ALLEVAMENTO BOVINO DA LATTE:
L’ORIENTAMENTO DELLE IMPRESE ITALIANE
NEL POST QUOTE
Indagine campionaria
Ottobre 2013
INDICE
1. Premessa ..................................................................... 3
1.1 IL CONTESTO DI RIFERIMENTO.................................................................. 4
2. Obiettivi dell’indagine e metodologia .......................... 8
2.1 DEFINIZIONE DEL CAMPIONE DI INDAGINE ............................................... 8
2.1.1 Rappresentatività del Campione e Universo di riferimento ................. 12
2.2.2 Destinazione produttiva e canali di sbocco delle imprese del Campione
.................................................................................................................... 13
3. I risultati dell’indagine .............................................. 14
3.1 LA PRODUZIONE AZIENDALE DI LATTE DOPO IL 2015 ........................... 14
3.2 STUDIO DEL COMPORTAMENTO DELLE IMPRESE...................................... 15
3.2.1 Sezione dedicata a chi ha risposto che manterrà inalterata la
produzione................................................................................................... 15
3.2.2 Sezione dedicata a chi ha risposto che aumenterà la produzione........ 18
3.2.3 Sezione dedicata a chi ha risposto che chiuderà l’azienda .................. 22
3.2.4 Sezione dedicata a chi ha risposto che diminuirà la produzione (6 casi)
.................................................................................................................... 23
3.3
LE PRINCIPALI CONSEGUENZE DELLA LIBERALIZZAZIONE DEL MERCATO
DEL LATTE: IL PARERE DEGLI OPERATORI ...................................................... 24
3.4 STRUMENTI A SOSTEGNO DELLE AZIENDE: GLI ALLEVATORI CONOSCONO
IL “PACCHETTO LATTE”? ................................................................................. 28
CONCLUSIONI ................................................................ 32
Allegato: Questionario .................................................... 33
2
Responsabile della ricerca: Egidio Sardo
Responsabile della redazione e coordinamento operativo: Fabio Del Bravo
Indagine a cura di: Giovanna Maria Ferrari
Redazione a cura di: Mariella Ronga
Si ringrazia per la collaborazione tutte le imprese del campione ISMEA che hanno partecipato all’indagine
mediante la compilazione del questionario.
Si ringrazia, altresì, per la fattiva collaborazione gli opinion leader che hanno accettato di partecipare alle
interviste dirette.
3
1.
Premessa
L'Organizzazione Comune di Mercato del settore lattiero-caseario ha subito varie riforme
nel corso dell'ultimo decennio. Sulla base degli orientamenti di Agenda 2000, con la
riforma del 2003 si è iniziato a sciogliere il nodo del sistema delle quote latte in vista di
un’abolizione fissata per il 2015. Questo termine è stato confermato nel 2008 con l’Health
Check della PAC, che ha definito un aumento progressivo dei livelli delle quote dei singoli
Stati Membri, oltre ad aver abolito gli aiuti per lo stoccaggio dei formaggi e l'impiego del
burro in pasticceria. In sede di analisi dello “Stato di salute” della politica comunitaria, è
stata profondamente modificato il sistema di sostegno al reddito degli agricoltori, con il
disaccoppiamento dei pagamenti diretti e la possibilità per gli Stati membri di mantenere
l’aiuto accoppiato a fronte di situazioni di svantaggi specifici in zone economicamente
vulnerabili o ecologicamente sensibili.
Le proposte di riforma della PAC, e in particolare l’accordo raggiunto lo scorso 26 giugno,
hanno confermato l'orientamento al mercato dell'agricoltura dell’Unione Europea alla luce
di una maggiore concorrenza a livello mondiale. La fine del regime delle quote latte è stata
inderogabilmente fissata al 31 marzo del 2015 e, in vista della preparazione al nuovo
contesto economico in cui si troveranno gli operatori dopo 30 anni di contingentamento
della produzione, la Commissione ha proceduto con l’introduzione di importanti modifiche
all’OCM unica, con l’approvazione del cosiddetto “Pacchetto latte”.
A seguito dell’imminente fine del regime delle quote latte e alla possibilità che si delinei un
diverso contesto competitivo, le imprese operanti nel settore si troveranno di fronte a
nuove opportunità oppure ad affrontare rischi che potrebbero richiedere dei cambiamenti
nella gestione della propria azienda e nell’organizzazione dell’attività produttiva. Le
decisioni di ogni allevatore a tale riguardo dipenderanno senz’altro dall’assetto produttivo
attuale della propria azienda, nonché dagli scenari di mercato che egli immagina si
profileranno all’indomani della liberalizzazione della produzione di latte.
Allo scopo, quindi, di conoscere quali saranno le reazioni degli operatori riguardo a questo
importante intervento, ISMEA, su incarico di CremonaFiere, ha condotto una specifica
indagine presso un campione ragionato costituito da imprese del settore dell’allevamento
bovino da latte.
1.1 Il contesto di riferimento
Il Regolamento comunitario 856/1984 che introdusse il regime delle quote nasceva in un
contesto produttivo caratterizzato da un eccesso di offerta con l’obiettivo di stabilizzare i
prezzi all’intero dell’Unione Europea. A partire dal 1984, la maggior parte degli Stati
membri sono riusciti abbastanza rapidamente ad allineare sulle rispettive quote le quantità
di latte commercializzate sul territorio nazionale, sia sotto forma di consegne che di
vendite dirette. Sin dalla sua introduzione, il sistema si è dimostrato efficace, nel senso
che la produzione comunitaria, nel suo insieme, ha rispettato i massimali imposti: anche
se per le campagne 1995/1996-2004/2005 la quota per le consegne è stata superata a
livello dell'UE-15, l’entità del superamento è sempre stata lieve (oltre all’Italia altri paesi
splafonatori sono stati, la Germania, i Paesi Bassi, l'Austria, la Danimarca, Cipro e il
Lussemburgo); a partire, poi, dalla campagna 2004/2005, la quota comunitaria di
consegne è stata sottoutilizzata sia a livello dell'UE-25 che dell’UE-27. Le quote hanno
inquadrato, dunque, la produzione europea di latte, mantenendo i prezzi nominali a un
livello relativamente alto e stabile, anche se la regolazione dell'insieme del mercato ha
richiesto, per una ventina d'anni, il ricorso all'intervento pubblico, alle esportazioni
sovvenzionate e agli aiuti al consumo, al fine di smaltire le eccedenze strutturali di prodotti
industriali.
4
Il contesto mondiale ha subito, negli anni più recenti, grandi cambiamenti - tuttora in
corso - che hanno introdotto un’elevata dose di aleatorietà e di volatilità nel funzionamento
del mercato. La crescita dell’economia e della popolazione mondiale sta determinando,
infatti, una rapida espansione della domanda globale, soprattutto nei cosiddetti “paesi
emergenti” - ovvero i paesi del Sud-est asiatico, Sud America e Medio Oriente – dove,
grazie all’aumento del reddito pro capite, si stanno progressivamente abbandonando i
regimi alimentari tradizionali a favore di diete con maggiore presenza di proteine animali.
