Trimestrale
di informazione
sul mondo
dell’handicap
e della solidarietà
Parchi giochi
per tutti
Due detenuti diventano
padre e figlio
Congedo straordinario
anche per zii e affini
Anno XXI n.
79
ottobre - dicembre
2013
Tariffa Associazioni Senza Fini di Lucro:
“P.I. spa - Spedizione in abbon. postale
DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46) art. 1, comma 2
DCB (Varese) - “Taxe perçue”
UNA CARAMELLA PER
PARLARE DI DISABILITÀ
Massimiliano
M
Ma
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i ililiano Verga
V rg
Ve
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t la
l sua
u vita
v ta
vi
t
con il figlio Moreno
SOMMARIO
3
22
12
26
Mobilità
Detto fra noi
Stringi la mano tesa
3
Tra le righe
Cambiare il lavoro
Un premio per la città più accessibile in Europa 20
Wheelmap.org: on line i luoghi senza barriere 21
Gioco anch’io!
22
4
Assistenza
L’Avvocato risponde
Tutela da revocare
6
L’Esperto risponde
7
Attualità
Una caramella per parlare di disabilità
Balliamo?
Insieme in cella, ora sono padre e figlio
Quanta luce fa La Lucciola!
8
11
12
14
Successo di squadra
16
La forza di Giulia
Anche per il 2014, abbiamo deciso
di mantenere fermo a 15 euro il contributo minimo richiesto per ricevere
Lisdha News. Ovviamente ringraziamo di cuore i tanti nostri lettori che,
avendone la possibilità, ci sostengono con contributi più elevati,
mostrando di credere nel valore dell'informazione che da molti anni cerIn copertina:
chiamo
di inoffrire.
Giusy Versace
compagnia dell’allenatore
Andrea Giannini - (foto Bieffe)
2 - LISDHA NEWS
Segnalazioni
Prendi in casa uno studente
Stare insieme facendo
29
29
Troppa burocrazia!
30
Vita da dentro
Esperienze
Resta fermo a 15 euro il contributo
minimo per ricevere la nostra rivista.
Dall’estate africana a un angolino di Paradiso! 26
Parchi senza barriere
28
Libri
Sport
Lisdha News!!!
25
25
Vacanze
Problemi di accesso nella scuola media
Ai Lettori: 2014 con
Congedo straordinario anche per zii e affini
Indennità e pensioni anche per gli stranieri
18
LISDHA
NEWS
Direttore Editoriale
Fabrizio Chianelli
Direttore Responsabile
Marcella Codini
Hanno collaborato
a questo numero
Chiara Ambrosioni
Laura Belloni
Valentina Bertocchi
Bruno Biasci
Roberto Bof
Ennio Codini
Carlo Alberto Coletto
Carine Cooreman
Dana Della Bosca
Maria Cristina Gallicchio
Emanuela Giuliani
Giuseppe Giuliani
Olympia Obonyo
Fallimenti e rinascite
31
Anno XXI - Numero 79 - Ottobre-Dicembre 2013
Redazione e
amministrazione
via Proserpio 13 - 21100 Varese
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N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
DETTO FRA NOI
di Laura Belloni
Stefano Giuliani
STRINGI
LA MANO TESA
Non rifiutiamo
l’aiuto offerto.
ra settembre e stavo scrivendo
l’editoriale, la testa appesantita
dalle lunghe giornate estive
dove la solitudine ed un silenzio assordante la facevano da padrone. Per gli
scartati dalla nostra spietata società,
anziani, malati nel corpo o nella
mente, infatti i dì di festa, sono i più difficili: bisogna tener conto della chiusura dei negozi, pensare alle sostituzioni
degli assistenti... E tra poco sarà
Natale. Intanto, alcune città, organizzavano eventi all’aperto al fine di rieducare la gente a vivere non solo con
le persone di famiglia, che a volte non
ci sono più, ma anche con il vicinato,
perché basta un saluto sorridente o la
richiesta di un piccolo favore, per
incontrare un angelo che ci sottrae dai
cattivi pensieri.
E
Ė tuttavia importante che la persona
a cui si tende la mano allunghi la propria per stringerla. Capita spesso,
infatti, soprattutto a chi soffre di pro-
blemi emotivi, di lamentarsi della solitudine e poi tenere caparbiamente le
braccia chiuse sul petto rifiutando ogni
aiuto. Subito, la memoria mi portava
indietro di duemila anni: “Vi fu poi una
festa dei Giudei e Gesù salì a
Gerusalemme. V'è a Gerusalemme,
presso la porta delle Pecore, una
piscina, chiamata in ebraico Betzaetà,
(letteralmente casa della Misericordia)
con cinque portici, sotto i quali giaceva
un gran numero di infermi, ciechi,
zoppi e paralitici. Un angelo infatti in
certi momenti discendeva nella piscina
e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi
dopo l'agitazione dell'acqua guariva
da qualsiasi malattia fosse affetto. Si
trovava là un uomo che da trentotto
anni era malato. Gesù vedendolo
disteso e, sapendo che da molto
tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore,
io non ho nessuno che mi immerga
nella piscina quando l'acqua si agita.
Mentre infatti sto per andarvi, qualche
altro scende prima di me». Gesù gli
disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e
cammina». E sull'istante quell’uomo
guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare. Quel giorno però era
un sabato.” (Gv. 5,1- 9). C’era una
festa, dei malati potevano guarire grazie ad un angelo, uno di loro attendeva da tanto tempo, solo. Gesù lo guarì,
ma anch’egli dovette fare la sua parte,
prendere il suo lettuccio e camminare.
In quei giorni di settembre in cui sembrava fosse imminente l’inizio di una
guerra dalle prospettive tragiche, provavo angoscia, mi sentivo persa, ma
accadde qualcosa che guarì il mio
cuore. Silvana e Gianluigi, una coppia
amica che da anni cammina al mio
fianco, mi ha proposto di fare un mini
pellegrinaggio a Caravaggio, il più
grande Santuario mariano lombardo,
dove nel 1432 la Vergine apparve a
Giannetta, un’ umile contadina intenta
a raccogliere l’erba per il bestiame,
posandole con semplicità una mano
sulla spalla in segno di consolazione.
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
In effetti, nei secoli questo fu un territorio martoriato dalle malattie della
povertà, prime fra tutte la malaria e da
numerose guerre di occupazione fino
al saccheggio dei Lanzichenecchi cui
seguì la peste che ne decimò la popolazione. Nella Seconda guerra mondiale anche Caravaggio presentò alla
Storia il suo elenco di caduti, l’ultima
vittima fu una bambina uccisa in
camera da letto fra le braccia della
madre che la stava svestendo, da un
proiettile vagante di mitragliatrice
usato in uno scontro fra tedeschi e
americani in pieno centro cittadino: era
il 26 aprile 1945, ad un passo dalla
pace.
Partimmo e poco dopo, il Santuario,
che sorge in una piazza cintata da
portici fiancheggiati da tigli centenari
era davanti a noi; in alto, un manzoniano ciel di Lombardia così bello quando
è bello diffondeva una tale luce da vincere il buio più totale. Mi commossi,
perché là dove si visse tanto dolore
innocente, ora si respira una Serenità
rigenerante, grazie a chi seppe stringere la mano tesa da Lassù.
Oggi, altri angeli hanno teso la loro
verso di me ed Olympia e la pace è
scoppiata nelle nostre vite.
LISDHA NEWS - 3
TRA LE RIGHE
di Ennio Codini
CAMBIARE
IL LAVORO
Una recente pronuncia della Corte di Giustizia dell’UE ci costringe a
ripensare le modalità con le quali si è cercato, purtroppo con poco
successo, di dare ai disabili la possibilità di avere un lavoro.
Quali nuove prospettive si aprono?
el luglio scorso la Corte di
Giustizia dell’Unione Europea
ha condannato l’Italia per la
mancanza di norme che per quanto
possibile garantiscano ai disabili di
poter lavorare come i normodotati.
Non che non ci siano in Italia norme
volte a promuovere l’occupazione dei
disabili ma, ha detto la Corte, non si
trova nulla nella legge italiana che
imponga a tutti i datori di lavoro di far
sì che le concrete posizioni lavorative
siano, per quanto possibile, accessibili anche ai disabili.
Il modo di ragionare della Corte è
N
4 - LISDHA NEWS
molto diverso da quello
cui siamo abituati in Italia:
non si parla di quote di
assunzione, di deroghe a
riguardo, di sanzioni per
chi non rispetta le quote…
La logica è quella di mercato. Si dice, sostanzialmente: i disabili in Italia
come altrove rischiano di
ritrovarsi disoccupati perché i lavori offerti sono tali
che loro non possono
svolgerli; per aver un mercato che funzioni correttamente, ossia senza discriminazioni, lo Stato deve
far sì che, invece, per
quanto possibile i lavori
offerti abbiano caratteristiche tali da poter essere
svolti anche da disabili.
Non si tratta, è chiaro,
solo di barriere architettoniche. Certo, se tali barriere ci sono, molti disabili
sono
immediatamente
esclusi, ma in gioco è complessivamente il lavoro. Dice la Corte che i
“posti” – ossia le mansioni, gli orari, il
contesto ecc. – vanno il più possibile
disegnati in modo tale da poter essere
coperti sia da normodotati che da
disabili e le leggi devono assicurare
che sia così.
Un sogno, per i disabili. La Corte
europea però non poteva far altro che
condannare lo Stato e lo ha fatto. Ora
si tratta di adeguare le leggi e questo
è compito dell’Italia. La Corte indica
l’obiettivo, non il come: a questo dobbiamo pensare noi.
Una sfida difficile. Si potrebbe imporre ai datori di lavoro di avere, come già
avviene in materia di sicurezza, una
figura specifica di responsabile: il
responsabile per l’accessibilità del
lavoro ai disabili. Costui dovrebbe
anzitutto analizzare la situazione, poi
individuare, con i responsabili dei
diversi settori, una serie di soluzioni
per rendere i diversi lavori più “a misura” di disabile, poi predisporre un
piano di adeguamento con precise
scadenze e seguirne l’attuazione…
Si potrebbe imporre, quando i datori
di lavoro chiedono alle autorità di autorizzare o comunque segnalano a esse
nuove attività produttive o comunque
innovazioni in quelle in atto, il deposito di una specifica documentazione
circa le misure adottate per consentire
l’impiego di disabili.
Immaginare simili iniziative in un contesto economico di crisi e con un parlamento semi-paralizzato sembra
quasi follia. Però abbiamo, da un lato,
il vincolo europeo posto dalla Corte e,
dall’altro, una situazione davvero
sconsolante per quel che riguarda l’effettiva partecipazione dei disabili al
mondo del lavoro. Dopo anni e anni di
legislazione a riguardo ci troviamo con
la più parte dei disabili che non lavorano. Se a questi aggiungiamo quelli con
un lavoro “apparente” o comunque
poco produttivo concesso solo per
soddisfare gli obblighi di legge, vediamo che di disabili che lavorano davvero ce ne sono pochissimi rispetto al
totale. Per alcune categorie poi sembra si debba dire che non lavora nessuno o quasi: ad esempio in un recenN. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
te convegno a proposito dell’autismo
un relatore ha detto, senza suscitare
obiezioni, che notoriamente non ci
sono in Italia persone affette da autismo assunte da un qualche datore di
lavoro.
Davanti a questo fallimento, la sentenza della Corte europea dovrebbe
essere uno stimolo importante per
muoversi nella direzione di far sì che i
lavori disponibili nel settore privato
così come in quello pubblico siano
sempre più accessibili anche ai disabili o almeno ad alcuni tra loro.
Non si tratta, è chiaro, di abbandonare il sistema delle quote: farlo nell’attuale contesto significherebbe far sparire o quasi anche quel poco lavoro
che bene o male ad alcuni disabili è
dato di svolgere. Si tratta invece di
affiancare a tale sistema una pressione efficace della legge affinché progressivamente i datori rendano il lavoro accessibile anche ai disabili. In un
primo tempo, questo renderebbe più
funzionale il sistema delle quote: oggi
molti datori preferiscono il rischio di
pagare una multa all’assunzione del
disabile, perché ritengono che il costo
di tale assunzione sarebbe maggiore
di quello della multa. Se i lavori venissero progressivamente adattati, ai
datori converrebbe invece rispettare le
quote, oltre al fatto che i disabili
assunti avrebbero la soddisfazione di
essere impiegati produttivi e non
(come spesso accade) considerati un
peso. Solo nel lungo periodo, ove si
realizzasse davvero il sogno di lavori
per lo più su misura anche dei disabili,
le quote potrebbero perdere d’importanza.
l’essere ottimale: il disabile è accolto
ma impara molto meno di quel che
potrebbe. Questo è certo vero anche
per molti normodotati; però per i
disabili il non imparare (quando l’imparare sarebbe possibile) è più grave
data la loro più generale condizione
di svantaggio che comunque, anche
con tutti gli sforzi per rendere accessibile il lavoro, riduce l’ambito dei
lavori possibili.
Un’ultima considerazione, per chiudere. Il tema del lavoro per i disabili
è un tema importante. Si tratta di un
diritto, per loro, e di un’opportunità
per la società. Però sarebbe sbagliato e pericoloso ragionare come se
tutti i disabili potessero lavorare e
così mantenersi: per quel che è dato
prevedere, non sarà mai così. Per
molti disabili il lavoro – nel senso di
attività retribuita in proporzione al
ricavo che ne deriva in un sistema di
mercato – non è comunque possibile. Perché in un contesto sociale e
tecnologico dato, solo alcuni beni e
servizi
sono
vendibili, e per
produrli sono richieste comunque determinate
abilità che un
disabile
può non
possedere.
Ci sono poi disabili per i quali il
lavoro è possibile, ma non con un’intensità che consenta il mantenersi.
Perché si sottolinea questo? Perché
la riflessione sul lavoro non porti al
pensiero: potranno/dovranno lavorare tutti, basta con l’assistenza!
L’assistenza sarà sempre necessaria
e la società per dirsi civile dovrà
sempre farsene carico.
Inoltre, non si deve pensare che il problema del lavoro dei disabili si possa risolvere solo affiancando al
sistema delle quote un’efficace pressione dello Stato
per rendere i diversi lavori
accessibili. Le criticità gravi
sono anche altre. La formazione, ad esempio: la battaglia
per far sì che i disabili potessero andare a scuola come
gli altri può dirsi vinta; ma
resta ancora da vincere la
battaglia per un’esperienza
scolastica
di
qualità.
Spesso
anche
nelle
migliori situazioni d’integrazione dei disabili nel
mondo della scuola si
vede che l’apprendimento è ben lungi dal-
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
LISDHA NEWS - 5
L’AVVOCATO RISPONDE
di Fabrizio Chianelli
TUTELA
DA REVOCARE
Che fare se non si
condivide la diagnosi
di non autosufficienza.
ia madre da 18 anni risiede in strutture sanitarie
psichiatriche di tipo B,
a causa di una depressione acuta e
di un breve periodo di alcolismo.
Premetto che appena entrata nella
prima comunità ha cessato di assumere qualsiasi sostanza alcolica ma
è tuttora seguita da psichiatri e tutori legali perché ritenuta non autosufficiente. Ritengo mia madre una persona normalissima ma con un grado
di ansia notevole. Altro problema è
che risiede a 400 km da me. Chiedo
se è possibile spostarla in una struttura più vicina alla sua famiglia e
magari con il tempo portarla a casa
con me e suo nipote di 4 anni che
ancora non ha potuto conoscere.
