10 dossier 10 Modena Economica Numero 3 maggio-giugno 2012 L a forza del fare insieme Anche l’ONU celebra l’anno della cooperazione E conomia e società sono legate a doppio filo. Tanto da suggerire a un economista come Benjamin Friedman l’analogia per cui la società sarebbe una bicicletta della quale l’economia rappresenta le ruote: più queste girano in fretta, maggiore è la stabilità di chi sta in sella. Un bel contributo a tenerla diritta, questa bicicletta, la dà la cooperazione, una strada alternativa per mettere d’accordo business e sviluppo sociale. È sulla base di questa consapevolezza che l’ONU ha proclamato il 2012 anno internazionale della cooperazione. Una celebrazione che assume un significato ancor più importante sul nostro territorio, dove la cooperazione ha recitato e recita un ruolo di primo piano, come conferma Lauro Lugli, presidente di Legacoop Modena: «Dal secondo dopoguerra a oggi la cooperazione modenese è cresciuta insieme al territorio, alle istituzioni politiche, sociali ed economiche, favorendo un nuovo protagonismo della forza lavoro, garantendo più solidarietà e valore sociale all’economia, rispondendo imprenditorialmente ai bisogni individuali e collettivi, cercando alleanze nel segno dello sviluppo e del progresso, anche fuori dei confini provinciali e nazionali. Facendosi portatrice di un’idea d’impresa come opportunità di crescita, stabilità, partecipazione e coesione. Da allora fino a oggi le cooperative hanno rappresentato un fattore determinante nel processo di sviluppo socioeconomico modenese, dimostrando anche recentemente – in occasione della crisi che dal 2008 ha colpito il nostro Paese – una diversa capacità di tenuta rispetto alle altre forme d’impresa». Si potrebbe dire “Modena caput coop”. Cioè Modena come modello avanzato nell’esperienza cooperativa. Lo conferma anche il presidente di Confcooperative Modena, Gaetano De Vinco: «Modena e l’Emilia-Romagna sono i territori in cui la cooperazione italiana ha raggiunto i livelli più alti, producendo ricchezza e creando posti di lavoro. Non a caso abbiamo dato, e continuiamo a formare, molti dirigenti chiamati a incarichi prestigiosi negli organismi cooperativi nazionali e internazionali. Credo che la cooperazione modenese ed emiliano-romagnola sia tuttora un modello cui guardano con fiducia e speranza le cooperative di tutto il Paese». Un valore assoluto, quello della cooperazione, ribadito anche da Mauro Veronesi, presidente di AGCI Modena, che fissa anche una data per individuare l’inizio di quello che è un vero e proprio ideale imprenditoriale: il 1845. «È a quell’esperienza di Rochdale – sottolinea Veronesi – che potremmo far risalire le prime iniziative, i sacrifici e le lotte politiche sindacali che hanno caratterizzato l’affermazione di questa tipologia di “azienda”. Il fatto che sia ancora oggi ipocritamente criticata e oggetto di specifici provvedimenti punitivi, come possono essere interpretate alcune recenti leggi, ne dimostra la forza ideale, la capacità operativa e il consenso sociale, testimoniato dal continuo aumento del numero dei soci a livello mondiale e nazionale. Il mondo delle cooperative rappresenta al tempo stesso tradizione e innovazione. L’impresa cooperativa è l’esempio di intreccio operativo Ermes Ferrari é Modena modello avanzato nell’esperienza cooperativa Modena Economica Numero 3 maggio-giugno 2012 11 dossier 12 Modena Economica Numero 3 maggio-giugno 2012 organizzato tra capitale, ruolo imprenditoriale e lavoro. Del resto, “Capitale e lavoro nelle stesse mani” fu l’indicazione mazziniana che supportò l’idea dell’impresa cooperativa che è l’unica tipologia espressamente citata nella Costituzione». Ideali, dunque, ma anche cifre concrete. «A livello nazionale – sottolinea De Vinco – oggi la cooperazione produce il 7,7% del PIL e occupa 1,3 milioni di persone. Nel quadriennio della “grande crisi”, dal 2008 al 2011, il mondo cooperativo italiano ha visto un incremento dell’occupazione di oltre l’8%, un valore che nella realtà di Confcooperative supera addirittura il 13%. E si tratta di un’occupazione moderna, con maggioranza femminile e una consistente integrazione di immigrati. Confermando la caratteristica di “un utile in meno, un occupato in più”, le cooperative dimostrano di operare pienamente nella responsabilità sociale di mercato». E persino per il mercato. Perché la cooperazione può essere utile anche nel compensare la riduzione dei servizi pubblici determinata dalle politiche di contenimento della spesa. «Si va dalla gestione in convenzione dei servizi alla persona (asili, scuole, assistenza agli anziani, assistenza sanitaria ecc.) alla promozione di forme di cooperazione fra i cittadini. Pensiamo alle cooperative di comunità o alle cooperative che potremmo definire ambientali, come testimonia l’esperienza di “Sole per tutti”, la prima cooperativa ad azionariato popolare per la costruzione del tetto fotovoltaico sulla scuola elementare Saliceto Panaro cui hanno aderito 49 cittadini. È uno spazio importante, soprattutto