View of the interior of St. Peter’s Cathedral in Bologna / Interno della Cattedrale di S. Pietro a Bologna
Bologna’s four centuries of culture
Da Aldrovandi a Capellini:
from Aldrovandi to Capellini
quattro secoli di cultura a Bologna
1
Andrea Battistini
City of the Popes
La città dei papi
When Ulisse Aldrovandi was born in September of 1522, nobody in
Bologna was able to foresee the lacerating consequences that in a few
years would provoke the rebellious actions of Martin Luther. This
ascetic Augustinian monk who five years earlier had the boldness to nail
to the gates of the cathedral of Wittemberg the reasons for his protest
against the Church of Rome, seems at most, in the distant perspective
of a city belonging to the Pope, the protagonist of one of the many
actions of impatience destined to vanish soon. In 1521, just a year earlier, during the Diet of Worms when the newly chosen emperor Charles
V banished that dark and apparently fanciful reformer from the empire,
had he in mind putting an end to that conceited person that had dared
to deny the religious authority of the Pope? Much more obvious than
this episode, that at the moment seemed marginal, was the memory of
the end of the Bentivoglios’, still alive in spite of the sixteen years passed
since their expulsion from Bologna, in 1506.
This was much truer in Aldrovandi house, a family of ancient nobility
related to the most respected families of the city, like Ulisse underlined in his concise autobiography in 1586 (Aldrovandi 2001, p. 131).
The mother belonged to the Marescalchi family and her paternal aunt
married a Boncompagni. From their union the future Pope Gregory
XIII was born (Fig. 1.1). Probably Teseo, Ulisses’ father, felt the trauma of the end of the Bentivoglios’ dominion, which at least initially
had led to the fear of the loss of the jealously guarded ancient prerogatives of independence of the town council. Yet, according to some
historians the papal dominion revealed itself from the beginning to be
formal, with the external signs of respect rather than a substantial
reality. Officially, after 1506
and the triumphal entrance
into the city of Julius II (the
author of the Bentivoglio’s
expulsion), witnessed even by
Erasmus from Rotterdam (a
forty-year-old student of the
university) (Fig. 1.2), Bologna
was governed by a pontifical
Legate and by a Senate directly chosen by the pope, made
up initially of forty members,
then increased to fifty in 1589.
But this diarchy was only
apparent, “with a distant sovereign that disposed of the
constitutional power, but was
not able to actually influence
the internal dynamics of the
offices he himself created, and Fig. 1.1 – Pope Gregory XIII Boncompagni, promoter of the reform of the calendar (1582) / Papa
with a narrowed oligarchic Gregorio XIII Boncompagni, promotore della
group in the senate that colle- riforma del calendario (1582) (BUB, foto Vai)
Quando, nel settembre 1522, nasce Ulisse Aldrovandi, nessuno a Bologna
può ancora prevedere le conseguenze laceranti che di lì a qualche anno
provocherà l’azione ribelle di Martin Lutero. Questo ascetico monaco
agostiniano che cinque anni prima ha avuto l’ardire di affiggere alle porte
del duomo di Wittemberg le sue ragioni per protestare contro la Chiesa
di Roma sembra tutt’al più, nella lontana prospettiva di una città appartenente al papa, il protagonista di uno dei tanti atti di insofferenza destinati a cadere nel nulla. Del resto, appena l’anno prima, nel 1521, nel corso
della Dieta di Worms, il neo-eletto imperatore Carlo V non ha forse inteso bandire dall’impero quell’oscuro e in apparenza velleitario riformatore, ritenendo così di chiudere per sempre la partita con un presuntuoso
che ha osato negare l’autorità religiosa del papa? Molto più presente di
questo episodio, che al momento sembra affatto marginale, è a Bologna il
ricordo della fine dei Bentivoglio, assai vivo nonostante che dalla loro cacciata, avvenuta nel 1506, siano ormai passati sedici anni.
Ciò è tanto più vero in casa Aldrovandi, una famiglia di antica nobiltà imparentata con i più illustri casati della città, come non mancherà di sottolineare lo stesso Ulisse nella sua stringata autobiografia stesa nel 1586
(Aldrovandi 2001, p. 131). La madre appartiene alla famiglia Marescalchi e
una zia paterna di costei è andata sposa a un Boncompagni dalla cui unione nascerà il futuro papa Gregorio XIII (Fig. 1.1). È quindi probabile che
Teseo, il padre di Ulisse, abbia avvertito il trauma della fine della signoria
bentivolesca, che almeno nei primi tempi ha fatto temere la perdita delle
antiche prerogative di indipendenza custodite gelosamente ai tempi del
Comune. Tuttavia secondo alcuni storici il dominio pontificio si sarebbe
rivelato fin dal principio più un’apparenza formale esaurita quasi per intero con esteriori atti di ossequio
che una realtà sostanziale.
Ufficialmente dopo il 1506 e
l’entrata trionfale in città di
Giulio II, cui si dovette la cacciata dei Bentivoglio e ai cui
festeggiamenti di vincitore assistette anche, mescolato tra la
folla, Erasmo da Rotterdam,
studente quarantenne dell’università (Fig. 1.2), Bologna è
governata da un Legato pontificio e da un Senato di diretta
nomina papale formato da quaranta membri, poi esteso a cinquanta nel 1589. Sennonché
questa diarchia è solo apparente, “con un sovrano lontano che
disponeva del potere costituzioFig. 1.2 – Erasmus from Rotterdam, forty-yearnale, ma poi non era in grado di
old student in Bologna in 1506 / Erasmo da
Rotterdam, studente quarantenne a Bologna nel concretamente intervenire sulla
dinamica interna degli organi
1506 (ASUB, foto Mattei-Zannoni)
13
Andrea Battistini
gially developed the same
function of government that
had been characteristic of
the dominion government”
(Colliva 1977, p. 26).
What changed after 1506 was
that the predominance of one
family over the other did not
exist anymore, in accordance
with the logic of the preceding
dominion. So an oligarchic
faction had the power,
favoured by the continuity of
the families that compounded
it and by their stable presence
in the city, while the pontifical
Legate who was rarely present,
did not stay in office long
enough to put down roots. If Fig. 1.3 – Emperor Charles V, crowned in 1530
from the political point of in the San Petronio Church in Bologna / Carlo V
view the “mixed government” imperatore, incoronato in San Petronio a
Bologna nel 1530 (ASUB, foto Mattei-Zannoni)
actually resulted in a “senatorial dominion”, from the cultural point of view the local government,
that was in charge of the management of the university as well, found
itself perfectly aligned with Rome’s directives, in agreement with the
dispositions of the Counter-Reformation, everyday developing refinements. This watchful control started to be felt, as some repressive
episodes will show, starting mostly at mid-century. That is when the
escalating counteroffensive of the church developed, finalized with the
Council of Trent, (1545-1563), which was held in Bologna in 1547-’48
and in 1551.
pur da lui posti in essere; e
con un gruppo oligarchico
stretto nel Senato che collegialmente svolgeva quella
stessa funzione di governo
che era stata propria del reggimento signorile” (Colliva
1977, p. 26).
A mutare dopo il 1506 è che
non esiste più il predominio
di una famiglia sulle altre,
secondo la logica della precedente Signoria, ma una consorteria oligarchica che di
fatto gestisce il potere, favorita dalla continuità delle
famiglie che la compongono
e dalla loro presenza stabile
Fig. 1.4 – Pietro Pomponazzi, professor of philo- in città, mentre il Legato
sophy at the University of Bologna from 1512 / pontificio vi risiede solo salPietro Pomponazzi, professore di filosofia a Bologna
tuariamente, e non rimane in
dal 1512 (BUB, foto Mattei-Zannoni)
carica tanto da mettere radici. Se dal punto di vista politico il “governo misto” risulta in realtà una
“signoria senatoria”, sul piano culturale invece il governo locale, cui spetta
anche la gestione dell’università, si trova perfettamente allineato con le
direttive di Roma, concorde nell’attenersi alle disposizioni sempre più
capillari della Controriforma. Questo controllo più occhiuto si comincia
però ad avvertire, come dimostreranno alcuni episodi repressivi, a partire
soprattutto dalla metà del secolo, allorché si sviluppa la sempre più massiccia controffensiva della Chiesa messa a punto con il Concilio di Trento
(1545-1563), di cui Bologna, oltre tutto, è sede nel 1547-’48 e nel 1551.
Heterodox Aristotelianism
Aristotelismo eterodosso
Prior to the Council of Trent, the culture in Bologna, a major European
city, was relatively free. In 1530, Pope Clement VII crowned Charles V
Holy Roman Emperor in San Petronio (Fig. 1.3). Pietro Pomponazzi
enjoyed relative freedom to teach, in spite of the opposition of citizens.
Called by the university in 1512 to teach philosophy, he distinguished
himself not only among his colleagues as a result of the scandal that
arose with the publication of the De immortalitate animae, edited in
1516 (Fig. 1.4). In his book, basic Aristotelianism underwent substantial revisions due to the insertion of Averroé’s notes. His thesis, already
followed by Alessandro Achillini in the University, and then by
Ludovico Boccadiferro (his successor and student of Pomponazzi), sustains that the human soul, after the death of the body, melts with the
universal intellect, denying, as a result, individual immortality. Besides
this conclusion, that immediately attracted the censorship of the regent
in Bologna of the “Study of Saint Dominic” disappointed to see in
Pomponazzi this subversive thesis after having believed him to be a
Thomist, what becomes more noticeable is the inflexible rationalism of
his method and the naturalist’s perspective in his philosophical thought,
apart from the presupposition that man can be understood in his natural order and without supernatural explanations.
It is incorrect to imagine his appeal to the thesis of a dual truth, stating
he would censure (as Christian and believer) the conclusions he had
reached from a philosopher’s point of view, as a purely opportunistic
way to save himself from the accusations of impiety. Most likely,
Pomponazzi separated faith from philosophy in order to demand in his
research freedom from dogma as well as from Aristotle and Averroés
whom he frequently criticized, and from every other authority. Rather
than philosophize “following other people’s judgment”, he centered his
speculation in reality, always starting from methodical doubt and estab-
Prima di questi anni, che nel frattempo innalzano la città al vertice
della scena europea, in cui si è già posta nel 1530 con la sfarzosa incoronazione a imperatore di Carlo V (Fig. 1.3) nella chiesa di san
Petronio per mano di papa Clemente VII, la cultura bolognese gode
ancora di parecchia libertà, come si deduce dall’insegnamento non
allineato di Pietro Pomponazzi (Fig. 1.4), passato indenne da persecuzioni pur avendo sollevato in città molte opposizioni. Chiamato dall’università nel 1512 per insegnare filosofia, si segnala all’attenzione
non soltanto dei colleghi, per lo scandalo che desta, con la pubblicazione del De immortalitate animae, edito nel 1516. Qui l’aristotelismo
di fondo subisce profonde revisioni per l’inserimento delle chiose di
Averroé. Questa particolare interpretazione, seguìta nello Studio già
da Alessandro Achillini e poi dal successore e allievo di Pomponazzi,
Ludovico Boccadiferro, sostiene che l’anima umana, dopo la morte
del corpo, si fonde con l’intelletto universale, negandole quindi una
immortalità a livello individuale. Di là da queste conclusioni, che a
Bologna attirano subito le censure del reggente dello Studio di san
Domenico, deluso di vedere in Pomponazzi queste tesi eversive, dopo
averlo scambiato per un tomista, ciò che più mette conto di notare è
l’inflessibile razionalismo del suo metodo e la prospettiva naturalistica del suo pensiero filosofico, sostenuto dal presupposto che non si
possa comprendere l’uomo fuori dell’ordine naturale, e quindi senza
dovere chiamare in causa spiegazioni soprannaturali.
Quanto poi al suo invocare la tesi della doppia verità, ossia la dichiarazione di riprovare da cristiano e da credente le conclusioni a cui arrivava
argomentando da filosofo, non si deve credere che si sia trattato di puro
opportunismo per salvarsi dalle accuse di empietà. Più verisimilmente,
Pomponazzi scinde la fede dalla filosofia per rivendicare la sua libertà
di ricerca, senza sudditanze non solo verso il dogma ma anche verso lo
14
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
lishing that when in doubt “it is necessary to follow one’s senses and not
take into consideration abstract reason” (“standum est sensui et demittendum ratio”) (Nardi 1965, p. 43).
Sharing the Renaissance’s initiative –it is not by coincidence that the De
immortalitate animae was published the same year as The Prince by
Machiavelli and the Roland furious by Ariosto– Pomponazzi, in his subsequent treatise De fato (1520), overturned the judgment of
Prometheus: from being guilty of hybris (the rashness to break the limits set by God to mankind) as it was judged by the ancients and through
the Middle Ages, to praising him for representing “the philosopher
that, wanting to know the divine mysteries, consumed by his studies and
his perpetual reflections, does not feel thirst or hunger, doesn’t sleep or
eat” (“Prometheus vere est philosophus qui, dum vult scire Dei arcana,
perpetuis curis et cogitationibus roditur, non sitit, non famescit, non dormit, non comedit”) (Pomponazzi 1957, p. 262). To reach his goal of pursuing the truth with all his heart, Pomponazzi, beloved by his students
for his intense ardour in his teaching, and well respected for his devotion by the Reformers of the Study (Calcaterra 1948, p. 171), never worried about being academically correct. His nonconformist behaviour
allowed him to mix his rational intellect with humorous remarks and
wisecracks, while speaking in elegant Latin with dialectal inflexions
showing traces of his Mantuan origins as well as positive declarations
regarding the adoption of the Italian language.
Pomponazzi, who died before Aldrovandi had the chance to know him
in person, represents the period without fear of censorship, unafraid to
contradict authority in favour of an immediate investigation of reality, in
accordance with an imperative that would be adopted by Aldrovandi
(equally committed to reorganising the philosophy of nature, perhaps
more in the natural sciences field than in the theoretical côté). In his formative years, the young Ulisse, restless and enthusiastic a spirit like his
heroic Greek namesake, took advantage of this favourable conjuncture,
in a Bologna where ideas spread very fast, not only due to its central
location, collector with the university of scholars from all over Europe,
but because the 1530s are enhanced by a rich cultural polycentrism,
where gentlemen, academics and clerics could join in conversation as
equals. All these exclusive centres were open to a descendant of the
Aldrovandi family.
stesso Aristotele, verso Averroé, che critica in parecchie occasioni, e
ogni altra autorità. Anziché filosofare “seguendo l’altrui giudicio”, egli
pone al centro della sua speculazione l’intelligenza aperta del reale, partendo sempre dal dubbio metodico e stabilendo che nel dubbio “bisogna attenersi all’osservazione dei sensi e non alla ragione astratta”
(“standum est sensui et demittendum ratio”) (Nardi 1965, p. 43).
Nel condividere l’intraprendenza del Rinascimento –non è un caso che
il De immortalitate animae sia dello stesso anno in cui appare manoscritto Il Principe di Machiavelli e a stampa l’Orlando furioso di
Ariosto–, Pomponazzi nel successivo De fato (1520) rovescia il giudizio
del passato su Prometeo, da lui non più condannato come nell’età classica e nel Medioevo in quanto colpevole di hybris, della temerarietà di
avere voluto infrangere i limiti assegnati da Dio all’uomo, ma al contrario esaltato perché rappresenta “il filosofo che, volendo conoscere gli
arcani divini, è roso dallo studio e dalle riflessioni perpetui, non prova
sete, non prova fame, non dorme, non mangia” (v. a lato per il testo latino) (Pomponazzi 1957, p. 262). Per raggiungere l’obiettivo di perseguire la verità senza risparmio, Pomponazzi, molto amato dagli studenti
per l’ardore profuso nell’insegnamento e rispettato dai Riformatori
dello Studio per la sua dedizione (Calcaterra 1948, p. 171), si è sempre
mosso senza troppe cautele accademiche, mantenendo un contegno
anticonformista che gli fa inframezzare i suoi impegnativi ragionamenti
con facezie e battute, in un latino ricco di inflessioni dialettali che risentono della sua origine mantovana e con dichiarazioni favorevoli all’adozione della lingua italiana.
Pomponazzi, morto prima che Aldrovandi lo abbia potuto conoscere di
persona, è figura significativa di una stagione ancora esente da remore
censorie, spregiudicata nel ricusare il principio d’autorità a favore di
un’indagine diretta del reale, secondo un imperativo che sarà anche di
Aldrovandi, analogamente impegnato nel conferire una nuova sistemazione alla filosofia della natura, magari più nell’àmbito delle scienze
naturali che nel côté teoretico. Negli anni della sua formazione il giovane Ulisse, un altro spirito inquieto e appassionato al pari dell’eroe greco
di cui porta il nome, approfitta di questa congiuntura favorevole, in una
Bologna in cui le idee circolano in fretta, non solo perché da sempre
punto nevralgico di incroci, collettore con l’università di intelligenze
provenienti da tutta Europa, ma anche perché negli anni Trenta del
Cinquecento è connotata al suo interno da un ricco policentrismo culturale, dove con i docenti dell’università interloquiscono da pari a pari
gli affiliati delle prime accademie, i religiosi dei centri conventuali, i
signori dei palazzi delle famiglie patrizie, tutte sedi che, per quanto
esclusive, hanno le porte aperte per un rampollo della famiglia
Aldrovandi.
The encyclopaedic vocation of Ulisse Aldrovandi
During his apprenticeship years, Ulisse indulged his academic interests.
He studied the Humanities, Law, Logic and Philosophy, Mathematics
and Medicine. Among his teachers (he noted in his autobiography)
were Giovanni Gandolfi, Romolo Amaseo and Achille Bocchi, Rhetoric
and Poetry teachers, and Andrea Alciato and Mariano Socini Law lecturers. To widen his education in Bologna, he went to Padua to take
some courses taught by Bernardino Tomitano in Logic, Giovanni
Battista Montano in Medicine and by Pietro Catena in Mathematics.
And in the university’s classrooms Aldrovandi learned the practical
hands-on, unmediated method of investigating nature. Pomponazzi’s
recommendation to learn from the senses is enhanced by the prescription of a great doctor of anatomy of the same generation, Berengario da
Carpi, (teacher from 1502-27) who said that knowledge acquired from
books needs to be integrated with “visus and tactus” (hands-on experience) and pour cause. This is when doctors began to perform autopsies
(once delegated to butchers so doctors would not “dirty their hands”).
Aldrovandi was aware of all this, as he wrote in his memoirs, that “real
philosophy” consists in “knowledge of the sublunar species, who continually present themselves to the senses” (Aldrovandi 2001, p. 133).
It is famous his oft quoted boast that experience is supreme, and that
he never “described anything without having first touched it with his
own hands and without having dissected it himself”. This is why, from
his adolescence, Aldrovandi divided his time going to university classes
La vocazione enciclopedica di Ulisse Aldrovandi
Negli anni di apprendistato Ulisse non si preclude alcuna esperienza di
studio: frequenta le discipline umanistiche e la giurisprudenza, la logica
e la filosofia, la matematica e la medicina. Tra i suoi maestri, ricordati
con puntiglio nell’autobiografia, sono annoverati Giovanni Gandolfi,
Romolo Amaseo e Achille Bocchi, docenti di retorica e poesia, Andrea
Alciato e Mariano Socini di diritto. Non pago di quanto impara a
Bologna, segue anche a Padova alcuni corsi di Bernardino Tomitano,
lettore di logica, del medico Giovanni Battista Montano e del matematico Pietro Catena. Ma proprio dalle aule universitarie Aldrovandi accoglie il metodo pratico e concreto di investigare il mondo della natura
senza troppe mediazioni. Già si è sentita la raccomandazione di
Pomponazzi di attenersi alla lezione dei sensi, e alla sua si potrebbe
aggiungere la prescrizione di un grande medico anatomico della stessa
generazione, Berengario da Carpi, docente a Bologna dal 1502 al ’27,
per il quale non è sufficiente un’educazione formata sui libri, ma essa va
integrata con il ricorso diretto a “visus et tactus”, alla vista e al tatto, e
pour cause, giacché ormai la dissezione dei cadaveri non è più delegata
15
Andrea Battistini
and going on trips (even those inspired by religion like the ones to the
Holy House of Loreto and to Santiago de Compostela) that became
occasions of scientific inquiry or were at least educational. Tired of his
mother’s very strict upbringing, at the age of twelve, Aldrovandi went to
Rome without telling his family, out of simple curiosity to see the city’s
famous beauty. After this first trip he never stopped travelling, especially after studying under Luca Ghini, a reader in Bologna from 1528
to 1544. Ghini convinced Aldrovandi to specialize in the natural sciences, after a stint of encyclopaedism that left only some scattered traces
in his maturity. Initially, the emphasis on humanistic studies lead
Aldrovandi towards erudition. His inflexible humanist education destined him to be outdated by the new demands of the culture. For example, Romolo Amaseo, a Greek and Latin reader (first in 1513, then from
1524 till his death in 1552) made a classicist and Ciceronian choice not
only defending the Latin language (as a universal language of erudite
scholars’ superior prestige according to his two orations De linguae latinae usu retinendo, 1529), but as guardian of the hegemony of rhetoric
and of its general and undiversified knowledge.
Variety and quantity are always a sign of distinction, but as he got older
Aldrovandi abandoned the inclusive, encyclopaedic paradigm, concentrating his obsession as a collector of plants, animals and mineral finds,
with some concession to ethnological, archaeological and artistic pieces.
As we said before, what steered Aldrovandi in this direction had been
Luca Ghini. He taught in Bologna till 1544, when was transferred to the
university of Pisa where he kept in regular contact with students from
Bologna and above all with Aldrovandi, who most successfully promoted his cultural politics. As the Chair of Medicine, from 1539 Ghini was
able to juxtapose traditional historical traditions and integrate them
into a new course called “de simplicibus” in which he brought his
botanical expertise to explain the therapeutic powers of plants. In this
way, natural sciences still remained an “extraordinary” subject complementary and subordinated to medicine. Lacking a university botanical
garden, he and his students were forced to seek out private gardens for
their observations. Ghini decided to move to the university of Pisa in
1544, where the Grand Duke of Tuscany, who was more open and
receptive to novelties, gave him what the Bolognese Senate had denied
him (Tugnoli Pattaro 2001, p. 13).
a un barbiere o a un ‘meccanico’, cui si ricorreva quando si riteneva
indegno che un professore si potesse, alla lettera, ‘sporcare le mani’, ma
viene eseguita dallo stesso medico. Aldrovandi non è da meno, consapevole, come scrive nel racconto retrospettivo della sua vita, che la
“vera filosofia” consiste “nella cognitione de le specie sublunari, i cui
individui s’appresentano continuamente al senso” (2001, p. 133).
È a tutti noto, e per questo unanimemente citato, il suo vanto, che assegna il primato all’esperienza, di non avere mai “descritto alcuna cosa
senza averla toccata con le proprie mani e senza averne fatto l’anatomia”. Per questo fin dall’adolescenza Aldrovandi alterna la frequentazione delle aule universitarie ai viaggi, che anche quando sono dettati
dalla devozione, come quello alla Santa Casa di Loreto o a Santiago de
Compostela, si tramutano anche in spedizioni scientifiche, o quanto
meno indirizzate all’istruzione. Forse perché insofferente della tutela
troppo oppressiva della madre, a soli dodici anni se ne va a Roma senza
avvertire i familiari, per la mera curiosità di vedere questa città di cui
avrà tante volte sentito decantare le bellezze. Da allora i viaggi non si
contano, soprattutto da quando il magistero di Luca Ghini, lettore a
Bologna dal 1528 al ’44, lo convince a specializzare il suo sapere nelle
scienze naturali, dopo una fase di enciclopedismo a tutto campo di cui
nella maturità rimangono solo alcune sparse vestigia. Inizialmente gli
studi in prevalenza umanistici orientano Aldrovandi verso una formazione erudita. A imprimere questa fisionomia, poi destinata a essere
superata, può essere stata la frequentazione degli umanisti, non tutti
aperti alle nuove esigenze della cultura. Romolo Amaseo, per esempio,
lettore di greco e latino dapprima nel 1513, poi, anche se non stabilmente, dal ’24 fino alla morte, avvenuta nel 1552, compie una risoluta
scelta classicista e ciceroniana, ergendosi non solo a difesa del latino, in
quanto lingua universale ed espressione del prestigio superiore dei
dotti, secondo quanto afferma nelle due orazioni De linguae latinae usu
retinendo (1529), ma anche a tutela dell’egemonia della retorica e del
suo corredo di conoscenze generali e indifferenziate.
Certo, la varietà e la quantità restano sempre un segno di distinzione,
anche estetica, ma in anni più maturi Aldrovandi abbandona il paradigma enciclopedico inclusivo, concentrando la sua passione di collezionista
sui reperti vegetali, animali e minerali, sia pure con qualche concessione
ai pezzi etnologici, archeologici e artistici. A segnare la svolta deve essere
stato, come si diceva, l’insegnamento di Luca Ghini, docente nello Studio
fino al ’44, anno in cui si trasferisce all’università di Pisa pur continuando a mantenere contatti regolari con gli allievi bolognesi, soprattutto con
Aldrovandi, che con più successo porta avanti la sua politica culturale.
Titolare dell’insegnamento di medicina, Ghini ottiene dal 1539 di affiancare a questa disciplina tradizionale e consolidata un nuovo corso detto
“de simplicibus” nel quale può mettere a frutto le sue competenze di botanico, soprattutto per spiegare le virtù terapeutiche delle piante. Ma in
questo modo le scienze naturali restano ancora una materia “straordinaria”, ossia complementare e subalterna alla medicina. Non riuscendo a
trasformare in cattedra autonoma l’insegnamento di cui era specialista,
oltre tutto privo di un orto botanico universitario che costringe lui e i suoi
studenti a dovere recarsi per le osservazioni dirette presso giardini privati, soprattutto contigui ai conventi della città, Ghini decide nel 1544 di
trasferirsi all’università di Pisa, dove il Granduca di Toscana, più disponibile e ricettivo alle novità, gli consente di realizzare ciò che il Senato
bolognese gli aveva negato (Tugnoli Pattaro 2001, p. 13).
Order and disorder in the world
Even though he had never attended Ghini’s lectures in Bologna,
Aldrovandi was able to absorb his method and the scientific demands
through personal interviews. Thanks to Aldrovandi’s noble family name
(well respected in Bologna) he obtained the necessary financing for the
creation of an ordinary chair of “philosophiae naturalis de fossilibus,
plantis, et animalibus”. Inaugurated in 1561 he held it for forty years, till
1600. Shortly after the creation of the chair that overturned Medicine’s
traditionally primary role, in 1568 he created a public botanical garden
to be used for teaching and research, behind the town hall, in today’s
library and former Stock Exchange grounds. But about twenty years
later, the necessity to house not only officinal plants, since natural sciences were separate from medicine, and the ever growing number of
plants coming from the Americas, required moving to a larger place,
identified in the Saint Julian suburb, close to Saint Stephen’s gate,
where the botanical gardens would remain till the great restructurings
in the early 1800, when the university complex was moved to the eastern part of the city, behind Saint Donato’s gate (Cristofolini 2001).
Taking advantage of contacts Ghini had established, and probably
adopting his mentor’s techniques for drying herbs, Aldrovandi created
a natural history museum. Unsurprisingly, during these epochal turnings we discern the ambition to summarize and synthesize knowledge
and re-organize mental horizons. That is why, during Aldrovandi’s time,
we see an amazing number of encyclopaedic collections published like
Ordine e disordine del mondo
Aldrovandi, pur non avendo frequentato le lezioni bolognesi di Ghini,
ne assimila dai colloqui personali il metodo e le esigenze scientifiche,
ottenendo, grazie all’appartenenza a un casato tra i più influenti di
Bologna, i finanziamenti necessari per l’istituzione di una cattedra ordinaria di “philosophiae naturalis de fossilibus, plantis, et animalibus”,
inaugurata nel 1561 e tenuta da lui stesso per un quarantennio, fino
16
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
all’anno 1600. E poco dopo la creazione della cattedra che gerarchicamente rovescia i suoi tradizionali rapporti con la medicina, ora non più
con un ruolo dominante, realizza anche un orto botanico pubblico da
impiegarsi per la didattica e la ricerca, sorto nel 1568 a ridosso del
palazzo comunale, nel terreno oggi occupato dalla biblioteca della ex
sala borsa. Ma già una ventina d’anni più tardi la necessità di non ospitare soltanto le piante officinali, da quando le scienze naturali si emancipano dalla medicina, e il numero sempre più alto di vegetali giunti
dalle Americhe impongono un trasferimento in luoghi più capienti,
identificati nel borgo san Giuliano, presso porta santo Stefano, dove
l’orto botanico rimarrà fino alle grandi ristrutturazioni di primo
Ottocento, quando il complesso universitario si trasferirà nella zona più
a est della città, a ridosso della porta san Donato (Cristofolini 2001).
Giovandosi della fitta rete di rapporti con i naturalisti di tutta Europa
già istituita da Ghini e adottando molto probabilmente le sue tecniche
impiegate per l’essicazione delle piante, Aldrovandi va anche oltre il
programma del suo maestro, mettendo in atto la costituzione di un
museo naturalistico che oltre tutto soddisfa il gusto del suo tempo per
il collezionismo. È normale, nelle svolte epocali, l’ambizione di ricapitolare il sapere con nuove sintesi, per l’esigenza di rimettere ordine agli
orizzonti mentali. Per questo negli anni di vita di Aldrovandi si moltiplicano le raccolte enciclopediche che possono essere Wunderkammern,
teatri del mondo, biblioteche, musei, architetture simboliche, opere
pansofiche. Nell’epistemologia di fine Cinquecento, poi sviluppatasi nel
secolo successivo, convivono due tratti opposti, da una parte la frammentazione delle cose che assegna loro una spiccata individualità, a formare una totalità gremita, frantumata, esuberante, dall’altra l’aspirazione all’unità e all’armonia.
Non sarebbe quindi giusto fare di Aldrovandi un semplice raccoglitore di
pletorici materiali del regno vegetale, animale e “fossile” (intendendo per
“fossili” “tutti gli oggetti rinvenuti per scavo nel sottosuolo o emergenti
da esso per erosione” (definizione di Gian Battista Vai, cap. 2, in questo
vol.), perché a questa ricerca si somma un intento tassonomico che, tanto
prima di Linneo, non ha uguali per sistematicità e rigore (Fig. 1.5), appresi forse nei suoi lavori giovanili a contatto con i mercanti di cui era stato
il contabile, o con i giuristi avvezzi a ordinare la sovrabbondanza delle
leggi sedimentatesi nel tempo. Del resto, che Aldrovandi si stia avviando,
sia pure con qualche occasionale distrazione, nel mondo moderno della
precisione, come lo chiama Alexandre Koyré (1992), è ricavabile aneddoticamente dallo scrupolo meticolosissimo con cui nell’autobiografia
designa la sua data di nascita: “Ulisse Aldrovandi nacque in Bologna
nobilissima città de la Gallia Cisalpina l’anno 1552 a dì 11 settembre a
hore 11 in Mercurdì, giorno dedicato da la santa chiesa a’ SS. Proto e
Jacinto martiri” (Aldrovandi 2001, p. 131).
Analogamente il museo impiantato da Aldrovandi non si limita a conservare il sapere, ma lo descrive organicamente per renderlo più funzionale,
con l’intento di dotarlo di efficacia didattica giovandosi dell’intervento
dell’arte della memoria (Vai, cap. 2, in questo vol.). Allo scienziato della
sua epoca, non importa se ancora aristotelico come appunto Aldrovandi,
spetta il compito di ordinare la caoticità del reale con la propria arte, in
modo da ricongiungere la molteplicità dei fenomeni attraverso una stretta cooperazione tra l’esperienza sensibile e i principî universali. E in quest’ansia che lo accompagna per tutta la vita affiora la tipica tensione di chi
si dedica al collezionismo, un esercizio tra i più tipici della sua epoca. Da
una parte il collezionista vorrebbe dominare e controllare gli oggetti di
cui va in caccia o personalmente (nel caso di Aldrovandi sono note le
tante spedizioni scientifiche, “vagando in varie parti d’Italia con grandissima spesa”, Aldrovandi 2001, p. 133), o delegando qualcuno, cui fornire indicazioni esattissime e minuziose di ciò che deve cercare e procacciargli. Dall’altra parte è pienamente consapevole che la ricerca è pressoché inesauribile. Senz’altro esistono anche collezioni complete, ma nel
momento in cui lo diventano, il collezionista non si può più definire tale,
perché ha esaurito il suo zelo esplorativo, che esiste soltanto quando è
sorretto da una tensione in fieri, sempre inappagata.
Fig. 1.5 – Portrayal of a fossil herring in Musaeum Metallicum, p. 103 / Raffigurazione di
un’aringa fossile nel Musaeum Metallicum, p. 103 (Museo Capellini, foto Ferrieri)
Wunderkammern, world theatres, libraries, museums, symbolic architectures, pansophic works. In the epistemology at the end of the 16th
century and beginning of the 17th, two opposite features co-exist: on one
side, the fragmentation of things that assigns them a strong individuality to form a full shattered and exuberant totality, on the other the longing for unity and harmony.
It would be incorrect to characterize Aldrovandi as a simple collector of
extensive plant, animal and “fossil” materials (intending by “fossils” “all
the findings retrieved by digging in the subsoil or emerging from it
through erosion” (definition of Gian Battista Vai, ch. 2, in this vol.),
because we have to add to this research a taxonomic intent that, long
before Linnaeus, is unparalleled in its systematic nature and rigor (Fig.
1.5). Perhaps Aldrovandi learned these two virtues in his juvenile
exploits, in contact with the merchants he worked with as a bookkeeper, or with the jurists accustomed to put in order the overabundance of
17
Andrea Battistini
laws accumulated over time. Moreover, in spite of occasional distractions, Aldrovandi begins to approach the modern world of precision, as
Alexandre Koyré (1992) calls it, and is anecdotally remembered for the
meticulous way he designates his date of birth: “Ulisse Aldrovandi was
born in Bologna, most noble city of Cisalpine Wales, in the year 1552,
on the 11th day of September, at the 11th hour, on a Wednesday, dedicated from the holy church to the martydom of Saints Proto and
Jacinto” (Aldrovandi 2001, p. 131).
Likewise the museum founded by Aldrovandi was not limited to the
preservation of knowledge, but described it in order to render it more
functional and effective as a teaching tool through the intervention of
the art of memory (see also Vai, ch. 2, in this vol.). Although Aldrovandi
was an Aristotelian, as a scientist of the times he took up the task of
organizing the chaos of reality through his art, bringing together the
multiplicity of natural phenomena with the close cooperation between
sensory experience and universal principles. The resulting tension
stayed with Aldrovandi his entire life, a tension typical of the practitioners of one of the most common pastimes of the age, collecting. On
the one hand, the collector would like to dominate and be in control of
the findings he is searching for, either personally (in Aldrovandi’s case
with his many and well-known scientific consignments, “wandering
through various parts of Italy, spending lots of money”, Aldrovandi
2001, p. 133), or delegating someone, giving extremely precise and particular instructions on what needs to be found. On the other hand, the
collector is fully aware that his search will most likely never end.
Complete collections do exist, but the moment they become complete,
the collector ceases to be defined as such, because it would mean he
would have exhausted his zeal for exploration that exists only when he
is constantly unsatisfied, motivated by a tension in fieri.
Lavoro di gruppo e staffetta del sapere
La consapevolezza di una ricerca che non può avere fine spinge
Aldrovandi –meno coinvolto di quanto si dica di solito in operazioni di
carattere magico-alchemico (Olmi 1976)– a una visione collegiale della
scienza, ormai lontana dalla concezione di un sapere custodito gelosamente da uno scienziato-mago che opera nel segreto di un laboratorio
inaccessibile ai profani. È l’immagine della scienza che ancora appartiene, tra gli intellettuali della generazione di Aldrovandi, a Giambattista
Della Porta, ma che si rivelerà sempre più anacronistica con l’avvento
degli araldi della nuova epistemologia che, da Bacone a Galileo, fino a
Cartesio, teorizzeranno e praticheranno un lavoro di équipe. Proprio
Bacone avrebbe di lì a poco parlato metaforicamente di “traditio lampadis”, della “trasmissione di una fiaccola” da una generazione all’altra
di scienziati, in una vera e propria staffetta strettamente connessa all’idea di progresso indefinito. E Cartesio dal suo canto avrebbe scritto il
Discours de la méthode sia per comunicare agli altri le sue scoperte, evitando così che perdano inutilmente del tempo nel rifare il cammino già
percorso, comunque scarso per la brevità della vita e in proporzione a
quanto ancora resta da percorrere, sia per indicare la via giusta da
imboccare, e “metodo” in greco significa appunto ‘via’, ‘strada’.
Per quanto meno geniale e ancora debitore della terminologia scolastica, Aldrovandi la pensa allo stesso modo sul piano del metodo, sia circa
la sproporzione incommensurabile tra le forze del singolo e la vastità
dello scibile, sia circa la conseguente necessità di un lavoro di gruppo
(Vai, cap. 2, in questo vol.). Nel suo Discorso naturale, uno scritto del
1572 che si potrebbe considerare, con un’approssimazione per difetto,
un corrispettivo del Discours de la méthode cartesiano, riconosce l’aiuto
e l’incremento dei pezzi del suo museo ricevuti dagli allievi sparsi per
l’Europa che, tornati in patria, gli “hanno mandato delle cose peregrine
che mai aveva vedute, essendo le specie delle cose naturali quanto alla
nostra cognitione infinite” (Aldrovandi 1981, p. 201). D’altronde la sua
stessa ricerca, per natura intersettiva, imponeva la convergenza operativa di molti. A parte la collaborazione di colleghi e conoscenti sparsi per
il mondo, delegati a spedirgli tutto ciò che poteva interessare la sua collezione, si dovevano anche surrogare con disegni e illustrazioni gli esemplari che non si potevano possedere. Ecco allora che Aldrovandi, dispiegando doti organizzative fuori del comune, si circonda di pittori, disegnatori, incisori capaci di riprodurre con la massima fedeltà, degna di
un anatomico, quei reperti. Si potrebbe azzardare che tra Cinque e
Seicento la riproduzione per immagini di piante animali e minerali è, in
senso etimologico, la ‘televisione’ del tempo, nel senso che consente di
far vedere a distanza oggetti che non sono suscettibili di essere trasportati e quindi osservabili direttamente, ovviando a ciò che Aldrovandi
chiamava il “difetto della lontananza”.
Group work and a relay race for knowledge
The awareness of endless research pushed Aldrovandi (less involved in
magic-alchemic practises than he is believed to have been) (Olmi 1976)
to a collegial vision of science, far from the conception of knowledge
guarded jealously by a scientist-magician who worked in the secrecy of
a laboratory inaccessible to the uninitiated. This was the image of science still current, among the intellectuals of Aldrovandi’s generation,
such as Giambattista Della Porta, but that would become more and
more anachronistic with the advent of the heralds of the new science
who, from Bacon to Galileo up to Descartes, theorized and practised
teamwork. Bacon soon would speak metaphorically of the “traditio lampadis”, of the “passing of the torch” from one generation of scientists to
the next, in a relay race of never ending progress. And Descartes would
soon write the Discours de la méthode revealing his discoveries in order
to spare time –always very scarce because life is so short in proportion
to the vast amount still to be discovered– to other researchers venturing
down the path he had already run, and also to point out the right direction to take (‘method’ in Greek means ‘path’, ‘road’).
Though less brilliant and still adhering to scholastic terminology,
Aldrovandi wrote about the method in the same way (see Vai, ch. 2, this
vol). He wrote about the incommensurable disproportion among individual forces and the vastness of knowledge, as well as the necessity of
teamwork. In his Discorso Naturale, written in 1572, considered almost
equivalent to Descartes’ Discours de la méthode, he recognized the great
help, and the increase in the number of items his museum received from
his students scattered all over Europe who, returned from their native
country, “bringing him rare things he had never seen, because, to the
best of our knowledge, natural species are endless” (Aldrovandi 1981,
p. 201). His own research, due to its interdisciplinary nature, needed
the convergence of many minds. Besides the help he received from his
colleagues and acquaintances from all over the world charged with
sending him anything that could be of use to his collection, he had to
Fig. 1.6 – Portrayal of a duck (Anas sylvestris nigra) from the collection Icones variorum by
Aldrovandi / “Ritratto” di un’anatra (Anas sylvestris nigra) dalla raccolta Icones variorum
di Aldrovandi (BUB, FA, ms. 108, c. 60, foto Vai)
18
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
substitute the samples that couldn’t be owned with drawings and illustrations. That is when Aldrovandi demonstrated his extraordinary organizational skills, surrounding himself with painters, draftsmen and
engravers capable of reproducing the specimens with great accuracy.
We could rightly say that between the 16th and 17th century the reproduction of animal, plant and mineral images were, in an etymological
sense, the “television” of the time, obviating what Aldrovandi called the
“defect of the distance”, because they allowed for the direct observation
of things that could not be transported.
Verso una nuova visione degli oggetti
Anche l’importanza centrale delle immagini situa Aldrovandi da
una parte entro la tradizione umanistica e rinascimentale degli
emblemi e delle “imprese”, consistenti nell’abbinamento di un
motto e di una figura che, messi insieme, formulano un programma
di vita o un insegnamento morale, e dall’altra fa di lui un assertore
della “nuova visione degli oggetti” (Raimondi 1974) che attribuisce
un inedito valore epistemologico al corredo delle illustrazioni dei
testi scientifici (Fig. 1.6), da valutare non più nella posizione ancillare e decorativa del passato, ma da considerare anzi quale aspetto
integrante del discorso, rispetto alle quali il testo scritto funge da
chiosa sussidiaria (Vai, cap. 2, in questo vol.). A Bologna l’attenzione per le immagini è provata dalla presenza all’università di due
docenti, l’una momentanea l’altra stabile, entrambi maestri di
Aldrovandi, Andrea Alciato e Achille Bocchi. Il primo, dopo un
soggiorno da studente tra il 1511 e il ’14, vi ritorna in veste di professore dal 1537 al ’41. Per quanto sia chiamato per insegnare diritto, una materia che nel Cinquecento è molto decaduta rispetto ai
fasti cui era assurta nei tempi lontani in cui, nel Medioevo, la scuola bolognese di Irnerio e Accursio aveva irradiato la sua fama su
tutta l’Europa, Alciato arriva in città avvolto dalla celebrità procuratagli dalla pubblicazione, nel ’31, dell’Emblematum liber, una raccolta di soggetti allegorici corredata di incisioni ed epigrammi latini che tra Cinque e Seicento viene stampata in tutte le maggiori lingue europee per un totale di 170 edizioni, divenendo una sorta di
modello per la frequentatissima letteratura di imprese, che pone al
suo centro una serie di immagini.
Proprio a Bologna la moda per l’impresistica si declina secondo una
valenza non banale e ripetitiva per merito di un allievo e seguace di
Alciato promosso lettore dell’università, questa volta di “humanitatis
studia”: Achille Bocchi, punto di riferimento della cultura locale
negli anni Trenta e autore, nel 1555, delle Symbolicae quaestiones.
Proprio mentre le direttive della Controriforma intervengono contro
l’allegorismo enigmatico della tradizione neoplatonica, accusato di
restare indecifrabile alle masse incolte e quindi inefficace ai fini del
proselitismo edificante, questa raccolta si distingue al contrario per
la sua cifra allusiva, criptica e dissimulata, indulgente verso la cabbalà e la cultura esoterica. I prodromi di questa matrice ermetica
affondano le radici nell’Umanesimo bolognese, per i precedenti insigni di alcuni lavori di Filippo Beroaldo il Vecchio e di Giovan
Battista Pio. Adesso però, con Bocchi, di cui più avanti si segnaleranno le simpatie per gli ambienti ereticali, la cultura misteriosofica
greco-alessandrina si vena di nicodemismo, di occulta adesione ai
dettami della Riforma protestante velata con il linguaggio iniziatico
di figure dietro cui celare “il rifiuto di un’imposizione dogmatica che
non contempli una ricerca autonoma e personale della verità”
(Avellini 1988, p. 570).