Tra l'altro mi sembra assurdo che
dopo 18 anni sia ancora seguita da
una avvocato che gestisce il suo
patrimonio concedendole il minimo
indispensabile.
A.P. Mantova
M
In casi di questo genere, nei quali esiste una divergenza di vedute relativamente alla autosufficienza della persona sottoposta a tutela, non si può fare
nulla senza il parere di un medico legale che certifichi la capacità di intendere
e di volere del soggetto in questione.
Potrebbe iniziare con una raccomandata al tutore nella quale ribadisce il
suo parere relativo alla capacità di sua
madre chiedendogli di sottoporla a visita medico-legale. Qualora il parere del
medico fosse favorevole decadrebbe la
necessità del tutore il quale avrà il
dovere di chiedere la revoca del provvedimento.
E’ evidente che, qualora venisse
riconfermata la non autosufficienza,
potrebbe comunque chiedere di trasfe-
rire sua madre in un centro a lei più
vicino. Se il tutore non dovesse prendere in considerazione la richiesta
potrebbe rivolgersi direttamente al giudice tutelare competente, anche senza
l’assistenza di un avvocato.
L’officina ha ragione, infatti per i lavori di manutenzione straordinaria non è
prevista l’agevolazione Iva al 4%. La
risoluzione 304/E/2002 dell’Agenzia
delle Entrate ha però specificato che, in
questi casi, si può ottenere la detrazione Irpef del 19% sulla spesa effettuata.
FESTA CITTADINA
INACCESSIBILE AI DISABILI
PERDITA DELL’INVALIDITÀ
E CONTRATTO DI LAVORO
Sono molto dispiaciuto di non
poter partecipare alla festa che si
svolge nelle stradette della mia città,
sia per la confusione che non mi
permette di passare, sia per il lastricato non percorribile con la mia carrozzina. Come posso fare ad obbligare il Comune a rendere aperta la
festa a tutti, compresi i disabili?
D.R. - Casertano
Sono un lavoratore che lavora
sulla base della legge 68/1990 e con
un contratto a tempo indeterminato.
Nel caso un accertamento medicosanitario stabilisca il venir meno
delle ragioni che hanno portato al
riconoscimento dell'invalidità civile,
venendo meno l'invalidità, verrebbe
meno anche il contratto di lavoro?
Lettera firmata
Contro il traffico e la gente che affluisce alla fiera non si può fare niente,
d'altronde questi eventi sono caotici
per loro natura. Per quanto riguarda le
strade purtroppo credo che siano lastricate come solitamente le isole pedonali. Per esperienza le dico che è una battaglia persa. Se proprio vuole fare
emergere il problema l’unico modo è
quello di contattare un giornale locale
chiedendo di farle un’intervista in modo
da pubblicizzare la sua posizione ed il
fatto che i disabili non hanno accesso
ad una parte della città e tantomeno
alla festa cittadina.
Il suo contratto a tempo indeterminato rimane comunque valido di diritto.
Eventualmente sarà la ditta che dovrà
adeguarsi rispetto ai parametri relativi
al numero degli invalidi da inserire nell’organico. Nel caso in cui si scoprisse
che l’invalidità non sussisteva fin dall’inizio sarebbe tutto un altro discorso.
MANUTENZIONE
STRAORDINARIA AUTO
Sono disabile al 100% e ho acquistato l’autovettura adattata ottenendo l’agevolazione Iva al 4%. Ora
devo fare dei lavori straordinari e
l’officina a cui faccio fare i lavori non
vuole applicarmi l’Iva del 4%. Mi può
dire in quali casi si può ottenere il
beneficio?
Lettera firmata
È possibile inviare i propri quesiti a Lisdha news,
“L’Avvocato risponde” via Proserpio,13 - 21100 Varese, e-mail: [email protected]
6 - LISDHA NEWS
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
L’ESPERTO RISPONDE
a cura di Bruno Biasci
PROBLEMI DI ACCESSO
NELLA SCUOLA MEDIA
Eppure da tempo
il Comune avrebbe
dovuto renderla
accessibile.
o un figlio tetraplegico che
frequenta la scuola media di
Besozzo. C’è un montascale
che rende accessibile però solo il
piano rialzato dell’edificio. Non c’è
ascensore (manca anche il wc specifico per disabili, ma questo non
dovrebbe servire a mio figlio).
La precedente giunta comunale ha
governato per 14 anni senza provvedere, una nuova amministrazione si è insediata nel 2012, ma ha
trovato debiti che non le consentono di investire per rendere la scuola pienamente accessibile.
Le chiedo se l’amministrazione
comunale potrebbe ricevere aiuti
per eseguire le opere.
P.S.
H
un anno dall’uscita della legge, pena il
commissariamento del comune o della
provincia inadempiente.
Dal punto di vista del finanziamento
delle opere la citata legge prevedeva e
prevede tuttora che, nell’ambito delle
somme che il singolo comune chiede
alla Cassa Depositi e Prestiti per i vari
interventi che ritiene di attuare in città,
il 2 per cento va destinato alla rimozione delle barriere architettoniche. Più
che un aiuto si tratta quindi dell’obbligo di dedicare una parte delle risorse
al citato scopo.
BARRIERE A ROSSIGNANO
Mio padre costretto sulla sedia a
rotelle vive nel piccolo paese di
Rossignano. Per arrivare alla sua
casa occorre percorrere delle
scale. Il Comune si è completamente disinteressato al problema,
come
posso
muovermi
per
ottenere l’abbattimento di queste
barriere?
Simonetta Foresti
Con i pochi elementi forniti non è
agevole fornirle un consiglio esauriente. Occorrerebbe sapere prima di tutto
a chi appartengono le scale. Dal punto
di vista tecnico, poi, bisognerebbe
vedere quale soluzione è fattibile e
cioè di che tipo di scala si tratta, di
quante rampe è costituita e se ha una
larghezza sufficiente per accogliere un
servoscala: in questo caso occorre
predisporre un progetto e un preventivo da allegare alla domanda di rimborso (comunque parziale) da parte della
Regione inoltrando la pratica attraverso il Comune di residenza e seguendo
quanto stabilito dalla Legge 9 gennaio
1989 n. 13. Se il servoscala non è
installabile occorre acquistare un montascale (più comunemente chiamato
cingolato): in questo caso è possibile
avere un rimborso dall'Asl facendo
una pratica simile a quella seguita per
l’ottenimento della carrozzina. Se non
l’ha già fatto si rivolga comunque al
Comune per avere una sua risposta.
Con gli elementi a disposizione è difficile fornirle ulteriori consigli.
La legge 503/96 definisce nei dettagli
requisiti di accessibilità obbligatori per
tutta l’edilizia scolastica.
Certamente anche la scuola frequentata da suo figlio avrebbe dovuto essere resa da tempo interamente accessibile. Dal 1986 c’è una legge (la n. 41)
secondo la quale tutte le amministrazioni pubbliche avrebbero dovuto preparare il cosiddetto Peba (Piano
Eliminazione Barriere Architettoniche)
con l’indicazione per tutti gli edifici del
tipo di barriera da eliminare e il relativo costo e quindi procedere all’attuazione.
Il totale della spesa prevista doveva
essere programmato e ripartito in un
certo numero di anni. Ad esempio a
Varese il piano avrebbe dovuto essere
completato in 5 anni. I Peba dovevano
essere trasmessi alla Regione entro
È possibile inviare i propri quesiti in tema di barriere architettoniche a Lisdha news,
“L’Esperto risponde” via Proserpio, 13 - 21100 Varese, e-mail: [email protected].
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
LISDHA NEWS - 7
ATTUALITÀ
UNA CARAMELLA
PER PARLARE DI DISABILITA’
Chiara Ambrosioni intervista Massimiliano Verga.
Mass
Massimiliano
M
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Verga
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Moreno
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““Zigulì”,
Zigulì” un
u lillibro
ibro
che si è trasformato anche in opera teatrale.
igulì - La mia vita dolceamara con un figlio disabile”
è il primo libro di Massimiliano Verga: racconta in modo nuovo
e inaspettato il rapporto tra un padre
e il figlio disabile, Moreno. Pubblicato
dalla Mondadori nel gennaio del 2012
nella collana “Strade Blu” e nuovamente nel febbraio del 2013 nella collana “Piccola Biblioteca Oscar”, il
volume si è fatto conoscere soprattutto grazie al “passaparola” dei lettori e
alla trasposizione teatrale, messa in
scena nel marzo del 2013 dalla compagnia Teatrodilina.
“Zigulì” racconta in 186 pagine
molto intense, quasi per fotogrammi,
la vita di Moreno con il suo papà.
Ripercorre la loro ricerca di un contatto, di un momento di condivisione,
che è poi la gioia di un abbraccio
tanto atteso, di un movimento delle
labbra che sembra un sorriso, di
un’immersione in un mondo misterioso che nasce dal dondolarsi insieme,
anche al ritmo della musica, definita
“un punto di incontro con Moreno”.
L’autore cerca un contatto con chi
legge, attraverso parole dense di
quella dolorosa intensità che sembra
“Z
8 - LISDHA NEWS
nascere dalla disillusione più completa. “Prendete la vostra fotografia preferita, la più bella, quella che più vi
emoziona. Poi impugnate un pennarello indelebile. Uno di quelli con la
punta grossa che si usano per scrivere sugli scatoloni quando si trasloca.
Adesso tirate una bella riga sulla fotografia che avete scelto. Ecco, quello
che vedete è come mi sono sentito
quando mi hanno detto, per la prima
volta, che Moreno sarebbe stato
come lo conosco adesso”.
- Parlaci della tua esperienza, raccontaci di Moreno, il tuo bambino.
«Moreno è un bambino di nove anni
che non vede, non parla e ha un quadro neurologico epilettico. A due settimane dalla nascita ha avuto una
lesione severa al cervello che gli
impedisce di capire molto della realtà
che lo circonda e il linguaggio degli
altri. E’ un bambino che ha una
somma di disabilità, che portano a
quella difficoltà nell’incontro che ho
cercato di raccontare».
- Perché hai scelto il titolo
“Zigulì”?
«La Zigulì è la caramellina e io parlo
del cervello di Moreno come di una
caramella, ricordandone le dimensioni e la dolcezza. Non sono le dimensioni fisiche, il suo cervello è normale: faccio riferimento alle sue capacità. Si tratta di un soprannome del
passato, che non uso più da quando
è uscito il libro».
- In Zigulì sei un papà pieno
d’amore per il tuo bambino, ma
anche pieno di rabbia per quello
che è toccato in sorte a Moreno e
alla tua famiglia e per le continue
difficoltà burocratiche e amministrative che sei costretto ad affrontare giorno dopo giorno per aiutarlo a vivere...
«Non volevo essere violento nei
confronti del lettore. Certo ci sono dei
forti elementi di rabbia. Non è solo la
situazione che Moreno si è trovato a
vivere a farmi arrabbiare. La rabbia
nasce dal fatto di non riuscire ad
avere un rapporto sempre disteso e
sereno con lui. Con i figli non ce l’hai
mai, però con lui è ancora più difficile
perché mancano quegli elementi che
tutti noi possiamo condividere, a par-
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
tire dal linguaggio. La rabbia è certamente una connotazione di questo
libro e credo che dichiararla sia giusto
e terapeutico. Terapeutico perché
farla uscire aiuta. Quando la rabbia la
tieni dentro, non puoi farlo all’infinito,
perché poi in qualche modo esce,
quindi è meglio riconoscerla e darle
un nome. Questo non ha nulla a che
vedere con l’amore o con la mancanza di un rapporto intenso, affettivo o
con la sua ricerca. Anzi. La rabbia è
un aspetto dell’amore».
- In Zigulì il nome degli altri due
tuoi bambini - Jacopo e Cosimo non appare spesso, ma sembra
sempre di sentirli giocare in sottofondo, perché sono al tuo fianco
nel vivere quest’avventura tanto
difficile...
«Sono contento di essere riuscito a
comunicare questa sensazione, perché di Jacopo e Cosimo parlo poco,
ma questo libro è dedicato a loro. La
dedica non è “ai figli sani” ma a due
fratelli ai quali tolgo del tempo e dello
spazio. Ai quali tolgo una parte del
loro essere bambini, perché le giornate sono di 24 ore e ci sono delle
priorità di cui occuparsi. Ma proprio
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
per questo loro sono sempre presenti nella mia testa».
- Colpisce la tua lettura della realtà, il tuo cinismo sempre ironico,
come quando dici “fateci caso: gli
handicappati sono sordi di default”, a sottolineare che spesso ci
difendiamo da quello che non
capiamo dandogli delle etichette. E
subito dopo dici: di fronte a un
handicappato ci sentiamo a disagio, non riusciamo a comunicare
ed entriamo in un ruolo, ci improvvisiamo qualcosa che non siamo.
Ma poi consigli “l’unico modo per
ridurre il disagio è fare in modo
che il disabile possa continuare a
essere se stesso … una regola che
andrebbe adottata con chiunque”.
E c'è una strana, mesta ironia
quando scrivi: “Non sono autonomo io dopo 42 anni, figuriamoci
tu!”. Riesci a farci sorridere tante
volte. Qual è, a tuo parere, la valenza di quest’ironia?
«Sono stato criticato molte volte
dicendo che ho esagerato, che quando si parla di disabilità è vietato ridere e prendersi in giro. Io credo invece
che si debba ridere - NELLA disabili-
tà e non DELLA disabilità - e prendersi un po’ in giro. Due amanti che non
sanno prendersi in giro prima o poi
scoppiano. La complicità passa
anche da lì, dal cogliere quelli che
sono i difetti, le debolezze e i punti di
forza dell’uno e dell’altro ribaltandoli
e sapendone ridere. Secondo me è
una cosa importante, che nella mia
vita ha dato grandi risultati».
- Un tema importante è l’amore:
cosa, se non l’amore, ti spinge a
lottare anche quando vorresti solo
fermarti, arrenderti. L’amore per il
tuo bambino che ti porta a scrivere
tante righe … devastanti: la gioia
di quando i passi di Moreno si
avvicinano e lo senti che ti stringe
le gambe, il disincanto quando
scrivi “continuo a credere che
Moreno incarni l’idea del figlio che
nessuno vorrebbe avere” e ancora
“se potessi avere 5 centesimi per
tutte le volte che mi fai incazzare,
avrei tanti di quei soldi che potrei
mantenere l’intero quartiere in cui
vivo. Mentre, se potessi avere 5
centesimi per tutte le volte che mi
hai reso felice, forse potrei comprarmi un gelato. Nell’attesa di
LISDHA NEWS - 9
diventare ricco, comincio a scegliere i gusti …”
«Il numero delle volte in cui mi
arrabbio è infinito, però quando arrivano quei 5 centesimi che ti fanno
felice dimentichi tutto. Allora scelgo i
gusti, anche se poi il gelato lo mangio
arrabbiato. I momenti di gioia ci sono
ed è giusto ricordarlo: il suono del
carillon, il dondolarsi, il vento in faccia, la musica, lo spruzzarsi con l’acqua della bottiglietta, la spiaggia …
Sono momenti che ci sono per lui,
innanzitutto. Non è detto che quello
che è un momento di gioia per me lo
sia anche per Moreno. Ad esempio ci
sono dappertutto manuali che sostengono che dondolare sia sbagliato, ma
quando dondola lui è Moreno,
Moreno che si diverte. Per un genitore credo sia importante vedere il figlio
che si diverte essendo se stesso. A
me basta. Gli esperti dicono che è
sbagliato dondolarsi perché facendolo Moreno si chiude al mondo. Ma, mi
chiedo, a quale mondo deve aprirsi?
