e
questioni di metodo, in Morfologie sociali e culturali in Europa fra tarda antichità e alto medioevo, atti della XLV Settimana di studio del Centro italiano di studio sull’Alto Medioevo,
Spoleto, Presso la sede del Centro, 1998, pp. 953-984), in parte è frutto del suo insegnamento.
L’importanza dei catasti come «fonte… di natura istituzionale» non è sfuggita a S. PASSIGLI,
Ricostruzione cartografica e paesaggio nel Catasto Alessandrino, «Archivio della Società romana di storia patria», 114 (1991), p. 164.
11
COLAJ
Un panorama delle fonti relative agli assetti della proprietà 39
to, tuttavia spie precise di aspirazioni, desideri e, talvolta, stati di fatto.
3) Ancora da non dimenticare sono gli atti notarili, importanti non solo
perché redatti da un operatore professionista dotato, dal Basso Medioevo in
poi, di publica fides, ma anche e soprattutto perché consentono di cogliere
evoluzioni a volte decisive, quando tali atti siano compiuti sulla scorta di una
normativa precisa in materia, ad esempio, di affrancazione. Si deve infatti tener conto del fatto che, pur non avendo rivestito un ruolo risolutivo, come invece avvenuto in altre parti (Granducato di Toscana), la legislazione dello
Stato Pontificio è stata abbastanza ricca e ha prodotto anche alcuni risultati.
Nei soli primi cinquant’anni del secolo XIX, fino alla seconda restaurazione
dopo il brevissimo periodo della Repubblica romana, le leggi in materia di
usi civici sono state quattro, mentre tra il giugno 1888 e l’agosto 1894, sempre per le province ormai ex pontificie, lo Stato italiano ha promulgato ben
cinque disposizioni legislative e un regolamento 12. Tutta questa legislazione
mirava allo scioglimento delle servitù promiscue: quali terre dell’Agro Romano, se ve ne sono state, furono affrancate?
Le conseguenze della situazione d’incertezza nella quale ancora per larga
parte ci si muove sono, come si può bene immaginare, di grande portata. Il
problema investe, infatti, cospicui interessi economici e coinvolge, in questi
nostri travagliati tempi moderni, anche esigenze che il giurista, dal suo punto
di vista forse troppo elitario e dogmatico, tende a guardare con una certa riprovazione, ma che sono invece sempre più urgenti e vitali: le esigenze della
tutela ambientale. Tutela che risulta in un certo qual modo stimolata dall’estensione di un vincolo paesistico sulle terre di uso civico promossa dalla
legge Galasso.
L’importanza dell’argomento è enorme; affrontarlo e, quando possibile,
risolverlo, potrebbe significare, tra l’altro, un espediente, l’ultimo forse rimastoci, per salvare qualche brandello di una realtà agricola e storica destinata
inevitabilmente a sparire sotto il peso della pressione dirompente della grande metropoli: la realtà dell’Agro Romano e delle campagne intorno a Roma.
12
U. PETRONIO, Qualche spunto sulla “questione demaniale” in Italia prima della legge
Zucconi, in Usi civici e proprietà collettive nel centenario della legge 24 giugno 1888. Atti del
Convegno in onore di Giovanni Zucconi (1845-1984), a cura di P.L. Falaschi, Camerino,
1991, pp. 43-77.
Francesca Cicioni
ISTITUZIONI E GIUSTIZIA CASTELLANA: GLI STATUTI
DI NEMI, ROCCA PRIORA, COLONNA, GENZANO, ARICCIA
TRA CINQUECENTO E SEICENTO
Nel clima di rinnovato interesse degli storici per la legislazione statutaria,
valorizzata nell’ultimo trentennio per il suo vasto potenziale informativo,
l’area degli odierni Castelli Romani appare ancora poco studiata, malgrado
le iniziative promosse dall’Istituto Storico Italiano già nei primi decenni del
XX secolo per la pubblicazione degli Statuti della Provincia Romana 1. Infatti,
dei dieci statuti castellani giunti sino a noi, sono stati finora pubblicati solo
quelli di Frascati 2 e Rocca Priora 3; sono scarsi, per di più, gli studi informati
alle più aggiornate metodologie storiografiche. La ragione di tale disattenzione potrebbe essere ascritta alla tarda datazione di questi testi, tutti risalenti, nell’ultima – e unica – tradizione manoscritta, al giro di anni compreso tra
1514 e 1615, motivo forse discriminante ed esclusorio rispetto al gran numero di statuti d’età medioevale pervenutici.
La lettura comparativa che qui si propone si limiterà ai quattro statuti castellani inediti di Nemi, Colonna, Genzano e Ariccia, corroborata da quello – edito
– di Rocca Priora; solo un avvio dunque. La necessaria e auspicabile integrazione con altre fonti documentarie coeve potrebbe consentire in futuro d’illuminare più in profondità gli aspetti di una realtà variegata, ma nel contempo caratterizzata da forti tratti di omogeneità in ambito giuridico, sociale ed economico.
Questi statuti, non sempre pervenuti in originale, sono in alcuni casi trascrizioni e volgarizzamenti aggiornati di testi più antichi, a volte invece elaborazioni cinque-seicentesche in latino, affiancate da una redazione in volgare, come testimoniano le copie semplici degli statuti di Ariccia e Genzano,
tratte da qualche notaio forse ad uso privato.
1
Statuti della Provincia Romana, a cura di F. Tomassetti, V. Federici e P. Egidi, Roma,
Istituto Storico Italiano per l’età moderna e contemporanea, I, 1910 (Fonti per la Storia d’Italia, 48) e II, 1930 (Fonti per la Storia d’Italia, 69); per un primo orientamento sulla legislazione statutaria dei Castelli Romani vedi R. LEFEVRE, Le comunità dei “Castelli Romani” e i loro
statuti (secoli XVI-XVII), «Studi Romani», XXVI, 1978, 7, pp. 161-177.
2
A. ILARI, Frascati tra Medioevo e Rinascimento con gli statuti esemplati nel 1515 e altri
documenti, Roma, 1965.
3
Lo statuto di Rocca Priora del 1547, a cura di R. Lefevre, Roma, 1982.
42 Francesca Cicioni
Lo statuto di Nemi, per esempio, il più antico fra i cinque considerati, è
pervenuto in un unico esemplare, copia autentica del 31 agosto 1514. Nell’explicit dello statuto il notaio incaricato di redigerlo, Bernardino di Giovanni Belli dei Paganelli di Idro “vicario et offitiale del decto castello”, dichiara
di averlo estratto dal “suo originale” che era in due libri, uno latino, l’altro
volgare “per essere el suo originale diructo et caduco” 4.