In particolare, le previsioni OECD-FAO indicano il lattiero caseario come uno dei settori più
dinamici nel prossimo decennio e, pertanto, la veloce evoluzione della domanda
rappresenterà il principale driver di cambiamento del mercato.
Fig. 1.1 Produzione mondiale di latte nei primi 5 player mondiali (.000 tonnellate)
300
250
200
150
100
50
0
2008
2009
USA
UE 27
2010
Nuova Zelanda
2011
Argentina
2012 (p)
2013 (f)
Australia
Fonte: elaborazioni Ismea su dati USDA e Commissione UE
La produzione mondiale di latte è in crescita, seppure lieve, in tutti i bacini produttivi.
Tuttavia, nel 2012, a fonte di una crescita del 2% dell’offerta globale di latte rispetto al
2011, la sola Cina ha importato circa il 30% in più di latte scremato in polvere, il 27% in
più di latte intero in polvere e il 35% in più di burro. Questo eccesso di domanda a livello
internazionale ha innescato, a partire dalla seconda metà dello scorso anno, una repentina
corsa al rialzo dei prezzi delle commodity casearie, che appaiono tuttora assestati su livelli
molto elevati anche in considerazione delle attese produttive per il 2013.
Fig. 1.2 Cina: importazioni di latte in polvere e burro (.000 tonnellate)
700
SMP
600
WMP
Burro
500
400
300
200
100
0
2008
2009
2010
2011
2012
gen-giu 2013
Fonte: elaborazioni Ismea su dati GLOBAL TRADE ATLAS
5
L’aumento delle quotazioni è stato più intenso e più rapido in Oceania, dove nei primi nove
mesi del 2013 i prezzi del latte scremato in polvere hanno evidenziato una variazione di
oltre 40 punti percentuali rispetto a un anno fa. Per il prodotto statunitense e per quello
comunitario, pur essendo più attenuate, le oscillazioni di prezzo hanno evidenziato
comunque un 30% in più rispetto al 2012. Il generalizzato aumento dei prezzi ha
consentito una migliore remunerazione del latte alla stalla, che nell’UE ha raggiunto il
livello di 35,63 euro/100 kg a fronte di 33,78 €/100 kg dello scorso anno, mettendo a
segno una variazione del +5%.
Fig. 1.3 prezzi internazionali del latte in polvere (€/tonnellata)
4.500
4.000
3.500
3.000
2.500
2.000
1.500
1.000
2008
2009
2010
USA
2011
Oceania
2012
UE (DE)
2013
Fonte: elaborazioni Ismea su dati USDA e ZMB
Le prospettive a medio termine per il latte e i prodotti lattiero-caseari sono previste molto
favorevoli. La produzione di latte è destinata a ad aumentare dopo il 2015, ma ad un tasso
di crescita moderato e comunque al di sotto del potenziale tasso di aumento conseguente
all'eliminazione graduale del regime delle quote: nel 2022 la produzione comunitaria
dovrebbe raggiungere i 159,3 milioni di tonnellate, pari a un aumento complessivo del 5 %
rispetto al 2011. Tale aumento sarà realizzato a fronte di una contrazione - già in atto della mandria e, di conseguenza, solo grazie ad un aumento della produttività media per
capo, soprattutto dei Nuovi Stati Membri (UEN-12).
La maggiore disponibilità di latte dovrebbe tradursi in una maggior produzione di formaggi,
stimata in crescita di quasi il 7% sul totale 2011-2022, raggiungendo i 9,6 milioni di
tonnellate entro la fine della prospettiva. Per la produzione di latte in polvere scremato,
che dovrebbe raggiungere circa 1,3 milioni di tonnellate nel 2022, è previsto un aumento
del 23%, mentre produzione totale di burro dovrebbe rimanere costante nel breve periodo
per poi recuperare negli anni subito dopo la scadenza delle quote, raggiungendo i 2,4
milioni di tonnellate nel 2022 (+8 % rispetto al 2011).
La crescita della domanda mondiale rappresenterà un fattore cruciale per il mantenimento
dell’equilibrio del mercato europeo. Le previsioni della Commissione UE indicano, in
particolare, una maggiore apertura dell’Unione Europea rispetto ai Paesi Terzi e l’aumento
di oltre 1 punto percentuale della propensione all’export (espresso in equivalente latte)
rispetto ai livelli attuali. Ciò tradotto in valore assoluto significherebbe, quindi, che le
previsioni al 2022 indicano, rispetto al 2011, una crescita delle esportazioni di formaggi,
del +40% e del +30% per il latte scremato in polvere.
6
Fig. 1.4 – UE: previsioni di produzione
170
Produzione Latte
Numero di vacche (mio di capi)
40
150
35
Consegne ai caseifici
30
25
130
UEN 10
110
20
UEN12
15
90
10
Vacche UE15
70
5
UE-15
UE-25
2022
2021
2020
2019
2018
2017
2016
2015
2014
2013
2012
2011
2010
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
50
2000
0
Produzione di latte e consegne (mio t)
45
UE-27
Vacche da latte UE15 (mio capi)
Vacche da latte N-10 o N-12
Produzione di latte (mio t)
Consegne di latte (mio t)
Fonte: Commissione UE
7
2.
Obiettivi dell’indagine e metodologia
L’obiettivo dell’indagine è quello di conoscere l’orientamento delle imprese da latte vaccino
all’indomani della liberalizzazione del mercato. In particolare, l’abbattimento del regime
delle quote porterà ad una maggiore produzione di latte? O ancora, di fronte ad un
mercato privo di strumenti di controllo dei prezzi, si verificherà una fuoriuscita di aziende
dal settore e/o si verificheranno fenomeni di riconversione produttiva? Le impese
continueranno a rivolgersi ai loro consueti mercati/canali di sbocco o valuteranno nuove
opportunità, sospinte dal nuovo scenario di mercato? E quindi, potranno anche valutare un
cambiamento nella destinazione della produzione (dal latte destinato all’alimentazione
umana, ad esempio, al latte destinato alla trasformazione)?
Per rispondere a tali finalità è stato preparato un questionario ad hoc – riportato in
allegato – che è stato somministrato alle imprese individuate per l’indagine tra giugno e
settembre 2013. Nel questionario sono state predisposte anche domande di tipo
strutturale utili per verificare se l’atteggiamento produttivo che presumibilmente verrà
assunto dalle imprese a partire dall’aprile del 2015 in qualche modo dipende dal loro
assetto attuale.
L’indagine campionaria è stata condotta nel periodo giugno-settembre 2013 in modalità
C.A.T.I. (Computer-Assisted Telephone Interviewing). In particolare:
-
per 83 imprese, afferenti al Panel ISMEA delle imprese agricole, il field è stato
giugno 2013;
-
per 156 imprese, appartenenti all’archivio ISMEA delle imprese agricole, il field è
stato agosto-settembre 2013.
A supporto delle informazioni rilevate presso gli operatori, l’indagine è stata completata da
una serie di interviste face to face rivolte a esperti del settore con l’obiettivo di raccogliere
pareri e valutazioni in merito alla possibile evoluzione del settore lattiero caseario europeo
e alle ripercussioni che il sistema allevatoriale nazionale subirà in seguito all’eliminazione
dei vincoli produttivi.