Noi diamo per scontato che esista un
mondo pronto ad accoglierlo – il che
è tutto da dimostrare – e poi diamo
per scontato che lui voglia essere
accolto. Ma magari a lui questo non
interessa. E’ una colpa? Io non credo
e se la sua serenità passa attraverso
una cosa che qualcuno dice non si
dovrebbe fare...».
- La malattia emerge dai tuoi
gesti, da quello che fai con tuo
figlio, ma non ne parli, se non
attraverso l’incontro con gli
ambienti ospedalieri. La “diagnosi” incompleta che avete avuto
serve per le pratiche burocratiche,
per avere dei supporti materiali
necessari quali la tessera per il
tram gratuita, i pannolini e la pensione di invalidità. Ma - scrivi – la
diagnosi non restituisce il futuro
che vi è stato rubato.
«E’ un futuro che non viene restituito a Moreno. A me non importa sapere cos’è successo e perché. Potrei
mettere a posto la mia razionalità con
le giuste informazioni. Ma poi,
comunque, la quotidianità non cambierebbe. Non è che Moreno, nel
momento in cui mi dicono “è successo questo per un tale motivo”, inizia a
vederci. No, lui continua a non vederci. E questo è il problema. E’ questo
che ti è stato sottratto e che la diagnosi, anche se utile a livello pratico,
non può restituire. Credo che la diagnosi non abbia nulla a che vedere
con la persona che ha la presunzione
10 - LISDHA NEWS
di descrivere. E’ la vita di quella persona che bisogna sempre ricordare».
- Un tema centrale del libro è
quello della paternità. Si parla
sempre e soprattutto di maternità,
ma nelle tue pagine emerge la
forza della tua paternità. Con tutto
quello che fai ti senti comunque
sempre manchevole e temi di non
fare abbastanza …
«Io faccio il sociologo e so delle
distinzioni dei ruoli e delle distinzioni
di genere, ma credo che nel rapporto
con un figlio non sia così importante il
femminile e il maschile, il “Padre” e la
“Madre”. Secondo me il segreto dell’essere genitori e figli e dell’incontro
tra un genitore e un figlio è molto più
sottile, non collocabile in un ruolo.
Certo ci sono delle differenze, a partire dalla semplice constatazione che i
figli li fanno le donne, attraverso un
percorso di attesa che a un maschio
è negato. Questo comporta delle
diverse aspettative. Ma a un certo
punto il figlio c’è e nell’incontro tra un
genitore e un figlio viene meno
l’aspetto del paterno e del materno.
E’ quello che penso, ma magari mi
succede solo perché ho la testa fatta
in modo “materno”».
- “Zigulì” è un testo veramente
speciale, capace di far vedere e far
capire tanto. Così speciale che è
stato deciso di farne una trasposizione teatrale. Oltre alla bravura di
interprete e regista e alla bellezza
della piece, bisogna segnalare il
fatto che la piattaforma In-Box ha
premiato il monologo tratto dal tuo
libro dandogli la possibilità di
essere replicato 7 volte sul territorio italiano. Oltre alla soddisfazione di vedere il tuo libro trasformato in opera teatrale, anche questo
premio!
«Non è merito mio! Il premio è del
regista Francesco Lagi e dell’attore
Francesco Colella, della compagnia
romana “Teatrodilina”. Io non ho fatto
nulla. Ho scritto il libro e ho visto lo
spettacolo al suo debutto senza averne saputo niente prima. Con l’attore
Francesco c’è stato un incontro che
mi ha fatto capire molte cose e mi ha
dato la certezza che lui avrebbe fatto
quello che poi è riuscito a fare. Ma io
non ho nessun merito, anche se devo
dire che lo spettacolo è molto fedele
al testo, che utilizza le mie parole. Ma
anche ricostruire con le parole di un
altro non è facile: si rischia di rovinare tutto quanto e l’attore e la scenografia possono fare passare un’idea
in un modo piuttosto che in un altro.
Credo che da questo punto di vista
loro siano stati strepitosi».
- Chiudiamo proprio con una
delle ultime pagine di “Zigulì”,
dove scrivi: “ho solo due certezze.
Mi farai dannare per tutta la vita e
tiferò sempre Inter”.
«E’ vero, non ho altre certezze. So
che amerò l’Inter per tutta la vita e so
che Moreno mi farà sempre dannare,
per forza di cose. Con un po’ di retorica posso dire che così come sarò
sempre felice di seguire l’Inter anche
se mi fa dannare allo stesso modo
sarò sempre contento di arrabbiarmi
con Moreno finché riuscirò a farlo».
Chiara Ambrosioni
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
ATTUALITÀ
Sebastian Mureddu balla
con Susanna Spugnoli.
BALLIAMO?
utti possono praticarla, ci sono
sia corsi ludici che corsi di preparazione tecnica alle competizioni. E' la Wheelchair Dance (danza
in carrozzina), vera e propria disciplina sportiva fondata nel 1968 in
Svezia dal disabile Els Britt Larsson
ed ormai riconosciuta ufficialmente dal
Comitato Paralimpico Internazionale.
Vengono regolarmente organizzati
campionati nazionali, coppe del
mondo, campionati europei e mondiali, dove le coppie, formate da un ballerino su carrozzina e un ballerino normodotato gareggiano nelle diverse
discipline: danze standard (Valzer,
Tango, Valzer viennese, Slow fox trot e
Quick step) e danze latino americane
(Cha Cha Cha, Rumba, Samba, Paso
Doble, Jive).
In Italia questa disciplina si è affermata di recente. La Federazione
Italiana Danze Sportive (Fids) promuove il primo campionato a Bologna
nel 2007 e, sempre in quell'anno,
porta per la prima volta una rappresentanza azzurra ai campionati europei di Varsavia. Da quel momento la
Nazionale Italiana di Wheelchair
Dance ha incominciato a partecipare a
vari eventi internazionali ed a sfornare
numerosi campioni.
A parlarci di questa disciplina sportiva è Sebastian Mureddu, ballerino
professionista, istruttore di danza e
T
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
uno tra i primi in Italia ad essersi interessato alla Wheelchair Dance aggiudicandosi diversi titoli in coppia con
l'attuale partner in carrozzina Susanna
Spugnoli.
- Come sei arrivato a praticare la
wheelchair dance?
« Sono arrivato a questo sport perché una decina di anni fa ero a fare
delle competizioni di ballo per normodotati in Inghilterra dove vidi questa
nuova disciplina per la prima volta. Mi
commosse tanto, mi piacque. Non credevo che questo tipo di sport si potesse fare anche con una disabilità. Ero
curioso e mi informai se poteva essere fatto anche qui in Italia. Non c'era
nessun tipo di federazione che lo permetteva a livello di ballo così iniziai io
con una ragazza e piano piano con
degli istruttori stranieri e da lì nato
tutto. Sono diventato uno dei primi
insegnanti a livello italiano di danza
wheelchair».
- Com'è nata la collaborazione tra
te e Susanna?
« Io sono di Livorno, Susanna di
Pontassieve (Firenze) ed entrambi
ballavamo già con altri partner. Ci
siamo incontrati ad una competizione
regionale, i nostri rispettivi partner
avevano terminato la loro carriera e
così i nostri maestri, che si conosceva-
Wh llC
WheelChairDance,
W
Ch i D
attività
tti ità
tt
artistico-sportiva capace
di abbattere le barriere.
no, hanno iniziato a farci ballare insieme».
- C'è una gara o un titolo che più
vi è rimasto impresso?
« Sicuramente la vittoria della coppa
del mondo in Olanda nel 2011».
- Che differenza c'è nel ballare con
un partner in carrozzina?
« Le danze sono le stesse, la differenza essenziale è nella tecnica.
Riuscire a manovrare la persona in
carrozzina richiede una tecnica precisa e anche una forza fisica perchè
dobbiamo “trasportare” la carrozzina
senza che sembri “tirata”. Ci sono
delle tecniche apposta che fan si che
questo non accada».
- Che tipo di allenamento richiede
una performance agonistica a questi livelli?
«A causa della distanza tra me e
Susanna, due ore di macchina, riusciamo ad allenarci due ore a settimana. La preparazione atletica e tecnica
è sicuramente particolare e richiede
sacrifici come qualsiasi altro sport».
- Prossimo obiettivo?
« L'Asian tour a Manila in ottobre e il
Campionato del Mondo a dicembre a
Tokyo».
Valentina Bertocchi
LISDHA NEWS - 11
ATTUALITÀ
INSIEME IN CELLA,
ORA SONO PADRE E FIGLIO
Daniele ed Emanuel nella loro casa di Rovato.
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L’amicizia
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uun’ischemia
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i e ili gi
ggiovaiova
v ne Emanuel ha avuto un esito inaspettato: usciti dal carcere sono diventati padre
e figlio, e ora sono il primo caso in Italia di adozione tra detenuti maggiorenni.
“Mi ha conquistato con la sua umanità nel prendersi cura di me – racconta
Daniele - lui che non sapeva che cosa volesse dire avere un padre”.
sempre bello vedere come la
solidarietà e gli affetti più profondi possono sbocciare negli
ambienti più impensati. La storia che
stiamo per raccontare si svolge tutta in
carcere dove Daniele Spedicato di 53
anni ex imprenditore di origini ligure,
arrestato per ricettazione e il giovane
Emanuel, 27 anni, un ragazzo africano
con un passato molto difficile alle spalle, si incontrano condividendo la stessa
cella e imparando a prendersi cura
l’uno dell’altro.
E’
“Emanuel – racconta Daniele - in realtà l’avevo conosciuto in precedenza
perché frequentava il figlio di mia
12 - LISDHA NEWS
moglie. Quando sono stato arrestato
nel 2010 mi sono ritrovato in cella con
lui nel Carcere di Canton Mombello a
Brescia”.
Il giovane africano ha un passato
pesantissimo alle spalle. Non è neppure chiaro da quale paese provenga,
tanto che ha rischiato di diventare apolide. I genitori l’hanno venduto quando
aveva 5 anni alle persone con le quali
ha vissuto qui in Italia: “Non ricordo
nulla dei miei genitori – racconta Quelli che erano con me mi tenevamo
solo per andare a rubare. Poi un giorno
– non avevo ancora 18 anni, - sono tornato a casa, e loro non c'erano più, se
ne erano andati e non li ho più rivisti”.
Neanche rispetto alla sua età anagrafica ci sono certezze “A scuola, alle elementari e poi anche alle medie, avevo
sempre voglia di giocare e gli insegnanti non capivano perché. Poi si è
scoperto che il motivo era che l'età
anagrafica registrata sui miei documenti era stata falsificata e io ero molto
più giovane di quanto si pensasse”.
Emanuel, dunque, non sapeva neppure che cosa volesse dire avere un
padre. Però quando si ritrova in carcere con Daniele, in lui scatta qualcosa.
Rimane colpito dalle condizioni di quell’uomo, rimasto semiparalizzato a
causa di un’ischemia: “Mi sono detto:
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
se io fossi in quelle condizioni avrei
bisogno di qualcuno che mi aiuti”. E
ancora. “Ho pensato che avrebbe potuto essere mio padre”.
Così, piano piano, comincia a lavarlo,
a vestirlo e a prendersi cura di lui, colmando un bisogno di aiuto che nella
struttura non trova risposte adeguate.
Nel carcere, infatti, Daniele incontra
molte difficoltà per l'assistenza, benché
sia riconosciuto invalido al 100% con
indennità di accompagnamento. “Avrei
avuto diritto ad un "piantone", come
viene chiamato il detenuto che viene
pagato dalla direzione del carcere con
appositi fondi, ma dicevano che i fondi
previsti non c’erano, a causa dei tagli
della Finanziaria”.
Anche ottenere una carrozzina risulta
molto difficile tanto che ad un certo
punto il suo avvocato Maria Pia
Lamberti gli fa avere quella usata da
sua madre che era mancata da poco.
Altrimenti l’unica possibilità offerta era
di utilizzare la carrozzina dell'infermeria, che non sempre però era disponibile. “Una volta che era venuta a trovarmi mia moglie, mi sono sentito dire: "Se
riesci a camminare vai al colloquio,
altrimenti strisci". A volte anche i miei
avvocati non riuscivano a parlare con
me perché mancava la carrozzina.
Posso dire che, in generale, nelle strutture penitenziarie, il problema dell’assistenza a chi è disabile o malato è molto
critico. A volte ci sono medici sensibili e
scrupolosi, ma in generale l'assistenza
è molto scarsa. Ci sono stati tre morti a
Castel S Emilio, svariati morti a
Sulmona…
Daniele a sostenere il ragazzo.
“Emanuel nella sua vita ne ha passate
di tutti i colori: non ha conosciuto l'infanzia, non ha mai avuto una famiglia. In
carcere ha perfino subito un'aggressione razzista da parte di un poliziotto che
gli strappato il permesso di soggiorno e
in questo modo è rimasto senza documenti. Quando lo hanno trasferito da
Brescia a Sciacca, piangeva perché
non voleva lasciarmi. Da Sciacca lo
hanno trasferito a Verona e a Ivrea: lì è
stato il posto in cui ha patito più di tutti.
Nei confronti degli immigrati succedono
fatti molto pesanti: ho saputo di ragazzi
prelevati di notte in carcere e rimpatriati, cose inimmaginabili, di cui parlerò nel
libro che sto scrivendo”.
Il desiderio di aiutare il ragazzo spinge Daniele a trovare delle strade per
fargli avere i documenti: “Ho lottato in
tutti i modi perché potesse avere una
nazionalità e una famiglia. Inizialmente
avevo pensato di assumerlo come
badante, ma la mia domanda non è
stata accettata”.
Pian piano l’affetto tra i due diventa
qualcosa di sempre più profondo.
Racconta Daniele:
“Io gli sono stato vicino quando stava
male e lui mi ha conquistato con la sua
grande umanità, con il suo assistermi
24 ore su 24. Neanche mia moglie,
neanche mio figlio hanno fatto questo
per me”.
Così in lui comincia a farsi strada
l’idea dell’adozione. “Un giorno – racconta Emanuel - Daniele mi ha proposto: vorrei adottarti, e a dicembre 2011
ho cominciato a chiamarlo papà, io che
non avevo mai avuto un vero padre”.
La strada però è tutta in salita.
“Nessuno faceva affidamento che io
potessi riuscirci, ma non mi sono mai
arreso”. Dopo una battaglia legale
durata un anno, nel maggio scorso
finalmente Daniele ed Emanuel sono
stati riconosciuti dal Tribunale di
Sulmona padre e figlio, diventando il
primo caso in Italia di adozione tra
detenuti maggiorenni.
Ora, usciti entrambi dal carcere, vivono insieme a Rovato, (Brescia), come
una vera famiglia e questo ha dato un
nuovo senso alla vita di entrambi. “Le
mie condizioni di salute – commenta
l’ex imprenditore - non mi consentono
di fare progetti, se non quello di garantire un futuro a Emanuel”.
E attraverso l’aiuto di colui che ora è
diventato suo padre il ragazzo ora può
davvero guardare avanti: “Il mio passato non mi pesa più, posso guardare al
futuro. So che non abbandonerò mai
mio padre, che gli starò sempre vicino.
Un domani se avrò dei figli potrò dare
quello che ho ricevuto e loro avranno
un nonno”.
Marcella Codini
Ho visto anche una persona
morire per mancanza di assistenza. Si
chiamava Alessandro Genovese, era in
condizioni pietose. Gli ultimi giorni è
stato portato fuori perché non volevano
che morisse in carcere.”