Lo statuto di Rocca Priora 5, secondo in ordine cronologico, è un originale
redatto in volgare, datato 17 agosto 1547, che recenti ricerche d’archivio
hanno riportato alla luce tra le carte del Fondo Borghese dell’Archivio Segreto Vaticano 6.
Lo statuto di Colonna invece, non datato – ma che per motivi interni dovrebbe ascriversi alla prima metà del Cinquecento 7 –, sembrerebbe qualificarsi, nel
retoricissimo prologus ab origine mundi, come una compilazione ex novo 8.
Lo statuto di Genzano, redatto nel 1565, è giunto a noi in un unico esemplare, una copia semplice, in volgare, del XVII secolo, tratta da un originale
ora deperito 9.
Lo statuto di Ariccia, infine, è il più recente: è datato 1610-1615 ed è tradito in diversi esemplari 10, tra i quali si è presa in considerazione una copia
semplice della metà del XVII secolo, redatta in volgare, conservata presso la
Biblioteca del Senato.
Notevole è la difformità tra gli statuti presi in esame, talché è impossibile
stabilire delle tipologie ricorrenti, dei modelli comuni, anche nel caso di appartenenza al dominato della medesima famiglia baronale 11.
Statutii del castello de Nemo, Biblioteca Apostolica Vaticana, Ms. Chigiano, I, 1, 17, c. 13v b.
Statutum communitatis, universitatis et hominum castri Roche Prioris, Archivio Segreto
Vaticano, Fondo Borghese, Serie IV, 301.
6
Cfr. R. LEFEVRE, Ritrovato lo Statuto di Rocca Priora del 1547, «Castelli Romani», 1977,
7, pp. 75-78.
7
A. ILARI, Frascati, cit., p. 135 propone l’anno 1506; L. BERTONI, Floridi, Antonio, in Dizionario Biografico degli Italiani, 48, Roma, 1997, pp. 338-339, propone l’anno 1510; ma vedi
anche F. PETRUCCI, Colonna, Camillo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 27, Roma, 1982,
pp. 279-280, che sposta la redazione dello statuto in epoca imprecisata, più tardi del 1506.
8
Statuta castri Columnae, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 9878, c. 2v: “[…] animadvertens illustrissimus dominus Camillus Columna, quod amenissimum castrum Columne sine statutis regitur, iussit ea fierii et missi scribere mandavit, exposcentibus atque supplicantibus
officialibus et hominibus dicti castri Columne, qui multum propterea commendandis existunt”.
9
Statuta oppidi Cynthiani, Albanensis diocesis, Archivio di Stato di Roma, Statuti 28.
10
Consignatio Statutorum terrae Ariciae et promissio de illa observanda inter illustrissimum et eccellentissimum dominum principem Sabellum et Communitatem dictae terrae Aricciae, Biblioteca Corsiniana, Ms. Cors. 1316 34 a 16; Statuti dell’antica e nobil terra dell’Ariccia, Biblioteca del Senato, Statuti Mss. 595; [Delli Statuti della terra della Riccia], Biblioteca Apostolica Vaticana, R.G. Storia, IV, 7505.
11
Agli inizi del XVI secolo le comunità castellane sono quasi tutte raggruppate sotto la dominazione delle due importanti famiglie dei Colonna (a Nemi, Frascati, Colonna) e dei Savelli
4
5
Istituzioni e giustizia castellana 43
È noto che la ripartizione dello statuto in libri (articolati in capitoli individuati da rubriche), realizzata secondo un più moderno criterio di razionalizzazione normativa a partire già dalla seconda metà del XII secolo, corrispondeva a una distribuzione del materiale normativo in quattro o cinque sezioni
riguardanti il diritto pubblico, la giustizia civile, la giustizia penale, le materie di interesse pubblico e, in ultimo, la casistica relativa ai risarcimenti dei
danni (i cosiddetti damna data).
Gli statuti di Nemi e Genzano, rispettivamente composti di 80 e 85 capitoli, non sono divisi per materie e quindi aderiscono ancora a un modello statutario arcaico, connotato dall’indivisione del materiale normativo e dall’accumulo alluvionale delle norme.
Al contrario, lo statuto di Rocca Priora, precedente quello di Genzano di
soli otto anni, è diviso in quattro libri introdotti da una prolusione; gli statuti
di Colonna e di Ariccia sono divisi in tre libri e presentano, a differenza delle
altre compilazioni statutarie considerate, un tenore molto accurato, attento
nei contenuti ai modelli e agli spunti provenienti dall’elaborazione giuridica
coeva.
La compilazione degli statuti in questione è affidata al notaio del castello
– che nella maggior parte dei casi esaminati è anche vicario del signore –,
ma con la partecipazione di una rappresentanza della comunità nelle persone
dei massari, in qualità di garanti della ricezione delle consuetudini locali. Solo nel caso di Colonna la compilazione dello statuto si configura come atto
unilaterale che procede dal signore 12, diretto a una comunità che sembra essere esclusa dall’iter formativo della compilazione normativa 13. Segnalo che
lo statuto di Nemi, approvato da Marco Antonio Colonna, è redatto dal notaio e vicario pro tempore Bernardino di Giovanni Belli dei Paganelli di Idro,
il medesimo che l’anno successivo esemplò, sempre su richiesta di Marco
Antonio Colonna, e sempre in qualità di vicario pro tempore, gli statuti frascatani.
Degno quindi di nota appare, per l’epoca e la zona, il contesto eminentemente signorile da cui gli statuti castellani scaturiscono 14: essi sono, in qual(a Rocca Priora, Castel Gandolfo, Albano e Ariccia); cfr. R. LEFEVRE, Le comunità dei “Castelli Romani”, cit., p. 165.
12
In calce a ogni libro segue infatti la sottoscrizione autografa di Camillo Colonna: “Placet et ita mandamus observari, Camillus Columna”.
13
Statuta castri Columnae, c. 2v.
14
Negli anni dell’esilio avignonese, infatti, la proprietà baronale si era accresciuta molto
a danno di quella ecclesiastica, soprattutto nelle province di Campagna e Marittima, cfr. A.M.
GIRELLI, Il problema della feudalità nel Lazio tra XVII e XVIII secolo, in La rifeudalizzazione
nei secoli dell’età moderna: mito o problema storiografico?, Atti della 3ª giornata di studi
(28 settembre 1984) dell’Università di Verona, «Studi storici Luigi Simeoni», XXXVI, Verona,
1986, pp. 109-131.
