DANIL A COM A STRI-MONTANARI
TABUL A R A SA
Il senatore-detective Publio Aurelio Stazio, in missione
diplomatica ad Alessandria d’Egitto, si trova coinvolto in una rete
di delitti apparentemente impossibile da districare.
LA BIBLIOTECA DI REPUBBLICA-L’ESPRESSO
NOIR NELLA STORIA
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TABULA RASA
IL RITORNO DI PUBLIO AURELIO STAZIO
L’INVESTIGATORE DELL’ANTICA ROMA
Danila Comastri Montanari
© 2011 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
© 2013 Edizione speciale per il Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A.
Pubblicato su licenza di Arnoldo Mondadori Editore, Milano
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Impaginazione: Cromografica Roma s.r.l.
LA BIBLIOTECA DI REPUBBLICA-L’ESPRESSO
LA TOMBA NEL DELTA
L’ombra si chinò verso il corpo che giaceva ai suoi piedi
con un misto di pietà e di disgusto. Quando provò a sollevarne la massa inerte, sentì le forze venir meno. Non
restava che trascinarlo nella fossa afferrandolo per i piedi,
ma era necessario andare cauti per evitare di scomporlo.
Ecco, la testa ciondolava e si doveva appoggiarla sul
fondo, come se giacesse su un guanciale. Ecco, le gambe
si piegavano e bisognava raddrizzarle. Ecco, le braccia
pendevano inerti e occorreva incrociarle. Ma prima c’era
da fare la cosa più difficile, più difficile ancora che uccidere.
Le dita scesero sul busto, ad allargare la ferita che, tra
le tante, era arrivata al cuore. Poi stringendo il monile annasparono giù sotto lo sterno e risalirono verso il coagulo
rosso che giaceva immobile, un muscolo come un altro,
un brandello qualsiasi di una qualsiasi carogna. Infine,
pollice e indice si ritrassero vuoti e appiccicosi: ora sarebbe stato compito degli Dei offrire in un’altra vita ciò
che non avevano concesso in questa.
La prima zolla di terra calò a coprire il viso, con gli occhi
che non ne volevano sapere di restare chiusi. Quando il
volto scomparve alla vista, tutto divenne semplice.
Pochi istanti più tardi, l’ombra si dileguava nella notte.
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I GIORNO
Casa nel delta.
«Vorrei proprio sapere per quale ragione, avendo a disposizione una ricca residenza nella città più splendida
del mondo – perché diciamolo francamente, padrone, in
confronto ad Alessandria, Roma è un borgo di capre –,
dovresti preoccuparti di rendere abitabile un edificio fatiscente tra i lezzi del delta!» esclamò il liberto Castore additando al padrone la casa di foggia egizia che si elevava
sul poggio digradante verso il fiume.
Cent’anni prima un modesto funzionario tolemaico aveva rimesso a nuovo la dimora di un sovrintendente dell’ultimo faraone Nectanebo II, usata da secoli come magazzino, con l’intenzione di trasmettere quel cimelio architettonico ai futuri discendenti. Invece erano arrivati i
Romani, così, dopo la sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra, la famiglia del funzionario, fedele fino all’ultimo
alla Grande Regina, era caduta in disgrazia. Da allora la
casa, rimasta incustodita, era andata rapidamente rovinando e di alcune stanze non restava che l’ossatura, spolpata dalle carriole di mattoni con cui gli abitanti dei villaggi attigui prelevavano materiale edilizio gratuito.
Poi un giorno gli agenti di un eccentrico personaggio
dell’Urbe si erano offerti di acquistare il poco che era rimasto: il loro padrone, sostenevano, era un nobile romano
recentemente convertitosi al culto del Dio Sobek che ne5
cessitava di una dimora presso il Nilo per poterlo adeguatamente onorare.
A dire il vero, il personaggio in questione – un senatore
di rango consolare che rispondeva al nome di Publio Aurelio Stazio – non aveva mai goduto della fama di devoto,
anzi veniva tacciato dai tradizionalisti della capitale di essere un inguaribile miscredente, un epicureo dissacratore
della divinità, uno scettico pronto a farsi beffa di oracoli,
vaticini, prodigi e presenze soprannaturali. Ma questo gli
abitanti del delta non potevano saperlo, mentre lo sapeva
benissimo Castore, che da tre lustri fungeva da segretario
e confidente dello stravagante patrizio.