I primi tempi Daniele ed Emanuel
sono un po’ impacciati, ma poi diventa
tutto molto naturale, L’aiuto tra i due è
reciproco. Nei momenti difficili è
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
LISDHA NEWS - 13
ATTUALITÀ
QUANTA LUCE FA
LA LUCCIOLA!
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L'associazione
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e i bambini,
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i problemi
e i disastri causati dal terremoto.
e lucciole sono insettini interessanti. Vagolano per i prati portandosi dietro la loro torcia personale e già che ci sono fanno anche
luce a chi le segue e creano spettacoli meravigliosi quando si trovano tutte
insieme in un praticello. Soggettini particolari, le lucciole.
Più o meno come l'associazione
modenese che da loro prende il nome,
“La Lucciola onlus” che ha sede in un
paese in provincia di Modena,
Stuffione di Ravarino, parecchio vicino
a dove il sisma del 29 maggio 2012 ha
colpito più duro.
L
Ma partiamo dall'inizio. Partiamo dal
“com'era”.
“La Lucciola” è un centro di terapia
integrata per l'infanzia, all'avanguardia
per quanto riguarda metodologie, progetti e modi di gestire ed aiutare bambini con problemi di disagio psichico e
disabilità. Nasce nel 1987, su impulso
di alcuni operatori che cercavano un
modo nuovo e diverso di aiutare i bambini con disabilità e le loro famiglie, dal
momento che le terapie e gli approcci
tradizionali non sempre erano indicati,
soddisfacenti, funzionali: in una parola,
non sempre erano efficaci. Ripensare
14 - LISDHA NEWS
le terapie tradizionali è stato un lavoro
lungo e basato anche e soprattutto sull'esperienza sul campo e con i vari progetti: sin dall'inizio ogni progetto viene
pensato, impostato, proposto e poi
modificato a seconda della risposta dei
bambini coinvolti: impossibile decidere
a priori se un progetto funzionerà e
come, l'unica strada è proporlo e poi
aggiustare il tiro, in caso.
Il luogo dove tutto avveniva era principalmente “La Villa”, una villa padronale dell''800 ristrutturata: qui i bambini mangiavano, “pensavano” nella
“stanza del pensiero”, imparavano a
gestire e a rispettare gli spazi propri e
degli altri... vivevano, insomma.
Intorno a questa, altri stabili ristrutturati ospitavano i laboratori di ceramica,
di falegnameria, un grande atelier per
la musicoterapia e una acetaia per la
produzione dell'aceto balsamico tradizionale.
Gli spazi esterni ospitavano un recinto per gli animali, un orto, la vigna e un
bosco.
Attraverso la vita comunitaria i bambini imparano nuove cose e crescono;
i momenti della giornata sono scanditi
dalle attività del gruppo, dalla cucina al
pranzo insieme, ai momenti per anda-
re in bagno. I bambini imparano a
gestire lo stress e i tempi di attesa, la
frustrazione e i propri disagi; imparano
a rispettare gli altri e gli spazi comuni,
a sentirsi considerati, a sentire di
avere un posto nella comunità e, per
traslato, nel mondo.
Le attività e i progetti proposti sono
sempre a misura del singolo bambino,
niente viene dato per scontato.
Quando il piccolo entra in contatto con
la struttura (sia se la richiesta arriva
direttamente dalla famiglia, sia se
inviato da un servizio pubblico) viene
valutato attentamente dall'equipe del
centro, per stabilire le possibilità di
accoglienza e di intervento, oltre che
attraverso valutazioni specialistiche
anche con un colloquio con il bambino
e la famiglia. Viene poi stabilita la terapia migliore per affrontare il problema
e il bambino viene inserito nella struttura e nella comunità.
Molto stimolanti e coinvolgenti sono
state le collaborazioni con i pittori
Raffaele Bartoli e Luciano Tenducci
(scomparso nel 2009) e Nicola
Zamboni, scultore bolognese. Agli artisti viene chiesto di lavorare nella villa
vicino ai ragazzi, che così si avvicinano spontaneamente all'arte, senza for-
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
zature. Bartoli ha anche giocato un po'
a fare il “pittore di corte”: come i pittori
delle corti del Rinascimento, ha dipinto
la vita della villa e i suoi abitanti,
momenti di vita che lo colpivano e
riflessioni fantasiose dei bambini.
Dopo il terremoto, la situazione è
cambiata, ma l'associazione resiste.
Dopo i primi giorni di valutazione dei
danni, associazione e volontari si sono
mossi per ridurre al minimo il tempo di
sospensione delle terapie e dei progetti per i ragazzi.
e di vita ora piene di colonnine di
sostegno metalliche; lo stesso vale per
gli altri edifici che ospitavano i laboratori e per l'acetaia), ma non la forza
d'animo delle persone che alla
“Lucciola” ci lavorano.
“Abbiamo impiantato con urgenza tre
casette prefabbricate perché i progetti
e le terapie non si interrompessero”
dice Emma Lamacchia, direttore sanitario della struttura, “Ma la situazione
resta grave.” L'impianto delle casette è
avvenuto nel giro di quattro mesi (dal
29 maggio 2012, data del sisma, le
"La Villa" dopo il terremoto.
Il sisma ha fortemente danneggiato
gli edifici in muratura (la Villa è stata
messa in sicurezza, ma è terribile
vedere stanze prima piene di bambini
LA LANTERNA
DI DIOGENE
Il ristorante gestito dai ragazzi della
Cooperativa si trova a Solara di
Bomporto (Mo), in via Argine 20, tel.
059.801101. Propongono piatti tipici del territorio, con antipasti a buffet, tortelloni di ricotta e ortica,
paste fatte in casa e zuppe che
variano a seconda degli ingredienti
di stagione disponibili, stracotti e
roast beef, verzotti di carne e ricotta, verdure coltivate in proprio, pane
fatto con farina semintegrale e dolci
a buffet, sempre fatti in casa.
Celiaci e allergici/intolleranti troveranno menù particolari e adatti alle
loro esigenze. L'aceto balsamico
proposto è quello dell'acetaia della
“Lucciola” ed è quello vero, tradizionale. Il menù è a prezzo fisso
(30€), vini esclusi.
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
casette sono state inaugurate il 30 settembre dello stesso anno), nonostante
i problemi causati dal maltempo e dall'inverno, oltre che da una primavera
2013 che non si è fatta vedere. “A
distanza di un anno dal terremoto speravamo di aver almeno cominciato a
ristrutturare gli edifici; invece, poiché
mancano ordinanza regionale e relative norme, al momento non possiamo
ancora fare la domanda. In più, si parla
di almeno due o tre anni, prima di poter
di nuovo rendere utilizzabili gli edifici.”
Sono anche stati ridotti al minimo i progetti residenziali: “Disponiamo di un
modulo abitativo, ma non è certamente l'ideale per progetti residenziali, anche se di pochi giorni.
Fortunatamente abbiamo ancora una
casa in muratura sull'appennino bolognese che usiamo per un week end al
mese e per un periodo estivo.
Comunque il fatto del dover aspettare i
lunghi tempi per la ricostruzione, il terremoto stesso, sono stati utilizzati
come fattori di crescita e sviluppo per i
bambini. Il primo, mostrando come sia
possibile ricostruire e riparare fisicamente qualcosa, fa aumentare la fiducia nel mondo e nelle proprie capacità;
il secondo fa comprendere come la
nostra vita sia legata alla natura e agli
imprevisti: per quanto questi possano
essere devastanti, però, si va comunque avanti.”
Paradossalmente, anche l'utilizzare
casette prefabbricate, cosa che crea
un vero e proprio disagio nei bambini,
è un momento di crescita: “Senza una
vera e propria casa in muratura, è
ancora più importante imparare a
rispettare le cose di tutti, dato che le
casette hanno muri tanto più fragili”
dice ancora la dottoressa Lamacchia.
Anche l'acetaia, nonostante i danni
subiti dal terremoto, è stata salvata: le
botti sane e il loro prezioso contenuto
si trovano ora in alcuni container.
L'acetaia era un ottimo modo per
imparare l'attesa: per fare il vero aceto
balsamico tradizionale di Modena servono almeno 12 anni (ma ci sono
anche aceti invecchiati 25 anni e più!),
un tempo che in questi anni frenetici
può sembrare un'eternità.
L'acetaia era ed è curata dalla
Cooperativa Sociale “La Lanterna di
Diogene”, che gestisce anche una trattoria omonima, nella quale lavorano gli
ex bambini dell'associazione diventati
grandi.
Anche il ristorante è stato danneggiato dal sisma: non in maniera strutturale, per fortuna, ma in maniera economica: una buona parte dei clienti sono
della zona e dopo il sisma hanno chiaramente altre priorità. I clienti che vengono “da fuori”, invece, hanno paura
delle scosse e tendono a cambiare
destinazione.
Loro, però, i ragazzi della “Lanterna”
e quelli della “Lucciola”, resistono.
Sarà che la luce della lanterna e
quella della lucciola rischiarano anche
le notti più buie, o perché le lucciole
sono insettini coriacei, che resistono
ancora nonostante l'uomo si sia impegnato molto nel devastare il loro habitat: in ogni caso, la vita deve andare
avanti, e lì in Emilia ce la stanno mettendo tutta per andare avanti e ricominciare.
Dana Della Bosca
LA LUCCIOLA ONLUS
Via Giliberti 1013 - 41017
Stuffione di Ravarino (Mo).
Contattabile telefonicamente allo
059.903295 (tutte le mattine dalle
9 alle 13 e martedì, mercoledì e giovedì anche dalle 14.30 alle 17.30)
e via mail a [email protected],
sito internet: www.lalucciola.org.
LISDHA NEWS - 15
SPORT
L' HS Varese con i fratelli maggiori della Cimberio.
SUCCESSO DI SQUADRA
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Tra gli obiettivi anche quello di promuovere maggiormente in basket in carrozzina
essa in archivio la storica promozione nel Campionato di
serie A2 di basket in carrozzina l'Handicap Sport si è trovata di fronte alla necessaria riprogrammazione
dell'attività facendo la conta dei fondi e
della forza lavoro disponibili. Prima del
reclutamento di nuovi praticanti ma
soprattutto dei rinforzi dell'organico per
far si che la categoria superiore non sia
una toccata e fuga il presidente Carlo
Marinello e i suoi collaboratori si sono
dedicati ad un aspetto fondamentale
M
Francesco Roncari,
miglior giocatore play off 2013
16 - LISDHA NEWS
quanto impegnativo come quello economico. Ai dirigenti biancorossi è
bastato il periodo estivo per rinnovare
la collaborazione con la Pallacanestro
Varese, trovare nuovi sostenitori e
ripartire dalla novità più importante rappresentata dal nuovo allenatore
Raniero Bassi che arriva dal Canton
Ticino.
"Ricevere la disponibilità di una persona e tecnico di grande esperienza
nel basket in carrozzina come Raniero
Bassi è stato per noi un gran colpo di
fortuna - racconta l'ex coach ora solo
presidente dell'Handicap Sport Varese,
Carlo Marinello - Una presenza, la
sua, che ci dà grandi stimoli e al tempo
stesso aumenta il nostro impegno nel
costruire una società solida che guarda
al futuro organizzando al meglio il presente".
- Iniziamo dai costi e dalle strutture
disponibili.
«Tasti dolenti. I costi sono davvero
impegnativi. Sull'entusiasmo della promozione e parallelamente a quello per
aver raggiunto un numero di principianti e giocatori già formati sufficiente a
formare due squadre avevamo pensato di iscriverci comunque al campionato di serie B e partecipare con un altra
formazione a quello di serie A2 conquistato nella passata stagione. Finita la
festa siamo stati tutti più realisti limitandoci ad allestire al meglio un' unica formazione che abbia le carte in regola
per mantenere la categoria. Nel frattempo vedremo di aumentare il nostro
lavoro, che un lavoro non è, di promozione del basket in carrozzina nelle
scuole, nei Centri di Unità Spinale ed in
ogni altro luogo dove ci viene concessa
la possibilità di organizzare incontri e
manifestazioni. Reclutamento e promozione prima che all'Handicap Sport
Varese sono basilari per l'intero movimento dello sport paralimpico».
- Un lavoro, che un lavoro non è,
ormai diventato impossibile da svolgere in pochi.
«Certamente. In questo senso abbiamo pescato un altro paio di jolly. Senza
mai dimenticare ogni volontario che ci
supporta sia in settimana sia nelle partite e nelle trasferte, possiamo contare
sulla parziale novità di Roberto Bonin,
con noi già nel corso delle passata stagione, e sul grande colpo di un dirigente nella storia della pallacanestro italiana come il nostro neo Direttore
Sportivo Nestore Crespi. Della serie:
l'unione fa la forza».
- Facce nuove anche sul campo.
«Una è quella del giovanissimo ed
esordiente Gabriele Silva, l'altra che
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non esito a definire strepitosa è quella
del nazionale ed ex Briantea Cantù
Jacopo Geninazzi reduce dalle vittorie
conquistate con la maglia della società
canturina nelle tre competizioni alle
quali ha partecipato nel 2013:
Campionato, Coppa Italia e Coppa
Vergauwen. In un colpo solo abbiamo
ringiovanito e potenziato l'organico.
Considerati i tempi è già un bel successo. Adesso siamo curiosi di vedere
cosa succederà dal momento in cui
conterà buttarla dentro e far punti».
cancellando tutto il tempo trascorso a
giocare ad un canestro solo, ritrovando
emozioni che mai avremmo pensato di
poter rivivere. Tornando ad una tua
domanda alla quale non ho ancora
risposto, nel momento in cui ci è stata
confermata la disponibilità del
Palazzetto di Malnate non solo per le
partite ma anche per tutte le gare
casalinghe mi sono ritrovato lo stesso groppo in gola del momento in
cui mi arrivò l'ok della Pallacanestro
Varese per iscrivere la nostra squadra al campionato di serie B…
dopo vent'anni».
Roberto
Bof
- Nel 2014 la Società che hai contribuito a fondare arriverà al traguardo dei 30 anni.
«Mamma mia! Non dico che
sembra ieri perché la carta
d'identità è implacabile ma
30 anni sono davvero
tanti. Speriamo di festeggiarli nel migliore dei
modi restando in serie A.
Nel lungo periodo di
inattività agonistica tra il
'90 e il 2000 tra noi quattro gatti rimasti ci ripeteIl coach R
vamo spesso che i tempi
aniero Ba
ssi.
belli erano un lontano
ricordo. Da due anni
abbiamo corretto il tiro Il presidente dell'HS Varese Carlo Marinello, il Direttore Sportivo Nestore Crespi e il Vicepresidente Antonio Bazzi.
ARRIVEDERCI BURUNDI!
Terminate le fatiche dell'ottimo campionato di
Lega 1 della Pallacanestro Varese e i festeggiamenti per la promozione in A2 dell'Handicap
Sport, il main sponsor Roberto Cimberio ha concluso una stagione sportiva da incorniciare volando nel cuore dell'Africa, nella Missione del Vispe
in Burundi (www.vispe.it), per inaugurare la scuola di Bugenyuzi realizzata a tempo di record grazie al Progetto "Una Scuola per Vivere" promosso dalla Cimberio spa in collaborazione con il
Consorzio Varese nel Cuore.
Nella giornata dedicata al taglio del nastro agli
interventi delle autorità locali i 350 bambini ospitati dalla nuova struttura hanno alternato canti e
balli preparati per l'evento. Bugenyzi è parte integrante della Missione
di Mutoyi che i missionari del Vispe hanno iniziato a disegnare nei
primi anni '70 grazie a Don Cesare Volontè su indicazione dell'allora
Monsignore Albino Luciani a seguito di una richiesta a lui rivolta dal
Vescovo del Burundi.