2.1 Definizione del campione di indagine
L’indagine è stata condotta su campione ragionato, costituito da imprese del settore
dell’allevamento bovino da latte afferenti al Panel ISMEA Agricoltura a da altre imprese
dell’archivio ISMEA che per le loro caratteristiche (attività, area geografica, dimensione
economica) sono state considerate idonee a soddisfare le finalità dell’indagine stessa. Il
Panel è uno strumento di rilevazione che consente all’Istituto di svolgere il monitoraggio
continuativo trimestrale della congiuntura agricola del nostro Paese a mezzo di una
metodologia di analisi qualitativa e della costruzione dell’Indice di clima di fiducia degli
operatori del settore (in particolare l’analisi della congiuntura viene condotta per
l’agricoltura nazionale nel suo complesso e, in dettaglio, per i settori delle coltivazioni
erbacee, legnose, delle olive da olio e vitivinicole e per la zootecnia da carne e da latte).
L’archivio ISMEA è altresì costituito da imprese agricole provenienti dalle liste Infocamere,
ma è suppletivo rispetto al Panel, in quanto è interrogato in modo mirato e in occasione di
specifiche indagini.
Per la definizione del campione si è
dell’allevamento bovino da latte in Italia.
tenuto
conto
della
struttura
del
settore
Per la ricognizione dell’assetto strutturale nazionale si è fatto riferimento ai dati ufficiali del
VI Censimento agricoltura di fonte ISTAT. Dai dati censuari, che fotografano la struttura
8
del settore al 2010, si evince che in Italia le aziende di allevamento di bovino da latte
(vacche da latte con almeno 2 anni di età) ammontano a oltre cinquanta mila (50.337) e i
relativi capi a quasi un milione e seicentomila (1.599.442). Le aziende sono
prevalentemente localizzate nell’area di Nord-est (37,1% del totale), mentre la maggiore
concentrazione di numero di capi si riscontra nell’area di Nord-ovest (44,5%), in ragione
del fatto che le aziende di quest’area hanno un numero medio di capi per azienda più
elevato.
Figura 2.1 – Distribuzione delle aziende italiane di allevamento di bovino da latte e dei
capi per macro area (%)
AZIENDE
CAPI
Fonte: elaborazioni Ismea su dati Istat
La dimensione media per azienda rilevata dal Censimento è pari a 32 capi/azienda e ciò
evidenzia – nonostante il fenomeno di concentrazione in atto ormai da oltre un decennio l’elevata il presenza (oltre il 60% del totale) di imprese di piccole dimensioni (con meno di
20 capi); queste rappresentano però solo il 12,4% dei bovini da latte complessivamente
allevati in Italia. Ne consegue che le imprese di grandi dimensioni (con oltre 100 capi), pur
rappresentando in termini di numerosità solo il 7,8%, costituiscono le realtà
economicamente più produttive con ben il 45% del patrimonio nazionale.
La Lombardia è la regione che presenta la maggiore numerosità in termini di unità
produttive (il 16,8% del totale nazionale), con oltre un terzo dei capi allevati in Italia.
Seguono per importanza numerica, le aziende del Trentino Alto Adige (15,8% del totale) prevalentemente rappresentate da realtà produttive tipiche delle regioni montane, con una
dimensione media ridotta (11 capi/azienda) -, il Veneto (10,2%), la Campania (8,8%) e
l’Emilia Romagna (8,5%). Considerando, poi, la distribuzione territoriale dei capi in
allevamento si rileva che ben il 68% delle bovine da latte si riscontra in sole quattro
regioni del Nord Italia: Lombardia (34,2% del totale nazionale), Emilia Romagna (15,5%),
Veneto (9,5%) e Piemonte (9,1%).
Ciò premesso, va tenuto presente che la produzione di latte di ogni regione e quindi di
ciascuna macro area dipende non solo dal numero dei capi allevati, ma anche dalla resa
media per capo, che risulta abbastanza variabile da una regione all’altra in quanto
influenzata da molteplici fattori (tecniche di allevamento, alimentazione, genetica, ecc.).
Nella campagna 2011-2012, sulla base dei dati Agea, la produzione complessiva di latte
commercializzata in Italia (consegne ai caseifici + vendite dirette) è stata di oltre undici
milioni di tonnellate (11.247 mila tonnellate). La metà della produzione commercializzata è
9
risultata concentrata nell’area di Nord Ovest (il 49,5%), in particolare nella regione
Lombardia che da sola copre oltre i due quinti del totale nazionale (4,6 milioni di
tonnellate). Seguono per importanza dei volumi prodotti: l’Emilia Romagna (1,9 milioni), il
Veneto (1,1 milioni) e il Piemonte (poco meno di 1 milione). Nel Centro-Sud e nelle due
Isole maggiori assume una discreta importanza la produzione di Lazio (352 mila
tonnellate), Puglia (378 mila tonnellate), Campania (219 mila tonnellate), Sardegna (217
mila tonnellate) e Sicilia (192 mila tonnellate).
