e 3,00
ISSN 2282-5177
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
Comet Editor Press
Anno I – n. 1
Gennaio/Aprile 2013
Confluenze
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RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
EDITORIALE - Salutem plurimam dicit…
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di Fabrizio Perri
UN ARTISTA ALLA VOLTA - SILVANO RIZZUTO - pittore
a cura della Redazione
LETTERATURA - Il tempo senza Tempo del Mito
di Flavio Nimpo
ANTROPOLOGIA - Scatole magiche e fabbriche di sogni
Radio, cinema e televisione nella Calabria del secondo dopoguerra
di Giovanni Sole
LINGUISTICA - La minoranza albanese in Italia: dalle origini al varo della legge 482/’99
di Fiorella De Rosa
STORIA & MICROSTORIA - Restaurazione e repressione all’origine dello Stato Unitario
di Fabrizio Perri
STORIA & MICROSTORIA - La storia del dramma della guerra nel Savuto
letta dalla narrativa di Ezio Arcuri
di Antonio D’Elia
ARTE/MUSICA - Rivelazione del soggetto individuale, del soggetto collettivo e della tradizione
della musica della Taranta
di Eugenio Maria Gallo
ARTE/PITTURA - Il Palpito dell’esistenza
Una lettura antropologico-esistenziale della pittura di Assunta Mollo
di Divina Lappano
EVENTI CULTURALI - Il mito come mezzo di trasmissione di emozioni e valori etici
di Maria Lucia Gallo
“I LUOGHI CHE ABBIAMO CONOSCIUTO…” - Un’antica normanna
di Flavio Nimpo
I Fiori di pietra di Vincenzo Rizzuto sono, al di là di aggregazioni cristalline, materia umana e poetica che ci ricorda di essere carne e sangue, cuore e
spirito, isole ed arcipelaghi nel mare
della Vita, accomunati dallo stesso mistero cosmico, che ci avvolge e nel
quale molti si lasciano rischiarare dalla luce della fede.
Il poeta, «solo in questa immensità di
galassie» nel buio e nella quiete della
notte, «compagni discreti della sua insonnia», « ritrova le radici di questo vivere ineffabile», sente parlare «del sogno amaro e caro/ della vita/ del sogno
dove l’immenso/ si lascia attraversare…».
Flavio Nimpo
Notturno
Nelle notti di profonda quiete,
fugge il mio io,
e rincorre le luci di tutto il firmamento,
ascolta il gracidare dei ranocchi,
i grilli che fanno eco all’usignolo.
La luna che mi segue silenziosa,
alta nel cielo irradia la sua luce,
illumina gli amanti, la campagna,
mentre una civetta dall’oscuro fondo
fa sentire il suo pianto lamentoso.
VINCENZO RIZZUTO
Fiori di pietra
Formato 15x21 - Pagine 96 - ISBN 978-88-904820-7-6 - e 10,00
Pagina 2
LE GEMME
Poesia
Comet Editor Press
Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
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Salutem plurimam dicit…
“Confluenze”, il nome che abbiamo voluto dare alla rivista, è il tentativo di dar vita ad un contenitore nel quale far confluire appunto i
più svariati contributi ed arricchire così il grande fiume del sapere;
con la speranza di favorire stimoli intellettuali, curiosità e passione
per la conoscenza e la ricerca.
Dar vita ad una rivista culturale è iniziativa ardua e temeraria in
tempi in cui alcuni temi sembrano passare in secondo piano rispetto
ad esigenze materiali sempre più impellenti e a prese di posizione che
non lasciano dubbi su come i nostri governanti hanno trattato la cultura.
Del resto la vulgata secondo la quale “di cultura non si vive” ha segnato il pressappochismo di una classe dirigente che ha marginalizzato la cultura abbandonandola a se stessa e all’opera di alcuni volenterosi. Lo dimostrano i tagli lineari, perché considerati spesa improduttiva, ai ministeri preposti.
Eppure il valore e la funzione determinante della cultura è sancito
in maniera inequivocabile dalla nostra Carta Costituzionale in almeno due passaggi. Direttamente nell’articolo 9 dei Principi Fondamentali, dove si dice che: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio
storico e artistico della Nazione”, intendendo con ciò sottolineare che
la cultura è uno dei concetti base del nostro Ordinamento. Indirettamente nell’ articolo 33 dove si afferma che: “ L’arte e la scienza sono
libere e libero ne è l’insegnamento”. Se ad arte e scienza sostituiamo il
termine cultura è evidente la funzione di tutela della libertà assegnata
alla cultura dal testo dell’articolo.
Di cultura si può vivere e lo dimostra l’immensa ricchezza che
viene dal nostro passato e sulla quale spesso siamo seduti senza saperlo.
Un patrimonio che attira milioni di appassionati e visitatori che
ogni giorno riempiono le nostre città, i nostri siti archeologici e paesaggistici, i nostri musei.
Non possiamo però chiudere gli occhi davanti ad un’aberrante tendenza a dissipare i luoghi, i costrutti architettonici e allo smarrimento dell’identità ad essi collegata; una tendenza che è frutto di una
fraintesa modernità causa, insieme ad altre, della graduale cancellazione dell’esistente e con esso della memoria.
Siamo convinti che la crisi morale e materiale della nostra società
dipenda anche dalla crescente emarginazione della cultura e dalla ricerca del profitto ad ogni costo, ma anche dall’ ignoranza e dall’inconsapevolezza. Una crisi materiale quando invece proprio dalla convergenza tra cultura e ricerca, può nascere l’innovazione e una nuova
prospettiva per le prossime generazioni.
Fabrizio Perri
Pagina 3
Confluenze
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RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
Silvano Rizzuto
Silvano Rizzuto, sensibile e colto artista, è nato a Rogliano (Cosenza) il 21 giugno 1955. È autodidatta e la sua
arte pittorica è apprezzata in tutto il circondario e oltre.
Il suo studio è in via Discesa Ricciulli n. 7 a Rogliano.
Scorcio Santo Stefano di Rogliano - ex Lanificio Lara
olio su tela cm. 35x50
Scorcio Rogliano - P. Nicoletti
olio su tela cm. 35x50
Scorcio Marzi - Vico Scoppaturo
olio su tela cm. 35x50
Amo la vita è il racconto di una storia, che
rende l’autore, Giacomo Guglielmelli, capace
di narrare lo straordinario calato nella quotidianità del protagonista del suo libro, non
personaggio fittizio, bensì uomo reale, proposto in tutta la sua paradigmatica magnanimità.
Cristian Filice rievoca l’identità dell’eroe
calato nel suo fiero agire e patire, insegnando,
al contempo, che « si impara attraverso il dolore », secondo il messaggio del poeta tragico
Eschilo, e si può ricordare agli altri che occorre apprendere l’arte del vivere come esperienza meravigliosa, pronta a tradursi in dono per
sé e per gli altri, soprattutto quando la Vita
sceglie per noi, proponendoci l’impervio cammino del sacrificio.
In questo caso la dura prova della sofferenza può restituire senso ai propri giorni, se la si
rende pianta prodiga di semi fecondi per tanta umanità, che, pur sentendosi fragile foglia,
si stringe nel tepore della condivisione.
Flavio Nimpo
e
Tu che m’attrai
Giacomo Guglielmelli
Amo la vita
Storia di un malato di SLA
Tu che m’attrai,
vita che pur finisce,
mostrando il bello
di questa primavera!
Alberi i cui colori
sono di rosa intenso,
foglie minute
che si fanno largo
tra rami ancora secchi,
erbe tenaci
ai bordi delle strade,
veloci uccelli
che sfrecciano nel cielo.
Comet Editor Press
Formato 15x21 - Pagine 160
ISBN 978-88-906029-7-9
e 10,00
Pagina 4
E anch’io vorrei
in me poter sentire
questo muoversi intenso,
questa voglia d’uscire
e respirare il sole.
Confluenze
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RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
FLAVIO NIMPO*
Il tempo senza Tempo del Mito
Eschilo è un vate che insegna agli uomini
una parola di fede e di bene; e il mito
è la forma palese di cui il pensiero si veste
(Carlo Del Grande)
I
nomi di autorevoli esperti, studiosi e saggisti si legano
alla definizione del concetto e dell’essenza del Mito:
ognuno si è espresso col proprio tratto originale, autentico, efficace ed icastico.
Ciascuno ha lasciato un contributo paragonabile ad
una pietra miliare, delineando i tratti di questa realtà
atemporale, universale, misterica, in modo scientifico, critico, rigoroso, ma, al contempo, suggestivo e fascinoso.
K. Kerényi, R. Graves, M. Eliade, R. Calasso, G. Sissa,
J. P. Vernant, P. Vidal-Naquet, D. Del Corno sono solo alcuni fra i nomi illustri di quanti hanno scritto del Mito,
rivelando, ogni volta, il suo tempo senza Tempo.
Non saranno di certo le mie considerazioni ad arricchire questo inestimabile patrimonio, ma, se queste possono ritenersi un simbolico contributo a che si ricordi e si rispetti
l’opera di chi ha saputo restituire alla sua sacralità il mu~qov,
il racconto di verità eterne, allora sono ben lieto di esprimere il mio punto di vista con umiltà e sincero entusiasmo.
Alcuni mesi fa, in occasione di un’intervista televisiva,
Roberto Calasso, intento a commentare identità e tratti
del Mito, mi ha, ancora una volta, emozionato con il suo
Antigone ed Emone di Raffaele Crovara
eloquio pacato, colto e, nello stesso tempo, capace di arrivare a chiunque.
Egli, in sintesi, diceva: Il Mito esiste da sempre, non è inventato da uomo, è inesauribile, è sacro, perché è espressione
del numen1.
Le sue parole sono state l’ennesima folgorazione e, sulle ali del ricordo, sono ritornato con la mente e col cuore
alla lettura del suo impareggiabile libro Le nozze di Cadmo
e Armonia2: saghe, genealogie, stirpi di dei ed eroi sono riapparse in tutto il loro splendore e la loro universalità, depositarie di verità e valori validi per l’uomo di ogni tempo.
Non a caso R. Calasso, come ideale eìv e ¢rgon del suo
saggio, cita Salustio che, nell’opera Degli dei e del mondo,
scrive: «Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre»3.
Inevitabile è stato, poi, rievocare il pensiero di altrettanto illustri esperti e studiosi: «Conoscere i miti significa
apprendere il segreto dell’origine delle cose»4, ha scritto
M. Eliade; secondo il giudizio di F. Jesi, «la mitologia come forma di conoscenza del reale può ancora essere una
guaritrice e ripristinare un vincolo profondo con la realtà»5; D. Del Corno, dal canto suo, afferma che «il mito è
un sistema “aperto” (…) e la sua ricezione diventa rivelazione delle valenze simboliche in esso potenzialmente contenute»6.
Il noto studioso, nel suo pregevole saggio I narcisi di
Colono7, precisa che il tempo del Mito è
“chiuso”, poiché «uno iato invalicabile separa dall’inizio del tempo storico»8 che,
invece, è “aperto”, «in quanto la sua progressione rettilinea presuppone necessariamente un futuro»9. Al contrario il tempo
mitico «non si misura lungo una progressione rettilinea, ma si coagula nell’evento,
che è la forma assoluta del mito»10.
Questo comporta, come spiega Del
Corno, che la tragedia trova solo nell’universo del Mito la dimensione assoluta del
tempo, quale «condizione primaria per la
riattualizzazione dell’evento nel presente
della mimesi teatrale, poiché, a sua volta,
questo è assoluto, immune dalla continuità del tempo nell’esperienza reale»11.
1 Intervista di Fabio Fazio a Roberto Calasso nel corso del programma Che tempo che fa, Novembre
2 Calasso R., Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano, 1988.
3 Salustio, Degli dei e del mondo, in Calasso R., I quarantanove gradini, Adelphi, Milano, 1991.
4 Eliade M., Mito e realtà, Borla, Roma 1993.
5 Jesi F., in Mitidieri M., Nel mondo del mito, Klipper, Cosenza 2006, p. 5.
6 Del Corno D., in Mitidieri M., op. cit., p. 5.
7 Del Corno D., I narcisi di Colono, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1998.
8 Del Corno D., op. cit., p.10.
9 Ibidem.
10 Del Corno D., op. cit. p.11.
11 Del Corno D., op. cit. p.12.
Pagina 5
2009.
Confluenze
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Non si può
negare la paradigmatica efficacia di
tali tesi, a cui aggiungo quella di
Mimma Mitidieri, amica e collega, che ho il privilegio di conoscere, ormai, da alcuni anni e continua
a suscitare in me
ammirazione per
la sua sensibilità
Nuovo Prometeo di Massimo Ruffolo
umana e culturale.
Nella prefazione della sua opera Nel mondo del Mito12,
ella scrive: «Il mito è una forma simbolica del pensiero
che, mediante il racconto di un evento, guida a riflettere
sull’esistenza e sull’esperienza dell’uomo, precorrendo ciò
che scopriamo nel nostro vivere quotidiano»13.
Da anni questi incisivi “profili” continuano a confermarmi che il Mito va accolto come dimensione imprescindibile dell’esperienza umana, leggibile, interpretabile, rivisitabile per ambiti, aspetti, direzioni molteplici ed inesauribili.
In quanto espressione dell’umano in chiave individuale e collettiva, esso è riconducibile ad una visione universale, travalica le barriere temporali, per assurgere… al “per
sempre”, al cosiddetto “attimo eterno”, proponendosi come entità attuale, perenne, non scalfita dal Tempo.
La sedimentazione e la stratificazione di letture, che si
sono succedute nel corso degli anni, hanno favorito un
processo di introiezione e di riflessione tali da sollecitare
una mia personalissima rielaborazione, accettabile o “distorta” che sia, secondo la quale mi piace pensare che Mito sia «passione e ragione», realtà paradigmatica, archetipica, remota ed arcana, tanto più suggestiva e fascinosa
quanto più avvolta nell’aura sacra del mistero cosmico in
cui l’umanità trascorre il suo tempo limitato. Mito è, ancora, incomparabile specchio dell’essere umano e del suo
agire e patire; è racconto ed implicita considerazione dell’universale in chiave assoluta ed irrazionale; è verità recondita, avviluppata nei suoi veli sacri, in segni e simboli,
che rimandano alla sua natura polisemica, ermetica, “religiosa”.
Non è importante che esso abbia avuto un’origine o
esista da sempre: conta il fatto che sia senza tempo, immortale e sempreverde come il sacro alloro di Delfi o gli
svettanti pini ed abeti di montagna. Il Tempo non può limitare il suo corso inarrestabile: ciò che è universale è per
l’uomo di ieri, di oggi, di domani e così è garantita la sua
attualità.
12 Mitidieri M., op. cit.
13 Mitidieri M., op. cit., p. 5.
14 Calasso R., I quarantanove gradini,
15 Ibidem.
16 Ibidem.
17 Calasso R., op. cit., p. 496.
18 Ibidem.
19 Ibidem.
20 Ibidem.
21 Ibidem.
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
Il Mito è seme, radice, monito, parola dal sapore oracolare, enigma da svelare, ciclo perfetto, perenne rivelazione, continua scoperta, anelito incessante, vibrante tensione, disvelamento del limite tra finito ed infinito, dal caduco all’eterno.
Alla luce di queste personalissime considerazioni, da
molto tempo, ormai, tento di ampliare l’orizzonte delle
conoscenze sull’argomento e puntualmente quanto apprendo non finisce mai di suscitare in me sorpresa e stupore, a conferma delle illimitate risorse del Mito, che, come scrive Calasso nel capitolo Il terrore delle favole, tratto
dall’opera I quarantanove gradini14, «cela una lunga storia»15 e fa spalancare «il vortice stesso della storia»16.
In modo mirabile l’autore ricorda, ancora una volta, il
trattato di Salustio Degli dei e del mondo, in cui si legge:
«Poiché il mondo stesso lo si può chiamare mito, in quanto corpi e cose vi appaiono, mentre le anime e gli spiriti vi
si nascondono»17.
Calasso commenta: «Occorreva giungere alla fine della
paganità, a questo oscuro trattatello neoplatonico, perché
del mito ci fosse offerta una definizione così abbagliante
nella sua semplicità da vanificarne ogni altra. Dunque,
quando guardiamo attorno a noi lo spettacolo del mondo
ci troviamo dentro a un mito»18.
Egli, poi, precisando che le storie mitiche, anche quando giungono frammentate, risultano familiari e diverse da
tutte le altre, aggiunge: «Quelle storie sono un paesaggio,
sono il nostro paesaggio, ostili e invitanti simulacri che
nessuno ha inventato, che continuiamo ad incontrare, che
aspettano da noi soltanto di essere riconosciuti»19.
Il Mito si traduce per Calasso in «una sequenza di simulacri che aiutano a riconoscere i “simulacri”» ed è « ingenuo
pretendere di interpretare il mito, quando è il mito stesso
che già ci interpreta»20. Nella suddetta opera l’autore fa
presente che esso agisce su di noi come il simulacro ligneo
della Artemis Taurica e, a tal proposito, egli scrive: «Oreste
lo aveva rubato al santuario. Viaggiò a lungo tenendolo
stretto tra le mani, per tutto il tempo in cui sentì incombere la follia sulla sua testa. Poi un giorno pensò che avrebbe
provato a vivere da solo e nascose la statua in un folto di
canne, non lontano dall’Europa. Lì il simulacro giacque
per anni. Un giorno due giovani Spartani di sangue reale,
Astrabaco e Alopeco, lo scoprirono per caso, muovendo le
canne. Eretta, fasciata di giunchi, la statua li fissava. I due
Spartani furono
allora colti da follia, perché non sapevano ciò che vedevano»21.
Calasso conclude: «Questo è
il potere del simulacro, che guarisce
op. cit., p. 488.
Il risveglio della Natura di Mario Montalto
Pagina 6
Confluenze
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RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
soltanto chi lo conosce. Per gli altri
è una malattia.
Così il mito: la
potenza che provoca il terrore è
anche l’unica che
può guarirlo, come avvenne con
Oreste. Ma soltanto se viene riconosciuta per ciò
che è»22.
Penelope di Rosellina Prete
Questa folgorante interpretazione induce a considerare lo straordinario potere ed il fascino carismatico del Mito, esaltati dalla sacralità e dall’atemporalità che lo contraddistinguono.
La sua natura e la sua incomparabile essenza l’hanno
inesorabilmente reso patrimonio identificativo dell’uomo
ed, in quanto tale, si riscontra in molteplici forme espressive in qualità di paradigmatica chiave interpretativa. Fra
tutte, per una personale predilezione, pongo in rilievo la
tragedia il cui mondo, come afferma L. Barbero, «non può
che essere il Mito»23; questo, infatti, è patrimonio religioso e culturale, è storia di avi, a cui ciclicamente non si può
che ritornare, spiega l’autore nel suo testo di Storia della
Letteratura greca.
La tragedia ci insegna che il Mito si traduce in ricerca,
indagine, riflessione, scandaglio della condizione umana
(alle prese con interrogativi cosmici tra passioni, timori ed
errori) attraverso il dibattimento. Se in Eschilo esso costituisce non solo la materia drammatica, ma anche e soprattutto il veicolo di trasmissione di valori religiosi ed eticosociali, la messa in scena di temi e problematiche degni di
presa di coscienza collettiva, in Sofocle, invece, pur rimanendo ancora “storia sacra”, alcuni suoi aspetti risultano al
poeta stesso imperscrutabili e sconcertanti tanto da accoglierli, accettarli e rispettarli come un absurdum. In Euripide, infine, come efficacemente scrive F. Montanari, il
Mito è considerato «non più come paradigma dell’esistenza umana, ma come tramite di riflessione sulla condizione
dell’uomo e sulla sua contraddittorietà»24, alla luce della
crisi che investe l’individuo e la polis a più livelli.
Non sorprende, allora, come ricorda C. Del Grande,
che, secondo un’affermazione risalente ad Aristotele,
«Eschilo avrebbe messo in scena eroi, al di sopra degli uomini; Sofocle avrebbe rappresentato gli uomini non come
sono, ma quali dovrebbero essere; Euripide, infine, avrebbe rappresentato gli uomini quali realmente sono»25.
Tale suggestivo raffronto può trovare un suo emblematico riscontro nella figura di colei che reputo paradigma
dell’immortalità del Mito ed incarnazione del pathos tragico: l’incomparabile Cassandra di Troia, figlia del re Priamo
e sacerdotessa di Apollo.
Il suo destino di veggente mai creduta, ritenuta vittima
della follia, la rende personaggio senza tempo, icona del-
l’amaro sapore della verità, specchio non gradito alla coscienza umana, quando l’uomo tenta inutilmente di sottrarsi al giudizio ed al confronto con se stesso e con gli altri. Ella si traduce in un termine di paragone scomodo ed
induce a pensare che spesso al danno si aggiunge la beffa,
se si considera che la sua tragica sorte risale al rifiuto della
passione amorosa del dio ed a nulla le è valsa la devozione
sacerdotale. Cassandra è imperitura espressione degli insegnamenti racchiusi nel Mito, che la tramanda come vessillo contro la sopraffazione, l’ingiustizia e l’emarginazione,
non certo quale simbolo di malaugurio ed immagine di
sgradita iettatrice.
Nell’accezione arcana, primitiva, sacra del Mito, secondo una visione monumentale e regale, Eschilo propone il
personaggio della profetessa troiana tra fato e responsabilità umana, tra giustizia divina e punizione della trasgressione.
Cassandra è la delirante ma lucida veggente, che vaticina, prima ancora di aver varcato la soglia del palazzo di
Agamennone. Ella è l’indovina indesiderata, proprio perché degna di fede; la donna che paga il fio del suo rifiuto
ad Apollo; la sacerdotessa sola e priva di insegne e bende
mantiche: profili di un unico, ineluttabile destino.
Se l’estasi mantica accompagna il profilo delirante e, al
contempo, lucido della figlia di Priamo anche nelle Troiane di Euripide, occorre, tuttavia, porre in rilievo che Cassandra è il personaggio ideale per il tragediografo, poiché
questi, rovesciando il pregiudizio, la comune opinione, le
false verità e proponendo una visione razionale, che travalica i limiti imposti dalla tradizione, coglie nella sventurata veggente di Troia la voce della verità ritenuta dagli altri
dubitabile, perché espressa da chi è ritenuta pazza.
Con sottile ironia e, forse, con un sorriso arguto Euripide segue la sua formazione sofistica e rende la profetessa
emblema del paradosso: il vero arriva come lama affilata al
cuore ed alla mente degli uomini da colei che non può avere credibilità, in quanto rapita dal delirio.
La
natura
“paradossale” di
Cassandra si coglie nella sentenza
finale26, in cui il
poeta le fa deprecare la guerra, ma
subito dopo le fa
aggiungere che è
opportuno morire
con valore, qualora essa sia inevitabile.
Tale conclusione è riconducibile ad una veggente non del mito troiano, ma
della storia di
Atene alle prese
22 Ibidem.
23 Barbero L., Civiltà della Grecia antica, Mursia, Milano, 1999, p. 321.
24 Montanari F., Storia della letteratura greca, Laterza, Bari, 1998, p. 335.
25 Del Grande C., Storia della letteratura greca, Loffredo, Napoli, 1962, p.
26 Euripide, Troiane, vv. 400-402.
Pagina 7
173.
Apollo e Dafne di Stefano Bottino
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Confluenze
con la drammatica realtà socio-politica del suo tempo.
Ciò a conferma della concezione tragica euripidea, volta a
scandagliare l’animo umano, a delineare profili di
eroi del Mito a dimensione d’uomo, per esprimerne pensieri e sentimenti, ragioni
del cuore e palpiti, sensazioni e
turbamenti.
In effetti la sua
Cassandra non è
quella eschilea: ella, seppur invasata, è profetessa razionale e consapevole; le sue parole
Sublimazione di Aldo Toscano
di verità la rendono “inaccettabile”
ed emarginata, poiché esse ribaltano morale e certezze comuni e propongono un nuovo punto di vista, un nuovo
modo di valutare e giudicare.
Cassandra è proposta dal poeta come veggente ispirata,
ma anche delirante, proprio perché il suo dire stravolge
l’ordine istituzionale, sconvolge e rovescia i valori della polis, facendola ritenere dall’opinione pubblica una folle che
deve essere emarginata ed isolata.
Il torto subito dalla principessa troiana è sottoposto ad
una sorta di riscatto da parte di Euripide, che la rende incarnazione della sua riflessione critica nei confronti della
veggenza e della guerra, restituendole dignità e rispetto di
essere umano alle prese con il patire dei vinti.
Simbolica la sua immagine, quando si spoglia delle
bende sacre e delle insegne di sacerdotessa, per
andare incontro al
suo destino di
morte, ma anche
di riscatto dalla
schiavitù e dall’orrore delle immagini dei suoi
cari e della sua patria martoriati dai
Greci.
Alla stregua
degli altri personaggi euripidei,
ella è interprete
Alcione e Ceice di Annamaria Mirabelli
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
Aurora di Massimo Nimpo
dell’umana condizione tra fragilità ed autonoma realizzazione del proprio destino in una dimensione di profondo
pathos.
Eppure, sebbene non sia più, per Euripide, eroina del
Mito, di questo Cassandra custodisce la sua essenza più arcana e profonda: la trasmissione di verità e valori capaci di
superare la barriera del tempo,
ricorrendo alla sua natura assoluta ed atemporale…
Da quel tempo senza Tempo, paradigmatico e dotato di
sacralità, sembra di udire ancora le parole accorate e struggenti dell’antica profetessa di
Troia, secondo la suggestiva
proposta interpretativa della
scrittrice Cristha Wolf, contenuta nel romanzo Cassandra,
dedicato alla figura dell’ineguagliabile veggente: «Io resto. Il
dolore ci ricorderà di noi. Grazie ad esso, dopo, se ci rincontreremo, e qualora un Dopo
esista, potremo riconoscerci»27.
