e s p e r i e n z e v e r e VINI BACIATI DALLE DOLOMITI Storia, tradizione e innovazione VISITTRENTINO.IT Contiene la mappa del territorio con le cantine Dalla montagna alla vite In alto, per una sfida mirata alla sostenibilità Sulle Alpi – anzitutto tra le Dolomiti – la vite riesce a concretizzare fatiche, rilanciando sogni. Con il Trentino protagonista di una enologia radicata e nel contempo di una vitivinicoltura d’alto livello. Non solo per questioni di quote altimetriche. La vendemmia media annuale non è neppure di un milione di quintali, su una superficie vitata attorno a dieci mila ettari. Pochi, ma assolutamente vocati. Come dire: una goccia nel “mare” del vino mondiale. Con uve di varietà internazionali, affiancate da piccole chicche, esclusivamente “trentine”, come Nosiola, Marzemino e Teroldego Rotaliano. Uve simbolo del territorio stesso, anzi, di singole valli, per il settanta per cento bianche e il trenta per cento rosse. Da scoprire, merito di una coralità produttiva. Le comunità locali impegnate nella difesa delle loro culture, che in quota diventano colture. In Trentino si passa dai 67 metri di quota del Lago di Garda ai quasi 4 mila metri del Gruppo Cevedale. Con le Dolomiti “Patrimonio dell’Umanità” – quelle di Brenta e le celebri consorelle di Fassa. La forza è del paesaggio, dei laghi alpini – oltre 300 - sparpagliati in ogni angolo territoriale. Specchi d’acqua, tra sentieri, laghi, tra il verde delle foreste, il rosso del porfido, il bianco delle nevi in quota. Rete idrogeologica per equilibrare parchi naturali, riserve e biotopi e – soprattutto – sterminate foreste. 300 mila ettari sono alberati. Foreste protettive, per tutto l’ecosistema agricolo. Dove nel fondovalle e fin sulle pendici delle colline più ardite, si sviluppa un’agricoltura simile al giardinaggio. Che per il cinquanta per cento, sono viti. Raccolti preziosi, prodotti nel massimo rispetto dell’equilibrio vegetativo, bandendo chimica e prodotti di sintesi. Identità produttiva basata sul rispetto delle consuetudini. Fatta di cose semplici e proprio per questo preziose. Campi vitati strappati alla montagna, pendii ripidi, talvolta a rischio di equilibrio, splendidi crinali dove la vite alligna con grazia, non solo estetica. Colture di montagna che accolgono, selezionando secondo natura, solo i riscontri di maggior significato. Amenità paesaggistica, caparbietà rurale. Senza soste. Gente operosa, viticoltori sagaci. Tutti mobilitati a proteggere l’essenza, l’indole stessa della vitivinicoltura trentina. A partire da come si coltiva il vigneto dolomitico. Che non sopporta la meccanizzazione. In vigna ci si vive. Quotidianamente, dalla potatura invernale fino al rito della vendemmia. Ogni anno, di anno in anno, in apparenza sempre uguale eppur sinceramente diversa. Lo garantisce la straordinaria variabilità delle zone vitate trentine, affascinanti e con specifiche peculiarità, inconfondibili. I filari tracciano ancora i segni del tempo, marcano tutte le zone dove vita e vite custodiscono magici legami. Viti (e dunque, vini) che raccontano storie di vita. Fanno riflettere su quanto c’è, non solo nel calice che stiamo per portare alle labbra, ma anche a monte del bicchiere, della bottiglia, della cantina. L’identità del vino, la tipologia del vitigno che lo ha generato, il sito dove le radici hanno nutrito la pianta, il sole maturato i chicchi, la pioggia mitigato il clima. Vino fascinoso. Forte di storia, di abitudini e di immediata capacità produttiva. Aziende agricole - che al pari delle grandi cantine sociali - cercano di fare vino sempre più autentico. Produzione che fa della varietà (di vite) e della diversità (dei luoghi) i suoi caratterizzanti connotati, recuperando l’artigianalità e la “passione” di tanti, tantissimi viticoltori. Elogio della terra. Con riscontri inconfondibili. Poche altre realtà – non solo italiane – possono vantare un fascino enologico simile a quello del Trentino. Dove il vino è essenza di cultura, ambasciatore di saperi. E ancora. Bere per capire, per