Luiss Lab on European Economics LLEE Working Document no.2 I mercati del lavoro nei paesi dell’Unione Europea Mariangela Zoli March 2004 Outputs from LLEE research in progress, as well contributions from external scholars and draft reports based on LLEE conferences and lectures, are published under this series. Comments are welcome. Unless otherwise indicated, the views expressed are attributable only to the author(s), not to LLEE nor to any institutions of affiliation. © Copyright 2004, Mariangela Zoli Freely available for downloading at the LLEE website (http://www.luiss.it/ricerca/centri/llee) Email: [email protected] I mercati del lavoro nei paesi dell'Unione Europea Mariangela Zoli* LLEE Working Document No.2 March 2004 Abstract In conseguenza al rallentamento economico sperimentato da tutti i paesi, i mercati del lavoro europei, dopo una iniziale tenuta, hanno iniziato a manifestare segnali di peggioramento, testimoniati dall'interruzione della crescita occupazionale e dall'aggravarsi delle tendenze della disoccupazione. In un quadro di ristagno dell'occupazione, il raggiungimento degli obiettivi fissati a partire dal Consiglio Europeo di Lisbona è seriamente minacciato; i paesi europei sono, quindi, chiamati a mettere in atto strategie efficaci di sviluppo dell'occupazione e di lotta all'esclusione sociale. Dopo aver delineato le tendenze occupazionali nei paesi dell'Unione europea, il lavoro presenta una sintesi dei principali provvedimenti di riforma delle politiche del lavoro, selezionando alcune esperienze nazionali particolarmente significative e focalizzandosi sulle misure di attivazione. Nell'ultima parte si offre una descrizione del mercato del lavoro in Italia, rendendo conto dei principali interventi legislativi recentemente adottati. (*) Università di Roma, Tor Vergata Una prima versione del lavoro, dal titolo "I mercati del lavoro nell'Europa unita: mobilità, tutele, flessibilità", è comparsa tra i vademecum informativi preparati nell'ambito dell'iniziativa "Seminari per l'Europa", organizzati dalla Luiss-Guido Carli e dall'Istituto Luigi Sturzo 1. Introduzione A fronte del rallentamento economico, sperimentato da tutti i paesi, i mercati del lavoro europei, dopo una iniziale tenuta, hanno iniziato a manifestare segnali di peggioramento, testimoniati dall'interruzione della crescita occupazionale e dall'aggravarsi delle tendenze della disoccupazione. In questo quadro, all’attenzione di tutti gli Stati membri dell’Unione si impongono con forza alcune importanti sfide. La principale è rappresentata dall’invecchiamento della popolazione, a cui si accompagnano bassi tassi di partecipazione al lavoro delle persone anziane. In questo ambito, diventa cruciale creare un contesto sociale e politico che stimoli i lavoratori di età più avanzata a rimanere in attività, non soltanto attraverso riforme nei sistemi fiscale, assistenziale e previdenziale, ma anche diffondendo la partecipazione a corsi di istruzione e formazione, oltre che migliorando la qualità degli impieghi. In secondo luogo, la globalizzazione e i rapidi cambiamenti tecnologici, connessi agli sviluppi della società dell’informazione, richiedono di elevare i livelli di istruzione e qualificazione della forza lavoro, particolarmente di quella femminile. Occorre, poi, restringere il divario tra i tassi di partecipazione e di occupazione maschili e femminili e ridurre le differenze nel valore degli indicatori tra le varie fasce di età; particolare attenzione dovrebbe essere rivolta alla promozione della partecipazione giovanile. Una ulteriore sfida è costituita dalla limitata mobilità geografica all’interno e tra gli Stati membri: l’eliminazione delle barriere alla circolazione del capitale umano richiede, tra l’altro, di adattare i sistemi di istruzione e formazione e di migliorare i processi di riconoscimento delle qualifiche e delle competenze. Per fronteggiare tali sfide, in occasione del vertice sull’occupazione di Lussemburgo, nel 1997, è stata varata la Strategia Europea per l’Occupazione, che si è evoluta nel corso del tempo in risposta ai mutamenti della situazione politica ed economica. Dopo un primo triennio di attuazione, la Strategia è stata rafforzata nell’ambito del Consiglio Europeo di Lisbona (23-24 marzo 2000), che ha definito, come obiettivo strategico per l’Unione, quello di “diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di coniugare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro ed una maggiore coesione sociale”. Il perseguimento di questo obiettivo richiede la definizione di una strategia complessiva, che preveda politiche di stimolo alle attività di ricerca e sviluppo, soprattutto in campo informatico e delle telecomunicazioni, nonché riforme strutturali per accrescere la competitività e l’innovazione. Altrettanta attenzione deve essere prestata alla modernizzazione del modello sociale europeo, per metterlo in condizione di prevenire e combattere le nuove forme di povertà e di esclusione sociale, applicando un appropriato policy mix per raggiungere il pieno impiego e rafforzare la coesione sociale in ambito europeo. Il Consiglio Europeo di Lisbona ha fissato alcuni target sull’occupazione, concordando di raggiungere un tasso di occupazione complessivo medio il più vicino possibile al 70% e di accrescere il numero delle donne occupate a più del 60%, entro il 2010. Successivamente, il Consiglio Europeo di Stoccolma (23-24 marzo 2001) ha ulteriormente specificato la strategia per il raggiungimento della piena occupazione, fissando, come obiettivi intermedi da soddisfare entro il 2005, il 67% come tasso di occupazione complessivo (il 57% per le donne) e il 50% per i lavoratori anziani (55-64 anni), da raggiungere entro il 2010. 1 In particolare, proprio il soddisfacimento di quest'ultimo obiettivo è cruciale per ridurre la crescente pressione sui sistemi di protezione sociale: attualmente, circa il 60% dei soggetti di età compresa tra i 55 e i 64 anni di età risultano inattivi, percentuale che sale al 95% per gli ultrasessentacinquenni. Entrambi i gruppi stanno divenendo sempre più numerosi, a causa dei miglioramenti nelle aspettative di vita. Poiché in media, un individuo, al momento del pensionamento intorno ai 60 anni, ha di fronte una prospettiva di vita compresa tra 24 anni per le donne e 19 anni per gli uomini, è essenziale che si realizzi l'allungamento della vita lavorativa, sia attraverso il posticipo del pensionamento, sia attraverso l'aumento della partecipazione al lavoro. In questa ottica, il Consiglio Europeo di Barcellona del marzo 2002 ha sollecitato un aumento di cinque anni dell'età media di ritiro dall'attività lavorativa. Entrando nello specifico del lavoro, dopo aver delineato le tendenze occupazionali nei paesi dell'Unione europea, viene illustrata l'evoluzione delle strategie di promozione dell'occupazione e di lotta alla disoccupazione adottate in ambito comunitario. Più in dettaglio, i paragrafi successivi sintetizzano alcuni dei principali provvedimenti di riforma delle politiche del lavoro, selezionando alcune esperienze nazionali particolarmente significative. Nella descrizione degli interventi posti in essere, ci si concentra, in particolare, sulle politiche di attivazione nel mercato del lavoro, in ragione della loro crescente importanza nel dibattito corrente di policy. Le politiche attive, infatti, vengono sempre più ritenute lo strumento maggiormente efficace ed incisivo nella prevenzione dei rischi di esclusione e di marginalizzazione sociale. Infine, viene offerta una descrizione del mercato del lavoro in Italia, rendendo conto dei principali interventi legislativi recentemente adottati. 2. L’andamento dei principali indicatori del mercato del lavoro Sebbene nella fase iniziale di rallentamento dell'economia, registratosi a partire dal 2001, i dati sui livelli di occupazione abbiano continuato ad evidenziare un andamento complessivamente positivo, con l'eccezione di un lieve aumento del tasso di disoccupazione, nella seconda metà del 2002 la situazione occupazionale è peggiorata. Nel corso degli ultimi due anni, l'Europa ha risentito l'impatto della recessione economica, registrando una crescita del prodotto interno lordo inferiore all'1%; parallelamente, dopo un periodo di forte creazione di posti di lavoro, la crescita occupazionale si è interrotta all'inizio del 2003, mentre il tasso di disoccupazione è cresciuto gradualmente, passando dal 7,4% del 2001, al 7,7% del 2002, fino a raggiungere l'8% nel 2003. Mentre nel 2002 il tasso complessivo di occupazione per l'Europa era cresciuto di 0,2 punti percentuali rispetto all'anno precedente, nel 2003 il valore dell'indicatore non si è modificato, risultando pari al 64,3% (si veda la tav.1). Il peggioramento occupazionale è stato particolarmente evidente in Danimarca e Germania, mentre Italia e Spagna hanno registrato un'accelerazione dei tassi di crescita occupazionale. In particolare, nel corso del 2002, mentre il tasso di occupazione maschile si è leggermente ridotto (passando al 72,8%, dal 73% dell'anno precedente), quello femminile è cresciuto in modo significativo (di 0,6 punti percentuali), salendo al 55,6%. Il gap tra gli indicatori occupazionali di uomini e donne si è, quindi, ulteriormente ridotto nel 2002, anche se in Grecia, Italia e Spagna la distanza tra i rispettivi tassi rimane significativa, compresa tra i 27 e i 29 punti percentuali. 