Come scolpita nella pietra,
quest’accorata testimonianza
palesa, in modo efficace, l’intramontabile attualità “assoluta” dell’universo mitico nella
centralità istantanea dell’evento.
Allora il Mito “accade” «come se ogni volta accadesse per
la prima volta»28, traducendosi
Cassandra di Luigia Granata
in icastico “attimo eterno”…
* Docente di Lettere Classiche
Liceo Classico “B. Telesio” - Cosenza
e.mail: [email protected]
27 Wolf C., Cassandra, Edizioni e/o, Roma, 1990.
28 Del Corno D., I narcisi di Colono, op. cit., p.12.
Pagina 8
Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
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GIOVANNI SOLE*
Scatole magiche e fabbriche di sogni
Radio, cinema e televisione nella Calabria del secondo dopoguerra
A
gli inizi degli anni cinquanta in Calabria si sentivano ancora gli effetti della guerra e, soprattutto nelle zone dell’entroterra, c’erano grande miseria e
tensioni sociali. La riforma agraria, avviata dal governo dopo le occupazioni delle terre, aveva sortito modesti risultati e creato delusioni e malumori. A causa della mancanza
di lavoro, molti giovani emigrarono al Nord e all’estero.
Nel resto d’Italia si era avviato, intanto, un forte processo di trasformazione economica e sociale caratterizzato
da una rapida industrializzazione e un conseguente spopolamento delle campagne. L’accrescimento dei consumi e la
circolazione di merci stimolavano una nuova cultura di
massa. Erano anni difficili e, tuttavia, i calabresi nutrivano
grandi speranze.
Lo strumento che manteneva il contatto con il mondo
era la radio. Da molto tempo suoni, rumori e voci provenienti da quella scatola di legno proponevano realtà ed esseri sconosciuti così che la radio rivestiva un ruolo importante nelle comunità1. Durante il fascismo aveva amplificato le parole del Duce e pubblicizzato iniziative del regime come la battaglia del grano. Poiché gli apparecchi radio
non erano alla portata di tutti, nei paesi si organizzavano
punti d’ascolto. Solo in seguito la Rai calabrese si fece promotrice di diverse iniziative per incoraggiare la diffusione
della radio in ogni famiglia. Alcuni anziani cosentini ricordano i premi “Antenna d’oro” e “Antenna d’argento” per i
commercianti che addobbavano le vetrine più belle sul tema della radio2. Ambito era anche il premio “Palma d’argento”, un concorso che coinvolgeva tutti i comuni della
regione: l’edizione del 1961, vinta da Roggiano Gravina,
aveva registrato la spedizione di ben 250 mila cartoline3.
Nello stesso anno la sede regionale Rai organizzava alcune
manifestazioni all’interno della trasmissione “Primavera
radiofonica calabrese”; tra queste importante è stata l’anteprima dello spettacolo dedicato ai calabresi emigrati in
Germania. Un giornale cittadino ci informa che, nel cinema-teatro Citrigno, attori, cantanti e musicisti famosi, diretti da Gianni Agus e Norma Cappagli, si esibirono davanti ad un pubblico “signorile ed eletto” in cui spiccavano signore che sfoggiavano “elegantissime toilettes”4.
Il pubblico di radioascoltatori aumentò considerevolmente con l’arrivo dei transistor che favorì la produzione
di apparecchi radio sempre più leggeri, piccoli, trasportabili ed economici. Risolti anche i problemi di ricezione del
1
2
3
4
segnale, la radio era ormai presente nelle maggior parte
delle case. In ogni momento della giornata, poveri e ricchi,
analfabeti e colti, giovani e vecchi, girando semplicemente una manopola d’osso e azionandone un’altra per sintonizzare i programmi, entravano come per incanto in una
realtà eterea. Le trasmissioni più amate dalle donne erano
i radiodrammi (adattamenti di grandi classici della letteratura), mentre gli uomini ascoltavano i giornali radio, frequenti nel corso della giornata e, durante la domenica, le
cronache sportive dedicate soprattutto a calcio e ciclismo.
La radio si insinuava nelle case, informava, teneva
compagnia e faceva sognare. Sembrava parlare al singolo
ascoltatore rivolgendosi a tutti; appariva come oggetto
inoffensivo, ma scandiva la vita della popolazione grazie ai
programmi a getto continuo. Decideva ciò che era utile o
inutile, di moda o antiquato, giusto o ingiusto. Un genere
musicale trasmesso più volte, cancellava melodie precedenti; un prodotto consigliato con insistenza in alcune
pubblicità, si affermava a scapito degli altri. Qualcuno ha
paragonato la radio ad una grande madre che orienta la vita dei figli, servendosi per tale scopo della parola e del suono, le forme più antiche con cui gli esseri umani hanno
espresso i sentimenti.
Negli anni cinquanta si assiste anche al grande successo del cinema. Già durante il fascismo i calabresi andavano in massa a vedere i film che si proiettavano nelle piazze: gli operatori dell’Istituto Luce arrivavano con un camioncino, sistemavano un telone bianco sulla facciata di
Cfr. Evelina Tarroni, Ragazzi radio e televisione, Bologna, Malipiero, 1960; Rudolf Arnheim, La radio. L’arte dell’ascolto, Roma,
Editori Riuniti, 1987; Furio Colombo, Radio e televisione, Firenze, Guaraldi, 1977; Jaques Lacan, Radiofonia e televisione, Torino, Einaudi, 1982; Franco Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia: un secolo di costume, società e politica, Venezia, Marsilio, 1992; Arturo Gismondi, La radiotelevisione in Italia, Roma, Editori Riuniti, 1958; Rai, Indagini sull’ascolto della radio, Torino, Eri, 1961; Id., Ricerche nel settore della radio, Torino, ERI, 1963.
La premiazione dei vincitori del concorso “La Radio in Calabria”, riservato ai commercianti di Cosenza ed indetto dalla Sede Calabrese della Rai-Televisione, in “Cronaca di Calabria”, Cosenza, 23 aprile 1961.
“Cronaca di Calabria”, Cosenza, 23 luglio 1961.
Cosenza per lo spettacolo organizzato dalla Rai-Radiotelevisione per i lavoratori in Germania, in “Cronaca di Calabria”, 30 giugno
1961.
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Confluenze
una casa e proiettavano pellicole di propaganda del regime
e del Duce. Nel dopoguerra, le sale cinematografiche erano sempre affollate e molti spettatori, a volte costretti ad
assistere in piedi, visionavamo le pellicole anche due o tre
volte. I più apprezzati erano i film americani, comici o sulle gesta di eroi come Tarzan, Ursus, Ercole e Sansone.
Nell’inverno del 1949, a San Giovanni in Fiore, fu girato “Il lupo della Sila”. Per diversi giorni i paesani ebbero
occasione di vedere attrici e attori celebri e, di sera, di assistere alla proiezione dei “giornalieri”. La sala cinematografica era sempre affollata di comparse che avevano partecipato alle scene. La simpatia dei sangiovannesi era rivolta all’attore francese Jacques Sernas, riservando ad Amedeo
Nazzari, forse a causa del ruolo di padre-padrone che ricopriva nel film, un atteggiamento freddo. L’ammirazione
dei giovani era, comunque, rivolta alla bellissima Silvana
Mangano, la star reduce dallo straordinario successo di
“Riso amaro”5.
La trama de “Il Lupo della Sila” è semplice ma efficace. Orsola e Pietro (Vittorio Gassman) si amano appassionatamente, ma Rocco (Amedeo Nazzari) si oppone alle
nozze della sorella. In paese un uomo è ucciso e Pietro è
arrestato perché ritenuto l’assassino. Si proclama innocente ma, per non compromettere Orsola, non dice che quella sera era con la donna. La madre di Pietro va da Orsola
e le chiede di raccontare la verità per scagionare il figlio,
ma l’odioso Rocco l’allontana brutalmente. Pietro, condannato per l’omicidio, dopo qualche tempo evade dal
carcere e si rifugia dalla madre e dalla sorellina Rosalia. I
carabinieri, però, circondano la casa e, in un conflitto a
fuoco, lo uccidono. La madre muore di dolore e la piccola cresce in un collegio di Cosenza. Rosalia (Silvana Mangano), ormai adulta, tornando alla casa paterna, è sorpresa da una bufera di neve ed è salvata da Rocco, che, ignorandone l’identità, la porta con sè. Rosalia, assunta da
Rocco, per vendetta fa in modo che si innamorino di lei
sia lui che il figlio Salvatore (Jaques Sernas). Rocco chiede
a Rosalia di sposarlo e la donna acconsente ma, alla vigilia
delle nozze, fugge con Salvatore, ritornato da poco in paese. Rocco, in preda all’odio e al desiderio di vendetta, raggiunge i due ma, prima di uccidere il figlio, è ucciso dalla
sorella che lo aveva seguito.
Il film, diretto da Coletti, su soggetto di Steno e Monicelli, è una vicenda fumettistica, degna di un romanzo
d’appendice. La pellicola vorrebbe avere impronta realista
e sensibilità etnografica, ma in realtà propone i classici stereotipi sui calabresi e tradizioni popolari inventate (come
la gara del taglio degli alberi e il cantastorie sangiovannese
che, durante la festa del paese, narra la triste storia di Pietro). Le immagini scorrono comunque con ritmo serrato,
denso di avvenimenti e in un bianco e nero molto contrastato che drammatizza personaggi e paesaggio. “Il lupo
della Sila” è un cupo melodramma che richiama i temi del
calabrese passionale, geloso, violento e vendicativo. Rocco
Barra appare come un uomo egoista, autoritario e disumano: impedisce alla sorella di scagionare l’amante ingiustamente accusato di omicidio e, per lavare l’onta, non esita
a sparare allo stesso figlio. Anche Rosalia è una donna che
cova vendetta per la terribile fine del fratello Pietro e del5
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
la madre e, per realizzarla, aizza il padre contro il figlio,
utilizzando fascino e bellezza. Vendetta compie anche Orsola uccidendo l’odiato fratello, che, provocando la morte
del suo amato, aveva distrutto la sua vita. L’unica figura
positiva del film è quella di Salvatore (interpretata non a
caso da un francese), il quale ha lasciato il paese per vivere in una lontana città del Nord, dove è diventato un uomo civile e moderno.
Il lungometraggio ebbe un discreto successo e ciò spinse, l’anno seguente, Ponti e De Laurentis a produrre “Il brigante Musolino”. Dalla Sila si passa in Aspromonte, ma i
temi che caratterizzano la nuova pellicola sono gli stessi
della precedente. Giuseppe Musolino (Amedeo Nazzari),
giovane carbonaio calabrese, è amato e riamato dalla bella
Mara (Silvana Mangano), ma il padre della ragazza vorrebbe che Mara sposasse il boss locale don Pietro. Musolino ha
una violenta lite con don Pietro e lo stesso giorno, mentre
il paese è in festa, il boss viene ucciso con un colpo di fucile. Musolino, estraneo al delitto, viene comunque arrestato
e, durante il processo, per non compromettere l’onore di
Mara, non dice che nel momento dell’omicidio era con lei.
Il medico del paese e Marco, addetto alla teleferica, ricattati da un mafioso (l’autore del delitto), testimoniano contro
il giovane carbonaio. Il sagrestano Rocco lo incastra con
una falsa prova e a niente serve che Mara, irrompendo in
tribunale, dica ai giudici che il suo amato è innocente.
Musolino, condannato a ventuno anni di carcere, evade e, tornato in paese, uccide il sagrestano Rocco. Inseguito dai carabinieri e ferito, si rifugia sui monti aiutato da un
pastore e da Mara che lo raggiunge. Il carbonaio, spinto
dal suo spirito di vendetta, uccide Marco che inutilmente
chiede pietà. Incontra poi il medico alcolizzato, ma gli risparmia la vita perché questo si recava da una partoriente.
Braccato dai sicari del mafioso, Musolino sfugge ad un agguato e decide di scappare all’estero con Mara che è incinta. Prima di partire i due vanno a confessarsi al santuario
di Polsi, ma il sacerdote nega loro la benedizione. All’uscita dalla chiesa, la donna è uccisa dall’assassino di don Pietro. Dopo una lotta corpo a corpo, l’uomo viene ammazzato da Musolino a colpi di pietra. Stanco e provato dai
troppi delitti e dal dolore per la morte della compagna, il
fiero carbonaio si costituisce ai carabinieri.
Anche “Il brigante Musolino” è un melodramma a tinte forti. Il protagonista personifica i caratteri stereotipati
del calabrese: forte, spietato, violento, vendicatore e sanguinario. Uscito dal carcere, insegue come una bestia inferocita le prede, appare improvvisamente e uccide in modo
plateale. Il sacrestano Rocco, ad esempio, viene freddato
durante una processione mentre porta un pesante crocefisso. Musolino, prima di far fuoco, si fa il segno della croce
e, pur sapendo di non poter ottenere il perdono, ringrazia
Dio. Il film, diretto da Camerini, è la storia ampiamente
romanzata del famoso brigante. I delitti del freddo vendicatore e del giustiziere romantico si susseguono nonostante l’autore sia inseguito da carabinieri e mafiosi. Lo scenario sociale è completamente assente e il brigante si pone al
di fuori della sua comunità, vittima di stato, mafia e chiesa. “Calabresella” viene cantata sia al matrimonio che durante la vendemmia.
Giovanni Sole-Rossella Belcastro, Sulle bombole del gas a guardare la TV. La televisione in un paese calabrese alla fine degli anni cinquanta, Rende, Università della Calabria, Centro Editoriale e Librario, 2004, p.11.
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
“Il lupo della Sila” e “Il brigante Musolino” forniscono
un’immagine totalmente negativa dei calabresi: genitori
che per interesse sacrificano le figlie, gente che tradisce per
paura e interesse, giovani irruenti, passionali e facili all’ira,
pronti a prendere il fucile per qualsiasi controversia e per
difendere l’onore della famiglia. Insomma, i soliti modelli
usati per definire Calabria e calabresi: terra selvaggia, abitata da gente selvaggia6.
Non tutti i cineasti condivisero le scelte del grande cinema. Negli anni cinquanta, molti sono stati i cortometraggi e i documentari sulla realtà economica, sociale e culturale della regione7. I calabresi e la Calabria si prestavano
bene a tradursi in forme artistiche e alla sperimentazione
cinematografica. Pescatori che cacciavano il pescespada
con tecniche millenarie in un mare azzurro e trasparente,
fedeli che si flagellavano con pezzi di vetro spargendo sangue lungo i vicoli dei paesi, donne che raccoglievano olive
ai piedi di alberi secolari avvolti dalla nebbia d’inverno,
erano soggetti e luoghi ideali per girare un film. I contadini, segnati dalla fatica e ammantati con panni consumati
dal tempo, apparivano più interessanti di attori del cinema dalle facce regolari e vestiti con abiti inamidati provenienti da atelier. I paesi e le case abbarbicati su luoghi aspri
e inospitali, le campagne arse dal sole, le montagne coperte da boschi impenetrabili
erano più avvincenti dei
paesaggi freddi e irreali costruiti negli “studios” di
Cinecittà.
I registi erano affascinati da quella regione che
ai loro occhi appariva come un luogo mitico, dove
la natura era incontaminata e dove gli uomini avevano ancora passioni primitive. Il paesaggio rude della
Calabria e le ritualità arcaiche dei suoi abitanti stimolavano la loro creatività
di registi, ma avrebbero finito per catturare anche l’attenzione del grande pubblico,
solitamente poco attento verso il cinema corto. I cineasti
erano attratti da questa terra leggendaria e spesso eliminavano ogni riferimento al reale che potesse inquinare il “pathos” della pellicola. A volte ricostruivano interi rituali con
attori di strada per renderli più spettacolari e drammatici.
Lo stesso De Seta, il più bravo e originale tra i documentaristi, nel cortometraggio “I dimenticati”, per riprendere
la festa dell’albero ad Alessandria del Carretto, chiese ai
paesani di ricostruire alcuni momenti del rito. Per realizzare il documentario “Lu tempu di li pisci spata”, girò scene in posti diversi ed effettuò, in fase di post produzione,
la ricostruzione dei vari momenti della caccia8.
I cineasti filmavano la Calabria che avevano già in
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mente. Puntavano su immagini suggestive che suscitassero
meraviglia e catturassero l’attenzione degli spettatori, accompagnavano le sequenze con voci declamatorie, utilizzavano colonne sonore per drammatizzare le scene, davano al montaggio un senso di ansioso reportage, eliminavano tutto ciò che era ritenuto scarsamente cinematografico
(interviste, dialetti e musiche popolari in presa diretta).
Erano particolarmente attenti alle inquadrature e alla cura
della fotografia. Le immagini dovevano “parlare da sole”,
in un fotogramma o in una sequenza dovevano essere rappresentati cultura, passioni e lavoro di un popolo. Così,
spesso, finivano per creare un’atmosfera onirica, fatta di
volti e gesti antichi, sguardi immobili, luoghi irreali e selvaggi, immagini belle sul piano filmico ma inventate e
astoriche. Essi stessi, del resto, hanno riconosciuto di non
essere interessati ad uno sguardo neutrale, ma di volere
esaltare soprattutto le capacità di costruzione della cinepresa9.
I registi del “cinema corto” documentavano il reale, ma
al tempo stesso ne offrivano una visione lirica, cinematografica nel senso classico. Esigenze estetiche li spingevano
a vedere solo la parte arcaica della Calabria e ad ignorare
quella che si stava trasformando per effetto della modernizzazione. Preoccupazioni stilistiche li spingevano a disinteressarsi dei forti
cambiamenti che si verificavano nelle campagne a
causa della crisi dell’economia tradizionale, a non tenere conto del fatto che la
logica del profitto stesse
annullando le diversità
culturali, a sottovalutare il
senso di sradicamento e
angoscia presenti in larghi
strati della popolazione, a
non vedere che la cultura
dei calabresi stava facendo
propri i valori del capitalismo10.
Essi avevano, comunque, il merito di rifiutare trionfalismo, conformismo ed etnocentrismo con cui i registi del grande cinema avevano ripreso e riprendevano la Calabria. Nelle pellicole non si vedono più volti felici di contadini che mietono il grano, ma
visi scavati dalla fatica e dal sole; non più campagne ridenti e fertili, ma terre spaccate dall’arsura e allagate dai fiumi; non più paesi pittoreschi abbarbicati su incantevoli
paesaggi, ma centri urbani fatiscenti e abbandonati all’incuria del tempo. Contadini, pescatori, pastori e artigiani,
nei film appartengono ad un mondo millenario dove l’agire quotidiano è fatto di gesti uguali e ripetitivi, gente
anonima che lavora silenziosamente nella lotta per l’esistenza in una natura straordinariamente bella, ma spesso
aspra e violenta, amara e ingrata.
6
7
Cfr. Giovanni Scarfò, La Calabria nel cinema, Cosenza, Periferia, 1990.
Cfr. Giovanni Sole, Trentacinque millimetri di terra. La Calabria nel cinema etnografico, Cosenza - Rende, Centro di Documentazione Demoantropologica dell’Università della Calabria - Associazione Culturale “Il Gabbiano”. Laboratorio di Cinema, 1992.
8 Cfr. Giovanni Sole, La Calabria nel cinema documentario degli anni cinquanta, in G. Masi (a cura di), Tra Calabria e Mezzogiorno. Scritti storici in memoria di Tobia Cornacchioli, Cosenza, Pellegrini , 2007, pp. 379-388.
9 Ibidem.
10 Ibidem.
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Confluenze
Nei cortometraggi i registi riconoscevano alle classi
subalterne una dignità culturale che veniva denigrata da
un vecchio meridionalismo e ignorata da un modernismo
imperante. Scarsamente attratti dalla religione del progresso, si schieravano con la gente povera del Sud che pagava
più di ogni altro il processo di modernizzazione. Proponevano una lettura etica ed umanista della Calabria e dei calabresi, una visione che si contrapponeva a quella di intellettuali e politici che pensavano ad una rinascita della regione attraverso la distruzione della mentalità arcaica e retriva dei suoi abitanti.
Alcuni film suscitarono proteste e indignazione. Giornalisti e intellettuali calabresi rimproverarono loro di avere rappresentato una regione che avevano in mente. La
Calabria non costituiva un mondo a parte, non era una
terra immobile culturalmente, non stava al di fuori dei
processi di trasformazione. Non era una terra semplice in
cui gli uomini si accontentavano di mangiare e dormire,
dove vigeva la logica della sopravvivenza, dove non c’erano momenti in cui il superfluo vinceva sul necessario, dove c’era una cultura collettiva fissata nel tempo a cui tutti
si omologavano, dove si era elaborato un proprio ordine
mitico, estetico e rituale.
Miceli scriveva che, dopo aver visto il documentario
“Calabria segreta” di Vincenzo Nasso, prodotto dalla Rai,
era rimasto molto deluso e amareggiato. Si trattava di un
film di “pessimo gusto”, che rivelava una spaventosa ignoranza della regione. Il regista “supercivile”, con duelli feroci e balenio di coltelli, presentava i calabresi come barbari,
ignorando che la Calabria non era stata patria del banditismo e che il popolo era buono e laborioso, semplice e onesto, amante della famiglia, della casa e della patria11. Anche la “Baronessa scalza” criticava su un giornale cosentino il cortometraggio definendolo una produzione cinematografica “nauseante” per aver presentato i calabresi come
feroci e primitivi12.
Si avvertiva una forte insofferenza nei confronti di una
parte dell’opinione pubblica italiana che tendeva a presentare la Calabria come una terra arretrata. In occasione di
alcune dichiarazioni di Pier Paolo Pasolini sui calabresi,
molti insorsero con commenti durissimi. Un giornalista
scriveva che avrebbe voluto “sputare” sul volto dello scrittore il più profondo rancore e risentimento per le “espressioni bassissime” da lui rivolte ai calabresi. La sua “sfacciataggine” era odiosa e, più che una risposta polemica,
avrebbe meritato quattro poderosi calci “con le scarpe
chiodate” di quei robusti boscaioli della Sila che “stillavano sudore e sangue per la quotidiana lotta di un tozzo di
pane nerissimo”. Il popolo calabrese era il più educato e il
più generoso dei popoli, ma guai a chi avesse cercato di
calpestargli i calli!13. Un altro periodico pubblicava la lettera aperta di un “romagnolo” che accusava Pasolini di
avere usato nei confronti della Calabria le solite frasi “trite
e ritrite” di chi è prevenuto. Gli abitanti della regione era-
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
no sani e belli e, le donne erano abbronzate, efebiche, belle e affascinanti, non esili e brutte!14.
Nello stesso anno, un episodio suscitò un vivace dibattito sul “carattere” dei calabresi. Il 25 giugno 1959, a Castrovillari, in occasione del “Rally del cinema” (gara automobilistica definita “Mille miglia delle stelle”), il marchese Gerini, con a bordo Anita Ekberg, durante una sosta
presso un distributore di benzina, infastidito dalla folla
che faceva ressa per ammirare da vicino la “Venere di
ghiaccio”, ripartiva a forte velocità travolgendo venti persone. Secondo la stampa nazionale, il marchese, impaurito dai giovinastri che avevano perso letteralmente la testa
per la diva svedese, partì con la Lancia Flaminia cercando
di farsi largo tra la folla e mettersi in salvo. In una corrispondenza di “Paese sera” si legge che, in ogni paesino della Calabria, folle di giovani assalivano puntualmente le
macchine del rally prendendo gli equipaggi a pacche, pizzicotti e sganassoni: si trattava di gente analfabeta e ignorante. Un pastorello scambiava la bionda Eleonora Ruffo
per la Madonna, ricredendosi quando la bella donna, con
la scusa del caldo, sollevava le gonne ad altezze vertiginose!15. In realtà, secondo alcuni giornali locali, i giovani avevano mostrato solo un eccessivo entusiasmo per la Ekberg
e qualcuno di loro aveva sputato e urlato contro il Gerini
dopo che questi li aveva insultati con gesti volgari e parole offensive. I castrovillaresi non erano selvaggi assatanati
ma gente civile e ospitale: ragazze in costumi tradizionali
avevano accolto gli equipaggi con fiori e sorrisi e l’amministrazione comunale aveva offerto un pranzo a base di
pollo arrosto e ottimo vino16.
L’anno seguente, il 12 maggio 1960, Anita Ekberg, la
celebre diva “dai capelli biondo-cenere e dalla pelle madreperlacea” che “camminava quasi sempre a piedi nudi e usava il reggiseno solo quando andava a cavallo”, giunse in
Calabria per testimoniare al processo contro Gerini.
Quando scese dalla macchina davanti al Tribunale di Castrovillari una folla di gente, in attesa da ore, l’accolse con
un forte applauso. L’attrice svedese, vestita sobriamente ed
elegantemente nella sua princesse nera con stola di visone
selvaggio scuro, fu circondata da decine di fotografi e giornalisti17. In aula, alla richiesta del Presidente della Corte di
dichiarare la sua età, rispose che quella non era una domanda da rivolgere a una donna e, nella deposizione, scagionò il marchese dichiarando che i giovani erano diventati così invadenti da sedersi sul cofano della Flaminia.
Disse, inoltre, che alla sua camicetta non mancava alcun
bottone e che quel giorno era, anzi, vestita come una collegiale: gonna e camiciola a maniche lunghe. Durante il
processo, il presidente della corte fu costretto a far sgomberare l’aula per il clima concitato. La deposizione della
Ekberg fu persino oggetto di una interrogazione dell’on.