44 Francesca Cicioni
che modo, concordati tra il signore e la comunità ma sono sottoposti alla sola
approvazione del signore. In seguito una clausola della bolla di Sisto V Ad
Romanum pontificem decet del 1589 ribadì ancora una volta la riserva papale
dell’approvazione degli statuti. Tuttavia, almeno per il caso dello statuto di
Ariccia, l’unico pubblicato successivamente alla bolla sistina, questa norma
sembra rimanere lettera morta.
Ciò che emerge da un primo esame, e che trova conferma in alcune sezioni degli statuti dedicate principalmente alle esigenze peculiari delle comunità, è che la diversità strutturale del corpo statutario è in relazione diretta con
la grandezza e il grado di sviluppo della comunità.
Nel caso di Nemi è ancora sufficiente il vecchio statuto, nuovamente
esemplato – a detta del redattore – perché ormai inutilizzabile 15; si può ipotizzare che anche lo statuto di Genzano abbia mantenuto inalterati i caratteri
originali, salvo alcuni lievi aggiornamenti cui si fa cenno nel prologo 16. La
dimensione ridotta e la mancanza di sistematicità degli statuti di Nemi e
Genzano non sono dunque sintomo d’arretratezza: il testo è funzionale alla
situazione politico-economica delle comunità, e si mostra sufficiente a regolamentarne la vita. Infatti entrambe le comunità, di modeste dimensioni e
collocate l’una di fronte all’altra sul lago di Nemi, vivono nel medesimo
contesto ambientale, cui corrisponde un simile sviluppo economico.
Ma quando la crescita sociale ed economica di una comunità spinge verso
una modificazione o aggiornamento delle norme statutarie, si verifica un aumento del materiale tale da imporre un ordinamento per materie, come nel
caso degli statuti di Rocca Priora e Ariccia.
Lo statuto di Rocca Priora riflette al suo interno l’immagine di una comunità in espansione, che a partire dal Quattrocento registra un incremento demico ed economico non trascurabile 17. Ad esempio il capitolo XVIII del libro
degli Extraordinaria (sotto il quale venivano raggruppate le materie eteroge15
Lo statuto di Nemi è copia tratta “da parola in parola” dagli antichi statuti che certamente, all’epoca della redazione cinquecentesca, erano ormai illeggibili se il notaio si limita a trascrivere la sola rubrica del capitolo 80, annotando: “non sono nello orriginale”. Nel 1514 non
avvenne quindi una revisione dello statuto, ma furono recuperati dalla distruzione operata dall’usura del tempo i vecchi statuti nemorensi, scritti in volgare romanesco; dialetto questo non
appartenente al notaio, che anzi era originario di Idro. Per la datazione dello statuto e altre notizie si rimanda a R. RICCI, Gli statuti del castello di Nemi, «Rivista italiana di Scienze giuridiche», XII, 1891, pp. 54-59.
16
Statuta oppidi Cynthiani, c. 1r: “[…] Essendo d’ordine nostro revisti e redatti a[lcuni]
luoghi [e] dove rihan tenute bisogno riform[are] l’ordini e statuti che si contengono in questo
volume, di certa nostra scienza li confermiamo […]”.
17
G. TOMASSETTI, Sale e focatico del Comune di Roma nel Medioevo, «Archivio della Società Romana di Storia Patria», XX, 1897, pp. 313-368; cfr. G. TOMASSETTI, La Campagna Romana antica, medioevale e moderna, nuova edizione aggiornata a cura di L. Chiumenti e F.
Bilancia, Firenze, 1979, IV, p. 535.
Istituzioni e giustizia castellana 45
nee quovis titulo di interesse pubblico), accanto a norme per la costruzione,
l’agibilità e la pulizia delle strade pubbliche prevede l’elezione di due huomini viali preposti alla manutenzione delle stesse 18, così come a Roma agli
inizi del Quattrocento era stata ripristinata da Martino V la magistratura municipale dei magistri aedificiorum et stratarum Almae Urbis 19. Si tratta di un
caso isolato rispetto agli altri statuti esaminati, dove le disposizioni in materia si limitano a indicare l’obbligo per il cittadino di mantenere pulito lo spazio antistante la propria abitazione nel giorno del sabato 20.
La normazione statutaria offre una ricca messe di dati, di spunti, di suggerimenti per le ricerche sulla storia economica, giuridica, sociale delle comunità che la adottarono, ma in questa sede verranno analizzati in particolare l’ordinamento civile e giudiziario.
Dai testi statutari si ricava la presenza attiva e operante all’interno delle
comunità di un piccolo nucleo di individui che svolgono funzioni di tipo
pubblico.
Presente ovunque la figura del vicario, eletto e rappresentante dell’autorità
del signore presso la comunità, svolge principalmente funzione giudiziaria 21 ed
18
Statutum … castri Roche Prioris [Extraordinaria], XXVIII, De via aptanda et mensura
hadibenda a vialibus. “Statuimo et ordinamo, che li massari debbiano et possano eleger dui
discreti huomini viali li quali habino piena autorità in tutte vie publiche, dar la via secondo il
bisogno de via che havesse a passar strame sia larga una canna et mezza de mesura et tutte altre strade cioè vicinali se debbiano dar de una canna larghe, et fatto che serrà commandamento per li viali et datollo termine ad acconciarla et moderarla, qualunque contrafacesse et non
obedisse de acconciar dette vie sia punito in solli diece per ogni volta et debbia pur acconciare
et moderare dette vie. Ancora, tutti vicini havessero fratte canto le vie le debbiano tagliare et
levar et alargar le vie, et se debbia far bannire per lo vicario che infra termine de quindici dì se
debbiano acconciar et moderare, et chi contrafacesse sia punito in solli diece”.
19
Per la storia di questa magistratura romana si veda F. BARTOLONI, Documenti inediti dei
“Magistri aedificiorum Urbis” (Secoli XIII-XIV), «Archivio della R. Deputazione romana di storia patria», LX, 1937, pp. 191-230, ora in ID., Scritti, a cura di V. De Donato e A. Pratesi, Centro
italiano di studi sull’Alto Medioevo, Spoleto, 1995, pp. 41-80 e da ultima C. CARBONETTI, Documentazione inedita riguardante i magistri edificiorum Urbis e l’attività della loro curia nei
secoli XIII e XIV, «Archivio della Società romana di storia patria», 113, 1990, pp. 169-188 e
EAD., La curia dei magistri edificiorum Urbis nei secoli XIII e XIV e la sua documentazione, in
Roma nei secoli XIII e XIV. Cinque saggi, a cura di E. Hubert, Roma, Viella, 1993, pp. 1-42. Per
un’epoca più vicina a quella qui trattata si veda M.G. PASTURA RUGGIERO, La Reverenda Camera
Apostolica e i suoi archivi (secoli XV-XVIII), Roma, 1987, pp. 100-118.