Tabella 2.1 – Distribuzione delle aziende italiane di allevamento di bovino da latte per
regione e per classe di capi (%)
Classe di capi
1-9
10-19
20-49
50-99
100-199
200-499
44,0
16,8
20,8
10,6
5,7
1,9
0,2
0,0
100,0
Nord-ovest
10,9
2,8
5,0
4,4
3,3
1,3
0,1
0,0
27,8
Piemonte
3,3
1,1
1,6
1,3
0,6
0,1
0,0
0,0
8,1
Valle d'Aosta
1,0
0,5
0,6
0,1
0,0
0,0
0,0
0,0
2,2
Liguria
0,6
0,0
0,0
0,0
0,0
0,0
0,0
0,0
0,7
Lombardia
6,0
1,2
2,7
3,0
2,7
1,1
0,1
0,0
16,8
Italia
Nord-est
500-999 1000 e più
Totale
15,8
7,3
8,1
3,8
1,6
0,4
0,0
0,0
37,1
Trentino Alto Adige
9,2
4,3
2,0
0,2
0,1
0,0
0,0
0,0
15,8
Veneto
4,0
1,6
2,7
1,4
0,5
0,1
0,0
0,0
10,2
Friuli-Venezia Giulia
1,1
0,5
0,6
0,3
0,1
0,0
0,0
0,0
2,6
Emilia-Romagna
1,5
0,9
2,8
1,9
1,0
0,3
0,0
0,0
8,5
Centro
2,8
0,9
1,4
0,7
0,2
0,1
0,0
0,0
6,1
Toscana
0,8
0,1
0,2
0,1
0,0
0,0
0,0
0,0
1,2
Umbria
0,3
0,1
0,1
0,1
0,0
0,0
0,0
0,0
0,6
Marche
0,4
0,1
0,1
0,0
0,0
0,0
0,0
0,0
0,6
Lazio
1,3
0,6
1,1
0,5
0,2
0,1
0,0
0,0
3,7
11,8
4,5
4,8
1,1
0,3
0,1
0,0
0,0
22,6
Abruzzo
1,0
0,4
0,5
0,1
0,0
0,0
0,0
0,0
2,0
Molise
1,6
0,6
0,4
0,1
0,0
0,0
0,0
0,0
2,6
Campania
5,5
1,8
1,2
0,3
0,0
0,0
0,0
0,0
8,8
Puglia
1,3
1,0
2,0
0,4
0,1
0,0
0,0
0,0
4,9
Basilicata
1,0
0,3
0,4
0,2
0,1
0,0
0,0
0,0
1,9
Sud
Calabria
1,5
0,4
0,4
0,1
0,0
0,0
0,0
0,0
2,4
2,7
1,3
1,6
0,6
0,2
0,1
0,0
0,0
6,4
Sicilia
1,2
0,9
1,2
0,4
0,1
0,0
0,0
0,0
3,9
Sardegna
1,4
0,3
0,3
0,2
0,2
0,0
0,0
0,0
2,5
Isole
Fonte: elaborazioni Ismea su dati Istat
10
Tabella 2.2 – Distribuzione dei capi di bovini da latte per regione e classe di capi (%)
Classe di capi
1-9
Italia
10-19
20-49
50-99
100-199
200-499
500-999 1000 e più
Totale
5,2
7,2
20,2
22,4
23,7
16,5
3,7
1,1
100,0
Nord-ovest
1,2
1,2
5,0
9,6
13,9
10,9
2,3
0,4
44,5
Piemonte
0,4
0,4
1,6
2,9
2,5
1,1
0,1
0,1
9,1
Valle d'Aosta
0,1
0,2
0,5
0,2
0,0
0,0
0,0
0,0
1,1
Liguria
0,1
0,0
0,0
0,0
0,0
0,0
0,0
0,0
0,1
Lombardia
0,6
0,5
2,8
6,6
11,5
9,7
2,2
0,4
34,2
2,0
3,2
7,9
7,9
6,7
3,9
1,1
0,4
33,0
Trentino Alto Adige
1,3
1,8
1,7
0,5
0,2
0,1
0,0
0,0
5,6
Veneto
0,4
0,7
2,7
2,8
1,9
0,8
0,1
0,1
9,5
Friuli-Venezia Giulia
0,1
0,2
0,6
0,7
0,6
0,2
0,1
0,0
2,4
Emilia-Romagna
0,2
0,4
2,9
4,0
4,0
2,7
0,9
0,4
15,5
Nord-est
Centro
0,3
0,4
1,4
1,4
0,9
0,7
0,1
0,1
5,3
Toscana
0,1
0,1
0,2
0,1
0,1
0,2
0,0
0,0
0,7
Umbria
0,0
0,0
0,1
0,1
0,1
0,1
0,0
0,0
0,5
Marche
0,0
0,0
0,1
0,1
0,1
0,0
0,1
0,0
0,4
Lazio
0,1
0,2
1,0
1,0
0,7
0,5
0,0
0,1
3,7
1,4
1,9
4,4
2,2
1,2
0,6
0,2
0,2
12,1
Abruzzo
0,1
0,2
0,4
0,2
0,1
0,0
0,1
0,0
1,2
Molise
0,2
0,3
0,3
0,1
0,0
0,0
0,0
0,0
1,0
Campania
0,7
0,8
1,0
0,5
0,2
0,1
0,1
0,2
3,5
Puglia
0,2
0,4
1,9
0,8
0,5
0,1
0,0
0,0
3,9
Basilicata
0,1
0,1
0,4
0,4
0,2
0,2
0,0
0,0
1,5
Calabria
0,2
0,2
0,3
0,1
0,1
0,1
0,0
0,0
1,0
Sud
Isole
0,3
0,5
1,5
1,3
0,9
0,5
0,0
0,0
5,1
Sicilia
0,2
0,4
1,2
0,8
0,3
0,1
0,0
0,0
3,0
Sardegna
0,2
0,1
0,3
0,5
0,6
0,4
0,0
0,0
2,1
Fonte: elaborazioni Ismea su dati Istat
Tavola 2.1 – Produzione commercializzata di latte vaccino per regione e per area
geografica (%)
Campagna 2011-2012
Italia
11.247
Regioni
000.t Regioni
000.t
Lombardia
4.567 Sicilia
192
Emilia Romagna
1.895 Basilicata
121
Veneto
1.130 Abruzzo
81
Piemonte
964 Molise
71
Trentino Alto Adige
517 Toscana
69
Puglia
378 Calabria
62
Lazio
352 Umbria
59
Friuli Venezia Giulia
266 Valle d'Aosta
45
Campania
219 Marche
36
Sardegna
217 Liguria
7
Nordovest
49,6%
Nord-est
33,9%
Centro
4,6%
Isole
3,6%
Sud
8,3%
Fonte: elaborazioni Ismea su dati Agea
11
2.1.1 Rappresentatività del Campione e Universo di riferimento
Per la definizione del campione di indagine si è, quindi, tenuto conto del panorama
produttivo nazionale, decidendo per l’esclusione delle aziende con meno di 20 capi allevati.
Per l’obiettivo dell’indagine è sembrato opportuno, infatti, concentrarsi sulle imprese che in
ragione della loro produzione e del loro ruolo sul mercato sono in grado di fornire delle
valutazioni sui possibili cambiamenti di scenario conseguenti all’abolizione del meccanismo
di contingentamento.
L’Universo Istat di riferimento è, quindi, rappresentato da 19.748 aziende con vacche da
latte per un numero complessivo di capi allevati pari a 1.401.657.
Il campione Ismea è costituito complessivamente da 239 aziende. Da notare che nel totale
sono incluse anche 11 imprese con meno di 20 capi allevati (che rappresentano meno del
5% del campione in termini di numerosità), al fine di consentite che le regioni in cui sono
localizzate queste unità produttive fossero rappresentate nel Campione. Le regioni in
questione sono Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Molise, Campania, Puglia, dove la
dimensione aziendale media risulta decisamente inferiore a quella media nazionale: a
fronte del 12,4% nazionale, ad esempio, in Campania le aziende con meno di 20 capi
rappresentano il 41%; analogamente in Trentino Alto Adige e in Molise rappresentano
rispettivamente il 56% e il 46%).
In complesso, il campione Ismea delle imprese è sbilanciato sulle classi dimensionali più
grandi, ma tale distribuzione è funzionale agli obiettivi stessi dell’indagine, ossia valutare
l’opinione delle imprese operative e presenti in modo significativo sul mercato del latte
bovino.
Figura 2.2 – Distribuzione delle aziende di allevamento di bovino da latte del Campione
Ismea e dell’Universo Istat per classi di capi (%)
Classi di capi
13,2%
20-49
16,7%
50-99
200-499
1000 e più
27,0%
18,9%
14,5%
100-199
500-999
53,1%
27,2%
4,9%
14,9%
0,4%
0,1%
9,2%
Campione_Ismea*
Universo_Istat
*Nel grafico non sono considerate 11 imprese del campione ISMEA che hanno una dimensione inferiore ai 20 capi
allevati.