L’incontro di Roberto Cimberio con il Parroco di Mutoy Don Roberto
e quello di Bugenyuzi Don Virginio avrebbe dovuto chiudere il cerchio
dell’iniziativa che ha coinvolto un gran numero di persone impegnate
in prima persona nel passa parola e nella raccolta fondi. Nel momento dei saluti all’aeroporto di Bujumbura per il ritorno in Italia nessuno
tra quelli che restavano e partivano ha pronunciato la parola “addio”.
Per il progetto “Una Scuola per Vivere” tutto fa pensare che si tratti di
un arrivederci.
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LISDHA NEWS - 17
ESPERIENZE
Foto di gruppo
(Natale 2012) della famiglia
Panizzardi:
Giulia in primo piano,
poi da destra nonno Ferruccio,
la zia Paola, la mamma
ed il papà di Giulia e dietro la
nonna Piera e lo zio Claudio.
LA FORZA DI GIULIA
Giiulia è una
Giulia
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causa di una rara sindrome che ha colpito la madre durante la gravidanza.
Ciononostante, con enorme coraggio e determinazione, sostenuta dall’affetto dei suoi e
grazie ad un percorso mirato ed efficace di riabilitazione integrata, questa piccola donna
dallo sguardo acuto e dal sorriso accogliente ha raggiunto traguardi davvero eccezionali.
ncontro Giulia nel monolocale situato in provincia di Varese, che l’adorato nonno Ferruccio le ha donato.
L’arredamento è allegro e l’ambiente
luminoso.
I
- Carino qui! Vedo un bel pianoforte, ti piace suonare?
«Moltissimo! Studio pianoforte da
sette anni con la mia amata insegnante
Daniela. La musica mi aiuta a tirare
fuori le emozioni e a dar loro voce.
All’inizio è stata veramente dura con il
mio impaccio prassico. Oggi, ho ancora
qualche difficoltà nel compiere movimenti precisi con le mani, ma la pratica
del pianoforte ha avuto una valenza
anche riabilitativa. Ho composto anche
una storia musicata dal titolo “il pesciolino ed il polipo” che assieme a Daniela,
nel 2008, abbiamo presentato con successo ai bambini della scuola materna
di Velate».
- Impaccio prassico!?
(interviene la mamma Susanna) «E’
18 - LISDHA NEWS
un termine tecnico per indicare la difficoltà nel compiere movimenti con le
mani, anche se vi sono stati enormi
miglioramenti grazie a tutta una serie di
interventi di tipo terapeutico e riabilitativo…»
- Ma cosa è accaduto di preciso?
«Durante la gravidanza mi sono
ammalata: avevo mal di testa, nausea,
vomito, un dolore che si irradiava a partire dallo sterno… in seguito ad alcune
analisi, si è accertato che i valori epatici non erano corretti ed i medici mi
hanno diagnosticato una sindrome
abbastanza rara chiamata Hellp. Si tratta di un gruppo di sintomi che possono
colpire le donne gravide e che si possono così sintetizzare: emolisi (H), innalzamento degli enzimi epatici (el) e riduzione del numero delle piastrine (lp).
Sono stata immediatamente ricoverata
presso il reparto di rianimazione dell’ospedale di Varese e Giulia è nata prematura con tutta una serie di gravi problematiche. In buona sostanza, come
purtroppo ha confermato anche la risonanza magnetica eseguita quando
aveva nove mesi, mia figlia è affetta da
una forma di Paralisi cerebrale infantile,
ovvero, da vari disturbi permanenti a
livello motorio, problemi muscolo-scheletrici, con associati altri disturbi
sul piano della sensazione, percezione,
comunicazione ed altri ancora, quali lo
strabismo convergente bilaterale. Dopo
il parto, Giulia ha trascorso ben tre mesi
in incubatrice ed è stata alimentata con
il sondino gastrico sino a quasi un anno
di età, mentre anche a me è occorso
quasi un anno di riabilitazione per
riprendermi del tutto!»
- In ogni caso, mi pare, guardandola, che Giulia debba aver compiuto
enormi progressi…
«Grazie ad un ottimo programma
terapeutico e riabilitativo integrato.
Giulia è stata subito presa in carico dal
reparto di neuropsichiatria infantile dell’ospedale di Varese in sinergia con
l’Istituto neurologico Mondino di Pavia
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ed è stata seguita in modo esemplare:
sottoposta a vari test valutativi (per
l’analisi delle competenze motorie, le
funzioni manipolatorie e prassiche,
quelle visive e visuo-percettive, le funzioni cognitive, comunicative e relazionali) per poi beneficiare di differenti pratiche riabilitative, quali la fisioterapia ed
altri esercizi psico-motori e manipolativi.
Ha dovuto anche subire diversi ricoveri
ed interventi chirurgici: fra i quali uno
all’età di quattro anni presso il reparto di
oftalmologia del Policlinico San Matteo
di Pavia per correggere lo strabismo ed
un altro, all’età di otto anni circa, presso
il reparto di ortopedia dell’Ospedale
Buzzi di Milano per l’allungamento dei
tendini degli arti inferiori».
- Credo che anche la famiglia sia
stata fondamentale, vero Giulia?
«Si! Con mia mamma c’è un rapporto
quasi simbiotico: oltre ad un dialogo
aperto e costante, basta uno sguardo
per intendersi. Lei è quella che mi è
stata più vicina anche per curarmi, per
fare molti esercizi di riabilitazione e per
lo studio. C’è una fortissima intesa fra
noi. Naturalmente, anche mio papà mi
vuole molto bene ed ho uno stretto
legame anche con i miei zii ed i miei
nonni, soprattutto con il nonno
Ferruccio che tutti i lunedì mi accompagna al Centro di riabilitazione di Velate
per fare fisioterapia. Poi, c’è “zia”
Angela, una ex compagna delle scuole
magistrali di mia mamma, che mi è
sempre stata vicina anche durante tutti
gli interventi chirurgici subiti. E vorrei
anche ricordare, fra i tanti che mi
vogliono bene, Anna Tarantino, la mia
cara fisioterapista del Centro di Velate
che mi ha seguita da quando avevo
dieci mesi sino allo scorso dicembre,
quando è andata in pensione. L’ho
sempre ammirata molto per la grande
umiltà, l’empatia e la gratuità gioiosa
nel donarsi ai pazienti».
- Sei, dunque, stata seguita molto
bene…
(interviene mamma Susanna) «Certo.
Bisogna anche dire che Giulia è una
ragazza davvero speciale sotto tanti
profili! Ha un carattere dolce e forte al
contempo, è molto sensibile e profonda, ha il senso dello humor ed una
grande tenacia. Tutto questo è stato
determinante nel conseguimento dei
traguardi raggiunti. Inoltre, ha brillanti
capacità nell’ambito del linguaggio e
delle funzioni cognitive che le sono
state riconosciute sin da piccola da vari
test e che le consentono di studiare con
profitto. Inoltre, come le dicevo, ha
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
potuto beneficiare di un progetto integrato di riabilitazione che ha fortemente
coinvolto anche la famiglia: la cosiddetta Family-centered therapy».
- Di cosa si tratta esattamente?
«Recentemente, con l’affermarsi delle
teorie sistemiche, il concetto di integrazione è stato inteso sia nel senso di
integrazione multidisciplinare, quale
processo di cooperazione e scambio
reciproco di esperienze fra operatori di
differenti discipline allo scopo di definire
un approccio diagnostico e terapeutico
unitario; sia nel senso di integrazione
contestuale del progetto riabilitativo
nell’ambiente di vita del bambino,
relativo quindi al suo contesto familiare, scolastico ed al tempo libero.
Dall’esperienza canadese, si è poi
direttamente mutuato il concetto di terapia centrata sulla famiglia, ovvero la
definizione di progetti terapeutici basati
su una precisa filosofia che ha fortemente rivalutato il senso e l’importanza
della famiglia poiché fondati sul principio secondo cui i genitori ed i familiari
sono i veri esperti delle capacità e dei
bisogni dei bambini e per cui l’ottimizzazione delle capacità funzionali di un
bambino può ottenersi solo nell’ambito
di un contesto familiare e sociale supportante. In quest’ottica, la famiglia collabora con i diversi operatori per prendere decisioni informate circa i servizi e
gli interventi che il bambino e la famiglia
stessa ricevono. L’obiettivo finale di tale
orientamento è quello di assumere le
migliori decisioni per la vita del bambino, conseguendo il massimo del risultato per quanto riguarda la sua salute, la
sua partecipazione alla vita sociale e la
sua qualità di vita. Parecchie ricerche
hanno dimostrato l’efficacia di questo
approccio ed il caso di Giulia ne è un’ulteriore conferma».
- Giulia, attualmente frequenti il
liceo?
«Sì, ho appena completato il primo
anno del liceo delle scienze umane
all’Istituto Manzoni di Varese. All’inizio,
lasciata “l’oasi” delle scuole medie, ero
parecchio intimorita, ma poi mi sono
trovata davvero bene! E’ stata una scelta “di testa e di cuore”. Amo, in particolare, la psicologia, la pedagogia e l’italiano, ma anche le altre materie mi piacciono, soprattutto il latino, l’inglese ed il
diritto. Ho avuto invece qualche difficoltà in matematica. I miei compagni, poi,
sono dei veri gioielli: mi aiutano e fanno
anche molto affidamento su di me.
Anche con gli insegnanti mi trovo bene.
Sono davvero contenta e mi sento
orgogliosa di occupare anch’io un ruolo
in questa benedetta società!».
- Hai altri hobbies oltre al pianoforte?
«Un’altra delle mie passioni è il teatro
che ho coltivato dalla terza elementare,
grazie alla mia maestra Silvia e poi con
Massimo Zatta, sino alla fine della terza
media. Ora, purtroppo, ho dovuto smettere soprattutto per problemi di tempo.
Mi resta il mio amato pianoforte e compongo anche dei brani musicali; quando sono triste poi mi affido a lui e qualche volta lo faccio anche piangere».
- Sei davvero un’artista, Giulia e mi
hai toccato nel profondo del cuore
con la franchezza del tuo dire e la
sensibilità poetica che emerge dal
tuo racconto…
«Grazie. La patologia la si può vivere
solo se la si accetta ed io l’ho fatto grazie alla fede che mi ha consentito di
superare qualsiasi ostacolo, senza
arrendermi mai, illuminando anche i
momenti più dolorosi e grazie a tante
care persone, che mi hanno amata ed
aiutata a scartare giorno dopo giorno il
grande dono della vita!»
Maria Cristina Gallicchio
Giulia insieme a Daniela durante la presentazione della favola musicata “Il pesciolino ed il polipo”.
LISDHA NEWS - 19
MOBILITÀ
UN PREMIO
PER LA CITTÀ
PIÙ ACCESSIBILE
IN EUROPA
Mentre a casa nostra si fa fatica a rimuovere
anche una piccola barriera architettonica vi sono
città che fanno a gara per dimostrare quanto hanno fatto a casa loro per
rendere meno difficile la mobilità della persona con difficoltà di deambulazione.
a Commissione europea ha raccolto le iscrizioni per la quarta
edizione di “Access City Award”,
il riconoscimento europeo per le città
accessibili. Il premio annuale riconosce e premia quelle città che si impegnano per fornire un ambiente accessibile a tutti e, in particolar modo, alle
persone disabili e agli anziani. Il premio fa parte del più ampio sforzo
dell’Unione Europea e per creare
un’Europa senza barriere: una migliore accessibilità porta benefici economici e sociali durevoli alle città, specialmente nel contesto di un invecchiamento demografico.
Le città con almeno 50.000 abitanti
hanno avuto modo, come ogni anno
entro settembre, di presentare la propria candidatura.
L
"Continuiamo a lavorare assieme per
rendere più facile la vita dei cittadini
dell’Ue", ha dichiarato Viviane Reding,
vicepresidente della Commissione
europea e commissario per la
Giustizia, e ha invitato le città di tutta
Europa a partecipare e a condividere
idee per rendere la vita urbana più
accessibile a tutti, la città che ha profuso energie e impegno per migliorare
l’accessibilità può diventare un esempio e una fonte di ispirazione per altre.
Circa 80 milioni di cittadini dell’Ue
sono disabili. Con l’invecchiamento
della popolazione, cresce sempre di
più il numero di persone con una disabilità o con mobilità ridotta.
Provvedere affinché tutti abbiano
accesso ai trasporti, a spazi e servizi
pubblici e alle tecnologie è diventata
una vera e propria sfida. Fornire
accessibilità comporta inoltre vantaggi
economici e sociali e contribuisce alla
sostenibilità e all’inclusione nelle aree
urbane. In linea con la Convenzione
delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, l’accessibilità è
uno dei pilastri della strategia
dell’Unione Europea sulla disabilità
2010-2020, che mira a creare
un’Europa senza barriere per tutti.
La selezione avverrà in due fasi: una
Gdynia (Polonia)
Accesso nell’autobus con pedana.
Pamplona (Spagna)
Lunga rampa per superare un dislivello.
20 - LISDHA NEWS
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
preselezione a livello nazionale seguita da una selezione finale a livello
europeo. Nella seconda fase a livello
europeo, una giuria formata da esperti in materia di accessibilità, tra i quali
l'architetto piacentino Mitzi Bollani,
selezionerà tra i candidati nazionali un
massimo di quattro finalisti che parteciperanno alla cerimonia di conferimento del premio a Bruxelles. La cerimonia coinciderà con la conferenza
per la Giornata europea delle persone
con disabilità, che si terrà il 3-4 dicembre 2013. Il vincitore del premio otterrà il titolo di “Vincitore dell’Access City
Award 2014”. Ad altre due città sarà
assegnato il premio di “finaliste”
Un cenno particolare va fatto al rappresentante italiano Mitzi Bollani che è
anche il rappresentante dell'Edf
(European Disability Forum) ed ha una
vasta esperienza internazionale nell'ambito del ‘Design for all' traducibile
in accessibilità, salute e sicurezza per
tutti. Il suo obiettivo è la diffusione
della cultura dell'accessibilità e della
progettazione ‘a misura d'uomo' e
senza discriminazioni (barriere architettoniche fisiche e cognitive).
Recentemente ha depositato il marchio collettivo ‘Designed for You&All'
che è il primo marchio europeo finalizzato alla qualificazione prestazionale
dell'ambiente costruito a misura
d'Uomo che facilita l'agire delle fasce
più deboli.
L’accessibilità di beni, servizi e infrastrutture deve essere attuata in maniera coerente e sistematica. Le iniziative
saranno pertanto esaminate alla luce
del rispettivo approccio all’interno di
quattro aree fondamentali: architettura
e spazi pubblici; trasporti e relative
infrastrutture; informazione, comunicazione e nuove tecnologie, strutture e
servizi pubblici.
La giuria presterà particolare attenzione all'impatto di misure riguardanti
l’accessibilità sulla vita quotidiana
delle persone con disabilità fisica e
sensoriale e sulla città nel suo insieme, tenendo conto della qualità e della
sostenibilità dei risultati ottenuti. I centri urbani dovranno altresì dimostrare il
coinvolgimento attivo delle persone
con disabilità e delle organizzazioni
che le rappresentano nella pianificazione e attuazione delle politiche di
accessibilità della città.
Uno sguardo agli anni passati, cioè
alle prime tre edizioni del Premio, dalle
quali, purtroppo, risultano del tutto
assenti le città del nostro Paese.