20
Nello statuto di Colonna però, a c. 22v, si trova notizia della presenza di una categoria di
ufficiali comunali detti vialii o periti; riporto qui di seguito il testo integrale del capitolo: Statuta castri Columne, II, Maleficiorum, De pena fodentis torale, Rubrica 68, “Statuimus quod
siquis foderit torale iuxta viam publicam vel vicinalem vel carrariam devastando in totum vel
in partem, condemnetur pena ducatorum duorum et damnum et expensas emendet damnum
passo iudicio vialium communis seu peritorum”.
21
Le funzioni del vicario sono chiaramente descritte negli Statuti dell’antica e nobil terra
dell’Ariccia, I, 1, Circa l’oficio del vicario, essequtore, e balio. “Primieramente statuimo et ordi-
46 Francesca Cicioni
è garante dell’osservanza degli statuti 22. Al termine dell’operato è tassativamente sottoposto a sindacato. A Rocca Priora la carica dura, significativamente, sei
mesi 23, onde evitare che una tale concentrazione di potere possa accrescere l’autorità dell’investito che, in qualità di notaio, è anche esecutore degli atti civili.
In genere il vicario non riceve stipendio, ma percepisce delle entrate per il rilascio degli atti giudiziari e la stipula degli atti fra privati: spesso infatti è presente
negli statuti una tavola o un capitolo circa il pagamento di tali atti. Solo ad Ariccia il vicario riceve un salario e un’abitazione cui provvede la comunità 24.
Al vicario quale rappresentante del signore si contrappone la magistratura
dei massari, a Colonna detti anche decurioni o anziani priori. Il numero dei
massari è variabile da quattro a sei, e l’incarico è generalmente annuale. I
massari rappresentano la comunità, tuttavia a Genzano la scelta dei componenti della magistratura è fortemente condizionata dal controllo signorile: tre
massari su sei sono di nomina baronale, gli altri sono proposti dai massari
uscenti 25. A Rocca Priora vengono nominati dal vicario e dai quattro massari
uscenti, ma sono confermati dal signore 26. Solo ad Ariccia la scelta dei massari ricade esclusivamente all’interno del Consiglio (d’altra parte, solo ad
Ariccia è presente un Consiglio con funzione deliberativa) 27.
Ai massari spetta l’amministrazione corrente della comunità: essi possono arbitrare cause civili e intervenire nelle contese relative ai danni dati. A
Rocca Priora, dove ad essi è dato maggior potere, in assenza del vicario ne
esercitano l’autorità con facoltà di comminare pene pecuniarie 28. A Colonna partecipano all’amministrazione della giustizia civile: uno di loro è tenuto “omnibus diebus dominicis” ad assistere il vicario in giudizio, in qualità di garante degli statuti e delle tabulae e di supervisore sul corretto an-
niamo che il vicario da eleggersi di tempo in tempo da noi sia et esser debba giudice ordinario di
detta terra nelle cause civili, criminali, danni dati, et in tutti gl’altri casi concernenti la giurisdizione e con le nostre patenti nell’atto dell’admissione debba giurare in mano dei massari pro
tempore l’osservanza degl’inserti statuti senz’alcuna passione, amicizzia, odio o vero prezzo”.
22
Statuta oppidi Cynthiani, I, Del giuramento del vicario. “In prima statuimo et ordiniamo
che ’l vicario il gli sarrà deputato dall’illustrissimo signore al regimento del castello di Genzano sia obligato et tenuto, innanziché cominci ad esercitare dett’officio, giurare d’osservar l’infrascritti statuti, remota ogn’amicitia, parentela, ira, odio, preghiera, et guadagno sotto la pena
dell’arbitrio di sua signoria illustrissima”.
23
Statutum … castri Roche Prioris, Civili, VII, De iuramento vicarii et sua electione.
24
Statuti dell’antica e nobil terra dell’Ariccia, I, 1: “[…] Il qual vicario per il suo salario
habbia giuli trentasette e mezzo il mese e l’habitazione per il tempo che vi starà”.
25
Tra i massari è designato dal signore anche un camerlengo, vedi Statuta oppidi Cynthiani, v, Dell’elettione delli massari.
26
Statutum … castri Roche Prioris, Civili, I, De electione massariorum.
27
Statuti dell’antica e nobil terra dell’Ariccia, I, 3, De i massari, loro elezzione et ufizzio e
de guardiani e stimatori.
28
Statutum … castri Roche Prioris, Civili, II, De potestate massariorum.
Istituzioni e giustizia castellana 47
damento delle procedure, al fine di contrastare eventuali abusi di potere 29.
È loro affidata anche la riscossione delle imposte comunitarie e delle gabelle con l’obbligo, a Rocca Priora e ad Ariccia, di registrare le operazioni finanziarie condotte durante lo svolgimento delle loro funzioni; ad Ariccia, in
particolare, i massari hanno l’incarico di esigere dazi e imposizioni, tanto camerali quanto comunitarie 30, di stabilire i prezzi “delle robbe venali pertinenti la grascia”, e di illustrare a fine operato il bilancio comunitario indicando
tutte le entrate e le uscite 31.
Un corpo di guardiani è poi presente in tutte le comunità 32: essi hanno il
compito di vigilare sulla comunità e sul territorio ad essa pertinente e di sovraintendere ai risarcimenti per i danni dati. Nominati dai massari in numero
variabile e coordinati da un capoguardiano, sono coadiuvati – a Rocca Priora, Colonna e Ariccia – dagli extimatores o appretiatores dei danni arrecati
alle cose. A Rocca Priora sono menzionati anche dei “guardiani delle porte”,
sottoposti agli ordini del mandatario, che svolgono funzione di corpo di
guardia per la difesa della comunità 33.
29
Statuta Castri Columne, II, Maleficiorum, 100, De officio massariorum et eorum electione.