Fonte: campione Ismea ed elaborazioni Ismea su dati Istat
12
Rispetto all’Universo Istat, la distribuzione del Campione Ismea risulta, inoltre, sbilanciata
per eccesso nelle regioni di Nord Ovest e di Nord Est. Anche in questo caso lo
sbilanciamento non è casuale, ma giustificato dall’intenzione di interpellare un maggior
numero di imprese nelle regioni italiane dove si concentra la maggiore produzione di latte
bovino nazionale.
Figura 2.3 – Distribuzione territoriale del campione Ismea e dell’Universo Istat
CAMPIONE ISMEA
UNIVERSO ISTAT
Nord
Ovest
59%
Nord
Ovest
28%
Sud e
Isole
8%
Centro
4%
Nord Est
29%
Nord Est
37%
Sud e
Isole
29%
Centro
6%
Fonte: campione Ismea ed elaborazioni Ismea su dati Istat
2.2.2 Destinazione produttiva e canali di sbocco delle imprese del Campione
Tra le imprese del Campione l’indirizzo produttivo prevalente risulta essere quello della
trasformazione casearia per formaggi DOP/IGP (128/238 casi validi, ossia il 54%).
Seguono, con analoghe quote di importanza, gli indirizzi produttivi del latte alimentare e
del latte per formaggi che non hanno un riconoscimento comunitario di Origine
(rispettivamente 24% e 22%).
Figura 2.4 – Ripartizione del campione per destinazione produttiva e canale di
sbocco
Latte
aliment.
24%
destinazione produttiva
Formaggi
DOP/IGP
54%
Altri
formaggi
22%
canale di sbocco
Coop./Con
sorzio di
trasform.
61%
Trasform.
in azienda
9%
Coop./Ass.
raccolta
11%
Industrie
19%
Fonte: Panel Ismea
13
Il 61% conferisce a Cooperative/Consorzi che trasformano il latte raccolto, il 19%
consegna a Industrie, l’11% a Cooperative/Associazioni che si occupano di raccolta e
commercializzazione e il restante 9% trasforma il latte prodotto all’interno della stessa
azienda agricola. La Cooperativa o il Consorzio di trasformazione costituiscono il canale di
sbocco prevalente per le aziende che producono latte destinato a formaggi DOP. Nelle altre
due destinazioni produttive (latte alimentare e formaggi non DOP) risultano relativamente
importanti anche il ritiro da parte dell’industria e la trasformazione all’interno della stessa
azienda agricola.
3. I risultati dell’indagine
3.1 La produzione aziendale di latte dopo il 2015
A partire dai risultati dell’indagine è emerso che, a seguito dello smantellamento del
sistema delle quote, il livello della produzione nazionale non subirà sostanziali
cambiamenti. Da un lato per alcune aziende si profilerà, infatti, la possibilità di
incrementare la perfomance produttiva attuale, ma l’esistenza di numerosi limiti – tra cui
vincoli ambientali, diponibilità di terreno, onerosità degli investimenti – non consentirà un
rilevante aumento della produzione; dall’altro lato, numerose aziende cesseranno di
esistere, principalmente per problematiche di ricambio generazionale o per questioni di
inefficienza economica legate alla dimensione (numero di capi in allevamento) o alla
localizzazione (scarsa accessibilità in termini logistici). Il risultato complessivo dovrebbe
essere, quindi, quello di una compensazione a livello produttivo, frutto di un ulteriore (e
fisiologico) processo di concentrazione degli allevamenti bovini da latte nazionali.
Scendendo nel dettaglio, la metà delle imprese interpellate ha dichiarato che anche dopo
l’abolizione delle quote manterrà inalterato il proprio livello produttivo a fronte di un altro
23% che pensa invece di aumentarlo a seguito della liberalizzazione; in soli 6 casi è stato
riscontrato un orientamento al ridimensionamento produttivo, mentre il 7% dei rispondenti
propenderà per la chiusura dell’attività aziendale. Quest’ultima ipotesi appare più
frequente nelle aziende di piccole e medie dimensioni (fino a 100 capi) ed esclusivamente
paventata da conduttori over 40; da notare che la bassa incidenza di questa risposta sul
campione è molto influenzata dalla composizione stessa del campione che di fatto esclude
proprio pe realtà più piccole (meno di 20 capi) e più esposte al rischio di chiusura . La
riconversione aziendale, con conseguente orientamento produttivo verso altre tipologie di
allevamento o verso seminativi/altre colture, non è stata presa in considerazione da
nessuna impresa intervistata.
Figura 3.1 – Previsioni delle aziende sulle scelte di produzione post 2015 (%)
18%
23%
Aumento del livello attuale
Mantenimento del livello attuale
7%
Riduzione del livello attuale
3%
Chiusura dell'azienda
50%
Non so/Non risponde
Fonte: Campione Ismea
14
Analizzando i risultati in base alla dimensione aziendale, espressa in numero di capi
allevati, si evince che la decisione sul livello produttivo futuro è influenzata dall’ampiezza
dell’impresa. In dettaglio, la propensione ad aumentare la produzione aziendale risulta
relativamente più diffusa tra le imprese molto grandi (oltre 200 capi) e tra quelle con un
numero di capi compreso tra 20 e 49: nel caso della aziende molto grandi, infatti,
l’aumento della produzione potrebbe consentire il raggiungimento del grado ottimale di
utilizzo della capacità produttiva; diversamente nelle aziende medio-piccole l’aumento
della produzione potrebbe essere realizzato sotto l’impulso derivante, in primo luogo,
dall’assenza di vincoli e, in secondo luogo, dalla disponibilità di risorse precedentemente
impiegate per le gestione stessa delle quote (affitto o prelievo).
L’orientamento a mantenere lo status quo, pur essendo generalmente diffuso, è stato
riscontrato in misura leggermente superiore tra le imprese medio-grandi (tra 100 e 500
capi), che - probabilmente - avendo già effettuato investimenti importanti nel corso degli
anni hanno già raggiunto un livello dimensionale ottimale ovvero un livello di output che
permette di utilizzare i fattori produttivi nel modo tecnicamente ed economicamente più
efficiente.
Figura 3.2 – Scelta di produzione aziendale post 2015 per dimensione (%)
<20
Aumento
70%
Mantenimento
60%
50%
≥ 1.000
20-49
40%
30%
20%
10%
0%
500-999
50-99
200-499
100-199
Nota: i vertici della “ragnatela” indicano la classe dimensionale di appartenenza dell’azienda espressa in numero
di capi.
Fonte: Campione Ismea
3.2 Studio del comportamento delle imprese
3.2.1 Sezione dedicata a chi ha risposto che manterrà inalterata la produzione
Profilo delle imprese che hanno dichiarato che manterranno inalterata la
produzione dopo la fine delle quote: 120 casi
Trattandosi della quota prevalente di rispondenti, il sottogruppo costituito dalle imprese
che hanno dichiarato che modificheranno il livello attuale della produzione, presenta un
profilo abbastanza sovrapponibile al Campione Ismea complessivamente considerato, sia
per età del conduttore sia per distribuzione territoriale.
15
In termini di indirizzo produttivo, rispetto al Campione, il sottogruppo presenta una quota
maggiore di aziende orientate alla produzione di latte destinato a formaggi senza una
Denominazione di Origine. Il canale di sbocco prevalente per le imprese del sottogruppo è
la Cooperativa o il Consorzio di trasformazione, in misura leggermente più accentuata
rispetto alle caratteristiche complessive del campione.
