L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL CAOS
di Mirko Giacchetti
Gli allarmi sibilano nel silenzio come serpenti impazziti. «Dopo un po’», dico, «ti ci abitui.»
Lei mi fissa. Non sono sicuro abbia sentito. Getto a terra quello che rimane della sigaretta.
Metto insieme altre parole a caso, tanto per riempire il vuoto. «Il sangue e la morte, niente di nuovo.»
Dall’interno dello zaino esce un lamento.
«Stai buono.» Quel coso mi fa venire i brividi.
Mi avvicino alla teca che la protegge. Lei mi guarda anco­
ra. Sovrapposti ai suoi lineamenti riconosco il mio volto.
«Sai, pensavo fossi più grande.»
Le sorrido e mi fermo poco prima del cordone. Prima che si attivi un altro allarme.
Io sono l’uomo che non poteva presentarsi al Louvre e dire: «Scusi, potrei avere la sala Leonardo tutta per me, sa, dovrei sfasciare la Monna Lisa.»
Lei, ovviamente, è la Gioconda.
Così, per arrivare puntuale al nostro primo appuntamen­
to, ho scelto la soluzione più semplice.
Il metodo varca la soglia e spara. Ammazza, passa e più non ragionar di loro.
Dopo qualche corridoio e un po’ di confusione, sono arrivato.
Siamo lei, io e parecchi sfortunati turisti.
1
Prima di sfondare il vetro e liberarla, le varie sirene cessano all’unisono.
Senza preavviso, sboccia il pianto di un bambino. Altri versacci dopo le sirene.
Devo tornare a sfogliare altri petali dell’eterno "dannato, non dannato…”
Sono sempre dannato.
Le corde vocali del pargolo stridono e collassano sulla nota più fastidiosa. Un lampo cacofonico che fa rimpiangere ogni allarme del pianeta.
Seguo la scia sonora della disperazione.
Appena muovo il primo passo, gli anfibi scivolano sul pa­
vimento lucido di legno chiaro. Tante piccole onde increspa­
no la monotona tranquillità dello stagno color marmellata al lampone. Un acquitrino rosso che puzza di ferro e potrebbe anche essere infetto.
Sangue, sangue e ancora sangue.
Alle pareti sono appesi quadri, intervallati da altri quadri, con contorno di altri quadri. Ogni personaggio ritratto sembra fissarmi.
Scoppio a ridere; in questo modo mortifico tutti quei fan­
tasmi di colore, figli del pennello intrappolati nei limiti di una cornice. La smettono di guardarmi. Li ho umiliati con il sapore allegro della vita.
L’urlo dell’infante aumenta d’intensità; non più una que­
stione di volume ma di angoscia. I suoi polmoni sputano fuori un richiamo modulato sulle onde di frequenza terrore.
Accetto l’invito.
2
«Piccolo, basta giocare a nascondino», dico appena lo in­
dividuo oltre una natura morta di turisti in salsa rossa.
«Non sei nascosto bene, ti vedo!»
Anche se morta, la mamma è pur sempre la mamma.
Il cucciolo si stringe al corpo della donna appena mi vede.
«Mi sa che questa volta non riuscirà a proteggerti.»
Estraggo dalla fondina la mia Beretta 92FS Vector.
Non appena appoggio la pistola sulla fronte del bambino, questi cessa di frignare.
Interessante, la paura lo paralizza.
* * *
Vi manca qualche pezzo, vero? Per esempio: perché sono qui, rovino cose e ammazzo gente? Pensate possa interessarvi?
Allora, facciamo un passo indietro. Sono sempre stato una persona ligia alle regole. Non ho mai parcheggiato l’au­
to fuori dalle strisce, saltato una fila né detto una parolaccia.
Cazzo, ero davvero un cittadino modello. Perché ho perso la testa?
Semplice, tutta colpa di Dunwich. Se pensate che ora attacchi a descrivervi una cartolina della valle del fiume Miskatonic, nel Massachusetts settentrionale, vi sbagliate di grosso.
Ci arriverò, ma non oggi e non prima di aver compiuto la mia personalissima missione: sfamare il Necronomicon.
Un compito affidatomi da Cthulhu in persona.
L’onnipotente è apparso, in scala ridotta, ovvio, nella mia cucina.