2 Relativamente ai livelli di occupazione e al ritmo di miglioramento, persistono disparità significative tra gli Stati membri: alcuni paesi, in particolare, sono ancora molto distanti dai target fissati a livello comunitario. I risultati migliori, con tassi di occupazione superiori al 70%, sono stati realizzati da Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito, mentre Grecia, Spagna e Italia presentano ancora i tassi più bassi (intorno al 55%). Tuttavia, in questi ultimi paesi, oltre all'Austria, i tassi occupazionali sono migliorati, mentre altri hanno sperimentato un peggioramento (Germania, Irlanda, Portogallo e Svezia). Continuano ad essere accentuate le differenze nel valore degli indicatori tra i diversi gruppi di età (si veda la tav. 2): rispetto ad una media europea del 40,6%, i tassi di occupazione giovanile (soggetti di età compresa tra 15 e 24 anni) passano da meno del 30% in Grecia, Italia e Belgio, al 70% dei Paesi Bassi, mentre i tassi di occupazione dei soggetti più anziani (55-64 anni) sono compresi tra meno del 30% di Belgio, Italia e Lussemburgo a più del 50% di Danimarca, Regno Unito, Portogallo e Svezia (che presenta il tasso più alto, pari al 68%), rispetto ad un dato medio per l’Unione di poco superiore al 40%. E' interessante notare che la crescita dei tassi di occupazione tra i lavoratori anziani, piuttosto modesta nel periodo compreso tra il 1997 e il 2001 (pari a uno 0,5% annuo), è stata, invece, molto rilevante nel 2002, pari a 1,5 punti percentuali in un solo anno. In particolare, mentre fino al 2001 si erano realizzati miglioramenti significativi in alcuni paesi, come in Finlandia, Olanda, Danimarca, Irlanda, Spagna e Svezia, in altri non si erano registrati cambiamenti (Italia, Lussemburgo e Austria), o addirittura si era verificata una diminuzione dei tassi di occupazione (in Grecia e Germania), nel 2002 non si è assistito ad alcun peggioramento dei livelli occupazionali dei lavoratori anziani. In questo anno, anche grazie alla dinamica particolarmente positiva di Francia e Italia, l'indicatore a livello europeo è aumentato sensibilmente, sebbene rimanga ancora di 10 punti percentuali al di sotto del target fissato a Stoccolma. Nonostante l’aumento dell’età pensionistica stabilita per legge realizzato in alcuni paesi (Finlandia, Danimarca e Svezia) e l’allineamento dell’età limite per le donne a quella maschile prevista in altri (Belgio, Germania, Regno Unito e Portogallo), l’età media reale di uscita dal mercato del lavoro nell’Unione Europea rimane piuttosto bassa (pari a 59,9 anni nel 20011): i lavoratori più anziani al momento del pensionamento tendono ad essere quelli irlandesi (con un'età media di 63,1 anni), seguiti da inglesi, svedesi e portoghesi (intorno ai 62 anni). Rispetto al 2001, nei due anni successivi la disoccupazione è aumentata, raggiungendo l'8% nel 2003 (tav. 3); questa dinamica ha caratterizzato quasi tutti gli Stati membri, ad eccezione della Spagna, in cui il tasso è rimasto invariato, e di Grecia, Italia, Finlandia e Regno Unito, in cui si è leggermente ridotto. Nonostante i progressi che avevano caratterizzato gli ultimi anni, i tassi rimangono particolarmente alti in Spagna (11,3%), Grecia, Germania, Finlandia e Italia, il cui tasso per il 2003 è pari a 8,6%. Gli indicatori di disoccupazione tendono ad essere più elevati per le donne (8,9%) rispetto agli uomini (7,3%), tranne che nel Regno Unito, in Svezia, Finlandia, Irlanda e Germania (tav. 4); anche la percentuale di giovani disoccupati è aumentata, raggiungendo il 15,1% nel 2002, quasi il doppio del tasso di disoccupazione complessivo. La situazione appare particolarmente preoccupante in paesi come la Finlandia, la Francia, la Grecia, la Spagna e l'Italia, 1 Per il 2001 e il 2002, i dati provvisori per l'età media di uscita dal mercato del lavoro sono pari rispettivamente a 60,5 e 61 anni. 3 in cui il tasso di disoccupazione giovanile supera il 20% (in Italia raggiunge il 27,2%). L’indicatore relativo alla disoccupazione di lunga durata (3%) si è invece leggermente ridotto, anche se il fenomeno continua ad essere particolarmente rilevante in Grecia e Italia, in cui interessa più del 5% della forza lavoro. Il tasso di attività complessivo, pari al 69,7% nel 2002, è aumentato rispetto all'anno precedente; l'Italia presenta il dato più basso (61,1%), mentre la Danimarca, con una percentuale del 79,6%, evidenzia il valore più alto (tav. 5). La differenza tra i tassi di attività di uomini e donne si è progressivamente ridotta nel corso dell'ultimo decennio, grazie alla crescita costante della partecipazione femminile alle forze di lavoro: nel 2002, il gap europeo è risultato pari a 17,5 punti percentuali, anche se alcuni Stati membri (come Grecia, Irlanda e Italia) presentano differenze ancora superiori a 20 punti. Nel periodo compreso tra il 1997 e il 2002, la maggior parte dei nuovi posti di lavoro è stata rappresentata da impieghi a tempo pieno, il cui apporto alla crescita occupazionale (69%) è stato più che doppio rispetto a quello offerto dalla creazione di nuovi lavori a tempo parziale (31%); solamente l'Austria, il Belgio e la Germania hanno sperimentato una diminuzione dei livelli occupazionali a tempo pieno. Nel 2002, il 18% dei lavoratori dell’Unione ha usufruito di contratti part-time, che nei Paesi Bassi hanno rappresentato il 44% dell'occupazione complessiva. I lavori a tempo parziale continuano ad essere un aspetto caratterizzante dell’occupazione femminile, con un terzo delle lavoratrici impiegate con queste forme contrattuali, rispetto al 6,5% degli uomini; in Spagna, Italia e Grecia, la bassa proporzione di donne con impieghi part-time riflette, in parte, gli ostacoli che ancora incontra la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Anche per quanto riguarda il livello di specializzazione della forza lavoro, esistono importanti differenze tra gli Stati europei: nel 2002, nell'Unione Europea i lavoratori a bassa qualificazione rappresentavano il 38% della popolazione in età lavorativa, mentre i lavoratori ad alta qualifica solo il 19%. Il numero più elevato di lavoratori low-skilled (ossia che non hanno completato un ciclo di istruzione secondaria superiore) è presente nei paesi dell'Europa meridionale (in Portogallo costituiscono il 78% della forza lavoro), mentre la quota più alta di lavoratori altamente specializzati si concentra in Finlandia (27%) e nel Regno Unito (26%). Generalmente, i livelli occupazionali tendono ad essere tanto più alti quanto più elevato è il livello di istruzione conseguito: a livello europeo, il tasso di occupazione per i lavoratori ad alta qualificazione è stato pari all'82,8%, quello per i lavoratori di media qualifica al 70,5% e quello per i lavoratori lowskilled è stato solo del 49,4%. Il tasso di occupazione per i lavoratori qualificati passa dal 77,5% della Spagna all'88,6% del Portogallo, mentre per gli individui a bassa specializzazione è compreso tra il 40,8% del Belgio e il 67,3% del Portogallo. Anche i tassi di disoccupazione dei lavoratori a bassa specializzazione configurano una situazione particolarmente disagiata: il dato medio per l'Europa (10,8%) è stato più che doppio rispetto a quello per la forza lavoro specializzata (4,6%). Come negli anni precedenti, nel 2002 il settore dei servizi si è rivelato relativamente più dinamico, impiegando il 68% della forza lavoro occupata; il settore dell'industria si è mantenuto relativamente stabile, registrando il 28% degli occupati, contro il 4% dei lavoratori utilizzati dal comparto agricolo. Il peso relativo dei tre settori produttivi varia, comunque, all'interno delle singole economie nazionali: in Grecia, l'agricoltura riveste ancora un ruolo rilevante, assorbendo il 15% dei lavoratori occupati, rispetto all'1,3% del Regno Unito. Al contrario, il comparto industriale 4 tende ad essere più rilevante per il Portogallo (36% degli occupati), mentre il settore dei servizi attrae i tre quarti dei lavoratori nei Paesi Bassi e in Lussemburgo. In base alle previsioni della Commissione Europea2, nel 2004 sono elevati i rischi di una stagnazione dell'occupazione e di una crescita del tasso di disoccupazione, che nel 2004 potrebbe salire all'8,2%; anche ipotizzando un modesto recupero dell'economia, la crescita occupazionale, molto limitata, non sarebbe in grado di assicurare il raggiungimento dell'obiettivo intermedio di un tasso di occupazione per l'intera Unione del 67% per il 2005. Inoltre, mentre i miglioramenti registrati nei livelli di partecipazione femminile al mercato del lavoro permettono di essere ottimisti relativamente all'obiettivo intermedio del 57%, appare, invece, difficile riuscire a rispettare il target per il tasso di occupazione dei lavoratori anziani (50% entro il 2010). 3. La Strategia Europea per l’Occupazione A seguito dell'introduzione di un capitolo sull'occupazione nel Trattato di Amsterdam (1997), nel quale si individua nella salvaguardia e nella creazione di posti di lavoro la sfida più importante per l'Unione Europea e si considera come obiettivo prioritario delle politiche sociali ed economiche la promozione di un alto livello di occupazione, il Luxembourg Jobs Summit del novembre 1997 ha lanciato la Strategia Europea per l’Occupazione. All'inizio degli anni '90 era diventata evidente la debolezza dell'Unione, che non disponeva di strumenti e di strategie coerenti per fronteggiare gli shocks macroeconomici ed era incapace di contrastare gli alti livelli di disoccupazione e gli altri problemi strutturali dei mercati del lavoro. Questa consapevolezza ha condotto ad un rinnovato interesse per la ricerca di soluzioni che implicassero un maggior coordinamento tra gli Stati membri e una migliore convergenza tra le politiche adottate. Il primo attento esame della questione occupazionale a livello comunitario è stato realizzato nell'ambito del "Libro Bianco sulla crescita, la competitività e l'occupazione" di Delors, nel 1993, divenuto la base di riferimento ideologica per lo sviluppo di un approccio europeo coordinato al problema dell'occupazione. Sulla base delle indicazioni del Libro Bianco, il Consiglio europeo di Essen, nel dicembre 1994, ha concordato cinque obiettivi chiave relativi allo sviluppo delle risorse umane attraverso la formazione professionale, la promozione degli investimenti produttivi per mezzo della moderazione salariale, il miglioramento dell'efficienza delle istituzioni del mercato del lavoro, l'identificazione di nuove opportunità lavorative promuovendo le iniziative locali, la facilitazione degli accessi al lavoro per alcuni gruppi specifici, come i giovani, le donne e i disoccupati di lunga durata. Tuttavia, prima della stipula del Trattato di Amsterdam, il ruolo della Commissione europea e delle altre istituzioni comunitarie era limitato alla promozione della cooperazione tra gli Stati membri, senza tuttavia disporre di una base legale per poter svolgere un ruolo di coordinamento sovranazionale. Con il Trattato, sebbene gli Stati continuino ad avere una competenza esclusiva sulle proprie politiche occupazionali, le istituzioni europee hanno ricevuto una legittimazione che rafforza il loro ruolo e li dota di nuovi e più potenti strumenti di coordinamento. 2 Commissione Europea [2004] e Consiglio dell'Unione Europea [2004]. 