Quantified Self e Alimentazione: un opportunità per gli
snack industriali.
di Federico Casotto
Il self tracking come conseguenza della valorizzazione etica dei
comportamenti alimentari
Da un paio d’anni i dispositivi indossabili per il self tracking, come Jawbone, Fuelband di
Nike, Misfit ecc. stanno conquistando l’interesse di un numero crescente di persone. Sono le
manifestazioni più evidenti di un grande movimento tecnologico che mira a dotare le persone
di strumenti per ottenere dati quantitativi e oggettivi sul proprio stato fisico. Dati che, nel
loro insieme, stanno definendo uno speciale tipo di autoconsapevolezza: il Quantified Self.
Diversamente dalle app per smartphone come Runtastic, che hanno una funzione
analoga e sono sul mercato da più tempo, questi dispositivi forniscono un monitoraggio
continuo e quasi automatico della propria attività fisica, grazie alla caratteristica di essere
indossabili e ai ridottissimi consumi energetici che allungano indefinitamente la durata delle
batterie. Rispetto a Runtastic l’attenzione si sposta dalla prestazione sportiva, quantificata in
base al rapporto tra distanza percorsa e tempo impiegato, al consumo calorico giornaliero,
stimato in base alla combinazione di diversi parametri: peso, altezza, età, sesso, tipo di
attività fisica svolta e tempo ad essa dedicato. I dati raccolti aiutano le persone ad accordare
il proprio stile di vita a un principio di equilibrio tra energia spesa e energia accumulata, che
ispira una nozione molto diffusa di benessere fisico. Presto gli smart-watch, incorporeranno
queste funzioni migliorando la loro accessibilità e l’accuratezza dei rilevamenti. È facile
immaginare che in un futuro molto prossimo avere una nozione esatta di quanto si sta
consumando sarà normale come avere una nozione esatta dell’ora.
I motivi per cui le persone si interessano tanto al consumo calorico sono noti. Le
campagne di sensibilizzazione ai pericoli di una cattiva alimentazione, seguite ad anni di
spensieratezza ed eccessi, hanno imposto una valorizzazione etica dei comportamenti
alimentari, che ha introdotto in questo ambito del vivere il senso di colpa, con una pervasività
mai vista prima nella storia. La mia scelta se mangiare o meno il cioccolatino che ho qui di
fianco alla tastiera è diventata una scelta etica. Non richiede solo un veloce processo di
introspezione per capire se ne ho veramente voglia o se, ad esempio, l’impulso che provo
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deriva dal nervosismo; comporta bensì una serie più complessa di considerazioni intese a
giudicare, nel caso ne avessi voglia, la legittimità del mio desiderio: “Quanto ho mangiato a
pranzo? Sono stato in piscina questa mattina? Quanto manca all’ora di cena? Qual è il mio
trend metabolico: verso il grasso o verso il magro?”
Se affido la decisione soltanto al mio autocontrollo mi espongo da una parte ai
cedimenti della forza di volontà, dall’altra a eccessi di zelo: forse potrei mangiare il
cioccolatino, ma nel dubbio non lo faccio. Se invece mi affido alla contabilizzazione di un
dispositivo elettronico, posso basare la mia scelta su dati apparentemente oggettivi. Il mio
Quantified Self, che si propone, ormai è chiaro, come un gregario del Super-Io Freudiano, mi
dirà se posso permettermi il cioccolatino oppure mi dirà che cosa devo fare per meritarlo. A
ben guardare questi dispositivi sono interessanti più per le autorizzazioni che danno, che per
le restrizioni. Se in base ai dati raccolti dal self tracker mi convinco di avere un ampio debito
calorico – cioè che ho speso più energia di quanta penso di averne accumulata – gusterò il
cioccolatino senza essere disturbato dal senso di colpa ed anzi il piacere sarà intensificato
dalla limpida coscienza della sua liceità.