Migliori al Ministro di Grazia e Giustizia nella quale si
chiedeva se, come attestato anche da foto comparse su
giornali e rotocalchi, l’attrice si fosse presentata con abiti e
11 Giuseppe Miceli, La Televisione e “Calabria Segreta”, in “Corriere della Calabria”, Cosenza, 17 marzo 1957.
12 “Giornale di Calabria”, Cosenza, 22 marzo 1957.
13 Jos, A Pier Paolo Pasolini perché si maceri nel tormento di avere offeso i calabresi, Cosenza, “Corriere della Calabria”, 16 settembre 1959.
14 Libero Fabbri, Lettera aperta di un romagnolo al sig. Pier Paolo Pasolini, in “Cronaca di Calabria”, 4 ottobre 1959.
15 Guido Lombardi, Gli incidenti all’arrivo della Ekberg, in “La Vedetta”, Castrovillari, 13 luglio 1959.
16 Ibidem. Cfr. Andrea Barbato, Boccaccesca. Federico Fellini (e gli italiani) hanno fatto di Anita Ekberg un personaggio: ma ora lei ne
è stanca, in “L’Espresso”, 11 giugno 1961.
Ekberg a Castrovillari depone nel processo Gerini, in “La Vedetta”, Castrovillari, 7 maggio 1960.
17 Anita
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
pose contrastanti col decoro delle aule giudiziarie (gambe
accavallate, decoltè a vista e braccia scoperte)18.
La radio e il cinema avevano occupato un posto importante nella vita dei calabresi ma, verso la fine degli anni
cinquanta, fu la televisione a sconvolgere il loro modo di
vivere e pensare. Molti emigrati che ritornavano nei paesi
l’avevano vista nelle città dove lavoravano e ne parlavano
con grande entusiasmo. I primi apparecchi televisivi in
Calabria furono acquistati da famiglie benestanti e, per attrarre i clienti, da esercenti pubblici. In quegli anni un televisore costava dalle 150 alle 200 mila lire e il salario medio di un bracciante si aggirava intorno alle 20 mila lire al
mese. Nel 1957, 27 su 34 milioni di italiani adulti che vivevano nelle zone servite dalla Tv, la guardavano, ma solo
il 4% aveva in casa un apparecchio; il 12% era ospite da
parenti o amici, il 75% guardava i programmi in bar, circoli, dopolavori, sedi di partiti e sindacati19.
Gli apparecchi televisivi erano un sogno e molti paesani ricordano che si fermavano davanti alle vetrine dei negozi dove erano esposti per guardare sullo schermo il segnale
video. Secondo Arnheim, la
popolarità della Tv risiede essenzialmente nel suo connotarsi quale mezzo di trasporto
della mente. Essa esplora dimensioni spazio-temporali
che sono precluse sia al cinema che alla radio, riuscendo a
celebrare il matrimonio tra i
due mezzi di comunicazione.
Grazie alla dominanza del
fattore ottico, il mezzo televisivo privilegia più i fatti che i
concetti, propone materiale
illustrato più che esperienze
intellettuali, si rivela come
mezzo di insegnamento più
che come insegnamento20.
Ciò che spingeva molti
calabresi ad amare la televisione era anche il suo carattere
ludico21. La gente povera non frequentava il cinema e il
teatro e si incantava di fronte a tutto ciò che veniva mostrato dalla Tv: riuscivano a riposare dopo dure fatiche e dimenticavano le preoccupazioni di ogni giorno. Telequiz come “Lascia o raddoppia” e “Il Musichiere” erano preferiti
agli altri programmi: riproponevano un’atmosfera di festività che, seppur fittizia, appagava il loro immaginario in
quanto favoriva un processo di identificazione tra spettatore e giocatore. Anche nei paesi più isolati c’era voglia di
protagonismo diffuso, desiderio di farsi conoscere, bisogno
di partecipare. I telespettatori, a differenza di quanto acca-
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deva con la radio e il cinema, avevano la sensazione di entrare nel piccolo schermo, dialogare con i personaggi del video, interagire col mondo dello spettacolo, diventare anch’essi attori, collaborare alla creazione dell’evento. I concorrenti del “popolo” che vincevano grosse somme in danaro rappresentavano, inoltre, un elemento di riscatto sociale: rispondendo ad alcune domande avevano la possibilità
di cambiare la propria esistenza22.
Quando Lya Celebre, nel 1959, fu chiamata a Roma
per partecipare a “Il Musichiere”, a Cosenza vi fu un grande entusiasmo. La stessa maestra in una lettera scrisse che
la notizia si diffuse in un batter d’occhio “da via Piave alle Paparelle e da Portapiana a Penebianco”. La Celebre non
vinse la gara ma, in città, diventò per qualche tempo una
celebrità. In una lettera ad un giornale dichiarò di aver vissuto un’esperienza straordinaria: aveva sorvolato la capitale a bordo di un moderno aereo, ricevuto dalle mani di
Mario Riva i due gettoni e il musichiere e vissuto per alcuni giorni in quel mondo meraviglioso di cameraman,
luci, giraffe e telecamere23.
La Tv era un prodotto
della modernità e della tecnologia più avanzata ma, per
certi versi, riproponeva un
sistema mitico, simbolico e
rituale già in parte conosciuto. Sullo schermo la realtà
era trasposta in una dimensione spettacolare, una funzione che sino a quel momento era stata assolta da alcune rappresentazioni popolari. Le immagini televisive,
come osserva Cazeneuve, in
virtù del loro potere di suggestione e fascinazione, sono
in grado di penetrare nella
vita degli uomini con la stessa semplicità di alcuni apparati magico-rituali presenti nelle comunità24. Il televisore stesso, in fondo, era un apparecchio magico. Nessuno
riusciva a spiegare in maniera convincente perché sul vetro di quella scatola di legno, che conteneva una serie di
marchingegni a loro volta collegati con un filo ad un bizzarro albero metallico, si potessero vedere luoghi e persone distanti anche migliaia di chilometri. Varie persone
mi hanno raccontato che c’era chi, vedendo per la prima
volta le immagini, andava dietro all’apparecchio per vedere se ci fosse nascosto qualcuno; altri lo scuotevano per
verificare la caduta eventuale di uomini o cose, altri, infine, rispondevano al saluto dell’annunciatrice o parlava-
18 Ancora la Ekberg e la sua deposizione a Castrovillari, in “La Vedetta”, Castrovillari, 7 ottobre
19 Fabrizio Dentice - Gianni Corbi, Tv, ormai gli italiani si divertono e si annoiano insieme. Il
1960.
telespettatore e il cittadino qualunque
sono ormai la stessa persona, in “L’Espresso”, 30 giugno 1957.
20 Rudolf Arnheim, La radio. L’arte dell’ascolto, Roma, Editori Riuniti, 1987, pp. 162-168.
21 Cfr. Jean Cazeneuve, L’uomo telespettatore: la Tv come fenomeno sociale, Roma, Armando, 1976, p. 83.
22 Cfr. Giandomenico Crapis, La parola imprevista: intellettuali, cultura e società all’avvento della televisione
in Italia, Roma, Lavoro,
1999; Furio Colombo, Televisione: la realtà come spettacolo, Milano, Bompiani, 1974; Aldo Grasso, Storia della televisione. La TV
italiana dalle origini, Milano, Garzanti, 1998.
23 Lydia Celebre, Al “Musichiere”, in “Corriere della Calabria”, Cosenza, 11 maggio 1959.
24 Cfr. Jean Cazeneuve, op. cit.; Id., I poteri della televisione, Roma, Armando, 1972; Id., Sociologia della radiotelevisione, Messina,
s.e., 1975.
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Confluenze
no con i personaggi dei programmi televisivi.
La Tv, sostituendo alla realtà oggettiva una realtà fittizia, conferiva la stessa illusione del potere magico. I telespettatori, partecipando ad un mondo in cui tutto diveniva possibile, senza perdere il contatto con la realtà, abbandonavano la loro condizione umana, entravano in un mondo irreale e divenivano essi stessi maghi. Guardando sullo
schermo trasmissioni che si alternavano una dopo l’altra,
vivevano una realtà che nel quotidiano sarebbe stata impossibile. Ballerine, cantanti, attori e presentatori, tutti coloro
che popolavano il mondo incantato della Tv, apparivano
come divinità che facevano da tramite tra la difficile realtà
dello spettatore e quella meravigliosa della televisione.
L’identità collettiva, sottoposta all’influenza del mezzo
televisivo, stava comunque subendo forti lacerazioni. I riti, che in passato avevano rappresentato eventi in cui la comunità si riconosceva nella fedeltà unica ad un sistema
simbolico e culturale persuasivo dell’intera esistenza, stavano subendo contraccolpi. Il mondo culturale che sino a
quel momento aveva resistito tenacemente per paura dell’irruzione del nuovo che rompesse gli equilibri, si stava
sgretolando. La struttura etnocentrica che aveva sempre
difeso il paese dal mondo esterno, con la televisione si stava indebolendo; i meccanismi attraverso cui il sapere appreso si trasmetteva da un individuo all’altro, da una generazione a quella successiva, si stavano definitivamente incrinando25.
Calvino scriveva che la memoria visiva di un individuo
è limitata al suo patrimonio di immagini dirette ed a un
ridotto repertorio di immagini riflesse dalla cultura. La
possibilità di dar forma a miti personali nasce dal modo in
cui i frammenti di questa memoria si combinano fra loro
in accostamenti inattesi e suggestivi. Con la televisione il
pubblico è bombardato da una tale quantità di immagini
da non saper più distinguere tra esperienza diretta e ciò
che ha visto per pochi secondi sullo schermo. La memoria
è ricoperta da strati di frantumi di immagini come un deposito di spazzatura dove è sempre difficile che una figura
tra tante riesca ad acquistare rilievo26.
Baudrillard aggiunge che la televisione riesce a realizzare i sogni e dar loro corporeità, ma il suo mondo virtuale
si sostituisce alla realtà mostrando una dimensione senza
soggetto e oggetto. Lo spettatore si immerge dentro lo
schermo e interagisce con esso, ma perde la distanza dello
sguardo e il suo senso critico. La televisione uccide la capacità dell’uomo di costruire un mondo simbolico, di
proiettare scene diverse dalla realtà. Ciò che è immaginato, fantasticato, sognato perde il proprio carattere d’immagine, fantasia e sogno. Nel mondo della Tv il soggetto perde la sua ombra poiché diventa trasparente e, perdendo
l’ombra, perde la sua storia e la sua profondità. L’illusione
diventa qualcosa di più corposo della realtà e si finisce per
perdere lo stimolo del cambiamento, dell’invenzione e del-
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
la trasformazione. La televisione indebolisce o fa smarrire
il principio di realtà poiché diventa impossibile distinguere fra ciò che è vero e ciò che è falso: macchina virtuale
mostra essenzialmente lo spettacolo del pensiero piuttosto
che il pensiero stesso27.
Negli anni in cui si affermava la televisione, non si percepivano i cambiamenti che questa avrebbe provocato nella vita dei calabresi e, tuttavia, c’era già chi mostrava una
certa contrarietà. Qualcuno sosteneva che gli apparecchi
televisivi sprigionassero “raggi radioattivi” e “onde sonore”
pericolose per la vista (non a caso i rivenditori consigliavano di guardare lo schermo da una certa distanza e di porvi sopra una fonte luminosa) e per l’udito. Altri attribuivano loro la responsabilità di tante bronchiti, poiché gli
spettatori, specialmente i bambini, guardavano i programmi seduti sul pavimento e in locali poco riscaldati28.
L’ostilità nei confronti della Tv era comunque dettata
soprattutto da ragioni politiche e morali. Molti militanti
della sinistra calabrese consideravano la Rai al servizio dei
partiti di destra, soprattutto della Democrazia Cristiana. A
parte alcuni programmi di carattere culturale e di informazione, il resto aveva lo scopo di addormentare le coscienze
e distrarre il pubblico dai problemi della quotidianità. Anche numerosi cattolici osteggiarono la televisione, preoccupati che il piccolo schermo potesse veicolare una cultura consumistica e libertina, in contrasto con i valori cristiani. Nelle parrocchie si guardavano solo telequiz, avvenimenti sportivi, manifestazioni canore e programmi di varietà e gli stessi parroci si fecero promotori di proteste contro il carattere licenzioso di trasmissioni in cui le gemelle
Kessler ballavano il “Dadaumpa” con le gambe scoperte, o
Mina indossava vestiti con audaci scollature. L’arcivescovo
Calcara di Cosenza, invitato dai dirigenti Rai all’inaugurazione della sede regionale, ricordava ai presenti che ogni
cosa aveva principio da Dio, che S. Gabriele, protettore
della Rai, “trasvolava” gli spazi con una velocità infinitamente più rapida delle onde radio e che, mentre la televisione annunciava gioie e dolori, l’arcangelo caro alla Vergine annunciava solo cose buone29.
C’era tuttavia chi sosteneva che la Tv proponesse ideali e valori troppo conservatori. Ad esempio, la “Baronessa
scalza”, curatrice della rubrica “Schermi e teleschermi”,
trovava ridicolo il balletto “La belle époque” trasmesso in
televisione nel 1957. Le danzatrici indossavano gonne e
mutandoni lunghi e facevano inchini e mossette in modo
da apparire più delle collegiali che ballerine del celebre locale parigino30. Sempre l’acuta e ironica giornalista cosentina, criticava alcuni programmi televisivi dedicati ai bambini come “C’era una volta”, in cui Laura Solari narrava
noiosissime e banali favolette e quelli in cui l’attore Cino
Tortorella, pagliaccescamente travestito da mago, presentava un ridicolo e anacronistico programma di indovinelli
a premio31.
25 Cfr.
Giovanni Sole, Belli e brutti. Apollineo e dionisiaco ad Alessandria del Carretto, Rende, Centro Editoriale e Librario, Università della Calabria, 1998.
26 Italo Calvino, Lezioni americane, Milano, 1988, pp.91-92).
27 Cfr. Jean Baudrillard, Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà, Milano, Raffaello Cortina, 1996; Angela Ferraro - Gabriele Montagano, La scena immateriale. Linguaggi elettronici e mondi virtuali, Ancona, Costa e Nolan, 2000.
28 Giandomenico Crapis, op. cit., p. 30.
29 La nuova sede della Rai-Tv della Calabria, in “Cronaca di Calabria”, Cosenza, 20 dicembre 1958.
30 “Giornale di Calabria”, Cosenza 29 marzo 1957.
31 Ivi, Cosenza, 8 marzo 1957.
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
I controlli dei dirigenti Rai sulla programmazione televisiva erano attenti e severi. Esisteva un codice di autodisciplina che serviva ad orientare rigidamente il contenuto delle trasmissioni. Sullo schermo, ad esempio, non potevano
essere mostrati sesso, adulterio, lusso eccessivo e oggetti superflui. Una cultura liberale “americana” era sì presente nei
programmi, ma corretta e adattata alla mentalità italiana
del tempo: competitività, abilità individuale e scalata al
successo, ma anche speranza nella fortuna, arte di arrangiarsi e vanità esibizionistica. Questa censura, secondo alcuni, finì per svilire le potenzialità della televisione e dare
un’immagine del paese che non corrispondeva alla realtà.
La sede Rai di Cosenza fu inaugurata l’11 dicembre
1958 alla presenza di autorità politiche e religiose. La
stampa riportò l’avveninento usando toni epici. In un
giornale locale si legge che, dal comune più grande a quello più piccolo, dall’estremo confine settentrionale all’estrema punta meridionale, da Roseto Capo Spulico a Praia a
Mare, da Vibo Valentia a Cirò, dal mare cristallino alla
montagna innevata, dalla casa agiata del professionista a
quella dell’agricoltore, tutti applaudivano alla nascita della sede regionale Rai-Radiotelevisione32. Un periodico
socialista, commentando
l’avvenimento, scriveva che
se i servizi Rai fossero stati
improntati sullo stesso stile
dell’inaugurazione della sede, i calabresi avrebbero fatto bene a “staccare le trasmissioni” a meno che non
amassero sentire bollettini
parrocchiali e stucchevoli,
cronache elogiative dei dirigenti democristiani!33.
Enrico Mascilli Migliorini, responsabile della Rai
regionale, in una conferenza del 1961 sull’attività dell’Ente, affermava che l’obiettivo della radio e della televisione calabrese era uno solo: mostrare al mondo la bellezza della Calabria e la nobiltà d’animo dei suoi abitanti34.
Un programma decisamente modesto, che fu seguito con
estrema puntigliosità. Molti anziani cosentini ricordano
una puntata della fortunata trasmissione “Ventiquattresima ora” del 1959, organizzata dalla Rai per esaltare il “sacro culto dei calabresi nei confronti della famiglia”. Dopo
diciassette anni di lontananza, la Tv riuniva “miracolosamente” figli, nipoti e parenti del ferroviere pensionato
Francesco di Gennaro sparsi in Italia. Lo storico abbraccio
avveniva sul palcoscenico del cinema Citrigno, sotto la
guida del presentatore Silvio Gigli al cospetto di una folla
commossa che applaudiva con grande convinzione. La
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manifestazione era collegata con un cinema di Roma dove, riuniti attorno a Mario Riva, si erano dati appuntamento centinaia di calabresi residenti nella capitale35.
I partiti della sinistra attaccavano continuamente la Rai
attribuendole la responsabilità di addormentare le coscienze, ma alcuni militanti comunisti ricordano che le sezioni
del partito compravano l’apparecchio televisivo, e gli iscritti, dopo aver guardato i programmi, lasciavano un contributo per pagare le spese dell’energia elettrica. Ricordano
che quando venivano trasmessi i telequiz, non si organizzavano riunioni perché sarebbero andate puntualmente deserte. La televisione riscontrava un grande successo in una
regione povera come la Calabria ed era considerata non a
caso il “cinema dei poveri” poiché la sua semplicità e immediatezza sembrava conformarsi alla cultura popolare.
I calabresi avevano atteggiamenti duplici: desideravano
rimanere vincolati al passato, ma volevano proiettarsi verso il futuro; nutrivano sentimenti di colpa per la trasgressione dei codici tradizionali, ma avvertivano il bisogno di
conoscere ed assimilare nuove mentalità. La gente era consapevole che il mondo antico stava crollando sotto i colpi
della modernizzazione, ma
la volontà di cambiamento
era troppo forte: lo sguardo,
al contrario di quanto accaduto in passato, era rivolto
in avanti piuttosto che indietro36. Alcuni raccontano
che in quegli anni le massaie scambiavano con gli
ambulanti
napoletani,
utensili e mobili antichi
con oggetti in plastica: disfarsi delle cose vecchie,
probabilmente, era come rimuovere un trascorso che
ricordava soprattutto miseria e amarezze.
Alcuni programmi offrivano ai calabresi la possibilità di sentirsi parte del grande
processo di modernizzazione che investiva la società italiana e rispondevano al bisogno di democrazia e uguaglianza
sbandierato da tutti ma mortificato nella vita quotidiana.
Nelle piccole comunità, le differenze sociali continuavano
ad essere rimarcate nella vita come nella morte. A San
Giovanni in Fiore, la famiglia “Fatigatu”, che aveva in concessione il servizio dei trasporti funebri, aveva acquistato a
Taranto tre carrozze per classi sociali diverse. La prima,
trainata da due o quattro cavalli e decorata con fregi di varia natura, trasportava i defunti delle famiglie ricche, la seconda, trainata da due cavalli, le “glorielle” (salme dei
bambini), e la terza, infine, trainata da un solo cavallo, i
poveri37. Con la Tv le differenze sociali, geografiche e cul-
32 Saluto alla
33 La Rai-Tv
R.A.I., in “Cronaca di Calabria”, Cosenza, 11 dicembre 1958.
a Cosenza, in “La Parola Socialista”, Cosenza, 23 dicembre 1958. Cfr. Pino Nano, Quarant’anni di Rai in Calabria,
vol. I, Cosenza, EMI-Memoria, 2000, pp. 19-62.
34 Enrico Mascilli Migliorini, Radio e televisione nella regione calabrese, in, “Cronaca di Calabria”, Cosenza, 1 febbraio 1961.
35 L’esaltazione della Calabria attraverso la Rai, in “Cronaca di Calabria”, Cosenza, 15 marzo 1959.
36 Cfr. Giovanni Sole, La società dei santi. Una setta religiosa calabrese dell’Ottocento, Rende, Centro Editoriale e Librario, 2003; Id.,
Lingue di fuoco, miracoli e Apocalisse. I pentecostali calabresi nel ventennio fascista, in “Daedalus”, n. 16, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, pp. 71-104.
37 Giovanni Sole - Rossella Belcastro, op. cit., p.11.
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Confluenze
turali si appiattivano: i poveri entravano in contatto con i
ricchi, gli analfabeti con i colti, i meridionali con i settentrionali.
Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta,
ogni perplessità nei confronti della televisione era svanita,
e anche le persone più ostili o incredule, ne erano conquistate. Durante il fascismo, molte associazioni dopolavoriste avevano incoraggiato la fruizione di massa di avvenimenti culturali; nell’immediato dopoguerra, tornava predominante e claustrofobica la dimensione familiare e privata. Con la televisione i calabresi ritrovavano, finalmente,
il piacere di stare insieme e di allargare i propri orizzonti.
Famiglie intere non trascorrevano più le serate in casa, ma
uscivano per riunirsi in bar, parrocchie, sedi dei partiti e
nelle abitazioni di chi possedeva televisioni, per assistere a
telequiz e programmi di intrattenimento. Guardare la televisione era un’occasione di svago e di socializzazione anche al di là del contenuto dei programmi.
La semplicità e l’immediatezza delle immagini televisive sembravano conformarsi alla mentalità di gran parte
della popolazione. A differenza della radio e del cinema, la
televisione riusciva ad essere contemporaneamente più cose: proponeva un universo dove la realtà si convertiva in
magia e la magia in realtà. Uomini, oggetti e animali sullo schermo non mostravano la realtà, piuttosto copie conformi di essa. Come osserva Cazeneuve, i telespettatori, in
fondo, percepivano questa distorsione del reale, ma, simili ai personaggi del mito della caverna di Platone, finivano
per amare quel teatrino d’ombre, anche perchè in tal modo evitavano la dura quotidianità, filtrandola e convertendola in spettacolo38. Lévi-Strauss distingue due differenti
culture: quelle antiche e antropofagiche che divorano e
quelle moderne antropoemiche, che rigettano. Secondo
Baudrillard per mezzo della televisione avveniva una sintesi: gli spettatori da una parte erano disposti a recepire modelli simbolici, dall’altra tendevano a respingerli39.
Col passare del tempo, il televisore entrò in tutte le case. Possedere un apparecchio televisivo costituiva motivo
di orgoglio e prestigio sociale. All’acquirente, in segno di
augurio, amici e parenti portavano la stimanza, di solito
una bottiglia di liquore, un pacco di zucchero o di caffè.
La padrona di casa, prima delle trasmissioni, preparava il
caffè e offriva dolci fatti in casa. Parenti e amici, ammassati in piccole stanze, guardavano le immagini sullo schermo
come irretiti da una sorta di magia. Tutti ricordano con
meraviglia che regnava il silenzio più assoluto, nonostante
le case fossero piene di gente, tanto era forte l’attenzione
che quell’oggetto riusciva a catalizzare attorno a sé.
Il televisiore era considerato parte integrante dell’arredamento della casa ed era posizionato nel luogo più bello e
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spazioso. Le donne, addirittura, confezionavano un apposito “vestito” che serviva per proteggerlo da urti e da polvere. I primi televisori erano enormi scatole di legno con pulsanti d’osso, che, azionati, producevano gran rumore. In
seguito furono realizzati modelli più stilizzati, come il Phonola, oggi esposto al museo di New York, sogno di ogni famiglia. Le persone scambiavano fra loro informazioni sulle
caratteristiche dei televisori e le fabbriche produttrici avviavano campagne pubblicitarie con messaggi di varia natura.
Ad esempio la Westinghouse, per reclamizzare il suo apparecchio molto apprezzato e consigliato dai tecnici, ricordava di aver costruito il reattore atomico che aveva permesso
al Nautilus di completare il viaggio di ottomila miglia al
Polo Nord senza rifornimenti di carburante!
Alla diffusione degli apparecchi televisivi contribuì soprattutto il miglioramento dei centri di trasmissione. Al
31 dicembre 1956, data di inizio delle trasmissioni, la Calabria disponeva solo dei centri di Monte Scuro e Gambarie e di un ripetitore automatico a Catanzaro, sul Monte
Tiriolo. A causa della conformità orografica della regione,
in alcune zone la ricezione radiofonica e televisiva era difficile e fu migliorata solo agli inizi degli anni sessanta grazie alla costruzione di nuovi impianti40.
Un altro fattore che favorì la diffusione dei televisori,
fu la vendita a rate. Col sistema delle rate, il rapporto tra
uomini e oggetti era sconvolto: se in passato era l’uomo ad
imporre il proprio ritmo agli oggetti, ora gli oggetti cominciavano ad imporre il loro ritmo agli uomini. Con la
rateizzazione, beni non alla portata di tutti o ottenibili come coronamento di un lungo sforzo economico, si potevano possedere senza l’accumulo della somma necessaria
all’acquisto41. Le rate favorivano le vendite, ma circolava
anche più danaro, grazie soprattutto alle rimesse degli
emigranti.
All’avvento della televisione, tra la gente prevaleva la
curiosità per l’innovazione tecnologica, la qualità dell’immagine ed il modello del mobile. Si vedeva la Tv insieme
ad altre persone (prevalentemente al di fuori del nucleo familiare), con le quali si condivideva la visione del mondo
e l’organizzazione del tempo libero. La televisione era uno
strumento di intrattenimento comunitario, rafforzava il
sentimento di gruppo, allargava gli orizzonti verso i problemi sociali, veicolava informazioni su altri mondi, scardinava alcuni valori tradizionali, realizzava l’unificazione
culturale e cambiava il volto linguistico del paese.