Naturalmente anche Aldrovandi avrebbe sottoscritto questa esigenza di libertà nella ricerca, ma non certo il programma di una verità
non manifesta, contraria ai suoi principî favorevoli alla massima diffusione del sapere. Tra l’altro le immagini di oggetti da lui commissionate rispondono ai criteri tipicamente scientifici del più fedele
realismo e della massima referenzialità. Con siffatti requisiti le figure, in un’epoca di crisi del “grafocentrismo”, ossia di sfiducia nella
centralità della scrittura alfabetica, recano un’informazione di gran
lunga superiore a qualsivoglia descrizione verbale. Lo conferma una
lettera riprodotta recentemente da Sandra Tugnoli Pattaro (2001, p.
25), una tra i più benemeriti cultori di Aldrovandi. Il quale, nel rivolgersi a un suo corrispondente, accompagna l’invio di un “ritratto” di
un’anatra (Fig. 1.6) senza perdere tempo nella sua descrizione, giacché si “può cavare più facilmente, et meglio, dal ritratto istesso fatto
al vivo”. Naturalmente ciò è vero a condizione che le riproduzioni
imitino alla perfezione l’oggetto rappresentato.
Towards a new vision of objects
The central importance of images places Aldrovandi in the Humanist and
Renaissance traditions of emblems and “devices”, solidly tying together a
motto and a symbol that formulates a life program or a moral teaching, as
well as within a “new vision of objects” (Raimondi 1974) that attributes a
brand-new epistemological value to the set of illustrations of scientific texts
(Fig. 1.6) to be considered not as ancillary and decorative as they had in the
past, but on the contrary, as integral parts of the subject, where the written
text plays a subsidiary role. Bologna’s attention to images is proven by the
presence of two university teachers: Andrea Alciato and Achille Bocchi (one
temporary and the other permanent) who both were Aldrovandi’s teachers.
The first, who studied in town from 1511-14, returned as a professor in
1537-41. Even though he was called to teach law (a subject that in the 16th
century had declined greatly compared to when, in the Middle Ages, the
Bolognese school of Irnerio and Accursio was famous throughout Europe),
Alciato arrived in Bologna on the verge of the celebrity brought him by his
1531 publication. Titled Emblematum liber, his book is a collection of allegorical subjects with engravings and Latin epigrams that, between the 16th
and 17th century had been printed in all major European languages for a total
of 170 editions, becoming a kind of model for literature of a very popular
device, that centres on a series of images.
In Bologna the fashion of devices developed in an unexpected and
non-repetitive way thanks to a student and follower of Alciato, who had
been promoted to reader at the university, this time in humanities:
Achille Bocchi, a major local personality in the 1530’s and author, in
1555, of the Symbolicae quaestiones. Published just as the directives of
the Counter-Reformation were intervening against the enigmatic allegory of the Neoplatonic tradition, accused of being illegible to the uneducated masses, and therefore ineffective for edifying proselytising, this
collection is distinguished for its allusive, cryptic and secret code, indulgent towards the Kabala and esoteric culture. The warning signs of this
hermetic matrix sink their roots in Bolognese Humanism thanks to the
famous earlier works of Filippo Beroaldo the Elder and of Giovan
Battista Pio. However, with Bocchi, very close to the heretical sphere,
the Greco-Alexandrine mystery culture assumed nicodemistic aspects,
like an occult adhesion to the laws of the Protestant reform, veiled with
the figures of initiation language behind which was concealed “the
refusal of a dogmatic imposition that does not contemplate an
autonomous and personal study of the truth” (Avellini 1988, p. 570).
Obviously, even Aldrovandi would have undersigned this need for freedom in research, but not the program of a non-manifest truth, discordant
with his beliefs in favor of the maximum diffusion of knowledge. After all,
the images of objects he commissioned follow the typically scientific criteria of the truer realism and of the maximum referentiality. With such
requisites the images, in a time of crisis of “graphocentrism”, that is the
mistrust of the centrality of alphabetical writing, brought information far
superior to any verbal description. This is confirmed by a letter recently
reproduced by Sandra Tugnoli Pattaro (2001, p. 25), one of the most
knowledgeable experts on Aldrovandi. Writing to his correspondent,
Aldrovandi attached to his letter the “portrait” of a duck without a
description, as “you may extract more easily, and more detailed information from the portrait itself” (Fig. 1.6). Naturally that is true only if the
19
Andrea Battistini
reproduction perfectly imitates the
Da questo punto di vista
represented object.
Aldrovandi, frequentatore assiFrom this point of view, Aldrovandi
duo delle botteghe dei pittori
had a conception of art uncondibolognesi, da Camillo Procaccini
tionally pegged to the demands of
a Passarotto Passarotti, da
science, not aiming at beauty but at
Prospero Fontana alla figlia
truth, to obtain cognitive results,
Lavinia, e in contatto con gli artinot aesthetical ones. He was an
sti di altre sedi, specie del nord
assiduous frequenter of painters’
Europa, abituati alla pittura di
studios in Bologna, from Camillo
genere, inclini al massimo realiProcaccini to Passarotto Passarotti
smo e alle nature morte, ha una
and from Prospero Fontana to his
concezione dell’arte incondiziodaughter Lavinia, and in contact
natamente sottomessa alle esigenwith other artists working in differze della scienza, mirante non già
ent countries, especially northern
al bello ma al vero, in funzione di
Europe, accustomed to genre paintrisultati conoscitivi e non estetici.
ing, inclined to maximum realism
Per questo preferisce circondarsi
and to still life paintings. This is why
di artisti modesti e di debole perhe always preferred to surround
sonalità, disponibili ad adeguarsi
himself with unknown artists with
alle sue direttive iconografiche. Il
weak personalities, so they would
suo è un naturalismo “spinto e
conform to his iconographic direcquasi ossessivo” che comporta la
tives. His “extreme and nearly
mortificazione delle qualità invenobsessive” tendency to naturalism
tive dell’artista, sacrificate in
resulted in the mortification of the
nome dell’aderenza al vero (Olmi
artist’s inventive quality, sacrificed
& Prodi 1986, p. 223). È un’esiin the name of the adherence to the
genza perseguìta da specialisti
truth (Olmi & Prodi 1986, p. 223).
non solo di botanica o anatomia
This need had been pursued not
(si pensi solo al De humani corpoonly by botany and anatomy experts
ris fabrica del belga Andrea
(see the De humani corporis fabrica Fig. 1.7 – Portrait of Cardinal Gabriele Paleotti / Ritratto del Cardinal Gabriele Paleotti Vesalio, edito nel 1543) ma anche
of the Belgian Andreas Vesalius, (ASUB, foto Mattei-Zannoni)
di geometria, di meccanica e di
edited in 1543) but even by geomeastronomia, come provano le
try, mechanics and astronomy connoisseurs (as shown in the illustratavole dei monti e delle valli della luna inserite nel Sidereus nuncius
tions of the mountains and the valleys of the moon in the Galilean
di Galileo, tanto da assurgere a fattore distintivo della scienza
Sidereus nuncius) elevating it to a distinctive factor of modern science.
moderna.
Cardinal Paleotti’s Catholic reform
La riforma cattolica del cardinal Paleotti
In Bologna, the didactic and cognitive component of iconography was
shared in the same season by the new religious spirituality of Catholic
reform, personified in Bologna by Gabriele Paleotti who was appointed
cardinal in 1566, perhaps in recognition of the high-ranking role he
played during the course of the Council of Trent (Fig. 1.7). It is not by
chance that this contemporary of Aldrovandi was his good friend since
they were Law students together at the university and, thanks to his
inspiration, the scientist years later wrote Theatrum biblicum naturale, a
repertoire in which the criteria of competence in botany and zoology
were applied, together with classification criteria, to the books of the
Bible, to create synergy between science and religion. But already two
years before this layout, in 1582, Aldrovandi shared his experience with
illustrations and figures assisting Paleotti in the creation of his Discorso
intorno alle imagini sacre e profane. The precepts contained in this book
are part of a vast project for the renewal of religious life, whose urgency
is dictated by certain demands of the Protestant reform that started to
be felt, even in the city of Bologna. There, as mentioned with regard to
Bocchi, starting from the 1530’s the Erasmian ideas, favourable to evangelical pronouncements began to spread, which in turn favoured the
anti-Trinitarian heresy in addition to feeding the dream of religious tolerance and the pacific cohabitation of all believers.
While the Inquisition was the repressive face of the Church, Cardinal
Paleotti acted more on the social and cultural side, initiating a major
organizational reform of the clergy, founding catechism schools for the
A Bologna la componente didattica e conoscitiva dell’aspetto iconografico è condivisa nella stessa stagione dalla nuova spiritualità religiosa
della riforma cattolica, impersonata in città da Gabriele Paleotti (Fig.
1.7), nominato cardinale nel 1566, forse quale meritato riconoscimento
del suo ruolo di primo piano svolto nel corso del Concilio di Trento.
Non per caso questo coetaneo di Aldrovandi è fin dalla giovinezza, dai
tempi cioè della comune frequentazione della Facoltà di giurisprudenza, un suo buon amico, ed è su sua ispirazione che lo scienziato scrive
in maturità un Theatrum biblicum naturale, ossia un repertorio nel quale
le competenze di botanica e zoologia sono applicate, insieme con i criteri di classificazione, ai libri della Bibbia, a formare una sinergia tra
scienza e religione. Ma già due anni prima di questa stesura, nel 1582,
Aldrovandi presta la sua esperienza in fatto di illustrazioni e figure aiutando Paleotti a stendere il Discorso intorno alle imagini sacre e profane.
Le prescrizioni che vi sono contenute rientrano in un vasto progetto di
rinnovamento della vita religiosa, la cui urgenza è dettata dal serpeggiante favore di certe istanze della Riforma protestante che cominciano
a sentirsi anche nella città felsinea, dove, come si è accennato a proposito di Bocchi, a partire dagli anni Trenta si diffondono idee erasmiane
favorevoli a pronunce evangeliche che per un verso indulgono all’eresia
antitrinitaria e per un altro verso sognano la tolleranza religiosa e la
pacifica convivenza di tutte le confessioni.
Mentre l’Inquisizione esprime il volto repressivo della Chiesa, il cardinal
Paleotti agisce sul versante sociale e culturale, operando una profonda
20
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
common people and developing a widespread pastoral action, confirmed by the historiographic research of Paolo Prodi (1959 and 1967).
On top of his studies regarding the Cardinal’s achievements, Prodi
investigated the interposed resistances from the local clergy and the
Pontifical Legate that represented the Pope in Bologna, and the fact
that they obviously had found his measures too advanced and progressive. Among these, the interventions contained in the Discorso intorno
alle imagini, written expressly “to be used by the people of the city and
his diocese”. Making good use of the consultation with the urban intelligentsia (not only Aldrovandi but also the historian Carlo Sigonio, the
philosopher Federico Pendasio (Pomponazzi’s opponent), the painter
Prospero Fontana and the architect Domenico Tibaldi who built
Palazzo Magnani), Paleotti completely shares his friend Ulisse’s utilitarian conception of art, convinced that “the main reason for the images
among Christians is to be useful”. Naturally their effect has to be spiritual enough to move “the hearts of the viewer to the devotion and real
worship of God”. (Paleotti 1961) (Fig. 1.7).
For those who have an apostolic mission, the iconographic display has,
in comparison with the written word, not only the “tele-visual” advantage of making “things present to the viewer even if they are far away”
and consequently more efficient from the persuasive point of view, but
also the merit of reaching every man, even the illiterate, because “the
books are read by the literate people, who are few, but the paintings
universally embrace people of all kinds”. Since the recipients of the
evangelical message are in Paleotti’s words the illitterates, the first requisite he asked of the painters was accuracy, just as Aldrovandi required
for his scientific ends:
riforma organizzativa del clero, istituendo scuole di catechismo per le
classi popolari e sviluppando un’azione pastorale a largo raggio di cui
hanno dato adeguato conto le ricerche storiografiche di Paolo Prodi
(1959 e 1967), che ha indagato anche, oltre che sui risultati conseguiti,
sulle resistenze frapposte dal clero locale e dal Legato pontificio che rappresentava il papa a Bologna e che evidentemente hanno trovato troppo
avanzate e progressiste le sue misure. Tra queste, gli interventi contenuti
nel Discorso intorno alle imagini, scritto espressamente “per uso del popolo della città e diocese sua”. Avvalendosi della consulenza dell’intellighenzia urbana, costituita non solo da Aldrovandi ma anche dallo storico
Carlo Sigonio, dal filosofo Federico Pendasio, oppositore di Pomponazzi,
dal pittore Prospero Fontana e dall’architetto Domenico Tibaldi, costruttore di palazzo Magnani, Paleotti condivide in pieno dell’amico Ulisse la
concezione utilitaristica dell’arte, convinto che “le imagini tra cristiani
devono avere principale riguardo al giovare”. Naturalmente il loro profitto ha da essere spirituale e quindi consistere nel muovere “i cuori de’
riguardanti alla divozione e vero culto di Dio” (Paleotti 1961) (Fig. 1.7).
Per chi fa dell’apostolato la sua missione, l’apparato iconografico ha rispetto alla parola scritta non solo il vantaggio ‘tele-visivo’ di rendere “le cose
presenti agli uomini, se bene sono lontane”, e di conseguenza più remunerative dal punto di vista persuasivo, ma anche il pregio di raggiungere ogni
uomo, fosse pure analfabeta, perché “i libri sono letti dagl’intelligenti, che
sono pochi, ma le pitture abbracciano universalmente tutte le sorti di persone”. Poiché i destinatari dell’insegnamento evangelico cui pensa Paleotti
sono gli “idioti”, il primo requisito che pretende dai pittori è la chiarezza,
proprio come Aldrovandi per i suoi fini scientifici:
one of the principal praises we tend to give an author or teacher of any kind of science is that he knows how to express clearly even difficult concepts and subjects, to
render them accessible to all. The same can be affirmed in general for painters even
more so because their works are used mainly in books for the illiterate, to whom it is
mandatory to always speak frankly and clearly. (Paleotti 1961, p. 408)
una delle principali laudi che sogliono dare ad uno autore o professore di qualche
scienza, è ch’egli sappia chiaramente esplicare i suoi concetti, e le materie, se bene
alte e difficili, renderle col suo facil modo di parlare intelligibili a tutti e piane. Il
medesimo possiamo affermare in universale del pittore, e tanto più, quanto l’opere
sue servono principalmente per libro degli idioti, alli quali bisogna sempre parlare
aperto e chiaro. (Paleotti 1961, p. 408)
The naturalist wants photographic representation to coincide with the
images of what is represented; the religious person wants a realistic message to make the ignorant understand immediately. That is why Paleotti
and Aldrovandi were on the same wavelength. Meanwhile in the same
context, the silent critic of the esoteric employment of images emerged,
a style followed by Bocchi in writing his Symbolicae quaestiones.
Indulging in the monogrammed and secret esotericism influenced by
the Neo-Platonism and the Kabala, obscured by mysterious alchemists’
symbols that were intended to reserve for a few initiates the knowledge
of the main principles of things, the Gospel message would never be
able to move from the eyes to the heart of the devotees, to which,
repeats the cardinal, “the use of sacred images” should be offered “no
longer under a veil or with symbols, but clearly and well explained”.
Il naturalista vuole una rappresentazione fotografica per fare al limite
coincidere le figure con le cose rappresentate; il religioso vuole un messaggio realistico per farlo comprendere con immediatezza agli sprovveduti. Di qui la sintonia di Paleotti con Aldrovandi. Al contempo emerge nello stesso contesto la tacita critica all’impiego esoterico delle immagini, al quale qualche anno prima si era invece attenuto Bocchi nelle
Symbolicae quaestiones. Indulgendo all’esoterismo cifrato e segreto
influenzato dal neoplatonismo e dalla cabbalà, reso opaco da misteriosi
simboli alchemici che pretendono di custodire per pochi iniziati la
cognizione dei principî primi delle cose, il messaggio evangelico non
potrebbe mai passare dagli occhi al cuore dei devoti, ai quali, ribadisce
il cardinale, “l’uso delle sacre imagini” va offerto “non più sotto velo né
in figura, ma chiare e spiegate”.
The triumph of the paintbrush: Bolognese painting between Classicism
and the Baroque
Il trionfo del pennello: la pittura bolognese tra Classicismo e Barocco
Il tono imperativo del Discorso intorno alle imagini non lascia dubbi
sulla sua volontà di piegare le arti visive alla retorica della causa cattolica. A prima vista il suo carattere cogente, se può avere avuto effetti
benèfici per un’istruzione popolare che dopo lo scisma luterano non
può correre rischi di malintesi o di interpretazioni arbitrarie delle figure sacre, parrebbe invece, per il dirigismo normativo e per gli obblighi
rigidamente didascalici che lo ispira, essere esiziale per le arti figurative.
Invece, reinterpretato con intelligenza dai Carracci (Fig. 1.8, 1.9), ha
contribuito a innovare la pittura bolognese predisponendola alle glorie
secentesche. Non è forse una mera coincidenza se è nel 1583, giusto
all’indomani del Discorso paleottiano, che i Carracci ricevono la prima
committenza che li renderà famosi, vale a dire il ciclo degli affreschi di
Palazzo Fava. Il tema è ancora profano, i miti aventi per protagonista
Giasone, ma già segna, con l’irruzione del dato naturale, il distacco dai
moduli tardo-manieristici professati a Bologna da Prospero Fontana, da
The commanding tone of the Discorso intorno alle imagini does not leave
any doubts about the use of the visual arts in the rhetoric of the Catholic
cause. At first sight its coercive character would seem to be ruinous for
the figurative arts, even if it may have been beneficial for a popular education that after the Lutheran schism could not risk the misunderstanding or arbitrary interpretations of sacred figures due to the normative
dirigisme and the rigidly explanatory obligations that inspired it. Instead,
reinterpreted cleverly by the Carraccis, it assisted innovation in Bolognese
painting, predisposing it to the seventeenth-century glories (Figs. 1.8,
1.9). Perhaps it was not a mere coincidence that in 1583, just after
Paleotti’s Discourse, the Carraccis received their first commission that
would make them famous, the cycle of the frescoes for Palazzo Fava. The
theme was still a profane one (the myths of Jason), but it already marked
eruption of natural information, the separation from the late mannerist
21
Andrea Battistini
forms professed in Bologna by Prospero Fontana, one of the Carraccis’
art teachers. Artistic reasons did prevail, but we cannot exclude that the
reaction to the idealized and conventional models of the trend (clearly
influenced by Raphael) had found motivation and courage in Paleotti’s
Discourse. That is when, in place of the most tired and abstract mannerists’ “insipid and faded chromaticism”, the Carraccis privileged a mellow
style, emphasized even more in their subsequent works that, following
Correggio, Tiziano, Veronese, Tintoretto and the examples of the
Lombards and of the Venetians, introduces “the live flesh” (Dempsey
1986, p. 240) in the their frescoes and paintings.
Whether or not the influence of Paleotti, there is no doubt that the
artistic precepts of the Counter-Reformation had many followers with
the purpose of convincing the audience of the truth of the represented
theme. Above all Ludovico, the eldest of the three Carraccis, was able
to capture scenes of daily life in its humble but radiant immediateness,
drawn without academic, selective filters and far from an idealism
removed from reality (Fig. 1.10). These are choices that start a painting
style where devotion and popular piety, subjects rooted in Bolognese
custom, make a comeback, eschewing the impalpable doctrinal figurations. It is precisely the same ground from which Paleotti’s Discorso
intorno alle imagini was born. It is true that the Carraccis did not have
cui per altro i Carracci erano stati a bottega. A prevalere sono le ragioni artistiche, ma non si può escludere che la reazione ai modelli idealizzati e convenzionali dell’indirizzo che si rifaceva all’archetipo perfetto
di Raffaello abbia tratto motivazioni e coraggio nel Discorso di Paleotti.
Ecco allora che in luogo del “cromatismo insipido e sbiadito” dei più
stanchi e astratti manieristi i Carracci privilegiano, insistendovi ancora
più nelle opere successive, uno stile pastoso che, nel rifarsi a Correggio,
a Tiziano, a Veronese, a Tintoretto e comunque agli esempi dei lombardi e dei veneti, introduce nei loro affreschi e quadri la “viva carne”
(Dempsey 1986, p. 240).
Sia o no per l’influsso di Paleotti, non c’è dubbio che le istanze della
Controriforma fanno scuola e inducono a creare effetti di verisimiglianza con lo scopo di convincere lo spettatore alla verità del tema
rappresentato. Soprattutto il più anziano dei tre Carracci, Ludovico,
coglie al volo scene di vita quotidiana, attinta senza accademici filtri
selettivi e di là da un idealismo troppo staccato dalla realtà, nella sua
umile ma smagliante immediatezza. Sono scelte che avviano a una pittura in cui, rinunciando alle impalpabili figurazioni dottrinali, si portano alla ribalta la devozione e la pietà popolari (Fig. 1.10), soggetti
radicati nella consuetudine bolognese, che è poi lo stesso terreno dal
quale nasce il Discorso intorno alle imagini di Paleotti. Vero è che i
Carracci, a differenza degli artisti toscani, non hanno il supporto di
una cultura filosofica che fornisca loro una motivata elaborazione teorica (Dempsey 1986, p. 227-8). Ma ciò non frena la consapevolezza di
stare compiendo un processo di innovazione nella pittura, acquisita in
seno ai dibattiti di un’accademia da loro fondata, quella dei
Desiderosi, sorta, pare, negli stessi anni cruciali degli affreschi di
palazzo Fava, ossia tra il 1583 e l’ ’84. In questa sede non si studiano
questioni astratte e di principio, ma si perfeziona la tecnica del disegno e dell’incisione, soprattutto a opera di Agostino, in una rivendicazione di massima professionalità.
Momento associativo e comunitario che si affianca alla corte, l’accademia è un’istituzione umanistica sorta dal bisogno di colmare il vuoto
lasciato dall’assenza di una politica della cultura che non sia solo quella del cortigiano. Uno dei fini di queste aggregazioni di intellettuali è
anche quello di dare vita a un cenacolo che raccolga le forze altrimenti disperse di letterati e artisti e che nel tempo stesso li separi dal volgo
attraverso un sistema di regole e di convenzioni interne. A Bologna la
vita delle accademie si dirama fin dalle sue origini in una gamma
diversificata di specializzazioni, che vanno da quella artistica dei
Carracci, ideale anticipazione della più duratura Accademia
Clementina, a quella letteraria e filosofica di Ermatena, creata da
Achille Bocchi nel 1546 e ospitata nel suo splendido palazzo, per non
dire di quella degli Ardenti, istituita nel 1558 da Camillo Paleotti, fratello del cardinale, anch’essa accolta nella sua residenza signorile, o
dell’altra, della Viola o dei Desti, che si riunisce a partire dal 1543
nella palazzina che fu dei Bentivoglio e che risulta tra le più longeve,
arrivando a sopravvivere fino al 1797.
Spesso l’elaborazione culturale in seno a queste accademie è poco originale, quasi che a contare non sia la formulazione di nuove idee, ma il
semplice stare insieme, a ripetere rituali sempre più stanchi.
Un’eccezione è tuttavia data a Bologna dalle adunanze dei Gelati, un’istituzione fondata tra il 1588 e il ’90 da Melchiorre Zoppio. Ad attestare la sua solidità si può addurre la lunga vita, consentita dalle risorse
metamorfiche che, a un secolo dalla fondazione, si apre nel secondo
Seicento a dibattiti di argomento scientifico sorretti anche dal nuovo
paradigma galileiano. Intanto però, tra Cinque e Seicento, l’Accademia
dei Gelati si impone anche fuori di Bologna per lo sperimentalismo poetico dei suoi aderenti, dal quale il petrarchismo ormai estenuato dopo
tante prove esce rinnovato a contatto con i più moderni modelli di Della
Casa e di Tasso. In un Seicento in cui sono nativi di Bologna molti dei
letterati più originali, da Virgilio Malvezzi, un prosatore di statura europea, tradotto da Quevedo e capofila di uno stile tacitiano di rara intensità espressiva, a Giovan Battista Manzini, autore dell’unica dissertazio-
Fig. 1.8 – Conversion of Saint Paul by Ludovico Carracci (1588) / Conversione di San Paolo
di Ludovico Carracci (1588) (PNB)
22
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
the support of a philosophical culture as the Tuscan artists had, which
would have allowed them to develop an articulated theory of the
process (Dempsey 1986, p. 227-8). But that did not hinder their awareness that they were accomplishing innovation in painting, acquired in
the context of the debates of the Desiderosi academy they founded in
the same crucial year they painted the Palazzo Fava frescoes (1583-84).
In this centre they did not study abstract or fundamental ideas, but they
improved their techniques in sketching and engraving, above all thanks
to Agostino, who insisted on maximum professionalism.
The academy, a community associated to the court, is a humanistic institution erected to fill the emptiness left by the absence of a culture politics other than that of the courtier. One of the reasons for the gathering
of intellectuals is to give life to a literary clique that picked up the otherwise dispersed forces of literates and artists, that would separate them
from the common people, using an internal system of rules and conventions. The life of the academies in Bologna spread from its origins
into a diversified range of specializations, from Carraccis’ artistic academy, the forerunner to the longer lasting Clementina Academy, to the
literary and philosophical academy of Ermatena, created by Achille
Bocchi in 1546 and housed in his own splendid building; from the
Ardenti, founded in 1558 by Camillo Paleotti, brother of the Cardinal,
also held in his high-class residence, to the Viola or Desti academy that
started in 1543 in the Bentivoglio villa and that is remembered among
the longest-lived, surviving till 1797.
Often the cultural elaboration inside these academies was not very original, as though what they really cared about was simply to be together,
not to formulate new ideas but to repeat boring rituals. An exception is
still seen in Bologna with the Gelati assemblies, an institution created
between 1588 and ‘90 by Melchiorre Zoppio. Its solidity is attested by
its long life, allowed for by its metamorphic ability which, a hundred
years after its foundation, opened, in the second half of the 17th century, debates on scientific arguments supported by the new Galilean paradigm. However, between the 16th and the 17th centuries the Gelati
academy reached even outside Bologna due the poetic experimentalism
of its members, from which, after having been tested to the limit, the
nearly exhausted Petrarchism was renewed by contact with the most
modern models of Della Casa and Tasso. In the 17th century many of the
most original writers were Bologna natives, from Virgilio Malvezzi, a
prose writer of European stature, translated by Quevedo and leader of
a Tacitean style of rare expressive intensity, to Giovan Battista Manzini,
author of the only theoretical dissertation that concerns the subversive
genre of novel, Cesare Rinaldi and Ridolfo Campeggi above all acted as
pioneers in the lyric exercise of the ingenious metaphor and in cultivating the madrigal and the idyll.
Exactly in such figures, either listed in the Gelati Academy as Campeggi, or
closer to its poetics, as Rinaldi, the criticism identifies those people who
opened the gate to the baroque audacities of Giambattista Marino, who
during his formative years often passed through Bologna and who, once he
become famous, quoted these poets in his letters, always with a certain deference. And colleagues from Bologna were his first fans and imitators,
Girolamo Preti to Claudio Achillini, almost as though gravitating around
the Gelati Academy, a common taste, closer to the physiognomy of a school
of poetry, had taken form.
This centripetal effort, that had often been successful in the academies,
was not successful for the three Carraccis because the fame achieved in
Bologna led Agostino and Annibale to Rome where contact with Raphael
and Michelangelo’s masterpieces modified their style of painting towards
a more spectacular and monumental style. The capital was an irresistible
siren for all the most vivacious talents of Bologna. For poets like Preti and
Achillini, as well as for Guido Reni (Fig. 1.11) who was more determined
than the Carraccis in his sublimation of reality, in direct contact with the
masterpieces of Raphael found comfort in a resumption of the Idea of
Beauty and called to exclude every rough or distorted feature. As well as
for Domenichino, called to paint frescoes or paintings with landscapes
Fig. 1.9 – The Bargellini Madonna by Ludovico Carracci (1588) / Madonna dei Bargellini
di Ludovico Carracci (1588) (PNB)
ne teorica che riguardi il genere eversivo del romanzo, sono soprattutto
Cesare Rinaldi e Ridolfo Campeggi a fungere da pionieri nell’esercizio
lirico della metafora ingegnosa e nel coltivare i generi del madrigale e
dell’idillio.
Proprio in figure come le loro, o iscritti alla Accademia dei Gelati come
Campeggi, o molto vicini alla sua poetica, come Rinaldi, la critica individua coloro che schiudono la porta alle audacie barocche di
Giambattista Marino, che non a caso durante gli anni di formazione
passa spesso per Bologna e che da quando è famoso cita questi poeti
nell’epistolario, sempre con una certa deferenza. E bolognesi sono i suoi
primi fans e imitatori, da Girolamo Preti a Claudio Achillini, quasi che,
sull’abbrivo di una consuetudine gravitante intorno all’Accademia dei
Gelati, si fosse coagulato un gusto comune molto vicino alla fisionomia
di una scuola di poesia.
Questo sforzo centripeto, tante volte riuscito alle accademie, non ha
successo per i tre Carracci, perché la fama raggiunta a Bologna attira
Agostino e Annibale a Roma, dove a contatto con gli esempi di Raffaello
e Michelangelo modificano la pittura in un senso più scenografico e
monumentale. La capitale è una sirena irresistibile per tutti i più vivaci
ingegni di Bologna. Come lo è per i poeti Preti e Achillini, lo è anche
per Guido Reni (Fig. 1.11) che, più risoluto dei Carracci nel sublimare
la realtà, in una ripresa dell’Idea di Bellezza richiamata per escludere
ogni tratto rude o scomposto, trova conforto in questa concezione della
pittura dalle permanenze romane, a contatto diretto con i capolavori di
Raffaello. Lo è per Domenichino, chiamato per dipingere affreschi o
quadri di soggetto religioso, mitologico e paesaggistico eseguiti con l’au23
Andrea Battistini
spicio, in contrasto con il canone barocco, di un ritorno alla chiarezza e
all’armonia. Lo è perfino per Guercino (Fig. 1.12) che però, a contatto
con il classicismo romano, inibisce il nativo talento inventivo, prima
espresso con scorci audaci e contrasti drammatici tra luce piena e spesse penombre, finché, tornato da Roma nella nativa Cento, ritrae la realtà
nelle forme sedate di una più tranquilla moderazione.
Chi invece si conserva refrattario alle tentazioni romane, fedele alla sua
città e coerente con il suo programma originario, è Ludovico, il più vicino, anche negli anni più tardi, al compito devoto ed edificante assegnato dal cardinale Paleotti alla pittura. La sua è una scelta non diversa da
quella di Aldrovandi, che nel 1560 rifiuta di accogliere l’invito di
Cosimo de’ Medici, con cui è da sempre in ottimi rapporti di collaborazione, di coprire all’università di Pisa la cattedra che era stata di Luca
Ghini. La ragione di questo gesto è da individuare in un disegno che,
ormai oltre il mezzo del cammino della sua vita, si preoccupa di fare
sopravvivere le sue grandi collezioni, radicandole stabilmente entro una
veste istituzionale e pubblica. Insieme con la crescita del suo museo,
dell’orto botanico e della biblioteca, nei quali investe i finanziamenti
ottenuti dal Senato bolognese, Aldrovandi pensa anche alla loro sopravvivenza, sapendo bene che spesso iniziative simili alla sua si perdono nel
nulla appena scompare il loro artefice.
Bologna erede del “microcosmo di natura”
Oltre tutto, il secondo Cinquecento è un momento molto delicato per
l’università di Bologna e Aldrovandi sente che la sua presenza può essere decisiva per arrestare la crisi che già si sta profilando. Decide allora
di sottoporre all’amico Paleotti un progetto di riforma dell’università
con cui arrestarne la decadenza. A suo parere una condizione indispensabile è il reclutamento di forze nuove da accogliere da altre sedi, opponendo una libera concorrenza di respiro europeo alla politica municipale e corporativa che per favorire gli allievi locali impoverisce sempre
più la qualità della classe docente. Sennonché, per ledere troppi interessi cittadini, la ventilata riforma aldrovandiana fallisce. Ha invece successo l’altra iniziativa di creare una sede unica e stabile, dovuta a Carlo
Borromeo, per qualche anno nominato Legato pontificio di Bologna
prima del cardinalato nella diocesi milanese. Su suo impulso, nel 1562’63 tutte le attività didattiche e di ricerca dell’università, fino allora
disperse senza un piano edilizio organico nelle diverse zone della città,
vengono accorpate nell’unico palazzo dell’Archiginnasio, in modo che
la convergenza favorisca non solo l’attività dei docenti e degli studenti,
ma anche il controllo da parte del potere politico di quanto si viene
facendo, proprio quando, con la conclusione del Concilio di Trento, si
mettono in opera le direttive di una maggiore sorveglianza e di una più
stretta disciplina.
Le circostanze sembravano dunque favorire, con il prevalere di una
logica accentratrice, gli intenti di Aldrovandi tendenti a conservare
integro e unito il suo ingente patrimonio scientifico, che trae la sua
forza epistemologica proprio dalla logica classificatoria di una struttura in cui ogni parte vive solo nella relazione con il tutto. Nel tempo
in cui si forma e si rafforza il senso di appartenenza a una comunità
e molte delle imprese sorte all’ombra delle corti vengono trasferite a
un pubblico beneficio, il senso civico di Aldrovandi, già impegnato
nella ricaduta sociale della sua disciplina dalle molte utilizzazioni
sanitarie, lo induce a curvare in senso pratico e utilitaristico le sue
ricerche e la sua collezione. La sua regola di vita è che la scienza conduca alla “vera prattica et cognitione”, “a utile e beneficio de l’huomo” (Olmi 2001, pp. 21 e 24). Non è pertanto corretto equiparare il
suo museo a una delle tante Wunderkammern in voga in quegli anni,
perché il fine precipuo non è né quello di destare meraviglia, né di
divertire i visitatori. A causa della dilatata varietà degli oggetti, l’ammirazione stupefatta si impadronisce, è vero, di chi lo attraversa, ma
non sfugge nemmeno l’ambizione di ricondurre quella congerie a
Fig. 1.10 – Portrait of the Tacconi Family by Ludovico Carracci (1588-1589): an example of
family life during Aldrovandi’s time / Ritratto della Famiglia Tacconi di Ludovico Carracci
(1588-89): esempio di vita familiare al tempo di Aldrovandi (PNB)
and religious mythological subjects, created, in contrast to the baroque
canon, in a return to clarity and harmony. And even for Guercino (Fig.
1.12) who when he came in contact with Roman classicism inhibited his
native inventive talent first expressed with audacious foreshortenings and
dramatic contrasts between full light and deep shadow, then, when he
returned from Rome to his native Cento he painted reality in more soothing forms of calmer moderation.
The one who remained indifferent to the Roman temptations, faithful
to his city and to his original program, is Ludovico Carracci, closer, even
in later years, to the devoted and edifying task Cardinal Paleotti
ascribed to painting. His choice is not different from Aldrovandi’s, who
in 1560 refused Cosimo de’ Medici’s (with whom he had always had an
excellent relationship) invitation to hold the Pisa University chair that
had been Luca Ghini’s. His reason for refusing the chair was that midway through his life he worried about keeping his great collections alive,
wanting to push them firmly into an institutional and public realm. At
the same time Aldrovandi was investing funds from the Bolognese
Senate in the growth of his museum, his botanical gardens and his
library, he did not neglect plans for their survival, knowing well that
other such enterprises are often abandoned once their creator is gone
(Vai, ch. 2, in this vol.).
Bologna heir of “nature’s microcosm”
Overall, the second half of the 16th century is a very delicate moment for
the University of Bologna and Aldrovandi felt his presence could forestall the crisis that was already beginning to manifest itself. He submit24
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
ted a reform project for the university to his friend Paleotti to halt the
decline. His plan included the recruitment of new forces from other
centres, championing the free European-style competition in opposition to the city and university’s policies that favoured local alumni and
impoverished the quality of the teaching staff. But, guilty of harming
too many local interests, Aldrovandi’s reform did not take off. Another
initiative due to Carlo Borromeo, Pontifical Legate in Bologna before
becoming Cardinal in the diocese of Milan, to create a unified centre
was instead successful. Thanks to him, in 1562-’63 all the didactic and
research activities of the university, until then dispersed in various zones
of the city without a building plan, came together in the Archiginnasio
building. This served not only the teachers and students’ activities, but
also the control on behalf of political power, precisely at the moment
when the conclusion of the Council of Trent implemented the directives
of stronger control and of a stricter discipline.
This centralizing logic seemed to favour Aldrovandi’s intention to preserve whole and united his huge scientific patrimony that drew its epistemological force from his classified logic structure, where every part
lives only in relationship to all the others. When the sense of affiliation
to a community was formed and strengthened, and many of the enterprises born in the shade of the courts became available to the public,
Aldrovandi’s civic sense, already concerned with the social fallout of the
crisis in his discipline, induced him to turn his research and collections
towards a practical and utilitarian sense. His rule of life was that science
leads you to “true practice and knowledge” “for benefit of the
mankind” (Olmi 2001, pp. 21, 24). It is therefore incorrect to compare
his museum to one of the many Wunderkammern in fashion during
those years because the principal goal was neither to arouse wonder, nor
to amuse the visitors. Yet the variety of objects deserved the amazed
admiration of anyone who came across. The aroused impression of a
guest who visited the museum in the 1571 speaks volumes:
anyone who enters Aldrovandi’s Museum is able to see the actual specimens or well
painted reproductions of the riches of the sea and of the earth, real minerals, half
minerals, concretioned fluids, gems, marbles, stones, soils, whole plants and their
parts as drops, saps, and rubbers, fruits, flowers, seeds, roots, barks, precious woods,
Indian spices and rare plants of the new world, teeth, and animal horns, of far away
countries, domestic quadruped animals, wild animals, birds, fishes, shells, monsters
of the sea, and even snakes: to sum it up, his Museum is an abridged edition of natural things, found on the surface and in the bowels of the earth and in the air and in
the water. (Battisti 1962, pp. 267-68)
His collection, called “nature’s microcosm”, acted as a laboratory for
research and teaching. With the privilege of seeing the objects with
one’s own eyes, the museum and the engravings verify, with the modern
scientific method, the reliability of what was written by ancient and
modern scientists, confirming the new experimental and practical aptitude. Proof of the applied and concrete value of science is verified in
Aldrovandi’s library, considered absolutely complementary to inseparable from the museum. The catalogue of its books (Ventura Folli 1993,
p. 502-506) include De la pirotechnia by Vannoccio Biringuccio (1540)
(Fig. 1.13) and De re metallica by Giorgio Agricola (1556), two very
recent books that inaugurate the technical literature regarding “machinery books”, written to resolve the new problems produced by progress
in the mining and metallurgical industries (Rossi 1971, p. 48). But also
the appearance of these books demonstrates the practical purpose
behind their acquisition. They are rarely bound, as are instead most collectors’ books, and are heavily underlined and riddled with notes in the
margins. Manuscript indexes render them worthy of study (Fig. 8.2). To
maintain the vitality of such a library, constant updating was necessary,
and Aldrovandi took care of that as well –an example is the purchase of
the important Agricola’s and Biringuccio’s books– leaving it to the
Bolognese Senate for the following centuries.
Two years before his death, his 1603 will declared solemnly and warningly, “no greater endeavour may be undertaken by Academics than organising and endowing a public library” (Fantuzzi 1774, p. 84; Fig. 2.3). It
Fig. 1.11 – Arianna by Guido Reni (1638-40) (Private collection; courtesy PNB) / Arianna
di Guido Reni (1638-40) (Collezione privata; cortesia della PNB)
unità. Si ascolti l’impressione destata da un ospite che ha visitato il
museo nel 1571:
chi entra nel Museo dell’Aldrovando può senza peregrinazione vedere o vere o ben
imitate con la pittura le ricchezze del mare e della terra, i minerali veri, i mezzi minerali, i succhi concreti, le gioie, i marmi, le pietre, le terre, le piante intiere e le sue parti
come lagrime, succhi, roggie, e gomme, i frutti, i fiori, i semi, le radici, le scorze, i
legni preziosi, gli aromati de gl’Indi e le piante peregrine del mondo nuovo, i denti,
e le corna di animali, di paesi remotissimi, gli animali quadrupedi domestici, e le fiere
selvaggie, gli uccelli, i pesci, i conchilii, e mostri del mare, e i serpenti ancora: sì che
per finirla, è quel suo Museo come un compendio delle cose naturali, che si truovano sotto, e sopra terra, in aria e in acqua. (Battisti 1962, pp. 267-68)
La sua collezione, definita un “microcosmo di natura”, funge da laboratorio per la ricerca e per la didattica. Con il privilegio di potere vedere con i propri occhi gli oggetti, il museo e le incisioni consentono di
verificare, come esige il moderno metodo scientifico, l’attendibilità di
ciò che è stato scritto dagli antichi e dai moderni, a conferma della
nuova attitudine sperimentale e pratica. La riprova del valore applicato
e concreto della scienza è riscontrabile anche nella consistenza della
biblioteca aldrovandiana, ritenuta assolutamente inscindibile dal museo
in quanto necessario complemento. Nel catalogo dei libri che la formavano (Ventura Folli 1993, pp. 502-506) compaiono il De la pirotechnia
25
Fig. 1.12 – The dressing of Saint William by Guercino (1620) / La vestizione di San Guglielmo del Guercino (1620) (PNB)
Andrea Battistini
would seem that Aldrovandi’s work was twenty years ahead of Francis
Bacon’s program (Vai, ch. 2, in this vol.). Bacon was the author of De dignitate et augmentis scientiarum, and the inspirer of the Royal Society, that
according to his biographer, addressed an audience made of artisans,
farmers and tradesmen. Aldrovandi’s scientific patrimony, in line with the
modern concept of progress, passed into the hands of the administration
of the city with a donation that accommodated for its growth. The will
directs the maintenance of his collection to favour the maximum availability to show students and teachers the material he donated, to provide
a proper place to house it and to organize according to the taxonomy
Aldrovandi dictated and to hire a specialist librarian, “a very knowledgeable doctor of natural studies”. And above all, not “one single thing” shall
“ever be allowed to deteriorate or be lost, no piece shall ever be transported, not outside the museum or the city”.
This was a truly binding agreement for the Bolognese senate because it
included the costs for the publication of the many manuscripts –nearly
all monumental– Aldrovandi had not been able to get printed due to all
his pressing obligations. From the beginning there had been delays in
the execution of his will, and only twelve years after his death in 1617,
was his collection transferred to the designated public places (ScappiniTorricelli 2001). In the beginning the beauty and efficiency of the museum, the botanical gardens and the library were maintained intact thanks
to the experienced men who had worked with Aldrovandi and that after
his death remained devoted to his memory. The museum’s use as a place
of study continued as well.
Change began when Ovidio Montalbani became the curator, from 1657
to ’71 and many of Aldrovandi’s closest collaborators were gone. This
Logic, Medicine and Mathematics teacher of the athenaeum was less discerning than Aldrovandi, so much so that in the following century the
diligent Girolamo Tiraboschi considered him “one of the most fertile
writers of that age, who might have been even more esteemed if his ability to copy, critique and his exactitude could correspond” (1781, t. VIII,
p. 197). But above all, the museum is diminished by Montalbani’s interest in sensationalism, contrary to the revolutionary medicine practised by
Malpighi. The “curiosities” and the marvels of
nature, populated by monsters and prodigies (present to some extent even in Aldrovandi’s museum),
shortly after the mid of the 17th century became the
main attraction. Slowly thereafter the museum
began to be visited by travellers passing through
the city, especially during the Grand Tour of the 18th
century. These travellers only stopped to admire
the spectacles, whereas the museum originally was
reserved for scientists and once had been a status
symbol of the hard-working Bolognese genius, visited by political and leading religious personalities
who with their elevated rank conferred fame and
prestige to the city. To maintain record of these visits Aldrovandi insisted in 1567 that a guest book be
signed at the entrance of the museum. The first to
sign, not as an old companion but as the recently
appointed Cardinal of Bologna, was Gabriele
Paleotti, on top of a long list of names of equally
authoritative and prominent men (Fig. 2.11b).