“[…] statuimus quod massarii castri Columne qui pro tempore erunt teneantur sicque exequi debeant ut singulis quibusque diebus dominicis, in quibus post prandium per vicarium ius reditur,
adesse debeat unus ex ipsis massaris et assistere vicario, dignitate officii servata, et commone facere vicarium circa observantiam statutorum et tabularum; et si contigerit vicarum aliquas extorsiones facere, minime patiantur, significando vicario talia esse prohibita astantis qui si monitus
non destiterit et se in finibus sui officii continuerit, coram illustrissimo domino vel illustrissima
domina eius consorte proponant causas et iustas eorum querelas quam benigne exaudientur […]”.
30
Il progetto ecclesiastico di un livellamento fiscale da applicare in tutte le terre dello Stato
pontificio diede l’avvio a una serie di interventi che percorsero tutto il Cinquecento: venne infine promulgata il 15 agosto 1593 la bolla Pro commissa, che introduceva presso le comunità
l’obbligo di compilare una tabella in cui fossero illustrati il bilancio consuntivo e preventivo
della comunità al fine di consentire un’esatta ripartizione delle imposte e il cui controllo venne
affidato a una commissione speciale detta del “Buon Governo”, istituita con la bolla De bono
regimine il 30 ottobre 1593, cfr. L’archivio della Congregazione del Buon Governo (15921847), inventario a cura di E. Lodolini, Roma, 1956. Queste riforme, che avrebbero dovuto
colpire tutte le comunità, non vennero mai recepite nei luoghi baronali. Lo statuto di Ariccia,
successivo alla promulgazione della bolla, è l’unico a menzionare i pesi camerali e l’obbligo di
tenere dei registri di bilancio. Troviamo inoltre un eccezionale riferimento alla riscossione dei
pesi camerali nei tre bandi di Giuliano Cesarini signore di Genzano, emanati negli anni 158384, accorpati allo statuto del 1565: in essi si fa riferimento alla difficoltà d’esazione presso la
comunità dei pesi camerali che comporta il ricorso alla chiusura delle porte del castello per evitare la fuga dei debitori insolventi. Il terzo bando in particolare specifica che le porte devono
essere serrate dai massari almeno tre volte “nelle quali tre volte entrino almeno otto dì”!
31
Statuti dell’antica e nobil terra dell’Ariccia, I, 3, De i massari, loro elezzione et ufizzio e
de guardiani e stimatori.
32
Cfr. Statutii del castello de Nemo, III; Statuta castri Columnae, III, Damnorum datorum, 6;
Statutum … castri Roche Prioris, Maleficia, XXXVIII, Damna data, VII; Statuta oppidi Cynthiani,
IX, XLVIII, LXXII; Statuti dell’antica e nobil terra dell’Ariccia, III, 1 e 18.
33
Statutum … castri Roche Prioris, Extraordinaria, XXV.
48 Francesca Cicioni
A Nemi, invece, il servizio di vigilanza sulla comunità e sul territorio ad
essa pertinente è affidato a due conestabili, eletti dai vecchi massari: essi si
occupano del reclutamento delle forze militari del comune e delle guardie per
la difesa della comunità e hanno, inoltre, la facoltà di imporre delle multe 34.
A Rocca Priora, Colonna e Ariccia è presente un mandatario, sorta di ufficiale giudiziario cui è affidata l’esecuzione delle sentenze passate in giudicato, la consegna a domicilio degli atti di citazione e l’esazione delle penali.
Questa magistratura in due casi (Colonna e Ariccia) è di nomina baronale; a
Rocca Priora, invece, è elettiva e comporta la percezione di uno stipendio.
L’elezione è di competenza dei massari.
Ariccia è l’unica comunità provvista di un Consiglio con funzione deliberativa: l’accesso alla carica di consigliere è consentito ai maggiori di vent’anni non forestieri e ai forestieri residenti da almeno vent’anni in possesso
di beni immobili del valore non inferiore ai 200 scudi, nella proporzione di
un elemento per fuoco 35. A Rocca Priora è presente invece un consiglio ridotto, composto di 12 uomini scelti dai massari e dai 4 massari uscenti, che si
presenta come un organo puramente consultivo che si va ad affiancare alla
magistratura dei massari nell’amministrazione della comunità 36.
A dispetto delle particolarità locali, è evidente come la struttura di governo delle comunità castellane sia imperniata esclusivamente su un equilibrio
tra signore e comunità; non viene fatta alcuna menzione di rappresentanti del
governo centrale pontificio, e la cosa non sorprende dal momento che siamo
in presenza di comunità mediate subiectae. All’interno del proprio feudo è il
signore che amministra la giustizia e la fiscalità 37.
Inutili i tentativi della curia di sottrarre queste prerogative ai baroni: oggetto specifico della bolla di Sisto V Ad Romanum pontificem decet del 1589
era la riserva alla Camera Apostolica di tutti i beni provenienti dalle condan-
Statutii del castello de Nemo, III e VIII.
Statuti dell’antica e nobil terra dell’Ariccia, I, 2.
36
Statuti dell’antica e nobil terra dell’Ariccia, ibid., Del modo d’elegger le persone del
Consiglio; ulteriori informazioni riguardo alle funzioni svolte da questa magistratura sono
contenute nel capitolo 26, Circa il condurre il grano a Roma.
37
A tal proposito, così descrive il particolare stato giuridico di questi luoghi Giovan Battista De Luca nel suo celebre trattato Il dottor volgare, ovvero compendio di tutta la legge civile, canonica, feudale e municipale, Firenze, 1839 (1ª ediz. Roma, 1673), I, I, cap. XXXIV, p.
182, Dei Feudi: “[i baroni romani possiedono la prerogativa] di poter mettere gabelle e collette ai vassalli senza che né egli, ne questi siano soggetti alle gabelle generali del principato, e
di poter rimettere banditi propri; di avere ragioni private nel proprio dominio in alcune cose,
come anco l’introdurre sale, ed altri vittuali, senza essere soggetti alla privativa, alla quale sono soggetti gli altri popoli: ed inoltre l’avere le ragioni del fisco con i propri vassalli con simili regalie; poiché di loro natura spettano al principe sovrano, e non ai baroni e signori sudditi.
Però spettano anche a questi […]”.
34
35
Istituzioni e giustizia castellana 49
ne: ma gli statuti mostrano chiaramente che il signore, titolare dell’amministrazione della giustizia in materia civile e penale, generalmente svolta attraverso suoi rappresentanti o personalmente nei casi d’alta giustizia, ne percepisce i proventi (consistenti in pene pecuniarie e confische).