5 La Strategia Europea per l’Occupazione (SEO), avviata, inizialmente, con la priorità di ridurre la disoccupazione, è stata successivamente perfezionata per sostenere il più ampio impegno della strategia di Lisbona, finalizzata alla creazione di posti di lavoro migliori e più numerosi, in una società inclusiva. Il raggiungimento degli obiettivi occupazionali concordati a Lisbona e l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro sono divenuti una priorità fondamentale, riaffermata anche dai successivi Consigli Europei, nell’azione di sostegno all’Europa per fronteggiare le sue debolezze strutturali e ristabilire le condizioni per una piena occupazione. In seguito alla valutazione dei primi cinque anni di implementazione della SEO, il Consiglio Europeo di Barcellona, nel marzo 2002, ha proposto un rafforzamento della Strategia per l'occupazione, incorporando gli obiettivi e i target fissati a Lisbona e sollecitandone una semplificazione, da realizzare principalmente attraverso lo snellimento delle linee guida. Tra il 1997 e il 2002, la SEO era stata articolata su alcune priorità tematiche, raggruppate in quattro Pilastri3 (occupabilità, imprenditorialità, adattabilità e pari opportunità), sulla cui base venivano definite annualmente le Linee Guida per l’Occupazione4; a partire dal 2003, la nuova SEO è stata organizzata intorno ai tre obiettivi prioritari della piena occupazione, della promozione della qualità e della produttività del lavoro, del rafforzamento della coesione e inclusione sociale. Concretamente, tali obiettivi si sostanziano in dieci ambiti specifici di azione5, che richiedono interventi in molteplici campi, dai sistemi di prelievo fiscale e di spesa, ai settori dell'istruzione e della formazione professionale, al mercato del lavoro. 3 Il primo dei quattro Pilastri (Employability) era incentrato sul miglioramento delle opportunità di impiego, in modo da prevenire e ridurre la disoccupazione e accrescere i tassi di occupazione nell'Unione Europea. Accanto allo sviluppo delle abilità e alla formazione continua, questo Pilastro evidenzia la necessità di contrastare la disoccupazione giovanile e di prevenire la disoccupazione di lungo periodo attraverso la promozione di politiche attive per il mercato del lavoro e le riforme dei sistemi fiscale e assistenziale. Il secondo Pilastro (Entrepreneurship) puntava, invece, a stimolare la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro attraverso la realizzazione di un ambiente favorevole all’avvio di nuove imprese e allo sviluppo di quelle già esistenti. Si proponeva, inoltre, di generare nuove fonti di occupazione (incluso il lavoro autonomo) e di creare collegamenti sia tra imprese, sia tra imprese e autorità locali. La riduzione dei costi amministrativi e degli oneri fiscali era considerata come una precondizione per il raggiungimento di questi obiettivi. Il terzo Pilastro (Adaptability) era rivolto a migliorare la capacità di imprese e lavoratori ad adattarsi ai cambiamenti tecnologici e dei mercati, alla ristrutturazione industriale e allo sviluppo di nuovi prodotti e servizi. Questo Pilastro riconosceva la necessità di assicurare un equilibrio fra flessibilità e sicurezza, in modo da conciliare i bisogni sia dei lavoratori sia delle imprese. L'ultimo Pilastro (Equal Opportunities) mirava a rafforzare le politiche per le pari opportunità fra donne e uomini nel mercato del lavoro, attraverso la riduzione del divario tra i tassi di occupazione e la promozione di interventi orientati a conciliare il lavoro e la vita familiare. Infine, poneva enfasi sulla necessità di integrare le persone disabili nella vita lavorativa. Al fine di proseguire nel raggiungimento dell’obiettivo strategico di Lisbona, nel 2001 è stata introdotta anche una serie di obiettivi orizzontali, che avevano per oggetto l'incremento dell'occupazione totale e di quella femminile in particolare, lo sviluppo e l'implementazione di strategie nazionali per la formazione continua, la promozione della cooperazione fra le parti sociali e i governi, la realizzazione di un adeguato policy mix per il perseguimento congiunto di tutti i quattro Pilastri e, infine, lo sviluppo di indicatori europei comuni. A questi orientamenti, nel 2002 si è aggiunto un nuovo obiettivo trasversale, relativo al miglioramento della qualità del lavoro. 4 Le Linee Guida per l'occupazione stabiliscono una serie di raccomandazioni e di aree di azione, da tradurre in proposte politiche nazionali attraverso i Piani Nazionali di Azione. 5 Gli orientamenti specifici comprendono l'adozione di misure attive e preventive, la creazione di posti di lavoro migliorando l'imprenditorialità, la promozione dell'adattabilità e della mobilità sul lavoro, lo sviluppo del capitale umano, l'aumento della disponibilità di manodopera e la promozione di un invecchiamento attivo, la parità tra i generi, l'integrazione delle persone svantaggiate, l'incremento della redditività del lavoro, la riemersione del lavoro sommerso e la lotta alle disparità regionali in materia di occupazione. 6 Sulla base dei nuovi orientamenti, i Piani Nazionali d'Azione 2003 propongono un approccio complessivamente equilibrato tra i tre obiettivi della SEO, sebbene, in alcuni casi, venga assegnato un peso relativamente maggiore alla finalità della piena occupazione. Con riferimento al primo obiettivo, si stima6 che il raggiungimento dei target di Lisbona richieda una crescita media annua dell'occupazione intorno a 1,5% fino al 20107, prospettiva decisamente ottimistica se confrontata con le tendenze più recenti, che, al contrario, fanno prevedere un tasso di crescita occupazionale media intorno allo 0,5% annuo. In questo scenario, i tassi di occupazione rimarrebbero al di sotto delle soglie stabilite e, in particolare, il valore dell'indicatore per i soggetti anziani rischierebbe di essere molto inferiore al target del 20108. Gli Stati membri dell'Unione hanno avviato una serie di riforme per stimolare la partecipazione e l'offerta di lavoro, attraverso l'adozione di politiche attive del mercato del lavoro, ma anche di interventi nei settori dell'istruzione, della formazione e della mobilità. Tutti i paesi concordano nel riconoscere l'importanza della partecipazione al mercato del lavoro come fattore di inclusione sociale; tuttavia, le strategie concretamente adottate nella lotta alla povertà e all'esclusione sociale divergono nei diversi casi nazionali. Alcuni paesi, come i Paesi Bassi e la Finlandia, si concentrano sulla rimozione dei disincentivi al lavoro, privilegiando interventi nel campo della previdenza sociale e dei regimi fiscali, mentre altri, come la Francia, il Portogallo, la Svezia, l'Austria e la Grecia, sono maggiormente orientati verso l'adozione di misure specifiche, esplicitamente indirizzate ai bisogni individuali di persone appartenenti a categorie particolarmente svantaggiate. Infine, a fronte di un declino della crescita della produttività del lavoro particolarmente preoccupante nell'ultimo decennio, non tutti gli Stati membri sono in grado di affrontare i problemi della qualità e della produttività del lavoro nell'ambito di una strategia di azione coerente e completa; al contrario, la maggior parte dei paesi tende a concentrarsi su alcune proprie specifiche priorità di intervento. Mentre in Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, ad esempio, la parità tra i generi e l'equilibrio tra flessibilità e sicurezza sono ritenute tematiche essenziali, in alcuni paesi ad alta produttività, come Danimarca e Francia, è attribuita grande importanza alla formazione e all'istruzione. In generale, l'integrazione nel mercato del lavoro dei soggetti svantaggiati, come immigranti e disabili, è ancora molto problematica in tutti i contesti nazionali; inoltre, l'assenza di strutture adeguate per la custodia dei figli e per l'assistenza a persone non autosufficienti continua a rappresentare un ostacolo alla crescita della partecipazione femminile. 4. Le riforme dei mercati del lavoro in Europa Sulla base degli orientamenti comunitari, tutti i paesi europei negli ultimi anni hanno avviato ampie strategie di riforma al fine di rafforzare i propri mercati del lavoro. In linea con l'approccio della nuova SEO, un ruolo essenziale è stato assegnato allo sviluppo di politiche del lavoro attive e preventive, ritenute uno strumento indispensabile per valorizzare le potenzialità della manodopera e impedire l'instaurarsi di condizioni di dipendenza dagli aiuti pubblici e l'aggravarsi dei fenomeni di esclusione e di marginalità sociale. 6 Cfr. OECD [2003]. Ipotizzando un tasso di crescita del Pil pari al 2%. 8 Nello scenario più favorevole, il tasso di occupazione per i lavoratori anziani non supererebbe il 43%, in assenza di cambiamenti di policy (OECD [2003]). 7 7 In questo ambito, gli Stati membri hanno registrato notevoli progressi relativamente alla capacità di assicurare ai disoccupati servizi individualizzati di ricerca di lavoro e di orientamento nelle prime fasi del periodo di disoccupazione, così come sono stati compiuti significativi passi in avanti negli interventi volti a garantire un nuovo avvio ai disoccupati di lunga durata, attraverso l'offerta di programmi di formazione e riqualificazione, di un lavoro o di altre misure di occupabilità. In Germania, per esempio, in seguito alle riforme Hartz, l'intervento e la registrazione dei disoccupati da parte dei servizi per l'occupazione vengono realizzati in una fase precoce del periodo di disoccupazione, mentre i soggetti che da più tempo hanno interrotto l'attività lavorativa possono beneficiare del Jump-Plus Programme e del programma "Posti di lavoro per i disoccupati di lunga durata". Tuttavia, accanto alla crescente attenzione nei confronti della disoccupazione di lungo periodo, tanto che otto paesi9 hanno soddisfatto l'obiettivo del 25% di attivazione dei disoccupati di lunga durata, ancora scarsamente protetto è il rischio di inattività e di esclusione sociale delle persone che non hanno mai svolto attività lavorativa, tuttora largamente impossibilitate ad accedere a misure attive e preventive. Al momento, solo alcuni Stati sono in grado di fornire dati sull'efficacia delle misure di attivazione in termini di reinserimento lavorativo dei partecipanti ai programmi; sulla base dei dati disponibili, i risultati migliori sono stati realizzati in Austria, in cui quasi la metà dei disoccupati trova lavoro dopo sei mesi dalla partecipazione ad una misura di integrazione. 