confrontarsi e dunque gustare vini per sapere. Una gamma d’assoluto rigore sensoriale. Vini bianchi di cangiante fragranza, rossi altrettanto possenti, vini passiti per “sante” sensazioni. Senza dimenticare la forza e il carattere del Trentodoc, gigante tra i “metodo classico” della spumantistica, non solo italiana. Grande e piccolo, il sistema vitivinicolo trentino Piccolo è bello, ma anche il “grande” riesce a tutelare micro vinificazioni e originalità produttiva. Il sistema vitivinicolo trentino concilia da sempre cooperazione e individualità dei vignaioli, così come l’attivismo delle aziende vinicole con la dedizione applicata in vigna da cultori di produzioni biologiche o biodinamiche. E’ nel suo Dna. Merito di una sinergia tra soggetti vitivinicoli che hanno sempre anteposto la cura del territorio alle loro esigenze commerciali. La cooperazione ha la forza, sia numerica – una rete che coinvolge quasi 10 mila soci viticoltori, sedici cantine sociali e le strutture per la commercializzazione più avanzata – che qualitativa. Vini sempre più blasonati. Riconosciuti dal mercato e dalla grande distribuzione. Con aziende che hanno fatto la storia del vino italiano. Questo grazie al tempismo. Hanno saputo intuire il cambiamento dei gusti, entrare sul mercato più competitivo, rispettando le loro specificità. E farlo grazie a strutture d’alta tecnologia enologica, ma anche belle alla vista, precise opere architettoniche, inserite tra le pergole e l’amenità delle montagne come sfondo. Non da meno, le cantine a conduzione familiare. Un centinaio d’aziende, decise a salvaguardare il loro ruolo, indipendentemente dalle percentuali numeriche, da quel 5% della produzione complessiva trentina. Dove personalità, spontaneità e cura dei dettagli sono in piena sintonia con le loro vinificazioni. Con guizzi, intuizioni e sperimentazioni creative. E vini, in entrambi i casi, comunque protagonisti del buon bere. Denominazioni di origine controllata e identità di un territorio Già nei primi anni ‘70 il Trentino vitivinicolo aderiva alle regole delle Denominazioni d’origine controllata. Anzi, la Doc Trentino è stata la prima, nel 1971, a tutelare i vini ottenuti da uve vendemmiate in vigneti protetti da norme proprie della Provincia autonoma di Trento. Dunque, “Trentino”, che precede tutta una serie di varietà d’uve per omonimi vini: ben 22, conteggiando uvaggi e versioni rosate. E ancora, il rafforzativo “Superiore”, riservato a 18 vinificazioni d’annata e ulteriori selezioni in campagna. Esempio: Trentino Superiore Marzemino d’Isera. Pure il Teroldego ha una sua specifica Doc, con l’indicazione “Rotaliano”. Dai vini allo spumante classico: c’è anche una Doc Trento, legata alla città capoluogo culla delle “bollicine di montagna” e dedicata non a caso a Trentodoc. Questa è stata la prima riconosciuta in Italia e la seconda al mondo, per questo tipo di vino, dopo lo Champagne. Senza dimenticare le Doc Lago Caldaro, Casteller, Sorni, Valdadige e Terradeiforti, per così dire, solo meno presenti. Doc non è però solo una sigla. E’ la sommatoria di un paziente processo vitivinicolo, che rispetta l’origine delle uve, ma pure i sistemi di coltivazione, le rese per ettaro, le pratiche di cantina e i requisiti organolettici dei vini stessi. Ottenuti rispettando i disciplinari di produzione, approvati dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, nonché attuati sotto l’egida della speciale autonomia del Trentino stesso. A tutela dei vigneti trentini non c’è solo la Doc che pur rappresenta il novanta per cento della produzione totale trentina. Sono censite e controllate dall’apposito Albo dei Vigneti anche le uve di determinate zone geografiche, appunto Igt, l’indicazione geografica tipica. Che in Trentino quasi sempre è riferita alle Dolomiti. I campioni di vino vengono tutti sottoposti alle commissioni d’assaggio. Solo se superano la prova possono fregiarsi della Doc o nello specifico, della Igt. Il tutto, per la tracciabilità e a vantaggio e garanzia del consumatore. TRENTODOC