Infatti, dopo l’avvio nel 2010, quando
l’Access City Award andò alla città
spagnola di Ávila, successivamente la
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
WHEELMAP.ORG:
ON LINE I LUOGHI SENZA BARRIERE
La mappa interattiva consente di cercare, segnalare e trovare alberghi, musei, ristoranti, uffici, trasporti, cinema, supermercati senza
barriere. Disponibile in 23 lingue, contiene già oltre 330 mila voci ed
è seguita da circa 22 mila utenti al mese.
Viaggiare in modo sicuro e agevole, pianificare la giornata, aumentare la
propria mobilità, partecipare alla vita sociale e culturale di un luogo, sarà
sempre più facile per i disabili di tutto il mondo, grazie ai dati raccolti su
Wheelmap.org, mappa interattiva e social, che consente a tutti di cercare,
segnalare e trovare, zone geografiche e luoghi accessibili.
Il progetto open source, quindi aperto, libero e globale, si chiama
“Wheelmap: find wheelchair accessible places” ed è stato ideato dall’associazione non profit tedesca “Sozialhelden” (eroi del sociale). Scopo?
Semplificare la vita dei disabili in viaggio creando una mappa di tutti i luoghi accessibili a chi si
muove su una “sedia a
rotelle”, costruendo un
database, con relativo
motore di ricerca. Il progetto si propone anche, come
strumento utile per la sensibilizzazione e la definizione
di un’agenda politica inclusiva e sostenibile, attraverso un resoconto aggiornato
di cosa è stato fatto e cosa
ancora c’è da fare in tema
di barriere architettoniche.
La struttura del portale è molto semplice, si possono scegliere diverse categorie da segnalare tra le quali: alberghi, musei, ristoranti, uffici, trasporti,
cinema, supermercati ecc. Per ogni luogo una icona colorata indicherà la
possibilità o meno di accesso. In verde le zone “accessibili ai disabili”, che
ad esempio dispongono di un ingresso senza gradini, di un accesso a tutte
le sale (senza eccezione) e bagno disabili; in arancio quelle “parzialmente
accessibili”, ossia che hanno l’ingresso con gradino (non più alto però di 7
cm), sale principali senza scalini, bagno non accessibile; in rosso le aree
“non accessibili” e in grigio quelle sconosciute che attendono ancora qualcuno che le contrassegni.
Wheelmap.org è comunitario, tutti possono essere coinvolti, chiunque può
aggiornare la mappa che è disponibile in 23 lingue sia su internet che come
applicazione per iPhone e Android. Dal 2010 il sito ha archiviato oltre 330
mila voci e ad oggi è seguito da circa 22 mila utenti al mese. L’augurio è
quello di coinvolgere sempre più persone a partecipare, gli utenti registrati
possono caricare foto, descrivere luoghi accessibili o meno, scrivere commenti, condividerli e naturalmente accedere loro stessi alle informazioni e ai
servizi gratuiti. (slup)
(Fonte: Redattore Sociale del 12-09-2013)
vittoria è stata assegnata a Salisburgo
(Austria) e a Berlino (Germania). Lo
scorso anno, inoltre, le altre due finaliste sono state Nantes (Francia) e
Stoccolma (Svezia), con riconoscimenti speciali a Pamplona (Spagna),
per l’architettura e gli spazi pubblici,
Gdynia (Polonia) per i trasporti e le
relative infrastrutture, Bilbao (Spagna)
per l’informazione e la comunicazione
– incluse le nuove tecnologie – e
Tallaght (Irlanda) per le strutture e i
servizi pubblici.
Si spera che quest’anno, o quello
prossimo, sia la volta buona per una
città italiana, almeno per ottenere una
menzione.
Bruno Biasci
LISDHA NEWS - 21
MOBILITÀ
GIOCO ANCH’IO!
Sopra e nella pagina a fianco: il parco
senza barriere di via Bazzi a Milano.
Non dovrebbero esistere parchi per qualcuno ma solo parchi per tutti.
L'architetto
I giardinetti sotto casa accessibili anche ai bambini disabili si
Elena Brusa Pasquè.
contano sulle dita delle mani, ma i progetti non mancano.
i parchi giochi è affidato il compito di restituire una parte di
spazio dove vivere e fare esperienze, di consentire i primi contatti
sociali e favorire le esperienze di
apprendimento. Oltre al gioco e al
movimento, i parchi giochi stimolano la
capacità comunicativa e incentivano la
socializzazione. Tutti devono poter
beneficiare delle preziose possibilità
offerte da questi spazi ludici e liberi,
anche le persone disabili. Sembrerebbe un’ovvietà, eppure durante la
progettazione di un parco giochi questa
esigenza viene spesso ignorata al
punto che, ad oggi, i parchi giochi
accessibili ai disabili sono una rarità.
Diventare più sensibili, mettendosi nei
panni degli altri è il presupposto da cui
non solo gli architetti, ma tutte le persone dovrebbero partire prima di realizzare qualsiasi tipo di progetto, ciò consentirebbe ai bambini disabili di condividere con i loro coetanei le possibilità
di apprendimento e sperimentazione e
agli adulti portatori di handicap di
accompagnare i loro bambini in questi
spazi e di aiutarli a cimentarsi nei giochi proposti.
A
22 - LISDHA NEWS
Un noto slogan pubblicitario dice
“immagina, puoi”. Facciamolo. Immaginiamo un parco giochi per tutti, un
parco con il pavimento di gomma morbido per attutire le cadute, con una
rampa per ogni gioco, con la seduta
delle giostre alla stessa altezza della
carrozzina, con maniglie a cui aggrapparsi, con giochi multisensoriali ecc..
Possiamo? Sì. A spiegarcelo e a parlarci dei sui progetti è l'architetto varesino
Elena Brusa Pasquè, che da anni lavora proprio in questa direzione seguendo i principi di quello che viene definito
“Universal Designer”.
- Oggi si parla di universal design,
di design for all. Può spiegarci cosa
si intende?
«Con Universal Design si esprime la
tensione a uno scopo di grande valore
umano, e non un insieme di requisiti
dimensionali. Il termine sfida i progettisti a pensare, oltre la conformità
ai codici e alle caratteristiche speciali di
utenti specifici, per trovare soluzioni
che includano i bisogni di diversi
destinatari. Nel 1997 sono stati definiti i
sette principi di progettazione se-
condo la logica
dell'Universal
Design, compilati da chi, in
America, ha
scritto la storia
di questa filosofia.
Gli architetti, designer,
assistenti
tecnici e ricercatori
nell’ambito della progettazione ambientale e dei parchi giochi, componenti del
gruppo di lavoro, hanno scritto i principi base di questa filosofia progettuale.
Tali principi sono utili a valutare anche
progetti di recupero, e possono guidare
il processo di progettazione e istruire
progettisti e consumatori sulle caratteristiche che prodotti e ambienti dovrebbero avere. Eccoli:
1 - Equitable use (utilizzo equo, non
discriminatorio). Il progetto è utile e
commerciabile per persone con differenti abilità.
2- Flexibility in use (utilizzo flessibile).
Il progetto è adattabile a una vasta
gamma di esigenze e abilità individuali.
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
3 - Simple and Intuitive Use (utilizzo
semplice e intuitivo). L'uso del progetto è facile da comprendere, indipendentemente dall'esperienza dell'utente, dalle sue conoscenze, dalla sua lingua o dal suo livello di concentrazione.
4 - Perceptible Information (percettibilità delle informazioni). Il progetto
comunica efficacemente informazioni
necessarie all'utente, indipendentemente dalle circostanze ambientali o
dalle sue capacità sensoriali.
5 - Tolerance for error (tolleranza
all'errore). Il progetto minimizza i rischi
e le conseguenze negative di azioni
accidentali o non intenzionali.
6 - Low Physical Effort (contenimento dello sforzo fisico). Il progetto può
essere utilizzato in modo efficace,
confortevole e con un minimo sforzo.
7 - Size and Space for Approach and
Use (misure e spazi per l'approccio e
l'uso). Il progetto prevede spazio e
dimensioni adeguate per l'approccio, il
raggiungimento, la manipolazione e
l'utilizzo di un oggetto oltre alle sue
dimensioni fisiche, e alla postura o alla
mobilità dell'utente».
- C'è un rapporto tra la "qualità" di
un progetto e la "sensibilità"?
« Ci si deve interrogare sulle proprietà di un pavimento, di una parete, di un
soffitto, di una copertura, di come
riscaldare un ambiente o di come farvi
entrare la luce cercando di realizzare
situazioni in cui gli indizi plurisensoriali possano favorire la godibilità di un
ambiente e la riconoscibilità dei luoghi.
La qualità di uno spazio reso “sensibile” dai materiali usati e dallo studio
della luce e del comfort ambientale è
assolutamente maggiore rispetto ad
uno spazio non studiato in tal senso.
Lo spazio che dovrà essere manipo-
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
lato dalla progettazione deve avere
una serie di indizi o di riferimenti sensoriali in grado di essere compresi e
quindi favorire la mobilità in autonomia ad un numero sempre più ampio
di popolazione.
La potenzialità della progettazione
plurisensoriale risulta particolarmente
evidente se si considera la sua versatilità soprattutto per coloro che non riescono più ad avere un uso completo
della vista, come i non vedenti o gli
ipovedenti o che della vista fanno un
uso privilegiato, come i non udenti, ma
anche gli stessi anziani, a causa delle
disfunzioni visive ed uditive causate
dall’età. Da un punto di vista pedagogico l’utilizzo di tutti i sensi aiuta a sviluppare la destrezza, l’immaginazione
e l’intelligenza, consentendo all’uomo
di aumentare il proprio potenziale percettivo ed allo stesso tempo facilitare
la comprensione dello spazio che lo
circonda. L’ambiente così strutturato,
con elementi che generano nell’individuo sensazioni percettive diverse,
legate al senso visivo, acustico, tattile,
olfattivo, cinestetico ed igrotermici
risultano piacevoli e godibili anche da
chi non è limitato nella sua fisicità e
facilmente riconoscibili da tutti».
- In occasione della ReaTech dello
scorso anno ha promosso insieme
a Luca Fois del Politecnico di
Milano il network Life fol all...
«La ReaTech è l’evento dedicato alle
persone con disabilità focalizzato su
accessibilità, inclusione, autonomia,
uno spazio espositivo per presentare
iniziative, progetti in grado di offrire
migliore qualità di vita; un acceleratore
di una nuova prospettiva sociale, per
superare l’approccio esclusivamente
sanitario e la dicotomia “normodotati-
disabili”; un momento di confronto tra
associazioni, istituzioni, istituti di ricerca, architetti, designer, progettisti,
aziende e chiunque sia impegnato a
fornire strumenti e tecnologie per favorire percorsi di vita autonoma. In occasione della sua prima edizione avvenuta nel 2012 è nato Life for all. Il
comitato di redazione fondatore del
network è composto oltre che da me,
da Luca Fois, Federico Cauro, Matteo
Capra e Marta Viassolo. Durante
ReaTech 2012 il blog ha avuto la funzione di seguire in tempo reale la fiera
utilizzando lo streaming in diretta per
divulgare principalmente: eventi ed
interviste eseguite dallo staff alle figure di riferimento del campo.
Lifeforall-blog.com è una piattaforma
per il pensiero inclusivo dove pensare,
discutere, raccontare e progettare per
migliorare insieme la vita di tutti, nessuno escluso. L'obbiettivo è quello di
mettere in collegamento il mondo del
volontariato, le associazioni, le aziende, i progettisti, gli utenti e la realtà
dell’imprenditoria creando un network
di scambio e di confronto per la progettazione e l’innovazione.
E' l’anello di congiunzione tra il prima,
il durante e il dopo ReaTech Italia.
Esso rappresenta la piattaforma, non
solo digitale, di stimolazione e condivisione in diretta di eventi e contenuti
legati ai progetti finalizzati alla vita in
autonomia con l’obiettivo di diventare
un osservatorio e un punto di riferimento per tutti coloro che operano a
vario titolo nell’evoluzione di prodotti e
servizi dedicati alla disabilità in generale, per rendere il concetto di “Universal
Design” una realtà tangibile».
- Parliamo di parchi giochi accessibili. Per l'Anffas ha realizzato un
LISDHA NEWS - 23
senso universale… speriamo che lo
realizzino».
L'area giochi al Parco Formentano di Milano
parco senza barriere in via Bazzi a
Milano...
« Alla fine degli anni 90 la società RE
CO VE RED che era specializzata in
riciclo di materie plastiche mi chiese di
disegnare per l’Aem (azienda municipalizzata milanese) una serie di
giochi accessibili davanti alla sede
dell’Anfass di Milano in via Bazzi. Fu
un’occasione straordinaria e così realizzai il primo parco inclusivo in Italia
per consentire ai bambini disabili
motori e sensoriali, con diversa abilità,
di giocare insieme a tutti gli altri bambini usando gli stessi giochi: abbiamo
realizzato il Castello accessibile anche
ai bambini in sedia a rotelle o la pista
delle biglie rialzata per giocare dalla
sedia o in piedi e altalene, amache,
teatrino ecc.. tutto accessibile compreso il tavolo della merenda e le panchine, i cestini per i rifiuti. Utilizzammo
per la prima volta in Italia le plastiche
riciclate dai cavi elettrici per fare le
pavimentazioni morbide anticaduta nei
parchi. Accanto ad ogni gioco c’era un
pannello didattico che spiegava quante bottigliette d’acqua erano state riciclate per realizzare quei giochi. Ancora
oggi a oltre 15 anni dalla sua realizzazione è considerato un buon esempio
ed è molto utilizzato da tutti i bambini
del rione oltre che dagli ospiti
dell’Anfass».
-Sempre a Milano un altro esempio è l'area giochi al parco
Formentano...
«Conosco bene questo parco che ho
visitato con l’esecutore, il signor
Bongiorno che importa giochi inclusivi
dall’America.
24 - LISDHA NEWS
Diciamo che mentre noi 15 anni fa
facevamo prototipi con materiali riciclati, Giochi Sport importa giochi che il
mercato americano è riuscito a produrre in serie con materiali studiati scientificamente e appositamente da gruppi
di studio in modo da metterli sul mercato con un catalogo e un prezzo.
Questo in Italia non è mai avvenuto
nonostante le aziende interpellate a
cui avevo offerto i miei progetti anche
a titolo gratuito. Negli anni passati non
c’era la sensibilità che c’è oggi anche
a livello politico e amministrativo».
- Si parla anche di estetica nell'architettura accessibile dei parchi...
«Certamente gli americani lo hanno
capito e i loro giochi sono molto belli.
L’anno scorso a ReaTech ho realizzato un prototipo di spazio pubblico per
bambini per dimostrare che si possono
inventare
sempre
cose nuove accessibili. Quest’anno
ho presentato
a Palermo il
progetto del
Parco storico
di Villa Malfitano dove i
giochi previsti
saranno tutti
accessibili
a tutti in
- Oltre a Milano ci sono altre città
dotate di parchi giochi accessibili
ma sono ancora poche...
«Per me è un problema di mancanza
di sensibilità. Solo persone che hanno
avuto in casa una persona disabile
come amico o famigliare comprendono il problema, tutti gli altri scappano
di fronte alla sofferenza. La evitano
come se fosse una iettatura e questo è
dannoso per tutti. Io ho sempre dichiarato che soprattutto tra i bambini l’integrazione si dimostra un vantaggio di
natura fisica (aiuto pratico) per chi è
disabile ma è un grande vantaggio per
la crescita culturale e umana per chi è
normodotato. Ma questo non lo capiscono in molti. Ecco perché credo che
fiere come ReaTech o altre possano
contribuire a migliorare le Barriere
psicologiche che fanno più danno di
quelle architettoniche».