A versatile genius: Girolamo Cardano between
medicine and mathematics
The list includes Girolamo Cardano who
Aldrovandi gratified with the appellative of
“medicus insignis” (BUB, ms 110, c. 24v). His
arrival at the university of Bologna was a result of
Carlo Borromeo, the Pontifical Legate, who knew
di Vannoccio Biringuccio (1540) (Fig. 1.13) e il De re metallica di
Giorgio Agricola (1556), due testi allora molto recenti che inaugurano
la letteratura tecnica dei “libri di macchine”, pensati e scritti per risolvere i nuovi problemi generati dai progressi dell’arte mineraria e metallurgica (Rossi 1971, p. 48). Ma anche la veste materiale dei libri posseduti rivela lo scopo pratico della loro acquisizione, perché quasi mai
sono rilegati, come lo sono i libri conservati per il loro valore collezionistico, e per giunta vi appaiono pesanti sottolineature, postille marginali, aggiunte di indici manoscritti che ne fanno oggetti di studio (Fig.
8.2). E per mantenere la vitalità di siffatta biblioteca occorre il suo
costante aggiornamento, al quale pensa lo stesso Aldrovandi finché è in
vita –un esempio sono i libri à la page di Agricola e Biringuccio– delegando il Senato bolognese a farlo nei secoli successivi.
Nel suo testamento, stilato nel 1603 a due anni dalla morte, dichiara solennemente, con gli accenti di una sentenza inderogabile, che “maggiore
impresa non si può fare in materia de Letterati, che augmentare, e drizzare
una Biblioteca pubblica” (Fantuzzi 1774, p. 84). Sembra, con una ventina
di anni d’anticipo, il programma di Francesco Bacone (Vai, cap. 2, in questo vol.), autore appunto di un De dignitate et augmentis scientiarum, e della
Royal Society, l’accademia ispirata agli auspici di Lord Verulamio e indirizzata anche a un pubblico che, a detta del suo biografo, è formato da artigiani, agricoltori e mercanti. Entità non chiusa ma in crescita indefinita, in
linea con il concetto moderno di progresso, il complesso del patrimonio
scientifico di Aldrovandi passa in carico all’amministrazione della città con
un atto di donazione che prevede un suo incremento. Insieme con questo,
il testamento comporta altre clausole, tutte volte alla conservazione della
raccolta. Si precrive di favorire la massima disponibilità a mostrare a studenti e a professori il materiale donato, di predisporre un locale adatto a
contenerlo e di allestirlo ubbidendo alla tassonomia datagli dallo stesso
Aldrovandi, di assumere un bibliotecario competente in senso specialistico,
“dottore, ovvero uno intelligentissimo di quei studi naturali”. Soprattutto,
non può “cosa alcuna” essere “mai deteriorata, né alienata, né trasportata,
né fuori del Museo, né fuori della città”.
Si tratta di un accordo molto impegnativo per il Senato bolognese,
anche perché, in aggiunta, prevede i costi per la
pubblicazione delle tante opere, quasi tutte
monumentali, del donatore, che solo in minima
parte era riuscito a dare alle stampe, preso com’era dalle altre occupazioni. Fin dall’inizio si verificano ritardi nell’attuazione dei voleri testamentari, e solo nel 1617, dodici anni dopo la morte di
Aldrovandi, la sua raccolta viene trasferita nei
locali pubblici predisposti con tanto indugio,
reperiti nello stesso palazzo comunale (ScappiniTorricelli 2001). Nei primi tempi lo splendore e
l’efficienza del complesso formato dal museo,
dall’orto botanico e dalla biblioteca si mantengono intatti grazie alla custodia affidata a uomini
esperti che avevano lavorato con Aldrovandi e
che dopo la sua scomparsa si conservano devoti
alla memoria. Si perpetua anche lo scopo per cui
la raccolta era sorta, ossia quella di essere visitata
per ragioni di studio.
Qualche smagliatura comincia ad avvertirsi quando, scomparsi anche i più diretti collaboratori del
fondatore, diventa “custode”, dal 1657 al ’71,
Ovidio Montalbani, un professore di logica, medicina e matematica dell’ateneo, molto meno accurato di Aldrovandi, se nel secolo successivo il diliFig. 1.13 – Title page of a 19 century edition of De la piro- gente Girolamo Tiraboschi lo considera “uno
technia by Vannoccio Biringuccio (1540) / Frontespizio di degli scrittori più fecondi di quell’età, e che sarebuna edizione ottocentesca De la pirotechnia di Vannoccio
be ancora de’ più pregiati, se alla copia corrisponBiringuccio (1540), appartenuta a Michele Gortani
(Biblioteca dell’Istituto di Geologia e Paleontologia desse la critica e l’esattezza” (1781, t. VIII, p. 197).
“Raimondo Selli”, foto Gamberini)
Ma soprattutto, nemico della rivoluzionaria medith
27
Andrea Battistini
cina praticata da Malpighi, Montalbani indulge ancora, con un gusto
rétro, alle “curiosità” e alle meraviglie della natura, popolate di mostri e
prodigi di cui anche il museo aldrovandiano era in qualche sua parte
provvisto, ma che poco dopo la metà del Seicento diventano l’attrazione
principale. A poco a poco il museo viene visitato dai viaggiatori di passaggio, specie nel Settecento, secolo del Grand Tour, per ammirarne le
stravaganze, mentre in origine era consultato dagli scienziati o, assurto a
status symbol dell’operosa genialità bolognese, da notabili della politica e
della religione che con la loro degnazione di personalità di rango elevato
conferivano fama e prestigio alla città. Perché resti memoria di queste
visite Aldrovandi si premura fin dal 1567 di porre all’entrata un registro
in cui chi accede al museo appone la sua firma, a futura memoria. Il primo
a farlo, in qualità non tanto di vecchio sodale quanto di cardinale di
Bologna appena insignito, è Gabriele Paleotti, in vetta a una lunga serie
di nomi parimenti autorevoli di uomini di spicco (Fig. 2.11b).
Fig. 1.14 – Girolamo Mercuriale professor
in Bologna / Girolamo Mercuriale professore a Bologna (ASUB, foto MatteiZannoni)
Fig. 1.15 – Carlo Sigonio, professor in
Bologna until 1548 / Carlo Sigonio, professore a Bologna fino al 1584 (ASUB, foto
Mattei-Zannoni)
Un genio versatile: Girolamo Cardano tra medicina e matematica
Negli elenchi non mancano, ovviamente, gli scienziati, tra i quali non va
dimenticato Girolamo Cardano, che Aldrovandi gratifica, accanto al
nome, dell’appellativo di “medicus insignis” (BUB, ms 110, c. 24 v). Il suo
arrivo all’università di Bologna si deve all’azione di Carlo Borromeo (Fig.
2.13) che, conoscendolo da quando era stato medico di alcuni suoi familiari, lo chiama nel 1562, facendo leva sul suo ufficio di Legato del papa.
In questo momento Cardano ha superato i sessant’anni, ed è uno scienziato affermato, specie per le due opere enciclopediche De subtilitate
(1550) e De rerum varietate (1557), in tutto degno dell’alta qualità della
scuola medica bolognese che nel secondo Cinquecento prolunga le glorie
di Berengario da Carpi con Girolamo Mercuriale (Fig. 1.14), che comprende l’utilità preventiva e terapeutica dell’esercizio fisico, sulla scia
degli insegnamenti di Ippocrate, di cui si fa editore nel 1588, con Gaspare
Tagliacozzi specializzato in rinoplastica, praticata con le tecniche esposte
a fine secolo nel De curtorum chirurgia per insitionem (1597), con
Bartolomeo Maggi, insuperabile, in tempi resi particolarmente cruenti dai
duelli e dalle guerre, nel curare le ferite da armi da fuoco e nelle tecniche
di amputazione, con Giulio Cesare Aranzio che con gli studi sull’embrione umano non è senza influsso sul grande Malpighi.
Cardano si conferma subito all’altezza di questi colleghi, al punto da meritarsi la cittadinanza onoraria di Bologna, attribuitagli per lo straordinario
successo delle sue lezioni che lo vedono sempre davanti ad aule gremite
(Aquilecchia 1999, p. 389). Sul versante della ricerca gli anni bolognesi corrispondono ai suoi estesi commenti agli Aphorismi e ai Prognostica di
Ippocrate, nei quali, come era prassi, riversa in forma di chiose al medico
dell’antichità le sue teorie personali, anticonformiste nelle diffuse critiche a
Galeno. Le sue tesi appaiono in sintonia con la scuola bolognese, avendo in
comune l’insofferenza per gli aspetti solo speculativi della medicina scolastica, troppo spesso propensa a disquisire anche di problemata futili o irrilevanti (Siraisi 1990). Pur essendo docente di medicina teorica, Cardano
attribuisce ogni priorità all’esperienza pratica, alla quale subordina anche le
sue competenze filologiche, impiegate non già per restituire nella loro originaria lezione i testi del Corpus hippocraticum, ma per coglierne gli aspetti
utili a studiare le malattie dei suoi pazienti e curarle, senza farsi scrupolo di
attualizzarle magari con gli studi anatomici di Andrea Vesalio, il medico di
Bruxelles che di passaggio per Bologna vi tiene qualche lezione, attratto
dalla rinomanza dei suoi medici e talmente impressionato dalla bellezza del
teatro anatomico bolognese da porlo poi come frontespizio del suo opus
maius, il De humani corporis fabrica. Solo per questo, e non per un’esigenza di rigore filologico, Cardano si sforza di eliminare dalle opere ippocratiche le indebite intrusioni derivanti da Galeno e inserite dai commentatori
medievali (Siraisi 1990).
L’ingegno poliedrico di Cardano, simile a quello di Aldrovandi almeno
quanto alla dimensione enciclopedica, non si limita all’empiria della
medicina, possedendo altri motivi d’incontro con la cultura bolognese.
him because he cured some of his relatives, and nominated him in 1562.
At that time Cardano was over sixty years old and a very well known scientist due to his two encyclopaedic works De subtilitate (1550) and De
rerum varietate (1557). Both publications were worthy of the high quality of the Bolognese medical school that, in the second half of the 16th
century, enhanced the glories of Berengario da Carpi with many personalities. One was Girolamo Mercuriale (Fig. 1.14), who published in
1588 the preventive and therapeutic benefit of physical exercise,
according to Hippocrates’ teachings. Another was Gaspare Tagliacozzi
specialized in rhinoplasty, who practised techniques explained at the
end of the century in the De curtorum chirurgia per insitionem (1597).
Last but not least were Bartolomeo Maggi, unsurpassed at curing
wounds inflicted by firearms and in amputation techniques in those
particularly bloody times of duels and wars, and Giulio Cesare Aranzio
who influenced even the great Malpighi with his studies on the human
embryo.
From the beginning, Cardano showed he was on the same level as his
colleagues and his extraordinary teaching used to fill up classrooms to
capacity. He was granted honorary citizenship of Bologna (Aquilecchia
1999, p. 389). From a research point of view his years in Bologna corresponded to his work on the Aphorismi and the Prognostic of
Hippocrates. To these essays he added his personal theories in note
form, nonconformist in his criticism of Galen. His thesis appeared to
agree with the Bolognese school, having in common intolerance for the
speculative aspects of scholastic medicine, too often open to discourse
on futile or irrelevant problems (Siraisi 1990). Although a theoretical
medicine teacher, Cardano gave first priority to practical experience, to
which he subordinated even his philological expertise. He used these
not to return to the original lessons of the Corpus hippocraticum, but to
collect the useful aspects in the study of his patients’ illnesses and to
take care of them. He had no scruples about updating his work with the
anatomical studies of Andrea Vesalio (the doctor from Bruxelles who
passing through Bologna held some lessons, attracted by the renown of
its physicians and was so struck by the beauty of the Bolognese anatomical theatre he used it on the cover page of his major work, the De
humani corporis fabrica). For this reason alone and not because of philological rigor, Cardano forced himself to eliminate from the Hippocratic
works the undue intrusions derived from Galen and inserted by the
medieval commentators (Siraisi 1990).
Cardano’s polyhedral talent, similar to Aldrovandi’s, at least in its encyclopaedic dimensions, did not stop at empirical medicine. It possessed
other grounds to meet with the Bolognese culture. In his autobiography,
De propria vita, he boasted of having “renewed all arithmetic including
algebra” (Cardano 1982, p. 157). His referents are represented above all
28
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
by Luca Pacioli who had been a lecturer in Bologna (even though marginally) at the beginning of the century. But even in more recent years
the mathematician Cardano had the chance to converse with his colleagues from Bologna. In Ars magna he paid tribute to Scipione Dal
Ferro, recognizing him for having solved algebraically the cubic equation. In the years when he taught at the Alma Mater he must have had
some contacts with Rafael Bombelli, who in 1572 published a systematic essay of Algebra that is an almost complete synthesis of the results of
the studies that had been achieved in this field of mathematics in the
16th century. Even a cursory reading demonstrates the progress achieved
in this discipline. A non-secondary impulse to this progress was offered
by the Bolognese school, to which Bombelli devoted many pages with
an expository grace and simplicity that Leibniz judged “perelegans”
(Bortolotti 1947, p. 70).
In short, Cardano was well integrated in Bologna where he had left his
Mathematics Chair to his capable student Ludovico Ferrari who, in
accordance with the customs of his times, had to challenge Tartaglia to
an algebraic dispute of some magnitude. But, suddenly in 1570,
Cardano had to stand trial and was sentenced to jail, subsequently commuted to house arrest, and was forbidden to teach or publish his books.
In the end he was acquitted but still had to leave Bologna. The action
had clear results but obscure causes due to a too generic accusation of
“empietas”. This was an indication of a changed climate that attested to
the dangerous diffusion of heretical leanings in Bologna. In another
sense, it demonstrated a more narrow and severe vigilance that did not
have more serious consequences (only thanks to the influential protections enjoyed by the accused intellectuals). Camillo Renato came to the
city in 1538 after having been tried in Venice and his thesis, threaded
through with Erasmian tonality was well received by Bocchi’s and his
Ermatena academy’s entourage. At the time the nicodemism of these
groups that theorized veiling divine mysteries with symbolic figures and
the language of silence saved them from repression. About ten years
later, censorship tightened to the point that in 1549 even Aldrovandi
had to stand trial. He emerged uninjured perhaps because of Gabriele
Paleotti’s intervention (Vai, ch. 2, this vol.). Paleotti, in his dual role of
ex-university teacher and influential church representative, had to intervene in favour of Carlo Sigonio (Fig. 1.15) who was investigated as well
despite having been chosen to hold a solemn prayer for the inaugural
opening of the Archiginnasio in 1563. After all, he had the right to that
honour for being teacher of Humanities, a Chair he kept till his death,
in 1584.
Nell’autobiografia, De propria vita, si vanta anzi di avere “rinnovato
tutta l’aritmetica e la parte di essa che si chiama algebra” (Cardano,
1982, p. 157). I suoi referenti sono soprattutto rappresentati da Luca
Pacioli che sia pure marginalmente era stato, ai primi del secolo, lettore a Bologna. Ma anche in anni più recenti il Cardano matematico ha
occasione di dialogare con i colleghi felsinei. Nell’Ars magna rende giustizia a Scipione Dal Ferro riconoscendo in lui il solutore algebrico dell’equazione cubica e negli anni in cui ha insegnato nell’Alma Mater avrà
certo avuto contatti con Rafael Bombelli, che nel 1572 pubblica un
sistematico trattato di Algebra che è una sintesi pressoché completa dei
risultati cui nel Cinquecento sono giunti gli studi su questa parte della
matematica. E da una sua lettura anche cursoria si possono intendere i
progressi compiuti da questa disciplina, alla quale un impulso non
secondario è offerto proprio dalla scuola bolognese, cui Bombelli dedica molte pagine con una scioltezza espositiva e una semplicità che
Leibniz giudicherà “perelegans” (Bortolotti 1947, p. 70).
Cardano insomma si è integrato bene a Bologna, dove ha lasciato anche
un suo valente allievo sulla cattedra di matematica, Ludovico Ferrari,
che secondo l’uso del tempo ebbe a cimentarsi contro Tartaglia in una
disputa algebrica di qualche risonanza. Ma, quasi all’improvviso,
Cardano nel 1570 subisce un processo e la prigione, poi commutata in
arresti domiciliari, con il divieto di insegnamento e la proibizione di
stampare suoi libri. Alla fine viene prosciolto, ma deve ugualmente
lasciare Bologna. La vicenda, nota negli esiti, è oscura nelle cause, essendo troppo generica l’accusa di “empietas”. È comunque la spia di un
clima mutato, che attesta per un verso la pericolosa diffusione a Bologna
di simpatie ereticali e per un altro verso una vigilanza più stretta e severa, che non ha conseguenze più gravi solo grazie alle influenti protezioni godute dagli intellettuali incriminati. Nel 1538 era giunto in città, già
reduce da un processo veneziano, Camillo Renato, le cui tesi venate di
tonalità erasmiane riscossero consensi nella cerchia di Bocchi e della sua
Accademia Ermatena. Al momento il nicodemismo di questi gruppi che
teorizzano di velare i misteri divini con figure simboliche e con il linguaggio del silenzio li salva da una repressione, ma una decina d’anni
dopo le maglie della censura si stringono ulteriormente e nel 1549 perfino Aldrovandi deve subire un processo, da cui esce indenne forse per
l’intervento di Gabriele Paleotti (Vai, cap. 2, in questo vol.). E di nuovo
Paleotti, nel suo duplice ruolo di ex docente universitario e di influente uomo di chiesa, deve intervenire a favore di Carlo Sigonio (Fig. 1.15),
anche lui inquisito nonostante che nel 1563, per l’inaugurazione
dell’Archiginnasio, venga prescelto per tenere una solenne orazione.
L’onore, del resto, gli spetta di diritto, per essere in quell’anno docente
di umanità, una cattedra tenuta fino alla morte, avvenuta nel 1584.
The historiographic tradition
Sigonio, who had always lived in the shadow of Paleotti’s political and
spiritual power, in 1568 received the commission to write the history of
the city, a task that had already been attempted by Bocchi, author of
Historia bononiensis, and by Leandro Alberti, a Dominican historiographer named head of the Inquisition in Bologna in ’50. Among the three
there is no risk of overlap, except in the narration of the facts, in the formulation and the style of their works. Bocchi had a historiographer’s
perception in line with the humanistic tradition with a close connection
to rhetoric and with a primary intent to create a book of eminently literary merits. The Historie di Bologna of Alberti was originally written in
Latin, and then translated into “volgare” (the term of art for vernacular
at that time) only “at the request of his fellow-citizens”, however, it
should be noted that the history is an “opus maxime oratorium”. Alberti
had been a preacher and had dealt with devotional themes including
one very dear to the faith of the people of Bologna, the Chronichetta
della gloriosa Madonna di S. Luca in 1539. Sigonio’s antiquary expertise
was combined with the demands of a more scientific method that
required him to be more scrupulous in checking out his sources, maintaining at the same time a certain diplomacy. Although he was no less
La tradizione storiografica
Vissuto sempre all’ombra del potere politico e spirituale di Paleotti,
Sigonio riceve nel ’68 l’incarico di scrivere la storia della città, un compito già tentato da Bocchi, autore di una Historia bononiensis, e da
Leandro Alberti, uno storiografo domenicano nominato nel ’50 capo
dell’Inquisizione a Bologna. Tra i tre non c’è rischio di sovrapposizioni,
se non nella narrazione dei fatti, nell’impostazione e nello stile dei lavori. Bocchi ha una concezione storiografica in linea con la tradizione
umanistica, in stretta connessione con la retorica e con l’intento primario di un risultato dai pregi eminentemente letterari. Le Historie di
Bologna di Alberti, che è stato predicatore e si è occupato anche di temi
devozionali tra cui, cara al culto dei bolognesi, una Chronichetta della
gloriosa Madonna di S. Luca (1539), sono scritte originariamente in latino, e tradotte poi in volgare solo “per le instanze de’ suoi concittadini”,
fatto salvo che la storia è comunque un “opus maxime oratorium”.
Quanto a Sigonio, le sue doti di antiquario si combinano con le esigenze di un metodo più scientifico, che lo rendono molto più scrupoloso
nel vaglio delle fonti, avvicinate con la moderna diplomatica. E pur
29
Andrea Battistini
accomplished a teacher than his predecessors, he did not dwell on it.
His propensity was rather towards agile prose and a far from pompous
style. One only needs look at his work in defence of the dialogues,
which he preferred to the essay genre.
Sigonio was along with Aldrovandi a close collaborator of Paleotti.
Sigonio and Paleotti contributed to the bringing about of spiritual
reform in the Church, adapting the rigorous counteroffensive of the
Counter-Reformation with the similarly heartfelt demand for a cultural
renewal. In the same vein we see Sigonio’s establishment of the Società
tipografica bolognese in 1572, a press, to print books and contribute to
the dissemination of knowledge. The first editor’s reprinting of Bocchi’s
Symbolicae quaestiones, not a very orthodox and aligned book, attests to
the editorial politics. Unfortunately, this publishing initiative did not
turn out as successfully as expected and about ten years later the printing office had to close down. This was not the only event that attests the
will to maintain the prestige of academia in Bologna. Even though the
reform projects of the university did not find the support of the
athenaeum rulers Aldrovandi and Paleotti’s entourage still searched for
prestigious European candidates. The scientist, who had many connections in northern Europe, in 1595 tried to bring to the Bolognese
Humanities Chair the great philologist and philosopher Giusto Lipsio,
publisher of Tacitus, master of the laconic style and, more important
with respect to religion, the authoritative founder of the Christian NeoStoicism. Even this time however the goal was not accomplished.
essendo maestro di stile non meno dei suoi predecessori, non ne fa il suo
fine ultimo, dal momento che la sua propensione va piuttosto a una
prosa agile e tutt’altro che paludata, come prova anche il suo scritto in
difesa del genere del dialogo, preferito alla forma del trattato.
Sigonio è con Aldrovandi il più stretto collaboratore di Paleotti con cui
contribuisce ad attuare la riforma spirituale della Chiesa, contemperando la controffensiva rigorista della Controriforma con l’esigenza altrettanto sentita di un rinnovamento culturale. In questa direzione va anche
nel 1572 la costituzione da parte di Sigonio della “Società tipografica
bolognese”, ossia una stamperia di libri con cui contribuire alla diffusione del sapere. E l’apertura della politica editoriale è attestata dalla
ristampa delle Symbolicae quaestiones di Bocchi, opera non propriamente ortodossa e allineata. Purtroppo però all’iniziativa editoriale non
arride il successo sperato e dopo una decina di anni la stamperia deve
chiudere i battenti. Né è questo il solo episodio che attesta la volontà di
mantenere il prestigio degli studi a Bologna. Anche se i progetti di riforma dell’università, come si è detto, non trovano udienza presso i reggitori dell’ateneo, Aldrovandi e l’entourage di Paleotti cercano ugualmente di richiamare nomi di risonanza europea. Lo scienziato, che ha molte
entrature con il settentrione d’Europa, tenta nel 1595 di portare sulla
cattedra bolognese di umanità il grande filologo e filosofo Giusto
Lipsio, l’editore di Tacito, il maestro dello stile laconico e, quel che più
conta in àmbito religioso, l’autorevole fondatore del neostoicismo cristiano. Anche questa volta però la cooptazione non si realizza.
The science of the Jesuits
La scienza dei gesuiti
A few years earlier, in 1587 a young, 23 year old, unknown graduate of
Pisa, named Galileo Galilei obtained references in hopes of getting a
mathematics readership in Bologna. Unfortunately however he did not
have enough publications. He was limited to his small treatment of the
Bilancetta. Instead, the well-known Giovanni Antonio Magini was chosen for the position which he held till 1617 (Marabini et al., this vol.).
The scientific stature of the one who took the position that could have
been Galileo’s was not at all insignificant. He was in contact with Tycho
Brahe and Kepler. In the thirty years he taught he compiled valued
ephemerides drawn by using his mathematical expertise in astronomical calculation. He used his mathematical excellence in a cartographic
atlas of Italy, published posthumously by his son. His method was still
within the Aristotelian-Ptolemaic paradigm, outside of the scientific
revolution that in the meantime Galileo had inaugurated in Padua with
the printing of his Sidereus nuncius in 1610. These were the years when
Bologna had already lost Aldrovandi’s personal charisma. These were
the years when the University was in the middle of a growing crisis due
to the increasing financial difficulties resulting from the precarious
financings it had suffered because of the ever-growing competition of
another emergent cultural centre in city, the Jesuit College of Saint
Lucy. St. Lucy’s was competitive not only from the humanistic point of
view, but also from the scientific point of view.
From 1550 the founder of the Company of Jesus, Ignatius of Loyola had
recognized the need to teach mathematical sciences in the Jesuit
schools. After establishing the colleges of Messina and Rome, he started devoting a specific course to the practical teaching of mathematics.
Cristoforo Clavio, the prestigious scientist of the Roman College (nicknamed by many “the second Euclid” for the authoritativeness of his
teachings) promoted the need to study the field. So, in 1586, the year
when Clavio wrote the booklet titled Modo quo disciplinae mathematicae in scholis Societatis possent promoveri, the Ratio studiorum peremptorially enacted the teaching of mathematics, considered mandatory to
avoid depriving the pupils of the social prestige given by the scientific
knowledge and useful in every profession. The increased promotion of
the discipline started a couple of years earlier in 1582, when mathematics allied with astronomy was at the base of the reform of the calendar,
Qualche anno prima, nel 1587, un giovane e sconosciuto laureato di Pisa,
un ventitreenne di nome Galileo Galilei, si procura delle referenze nella
speranza che gli possano servire per ottenere a Bologna un lettorato di
matematica. Purtroppo però ha troppo pochi titoli, limitati all’esigua trattazione sulla Bilancetta. Gli viene così preferito il già affermato Giovanni
Antonio Magini, che detiene quell’insegnamento fino al 1617 (Marabini
et al., in questo vol.). La statura scientifica di chi prende il posto che poteva essere di Galileo non è spregevole. È in corrispondenza con Tycho
Brahe e Keplero, compila nel trentennio della sua docenza delle al
momento apprezzate effemeridi ricavate applicando al calcolo astronomico le sue competenze matematiche, utili anche nell’altro suo allestimento cartografico di un atlante d’Italia pubblicato postumo dal figlio.
Ma il suo metodo è ancora nell’orbita del paradigma aristotelico-tolemaico, estraneo alla rivoluzione scientifica che Galileo nel frattempo avrebbe
inaugurato a Padova con la stampa, nel 1610, del Sidereus nuncius. Sono
anni in cui Bologna non ha più personalità del carisma di Aldrovandi;
sono anni in cui la sua università, sempre più in crisi anche per le crescenti
difficoltà economiche dovute alla precarietà dei finanziamenti, deve subire la concorrenza sempre più agguerrita di un altro centro culturale emergente in città, il collegio gesuita di santa Lucia, competitivo non solo nei
settori umanistici, ma anche in quelli scientifici.
Fin dal 1550 lo stesso fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio di
Loyola, aveva riconosciuto l’opportunità che nelle scuole gesuitiche
venissero insegnate le matematiche, dopo che già nella pratica didattica
i precoci collegi di Messina e di Roma dedicavano loro da qualche anno
un corso specifico. La necessità di incrementarne gli studi è poi auspicata con energia da Cristoforo Clavio, il prestigioso scienziato del collegio romano da molti soprannominato il “secondo Euclide” per l’autorevolezza del suo magistero. Così, proprio nel 1586, l’anno in cui Clavio
stende l’opuscolo Modo quo disciplinae mathematicae in scholis
Societatis possent promoveri, la Ratio studiorum ne sancisce perentoriamente l’insegnamento, giudicato doveroso per non privare gli scolari
del lustro sociale derivante dalle conoscenze scientifiche e della loro utilità in ogni professione. La grande promozione della disciplina si ha
qualche anno prima, nel 1582, allorché la matematica, alleatasi con l’astronomia, dà vita alla riforma del calendario, voluta dal pontefice bolo30
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
initiated by the Bolognese Pontiff Gregory XIII (Fig. 1.1) and finished
by Clavio, working in the Roman College. Later on, the battle between
the new Galilean science and the Church forced the Company of Jesus
to concentrate on research activity (Battistini 2000, p. 240).
In Bologna, (where the first Jesuit establishments started settling in
1546) permission to open in 1551 the first grammar, humanities and
rhetorical schools for outer students, the institution of philosophy and
theology courses (in which sphere even mathematics had its jurisdiction) started only in 1635-36. This is attributable to the studentato of
Parma, (closed in those years because of serious political and military
difficulties with the Farnese family and because of the problems the
Jesuits had investing the revenues that kept that institution alive) which
moved to the city. This change, even if accidental and not at all deliberate, is decisive because Parma’s college of Saint Rocco, that had enjoyed
the unconditional support of the Duke, had made good use of all the
structures and essential financings to create first-class scientists.
However, in Bologna, the oldest University in Europe immediately tried
to protect its own teaching monopoly from any potential interference by
the academic staff who taught in the Jesuit College of Saint Lucy. This
is different from what happened in Parma where the foundation deed
of the university, supported in 1601 by Duke Ranuccio I Farnese actually absorbed the teachers of the local college of Saint Rocco. Once the
centre of Parma was closed, the transfer of its teachers to Bologna
allowed the change from a nearly exclusively didactic and only manualistic dimension of science to first-hand research, often better qualified
than the one of the Alma Mater, sadly endowed with inferior financing.
The Bolognese teacher Giuseppe Biancani taught in Parma for a twenty years. He was a contemporary and direct interlocutor of Galileo. He
met Galileo during his stay in Padua between 1596 and 1599, just
before his transfer to the Roman College. His scientific training was in
Clavio’s school, from which he inherited the principle of the epistemological centrality of mathematics, after an apprenticeship in the Jesuit
schools in Padua and before his appointment as a teacher in Parma.
However, in contact with the technological and experimental tradition
of Parma, Biancani learned how to convert his mathematical expertise
into a more practical dimension, predisposing the alliance of a physicomathesis that can be found in the titles of many scientific works of the
second half of the seventeenth century, starting from Francesco Maria
Grimaldi’s. Eclipsed by a presumed polemic with Galileo on the measurement of the lunar mountains (to which he had always declared himself extraneous), the scientific fame of Biancani relies on his authorship
of the first Italian astronomy manual that abandoned the Ptolemaic system in favour of the Tycho Brahe system, inaugurating a Jesuit tradition
later confirmed by his student Riccioli.
In his De sphaera mundi, seu Cosmographia, demonstrativa ac facili
methodo tradita (1620) Biancani not only relegated Aristotelian cosmology to the repertoire of obsolete theories, but also undermined a
lot of its physics theses. He championed mathematics, long considered an inferior subject by Jesuit epistemology because of the
inevitability and absolute necessity of its results (often affirmed by
Galileo in his polemics against the Sarsi and the Simplici) seen, by
those unaccustomed to distinguishing science from theology, as a form
of determinism capable of denying the free will, like astrology, or of
leaving aside the transcendent world. Instead, Biancani defended not
only the statute and the heuristic value of mathematics but removed it
from the pure abstraction limbo (were it had often been held at the
Roman College) to extend its application to physics and the practical
field. This is why skilful experts were formed with his guidance in
experimental physics, like Giambattista Riccioli, who transmitted his
inheritance to Bologna, Niccolò Cabeo also from Ferrara, meteorology and hydraulic researcher, and Niccolò Zucchi who specialized in
optics. Over all, to the merits of Biancani should be added also his
uncommon gifts as a teacher and his affability, that even at a distance
of many years will induce an authoritative biographer like Mazzuchelli
gnese Gregorio XIII e compiuta per l’appunto da Clavio, operante nel
collegio romano. In seguito, la battaglia tra la nuova scienza galileiana e
la Chiesa obbliga la Compagnia di Gesù a formare quadri intellettuali
sempre più preparati nell’attività di ricerca (Battistini 2000, p. 240).
A Bologna, dove pure i primi insediamenti di gesuiti si erano avuti fin
dal 1546, premessa per l’apertura, cinque anni dopo, delle prime scuole di grammatica, umanità e retorica per allievi esterni, è possibile istituire corsi completi di filosofia e teologia (nel cui àmbito ha la sua giurisdizione anche la matematica) soltanto nel 1635-’36, grazie al trasferimento in città dello studentato di Parma, chiuso in quegli anni per la
grave congiuntura politica e militare creatasi presso i Farnese e per i
problemi incontrati dai gesuiti nel fare fruttare le rendite su cui si teneva in piedi quell’istituzione. Questo passaggio, ancorché fortuito e
tutt’altro che intenzionale, è decisivo perché il collegio parmense di san
Rocco, che aveva potuto godere dell’incondizionato appoggio ducale,
aveva fruito di tutte le strutture e dei finanziamenti indispensabili per
creare scienziati di prim’ordine. A Bologna però la più antica università
cerca subito di tutelare il proprio monopolio didattico da ogni possibile ingerenza del corpo docente che insegna nel collegio gesuitico di
santa Lucia, a differenza di Parma dove l’atto di fondazione dell’università, voluta nel 1601 dal duca Ranuccio I Farnese, era avvenuto di
fatto con l’assorbimento dei docenti del locale collegio di san Rocco.
Una volta chiusa la sede di Parma, il trasferimento dei suoi professori al
collegio di Bologna consente che qui si passi da una dimensione quasi
esclusivamente didattica e solo manualistica della scienza a una ricerca
di prima mano, spesso più qualificata di quella dell’Alma Mater, dotata
di finanziamenti di gran lunga inferiori.
Docente a Parma per un ventennio è il bolognese Giuseppe Biancani,
coetaneo e interlocutore diretto di Galileo, con cui era entrato in familiarità durante un comune soggiorno padovano, tra il 1596 e il ’99, alla vigilia del trasferimento presso il collegio romano. Le sue competenze scientifiche, dopo un apprendistato nelle scuole gesuitiche della provincia
veneta, si formano quindi, prima di approdare a Parma in qualità di
docente, alla scuola di Clavio, da cui eredita il principio della centralità
epistemologica della matematica. A contatto però con la tradizione tecnologica e sperimentale di Parma, Biancani sa convertire le competenze
matematiche in una dimensione più fattuale, predisponendo l’alleanza di
una physico-mathesis che trova riscontro nei titoli di parecchie opere
scientifiche di secondo Seicento, a cominciare da quella di Francesco
Maria Grimaldi. Oscurata da una presunta polemica con Galileo sulla
misurazione dei monti lunari, di cui per altro si è sempre dichiarato estraneo, la fama scientifica di Biancani spicca per essere l’autore del primo
manuale italiano di astronomia che abbandona il sistema tolemaico a
favore del sistema di Tycho Brahe, inaugurando una tradizione gesuitica
confermata qualche tempo dopo dal suo allievo Riccioli.
Nel suo De sphaera mundi, seu Cosmographia, demonstrativa ac facili
methodo tradita (1620) Biancani non solo relega la cosmologia aristotelica nel repertorio delle teorie obsolete ma ne mina anche molte tesi di
fisica, assumendo per giunta una difesa convinta della matematica, a
lungo considerata materia inferiore dall’epistemologia gesuita perché
l’ineluttabilità e necessità assoluta dei suoi risultati, tante volte asserita
da Galileo nelle polemiche contro i Sarsi e i Simplici, era vista, in chi
non era avvezzo a distinguere la scienza dalla teologia, come una forma
di determinismo capace di negare il libero arbitrio, non diversamente
dall’astrologia, o di prescindere dal mondo trascendente. Biancani invece non solo ne difende lo statuto e il valore euristico ma la sottrae al
limbo dell’astrazione pura, entro cui è spesso tenuta al collegio romano,
per estenderne l’applicazione alla fisica e al campo pratico. Ecco perché
sotto la sua guida si formano non solo Giambattista Riccioli, che ne trasmette l’eredità in Bologna, ma anche l’altro ferrarese Niccolò Cabeo,
studioso di meteorologia e idraulica, e Niccolò Zucchi, specializzatosi in
ottica, abilissimi cultori di fisica sperimentale. Oltre tutto, ai meriti di
Biancani si dovrebbero aggiungere anche le doti non comuni di docente e l’affabilità del carattere, che anche a distanza di tanto tempo
31
Andrea Battistini
to remember how “for his humility and for other beautiful gifts” this
teacher of entire generations had been “dear not less to his Jesuits,
than to those not very fond of His Company” (Mazzuchelli 1760, vol.
II, part II, p. 1120). These are the human resources that the students
of the college of Parma took advantage of, as did those in Bologna,
who Biancani frequently visited not only because he was born there,
but also because the printing of his De sphaera mundi induced him to
prolong his sojourns at Saint Lucy’s.
indurrà un biografo autorevole quale Mazzuchelli a ricordare come
“per la sua umiltà e per altre belle doti” questo maestro di intere generazioni sia stato “caro non meno ai suoi Gesuiti, che ai poco bene affezionati alla sua Compagnia” (Mazzuchelli 1760, vol. II, p.te II, p. 1120).
Sono risorse umane di cui approfittano sia gli allievi diretti del collegio
di Parma, sia a Bologna, dove Biancani si reca di frequente non solo perché qui è nato, ma anche perché la stampa del De sphaera mundi lo
induce a soggiorni prolungati in santa Lucia.
An example of interpretative collaboration
Un esempio di collaborazione interpretativa
While at the neighbouring university knowledge was divided by the
rivalry between the schools –just think about the conflicts among the
Aristotelians and the first Galilean scientists– the Jesuits were working within a much more structured scholastic institution that drew its
strength from the cohesion of the group, where the leader stood out
not because of his superior talents, but because of his organizational
skills. In the Bolognese college this role was carried out, after his
definitive transfer from Parma in ’36, by Giambattista Riccioli, whose
astronomy and geodetic research are in fact the result of a group logic,
and which in fifteen years made him one of the most listened-to
authorities among the scientists faithful to the Counter-Reformation
directives and, at the same time, one of the men most feared and
revered by the “novatori”. The rapidity with which his studies multiplied is indeed prodigious taking into account the vastness of his
works, and can only be explained by the solidarity and the dynamic tie
of a school enhanced by coming from a really compact religious order,
as well as by its own approach to scientific investigation. As we have
already seen with Aldrovandi, this model of investigation substituted
the image of a collectivity that lived on comparison and mutual collaboration to the Renaissance figure of the scientist-magician working
in the depths of his individualism.
More than a voice of genius, (which he did not have), Riccioli is the representative of a hard-working team, active in daily practice. And collaboration had become more and more essential to the ever-growing practical and experimental disciplines undertaken by scientific research in
the Emilian area, at first in Parma, with the teachings of Biancani, then
in Bologna with his student. Metaphysics was not ignored, as may happen with secular scientists: on the contrary, the Jesuits were not able to
put it aside, refusing always, for reasons of faith, to accept the theoretical reasons that led to independence from the transcendent. But if the
tie among physics and metaphysics or theology did obstruct in a way a
more resolved mathematicization of the scrutinized natural phenomena,
in another way it did not prevent the accomplishment of an admirable
work of a capillary data collection accompanied by accurate analytical
measurements.
Paradoxically, the concrete interest of the Jesuit scientists in fields connected to astronomy (that in their view confirmed the Aristotelian paradigm,
but exempt from dangerous cosmological claims) like optics, the physics of
pendulums, kinematics or geodetic applications, at the same time came to
an agreement with the empirical and Baconian formulation (and later
Newtonian and Lockian). The research of the Galileans was steering
towards this formulation that, after the trauma of the sentence sustained by
their teacher in 1633, was considered much less dangerous than a platonic
and Augustinian orientation too involved with the “maximum systems”.
This explains the reasons why, even though divided by the obedience to
two different paradigms, Jesuits and “novatori” converged in everyday
research in order to economize energy and above all to share resources. It
is very well-known that in the middle of the seventeenth century science
required not only the presence of an harmonious équipe or the availability
of a great amount of time for investigation (Riccioli, in the years he worked
at the Almagestum novum had been exempted from teaching in accordance
with a privilege both Clavio and then Biancani had already taken advantage
Mentre nella vicina università il sapere è frazionato dalla rivalità delle
scuole –si pensi solo ai conflitti tra gli aristotelici e i primi scienziati galileiani– presso i gesuiti è operante un’istituzione scolastica molto strutturata che trae forza dalla coesione di un gruppo, dove semmai il leader
spicca non tanto perché dotato di ingegno superiore, quanto per le
capacità organizzative. Nel collegio di Bologna questo ruolo è svolto, a
partire dal suo definitivo trasferimento da Parma nel ’36, da
Giambattista Riccioli, le cui ricerche astronomiche e geodetiche, che lo
fanno diventare, nel giro di quindici anni, una delle autorità più ascoltate tra gli scienziati fedeli alle direttive controriformistiche e, al tempo
stesso, uno degli uomini più temuti e riveriti da parte dei “novatori”,
sono in realtà il risultato di una logica di gruppo. La rapidità con cui si
moltiplicarono i suoi studi, davvero prodigiosa se si tiene conto della
mole dei suoi lavori, si spiega soltanto con la solidarietà e il vincolo
dinamico di una scuola favorita sia dall’essere emanazione di un Ordine
religioso molto compatto al suo interno, sia dal suo stesso tipo di indagine scientifica, che, come si è visto già in Aldrovandi, sostituisce alla
figura rinascimentale dello scienziato-mago operante nel segreto del suo
individualismo l’immagine di una collettività che vive del confronto e
della collaborazione reciproca.
Assai più che la voce squillante del genio, di cui peraltro non possiede
nemmeno le qualità, Riccioli è il rappresentante di un cenacolo laborioso, attivo nell’esercizio quotidiano. E la collaborazione è tanto più indispensabile per l’indirizzo sempre più pratico e sperimentale assunto
dalla ricerca scientifica in area emiliana, dapprima a Parma, con il magistero di Biancani, poi a Bologna con il suo allievo. Non che la metafisica sia ignorata, come può avvenire presso gli scienziati laici: i gesuiti
anzi non ne possono prescindere, rifiutandosi sempre, per motivi di
fede, di accogliere le ragioni teoriche con cui si sancisce l’indipendenza
dal trascendente. Ma il vincolo mai reciso tra la fisica e la metafisica o la
teologia, se per un verso è di ostacolo a una più risoluta matematizzazione dei fenomeni naturali scrutinati, per un altro non impedisce il
lavoro ammirevole di una capillare raccolta di dati accompagnata da
un’accurata misurazione analitica.
Paradossalmente gli interessi concreti degli scienziati gesuiti per settori
connessi sì all’astronomia, ma in sè esenti dalle sue pericolose ipoteche
cosmologiche, come possono essere l’ottica, la fisica dei pendoli, la cinematica, le applicazioni geodetiche, se ai loro occhi confermano comunque
il paradigma aristotelico, si accordano nel contempo con l’impostazione
empirica e baconiana (e poi newtoniana e lockiana) verso cui si sta orientando la ricerca dei galileiani che, dopo il trauma della condanna subita
nel 1633 dal loro maestro, la ritengono molto meno pericolosa di un
orientamento platonico e agostiniano, troppo implicato con i “massimi
sistemi”. Si capisce allora perché, pur divisi dall’ubbidienza a due diversi
paradigmi di fondo, gesuiti e “novatori” vengono a convergere nella ricerca di tutti i giorni, per economizzare le energie e soprattutto per condividere le risorse. È risaputo che a metà Seicento la scienza non richiede soltanto la presenza di un’équipe affiatata o la disponibilità di molto tempo
per le indagini (e appunto Riccioli, negli anni in cui lavora all’Almagestum
novum, viene esentato dall’insegnamento, secondo un privilegio di cui già
si erano valsi Clavio e poi Biancani), ma anche di finanziamenti che possano assicurare le attrezzature di un laboratorio.
32
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
of), but also financing that could provide the equipment for a laboratory.
From this point of view, compared to the awareness in Jesuit scientists and in others who recognized themselves in the Galilean example, the insensitivity of the administrators of the Bolognese university really stands out. Far from worrying about economically sustaining the scientific research, these administrators expected the teachers themselves to provide the necessary funds. In the 1630’s the
Employees of the Studio, that was still missing its own astronomic
observatory and scientific tools, expected Bonaventura Cavalieri, the
Galilean student called to Bologna in 1629, to organize an “opportune place for the observation of the stars and speculation of the
professed science”, and in addition to find “mathematical instruments for the proofs of the said science” (Baiada & Cavazza 1988 p.