Il diffondersi degli apparecchi televisivi finì per rinchiudere le famiglie all’interno dello spazio domestico.
Persero importanza o scomparvero i gruppi di ascolto nei
locali pubblici e nelle sedi politiche che avevano caratterizzato l’esordio della televisione42. Ogni famiglia aveva il
38 Jean
Cazeneuve, L’uomo telespettatore, cit., pp. 104-105; Cfr. Gian Paolo Caprettini, La scatola parlante, Roma, Editori Riuniti,
1996.
39 Cfr. Jean Baudrillard, Il delitto perfetto: la televisione ha ucciso la realtà?, Milano, Cortina, 1996.
40 Enrico Mascilli Migliorini, Radio e televisione nella regione calabrese, in “Cronaca di Calabria”, Cosenza, 1 febbraio 1961. Cfr. Arturo Arturo Gismondi, Il mondo con le antenne, Roma, Editori Riuniti, 1964; Rai, Dieci anni di televisione in Italia (1954-1963),
Roma, Eri, 1964; Id., Il pubblico della televisione nelle varie regioni italiane con particolare riguardo al Sud, Torino, ERI, 1958; Id.,
Indagine statistica sui non possessori di televisore, Torino, ERI, 1970; Enrico Menduni, La più amata dagli italiani, Bologna, il Mulino, 1996.
41 Jean Baudrillard, Il sistema degli oggetti, Milano, Bompiani, 2003, pp. 199-208; Id., Il sogno della merce, Milano, Lupetti,
1987.
42 Cfr. Francesco Casetti (a cura di), L’ospite fisso: televisione e mass media nelle famiglie italiane, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1995;
Lidia De Rita, I contadini e la televisione. Studio sull’influenza degli spettacoli televisivi in un gruppo di contadini lucani, Bologna,
il Mulino, 1964; Marino Rivolsi, La realtà televisiva. Come la tv ha cambiato gli italiani, Roma - Bari, Laterza, 1998.
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
proprio apparecchio e i programmi Rai sempre più dettavano i ritmi della giornata e del tempo libero. Le donne seguivano assiduamente gli sceneggiati, eredi diretti dei fotoromanzi, ancora diffusi e apprezzati dal pubblico femminile43. Gli anziani amavano soprattutto trasmissioni come quelle di padre Mariano, del professore Cutolo e del
maestro Alberto Manzi44. I bambini si ritrovavano ogni
pomeriggio per guardare la Tv dei ragazzi, telefilm americani come Rin Tin Tin, cane lupo simpatico e intelligente, amico di Rusty, un bambino rimasto orfano ed accolto
dal settimo cavalleggeri di stanza a Fort Apache45.
La trasmissione che conquistava vecchi e bambini, uomini e donne, era il Carosello46. I ricordi di coloro che ho
intervistato sono molto vaghi sui programmi televisivi, ma
quando si parlava di Carosello, sui volti leggevo una sorta
di contentezza e tutti sorprendentemente ricordavano con
precisione prodotti pubblicizzati, musiche, attori e battute47. Molti nomi delle marche apparivano strane e bizzarre (“Flavina Extra”, “Osva”, “Macleens”, “Gibbs Souple”,
“Brylcreem”, “Binaca”, “Rhodiatoce”, “Grey”, “Riello”,
“Rilux”, “Spic e Span”, “Manetti e Roberts”, “L’Oreal”,
“Max Factor”, “Camay”, “Supertrim”), ma dovevano essere straordinariamente efficaci se, a distanza di circa cinquant’anni, la gente ne conserva il ricordo.
Alcuni prodotti reclamizzati in televisione
erano accompagnati da
concorsi a premi. Ad
esempio, numerosi calabresi, concorrevano al
“Gran Premio Nestlè”:
inviando alla ditta le etichette del cioccolato serie
“Rosso” e “Oro”, oppure
i sigilli delle scatole di
cioccolatini, si partecipava periodicamente all’estrazione di un uovo d’oro da mezzo chilo! Famoso e particolarmente seguito era anche il concorso a premi dell’“Idrolitina”. I telespettatori potevano vincere anche un milione di lire spedendo alla ditta il
tagliando con la scritta “Idrolitina” che si trovava sulla scatola del
prodotto. Le estrazioni erano quindicinali e, per Capodanno e Ferragosto, erano in palio premi da cinque milioni di lire.
Con la diffusione dei televisori e la copertura del segnale nell’intero territorio, la televisione stava cambiando i
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modi di vita e le abitudini dei calabresi molto più di quanto non avessero fatto la radio e il cinema. Appena nata era
ancora scarsamente consapevole delle proprie potenzialità,
ma ben presto fu chiaro che nessuno dei media esistenti
aveva la stessa capacità di offrire contemporaneamente più
cose. Il cinema è favola, racconto, storia, la televisione è
realtà presente evocata attraverso il testo e le immagini. La
frase: “l’ha detto la televisione”, veniva usata dalla gente
per avvalorare la veridicità di alcune affermazioni. La Tv si
impone al pubblico, diventa un punto di riferimento nazionale, propone nuovi codici linguistici, insegna comportamenti più liberi, forma un diverso tipo di italiano.
Fin dalle prime trasmissioni, appariva chiaro che la Tv
era un mezzo di comunicazione dotato di grande forza e
pervasività: non strumento in mano agli uomini, ma uomini ridotti a suo strumento. Gli spettatori diventavano
semplici clienti che valevano non per quello che erano ma
per quello che consumavano. La televisione delineava una
visione del mondo in cui la merce avrebbe assunto un valore assoluto, in cui gli oggetti proposti dalla pubblicità
sarebbero divenuti centrali nei desideri e nell’immaginario.
Gli anziani rammentano bene che essa aveva una grande forza di persuasione. Alcuni suoi programmi producevano cambiamenti
profondi nella vita
quotidiana. Brillantina, creme di bellezza,
dentifrici, lame da
barba, lozioni per capelli, rasoi elettrici,
saponi, shampoo e
pomate, mutavano il
modo con cui uomini
e donne curavano la
propria persona; ammorbidenti, appretti,
candeggianti, cere,
detersivi, lucidi e
smacchiatori erano
ben visibili nelle case e, insieme a loro, anche oggetti come caffettiere, registratori, televisori, giradischi, frullatori,
radio, lavatrici, aspira polveri, lucidatrici, frigoriferi e macchine per cucire. Biscotti, burro, carne in scatola, latte in
polvere, panettoni, dadi per brodo, salumi, formaggi,
omogeneizzati, pasta, gelati, acque minerali, succhi di
frutta e liquori modificavano la dieta alimentare48.
43 Cfr.
Anna Bravo, Il fotoromanzo, Bologna, Il Mulino, 2003; Giuseppe Gargiulo, Cultura popolare e cultura di massa nel fotoromanzo rosa, Messina- Firenze, 1977; Maria Teresa Anelli - Paola Gabbrielli - Marta Morgravi - Roberto Piperno, Fotoromanzo: fascino e pregiudizio. Storia, documenti e immagini di un grande fenomeno popolare (1946-1978), Roma, Savelli, 1979; Raffaele De Berti, Dallo schermo alla carta: romanzi, fotoromanzi, rotocalchi cinematografici. Il film e i suoi paratesti, Milano, Vita e Pensiero, 2000.
44 Cfr. Walter Veltroni, I programmi che hanno cambiato l’Italia. Quarant’anni di televisione, Milano, Feltrinelli, 1992; Furio Colombo, La nascita della telvisione, in Italia moderna. Immagini e storia di un’identità nazionale, Milano, Electa, 1983, pp. 485-504.
45 Cfr. Marina D’Amato, I teleroi: i personaggi, le storie, i miti della tv dei ragazzi, Roma, Ed. Riuniti, 1996; Id., Lo schermo incantato: la tv dei ragazzi in Italia, Roma, Ed. Riuniti, 1993; Convegno nazionale di studio sulla televisione per ragazzi, Atti del convegno nazionale di studio sulla televisione per ragazzi, Milano, Giuffrè, 1955.
46 Cfr. Marco Giusti, Il grande libro di Carosello. E adesso tutti a nanna…, Milano, Sperling & Kupfer, 1996; Piero Dorfles, Carosello, Bologna, Il Mulino, 1998; Paola Ambrosino - Dario Cimorelli - Marco Giusti (a cura di), Carosello 1957-1977: non è vero
che tutto fa brodo, Cinisello Balsamo, Silvana, 1996; Laura Ballio - Adriano Zanacchi, Carosello story: la via italiana alla pubblicità televisiva, Torino, Eri, 1987.
47 Cfr. Giovanni Sole - Rossella Belcastro, op. cit.
48 Francesco Alberoni (a cura di), Pubblicità e televisione, Roma, Eri, 1968; Lesile Ernest Gill, Psicologia della pubblicità, Firenze,
Giunti - Barbèra, 1960; Walter Taplin, La pubblicità, Milano, Feltrinelli, 1961.
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Confluenze
La sera di Natale sulle tavole, insieme a turdilli, scalille
e chinulille c’erano panettoni Motta o Alemagna; il giorno
di Pasqua, insieme a cuculi e biscottielli, c’erano colombe
pasquali e uova di cioccolato Perugina. Nella dispensa si
conservavano scatolette di carne Simmenthal o Manzotin
e biscotti Plasmon o Pavesini che ai bambini “davano forza per l’intera mattinata”. In cucina era utilizzata la margarina “Foglia d’oro” perché “leggera come una foglia” e
persino l’olio Dante, pubblicizzato da Peppino De Filippo, interprete di un cuoco sopraffino e un po’ tonto, che
svelava il segreto dei suoi piatti prelibati: il magico olio.
Preceduti dal suono di trombe e mandolini, gli sketch
del Carosello duravano un paio di minuti, erano piccoli
film girati da noti registi e interpretati da attori famosi.
Quelle celebri scenette in bianco e nero aiutavano a dimenticare i duri anni della guerra e condensavano in una
manciata di secondi i sogni e le speranze della povera gente. Spettacolo nello spettacolo, televisione nella televisione, Carosello era un vero e proprio palcoscenico di divi
che, per due minuti, diventavano persone tra le tante e la
cui sacralità si stemperava nella dimensione di ogni giorno. Guardando i mondi irreali e reali proposti quotidianamente dai programmi televisivi, i calabresi dimenticavano
il drammatico passato e la dura realtà in cui vivevano, e
pensavano di poter realizzare desideri irrangiungibili con
un po’ di fortuna e sacrifici. La Tv, infatti, non rivelava solo un mondo nuovo, ma induceva a credere che quel mondo fosse possibile.
Agli inizi degli anni sessanta la televisione si era imposta nella vita dei calabresi. Anni fa ho girato un lungometraggio sui mutamenti culturali provocati dalla televisione
in un paese del cosentino. Alla fine degli anni cinquanta,
a Laino la gente si riunisce per giocare, discutere e divertirsi. Amedeo, macchinista delle ferrovie, nonostante l’avversione della moglie Ida e dell’amico Armando, compra
un televisore. Da quel giorno la sua casa diventa meta di
visitatori e i programmi trasmessi influenzano la vita della
gente e cambiano il modo di vivere. Passano due anni e i
tetti delle case sono ormai pieni di antenne. Le famiglie,
compresa quella di Armando, sono chiuse in casa e cenano davanti al televisore. Le persone, incantate dalle immagini dello schermo, non parlano tra loro e non si guardano. Nelle vie restano un professore che racconta le sue fol-
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
lie agli amici, un vecchio malarico e la fata che lo ha trasformato in lucertola49.
Negli anni sessanta alcuni intellettuali rilevavano che la
televisione aveva svolto un’opera di omogeneizzazione che
investiva vari strati sociali e realtà regionali, costruendo
nuovi modelli di vita e travolgendo antichi comportamenti. Oltre al pericolo pericolo di omologazione delle culture c’era quello dell’affermarsi dei miti del successo e del
profitto tipici del capitalismo consumistico. Pasolini dirà
che la televisione stava operando un genocidio culturale.
L’intero paese, storicamente differenziato, attraverso una
violenta mutazione antropologica, era stato omologato
verso il modello dell’uomo che consuma. La televisione
non si limitava a riprodurre i fatti ma li determinava, giorno per giorno creava un pubblico unificato al quale proporre modelli d’informazione e di comportamento standardizzati. Nel 1962, Saviane, commentando la trasmissione “Campanile sera”, nata da “Lascia o raddoppia”, scriveva che si trattava della “più imbecille” delle rubriche televisive. Il presentatore Mike Bongiorno e i dirigenti Rai
che la mandavano in onda, consideravano gli spettatori
come scemi, ma gli italiani si sarebbero presto svegliati dal
“sopore televisivo”50.
Le preoccupazioni di Saviane erano giuste ma non
hanno predetto il futuro. La televisione negli anni seguenti crescerà fortemente e, perdendo quegli elementi pedagogici ed educativi, diventerà una vera e propria industria del
divertimento. Ancora oggi, dopo cinquant’anni, si discute
appassionatamente sul carattere della televisione. Molti lamentano il fatto che il livello qualitativo sia sceso perché
le stazioni televisive, soprattutto quelle private, per problemi di audience, producono programmi sempre più scadenti e sensazionali. Altri, pur riconoscendone le negatività,
ricordano che la Tv resta, comunque, uno strumento democratico. Popper sostiene che se la televisione è una tremenda forza per il male, può essere una tremenda forza
per il bene51. Si discute appassionatamente ma, nel frattempo, altri mezzi di comunicazione di massa come Internet insidiano la fascinazione e il potere della televisione.
* Docente di Storia delle Tradizioni Popolari
e Antropologia Culturale e Visiva - UniCal
e.mail: [email protected]
49 Giovanni
Sole, Fate e Transistors, Lungometraggio, Digitale, 70’, Bianco e nero, Centro Radiotelevisivo, Università della Calabria,
Arcavacata di Rende, 2003.
50 Sergio Saviane, Facce da boom e spaghetti di cartone. Una trasmissione tenuta in vita dalla scarsità di programmi estivi in “L’Espresso”, 12 agosto 1962.
51 Cfr. Karl R. Popper, Cattiva maestra televisione, (a cura di G. Bosetti), Venezia, Marsilio, 2002; Francesca Anania, Davanti allo
schermo. Storia del pubblico televisivo, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1997.
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
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FIORELLA DE ROSA*
La minoranza albanese in Italia:
dalle origini al varo della legge 482/’99
1. La minoranza albanese in Italia: breve profilo storico
L’arcipelago linguistico rappresentato dalla minoranza
linguistica storica albanese comprende attualmente cinquanta comunità, distribuite in sette regioni del Meridione d’Italia: Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia,
Calabria e Sicilia.
La nascita degli insediamenti delle comunità italo-albanesi in Italia coincide con l’inizio delle ondate migratorie di gruppi consistenti di albanesi verso i territori italiani, in seguito all’occupazione turca della Penisola Balcanica, avvenuta nel XV secolo1. Tale emigrazione si compì a
varie ondate, di varie dimensioni, e durò, con interruzioni, circa tre secoli, dalla metà del XV secolo fino alla metà del XVIII, in particolare fino al 1744, anno di fondazione di Villa Badessa in Abruzzo. Ondate migratorie, si
erano verificate già nei i secoli XIII e XIV2, con stanziamenti in Puglia, Calabria e Sicilia, nei feudi che Scanderbeg e gli altri condottieri albanesi avevano ottenuto dal re
di Napoli, Alfonso I d’Aragona, in cambio dell’aiuto militare prestatogli durante le lotte contro i baroni locali. Tuttavia, la maggior parte delle colonie albanesi furono fondate dopo il 1468, anno della morte dell’eroe nazionale
Giorgio Castriota Scanderbeg.
Gli albanesi in Italia ripopolarono quasi un centinaio
di comunità, la maggior parte delle quali concentrate in
Calabria (cfr. ALTIMARI 1994: 10). Alle colonie costituite dagli immigrati albanesi venne data piena autonomia
amministrativa. Tuttavia la costituzione di comunità albanesi in senso proprio non avvenne in modo netto e definitivo, ma fu piuttosto il risultato di un lungo, tormentato e
complesso processo, che ha riguardato passaggi di elementi albanesi senza stanziamenti, l’assorbimento di insediamenti albanesi minoritari in comunità italiane e la fusione
sul suolo italiano tra albanesi di diversa provenienza e tra
albanesi e italiani, con spostamenti da un centro albanese
all’altro (cfr. GAMBARARA 1994: 34-35). Solo tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600 si assiste alla costituzione
di vere e proprie comunità albanesi col loro rito religioso,
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le loro feste, i loro costumi e la loro lingua.
Dunque, la minoranza albanese, consapevole della diversità di origine e di cultura, all’interno del contesto italiano, ha visto delinearsi, col trascorrere dei secoli, una
propria identità culturale.
Il ricostituirsi di comunità culturali autonome fu molto lento e faticoso e solo la presenza di una élite nel settore ecclesiastico e in quello civile permise il consolidarsi di
rapporti sociali e culturali con le autorità e le popolazioni
italiane (cfr. FAMIGLIETTI 1979: 48).
Il rito greco-bizantino che essa professava, rappresentava un elemento di distinzione e di affermazione della propria identità3. La diatriba che oppose i fedeli di rito latino
a quelli di rito greco-bizantino e le lunghe controversie
sulla preminenza del rito romano su quello greco-bizantino spinsero gli albanesi a difendere i valori della propria
tradizione culturale e religiosa e l’indipendenza della chiesa italo-greca da quella latina, contrastando le accuse di vescovi e sacerdoti di rito romano circa la presunta appartenenza degli Albanesi alla Chiesa scismatica d’Oriente4.
Nel corso di più di cinque secoli le comunità arbëreshe, che si erano formate sulla base di piccoli insediamenti
isolati, hanno continuato a vivere mantenendo inalterati i
propri “confini culturali”: la lingua, l’organizzazione sociale, il rito religioso. Contrariamente a quanto temuto, oggi
le comunità non si sono dissolte, ma rifondate, attraverso
un processo di mutamento che ha portato consapevolmente ad una nuova forma di identità: la volontà di auto
identificarsi all’interno della società contemporanea (cfr.
BOLOGNARI 2003: 18).
2. La situazione linguistica delle comunità arbëreshe
La varietà dialettale arbëreshe, seppur influenzata dall’italiano e dai suoi dialetti, dal punto di vista linguistico,
malgrado le differenze esistenti tra le diverse parlate si presenta come unità nella diversità dei dialetti dell’albanese.
La varietà dialettale arbëreshe costituisce, dunque, un dialetto a sé stante, che non è uguale a nessuno dei dialetti
«Le onde dello Jonio – scrive Antonio Scura ne Gli Albanesi in Italia – trassero i profughi ai lidi aperti d’Italia e su questi colli ubertosi e aprichi, […] i miseri trovarono stanza duratura alle loro peregrinazioni e tregue ai loro mali. Forti ed intraprendenti, trassero con
l’aratro dal seno fecondo della terra ospitale il loro sostentamento e vissero e prosperarono nella vita rigida ed austera dei patriarchi».
Cfr. ÇABEJ (1964: 313)
«Per Venezia elementi albanesi sono attestati già in pieno medioevo, formando colà col tempo una colonia propria, raggruppata più tardi anche in varie corporazioni». Cfr. ÇABEJ (1994: 85).
«Per ciò che riguarda il rito religioso, gli albanesi emigrati in Italia seguivano il rito bizantino nella lingua greca – da ciò derivò una
certa confusione che si è fatta in passato tra greci e albanesi a proposito degli abitanti di queste comunità. In parte essi erano già in comunione con la chiesa cattolica; gli altri, una volta in Italia, vi si assoggettarono, continuando a rimanere tenacemente attaccati alla
propria identità religiosa bizantina». Cfr. ALTIMARI (1994: 11).
«La lotta per la difesa del rito greco-bizantino non rivestì un carattere solo ed esclusivamente religioso, ma rappresentò nella storia delle
comunità arbëreshe, un momento significativo di resistenza all’assimilazione, che veniva dal potere e dai gruppi dominanti (feudatari
laici ed ecclesiastici) dell’ambiente italiano circostante, in cui dette comunità erano inserite. Molte comunità albanesi – specie nel Molise, in Puglia e, in parte, in Basilicata e in Calabria – furono però alla fine costrette o per mancanza di sacerdoti o per i metodi coercitivi dei vescovi latini o dei baroni locali, ad abbandonare il rito religioso originario e a sottomettersi alla chiesa latina. Ma la maggior parte di esse riuscì a resistere a queste pressioni e a mantenere, assieme alla lingua, il rito greco, importante strumento di autoidentificazione di queste comunità». Cfr. ALTIMARI (1994: 11)
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
della patria d’origine. Infatti, se da un lato nei suoi elementi strutturali l’albanese d’Italia, così come l’albanese di
Grecia, appartiene al tosco meridionale, presentando caratteristiche comuni con i dialetti albanesi del sud (Labëria e Ciamuria), dall’altro, per alcuni tratti conservativi,
presenta delle caratteristiche comuni con la lingua del XVI
- XVIII secolo, degli antichi scrittori dell’Albania del nord
(cfr. ALTIMARI 1994: 22-23).
Secondo Çabej, i primi profughi albanesi, dal punto di
vista etnodialettale, formavano delle unità compatte di
gruppi omogenei, provenienti da un luogo o da una regione comune, successivamente, il comune pericolo, la guerra, aveva raccolto e unito, elementi eterogenei, provenienti da regioni diverse, spingendoli a seguire un destino comune in terra italiana (cfr. ÇABEJ 1994: 85-92). Nella
maggior parte le colonie popolate erano formate da abitanti provenienti da un’unica regione albanese, parlanti
perciò un dialetto più o meno unitario, a cui si aggiunsero col tempo nuovi elementi provenienti dall’Albania e
dalla Grecia o coloni italiani dei paesi vicini.
Accanto alle spartizioni e alle ramificazioni delle unità
dialettali originarie, la convivenza con l’ambiente romanzo ha inevitabilmente dato luogo, nel corso di secoli, a influenze reciproche. In alcuni casi, l’influsso dell’italiano e
dei suoi dialetti, si è adattato alla struttura fonetica e morfologica dell’albanese, rimanendo l’albanese e l’italiano,
nella coscienza del parlante, due sistemi linguistici a sé
stanti; in certe parlate, invece, l’italiano è penetrato anche
nella struttura fonologica e grammaticale, contribuendo
alla scomparsa dell’elemento albanese.
La parlata italo-albanese è caratterizzata da una particolare musicalità molto simile all’intonazione del tosco
meridionale. Essa concorda con buona parte delle parlate
del tosco del Sud-ovest nella palatalizzazione della vocale y
> i (es. sy “occhio” che passa a si), nella riduzione del gruppo consonantico xv > v (es. xverk > xerk “nuca”) e nell’assimilazione frequente del gruppo -tn- (es. ju flini “voi parlate” per ju flitni; vrini “uccidere” per vritni).
Si riscontrano, inoltre, alcune affinità di pronuncia con
qualche parlata dell’Acroceraunia e dei dialetti della provincia di CZ e di Piana degli Albanesi, ad es., la pronuncia, della vocale media -ë- come -o-, nei dialetti della provincia di CZ.
Il trattamento delle liquide -l- e -ll- e dei gruppi originari kl, gl, lk, lg, varia secondo i dialetti. Nei dialetti della
valle del fiume Crati si registra il passaggio della liquida l- alla semivocale -j- dopo le labiali p,b,f,v, in casi come
pjot “pieno”, bjej “compro, fjamur “bandiera”, ecc.
Nella struttura morfologica dell’italo-albanese si registrano alcune proprietà conservatrici. Come nel sistema
nominale il mantenimento del neutro, che ha condotto alla formazione secondaria di alcuni neutri. Un tratto arcaico si conserva, anche nella forma dell’ablativo plurale -shit
(diershit “dalle porte”), dove l’italo-albanese coincide con
il ghego antico e con certi dialetti del tosco meridionale.
Nei numerali ordinali è caratteristico lo sviluppo ulteriore del sistema vigesimale, dopo njëzet “venti”, e dizet
“quaranta”, abbiamo anche trezet “sessanta”, trezetëdhjet
“settanta” accanto a shtatëdhjet e katëzet “ottanta”.
Nel sistema verbale è notevole la diffusione analogica
della desinenza -ta, plurale -tim dell’aoristo, a spese delle
più generali desinenze -va, -a . Si riscontra una concordanza con i parlanti di Grecia, dell’Acroceraunia, della Labëria e Ciamuria, in generale con il tosco del Sud-ovest. Es.
laj-ta “lavai”, pij-ta “bevvi”, shkruaj-ta “scrissi”, erthtim
“venimmo”.
LE RAGIONI DELLA MEMORIA,
LE RADICI DEL FUTURO
Attraverso la Fondazione Universitaria
“Francesco Solano”, istituita all’interno del
nostro Ateneo nel dicembre del 2008, ma
operativa con i suoi organi di amministrazione dal 2011, l’Università della Calabria ha inteso rendere omaggio significativamente all’opera didattica e scientifica del compianto
prof. papas Francesco Solano (1914-1999),
figura insigne dell’albanologia italiana della
seconda metà del secolo XX, ma anche per
me indimenticato maestro e guida nei miei
studi universitari.
A lui che per un quindicennio, dal 1975
al 1990, ha avuto nella Facoltà di Lettere e Filosofia della nostra Università la responsabilità didattica degli insegnamenti di Lingua e
letteratura albanese e di Dialetti albanesi dell’Italia meridionale – la prima del genere ad essere prevista nel panorama accademico non solo nazionale e inserita con saggia preveggenza
nello Statuto fondativo dell’Università già nel 1968 – si deve la
istituzione nel 1980 della cattedra di studi albanologici che ho
oggi l’onore di dirigere.