Spumante metodo classico, Trentodoc. Con 8 milioni di bottiglie, tutte identitarie, trattiene nei caratteri i tratti precisi del territorio: la vocazione alla vite, l’indole alla sperimentazione e il carattere stesso della gente trentina. Trentodoc produzione d’eccellenza, per merito di schiere di preparati enologi che valorizzano il lavoro in vigna di altrettanti viticoltori, ma soprattutto delle esclusive vendemmie di Chardonnay e Pinot nero, le uve che principalmente generano questo vino, autenticamente “di montagna”. Dalla sua ha il tempo. La lenta maturazione in bottiglia, minimo 15 mesi. Che diventano oltre 100 per le fantastiche “riserve”. Per certi versi è la godibile leggerezza dell’essere. Uno stimolo al sogno. A liberare i pensieri. Lieti. Coinvolge i sensi – tutti – per un bere leggiadro. Con un sorso, si assapora l’essenza di un vino e nel frattempo di un territorio, per una “carezzevole leggerezza dell’essere”. Coinvolge la vista, dalla veste della bottiglia alla subitanea brillantezza del suo colore, mentre scivola nel bicchiere. In un mix, dove briosità e fruscio scoppiettante delle “bollicine” entrano in simbiosi con gli aromi, carezzevoli ed eleganti. E subito scatta la giusta brama per assaporare un vino speciale, per un bere altrettanto appagante. Come appunto stimola un Trentodoc. Tutelato da un marchio, difeso dai produttori. Orgogliosi di proporre un mito dell’enologia trentina, e non solo. NOSIOLA Umile, ma solo nell’aspetto. Un vino bianco che stupisce per la sua immediatezza e per la sua versatilità. Al punto da essere in grado di soddisfare la giusta bramosia legata ad un vino fresco, acidulo e – in base a precise tecniche di raccolto e successiva vinificazione – di generare il “passito dei passiti”, il Vino Santo Trentino. Nosiola, nome legato alla nocciola, legame non solo fonetico. Nella versione tradizionale è proprio il sentore – e la sapidità – del frutto acerbo del nocciolo selvatico, che emerge all’assaggio. Semplicità mai banale. Nosiola baciata dal vento che tutti i giorni si alza dal vicino Lago di Garda, brezza non a caso chiamata “Ora”, dal latino “aura”, soffio benefico. Aurae vites vocant, dunque: l’Ora invita le viti. A cercare spazi dove meglio esprimersi, dove radicare al meglio. Perchè coltivato in zone dove questa brezza riesce a far maturare le uve al meglio, esaltandone le intrinseche potenzialità. Neppure 7 mila quintali, il raccolto medio annuo. Vino e vitigno legato alla Valle dei Laghi - sulla strada fra Trento e Riva del Garda -, legato ai castelli dei Madruzzo, citato in convivi medioevali “… nel simposio del 12 settembre 1536, allestito in onore della visita a Trento di re Ferdinando, venivano serviti vini sopraffini, quale l’insuperabile Bianco di Madruzzo e il prezioso Vino Santo prodotto sui colli di Calavino e Santa Massenza”. Così annota nel 1648 Giano Pirro Pincio, nei suoi “Annali, ovvero cronache di Trento”. MÜLLER THURGAU Le prime radici le ha messe nei campi sperimentali, nelle pianure germaniche di Geisenheim. Il prof. Hermann Müller, svizzero del Cantone Thurgau, a fine ‘800 lavorò per decenni alla “sua creatura”, nata (ufficialmente, stando ai riscontri d’epoca) dall’incrocio di Riesling con Sylvaner. Ma fu poi in Trentino che trovato il suo habitat ideale, è coltivato da quasi ottant’anni. Da vitigno “sperimentato” in pianura che privilegia esclusivamente la montagna, matura al meglio a quote che sfiorano i mille metri, ama ripidi terrazzamenti, escursioni termiche, terreni porfirici. Non a caso la Valle di Cembra è la culla del MT, come spesso viene chiamato questo vino. Accudito in minuscoli fazzoletti di terra, vigneti sorretti da robuste mura di porfido, il minerale esclusivo di Cembra, sassi posati “a secco”. Mura che disegnano il paesaggio stesso. Fatica e tenacia. Produzione comunque “quotata”: mai sotto i 300 metri d’altitudine, per una vendemmia complessiva attorno ai 100 mila quintali annui. Vitigno unico, ribadito da recentissime indagini genetiche: dopo accurate comparazioni