Infatti, salva la vigilanza esercitata dalla Sacra Consulta, la giurisdizione
feudale non subisce forti interventi da parte dell’autorità centrale: rispetto alle altre località immediate subiectae, le località baronali sono più libere di
muoversi. Per questo motivo ancora nel 1746 Benedetto XIV imporrà ai baroni di non pronunciare sentenze senza prima avere ascoltato il parere di una
commissione di giuristi da loro stessi nominati. Ancora nel XIX secolo, tuttavia, la situazione si mostra immutata: si denuncia nuovamente la natura improvvisata dei tribunali baronali 38.
In alcuni degli statuti esaminati si dispone che le cause civili ordinarie,
quando non possano essere risolte tramite l’intervento e la mediazione di
consanguinei e amici delle parti in lite, e dunque per via d’arbitrato, vengano
affidate ai massari 39; qualora questo primo intervento si dimostri insufficiente, le parti hanno l’obbligo di adire in giudizio presso la corte del vicario.
In materia penale si distingue nettamente tra alta e bassa giustizia: i crimina atrociora – omicidio, tradimento, furto, adulterio et altri exorbitanti
delitti 40 – ricadono ovunque nella competenza esclusiva del signore il quale,
in quanto titolare della districtio, esercita una plena potestas puniendi, ivi
compreso lo ius sanguinis. Strumento importante nell’esercizio di queste facoltà è l’arbitrium: lo statuto sancisce la certezza del diritto nel tempo, ma
l’arbitrium, nella piena legittimità riconosciutagli dagli statuti, lascia aperto
il discorso alla variabilità, consentendo la flessibilità del sistema giudiziario
anche di fronte a quei casi non contemplati dalle norme e che potrebbero
condizionare, limitandola, la funzione repressiva esercitata dal signore 41.
Al processo di tipo accusatorio, in cui il querelante-attore deve provare la
38
L. LONDEI, La funzione giudiziaria nello Stato pontificio di antico regime, «Archivi per
la storia», IV, 1-2, gennaio-dicembre 1991, pp. 13-29.
39
Cfr. per esempio Statutii del castello de Nemo, 48, Che li massari iurati tractano pace
infra li discordanti; Statuta Oppidi Cynthiani, VII, Che li massari possano terminar liti, qui
con specifico riferimento a questioni vertenti sui danni dati.
40
Statutum … castri Roche Prioris, Maleficia, XXXVII: De penis maleficiorum graviorum
arbitrio puniendorum. “Statuimo et ordinamo che, non obstanti li prenominati statuti et capituli, volemo videlicet nelli bomicidii, adulterii et furti et altri exorbitanti delitti siano in arbitrio delli illustrissimi signori nostri patroni”.
41
Cfr. M. MECCARELLI, Statuti, “potestas statuendi” e “arbitrium”: la tipicità cittadina nel
sistema giuridico medievale, «Gli statuti delle città: l’esempio di Ascoli nel secolo XIV», atti
del Convegno di studio svoltosi in occasione della dodicesima edizione del «Premio internazionale Ascoli Piceno», Ascoli Piceno 8-9 maggio 1998, a cura di E. Menestò, Spoleto, 1999,
pp. 89-124.
50 Francesca Cicioni
fondatezza della sua accusa, si affianca anche quello inquisitorio per quei
reati aventi particolare rilevanza all’interno della comunità 42, secondo quanto
previsto nel diritto pubblico romano 43.
Anche il sistema delle prove – distinte in circostanziali, testimoniali e confessioni – è mutuato dal diritto pubblico romano 44. Nella procedura accusatoria l’infondatezza dell’accusa determina una sanzione: a Colonna “accusator,
si accusaverit, sciat se teneri pena senatus consulti Turpilliani [sic] et tallionis
si suam accusationem non probaverit” 45, e così anche ad Ariccia, chi produce
falsi testimoni o rende falsa testimonianza è punito “di simil supplicio” 46. Gli
statuti insistono molto sulla confessione e favoriscono la pratica promettendo
una pena più mite: ad Ariccia infatti, “a chi confesserà il delitto nella prima risposta, se li rimetta la quarta parte della pena” 47.
La prassi giudiziaria a Nemi costituisce un caso a parte: nello statuto è ben
individuabile il sostrato giuridico bassomedievale, e accanto al processo di tipo accusatorio sussiste ancora la vecchia prassi della pace privata fra le parti;
la comunità tenta di ricomporre i dissidi al proprio interno, evitando così il ricorso all’autorità 48. Per portare un esempio, il reato di violenza carnale ai danni delle donne è punito con una pena pecuniaria afflittiva – stabilita in relazione allo stato sociale della donna violata e aggiunta successivamente alla sua
dote –, quale risarcimento per la parte offesa, seguita dal matrimonio riparatore, quando possibile 49. Questa soluzione – che trova la sua ragion d’essere nel
A Colonna infatti il processo inquisitorio è previsto solo per alcuni reati, cfr. Statuta castri Columnae, II, Maleficiorum, 3: nello statuto di Ariccia invece si demanda la scelta circa la
procedura da adottare al vicario del luogo, cfr. Statuti dell’antica e nobil terra dell’Ariccia, II,
1 e 2; ma vedi anche Statutum … castri Roche Prioris, Maleficia, XXIX, De modo et forma
procedendi super maleficiis. Per quanto riguarda invece le disposizioni pontificie in materia di
procedure cfr. Costituzioni Egidiane dell’anno MCCCLVII, a cura di P. Sella, Milano, 1912 (Corpus statutorum Italicorum 1), pp. 138-141, liber quartus, I: De modo procedendis super maleficiis e II, In quibus casibus possit per inquisitione ex officio procedi.
43
M. MANDRELLI, Giurisdizione e procedure, «Gli statuti delle città: l’esempio di Ascoli nel
secolo XIV», cit., pp. 73-86.
44
Ibid., p. 76.
45
Statuta castri Columnae, II, Maleficiorum, 4, De accusationibus et qui ad accusandum
admiccantur.
46
Statuti dell’antica e nobil terra dell’Ariccia, II, 16, Circa testimonii falsi.
47
Statuti dell’antica e nobil terra dell’Ariccia, II, 29, Circa a i benefizzii che s’ammettono
ne i delitti; ma cfr. anche Statutum … castri Roche Prioris, Maleficia, XXXIII, De mitigatione
penarum in maleficiis.