3
Per puzzare, puzza davvero. Ha un odore di cadavere e di certo non è un adone con tutti quei tentacoli in faccia e la pelle verde trasparente.
Vi assicuro che vedere come è fatto dentro non è esattamente una cosa cool. Una visione che non descrivereste agli amici su Fa­
cebook, magari corredando il tutto con delle foto su Instagram.
Niente di impressionante, ve lo assicuro: un paio di orga­
ni marci qua, della cattiveria liquida là e un paio di “cose” che si muovevano sotto pelle, ma di cui ignoro l’utilità.
In quanto a dimensioni, non è alto come una montagna, ma poco più del mio frigorifero.
Le ali da pipistrello, quelle sono davvero belle. Nere come il mantello di Capitan Harlock, anche se l’Antico non è riu­
scito a dispiegarle come si deve. Ho una cucina troppo pic­
cola e, nonostante tutto, Cthulhu è molto educato. Non vole­
va disturbare scatenando un piccolo tornado. Per tutto il tempo le ha tenute ritirate e, pensate, non ha nemmeno ac­
cettato il caffè che gli avevo offerto.
Se ve lo state chiedendo, vi dico che no, la sua apparizio­
ne non mi ha reso folle di paura.
Era da un po’ che lo aspettavo. Si è degnato di venire a trovarmi, dopo che lo avevo cercato già un paio di volte.
Mentre sezionavo una puttana, gli ho lasciato un mes­
saggio in segreteria.
Okay, ho scritto che ero un cittadino modello e, vi assicu­
ro, lo ero davvero, ma dovevo pur scaricare tutte le tensioni accumulate rispettando le inutili convenzioni sociali.
4
In principio la violenza era solo fantasia. Poi sono scivolato nella realtà e mi sono ritrovato con le mani dentro la pancia del­
l’ennesimo maleducato per afferragli il fegato e strapparglielo.
Solo perché non aveva rispettato qualcuna delle molte norme inutili.
La prima chiamata non era andata a buon fine; il segnale mi era sembrato libero, ma Chtulhu aveva altro da fare.
Forse non sono riuscito a contattarlo perché, a causa della fretta o per una semplice distrazione, dovevo aver sbagliato qualcosa. Non ho mai studiato anatomia, ma credevo di es­
sere preparato; quando ero piccolo non mi perdevo mai una puntata del cartone animato Siamo fatti così.
Ora, provate voi a rimanere concentrati quando non siete sicuri di quello che state facendo e siete intenti a strappare cinque metri di intestino scivoloso e molliccio da un tizio.
Un’attività che stanca parecchio, ve lo assicuro. Arrivato al secondo metro, l’uomo era già morto. Al terzo, mi sentivo come a una gara di tiro alla fune del campo estivo.
Dopo la prima esperienza, decisi di non sprecare altro tem­
po. Portai la vittima in un luogo isolato e, con il supporto di­
dattico di Santa Wikipedia, ottimizzai la produzione. Estrassi il fegato e, per non distrarmi, iniziai ad affettare la prostituta.
Chtulhu calling e Chtulhu risponde!
Rapido ed efficace.
Il nostro primo incontro si è svolto con qualche difficoltà. Parlava una lingua strana; emetteva suoni come quelli pro­
dotti da una zanzara in un megafono.
Siccome non riuscivamo a capirci, ha rotto gli indugi, mi­
mando le proprie intenzioni.
5
Alla fine siamo riusciti a entrare in sintonia, ma solo quando si è impossessato del mio cellulare e ha digitato Ne­
cronomicon su Ebay.
Incredibile cosa non si può acquistare in rete.
Una piccola parentesi, va bene l’acquisto del libro, ma proprio con i miei soldi doveva farlo? Dico, sei Chtulhu, non essere taccagno e spendili tu trecento euro più la spedi­
zione! Lasciamo stare e proseguiamo.
Dopo la spesa, fatta con il mio denaro, ha scritto un messag­
gio di testo con la tastiera qwerty e mi ha indicato il display.
quando ariva, leggi e capisci. creare caos e semianre morte. fai e sarai a dunwich.
Mi ha guardato negli occhi e poi ha aggiunto: lascia mani­
cia al correirer.
6
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