155). The idea, particularly negative to applied science, that the university did not have to provide the financial resources for this activity, besides being one of the causes of its crisis in the second half of
the 16th century, having this way forced the best scientists (from
Cassini to Montanari, Guglielmini to Valsalva, all the way to
Morgagni and Caldani) to emigrate either to Paris or in neighbouring Padua, constituted an incentive to the collaboration of its academic staff, that provided its own expertise and often expert craftsmanship for the creation of instruments, with the cultured and wellto-do “dilettanti” of the city’s patricians and with the College of
Saint Lucy, richer in research funds.
Riccioli, by writing to his friend and brother Athanasius Kircher (who
could use the rich existing endowments at the Roman College), recognized that, had he been “privatus”, he would not have been able to
acquire the expensive tools for his observations, paid in part by the rector of the College of Saint Lucy, in part by his students noble families,
first by the Grimaldi’s, then by two science enthusiasts, Count Carlo
Antonio Manzini and Marquis Antonio Malvasia (Gambaro 1989, pp.
77-81). On top of this, specialization demanded a very selective book
patrimony, channeled into Saint Lucy by the donations lavished on the
powerful religious order. Exemplary in this sense is the legacy of the private library of Giovanni Antonio Roffeni, a student of Magini who
became an enthusiastic admirer of Galileo right after the publication of
the Sidereus nuncius, and later approached the Bolognese Jesuits. And
that these book acquisition politics, encouraged expressly by the Ratio
studiorum, had been profitable is shown by the appreciation shown just
over a century later by Juan Andrés who, once he arrived in Bologna,
united in the same praise the library of Saint Lucy and the one of the
famous Institute of Sciences (Balsamo 1988, p. 183).
The Bolognese Jesuits appeared very farsighted regarding this patrimonial aspect, essential to the progress of the science. This is implicitly deduced by the descriptions of the experiments conducted at the
College of Saint Lucy that presupposed the presence of structures useful to the observations. Riccioli mentioned in his Astronomia reformata that he had built a temporary solar sundial in the church adjoining
the college in the fifties while it was still under construction and its
roof had not yet been completed (Riccioli 1665, p. 5). And in the nearby boarding school of Saint Louis, architects have speculated that the
still existing covered roof-terrace was used as an observatory. The
Guastavillani villa by Barbiano, hosting the Bolognese Jesuits during
the summer vacation, served Riccioli in the months of September of
the years 1654-56 in the completion of geodetic surveys, whose results
can be found in the Geographia et hydrographia reformata, published
in 1661, signed again by Riccioli.
It is easy to suppose that the college designated some funds for the
acquisition or the manufacture of scientific tools, even if telescopes,
microscopes, lenses, trigonometric devices, meridian arrived in the
hands of the Jesuits through the loan granted to them by the teachers of
the Study and by the noble Bolognese science enthusiasts, even though
divided by very distant epistemological presuppositions. Deeply integrated in the social and cultural fabric of the city, the Company of Jesus
Da questo punto di vista, a fronte della consapevolezza negli scienziati
gesuiti e in coloro che si riconoscono nella lezione di Galileo spicca l’insensibilità degli amministratori dell’università di Bologna, i quali lungi
dal preoccuparsi di sostenere economicamente la ricerca scientifica dei
loro docenti pretendono che siano i professori stessi a procurarsi i mezzi
necessari. Negli anni Trenta gli Assunti dello Studio, ancora privo di un
suo osservatorio astronomico e di suoi strumenti scientifici, si aspettano
che sia Bonaventura Cavalieri, l’allievo di Galileo chiamato a Bologna
nel 1629, a organizzare un “luogo opportuno alla osservatione delle stelle e speculatione della scienza professata”, preoccupandosi per giunta
di trovare gli “instrumenti matematici per le dimostrazioni di detta
scienza” (Baiada & Cavazza 1988, p. 155). L’idea, particolarmente negativa per la ricerca applicata, che l’università non fosse tenuta a fornire le
risorse finanziarie per questa attività, oltre a essere una delle cause della
sua crisi del secondo Seicento, avendo in questo modo costretto i suoi
migliori scienziati, da Cassini a Montanari, da Guglielmini a Valsalva,
fino a Morgagni e Caldani, a emigrare, o a Parigi o soprattutto nella vicina Padova, costituisce anche un incentivo alla collaborazione del suo
corpo docente, che fornisce le sue competenze e spesso la perizia artigianale nel costruire strumenti, con i “dilettanti” colti e abbienti del
patriziato cittadino e appunto con il collegio di santa Lucia, più ricchi
di fondi per la ricerca.
Ne prende atto, proprio in quel giro di anni, lo stesso Riccioli che, scrivendo all’amico e confratello Athanasius Kircher, non meno fortunato
di lui in fatto di dotazioni esistenti al collegio romano, riconosce che, se
fosse stato “privatus”, non avrebbe mai potuto acquistare i costosi strumenti necessari per le sue osservazioni, pagati in parte dal rettore del
collegio di santa Lucia, in parte dalle nobili famiglie cui appartengono i
suoi allievi, in primo luogo dai Grimaldi, oltre che dai due appassionati di scienza, il conte Carlo Antonio Manzini e il marchese Antonio
Malvasia (Gambaro 1989, pp. 77-81). Per giunta la specializzazione
esige un patrimonio librario molto selezionato, convogliato in santa
Lucia dalle donazioni elargite al potente ordine religioso. Esemplare in
questo senso il lascito della biblioteca privata di Giovanni Antonio
Roffeni, un allievo di Magini che, divenuto entusiasta ammiratore di
Galileo all’indomani dell’uscita del Sidereus nuncius, si avvicinerà poi ai
gesuiti bolognesi. E che questa politica di acquisizione libraria, incoraggiata esplicitamente dalla Ratio studiorum, sia stata proficua è dimostrato dall’attestato rilasciato poco più di un secolo dopo da Juan
Andrés che, giunto a Bologna, accomuna nello stesso elogio la biblioteca di santa Lucia e quella del celebrato Istituto delle Scienze (Balsamo
1988, p. 183).
In questo aspetto patrimoniale, davvero imprescindibile per intendere i
progressi della scienza, i gesuiti bolognesi si mostrano molto lungimiranti. Lo si deduce implicitamente dalle descrizioni degli esperimenti
compiuti presso il collegio di santa Lucia che presuppongono la presenza di strutture utili per le osservazioni. Lo stesso Riccioli ricorda
nell’Astronomia reformata di avere costruito una temporanea meridiana
solare nella chiesa contigua al collegio, quando ancora, negli anni
Cinquanta, il cantiere vi era attivo e il tempio non aveva una copertura
definitiva (Riccioli 1665, p. 5). E nel vicino convitto di san Luigi gli
architetti hanno supposto che l’altana tuttora esistente fosse adibita a
specola, mentre, ancora a detta di Riccioli, la villa Guastavillani che
sorge presso Barbiano, ospitante i gesuiti di Bologna durante le vacanze estive, servì nel mese di settembre degli anni 1654-’56 per compiere
rilevamenti geodetici, i cui risultati si possono leggere nella Geographia
et hydrographia reformata, edita nel 1661 sempre a firma di Riccioli.
Non è difficile presumere che il collegio destinasse qualche fondo per
l’acquisto o la fabbricazione di strumenti scientifici, anche se cannocchiali, microscopi, lenti, apparecchi trigonometrici, meridiane dovevano arrivare nelle mani dei gesuiti anche attraverso il prestito concesso
loro dai docenti dello Studio e dai nobili bolognesi appassionati di
scienza, pur essendo divisi da presupposti epistemologici molto distanti. Profondamente inserita nel tessuto sociale e culturale cittadino, la
33
Andrea Battistini
was in the 17th century a high-ranking presence in Bologna because of
its tight bonds with the local managing class. All of this was beneficial
to its scientists, in the wake of a fervour induced by a climate excited by
great discoveries, especially in astronomy.
Compagnia di Gesù è anche nel Seicento una presenza di primo piano
nella realtà bolognese, per gli stretti legami intrecciati con la classe dirigente locale. Di ciò si giovano i suoi scienziati, sulla scia di un fervore
indotto da un clima eccitato dalle grandi scoperte, specie astronomiche.
The cultured “dilettanti” and the Galilean method
I “dilettanti” colti alle prese con il metodo galileiano
Episodes of this renewed enthusiasm occurred daily. In 1610, the year
of Sidereus nuncius, the previously mentioned Accademia degli Ardenti
began to debate mathematical matters, knowledge of which was evidently considered critical to a modern and active noble class. Count is
Cesare Marsili, a member of the Accademia dei Lincei, an astronomer
and hydraulic engineer, and personal friend of Galileo. Marsili was once
compared to Galileo’s alter ego Filippo Salviati in the Galileo’s Massimi
sistemi. His familiarity with the great scientist is proved by the mention
(to be honest, solicited) of his name in the Massimi sistemi, for the discovery of the declination of the meridian line. Another noble man is
marquis Cornelio Malvasia who, anticipating an analogous municipal
initiative by Luigi Ferdinando Marsili in his city building of via San
Mamolo, built an astronomic observatory in his own country villa used
for the calculation of the ephemerides. To complicate the plot of the
municipal cooperation, another “dilettante” full of initiative intervened,
Carlo Antonio Manzini, who in the middle of the century published a
letter to Malvasia on the magnetic declination in which, he detached
himself urbanely from the position of the Jesuits, whom he however
considered good friends.
The scientists’ adherence to the paradigm of the new science, in an
effort to gain strength inside a university still dominated by
Aristotelians, trusted the political and economic power of these noble
sympathizers. Galileo consulted with the influential Cesare Marsili
regarding the decision to assign a Bolognese University Chair to
Bonaventura Cavalieri who, perhaps to thank him, quoted Cesare
Marsili in his Exercitationes geometricae. For his part Malvasia granted
the use of his private observatory to the professors of the Studio Gian
Domenico Cassini and Germiniano Montanari who were busy collecting surveys done in parallel with Riccioli, who in the meantime was
using the gnomon set up in the church of Saint Lucy still under construction. The munificent Malvasia overtly acted as a prominent exponent of the Bolognese Senate in getting a university chair to Cassini and
hosting Montanari for a while in his house, while he was waiting to be
called by the city Studio.
Episodi di questo rinnovato entusiasmo sono all’ordine del giorno: nel
1610, l’anno del Sidereus nuncius, la già ricordata Accademia degli
Ardenti comincia a discutere nel suo seno di questioni matematiche, la
cui conoscenza, evidentemente, è considerata irrinunciabile per una
classe nobiliare moderna e attiva. Conte è Cesare Marsili, accademico
linceo, astronomo e ingegnere idraulico di valore, amico personale di
Galileo, che una volta lo paragona a Filippo Salviati, suo alter ego nei
Massimi sistemi. La sua familiarità con il grande scienziato è provata
dalla menzione, invero sollecitata, del suo nome nei Massimi sistemi, per
la scoperta della declinazione della linea meridiana. Marchese è poi
Cornelio Malvasia che, anticipando nel tempo un’analoga iniziativa
condotta da Luigi Ferdinando Marsili nel suo palazzo cittadino di via
san Mamolo, costruisce nella propria villa di campagna un osservatorio
astronomico di cui si serve personalmente per il calcolo delle effemeridi. A complicare la trama delle cooperazioni cittadine interviene anche
un altro “dilettante” pieno di intraprendenza, Carlo Antonio Manzini,
che alla metà del secolo pubblica una lettera sulla declinazione magnetica nella quale, indirizzandosi proprio a Malvasia, si distacca urbanamente dalle posizioni dei gesuiti, di cui comunque è molto amico.
Sul potere politico ed economico di questi nobili simpatizzanti fanno
affidamento gli scienziati aderenti al paradigma della nuova scienza per
rafforzarsi in seno a un’università ancora in prevalenza aristotelica. Alle
raccomandazioni dell’influente Cesare Marsili si rivolge Galileo per
mettere in cattedra a Bologna Bonaventura Cavalieri che, forse per sdebitarsi, lo cita poi nelle Exercitationes geometricae. Dal suo canto
Malvasia concede l’utilizzazione della specola privata ai professori dello
Studio Gian Domenico Cassini e Geminiano Montanari (Fig. 1.16),
impegnati in una raccolta di rilevamenti fatti in parallelo con Riccioli,
che intanto si serve dello gnomone approntato nella chiesa in costruzione di santa Lucia. E la munificenza di Malvasia si spinge al punto da
rendere risolutiva la sua autorevolezza di esponente di spicco del Senato
bolognese nel procurare una cattedra universitaria a Cassini e da ospitare per qualche tempo in casa sua Montanari, in attesa di essere pure
lui chiamato dallo Studio cittadino.
Galileo’s students in the stronghold of the Aristotelian University
Gli allievi di Galileo nella roccaforte aristotelica dell’università
The three scientists to benefit from Malvasia are amongst the first followers of the Galilean method to step foot in the Bolognese University.
Cavalieri (1598), from a generation before Cassini (1625) and
Montanari (1633), was one of Galileo’s pupils, and informed the old
teacher about the number of student followers after regular lessons. He
kept Galileo informed of the success reached with his work proselytising and of the opposition encountered in an environment refractory to
changes. Cavalieri’s temperament was not aggressive. He was asked by
the chair of mathematics to compile an annual prognostic and an
almanac with the aspects and the motion of the planets to draw horoscopes. Cavalieri assumed the task, even though he did not believe in
astrology.
In 1639 he published Nuova pratica astrologica di fare le direttioni secondo la via rationale to please the educational system, resigning himself
and adapting to the “genius of the town and going along with the
times”. That is what he wrote to his friend and colleague Evangelista
Torricelli (Bortolotti 1947, p. 102). In 1633 when Galileo was sentenced
to abjuration and seclusion, Cavalieri’s grief was profound, his human-
I tre scienziati beneficiati da Malvasia sono tra i primi iscritti al metodo
galileiano a porre piede in un’università bolognese dove ancora sono in
minoranza. Di qui Cavalieri (1598), di una generazione anteriore a quella di Cassini (1625) e Montanari (1633), e quindi scolaro diretto di
Galileo, tiene informato l’anziano maestro del numero di studenti che
lo seguono anche dopo la lezione, dei successi ottenuti con la sua opera
di proselitismo e delle opposizioni incontrate in un ambiente in generale refrattario alle novità. Il temperamento di Cavalieri non è però quello di un combattivo polemista. Richiesto, come prevede la cattedra di
matematica che ricopre, di redigere il “giudizio”, cioè il pronostico
annuale, e il “taccuino”, vale a dire l’almanacco con l’aspetto e il moto
dei pianeti utili per trarre gli oroscopi, si adatta al compito pur non credendo nell’astrologia. Per compiacere le autorità dello Studio, pubblica
nel ’39 una Nuova pratica astrologica di fare le direttioni secondo la via
rationale con la rassegnazione di chi si conforma “al genio del paese e
all’andazzo dei tempi”, come scrive all’amico e collega Evangelista
Torricelli (Bortolotti 1947, p. 102). Eppure, quando nel 1633 Galileo è
condannato all’abiura e al silenzio, il dolore di Cavalieri è profondo e fa
34
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
ity and affection for his teacher is evident when he visited him, blind in
the seclusion of Arcetri. His distress was caused not only by the knowledge of the old scientist being sick and alone, but also because of the
failure of a project in which many believed.
Cavalieri, like other scientists of the Galilean circle was religious; he
belonged to the religious order of Gesuati that no longer exists.
Cavalieri hoped to achieve the dream of a radical renewal of the Church
system by abandoning aristotelism on which science and philosophy
were founded and promoting copernicanism and the new science, in
order to advance and compete with the Protestant culture that used
more modern tools of inquiry, free from dogma. The hope of joining
faith (earlier practiced as prior of the Bolognese convent of Santa Maria
della Mascarella), and science practiced at the University, became an
illusion with the sentencing of 1633. From then on Cavalieri, like other
Galileans, specialized his research in sectorial areas and away from theological implications; he could still show the students the Copernican
system but only hypothetically as Bellarmino wanted. He then engaged
with his ascetic inclination for mathematical abstraction into rarefied
studies on the geometry of indivisibles, to which he dedicated a treatise
published in 1635 in line with the great work of the Bolognese school.
Cavalieri advanced the research started by Pacioli, Dal Ferro, Cardano,
Bombelli, Ferrari and Pietro Antonio Cataldi. Cataldi discovered continuous fractions which, along with calculations of irrational numbers,
opened the way to infinitesimal calculation. The latter thanks to
Cavalieri’s Geometria indivisibilibus continuorum nova quadam ratione
promota got quite close to the resolutions of Leibniz and Newton.
Starting from the title, Cavalieri is well aware of the novelty of his work.
He received a lot of criticism about his book and in his won defence, in
1647 (the year he died), wrote a second book, Exercitationes geometricae, where he stated with more clarity his thesis. In this book Cavalieri
confirmed the necessity to escape sophistry and rhetorical obscurities
and instead trust the purity of numbers and of logic. This does not mean
that mathematics had not solid goals, he confides in Torricelli that the
“genio universale” “does not value in the least mathematics if there is not
practical application” because, as Galileo believed, the new science
should work together with artisans and help society improve the quality of life. For this reason Cavalieri decides to write works not only in
Latin but in volgare where calculus is used in physics and in making useful tools like specchi ustori or in the teaching of the extension facilitated
by logarithms in problems that concern astronomy, geography, military
arts, music and many other practical matters.
This way of thinking was transmitted to the student Pietro Mengoli who
replaced the late Cavalieri as Chair of Arithmetic in 1648 and two years
later shifted to reading mechanics and finally mathematics. His career
was divided into two periods (Cavazza 1986). At the beginning Mengoli
follows Cataldi’s and Cavalieri’s research on infinite algorithms, he sets
forth the results in the book Geometriae speciosae elementa in 1659,
where he explains the concepts of limits, logarithm and integrals, not by
using the simple and effective Latin used by his teacher, but in a prose
style that makes him less accessible. Following this publication, Mengoli
is voted Prior of the Bolognese Church of Santa Maria della Maddalena
in 1660. The position of Mengoli is similar to Cavalieri’s, but although
he witnessed the defeat of Galileo, he remained faithful to his method,
whereas his student withdrew respect for the Galileans and the socalled Copernican letters.
Instead of observing the principle of convergence of content
between the two books (the book of nature and the book of the
Bible) expressed in two different languages that guarantee the
autonomy of the scientist from the theologian when he questions
natural phenomena, Mengoli considered scientific resources to be
subordinate to the truth written in the sacred text, and so doing
makes mathematics the handmaid of theology.
The generation following the very first students of Galileo realized that
the new science (based on mechanics’ immanent determination of its
emergere la sua umanità e tutto l’affetto per il maestro, che va a visitare, quando ormai è diventato cieco, nella clausura di Arcetri. L’afflizione
non è suscitata solo dal sapere il vecchio scienziato malato e solo, con
cui è solidale per essere lui stesso gravemente infermo a causa della
gotta che lo costringe a farsi portare a braccia in cattedra, ma anche dal
constatare il fallimento di un progetto in cui tanti giovani come lui aveva
fermamente creduto.
Cavalieri, al pari di parecchi altri scienziati dell’entourage galileiano, è
un religioso, appartenente all’Ordine oggi estinto dei gesuati, che ha
sperato di vedere realizzato il sogno di un radicale rinnovamento della
Chiesa, da realizzarsi con l’abbandono dell’aristotelismo, su cui ancora
si fondavano la scienza e la filosofia ufficiali del cattolicesimo, a favore
del copernicanesimo e della nuova scienza, in modo da mettersi al passo
con i tempi e da rivaleggiare con la cultura protestante valendosi di strumenti d’indagine più moderni e più liberi da dogmi. La speranza di
potere congiungere la fede, esercitata in qualità di priore del convento
bolognese di santa Maria della Mascarella, con la scienza praticata all’università si rivela con la condanna del ’33 un’illusione, e da questo
momento Cavalieri, come del resto gli altri galileiani, specializza la sua
ricerca in àmbiti molto settoriali e lontani da implicazioni teologiche,
pur potendo ancora, ma solo sotto forma di ipotesi, come aveva voluto
Bellarmino, illustrare agli scolari il sistema copernicano. Eccolo allora
impegnarsi con il suo gusto ascetico per l’astrazione matematica negli
studi rarefatti sulla geometria degli indivisibili, alla quale dedica un trattato edito nel 1635 che si inserisce nella tradizione delle grandi opere
della scuola bolognese. Seguendo il filo ideale che si può cogliere solo a
posteriori e con un’indebita ma comoda visione teleologica, Cavalieri
porta avanti la ricerca che fu di Pacioli, Dal Ferro, Cardano, Bombelli,
Ferrari e che giunge, appena prima di lui, a Pietro Antonio Cataldi, scopritore delle frazioni continue che con il calcolo sui numeri irrazionali
aprono la via del calcolo infinitesimale, al quale la Geometria indivisibilibus continuorum nova quadam ratione promota di Cavalieri fa poi compiere molta altra strada, ormai a ridosso delle decisive risoluzioni di
Leibniz e Newton.
Fin dal titolo Cavalieri è giustamente conscio della “novità” del lavoro,
che non è solo un vanto pubblicitario. E poiché, come sempre succede,
le idee originali sollevano obiezioni, anche lui ne riceve, e per difendersi dalle critiche ed esporre con chiarezza ancora maggiore le sue tesi
scrive, quasi a corollario, le Exercitationes geometricae, che escono nel
1647, l’anno stesso della sua morte. Di là dai suoi contenuti, ancora centrati sui concetti di infinito e di limite, oltre che sul calcolo delle flussioni, conta anche il discorso di metodo in cui Cavalieri ribadisce nella
prefazione la necessità per il matematico di rifuggire dai sofismi e dalle
oscurità della retorica e di affidarsi alla purezza dei numeri e della logica. Ciò non toglie che la matematica possa avere delle destinazioni concrete, non solo per l’opportunismo di chi sa bene, come confida ancora
a Torricelli, che il “genio universale” “non istima punto le matematiche
se non ne vede qualche applicazione alla materia”, ma anche perché la
nuova scienza, come aveva insegnato Galileo, deve collaborare con l’artigiano e mettersi al servizio della società e del miglioramento della qualità della vita. Per questo anche l’intransigente Cavalieri si adegua nel
redigere opere non più in latino ma in volgare in cui il calcolo si applica a problemi di fisica e alla fabbricazione di strumenti utili all’uomo
come gli specchi ustorî, oppure nell’insegnare l’estensione facilitata dei
logaritmi a problemi che riguardano l’astronomia, la geografia, l’arte
militare, la musica e tante altre materie pratiche.
Questo spirito si trasmette a Pietro Mengoli, l’allievo che nel 1648,
all’indomani della scomparsa di Cavalieri, ne prende il posto sulla cattedra di aritmetica, per poi passare, due anni dopo, alla lettura di meccanica, e infine a quella di matematica. La sua carriera, come si sono
accorti i pochi che oggi se ne sono occupati (Cavazza 1986), è nettamente divisa in due momenti. Dapprima Mengoli si inserisce nel filone
delle ricerche di Cataldi sugli algoritmi infiniti e di Cavalieri, esponendo i risultati nei Geometriae speciosae elementa, del 1659, approfonden35
Andrea Battistini
physical-mathematical laws) can do without God
and the concept of Revelation; not favouring Faith
as Cavalieri had, but favouring liberals. Again,
autonomy is denied to science and is instead viewed
as an apologetic weapon of Christianity. From
astronomy to music, the disciples find their explanation in metaphysics. With these assumptions full
of neo-platonism and lullism, Mengoli writes in
1673 Speculazioni di musica, in 1674 Arithmetica
rationalis, and in 1675 Arithmetica realis. From the
Galilean teachings he keeps the value applied of
math that helps him when working with Giovanni
Galeazzo Manzi in the musical area of acoustic
physics and the physiology of the ear.
do i concetti di limite, di logaritmo e di integrale, sia
pure senza impiegare il latino disadorno ma efficace
e nitido del suo maestro, sostituito con una prosa
involuta che ai suoi tempi lo ha reso poco accessibile, anche per la simbologia ormai superata, e oggi è
pressoché ignorato dagli studiosi, pur avendo intuizioni penetranti in anticipo sui suoi tempi. Ma
all’indomani di questa pubblicazione avviene una
svolta la cui spiegazione, in assenza di documenti, è
rimasta nel segreto della sua coscienza. Nel 1660
Mengoli prende i voti e diventa priore della chiesa
bolognese di santa Maria della Maddalena.
Sembrerebbe la stessa vicenda di Cavalieri, ma mentre questi, pur assistendo alla sconfitta di Galileo, si
mantiene fedele al suo metodo, il suo scolaro arretra rispetto agli enunciati galileiani delle cosiddette
The revival of astronomy: Gian Domenico Cassini
lettere copernicane.
In altri termini, anziché rifarsi al principio della conFig. 1.16a – Astronomer Gian Domenico Cassini,
Mengoli also worked on astronomy, which was professor in Bologna, creator of the sun dial (1655- vergenza del contenuto dei due libri della natura e
particularly cultivated in Bologna in the second 56) on the floor of the S. Petronio church (b) / della Bibbia, espressi però con due diversi linguaggi
half of the seventeenth century. He states his Gian Domenico Cassini, professore a Bologna, che devono garantire l’autonomia dello scienziato dal
ideas in the book Refrattioni e parallasse solare of astronomo (ASUB, foto Mattei-Zannoni), progetti- teologo allorché interroga i fenomeni naturali,
sta della meridiana di S. Petronio a Bologna (b)
1670 where he establishes himself as a “begin- (1655-56)
Mengoli considera le risorse della scienza affatto
ner” in the subject. This book, full of definitions,
subordinate alle verità enunciate dai testi sacri, in
assumptions and axioms, also criticizes the actions of astronomers
modo che la matematica diventa un’ancella della teologia. Evidentemente
who often do not make observations as precise as mathematicians
la generazione successiva a quella dei primissimi allievi di Galileo si rende
are accustomed to. Gian Domenico Cassini (Fig. 1.16a) who from
conto che la nuova scienza con la sua impostazione meccanicistica e con
1650 to 1669 was a reader of mathematic and astronomy was resentil determinismo immanente delle sue leggi fisico-matematiche può fare a
ful of Mengoli’s statement. Even though they both taught the same
meno di Dio e del concetto di Rivelazione, operando non più a favore
subject, they differed in their method of reasoning. Also, the fricdella Fede, come ancora pensava Cavalieri, ma dei libertini. Di riflesso
tion between the two might have been due to their different, not
alla scienza si torna di nuovo a negare l’autonomia, considerandola alla
very compatible personalities as well as to the pressure of detaching
stregua di un’arma apologetica del cristianesimo, tanto che le sue discifrom Galilean ideas. Cassini devoted himself to technical and secpline, dall’astronomia alla musica, trovano le loro spiegazioni ultime nella
torial problems that did not reflect the Copernican hypothesis.
metafisica. E con questi presupposti, intrisi di neoplatonismo e di lulliHowever, he tried to provide indirect evidence of its validity consmo, Mengoli scrive le opere successive al 1660, dalle Speculazioni di
tinuing his research along the lines of Galilei’s Sidereus nuncius and
musica (1673) all’Arithmetica rationalis (1674) e a quella realis (1675).
the Saggiatore. Between 1576 and 1583 astronomy in the city of
Conserva comunque, della lezione galileiana, il senso del valore applicato
Bologna was taught in the University first by Egnazio Danti, foldella matematica, che nelle sue incursioni nell’àmbito musicale si allea alla
lowed by Magini. Cassini built a sun-dial in the Church of San
fisica acustica e alla fisiologia dell’orecchio, per la quale Mengoli opera in
Petronio and worked on it between 1655 and 1656 in collaboration
collaborazione con l’anatomico Giovanni Galeazzo Manzi.
with the University and the Senate of Bologna (Fig. 1.16b). This
project was possible thanks to Marquis Cornelio Malvasia protecting the scientist who arrived in the city in 1644, used the private
Il rilancio dell’astronomia: Gian Domenico Cassini
observatory of his noble patron. Cassini used this instrument to calculate the inclination of the ecliptic; his calculations were of an
Dalle sue incursioni Mengoli non esclude nemmeno l’astronomia, partiextraordinary precision never accomplished before. He observed
colarmente coltivata nella Bologna del secondo Seicento. Egli vuole quinthe parallax angle of the sun and the Earth’s circumference and
di dire la sua con un intervento sulle Refrattioni e parallasse solare, del
measured the periods of rotation of Jupiter and its satellites. He
1670, dove per altro si riconosce “principiante” della materia. Eppure,
wrote the data in the book Specimen observationum bononiensium
anche in uno scritto divulgativo come questo, gremito di definizioni, sup(1656). In 1664, after the appearance of a comet, Cassini’s studies
posizioni e assiomi destinati agli studenti, non risparmia censure all’opereflect Galilean ideas even more. Based on this event, another
rato degli astronomi che spesso non osservano nelle loro misurazioni la
Galilean student by the name of Geminiano Montanari became very
precisione cui sono avvezzi i matematici. Se ne risente e non manca di
interested in the subject and the following year wrote a publication
replicare, punto sul vivo, Gian Domenico Cassini (Fig. 1.16), che dal
not only about the position of such comet in the sky, but also pre1650 al ’69 è lettore di matematica e astronomia. A dividerlo da Mengoli,
senting his personal ideas about the formation of comets and their
con cui tuttavia condivide in parte l’insegnamento della stessa materia,
orbits. Montanari was introduced to the circle in the city by
sono nell’occasione ragioni di metodo, ma non è escluso che siano interCornelio Malvasia; he also began his passion for astronomy after
venute anche diversità di carattere poco compatibili con il temperamenbeing converted by a Copernican scientist devoted to Galileo
to dell’ombroso e scorbutico collega, senza poi dire del peso che può
named Paolo Del Buono who was affiliated with the Florentine
avere avuto quella sorta di allontanamento dalla linea galileiana di certo
Academy of Cimento, famous for its Galilean ideas. Montanari was
non gradito da chi invece non se ne è mai distaccato. Cassini infatti, pur
not only an astronomer: in the 15 years he lived in Bologna he also
dedicandosi, per forza di cose, a problemi tecnici e settoriali che non
dedicated himself to military engineering, hydraulics and anatomy.
affrontano apertamente l’ipotesi copernicana, si sforza di recare indiretHe was convinced that his job was not “to sit in the shade but to
tamente delle prove della sua validità, a ideale prosecuzione delle ricerche
bring to everyday-use the speculations of the mind” (Bianchini
galileiane del Sidereus nuncius e del Saggiatore.
36
Fig. 1.16b – The sun-dial (1655-56) on the floor of the S. Petronio church / La meridiana di S. Petronio a Bologna (1655-56) (Archivio fotografico SPSAD)
Andrea Battistini
1694, p. n. n.). Montanari shared the ideas of Francis Bacon, then
consolidated in the Royal Society, to develop a programme of
“Social Welfare” through the founding of the Accademia della
Traccia (1665-1666) that he considered a Bologna branch (“ramo in
Bologna propagginato”) of the collaborating Accademia del Cimento
(Vai, ch. 2, this vol.).
Per prima cosa, provvedendo a una necessità molto sentita a Bologna,
dove l’astronomia si era valsa tra il 1576 e il 1583 dell’insegnamento universitario di Egnazio Danti, seguìto poi da Magini, Cassini provvede a
costruire nella chiesa di san Petronio una meridiana (Fig. 1.16), alla
quale lavora tra il 1655 e il ’56, a riprova della collaborazione esistente
tra l’università e il Senato di Bologna, operante con il tramite del marchese Cornelio Malvasia, protettore dello scienziato che, arrivato in
città nel 1644, si è dapprima avvalso, come si è detto, della specola privata del suo nobile mecenate. E con la meridiana di san Petronio ricalcola con un’esattezza fino allora mai raggiunta l’inclinazione dell’eclittica, rivede la parallasse del sole e il valore della circonferenza della terra,
misura i periodi delle rotazioni di Giove e dei suoi satelliti, raccogliendo i dati nello Specimen observationum bononiensium (1656). Ancora
più vicini agli interessi e all’impostazione galileiani sono gli studi di
Cassini sulle comete, condotti sull’abbrivo della comparsa di uno di
questi corpi celesti nel 1664. Non a caso su questo evento astronomico
converge anche l’interesse dell’altro galileiano inserito in quegli anni
all’università, ossia Geminiano Montanari, che in una sua pubblicazione dell’anno successivo non si accontenta di determinarne la posizione
nel cielo ma formula ipotesi personali sulla formazione delle comete e
sulle loro orbite.
La sorte di Montanari è molto simile a quella di Cassini, con il quale
lavora sempre in stretta collaborazione, lodandolo per essere stato il
“primo ad aprire al mondo la via di ridurre a regole astronomiche la
vita” delle comete (Rotta 1971, p. 78). Anche lui è introdotto in città da
Cornelio Malvasia, anche lui comincia le prime osservazioni celesti a
casa del suo pigmalione, dopo essere stato ‘convertito’ dagli studi di
diritto a quelli di astronomia da uno scienziato copernicano devoto a
Galileo, Paolo Del Buono, affiliato all’accademia fiorentina del Cimento
che come è noto si rifaceva alle pronunce galileiane. Ma Montanari non
è solo un astronomo, tanto è vero che nella quindicina d’anni di permanenza a Bologna (ancora come Cassini, che nel ’69 se ne va a Parigi,
lascerà l’università felsinea nel ’78 per trasferirsi a Padova) si dedica
all’ingegneria militare, all’idraulica, all’anatomia, sempre più convinto
che il suo compito, come testimonia un suo allievo, non fosse “di sedere all’ombra di una catedra con esercizio poco differente dall’ozio, ma
bensì di ridurre agli usi della vita le speculazioni dell’ingegno”
(Bianchini 1694, p. n. n.). Per questo Montanari concordava con gli
ideali di Francesco Bacone ereditati dalla Royal Society, finalizzati a un
programma di social welfare che cerca di realizzare fondando tra il 1665
e il ’66 l’Accademia della Traccia, da lui considerata un “ramo in
Bologna propagginato” dall’Accademia del Cimento con cui già collabora (Vai, cap. 2, in questo vol.).
The battles of Geminiano Montanari against astrology
Thanks to the financial help of a gentleman by the name of Carlo
Antonio Sampieri, a group lead research project on the empirical
method, against abstractions and metaphysical deductions, thus separating Montanari from Mengoli and Descartes. The Accademia della
Traccia would not survive for long once its founder, Montanari, was
gone and it was characterized by the idea of promoting scientific and
practical knowledge as shown by studies on hydraulics. Montanari’s student Domenico Guglielmini (Fig. 1.17) was the author of a treatise on
the Po Plain near the Reno River called Della natura de’ fiumi (1697).
In many ways theory was being explored in depth at the same time it
was being applied in practice, since “Nature never operates in practice
differently from the rules of good theory”. The proposition is found in
Manualetto de’ Bombisti edited in 1680, which includes a determination
of shooting tables for artillery calculated, as Montanari specifies in the
title, according to Galileo’s doctrine and easy to use without calculations. Finally, an alliance was formed between scientists and soldiers,
artisans, architects, farmers. This was the Royal Society’s goal much
admired by Montanari.
Montanari loved the principles of the Royal Society to “benefit the public”, and he opposed with all his energies worshippers of astrology, a
discipline that according to him should not exist. Montanari wrote “in
the 15 years that I lived in Bologna and held the Chair of Science and
Mathematics, I never talked about astrology because I believe it is false
and useless”. One of his books against this “false and vain” subject is
L’astrologia convinta di falso published when Montanari was far from
Bologna and he could openly criticize astrology. Between 1674-75 he
circulates an almanac titled Frugnuolo degli influssi del gran cacciatore di
Lagoscuro, where with some friends and just for fun he writes casual
predictions that eventually come true compared to some real predictions done by astrologers that do not come true.
Throughout the seventeenth century Bologna was one of the major producers of astrological literature (Casali 1977). Montanari’s almanac was
more than an innocent joke, it damaged the economic interests of the
teachers’ corporation that defended their belief in Astrology. Astrology
would be banned by the Universities but continued to prosper to the
present day. In Montanari’s time the Bolognese culture, as Cavalieri
notices, preferred to look for the future in the stars “rather than with
good mathematics” (Cavalieri 1987, p. 129). For a long time the professors’ formation of astrological studies was often in contrast with the
results of Galilean astronomy. One professor was Magini who possessed
a deeper knowledge of astrology than mathematics. Another, Giovanni
Antonio Roffeni, who in spite of being a follower of Galileo wrote
Discorsi astrologici in the years 1609-1625, ’29-’30 and ’32-’45.
Montanari left Bologna in 1678. One of the many reasons was that he
did not like living in a town he defined as “non-geometric” (Rotta 1971,
p. 98), where the positions are very uncertain and complicated when it
comes to astrology, thus contradicting the easy symmetry between the
new science and modernity on one side and Aristotelism and reactionary positions on the other. Between an astronomer such as Cornelio
Malvasia who did not despise astrology, and Cavalieri who unwillingly
practised astrology, there are the Jesuits who condemn judicial astrology after the solemn letter from Pope Sextus V in 1586, which was later
reaffirmed by Urban VIII in 1631. The Jesuits’ probabilism, professed
to defend the free will, also opposed the presumption to determine the
Le battaglie di Geminiano Montanari contro l’astrologia
L’iniziativa si giova dell’aiuto di un gentiluomo locale, Carlo Antonio
Sampieri, i cui finanziamenti sono indispensabili per un gruppo che
intende compiere una ricerca ispirata al metodo dell’empirismo e aliena
dalle astrazioni e da quelle illazioni metafisiche che allontanano
Montanari non solo dal Mengoli più confessionale, ma perfino da
Cartesio. Le tornate accademiche della Traccia, che per essere la filiazione dell’intraprendenza di Montanari non sopravviveranno a lungo
dopo la partenza del suo fondatore, sono aperte a un gruppo non esclusivo, con l’intento di promuovere il sapere scientifico e di avere sempre
presenti la sua ricaduta pratica, come si deduce dagli studi di idraulica,
verso cui orienta anche l’allievo Domenico Guglielmini (Fig. 1.17), poi
autore di un trattato, fondamentale nella regione padana del Reno,
Della natura de’ fiumi (1697). Da una parte quindi si approfondisce la
teoria, dall’altra non se ne perdono di vista le applicazioni, dal momento che “la Natura non opera mai in prattica diversamente dalle regole di
buona teorica”. L’enunciato si trova in un Manualetto de’ bombisti,
edito nel 1680 e consistente nella determinazione di tavole di tiro per
38
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
future of mankind on the presupposition of the influence of the stars.
In the end it was the traditionalist professors of the Alma Mater who
practiced astrology most persuasively. Amongst these professors there
was one in particular that stood out due to his extensive political power
that he used to fight the “neoterici” as the paladin of the new science
were called. His name was Ovidio Montalbani, reader of mathematics
and astronomy and strict supporter of Aristotelianism. He had a degree
in Philosophy and Medicine at the age of twenty and the Chair by the
age of twenty-five. At the beginning he taught Philosophy, but once he
started writing astrological forecasts, in 1633 he moved on to “ad mathematicam” as the holder of this title had to be involved in astrology. In
many of his publications on meteorology, on the value of the Bolognese
dialect, on botany (which he examines thoroughly by working as a curator in the museum belonging to Aldrovandi and as the last editor of his
unpublished work) there were always astrological remarks that surfaced
and he included in his publication as appendices, under the denomination of “stars proceedings”, etc.
Montalbani covered almost all civil magistrature positions in Bologna’s
public system, his work never stopped. As if his political activity and his
teaching position were not enough, he continued his research at the
University and his house, where in ’24 he formed a group called
Accademia dei Vespertini to discuss astronomy, astrology and geometry.
He was also member of various Academies like the Incogniti, Notte,
Apatisti and the most prestigious Gelati once attended both by an
enemy of astrology, Montanari, and by its most resolute defenders. This
shows that in life even if sides are apparently irreconcilable they will
find a way of meeting and somehow work together.
artiglieri calcolate, come Montanari si premura di specificare nel titolo
completo dell’operetta, “secondo la dottrina di Galileo”, “ridotte ad
uso facile, da servirsene senza conti”. Si conferma così l’alleanza tra gli
scienziati e coloro che svolgono mestieri pratici, in questo caso i soldati, in altri, come nel manuale che insegna a usare la livella diottrica di
sua invenzione, gli artigiani, gli architetti o i contadini, proprio secondo
gli obiettivi della Royal Society tanto ammirata da Montanari.
Come ama il modello scientifico inglese sensibile al “pubblico benefizio”, così avversa con tutte le sue energie i cultori dell’astrologia, una
disciplina che non dovrebbe neppure esistere. “Nel corso di quindici
anni in circa ch’io sono stato in Bologna –è sempre Montanari che
parla–, e ho goduto l’onore della catedra di scienze matematiche in quel
nobilissimo Studio, non ha potuto il mio genio sempre troppo aperto e
sincero di permettere giammai che o in publici o in privati discorsi io
ragioni dell’astrologia giudiciaria con altri sensi che come cosa falsa e
vana”. La sua più impegnativa fatica contro questa “cosa falsa e vana”
è L’astrologia convinta di falso pubblicata quando ormai Montanari è
lontano da Bologna e può svelare la beffa del Frugnuolo degli influssi del
gran cacciatore di Lagoscuro, un almanacco fatto circolare da Montanari
nel 1674-’75 nel quale le previsioni sono messe a caso, tirate a sorte
insieme con altri amici burloni, e rivelatesi paradossalmente più azzeccate di quelle formulate seriamente dagli astrologi.
In una Bologna che per tutto il Seicento è uno dei centri di maggiore
produzione di letteratura astrologica (Casali 1977), quello di Montanari
è molto più di uno scherzo innocente, perché lede gli interessi economici della corporazione dei professori peripatetici dominanti all’università, i quali, insieme con la difesa ostinata dell’astrologia, difendono i
proventi assicurati dagli oroscopi e dalla triaca, la pozione medicamentosa preparata di anno in anno fondandosi sui pronostici ricavati dalle
posizioni delle stelle. Se nel secolo dei Lumi l’astrologia verrà bandita
dalle università per continuare a prosperare fino a oggi a livello popolare presso i compilatori di lunari, ai tempi di Montanari la cultura ufficiale bolognese, come nota Cavalieri, preferisce dedicarsi in massa
all’interrogazione del futuro attraverso le stelle “più che ad altra parte
delle buone matematiche” (Cavalieri 1987, p. 129). La formazione
astrologica dei professori dello Studio, spesso in contrasto con i risultati dell’astronomia galileiana, era di vecchia data. Per non andare troppo
indietro, ci si può ricordare di Magini, dotato di competenze più astrologiche che matematiche. A sua volta l’allievo Giovanni Antonio
Roffeni, benché entusiasta di Galileo, è indotto alla compilazione di
Discorsi astrologici, per gli anni 1609-1625, ’29-’30 e ’32-’45.
Nondimeno, a parte il risoluto Montanari che abbandona Bologna nel
’78 perché, oltre ad altre ragioni, non sopporta di vivere in un paese che
definisce “ageometrico” (Rotta 1971, p. 98), le posizioni sono molto
sfumate e anche dai soli riscontri in materia astrologica si può intendere quanto complesso sia il quadro epistemico di Bologna, smentendo
facili simmetrie tra nuova scienza e modernità da una parte e tra aristotelismo e posizioni retrive dall’altra. Così, a fronte di un mecenate e
astronomo quale Cornelio Malvasia che non disdegna l’astrologia e di
un Cavalieri che la pratica sia pure obtorto collo, ci sono i gesuiti in sintonia con le posizioni duramente critiche di Montanari, visto che, almeno a livello ufficiale, condannano l’astrologia giudiziaria attenendosi al
contenuto della bolla del 1586 di papa Sisto V, ribadita nel 1631 da
Urbano VIII. In questo caso il loro probabilismo, coltivato a tutela del
libero arbitrio, fa giustizia della presunzione di potere determinare il
futuro dell’uomo sul presupposto di un influsso cogente degli astri.