del Dna della vite, hanno stabilito che il Müller Thurgau – geneticamente – sia scaturito dall’impollinazione tra Riesling renano e Chasselas dorato. Fresco, immediato, fragrante, beverino. Vino spensierato, per pasti leggeri, meglio estivi, ma anche vino come aperitivo, grazie alla sua naturale, impercettibile quanto stimolante vivacità. Vino da consumare ancora giovane, per coglierne tutta la sua simpatica immediatezza. MARZEMINO Gentile, in tutto. Vino e vitigno omonimo, saldamente radicato in Vallagarina. Dove è giunto durante il dominio della Serenissima, dopo travagliate, secolari peripezie. Impossibile stabilirlo con precisione. L’evoluzione della vite è forse più misteriosa della storia stessa dell’uomo. E si presta a innumerevoli interpretazioni. Recenti indagini archeologiche fanno ritenere che i semi originari dell’uva Marzemino provengano addirittura dal Caucaso, dopo aver sostato nelle isole di Lefkada e Cefalonia. Viti comunque trasportate tra le Dolomiti dai Veneziani. Che in Vallagarina, intorno a Rovereto – tra Nomi, Volano, Isera, in particolare – hanno trovato il loro habitat. Vino anche citato nel “Don Giovanni” di Mozart, vino di sinfonia e in sintonia con il territorio che lo accudisce. 40 mila quintali, il raccolto medio annuale, con una quarantina di cantine impegnate nella proposta di questo vino appunto “gentile”. La pianta viene coltivata solitamente a pergola trentina, lasciando abbastanza libera la vigoria. Foglie grandi, grappolo piramidale, compatto, acini medi, bucce dal colore scuro. Il vino è un concentrato di fragranze di viola mammola, prugna e piccoli frutti. Intenso nel colore rubino profondo, piacevolmente pastoso alla vista. Franco e preciso al palato, con sensazioni che richiamano l’iniziale fragranza. Meglio gustarlo nella sua giovinezza. Un lungo riposo in cantina penalizzerebbe la sua gentilezza. TEROLDEGO Principe dei vini rossi trentini o rosso talmente potente da essere in lizza con il blasone dei più autorevoli vini internazionali? L’interrogativo è d’obbligo. Perché il Teroldego ha il fascino della leggenda – per quanto riguarda le sue origini – e l’autorevolezza organolettica quando confrontato con i vini importanti. Origini nel cosiddetto Campo Rotaliano, a nord di Trento, terra di confine, conoide scaturito dai sedimenti alluvionali trascinati a valle dal torrente Noce, dove confluisce nell’Adige. Il suo colore rosso attira, incuriosisce la vista; la leggenda lo paragona al colore del sangue di un drago, tonalità purpurea profonda, tra i più scuri al mondo. Conquista per quel suo inconfondibile sentore dei frutti della mora selvatica, intonati alla fragranza del mirtillo, del lampone e delle viole, con accenni all’essenza della menta, pure balsamico, nella sua indole speziata. Con il classico, esclusivo richiamo sensoriale di terra, tartufo nero e cuoio, specialmente nelle selezioni scaturite dal paziente invecchiamento del vino in bottiglia. Equilibrio, pulizia d’elegante suadenza. Pieno al gusto, fine quanto possente, fitto, quasi carnoso. Produzione autorevole, mai banale: 80 mila quintali l’anno. Rosso, ammaliante, vivido, ricco nella sua opulenta vinosità, con un colore violaceo che richiama i grani maturi del melograno, riflessi granati d’intensità serica. Intrigante. Come la sua storia. VINO SANTO Poco, anzi pochissimo. Al punto da essere esclusivo. Ogni anno – dopo un paziente riposo che dura almeno 6 anni dopo la vendemmia – di Vino Santo Trentino vengono imbottigliate neppure 50 mila “mezze bottiglie”. Un vino mito, che non a caso si usava anche come vino da messa. Il suo nome ha del magico. Pochi altri vini possono vantare una parola che evoca sogni, rilancia momenti di piacevolezza, soddisfa il presente, recuperando il passato e – contemporaneamente – predispone il futuro. Un vino dolce che trae la sua forza nell’acidità. Equilibrio, suadente, possente, gentilezza, vigoria, setosità. Mai monocorde. E’ il passito che ricorda il sapore dell’uva appena raccolta e immediatamente celebra altri