per quelle imprese che sanno coniugare la socialità alla richiesta del mercato», conferma Lugli. Magari perché più lontano delle imprese “profit”, ma c’è chi attribuisce al movimento cooperativo un ruolo di serie B. «Lontananza dovuta a veri e propri contenuti ideali e operativi – riflette Veronesi é Nonostante la crisi le coop hanno incrementato l’occupazione – come la democraticità, la mutualità, che trovano concretezza negli Statuti e nel metodo di governo dell’azienda. La priorità assoluta data al “lavoro”, il mantenimento degli utili in azienda per il suo rafforzamento patrimoniale, il coinvolgimento nella trasparenza dei bilanci di tutti i soci sulla base del criterio “una testa, un voto”. Sì, sono modalità che rendono diverse le cooperative dalle altre imprese. Alla luce del bisogno di etica odierno, però, mi sembrano caratteristiche da serie A. Nel tempo, e ancora oggi, quando un’azienda “classica” o “speculativa” andava in difficoltà o quando certi settori economici o certi servizi come la sanità non apparivano profittevoli, politici e amministratori si ricordavano della cooperazione per poi dimenticarsene il giorno dopo e contrastandola se si sviluppava troppo. Un comportamento un po’ ipocrita, così come ipocrita è l’accusa imperniata sulle agevolazioni fiscali provenienti da qualche area “privata”. La risposta è semplice: perché, se le cooperative sono agevolate, le imprese profit non vengono trasformate in coop? Piuttosto, non è ipocrita richiedere l’esclusione dalla base imponibile degli utili reinvestiti e contemporaneamente plaudere alla tassazione delle riserve indivisibili, a tutti gli effetti utili reinvestiti, delle cooperative? Peraltro un errore enorme che andrebbe sanato». «Un disco rotto – insiste De Vinco – quello del ridimensionamento delle agevolazioni alle cooperative. Si discute da decenni di sfoltimento delle agevolazioni, ma in genere se ne parla molto e non si fa niente. Sulle cooperative, invece, si è fatto troppo. Peraltro, senza una logica di politica fiscale, senza una logica di politica cooperativa, senza giustificazione giuridica, senza discussione con le cooperative e nel Paese. La Corte di giustizia del Lussemburgo ha recentemente precisato che una cooperativa non si trova nella stessa condizione di fatto di una società lucrativa e che regimi fiscali specifici sono legittimi. Sarebbe invece giusto ripristinare misure mal tolte. Per completezza preciso che sul totale del mancato gettito, quello delle cooperative – pur essendo sovrastimato – pesa solo per lo 0,22%. Dove è la promozione dello sviluppo cooperativo che la Costituzione prescrive? Ostinarsi a rendere più dura la vita alle cooperative: questo sì che ridurrebbe il gettito». Malgrado le differenze, le dinamiche economiche non possono essere ignorate dalle cooperative. Il cooperatore, insomma, è a tutti gli effetti un imprenditore. «Anche le cooperative – osserva Paolo Giuseppe D’Angelo, presidente dell’UNCI di Modena, la quarta centrale cooperativa operante sul nostro territorio – hanno il problema della sostenibilità economica. Per questo temi come la produttività hanno un’incidenza rilevante anche per il sistema cooperativo. Come è giusto, del resto: il lavoro si difende se l’impresa è sana e fa utili. Anzi, la cooperazione, in virtù delle sue caratteristiche, può rappresentare una soluzione a tante crisi aziendali, con una responsabilizzazione dei dipendenti. Esempi non ne mancano». é Il cooperatore è a tutti gli effetti un imprenditore «In questa direzione – precisa Lugli – possono essere d’aiuto le finanziarie cooperative, che dispongono di fondi alimentati dagli utili delle cooperative e hanno come funzione la promozione della cooperazione. Poi non bisogna dimenticare la normativa, che prevede la possibilità di anticipare l’indennità di disoccupazione ai dipendenti che decidono di costituire una cooperativa; e al supporto tecnico-giuridico e in tutta la fase di start up offerto dalle centrali cooperative. Abbiamo importanti testimonianze a Soliera, Bastiglia e Castelfranco che dimostrano l’utilità di questi strumenti come risposta alla crisi». Attenzione però a non pensare a imprese private e cooperative come a espressioni di un mondo in cui esse sono in eterno conflitto tra loro. «Ci mancherebbe altro, anche perché proprio sul nostro territorio vantiamo straordinari casi di successo: pensiamo a Grandi Salumifici Italiani, frutto di una fusione fra la cooperativa emiliana Unibon e l’imprenditore privato Franz Senfter. Ma anche a Granterre-Parmareggio, a Granlatte-Granarolo, a Riunite & Civ e a GIV. Sono tutti esempi di sinergie, alleanze e integrazioni non solo possibili ma ormai indispensabili: il problema dimensionale rappresenta per le nostre cooperative una criticità grave, da affrontare in tempi rapidi. Perché solo con dimensioni adeguate, economie di scala ed efficienze è possibile investire in innovazione e internazionalizzazione, e recuperare competitività sui Modena Economica Numero 3 é Le coop antesignane delle reti