Sicché alla fine sono i professori tradizionalisti dell’Alma Mater a perpetuare con più convinzione l’esercizio dell’astrologia. Tra costoro spicca, anche per l’esteso potere politico di cui si vale nelle battaglie contro
i “neoterici”, come vengono chiamati i paladini della nuova scienza,
Ovidio Montalbani, lettore di matematica e astronomia e rigido difensore dell’aristotelismo. Di famiglia gentilizia, si laurea in filosofia e
medicina poco più che ventenne ed è già in cattedra prima dei venticinque anni, in deroga al limite minimo per la docenza universitaria pre-
The competition of the Jesuits
Even if there was disagreement regarding the method, there was an
exchange of data, experience and opinions among University professors, noble amateurs and exponents of the Compagnia di Gesù. For
example, in 1640 Riccioli, with very precise measurements, confirmed
the law of falling objects (caduta dei gravi), discovered by Galileo. With
his friend Francesco Maria Grimaldi he went to the Church of Santa
Maria della Mascarella to inform Cavalieri of the results. After Cassini
rebuilt the meridian of San Petronio, with a perfection never seen
before, Father Riccioli used it to calculate the equinox, solstices, declination, and the diameter of the sun. He was proud to have a solar watch
that in his opinion was “the best in Italy if not in all Europe” (Riccioli
1665, p. 5). Sharing his vocation for physics-mathematics with
Geminiano Montanari, in 1667 Riccioli performed several experiments
on falling objects from the Torre Asinelli; Marcello Malpighi and the
French Adrien Auzout, a student of Pascal visiting Bologna, also participated (Riccioli 1669, pp. 36-37).
The epistemological conflicts between Jesuits and “innovators” were
relevant concerning a few important questions whereas in various fields
such as mechanics, optics, physics and biology it was possible if not to
agree, at least to have a mutual influence and integration. Even if the
Jesuits in Bologna did not work together with the Universities they still
influenced their colleagues.
The cooperation between the two did not prevent them from being
rivals. In the school of Santa Lucia the Compagnia di Gesù offered a
teaching system completely autonomous and so effective it even attracted outsiders. The Studio Bolognese was aware of its old privileges that
guaranteed them the exclusivity of an upper teaching system. In 1591
the Jesuits opened a school where they taught subjects like natural sciences. In 1627 the authorities wanted to be sure that in the school
opened that year in the area of “Borgo della Paglia” (now Via delle Belle
Arti) there would not be any science subjects but rather, the young students should be taught “the dogma of the rules of S. Ignatius” (Fabrini
1941, p 7). In 1641 the Bolognese Senate obtained from Urban VIII a
39
Andrea Battistini
papal letter that prevented on pain of excommunication the Jesuits
from teaching subjects read in public studies. There was a conflict of
interest throughout Europe. The contrasts did not cease until the suppression of the Order of Jesuits because such order had a solid educational system compared to the University (which was a victim of bureaucracy and lack of infrastructure). For example, in 1653, the appearance
of a comet was observed by the astronomer Gian Domenico Cassini at
the University (who was studying the celestial phenomenon with the
help of Cornelio Malvasia) in competition with the Fathers of Santa
Lucia. The Bolognese marquis wrote to Leopoldo de’ Medici and sent
him a pamphlet signed by Cassini called De cometa anni 1652 et 1653,
along with a letter explaining his quick printing of the pamphlet to “not
be prevented by the Jesuits” thesis. Two days later the Jesuits mailed to
Leopoldo de’ Medici their Theses astronomicae de novissimo cometa
annorum 1652 et 1653 propositae a PP. Soc. Jesu in Colleg. Sanctae Luciae
Bononiae. Ex Meris ac propriis observationibus eorundem Patrum, in
eodem Collegio habitis deductae. It is understandable that between the
two groups existed a form of emulation since they both wanted the
merit of priority. In this case the competition had more profound causes beyond an astronomic event that Galileo and the Jesuits had some
time ago contested.
In the contest it is not only two groups who give their data on the parallax and orbit of the comet but two different cosmological conceptions, two different ways of practicing science, two opposite solutions to
the problem of the relationship between science and faith. The conflict
sustained by Galileo was now resurfacing with the Saggiatore and with
Dialogo sopra i due massimi sistemi. In twenty years the culture had
changed so much that it is difficult to find common elements. Before
1633, Galileo fought with his opponents, he had the energy and enthusiasm of the person who hoped to see renewal in the Church and acceptance of the new requests by the “novatori”. In the middle of the century that battle seemed lost, Galileo and most of his students were
deceased. When the object being contested is the inheritance of the
Galilean philosophy of science, his direct and indirect heirs grew
stronger but on the other side were the Jesuits of Santa Lucia and a wide
majority of professors faithful to the Aristotelian teachings.
scritta dai regolamenti dell’ateneo. Dapprima insegna filosofia, ma poiché comincia subito a predisporre il taccuino e i pronostici per la città,
ottiene nel ’33 di passare “ad mathematicam”, al cui titolare spettava
questa attività astrologica. E anche nella maturità, nella sovrabbondanza delle sue pubblicazioni, ora di meteorologia, ora di vanto, in un’impennata di orgoglio municipale, dell’antichità e dei pregi del dialetto
bolognese, ora di botanica, che approfondisce nelle mansioni che si
sono dette sopra di “custode” del museo che fu di Aldrovandi e in qualità di ultimo editore delle sue opere inedite, affiorano sempre i rilievi
astrologici, che allega in appendice a queste pubblicazioni sotto la denominazione di “Rendiconti delle stelle”, “Individualità dell’anno”, “Il
presagio dei tempi e le occorrenze dell’anno”, ecc.
È un lavoro mai intermesso, nonostante che Montalbani abbia nel
tempo ricoperto quasi tutte le magistrature civili previste negli ordinamenti pubblici di Bologna. Come non bastasse l’attività politica e la
docenza, prolunga le ricerche prodotte all’università nella sua casa privata, che dal ’24 ospita le riunioni dell’Accademia dei Vespertini da lui
fondata per discutere di astronomia, astrologia e geometria. Né, si può
dire, esiste accademia in città di cui non faccia parte, essendo il suo
nome iscritto a quella degli Incogniti, della Notte, degli Apatisti, per
non dire di quella più prestigiosa di tutte, dei Gelati, frequentata a un
tempo da nemici dell’astrologia quale Montanari e insieme dal più risoluto dei suoi cultori. Segno che nella vita di tutti i giorni anche le posizioni in apparenza inconciliabili trovano in Bologna qualche luogo d’incontro, favorito da uno spirito cooperativo che, di là dalle divergenze di
opinioni nell’interpretazione dei fenomeni, induce comunque a percorrere qualche tratto di strada insieme.
La concorrenza dei gesuiti
Senza che con tutto questo si possano cancellare le insanabili divergenze
di metodo e di finalità, si riscontra così, almeno sul piano operativo e ufficiale, uno scambio molto fitto di dati, esperienze, opinioni tra i professori dell’università, i “dilettanti” nobili e gli esponenti della Compagnia di
Gesù. È indicativo al riguardo che quando nel 1640 Riccioli, a séguito di
misurazioni molto esatte, riesce a confermare sperimentalmente la legge
della caduta dei gravi trovata da Galileo, la prima cosa che fa è di recarsi
insieme con l’inseparabile Francesco Maria Grimaldi alla parrocchia di
santa Maria della Mascarella per comunicare i risultati a Cavalieri. E dopo
che Cassini ha rifatto la meridiana di san Petronio conferendole una perfezione mai prima posseduta, non è raro che padre Riccioli se ne serva per
i suoi calcoli sugli equinozi, i solstizi, la declinazione, il diametro del Sole,
grato di avere a disposizione un orologio solare che giudica “il migliore
d’Italia, per non dire d’Europa” (Riccioli 1665, p. 5). Condividendo poi
la vocazione fisico-matematica di Geminiano Montanari, il valente gesuita non esita a compiere insieme, nel 1667, esperimenti sulla caduta dei
gravi dalla torre Asinelli, anche in compagnia di Marcello Malpighi e del
francese Adrien Auzout, un allievo di Pascal di passaggio per Bologna
(Riccioli 1669, pp. 36-37).
A ben guardare, il conflitto epistemologico tra gesuiti e “novatori”
riguarda questioni che, se indubbiamente sono di grande momento,
sono comunque di numero molto ridotto, laddove si aprono larghi
campi della meccanica, dell’ottica, della fisica sperimentale, della biologia in cui è possibile, se non un’intesa, una mediazione suscettibile di
reciproche integrazioni. Se dunque a Bologna, a differenza della situazione parmense, i gesuiti rimangono istituzionalmente estranei all’università, non mancano tuttavia di esercitare un’influenza anche marcata
sui loro colleghi dello Studio.
Questa stretta cooperazione sul campo non deve però fare velo sulle
rivalità a livello istituzionale, sorte tra la Compagnia di Gesù, capace di
offrire nel collegio di santa Lucia un sistema didattico completamente
autonomo e tanto efficiente da attirare anche gli esterni, e lo Studio
bolognese, geloso degli antichi privilegi che in città gli garantivano l’e-
The new science under censure
In Bologna’s University, where the traditional standards of knowledge
were recorded in the official statutes, Galileo found various cautious
opponents like Magini and others rude and vulgar like Martino Horky.
Nevertheless, due in part to Galileo’s academic politics (he always tried
to secure academic positions to his followers) and in part to an internal
reaction in such closed environment, Galileo’s method of teaching
remained alive even after his passing. Not only in his methods but also
his thesis on “massimi sistemi” which Cavalieri taught between 1642-45.
After the publication of Massimi sistemi, Cesare Marsili took on the task
of distributing thirty-two copies of this work in the city but this attempt
at diffusing Galileo’s work was blocked by the papal censorship.
Between ’55 and ’56, about twenty years later, a Bolognese edition of
the Galilean work was finally published in two volumes and for the first
time in Italy Discorsi intorno a due nuove scienze was re-proposed.
Such belated venture demonstrates how the Bolognese inquisitor
Guglielmo Fuochi persisted in censoring all expressions of
Copernicanism. We glean from the correspondence of the printer Carlo
Manolessi to Vincenzio Viviani (last and youngest of Galileo’s
Florentine students) the many obstacles and at the same time the determination to bring this work to print, even if late. The republication of
Massimi sistemi was possible thanks to the diplomacy of Prince
Leopoldo de’ Medici. It is not surprising that in their state of weakness
the Galileans of Bologna tried to maintain a good relationship with the
strong Jesuits (setta troppo possente according to Montanari), even if the
40
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
co-operation between the
two, far from a spontaneous
offer, was brooked with
resignation to benefit the
research.
This explains why Montanari
in Pensieri fisico-matematici
openly disapproved of the
habit of “arguing about natural things like fighters
instead of philosophers”
(Montanari 1667, p. 4). In a
private letter he wrote of the
“danger of letting the
research fall in the hands of
priests” (Campori 1876, p.p.
78-79). He found understanding in Malpighi, who Fig. 1.17 – Domenico Guglielmini, professor in
argued against the competi- Bologna / Domenico Guglielmini, professore a
tion of the “cloistered profes- Bologna (ASUB, foto Mattei-Zannoni)
sors who make letters available in every corner and degrade them” (Malpighi 1976, IV, p. 1479), and
in an anonymous supporter of the University who wanted to raise faith
again by rebuilding defence against the return to scholasticism persecuted by “Priests and Monks”. This memorial was written against the reform
project of the University by Anton Felice Marsili, promoter in 1687 of the
opening of two Academies where scientific studies could develop with
the ecclesiastics, so that one could at the same time “take a stroll through
the porticoes and kneel down in the Temple” (Cavazza 1990, pp. 100 and
53). In the long search for compatibility between the reason of science
and the authority of the Church, the eldest of the Marsili brothers created two institutions to put into effect a politics of autonomy between scientists and theologians, just like the requests made by Galileo in the
Copernican letter to Castelli (Vai, ch. 10, this vol.).
Watched over by the Holy Office, the only thing left was to protect
reasearch autonomy by experimenting in neutral and confined areas.
Montanari’s testimonial is exemplary “regretting not being present in
town to express himself in person” he concluded that in Bologna you
need “gag even things of no importance” (Galluzzi 1977, p. 123). He
confided another time “let the Thomists and Scotists battle between
themselves”, and he dedicated himself to “more innocent astronomical
or physico-mathematical speculations” (Cavazza 1990, p. 143). Here
there is room for co-operation and even friendship between the potential opponents, just like the friendship between Montanari and the
Jesuit Francesco Maria Grimaldi. He remembered his difficult first
years in Bologna when he arrived, a young scientist of Santa Lucia
demonstrating “the gentle manners and that pure, innocent affection
that made him likeable” (Rotta 1971, p. 75). In less debated fields,
Grimaldi spent his short life doing experiments on the phenomenon of
light, on which he wrote a treatise printed posthumously in 1665, thus
making him the ideal interlocutor of Montanari.
sclusiva dell’insegnamento superiore. Non a caso il contenzioso, sorto
fin dal 1591, anno in cui i gesuiti aprono una scuola di logica per i seminaristi, concerne in primo luogo materie emergenti quali appunto le
scienze della natura. Ecco allora che nel 1627 le autorità cittadine
vogliono ricevere assicurazione che nella casa di noviziato aperta in
quell’anno in Borgo della Paglia (corrispondente all’attuale via Belle
Arti) non si coltivino discipline scientifiche, ma soltanto si istruiscano i
giovani “nelli dogmi della regola di S. Ignacio” (Fabrini 1941, p. 7).
Anche dopo il 1641, anno in cui il Senato bolognese ottiene da Urbano
VIII l’emanazione di un breve che, pena la scomunica, diffida i gesuiti
dall’insegnare le materie che si leggono nello Studio pubblico, i timori
non si assopiscono. Né si può dire che, in un conflitto di interessi
riscontrabile in tutta Europa, le schermaglie siano mai cessate fino alla
soppressione dell’Ordine dei gesuiti, tanto più che, dinanzi alla solidità
del loro sistema educativo, risalta maggiormente la crisi dell’università,
vittima della burocratizzazione e della carenza di infrastrutture.
Interrogando, di là dai testi pubblici e ufficiali, pieni di riconoscimenti
elogiativi per la scienza dei gesuiti, i carteggi privati delle forze intellettuali gravitanti intorno al mondo universitario, pare anzi di avvertire un
malessere e un complesso d’inferiorità sofferti, paradossalmente, nel
contatto di una collaborazione quasi giornaliera. Un indizio è fornito
dalla concorrenza creatasi nel 1653 in occasione della comparsa di una
cometa osservata sia dall’astronomo dell’università, Gian Domenico
Cassini, che studia il fenomeno celeste insieme con Cornelio Malvasia,
sia dai padri di santa Lucia. Con una rapidità che inevitabilmente va a
danno della precisione, il marchese bolognese si affretta sin dal gennaio
a inviare a Leopoldo dei Medici l’opuscolo, a firma di Cassini, De cometa anni 1652 et 1653, accompagnandolo con una lettera ove si spiega che
la precipitazione con cui lo si è dato alle stampe mira a “non lasciarsi
prevenire da’ Giesuiti”, i quali con due soli giorni di ritardo spediscono
allo stesso destinatario le loro Theses astronomicae de novissimo cometa
annorum 1652 et 1653 propositae a PP. Soc. Jesu in Colleg. Sanctae Luciae
Bononiae. Ex meris ac propriis observationibus eorundem Patrum, in
eodem Collegio habitis deductae. È normale che tra due gruppi di ricercatori per altro in contatto tra loro si manifestino forme di emulazione
al momento di potersi fregiare del merito della priorità. In questo caso
però la competizione nasconde cause più profonde, che oltrepassano
l’episodio contingente su un evento astronomico che pure aveva a suo
tempo innescato la dura contesa tra Galileo e l’Ordine gesuitico.
Nell’agone non scendono soltanto due gruppi che forniscono i loro dati
sulla parallasse e sull’orbita della cometa, ma due diverse concezioni
cosmologiche, due diversi modi di fare scienza, due opposte soluzioni al
problema del rapporto tra scienza e fede. In filigrana si ripropone insomma il lacerante conflitto sostenuto da Galileo con il Saggiatore e con il
Dialogo sopra i due massimi sistemi. Ma nel giro di una ventina d’anni il
clima culturale è talmente cambiato che solo con molta difficoltà si possono ancora ritrovare elementi comuni. Prima della condanna del ’33
Galileo combatteva quasi ad armi pari con i suoi avversari, sorretto dall’energia e dall’entusiasmo di chi sperava in un rinnovamento della Chiesa
e nell’accoglimento delle nuove istanze dei “novatori”. Alla metà del secolo, quella battaglia pare irrimediabilmente perduta, con Galileo deceduto
dopo essere stato ridotto al silenzio e con la maggior parte dei suoi allievi diretti scomparsi, quasi per una tragica fatalità. Quando l’oggetto del
contendere è l’eredità epistemologica del magistero galileiano, i suoi eredi
diretti e indiretti rinserrano più saldamente le fila, ma sugli spalti opposti
vengono a convergere i gesuiti di santa Lucia e una larga maggioranza dei
professori dello Studio, ligi all’insegnamento di Aristotele.
Light diffraction from Grimaldi to Newton
Grimaldi’s work De Lumine written during his thirty years at Santa
Lucia College is one of the most remarkable optics texts before Newton
(Fig. 1.18). The author, with the probable consent of Montanari and
other Galileans, drifted away from metaphysics and concentrated on
physics. Between 1650-1660 he concentrated on the real world and on
the experimental method. Grimaldi’s greatest discovery, the phenomenon of light diffraction, happened by letting the sun light penetrate a
dark room through a small hole on a window shutter. The results of this
physics experiment and Grimaldi’s ability to build his own instruments
La nuova scienza tenuta al “boccaglio”
A Bologna, presidio munitissimo del sapere scolastico canonizzato negli
statuti ufficiali dell’università, Galileo aveva trovato parecchi avversari,
taluni felpati e circospetti come Magini, talaltri rozzi e sguaiati come
41
Andrea Battistini
for the research testify to his
unusual skills. Grimaldi like
Bacon and Galileo believed
in using nature’s simple ways
and applying human talent to
everyday life. His love for
experimenting shows the reason why he got along with
Riccioli and together they
performed all the work
recognized and described
by the teacher even while
some superiors tried to separate the two. Grimaldi
continued alone in the optical
field, complementary to
astronomy and geography.
Even Montanari, about to
found the Accademia della
Fig. 1.18 – Isaac Newton who made use of the Traccia, was interested in
pioneering studies of Grimaldi on the nature of the problems of light and
light / Isaac Newton, che ha fruito degli studi
human sight renouncing to
anticipatori di Grimaldi sulla natura della luce
any metaphysical impli(ASUB, foto Mattei-Zannoni)
cation. Grimaldi’s passion
was focused on the tangible space of his laboratory; he let his co-workers deal with polemics “ad hominem”. In the De Lumine the only scientists not mentioned were those who had the obscure Kircher style, all
the others even if critical had free access, including of course the Jesuits.
Grimaldi’s work offered to the eighteenth century and Newton in particular, a useful documentary, disposing “status quaestionis” of the concurrent but integrated corpuscular and undulatory theories, both in the
first and second part of the De Lumine. Even if Newton’s star would
obscure Grimaldi’s fame during the eighteenth century, Grimaldi’s
friends remembered his humanity, seen in his trust that there were many
more things to discover about light. Trusting progress, he came to original conclusions about light diffraction and interference, that light has
its own velocity, high but not infinite and therefore calculable, and that
its propagation is not exactly rectilinear. Grimaldi kept evidence before
passing it on to Newton who learned about the De Lumine from the
reports made by the Phylosophical Transactions, the magazine of the
Royal Society, and by some French Jesuits (Battistini 2000, pp. 284-93).
l’allievo di questi, Martino Horky. Ma al tempo stesso, in parte per la
politica accademica di Galileo, che ha mirato sempre a insediare suoi
allievi nelle roccaforti peripatetiche, in parte proprio per una reazione
interna a un ambiente tanto chiuso, il modello del suo insegnamento
attecchisce, come si è segnalato, perfino in seno all’Alma Mater, dove
anche dopo la condanna e la morte il ricordo del maestro pisano riesce
a mantenersi ancora vivo, non solo nell’applicazione del suo metodo e
nell’esposizione delle sue tesi sui “massimi sistemi”, con Cavalieri che
può spiegare nei corsi del triennio 1642-’45 l’“ipotesi” eliocentrica, ma
anche con iniziative editoriali rimaste memorabili. All’indomani della
pubblicazione dei Massimi sistemi Cesare Marsili si prende l’incarico di
“procurare lo spaccio” dell’opera in città, facendone arrivare ben trentadue copie, benché poi la messa all’Indice tronchi ogni aspettativa.
Tuttavia, a distanza di un ventennio, giunge in porto, tra il ’55 e il ’56,
un’edizione bolognese in due tomi delle Opere galileiane che, per la
prima volta in Italia, ripropongono tra l’altro i Discorsi intorno a due
nuove scienze.
Ma proprio da questa impresa appare evidente l’ostinata fermezza dell’inquisitore bolognese, Guglielmo Fuochi, nel censurare ogni espressione di copernicanesimo. Dal carteggio dello stampatore Carlo
Manolessi con Vincenzio Viviani, l’ultimo e più giovane degli allievi fiorentini, è possibile comprendere quanti fossero gli ostacoli frapposti,
ma al tempo stesso la determinazione, ferma ancorché guardinga, di
arrivare finalmente alla stampa, sia pure con un forte ritardo sui tempi
previsti. E le conseguenze non sono soltanto l’impossibilità, del tutto
scontata, di ripubblicare i Massimi sistemi, ma anche l’esito di una pubblicazione inferiore alle aspettative e giunta in porto quasi solo grazie
alla diplomazia prudente del principe Leopoldo dei Medici. È naturale
allora che in questa situazione di oggettiva debolezza i galileiani di
Bologna cerchino di conservare rapporti di buon vicinato con i potenti
gesuiti (appunto “setta troppo possente” la considera Montanari),
anche se è da supporre che la collaborazione già vista in più di una circostanza, lungi dall’essere spontaneamente offerta, venisse subita con
qualche rassegnazione, per altro vantaggiosa per la ricerca.
Ecco spiegato perché ancora Montanari, il quale nei suoi Pensieri fisicomatematici aveva deplorato pubblicamente l’abitudine “di disputare
delle cose naturali a guisa di lottatori, più tosto che di filosofi”
(Montanari 1667, p. 4), invitando irenicamente alla concordia generale,
in una lettera privata avverte preoccupato il “pericolo di far cadere lo
Studio in mano a’ preti” (Campori 1876, pp. 78-79), con una diagnosi
che, formulata l’una all’insaputa delle altre, trova rispondenza sia in
Malpighi, che denuncia la concorrenza dei “Professori claustrali, che
hanno rese dozzinali le lettere in ogni angolo, e le hanno avvilite”
(Malpighi 1976, IV, p. 1479), sia in un anonimo difensore dell’università, che vorrebbe risollevarne le sorti per farne di nuovo il baluardo
contro il ritorno alla Scolastica perseguìto da “Preti e Frati”. Questo
memoriale, non per caso, viene scritto contro il progetto di riforma universitaria di Anton Felice Marsili, già fautore, nel 1687, dell’apertura di
due accademie in cui gli studi scientifici potessero svilupparsi in parallelo con quelli ecclesiastici, in modo da consentire contemporaneamente di “passeggiare nel Portico e genuflettersi nel Tempio” (Cavazza
1990, pp. 100 e 53). Nella ricercata compatibilità tra le ragioni della
scienza e l’autorità della Chiesa, anche il maggiore dei fratelli Marsili
crea due istituzioni proprio per attuare una politica di reciproca autonomia tra scienziati e teologi, facendo virtualmente proprie le istanze
sostenute a suo tempo da Galileo nella lettera copernicana a Castelli
(Vai, cap. 10, in questo vol.).
In un’attività capillarmente sorvegliata dal sant’Uffizio, non rimane che
salvaguardare la propria autonomia di ricerca da ritagliarsi entro i più
neutri recinti della sperimentazione e delle applicazioni tecniche. Valga
per tutti la testimonianza di Montanari che, dopo il rammarico di “non
essere in paese da dire anche lui il fatto suo”, conclude che a Bologna
bisogna “tenere il boccaglio anche a cose di niun scrupolo” (Galluzzi
1977, p. 123). Molto meglio, avrebbe confidato in altra occasione, “lasciar
The European spirit of Marcello Malpighi
Between the seventeenth and eighteenth centuries the relationship among
scientists throughout Europe become closer and Bologna, that always had
a great influence due to its University, intensified its international relations, becoming no longer casual but institutional, favoured by the
progress in communication and transportation. While the Jesuits could
count on the esprit de corp of the Company and what between brethren
was defined the “Catholic International”, the scientists who followed
Bacon, Galileo and Descartes were looking for government involvement,
or at least financial aid of sponsors to found centres like the Academies
to meet and exchange ideas. The Royal Society of London founded in
1662 and the Académie des Sciences founded four years later in Paris by
Colbert were models for Bolognese intellectuals. These structures were
taken as examples by Anton Felice Marsili and in particular by his brother Luigi Ferdinando for their reform projects of knowledge and the foundation of new Academies which had to involve the public government of
Bologna (Cavazza 1990, p.p. 119-48).
From the middle seventeenth century, the city of Bologna developed a
“pro-English” attitude that became fashionable in the following century. Among the fans of the English scientific world was Marcello
42
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
Malpighi (Fig. 1.19) who
considered the Royal
Society “a gathering of the
European followers of
genius”
inspired
by
the solicitations of that
“great
man
Bacon”
(Malpighi 1969, p. 556).
In 1669, his fame in histology, embryology and
anatomy gave him access
as a foreign fellow to the
Academy of London
establishing a tight collaboration that culminated in
the publication paid for by
the Royal Society of his
Opera omnia, begun in
Fig. 1.19 – Marcello Malpighi, physician and profes1686-’88 and completed in
sor at the University of Bologna until 1691 / Marcello
1697. Like him, all
Malpighi, professore a Bologna fino al 1691, medico
the “novatori” scientists
(ASUB, foto Mattei-Zannoni)
looked over the Alps for
the model to imitate. As examples, Malpighi with far-sightedness pointed to those “kings and princes” that “erected societies and gatherings
of professors by offering huge salaries. These professors have left aside
practicing medicine to investigate natural things in animals, plants and
minerals”, since research needs “liberty, serenity and leisure” (Malpighi
1969, p. 494).
By the end of the seventeenth century, the support of the scientists on
the other side of the Alps was necessary to Malpighi who was in the
midst of many cultural battles against the reactionary doctors at the
University who were much more stubborn and angry than the Jesuits
that did not have in their colleges a medical school. If in the fields of
physics and astronomy the leaders of the culture were able to talk to the
Aristotelians, in the medical field the distance that separated Malpighi
from the Galenists was enormous, and reconciliation was impossible
because his colleagues were not at the same level as the members of the
Compagnia di Gesù. Among his merits were not only research on the
structure of the lungs, liver, kidneys, tongue and spleen but also the
studies on the silkworm and chicks, destined to mark significant
progress in anatomy, histology and embryology. Also, the new scientific
method used microscopy in the investigation of anatomy. According to
his biographer Eustachio Manfredi, Malpighi accomplished in anatomy
what Galileo accomplished in the science of motion, Gassendi in natural philosophy, and Descartes in geometry, not only did he bring it forward, but he also renewed its foundations (Manfredi 1708, p. 61).
Malpighi knew well the Galilean science because he was a student and
colleague of Giovanni Alfonso Borelli. The two first met in Pisa in 1656
during a brief qualification to become University teachers. After three
years the Bolognese teacher returned to his city where he stayed until ’91.
He also lived briefly in Messina between 1662 and 1666. He learned from
Galileo to reflect on his methods and his trust in scientific instruments,
beginning with the microscope that he used in his anatomic research (just
like Galileo used his telescope), the moderation and irony, the clarity and
elegance of his writing contrasting with the arrogance of the Latin used
by his opponents. The concepts inspired by the Galilean philosophy are
many in both Risposta all’opposizioni registrate nel “Trionfo de’ Galenisti”,
written in 1665 during his qualification as University teacher in Messina,
where the opposition was just as bad as in Bologna, as well as in the other
Risposta alla lettera intitolata: “De recentiorum medicorum studio dissertatio epistolaris ad amicum” dating back to 1689, provoked by the violent
attacks by Giovanni Gerolamo Sbaraglia. The idea of the complete and
indefinite knowledge, the rejection of animism and metaphysics, the
knowledge that nature operates with maximum simplicity and therefore
che i Tomisti e Scotisti se la dibattano fra loro”, dedicandosi piuttosto a
“più innocenti speculazioni astronomiche o fisico-matematiche”
(Cavazza 1990, p. 143). In questo campo c’è per lo meno spazio per collaborazioni proficue e per rapporti perfino amichevoli con i potenziali
avversari, come quelli che lo stesso Montanari instaura con il gesuita
Francesco Maria Grimaldi. Lo ricorda nell’evocare i tempi difficili dei
suoi primi anni bolognesi quando, appena arrivato, il giovane scienziato
di santa Lucia gli mostrò “que’ soavi costumi, e quel puro innocente affetto con cui si compiacque” di aiutarlo (Rotta 1971, p. 75). In terreni meno
compromessi le convergenze sono dunque possibili, e per un Montanari
che si applica alla fotometria un Grimaldi che per tutta la sua non lunga
vita compie esperimenti sui fenomeni della luce, dandone conto in un
ponderoso trattato uscito postumo nel 1665, si rivela facilmente l’interlocutore più adatto, di là dagli steccati ideologici.
La diffrazione luminosa da Grimaldi a Newton
Il De lumine, elaborato da Grimaldi durante la sua dimora quasi trentennale presso il collegio di santa Lucia, rimane uno dei testi di ottica
più rilevanti prima di Newton (Fig. 1.18). Dinanzi a un argomento esposto a facili tentazioni ermetico-cabbalistiche, l’autore, con un procedimento che deve avere trovato il consenso di Montanari e degli altri galileiani, fa di tutto per allontanarsi da una consuetudine incline più alla
metafisica che alla fisica. E, per reazione, si concentra, con osservazioni
intensificatesi nel decennio 1650-’60, sul mondo reale e sul metodo sperimentale. La maggiore scoperta di Grimaldi, il fenomeno della diffrazione luminosa, avviene nel modo più elementare, facendo penetrare in
una stanza buia un raggio di sole attraverso un forellino eseguito sull’imposta di una finestra. E il resoconto di quell’esperienza di fisica, affidato a un latino senza fronzoli, presuppone una maestria non comune,
impiegata anche nel costruirsi da solo gli strumenti per le ricerche.
L’istinto fabrile di Grimaldi sembrerebbe desumere qualcosa, oltre che
da Bacone, anche dalla lezione di Galileo, sempre fiducioso nelle vie più
semplici ed eleganti con le quali opera la natura, cui bisogna adeguare
l’ingegno umano, con un tratto di modestia che converte subito l’aspetto epistemologico in un ethos su cui improntare la condotta di vita.
L’abito sperimentale fa capire perché andasse tanto d’accordo con
Riccioli, al cui fianco compie tutte le ricognizioni descritte nelle opere
del maestro, nonostante alcune manovre dei superiori per allontanarlo
da lui. Liberatosi dalla sua tutela, prosegue da solo in un settore, quello dell’ottica, complementare all’astronomia e alla geografia, se è vero
che anche Montanari, accingendosi a fondare l’Accademia della
Traccia, la predispone a interessarsi dei problemi della luce e della vista,
oltre che dei suoni, ricusando ipoteche metafisiche. La passione di
Grimaldi si accende soltanto nello spazio ordinato e tangibile del suo
laboratorio, lasciando semmai ad altri confratelli la polemica ad hominem. Nel De lumine, gli unici a non trovare posto sono gli scienziati
fumosi ed esoterici alla Kircher; tutti gli altri, ancorché valutati criticamente, hanno libero accesso, a cominciare, naturalmente, dai gesuiti.
L’opera di Grimaldi, grazie a questa dossografia inclusiva non indegna
di un Riccioli, fornirà al Settecento, e a Newton (Fig. 1.18) in particolare, un apparato documentario di grande utilità, disponendosi quale status quaestionis delle concorrenti ma, in fondo, integrabili teorie corpuscolari e ondulatorie, rispettivamente affrontate nella prima e nella
seconda parte del De lumine. E sebbene l’astro di Newton sorga di lì a
poco a oscurare la fama di Grimaldi presso le generazioni del
Settecento, vivo rimane nei coetanei il ricordo della sua umanità, visibile nella tranquilla fiducia che sulla natura della luce molte siano ancora
le cose da scoprire. Con siffatta fede nel progresso della conoscenza,
perviene a conclusioni originali sulla diffrazione e sull’interferenza
luminosa, sostiene che la luce abbia una sua velocità, altissima ma non
infinita, e quindi calcolabile, e che la sua propagazione non sia rigorosamente rettilinea. Nell’idea baconiana della staffetta, il bolognese
43
Andrea Battistini
not even the smallest parts should be neglected, the associated praise of
the microscope and the value of the scientific experiment, keeping in
mind the false empiricism of the Galenists. At war we have on one side
those who defined themselves “empiricists” and like Sbaraglia refused to
connect singular symptoms to a larger picture, proposing a solution for
each problem without establishing a general law. On the other side we
had those who are called “rationalists” or “methodicals”, and in reality
are not less devoted to experimental research but conduct observations
guided by one method only. Malpighi was shocked by the childish results
of the Aristotelian Montalbani, “too embarrassing to repeat”; Malpighi
warns that
Grimaldi ha tenuto degnamente il testimone prima di passarlo virtualmente a Newton, che viene a conoscenza del De lumine dai resoconti
che ne fanno le Philosophical Transactions, la rivista della Royal Society,
e alcuni gesuiti francesi (Battistini 2000, pp. 284-93).
Lo spirito europeo di Marcello Malpighi
Ormai, tra Sei e Settecento, i rapporti tra gli scienziati di tutta Europa
si fanno molto più stretti e Bologna, che per la presenza dell’università
ha sempre avuto una vocazione cosmopolita, intensifica i rapporti internazionali, che da questo momento non sono più affidati al caso e alle
occasionali conoscenze epistolari di ciascuno, ma diventano istituzionali, favoriti dal progresso delle vie di comunicazione e dai trasporti oltre
che dagli stimoli che l’imminente prospettiva illuministica attiva a favore della circolazione delle idee e del Grand Tour. Mentre i gesuiti possono contare sullo spirito di corpo della Compagnia che tra confratelli
dà vita a quella che è stata definita una “internazionale cattolica”, gli
scienziati che si rifanno a Bacone, Galileo e Cartesio cercano il coinvolgimento statale o quanto meno l’intervento finanziario di mecenati per
fondare quei centri di aggregazione e di scambio rappresentati dalle
accademie. Il modello è costituito, anche per gli intellettuali bolognesi,
dalla Royal Society di Londra, fondata nel 1662, e dall’Académie des
Sciences, creata quattro anni dopo a Parigi per iniziativa di Colbert, le
strutture prese a esempio da Anton Felice Marsili e soprattutto dal fratello Luigi Ferdinando nei loro progetti di riforma del sapere e di fondazione di nuove accademie, pensate sempre in modo che nella loro
gestione sia coinvolto il governo pubblico di Bologna (Cavazza 1990,
pp. 119-48).
Nella città felsinea si sviluppa fin dalla seconda metà del Seicento
quell’“anglofilia” che diverrà addirittura una moda nel secolo successivo.
Tra i più convinti ammiratori del mondo scientifico inglese è Marcello
Malpighi (Fig. 1.19), che considera la Royal Society “una ragunanza de’
fiori d’ingegno d’Europa” ispirata alle sollecitazioni di “quel grand’uomo
di Bacone” (Malpighi 1969, p. 556). La fama di istologo, embriologo e
anatomico gli dà accesso nel 1669, in qualità di Foreign Fellow, all’accademia londinese, instaurando una stretta collaborazione che culminerà
nella pubblicazione a spese della Royal Society dell’Opera omnia di
Malpighi, a partire dal 1686-’88 per concludersi con i lavori postumi nel
1697. E al pari di lui tutti gli scienziati “novatori” guardano a quelle realtà
d’oltralpe come a dei modelli da imitare. Con lungimiranza Malpighi
addita a esempio quei “re e prìncipi” che “hanno erette società et adunanze di professori con grossi stipendii, li quali, lasciata la pratica del
medicare, si esercitano nel rintracciar le cose della natura negli animali,
nei vegetabili, e nei minerali”, dal momento che la ricerca esige “libertà,
quiete d’animo, et ozio” (Malpighi 1969, p. 494).
Il sostegno e l’avallo degli scienziati “oltramontani” risultano tanto più
necessari a Malpighi nel vivo delle molteplici battaglie culturali condotte a fine Seicento contro i medici retrivi dell’università, molto più ostinati e rabbiosi dei gesuiti, che non hanno nei loro collegi una scuola di
medicina. Se ancora nel campo della fisica e in parte dell’astronomia i
protagonisti della nuova cultura hanno potuto dialogare con gli aristotelici, nell’àmbito medico la distanza che separa Malpighi dai galenisti
si è fatta abissale e la conciliazione non è più possibile, anche perché i
suoi colleghi dello Studio non possiedono la capacità di mediare propria dei membri della Compagnia di Gesù. Sicché tra i titoli di merito
di Malpighi non ci sono soltanto le ricerche sulla struttura dei polmoni,
del fegato, dei reni, della lingua, della milza, o gli studi sul baco da seta
o sui pulcini, destinati a segnare un progresso significativo dell’anatomia, dell’istologia, dell’embriologia, ma anche la coraggiosa difesa del
nuovo metodo scientifico, consistente nell’anatomia comparata e “sottile”, cioè condotta con il microscopio. Per questo un suo biografo,
Eustachio Manfredi, su cui si dovrà tornare più avanti, ha sostenuto che
Malpighi ha compiuto in anatomia ciò che Galileo fece nella scienza del
to observe is not an easy task as others think. Great knowledge is needed in order to
direct the method, a great wealth of observations to detect the connections, an unassuming mind with acute judgement, and this is not anyone’s task,
especially those dull Doctors of the Alma Mater, presumptuous and
proud, the opposite of Malpighi’s Galilean ethos, always willing to
“learn from everyone like an eager student” (Malpighi 1969, pp. 575,
604). Galileo’s voice resounds, he whose modesty when confronting
nature’s immensity made him not ashamed to say “I don’t know”.
The students: Valsalva, Morgagni, Beccari, Guglielmini
Just like forming a chain, from Morgagni to Guglielmini, Malpighi’s
apologetic Risposta (answer) becomes for his numerous (direct and
indirect) students a scientific and ethical model. Morgagni trained along
with Anton Maria Valsalva (another disciple of Malpighi), in a glorious
medical school that extends throughout the eighteenth century until
Galvani. Valsalva united the artisan’s resources (newly invented surgical
instruments) and the ability to perform surgeries improved by a new
technique to tie arteries during the amputations. One of his greatest
masterpieces –the De aure humana treatise (1704)– is the result of the
dissection of over one thousand human skulls, conducted in the smell
of the decomposed bodies so intense as to render him insensible to
odours. Morgagni arrived in Bologna in 1682 and he taught from 1698
to 1707. He collaborated in research on the ear. Morgagni, like
Malpighi, believed that anatomy is connected to physiology and pathology. With an extensive and integrated vision he revealed his systematic
attitude throughout various volumes of Adversaria anatomica, published from 1706. Valsalva, who was confused by the many novelties,
opposed the first part published.
Morgagni is valued not only in the medical field, but also for the disputes he had regarding anatomy and the microscope, defending the
memory of Malpighi. He did not sit in the classroom, instead he practised medicine in hospitals, he visited botanical gardens, he joined the
Academy of the Inquieti founded in 1691 by Eustachio Manfredi and
his young friends, and he then joined the Istituto marsiliano delle
Scienze. Until in 1704 Morgagni became the “Prince” of the Academy
of the Inquieti, this group of intellectuals continued to verbally dispute various topics. Instead his reformer’s impulses lead the Academy
to focus on observation and experiments. These innovations are
accepted, but not without conflicts, especially in a city like Bologna
torn in the medical field by the clash of the “novatori” against
Sbaraglia. In 1704, Sbaraglia was still stirring up controversy, blackening the memory of Malpighi, deceased for a decade. Morgagni, with
the impetuosity that distinguished him, circulates two Epistolae where
he defends his teacher and the use of the microscope, accusing not the
instrument but the gross ignorance of Sbaraglia and others like him
who made huge optical errors. In spite of the fact that the Epistolae
were anonymous, Morgagni was the object of hostility to the point
that he feared for his life, and at twenty-four years of age he had a will
drawn up. The city still remembered the invasion of Malpighi’s house
in Crevalcore. It was Sbaraglia himself who vandalized Malpighi’s
44
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
books and papers and threatened to kill him. At this point Morgagni
thought it would be better to leave and in 1707 he moved permanently to the University of Padua.
The Galilean tradition did not end because of another doctor, Iacopo
Bartolomeo Beccari (Fig. 1.20) who became the first Italian professor in
chemistry in 1737. He was much more flexible than Morgagni. He
joined the Academy of the Inquieti and eventually with the Accademia
delle Scienze, of which in 1750 became the president. A follower of the
new science leaning on Descartes and Leibniz, he collaborated in the
Philosophical Transactions. He progressively moved towards chemistry
and Earth science, making him the first to begin the movement of
research on microfossils as the discoverer of foraminifera (Vai, ch. 10,
in this vol.). Since 1704, at the beginning of the “century of geology”
(Raimondi 1974, p. 44), he submitted a memoir on the role of the deluge in determining the present configuration of the Earth, paying particular attention to the structure and the origin of the fossils.
Beccari was well liked in the city, known for his private collection of
meteorological data started in 1714, eventually continued from 1782 to
1792 by Petronio Matteucci director of the astronomical observatory of
the University who first became President of the Istituto delle Scienze
and eventually, in his eighties, received the honour of having dedicated
to him the first two volumes of the Nouveau journals des journaux, a
Bolognese periodical that began its publication in 1761 with the printing of articles drawn from other European papers, thus continuing a
rather scanty local, periodic editorial activity compared to the abundant
publication of books. Domenico Guglielmini (Fig. 1.17), another of
Montanari and Malpighi’s student, published in the midst of controversy his argument against Sbaraglia and in support of Malpighi. This was
read at the Filosofica esperimentale Academy of Anton Felice Marsili,
and was published not in a Bolognese periodic but in the Giornale dei
moto, Gassendi nella filosofia naturale e Cartesio nella geometria, non
limitandosi a coltivarla e accrescerla, ma rinnovandola dalle fondamenta (Manfredi 1708, p. 61).
In effetti Malpighi ha imparato bene la lezione galileiana, per essere
stato allievo e collega di Giovanni Alfonso Borelli, conosciuto durante
una breve docenza a Pisa, dove i due approdano nel ’56, anche se il professore bolognese ritorna nella sua città dopo tre anni, per restarvi fino
al ’91, a parte una parentesi messinese tra il ’62 e il ’66. E di Galileo fa
sue l’abitudine dello scienziato di riflettere sulle sue operazioni, la fiducia negli strumenti scientifici a cominciare dal microscopio, che in lui
svolge nella ricerca anatomica la stessa funzione imprescindibile rivestita in Galileo dal telescopio, la moderazione e l’ironia, la chiarezza e l’eleganza della prosa, in antitesi con la proterva ampollosità del latino dei
suoi oppositori. Sia nella Risposta all’opposizioni registrate nel “Trionfo
de’ Galenisti”, stesa nel 1665 durante la docenza a Messina, dove le
opposizioni non sono meno malevoli di quelle incontrate a Bologna, sia
nell’altra Risposta alla lettera intitolata: “De recentiorum medicorum studio dissertatio epistolaris ad amicum”, risalente al 1689 e provocata dagli
attacchi molto violenti di Giovanni Gerolamo Sbaraglia, sono numerosi i concetti ispirati dall’epistemologia galileiana. Tali in Malpighi l’idea
della perfettibilità indefinita del sapere, il rifiuto dell’animismo e della
metafisica, insieme con i loro linguaggi fumosi, la consapevolezza che la
natura opera con la massima semplicità e quindi non sono da trascurare neppure le menome sue parti, il conseguente elogio del microscopio
e del valore euristico dell’esperimento, da vagliare però con la ragione
contro il falso empirismo dei galenisti.