48
Cfr. anche Statutii del castello de Nemo, LX, Che la persona iniurata da l’altra non possa fare vendecta se non contra al principale, dove si stabilisce che la vendetta privata colpisca solo il diretto responsabile; l’esercizio della vendetta privata infatti è un altro sistema per
eludere l’intervento dell’autorità che, non potendo eliminare questa prassi, si limita a regolamentarla.
49
Statutii del castello de Nemo, XXI, De quelli che fanno violentia contro de le donne.
42
Istituzioni e giustizia castellana 51
consolidato complesso di consuetudini locali – si configura nell’ambito di una
giustizia privata in cui le parti pervengono a una composizione extragiudiziaria del dissidio attraverso il versamento di un’ammenda, escludendo così
qualsiasi intervento della pubblica autorità. Non realizzandosi queste condizioni, oltre al risarcimento per la donna offesa il reo pagherà una multa al signore del luogo; “et se epso malfactore non potesse pacare dicta pena” continua il dettato dello statuto “debia essere ponito de tagliarli una mano et debiaselli cocere un occhio ad arbitrio del decto signore […] et se ipso adulteratore
de donne de bona fama fugesse, che perda tucte le robe” 50.
Il ricorso a una giustizia privata è un fenomeno da porre in relazione con i
frequenti abusi giudiziari perpetrati dall’autorità a danno della comunità, e lo
statuto di Nemi è molto eloquente a tal riguardo: il capitolo LVI è significativamente intitolato Che la corte non debia procedere ad pigliare pena alcuna
dove non è corructione 51; l’abuso si cela dietro la parvenza della legalità, la
comunità reagisce ricomponendo al proprio interno i dissidi.
Nello statuto di Genzano, sprovvisto di norme circa i maleficia, il redattore integra – coerentemente con quanto anticipato nel prologo 52 – con il ricorso a prestiti dalle costituzioni pontificie, trascrivendo in una sezione a parte,
rifuse disordinatamente, alcune costituzioni del IV libro delle Costituzioni
Egidiane 53. Una situazione anomala rispetto agli altri statuti esaminati 54, ma
coerente con il carattere del nuovo Stato ecclesiastico, volto all’attuazione di
un centralismo politico e amministrativo realizzato in primo luogo attraverso
un’omogeneizzazione legislativa nei vari territori, tramite lo svuotamento
Statutii del castello de Nemo, ibid.
Forte del proprio ruolo, a Rocca Priora il vicario si spinge anche oltre: Statutum … castri
Roche Prioris, XIV: De iniuria non fienda per officialem mulieribus. “Statuimo et ordinamo, se
alcuno vicario per il tempo che exercitarà lo suo officio nel detto castello overo alcuno delli sui
famegli pigliasse per forza o per bona voglia alcuna femina de qualunque conditione si sia, et
essa carnalmente conoscesse, sia tenuto a pena de ducati cinquanta et sia de fatto privato del
officio, excetto se usasse con donna maritata quo casu etiam legali pena puniatur […]”.
52
Statuta oppidi Cynthiani, a c. 1v, “[…] dove nelli delitti non vi è provisto di pene si proceda alle pene delle sacre constitutioni et, in difetto di esse, della ragion commune, non ostante
qualsivoglia cosa in contrario […]”.
53
In particolare, nell’ordine in cui sono state trascritte nello statuto: la costituzione IX, XXV,
XXXIV, XXXIII, XXXIX, XLII, LV, XXXVI, XXVII, XXVIII, XXIX, XXX, XXXI, XXXII del IV libro.
54
Negli altri statuti infatti, dotati di un apparato di norme regolanti il diritto criminale, i richiami ad altre fonti di diritto sono circoscritti a casi particolari: nello statuto di Colonna per
esempio per il reato di furto si rimanda a quanto previsto dal diritto romano: Statuta castri Columnae, II, Maleficiorum, 26, De furibus. “Quoniam satis abunde per divorum principum constitutiones contra fures est provisum, superfluum esset per statuta aliud attentare […]”, a ribadire il carattere di fonte di diritto particolare dello statuto; nel successivo 28, De disrobatoribus
stratarum, si fa riferimento alle disposizioni del diritto comune e delle pontificales Extravagantes constitutiones.
50
51
52 Francesca Cicioni
delle autonomie produttrici di diritto come feudi e città, e l’estensione della
validità delle Constitutiones Aegidianae a tutto il territorio 55. Si consolida
così una gerarchia normativa: costituzioni pontificie, statuti approvati dal
pontefice e, solo nei casi non contemplati dalla legislazione ufficiale, bandi
ed editti pubblicati localmente.
Le pene comminate in genere sono di natura pecuniaria: vengono applicate
con lo scopo di colpire quei comportamenti che l’ordinamento considera antigiuridici e perturbatori della pax publica, e che sono lesivi del principio d’autorità incarnato dal signore del luogo. Nei reati contro le persone e le cose oltre al risarcimento spettante tradizionalmente al leso si affianca una multa rivendicata dal fiscus signorile, che si configura come un compenso dovuto al
signore per l’esercizio esclusivo della pubblica potestà punitiva. Il signore
inoltre può comminare la confisca dei beni per i reati gravi – quali lesa maestà e tradimento, e la contumacia del reo citato cui segue spesso la messa al
bando –, con il conseguente incameramento di una parte di quei beni 56.
Il principio di legalità della pena coesiste negli statuti con quello della
discrezionalità nell’applicazione, che rimanda all’arbitrium signorile: possono essere distinti infatti i crimini in cui la pena è certa (crimina ordinaria) da
quelli in cui la scelta della pena è demandata alla discrezionalità del giudice
(detti appunto crimina extraordinaria).
Il carattere di certe pene è evidentemente diffamatorio 57: a Genzano il ruf-
Cfr. Costituzioni Egidiane, cit., 26, De diversis iuribus et constitutionibus que debent in
observantiam prevalere. “Ad tollendam omnem exceptionis et dubitationis materiam, statuimus quod […] prius servetur constitutiones papales locales inserte et registrate in presenti volumine, secundo constitutiones nostre in eodem inserte volumine, tercio constituciones bone
memorie domini Bertramni episcopi Sabinensis […], quarto laudabiles et antique consuetudines provincie, que tamen non sint a iure prohibite, nec dictis constitutionibus adversantes,
quinto iura canonica et ultimo iura civilia observetur”; 27, De robore constitutionum presentis
et copia ipsarum recipienda per terras. “[…] et ut ipse constitutiones omnibus sint patentes et
note […] volumus et districtius precimus quod omnes et singuli rectores et thesaurari dictarum provinciarum et in omnibus et singulis universitatibus, communitatibus, magnarum et minorum terrarum dictorum locorum […] integraliter publicari et exponi faciant in vulgari et in
libris statutorum suorum scribi et inseri faciant et in ipsis continue permansuras […]”.