«I restauri sono stati un po’ affrettati, comunque adesso
la casa è in piedi!» annunciò Aurelio soddisfatto.
«Non vorrai davvero alloggiare qui? Il limo benedetto
sarà anche un dono dei Numi, ma non emana certo un
buon odore! Senza contare la compagnia, che pare tutt’altro che rassicurante!» criticò Castore, guardando di traverso gli operai egizi intenti a lastricare il sentiero che,
snodandosi tra i giunchi e i melograni, conduceva dalla
casa fino alle acque del grande fiume.
«Ne avranno per poco: sacello e approdo sono quasi
pronti» spiegò il patrizio.
«E che bisogno ne ha il nobile Publio Aurelio Stazio, la
cui lussuosa ammiraglia Syracusia suscita meraviglia nel
porto di Faro, di andare su e giù in barchetta nella fanghiglia puzzolente?» domandò sfrontatamente il segretario,
mentre osservava il canale che metteva in comunicazione
il Nilo con il Lacus Mareotis, dietro a cui si allungava superba la grande metropoli di Alessandria.
Che cosa stava astrologando il padrone stavolta?, si
chiedeva. Lavorare prima da schiavo e quindi da liberto
alle dipendenze di un ricco romano che si abbassava raramente a controllare il conto della spesa era stato un impiego oltremodo adatto per chi, come lui, disponeva di
un ingegno versatile ma di uno zelo limitato. Il senatore
tuttavia era imprevedibile e bizzarro, quindi bisognava
mantenere sempre alta la guardia...
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«Si tratta del Nilo, Castore! Il verde Nilo. Il sacro Nilo.
Possibile che sia io a doverlo ricordare a te, che in questa
terra ci sei nato?»
«Facciamo subito un distinguo, domine. Che c’entro
io con gli egizi? Ti sembro tipo da prosternarmi davanti
a vacche, gatti, babbuini, coccodrilli o altre simili bestiacce? Come nativo di Alessandria, lume e meraviglia
dell’intero orbe terracqueo, io esco dagli splendori dell’Agorà e della Grande Biblioteca, non certo da queste
catapecchie!» puntualizzò Castore con sussiego, mentre
apriva le braccia in un gesto magniloquente verso il villaggio di pescatori che si scorgeva in lontananza al di là
dei palmeti.
«Ma se sei figlio di una porné ingravidata da un cliente
di passaggio!» obiettò il patrizio. A dire il vero, doveva
ammettere che, dopo più di tre lustri di convivenza, sapeva del segretario solo quello che lui gli aveva permesso
di scoprire: tante e tali erano le storie, spesso diverse o
contraddittorie, che quel mentitore nato raccontava sulla
sua infanzia, che nessuno avrebbe mai saputo distinguere
tra realtà e fantasia.
«La civiltà si respira nell’aria: greci si nasce e, modestamente, io vi nacqui!» affermò orgogliosamente Castore.
«Ehi, padrone, ma che cos’è quel pendente che porti al
collo dall’inizio del viaggio, il ricordo di una delle tue
donne forse? Non te l’ho mai visto a Roma.»
Il senatore non sembrava proprio il tipo da conservare
sul cuore ciocche di capelli muliebri o altra roba simile,
rifletté poi con una certa apprensione, ma non si poteva
mai sapere: in fondo aveva ormai doppiato la quarantina,
e l’avanzare dell’età a volte fa brutti scherzi...
«Nulla che ti interessi, Castore. E ora, dato che vieni dalle meraviglie di Alessandria, non ti dispiacerà tornarci:
devi portare un messaggio al viceprefetto Greganio Merenda per comunicargli che intendo fargli visita domani.»
«Alla buon’ora! A Palazzo ti stanno aspettando da un
pezzo: la Syracusia ha attraccato al molo da ben tre giorni,
e non è nave da passare inosservata!»
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