Il tracciamento delle calorie “in entrata”
Il limite delle tecnologie per il self tracking è che esse quantificano solo un aspetto del
bilancio energetico, cioè le calorie consumate. Non sono state ancora sviluppate tecnologie
altrettanto efficienti per monitorare le calorie che immagazziniamo mangiando. Per
contabilizzare le entrate in modo sufficientemente accurato da poterle confrontare con le
uscite, le persone sono ancora costrette a mettere in atto procedure noiose che
interferiscono pesantemente con il normale fluire delle loro azioni: pesare gli alimenti prima
di mangiarli, moltiplicare il peso per l’apporto energetico e prendere nota di tutto in un diario
apposito: il food journal personale. Non sorprende che siano in pochi ad essere così
scrupolosi, anche tra gli adepti del Quantified Self, e che quei pochi in genere abbiano
motivazioni non comuni, come la determinazione a perdere molti chili o a sviluppare in un
certo modo la massa muscolare. Tenere un food journal è uno dei metodi più raccomandati
per aumentare l’efficacia di una dieta, sia perché aiuta a darsi una misura precisa di quanto si
mangia, sia perché, credo io, introduce una ritualità che deprime gli aspetti edonistici
dell’esperienza di alimentarsi.
Il bello dei bracciali come Jawbone è che fanno il loro lavoro senza che ce ne accorgiamo
e senza chiederci di acquisire nuove abitudini, a parte quella di indossarli. Quando la
contabilità delle calorie in entrata sarà parimenti nascosta dietro i nostri gesti quotidiani e
non priverà l’atto di mangiare della sua naturalezza, il Quantified Self avrà un impatto
davvero notevole e generalizzato sui comportamenti alimentari delle persone.
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Si stanno cominciando a vedere dei tentativi in questa direzione, basati sulle tecnologie
per l’Internet of Things (IoT). Con la bilancia SITU connessa al tablet, basta pesare l’alimento
che si ha intenzione di mangiare, identificarlo nell’app collegata e quest’ultima calcolerà il
suo apporto nutritivo in funzione del peso, memorizzandolo nel profilo dell’utente. E’ un
sistema ancora nella logica del food journal e anche se ne semplifica enormemente la
compilazione non ha molte chance di entrare nelle abitudini delle persone, a meno che non
vogliano sottoporsi a una dieta stretta.
Un passo più avanti lo hanno fatto gli ideatori di Vessyl un bicchiere da 199 dollari che
riconosce automaticamente il liquido che contiene, ne rileva i nutrienti principali (zuccheri,
caffeina, vitamine, proteine ecc.) e il contenuto calorico e invia i dati al profilo del bevitore
per tenere traccia di quello che assimila mentre beve. Il suo limite è che funziona solo con le
bevande e presuppone che le persone bevano qualsiasi cosa dallo stesso bicchiere (cfr in
proposito una intelligente recensione apparsa su TechHive).
Una strada promettente è legata allo sviluppo dei sensori molecolari portatili e universali
come SCiO o Tellspec in grado di analizzare il cibo (oltre a molti altri tipi di materiali) e di
inviare le informazioni sulla sua composizione allo smartphone. Queste esplorazioni,
generosamente finanziate dal crowd-funding, prefigurano scenari in cui si potrà effettuare
una veloce scansione di qualsiasi cibo prima di mangiarlo e tenere traccia del suo apporto
nutritivo nella propria memoria digitale. Ma siamo ancora lontani da un compromesso
accettabile tra accuratezza dell’analisi e immediatezza di utilizzo (per avere un quadro della
complessità della sfida si veda un articolo comparso su Fast Company).
Quantificazione nutrizionale e standardizzazione industriale
La via tecnologica dei sensori è orientata allo sviluppo di strumenti personali di
misurazione, utilizzabili con qualsiasi tipo di cibo. Un approccio alternativo al problema del
self tracking alimentare, potrebbe basarsi su misurazioni effettuate a monte del processo
produttivo cioè prima che il cibo arrivi nei nostri piatti. L’industria alimentare è in grado di
fornire attraverso l’etichetta dati molto precisi sulla composizione del cibo confezionato.