4.1 Finlandia Le tendenze occupazionali Dalla metà degli anni novanta, l'emergenza occupazionale seguita alla grave crisi economica dell'inizio del decennio si è progressivamente attenuata, grazie al rapido aumento del numero di posti di lavoro (cresciuti in media di 1,7 punti percentuali all'anno tra il 1994 e il 2001). La crescita del tasso medio di occupazione, passato, nello stesso periodo, dal 59% al 67,7%, si è arrestata in seguito al rallentamento economico degli ultimi anni. Parallelamente, il tasso di disoccupazione, dopo aver raggiunto un picco del 16,6% nel 1994, ha continuato a scendere, raggiungendo il 9,1% nel 2002. Il dato medio nazionale nasconde, tuttavia, considerevoli differenze regionali: la crescita dell'occupazione successiva al periodo di recessione ha interessato solo alcune aree del paese, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto sensibilmente superiore alla media nazionale nelle regioni settentrionali, orientali e in alcune città del centro del paese. Solo recentemente, grazie anche alla diffusione delle nuove tecnologie dell'informazione, l'impatto positivo della crescita economica sulle possibilità di impiego si è diffuso in tutto il paese. La disoccupazione di lunga durata, che ha fatto registrare il suo valore più elevato nel 1995, coinvolgendo circa 140 mila individui, è scesa significativamente fino al 2002. In questo ambito, la categoria più numerosa è costituita dai soggetti più anziani (ultra cinquantenni), che rappresentano quasi il 60% degli appartenenti a questo gruppo, mentre solamente il 10,8% sono giovani disoccupati10, al di sotto dei 25 anni. 9 Si tratta di Belgio, Germania, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Finlandia, Svezia e Regno Unito. Il dato include anche gli studenti a tempo pieno, in cerca di un lavoro. 10 8 La situazione occupazionale degli individui più giovani è migliorata più rapidamente rispetto alle altre classi di età: dal 1993 il numero dei disoccupati di età inferiore a 25 anni si è più che dimezzato11, principalmente grazie al parallelo sviluppo della new economy e delle tecnologie informatiche. Dal 2001, tuttavia, il ritmo di miglioramento è rallentato, e nel 2002 la riduzione è stata pari solamente a 2,2 punti percentuali rispetto all'anno precedente. Come negli altri paesi scandinavi, i livelli di occupazione femminile in Finlandia, molto elevati rispetto alla media europea, si mantengono pari a quelli maschili, sostenuti da ampi programmi di sussidi alla famiglia e di servizi di cura all’infanzia, che permettono alle donne finlandesi di conciliare lo svolgimento di un’attività lavorativa e l’assunzione delle responsabilità familiari. Il rallentamento della crescita occupazionale negli ultimi anni non ha intaccato il raggiungimento dei target di Stoccolma relativamente al tasso di occupazione complessivo (pari al 67,7% nel 2002) e femminile (66,2% nel 2002); anche l'indicatore per l'occupazione dei lavoratori più anziani, corrispondente al 47,8% nel 2002, ha evidenziato una dinamica positiva che rende ancora potenzialmente perseguibile l'obiettivo del 50% entro il 2010. I principali interventi di riforma sul mercato del lavoro Le politiche per l'occupazione finlandesi comprendono sia misure attive, sia misure passive di sostegno al reddito dei disoccupati12. Le prestazioni di disoccupazione, che coprono oltre il 90% dei disoccupati, sono suddivise in una indennità basata sul livello retributivo precedente alla perdita dell'impiego, in un sussidio minimo giornaliero e in un trasferimento basato sulla prova dei mezzi (labour market benefit). Le prime due forme di sussidio sono rivolte a soggetti che hanno già svolto un'attività lavorativa, prerequisito indispensabile per poter accedere ai programmi di disoccupazione, e sono erogate per un periodo massimo di 500 giorni. In generale, per poter usufruire delle prestazioni, i beneficiari devono mantenersi a disposizione sul mercato del lavoro e devono cercare attivamente un impiego, accettando le offerte ricevute nell'ambito dei programmi avviati dagli uffici per l'occupazione. Il sostegno al lavoro condizionato ai mezzi economici, introdotto nel 1994, è indirizzato ai disoccupati che hanno già fruito dell'indennità di disoccupazione ordinaria o giornaliera fino al limite temporale massimo e a coloro che non hanno avuto precedenti esperienze lavorative. Questo sussidio, che non presenta limiti temporali di fruizione, è però subordinato, per i giovani al di sotto dei 25 anni, alla partecipazione a corsi professionali o ad altre misure di attivazione. I disoccupati di lunga durata anziani hanno diritto, invece, ad una pensione di disoccupazione. A partire dalla seconda metà degli anni novanta è stato incrementato il ruolo delle misure di attivazione, sia restringendo i criteri di accesso alle indennità di disoccupazione, sia introducendo nuovi incentivi per l'accettazione di contratti a breve termine. Nello stesso tempo, sono stati aumentati sia il periodo di contribuzione necessario per avere diritto ai sussidi, sia il periodo di riduzione del sussidio conseguente al rifiuto di un lavoro o della partecipazione a misure di reinserimento. 11 Secondo le statistiche del Ministero del Lavoro finlandese; le cifre dell'Istituto di statistica finlandese offrono, invece, un quadro diverso, a causa di una diversa definizione di disoccupazione giovanile. 12 Nel 2002, la spesa per le politiche del lavoro è stata pari al 3% del PIL, suddivisa tra 0,9% per le misure attive e 2,1% per le misure passive. 9 In questo ambito, la riforma dei servizi pubblici per l'impiego, avviata nel 1998 e pienamente compiuta all'inizio del 2002, è stata indirizzata principalmente alla prevenzione della disoccupazione di lunga durata, le cui problematiche rendono particolarmente difficile il reintegro al lavoro13. L'elemento innovativo dell'intervento di riforma è consistito nella personalizzazione dei servizi offerti, basati sulla valutazione delle necessità del disoccupato e su piani di inserimento individualizzati, realizzati attraverso la collaborazione tra gli uffici per l'impiego e i soggetti in cerca di lavoro. L'enfasi assegnata alla promozione di misure di attivazione ha contribuito a migliorare significativamente le dinamiche interne al mercato del lavoro: nel 2002, oltre il 99% dei disoccupati ha trovato lavoro o ha partecipato ad un piano di ricerca di un impiego prima di aver raggiunto i 12 mesi di disoccupazione, nel caso dei soggetti al di sopra dei 25 anni di età, o i sei mesi di disoccupazione, nel caso dei lavoratori più giovani14. Tra il 1999 e il 2000, due Commissioni ministeriali hanno delineato alcune importanti linee guida per lo sviluppo delle politiche attive. In particolare, in seguito alle proposte della Commissione per le politiche sociali di attivazione per migliorare le condizioni dei fruitori dell'inserimento occupazionale, nel 2001 è entrata in vigore la legge sulla reintegrazione lavorativa (Act on Rehabilitative Work), che prevede una nuova struttura di coordinamento tra servizi sociali e servizi per l'impiego, accanto ad una serie di misure per agevolare l'inserimento lavorativo. Sulla base di quanto dichiarato nel Piano Nazionale d'Azione 2003, nei prossimi anni, le principali riforme del mercato del lavoro saranno realizzate attraverso il programma governativo intersettoriale di politica occupazionale, il cui scopo principale è di ridurre la disoccupazione strutturale, migliorando gli incentivi alla domanda e offerta di lavoro. Concretamente, le azioni del governo finlandese per la prevenzione e la riduzione della disoccupazione giovanile e di lungo periodo si sostanzieranno nella riforma strutturale dei servizi pubblici per l'impiego, che avrà luogo dal 2004 al 2006, nel miglioramento dell'efficacia dei programmi di attivazione e nell'aumento del tasso di attivazione fino al 30%, nel maggior rilievo assegnato alle politiche attive del lavoro. Relativamente al primo obiettivo, la riforma dei servizi per l'occupazione si propone di accrescere la fornitura di servizi a sostegno della ricerca individuale del lavoro e del miglioramento delle abilità professionali, al fine di assicurare la disponibilità all'impiego; contestualmente, saranno separati i servizi destinati ai soggetti più difficilmente reintegrabili sul mercato del lavoro, attraverso l'istituzione di nuovi centri di servizio alla forza lavoro. L'elemento fondante della nuova strategia viene individuato nella volontà di assicurare una valutazione il più possibile accurata e competente delle necessità e delle abilità professionali dei soggetti in cerca di lavoro, al fine di stabilire le potenzialità individuali e impedire il prolungarsi dei periodi di inattività. I nuovi centri di servizio alla forza lavoro, che prevedono una stretta collaborazione tra municipalità, uffici per l'impiego, unità sociali e sanitarie locali, le istituzioni assicurative pubbliche (KELA) ed altri esperti, offriranno pacchetti di servizi composti da misure di vario tipo, dal supporto alle abilità personali e alla ricerca del lavoro ad un'ampia varietà di programmi di 13 I disoccupati di lungo periodo rappresentano una delle categorie occupazionali più esposte al rischio di esclusione sociale: l'età e la mancanza di qualifiche professionali, che caratterizzano la maggioranza degli appartenenti a questo gruppo, costituiscono ostacoli rilevanti alla loro reintegrazione sul mercato del lavoro. 14 Il Governo finlandese ha fissato, come obiettivi da realizzare entro il 2007, la predisposizione di programmi personalizzati di attivazione per tutti i disoccupati di lunga durata e la partecipazione a corsi di formazione o di apprendistato per tutti i giovani al di sotto dei 25 anni, entro tre mesi dall'inizio del periodo di disoccupazione. 10 attivazione. L'obiettivo è di trasformare gli uffici per l'impiego in luoghi di incontro tra domanda e offerta di lavoro sempre più efficaci. Il secondo obiettivo del Governo finlandese è rappresentato dall'aumento del tasso di attivazione, dal 22% del 2002 al 30% entro il 2007, e dal miglioramento della qualità e dell'efficacia dei programmi di attivazione, al fine di ridurre la disoccupazione strutturale e attenuare le disparità regionali. Infine, ci si propone di ridurre il peso delle politiche passive del lavoro, incentivando l'adozione delle misure attive. Originariamente, le forme di supporto finanziario erano state concepite come strumenti per agevolare il passaggio dei disoccupati nel mondo del lavoro, nella fase di partecipazione ad una misura di inserimento attivo; nella pratica, invece, questo tipo di sostegno è divenuto un modo per garantire un reddito permanente ai disoccupati di lungo periodo. Il governo finlandese si propone, invece, di ripristinare il ruolo originario degli strumenti di sostegno al reddito, modificandone il carattere di misura passiva e stimolando la diffusione e la partecipazione ai programmi attivi. A tal fine, la componente di mantenimento del reddito nell'ambito del sussidio di sostegno sul lavoro sarà trasformata in un supplemento di attivazione e il suo valore sarà accresciuto per stimolare la partecipazione alle misure attive. A partire dal 2004, inoltre, ai prerequisiti che occorre soddisfare per poter accedere al trasferimento di sostegno sul lavoro, si aggiungerà una condizione di disponibilità all'attivazione (activity precondition), per poter continuare a beneficiare delle misure di supporto dopo un certo periodo di inattività. Saranno, inoltre, stimolate le forme di collaborazione al finanziamento degli interventi tra livelli di governo centrale e locale, con l'obiettivo di accrescere l'efficienza delle azioni locali contro la disoccupazione. 