sentori, stimola sensazioni gustative che richiamano alla mente saperi dimenticati, custoditi, sedimentati in una memoria enoica di una minuscola comunità di vignaioli. Dolce per antonomasia, e dunque indiscutibilmente buono. E’ tra i rari vini difesi da Slow Food, con un Presidio che coinvolge 6 vignaioli della Valle dei Laghi, tra il Garda, le Dolomiti di Brenta e Trento. Le uve Nosiola che lo generano sono pigiate la settimana santa, poche ore prima della Pasqua. Dopo mesi di riposo su dei graticci chiamati “arèle”, per consentire ai grappoli di cambiare aspetto – vengono aggrediti da muffe nobili – e nel contempo di concentrare gli zuccheri dei chicchi. La pigiatura è un rito. Poi inizia il riposo in cantina. Almeno per 6 anni! Solo allora viene imbottigliato. Vino da meditazione e anche da dessert. Che sfida il tempo. Migliorando nel riposo delle stagionature. PALAZZO ROCCABRUNA ENOTECA PROVINCIALE DEL TRENTINO Più baluardo che rocca, comunque un palazzo deputato alla cultura agroalimentare. Palazzo Roccabruna, edificio fascinoso di metà Cinquecento, incastonato tra piazza Duomo e le chiese che hanno ospitato i promotori del Concilio, da una decina d’anni è sede dell’Enoteca provinciale del Trentino. Custodisce la memoria enoica, propone concreti esempi di evoluzione del gusto. Con oltre 600 bottiglie per altrettante variegate etichette, praticamente esibisce tutto quanto il comparto vitivinicolo trentino. Ogni fine settimana, una precisa manifestazione, appuntamenti golosi con gli chef, ma pure “laboratori del gusto” per educare ad un responsabile consumo di vino, scoprire sapori, rispettare valori. Proposte variegate, eventi enogastronomici, in contemporanea di mostre d’arte, seminari, convegni, esposizioni etnografiche, incontri con i sapori e i gusti di altri territori d’Italia. Immancabili le due cadenze settimanali: “I giovedì dell’Enoteca” (ogni giovedì alle 18.00) e “Il sabato con il produttore” (ogni sabato alle 18.00), per condurre gli ospiti alla scoperta delle eccellenze enogastronomiche del Trentino e delle cantine, aziende o selezionatori che operano esclusivamente sul territorio. Una formula sinergica, che all’Enoteca provinciale di Palazzo Roccabruna concilia piacere con educazione sensoriale. Per il bene di tutti. Per saperne di più visita il sito internet all’indirizzo www.palazzoroccabruna.it Enoteca provinciale del Trentino / Palazzo Roccabruna, Via SS. Trinità, 24 38122 Trento - Tel. 0461 887101 Il vino trentino è protagonista durante l’anno di tanti eventi sul territorio, tra convivialità, piacevolezze rurali, antiche residenze, nuovi spazi di cultura materiale. Per informazioni: visittrentino.it stradedelvinodeltrentino.it palazzoroccabruna.it Bere in maniera consapevole fa apprezzare di più i vini del Trentino Questa pubblicazione è stata edita da Trentino Sviluppo S.p.A. Dipartimento per il Turismo e la Promozione nel mese di marzo 2013 Testi: Trentino Sviluppo S.p.A. Dipartimento per il Turismo e la Promozione Foto: Fotoarchivio Trentino Sviluppo S.p.A., V. Banal, C. Baroni, G. Cavulli, G. Deflorian, P. Geminiani, R. Kiaulehn, D. Lira, R. Magrone, A. Trovati, C.C.I.A.A. Trento Grafica: Prima Pubblicità, Trento Stampa: Litotipografia Alcione, Trento w w w. v i s i t t r e n t i n o . i t COME ARRIVARE In Trentino si arriva comodamente da nord e da sud con la ferrovia Verona-Brennero-Monaco e l’autostrada A22 del Brennero. Gli aeroporti più vicini sono il Dolomiti San Giacomo di Bolzano (57 km), il Valerio Catullo di Verona (90 km), il Gabrfiele d’Annuncio di Brescia (135 km), il Marco Polo di Venezia (163 km), quello di Bergamo Orio al Serio (180 km) e quelli di Milano Linate e Malpensa (circa 250 km). Per gli spostamenti interni i riferimenti sono le ferrovie minori quali la Trento-Malé per le Valli di Non e Sole e la Trento-Venezia che percorre la Valsugana, oltre al servizio degli autobus di Trentino Trasporti. Trentino Sviluppo S.p.A. - Divisione Turismo e Promozione Via Romagnosi, 11 - 38121 Trento - Italy - [email protected]