Quando bevo una Pepsi o mangio una barretta di cereali posso accedere facilmente ai
dettagli nutrizionali semplicemente consultando il packaging. Non ho bisogno di un sensore
molecolare. Se vi fossero applicazioni per smartphone ed etichette evolute in grado di
dialogare tra loro, chiunque mangiasse prodotti confezionati o comunque etichettati
potrebbe tenere traccia dei propri consumi alimentari con la stessa semplicità e velocità con
cui la cassiera del supermercato passa i prodotti su un lettore di barcode. Un tipo di
immediatezza che i sensori molecolari o le bilance smart forse non riusciranno a raggiungere
per diversi anni a venire. Questo sistema potrebbe non limitarsi ai prodotti confezionati, ma
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estendersi al food service, ove fosse presente un adeguato livello di standardizzazione. Il
controllo dei dosaggi nelle cucine di un fastfood, ad esempio, è sufficientemente accurato
per prevedere entro margini di errore accettabili i contenuti nutrizionali di ogni singolo
hamburger.
Per l’industria alimentare potrebbe essere l’occasione di intercettare l’interesse
crescente per il Quantified Self, valorizzando la standardizzazione dei processi che le è propria
come una caratteristica funzionale alla quantificazione e al controllo. In questo contesto
qualcuno potrebbe preferire uno snack industriale rispetto a una preparazione casalinga,
perché il primo entra nel suo sistema di self tracking, mentre l’altra no.
Sul mercato sono già presenti alcuni brand che aiutano le persone a fare i conti. A
mente, per ora. Tasty Little Numbers è una linea di prodotti confezionati e commercializzati
in Gran Bretagna, che mette in chiara evidenza il contenuto calorico del cibo. La quantità di
calorie di ogni singolo prodotto, sempre un numero tondo, 100 o 200 a seconda dei casi, è al
primo posto nella gerarchia delle informazioni del packaging. Le porzioni delle Pastry Crisps
Special K sono definite dalla quantità di calorie, 100, per ogni pack doppio, quindi 50 per ogni
crisp. Prèt-a-manger, la catena di fastfood internazionale organizzata come un negozio in cui
ciascuno può servirsi da solo per poi pagare alla cassa, comunica in modo chiaro sugli scaffali
il contenuto calorico di ciascuna delle sue preparazioni e persino delle banane e delle mele
che sono disponibili in appositi espositori: chi si aggira nel negozio può comporre il suo menu
in base al suo obiettivo energetico.
Il Quantified Self nel contesto dei nuovi modelli di consumo
Vi sono altri fattori, oltre a quelli legati alla valorizzazione etica dei comportamenti
alimentari, che rendono le persone più sensibili al tema della contabilità nutrizionale e allo
stesso tempo delineano un contesto potenzialmente favorevole all’industria. Molte ricerche
di mercato condotte soprattutto negli Stati Uniti evidenziano che le persone si nutrono
sempre di più attraverso spuntini occasionali disseminati nella giornata invece che attraverso
pasti completi (o “square meal”). Per alcuni analisti è in atto un vero e proprio cambiamento
di paradigma nelle abitudini degli occidentali. A causa di ritmi di vita intensificati, della
necessità di spostarsi frequentemente e in generale a causa dell’approccio pragmatico
all’alimentazione che si tende ad avere mentre ci si dibatte nelle trame dell’organizzazione
famigliare e del lavoro, le persone sono alla ricerca di soluzioni veloci, efficienti e sempre a
portata di mano per provvedere quando e come possono al loro fabbisogno quotidiano di
nutrienti. Mangiano in auto, davanti al computer, nei ritagli di tempo tra un impegno e l’altro;
mangiano non solo quando hanno fame, ma anche preventivamente, per evitare di avere cali
di energia nei momenti sbagliati: in generale mangiano sempre più spesso in situazioni in cui
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chiedono al cibo soprattutto di nutrirle e in cui gli aspetti ritualistici ed edonistici
dell’alimentazione passano in secondo piano.