A combattersi sono da una parte coloro i quali, impropriamente, si definiscono “empirici” e, come Sbaraglia, si rifiutano di connettere i singoli sintomi a un quadro teorico più ampio, proponendo un rimedio per
ogni singola localizzazione ma senza formulare una legge generale; dall’altra coloro i quali sono chiamati “razionali” o “metodici”, che in
realtà non sono meno dediti alla ricerca sperimentale, ma conducono le
osservazioni guidati da un metodo. Scandalizzato dalle “tante fanciullaggini” dell’aristotelico Montalbani, “ch’è vergogna di ridirle”,
Malpighi ammonisce che “l’osservare non è mestiere così facile come
altri pensa. Vi vogliono grandissime cognizioni per dirigere il metodo,
copiosissima serie d’osservazioni per vedere la catena et il filo che unisce il tutto, una mente disappassionata con una finezza di giudicio, e
però non è mestiere per tutti”, men che meno per gli ottusi medici
dell’Alma Mater, oltre tutto presuntuosi e superbi, tutto all’opposto dell’ethos galileiano di Malpighi, sempre disposto a “imparare come scuolare da tutti” (Malpighi 1969, pp. 575 e 604). Sembra di ascoltare ancora la voce di Galileo, la cui modestia di fronte alla grandezza della natura non lo faceva vergognare di dire “non lo so”.
La schiera degli allievi: Valsalva, Morgagni, Beccari, Guglielmini
Proprio come a formare una “catena”, la Risposta apologetica di
Malpighi diventa a sua volta un modello scientifico ed etico per i suoi
numerosi allievi, diretti o indiretti, da Morgagni a Guglielmini.
Propriamente Morgagni lo è di secondo grado, per essersi formato con
Anton Maria Valsalva, a sua volta discepolo di Malpighi, lungo una gloriosa scuola di medicina che si prolunga per tutto il Settecento, fino a
Galvani. D’altro canto il tramite è dei più affidabili, perché Valsalva
abbina le risorse artigianali, consistenti nell’invenzione di nuovi strumenti chirurgici, all’abilità nell’operare, perfezionata con una tecnica
nuova di legare le arterie nelle amputazioni, e a un abito anatomico che
ha dell’eroico, se si pensa che il suo capolavoro, il trattato De aure
humana (1704), è il risultato della dissezione di più di mille crani umani,
esaminati in mezzo al fetore dei cadaveri a volte così intenso da renderlo del tutto insensibile agli odori. A questa ricerca sull’orecchio collabora anche Morgagni, arrivato a Bologna nel 1682 e docente nello
Studio dal 1698 al 1707. Questi, al pari di Malpighi, crede che l’anato-
Fig. 1.20 – Iacopo Bartolomeo Beccari, physician and holder of the first chair of chemistry
in Italy, discoverer of foraminifera / Iacopo Bartolomeo Beccari, medico e primo cattedratico di chimica in Italia, scopritore dei foraminiferi (ASUB, foto Mattei-Zannoni)
45
Andrea Battistini
Letterati which Benedetto
Bacchini, cultural guide
of Muratori, published in
Parma.
The text that Guglielmini
wrote has scientific value
because by applying the
geometry of the indivisible
to the figures formed
by the crystallization
of salts, anticipates the
field of crystallography.
The Riflessioni filosofiche
dedotte dalla figura de’ sali
is something more, it is
another method inspired
by Galileo and Malpighi
(and Aldrovandi, as seen
before). It is natural that
to fight Sbaraglia’s simplistic empiricism, one
should claim a way
of proceeding, a logical Fig. 1.21 – Eustachio Manfredi, founder of the
way to “penetrate the most Accademia degli Inquieti in Bologna in 1691 /
Eustachio Manfredi, fondatore della Accademia degli
recondite of nature’s Inquieti a Bologna nel 1691 (BUB, foto Vai)
mines”. The new science
established that will always be “unknown the intimate structure of components”, left to metaphysics and faith, but nevertheless formulating a
uniforming interpretation relating the facts becomes imperative. On this
subject Guglielmini, who learned the concept from Malpighi, could not
be any clearer:
mia sia da connettersi alla fisiologia e alla patologia. Con una visione
così estesa e integrata rivela la sua attitudine sistematica nei diversi volumi degli Adversaria anatomica, cominciati ad apparire dal 1706, allorché
pubblica la prima parte nonostante l’opposizione di Valsalva, sconcertato dalle tante novità.
Ma il valore di Morgagni, oltre che nel campo della medicina, è riconoscibile anche nelle dispute dialettiche a difesa della memoria di
Malpighi, dell’anatomia comparata e dell’impiego del microscopio.
Ingegno precoce e intraprendente, non si rinchiude nelle aule universitarie, ma fa pratica medica ospedaliera, frequenta l’orto botanico e
soprattutto entra a far parte dell’Accademia degli Inquieti che, fondata
nel 1691 da Eustachio Manfredi e dai suoi giovani amici, confluirà
nell’Istituto marsiliano delle Scienze. Fino a che Morgagni, nel 1704,
non ne diviene il “Principe”, questa aggregazione di intellettuali segue
ancora la consuetudine di disputare verbalmente delle questioni più
varie; con il suo impulso riformatore comincia a dedicarsi all’osservazione e agli esperimenti. Queste innovazioni sono accolte, ma non senza
contrasti, in una Bologna lacerata nell’àmbito medico dallo scontro dei
“novatori” con Sbaraglia che ancora nel 1704 rinfocola la polemica
infangando la memoria di Malpighi, nel frattempo deceduto da un
decennio. Con l’irruenza che lo distingue Morgagni fa circolare due
Epistolae in cui difende il venerato maestro e l’uso che fece del microscopio, imputando non già allo strumento ma alla crassa ignoranza di
Sbaraglia e degli altri come lui i madornali errori ottici in cui sono incorsi. Per quanto si cauteli con l’anonimato, al punto che neppure i suoi
amici sanno che è lui l’autore di quelle veementi Epistolae, Morgagni è
fatto oggetto di un’ostilità così pesante da indurlo a temere per la propria vita e a fare testamento a soli ventiquattro anni. Del resto in città
c’era ancora chi ricordava l’incursione di un manipolo di facinorosi alla
villa che Malpighi aveva a Crevalcore, dove chi li comandava, che era
poi lo Sbaraglia in persona, aveva messo a soqquadro le sue carte e i suoi
libri, minacciandolo di morte. Morgagni pensa allora che sia meglio
cambiare aria, e nel 1707 si trasferisce all’università di Padova, per non
ritornare più.
Il filo della tradizione galileiana però non si spezza perché a Bologna
rimane un altro medico eclettico, formatosi insieme con Morgagni, pur
essendo più anziano di lui. Si tratta di Iacopo Bartolomeo Beccari (Fig.
1.20), che dopo un apprendistato umanistico si consacra alla medicina
per diventare con il tempo il primo cattedratico italiano di chimica, nel
1737. Persona forse più accomodante di Morgagni, si integra pienamente nel contesto cittadino, che lo vede prima affiliato tra gli accademici
degli Inquieti, poi nell’Accademia delle Scienze, di cui diviene presidente nel 1750. Anche lui segue gli indirizzi della nuova scienza, appoggiandosi a Cartesio e a Leibniz e collaborando alle Philosophical Transactions.
Il suo progressivo spostamento verso i territori della chimica e della scienza della Terra ne fanno un antesignano della micropaleontologia per avere
scoperto i foraminiferi (Vai, cap. 10 in questo vol.). Ma fin dal 1704, a
ideale inaugurazione del “secolo della geologia” (Raimondi 1974, p. 44),
presenta in una seduta degli Inquieti una memoria sul ruolo avuto dal
diluvio nel determinare l’attuale configurazione della terra, interessandosi della sua struttura e dell’origine dei fossili.
Si capisce perché Beccari, resosi benemerito in città anche per la raccolta privata di rilevazioni meteorologiche a partire dal 1714, destinate
poi a essere proseguite dal 1782 al ’92 da Petronio Matteucci nella sua
veste di direttore della Specola universitaria, salga prima ai vertici
dell’Istituto delle Scienze, fino alla carica di presidente, e riceva poi,
ormai ottantenne, l’onore di essere il dedicatario dei primi due tomi del
Nouveau journal des journaux, un periodico bolognese che esordisce nel
1761 con ristampe di articoli desunti da altri giornali eruditi europei, a
prosecuzione di una editoria periodica locale per altro non fiorentissima, a differenza della pubblicazione di libri. Un’avvisaglia di questa
situazione della stampa bolognese si era forse avuta molti anni prima,
allorché Domenico Guglielmini (Fig. 1.17), un altro allievo di
Montanari e Malpighi, intervenendo nel vivo delle polemiche con
If you stop at observation and don’t try to find the cause of the effects, if the accumulation of observations only renders the observer more aware of his own ignorance,
while with many things we never arrive at the cause, so natural history has to be a
well-grounded foundation for philosophy in which certain stable rules of Nature
must be found in the uniformity of effects and the variety of conditions and causes in
the diversity of the effects. (Guglielmini 1688)
In 1702, these principles were confirmed in the Pro theoria medica
adversus empiricam sectam that establishes how much more extensive
Guglielmini’s research was compared to Sbaraglia’s. A few years later
Guglielmini performed an experiment of falling objects from the Torre
Asinelli in order to demonstrate the rotation of the Earth. In 1697, he
published the treatise Della natura de’ fiumi, four years after he became
Chair of mathematics, specializing in “matematica idrometrica”. As a
good student of Montanari, he believed from the first pages of this work
that it is the duty of the scientist “to implement his own, as any talent
for the public wellness”. Regulation of rivers was the best field to apply
his knowledge, especially in Bologna, constantly afflicted by floods of
the Reno River. Guglielmini puts his knowledge to use working as a
hydraulic engineer, superintendent of the waters from 1686 to 1698
when he moved to the University of Padua, at the same time he was also
curator of the Aldrovandi Museum.
The reformatory role of the Academies in the seventeenth and eighteenth
century
Guglielmini had a strong sense of team work and for that reason he
became part of the Accademia Filosofica esperimentale of Marsili senior,
of the Royal Society and of the Inquieti. It is very likely that the Inquieti
founded by Eustachio Manfredi (Fig. 1.21) stayed alive and improved
thanks to Guglielmini’s advice and his introduction of Eustachio to
Luigi Ferdinando Marsili. The young Manfredi studied law and was
infatuated by literature; he was converted to astronomy after
46
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
Guglielmini got him involved in some experiments on the sun-dial built
by Cassini at San Petronio. The multitude of interests is a sign of the
eighteenth century where specialization cooperates with the encyclopaedic aspiration, trying to keep unified what eventually will become
the “two cultures”.
In the history of Bologna, Manfredi had three considerable roles, all
equally important: organizer of initiatives to increase knowledge, man
of letters and scientist. As to the first role, in 1691, not even twenty
years of age, along with his friend Vittorio Stancari he established the
Academy of the Inquieti. Stancari had a bright career in mathematics
but in 1709 at the age of 30 he died. The name of the Academy of the
Inquieti reveals the young members’ eagerness to keep updated on what
was happening in the scientific field in Europe. From ’94 Giacomo
Sandri, a medical student of Malpighi, hosts meetings in his house and
Morgagni take an active role. The subject discussed was mostly medicine. In 1698 Manfredi followed his literary vocation and became one
of the founders of Colonia Renia. This new Academy officially introduced classicist poetics of the Arcadia to the city; it lasted until 1796.
Manfredi was already affiliated with the older Academy of Gelati, evidently he felt the need of a new organism to mark the separation from
the baroque fashion that the Colonia Renia openly criticised. Manfredi
took as inspiration poems of Petrarch, Bembo, Della Casa as well as the
less baroque poet of the seventeenth century, Chiabrera, known for his
innovations favourable to a union of poetry with music. In fact music
was flourishing in Bologna with the school of Padre Giovanni Battista
Martini, who later attracted the genius Mozart to Bologna.
The sober classicism of the Colonia Renia is shown in the elimination
of dark and opinionated metaphors, substituted for by a plan that better suits the bucolic and pastoral inclinations of its affiliates. Those
who follow this fashion are the so-called pastori. Encouraged by the
ideals of Virgil’s Eclogues, poetry became a medium of social communication for every celebration (marriages, births, deaths), numerous
compositions for every occasion are produced for aristocrats that idealize even everyday events. When the French fashion invades Europe
along with the Illuministic philosophy, the Italian literary people claim
their superiority in the literary field.
Sbaraglia a fianco del maestro con cui si è laureato, pubblica le sue argomentazioni recitate nell’Accademia “Filosofica esperimentale” di Anton
Felice Marsili non in un periodico bolognese, ma nel “Giornale dei
Letterati” che Benedetto Bacchini, guida culturale di Muratori, fa uscire in quegli anni a Parma.
Propriamente il testo di Guglielmini ha una sua validità scientifica perché nell’applicare la geometria degli indivisibili alla formazione delle
figure derivate dalla cristallizzazione dei sali segna l’avvento della cristallografia. Ma le Riflessioni filosofiche dedotte dalla figura de’ sali è
qualcosa di più, nel senso che è di fatto un altro discorso del metodo
ispirato a Galileo e a Malpighi (e ad Aldrovandi, come visto prima). È
naturale che per combattere l’empirismo acefalo di Sbaraglia si debba
rivendicare un modo di procedere, una logica operativa con la quale
“inviscerare le più recondite miniere della Natura”. Dopo che la nuova
scienza ha preso atto che resterà sempre “incognita la struttura ultima
delle parti”, lasciata al dominio della metafisica e della fede, diventa
indispensabile la formulazione di un’ipotesi unificante che eviti di
lasciare irrelati i fenomeni. Su questo punto Guglielmini, che ha appreso il concetto alla scuola di Malpighi, non potrebbe essere più chiaro:
se nelle sole osservazioni si ferma e non si passa innanzi a cercare perché gli effetti sian
tali, che si fa egli altro col cumulare osservazioni che il rendersi maggiormente certi
della propria ignoranza, mentre di tante cose non arriviamo alle cause? Ha dunque da
essere l’istoria naturale un sodo e necessario fondamento della filosofia e in essa si
hanno a rinvenire nell’uniformità degli effetti certe regole stabili della Natura e nella
diversità degli stessi la varietà o delle condizioni o delle cause. (Guglielmini 1688)
La bontà di questi principî, ribaditi nel 1702 nel Pro theoria medica adversus empiricam sectam, si deduce dai risultati delle ricerche a largo raggio
di Guglielmini, tanto più significativi se confrontati con la sterilità del
nudo empirismo di Sbaraglia. Di lì a qualche anno Guglielmini compie
dalla torre Asinelli una prova della caduta libera dei gravi per dimostrare
la rotazione della Terra e soprattutto, nel 1697, pubblica il trattato Della
natura de’ fiumi dopo che quattro anni prima la sua cattedra di matematica si è specializzata in “matematica idrometrica”. Degno allievo di
Montanari, anche lui crede fin dalle prime pagine di questo lavoro che sia
obbligo dello scienziato “adoperare il proprio, qualsiasi talento in pubblico vantaggio”. La regolamentazione dei fiumi è allora il settore più
adatto per esercitarlo, specie nel territorio del Bolognese costantemente
afflitto dalle inondazioni del Reno e dei suoi affluenti. E Guglielmini oltre
che con le ricerche idrometriche può giovare al “pubblico benefizio” mettendo a disposizione le sue competenze di ingegnere idraulico, impiegate
in veste di sovrintendente generale delle acque, una carica detenuta dal
1686 fino alla sua partenza per l’università di Padova, nel ’98, insieme con
quella di “custode” del museo Aldrovandi.
Bologna in the querelle between antique and modern
In an impetus of municipal pride, Bologna along with the Modena of
Muratori rose to defend the attacks by the nations over the Alps changing the querelle des anciens et des modernes from a dispute on the
supremacy of the past or present to a nationalistic struggle between
Italy and France. At this time, the publication of a French book was
enough to identify the French modernity and to refer to the Italian culture and literature as obsolete. To start the fire was the publication in
1687 of the work De la manière de bien penser dans les ouvrages d’esprit.
The author, a French Jesuit named Dominique Bouhours, rudely
accused the Italian literary crowd of being unnatural because of its habit
of embellishing everything, and because it dredges up the literary language of the classics of rhetoric instead of using everyday language used
in society. In 1703, after lengthy preparation, the “official” response
came from Giovanni Gioseffo Orsi, one of the founders of the Colonia
Renia who compiled Considerazioni sopra un famoso libro franzese intitolato “La maniere de bien penser” in which he defended the supremacy of the norms faithful to ancient authorities.
Manfredi also stepped in to brag about Italian poetry and further examined what he considered the arid language of the French who are incapable of using a poetic and sentimental language that only Italians
know. Curiously, Bologna was on the one hand defending its own literary tradition and on the other looking up to France and England as the
leaders to follow. Even with two opposite aspects, in the beginning of
the eighteenth century Bologna was considered one of the avant garde
Il ruolo riformatore delle accademie sei-settecentesche
Degno erede anche in questo dei suoi maestri, Guglielmini ha molto
forte il senso delle istituzioni e del lavoro di gruppo. Per questo aderisce all’Accademia Filosofica esperimentale di Marsili senior, alla Royal
Society e a quella degli Inquieti. Anzi è probabile che quest’ultima, fondata dall’allievo Eustachio Manfredi (Fig. 1.21), abbia potuto mantenersi in vita e trarre nuova linfa grazie proprio ai suoi consigli e alla sua
mediazione, essendo stato lui a mettere in contatto il giovane Eustachio
con Luigi Ferdinando Marsili, un altro scolaro di una feconda scuola.
Oltre tutto si deve ancora a lui se il giovanissimo Manfredi, avviato agli
studi giuridici e infatuato di letteratura, si sia poi ‘convertito’ all’astronomia, dopo che Guglielmini lo aveva condotto in san Petronio a fare
esperimenti sulla meridiana costruita da Cassini. Questa molteplicità di
interessi è il sintomo che il discorso si avvia a entrare più risolutamente
nel cuore di un secolo, il Settecento, in cui paradossalmente la specializzazione convive con le aspirazioni enciclopediche, soprattutto nel
tentativo di mantenere ancora unite, forse per l’ultima volta, quelle che
poi si sarebbero chiamate le “due culture”.
47
Andrea Battistini
cities in Italy becoming for the others an indispensable interlocutor. The
Venetian Francesco Algarotti came to Bologna to take astronomy
lessons from Manfredi who passed on to him his enthusiasm for
Newton and taught him several notions eventually written in
Newtonianismo per le dame; the Bolognese teachers read the manuscript before it was printed in 1737. Algarotti also published through
the Istituto delle Scienze two of his scientific memoirs, and his first collection of poems was published in Bologna in ’33.
Saverio Bettinelli, a Jesuit from Mantua moved to Bologna (he was the
future censor of Dante and of the Italian tradition in the Lettere virgiliane) to teach rhetoric at the Santa Lucia College. Giovanni Battista
Roberti, philosophy teacher and author of Lettera sopra l’uso della fisica nella poesia discussed relationship between literature and science.
The lettera was written in 1763 at the Jesuit summer residence of Villa
Guastavillani. This college maintained a good reputation and even in
the eighteenth century it kept validating the fame of the previous century in the scientific field. Luigi Marchenti was a very good mathematics professor and Count Jacopo Riccati, the renowned physicist and
mathematician from Treviso, decided to send his own children to Luigi
Marchenti’s school. Among his children, Vincenzo attended the College
of Nobili di San Francesco Saverio in 1717, at the age of ten as a boarder and later returned in 1739 as a professor until 1773, the year when
the Compagnia di Gesù was suppressed. The Jesuits again had a valuable
scientist, with Vincenzo Riccati who was comfortable debating with
Jean Bernoulli, Euler, D’Alembert.
Nella storia intellettuale di Bologna Manfredi ha un ruolo in uguale
misura rilevante sotto tre punti di vista: l’organizzazione di iniziative
volte all’incremento del sapere, l’attività dell’uomo di lettere e quella
dello scienziato. Sotto il primo aspetto lo si vede, meno che ventenne,
erigere nel 1691, insieme con l’amico Vittorio Stancari, avviato a una
luminosa carriera di matematico se nel 1709 non lo avesse còlto la morte
a soli trent’anni, l’Accademia degli Inquieti. La denominazione rivela
l’ansia dei giovani aderenti di mantenersi aggiornati su quanto si viene
facendo nel campo delle scienze in Europa. Il fatto che questo consorzio
si riunisca dal ’94 in casa di Giacomo Sandri, un medico allievo di
Malpighi, e che più tardi risenta della presenza molto attiva di Morgagni
spiega perché l’indirizzo assunto sia in prevalenza quello della medicina,
che evidentemente non basta all’eclettico Manfredi, il quale nel 1698,
per assecondare la sua vocazione letteraria, è tra i fondatori della Colonia
Renia. Con questa nuova accademia si introduce ufficialmente in città la
poetica classicistica dell’Arcadia, destinata a rimanere il suo vessillo
lungo tutta la vita della colonia, protrattasi fino al 1796, perseguendo
fino alla fine i suoi programmi con le rime di Lodovico Savioli, sempre
sulla linea della galanteria mondana e della decorazione signorile.
In verità, Manfredi è già affiliato alla più antica Accademia dei Gelati,
ma evidentemente sente il bisogno di un nuovo organismo che sottolinei più marcatamente il distacco dalla moda barocca, contro cui la
Colonia Renia polemizza espressamente, anche se sul piano concreto
non mancano compromissioni. Il suo programma riporta in primo
piano il canone rinascimentale dell’imitazione, elevando a modello la
poesia di Petrarca, Bembo, Della Casa e, tra i poeti del Seicento, quello
meno barocco, ossia Chiabrera, seguìto per le innovazioni metriche più
favorevoli a un connubio con l’arte musicale che, con la scuola del
Padre Giovanni Battista Martini, avrebbe più tardi attratto a Bologna
perfino il genio inarrivabile di Mozart. La sobrietà classicistica della
Colonia Renia si manifesta nell’eliminazione delle metafore concettose
e oscure, sostituite da un dettato più semplice e piano che meglio si
addice al travestimento bucolico e pastorale entro la cui cornice si collocano gli accademici, chiamati appunto “pastori”. Assecondando ideali attinti dal Virgilio delle Ecloghe, la lirica degli arcadi bolognesi, nel
concepire la poesia quale mezzo di comunicazione sociale da impiegare
in ogni celebrazione mondana (nozze, monacazioni, nascite, decessi),
produce un’infinità di componimenti d’occasione che scandiscono tutte
le ricorrenze di una classe aristocratica che ambisce a idealizzare anche
gli eventi quotidiani, nobilitati da un’allure razionalistica memore dell’estetica cartesiana fondata sui principî della chiarezza e della distinzione. Sennonché nel momento in cui la moda francese invade l’Europa
insieme con la filosofia illuministica, i letterati italiani fanno argine
rivendicando la propria superiorità in campo letterario.
University crisis and attempts at reform
The institution that suffered this crisis most was the University
because the mid-seventeenth century left the cultural leadership to the
Academies and the Jesuits colleges. The decline was felt starting in
1641 when Cardinal Giulio Sacchetti promulgated Ordinazioni fatte e
stabilite per conservare la dignità e reputazione dello studio di Bologna.
The rapid reduction in the number of students was due to the professors’ negligence, the excessive number of unqualified readers, the
impossibility of getting new teachers because the teaching chairs were
assigned only to the
graduates of Bologna
who opposed foreign
teachers, without consideration of a teacher’s scientific and pedagogical
experience. The declaration did not produce
many results, as fifty
years later in 1689 the
archdeacon Anton Felice
Marsili circulated a pamphlet that sadly stated
Bologna nella querelle tra antichi e moderni
In un’impennata d’orgoglio municipalistico Bologna, insieme con la
Modena di Muratori, si erge a baluardo nel fronteggiare gli attacchi
d’oltralpe, evolvendo la querelle des anciens et des modernes da una
disputa sulla supremazia del passato o del presente a una contesa nazionalistica tra Italia e Francia. È sufficiente la comparsa di un libro particolarmente risoluto nell’identificare la modernità con l’esprit francese
per fare sì che il riferimento agli antichi sia per reazione assunto per
legittimare la cultura e la letteratura italiane. A dare fuoco alle polveri è
l’uscita nel 1687 del saggio De la manière de bien penser dans les ouvrages d’esprit, dove l’autore, il gesuita francese Dominique Bouhours,
abbandona ogni diplomazia e accusa i letterati italiani di non sapere
essere naturali per quella mania d’imbellettare ogni cosa e per quel vizio
di riportare il linguaggio letterario all’imitazione retorica dei classici
anziché all’uso vivo che se ne fa nella società civile. Preceduta da lunghi
preparativi, la risposta per così dire ufficiale arriva nel 1703 a opera di
Giovanni Gioseffo Orsi, uno dei fondatori della Colonia Renia, esten-
The ruin of this university,
that has not only distinguished the city of Bologna
from all others, but has caused
it to be one of the most
admired in Italy and Europe,
has arrived at such a state that
remedies must be applied
without delay, or we risk witnessing its utter and complete
fall. (Marsili A.F. 1930)
The harmful problems
remained the same outlined with stubbornness
Fig. 1.22 – Luigi Ferdinando Marsili, founder of the
Istituto delle Scienze e delle Arti of Bologna in 1711 /
Luigi Ferdinando Marsili, fondatore dell’Istituto delle
Scienze e delle Arti di Bologna nel 1711 (BUB, foto Vai)
48
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
sore delle Considerazioni sopra un famoso libro franzese intitolato “La
manière de bien penser” con le quali si difende il primato di una linea
normativa fedele all’autorità degli antichi.
Anche Manfredi interviene per vantare la supremazia dell’elocuzione
poetica italiana sull’inameno e arido linguaggio prosastico dei francesi,
incapace di sollevare la mozione degli affetti con un linguaggio patetico e
sentimentale che è una risorsa esclusiva dell’italiano. Si assiste così a una
sorta di schizofrenia dell’ambiente bolognese, che per un verso, sentendosi accerchiato da una congiura ultramontana, difende le glorie autoctone della propria tradizione letteraria, mentre per un altro verso, sul versante scientifico, guarda a Francia e Inghilterra come a esempi da seguire. Ma per tutti e due gli aspetti, per quanto tra loro opposti, le proposte
elaborate a Bologna la collocano nel primo Settecento all’avanguardia in
Italia, diventando anche per gli altri un’interlocutrice da cui non si può
prescindere. A Bologna approda così il veneziano Francesco Algarotti,
per seguire le lezioni di astronomia di Manfredi, che gli trasmette il suo
fervente entusiasmo per Newton, facendogli conoscere per primo molte
delle nozioni poi descritte amabilmente nel Newtonianismo per le dame,
il cui manoscritto, prima della stampa del 1737, è fatto leggere proprio ai
maestri bolognesi. E sempre a Bologna Algarotti pubblica negli atti
dell’Istituto delle Scienze due sue memorie scientifiche, e da un editore
bolognese fa uscire la prima raccolta di rime nel ’33.
A Bologna scende anche il gesuita mantovano Saverio Bettinelli (futuro
censore di Dante e della tradizione italiana nelle Lettere virgiliane), a
insegnare retorica nel collegio di santa Lucia, dove per qualche tempo
soggiorna anche il confratello bassanese Giovanni Battista Roberti,
docente di filosofia e autore di una Lettera sopra l’uso della fisica nella
poesia dedicata al tema molto sentito dei rapporti tra letteratura e scienza, scritta nel 1763 nella sede estiva di villa Guastavillani. La buona
fama di questo collegio si conserva anche nel Settecento, a perpetuare
soprattutto in àmbito scientifico la rinomanza del secolo precedente. Ne
fa fede l’insegnamento di un matematico quale Luigi Marchenti, un
professore così preparato che perfino il conte Jacopo Riccati, l’illustre
fisico e matematico di Treviso, decide di mandare i propri figli alla sua
scuola. Tra questi, Vincenzo, entrato a soli dieci anni come convittore
del collegio dei Nobili di san Francesco Saverio nel 1717, vi ritorna poi
nel 1739 in qualità di docente, per rimanervi fino al 1773, anno di scioglimento della Compagnia di Gesù. Con Vincenzo Riccati i gesuiti bolognesi possono di nuovo fregiarsi di uno scienziato di valore europeo,
degno di discutere senza timori reverenziali con Jean Bernoulli, Eulero,
D’Alembert.
Fig. 1.23 – Pope Clemente XI, promoter of the Accademia Clementina in Bologna in 1710
/ Clemente XI, promotore dell’Accademia Clementina a Bologna nel 1710 (ASUB, foto
Mattei-Zannoni)
by the archdeacon: easy curricula that allowed students to graduate
with insufficient preparation, low pay for the teachers, a high number
of readers who performed badly, who unfortunately, could not be
removed “without fear of the punishment of dismissal they have completely neglected their duties”, the practice of reserving positions only
for Bolognese Doctors, “through clientage and friendship”. The remedies are easy to discern. Marsili assures that “he wants only restore the
ancient crumbling structure on the same grounds, the same size and the
same aspect as before, not to design a new structure”. He proposes to
improve the level of teaching, increase the teachers’ salaries, review the
readers’ annually, and employ better teachers from outside Bologna.
The proposal was acknowledged, but the teachers’ organisation, including Malpighi, refused it, afraid of changes that would affect them
adversely on a personal level. Marsili concentrated on the Academies he
established and in 1701 he left Bologna to become the Bishop of
Perugia. He was disappointed because had been unable to carry out the
reforms he had fought so hard for. His brother Luigi Ferdinando (Fig.
1.22) had better luck, he must have treasured the memoirs of Anton
Felice, and he also possessed broad international experience. As a general and a diplomat he travelled extensively to battlefields throughout
Europe under the Habsburg Emperor Leopold I. In 1709, he addressed
the Assunteria di Studio Bolognese (the University administration) a
Parallelo describing the situation of the local University and the ones he
had visited in other countries. Luigi Ferdinando pointed out that the
problem did not lie with the teachers but the absence of improvement
in the method of research. This allowed him to point fingers at the lack
suffered by the Alma Mater whose teachers needed “liberal patronage”
to “obtain travel experience”, to have the mobility necessary to acquire
new experiences, to have a publisher “who can tell the world of their
projects”, to receive an adequate salary, especially for “professors of
Mathematics, Natural history, Languages, because all these sciences are
Crisi dell’università e tentativi di riforma
In questo clima abbastanza prospero, l’ente che più soffre la crisi è l’università che, a parte le poche eccezioni che si sono viste, per lo meno
da metà Seicento deve cedere la leadership culturale alle accademie o al
collegio dei gesuiti. La decadenza è avvertita fin dal 1641, quando il cardinale legato Giulio Sacchetti emana delle Ordinazioni fatte e stabilite
per conservare la dignità e reputazione dello studio di Bologna. Le cause
che hanno provocato la rapida riduzione del numero degli studenti
sono facilmente individuate nella negligenza dei professori, nel numero
eccessivo dei lettori, assai poco qualificati, nella scarsa possibilità di
ricambio del corpo docente, essendo le cattedre assegnate ai soli cittadini e laureati di Bologna, anteposti ai docenti forestieri, e senza considerazione dei meriti scientifici e didattici. La denuncia non dà purtroppo alcun risultato, se è vero che quasi un cinquantennio dopo, nel 1689,
l’arcidiacono Anton Felice Marsili diffonde un pamphlet nel quale si
asserisce con angoscia che
le ruine di questa università, che non solamente ha distinto la città di Bologna da ogni
altra [...] ma che [...] l’ha posta fra le più riguardevoli dell’Italia e dell’Europa, sono
giunte a un segno che bisogna o senza alcuna dimora applicarvi i remedii, o disporsi
a vedere in ora per sempre l’intera caduta. (Marsili A.F. 1930)
49
Andrea Battistini
as useful in everyday life as lawyers and doctors”. (Marsili L.F. 1993, p.
473). He particularly suggests avoiding the “metaphysical opposition”
and paying attention to the solid experimental system, that in the medical field is the study of anatomy according to Malpighi’s example (p.
468). In the same way, mathematics should serve “mechanics, civil and
military architecture, perspective, planimetry, arithmetic geography and
all aspects of the military” (p. 471), while we should bring back the
botanical garden with which Aldrovandi taught the science of plants to
the other nations.
I mali sono ancora gli stessi, enumerati con puntiglio dall’arcidiacono:
l’eccessiva facilità degli studi, che consentono agli studenti di laurearsi
con una preparazione insufficiente; gli scarsi stipendi che tolgono ai
professori migliori i necessari stimoli; il numero eccessivo dei lettori e il
loro cattivo servizio, in quanto, divenuti inamovibili, “più non temendo
il castigo della rimozione, hanno interamente trascurato il servizio”; il
criterio di riservare i posti ai soli dottori bolognesi, “col mezzo delle
clientele e delle amicizie”. I rimedi sono a questo punto molto facili da
individuare. Per non allarmare troppo le parti in causa, Marsili rassicura che non pretende “di dare il disegno di nuova fabbrica, ma solamente il modo di sostenere l’antica ruinosa e cadente, sulla stessa pianta,
sulla stessa misura e su l’aspetto di prima”. Propone perciò di ridare
maggiore dignità e severità agli studi, di innalzare gli stipendi ai professori che pubblicano di più, di rinnovare ogni anno i lettori e di accogliere, se migliori, docenti anche dall’esterno. L’Assunteria di Studio
recepisce in parte le proposte, ma poi la corporazione dei professori,
compreso il pur moderno Malpighi, avversandole con tutte le forze per
gli interessi personali che ne verrebbero lesi, le fanno cadere nel nulla.
Marsili allora ripiega concentrando i suoi sforzi sulle iniziative private
delle accademie da lui stesso fondate, finché nel 1701, nominato vescovo di Perugia, abbandona Bologna, deluso per non avere realizzato
quella riforma per la quale si era battuto con tanta convinzione.
Sorte migliore incontra il fratello Luigi Ferdinando (Fig. 1.22), che
quasi certamente nel tentativo di vent’anni dopo deve avere fatto tesoro delle Memorie di Anton Felice, anche se affatto personale è la vasta
esperienza internazionale su cui può contare. Le sue lunghe permanenze sui campi di battaglia di tutta Europa, percorsa in lungo e in largo
come generale e diplomatico al servizio dell’imperatore Leopoldo I
d’Asburgo, gli consentono nel 1709 di indirizzare all’Assunteria di
Studio bolognese un Parallelo tra la situazione dell’università locale e
quelle da lui visitate all’estero. A differenza del fratello, Luigi
Ferdinando non insiste sul degrado del corpo docente, ma sulle discipline, lasciando capire che l’arretratezza di Bologna dipende dal mancato aggiornamento dei metodi della ricerca. Ciò gli permette di puntare il dito sulle carenze sofferte dall’Alma Mater, i cui docenti hanno
bisogno della “munificenza de’ mecenati”, di potere effettuare delle
“peregrinazioni”, ossia avere la mobilità necessaria per acquisire nuove
esperienze, di disporre della stampa, “che è quella che comunica all’universo le loro operazioni”, di godere di stipendi adeguati, specie per “li
professori delle Matematiche, degli Studii naturali, delle Lingue, giacché
tutte queste sono scienze che non portano che il quotidiano utile, che
hanno i legali e i medici” (Marsili L.F. 1993, p. 473). Più in particolare
raccomanda di evitare le “metafisiche opposizioni” e di curare il “sodo
sistema” sperimentale, che in medicina deve tradursi nella pratica dell’anatomia, secondo l’esempio del venerato Malpighi (p. 468). Allo stesso modo la matematica deve servire “le meccaniche, l’architettura militare e civile, la prospettiva, la planimetria, l’aritmetica, la geografia e tutto
che concerne al militare” (p. 471), mentre va riportato all’antico rigoglio
il giardino botanico con cui Aldrovandi insegnò la scienza delle piante
alle altre nazioni.
The foundation of the Istituto delle Scienze e delle Arti
Marsili, even when away from Bologna due to military and political obligations, still thought about founding the Science Institute. He was certain the
University would reject modern studies. The Academy of the Inquieti
(founded by Manfredi with the teachings of Malpighi, Montanari,
Guglielmini, Cassini that espoused the same ideals as the Royal Society and
the Académie des Sciences) was the academy closest to Marsili’s ideals. In
1705 he moved the seat of the Inquieti to his own building on Via San
Mamolo where an astronomy observatory made of wood by Manfredi had
been working for the past two years. The scientific activity in a family residence began to bother other relatives and so Luigi Ferdinando decided to
donate his scientific instruments to the city along with the materials in his
collection. Convinced that an institution can survive only with the support
of a public structure, he reached an agreement with the Bolognese Senate
to locate his donation in the Poggi palace in the Porta San Donato area.
This is the final seat of the Istituto delle Scienze e delle Arti that from 1711
also included the Academy of the Inquieti (that was called thereafter
Accademia delle Scienze dell’Istituto), and the Accademia Clementina named
in honour of the Pope Clement XI (Fig. 1.23), established in 1710 by a
group of students devoted to painting, sculpture and architecture.
Bologna had an artistic side thanks to the extraordinary school of Carraccis,
Reni, Domenichino and Guercino. In 1678, to celebrate their glories, a law
reader at the University, the noble Carlo Cesare Malvasia, after years of
work published Felsina pittrice against Vasari and his thesis of the supremacy of the Tuscan painting, defending the originality of the Bolognese tradition as an example for the future painting schools. According to its
founders, the Istituto delle Scienze e delle Arti should include a section on
mechanical arts joining scientists, technicians and artisans in an effort to
develop research benefiting everyday life. Some of these objectives appear
among some of Marsili’s papers, as for example a questionnaire sent to the
priests of Bologna about “receiving information on natural history” and
about receiving information on “stones of some importance if [representing] shells and snails” (Cavazza 1990, p. 225).
This evidence is very significant because it reflects Marsili’s natural history interests and that even during his military or political missions he
was always interested in the study of the Earth through his hydrographic, oceanographic and geological displays (Sartori; Vaccari;
Marabini and Vai, this vol.). This research required outside collaborators. When he was eighteen years old, studying Bolognese plaster, he
interviewed the workers from the quarry (Marsili L.F. 1930c, p. 196;
Marabini and Vai, this vol.). Ultimately, it was considered a great privilege to have a seat like Palazzo Poggi, however the solemn, March 14,
1714 inauguration of the Istituto delle Scienze e delle Arti does not represent an end to the problems. In theory, the set-up was functional:
besides the Accademia Clementina devoted to art and to science, as we
have seen with Aldrovandi and eventually with Ercole Galli, the Istituto
delle Scienze was devoted by statute to research, experimentation and
learning focussed “on hands-on, eyes-on experience”, meanwhile the
Accademia delle Scienze dell’Istituto’s advanced scientific knowledge
communicated the results and the theoretical elaboration.
To realize this sharing of tasks, laboratories were necessary, as were the
associated public funds provided by the Bolognese Senate. Putting aside,
La fondazione dell’Istituto delle Scienze e delle Arti
Sono idee che, se per il momento non trovano udienza all’università,
diventano le linee guida per la fondazione dell’Istituto delle Scienze, al
quale Marsili pensa anche quando le armi o la politica lo tengono lontano da Bologna. All’alternativa di un organismo autonomo dall’università egli giunge nel constatare la refrattarietà dello Studio agli stimoli di
una modernizzazione. Così, intanto, potenzia l’Accademia cittadina
degli Inquieti, la più vicina ai suoi ideali, anche perché fondata da
Manfredi sul magistero degli stessi suoi maestri, vale a dire di Malpighi,
Montanari, Guglielmini, Cassini, e agli ideali condivisi della Royal
Society e dell’Académie des Sciences. Ecco allora che nel 1705 trasferisce
50
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
at least initially, the
anatomical practice developed in the hospital
and in the anatomical theatre of the University, a
chemistry laboratory was
required, but attained only
in 1724. In 1712 approval
to construct an astronomical observatory did not get
off the ground right away
and construction finally
ended in ’26 and the
observatory was in operation from ’27. A library
accessible only in ’56,
planned like the observatory by Carlo Francesco
Dotti (the architect that
few years later would
build the Church of San
Luca on the Colle della
Guardia). At the same Fig. 1.24 – Pope Benedetto XIV Lambertini, patron
time, thanks to Bibiena, of the Istituto delle Scienze and reformer of the
University of Bologna / Benedetto XIV Lambertini,
Bologna has an elegant mecenate dell’Istituto delle Scienze e riformatore
theatre inaugurated in dell’Università di Bologna (BUB, foto Vai)
1763 near the Istituto delle
Scienze to facilitate the osmosis between science, art and worldliness.
Concerning natural sciences, Bologna already had the Aldrovandi
Museum and from 1660 the collection donated by Ferdinando Cospi. In
’42 they were transferred from the Town Hall to the Istituto delle Scienze.
Marsili brought various printing instruments from his trips but the idea
of a printing press in the Palazzo Poggi was soon rejected. After various
attempts the Istituto entrusted the institutional publications to the
Dominican Fathers who printed them in the stamperia Bolognese di San
Tommaso d’Aquino. The Institute also used the editorial firm launched in
1720 by Lelio Della Volpe. The length of time over which these projects
are realized indicates the difficulties encountered. After the death of
Marsili, Cardinal Prospero Lambertini (who became pope Benedetto
XIV in 1740) generously financed many structural needs (Fig. 1.24). It is
somehow a paradox that the Institute, founded to help the University,
often suffered the same deficiencies (Angelini 1993, p. 171).
In 1737 the Studio went through a renewal that profitably modified the
disciplinary order and the programmes, finally achieving some of the
reforms desired for a century, anticipating the radical transformation
which will follow the Napoleonic victory and the advent of the
Cisalpine Republic. Unfortunately in 1737, the first generation that
founded the Academies of the Inquieti and the Scienze had vanished;
Marsili died in ’30, Valsalva in ’23, Morgagni left Bologna and
Eustachio Manfredi will die in ’39.
la sede degli Inquieti nel suo palazzo signorile di via san Mamolo, dove
già da due anni funziona una specola astronomica in legno costruita
proprio da Manfredi. L’attività scientifica in una residenza privata
disturba però gli altri familiari, e il fastidio diventa rottura quando Luigi
Ferdinando decide di donare le attrezzature scientifiche e tutto il materiale della sua ricca collezione alla città. Conscio che un’istituzione può
sopravvivere al suo mecenate soltanto con il coinvolgimento di una
struttura pubblica, stipula un accordo con il Senato bolognese impegnandolo, in cambio della donazione, a trovare una sede, identificata
nel cinquecentesco palazzo Poggi, che sorge nella zona di porta san
Donato. Qui trova finalmente la sua sede definitiva l’Istituto delle
Scienze e delle Arti che comprende nel suo seno l’Accademia degli
Inquieti, annessa nel 1711 e d’ora in poi denominata Accademia delle
Scienze dell’Istituto, e l’Accademia Clementina, un consesso di studiosi fondato nel ’10 che si occupa di pittura, scultura e architettura, così
chiamato in onore del papa allora regnante, Clemente XI (Fig. 1.23).
Il versante artistico ha una sua ragion d’essere a Bologna, memore della
straordinaria scuola dei Carracci, di Reni, di Domenichino, di
Guercino. Per celebrare le loro glorie si era già mosso nel 1678 un lettore di diritto all’università, il nobile e accademico gelato Carlo Cesare
Malvasia, il quale, dopo anni di lavoro, aveva dato alla luce la Felsina
pittrice, scritta per difendere, contro Vasari e la tesi del primato della
pittura toscana, l’originalità della tradizione bolognese, che anzi sarebbe di esempio per le scuole pittoriche successive. Ma se per un verso
l’Accademia Clementina si intona bene al contesto culturale cittadino,
per un altro verso l’intento originario di Marsili era più vasto. L’Istituto
delle Scienze e delle Arti, nei voti del fondatore, doveva comprendere
anche una sezione di arti meccaniche, mettendo fianco a fianco scienziati, tecnici e artigiani, in vista, ancora una volta, di una ricerca finalizzata alle esigenze della vita civile e in stretta collaborazione con il territorio. Qualcosa di questi obiettivi traluce qua e là tra le carte marsiliane, come per esempio in un questionario inviato ai parroci del contado
bolognese per “avere notizie di storia naturale” e ricevere segnalazioni
di “pietre di qualche considerazione, se conchiglie, e chiocciole diverse” (Cavazza 1990, p. 225).