4.2 Svezia Le tendenze occupazionali Il sistema di sicurezza sociale svedese si è sviluppato, a partire dal secondo dopoguerra, all'interno di contesti economici relativamente favorevoli, che hanno consentito di mantenere bassi livelli di disoccupazione e elevati tassi di occupazione. Il panorama del mercato del lavoro, tuttavia, è cambiato drammaticamente nella prima metà degli anni novanta, in concomitanza con l'ingresso in una fase di profonda recessione economica: nei primi tre anni del decennio, la disoccupazione sul totale della forza lavoro è passata dal 2% al 9%. Verso la metà degli anni novanta, il tasso si è stabilizzato intorno all'8%, iniziando a diminuire solo dopo il 1997; in questo periodo, almeno il 40% della popolazione in età lavorativa ha sperimentato un periodo di disoccupazione, mentre per un alto numero di disoccupati di lunga durata è sensibilmente aumentato il rischio di perdere ogni contatto con il mondo del lavoro. Nonostante il debole sviluppo economico degli ultimi anni, la situazione occupazionale non si è deteriorata in modo significativo e sono attesi miglioramenti nel livello degli indicatori a partire dalla seconda metà del 2004. Nel 2002, il tasso di disoccupazione complessivo è stato pari al 4%, corrispondente al 4,4% per gli uomini e al 3,6% per le donne; il divario di genere può essere in parte spiegato dal peggioramento dell'andamento occupazionale del settore privato rispetto a quello del settore pubblico, in cui si concentra l'occupazione femminile. Per il 2004 si prevede un lieve aumento del tasso di disoccupazione, fino al 4,7%, che tuttavia dovrebbe ridursi nei prossimi due anni. 11 La Svezia ha già soddisfatto i target comuni per l'occupazione stabiliti a livello europeo, avendo registrato, nel 2002, un tasso di occupazione complessivo del 74,9%, un tasso di occupazione femminile del 73,4% e un valore dell'indicatore per i lavoratori anziani superiore al 68%. La priorità principale del Governo svedese è il raggiungimento del pieno impiego, da realizzare perseguendo una strategia politica che comprenda misure sia per i lavoratori sia per i datori di lavoro. In questa ottica, il Governo ha posto come ulteriore target, da soddisfare entro il 2004, l'aumento fino all'80% della popolazione, di età compresa tra 20 e 64 anni, occupata in impieghi regolari15. I principali interventi di riforma sul mercato del lavoro A fronte dell'espansione della spesa pubblica e dell'aggravarsi dei deficit di bilancio, conseguenti all'emergenza occupazionale dei primi anni novanta, durante la seconda metà del decennio le riforme delle politiche sociali e del lavoro sono state principalmente volte al controllo della spesa pubblica, realizzato attraverso tagli e trasformazioni delle principali componenti del sistema di protezione sociale. In questo contesto, gli indirizzi di politica del lavoro sono stati orientati a preservare il cosiddetto "principio del lavoro", caratteristico del modello nordico di protezione sociale, in base al quale nelle misure di sostegno all'occupazione un ruolo di primaria importanza viene attribuito ai programmi di attivazione, anziché al semplice sostegno economico. Nel corso dell'ultimo decennio, si è assistito ad un sensibile aumento sia delle singole misure di attivazione, sia del numero di partecipanti, passato dall'1,2% della forza lavoro nel 1990 al 5,3% del 1994. Al fine di attenuarne il carattere passivo, nel 2001 i sussidi di disoccupazione sono stati modificati, in direzione di un'accentuazione dei requisiti di disponibilità all'attivazione. Dal 1998, l'indennità di disoccupazione si compone di un sussidio di base (grundförsäkring) e di un trasferimento correlato al reddito (inkomstbortfallsförsäkring). Per poter beneficiare del sussidio di base, il richiedente deve essere stato occupato per almeno sei mesi e aver lavorato per almeno 70 ore al mese, oppure deve aver lavorato per almeno 450 ore nel corso di sei mesi continuativi nell'ultimo anno; nel caso degli studenti che hanno completato il proprio percorso formativo, i potenziali beneficiari devono aver cercato lavoro attraverso gli uffici per l'impiego, oppure devono aver lavorato almeno 90 giorni nei 10 mesi successivi alla fine del periodo di studio. In aggiunta a questi requisiti, per ottenere il sussidio legato al reddito, è necessario che il disoccupato sia stato membro di un fondo assicurativo per la disoccupazione per almeno 12 mesi. I trasferimenti, che non sono soggetti alla prova dei mezzi, sono erogati rispettivamente in somma fissa, nel caso del sussidio di base, e in una percentuale pari all'80% del reddito di riferimento, nel secondo caso. Il pagamento dei trasferimenti viene interrotto nel caso in cui il disoccupato rifiuti tre successive offerte di lavoro. Uno degli interventi più significativi nell'ambito delle politiche di attivazione è stato realizzato nel 2000, con l'introduzione del Programma di garanzia dell'impiego (Aktivitetsgarantin), che riunisce in un unico programma tutte le misure attive del lavoro. All'interno del Programma, le principali tipologie di attivazione sono distinte in politiche di formazione per il mercato del lavoro, 15 Nel 2002, l'occupazione definita in base a questo obiettivo nazionale è stata pari al 78,1%. 12 volte al miglioramento delle competenze dei disoccupati, misure di sostegno ai datori di lavoro per incentivare l'assunzione dei disoccupati di lungo periodo, l'offerta di pratiche di lavoro e il sostegno all'avvio di nuove imprese. Secondo le dichiarazioni contenute nel Piano Nazionale d'Azione per il 2003, a partire dal 2004, le politiche del lavoro svedesi saranno orientate all'obiettivo prioritario di contribuire al buon funzionamento del mercato del lavoro, offrendo sostegno alle azioni volte al conseguimento della piena occupazione e all'accelerazione della crescita economica. Per contrastare il rischio di esclusione sociale e la disoccupazione di lunga durata, le politiche del lavoro saranno organizzate sulla base di tre direttrici principali: la realizzazione del collocamento sul lavoro, l'attivazione di misure volte a compensare le carenze di opportunità di impiego e l'assistenza a soggetti svantaggiati sul mercato del lavoro. Al fine di agevolare il reinserimento lavorativo dei disoccupati, riducendo il tempo di permanenza nella condizione di inattività, i servizi pubblici per l'occupazione sono chiamati a preparare piani di azione individualizzati, finalizzati a definire le caratteristiche e le necessità personali del soggetto in cerca di impiego. Le autorità pubbliche svedesi hanno posto, come target da soddisfare nei prossimi anni, la realizzazione di piani individuali per ciascun disoccupato entro i primi tre mesi del periodo di inattività. I servizi di attivazione predisposti si sono rivelati complessivamente efficaci, tanto che, nel 2002, più del 97% dei giovani disoccupati svedesi e l'83% dei disoccupati adulti hanno avuto la possibilità di riattivarsi, attraverso l'offerta di un impiego o di altre misure di occupabilità; nello stesso anno, il 50% dei disoccupati di lunga durata ha preso parte a programmi di attivazione. Tra le priorità per i prossimi anni, le autorità svedesi hanno posto il completamento della riforma del Servizio Pubblico per l'Occupazione, finalizzata al miglioramento delle capacità organizzative e gestionali degli uffici per l'impiego, al fine di metterli in grado di reagire in modo più flessibile ai cambiamenti del mercato del lavoro. Lo scopo dell'intervento è di creare un sistema più uniforme di servizi, a disposizione sia dei datori di lavoro, sia dei soggetti impegnati nella ricerca di un impiego. Dall'inizio del 2004, inoltre, è stata istituita una nuova agenzia pubblica (Swedish Unemployment Insurance Board, IAF), incaricata di esercitare funzioni di supervisione e controllo del sistema di assicurazione contro la disoccupazione. 4.3 Regno Unito Le tendenze occupazionali Nel corso degli anni novanta, il panorama occupazionale inglese è progressivamente migliorato e, attualmente, il Regno Unito si segnala per l’elevata percentuale di occupati sulla forza lavoro, rispetto al resto dell’Unione europea. Nel 2002, il tasso di occupazione è risultato pari al 71,7 per cento, superiore dunque all’obiettivo stabilito dal Consiglio Europeo di Lisbona e di Stoccolma. Per lo stesso anno, il tasso di disoccupazione è stato pari a 5,1 per cento, il valore più basso tra i paesi del G7. Particolarmente favorevole è stata l'evoluzione della disoccupazione di lunga durata: l’incidenza del fenomeno è scesa al 21,2 per cento nella primavera del 2003, contro il 21,5 per cento dello stesso periodo nell’anno precedente e il 31,6 per cento di cinque anni fa. La crescita occupazionale, concentratasi principalmente nel settore dei servizi, nel quale è impiegato il 75% della forza lavoro, è stata caratterizzata da uno sviluppo complessivamente equilibrato tra i vari gruppi sociali, con riferimento sia al genere e all'età, sia all'appartenenza 13 geografica degli occupati. Nonostante la crescita generalizzata, tuttavia, rimane ancora ampio il gap occupazionale nei confronti di alcune categorie svantaggiate, come i giovani, i disoccupati di lungo periodo, gli anziani e le minoranze etniche; in particolare, le basse qualifiche e le scarse competenze professionali costituiscono una delle cause principali di esclusione dal mercato del lavoro. In conseguenza alla favorevole evoluzione degli indicatori occupazionali, la quota di individui che usufruiscono dei sussidi per la disoccupazione negli ultimi anni si è sensibilmente ridotta. In particolare, si è assistito ad un calo progressivo del numero di beneficiari del Jobseeker's Allowance, il principale programma assistenziale inglese, rivolto