A partire da queste osservazioni, negli Stati Uniti l’industria ha già avviato un processo di
riqualificazione degli snack confezionati, i quali, per formato, portabilità e immediatezza di
consumo, hanno le caratteristiche ideali per corrispondere alle nuove richieste. L’obiettivo
della riqualificazione è di emancipare lo snack inteso come modalità di consumo occasionale
e on the go (in italiano lo si definirebbe spuntino), dalla cattiva reputazione dello snack inteso
come categoria di prodotto (stigmatizzato come junk food, o empty calories) e collegarlo a
prodotti con proprietà nutrizionali migliori. Potrebbe nascere – sta già nascendo – una nuova
generazione di snack e mini pasti in grado di fornire un nutrimento completo e bilanciato nel
contesto di un’alimentazione opportunistica (mangio quando posso) e parcellizzata nel corso
della giornata.
Un modello di consumo così caratterizzato ripropone da un'altra prospettiva il problema
della quantificazione, che i pasti completi in parte risolvevano. Il menu di un pasto completo
si rifà generalmente a schemi codificati che ciascuna cultura gastronomica ha elaborato in
relazione a un programma quotidiano altrettanto codificato, che si articola tipicamente, nelle
società occidentali, in colazione, pranzo e cena. Mangiando un pasto completo le persone
contano di ricavarne un apporto nutritivo adeguato alla fase del programma in cui si trovano.
Gli italiani, per esempio, sentiranno di avere fatto una colazione corretta con una tazza di
caffelatte e un certo numero di fette di pane con burro e marmellata – mentre gli
statunitensi ricaveranno lo stesso convincimento da un paio di fette di bacon con scrambled
eggs e succo di arancia – e se è il caso, si proporranno di bilanciare una colazione abbondante
con un pranzo leggero o viceversa.
Al contrario, mangiando in modo opportunistico e parcellizzato, le persone non possono
più contare su schemi e programmi codificati: il controllo delle quantità diventa più difficile e
ricade interamente sulle capacità e lo zelo di ciascuno. Da questa difficoltà potrebbe nascere
un forte interesse per sistemi che aiutino a tenere traccia di quello che si mangia, siano essi
basati su futuribili tecnologie per la scansione del cibo oppure su un’offerta organizzata in
pacchetti energetici/nutrizionali relativamente piccoli e facilmente identificabili in termini
quantitativi, sul modello di Tasty Little Numbers.
Conclusioni
Il Quantified Self in ambito alimentare si collega a due tendenze particolarmente forti: da
una parte, la valorizzazione etica dei comportamenti alimentari, rispetto alla quale la
quantificazione è uno strumento per incoraggiare comportamenti virtuosi ispirati a un
principio di equilibrio tra energia spesa e energia accumulata; dall’altra parte, si collega a un
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modello sempre più diffuso di alimentazione opportunistica e parcellizzata, rispetto al quale
la quantificazione diventa una bussola che orienta le persone, in mancanza di altri riferimenti,
verso una dieta completa e bilanciata.
In questo contesto l’industria alimentare ha l’opportunità di fare leva sui vantaggi che la
standardizzazione presenta ai fini del controllo delle proprietà nutrizionali del cibo, per
elaborare un’offerta adatta sia ai modelli di consumo emergenti, sia, sorprendentemente,
alle istanze etiche che si sono affermate. Questo può avvenire prima di tutto attraverso la
riqualificazione in senso nutrizionale della categoria snack, in secondo luogo attraverso
strategie di marketing orientate alla contabilità nutrizionale. Queste strategie potrebbero
includere sistemi di tracciamento basati sull’interazione tra telefoni ed etichette smart e
integrati con le attuali tecnologie per il self tracking. In questo modo le persone che usano i
wearable device come Jawbone avrebbero a disposizione un modo semplice e affidabile per
riempire la colonna delle entrate del loro bilancio energetico. Per la gioia del loro Quantified
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