- C'è o ci sarà la possibilità di
vedere a Varese un parco giochi
accessibile?
«Io lo spererei veramente. Per il
parco del Palazzo della Provincia a
Casbeno avevo fatto da consulente al
Prof. Giorgetta di Milano che mi ha
seguito in tutte le mie indicazioni e per
ora è accessibile almeno con le sedie
a rotelle e le carrozzine grazie al suggerimento del calcestre come pavimentazione. Se tutti i parchi invece del
ghiaietto avessero il calcestre sarebbero già tutti per lo meno fruibili e non
ci sarebbe differenza di colore. Il calcestre è bianco o beige e fatto con polveri di pietra e marmi pressati e rullati».
Valentina Bertocchi
Altra immagine del Parco di via Bazzi a Milano
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
ASSISTENZA
CONGEDO STRAORDINARIO
ANCHE PER ZII E AFFINI
La Corte
C rt
Co
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costituzionale
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ff
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grado
d conviventi
i ti
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di persone con grave disabilità di poter godere di un congedo
straordinario per l'assistenza.
nche parenti e affini entro il
terzo grado conviventi di persone con grave disabilità possono godere di un congedo straordinario, “in caso di mancanza, decesso, o in presenza di patologie invalidanti degli altri soggetti individuati”
dalla legge, per prendersi cura del
disabile. Lo ha sancito la Corte
Costituzionale, con la sentenza
203/2013, dichiarando illegittimo l’art.
42, c. 5 del Dlgs 151/2001. Una
norma che garantisce questo diritto al
coniuge e poi al padre o alla madre,
ai figli e ai fratelli, ma non agli altri
parenti e affini, come per esempio
agli zii.
“La limitazione della sfera soggetti-
A
va vigente - osserva la Consulta - può
pregiudicare l'assistenza del disabile
grave in ambito familiare, allorché
nessuno di tali soggetti sia disponibile o in condizione di prendersi cura
dello stesso”. La dichiarazione di illegittimità costituzionale “è volta precisamente a consentire che, in caso di
mancanza, decesso o in presenza di
patologie invalidanti degli altri soggetti menzionati nella disposizione censurata, e rispettando il rigoroso ordine di priorità da essa prestabilito, un
parente o affine entro il terzo grado,
convivente con il disabile, possa sopperire alle esigenze di cura dell'assistito, sospendendo l'attività lavorativa
per un tempo determinato, benefi-
ciando di un'adeguata tranquillità sul
piano economico”.
Il caso all'attenzione della Consulta
aveva avuto origine dal ricorso di un
assistente capo di Polizia penitenziaria in servizio presso la casa circondariale di Palmi, contro due decreti
del Ministero della giustizia: il primo
aveva rigettato l'istanza presentata
per poter assistere lo zio materno, il
secondo prevedeva il congedo straordinario per assistenza a disabile e la
contestuale decadenza da ogni trattamento economico. La persona da
assistere non era il padre, ma lo zio,
e per questo la richiesta era stata
respinta.
(Fonte: SuperAbile)
INDENNITÀ E PENSIONI ANCHE
PER GLI STRANIERI CON DISABILITÀ
L'Inps ha finalmente deciso di concedere le prestazioni per persone con disabilità anche agli stranieri
con permesso di soggiorno, rispettando una serie di sentenze pronunciate dalla Consulta e da altre corti.
e prestazioni di welfare previste
in favore delle persone con
disabilità dalla legislazione
nazionale, quali l’indennità di accompagnamento, la pensione di inabilità,
l’assegno mensile di invalidità e l’indennità mensile di frequenza, devono
essere concesse a tutti gli stranieri
regolarmente soggiornanti, anche se
privi di permesso di soggiorno CE di
lungo periodo, alla sola condizione
che siano titolari del permesso di soggiorno di almeno un anno.
E' quanto finalmente chiarito dall'Inps
attraverso un Messaggio diramato il 4
settembre scorso con il quale viene
finalmente riconosciuto e applicato,
seppure con notevole ritardo, quanto
previsto da diverse Sentenze della
L
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
Corte Costituzionale che avevano
dichiarato l’illegittimità del requisito del
permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, introdotto
dall’articolo 80, comma 19 della Legge
388/00.
Il documento precisa che le pronunce della Corte Costituzionale debbano
trovare applicazione in tutte quelle
situazioni che non si siano ancora
definite con Sentenze passate in giudicato, per cui gli immigrati che si siano
visti rigettare dall’Inps le proprie istanze per mancanza del requisito del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, potranno presentare apposite domande di riesame,
che verranno accolte nei limiti del termine di prescrizione decennale.
LISDHA NEWS - 25
VACANZE
DALL’ESTATE AFRICANA
A UN ANGOLINO DI PARADISO!
Numerosi e interessanti gli
eventi dell'estate premenese.
Fuuga estiva
FFuga
esti
t va
v nelle
nelllle incantevoli
i ca
in
c nte
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v lil bellezze
bellllezze della
d lllla Val
de
V l Grande.
Va
Grande
Gr
d .
Tutto bene, a parte qualche episodio sgradevole...
Basterebbe davvero poco per rendere questi luoghi accessibili a tutti!
on è facile vivere a Varese per
le persone diverse, che si tratti di avere la pelle scura o di
usare un bastone o una carrozzina o
comunque si appaia fuori dalla norma
statistica della provincia lombarda.
Chi, diverso, voglia vivere tranquillamente nel varesotto, non deve temere
lo sguardo degli altri, può accettare la
sua diversità, e soprattutto sviluppare
quel senso dell’humour che colora la
vita e dà una garanzia per rimanere
libero. Ma davanti a un clima rovente
come quello di quest’estate tutto ciò
può non bastare.
N
Chi può allora fugge, come abbiamo
fatto io e mio marito. Per fortuna non
è necessario andare lontano per
respirare l’aria della montagna e rinascere!
La fuga che vorrei condividere con
voi è avvenuta in una meravigliosa
oasi di natura e freschezza, un paese
della Val Grande, il parco naturale piemontese del Lago Maggiore, un
26 - LISDHA NEWS
autentico polmone verde a un’ora e
mezza da Varese. Se desiderate
andarci, basta prendere il treno o la
macchina fino a Laveno; attraversate
il lago con il traghetto; per chi non possiede la macchina, c’è poi a Intra un
comodo pullman che fa la salita verso
Premeno e Piancavallo, vicini al cuore
del parco. L’alternativa è fare il percorso autostradale dell’A 26, direzione
Gravellona Toce e poi Intra-Premeno.
Noi possiamo usufruire dell’appartamentino nel retroterra di Pallanza che
ci ha lasciato una nonna. Ci rendiamo
conto che è la Provvidenza che ce l’ha
dato e che siamo molto fortunati.
Rimaniamo a dormire lì, all’inizio della
Val Grande, e poi appena svegli ogni
giorno saliamo in direzione di
Piancavallo. Ci fermiamo di solito a
Premeno. Ottocento metri di altezza e
già ci sono quattro o cinque gradi di
meno. Sostiamo spesso alla Chiesa di
San Salvatore che lascia col fiato
sospeso per la sua bellezza e per lo
scrigno che la circonda: il panorama
sul lago, la vallata selvaggia
dell’Uncina, lo Zeda, le cime del
Monte Rosa e della Svizzera. La piazza della chiesa con il suo manto di
erba e le sue panchine di legno rustiche invita naturalmente al silenzio,
alla meditazione, alla lettura, e per chi
ha la fede, a pregare.
Dopo un po’ di solito andiamo da
Francesco, il giovane padrone del bar
della Villa Bernocchi. Non solo ci prepara un delizioso caffè, ma ci accoglie
con un sorriso e un’attenzione pratica,
precisa e veloce. Appena ci vede
scendere nel parco, toglie la sedia di
mezzo per lasciare il posto alla carrozzina e ci fa accomodare sotto un faggio secolare con la sua ombra che
batte ogni climatizzatore.
Dietro il bar nell'atrio della "Villa" c’è
la Pro loco, di cui fanno parte non solo
abitanti della comunità, ma anche
forestieri che vengono in vacanza. Le
attività culturali, naturalistiche, ludiche
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
sono di qualità e gratuite. Chiunque si
presenta è accolto con gentilezza
dalla giovane segretaria e dalla signora Maria, un’anziana milanese che ha
deciso di vivere tutto l’anno a
Premeno ed è uno dei pilastri dell’istituzione. Ti accoglie come se fosse un
po’ la nonna di ciascuno; ti parla di
quel che il comune offre ai villeggianti
come una padrona di casa fa con
l’ospite.
Per chi si muove in carrozzina non ci
sono ostacoli perché gli spettacoli –
concerti, opere di teatro, cabaret – si
svolgono nel parco della villa dove
non c’è nessuna barriera e c’è sempre
un buon posto. E bello ritrovare in
quegli spettacoli i bambini che giocano in tutta libertà, senza che questo
disturbi, e poi, uno accanto all’altro,
l’imprenditore facoltoso e il muratore,
l’operaio in cassa integrazione e il
medico o l’avvocato. E lo stesso
avviene anche sulle panchine nel
parco in cui pensionati e studenti
discutono con signore anziane fuggite
come noi da Varese, Milano o Torino e
con immigrati e turisti tedeschi e svizzeri con i loro tanti bambini... Sembra
per due mesi che qui non ci siano barriere né pregiudizi fra le persone che
riscoprono il gusto di parlarsi, di condividere cose belle. Un'altra Italia. C’è
un posto per ciascuno!
giallo “Vertigine” fatta da due amanti
della Milano degli anni Cinquanta, la
scrittrice Erica Arosio ed il giornalista
Giorgio Maimone, e poi in agosto la
meravigliosa mostra fotografica sulla
fauna della Val Grande del fotografo e
cacciatore di immagini sorprendenti,
Dino Perrotta. Ho ritrovato lì il pettirosso che mi viene a visitare a colazione,
la volpe che minaccia la notte le galline del nostro vicino contadino, un
tenerissimo cucciolo di cinghiale e
tanti serpenti temibili di cui preferisco
ignorare la presenza quando passeggio per i sentieri della montagna! Mi
piacerebbe incontrare a Natale i
camosci di cui ho visto i ritratti che
scendono spinti dalla mancanza di
cibo fino all’inizio del parco.
Quando è festa ci offriamo qualche
volta un pranzo da gourmet alla
“Stazione”. E una famiglia di Saronno
che tiene il ristorante, nell’antica stazione del luogo restaurata a modo di
piccolo bistrot. Il nonno accoglie ogni
cliente all’entrata con un grande sorriso, lo chef dell’osteria prepara degli
squisiti piatti di pesce fresco come se
fossimo a Genova, la signora riceve
con grande cordialità e non mancano
il tocco della brillante figlia ventenne
Valentina e dello spiritoso cameriere
Giovanni. Durante la settimana c’è un
menu fisso all’insegna della buona
cucina casalinga. Il bagno è a norma e
senza scalino per le carrozzine. Per
entrare nel ristorante si può prendere
la rampa vicino all’edicola anch’essa
senza barriere e tenuta da persone
molto accoglienti e aperte.
Un altro posto è la Pizzeria-Bar “Il
Bivacco” con un accesso molto facile
per chi è in carrozzina. L’ambiente è
simpatico e rustico. Lo chef fa anche
da panettiere e vende un pane fragrante e delle brioche squisite. Ha
anche del latte e della frutta e verdure
a prezzi competitivi.
Se invece fa molto caldo, conviene
salire fino a Pian di Sole che è più fresco. Mi hanno detto che la pizzeriabar in piazza è accessibile ma non
l’abbiamo ancora provata. Prima che
mio marito avesse bisogno della carrozzina andavamo alla ”Genzianella”,
piccolo ristorante dove nel giardino
pieno di fiori si mangiano piatti tipici e
dove la vista sulle montagne è stupenda. Purtroppo, l’accesso comporta
quattro o cinque scalini piuttosto ripidi.
In alto e qui sotto vedute di Premeno.
Tra gli eventi a cui abbiamo assistito
ricordiamo in luglio lo spettacolo teatrale dei bambini diretto da Federico
Gagliardi, in cui ogni giovanissimo
attore dava un tocco individuale, a
volte umoristico, altre volte poetico e
saggio, per parlare della tutela del
nostro pianeta, e la presentazione del
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
LISDHA NEWS - 27
PARCHI SENZA
BARRIERE
28 aree protette della Lombardia con informazioni sull'accessibilità.
Tutto è andato bene? Quasi. Il primo
giorno abbiamo avuto un’esperienza
alla Villa Bernocchi che ci è sembrata
un fulmine a ciel sereno.
Era l’inizio di luglio, un giorno di
caldo infernale anche lassù. Avevamo
parcheggiato la macchina nell’unico
posto ombreggiato. Mangiavamo tranquillamente un’insalata con un bicchierino di vino quando è apparsa una
signora con l’atteggiamento di una
preside in cattedra. Ha detto ad alta
voce con in mano il cellulare: “Sto per
chiamare i vigili perché multino tutte le
persone che hanno parcheggiato fuori
dagli spazi. Non se ne può più di questa mancanza di rispetto delle regole!”
Le ho detto allora che ero uno degli
imputati, ma che avevo parcheggiato
nell’unico luogo ombreggiato dove
l’auto non dava fastidio a nessuno. Le
ho fatto anche notare che avevamo
lasciato il pass dell’handicap vicino al
volante. Ma lei mi ha risposto in modo
duro che c’era un parcheggio per le
persone handicappate e che dovevo
subito spostare lì la macchina se non
volevo la multa. Le ho fatto osservare
che il posto riservato all’handicap era
Panorama della Val Grande
“Parchi
Senza
Barriere” è una
pubblicazione
dedicata
alle
aree naturali
protette lombarde, e guida
alla scoperta
di: 1 Parco
nazionale,
12
parchi
regionali, 13 parchi localili di
interesse sovracomunale e 2
riserve naturali.
Sono tutti presentati nella loro
molteplicità di aspetti: natura, storia, beni architettonici, offerte turistiche e prodotti tipici, ma soprattutto nel livello di accessibilità dei
luoghi.
Sono state rilevate 83 risorse
(sentieri, punti panoramici, centri
visita, centri di educazione
ambientale, musei) visitate in loco
da personale Aias esperto in
materia di turismo accessibile alle
persone disabili.
La pubblicazione, realizzata da
Regione Lombardia Qualità
dell’Ambiente in collaborazione
con Cts e Aias di Milano Onlus, ha
formato tascabile e si compone di
270 pagine, arricchite da numerose foto e immagini a colori.
La guida può essere richiesta a:
Sportello
Disabili
Regione
Lombardia, tel. 02 67654740
in pieno sole con una temperatura bollente che avrebbe reso l’auto un
“forno” non proprio adatto a mio marito a cui il medico aveva prescritto di
evitare il caldo. Ma la signora non ha
voluto sentir ragione: “Se venite a
Premeno c’è una legge che va rispettata. Abbiamo pensato all’handicap,
punto.” Le ho fatto notare che il suo
atteggiamento non era umano. Le ho
chiesto di qualificarsi, ha rifiutato. Per
fortuna poi ho trovato un altro posto
nella salita di San Salvatore, all’ombra
di pini centenari, lungo il giardino della
casa che soprannominiamo "dei cocker" perché ai lati del portone, ci sono
due statue di cocker sorridenti, da allora divenuto il nostro parcheggio estivo!