ai soggetti in cerca di occupazione. I principali interventi di riforma sul mercato del lavoro Nell'ambito dei paesi europei, il Regno Unito si è posto come uno dei precursori relativamente all'avvio di misure di attivazione dei beneficiari delle indennità di disoccupazione. Le politiche sociali inglesi, caratterizzate dalla compresenza di orientamenti universalistici e di istanze bismarckiane, sono state tradizionalmente incentrate alla riduzione dei fenomeni di povertà e di marginalità sociale, la cui causa primaria viene individuata nella disoccupazione e nel conseguente distacco dalla vita attiva; conseguentemente, l'obiettivo di lotta all'esclusione sociale viene perseguito principalmente attraverso l'implementazione di misure di incentivazione al lavoro e di rimozione degli ostacoli all'occupabilità. Questo approccio di policy trova il suo fondamento nella filosofia del Welfare to work, che ha informato tutti i più recenti interventi in campo occupazionale e in base alla quale deve essere garantita, da un lato, l'opportunità di lavorare a chi è in grado di farlo e, dall'altro, l'assistenza a chi è impossibilitato al lavoro. Secondo questo principio, le autorità pubbliche sono chiamate a rispondere alle necessità dei cittadini, favorendo la realizzazione di interventi mirati ai bisogni e incentivando il reinserimento sociale e lavorativo degli individui. Negli ultimi anni, la strategia di intervento della politica occupazionale adottata nel Regno Unito si è focalizzata su quattro aspetti: fornire gli incentivi miranti a favorire il passaggio degli individui dallo stato assistenziale al mercato del lavoro, attraverso la valorizzazione sia dei diritti, sia delle responsabilità dei soggetti (Work first approach), definire un quadro di regolamentazione che assicuri standard minimi di protezione e di qualità del lavoro, sostenere la creazione di una forza di lavoro flessibile e qualificata e, infine, garantire opportunità di inserimento per tutti gli individui. Nell’ambito della strategia attiva e preventiva, le nuove politiche del lavoro mirano ad accrescere l’efficacia del programma “Work first”, principalmente attraverso quattro interventi: il rafforzamento del Jobseeker's Allowance, la realizzazione di colloqui volti all'inserimento lavorativo per tutti i destinatari di misure assistenziali in età da lavoro, l'implementazione dei New Deals e la modernizzazione dei servizi per l'occupazione attraverso il Jobcentre Plus. A partire dal 1996, le prestazioni dell'Income Support per i soggetti disoccupati e i sussidi di disoccupazione (Unemployment benefit) sono stati integrati e sostituiti dal Jobseeker's Allowance. Per poter accedere al sussidio, i potenziali beneficiari devono stipulare un accordo per la ricerca attiva di un lavoro (Jobseeker's agreement); in base a tale patto, i soggetti si impegnano a cercare un'occupazione, sia attraverso l'iscrizione alle liste predisposte dai datori di lavoro, sia tramite l'invio personale di domande. Contestualmente, i percettori delle prestazioni si impegnano ad accettare le proposte di lavoro offerte, purché adeguate alle proprie qualifiche e competenze. 14 Nel caso in cui i beneficiari dei trasferimenti del Jobseeker's Allowance permangano in condizione di disoccupazione per un periodo di tempo ritenuto eccessivamente lungo, è prevista l'attivazione dei New Deals16, la cui finalità principale consiste nell'avvio di servizi specifici per i gruppi maggiormente a rischio di esclusione sociale. Il progetto dei New Deals è, infatti, volto a stimolare i destinatari dell'indennità di disoccupazione ad intraprendere un percorso di reintegrazione nella vita sociale e professionale, attraverso corsi di formazione, attività di orientamento, accordi con i datori di lavoro. La modernizzazione dei servizi per l'impiego, attraverso il Jobcentre Plus, il cui completamento è previsto per il 2006, è volta all'integrazione di tutti i servizi a sostegno dei disoccupati in un'unica rete, al fine di consentire un più rapido ed efficace accesso alle prestazioni. Tale sviluppo viene posto al centro della strategia governativa per promuovere la crescita economica attraverso la creazione di un mercato del lavoro competitivo e flessibile. 4.4 Germania Le tendenze occupazionali Per diversi decenni, il mercato del lavoro tedesco è stato caratterizzato da una persistente disoccupazione di massa che, sedimentandosi nel tempo, ha acquisito le caratteristiche di un fenomeno in larga parte strutturale, tale da non ridursi significativamente nemmeno nei periodi di crescita economica. Dall'inizio degli anni novanta, la situazione è stata ulteriormente esacerbata, da un lato, dalle difficoltà occupazionali del mercato del lavoro della Germania orientale e, dall'altro, dal generale rallentamento della crescita economica. Tra il 1998 e il 2001, si è assistito ad un aumento dei tassi di occupazione, accompagnato da una riduzione sensibile della disoccupazione; tuttavia, già dalla metà del 2001, si è verificato un nuovo peggioramento, che perdura tuttora. Nel 2002, circa 4,5 milioni di persone risultavano registrate come disoccupate presso il Servizio federale per l'occupazione (Bundesanstalt fur Arbeit), corrispondenti ad un tasso di disoccupazione complessivo del 9,8% (9,9% per gli uomini e 9,5% per le donne). Queste cifre sono ulteriormente aggravate se, in aggiunta ai disoccupati registrati, si considera la cosiddetta "riserva nascosta" dei disoccupati non registrati, in quanto inseriti in misure di attivazione o in schemi di ritiro anticipato dal lavoro. Particolarmente diffuso in Germania è il fenomeno della disoccupazione di lunga durata, che coinvolge circa un disoccupato su tre; in questa categoria, la classe di età più numerosa è rappresentata dagli individui al di sopra dei 50 anni. Il problema dell'entità della disoccupazione è aggravato dal permanere di notevoli differenze regionali nella distribuzione dei rischi legati al mondo del lavoro: il tasso di disoccupazione dei nuovi Länder nel 2002 è stato pari al 18%, più che doppio rispetto a quello dei vecchi Länder (7,9%). I principali interventi di riforma sul mercato del lavoro Nel corso degli anni ottanta, le politiche avviate per far fronte alla crescente disoccupazione di massa erano volte, principalmente, a garantire una adeguata protezione sociale per le persone 16 Per esempio, per i giovani tra i 18 e i 24 anni, disoccupati da più di 6 mesi, viene attivato il New Deal for Young people. 15 rimaste senza lavoro e a offrire opportunità di occupazione all'interno del cosiddetto "mercato secondario del lavoro". A partire dalla metà degli anni novanta, la persistenza degli alti livelli di disoccupazione ha sollecitato un ripensamento del ruolo e delle caratteristiche delle politiche sul mercato del lavoro; in questo contesto, ha iniziato ad affermarsi il principio di un welfare attivo e preventivo, orientato a incentivare l'integrazione sociale ed economica dei disoccupati, anziché relegarli al ruolo di semplici fruitori passivi delle politiche di sostegno del reddito. Le riforme intraprese nell'ultimo decennio sono state, quindi, ispirate dal principio del "lavoro al primo posto", in base al quale il collocamento degli individui sul mercato del lavoro regolare assume una priorità assoluta. Da qualche anno, il Governo federale tedesco è impegnato in un processo di intensa ristrutturazione e modernizzazione del sistema di welfare state, concepito come un elemento fondamentale per la costruzione di una politica efficace di crescita economica e occupazionale. I punti strategici individuati nell'ambito dell'Agenda 2010 (tagli nel sistema impositivo e nei costi di lavoro non salariali, riduzione degli ostacoli burocratici e snellimento delle strutture amministrative, incentivi alle attività di formazione professionale, sviluppo e miglioramenti nella qualità dei sistemi di istruzione, formazione e ricerca) si prefiggono, tra gli altri, l'obiettivo di rimuovere i disincentivi e i circoli viziosi generati dal sistema di sicurezza sociale, individuato come una delle cause della diffusione della disoccupazione di lungo periodo. Il sistema di welfare tedesco offre un'ampia protezione contro il rischio di inattività. La compensazione per la disoccupazione in Germania si compone di un sussidio assicurativo di disoccupazione e di un trasferimento assistenziale. Nel primo caso, il pagamento è rivolto ad assicurare agli individui il livello reddituale precedente alla perdita dell'impiego, corrispondendo il 60% della retribuzione netta ai destinatari senza figli e il 67% ai beneficiari con figli a carico. L'erogazione è effettuata per un periodo di tempo limitato, compreso tra i 6 mesi per i giovani disoccupati e i 32 mesi per i soggetti di età superiore ai 57 anni, con una lunga storia contributiva alle spalle17. Al contrario, i sussidi assistenziali di disoccupazione, finanziati tramite la fiscalità generale, sono soggetti alla prova dei mezzi e sono erogati senza limiti di tempo. Proprio la lunghezza dei periodi di erogazione di queste prestazioni monetarie viene identificata come una delle cause degli alti livelli di disoccupazione di lunga durata. Nell'ambito della ristrutturazione del mercato del lavoro nazionale, il "Job-AQTIV-Gesetz" dell'inizio del 2002 e i due "Atti relativi alla modernizzazione dei servizi sul mercato del lavoro", avviati a gennaio 2003, recependo le indicazioni della Commissione Hartz, costituiscono un primo passo del processo di riforma del sistema occupazionale. Gli interventi sono stati volti al miglioramento della qualità e dell'efficienza nel settore del collocamento dei lavoratori18, allo sviluppo di opportunità per incentivare i lavoratori anziani a rimanere in attività, a promuovere le iniziative di lavoro autonomo. 17 Al fine di incentivare l'attivazione dei lavoratori più anziani, con i primi due Atti di riforma del mercato del lavoro, il periodo di erogazione delle indennità di disoccupazione per i soggetti di età superiore a 55 anni è stato limitato a 18 mesi. 18 In seguito ai primi due Atti, le persone sono tenute a registrarsi presso gli uffici per l'impiego all'inizio del periodo di disoccupazione, al fine di attivare il collocamento sul mercato il più velocemente possibile. In caso contrario, sono previste decurtazioni delle indennità di disoccupazione. 