L’iniziativa è stata resa possibile grazie ad un atto di lungimirante liberalità della compianta sig.na Nina Solano (19202004), sorella dello studioso, che con lascito testamentario ha
impegnato l’UNICAL ad istituire questa Fondazione al fine di
onorare la memoria e l’impegno culturale e accademico del
compianto papas Solano.
Rientrano tra le finalità della Fondazione:
la promozione della lingua e della cultura albanese in Italia, lo sviluppo degli studi albanologici nel nostro Paese, il sostegno alle attività di cooperazione scientifica e didattica
dell’UNICAL nei Balcani e il supporto a tutte quelle iniziative volte a favorire gli interscambi culturali tra le comunità albanesi storiche di area italiana e quelle di area balcanica (Albania, Kosovo, Macedonia, Grecia e
Montenegro).
(…)
L’auspicio da noi tutti condiviso è che Res
Albanicae offra a tutti, in primis alla nostra
res publica litterarum a cui è indirizzata, nuovi stimoli per gli studi e le ricerche di albanologia e che ci apra nuove “finestre” con cui
poter ‘leggere’ e interpretare meglio la nostra cultura e la nostra identità, insomma la complessità di un mondo, qual è il
mosaico albanese, che oggi solo qualche tardivo e inveterato
nazionalista o qualche localista fuori dal tempo e dal… mondo, continua a non cogliere e a non apprezzare nella sua oggettiva e ricca pluralità di espressioni. Ad essa, invece, guarda con
grande attenzione la nostra rivista.
Dall’Editoriale di Francesco Altimari
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Formato 17x24 - Pagine 208
ISSN 2276-7173 - e 10,00
Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
La lingua albanese non possiede una forma verbale
propria per il futuro. Per esprimere una azione futura, si
adopera come in molte altre lingue, il presente dell’indicativo, (in Buzuku troviamao spesso l’uso del presente congiuntivo). Esso adopera due forme di futuro: il futuro del
tipo habeo, formato mediante l’ausiliare kam, e il futuro
del tipo volo, formato con do + il congiuntivo presente.
Ambedue i tipi di futuro, è stato osservato, sono in uso nei
dialetti principali dell’albanese, nel ghego come nel tosco.
Le differenze sono piuttosto di carattere funzionale, predominando nel futuro con do të il concetto voluntativo, in
quello con kam il concetto di necessità o di dovere. Dal
punto di vista della geografia dialettale è da aggiungere
inoltre che il costrutto kam + infinito, prevale nel ghego,
specialmente settentrionale, il futuro con do + congiuntivo nel tosco e nel ghego meridionale.L’albanese d’Italia conosce ambedue i tipi di futuro, però con prevalenza chiara del tipo con kam seguito dal congiuntivo. La forma generale è dunque quella costruita mediante l’ausiliare ka
della 3a persona singolare, che si è fuso con la particella të
del congiuntivo, dando così origine alla particella invariabile kat, katë come esponente del futuro. La prevalenza
nell’italo-albanese della forma kam, risente anche dell’influsso dell’italiano dialettale.
La situazione linguistica, all’interno delle comunità italo-albanesi, è caratterizzata da un bilinguismo composito5.
Nell’evoluzione dei due codici (italiano-albanese), la capacità linguistica di uno di essi aumenta a discapito della capacità linguistica dell’altro, contrapponendosi così al bilinguismo coordinato e paritario, in cui le due lingue si ritrovano in una situazione paritaria, in riferimento alla loro utilizzazione e funzione comunicativa nella comunità.
Oltre all’italiano letterario, in posizione dominante, e all’albanese, in posizione subordinata, i parlanti di queste
comunità presentano nel proprio repertorio linguistico
anche il dialetto italo-romanzo locale.
Queste tre varietà coesistono tra loro in combinazioni
diverse di gradazione e di ruolo, e, spesso non si ha un uso
monolingue assoluto di una delle tre varietà, ma si ricorre
a diverse forme di commutazione di codice (code-mixing
e/o code-switching). Molteplici sono, infatti, i casi che manifestano un grado intenso di compresenza e frammistione di codici nel discorso di uno stesso parlante (cfr. BERRUTO 2007: 26-27).
Potremmo parlare, pertanto, di un contesto linguistico
diglossico (cfr. WEINRECH 1970: 83), poiché la scelta e
l’uso dei diversi codici linguistici da parte di ciascun parlante, all’interno di questa realtà plurilingue, appaiono
chiaramente differenziati e condizionati da una netta distinzione degli ambiti in cui vengono adoperate le due lingue (diglossia italiano-albanese), rappresentando l’italiano
il codice elevato (varietà linguistica “alta”, ingl. high), lingua di prestigio, l’unico codice scritto e l’unico codice orale per gli ambiti alti; l’albanese, il codice ristretto (varietà
linguistica bassa, ingl. low), usato nei rapporti di comunicazione spontanea, interpersonali ed orali, più diffuso nei
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centri urbani. Mentre l’italiano occupa ogni dominio linguistico, l’arbëresh si è progressivamente ridotto a settori
sempre più ristretti6.
In questo contesto, come ha evidenziato Francesco Altimari (ALTIMARI 2002: 35-45), l’arbëresh rappresenta
un “dialetto non coperto” ovvero un dialetto di cui i parlanti non conoscono la lingua letteraria ad esso linguisticamente coordinata e che rimane senza il tetto protettivo
dell’albanese standard e perciò maggiormente esposto all’influenza della lingua ufficiale italiana. Non esiste, quindi, una lingua arbëreshe letteraria comune tra gli Albanesi
d’Italia e tanto meno essa si può considerare come una variante linguistica autonoma all’interno della lingua albanese (cfr. SOLANO 1994: 81).
Le differenze linguistiche presenti, ci permettono di sostenere che esse non sono di per sé determinanti, né sufficienti per ipotizzare che la variante dialettale arbëreshe si
possa trasformare in una ‘lingua per elaborazione’ (Ausbausprache, secondo la terminologia di Kloss). «Tale sforzo - come ha affermato Altimari (ALTIMARI 2002: 3545) - risulterebbe inutile in quanto a efficacia comunicativa,
dovendo imparare una lingua del tutto artificiale, costruita o
restaurata a tavolino, non parlata in alcuna comunità e non
utilizzata in alcun contesto ufficiale». Possiamo dunque
concludere che le parlate arbëreshe, nel passaggio dalla tradizione orale alla scrittura, hanno senz’altro bisogno di
una lingua tetto, ed essendo l’albanese standard il tetto
omogenetico di riferimento, non si può prescindere dalla
sua esistenza in quanto tale. La lingua di minoranza deve
intendersi quindi, come il codice verbale della comunità
minoritaria, noto anche in riferimento alla comunità nazionale di origine e alla sua lingua comune e condivisa.
(cfr. HASHORVA, DE ROSA 2011: 89-90)
3. La minoranza linguistica albanese: dall’Ottocento al
varo della legge nazionale 482/99 Norme in materia
di tutela delle minoranze linguistiche storiche.
Se nei secoli passati, i conflitti e le persecuzioni avevano riguardato soprattutto le minoranze religiose, nell’Ottocento le minoranze linguistiche cominciarono a essere
considerate come un problema. Piuttosto che preoccuparsi della loro conservazione, si cercava al contrario di assimilarle, per formare nazioni compatte per lingua e cultura.
La preoccupazione di tutelare il patrimonio storico e
culturale rappresentato dalla lingua minoritaria emerse
principalmente nei circoli intellettuali ed ecclesiastici albanesi, minacciati dal centralismo nazionalista, tardando a
diffondersi al di fuori delle popolazioni interessate. Predominò in effetti, per tutto l’Ottocento e ancora nella prima
metà del Novecento, il principio di nazionalità, che associava il concetto di stato sovrano a quello di una unità geografica, etnica, linguistica e culturale. «Il nazionalismo,
portato poi alle estreme conseguenze dalla dittatura fascista,
favorì una crescente e progressiva italianizzazione nei costumi, nei valori e nella lingua, specie nei ceti medi ed intellet-
È opportuno precisare che il termine di bilinguismo composito che si contrappone al bilinguismo coordinato, nella letteratura
sociolinguistica anglosassone corrisponde al bilinguismo sottrattivo che si contrappone al bilinguismo additivo.
Come ha osservato Francesco Solano, la discontinuità territoriale ha favorito una maggiore penetrazione dell’elemento italiano
nelle varietà dialettali albanesi e ha impedito la reciproca interferenza delle parlate, fattore riconosciuto di arricchimento linguistico, che continua a provocare, nello stesso tempo, il loro lento, ma progressivo impoverimento. Cfr. Relazione di Francesco Solano a Palermo, in «Zjarri», anno VI, n. 1, San Demetrio Corone, 1974, pp. 3-9.
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Confluenze
tuali di queste comunità. […] In questo contesto, in cui veniva liquidata ogni forma istituzionale di difesa, finì con
l’assumere un ruolo importante il rito greco-bizantino, che costituì l’unico strumento di affermazione di una identità culturale sempre più minacciata» (cfr. BRUNETTI 2005:
150-151).
Vicende storiche varie e complesse hanno portato, nel
corso dei secoli, allo stanziamento sul territorio dello Stato italiano di comunità minoritarie, diverse per lingue, tradizioni culturali e condizioni sociali ed economiche. Lo
Stato italiano, sin dall’epoca della sua Costituzione, nei riguardi delle minoranze storiche linguistiche si era orientato sui principi affermatisi con la rivoluzione francese, secondo i quali esso doveva avere una sola lingua, quella della nazione; le altre lingue parlate sul territorio nazionale
dovevano essere considerate uno strumento da utilizzare
nei rapporti con i cittadini degli altri paesi per finalità di
ordine culturale oppure relegate all’uso quotidiano o familiare (cfr. MORELLI 2006: 6-7).
Il principio di nazionalità, che associava il concetto di
stato sovrano a quello di unità geografica, etnica, linguistica e culturale, declassava di fatto le altre lingue minoritarie, sia regionali che alloglotte, ad uno stato di marginalizzazione culturale e sociale. La lingua italiana era l’espressione della nuova nazione, lo strumento comunicativo ufficiale, il collante del processo di unificazione dell’Italia. A
fronte di una popolazione ancora profondamente analfabeta, l’uso dell’italiano in tutti i contesti ufficiali diventava indispensabile. Perciò i dialetti e ogni altra espressione
di diversità linguistica presente sul territorio nazionale italiano, venne contenuta, “cancellata” (cfr. ALTIMARI
2007: 137).
L’albanese, espressione linguistica minoritaria, venne
accomunato alle parlate locali o regionali, diventando una
lingua di bassa connotazione sociale.
Nel secondo decennio del Novecento, la tutela delle
minoranze comincia ad assurgere alla dignità di dottrina
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RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
politica. Tuttavia è solo a partire dagli anni’ 60 che la sensibilità verso di esse si diffonde più largamente, sebbene
tardi a tradursi in provvedimenti concreti. Cosicché le lingue minacciate, con poche eccezioni, continuano a subire
la massiccia pressione delle grandi lingue nazionali (vedendo restringersi la loro area di diffusione), e fattori quali la
scolarizzazione di massa, la maggiore mobilità della popolazione, la diffusione dei mass-media, compromettono le
aree linguistiche minoritarie più fragili.
Con la fine della dittatura fascista e l’avvento del sistema repubblicano, nonostante si affermi in Italia una coscienza politica e civile più attenta alla difesa dei diritti e
delle libertà democratiche dei cittadini e delle minoranze
alloglotte, la minoranza albanese viene di fatto ignorata
nel riconoscimento dei propri diritti. Sebbene l’art. 6 della Costituzione italiana «La Repubblica tutela con apposite
norme le minoranze linguistiche», sancisca il riconoscimento e la protezione delle minoranze linguistiche, con la possibilità di usare la lingua minoritaria nei rapporti con le
strutture pubbliche e nelle istituzioni scolastiche, quella
‘politica d’indifferenza’ continua a persistere nei confronti
delle minoranze albanesi.
È soltanto alla fine del 1999, che si assiste ad una chiara ed aperta presa di posizione da parte dello Stato, non
per una raggiunta maturazione politica in materia, ma per
lo ‘storico’ impegno di ricercatori e accademici (linguisti,
pedagogisti, sociologi, antropologi culturali), adoperatisi
affinché il problema della tutela delle minoranze linguistiche sfociasse nella formulazione di specifiche norme di tutela per le minoranze7. «Anche in Italia questa spinta ha
vinto vecchi equilibrismi e resistenze – frutto di un malinteso nazionalismo che aveva, per lungo tempo, impedito il processo di unità nella diversità che meglio avrebbe corrisposto
alla società italiana – e alla fine del ’99, si è giunti all’approvazione della legge nazionale 482 recante Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche» (cfr.
BRUNETTI 2005: 172).
Evidenziamo qui l’importanza dell’azione esercitata dal Consiglio d’Europa, che nell’affrontare il tema del pluralismo linguistico, in vista dell’espansione dell’Europa verso i Balcani, ha adottato due importanti documenti: la Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie (deliberata dal Comitato dei Ministri il 23 giugno 1992, ma entrata in vigore, nei primi cinque stati che
l’hanno ratificata, il 1 marzo 1998) e la Convenzione - quadro per la protezione delle minoranze nazionali approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 10 novembre 1994, ratificata dal Parlamento italiano con la Legge 28 agosto 1997, n.
302 ed entrata in vigore il 1 marzo 1998.
Circa settanta anni fa, nell’aprile del
1941, in conseguenza dell’occupazione
della Grecia e della Jugoslavia da parte delle potenze dell’Asse e degli accordi di
Vienna, vennero ridisegnati i confini degli
stati balcanici e ampliate le zone sotto il
diretto controllo dell’Italia che otteneva,
tra le altre cose, il Kosovo e l’Epiro da poter riunificare all’Albania, già sotto il controllo della Casa regnante italiana dal
1939. Per celebrare degnamente la vittoria, la Presidenza del Centro Studi per
l’Albania progettò la pubblicazione di
un’opera in due volumi dedicati rispettivamente al Kosovo e alla Ciameria. Ciascuno dei volumi avrebbe dovuto raccogliere lavori dei più autorevoli studiosi di
problemi albanologici riguardanti studi
storici, letterari, linguistici, etnografici e
scientifici. Titolo dell’opera sarebbe stato
Le terre albanesi redente. Il volume dedicato al Kosovo venne pubblicato nel luglio
del 1942, quello dedicato alla Ciameria,
che sarebbe dovuto uscire a breve distanza
di tempo dal primo, non vide mai la luce.
Oggi, attraverso i documenti custoditi
dall’archivio storico dell’Accademia dei
Lincei, è stato possibile ricostruire quel
volume e capire i motivi che indussero il
Centro Studi per l’Albania prima a organizzare la pubblicazione e, successivamente, a rimandarla sine die.
Formato 17x24 - Pagine 208
ISBN 978-90-6029-6-2
e 12,00
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
La legge n. 482 del 1999 prende in considerazione tutte le minoranze linguistiche storiche presenti in Italia, riferendosi anche a quelle di esigua consistenza numerica, e
afferma che la Repubblica, in attuazione dell’art. 6 della
Costituzione, salvaguarda la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e
croate, nonché di quelle che parlano il francese, il francoprovenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo.
L’aspetto più significativo dell’attivazione della tutela
consiste nell’introduzione, all’interno del sistema scolastico educativo nei territori coinvolti, dell’insegnamento della lingua della minoranza protetta, a fianco della lingua
italiana.
Il varo della legge n. 482 ha rappresentato un importante traguardo per il riconoscimento e la tutela della lingua e della cultura delle popolazioni albanesi presenti in
Italia, in particolare ha determinato in esse l’inizio di una
rinnovata fase linguistica, caratterizzata da un più ampio e
dinamico uso del codice minoritario, che viene ora a collocarsi in un nuovo contesto giuridico di tutela, determinando un mutamento dello status comunicativo delle minoranze, anche in quei contesti storicamente ad esse precluse come la scuola, la pubblica amministrazione e i
mass-media.
In ambito arbëresh, la normativa sulla scuola, prevista
dalla legge 482/99 ha rappresentato una grande opportunità per la formulazione di progetti tesi alla creazione di
reti tra scuole, all’interazione progettuale con il territorio,
all’inserimento delle iniziative progettuali nel Piano dell’Offerta Formativa, all’insegnamento della lingua albanese, alla preparazione di materiali didattici destinati all’insegnamento della lingua albanese nelle scuole dell’obbligo
(materne ed elementari) delle comunità albanofone (cfr.
MORELLI 2006: 18). Poiché la lingua, la cultura, le tradizioni arbëresh sono elementi ancora vivi nelle comunità,
la scuola più che svolgere un ruolo di sensibilizzazione, è
chiamata a valorizzare tali aspetti, «la valorizzazione e tutela della lingua non può essere scorporata dagli altri aspetti
della cultura d’appartenenza, ma deve essere protesa alla decodificazione del vissuto dei ragazzi» (cfr. BLAIOTTA
2006: 117, 122).
È importante che, nel processo di insegnamento-apprendimento, si costruiscano unità di apprendimento, che
utilizzino la lingua albanese accanto alla lingua italiana,
inglese e francese (plurilinguismo), coinvolgendo i docenti delle aree disciplinari interessate. In tale contesto, il ricorso all’uso del metodo CLIL (Content and Language Integrated Learning), sia nella scuola elementare che nella
scuola media, si rivelerebbe anche un valido strumento per
l’apprendimento delle lingue, in quanto può attivare nel
contempo una più stimolante acquisizione dei contenuti.
La contemporaneità o compresenza dell’insegnante di italiano con l’esperto di lingua arbëresh e l’uso simultaneo
delle due lingue, (passando dall’una all’altra lingua in modo spontaneo e senza forzature), favorirebbe il superamento dei limiti dei programmi disciplinari tradizionali. Un
qualsiasi percorso CLIL, dunque, se opportunamente
strutturato e progettato, oltre ad essere conforme alle iniziative progettuali del Piano dell’Offerta Formativa ed essere un’utile via per gli insegnanti (fornendo loro indicazioni pratiche ed esempi significativi), attiverebbe nei discenti processi cognitivi di ordine superiore, motivandone
efficacemente l’apprendimento.
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«L’approvazione della legge nazionale n. 482/99 e di
quelle regionali ha dato grande impulso a tutte le comunità,
ha attuato un articolo fondamentale della nostra Costituzione, riconoscendo sia che i diritti delle minoranze costituiscono motivo d’interesse anche per la maggioranza, sia che l’uso
della propria lingua e della propria cultura rappresenta un
fondamentale diritto umano» (cfr. MORELLI 2006: 13).
BIBLIOGRAFIA
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WEINRECH U., Languages in contact, Mouton, The HagueParis 1970.
* Ricercatrice di Lingua e Letteratura Albanese - UniCal
e.mail: [email protected]
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Confluenze
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È una raccolta poetica, la cui essenza è racchiusa in vibranti emozioni, in
ricordi ed evocazioni nostalgiche, in
sussurri e palpiti, in ragioni del cuore
ed atmosfere oniriche, che si avvicendano volteggiando come delicati petali di
un fiore, dal quale si staccano per l’improvviso soffio del vento. Con lirica riflessione l’autrice racconta di sé e dell’altro, ricorrendo alla variopinta tavo-
lozza del vivere quotidiano e proponendo un “viaggio” suggestivo, volto a far
cogliere l’approdo agognato: l’essenziale e l’amore, tesori inestimabili, apprezzati nella lorocristallina genuinità.
Francesca M. Elia
LE GEMME
LO SPECCHIO DEI MIEI ANNI
Lo specchio dei miei anni
Mi destai
Con la paura
Di riaprire gli occhi
Comet Editor Press
Ma il sogno
Non era finito
Perché tu eri lì
Accanto a me
Per sempre
ENZO GABRIELI
RADICI
Una fiamma
che brilla ancora
La fama sanctitatis
dell’Abate Gioacchino
Comet Editor Press
Con Gioacchino da Fiore molti
hanno dovuto rapportarsi nella ricerca
teologica e trinitaria, nel simbolismo,
nella profezia, nel biblico sogno di “cieli e terra nuova”. Fu un predicatore di
nella Provincia di Cosenza
a cura dell’Associazione
“Antonio Misasi”
FRANCESCA M. ELIA
Poesia
Un idillio era
La nostra vita
Le Chiese
dedicate al Santo
I LUOGHI DELLA STORIA
Tratto dalla Prefazione
a cura del Direttore di Collana
Flavio Nimpo
Sogno
Ho sognato
Di tenerti per mano
E insieme
Affrontare
Luce e tenebre
Ostacoli e pianure
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
Formato 15x21 - Pagine 64
ISBN 978-88-904820-6-9
e 8,00
speranza che è rimasto agganciato all’obbedienza della e nella Chiesa; che
ha saputo distinguere la ricerca dalla
contemplazione, che ha fatto sintesi di
diverse esperienze del monachesimo
orientale e occidentale di cui la Calabria, nella sua epoca, era ancora culla
feconda ed accogliente.
Ma non mancarono per lui incomprensioni e persecuzioni che storicamente hanno accompagnato la nascita
e lo sviluppo di tanti Ordini religiosi
nella Chiesa…(…)
(…) In questo volume sono raccolti dati relativi all’Abate già conosciuti e
assodati fra esperti ed appassionati, ma
anche alcuni inediti che sono emersi
nel lavoro decennale delle tre Commissioni costituite nella nostra Arcidiocesi
per conoscere ed approfondire questa
meravigliosa figura della Chiesa Cosentina.
Tratto dall’Introduzione
Formato 15x21 - Pagine 256+40 - ISBN 978-88-904820-0-7 - e 15,00
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Comet Editor Press
L’opera realizzata dall’Associazione “Antonio Misasi” di Cosenza nel
perseguimento dei suoi scopi si propone di illustrare attraverso l’obiettivo fotografico le località più suggestive, ai turisti italiani e non devoti di
San Francesco di Paola.
Il lavoro svolto ha assorbito gran
parte del tempo libero dei soci, che
giorno dopo giorno hanno posizionato tutti i tasselli dell’opera che proponiamo, che è patrimonio culturale
della nostra Regione e di tutti i Cristiani.
Nella realizzazione, fondamentali
sono stati i suggerimenti di coloro che
abbiamo interpellato nelle segreterie
delle dodici Diocesi calabresi.
Con l’auspicio di essere stati
d’aiuto alle persone che conoscono
solo il famosissimo Santuario di Paola, ci scusiamo per eventuali inesattezze e siamo aperti a tutti i suggerimenti dei molti che meglio di noi conoscono la storia di San Francesco di
Paola.
Formato 15x21 - Pagine 96
ISBN 978-88-904820-8-3
e 10,00
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Via Nazionale, 13 B
87050 MARZI (Cosenza)
Tel. 0984 983015
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
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FABRIZIO PERRI*
Restaurazione e repressione
all’origine dello Stato Unitario
I
150 anni dell’Unità d’Italia ci hanno consegnato un
quadro idilliaco dell’evento mentre sono passate sotto
silenzio, almeno a livello istituzionale, le molteplici
contraddizioni di un passaggio storico che ha creato fratture sociali, politiche ed economiche con le quali ancora
oggi si stenta a fare i conti, mentre spesso ci si appiattisce
su facili luoghi comuni.
Il Circondario di Rogliano, per le sue peculiari caratteristiche storiche, costituisce un laboratorio importante per
comprendere alcuni passaggi critici nella transizione verso
lo stato unitario.
Il contesto storico, è ormai noto e può essere fissato in
alcune tappe fondamentali.
Il 31 agosto 1860, il giorno dopo la disfatta dell’esercito borbonico ad Agrifoglio, Giuseppe Garibaldi nomina
Donato Morelli Governatore Generale della Calabria Citeriore. Lo stesso giorno Garibaldi, ospite dei Morelli a
Rogliano, detta i decreti con i quali abolisce la tassa sul
macinato, riduce il prezzo del sale e concede l’uso gratuito di pascolo e semina nelle terre demaniali della Sila.
Il 5 settembre, prima che i decreti si consolidino fattivamente, lo stesso Morelli, forte della sua posizione di potere, da il via ad una vera e propria azione restauratrice che
si sviluppa lungo due direttrici: una legale e l’altra di repressione preventiva. Da una parte si affretta a rendere vani i decreti di Garibaldi; bisognava assolutamente salvaguardare gli “amici” che per anni avevano usurpato il demanio silano e che vedevano come fumo negli occhi i decreti. Non si poteva permettere a Garibaldi di riuscire la
dove i Borboni avevano fallito quando nel 1838 cercarono di mettere argine alla legittimazione proprietaria delle
usurpazioni, alienandosi con ciò le simpatie del ceto benestante e firmando cosi la loro condanna politica. Furono quindi inevitabilmente chiare e suonarono come pietra
tombale posta sulle speranze di masse
di contadini, le prescrizioni del neogovernatore: “resta vietata ogni novità
di fatto, anche sui pascoli, in attenzione
di nuovi regolamenti che saranno emessi”.
Dall’altra Donato Morelli, l’8 settembre ordina di approntare “due compagnie di uomini fidatissimi per urgente
servizio di ordine pubblico”. Il 18 le
compagnie, agli ordini del Commissario Domenico Parisio iniziano una vera e propria azione di polizia “preventiva” in vari paesi fra i quali Santo Stefano e Mangone fino a Paterno, Tessano e Dipignano. L’obiettivo è, probabilmente, quello di tenere sotto pressione “preventiva” una popolazione
sempre più insoddisfatta e amareggia-
ta dopo la disillusione seguita all’arrivo di Garibaldi. Del
resto, Donato Morelli conosceva bene i pericoli che persone come lui, che avevano fatto del trasformismo politico
un’arte e della difesa dei privilegi acquisiti una frontiera
invalicabile, correvano da una ventata di ritorno reazionario.