La testimonianza è significativa perché riflette gli interessi naturalistici
di Marsili, che anche durante le sue missioni militari o politiche si è sempre interessato allo studio della Terra, nelle sue manifestazioni idrografiche, oceanografiche, geologiche (Sartori; Vaccari; Marabini e Vai, in
questo vol.). E per queste ricerche comprende l’opportunità di mobilitare anche collaboratori esterni, come quando, studiando a diciotto
anni i gessi bolognesi, aveva provveduto a intervistare i cavatori (Marsili
L.F. 1930, p. 196; Marabini e Vai, in questo vol.). Ma al tempo stesso è
indicativa anche, per essere un disegno sostanzialmente caduto nel
vuoto, del décalage creatosi tra i suoi progetti e una realtà bolognese
dove, mancando un tessuto sociale borghese e produttivo, non si può
riprodurre il contesto in cui viceversa hanno potuto allignare la Royal
Society o l’Académie des Sciences. Per questo, nonostante tutto, si può
considerare già un successo la disponibilità di una sede stabile quale
Palazzo Poggi, anche se l’inaugurazione dell’Istituto delle Scienze e
delle Arti, avvenuta con molta solennità il 14 marzo 1714, non rappresenta certo la fine dei problemi.
In teoria l’articolazione è assai funzionale: a parte l’Accademia
Clementina che, occupandosi di arte, si presta a sinergie con la scienza,
come già era avvenuto con Aldrovandi e come si vedrà tra poco a proposito di Ercole Galli, l’Istituto delle Scienze si dedica per statuto alla ricerca e alla sperimentazione, per apprendere più “per gli occhi che per le
orecchie”, mentre l’Accademia delle Scienze dell’Istituto, deputata alla
fase espositiva del sapere scientifico, provvede alla comunicazione dei
risultati e all’elaborazione teorica. Ma perché questa ripartizione dei compiti si realizzi, occorre dotare la struttura di laboratorî, e quindi avere a
disposizione quei finanziamenti pubblici viceversa lesinati dal Senato
bolognese. Lasciando da parte, almeno nei primi tempi, la pratica anatomica, da svolgersi negli ospedali e nel teatro anatomico dell’università,
Followers of Newton and Leibniz: Eustachio and Gabriele Manfredi,
Francesco M. Zanotti and Vincenzo Riccati
Several younger scientists like Gabriele Manfredi, the younger brother of
Eustachio, and Francesco Maria Zanotti continued the work (Fig. 1.25).
The latter –in the capacity of perpetual secretary from 1723 to 1766–
ensured continuity to the activities of the Institute. In addition, he began
the publication of the Institute’s Commentaries, which were printed for
sixty years (1731-1791) by Lelio Dalla Volpe and –after his death in 1749–
by his son Petronio. The seven volumes of the Commentaries provide an
overview –although far from complete– of the scientific activities of the
Institute. Being members of both the university and the Institute of
51
Andrea Battistini
Sciences, this younger
generation of scientists
favored new links between
the two institutions.
Eustachio Manfredi, following his lectures in
mathematics from 1699,
devoted himself to astronomy, thus renovating the
fame this discipline had in
Bologna with Cassini. His
Effemeridi bolognesi, published in Latin in 1715,
were widely used throughout Europe. His brother
Gabriele, a follower of
Leibniz just as Eustachio
was a follower of Newton,
followed in the tradition
of several mathematicians
of the 16th and 17th centuries who were devoted Fig. 1.25 – Francesco Maria Zanotti, perpetual secretary
of the Istituto delle Scienze from 1723 to 1766 / Francesco
to infinitesimal analysis by Maria Zanotti, segretario perpetuo dell’Istituto delle
studying differential equa- Scienze dal 1723 al 1766 (BUB, foto Vai)
tions of the first degree
and providing the first logical treatment of such matter in his De constructione aequationum differentialium primi gradus. Zanotti linked natural and human sciences, not only because of his background in physics and
moral philosophy, but also because his dissatisfaction with the abstract
propositions of mathematics led him to praise metaphysics and to criticize what is left “of elusive and ambiguous toward an axiomatic knowledge of the absolute certainty” (Calcaterra 1948, p.253).
Therefore it is not surprising that Zanotti, the layman with a Cartesian
perspective, is not too far –in his search for the absolute beyond the
intellectualistic theorems of mathematics– from the position of the
Leibniz-influenced Jesuit Riccati, with whom he had a polite debate
(Calcaterra 1948, p. 249). In this new context, the ties between the lay
scientists and the Jesuits became stronger. Riccati became a corresponding member of the Academy of Sciences of the Institute, a honour bestowed on very few Jesuits, and several of his works on mathematics and physics were published in the Commentaries. When the
Company of Jesus was suppressed, he was offered a chair of mathematics at the University of Bologna. Being at that time almost seventy he
refused, but the offer provides confirmation of the cultural integration
and scientific prestige of the Jesuits in Bologna.
restano da realizzare un laboratorio di chimica, a cui si perviene solo del
1724, una specola astronomica, la cui costruzione, commissionata nel ’12,
è terminata solo nel ’26 e resa operativa dal ’27, e una biblioteca, accessibile solo nel ’56, progettata, come la specola, da Carlo Francesco Dotti,
l’architetto che qualche anno dopo avrebbe edificato la chiesa di san Luca
sul colle della Guardia, in un periodo in cui Bologna si dota anche, per
mano dei Bibiena, di un elegante teatro inaugurato nel 1763, sorto vicino
alla sede dell’Istituto delle Scienze, quasi a facilitare ancora di più l’osmosi tra scienza, arte e mondanità. Per le scienze naturali e l’antiquaria
Bologna dispone già, rispettivamente, del museo Aldrovandi e, dal 1660,
della collezione donata da Ferdinando Cospi. Si provvede, ma ormai nel
’42, a trasferirli dal palazzo comunale alla sede dell’Istituto delle Scienze.
Quanto poi alla stamperia, che può contare su caratteri anche esotici, procurati da Marsili nei suoi viaggi, si deve prendere atto dell’impossibilità di
realizzarla in palazzo Poggi, talché dopo vari tentativi l’Istituto, ripristinando l’idea di Carlo Sigonio, si affida ai padri domenicani che nella
“Stamperia bolognese di San Tommaso d’Aquino” pubblicano per conto
dell’Istituto, che comunque si affida anche all’impresa editoriale lanciata
nel 1720 da Lelio Dalla Volpe.
I tempi lunghi di realizzazione di tutte queste opere attestano le difficoltà incontrate, per il cui superamento, procrastinato ormai a dopo la
morte di Marsili, si rivela spesso decisivo l’intervento di Prospero
Lambertini, il cardinale bolognese divenuto papa nel 1740 con il nome
di Benedetto XIV (Fig. 1.24), che con i suoi generosi finanziamenti fa sì
che parecchie esigenze strutturali siano soddisfatte. Il paradosso è che
l’Istituto, sorto per rimediare ai mali dell’università, spesso se ne fa contagiare ed è coinvolto dalle stesse deficienze (Angelini 1993, p. 171). È
però anche vero che il suo esempio funge a sua volta da stimolo positivo, visto che nel 1737 lo Studio pubblico è percorso da una ventata di
rinnovamento che ne modifica proficuamente l’assetto disciplinare e i
programmi, realizzando finalmente qualcuna delle aspirazioni riformatrici auspicate da quasi un secolo, in attesa che con la conquista napoleonica e l’avvento della Repubblica Cisalpina l’università si trasformi
davvero radicalmente. Purtroppo però nel 1737 la prima generazione
che ha dato vita all’Accademia degli Inquieti e a quella delle Scienze è
ormai scomparsa, compresi lo stesso Marsili, deceduto nel ’30, e
Valsalva, nel ’23; altri sono partiti da Bologna, come Morgagni, mentre
Eustachio Manfredi morirà di lì a poco, nel ’39.
Epigoni di Newton e Leibniz: Eustachio e Gabriele Manfredi, Francesco
M. Zanotti, Vincenzo Riccati
A proseguire il lavoro provvederanno alcuni scienziati di qualche anno
più giovani, da Gabriele Manfredi, fratello minore di Eustachio, a
Francesco Maria Zanotti (Fig. 1.25), che assicura la continuità sia per
fungere da segretario perpetuo dell’Istituto dal 1723 al ’66, sia per avere
cominciato a pubblicare i relativi Commentarii che, editi presso la
stamperia gestita da Lelio Dalla Volpe e, alla morte di questi (1749), dal
figlio Petronio, nel corso di un sessantennio (1731-’91) e per un totale
di sette tomi, offrono, sia pure per difetto, un quadro delle attività
scientifiche della struttura. Tutti costoro riavvicinano nei fatti l’Istituto
delle Scienze all’università, per appartenere a entrambi gli organismi.
Eustachio, dopo una lettura di matematica tenuta fin dal 1699, si dedica all’astronomia, rinverdendo il lustro che questa disciplina ha dato a
Bologna con Cassini. Non per caso le sue “Effemeridi bolognesi”, edite
in latino nel 1715, sono consultate in tutta Europa. Dal canto suo
Gabriele, seguace di Leibniz come Eustachio lo è di Newton, prosegue
la tradizione di matematici cinque-secenteschi dediti all’analisi infinitesimale, studiando le equazioni differenziali di primo grado e fornendo
con il De constructione aequationum differentialium primi gradus una
sistemazione logica di tutta la materia. Infine con Zanotti ci si sforza di
coltivare insieme le scienze della natura e le scienze umane, non solo
perché in lui si sommano gli insegnamenti della fisica e della filosofia
Symptoms of women’s emancipation: Laura Bassi, Maria Gaetana Agnesi,
Anna Morandi.
During the 18th century many traditional obstacles were removed, as
indicated not only by the offer to the Jesuit Riccati, but also by the first
university chair –experimental physics– given to a woman, Laura Bassi,
in 1732 (Fig. 1.26), almost seven centuries after the foundation of the
university. She also became a member of the Accademia delle Scienze,
and published several works on physics, hydraulics, chemistry, and
mathematics in the Commentaries. In 1750 Pope Benedetto XIV
appointed another woman, Maria Gaetani Agnesi, honorary lecturer in
analytical geometry. She never actually lectured but the appointment
itself represents a tribute paid to her as the author of the Instituzioni
analitiche ad uso della gioventù italiana (1748), a systematic compendium of the many latest discoveries in the field of infinitesimal calculus.
Another woman who contributed much to both science and art is Anna
Morandi Manzolini. In 1756 she became a lecturer in anatomy, mostly
52
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
because of her skill in creating anatomical wax models. Her work began
with her husband and –following his death– continued with the creation of many anatomical models for the anatomy chamber of the
Istituto delle Scienze, which had already ordered from the painter and
sculptor Ercole Lelli a series of wooden statues showing human muscles. Some of Morandi’s reproductions are part of the museum on
obstetrics organized by Giovanni Antonio Galli, who from 1757 was
teacher of obstetrics at the Istituto delle Scienze. Galli was himself a
skilled artist and made over two hundred clay and glass models representing the various stages of development of the foetus. This collection
was designed for the education of midwives and underscores a sensibility for social medicine that is typical of the 17th century, a century that
began with the publication of the De morbis artificum by Bernardino
Ramazzini of Modena, the first modern book on work-related medicine.
These philanthropic aspirations are well represented by an initiative by
Pope Lambertini, who founded in 1742 at the Istituto delle Scienze a
practical school of surgery open to the “youth of the city and the surroundings, as well as to the State of the Church and the foreign countries” (Angelini 1993, pp.215-216).
morale, ma anche perché l’insoddisfazione per gli enunciati astratti
della matematica lo inducono a elogiare la metafisica e a denunciare ciò
che resta “di sfuggente e ambiguo allo scibile assiomatico della certezza
assoluta” (Calcaterra 1948, p. 253).
Non sorprende pertanto che il laico Zanotti, benché entrato, per la sua
prospettiva cartesiana, in una polemica per altro molto garbata con il
gesuita Riccati, prossimo invece al pensiero di Leibniz (Calcaterra 1948,
p. 249), non sia poi molto distante, nella sua ricerca di assoluto al di là
degli intellettualistici teoremi della matematica, dalle posizioni del religioso del collegio di santa Lucia. Nel nuovo contesto, i legami tra gli
scienziati laici e i gesuiti si fanno più stretti. Con un onore goduto da
pochi altri del suo Ordine (un altro fu il grande Boscovich), Riccati
viene presto aggregato come socio corrispondente all’Accademia delle
Scienze dell’Istituto, nei cui Commentarii trovano ospitalità numerosi
suoi opuscoli di matematica e di fisica. E con la soppressione della
Compagnia di Gesù riceve perfino l’invito a coprire una cattedra di
matematica all’università di Bologna. Quasi settantenne, Riccati vi
rinunzia per ragioni di età, ma la cooptazione costituisce, alla vigilia di
tempi tumultuosi, la doppia conferma dell’integrazione culturale dei
gesuiti nel tessuto urbano e del prestigio goduto dai loro scienziati, conservatosi lungo tutta la storia del loro collegio bolognese.
Sintomi di emancipazione femminile: Laura Bassi, Maria Gaetana Agnesi,
Anna Morandi
Che nel Settecento cadano tanti steccati fino a quel tempo insormontabili si ricava anche, oltre che dalla cooptazione di un gesuita, dalla sorte
toccata a Laura Bassi (Fig. 1.26), la prima donna a conseguire nel 1732,
dopo quasi sette secoli di vita, una docenza documentata all’università,
e a essere aggregata all’Accademia delle Scienze, i cui Commentarii
accolgono sue dissertazioni di fisica, idraulica, chimica, matematica,
lette in quanto titolare dell’insegnamento di fisica sperimentale.
Qualche tempo dopo un’altra donna, Maria Gaetana Agnesi, è nominata lettrice onoraria di geometria analitica all’università. Questo insegnamento, conferitole da papa Benedetto XIV, pur non essendo mai stato
effettivamente impartito, è comunque il riconoscimento tributato a una
matematica che al tempo della chiamata (1750) ha imposto il suo nome
per avere appena scritto le Instituzioni analitiche ad uso della gioventù
italiana (1748), un compendio sistematico delle tante scoperte del calcolo infinitesimale fatte negli ultimi tempi.
Un’altra donna benemerita per la scienza e insieme per l’arte è poi
Anna Morandi Manzolini, che nel 1756 ottiene una lettura di anatomia soprattutto per i meriti di peritissima ceroplastica, un’attività che
le permette dapprima di affiancare il marito nella realizzazione di sculture anatomiche e poi, alla morte di questi, di proseguirne l’opera con
modelli in cera finiti da ultimo nella camera di anatomia dell’Istituto
delle Scienze, il quale già aveva commissionato al pittore e scultore
Ercole Lelli l’esecuzione di statue lignee che mettono a nudo i muscoli umani. Alcune delle riproduzioni della Morandi fanno parte dello
specifico museo ostetrico impiantato da Giovanni Antonio Galli, titolare, all’Istituto delle Scienze, del primo insegnamento di ostetricia dal
1757 e a sua volta artefice di oltre duecento modelli che rappresentano, in creta e vetro, l’utero gravido con il feto nei vari periodi della
gestazione. Questo materiale, destinato alla didattica per le levatrici,
attesta una sensibilità per la medicina sociale che è una peculiarità del
Settecento, un secolo non per caso inauguratosi con la pubblicazione
del De morbis artificum del medico modenese Bernardino Ramazzini,
il primo libro moderno di medicina del lavoro. Un vertice ideale di
queste istanze filantropiche è rappresentato da un’iniziativa di papa
Lambertini, il quale nel 1742 istituisce presso l’Istituto delle Scienze
una scuola pratica di chirurgia aperta alla “Gioventù sia della Città e
del Territorio, che di tutto lo Stato Ecclesiastico ed anche Forestiera”
(Angelini 1993, pp. 215-16).
Fig. 1.26 – Laura Bassi, first woman to become a professor at the University of Bologna in 1732
/ Laura Bassi, prima donna professore a Bologna nel 1732 (ASUB, foto Mattei-Zannoni)
53
Andrea Battistini
Medicine, physics and chemistry of the living: Luigi Galvani
Medicina, fisica e chimica del vivente: Luigi Galvani
When Lelli died in 1766 Luigi Galvani (Fig. 1.27) replaced him as
curator of the anatomy chamber of the Institute. From 1782 Galvani
succeeded Galli in the teaching of obstetrics and surgery, following
modern sanitary guidelines including the assistance to women in
labour and to newborns, and with attention to the technique of
Caesarean section, which was then rarely practiced. For this activity
of practical teaching Galvani made use also of the anatomical wax
models by Anna Morandi Manzolini that he praised in his oration De
Manzoliniana suppellectili (1777) when the Institute acquired them.
Galvani owes his fame to his research on animal electricity that at
the turn of the century renovated the glory of the Bolognese medical
tradition of Malpighi, Valsalva, Morgagni, Beccari, based on the
experimental method. The most impressive aspects of his masterpiece De viribus electricitatis in motu musculari commentarius (1791)
are the detailed demonstrations summarizing a decade of experiences. Galvani’s research strives for a general theory based on the
comparative anatomy of man and animals and on the identification
of constants and variables common to all living organisms. His thesis that muscular contraction may be triggered both by external
(artificial or atmospheric) and internal electricity was derived from
anatomical studies based on a chemical and physical approach to
explain motion and feelings, contrary to the mostly statical approach
in use then.
Galvani was not the first to try to explain the behaviour of organisms
by using chemistry. For example, Beccari discovered that gluten
–considered an animal substance– was found also in wheat. Studies
in electricity were quite fashionable in the 18th century. In Bologna
they were performed by –among others– Giuseppe Veratti and by
his wife Laura Bassi. He repeated Benjamin Franklin’s experiments
building a lightning rod on the astronomical observatory of the university. On the other hand, the impalpable and ‘spiritual’ nature of
the electric ‘fluid’ led to the suspect activities of charlatans.
Therefore, it is no surprise that the discovery of animal electricity
made the shy and sedentary Galvani widely famous and the focus of
inevitable polemics. At the same time, the followers of the Swiss
physician Albrecht von Haller were also active in Bologna. Von
Haller believed that irritability was a property typical of the animal
world and as such, different from the electric fluid, also present elsewhere. This viewpoint was supported in Bologna by the physiologist
Leopoldo Marcantonio Caldani, reader of practical medicine at the
university from 1756 to 1761, when –following the examples of
Morgagni e Guglielmini– he migrated to Padua because of the hostility of the traditionalists. While in Bologna, Caldani wrote the
Lettera al signor A. Haller sulla insensibilità e irritabilità di alcune
parti degli animali (1757) and tried to electrically stimulate the muscles of a dead frog.
The most important controversy was with Alessandro Volta, who at
first accepted Galvani’s physical approach and his conclusions
about the existence of animal electricity, but then –after his own
studies that eventually lead to the invention of the battery–
believed to have proved the chemical origin of electricity. Volta
thought that the muscular contractions of frogs were the result of
chemical stimuli by metals and not of an internal fluid. In reality, we
now know that both scientists were right because muscular contractions are produced by animal electricity, which –in turn– is the
result of the “electricity of metals”. The controversy and the ensuing research continued after the death of Galvani well into the 19th
century with the activities of Galvani’s nephew and collaborator
Giovanni Aldini, as well as with Leopoldo Nobili and Carlo
Matteucci. In their studies, these researchers emphasized the physical aspects of animal electricity. During the last part of his life
Galvani enjoyed a great success in worldly Bologna, where even
Nel 1766, alla morte di Lelli, il suo posto di “custode” della camera anatomica dell’Istituto è preso da Luigi Galvani (Fig. 1.27), che dal 1782,
succedendo a Galli, vi insegna anche, fino alla morte, ostetricia e chirurgia, in linea con una moderna politica sanitaria che si cura dell’assistenza delle partorienti e dei neonati, con attenzione alle tecniche del
parto cesareo, allora poco praticato. In questa sua attività di didattica
pratica, si avvale anche delle cere anatomiche della Morandi, di cui tesse
l’elogio e l’apologia all’indomani della loro acquisizione presso l’Istituto
con l’orazione De Manzoliniana suppellectili (1777). Ma Galvani, è noto,
deve la sua fama alle ricerche sull’elettricità animale che sul finire del
secolo rinnovano le glorie della tradizione medica bolognese, sulla scia
del metodo sperimentale di Malpighi, Valsalva, Morgagni, Beccari. Ciò
che più impressiona nel suo capolavoro, il De viribus electricitatis in
motu musculari commentarius, edito nel ’91, sono, di là dai risultati, le
estesissime dimostrazioni che riassumono un decennio di esperienze,
condotte alla ricerca di una teoria generale fondata sull’anatomia comparata che coinvolge insieme l’uomo e gli animali, culminante nell’identificazione di costanti e di variabili comuni a tutti gli esseri. Al nucleo
della tesi per cui la contrazione dei muscoli è dovuta, oltre che ad un’elettricità esterna, artificiale o atmosferica, anche ad un’elettricità interna agli organismi viventi si giunge con uno studio dell’anatomia attuato
con un approccio chimico e fisico che, in luogo di una visione statica,
dia conto dei moti animali e delle sensazioni.
Galvani non è il primo a spiegare il comportamento degli organismi
con la chimica. Già Beccari con questa procedura intersettiva aveva
scoperto che il glutine, ritenuto una sostanza tipicamente animale, si
trova anche nel frumento, mentre gli studi sull’elettricità sono addirittura di moda nel Settecento, a Bologna approfonditi tra i tanti da
Giuseppe Veratti, che ripete le esperienze di Franklin installando un
parafulmine sulla specola universitaria, e dalla moglie Laura Bassi.
D’altro canto la natura impalpabile e per così dire ‘spirituale’ del
“fluido” elettrico si presta anche a sviluppare pratiche miracolistiche
di ciarlatani che inducono al sospetto. Non è quindi da meravigliarsi se la scoperta dell’elettricità animale pone Galvani, benché per
natura schivo e sedentario, al centro di una fama estesissima che inevitabilmente reca con sé delle polemiche. Anche a Bologna, intanto,
operano i seguaci del medico svizzero Albrecht von Haller, assertore dell’irritabilità quale proprietà specifica del mondo animale, e
come tale diversa dal fluido elettrico che esiste anche altrove. A farsene portavoce a Bologna è per qualche tempo il fisiologo Leopoldo
Marcantonio Caldani, lettore di medicina pratica all’università dal
1756 al ’61, anno in cui, come già Morgagni e Guglielmini, emigra a
Padova, per l’ostilità dei tradizionalisti, dopo avere scritto appunto
una Lettera al signor A. Haller sulla insensibilità ed irritabilità di
alcune parti degli animali (1757) e avere tentato di stimolare elettricamente i muscoli di una rana morta.
Ma la diatriba più consistente è quella con Alessandro Volta, il quale
dapprima, proprio per l’impostazione fisica delle procedure galvaniane,
si dichiara convinto dell’esistenza dell’elettricità animale, salvo poi
ricredersi quando, con gli studi che porteranno all’invenzione della pila,
riterrà di avere provato che l’elettricità è di origine chimica, per cui
anche le contrazioni muscolari delle rane sarebbero dovute ai metalli
che le stimolano e non a un fluido interno. In realtà, come sappiamo
oggi, tutti e due gli scienziati hanno ragione, nel senso che le contrazioni muscolari sono prodotte da un’elettricità animale che agisce insieme
con l’“elettricità dei metalli”. Intanto però le polemiche e gli approfondimenti conseguenti non si placano con la morte di Galvani, perché
proseguono anche nell’Ottocento con il nipote e collaboratore
Giovanni Aldini, con Leopoldo Nobili e con Carlo Matteucci, che
comunque sotto l’urgere del contraddittorio perfezionano, ormai più
sul versante della fisica, gli studi sulla natura dell’elettricità. Quanto a
Galvani, egli può godere nella mondanissima Bologna di una fortuna
54
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
poets dedicated to him a laudatoindiscussa, anche da parte dei verry Raccolta di poetiche composeggiatori che all’uscita del De virisizioni in lode di Luigi Galvani
bus gli dedicano un’encomiastica
(1792) after the publication of his
Raccolta di poetiche composizioni in
De viribus the year before. These
lode di Luigi Galvani (1792), in anni
are the years when “men of letters
in cui, testimonia Algarotti, “i letteare not solitary like in Padua,
rati non sono solitari come a
instead they mingle with society,
Padova, ma si mischiano col bel
go to resorts, dine out, stay up
mondo, vanno nelle villeggiature a’
late, and play all sorts of society
pranzi, vegliano, giocano a gallinella
games” (Algarotti 1747, p.56).
a tarocchino a pentolino” (Algarotti
Galvani’s academic honours are
1794, p. 56). E non si contano gli
innumerable as he was regarded
allori accademici, che lo vedono
as the restorer of the glory of the
professore di anatomia nello Studio
Bolognese medical school after
e membro dell’Istituto delle
Malpighi: he became professor of
Scienze, di cui diventa presidente
anatomy at the university and a
nel ’75, riverito da tutti per avere
member of the Istituto delle
rinnovato con le sue scoperte la gloScienze, of which subsequently he
ria della medicina bolognese dopo i
became the president in 1775.
successi di Malpighi. L’unico dolore
The only sorrow in his tranquil
di un’esistenza senza scosse, oltre a
life –besides the death of his wife
quello per la perdita della moglie,
to whom he dedicated an eulogy
cui Galvani dedica, secondo il galaand a commemorative sonnet, in
teo arcadico, un elogio e un sonetto
line with the Arcadian habits– was
commemorativo, è la sua forzata
his removal from the university
estromissione dall’università dovuta
because of his refusal to take the
al rifiuto di prestare giuramento di
oath of allegiance to the new
fedeltà al nuovo regime instaurato
regime founded when the French
con l’ingresso in città delle truppe
troops entered Bologna in 1796
francesi (1796) e con l’avvento nel
and the advent of the Repubblica
’97 della Repubblica Cisalpina. Per
Cisalpina (1797). Following the
quanto in extremis, ormai alla vigilia
intercession of his nephew who
della morte, a Galvani sia infine
sympathised with the French,
riconosciuto, per l’intercessione del
Fig. 1.27 – Luigi Galvani, physician and professor in Bologna from 1782, discoverer
he was reinstated as professor of animal electricity / Luigi Galvani, professore a Bologna dal 1782, medico, scopri- nipote filofrancese, il titolo di proemeritus not long before his tore dell’elettricità animale (ASUB, foto Mattei-Zannoni)
fessore emerito, l’episodio traumatideath. Nevertheless, this traumatco è l’indizio di profondi rivolgiic episode is a symptom of the profound changes that at the turn of
menti che alle soglie del nuovo secolo investono dalle fondamenta l’asthe century would affect the university and the entire cultural world
setto dell’università e più in generale della cultura bolognese (Vai, cap.
in Bologna (Vai, ch. 10, this vol.).
10, in questo vol.).
The Napoleonic reforms
Le riforme napoleoniche
Galvani is not the only university faculty member who refused to take
the oath of allegiance to the new government of the so-called Jacobin
triennium (1796-1799) and hence was removed from his position.
Clotilde Tambroni, a student of Greek and university lecturer from
1793, and Giuseppe Mezzofanti, the famous polyglot and teacher of
Arabic (he learned languages with the help of Jesuit ex-missionaries
who had sojourned in many parts of the world) met a similar fate.
However, these episodes do not imply that the change was complete. To
understand the confusion and uncertainties of those times it must be
underlined that while Galvani and other people made their noble
choice of auto-exclusion, a dozen clergymen of the old university agreed
to take the oath with the consent of the Curia. Thus, the position made
vacant by Clotilde Tambroni was occupied by the abbé Filippo Schiassi.
Rapid military and political changes like the establishment of the
Austro-Russian regency (June 1799-June 1800) made the situation even
more precarious. After the victory of Marengo (1800) when Napoleon
regained control of Bologna and strengthened his power in Italy to the
point of proclaiming himself king of Italy in 1805, such intransigence
decreased and the expelled professors were reinstated. At that time
Clotilde Tambroni could teach Greek literature again until 1808 when,
Galvani non è il solo a rinunciare alla cattedra universitaria per non dovere fare atto di sottomissione al nuovo governo subentrato anche a
Bologna durante il cosiddetto “triennio giacobino” (1796-’99). Stessa
sorte tocca alla grecista Clotilde Tambroni, lettrice nello Studio dal ’93, e
a Giuseppe Mezzofanti, il poliglotta celebre anche all’estero, docente di
lingua arabica e conoscitore di parecchie altre, apprese alle scuole dei
gesuiti, dove anche le più esotiche erano note per essere insegnate da ex
missionari reduci da ogni parte del mondo. Non si deve però credere da
questi episodi che il rivolgimento sia totale: basti dire, per avere un’idea
della confusione e delle incertezze dei tempi, che a fronte di queste dignitose scelte di autoesclusione una dozzina di ecclesiastici della vecchia università accettano il giuramento di fedeltà, oltre tutto con l’assenso della
curia. Così il posto lasciato vacante dalla Tambroni è preso dall’abate
Filippo Schiassi. Ad accrescere poi il senso di precarietà sono i repentini
mutamenti militari e politici, che nell’anno che va dal giugno 1799 al giugno 1800 portano a Bologna una reggenza degli austro-russi che cerca di
restaurare l’ancien régime. Quando infine, con la vittoria di Marengo del
1800, Napoleone riprende il dominio della città e rafforza il suo potere in
Italia tanto da proclamarsene re nel 1805, l’intransigenza si attenua e ai
professori già espulsi viene restituita la cattedra. Ecco allora che la
55
Andrea Battistini
in spite of her protest, the teaching of the discipline was suppressed in
favour of the development of scientific subjects supported by
Napoleon. In 1806 she had the honour of inaugurating the academic
year delivering a speech on the “intimate link between sciences and letters”. Mezzofanti was also reinstated, but a few years later his course
was cancelled as well. Following the Restoration in 1815, he was back
in the re-established Ateneo Pontificio where he remained until 1833,
in the capacity of director of the university library.
In spite of the return of the ancien régime, the mark of the
Napoleonic reforms remained largely irreversible, at least in its more
substantial aspects. The most revolutionary change was the end of
the government of the university by the Bolognese senate because
the Alma Mater would thereafter be governed instead by the
Cisalpine government in Milan. This marks the close of a municipal
approach, in existence in Bologna since the Middle Ages. The most
efficient way to get rid of the privileges and jealousies maintained for
centuries was a policy of uniformity and unity that might sacrifice
autonomy but –on the other hand– put the cultural institution in the
service of society. From this viewpoint, the creation of a students
military body (which actually never saw the battlefield) led by university professors, sometimes of great fame like the agronomist
Filippo Re, is significant.
The cancellation of the chairs of canonical law, theology and sacred
sciences –re-established in 1815– can be seen as a result of this new
emphasis on civil service and practical utility. These changes represented an effort to adapt to the models of the new legislation established by the Napoleonic codes and to the need of the new state
administration that required professionally trained magistrates,
lawyers, and officials (Cremante 1987, p. 82). Obsolete courses were
substituted with new ones, or the existing ones were modernized. In
1801 Luigi Valeriani occupied one of the first chairs of public economics in Europe. He became the author of a theory of price determination that would be very influential in economics at the beginning of the 19th century. Two years later Filippo Re moved to the university of Bologna from his hometown Reggio Emilia. Thanks to
him, agriculture abandoned an empirical and improvised approach
and became an actual science governed by the rational method, taking into account botany, chemistry, meteorology, natural history and
even equipment, which must reflect local traditions but must also
become more functional.
Filippo Re stayed in Bologna until 1815 when he returned to serve the
Duke of Modena. During this period Re was very active as demonstrated by a series of initiatives. He founded and directed the Annali
di agricoltura, a monthly journal that from 1809 to 1814 was centred
almost exclusively on his articles and on the results of a series of
inquiries based on farmers’ responses to questionnaires. He created
an agricultural society in Bologna, which he chaired. He prepared a
bibliographic catalogue of works on agriculture and authored a manual of Elementi di agricoltura. The latter was reprinted several times
and was appreciated not only for the content but also for its literary
quality. For instance, according to Alessandro Manzoni, Re writes
“avec une sagesse, une expérience, un étendue de connaissances, qui font
vraiment plaisir” (Manzoni 1970, I, p. 109). Besides his literary skills,
deriving from his solid classical education and from his knowledge of
the Latin agronomists (Cato, Varrone, Palladio, Columella), Re had
extraordinary organizational skills, which were quite useful during a
period of great changes in the layout of the buildings at the University
of Bologna.
In 1803, after almost two and a half centuries, the chief seat of the
university was moved from the Archiginnasio to Palazzo Poggi, to
the quarters of the Istituto delle Scienze. The Accademia was then
joined with an Italian National Institute (Bortolotti 1947, p. 195), at
least until 1829, when it regained its role of Accademia delle Scienze
thanks to the good offices of the mathematician Giuseppe Venturoli.
Tambroni può di nuovo insegnare la letteratura greca fino al 1808, anno
in cui, nonostante le proteste della titolare, la disciplina è soppressa a vantaggio del potenziamento delle materie scientifiche voluto da Napoleone.
Intanto però nel 1806 gode dell’onore di inaugurare l’anno accademico
con una prolusione sull’”intima concatenazione delle scienze con le belle
lettere”. Stessa sorte tocca a Mezzofanti, ripristinato quale docente di lingue orientali, anche se qualche anno dopo il suo insegnamento è soppresso insieme con quello della Tambroni. Ma con la Restaurazione del
1815, ritorna al suo posto nel ripristinato Ateneo pontificio fino al ’33,
svolgendo insieme la funzione di direttore della Biblioteca universitaria.
In questo turbinoso alternarsi di regimi l’impronta delle riforme napoleoniche, malgrado il ritorno dell’ancien régime, resta in gran parte irreversibile, per lo meno negli aspetti sostanziali. Il provvedimento più
rivoluzionario è la sottrazione al Senato di Bologna del governo dell’università, che segna la fine di un municipalismo che esisteva fin dal
Medioevo. A prevalere è l’accentramento amministrativo e con esso
anche l’Alma Mater viene a dipendere dal governo cisalpino che ha sede
in Milano. Per colpire i privilegi gelosamente custoditi da secoli, la via
più efficace è una politica di unità e uniformità che, se sacrifica l’autonomia, ha il vantaggio di porre l’alta cultura al servizio dei bisogni della
società. Significativo, nel subordinarsi dell’attività culturale alle finalità
pubbliche, l’inquadramento degli studenti in un corpo militare (in
realtà mai giunto al cimento del fuoco) agli ordini di qualche loro professore, a volte di prima grandezza, come l’agronomo Filippo Re.
Si spiega con questa politica funzionale ai servizi civili e all’utilità pratica,
e non per un mero spirito anticlericale, la cancellazione delle cattedre di
diritto canonico, teologia e scienze sacre, per altro ripristinate dal 1815.
In loro vece si assiste allo sforzo di adeguarsi ai modelli della nuova legislazione vigente fissata dal codice napoleonico e alle necessità della nuova
amministrazione statale che richiede una preparazione professionale di
magistrati, avvocati, funzionari (Cremante 1987, p. 82). In luogo di insegnamenti ormai obsoleti se ne creano di nuovi, o si modernizzano quelli
già esistenti. Nel 1801 Luigi Valeriani occupa, tra i primi in Europa, la cattedra di economia pubblica, dalla quale diffonde una sua teoria sulla
determinazione dei prezzi che incide sul pensiero economico di primo
Ottocento. Due anni dopo è chiamato dalla natia Reggio Emilia Filippo
Re, grazie al quale l’agricoltura abbandona il suo improvvisato empirismo
per diventare una vera e propria scienza, ancora attenta ai casi particolari, ma governata da un metodo razionale che tenga conto della botanica,
della chimica, della meteorologia, della storia naturale e perfino degli
attrezzi di lavoro che per un verso devono riferirsi alle consuetudini locali, e per un altro verso migliorare in senso più funzionale e redditizio.
Nel suo periodo bolognese, che si prolunga fino a quando, nel ’15, ritorna al servizio del duca di Modena, Re si distingue per una laboriosità fuori
del comune che si manifesta nella fondazione e direzione degli “Annali di
agricoltura”, una rivista mensile tenuta in vita dal 1809 al ’14 quasi esclusivamente con suoi scritti e con i risultati di inchieste svolte interrogando
con questionari gli agricoltori; nella creazione di una Società agraria di
Bologna da lui presieduta; nella stesura di un catalogo bibliografico ragionato di opere agrarie; nella pubblicazione di un manuale di Elementi di
agricoltura pubblicato più e più volte, apprezzato non solo per i contenuti ma anche per la qualità espositiva dello stile, ammirato addirittura da
Alessandro Manzoni, per “une sagesse, une expérience, une étendue de
connaissances, qui font vraiment plaisir” (Manzoni 1970, I, p. 109). Ma
accanto ai pregi letterari, che gli derivano da una solida educazione classica e dalla conoscenza degli agronomi latini, da Catone a Varrone, da
Palladio a Columella, Re possiede straordinarie doti organizzative, quanto mai opportune nel periodo della sua docenza bolognese, allorché lo
Studio conosce grandi trasformazioni edilizie.
Nel 1803 la sede centrale dell’università lascia, dopo quasi due secoli e
mezzo, l’Archiginnasio e trasloca a Palazzo Poggi, presso la sede
dell’Istituto marsiliano delle Scienze. L’Accademia viene, come recitano i
documenti del tempo, “concentrata e rifusa” in un Istituto nazionale italiano (Bortolotti 1947, p. 195), almeno fino al 1829, quando, in piena
56
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
At the same time, the Accademia Clementina was trasformed into
Accademia di Belle Arti. The new academy occupied the building of
the Collegio di San Luigi (available after the suppression of the
Company of Jesus) located in Borgo della Paglia, which was then
renamed via delle Belle Arti. Two other major logistical changes were
the transformation of the library of the Istituto delle Scienze into
University National Library and the moving of the botanical gardens
from Porta Santo Stefano to the grounds formerly occupied by the
Sant’Ignazio convent, between Porta San Donato and Porta
Mascarella. It is here that the initiative of Filippo Re makes possible
the development of agricultural test fields and a mechanical-agronomical museum in the Palazzina della Viola, an old building from
the times of the Bentivoglio seigniory which was restored when it
became the seat of the school of agriculture (Vai, ch. 10, this vol.).
restaurazione, se ne ripristina il ruolo di Accademia delle Scienze per i
buoni uffici del matematico Giuseppe Venturoli. Contestualmente
l’Accademia Clementina si converte in Accademia di Belle Arti e trova la
sua sede in Borgo della Paglia, che di conseguenza viene a denominarsi
via delle Belle Arti, dove si trovava il collegio di san Luigi, resosi disponibile dopo la soppressione della Compagnia di Gesù. Infine, a completamento della ristrutturazione logistica, la biblioteca dell’Istituto diventa
Biblioteca nazionale universitaria e l’orto botanico da porta santo Stefano
si trasferisce nei terreni tra porta San Donato e porta Mascarella, dove un
tempo c’era il convento di sant’Ignazio. Ed è qui che l’intraprendenza di
Re istituisce a sua integrazione un orto agrario destinato alla didattica, e
insieme un museo meccanico-agronomico annesso alla palazzina della
Viola, conservatasi dai tempi dei Bentivoglio e restaurata nel momento in
cui diventa sede della Facoltà di agraria (Vai, cap. 10, in questo vol.).
The Restoration under papal authority
La restaurazione sotto l’autorità pontificia
The many transformations outlined above led to a sort of nationalization of institutions that until then depended on the Bolognese Senate.
Such loss of autonomy was compensated for by the ensuing widening of
horizons, along the lines of Marsili’s wishes. This resulted in a moderate
renewal of the university curricula, although overall the Bolognese culture was still conservative, as indicated by the persistence of classicist
ideals in the human sciences. Such renewal was stunted in its potential
development by the return of papal authority in 1815, particularly in
those disciplines where religious ideology weighed most heavily. The reestablishment of papal authority included rigid controls on teaching
content and textbooks, as well as the return to the use of Latin in many
disciplines, and the re-establishment of the School of Theology and the
teaching of canonical law. Decadence was palpable, as witnessed by the
few visitors. In 1826 Giacomo Leopardi complained about the sorry
state of archaeological and philological studies, while in 1840 the
astronomer Karl Littrow remarked on the cultural decadence of the city
and the state of neglect of the astronomical observatory.
In spite of the overall decline due to the immobility and the resistance
to all novelty, the academic structures created during the Napoleonic
regime resisted the stagnating environment and a few top-notch personalities emerged. For example, the new Napoleonic legislation provided Pellegrino Rossi with the opportunity to bring new prestige to the
study of law, which had suffered a long crisis at the University of
Bologna. A strong advocate of constitutional law, Rossi not only professed his liberal ideas, but in 1815 he also wrote the proclamation of
Rimini in which he favoured the independence of Italy. His exile in
Switzerland did not interrupt the tradition, and the lawyer Antonio
Silvani –who held the chair in Civil Law from 1824 to 1831– placed
himself on track with the Risorgimento by participating in the rebellion
of 1831 after which he was sent into exile until 1847, when he was reinstated to his former position. Giuseppe Ceneri replaced him as the chair
of Civil Law (1853-1859) and then as the chair of Roman Law (18601888). Until his death in 1898, Ceneri was a central figure of the cultural
and political life in Bologna, as well as a supporter of renewal in the
teaching of jurisprudence and of democratic principles.
For all these people, cultural activity and political action were welded
together in a way that would become typical of the Risorgimento.
Several professors who participated in the political turmoil of 1831
were then exiled. In addition to Silvani, Francesco Orioli also took part.
He began as professor of physics in 1805 but was such an encyclopaedic
genius with a solid knowledge of medicine, chemistry, archaeology and
etruscology that when in 1846 he was reinstated in his position after the
insurrection of 1831 he taught courses in archaeology and history. His
illuministic education is also evident in his medical theories; he participated in the debate on mesmerism and associated him with Giovanni
Tommasini, active in Bologna between 1814-1829. In his treatise Della
Con tutte queste trasformazioni, che comportano una sorta di nazionalizzazione di istituti finora dipendenti dal senato bolognese, la perdita
di autonomia è compensata da un ampliamento di prospettive che va
proprio nel senso degli auspici che furono di Marsili. In altri termini la
cultura locale, che si mantiene nelle linee generali conservatrice, come
si può dedurre dalla persistenza di ideali classicisti nell’àmbito delle
scienze umane, si confronta per il momento con un moderato rinnovamento degli studi. Sennonché il ritorno nel ’15 del dominio papale ne
arresta il potenziale sviluppo, specie nelle discipline dove più incide l’ideologia confessionale. Con il ristabilimento dell’autorità pontificia si
esercita un rigido controllo sui contenuti dell’insegnamento e sui libri di
testo, si ritorna all’uso del latino in molte discipline e si reintegra la
Facoltà di teologia insieme con la materia del diritto canonico. La decadenza è palpabile e ne sono testimoni i rari visitatori, da Giacomo
Leopardi, per il quale nel 1826 gli studi archeologici e filologici sono “in
uno stato che fa pietà, anzi non esistono affatto”, all’astronomo Karl
Littrow che nel ’40 ha modo di constatare di persona la grave decadenza culturale della città e lo stato di abbandono della specola.
Se la didattica subisce un impoverimento molto vistoso, dovuto all’immobilismo e alla chiusura verso ogni novità, le strutture accademiche
create sotto il regime napoleonico non si vanificano e, sia pure in un
clima stagnante, i picchi di eccellenza hanno nondimeno la possibilità di
emergere. La giurisprudenza, per esempio, che per tutta l’età moderna
ha avuto a Bologna pochi maestri di rilievo e ha sofferto una lunga crisi
che sembrava interminabile, riceve impulso dalla nuova legislazione
napoleonica. A insegnarla all’università è Pellegrino Rossi, un convinto
assertore di un diritto costituzionale che non solo professa le sue idee
liberali ma nel marzo 1815, aderendo al tentativo di Murat, stende il
proclama di Rimini con cui auspica l’indipendenza dell’Italia. Il suo esilio in Svizzera non interrompe la tradizione e l’avvocato Antonio
Silvani, titolare di diritto civile dal 1824 al ’31, si pone idealmente sulla
sua scia risorgimentale, pagando la sua partecipazione ai falliti moti del
’31 con l’esilio, scontato fino alla reintegrazione del ’47. Suo degno successore, dal ’53 al ’59, sulla cattedra di diritto civile, e poi, dal ’60 all’
’88, di diritto romano, è Giuseppe Ceneri, protagonista fino alla morte
(1898) della vita culturale e politica di Bologna, sempre in prima fila nel
sostenere la necessità di un rinnovamento dell’insegnamento giuridico e
nel rivendicare i principî democratici.