Figura 3.3 – Profilo del sottogruppo di imprese che ha dichiarato che manterrà
inalterata la produzione vs il Campione di indagine Ismea
Gruppo di imprese “=”
Campione Ismea
Per età del conduttore
4%
3%
17%
79%
14%
82%
under_40
over_40
N.I.
under_40
over_40
N.I.
Per localizzazione geografica
4%
7%
4%
32%
58%
NO
NE
CE
8%
29%
59%
ME
NO
NE
CE
ME
Per indirizzo produttivo
26%
18%
57%
Latte alimentare e altri prodotti (yogurt, ecc…)
Latte destinato a formaggi DOP/IGP
Latte destinato ad altri formaggi
22%
24%
54%
Latte alimentare e altri prodotti (yogurt, ecc…)
Latte destinato a formaggi DOP/IGP
Latte destinato ad altri formaggi
16
Per canale di sbocco
9%
13%
11%
9%
16%
19%
63%
Coop./Consorzio di trasformazione
Industria
Coop./Assoc. di raccolta e comm.zione
Trasform. in azienda
60%
Coop./Consorzio di trasformazione
Industria
Coop./Assoc. di raccolta e comm.zione
Trasform. in azienda
Fonte: Campione Ismea
L’imminente abolizione del regime delle quote non viene considerata dalle imprese di
questo gruppo un evento determinante sulle scelte produttive né in termini quantitativi
(incrementare/diminuire la produzione di latte) né in termini di destinazione finale.
La rigida struttura della filiera non favorisce, infatti, cambiamenti rapidi né per quanto
concerne i flussi di prodotto (latte alimentare e freschi -formaggi DOP- formaggi non DOP)
né con riferimento ai rapporti tra gli operatori delle diverse fasi (allevatore-cooperativa o
allevatore-industria). Nel complesso l’allevatore (soprattutto nel caso di realtà associative)
è abbastanza indifferente rispetto alla destinazione del latte che viene prodotto nella
propria stalla: le peculiarità del prodotto latte (deperibilità, impossibilità di stoccaggio,
necessità di mungitura quotidiana) fanno sì che gli obiettivi principali dell’allevatore siano il
ritiro del prodotto e la sua remunerazione.
In dettaglio, dall’indagine è emerso che:

l’84% dei rispondenti (101 imprese su 120) ha dichiarato l’intenzione di mantenere
l’attuale indirizzo produttivo e il 14% (17 imprese su 120) ha assunto un
atteggiamento di attesa senza esprimere un parere;

il cambiamento di indirizzo produttivo è preso in considerazione dagli operatori solo
in due casi e in entrambi si tratta di una scelta rivolta al segmento dei formaggi a
Denominazione di Origine.
Tabella 3.2 – Ipotesi di modifica della destinazione della produzione dopo il 2015
Indirizzo produttivo attuale:
Latte alimentare e
altri prodotti
Latte destinato a
Latte destinato ad
(yogurt, ecc…)
formaggi DOP
altri formaggi
Modifica della destinazione:
No
101
84%
14
67%
63
93%
24
77%
Non so
17
14%
6
29%
5
7%
6
19%
Si, vs latte alimentare
-
0%
-
0%
Si, vs latte per formaggi DOP
2
2%
1
5%
Si, vs latte per formaggi no Do
-
0%
-
0%
-
0%
120
100%
21
100%
68
100%
-
0%
1
3%
31
100%
Fonte: Campione Ismea
17
3.2.2 Sezione dedicata a chi ha risposto che aumenterà la produzione
Profilo delle imprese che hanno dichiarato che aumenteranno la produzione dopo
la fine delle quote: 54 casi
Le aziende orientate ad un accrescimento della produzione sono prevalentemente
localizzate nelle regioni nordoccidentali e nordorientali e, sotto il profilo dimensionale (vedi
Fig. 3.2), si tratta di realtà molto grandi (con oltre 200 capi allevati) o medio piccole (con
un numero di capi compreso tra 20 e 49), prevalentemente associate a realtà di tipo
cooperativo e che producono latte destinato a formaggi a denominazione e, in misura non
trascurabile, latte alimentare. Questo sottogruppo di aziende, fatta eccezione della
distribuzione per età del conduttore, presenta alcune differenze rispetto al Campione di
indagine considerato nella sua totalità. In particolare, il sottogruppo è caratterizzato da:
-
una maggiore concentrazione territoriale nelle regioni di Nord Ovest, a discapito di
quelle del Nord Est;
-
un indirizzo produttivo maggiormente orientato ai formaggi a Denominazione di
Origine e al latte alimentare;
-
un canale di sbocco maggiormente rappresentato da Cooperative/Consorzi di
trasformazione e dall’industria.
Figura 3.4 – Profilo del gruppo di imprese che ha dichiarato di aumentare la
produzione vs il Campione di indagine Ismea
Gruppo di imprese “”
Campione Ismea
Per età del conduttore
4%
3%
15%
82%
81%
under_40
14%
over_40
N.I.
under_40
over_40
N.I.
Per localizzazione geografica
4%
6%
4%
8%
26%
29%
59%
65%
NO
NE
CE
ME
NO
NE
CE
ME
18
Per indirizzo produttivo
6%
22%
24%
33%
61%
54%
Latte alimentare e altri prodotti (yogurt, ecc…)
Latte destinato a formaggi DOP/IGP
Latte destinato ad altri formaggi
Latte alimentare e altri prodotti (yogurt, ecc…)
Latte destinato a formaggi DOP/IGP
Latte destinato ad altri formaggi
Per canale di sbocco
6%
4%
9%
11%
22%
19%
60%
69%
Coop./Consorzio di trasformazione
Industria
Coop./Assoc. di raccolta e comm.zione
Trasform. in azienda
Coop./Consorzio di trasformazione
Industria
Coop./Assoc. di raccolta e comm.zione
Trasform. in azienda
Fonte: Campione Ismea
Per le aziende che hanno dichiarato un aumento della produzione dopo il 2015, l’entità di
tale incremento si profila piuttosto esiguo e, in tutti i casi, la decisione prescinde dalle
caratteristiche dell’azienda sia in termini dimensionali sia in termini di destinazione
produttiva e canale di sbocco. In particolare, 2 allevatori su 5 hanno indicato che la
crescita della produzione di latte non supererà il 10% degli attuali livelli aziendali e, nel
complesso, solo 4 operatori hanno indicato un incremento superiore al 50% del volume
attuale.
Del resto, sebbene non più regolamentato dalle quote dal 2015, l’aumento della
produzione aziendale è ostacolato da molteplici vincoli ambientali, strutturali ed economici.
19
In primo luogo, infatti, le prescrizioni della cosiddetta “Direttiva nitrati”1, imponendo il
divieto di spargimento dei reflui degli allevamenti oltre un limite massimo annuo per ettaro
(170 kg di azoto), stabiliscono una proporzione obbligatoria tra numero di capi di bestiame
in allevamento e superfici idonee allo smaltimento dei reflui zootecnici prodotti.