16 Il passo successivo sarà realizzato con l'entrata in vigore, prevista per il 2004, del "Terzo e Quarto Atto per la modernizzazione sul mercato del lavoro"; più precisamente, il Terzo Atto si propone di completare la riorganizzazione del Servizio Federale per l'Occupazione, iniziata nel 2002, con l'obiettivo di trasformarlo in un ente erogatore di servizi per il lavoro orientato alle esigenze dei disoccupati. Questo intervento costituisce una conferma della volontà di promuovere un approccio preventivo al problema della disoccupazione. Il Quarto Atto è diretto a migliorare le opportunità di reinserimento occupazionale dei disoccupati di lunga durata, attraverso la combinazione dei programmi assistenziali e assicurativi contro la disoccupazione in un unico sistema di sicurezza di base per i soggetti in cerca di lavoro (Grundsicherung für Arbeitsuchende). Parallelamente, saranno intensificati gli sforzi per promuovere l'attivazione delle persone disoccupate da più di 12 mesi, attraverso la realizzazione di piani personalizzati e di colloqui presso i centri locali per l'impiego19. Nel 2002, la spesa per le misure attive del lavoro, di cui hanno beneficiato circa 1,4 milioni di persone, è stata pari a 22,1 miliardi di euro. La Germania ha soddisfatto il target europeo relativo all'offerta di misure di attivazione al 25% dei disoccupati di lungo periodo: nel 2002, il 42,8% dei giovani disoccupati di lunga durata e il 24% degli adulti hanno sperimentato misure di attivazione, rispettivamente entro 6 mesi e 12 mesi dall'inizio del periodo di inattività. 4.5 Francia Le tendenze occupazionali A partire dalla fine degli anni settanta, la disoccupazione di massa è divenuta un fenomeno strutturale: il tasso di disoccupazione è passato dal 2,4% nel 1973 al 9,3% alla fine del 2000, dopo aver raggiunto un picco pari all'11,9% nel 1996. Negli ultimi anni, la Francia ha sperimentato un periodo di crescita occupazionale, con 258 mila nuovi impieghi creati nel 2001 e altri 97 mila nel 2002: il tasso di occupazione complessivo è aumentato dal 62,1% del 2000, al 63% del 2002. I tassi di disoccupazione rispecchiano gli andamenti dell'occupazione e il peggioramento iniziato verso la metà del 2001 si è stabilizzato nella seconda metà del 2002: il valore dell'indicatore, pari all'8,5% alla fine del 2001, è salito a circa il 9% nel 2003. Le donne, che, nel 2002, costituivano il 45,9% della forza lavoro complessiva, continuano ad essere una categoria sovrarappresentata nell'ambito dei soggetti inattivi, contando per il 47,5% dei disoccupati e per il 48,8% dei disoccupati di lunga durata. Fino all'inizio del 2002, il valore dell'indicatore della disoccupazione di lungo periodo si è progressivamente ridotto, in conseguenza dell'attuazione di interventi più rapidi e maggiormente orientati verso le categorie più deboli sul mercato del lavoro. Dalla prima metà del 2002, invece, l'indice ha ripreso nuovamente a salire. I principali interventi di riforma sul mercato del lavoro Negli ultimi anni, la politica occupazionale francese è stata orientata a migliorare il funzionamento del mercato del lavoro sulla base di tre direttrici principali: creare un mercato del 19 Sono stati previsti due nuovi programmi, "Jump Plus" e and "Arbeit für Langzeitarbeitslose", per favorire il reinserimento lavorativo e assicurare una qualifica professionale ai disoccupati di lunga durata. 17 lavoro dinamico, riducendo i costi del lavoro per i datori, accrescere il valore del lavoro, fornire sostegno nei periodi di cambiamento economico ed espandere gli investimenti in risorse umane. A fronte del rallentamento economico e del peggioramento della situazione occupazionale, l'attuazione, attualmente in corso, del programma denominato Piano d'azione per il ritorno al lavoro/Piano d'azione personalizzato per un nuovo avvio (PARE/PAP-ND) costituisce la strategia prioritaria di intervento del governo francese per stimolare l'occupazione. Il programma include sia misure di reintegrazione sul mercato del lavoro, sia misure preventive, di identificazione immediata dei servizi necessari al soggetto in cerca di un impiego e di rapida disponibilità dei servizi di sostegno e di consultazione. La riforma, infatti, ha avuto come obiettivo principale quello di assicurare che i disoccupati possano ritornare sul mercato del lavoro nel più breve tempo possibile, evitando che ricadano nella categoria della disoccupazione di lunga durata e riducendo il periodo di dipendenza dal sistema di aiuti pubblici. Il Piano d'Azione personalizzato per un nuovo avvio (PAP-ND), istituito a luglio del 2001, all'interno del nuovo accordo di assicurazione contro la disoccupazione stipulato tra le parti sociali, al fine di creare il Piano d'Azione per il ritorno al lavoro (PARE), è indirizzato a fornire un supporto personalizzato a tutti i soggetti in cerca di impiego, durante il periodo della loro ricerca, indipendentemente dal fatto che percepiscano sussidi. Sulla base di un'intervista realizzata per approfondire la conoscenza delle necessità e delle caratteristiche del disoccupato, l'Agenzia nazionale per l'impiego (ANPE), in stretta collaborazione con il soggetto interessato, sviluppa un piano personalizzato d'azione, che stabilisce gli interventi prioritari da mettere in opera per agevolare il ritorno al lavoro. I servizi erogati comprendono l'accesso diretto alle offerte di lavoro, selezionate in base al profilo individuale, gruppi di lavoro per fornire aiuto nella fase di ricerca, valutazioni delle abilità e competenze professionali, programmi di formazione e iniziative di sostegno personalizzate per i casi più difficili. Per coloro che rimangono disoccupati dopo sei mesi di partecipazione ai programmi sono previste la revisione e, eventualmente, la ridefinizione del piano individuale di azione; in queste circostanze, vengono intensificate le azioni di supporto e di assistenza. Dopo dodici mesi di disoccupazione, vengono attivati gli incentivi per il ritorno al lavoro, che includono, tra l'altro, la riduzione delle misure di sostegno al reddito, sia assicurative, sia assistenziali. Una valutazione completa del programma PARE-PAP-ND non è ancora stata realizzata; tuttavia, alcuni studi preliminari del Ministero del Lavoro e della Solidarietà evidenziano i progressi del programma in termini del controllo del processo di ricerca del lavoro e della realizzazione di piani di ricerca individualizzati. Inoltre, dal 2002, il numero dei servizi erogati è triplicato, garantendo la copertura a quasi la metà dei disoccupati. Nell'ambito delle azioni volte a disincentivare la permanenza in una condizione di dipendenza dai programmi statali di sostegno del reddito, dall'inizio del 2003, sono state ristrette le condizioni per avere accesso alle indennità di disoccupazione ed è stata ridotta la durata di erogazione delle prestazioni per tutti i destinatari. 5. Il mercato del lavoro italiano Il mercato del lavoro italiano è caratterizzato da specificità e da problemi strutturali, che contribuiscono a spiegare il ritardo che il paese sta continuando a sperimentare rispetto agli altri Stati membri dell’Unione. 18 Nonostante il generale rallentamento economico, che ha interessato anche l'Italia, il mercato del lavoro ha continuato a registrare risultati sostanzialmente positivi: nel 2002, il numero di occupati è cresciuto dell'1,5%, raggiungendo il 55,4%. La crescita occupazionale ha interessato in misura maggiore la componente femminile, che ha raggiunto il 42%. Parallelamente, il tasso di disoccupazione si è ridotto, toccando l'8,3% nel 2002, sebbene continui a rimanere al di sopra del dato medio europeo (pari al 7,7%). Anche per i più giovani, la quota dei disoccupati in percentuale della forza lavoro giovanile, è diminuita, passando dal picco del 33,6% del 1996, al 28,1% del 2001 e al 27,2% del 2002, grazie ad un aumento sia dei livelli occupazionali, sia della partecipazione alle attività formative. Su queste dinamiche positive degli indicatori occupazionali ha influito il progressivo sviluppo di forme di lavoro flessibili, introdotte a partire dal 1997 (pacchetto Treu), come è testimoniato dall’aumento della quota della componente “atipica” dell’occupazione, per entrambi i generi, ma soprattutto per le donne. Nonostante i segnali di crescita degli ultimi anni, gli indicatori occupazionali per l’Italia rimangono ancora lontani dagli obiettivi di Lisbona: il tasso di occupazione è ancora strutturalmente basso, a causa della tradizionale tendenza ad escludere dal mercato ampi gruppi sociali, in particolare le donne, i giovani e gli anziani. Nell’ottica di implementare una strategia rivolta all’innalzamento dei tassi occupazionali, coerentemente alle sollecitazioni e agli indirizzi delle istituzioni comunitarie, l’Italia dovrà risolvere le difficoltà strutturali che ancora ostacolano il corretto funzionamento del suo mercato del lavoro. Una prima area problematica è rappresentata dall’occupazione giovanile, e, in particolare, dagli alti tassi di disoccupazione tra le fasce di età più basse; nonostante le prospettive lavorative dei giovani siano migliorate in seguito alla realizzazione di interventi che hanno accresciuto la flessibilità del mercato, ancora lenta e difficoltosa appare essere la transizione dal mondo della scuola a quello lavorativo. La partecipazione nel mercato del lavoro della componente femminile e dei lavoratori anziani è ancora bassa: sebbene la crescita occupazionale delle donne sia stata molto consistente negli ultimi anni, persiste il gap rispetto agli altri paesi e agli obiettivi comunitari. Lo sviluppo di forme di lavoro flessibile, che consentono di conciliare vita familiare e presenza nel mercato del lavoro, ha rappresentato, e continuerà a rappresentare una opportunità importante per l’incremento dell’offerta di lavoro femminile. E’ interessante notare, a questo proposito, come la diffusione degli strumenti di flessibilità non pare aver accentuato la precarizzazione della posizione lavorativa delle donne. Per quanto riguarda i lavoratori anziani, invece, risulta ancora scarso il ricorso ad attività a tempo parziale, mentre non si è ancora manifestato l’effetto dei meccanismi di incentivazione a prolungare la vita lavorativa, già presenti negli ultimi interventi di riforma del comparto previdenziale. Un altro aspetto problematico è individuabile nel dualismo territoriale che caratterizza il mercato del lavoro italiano. Le regioni meridionali appaiono caratterizzate da livelli occupazionali eccezionalmente bassi, che riflettono le ancora scarse prospettive di sviluppo economico; su questo quadro, si innesta un’alta incidenza del lavoro sommerso, fenomeno particolarmente evidente nel Mezzogiorno, in cui l’irregolarità non si manifesta solamente in termini di mancato assolvimento degli obblighi contributivi e fiscali, ma anche attraverso il ricorso a condizioni lavorative precarie e inferiori agli standard contrattuali. 