Abbiamo riso spesso quest’estate
quando
incrociavamo la signora
“senza nome” - che poi abbiamo saputo essere impegnata in politica - perché faceva finta di non vederci!
Un altro episodio sgradevole c’è
stato con l’elevatore
della Villa. Un nostro
email: [email protected].
amico un giorno dove-
va andare in bagno e ha chiesto di
essere accompagnato alla pedana. I
responsabili della Pro loco hanno fatto
finta che fosse tutto a posto per poi
“scoprire” che non funzionava, ma era
chiaro che era così da un pezzo!
Conclusione: basterebbe poco per
rendere questi luoghi un paradiso per
tutti.
Carine Cooreman
28 - LISDHA NEWS
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
SEGNALAZIONI
PRENDI IN CASA
UNO STUDENTE
A Milano
Milano 200
Mi
200 mila
20
milila ragazzi
ragazzi all'anno
ra
alll'a
' nno frequentano
freque
fr
uenta
t no l'università.
l'u
'
Di questi il
54% viene da fuori. Per contro, sempre in città, vivono, 400 mila ultrasessantenni in abitazioni troppo spaziose e costose per le loro pensioni. Da qui l'iniziativa
di MeglioMilano “Prendi in casa uno studente”.
mmaginate che dovete trasferirvi in
un’altra città, che conoscete poche
persone e che i costi delle stanze
in affitto siano alle stelle. Mentre siete
alla ricerca del vostro posto letto, ad
esempio a Milano, vi imbattete in
un’associazione, MeglioMilano, che
mette in contatto i bisogni degli under
65 con quelli degli studenti universitari fuori sede. E così si scopre cosa
hanno in comune una pensionata
I
milanese e una studentessa di Lecce,
piuttosto che un diciannovenne francese con un'arzilla ottantatreenne.
Signore che hanno aperto la propria
casa rispolverando la stanza dei figli,
sono le felici coinquiline di studenti
fuori sede che arrivano da ogni parte
d' Italia, e anche dall' estero. Così la
solitudine si fa sentire meno, aumenta
il senso di sicurezza grazie alla presenza di una persona in casa, e ogni
mese entra un contributo che i ragazzi
pagano per partecipare alle spese
vive, risparmiando sui posti letto, che
a Milano sono ben più salati. Il progetto si chiama: “Prendi in casa uno studente”. L’associazione MeglioMilano
garantisce una camera indipendente
in casa di un pensionato autosufficiente e mette in contatto chi ospita con
chi cerca casa, assicurando serietà e
controllo. Il contratto tra le parti è
anche esentasse e i costi si aggirano
tra i 250 e i 280 euro mensil. Nella
zona di Bovisa è avvenuta la prima
sperimentazione nell’anno accademico 2004 / 2005 in collaborazione col
Politecnico di Milano. L’esperienza si
è poi allargata a tutti gli atenei milanesi. Questa forma di coabitazione è
molto diffusa in Francia, negli Stati
Uniti e soprattutto in Spagna, dove sia
studente che pensionato ricevono un
contributo economico da parte dell’amministrazione centrale. In Italia,
“Prendi in casa uno studente” ha ricevuto il patrocinio del Ministero dell’Università e della Ricerca.
Valentina Bertocchi
STARE INSIEME FACENDO
Dall Villaggio
D
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Villaggio Sos
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v lt
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a ragazzi e giovani disabili.
l Villaggio Sos di Morosolo
(Varese), che si occupa di minori e
famiglie in difficoltà accogliendoli
nelle proprie case e fornendo servizi
per il territorio (asilo, doposcuola, centro estivo), dalla scorsa primavera ha
inserito un nuovo servizio rivolto a
ragazzi e giovani disabili intitolato
“Stare insieme facendo”.
Possono accedere al servizio sia
minorenni che frequentano la scuola
dell'obbligo o corsi di formazione, sia
giovani con disabilità che si trovano in
una condizione di isolamento sociale e
relazionale e abbiano terminato il ciclo
di studi e si trovino fuori dal sistema
formativo e lavorativo, sia infine giovani che pur essendo inseriti nel
mondo della scuola e del lavoro,
necessitano di integrare il percorso di
crescita con esperienze di socializzazione e di aggregazione in un ambiente idoneo.
Il progetto prevede attività diurne che
I
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
si svolgono tutto l'anno, dal lunedì al
sabato e che consistono in: laboratori, iniziative ricreative/socializzanti,
sport (basket, pallamano, calcio), studio guidato, uscite. Sono inoltre previste attività individualizzate di fisioterapia, psicomotricità, arteterapia, psicoterapia.
Si può inoltre usufruire di un servizio
mensa e vi sono possibilità di pernottamento per brevi periodi.
Per informazioni rivolgersi a
Sos Villaggio del Fanciullo, via SG
Emiliani 3, 21020 Casciago (Va)
tel 0332/826009,
[email protected],
www.villaggiososmorosolo.it.
M.C.
PIÙ SPAZIO
PER I DISABILI
NEL PUBBLICO
IMPIEGO
Novità sul fronte lavoro e disabilità.
La pubblica amministrazione avrà
l'obbligo di assumere la quota di
riserva di persone svantaggiate, tra
cui i disabili, anche in soprannumero
rispetto alle dotazioni organiche. E'
quanto previsto nel decreto legge in
materia di razionalizzazione nelle
Pubbliche amministrazioni, in vigore
dal primo settembre.
Ripristinato quindi il diritto al lavoro
per le categorie più deboli, grazie alla
deroga introdotta al divieto di nuove
assunzioni per le amministrazioni con
personale in eccedenza o in soprannumero.
LISDHA NEWS - 29
LIBRI
TROPPA BUROCRAZIA!!
Dal Rapporto
Dal
D
Rapport
Ra
rto sull'invalidità
sul
ull'i'inva
v lilidità civile
c vi
ci
vile e la
l burocrazia
bur
urocr
crazia di
d Cittadinanzattiva
Cittadi
Ci
dinanz
nzatt
ttiva
v emergoe er
em
erg
no attese lunghe per i cittadini, troppa burocrazia e poca informatizzazione.
osì come per gli evasori che
non pagano le tasse, così
anche per i falsi invalidi, a
pagarne le spese sono tutti gli altri, gli
onesti, quelli che ne avrebbero davvero bisogno. E basta che il marcio
sia poco per danneggiare tutto il
resto. Se le forze, poi, sono dispiegate in misura considerevole più a beccare i primi, piuttosto che garantire i
secondi, il risultato è un sistema che
fa acqua da tutte le parti.
C
E' questa, a grandi linee, la fotografia che emerge dal I Rapporto sull'invalidità civile e la burocrazia di
Cittadinanzattiva. Si tratta dei risultati
della campagna "Sono un V.i.P. - Very
invalid People", lanciata nel maggio
2011, che prende in esame 3.876
segnalazioni giunte al Pit Salute
nazionale e alle sedi del Tribunale per
i diritti del malato nel corso del 2012.
In sostanza, tempi lunghi, burocrazia e scarsa informatizzazione le
cause di un pantano che blocca un
percorso di riconoscimento ed erogazione di diritti.
BEN OLTRE I 120 GIORNI - Una
media di un anno è quella che un italiano vede trascorrere tra la convocazione a visita di invalidità e i benefici
economici connessi, contro i 120
giorni stabiliti dalla legge. Ed è tutto
il percorso ad essere lungo, addirittura più dello scorso anno: in media 8
mesi necessari per la convocazione a
prima visita (nel 2011 erano 6), e 11
per ricevere il verbale (9 nel 2011).
Stabili le segnalazioni sul ritardo per
la concessione dei benefici economici e delle agevolazioni.
I (POCHI) FALSI INVALIDI - Riporta
il Rapporto anche il dato riguardante i
cosiddetti falsi invalidi, che secondo il
Rapporto 2012 della Guardia di
Finanza sono poco più di 1000, pari
allo 0,04% degli aventi diritto. Ma la
lotta ai falsi invalidi finisce per costare 58 milioni di euro. Inoltre i medici
impiegati per le attività di verifica straordinaria vengono di fatto sottratti
alla attività ordinaria per la concessione della invalidità.
COSTI PER IL CITTADINO - Tempi
lunghi di accertamento ed erogazione
delle provvidenze dovute, hanno la
conseguenza per il cittadino di pagare di tasca propria protesi ed ausili,
ma anche rette di Rsa e ticket sanitari che continuano a crescere, come
pure determinano l'impossibilità di
accedere ad agevolazioni e sgravi
fiscali previsti di diritto.
POCA INFORMATIZZAZIONE MA
TANTA BUROCRAZIA - Il Rapporto
mette in luce anche la scarsa informatizzazione delle Asl, che solo nel
56% dei casi hanno trasmesso i verbali in formato elettronico all'Inps. Il
restante 44% in formato cartaceo ha
comportato un dispendio di risorse e
tempo per l'inserimento nella piattaforma Inps. E intanto il 45,6% dei cittadini (nel 2011 erano il 28,4%)
segnala la lunghezza e tortuosità del
percorso burocratico da intraprendere per la richiesta di invalidità: in un
caso su tre incontrano grandi difficoltà nel presentare la domanda stessa.
LA PRASSI DEI RICORSI - Ok,
tempi lunghi e precorso a ostacoli,
ma poi si arriverà infine a d avere ciò
che spetta, no? Non proprio. Il rapporto ci dice che quasi nel 30% dei
casi il cittadino considera inadeguata
la valutazione della propria condizione clinica da parte della commissione
medico-legale. Ecco quindi rendersi
sempre più frequente il ricorso alle
30 - LISDHA NEWS
vie giudiziarie, con cittadini che impugnano il verbale di invalidità. Da
tempo si assiste ad una sorta di tendenza a considerare come prassi
l'accesso al ricorso giudiziario, quasi
completasse l'iter amministrativo e
fosse matematico dover fare causa
per ottenere un diritto. Ci si dimentica
quasi che il ricorso dovrebbe invece
rappresentare una eccezione.
LE PROPOSTE DI CITTADINANZATTIVA - Insomma, un sistema bocciato, da rifomare, è quello che emerge da questa analisi. Su questa basi,
Cittadinanzattiva lancia le sue proposte per punti:
1. Semplificazione dell'iter burocratico, con tempi più lunghi e contenimento della spesa per la collettività.
2. Revisione delle "linee guida operative" del 2010, già bocciate dal
Parlamento, con cui l'Inps rivede al
ribasso i criteri di riconoscimento dell'accompagnamento.
3. Approvazione del Ddl 538 col
quale legare il diritto al reddito del
richiedente, non del nucleo familiare.
4. Conclusione della "indagine
conoscitiva" avviata nel 2012 sulle
procedure di accertamento delle
minorazioni civili da parte dell'Inps.
5. Ripristino della la possibilità di
impugnazione giudizio di primo
grado.
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
LA VITA DA DENTRO
di Emanuela Giuliani
FALLIMENTI
E RINASCITE
“Spesso ci indebitiamo con il futuro per
pagare i debiti del
passato.” (K. Gibran)
vrei dovuto...se solo avessi... come ho fatto a non
accorgermi...”.
Sono inizi di frasi che escono dalle
nostre labbra e che rivelano il nostro
vissuto nei confronti di errori e fallimenti che bruciano anche a distanza
di anni.
Con l'andare del tempo ci si accorge
di strategie di vita che non hanno portato a nulla, di meccanismi psicologici
che ci hanno governato da “tiranni”,
togliendoci la libertà interiore e facendoci intraprendere strade sbagliate.
L'inesperienza, il non aver ascoltato
consigli altrui e ancor più le tante fragilità affettive che ci abitano, ci hanno
fatto deragliare.
Altre volte non abbiamo ricevuto
l'aiuto giusto al momento giusto, non
abbiamo incontrato chi con sapienza
ci accompagnasse in scelte importanti da dover prendere magari ancora in
giovane età.
Gli stessi genitori non sempre sono
attrezzati per aiutare i figli nelle scelte
più impegnative, hanno anch'essi i
loro condizionamenti di cui sono più o
meno consapevoli.
In alcuni casi il deragliamento ha
provocato solo lievi ferite, in altri vere
e proprie “amputazioni” i cui riflessi ci
accompagnano per la vita.
Poi la maturità acquisita, un incontro
o le parole di qualcuno come d'improvviso, ci aprono gli occhi sui nostri
errori: prima non riuscivamo a vedere,
ad intuire.
“A
N. 79 - OTTOBRE-DICEMBRE 2013
ostri
Insomma dietro ai nostri
n
sbagli e fallimenti c'è un
miscuglio di debolezza, di presunzione
personale, di mancati
incontri, di superficialità, di condizionamenti psicologici.
Ma rimane il dato dii fatto: essi ci
sono e dobbiamo farci i conti ma questi conti vanno fatti bene e questo non
è sempre assodato.
Intorno a noi nulla ci aiuta a vivere il
fallimento: da un lato per una falsa
idea di perfezione psico-fisica, sociale
e spirituale che ci porta a fare finta di
niente, a non ammettere debolezze;
dall'altro perché ci viene detto che “va
bene tutto”, che una scelta vale l'altra
e se questo apparentemente tranquillizza, in verità disorienta ancora di più
e ci lascia in balia di altre eventuali
sbandate.
Di cosa abbiamo bisogno allora per
riconciliarci e ripartire?
Innanzitutto di poter confidare quanto ci rode dentro a qualcuno che ci
accolga senza giudicarci, senza il
minimo disgusto, accettandoci come
siamo (anche se accogliere senza
riserve non significa approvare certe
scelte o comportamenti).
Un monaco eremita descriveva così
questo passaggio: “Dio non dice mai:
Ti amo perché sei bello, ma Ti amo
perché sei tu, chiunque tu sia e quali
siano i tuoi peccati e i tuoi torti. Ecco
l'unico atteggiamento, al di là di ogni
parola, che possa pacificare l'altro e
riconciliarlo con le zone più oscure
della sua personalità, che gli fanno
paura o vergogna: un' accoglienza
incondizionata, sinonimo di amore”
(Andrè Louf).
Solo questa accoglienza dona la
serenità per guardarci nella nostra
verità, senza inganni e senza fughe,
accettando il dolore e l'umiliazione
che questo passo comporta. Credo
che Pietro dopo aver rinnegato il suo
Maestro
si sia sentito
accolto così dalsguardo
l'l'ultimo
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d di Gesù
G ù e che
h in
i esso
abbia trovato la forza non solo di riconoscere il proprio fallimento come
discepolo ma anche l'umiltà di rimanere tra coloro che erano stati testimoni della sua debolezza.
Se era scappato all'arresto di Cristo,
non era poi più scappato dallo sguardo degli altri. Era bastata la domanda
di una serva a mettere a nudo tutta la
sua fragilità ma poi lui quella tragica
fragilità
non l'ha rinnegata, l'ha
assunta, l'ha fatta sua. L'ha resa parte
della sua carne per rinnovarsi come
uomo e come credente.
Per il credente infatti assumere ad
occhi aperti, in un bagno di umiltà, la
propria debolezza è un atto di fede in
quel Dio che non ci vuole perfetti o
impeccabili e che “fa nuove tutte le
cose”, quelle che già ci sono, quello
che siamo, con i nostri ritardi e i nostri
inciampi.
LISDHA NEWS - 31
Ciò che rende felice un’esistenza,
è avanzare verso la semplicità:
la semplicità del nostro cuore,
e quella della nostra vita.
Perché una vita sia bella,
non è indispensabile avere capacità
straordinarie
o grandi possibilità:
l’umile dono della nostra persona
rende felici.
frère Roger Schutz
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