In secondo luogo, e strettamente connesso al primo punto, esiste una ridotta disponibilità
di superfici agricole a causa dell’erosione del suolo per fini urbanistici e costi di
affitto/acquisto molto elevati.
Altri vincoli all’espansione produttiva delle
strettamente connessi alla marginalità, ossia:
aziende
sono
rappresentati
da
fattori
-
livelli di remunerazione che non consentono di effettuare investimenti finalizzati
all’incremento della produttività;
-
struttura dei costi troppo esposta alla volatilità, in particolare con riferimento ai
costi di alimentazione (che rappresentano quasi il 50% dei costi totali) che negli
ultimi anni hanno subito forti oscillazioni a causa dei prezzi dei mangimi,
soprattutto del mais e della soia (fenomeni speculativi, trade-off biocarburanti).
Tabella 3.3 - Misura dell'incremento produttivo previsto (per classe di capi)
Incremento futuro della produzione
Classi di capi
20-49
50-99
100-199
200-499
500-999
>= 1.000
Totale
<= 10%
5
3
2
5
4
4
11-50%
4
5
4
7
4
3
51-100%
23
27
3
>100%
1
1
2
1
Totale
9
9
6
13
10
7
54
Fonte: Campione Ismea
Tabella 3.4 - Misura dell'incremento produttivo previsto (per destinazione attuale
della produzione di latte)
Incremento futuro della produzione
Destinazione della produzione aziendale:
<= 10%
11-50%
51-100%
Latte alimentare e altri prodotti
9
8
1
Latte destinato a formaggi DOP/IGP
12
18
2
Latte destinato ad altri formaggi
2
1
Totale
23
27
>100%
Totale
18
1
33
3
3
1
54
Fonte: Campione Ismea
1
Direttiva 91/676/CEE del Consiglio, del 12 dicembre 1991, relativa alla protezione delle acque
dall'inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole, recepita in Italia tramite il
decreto legislativo dell’11 maggio 1999, n. 152 e il decreto ministeriale del 7 aprile 2006.
20
Tabella 3.5 - Misura dell'incremento produttivo previsto (per canale di sbocco)
Incremento futuro della produzione
Destinazione della produzione aziendale:
Coop./Consorzio di trasformazione
<= 10%
11-50%
51-100%
>100%
17
18
1
1
Industrie
4
6
2
Coop./Assoc. di raccolta e commercializzazione
1
2
Trasformazione. in azienda
1
1
Totale
23
27
Totale
37
12
2
3
1
54
Fonte: Campione Ismea
Anche gli operatori che hanno ipotizzanto un incremento della produzione (in analogia a
coloro che hanno dichiarato il mantenimento die livelli attuali) non considerano l’abolizione
del regime delle quote come evenienza per modificare anche l’indirizzo produttivo
aziendale:
-
-
il passaggio dalla produzione di latte alimentare a latte per formaggi DOP è stato
indicato da una sola impresa e, in modo speculare, da un’altra sola impresa è stato
indicato il passaggio inverso;
46 imprese su 54, infatti, hanno affermato di voler mantenere l’indirizzo attuale e
altre 5 hanno assunto un atteggiamento di attesa.
Le aziende si sono espresse, poi, sulle modalità di accrescimento della produzione di latte
della propria azienda:
-
-
in 4 casi su 5 il principale intervento indicato è l’aumento della rimonta interna, ma
non in maniera esclusiva. Nella maggior parte dei casi l’aumento della rimonta è,
infatti, previsto in associazione ad altre scelte gestionali, come l’aumento della resa
per capo (diversificazione della razione alimentare, investimenti in ambito genetico
e/o sanitario, investimenti in strutture aziendali finalizzate al benessere, etc.) e, in
seconda battuta, l’acquisto di nuovi capi;
solo 8 aziende hanno indicato un incremento della mandria come investimento
primario finalizzato all’accrescimento della produzione di latte;
in nessun caso è stata indicata come modalità primaria e esclusiva l’aumento della
resa per capo;
infine, in nessun caso (né come modalità principale né come modalità in
associazione) è stata presa in considerazione l’ipotesi dell’acquisizione e/o
dell’accorpamento con altri allevamenti da latte.
Tabella 3.6– Ipotesi di modifica della destinazione del latte prodotto
Indirizzo produttivo attuale
Latte alimentare e altri
Latte destinato a Latte destinato ad
prodotti (yogurt, ecc…)
formaggi DOP
altri formaggi
Modifica della destinazione
No
46
14
30
Non so
5
2
3
Si, vs latte alimentare
Si, vs latte per formaggi DOP
1
1
1
Si, vs latte per formaggi no Do
1
1
Totale
54
18
2
1
33
3
Fonte: Campione Ismea
21
Tabella 3.7 - Modalità di aumento della produzione di latte
Intervento in associazione:
Totale
-
Acquisto
nuovi capi
Aumento
resa per capo
7
31
Aumento
della rimonta
54
Aumento della rimonta
44
in modo esclusivo
6
in associazione ad uno o più interventi secondari
38
-
8
Acquisto nuovi capi
in modo esclusivo
2
in associazione ad uno o più interventi secondari
6
-
2
Aumento resa per capo
in modo esclusivo
0
in associazione ad uno o più interventi secondari
2
5
1
2
Fonte: Campione Ismea
3.2.3 Sezione dedicata a chi ha risposto che chiuderà l’azienda
Profilo delle imprese che hanno dichiarato la cessazione dell’attività dopo la fine
delle quote: 16 casi
Le aziende che prospettano una cessazione dell’attività dopo il 2015 costituiscono un
sottogruppo abbastanza ristretto, caratterizzato dal seguente profilo:
-
-
in tutti i casi si tratta di aziende gestite da imprenditori con oltre i 40 anni di età;
la chiusura dell’impresa è un’eventualità che prescinde dalla attuale destinazione
del latte prodotto e risulta più diffusa sia tra le aziende che conferiscono a
Cooperative/Consorzi di trasformazione sia tra quelle che consegnano all’Industria;
le imprese sono prevalentemente localizzate nelle regioni settentrionali.
Figura 3.5 – Profilo del gruppo di imprese che ha dichiarato la cessazione
dell’attività
Per età del conduttore
Per localizzazione geografica
0%
19%
38%
13%
31%
100%
under_40
over_40
N.I.
NO
NE
CE
ME
22
Per indirizzo produttivo
Per canale di sbocco
13%
31%
31%
6%
44%
38%
38%
Latte alimentare e altri prodotti (yogurt, ecc…)
Latte destinato a formaggi DOP/IGP
Latte destinato ad altri formaggi
Coop./Consorzio di trasformazione
Industria
Coop./Assoc. di raccolta e comm.zione
Trasform. in azienda
Fonte: Campione Ismea
3.2.4 Sezione dedicata a chi ha risposto che diminuirà la produzione (6 casi)
L’ipotesi di diminuzione della produzione aziendale dopo il 2015 è stata indicata da 6
operatori e nella metà dei casi (3 su 6) si tratta di imprese di grandi dimensioni (oltre 200
capi) che destinano il latte alla trasformazione casearia.