d’impresa I NUMERI DELLE COOP MODENESI A Modena operano circa 500 cooperative, alcune delle quali con una storia ormai più che centenaria. Gli addetti coinvolti nel mondo cooperativo sono 170.000 (che diventano oltre 800.000 – praticamente più dell’intera popolazione della provincia, per intenderci – se nel conto mettiamo i soci consumatori), tra i quali poco più di 34.000 dipendenti. Quattro, invece, le organizzazioni – cosiddette “centrali” – in cui ritroviamo queste imprese: in ordine di grandezza, sul nostro territorio, Legacoop, Confcooperative, ACI e UNCI. Riunite, a livello nazionale, dall’Alleanza delle cooperative, nata un anno fa e dalla quale è per ora esclusa l’UNCI. Tanti sono i nomi noti di cooperative. Di certo l’orizzonte economico in cui sono organizzate queste forme di impresa si è ampliato moltissimo. La distinzione tra cooperative di lavoro – per la produzione di beni e servizi – e di consumo rischia infatti di non fotografare con sufficiente precisione un universo poliedrico che oggi abbraccia anche cooperative di utenza, cooperative sociali, finanche cooperative di produzione di elettricità da energie rinnovabili. 13 locali è più consistente a livello mondiale, 900 cooperative elettriche sono le uniche produttrici di energia per 42 milioni di cittadini soci-utenti. Le 30.000 cooperative presenti negli USA danno lavoro a oltre 2 milioni di persone». «Peraltro – aggiunge Gaetano De Vinco –, al pari delle imprese di capitale, le cooperative sono presenti in tutti i settori economici. Tra le esperienze più innovative vorrei citare le cooperative di utenza, che possono essere impiegate nella gestione dei servizi pubblici locali. A Modena, per esempio, abbiamo due cooperative che stanno facendo scuola in Italia, tra le quali Power Energia, cooperativa che fornisce energia elettrica ai soci. La capacità di inserirsi in questi comparti è segno di flessibilità e modernità». Ma di che cosa hanno bisogno le cooperative per crescere, per fare un ulteriore salto di qualità? Mauro Veronesi ha idee precise: «Le cooperative vivono nella società e nel mercato come tutte le altre imprese e quindi molte analisi e molti bisogni sono comuni. Ecco perché anche per il nostro mondo è urgente la necessità di una riorganizzazione delle istituzioni, è urgente la semplificazione, indispensabile per abbattere quella burocrazia che rende più costosa e complicata la vita di cittadini e imprese. E sono urgenti operazioni culturali in grado di contrastare un sistema socioeconomico che vede nella “speculazione” e nei “furbetti” un valore e un esempio da imitare invece che un tumore da estirpare. Ma la priorità assoluta, a mio parere, sarebbe oggi l’apportare correttivi virtuosi a un utilizzo dei capitali finanziari che invece oggi è perverso e avulso dalle reali attività imprenditoriali». dossier mercati. Anche le reti fra imprese che sul medesimo territorio affrontano mercati dedicati possono essere una soluzione efficace e opportuna». Già, le reti: anche in quest’ambito la cooperazione può dire la sua. «Il mondo cooperativo – è De Vinco che parla – può essere considerato l’antesignano delle reti d’impresa. Che cosa sono i consorzi cooperativi se non reti strutturate tra imprese cooperative che, pur mantenendo ciascuna la propria autonomia, si aggregano e fanno massa critica per risparmiare sugli acquisti di materie prime, avere servizi migliori e più efficienti, essere più forti nella commercializzazione e ricerca di nuovi mercati, sviluppare innovazione e qualità? In alcuni settori, per esempio l’agricoltura, la cooperazione ha storicamente organizzato la filiera». Attenzione però a non cadere nella trappola dell’eccesso di profit, un allarme lanciato da Paolo D’Angelo. «Mai come adesso – sottolinea il presidente UNCI – l’attività delle cooperative deve essere improntata all’etica, mentre oggi, a dire il vero in altri territori più che in questo, si assiste a coop che, con un eufemismo, potremmo dire si siano fatte un po’ troppo imprese. Allo stesso modo è opportuno evitare oligopoli cooperativi che releghino in un angolo le rappresentanze più piccole. Ecco, credo che questi siano i due pericoli che sta correndo il movimento cooperativo, a livello di singole realtà e di centrali organizzative». Certo è che anche il mondo della cooperazione deve fare i conti con il cambiamento. A cominciare, come si diceva in precedenza, dalla dimensione aziendale. «Crediamo – dice Lauro Lugli – che le nuove frontiere della cooperazione siano rappresentate, da un lato, dall’evoluzione verso grandi gruppi cooperativi in grado di far fronte alle sfide del mercato interno e internazionale, come sta accadendo per la CMB Unieco; dall’altro, dalle cooperative di comunità e di utenza, dove gruppi più o meno estesi di cittadini si organizzano per gestire i beni della collettività, siano questi acqua, energia o telecomunicazioni. Pensiamo che negli Stati Uniti, forse il paese dove la presenza di cooperative di utenza nella gestione di servizi pubblici maggio-giugno 2012