Il pretesto per tali azioni era che alcuni reazionari progettavano di sobillare la popolazione spargendo o facendo
spargere voci allarmanti secondo le quali “il glorioso esercito d’Italia meridionale fosse stato interamente disfatto dalle
armi borboniche”. Le perquisizioni naturalmente non portarono ad alcun risultato apprezzabile e al commissario
Parisio, uomo di trascorsi politici che ne avevano forgiato
acume ed esperienza, non sfugge l’inutilità dell’azione repressiva. Si rende conto che se in quei paesi esistono deboli focolai di reazione, si tratta per lo più di private vendette che si nascondono dietro presunti complotti. Basterebbe che i capi della Guardia Nazionale fossero più pronti a reprimere “le voci sedizione e ad assicurare i spargitori”
, mentre i liberali, che dovrebbero favorire il consolidamento del nuovo governo, pensano solo a regolare i loro
affari standosene in disparte e non vigilando abbastanza.
Il Commissario decide quindi di evitare irruzioni nei
paesi di forze di polizia che sarebbero servite solo a terrorizzare inutilmente gli abitanti, e di proseguire da solo il
viaggio di conoscenza sulla situazione dell’ordine pubblico nel circondario.
Domenico Parisio era un funzionario accorto e moderato. Fine osservatore e lucido analista della realtà socio
politica del Circondario, egli non sottovalutava certo la situazione, pur non lasciandosi sfuggire lo stato di malessere e la potenziale forza dirompente e destabilizzante a cui
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Confluenze
la fragilità e le contraddizioni delle nuove istituzioni poteva portare. Il Commissario non mancherà di far rilevare al
Governatore la sostanziale positività dell’atteggiamento
della gente verso il nuovo Governo mettendo in rilievo
l’importanza e l’utilità del suo viaggio per i paesi, che era
servito a dare fiducia e coraggio alla gente e a rafforzare il
legame con le nuove istituzioni, facendo capire che “il governo ha forza, ha occhi ed energia”.
Tutto il suo acume, la sua conoscenza del territorio e
delle genti che lo abitavano, Domenico Parisio lo dimostrerà nel lungo e articolato Rapporto sullo spirito pubblico
della Provincia che il 31 ottobre 1860 farà recapitare puntualmente al Governatore Morelli. Relazione ricca di
spunti, notazioni di malcostume e intuizioni quasi profetiche su un malessere sociale che di li a poco avrebbe costituito l’humus del brigantaggio post-unitario.
“ Innanzitutto – scrive
Domenico Parisio – parlerò
degli arruolamenti e degli
arruolatori i quali sono oramai addivenuti di peso alla
provincia e di carico allo stato senza nessun prò. Negli ultimi due mesi scorsi alquante
migliara di volontari sonosi
arruolati in Cosenza in Rogliano in Spezzano Albanese
in Rossano in Acri in Pedace,
insomma in molti punti e
certo è stato questo il lodevol
e in parte assai util fatto, perochè ha mostrato come i
bravi calabresi fosser davvero
volenterosi e pronti a combattere per la causa nazionale e le
valorose schiere del prode dittatore Garibaldi finirono ingrossate di gente non meno valorose e che certo ha dato bella prova di coraggio. Ella non di tutti puosi dir lo stesso, che molti,
i quali eran costati allo stato un danaro immenso, se ne son
tornati e vanno tuttavia tornando alle proprie case”.
Perché tutto ciò? Si chiede il funzionario di polizia.
Per quanto riguarda gli arruolatori, egli pone l’accento
sul fatto che alcuni di essi, non si sa da chi autorizzati,
“vanno ancora circolando pei paesi raggranellando qualche vagabondo, perseguitando borbonici sbandati affin di incorporarli nelle loro compagnie e, quel
che è peggio, molestando e irritando le
popolazioni, e sopra ogni cosa spendendo
a larga mano, senza controllo e senza alcun vantaggio, il pubblico danaro”.
Il Commissario Parisio si domanda
il perché di questa mania di arruolare
sempre nuovi volontari quando si sa
benissimo che resteranno per qualche
mese e poi diserteranno: “sarebbe tempo che si fatti inconvenienti avessero fine
… Sarebbe perciò salutare che si cessasse
da un sistema di arruolamento che altro
risultato non da se non che disgusto ed
un gran quanto inutile dispendio. E sarebbe pure salutare che si cessasse dal
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
perseguitare i soldati appartenuti all’esercito borbonico, intorno ai quali è necessità che io mi trattenga alquanto”.
A questo punto, l’acuta analisi di Domenico Parisio arriva al nocciolo della questione, affrontando i punti cruciali che la miopia dei nuovi governanti non riusciva oppure non voleva vedere, o peggio ancora, incoraggiava, ma
che fu una delle cause della reazione brigantesca.
“Dalla violenza – continua Domenico Parisio – siccome
è inutile, ne nasce la reazione. Infatti tutti quei sbandati che
di ripigliar servizio non vogliono saperne, come appena sospettano che si potesse andare in traccia, escono in campagna
e minacciano di comporsi in bande. Di qui gravi allarmi nè
paesi, e nuove difficoltà e pericoli, a quali non si potrebbe opportunamente provvedere stante le difficoltà dè tempi e i pochi e incerti mezzi che le autorità si hanno.
E posto che si riuscisse ad
avere tutta questa gente avversa ed ostinata, mi permetterei domandare, sarebbe poi
buono incorporarla nelle fila
del glorioso esercito nazionale? A me pare che sarebbe
consiglio più prudente lasciarla quieta e …. tenerla
d’occhio si ma non spingerla
a promuovere turbolenze”.
Un’analisi puntuale che
non lascia spazio ad alcun
fraintendimento e proveniente da fonte non sospetta.
L’effettiva pericolosità
di quelle manifestazioni di
dissenso più o meno organizzato che vi furono nel periodo compreso fra il famoso
proclama in cui Garibaldi annunciava “al mondo” la resa
dell’esercito borbonico ad Agrifoglio e la proclamazione
dell’Unità d’Italia nel marzo del 1861, nella maggior parte dei casi erano sopravvalutate ad arte da un potere che
cercava faticosamente di legittimarsi con l’uso della forza
e della repressione. Un potere che per nascondere la difesa di privilegi secolari spostava l’attenzione sulla vigilanza
e la prevenzione di immaginari complotti il più delle volte sostenuti da accuse blande e prive di
fondamento. Spesso le accuse nascondevano altri e più reconditi motivi che
trovavano origine in private vendette e
rese di conti, trascinatesi negli anni,
che aspettavano il momento storico
offerto dal cambio di regime, per
esplodere in tutta la loro violenza. In
realtà le apparenti motivazioni di ordine pubblico che stavano alla base delle azioni di polizia, erano spesso l’involucro entro il quale si consumavano
dissidi, piccole faide paesane e soprattutto i grandi interessi di una classe
dominante che mirava salvaguardare il
propri privilegi.
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* Sociologo
e-mail: [email protected]
Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
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ANTONIO D’ELIA*
La storia del dramma della guerra nel Savuto
letta dalla narrativa di Ezio Arcuri
l romanzo di Ezio Arcuri: Voglio guardare il sole. Storie dottrina suggeritale dalla figura paterna (annientatore quedi Resistenza nella valle del Savuto segna a nostro dire st’ultimo di perbenismi borghesi piccini), ratio che, tuttauna tappa importante del percorso creativo dello scrit- via, portata alla estrema rigidità sfocia in una chiusura. La
tore. Nell’opera che presentiamo, infatti, l’autore ri-siste- quale non appartiene, invece, alla endemica acutezza della
ma nel nunc, con perizia storiografica ed appassionante Professoressa. Tutto ciò sin dall’inizio del romanzo è ribaldiegesi rievocativa, l’esistenza di persone, di gruppi, che tato in e da un’altra figura femminile, Alina, giovane donhanno vissuto drammaticamente la tragedia della seconda na polacca, emigrata in Italia per far “vivere bene” la figlioguerra mondiale unitamente alla Resistenza (appunto di letta lasciata nella disagiata patria: l’asse conoscitivo dell’asingoli e di comunità) e che non si sono piegati al male nimo umano che lo scrittore è attento a cogliere nelle pieghe riposte e nei labirintici aggiramenti cerebrali di ciasgravato dall’insensata follia del totalitarismo-totalismo.
L’autore ci porge, dunque, nella fictio narrativa il reso- scun “attore” focalizza nei drammi di ogni singolo persoconto di vite incardinate le une alle altre dalla depravazio- naggio, appunto, la parabola sempre complessa dell’esine della dittatura e dall’iniquo potere nazi-fascista auscul- stenza.
Alla Professoressa viene affiancato diremmo il diretto
tando, dall’osservatorio privilegiato della testimonianza
che riceve, ciò che la memoria non può cancellare: i fatti. intestatario del racconto: il giovane “Professore”, nella
La scrittura stessa diventa il monito a non dimenticare ed quale figura leggiamo il corrispettivo maschile della protaa incrementare la ricerca di senso dell’uomo. Il testatore, o gonista, ma non solo. Egli rappresenta il personaggio che
meglio la testatrice, che nel racconto non ha un nome, ma è incaricato di far scatenare la narratio con il domandare,
è indicata con il titolo accademico, ossia la “Professoressa”, porge, dopo aver
attraversato una lunga esistenza, in
quel nunc precedentemente citato, ciò
che ha visto e ciò che ha combattuto.
Significativamente l’irrequietezza intellettuale della donna, il suo rigore
etico ed estetico, l’ampia cultura disegnano anche l’intransigenza “caustica”,
che non sopporta ignoranza e superficialità e che non vuole premiare per
falso buonismo l’irridente progresso,
avvertito a tratti come depauperazione
della civiltà. Un falso progresso, quindi, verso il quale l’impegno soprattutto culturale ma anche materiale di resistere, appunto, a qualsiasi dittatura
cerca di non far deviare l’essere verso il
brutale qualunquismo, padre di ogni
tirannia. Progresso che infine viene
tollerato, anzi diventa, quando ben indirizzato, motivo di coesione tra scienza-tecnica e bene dell’uomo.
L’azione incipitaria del racconto si
apre, dunque, con la Professoressa in
aperta polemica con il mondo di oggi
(la figura del nipote, che non vuole appropriarsi delle carte che la Professoressa conserva, non per vanità antiquaria, ma come “supplemento” per la verità, disegna i tratti di un mondo che
non avrebbe interesse per la libertà), e
l’osservanza estrema di una ratio, mentale e formale, attinente, appunto, al
rigore di comportamenti. I propri senMarzi - Il Ponte “Nuovo” sul fiume Savuto
titi e raggiunti nell’esemplarità di una
I
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Confluenze
appunto, alla donna i tempi della guerra e gli accadimenti personali entro una formula narrativa tesa ad inglobare
il valore cronachistico e la sapienzialità storiografica che
l’analessi continuamente dibattuta nel romanzo (un prima
e un poi che si rincorrono) non riduce al semplice rendiconto, ma concorre alla verifica del tessuto gnoseologico
come proiezione di alto valore ideologico. Dietro il giovane Professore l’indicazione diegetica dell’autore è “indicativo figurale” preciso.
Una esposizione, quella della Professoressa (che ella fa
primariamente e quasi fino alla fine in sé stessa), collega il
territorio della Valle del Savuto (luogo nel quale, per la
gran parte del romanzo, si svolge l’azione primaria: da esso l’opera abbraccia realtà che coinvolgono fatti di interi
nuclei familiari e persone singole: Adele ed Emanuele,
ebrei polacchi internati tra Rogliano e Ferramonti; la storia di Ernest Barnard, medico divenuto illustre docente a
Roma) alle vicende di uomini e donne, per lo più lavoratori della terra, ma anche artigiani-artisti, come nel caso di
Mastro Pietro e Mastro Franco (maestro e allievo: sarti a
Cosenza e fortemente legati al territorio gravitante tra Rogliano, Scigliano, Carpanzano e Marzi) con la propria dignità, che è sempre, quando sa paradossalmente imporsi
con decoro ed intelligenza, appunto, libertà. La quale viene, secondo la nostra analisi, dallo scrittore costantemente “coscientizzata” (una coscienza che si responsabilizza nel
mentre si attua). Ed ecco un tratto a nostro dire decisivo
Ferramonti - Una veduta del campo di concentramento
dell’opera, che vive nel rapporto dialettico ed affascinante
tra ciò che il lavoro procura e ciò che ataviche e barbare assuefazioni ritualistiche perpetuano non solo in ambito
paesano. Da qui un ampio squarcio della vita soprattutto
del Mezzogiorno, della Calabria, in specifico, e quindi
particolarmente della valle del Savuto in cui l’antico retaggio feudale persiste alla fine degli anni trenta del Novecento contribuendo alla fortificazione dell’“ideologia” e del
movimento fascista in Italia, e non solo.
L’autore ci presenta i piccoli signorotti incrostati da boria per un passato di pseudo-glorie appartenenti ad ante-
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
nati che hanno per lo più costruito sulla politica anticulturale delle masse patrimoni e professioni a discapito, appunto, dei molti (una ripresa derivante da un filone narrativo di ambiente soprattutto siciliano della fine dell’Ottocento e degli inizi nel Novecento, presente in molti autori
meridionali, ma non solo). Ma lo scrittore segnala anche il
rapporto tra il piccolo proprietario (in questo caso Mastro
Pietro, emigrato in America e ritornato in Patria con un
po’ di soldi) e il suo colono: un mondo che ricalca il nuovo approccio proprietario-lavoratore (la cui struttura diegetica è presente ampiamente soprattutto nella nostra letteratura meridionale). A ciò lo scrittore affianca l’umore e
la volontà di molti personaggi di emergere con serietà e disciplina, ossia moralmente: persone cioè che aderiscono ai
tratti di una conoscenza che non deve piegarsi ad alcuno.
Ecco il caso del già richiamato Pietro (con la sua storia
personale di lutto per l’unico figlio tragicamente scomparso, la partecipazione politica recepita e vissuta in modo sano: ampia visione del quadro generale europeo e mondiale è dato al lettore) educato ai valori di un socialismo non
semplicemente partitico, ma sempre attento al rapporto
uomo-io-società; come pure i tratti di un’etica profonda
germinante dai genitori di Franco dediti all’educazione del
figlio nel rispetto della bellezza, che è sempre figlia del sacrificio. Quello subìto anche a causa dell’ignoranza e dal
suddetto rito feudale, che nel rapporto “nobile”-“servitore” incrementa la violenza e gestisce esistenze fatte da incontri delineati (come
nel caso di Giuditta)
dalla
depravazione,
sgravata sì dall’indigenza, non solo materiale,
ma soprattutto culturale, gestita da un libertinaggio che vuole avere
nella soddisfazione dei
sensi l’unico scopo.
Indigenza ha nel romanzo una duplice
funzione: da un lato
porta le menti ad esercitarsi sempre più nella
ed alla violenza, e, dall’altro, spinge l’io a tentare di comprendere, a
costo della vita, il già richiamato senso dell’esserci. Queste due direttrici si fronteggiano costantemente nel racconto mostrando l’interesse primario della
poetica narratologica. La quale vuole avere programmaticamente un valore paidetico; ma anche un’azione pedagogico-didattica volta, appunto, ad abilitare la Storia alle
nuove generazioni attraverso l’uso di storie, e le nuove generazioni alla Storia. Questa procedura è presente in molti autori contemporanei con affini scopi che rintracciamo
anche nell’Arcuri: memoria, passato, presente, futuro.
Il richiamo, appunto, agli avvenimenti bellici, dettagliatamente descritti, i quali occupano parte del romanzo,
si intrecciano con le vicende del territorio (dati storici: il
bombardamento di Cosenza; figure importanti quale
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
Kjeh_W $ E_Yheijeh_W
quella di Pietro Mancini; l’attenzione data ai campi di cremento di Franco dell’arte sartoriale trasmessagli dall’econcentramento di Auschwitz, ma anche, se pur in moda- sempio di Mastro Pietro; il vivere “al meglio”, il sopravvilità differenti, l’esperienza della dittatura comunista attra- vere con decoro alla detenzione nei campi di concentraverso la storia di Alina, e no solo; così come le figure di mento; il rapporto difficile tra gli stessi resistenti; la volonHitler, Mussolini, Stalin) è un costante ricavare dalla Sto- tà di rompere con schemi logori, viziati dal plagio di un
ria (che è drammaticamente intessuto da dialoghi delicati falso rigorismo, come nel caso della stessa Professoressa).
La libertà, l’andare verso il sole è il proposito morale
e spesso interrotti dalla brutalità del potere). Essa è tradotta dall’attestazione offertaci mediante la sagacia dello scrit- dell’intera testimonianza raccolta dal giovane Professore,
tore, che si sofferma nell’esperienza della Professoressa, sul- il quale si fa garante di trasmettere ciò che ha studiato e
la sfida di decostruire l’ars oblivionis (nella quale rientrano ciò che ha vissuto nel racconto della Professoressa. Divei qualunquismi e i biechi trasformismi, come nel caso del nendone assieme custode e testimone a sua volta. Non c’è
podestà di Scigliano) per incrementare l’ars memoriae (af- rifiuto del progresso, esiste perplessità per non poterlo befidata alle carte della Professoressa). In senso tutto proble- ne individuare. Il romanzo segue l’esempio di un’azione
matizzante: occorre sottolineare, infatti, come vengano ri- letteraria volta a trasmettere per non dimenticare (è preportate con gesto descrittivo pulito i tratti sani di molti, sente anche una volontà di descrizione – tendente a non
che, pur partecipando dell’ideologia fascista, hanno mostrato il senso della pietas.
Una pietas dettata dall’umanità viva del soggetto e non dall’ideologia, ovviamente! Quella stessa che per una sedimentazione data anche dal rapporto con una vita gravata unicamente dal dovere (è la vita
della Professoressa, esistenza
“svolta” a Milano, spazio in
cui “esercita” il suo lavoro di
insegnante e quello di resistente al fascismo) e da una educazione sbagliata (esempi di
donne rigide come la madre o
donne fattive come Giorgia
legata nella figura letteraria
con la Professoressa all’azione
Ferramonti - Una veduta del campo di concentramento
resistenziale) permette l’atto
liberatorio, che è il racconto
stesso. Ossia racconto come possibilità, in questo caso uniformare gli avvenimenti, le ideologie e i trasformismi
estrema possibilità di salvezza anche da sé stessi. Secondo soprattutto politici – non revisionista, di cattivo libertiuna raffinata-prestigiosa interpretazione critica che voglia- naggio revisionista). L’opera ci fornisce diversi punti di rimo qui indicare e che vede nel Novecento un importante flessione, che, tuttavia, vanno a concentrarsi nell’amplia“sistemazione-innovazione” di questo concetto-pensiero mento di una scrittura che ha bisogno di narrare partendo dal vero. Un modello questo che molto ha prodotto e
letterario, tuttavia variamente abilitato-disabilitato.
Il riedificare a partire dall’ascolto segna in tutto il ro- continua a produrre non solo in ambito nazionale, avenmanzo l’importanza dell’uomo oltre ogni pregiudizio, non do alle spalle grandi esempi narrativi costruiti su questa
solo politico, ma anche religioso (è il caso della Professo- stessa intentio (come precedentemente ricordato). Un
ressa e dal rapporto di questa con la madre, di Mastro Pie- progetto narrativo, quello di Ezio Arcuri, garante, quindi,
tro e della sua alta e profonda religione laica; ma è pure il nella pulizia del proprio tessuto discorsivo lineare, dell’ecaso del Decano di Scigliano, ieratico e classista, chiuso thos, appunto, che si attua quando si accoglie l’esperienza
anche per paura del potere e, assieme, spinto in fine a da- (Erfahrung), ossia quando non si separa anche nell’arte
l’uomo dalla vita. Quando si fa benefica resistenza. Resire all’umanità la precedenza).
Un edificare nell’umanità, non fuori da essa è l’elemen- stenza che avviene, e quindi salva, sia come esperienza
to poeto logico-narrativo che più di ogni altro ci convince singola che come esperienza collettiva. Così come il giodel romanzo e che Arcuri costantemente sottolinea anche vane Professore ha recepito dalle storie raccolte diremmo
nelle ampie pagine descrittive di una natura che dà e che dalla valle del Savuto, la quale diventa il palcoscenicotoglie (la campagna della Valle e i paesaggi derivati da al- soggetto primario per il quale la narrazione si attua in vitri resoconti riguardanti, la Polonia, la campagna inglese), sta di una libertà che solo la purificazione (cioè il racconma che in ogni caso è dall’uomo gestita al fine di render- to, che è in sé libertà, testimonianza e Resistenza a un
sela amica e partecipe del proprio (così il ritorno di Um- tempo) può garantire.
berto): il rapporto tensivo con la difficoltà di “potercela fare”. Un costruire, comune a tutti i personaggi, non solo in * Dottore di Ricerca in “Scienze letterarie retorica
e tecniche dell’interpretazione” - UniCal
termini materiali, ma anche spirituali (l’amore nato nella
e.mail: [email protected]
bellezza della spontaneità dei cuori: Franco e Linda; l’inPagina 2 9
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
EUGENIO MARIA GALLO*
Rivelazione del soggetto individuale, del soggetto collettivo
e della tradizione nella musica della Taranta
S
criveva Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione) che la musica propone l’essenza del mondo in modo immediato, per intuizione, cosa che la filosofia fa in modo mediato, per mezzo del concetto. “In
tutta questa trattazione – sottolineava A. Schopenhauer –
mi sforzai di chiarire che la musica esprime, in un linguaggio altamente universale, con una materia specifica (semplici suoni) e con la più grande verità e determinazione,
l’intima essenza, l’in sé del mondo; ciò che venne, secondo
la sua più limpida estrinsecazione, passato sotto il concetto
di volontà”1. In questo senso, la musica viene a proporsi
come una delle migliori forme, se non la più elevata, di conoscenza. E la conoscenza, come coordinata del processo di
apprendimento, si coniuga con la funzione di insegnamento, che soprattutto è sublime momento di educazione dell’uomo alla consapevolezza. Musica ed insegnamento, pertanto, si pongono sul medesimo piano, non certo nel senso che la musica possa essere semplicemente mezzo capace
di fornire competenze specifiche, quali quelle che riguardano il suo campo, ma soprattutto perché è e può essere metodo pedagogico, anzi, essa stessa, sotto un certo aspetto, è
e può essere pedagogia. Essa, in fondo, con la propria armonia, richiama l’armonia del cosmo e la comunica, un’armonia che è l’essenza stessa della vita e del comune vivere
del cosmo e dell’uomo. Non è giusto, però, parlare di musica come pedagogia, forse è meglio parlarne come educazione. Sì, perché l’educazione è il processo messo in atto da
tutti i fattori educativi, mentre la pedagogia ne costituisce
il momento riflessivo2. E fra i fattori che concorrono all’educazione, dal diritto alla religione, dall’ambiente naturale
alla psicologia, un ruolo fondamentale può rivestirlo, e lo
riveste, anche la musica. In Grecia, precisamente nell’antica Atene, la musica, grazie al proprio passo ritmico, era fatta proprio per l’educazione in quanto significava, sì, suono
di strumenti, ma soprattutto equilibrio. L’ideale ad Atene
era la calocagathìa, cioè l’armonia, la sintesi particolare di
bello e buono, che si poteva raggiungere non semplicemente nel perfetto equilibrio fra mente e corpo (mens sana in
corpore sano, scriveranno in seguito gli antichi romani), ma
nella giusta sintonia fra bello (calòs) e buono (agathòs), dove il buono non è ancora ciò che si coniuga con il piano eti1
2
3
4
5
6
7
co, ma è qualcosa di pratico, una specie di virtù tecnica e
concerne quella personale capacità dell’uomo che, oggi, si
estrinseca nel dominio e nella padronanza di sé3. Ebbene,
la musica, in quanto arte e sublime ed assoluta forma di conoscenza, per gli antichi, era e costituiva un momento del
processo educativo che, attraverso l’ascolto, sollecitava il
sentire, cioè la capacità di avvertire e di portare fuori ciò
che è dentro. La musica, cioè, aveva ed ha un potere maieutico, che si svela nella capacità di far venire alla luce il meglio di ciò che è dentro, l’essenza, l’identità, anzi ciò che costituisce la personalità di una persona, ma anche le radici
che sono patrimonio comune di una comunità, di un popolo. La musica, allora, si fa essa stessa essenza dell’essere
dell’uomo, di un popolo, di un mondo, di una cultura. Essa, secondo la filosofia e i filosofi, è possibilità aperta di cogliere, per intuizione, una dimensione superiore; e questa
intuizione può estrinsecarsi secondo la natura della conoscenza o del sentimento4. Sempre secondo il pensiero filosofico, la musica è però anche una tecnica espressiva. In
quanto tale, scriveva il filosofo Aristotele, “non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare,
ma per usi molteplici, poiché può servire per l’educazione,
per provocare la catarsi e in terzo luogo per il riposo, il sollevamento dell’anima e la sospensione dalle fatiche. Da ciò
risulta che bisogna far uso di tutte le armonie, ma non di
tutte allo stesso modo, impiegando per l’educazione quelle
che hanno un maggiore contenuto morale”5. Torna grato,
a questo punto, prendere in considerazione, nella prima accezione del termine, la natura conoscitiva della musica e,
nella seconda, l’aspetto dell’educazione. E allora la musica
cosa consente di conoscere? Ebbene l’oggetto della musica
è la realtà suprema, divina o come armonia o come Principio cosmico6. In questo secondo caso, la musica “è l’autorivelazione di questo principio nella forma del sentimento”7. Ma in che senso è motivo di educazione? Se la musica è “rappresentazione del sentimento”, allora, attraverso il
sentimento, essa sollecita al “principio cosmico”. Si potrebbe ritenere che il discorso stia prendendo una piega metafisica. Eppure se ne può fare e dare anche una lettura diversa. In fondo il Principio cosmico lo si può anche spogliare
di ciò che induce a pensare all’Assoluto o solo e semplice-
Cfr. A. Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione” a cura di G. Riconda, U. Mursia & C. Milano 1969, p. 307
Scriveva N. Abbagnano in merito al termine pedagogia; “Questo termine che in origine significò la pratica o la professione dell’educatore è passato poi a significare qualsiasi teoria dell’educazione; intendendosi per teoria non solo un’elaborazione ordinata e
generalizzata delle modalità e delle possibilità dell’educazione ma anche una riflessione occasionale o un presupposto qualsiasi
della pratica educativa”, cfr N. Abbagnano, “Dizionario di filosofia” Unione Tipografico- Editrice Torinese, Torino 1964, p. 638
Giovanni Giraldi, per quanto concerne i concetti di educazione e di pedagogia sosteneva: “Alcuni hanno identificato le due discipline. Ma è necessario porre una distinzione ben chiara e restarvi fedeli. Prima viene l’educazione, poi la pedagogia…L’educazione comprende tutti i fatti educativi, mentre la pedagogia è la riflessione su questi fatti”, cfr. G. Giraldi, “Storia della pedagogia”,
Fondamenti filosofici, Basi scientifiche, Ordinamenti scolastici, Armando Editore Roma 1966, p. 5
Cfr. G. Giraldi op. cit. p. 56
Cfr. N. Abbagnano op. cit. p. 584
Cfr. Aristotele, “Politica” VIII, 7, 1341 b 30 sgg. in N. Abbagnano op. cit. p. 586
Cfr. N. Abbagnano op. cit. p. 585
Cfr. N. Abbagnano op. cit. p. 584
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
mente all’Assoluto. La musica, infatti, in quanto “bel gioco di sensazioni”8, è anche possibilità di richiamare l’uomo
ad una dimensione di “Principio cosmico” che non è l’Assoluto o solo l’Assoluto, ma è l’essenza umana dell’essere, la
realtà naturale in cui l’uomo si radica, da cui egli, in questo mondo, nasce e proviene e che sollecita un processo di
identificazione non di natura escatologica, ma umana e
geografica. Ascoltando, ad esempio, un brano legato ad un
certo tipo di musica, con determinate espressioni di fughe
e ritorni, con un ben preciso
tipo di ritmo e di combinazioni di suoni, si è indotti ad
affermare che esso appartiene
ad un determinato genere
musicale e, immediatamente,
il genere tipico richiama il
luogo in cui esso si radica, il
tempo cui appartiene e la
particolare comunità che lo
esprime. D’altro canto, la
musica è anche cultura e, in
quanto cultura, esprime ciò
che è necessario, se non fondamentale, per la formazione
dell’uomo. Ma è anche ciò
che è la dimensione dell’esprimersi dell’uomo, cioè la
civiltà. Essa, pertanto, costituisce un aspetto fondamentale dell’educazione dell’uomo, e nel senso dell’antico
concetto greco di paideia
(educazione dell’uomo), e
nel senso di insieme degli elementi di vita di una società,
di una comunità, di un popolo. In questo secondo senso, essa riflette quella che è l’anima di un popolo, di ciò che
costituisce le radici e le coordinate essenziali di una civiltà
che si tramanda ed è da tramandare di generazione in generazione. La musica, in quanto cultura, esprime, pertanto, le condizioni di fondo dell’identità di un popolo, l’anima di una comunità che vi si riconosce e vi si identifica, ma
esprime altresì l’io di una persona. Si pensi al sirtaki, al flamenco, al tango, al jazz. Si pensi alla taranta e alla tarantella, tanto per restare in tema e in sintonia con la nostra terra. La tarantella “è stata adottata dalla musica pura – si legge sull’enciclopedia Pomba – ed è divenuta una delle forme
preferite per i movimenti di carattere brillante”9.