In tutti costoro l’attività culturale si salda all’azione politica in senso
ormai risorgimentale. Ai moti del ’31 partecipano parecchi professori
che con il loro insuccesso devono percorrere la via amara dell’esilio.
Oltre a Silvani si mobilita Francesco Orioli, un ingegno enciclopedico
che esordisce nel 1805 come professore di fisica ma che ha pure competenze di medicina, di chimica, di archeologia e di etruscologia, tanto solide da diventare nel ’46, dopo l’esilio costatogli per l’insurrezione del ’31,
titolare dell’insegnamento di archeologia e storia. La sua formazione illu57
Andrea Battistini
nuova dottrina medica italiana
ministica si ricava anche dalle teorie
(1817) Tommasini –under the patrimediche, che lo fanno intervenire
otic connotation of the title– states
sul mesmerismo e lo allineano sulle
the theory of excitability according
posizioni di Giacomo Tommasini, a
to which diseases are induced by
Bologna tra il ’14 e il ’29, dove con il
excessive stimuli, which must be
trattato Della nuova dottrina medica
counteracted by “counterstimuli”.
italiana (1817) espone, dietro alla
Probably, if Tommasini had stayed
connotazione patriottica del titolo,
in Bologna instead of going back to
la teoria ancora sensista dell’eccitaParma, he also would have been
bilità, secondo cui le malattie sarebexiled because of his liberal ideas.
bero dovute a uno stimolo eccessivo
Paolo Costa could not avoid exile,
da combattere con un “controstimohe was called by Conservatives
lo”. Probabilmente, se fosse rimasto
a “restless lunatic” with a “tong’s
a Bologna, anche Tommasini avrebtongue” and a “fox’s heart”
be pagato con l’espulsione le sue
(Santucci 2001, p. 268). In spite of
idee liberali, evitata con il ritorno
his Jacobin inclination, Paolo Costa
volontario nella natia Parma. Non la
pursued classical ideals and translatpuò invece eludere Paolo Costa,
ed Latin and Greek, in addition to
definito dai conservatori “matto
being a professor in a private school
inquietissimo” dalla “lingua da tenawhich was attended by the future
glie” e dal “cuore di volpe”
prime minister Marco Minghetti.
(Santucci 2001, p. 268), nutrito di
The favourite meeting place of these
idee giacobine che si sposano
liberal intellectuals was the Società
comunque a una poetica classicista
del Casino, founded ca. 1725, comche fa di lui un traduttore dal greco
prising an Accademia Felsinea
e dal latino, oltre che insegnante in
(1819) devoted to the organization
una scuola privata dove si forma
of poetry and music performances
anche il futuro primo ministro
as well as dance festivals. Thus, in Fig. 1.28 – Giosue Carducci, professor in Bologna from 1860 / Giosue Carducci, profes- Marco Minghetti.
the Società del Casino, the civil and sore a Bologna dal 1860 (ASUB, foto Mattei-Zannoni)
Il ritrovo preferito di questi intelletpolitical education was guaranteed
tuali dalle idee liberali, oppositori,
by a Gabinetto di Lettura with subscriptions to several newspapers and
per una inveterata tradizione bolognese, del governo pontificio, è la
magazines, whereas the arts were covered during the more academic
Società del Casino, sorta intorno al 1725 e articolata al suo interno in
events. In 1826 Giacomo Leopardi participated in one of the latter,
un’Accademia Felsinea istituita nel 1819, deputata all’organizzazione di
declaming the Epistola al Conte Carlo Pepoli. Count Carlo Pepoli –a
serate di poesia, di musica e feste da ballo. Così, mentre l’educazione
pupil of Mezzofanti and Schiassi– was the politically engaged and rescivile e politica è impartita con la presenza di un Gabinetto di Lettura
olute vice-president of the Accademia Felsinea. As one of the leaders of
abbonato a molti giornali e riviste anche stranieri, l’arte è coltivata nelle
the 1831 turmoil, Pepoli was exiled and lived in Corfu, Paris and
tornate accademiche. A una di queste partecipa anche Giacomo
London. He returned to Bologna in 1859 and was elected mayor from
Leopardi, che nel 1826 vi declama l’Epistola al Conte Carlo Pepoli. Il
1862 to 1866. In the stagnating atmosphere of the university, signs of
dedicatario, allievo di Mezzofanti e di Schiassi, è il vicepresidente
vivacity were evident instead in cultural clubs, in cafes, in the editorial
dell’Accademia e si distingue per l’impegno politico e la risolutezza
staff of journals and in the booksellers’ shops.
organizzativa. Essendo uno dei leaders della sommossa del ’31, Pepoli è
In spite of the authoritarian regime and censorship, at the beginning of
per questo punito con un esilio che lo porta prima a Corfù, poi a Parigi
the 19th century Bologna was a fairly lively city, attracting many of the
e a Londra. Ritornato nel ’59, è eletto sindaco di Bologna dal 1862 al
foremost artists of the time. Following Ugo Foscolo’s stay (1797-1799)
’66. Nel clima stagnante dell’università, i segni di vivacità si manifestawhen he published the Ultime lettere di Jacopo Ortis, Bologna attracted
no dunque nei circoli culturali, nei caffé, nelle redazioni dei giornali,
several other artists: Vincenzo Monti, Nicolò Paganini (another guest of
presso le botteghe dei librai.
the Accademia Felsinea), Antonio Canova, Stendhal and Byron. During
Nonostante la censura e il regime autoritario, Bologna è nel primo
the boom years of the novel, Bologna had also a local equivalent of the
Ottocento una città abbastanza vivace, che attira molti dei letterati e
Promessi Sposi with Diavolo del Sant’Uffizio, written in 1847 by the
artisti più in vista del tempo. Dopo una permanenza, tra il 1797 e il ’99,
patriot Antonio Zanolini. Adding the spices of feuilleton to the extenudi Ugo Foscolo, che vi pubblica le Ultime lettere di Jacopo Ortis, sogated historical novel, Zanolini created an interesting and literarily
giornano a Bologna Vincenzo Monti, Nicolò Paganini (un altro ospite
appreciated local story, where the mixing of aulic and popular registers
dell’Accademia Felsinea), Antonio Canova, Stendhal, Byron. E
reflects a consistent characteristic of Bolognese literature.
Bologna, negli anni di maggiore fortuna del romanzo, ha perfino un
The grim institutional life was counteracted by the initiatives of indiequivalente in chiave locale dei Promessi Sposi, rappresentato dal
viduals, initiatives which produced individual works like Zanolini’s, or
Diavolo del Sant’Uffizio, scritto dal patriota Antonio Zanolini nel 1847.
tended to generate gatherings which favoured free discussion impossiInsaporendo il romanzo storico ormai estenuato con le spezie piccanti
ble elsewhere. On the scientific front, the equivalent of the literary
del feuilleton, Zanolini rende interessante una vicenda cittadina con
academies were the professional societies, which gathered scholars and
risultati apprezzabili anche in sede artistica, per quel singolare bilinguipractitioners of a common specialty. Among these, the Società Medica
smo che, mediando il registro aulico e quello popolare, rispecchia una
Chirurgica was prominent because of the importance of its members. It
costante della letteratura bolognese.
was founded by Tommasini and his friend Orioli and was destined to
Al grigiore della vita istituzionale si oppone l’iniziativa dei singoli, declirenew the fame of the Bologna medical school of Malpighi, Valsalva,
nata o con opere individuali quali quella di Zanolini, o con aggregazioMorgagni, Galvani. More than to Tommasini who was still tied to oldni che favoriscano al loro interno quelle più libere discussioni altrove
58
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
fashioned therapies, the credit for this rebirth goes to Francesco Rizzoli
who was president of the Società Medica Chirurgica for a long time and
held the chair of surgery at the university from 1855 to 1864, after being
professor of obstetrics, having replaced a famous woman-scientist,
Maria Dalle Donne. Rizzoli’s medical abilities allowed for the separation
of medicine and philosophy so that it became a specialized discipline,
as demonstrated by the foundation of the orthopaedic institution at San
Michele in Bosco on the outskirts of Bologna, which still bears Rizzoli’s
name.
His famous ability to perform surgery rapidly is particularly noteworthy
in a period when the techniques for sterilization and anaesthesia were
just beginning. Pietro Loreta, a protagonist of the political turmoil of
1848 and of the Garibaldi campaigns in Tirol succeeded to Rizzoli in
1865 and made much progress in these fields. With Giuseppe Ruggi,
another follower of Rizzoli, new rigorous hygienic procedures in
surgery were adopted, with great attention to sterilization and disinfection. Therefore, there was no real interruption in the development of
the field of medicine between the times of the papal government and
those of the Italian state.
Conversely, there are fields like the natural sciences, which after the
prominent figure of Filippo Re could not take advantage of personalities of the same level. His successor Antonio Bertoloni does not compare in spite of his Flora italica, a monumental botanical treatise still
inspired by Linnaean classification which required forty years of work.
Giuseppe, the son of Antonio Bertoloni limits himself to enlarging his
father’s collections and to the description of the flowering season and
therapeutic applications of plants. Darwinian theory arrived in the
botanical field of Bologna only in the 1880’s with Federico Delpino who
nevertheless described himself as a spiritualist and anti-positivist.
precluse. Un corrispettivo delle accademie letterarie sono, sul versante
scientifico, le Società professionali, che raccolgono i cultori di una stessa specializzazione. Tra queste risalta, per la statura dei componenti, la
Società Medica Chirurgica, fondata da Tommasini e dall’amico Orioli e
destinata a ridare lustro a un primato che Bologna aveva saputo conquistare con i Malpighi, i Valsalva, i Morgagni, i Galvani. Merito di questa rinascita ottocentesca, ben più che a Tommasini, ancora legato a
terapie ormai superate, spetta a Francesco Rizzoli, a lungo presidente
della Società Medica Chirurgica e titolare dal ’55 al ’64 della cattedra di
clinica chirurgica all’università, dopo essere stato per qualche tempo
docente di ostetricia al posto di un’altra celebre donna-scienziato,
Maria Dalle Donne. Con il magistero di Rizzoli la medicina si scinde
dalla filosofia e si specializza, come dimostra la sua ideazione e fondazione dell’Istituto ortopedico di San Michele in Bosco che ancora oggi
reca il suo nome.
La sua proverbiale rapidità nell’operare quando le tecniche per l’anestesia e la sterilizzazione sono ancora agli albori lo mostra tempestivamente sensibile agli aspetti antisettici, che anche a Bologna conoscono
nell’Ottocento un sensibile progresso con la terapia adottata dai successori di Rizzoli, a cominciare da Pietro Loreta, a lui subentrato nel
1865 dopo un’esistenza resa avventurosa dagli ideali patriottici che lo
vedono tra i protagonisti dei moti del ’48 e delle campagne garibaldine
dell’anno successivo in Tirolo. Sicché, con Giuseppe Ruggi, un altro
erede di Rizzoli, si stabiliscono rigorose procedure igieniche in sala operatoria, attente alla sterilizzazione e alla disinfezione. Nel settore della
medicina non c’è quindi una soluzione di continuità tra i tempi del
governo pontificio e quello dell’unità d’Italia.
Del resto la situazione varia da settore a settore, e per accennare a tutta
la gamma delle possibilità è da segnalare che le scienze naturali, dopo la
figura senza dubbio eccezionale di Filippo Re, non riescono più a giovarsi di uomini della stessa levatura, nemmeno dopo l’Unità. A lui non
è paragonabile né il diretto successore Antonio Bertoloni, che pure ha
il merito di avere sistemato le conoscenze botaniche del suo tempo con
la classificazione, ancora però linneana, della Flora italica, un’opera
monumentale che ha richiesto una quarantina d’anni di lavoro, né il
figlio di questi, Giuseppe, che amplia le collezioni botaniche paterne e
descrive le piante ora secondo il loro periodo di fioritura, ora secondo
le loro virtù terapeutiche, per fini quasi esclusivamente pratici. Sicché
per l’accoglimento delle teorie darwiniane in campo botanico occorre
attendere gli anni Ottanta, con l’insegnamento di Federico Delpino, che
per altro continua a professarsi spiritualista e antipositivista.
The unification of Italy and the attempts at a cultural revival
To complete the range of the various disciplines, mathematics suffered
a long crisis, which ended in 1860 with the arrival from Pavia of Luigi
Cremona. He taught advanced geometry until 1867 when he moved to
Milan. His stay in Bologna was short, but those few years were sufficient
to create a school worthy of the past tradition, from Cardano to
Gabriele Manfredi. During the same period, Eugenio Beltrami was also
active. He was another outsider who taught at the university from 1862
to 1873 and worked on
non-Euclidean geometry.
These are the first symptoms of a very difficult
improvement that would
only be realized because of
the efforts of a few individuals capable of gathering
the attention of what had
become by then a global
audience for their initiatives.
At the end of the papal
government in Bologna in
1859 the overall state of the
university was catastrophic. A student compared it
to the situation of Rome
Fig. 1.29 – Richard Wagner found in Bologna a
during the Avignon captivi- bridge-head for the diffusion of his operas in Italy.
ty. Libraries, laboratories, Bronze bas-relief by Silverio Montaguti (1909),
hospitals, museums and foyer of the Teatro Comunale of Bologna / Richard
ha trovato a Bologna la testa di ponte delle
classrooms were in a sorry Wagner
sue opere in Italia. Bassorilievo in bronzo di Silverio
state. On the other hand, Montaguti (1909), foyer del Teatro Comunale di
the newly appointed minis- Bologna (foto Ferrieri-Vai)
L’Unità d’Italia e i tentativi di rilancio della cultura
Per completare il ventaglio dei casi, c’è infine la situazione della matematica, che soffre un lungo periodo di oscuramento e si risveglia da una
sorta di letargo solo con il genio di Luigi Cremona, un pavese calato a
Bologna nel 1860 per insegnare geometria superiore fino al ’67, anno
della sua partenza per Milano. Per quanto la sua permanenza non sia
lunga, bastano questi pochi anni per creare una scuola degna di quella
che da Cardano si era conservata di alto livello fino ai tempi di Gabriele
Manfredi. A farsene interprete provvede anche Eugenio Beltrami, un
altro venuto di fuori che, tranne qualche parentesi, insegna nello Studio
dal ’62 al ’73, approfondendo il terreno delle geometrie non euclidee.
Sono questi i primi sintomi, o forse i presagi, di un rilancio che si rivela subito molto difficoltoso, e che si otterrà non senza contraddizioni,
quasi sempre per l’intraprendenza di qualche personalità capace di concentrare sulle proprie iniziative l’attenzione di una platea che ormai è
da calcolare in termini planetari.
Nel 1859, alla fine del dominio pontificio, la situazione è, stando alle
descrizioni del tempo, catastrofica, paragonata da uno studente di
allora alla condizione di Roma durante la cattività avignonese. Le deficienze sono soprattutto strutturali, per lo stato di abbandono in cui
59
Andrea Battistini
ter Terenzio Mamiani provided new human resources to a university
that for too long had been recruiting only locally. A fertile link between
local and “piedmontese” scholars was established; it was instrumental
in correcting the Bolognese provincialism. Luigi Cremona was one of
these “foreigners” who in 1860 made his debut with an opening address
published on the Politecnico of Carlo Cattaneo. For once, the orator
avoided all emphasis and invited a constructive engagement in the pure
sciences, too often sacrificed to practical and professional concerns.
Close to this sort of manifesto of the intentions of a new generation of
scholars (Pancaldi 1986, p. 356) is –in the same year– the opening
address of another young professor from Tuscany, also recruited by
Mamiani. His name –Giosue Carducci– at the time was poorly known,
but would soon become popular not only for his expertise in literature
and literary criticism, but primarily for his poetry (Fig. 1.28).
In a scenario of past glory and present neglect, Carducci’s program was
based on a classicism that was very close to the Bolognese tradition, and
was revitalized by a civil engagement which –in his words– wanted “to
conserve adequately and innovate in order to develop advantageously”.
Belonging to a generation that was educated amidst the enthusiasm of
the Risorgimento, Carducci actively participated in the civil and political life of Bologna, which, in him finally had a man of culture famous in
the whole of Italy. The population was charmed by his oratorical skill
and the few students of the School of Literature appreciated his care in
phylological research, his refusal of any form of amateurship, and the
wide spectrum of his erudition, which made him one of the masters of
the historical school. On the other hand, in Bologna positivism was
not predominant, as the contemporaneous recruitment of such
diverse personalities generated instead much cultural debate, bordering on eclectism. For example, in the same school where
Carducci was teaching, arrived the Calabrese Francesco Fiorentino
of Kantian inspiration, the Apulian Pietro Siciliani mediating
versano le biblioteche, i laboratorî, le cliniche, i musei, le aule. Ma in
compenso, appena nominato ministro, Terenzio Mamiani provvede a
rinsanguare le risorse umane dell’Ateneo che per troppo tempo si era
nutrito delle sole forze indigene. Si stabilisce allora una feconda dialettica tra locali e “piemontesi”, utile per fare uscire Bologna da un
provincialismo che negli ultimi tempi si era fatto sempre più angusto.
Cremona è uno di questi ‘forestieri’ che nel 1860 esordisce con una
prolusione che viene pubblicata sul Politecnico di Carlo Cattaneo. Per
una volta almeno, l’oratore rinuncia all’enfasi e alle geremiadi e invita
a un impegno costruttivo che considera prioritaria la scienza pura, per
riscattare la ricerca troppo spesso sacrificata a ragioni pratiche e professionali. Parallela a questa sorta di manifesto dei propositi che animano una nuova generazione di studiosi (Pancaldi 1986, p. 356) è
nello stesso anno la prolusione di un altro giovane professore toscano
parimenti chiamato da Mamiani. Il suo nome, Giosue Carducci (Fig.
1.28), è al momento poco noto, ma presto diventa popolare non solo
per la sua preparazione letteraria e critica, quanto e soprattutto per la
sua opera di poeta.
Il programma carducciano, di fronte a una realtà ricca di glorie passate ma al momento da lui stesso paragonato a un grandioso monumento che sta per crollare per l’incuria dei governi, si fonda su un classicismo molto congeniale alla tradizione di Bologna, rivitalizzato da un
impegno civile che, per riferire le sue parole, intende “conservare, con
decoro di ricchezza; e innovare, con vantaggio d’aumento”.
Appartenendo alla generazione formatasi in mezzo agli entusiasmi del
Risorgimento, Carducci partecipa attivamente alla vita civile e politica
della sua città di adozione, fino a diventare la personalità più rappresentativa di Bologna, orgogliosa di avere finalmente un uomo di cultura celebre in tutta Italia. Intanto, se la popolazione è ammaliata dal
suo ardore tribunizio, i pochi iscritti alla Facoltà di Lettere hanno
modo di apprezzarne il puntiglio della ricerca filologica, il rifiuto di
ogni forma di dilettantismo, l’ampio raggio dell’erudizione, che identificano in lui uno dei maestri della scuola storica. D’altro canto a
Bologna il positivismo non regna incontrastato, perché l’immissione di
tante intelligenze di diversa formazione genera piuttosto una convivenza dialettica di indirizzi, al limite dell’eclettismo. Nella stessa
Facoltà ove insegna Carducci arrivano, a irrobustire la scuola filosofica, il calabrese Francesco Fiorentino, di ispirazione neokantiana, il
pugliese Pietro Siciliani, in bilico tra empirismo e idealismo, il chietino Camillo De Meis, non meno disposto alla mediazione tra istanze
diverse, il catanzarese Francesco Acri, in cattedra dal ’72, dove un platonismo di fondo si coniuga al pensiero cristiano.
La cronica insufficienza dello Stato italiano in fatto di interventi strutturali è quindi in parte compensata dall’opera di una valente generazione di studiosi che consentono a Bologna non solo di elaborare e
approfondire le idee provenienti da altri centri, ma anche di crearne
in proprio e di porle all’attenzione del paese, quasi sostituendosi a
Firenze o a Milano nel ruolo di maître à penser. A favorire la diffusione del sapere a livello nazionale provvede un altro immigrato dalle
mille iniziative, Nicola Zanichelli, trasferitosi dalla natia Modena e
prescelto da Carducci quale proprio editore a partire dal ’75. Ma il
nome del Vate della Terza Italia è solo uno dei tanti che ornano il suo
ricchissimo catalogo, specializzatosi, oltre che in letteratura classica e
italiana, in editoria universitaria, spaziante dalla giurisprudenza alla
storiografia, dalla scienza alla critica letteraria. Le idee possono così
circolare più diffusamente grazie alla distribuzione di una casa editrice che nella sua libreria posta sotto il portico del Pavaglione accoglie
letterati, giuristi, politici alla ricerca di un luogo d’incontro.
I convegni internazionali del 1871 e del 1881
Fig. 1.30 – Giovanni Capellini, professor in Bologna from 1860 and first chair of geology
in Italy / Giovanni Capellini, professore a Bologna dal 1860, primo cattedratico di geologia in Italia (Museo Capellini, foto Ferrieri-Vai)
Se la libreria Zanichelli si merita la definizione di “chiesa della dottrina e della celebrità bolognese”, un altro luogo di ritrovo, il Teatro
60
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
between empirism and idealism, Camillo De Meis
from Chieti, also willing to mediate between different
positions, and Francesco Acri from Catanzaro who
combined Platonism and Christian thought.
The chronic incapability of the Italian state to generate
structural improvements was hence partially compensated by the work of a generation of scholars which was
capable not only of elaborating further the ideas coming from other cultural centres but also of developing
new ideas and drawing attention to Bologna as major
cultural centre, on par with Florence and Milan.
Another immigrant, Nicola Zanichelli, who moved
from Modena and was chosen by Carducci as publisher in 1875, guaranteed the national diffusion of the new
ideas. But the name of Carducci was one among the
very many included in his rich catalogue, ranging from
literature to law, from history to science. Thus, ideas
could circulate more widely thanks to the distribution
of a publishing house whose bookshop under the porticoes of Bologna was the meeting point of literary
men, jurists and politicians.
Comunale, diventa dagli anni Settanta l’araldo
della nuova musica wagneriana, con un’operazione
di propaganda che, contrassegnata da spirito di
rivalsa, orgoglio municipale, fraintendimenti, contribuisce a puntare su Bologna i riflettori dell’intera nazione. In una città dove, come scriveva
Leopardi nel 1826, “c’è musica da per tutto”, la
rappresentazione in prima nazionale del Lohengrin
innesca nel 1871 una polemica che si perpetuerà
almeno per un decennio. In una stagione dominata
dal melodramma verdiano e dal nazionalismo risorgimentale, l’accoglimento entusiastico del sinfonismo e della musica tedesca vuole significare per
Bologna la sua indipendenza dalle altre capitali
della lirica (Milano, Parma) e anzi il proprio diritto
di formulare proposte rivoluzionarie. A riprova di
una fedeltà al passato che comunque non rinnega
Fig. 1.31a – Giovanni Giuseppe Bianconi, mai la modernità, la musica wagneriana “dell’avveprofessor of natural sciences in Bologna until nire” sembra la più consona per salutare i congres1859, discoverer of the Argille Scagliose sisti del Congresso Internazionale di Antropologia
(“scaly clays”) rock unit and critic of e di Archeologia Preistoriche, quasi per dimostrare
Darwinism / Giovanni Giuseppe Bianconi,
professore di scienze naturali a Bologna fino al la predisposizione a interessi molteplici e anche
1859, scopritore della Argille Scagliose e criti- contrastanti, avvicinati senza preclusioni. Né tra i
co della teoria evoluzionistica darwiniana
The international congresses of 1871 and 1881
due avvenimenti i bolognesi colgono una reale antitesi, se è vero che uno di loro, Giovanni Federzoni,
If the Zanichelli bookshop deserved to be called the
osserva che Wagner (Fig. 1.29), dopo essere stato
“church of Bolognese celebrities and doctrine”, the
preso per “pazzo novatore”, è poi stato riconosciucity theatre became, from the 1870’s the herald of the
to “il più grande continuatore delle classiche tradinew Wagnerian music. This initiative fringed on prozioni dell’arte dei suoni”.
paganda and stemmed from a feeling of municipal
Artefice di questo congresso archeologico, il quinto
pride, in the effort to establish Bologna as a national
dopo le sessioni di Neuchâtel, Parigi, Norwich,
cultural centre. In a city where –as Leopardi wrote in
Copenhagen, è un altro professore venuto di fuori al
1826– “there is music everywhere”, the national premomento dell’Unità d’Italia. Si tratta di Giovanni
mière of Lohengrin in 1871 generated a polemic
Capellini (Fig. 1.30), laureatosi in Toscana come
which lasted at least for a decade. In a season domiCarducci e al pari di lui non ancora trentenne al
nated by Verdi’s melodrama and by the nationalism
tempo della chiamata voluta dal ministro Mamiani
associated with the Risorgimento, the enthusiastic
per ricoprire la cattedra, creata ex novo, di geologia
acceptance of symphonism and German music marks
e paleontologia (Vai, cap. 14, in questo vol.). Ma, per
the independence of Bologna from the other capitals
quanto molto giovane, questo scienziato ha già alle
of opera (Milano, Parma) and even the right to forspalle una notevole esperienza maturata nei due anni
mulate revolutionary proposals. Wagnerian music
precedenti con viaggi di studio finanziati da Camillo
–both modern and faithful to the past– seemed most
Cavour, essendo suddito piemontese. E nel corso del
apt for welcoming the participants in the
tempo la familiarità con il ministro Quintino Sella,
International Congress of Prehistoric Anthropology
pure lui studioso di geologia, con il principe
and Archaeology, demonstrating a willingness to tackUmberto di Savoia e la casa regnante, con Marco
le diverse and often conflicting interests. The Fig. 1.31b – Luigi Bombicci, professor of Minghetti, gli accrescono un potere accademico che
Bolognese did not consider the two events antithetic mineralogy in Bologna from 1860 / Luigi Capellini mette per intero al servizio sia della sua
and one of them –Giovanni Federzoni– observed how Bombicci, professore di mineralogia a disciplina, sia del prestigio internazionale di
Wagner (Fig. 1.29), after having been considered as a Bologna dal 1860
Bologna. La geologia è a quel tempo una disciplina
“crazy innovator”, was then recognized as “the greatmolto recente, sorta come specializzazione delle
est champion of the classical traditions of the art of sound”.
scienze naturali, insegnate all’università da Giovanni Giuseppe
The organizer of this archaeological congress –the fifth after the
Bianconi (Fig. 1.31), e affiancata dalla mineralogia, una cattedra su cui
previous sessions held in Neuchâtel, Paris, Norwich and Copenhagen–
si insedia Luigi Bombicci (Fig. 1.31).
was Giovanni Capellini (Fig. 1.30), another professor who came to
Dei tre, Bianconi rappresenta la tradizione, non solo perché è il sucBologna after the unification of Italy. He graduated in Tuscany like
cessore più diretto di Camillo Ranzani, un abate che ancora in età
Carducci and like him had not yet reached the age of thirty when he was
napoleonica aveva recato dalla Francia, dove era stato allievo di
appointed to be the first professor of geology and palaeontology of Italy
Cuvier, fossili molto pregevoli che arricchiscono la collezione natuby the minister Mamiani (Vai, ch. 14, this vol.). In spite of his young age,
ralistica dell’università, ma anche perché con la sua Storia naturale
this scientist already had extensive experience matured during the previdei terreni ardenti ... espone in forma critica e fondata le obiezioni
ous two years on long research travels sponsored by Camillo Cavour
alla rivoluzionaria teoria darwiniana allora molto discussa. D’altro
(Capellini was a Piedmonese subject). His familiarity with the Prime
canto il probo rifiuto di Bianconi di giurare al nuovo governo nazioMinister Quintino Sella, a geologist himself, with the Prince Umberto of
nale lo conferma uomo del passato, mentre Bombicci, animato da
Savoia and the royal family, and with the politician Marco Minghetti
una più moderna concezione della didattica che lo induce a fornire
made Capellini a very influential academic personality. At the time, geolalla Società degli insegnanti un museo circolante con cui facilitare le
61
Andrea Battistini
lezioni di scienze naturali, è già più in sintonia con le nuove esigenze della scuola, che in pieno positivismo reclama più rilievo alle
materie scientifiche, sulla linea di quanto nell’Inghilterra vittoriana
avrebbe sostenuto Thomas H. Huxley in polemica con Matthew
Arnold. Ma il più anticonformista e innovatore è senza dubbio
Capellini, sostenitore convinto dell’evoluzionismo e come tale protagonista di polemiche seguite e riprese anche fuori della cerchia
degli addetti ai lavori, per le frequenti cronache riportate sull’argomento dai giornali cittadini.
Del resto la fitta trama di relazioni che Capellini intreccia con la
comunità scientifica internazionale e locale, dove diventa buon amico
degli anatomici Antonio Alessandrini e Luigi Calori e degli archeologi Francesco Rocchi e Giovanni Gozzadini, lo rendono figura popolarissima, oggetto di caricature e di poesie che lo definiscono “scrutator
del sotterraneo mondo” (Carducci 1866, p. 306). Basti dire che viene
insignito della cittadinanza onoraria di Bologna insieme con Richard
Wagner. Un tributo, questo, doveroso, per quanto negli ultimi
trent’anni del XIX secolo e oltre Capellini ha fatto per restituire alla
città il senso di un glorioso passato e per ridestare nell’università il fermento di idee che l’avevano resa famosa nel mondo, compensando l’esigua dotazione di mezzi, attrezzature e locali con un rinnovato fermento di idee e di iniziative. Tra queste spiccano, prima dell’‘invenzione’ delle celebrazioni dell’VIII centenario dell’Alma Mater, i due
convegni del 1871 e del 1881. Forte, come in precedenza Aldrovandi
e Marsili, della sua rete di conoscenze, Capellini, reduce da altre esperienze di convegni minori, coglie il momento favorevole per gli studi
antropologici, dovuto allo ‘scandalo’ delle teorie darwiniane, e
archeologici, sull’onda delle scoperte recenti (1853) a Villanova di
Castenaso e a Marzabotto, per attrarre un congresso su questi argomenti, tenutosi nel ’71.
Con generosa disponibilità aggrega a sé nell’impresa Gozzadini, il fortunato scopritore della civiltà villanoviana e degli scavi nell’etrusca
Marzabotto. Insieme portano nei siti archeologici i convegnisti convenuti a Bologna per mostrare loro i reperti e discuterli. Appena dieci
anni dopo Capellini supera se stesso nel II Congresso Geologico
Internazionale, dopo quello di Parigi. A livello d’immagine, il successo è senza precedenti, come provano i tanti resoconti dei giornali, ma
nel bilancio non va ascritta soltanto la ricaduta pubblicitaria, importante ma effimera. Come il convegno archeologico è servito per dibattere la natura e i caratteri di civiltà ancora avvolte nelle congetture,
così il congresso del 1881 ha avuto il merito di cercare per la giovane
scienza geologica una nomenclatura comune e criteri di rappresentazione più uniformi, con conseguenti implicazioni metodologiche e
teoriche. La presenza a Bologna di rappresentanti di oltre centocinquanta università e accademie gioca un ruolo insostituibile in direzione centripeta, insieme con la costituzione della Società Geologica
Italiana, un’altra iniziativa di Capellini, sempre di quello straordinario
1881 (Fig. 1.32).
L’ordinamento della terminologia è per la mente tassonomica di
Capellini l’equivalente di altre operazioni sistematiche portate a termine in concomitanza con gli eventi congressuali. Ci si riferisce all’istituzione del Museo Civico Archeologico e alla fondazione del Museo
Geologico che fin quasi dalla sua inaugurazione è stato intitolato a
Capellini. Se questo complesso risulta il più grande d’Italia, lo si deve
all’assorbimento delle precedenti collezioni di Aldrovandi, Cospi,
Marsili, cui si aggiungono quelle di Giuseppe Monti, professore di
storia naturale che ha raccolto un corpus paleontologico, e dello stesso Capellini, collettore di materiali non meno preziosi, accumulati in
parte nel corso dei suoi numerosi viaggi, anche oltreoceano, in parte
durante i convegni felsinei, recati in dono dai partecipanti. Dopo tante
vicissitudini, il ripristino del museo in origine fondato da Aldrovandi
riscatta lo stato di abbandono in cui era ricaduto nell’Ottocento, valorizzandolo in un periodo tra i più vividi nella storia della cultura bolognese. È significativo che dopo quattro secoli l’opera di chi, ai primi
ogy was a very recent discipline born as a sub-field of the natural sciences,
whose chair was occupied by Giovanni Giuseppe Bianconi, and flanked
by mineralogy whose chair was occupied by Luigi Bombicci (Figs. 1.31).
Of the three, Bianconi represented tradition, not only because he was
the most direct successor of Camillo Ranzani, the abbé who during the
napoleonic age had been a student of Cuvier and had brought from
France a collection of valuable fossils, but also because with his Storia
naturale dei terreni ardenti... he objected to the revolutionary Darwinian
theory which was then at the centre of a hot debate. On the other hand,
the image of Bianconi as a man of the past is confirmed by his refusal to
take the oath of allegiance to the new government, while Bombicci –animated by a more modern concept of pedagogy which led him to develop an itinerant museum of natural sciences for the Society of Teachers–
was already in touch with the new needs of school teaching, claiming
more importance for the scientific disciplines, in line with what in
Victorian England was supported by Thomas H. Huxley against
Matthew Arnold. But the most anti-conformist and innovative is
Capellini by far, a strong supporter of the theory of evolution, and as
such, a protagonist in polemics reported by the local newspapers.
The intense network that Capellini established with the international and
local scientific communities –he was a close friend of the anatomists
Antonio Alessandrini and Luigi Calori and of the archaeologists
Francesco Rocchi and Giovanni Gozzadini– made him a very popular figure, the object of caricatures and poems defining him as “an investigator
of the subterranean world” (Carducci 1866, p. 306). Suffice to say that he
was given honorary citizenship of Bologna along with Richard Wagner.
This honour was due to what Capellini had accomplished in more than
thirty years in the effort to re-establish in Bologna the feeling of a glorious past and to revive in the university the ferment of ideas, which made
it famous worldwide. He compensated for the scanty resources with a
great many ideas and initiatives. Among these, before of the ‘invention’ of
the eight centennial of the foundation of the university in 1888, the two
congresses of 1871 and 1881 stand out. Basing his initiatives on the network of acquaintances and on his experience with smaller congresses,
Capellini seized the favourable moment for anthropologic and archaeological studies which followed the “scandal” of the Darwinian theories
and the recent discoveries (1853) at Villanova di Castenaso and
Marzabotto to organize a congress on these topics in 1871.
He included in this initiative Gozzadini, the lucky discoverer of the
Villanovian civilization and the excavator of Etruscan Marzabotto.
Together they brought the participants in the congress to the sites to
show and discuss the findings. Only ten years later Capellini reached his
highest point by organizing the second International Geological
Congress after the one in Paris. The success was huge, as demonstrated
by the reports in the newspapers, and the reward was not only in terms
of publicity. As the archaeological congress was important to discuss the
nature and the characters of civilizations still poorly known, the congress of 1881 had the merit of debating for the young geological sciences a common nomenclature and more uniform criteria of representation, with consequent methodological and theoretical implications.
The gathering in Bologna of the representatives of more than 150 universities and academies –together with the foundation of the Italian
Geological Society still during that extraordinary 1881– was an important stimulus for the geological sciences in Bologna (Fig. 1.32).
For Capellini’s taxonomic mind, terminological classification in geology
was the equivalent of other systematic operations completed during the
same years: the institution of the Municipal Archaeological Museum and
the foundation of the Geological Museum named after him. The latter was
the largest in Italy, due in part to the consolidation of the collections of
Aldrovandi, Cospi, Marsili and Giuseppe Monti, but also to Capellini’s
own collection gathered during numerous travels worldwide and to the
gifts of the participants in the Bologna congresses. Capellini’s initiative
brought back some lustre to the museum originally founded by Aldrovandi
after the neglect of the 18th century. It is noteworthy that after four cen62
Bologna’s four centuries of culture from Aldrovandi to Capellini / Da Aldrovandi a Capellini: quattro secoli di cultura a Bologna
turies, the work of the man who
invented the word “geology” (Vai, ch.
2, this vol.) was underscored by the
man who did so much to promote
“the science of the Earth”.
del Seicento, inventò il termine
“geologia” (Vai, cap. 2, in questo
vol.), sia stata rimessa nel meritato
rilievo da chi, a fine Ottocento, ha
fatto tanto per promuovere appunto “la scienza della Terra”.
Abstract
Riassunto
In a synthetic and comprehensive outline,
the principal aspects of the Bolognese culIn un panorama sintetico e complessivo, si
ture are reconstructed following the historicostruiscono i principali aspetti della culry of the university, in its divergent discitura bolognese seguendo la storia dell’uniplinary articulations, and the vicissitudes
versità nelle sue diverse articolazioni disciof the major city academies, the characters
plinari, le vicende delle maggiori accadeof science, art, and literature. In this scemie cittadine, i caratteri della scienza, delnario, times of magnificence alternated
l’arte, della letteratura. In questo quadro si
with times of decadence, with the consealternano momenti di splendore e momenquent attempts to reform knowledge, in a
ti di decadenza, con i conseguenti tentativi
dialectic in which from the general situadi riforma del sapere, in una dialettica in
tion of the city’s institutions the wellcui dalla situazione generale delle istituzioknown personalities stand out.
ni cittadine balzano in primo piano le perIn the Counter-Reformation climate of Fig. 1.32 – Title page of the Proceedings of the 2nd International Geological Congress, sonalità più in vista.
the second half of the 16th century, major held in Bologna in 1881 and organized by Giovanni Capellini / Frontespizio degli Atti del Nel clima controriformistico del secondo
2° Congresso Geologico Internazionale tenuto a Bologna nel 1881, guidato da Capellini
attention is paid to Aldrovandi’s scientific (Biblioteca ex Istituto di Geologia e Paleontologia “R. Selli”, foto Vai)
Cinquecento le maggiori attenzioni sono
work and to his many cultural initiatives
riservate sia all’opera scientifica di
that benefited Bologna, as well as the pastoral activity of cardinal Paleotti, in a cliAldrovandi e alle sue molteplici iniziative culturali a beneficio di Bologna, sia all’attimate that saw the rise of the splendid pictorial school of the Carraccis, Reni,
vità pastorale del cardinale Paleotti, in un clima che vede sorgere la splendida scuola
Guercino, and Domenichino.
pittorica dei Carracci, di Reni, di Guercino, del Domenichino.
With the 17th century, the emphasis goes to the situation of the natural sciences, subject
Con il Seicento si privilegia la situazione delle scienze della natura, soggette all’innoto the epistemological innovation brought by the modern Galilean method, in conflict
vazione epistemologica recata dal moderno metodo galileiano, in conflitto con le resiwith the resistance of those university people who still followed Aristotelianism. To make
stenze di coloro che all’università si professano ancora seguaci dell’aristotelismo. A
the conflict more difficult even the Jesuits of the college of Saint Lucy and the nobles of
rendere più mosso il conflitto intervengono anche i gesuiti del collegio di santa Lucia
the city that cultivated science dressed as cultured amateurs intervened, often acting as
e i nobili della città che coltivano la scienza in veste di “dilettanti” colti, atteggiandopatrons that opened their buildings and offered necessary means to help the progress of
si spesso a mecenati che mettono a disposizione le sedi dei loro palazzi e dispensano
knowledge. This is the context that saw such personalities as the mathematician Cavalieri,
mezzi necessari al progresso della conoscenza. È il contesto in cui operano il matethe astronomer Cassini, the physicist Montanari, the doctor Malpighi, all “innovators”,
matico Cavalieri, l’astronomo Cassini, il fisico Montanari, il medico Malpighi, tutti
the Aristotelian Montalbani and Sbaraglia, the Jesuits Biancani, Riccioli and Grimaldi,
“novatori”, gli aristotelici Montalbani e Sbaraglia, i gesuiti Biancani, Riccioli,
and the noble men Cesare Marsili, Cornelio Malvasia and Carlo Antonio Manzini.
Grimaldi, i nobili Cesare Marsili, Cornelio Malvasia, Carlo Antonio Manzini.
In the 18th century Bologna’s medical school was made famous all over Europe by a
Nel Settecento è la schiera degli allievi di Malpighi a rendere famosa in tutta Europa
team of students of Malpighi, while Eustachio and Gabriele Manfredi conversed with
la scuola medica di Bologna, mentre Eustachio e Gabriele Manfredi dialogano con
Leibniz and Newton, preserving the good name the Mathematics School already
Leibniz e Newton, conservando la rinomanza goduta dalla scuola matematica. Ciò
enjoyed. However, all this did not prevent the Study’s crisis from continuing, due
non impedisce però che lo Studio aggravi la sua crisi, dovuta soprattutto alla scarabove all to the shortage of financing and to the hiring as academic staff, of graduates
sezza dei finanziamenti e alla chiusura municipalistica del corpo docente. A contraof Bologna only. Anton Felice Marsili at first, and then his brother Luigi Ferdinando
starne la decadenza tentano di intervenire dapprima Anton Felice Marsili, poi il fra(founder of the Sciences and Arts Institute in 1711) tried to intervene to oppose this
tello Luigi Ferdinando, cui si deve la fondazione dell’Istituto delle Scienze e delle Arti
decadence. During this time Bologna lived a phase of renewal that extended from sci(1711). In questo periodo Bologna attraversa una fase di rinnovamento che dalle
ences to literature, with the reform in Arcadian sense effected by the academy of
scienze si estende alla letteratura, con la riforma in senso arcadico attuata dall’accaColonia Renia and with the elaboration of the Italian response to the querelle des
demia della Colonia Renia e con l’elaborazione della risposta italiana alla querelle des
anciens et des modernes. At the end of the century, with the first women-scientists,
anciens et des modernes. Sul finire del secolo, mentre con le prime donne-scienziato
female emancipation emerged in Bologna; the theory of the animal electricity advol’emancipazione femminile si affaccia anche a Bologna, la teoria dell’elettricismo anicated by Galvani is granted a European audience.
male propugnata da Galvani trova un’udienza su scala europea.
The entry into the city of the French conquerors (1796) and the subsequent
L’ingresso in città dei conquistatori francesi (1796) e il successivo dominio napoleoNapoleonic reign deeply affected even the city’s culture, marked by deep-rooted uninico incidono profondamente anche sulla cultura cittadina, segnata da profonde
versity reforms. The new Chair of Economy, held by Valeriani, and the chair of
riforme dell’università. Le nuove cattedre di economia, tenuta da Valeriani, e di agroAgronomy, held by Re, together with the rebirth of the Law chair, were the last witnomia, ricoperta da Re, insieme con la rinascita del diritto, sono però le ultime testinesses of a vitality that seemed to go off during the age of the Risorgimento, in spite
monianze di una vitalità che sembra spegnersi in età risorgimentale, nonostante le
of the presence of the famous surgeon Rizzoli and of the jurist Ceneri. New teachers
presenze insigni del chirurgo Rizzoli e del giurista Ceneri. A rinvigorirne le forze
were called in to reinvigorate the forces at the moment of the proclamation of the uniprovvedono i nuovi docenti fatti venire dall’esterno al momento della proclamazione
fication of Italy (1860). The mathematian Cremona, the writer Carducci, the geolodell’Unità d’Italia (1860). Il matematico Cremona, il letterato Carducci, il geologo
gist Capellini and the southern philosophers compensated the deep structural shortCapellini, i filosofi meridionali, compensano con il loro ingegno le gravi carenze strutcomings with their talent. Above all, thanks to Capellini’s resourcefulness, Bologna
turali. Soprattutto grazie all’intraprendenza di Capellini Bologna si pone addirittura
became the centre of the world scene, hosting hundreds of participants at the two
al centro della scena mondiale, dando ospitalità a centinaia di congressisti nei due
great symposiums of 1871 and 1881.
grandi simposii del 1871 e del 1881.
Andrea Battistini, Dipartimento di Italianistica, Università di Bologna, Via Zamboni 32, I-40126 Bologna
e-mail [email protected]
63
Scarica

quadricentenario - cap1 - Museo Geologico Giovanni Capellini