19 Infine, il sistema di protezione sociale italiano, le cui caratteristiche di categorialità rimangono ancora molto forti, offre livelli di garanzie molto diversificati, accentuando la segmentazione tra lavoratori che godono di una copertura assicurativa molto ampia e fasce di lavoratori e disoccupati solo parzialmente o per nulla tutelati. A fronte delle sfide che queste debolezze strutturali continuano a porre nel processo di implementazione delle politiche strategiche a favore dell’occupazione, negli anni più recenti sono state realizzate profonde modifiche degli assetti istituzionali e normativi del mercato del lavoro. Tra questi, il primo intervento significativo è rappresentato dalle misure introdotte con il cosiddetto Pacchetto Treu del 1997, che ha formalizzato la crescente adattabilità del mercato del lavoro italiano, ampliando le possibilità di applicazione per gli schemi di apprendistato e impiego part-time e agevolando l’apertura di agenzie per il lavoro temporaneo. Più recentemente, a febbraio 2003, è stata approvata la legge delega in materia di occupazione e mercato del lavoro, la Legge 30/2003 (la cosiddetta riforma Biagi), in cui vengono definite le linee guida di riforma del mercato del lavoro italiano, recependo, in gran parte, le indicazioni contenute nel Libro Bianco sull’occupazione, presentato a ottobre 2001; alla legge ha poi fatto seguito, nel secondo semestre dello stesso anno, la pubblicazione del Decreto Legislativo attuativo 276/2003, che introduce innovazioni profonde nella regolamentazione del lavoro. Nel decreto si possono individuare due aree prioritarie di intervento, relative, rispettivamente, alla modernizzazione dei processi di incontro tra domanda e offerta di lavoro e all'introduzione di un'ampia gamma di forme contrattuali flessibili, che mantengono e accentuano la tendenza in direzione della cosiddetta “flessibilità al margine”, introdotta a partire dalle misure del pacchetto Treu. Relativamente al primo punto, l'obiettivo del provvedimento legislativo è di incentivare la presenza sul mercato del lavoro anche di operatori privati, di cui si intende valorizzare la capacità di interazione con il servizio pubblico. Con riferimento al secondo punto, invece, il decreto introduce nuove forme contrattuali per l'inserimento lavorativo: tra queste, il contratto di inserimento lavorativo, destinato a sostituire i precedenti contratti di formazione e lavoro, è esplicitamente rivolto a promuovere l’integrazione lavorativa e la riqualificazione dei lavoratori considerati svantaggiati20. Accanto a questi provvedimenti legislativi, orientati ad accentuare il ruolo delle misure attive di sostegno alla disoccupazione, negli ultimi anni è stata realizzata la riorganizzazione del collocamento ordinario. Gli ultimi decreti approvati, a partire dal 2002, delineano un sistema di obblighi reciproci nel rapporto tra i disoccupati e i servizi pubblici per l'impiego, oltre a definire le modalità di interazione tra gli operatori pubblici e quelli privati nell'erogazione dei servizi per l'occupazione. In particolare, il Decreto Legge 297/02 prevede, da un lato, che i richiedenti di prestazioni di disoccupazione, oltre ad essere disponibili al lavoro, siano alla ricerca attiva di un impiego, secondo modalità concordate con i servizi competenti; questi ultimi, dall'altro lato, devono garantire la realizzazione di un colloquio di orientamento entro tre mesi dall'inizio dello stato di disoccupazione e una proposta di adesione ad iniziative di inserimento lavorativo, di formazione o di riqualificazione professionale, nei tempi stabiliti in base alle caratteristiche del disoccupato. 20 Vengono considerati soggetti svantaggiati i giovani, i disoccupati di lunga durata, i disoccupati ultracinquantenni, le donne residenti in aree geografiche caratterizzate da alti gap occupazionali di genere, le persone affette da grave handicap fisico, mentale o psichico (Piano d'azione nazione per l'occupazione. Italia, 2003). 20 La legge Biagi e la riorganizzazione del collocamento ordinario vengono considerate come i due pilastri fondamentali della strategia di "welfare to work" che il Governo italiano intende perseguire, la cui finalità principale consiste nell'incremento delle opportunità di impiego, particolarmente per i soggetti maggiormente a rischio di esclusione sociale. Accanto a questi interventi, al fine di completare il sistema di “welfare to work”, il Governo ha manifestato l'intenzione di promuovere l'introduzione di strumenti di sostegno al reddito che, pur assicurando il pagamento di un'indennità nei periodi di disoccupazione, scoraggino la tendenza a dipendere dalle misure assistenziali di tipo passivo. La diffusione delle nuove forme di flessibilità e di attivazione sul mercato del lavoro evidenzia la necessità di prevedere l’introduzione di nuovi strumenti di tutela, nonché il potenziamento di quelli esistenti, tradizionalmente poco efficaci nel contesto italiano. L’Italia è uno tra i pochi paesi la cui spesa per misure attive contro la disoccupazione è superiore a quella per le politiche passive: nel 2002, la spesa complessiva per le politiche attive è stata pari a 9,1 miliardi di euro, a fronte di 8 miliardi spesi per le politiche passive, cifre che corrispondono, rispettivamente, allo 0,71% e allo 0,64% in rapporto al Pil. E' rilevante notare come la spesa per le misure attive sia costantemente cresciuta negli ultimi anni. Con riguardo all’ammontare della spesa sociale complessiva, invece, l’Italia è il paese con la quota più piccola di trattamenti di disoccupazione (pari all'1,6%, nel 2000, contro una media europea del 6,1%)21. Tra le politiche attive rientrano vari tipi di programmi pubblici, come i servizi per l’impiego e la formazione, le misure a favore dei giovani e i sussidi all’occupazione; al di là della dimensione della spesa, tuttavia, i problemi principali riguardano l’efficacia di queste misure. Tra gli interventi attivi, la voce più importante è rappresentata dagli schemi di incentivazione all’occupazione, ai quali vengono assimilati anche i contratti di formazione e lavoro e l’apprendistato. Questi incentivi interessano principalmente i giovani, particolarmente del Centro-Nord, in cui è molto diffuso l’apprendistato; generalmente, tali misure hanno un carattere automatico, ovvero vengono concesse a tutti gli appartenenti a determinati gruppi obiettivo (giovani, disoccupati di lunga durata, residenti nelle aree depresse), indipendentemente dalle situazioni specifiche dei beneficiari e da qualsiasi forma di prova dei mezzi. Per quanto riguarda le modalità di attuazione, gli incentivi all’occupazione vengono attuati sia attraverso sgravi contributivi, proporzionali alle retribuzioni dei lavoratori, sia attraverso la concessione di veri e propri incentivi rivolti sia all’assunzione a tempo indeterminato di soggetti beneficiari di interventi passivi o disoccupati di lunga durata, sia alla stabilizzazione di posti di lavoro a termine. 21 Si veda, al proposito, la tab. 3 del WP LuissLab n.1. 21 Tav.1 - Tasso complessivo di occupazione nei paesi dell'Unione europea. Anni 1999 - 2002 Belgio Danimarca Germania Grecia Spagna Francia Irlanda Italia Lussemburgo Olanda Austria Portogallo Finlandia Svezia Regno Unito UE 15 1999 2000 2001 2002 59,3 76,0 65,2 55,3 53,7 60,9 63,3 52,7 61,7 71,7 68,6 67,5 66,4 71,7 71,0 62,5 60,5 76,3 65,6 55,7 56,2 62,1 65,1 53,7 62,7 72,9 68,5 68,4 67,2 73,0 71,5 63,4 59,9 76,2 65,8 55,4 57,7 62,8 65,7 54,8 63,1 74,1 68,5 68,7 68,1 74,0 71,7 64,1 59,9 75,9 65,3 56,7 58,4 63,0 65,3 55,5 63,7 74,4 69,3 68,2 68,1 73,6 71,7 64,3 Fonte: Eurostat Tav.2 - Tassi di occupazione per genere e classe di età nei paesi dell'Unione europea. Anno 2002 Belgio Danimarca Germania Grecia Spagna Francia Irlanda Italia Lussemburgo Olanda Austria Portogallo Finlandia Svezia Regno Unito UE 15 Totale maschi femmine lavoratori giovani (15 - 24) lavoratori anziani (55 -64) 59,9 75,9 65,3 56,7 58,4 63,0 65,3 55,5 63,7 74,4 69,3 68,2 68,1 73,6 71,7 64,3 68,2 80,0 71,7 71,4 72,6 69,5 75,2 69,1 75,6 82,4 75,7 75,9 70,0 74,9 78,0 72,8 51,4 71,7 58,8 42,5 44,1 56,7 55,4 42,0 51,6 66,2 63,1 60,8 66,2 72,2 65,3 55,6 29,4 63,5 45,6 26,5 33,3 30,1 47,9 25,8 32,3 70,0 51,8 42,1 40,7 42,8 56,3 40,6 26,7 57,8 38,4 39,7 39,7 34,8 48,1 28,9 28,3 42,3 30,0 50,9 47,8 68,0 53,5 40,1 Fonte: Eurostat 22 Tav.3 - Tasso complessivo di disoccupazione nei paesi dell'Unione europea. Anni 1999 - 2002 Belgio Danimarca Germania Grecia Spagna Francia Irlanda Italia Lussemburgo Olanda Austria Portogallo Finlandia Svezia Regno Unito UE 15 1999 2000 2001 2002 8,6 4,8 8,4 11,8 12,8 10,7 5,6 11,3 2,4 3,2 3,9 4,5 10,2 6,7 5,9 8,7 6,9 4,4 7,8 11,0 11,3 9,3 4,3 10,4 2,3 2,8 3,7 4,1 9,8 5,6 5,4 7,8 6,7 4,3 7,8 10,4 10,6 8,5 3,9 9,4 2,1 2,4 3,6 4,1 9,1 4,9 5,0 7,4 7,3 4,5 8,6 10,0 11,3 8,8 4,4 9,0 2,8 2,7 4,3 5,1 9,1 4,9 5,1 7,7 Fonte: Eurostat Tav.4 - Tassi di disoccupazione per genere e classe di età nei paesi dell'Unione europea. Anno 2002 Belgio Danimarca Germania Grecia Spagna Francia Irlanda Italia Lussemburgo Olanda Austria Portogallo Finlandia Svezia Regno Unito UE 15 Totale maschi femmine disoccupati giovani (15 - 24) 7,3 4,5 8,6 10,0 11,3 8,8 4,4 9,0 2,8 2,7 4,3 5,1 9,1 4,9 5,1 7,7 6,6 4,4 8,7 6,6 8,0 7,7 4,6 7,0 2,1 2,5 4,1 4,2 9,1 5,3 5,6 6,9 8,2 4,6 8,4 15,0 16,4 10,0 4,0 12,2 3,9 3,0 4,5 6,1 9,1 4,5 4,5 8,7 18,2 7,7 9,7 26,4 22,2 19,6 8,0 27,2 8,3 5,2 6,8 11,5 21,0 11,8 12,1 15,1 Fonte: Eurostat 23 Tav.5 - Tassi complessivi di attività nei paesi dell'Unione europea. Anni 1999 - 2002 Belgio Danimarca Germania Grecia Spagna Francia Irlanda Italia Lussemburgo Olanda Austria Portogallo Finlandia Svezia Regno Unito UE 15 1999 2000 2001 2002 64,9 80,6 71,2 63,0 61,7 68,7 67,1 59,6 63,2 74,1 71,3 70,9 73,9 76,8 75,7 68,6 65,1 80,0 71,1 62,9 63,2 68,7 68,1 60,1 64,1 75,2 71,0 71,5 74,5 77,3 75,7 69,0 64,2 79,9 71,5 62,1 64,5 68,7 68,4 60,6 64,4 75,8 71,3 71,8 75,0 77,9 75,6 69,2 64,8 79,6 71,5 63,1 66,0 69,1 68,4 61,1 65,5 76,5 73,0 72,1 74,9 77,6 75,6 69,7 Fonte: Eurostat 24 Riferimenti bibliografici Borgognoni, M. [2002], Attivazione e coordinamento. Il caso inglese, in Assistenza Sociale, n.2, aprile-giugno, p. 231-253 Bucolo, E. e Fraisse, L. [2002], Attivazione e coordinamento. 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