Ebbene, la musica della taranta e della tarantella riveste, per noi, un’importanza particolare, che si lega alla nostra memoria umana e storica. Essa è l’anima della nostra
terra e ci consente di collegarci, immediatamente, alle nostre radici. In un tempo come il nostro che si pone, sempre più, domande di senso, la taranta e la tarantella po-
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trebbero offrire, e secondo me la offrono, l’opportunità di
dare senso alla nostra stessa vita, poiché, nel restituirci alle nostre radici, ci richiamano alla nostra identità di popolo, alla nostra civiltà, alla nostra personale memoria di
esperienza e di vissuti, svolgendo, così, per noi, un forte
momento educativo. Spesso, il viaggio nella memoria è
fatto solo di ricordi vaghi e di immagini sbiadite, di documenti interessanti e utili, ma forse un po’ freddi per i non
addetti ai lavori. La musica, però, ha la capacità di ravvivarli e di restituirli in tutta la
loro vitalità.
Così è per la taranta e per la
tarantella in cui vive il mondo
delle nostre radici, un mondo
che ci appartiene e che ha segnato la vita dei nostri avi, dei
nostri nonni, dei nostri genitori
e anche di noi stessi. E di questo
mondo, in cui si pongono non
solo le coordinate delle nostre
radici e delle nostre origini,
consolidate nel tempo, nella tradizione, nell’arte, nella storia,
nella fede e nella religiosità, ma
anche il senso del nostro presente, la musica ripropone l’essenza
e la fa rivivere nel suo folklore e
nella sua cultura, in una felice
sintesi di “cultura dei più” o degli umili e di “cultura ufficiale”.
Ed è questo che taranta e tarantella offrono, costituendo un
importante momento educativo
sul piano del senso di sé e dell’identità relativa al comune sentire del popolo cui si appartiene.
La musica della taranta e della
tarantella, con le sue note, produce una melodia che è sintesi osmotica di passato e presente, cioè di un presente in
cui continuano a scorrere le origini. “Nel corso di una melodia, – scrive Marius Schneider – se non sapessimo custodire con la memoria tutto ciò che fu detto dall’inizio, mai
comprenderemmo il presente che perennemente cammina
in avanti. Per scoprire il senso di una melodia pur seguendone la progressione nel Tempo bisogna anche udirla retrospettivamente in ogni melodia, il passato penetra nel presente e forma con esso un tutto. Esiste perciò una specie di
tempo sonoro che va avanti e, contemporaneamente, un
tempo mentale che va indietro. Il Tempo che progredisce può
far pensare ad un bastimento che naviga in direzione di una
meta; il Tempo retroattivo, invece, fa pensare al rematore
che volta la schiena alla meta (al futuro), e tiene fisso lo
sguardo, con fiducia, sul punto di partenza”10. E quel che
insegna è la via delle origini e delle radici per dare senso ed
indicazioni di appartenenza alla propria vita; insegna la via
8 La “nozione” è di Kant, cfr. N. Abbagnano op. cit. p. 586
9 Cfr. Enciclopedia Pomba vol. II L- Z, Quarta Edizione Unione Tipografico- Editrice Torinese,
10 Cfr. M. Schneider “La nozione del tempo nella filosofia e nella mitologia vedica” in Aa. Vv.,
Torino 1953 p. 1093
“Ecologia della musica: saggi sul
paesaggio sonoro” a cura di A. Colimberti, Donzelli, Roma 2004 (ID., “La nozione del tempo nella filosofia e nella mitologia
vedica”, in “Eternità e storia: i valori permanenti del divenire storico, a cura dell’Istituto Accademico di Roma, Vallecchi, Firenze 1970, pp. 203- 214) pp. 35 sgg., in PP. De Giorgi “Il tarantismo come mito. Dagli errori di De Martino alla rivalutazione
del pensiero mitico”, Congedo Editore Galatina (Le) 2007, p. 40
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Confluenze
della “presenza”, la quale, secondo P.P. De Giorgi, “è la necessità ontologica dell’uomo di percepire se stesso come valore, persona, individuo attivo all’interno del gruppo e del
mondo, ma dal gruppo stesso separato, non confuso con il
mondo esterno e quindi non privo di libertà e capacità decisionale”11. La presenza, pertanto, come evidenzia lo stesso De Giorgi, si fa compresenza. E, a buon diritto, come
giustamente evidenzia nel proprio saggio sul tarantismo il
De Giorgi, P. Boumard afferma che l’educazione tesa a “costruire dispoticamente una sola identità va completamente
ripensata”12. Si tratta, cioè, di tener conto del fatto che l’identità di una persona è sintesi di identità. “In senso opposto all’etnocentrismo europeo di quasi tutto il Novecento e
di De Martino, oggi – scrive il De Giorgi – il gioco delle
identità si ripresenta, su scala mondiale, nella riaffermazione del valore della cultura etnica e tradizionale. Le identità
etniche vengono rifondate per contrastare il massificante e
paralizzante fenomeno della globalizzazione e tutto quello
che viene percepito, in fin dei conti, come una riduzione
della propria personalità”13. E, quando parla delle identità
etniche, Pierpaolo De Giorgi afferma che esse sono importanti per l’uomo, ma non possono essere assolute14. In merito, egli parla di identità aperta e sempre in costruzione.
“Nel saggio Pizzica pizzica, la musica della rinascita ho mostrato – egli scrive – come l’identità del Salento, arcaico,
contemporaneo o tradizionale che sia, e quella di coloro
che oggi si riappropriano della pizzica pizzica e della cultura relativa, sia sempre un’identità aperta. L’identità è costantemente in costruzione, ma ciò non significa che non sia un
valore importante. Essa fa riferimento all’inconscio, nel
quale è depositata la memoria nascosta riferibile ai vissuti
personali e a quelli collettivi e tradizionali. Per tale fondamento insieme unitario e molteplice, l’identità in quanto
tale non può avere un valore assoluto e la sua funzione po11
12
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RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
sitiva dipende proprio dalla capacità di mantenersi aperta
al dialogo e alle altre identità”15. Quanto affermato per la
taranta e per il Salento vale anche per la nostra terra e per
la tarantella, la cui musica, pertanto, insegna la via, per
l’uomo, per raggiungere l’essenza della propria misura di
essere che si coglie come identità con il proprio sé e con la
civiltà del popolo cui appartiene (recupero del senso di appartenenza) e coglie le ragioni del proprio essere nel mondo e nel tempo in cui vive e da cui proviene, della propria
personale identità e della propria capacità e possibilità, come soggetto di storia e della propria storia, di avvertirsi, di
proporsi e di esprimersi come persona con una propria individuale identità, autonoma e libera dal tempo e dal mondo in cui dimora e da cui discende.
Bibliografia
Enciclopedia Pomba, Vol. II Quarta Edizione, Unione Tipografico – Editrice Torinese, Torino 1953
N. Abbagnano, “Dizionario di filosofia” Unione Tipografico –
Editrice Torinese, Torino 1964
G. Giraldi, “Storia della pedagogia”, Fondamenti filosofici, Basi
scientifiche, Ordinamenti scolastici. Armando Editore Roma 1966
A. Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”
a cura di G. Riconda, U. Mursia & C. Milano 1969
PP. De Giorgi “Il tarantismo come mito. Dagli errori di De
Martino alla rivalutazione del pensiero mitico”, Congedo
Editore Galatina (Le) 2007
M.C. Potenza – S. Scalabrella, “La mitologia classica”, Edizioni
Studium Roma 1987
*
Professore emerito di Lettere - Rogliano
e.mail: [email protected]
Cfr. PP. De Giorgi op. cit. p. 39
Cfr. PP. De Giorgi op. cit. p. 50
Cfr. PP. De Giorgi op. cit. p. 53
Cfr. PP. De Giorgi op. cit. p. 53
Cfr. PP. De Giorgi op. cit. p. 53
Ilario Principe
FALSITÀ
(…)
Una ottima e intelligente scrittura esopica la quale, oltre ad avermi affascinato, mi
ha fatto riflettere a lungo. Questa capacità favolistica è assai notevole e imporrebbe un
lungo discorso (o meglio riflessione) sull’importanza della riscoperta di una letteratura morale (dico morale, non moralistica) che in qualche modo sembra voler riproporre la necessità e l’urgenza di un nuovo, aggiornato confronto con la letteratura fatta
di idee, utopie, favole, miti, leggende, cronache che si fanno storia, e che sembrano
dirci: alt! Così non va! Dobbiamo ripensare tutto, dal lupo di Cappuccetto Rosso alle sirene (non solo omeriche), alla mitizzazione della tecnologia e della globalizzazione, alla mondializzazione che, mi pare ovvio, è ben misera cosa di fronte al problema
(questo sì assai serio e doloroso, e forse anche nuovo) delle dimensioni standard di un
loculo che non può contenere la sua predestinata bara!... Mi pare di avvertire, tra questi racconti e i precedenti, un forte legame di continuità e contiguità, ma al tempo
stesso un passo avanti sulla strada di una specie di enciclopedismo che qualche volta
ha addirittura un piacevole gusto di neo-illuminismo… Quando parlo di scrittura
esopica, penso anche al suo contrario, cioè al “dietro e dentro” le parole e i fatti (o
pensieri) che esse narrano. Quando penso alla scrittura morale, penso alla morale della scrittura: l’una il rovescio dell’altra e viceversa. E forse l’una nell’altra volutamente
si annullano a vicenda, lasciando nel lettore un doloroso e amaro retrogusto…
Luca Rosi
Comet Editor Press
Formato 14x20,5 - Pagine 188 - ISBN 978-88-904820-3-8 - e 12,00
Pagina 3 2
Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
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DIVINA LAPPANO*
Il Palpito dell’Esistenza
Una lettura antropologico-esistenziale della pittura di Assunta Mollo
I
l messaggio dell’arte di Assunta Mollo sublima la vita e
arriva in modo distinto e chiaro. Non c’è bisogno di
un’ermeneutica dell’esegesi. La vera arte è quella che riesce a trasmettere emozioni, emozioni che turbano, emozioni empatiche senza mediazione, letture complicate e,
spesso, fuorvianti, conducendo per quei sentieri che portano l’uomo a indagare se stesso, il senso della vita, della
malattia e dei rapporti umani. Lungo questo cammino è
facile perdersi, così come è facile ritrovarsi, ed individuare
dei compagni di viaggio a cui il “verbo” non serve, basta
uno sguardo o un dipinto che tocca l’animo, senza bisogno di “parole-rebus” che diventano pesanti, come macigni, ed incomprensibili, come punti di domanda senza risposta.
Assunta Mollo, che insegna matematica presso il locale Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “S. Quasimodo”, è il Presidente dell’Associazione Parkinsoniani
Italiani che ha sede legale, unica per la Calabria, a Cosenza. Al suo attivo ha numerose mostre ed il suo contributo
si è espresso con impegno ed originalità anche in convegni
di carattere medico-scientifico, che, attraverso l’espressione dei suoi quadri e della sua testimonianza oggettiva, hanno reso visibile l’importanza dell’arte
nella cura e nel
processo di integrazione e recupero dalla malattia.
È stata proprio la Malattia
di Parkinson che
ci ha fatto incontrare, in occasione della presentazione del libro
dell’attore argentino Javier LomLe amazzoni,
bardo1 – anch’etecnica mista su tela, cm 100x100
gli affetto dal
Morbo di Parkinson – di cui mi sono occupata lo scorso anno. Dunque,
per quanto il fardello della malattia possa pesare nella vita
di Assunta, sicuramente ha portato a lei nuovi amici, nuove prospettive, nuove acquisizioni… Ha portato, prima fra
tutte, la pittura ed un universo che si è disvelato nella sua
prepotente urgenza di prendere forma e colore: di esistere
al di sopra di ogni dato esteriore.
La Malattia di Parkinson ha condotto Assunta, ormai
1
da più di dieci anni, verso la pittura, una pittura che è si è
trasformata nel linguaggio elettivo in cui far convergere il
suo nuovo mondo di emozioni, le sue nuove scoperte, le
sue paure e la bellezza del suo animo. Grazie a questo nuovo “sentire” la sua arte espressiva ha trovato un canale per
comunicare sensazioni, emozioni, pensieri che da tempo
giacevano nella profondità del suo animo e non trovavano
il sentiero della giusta condivisione.
La pittura è diventata specchio, uno specchio che riflette la sua anima e fa luce sulle sue emozioni segrete. Uno
specchio che ha infranto il muro dell’isolamento ed ha
portato fuori l’universo inespresso del suo sentire e vivere
tra la gente che non sa, non conosce e non comprende il
mondo dietro cui la malattia l’aveva costretta e ci costringe, anche da “sani”.
La pittura è diventata tela, tela le cui trame incontrano
i colori, si fondono e si sublimano in figure, prendendo
forma e dimensione in un’apoteosi di vita, unendosi nell’incarnarsi sotto le dita ed i pennelli di un individuo che
ora sa e ora vede… Vede la realtà senza i veli dell’ignoranza di spirito, che ci rende gretti affabulatori di sterili finzioni.
I miracoli avvengono ed è l’uomo che, spesso, è in grado di compierli. Assunta non si è fermata davanti al disagio della malattia, ripiegando su di sé e offendendo la sua
natura d’individuo. Anzi, ha saputo cogliere il messaggio
più alto che dava senso e rilievo a questa sua sofferenza ed
alla vita stessa. I suoi occhi hanno visto un panorama nuovo ed inedito, mai colto prima, nella condizione di benessere fisico.
“La paralisi agitante” – un bell’ossimoro – l’ha indotta
a rallentare il passo e qui,
per la prima volta nella
sua vita, si è fermata a godere dell’orizzonte sconfinato che si apriva ai suoi
sensi increduli, sbigottiti… come quelli puri di
un bimbo, che per la prima volta osserva la volta
celeste e ne comprende il
prodigio ed il mistero. E
così, con la stessa enfasi
che nel suo cuore trionfa,
vuole condividere questa
bellezza infinita con il resto del mondo che tace,
invece, e si ritira spesso
verso le maglie dell’incomprensione; di quel distacco che ferisce, chiudendosi dietro il sipario
Javier Lombardo, POèMI, Comet Editor Press, Marzi (Cs), 2012.
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Sodales,
tecnica mista su tela, cm 70x120
Confluenze
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Donne,
tecnica mista su legno, cm 90x80
lugubre
della
commiserazione,
priva di ogni tipo
di comunicazione
efficace e reale,
privo del significato dell’essere e
dell’esistere.
Come
non
pensare a Leopardi?
Sempre caro mi fu
quest’ermo colle,
e questa siepe, che
da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo
esclude.
Ma sedendo e mi-
rando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa i
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare2.
Come non rievocare Quasimodo?
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera3.
E come non sentire il fremito di Dante?
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!4
E ancora:
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle5.
Zarathustra aggiunge: bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante6.
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
Ma in una notte fredda e senza stelle, in cui il silenzio
trionfa ed incute timore, mentre lo spirito annichilisce in
un piccolo essere che si sente impotente e indifeso, torniamo indietro nel tempo… Trentaduemila anni fa. Una notte buia, una grotta in cui ripararsi ed il bisogno indifferibile di portare fuori di sé l’urlo dello spirito. Le Grotte di
Chauvet, la più antica testimonianza che l’uomo abbia lasciato della voluttà di celebrare le proprie emozioni, sensazioni incontenibili che non potevano trovare espressione
in nessun’altra forma di linguaggio. I pittogrammi che
l’uomo del paleolitico superiore ha impresso sulle pareti di
una caverna nella Francia sud-orientale, quale messaggio
nella bottiglia per salvarsi dal naufragio della sua anima, e
che miracolosamente sono giunte fino a noi, ci confermano l’archetipo della pittura, che è la prima forma di scrittura mai esistita. Una testimonianza che ci accompagna
verso i percorsi perscrutabili delle emozioni umane e, nello specifico, verso il bisogno di comunicare e condividere
il mondo interiore di immagini e suggestive rivelazioni che
popolano, dal paleolitico fino a noi, l’universo di Assunta
Mollo.
Ebbene, in questa lunga e oscura notte dell’anima7, come il mistico Juan de la Cruz la definirebbe, nella notte
oscura che narra il viaggio dell’anima verso il divino, nella notte, che diviene appuntamento ineludibile con quella
voce interiore, che trasfigura le avversità e gli ostacoli nei
mostri sovrumani del mondo sensibile, Assunta è lì con i
suoi limiti, le sue paure, il suo mondo… E, come l’uomo
di trentaduemila anni fa, suo parente prossimo, nel silenzio combatte la sua battaglia di conoscenza, di sopravvivenza e raccoglie la grande Chance di Giovanni della Croce8, per fare di quel momento, unico ed esclusivo, creazione artistica. Creazione che, attraverso la pittura, raggiunge
l’essenza di sé, si ricongiunge alla sfera interiore per trascendere e toccare il sacro, il divino, e, come ispirato da
Nietzsche, partorisce una stella danzante.
Proprio attraverso i pennelli, che a volte sono le sue
stesse mani, impotenti al fremito che la pervade e la scuote, l’artista ritrova se stessa e colloca nello spazio della tela
il suo tempo e traduce in colori quelle parole, che non trovano forma nella lingua
di tutti i giorni. Il Chaos,
di cui ci parla Esiodo
nella Teogonia9, diventa
Cosmos, che in greco significa appunto “ordine”. La pittrice, come il
demiurgo platonico10,
vivifica la materia e la
rende anima del cosmo.
L’universo, che la pittura
è diventata, ordina l’esi-
2
3
4
5
6
Giacomo Leopardi, L’infinito, (1819).
Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera, (1930).
Dante Alighieri, Inferno, Canto I, vv. 1-6, (1304-1321).
Dante Alighieri, Inferno, Canto XXXIV, vv. 137-140.
Friedrich Wilhelm Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, (188385).
7 Juan de la Cruz, La notte oscura dell’anima, (1584).
8 Ibidem.
9 Esiodo, Teogonia, (700 a.C.).
10 Platone, Timeo, (360 a.C.).
Pagina 3 4
Amicizia,
acrilico su cartoncino, cm 70x100
Confluenze
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RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
stenza e rappresenta il
suo diario visivo, un
diario di viaggio in cui
non esistono limiti, che
siano del pensiero o del
corpo, e comunica tanto e meglio di quanto
molti di noi, al sicuro
oltre la frontiera della
malattia, sono in grado
di fare, perché Assunta,
sebbene costretta nei
confini fisici del malessere, NON È la sua malattia. Assunta NON È
il Parkinson. Assunta È
Assunta, straordinariamente e potentemente
se stessa.
La sua nuova consapevolezza risolve il problema ontologico su cui
Dis-cinesie,
l’uomo indaga dagli alacrilico su cartoncino, cm 70x100
bori della storia e si eleva al di sopra delle comuni categorie concettuali poiché,
come afferma Schopenhauer, mentre per l’uomo comune il
proprio patrimonio conoscitivo è la lanterna che illumina la
strada, per l’uomo geniale è il sole che rivela il mondo11. Così avviene il miracolo: attraverso pennelli, colori e forme
Assunta ritrova se stessa e la luce dell’universo, che non è
più oscura tenebra, si divincola dalle pesanti catene che
imprigionano l’individuo, così come Platone ben descrive
nel Mito della caverna12, liberando se stessa ed il suo mondo da una schiavitù di pensiero e di azione. Qui il piacere
della pittura diventa gioia e catarsi: libertà… Assunta è finalmente “libera” e “governa” se stessa ed il mondo circostante.
L’arte pittorica è diventata arte maieutica e Assunta dà
alla luce se stessa, secondo l’insegnamento socratico. In tal
modo l’emotività prende forma e si concretizza, conquistando la tela in un susseguirsi di cromie dai toni caleidoscopici, corporei e materiali quanto eterei e delicati. L’impatto esteriore è spesso forte, la comunicazione diretta ed
immediata. I tratti del suo pennello consacrano la visione
di un mondo interiore che brama, esulta, urla… “Palpita”.
Vive prepotente il bisogno di esistere e affermare la propria identità di individuo.
Gli occhi si riempiono di immagini, le immagini evocano sensazioni ed in esse pullulano i sentimenti, i ricordi,
le suggestioni. La musica corale del suo animo sensibile assume dimensione e colore nell’inesauribile ispirazione del
suo ingegno di artista, che, al pari di un direttore d’orchestra, armonizza e concilia la pittura per farne sinfonia visibile e condivisa su tela vergine. Qui si comprende bene co-
me il cuore esulti e come Beethoven, ormai sordo, poté
comporre l’Inno alla Gioia13 e sconfinare nel tripudio di
un sentire che oltrepassa orizzonti umani.
Come soggetto dei suoi quadri l’artista predilige l’universo femminile, soprattutto quello delle donne che soffrono, mettendo in evidenza la loro femminilità, una femminilità a volte ostentata, a volte mortificata ed in certi casi idealizzata. Un microcosmo di emozioni che animano la
scena sociale del mondo contemporaneo, con le sue brutture, le sue effimere certezze, la confusione di valori, ma
anche la determinazione ad essere donna, sempre e comunque, con la sua sensualità, a volte persino grottesca. Il
femmineo che si modula nella fragilità di uno sguardo assente, nell’intensità di una sofferenza mal camuffata, di
una bocca che urla muta, nella forza dell’unione che la
complicità e la solidarietà fra donne rende simili a guerriere: moderne amazzoni della storia.
La tecnica usata per la realizzazione dei quadri è quella
mista, che vede accanto all’uso dei colori acrilici quello di
materiali plastici come lo stucco, la carta, la stoffa.
Oltre a lavori su tela, su legno e su carta, la pittrice ha
realizzato anche dipinti digitali. A questa forma espressiva
ricorre quando è impossibilitata fisicamente ad usare il
pennello.