56
Cfr. anche G.B. DE LUCA, Il dottor volgare, cit., I, II, Dei Regali, VII, p. 251, parlando della
giurisdizione penale nei luoghi baronali: “[…] Intorno poi al fisco penale sopra le confiscazioni o
pene da applicarsi al fisco, due sono le ispezioni: una sopra le pene e multe borsali particolari o accidentali di certa somma, e l’altra circa la confiscazione generale di tutti i beni, ne quali per annichilazione del delinquente il fisco succeda come un certo erede che da’ giuristi si dice anomalo”.
57
Nel periodo basso medievale prevalgono le pene esemplari, il cui carattere espressivo si
manifesta nella pubblicità dell’esecuzione: si infittiscono le sanzioni di tipo infamante e ignominioso e le pene che riguardano la perdita assoluta o temporanea dei diritti connessi allo stato personale (per insolvenza del reo) espresse non solo nella pena di morte ma anche nella sematio corporis (mutilazione); cfr. G. DIURNI, Pena criminale (dir. intermedio), in Enciclopedia
del diritto, XXXII, Milano, Giuffrè, 1982, pp. 752-770.
55
Istituzioni e giustizia castellana 53
fiano è pubblicamente frustato e diffamato dal banditore 58 e a Nemi chi commette violenza sulle donne è esposto alle pubbliche offese 59. Ma alcune pene
lasciano i segni permanenti della condanna: sono quelle mutilative, come l’avulsione di un occhio, il taglio della lingua o della mano. A Nemi il tradimento contro il signore è punito col “mectere et chiovare [il traditore] inter dui tavole et debiase secare per mezo, et esso secato se debia trascinare al mondezaro o sterquellino et socto la immunditia se debia sepellire e, se donna, se debia bruciare in el decto mondezaro” 60. Altre sono invece di natura correttiva e
volte alla riabilitazione, anche spirituale, del reo: il capitolo 21 dello statuto di
Colonna è significativamente intitolato De pessimis sodomitis: la sodomia
con lesioni “in membris pudibundis” è punita con il rogo, ma il reato di sodomia senza lesioni è punito con la detenzione per un anno a pane e acqua “ad
penitentiam peragendam”. A Rocca Priora invece il reato di bestemmia prevede la possibilità di un’assoluzione qualora il colpevole sia disposto a un atto
di pubblica penitenza, consistente nello stare “una domenica alla porta della
chiesa in genocchioni, con la coregia al collo, scalzo, senza beretta, con una
candela accesa in mano, dal principio della messa fino al fine” 61.
Il pentimento e la penitenza sono concetti mutuati dal diritto canonico e
recepiti nella legislazione civile, ma l’elemento interiore della cogitatio e il
concetto di peccato rimangono ben distinti dal delitto, senza influire sull’irrogazione della pena 62: “statuta enim non sicuti iura animum sed factum consumatum et perfectum puniunt” 63.
Così per il redattore dello statuto di Colonna, il crimine presso gli uomini
è anche peccato di fronte a Dio – e non sono rare le occasioni in cui lo sorprendiamo ad ammonire la comunità con frasi memorabili, ricorrendo in alcuni casi a citazioni di precetti ed episodi neotestamentari –, ma la volontà
rimane pur sempre a fondamento dell’imputabilità penale.
Tutte le comunità dispongono di luoghi deputati alla detenzione, ma nessuno statuto specifica se si tratti di carceri signorili o di luoghi di custodia
pubblici. Ma se non è possibile definirne la natura, tuttavia ne deduciamo le
funzioni; dagli statuti infatti apprendiamo che le carceri accoglievano debito-
Statuta oppidi Cynthiani, Delli ruffiani, LXXXV.
Statutii del castello de Nemo, XXI, De quelli che fanno violentia contro de le donne. “[…]
et qualunca li opra offendere non sia tenuto ad pena alcuna de qualunca offesa li facesse”.
60
Statutii del castello de Nemo, XXX, De chi facesse tradimento contra del Signore.
61
Statutum … castri Roche Prioris, Maleficia, I, De pena blasfemantium Deum.
62
Cfr. A. MARONGIU, Delitti (dir. intermedio), in Enciclopedia del diritto, XII, Milano, Giuffrè, 1964, pp. 8-16.
63
Statuta castri Columnae, II, Maleficiorum, 17, De raptu mulierum, nuptarum, viduarum,
virginum et monialium. Cfr. anche Corpus Iuris Civilis, 49, 19, 18, Cogitationis poenam nemo
patitur.
58
59
54 Francesca Cicioni
ri insolventi, rissosi 64 e contumaci. In tutti questi casi la carcerazione si configura come una soluzione temporanea, rivolta non alla riabilitazione del reo,
bensì a punire e a impegnare personalmente quest’ultimo a pagare o a scontare la pena impostagli.
Gli statuti analizzati ci restituiscono una realtà locale fortemente condizionata, ancora a cavallo fra XVI e XVII secolo, da un forte regime signorile:
le comunità appaiono come piccole monadi organizzate al proprio interno in
una struttura giuridica bipolare che esautora qualsiasi intervento statale.
Queste tarde redazioni statutarie – espressione di un particolarismo giuridico ancora fortemente radicato nei domini ecclesiastici – offrono perciò anche un punto d’osservazione privilegiato e al contempo alternativo per lo
studio di quella fase di rafforzamento e centralizzazione dello Stato ecclesiastico, che si realizzò anche attraverso il controllo e l’avvilimento delle autonomie locali di cui gli statuti sono espressione.
Statuta oppidi Cynthiani, Di far dar le sigurtà da quelli che vengono a rissa, LXXXII:
“Item statuimo, et ordiniamo che se alcuno farrà rissa con un altro et sarrà stato esaminato et
vorrà dare idonea pregiaria di pagar la pena, fosse obligato, se il delitto sarrà di qualità, che
sia tenuto pagare pena pecuniaria, il vicario non possa renunciare detta sigurtà, et anco non
possa carcerare detti rissanti, ma poi, pigliata detta sigurtà, proceda contro di loro secondo
sarrà di raggione, et se il delitto doverrà esser punito di pena corporale, sia messo in carcere
sotto buona custodia ad arbitrio di sua signoria illustrissima”.
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Antonio CIARALLI - Università di Roma "Tor Vergata"