Insomma, un universo da esplorare, attraverso il quale
esplorarsi, conoscersi e oltrepassare il limite – sia esso la
malattia, il ruolo familiare, la condizione sociale – per assurgere alle vette più elevate dell’esperienza umana, in cui
tutto diventa possibile, in cui tutto è magicamente reale e
concreto, in cui la vita si trasforma in meraviglioso mistero: il mondo come volontà e rappresentazione14, così caro a
Schopenhauer, per concludere con lui che l’unica origine
dell’arte è la conoscenza delle idee e il suo unico fine è la comunione di tale conoscenza15.
Lì, sulla cima più alta della propria consapevolezza, si
tocca il divino che è in ciascuno di noi e l’esistenza diventa sacra e inviolabile. Lì, in quel preciso punto, il pennello
inizia a Creare, lì l’astratto prende forma e colore, lì inizia
la creazione della vera
opera d’arte: la Creazione dell’Io. Lì inizia il
“governo” di sé e del
mondo. Lì, per dirla con
Nietzsche16, “Assunta
diviene ciò che è”! La
sua arte è essenza ermeneutica, attività metafisica, arte maieutica che
crea, produce e supera il
sensibile: volontà di potenza17 che dà rilievo all’autoaffermazione e al-
11 Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, (1819).
12 Platone, La Repubblica, libro VII, 514b-520°, (390-360 a.C.).
13 Ludwig van Beethoven, Sinfonia n. 9 in Re minore Op. 125, (1824).
14 Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, (1819).
15 Ibidem.
16 Sul concetto di “divenire ciò che si è” cfr. Friedrich Wilhelm Nietzsche,
(1882).
17 Friedrich Wilhelm Nietzsche, La volontà di potenza, (postuma, 1893).
Pagina 3 5
La gaia scienza,
Canta che ti passa,
acrilico su cartoncino, cm 70x100
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Confluenze
l’autopotenziamento dell’essere, in continua ascesi
verso il superamento delle
frontiere e la forza espansiva della vita.
La malattia, allora,
può, secondo il principio
di Aristotele di causa-effetto18, trasformarsi in risorsa. Un’elaborazione
concettuale di singolare
impatto etico e sociale,
che porta alla rivalutazione ed al recupero di valori, il cui significato è ben
oltre un limite fisico.
Concetto apparentemente semplice, ma di difficile comprensione, sia per
chi vive la sofferenza in
prima persona, sia per
Maternità,
coloro che sono intorno
acrilico su cartoncino, cm 70x100
ed affrontano l’impotenza e l’incapacità di relazionarsi ad una persona nuova e sconosciuta, così come incisivamente sottolineano i versi di Javier Lombardo:
È come il bianco e il nero
l’acqua e l’olio
non ci mescoliamo
non ci uniamo
non ci capiamo
così ci sono loro sani
e noi malati
un muro ci separa
quello del dolore
che ci nasconde
ci riempie di colpa
e di vergogna
loro si affacciano discreti
ci guardano con diffidenza
con compassione, con ribrezzo
ci lasciano un buongiorno
e ci augurano di guarire
si fermano appena
ci sorridono, ci coccolano
ci sopportano, ci curano con le medicine
ma ci vogliono lontano
siamo come la peste
noi li guardiamo con invidia
come fossero bambini all’asilo infantile
perché continuano a giocare?
non si sono accorti per caso
che la vita è oscura
18 Aristotele, La metafisica, (IV sec. a.C.).
19 Javier Lombardo, op. cit., p. 21.
20 Eschilo, Agamennone, vv. 176 ss. (458 a.C.).
21 Arthur Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, (1851).
22 Friedrich Wilhelm Nietzsche, Umano, troppo umano. Un
23 Arthur Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, (1851).
24 Nikolaj Vasil’evič Gogol’, Il ritratto, (1833-42).
25 Fëdor Michajlovič Dostoevskij, L’idiota, (1869).
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
che in qualunque angolo
ti aspetta l’ascia
per caderti addosso imperturbabile
per tagliarti in due
per lasciarti cieco19.
È evidente che la collettività ha molto da imparare da
coloro che sono a contatto con il travaglio della malattia,
con la morte e con la vita, nel senso pieno del termine. Già
duemilacinquecento anni fa Eschilo scriveva che la saggezza si conquista attraverso la sofferenza20. Bisognerebbe,
dunque, riportare un certo ordine nella visione, nota a pochi, del grande privilegio di potersi abbeverare alla fonte di
coloro che sono andati al di là della mediocre percezione
del vivere un’esistenza “piccola” e “banale” e far sì che il
Chaos diventi Cosmos.
Proprio perché, come asserisce Schopenhauer, solo la
luce che uno accende a se stesso, risplende in seguito anche per
gli altri21 è opportuno, attraverso il linguaggio di Assunta
Mollo, i suoi quadri, i suoi volti, le espressioni ed i suoi colori, riuscire a trasferire l’idea che l’individuo nello stato di
malattia, avendo superato la soglia della comune dimensione quotidiana, sia portatore di un messaggio etico di
grande spiritualità e comprensione dell’essenza delle cose e
del mondo, da cui tutti potremmo apprendere per migliorare noi stessi e la società in cui viviamo.
L’arte, come traspare mirabilmente attraverso le opere di Assunta Mollo, è un grande veicolo di comunicazione matetica, che elargisce una preziosa lezione di vita, dignità, eccellenza sul piano etico ed estetico. Pertanto, alla
luce di una lettura antropologico-esistenziale sarebbe lusinghiero, auspicare che, come suggerito da Nietzsche22,
qualcosa possa nascere dal suo contrario e, quindi, la verità dall’errore e la salute dalla malattia.
Se una vita felice è impossibile e il massimo che l’uomo
può raggiungere è la vita eroica23, come esorta Schopenhauer… Se l’arte, come sostiene Gogol24, può elevarsi al
concetto di divino, che è bellezza suprema... E se, come afferma Dostoevskij, la Bellezza salverà il mondo25: Assunta
Mollo è “Eroica”, è “Bella” ed è “Salva”.
* Presidente Associazione Ántropôs
Servizi per la Cultura e i Beni Culturali - Cosenza
e.mail: [email protected]
libro per spiriti liberi (1878-79).
Stand-by,
tecnica mista su legno, cm 70x100
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
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Il mito come mezzo di trasmissione di emozioni e valori etici
di Maria Lucia GALLO
Alunna della classe III A Liceo Classico “B.Telesio” di Cosenza
Nel corso dei secoli, fiumi di parole sono stati scritti alcuni fra i più noti artisti calabresi contemporanei (Stefadalla critica a proposito della funzione storico-sociale e re- no Bottino, Raffaele Crovara, Luigia Granata, Mimmo
ligiosa del mito. Il termine “mythos” (propriamente “paro- Legato, Diego Minuti, Francesco Minuti, Annamaria Mila”), indissolubilmente legato all’immagine della cultura rabelli, Assunta Mollo, Mario Montalto, Massimo Nimgreca , è stato variamente interpretato, divenendo simbo- po, Rosellina Prete, Massimo Ruffolo, Aldo Toscano) che
lo ed emblema di quelle forme di ritualità sacra, che han- hanno utilizzato i personaggi mitici come metafore di senno da sempre caratterizzato l’operato dell’uomo che cerca timenti, comportamenti, azioni del prototipo della figura
di esplorare le verità inconoscibili della metafisica. Il mi- umana. A ciascuno, osservando i loro quadri, è stato posto, infatti, nasce dalla primigenia ed incontrollabile esi- sibile rivedersi, immedesimarsi nella vicenda di qualcuno
genza dell’uomo di cercare le risposte a quelle domande di quei personaggi, rivivere le loro storie, percorrendo le
sulle origini proprie e dell’universo. Esso è una sorta di ar- sinuose linee pittoriche e immergendosi totalmente all’inchetipo della filosofia in senso proprio, una commistione terno delle molteplici tonalità cromatiche proposte dagli
di meditazioni sul senso della vita e di sacro timore reve- artisti. Lo spettatore ha avuto modo di perdersi nello
renziale verso l’inconoscibile. Nel mito si fondono le sguardo affascinante ed enigmatico di Narciso, è stato colistanze caratteristiche dell’ethos della popolazione e la ra- pito dalla decisa alterigia del cipiglio di Penelope, è stato
dicata credenza nelle forze divine regolatrici del cosmos. I rapito dall’espressione di mesta consapevolezza della fiera
miti a sfondo religioso sono ine fragile Cassandra. Ad ogni monanzitutto la manifestazione della
do, la mostra, oltre ad offrire un
Il Liceo Classico “Bernardino Telesio”
presenta
primitiva necessità dell’uomo di
piacevole intrattenimento agli ocnella suggestiva cornice della mostra pittorica Perle Classiche
“darsi un dio” e immaginarlo simichi degli spettatori, non ha tralaL’essenza immortale del mito nella realtà contemporanea
le a sé, così da rispondere a quegli
sciato un preciso intento didascainterrogativi esistenziali sulla gelico-educativo, rivolto in particoSaluti del Dirigente Scolastico Ing. Antonio Iaconianni
nesi dell’universo. I protagonisti
lar modo al senso critico dei più
di questi racconti, però, non sono
giovani: il mito è esempio e, in
Interventi
degli statici burattini impiegati
quanto tale, invita ad una socratiMatteo Leta: Da Pindaro alla Madonna: la duplicità del mito
semplicemente a spiegare l’origine
ca conoscenza di se stessi, del
(ex-alunno telesiano)
e le cause della vita, poiché veicomondo e della società. Attraverso
Tommaso Greco: Proteo e la paura di cambiare: la metamorfosi e l’isolamenlano messaggi e valori solidali a
questi quadri, anche un giovane
to dell’uomo moderno
quelli della cultura della società a
spettatore inesperto è stato in gra(alunno della classe II D)
cui appartengono, seguono un
do di comprendere il senso e la
Fulvio Calderaro: Antigone e le leggi “non scritte”: «Non per odiare, ma per
percorso che li rende consci della
morale della storia raccontata dalamare nacqui» (Sofocle, Antigone, 523)
(alunno della classe IID)
propria condizione (spesso negatile immagini, quasi come se fosse il
va), che li fa agire in una determipersonaggio stesso a comunicare la
Piergiuseppe Pandolfo: Tereo, Procne e Filomela: un’interpretazione allegorica
nata maniera e li innalza a parapropria paradigmatica esperienza.
(ex-alunno telesiano)
digma dell’intera umanità, talvolta
Peraltro, l’accostamento dei coloDott. Nicola Posteraro: Il Mito della bellezza tra classicismo ed estremizzazioattraverso le loro sofferenze. E’ per
ri, la regolazione della luminosità
ne: dalla bellezza di Afrodite alla chirurgia estetica. Quando l’estetica diventa
questo motivo che tuttora, dopo
cromatica, l’impostazione pittoriun diritto…
(ex-alunno telesiano)
più di due millenni, continuiamo
ca e tutte le tecniche dell’arte figuad analizzare con attenzione querativa, sapientemente utilizzate
Coordina il Prof. Flavio Nimpo
ste labili testimonianze della relidagli artisti, con il loro inevitabile
Liceo Classico “B. Telesio” - Piazza XV Marzo - Cosenza
giosità classica, che non solo ci
forte impatto emotivo, hanno poVenerdì 3 Maggio 2013 ore 17:30
forniscono da sempre informaziotuto colpire con immediatezza l’ani sulla cultura e sulla società in
nimo di chi guarda, così da tracui furono generati, ma contengono in sé valori e princi- sportarlo all’interno della vicenda narrata dall’immagine,
pi utili alla comprensione delle dinamiche della società per suscitare in lui emozioni e sensazioni certamente indiodierna. Il fine ultimo della mostra di quadri sul mito, te- menticabili.
nutasi presso il Liceo Classico “Bernardino Telesio” di CoInfine, l’iter culturale attraverso i meandri sconfinati
senza, è stato proprio questo: invogliare lo spettatore a ri- della materia mitica si è concluso con un suggestivo ed inflettere, tramite l’osservazione dei fatti mitici, individual- teressante convegno, dal titolo L’essenza immortale del mimente sulla propria condizione personale e, più in genera- to nella realtà contemporanea, tenutosi sempre presso il Lile, sulle problematiche della realtà contingente. Diversi ceo Classico “B. Telesio” e fortemente voluto dal Dirigensono gli spunti che può offrire la visione di Saffo in pro- te scolastico, Ing. Antonio Iaconianni dopo aver accolto
cinto di gettarsi dalla rupe, forse per raggiungere l’amato favorevolmente l’idea e la proposta della Prof.ssa Daniela
Faone, oppure l’immagine degli strazianti cadaveri di An- Filice.
tigone ed Emone, uniti anche nella morte, o ancora i conL’evento è stato presentato dal Prof. Flavio Nimpo ed
torni imprecisati e sfuggenti delle figure di rapide e indo- ha coinvolto, in qualità di relatori, gli alunni della classe
mabili amazzoni, simboli di impeto incontrollato, quasi II D, Fulvio Calderaro e Tommaso Greco, gli ex alunni
ideali anticipatrici dell’emancipazione femminile. La mo- Matteo Leta, Piergiuseppe Pandolfo, il Dott. Nicola Postra, dunque, ha inteso coinvolgere il pubblico attraverso steraro, i quali, con brillante maestria, hanno ripercorso
una subitanea immersione nel mondo della mitologia tappe significative della mitologia greca, offrendo interclassica, mediante le forme e i colori nati dal pennello di pretazioni personali e accattivanti spunti di riflessione.
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Confluenze
Un’antica normanna
“I luoghi che abbiamo conosciuto…”
Marcel Proust
di FLAVIO NIMPO
S
vettava austero e maestoso sul Pancrazio, il colle
più alto dell’antica Consentia, dal quale aveva assistito al passaggio di uomini ed epoche: Saraceni,
Normanni, Svevi.
Era il castello, che il terremoto dell’anno del Signore
millecentottantaquattro aveva raso al suolo ed era stato
ricostruito per volontà dell’imperatore Federico II, intorno all’anno milleduecentoquaranta, mostrando un assetto architettonico tipicamente svevo soprattutto per le
due torri aggiunte lungo il lato meridionale. Erano, ormai, scomparse le tracce della sua struttura saracenonormanna, anche se, all’interno, la presenza dei vari stili si coglieva nelle sale e nel cortile, nei quali le vestigia
del passato erano incastonate in particolari archi, volte,
pilastri.
Dalla sua motta, spianata e rimodellata nel lontano
VI secolo a. C. dai Brettii, il Castello dominava il centro
abitato e la vallata, regalando dal suo interno una veduta panoramica incantevole: la vita lungo il corso del Crati e del Busento, i monti della Sila, i vari casali.
Sotto il cielo azzurro ed il baluginio dorato dei raggi
del sole la poderosa costruzione normanno-sveva incuteva un timore reverenziale e pareva circondata da un alone di mistero e leggenda.
Nell’apparente silenzio, che lo contornava, il maniero con tono grave e solenne raccontava la sua storia di secoli, i suoi segreti, il suo ruolo nel territorio circostante.
Costanza, nobildonna appartenente ad un’antica famiglia di origine normanna, contemplava con i suoi occhi celesti l’opera architettonica, che si ergeva davanti a
lei, e non si stancava mai di avvolgerla nel suo sguardo,
quasi a voler custodire per sempre nel suo cuore quell’immagine.
Da tanti anni l’anziana signora, incurante del suo
rango e dei pericoli, rifiutava la scorta armata delle sue
fedeli guardie e la compagnia delle ancelle, per dedicare
le ore del primo pomeriggio al momento sacro dei ricordi rivissuti durante la lunga passeggiata, che aveva due
mete fisse: il Duomo ed il Castello.
Sebbene avanti negli anni, la donna aveva un passo
sicuro e spedito grazie al quale riusciva a percorrere il
lungo tragitto senza affanno. Prima di arrivare alla sommità del Pancrazio, ella sentiva la voce della sua fede, che
la induceva a salutare Nostro Signore nella Sua Casa, la
Cattedrale, edificata nel centro storico ed inaugurata il
trenta Gennaio milleduecentoventidue dallo stesso imperatore, il quale aveva donato a quel luogo sacro una
preziosa Stauroteca.
Il cuore di Costanza ritrovava una grande pace, quando ella faceva ingresso nel Duomo. Il profumo d’incenso, di cera e di fiori, nel silenzio mistico e nel riflesso dorato della luce del sole, che filtrava dall’esterno ed illuminava la navata, riusciva ad infondere serenità nello spirito inquieto della distinta signora.
Per qualche minuto ella si raccoglieva in preghiera,
poi accendeva delle candele, si beava della loro fiammella ed, infine, usciva a malincuore, per riprendere il suo
cammino fino al Castello.
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
La salita non la preoccupava, poiché, durante il tragitto, il passo cadenzato e tranquillo non l’affaticava e la
sua mente era tutta rivolta alle immagini del suo passato, mentre gli occhi si riempivano della bellezza del paesaggio e dei suoi diversi colori, secondo il ciclo delle stagioni.
Quando era in prossimità del maniero, Costanza si sedeva all’ombra di un albero frondoso e profumato, un tiglio altissimo alle cui pendici c’era un pezzo di pietra di
tufo, modellata dagli agenti atmosferici a tal punto da aver
assunto la foggia di un rudimentale sedile o sgabello.
Seduta su quel dono di Natura, l’anziana signora rivolgeva lo sguardo verso la possente costruzione che dominava la vallata. Il viso della donna mostrava i segni del
tempo, ma era luminoso e vitale; le rughe, anziché appesantirlo, lo rendevano più espressivo e nobile. Gli occhi
cerulei ed i capelli nivei, nella loro lucentezza, lasciavano
intuire il biondo colore della giovinezza: tutto in lei, dal
portamento ad ogni particolare somatico, rimandava alla fierezza ed alla bellezza normanna.
Nella quiete del pomeriggio Costanza amava lasciarsi cullare dal soffio del vento, che carezzava o agitava le
fronde del tiglio, provocando lo stormire delle foglie e,
nel periodo della fioritura, lo spargimento del polline e
dei petali dei piccoli fiori capaci di diffondere una delicata fragranza, pronta a suscitare emozioni, ad evocare, a
suggestionare il sensibile cuore della signora dai capelli
d’argento, che la gente del luogo chiamava la dolce normanna per il suo animo buono e malinconico, dedito alla carità.
Allora le capitava spesso di chiudere gli occhi, di inspirare profondamente e di espirare lentamente, lasciandosi andare come se dovesse librarsi in volo da un momento all’altro. Erano istanti indimenticabili, in cui ella
sperava di alleggerire il peso del suo fardello interiore:
una pena sorda ed insopprimibile, che non l’abbandonava mai.
Quando riapriva gli occhi, le ricompariva davanti il
possente maniero ed il cumulo dei ricordi ritornava, abbattendosi su di lei come una cascata di pietre.
Tancredi era scomparso, ormai, da circa quarant’anni, ma niente era cambiato per lei, anche se tutto, in
realtà, da quel giorno si era modificato irrimediabilmente. Il fiero normanno, che aveva conquistato il suo cuore, aveva sacrificato il suo, trafitto da una freccia, per sottrarla alle ragioni di casta e di stato. Era sbocciato un
amore intenso ma breve come fiamma destinata ad estinguersi rapidamente. Costanza l’aveva conosciuto in occasione di una cerimonia solenne celebrata in Cattedrale. I
loro occhi celesti erano sprofondati nei reciproci sguardi
intensi, suscitando in quegli animi nobili e puri brividi e
sbigottimento del cuore.
Le era stato presentato come comandante del contingente militare scelto per la difesa del castello e la giovane Costanza era rimasta molto impressionata da quell’incontro con quell’uomo che l’aveva indotta, suo malgrado, a provare una fitta di nostalgia per le sue origini
e per la terra dei suoi avi.
Entrambi, seppur a livello inconscio, avevano avvertito con un certo turbamento il preludio di incognite
inevitabili.
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Confluenze
RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE
A distanza di tanti anni Costanza riprovò nel suo intimo quello strano sentore…e sospirò.
Per alcuni istanti la vista delle torri la distolse dai suoi
pensieri: due si presentavano a pianta quadrata, le altre
due più recenti a pianta ottagonale secondo le caratteristiche di molte costruzioni volute da Federico II.
Il simbolismo numerico, di derivazione mistica, si era
molto diffuso, in effetti, a quel tempo, suggestionando
l’imperatore. Così il numero otto, legato all’idea di Eternità, aveva preso forma nei poligoni regolari di otto lati
delle torri, la cui costruzione aveva previsto la presenza
di feritoie orientate in modo che il sole e la luna vi potessero far arrivare i loro raggi.
Lo spettacolo architettonico, che si ergeva davanti
agli occhi ammirati della nobildonna, instillò nel suo
animo il desiderio di raggiungere quelle sommità e, da lì,
l’infinito…
Una folata di vento la riscosse, facendola ritornare in
sé, e l’anziana donna non poté impedire all’onda dei ricordi d’infrangersi nuovamente sul suo petto.
I suoi occhi velati di lacrime fissarono l’ampio ingresso del castello: proprio lì davanti si era consumata la tragedia che le aveva sottratto il suo amato.
Il fiero Tancredi aveva risposto alla sfida dell’arrogante Ruggiero, il pretendente, a cui Costanza si era opposta, ferma e risoluta, contravvenendo alla volontà dell’imperatore e della famiglia.
La sua reputazione era stata oltraggiata dal promesso
sposo ed il nobile normanno aveva inteso difenderla a
costo della vita. E così fu…
Da quel giorno la giovane donna aveva vissuto come
se corpo e spirito fossero stati separati da una frattura irreparabile e gli anni erano trascorsi, uno dopo l’altro, al
pari di pallide ombre o di foglie che si staccano dal ramo, per adagiarsi sul manto erboso ingiallito.
Nella terra, bagnata dal sangue del suo amato, Costanza aveva deposto semi di rosa canina, i quali, attecchiti e germogliati, erano diventati piante rampicanti
odorose, che s’inerpicavano lungo le pareti esterne del
maniero, chiazzandolo di verde e di rosa.
La stagione propizia, ogni anno, le regalava uno spettacolo floreale, che inevitabilmente le stringeva il cuore,
mentre le immagini del passato, miste al profumo delle
I LUOGHI DELLA STORIA
I LUOGHI DELLA STORIA
EZIO ARCURI
Il lungo inverno
o L’ultimo canto del giovane gallo
rose e del tiglio, sotto cui ella sedeva, le annebbiavano la
mente e le velavano gli occhi lucenti di lacrime.
Da quel momento fatale i suoi giorni avevano rappresentato un continuo ritorno al passato, l’incessante dipanarsi del filo dei ricordi al quale s’intrecciava quello sognante della visione di sé stessa accanto al suo Tancredi.
La speranza di quell’unione era stata loro strappata ed a
Costanza era rimasto soltanto un sentiero erto e solitario
che percorreva, da allora, come viandante smarrita, confusa, senza meta e provvista solamente della fede in Dio,
a cui si aggrappava con tutte le sue forze, per poter arrivare alla fine dei suoi giorni, sperando in una vita ultraterrena di luce e serenità da condividere con i suoi cari
tra cui il suo amato, che immaginava avvolto in un’aura
dorata e sorridente con le braccia protese verso di lei, per
accoglierla ed abbracciarla.
Questo resta all’uomo di ogni tempo: Speranza ed
Amore…
Costanza sospirò, i suoi occhi si rivolsero al cielo e si
accorse che il sole volgeva al tramonto: era ora di rientrare. A malincuore si alzò, poggiò la mano sul tronco del
tiglio, come se volesse trarre dalla corteccia la forza per
staccarsi da quel luogo.
Rivolse un altro sguardo al possente maniero svevonormanno tinteggiato dai riflessi purpurei del sole. Le
immagini del passato si dileguarono come nebbia al sole
e si racchiusero nel suo cuore.
La nobildonna si avviò, lasciandosi alle spalle la maestosa costruzione, che avrebbe continuato, nei secoli, a
perpetuare la storia di uomini e genti dal colle Pancrazio,
mostrandosi altero e solitario per tutta la vallata tinta del
verde degli alberi e dell’azzurro cangiante del Crati e del
Busento.
Della rosa canina e del tiglio di Costanza oggi non resta traccia, a differenza delle torri, che, nel tentativo di
resistere al tempo ed alla precarietà delle cose, hanno lasciato testimonianza del loro passaggio. Del loro antico
splendore, infatti, si rende vessillo una torre angolare residua a pianta ottagonale, che col suo simbolico numero
di otto lati, legato al concetto di Eternità, pare quasi rimandare ad un messaggio di vita perenne per l’uomo: lo
stesso a cui anelò lo spirito della nobile e fiera Costanza,
l’antica normanna del tempo che fu…
CIRO SERVILLO
Javier Lombardo
Pietre scarlatte
POéMI
ROMANZO
ROMANZO
e
Formato 15x21 - Pagine 256
ISBN 978-88-904820-1-4
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Comet Editor Press
Formato 15x21 - Pagine 104
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e
Comet Editor Press
Formato 15x21 - Pagine 176
ISBN 978-88-906029-1-7
e 15,00
Comet Editor Press
Confluenze
R I V I S TA C U LT U R A L E QUADRIMESTRALE
- N. 1
Gennaio/Aprile 2013
ANNO I
DIRETTORE EDITORIALE
Cristina CAPUTO
DIRETTORE RESPONSABILE
Fabrizio PERRI
COMITATO SCIENTIFICO
Ezio ARCURI
Giacomo GUGLIELMELLI
Divina LAPPANO
Flavio NIMPO
Vincenzo RIZZUTO
ISSN 2282-5177
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