La contrazione della produzione è paventata da parte delle imprese come conseguenza
della erosione dei margini aziendali, principalmente a causa degli elevati costi di
produzione e di una contestuale – e temuta - riduzione dei prezzi di vendita successiva
alla liberalizzazione del mercato.
23
3.3 Le principali conseguenze della liberalizzazione del mercato del
latte: il parere degli operatori
Nella seconda parte dell’indagine gli allevatori sono stati invitati ad esprimersi su quali
saranno, a loro avviso, le principali conseguenze della liberalizzazione del mercato del latte
a partire dal 1° aprile 2015. Al fine di non condizionare i giudizi e le opinioni degli operatori
interpellati, si è preferito formulare questa domanda lasciando la risposta aperta, ossia
senza sottoporre all’intervistato una serie di ipotesi predefinite tra le quali indicare la
risposta reputata “giusta”.
Le opinioni complessivamente rilasciate vertono su nove scenari:
Scenari probabili:
In sintesi:
Flessione del prezzo nazionale del latte alla stalla, per effetto
della maggiore produzione e della maggiore competitività degli
altri paesi comunitari
crollo prezzo latte
Molte aziende chiuderanno, soprattutto quelle di piccole e
medie dimensioni ed economicamente inefficienti.
chiusura aziende
Timore di fenomeni speculativi da parte dell'industria, della
Grande Distribuzione, delle multinazionali.
speculazioni all’interno della
filiera
Non si prevedono cambiamenti rilevanti dell’assetto attuale del
settore lattiero caseario nazionale
nessun cambiamento
Migliore andamento del mercato del latte, regolato dalle leggi
della domanda e dell’offerta e senza condizionamenti derivanti
dal contingentamento della produzione.
miglioramento del mercato
L’abolizione delle quote penalizzerà coloro che hanno rispettato
il regime di contingentamento, favorendo chi non ha rispettato
le norme e/o non ha pagato le multe
penalizzazione degli “onesti”
Aumenterà l’importazione di latte proveniente da altri Paesi
comunitari, a loro volta liberi di accrescere la produzione.
più latte estero nel nostro
Paese
I piccoli allevatori di pianura verranno fagocitati da quelli più
grandi; quelli di montagna resisteranno per l’oggettiva
difficoltà di espansione da parte delle grandi imprese.
differenze tra piccoli
allevamenti di pianura e di
montagna
Scenario incerto, in merito al quale l’operatore non sa ancora
esprimersi o non è in grado di fare una previsione.
incertezza
Su tutti gli scenari paventati dagli operatori risulta prevalente quello della contrazione del
numero di allevamenti: l’uscita dal mercato delle aziende, soprattutto di quelle di
dimensioni ridotte e di quelle meno efficienti sotto il profilo dei costi, è l’ipotesi confermata
da circa un terzo degli intervistati. Gli operatori sono pervasi, poi, da una sensazione di
incertezza sul “cosa accadrà dopo” e non riescono a formulare ipotesi ben precise
sull’evoluzione futura del mercato. Abbastanza condiviso è anche il timore del calo del
24
prezzo del latte - come conseguenza di una maggiore offerta e di una più spinta
concorrenza in ambito nazionale ed europeo - e il verificarsi di speculazioni a danno degli
allevatori da parte degli industriali o della GDO o ancora delle multinazionali. Una quota
analoga di rispondenti ha indicato che non ci saranno cambiamenti significativi e che lo
scenario rimarrà sostanzialmente rispetto allo stato attuale.
Presenti anche pareri favorevoli all’abolizione del regime delle quote che ravvisano
all’indomani della liberalizzazione un miglioramento del funzionamento del mercato del
latte. Più pessimistica, invece, la previsione di chi si attende una penalizzazione degli
“onesti”, ossia di coloro che hanno sempre rispettato le quote a vantaggio di chi non le ha
rispettate e che si teme rimarrà impunito con l’abolizione delle stesse. Questa
preoccupazione è emersa anche in relazione al fatto allo stato attuale non è previsto alcun
indennizzo per coloro che hanno effettuato investimenti per l’acquisto di quote e che al 1°
aprile 2015 vedranno di colpo azzerato il valore patrimoniale delle stesse, con
conseguenze anche dal punto di vista dell’esposizione finanziaria.
Minoritarie, poi, altre opinioni che indicano, come principale conseguenza della fine delle
quote, l’aumento delle importazioni di latte nel nostro Paese.
Poco frequente - ma presente - infine, anche il punto di vista di chi ha posto l’accento sulla
diversa collocazione altimetrica degli allevamenti, ipotizzando una situazione più difficile
per i piccoli allevamenti di pianura che verosimilmente subiranno le pressioni e la
concorrenza degli operatori più grandi. Di converso, l’assetto produttivo degli allevamenti
di montagna risulterebbe preservato dalle nuove dinamiche della liberalizzazione proprio a
motivo della loro localizzazione geografica.
L’analisi dei risultati per area geografica di appartenenza dei rispondenti evidenzia,
tuttavia, alcune differenze rispetto ai risultati analizzati nel loro complesso, esemplificate
da ranking diversi in ciascuna macro area del Paese. In tutte le aree è condivisa al primo
posto l’ipotesi della chiusura delle aziende meno efficienti e meno competitive. Le maggiori
differenze si riscontrano al Nord Ovest, dove la flessione del prezzo del latte appare la
seconda ipotesi, seguita dal timore di atteggiamenti speculativi da parte di soggetti in
posizione dominante rispetto alla parte allevatoriale.
Tabella 3.8 – Le principali conseguenze dell’abolizione del regime delle quote
latte, in totale e per macro area
Ranking*
Principali conseguenze dell'abolizione delle quote:
Campione
NO
NE
CE
ME
chiusura aziende
31%
1
1
1
1
1
incertezza
17%
2
4
2
1
2
crollo prezzo del latte
15%
3
2
3
1
3
speculazioni all’interno della filiera
13%
4
3
4
2
4
nessun cambiamento
12%
5
4
5
2
4
miglioramento del mercato del latte
5%
6
5
6
2
4
penalizzazione degli "onesti"
3%
7
6
6
-
-
più latte estero importato nel nostro Paese
3%
8
7
-
-
-
differenze tra allevamenti di pianura e di montagna
0%
9
8
-
-
-
*Si tratta di un Ranking di ordine decrescente, dove alla posizione “1” viene collocata l’ipotesi di scenario a più
alta frequenza di risposte e all’ultima posizione quella a più bassa frequenza di risposte.
Fonte: Campione Ismea
25
Delle differenze ancora più evidenti di ranking emergono nell’analisi dei risultati per
indirizzo produttivo dell’azienda:
-
-
tra i produttori di latte destinato formaggi DOP, non vi è incertezza dello scenario
post 2015 mentre risulta più temuto il verificarsi di fenomeni speculativi,
soprattutto a svantaggio della qualità del latte;
nel segmento della produzione di latte destinato alla produzione di formaggi che
non hanno un riconoscimento di origine la quota maggiore di operatori si è
dichiarata incerta riguardo al dopo liberalizzazione; una quota più contenuta ha
esplicitato il timore della chiusura di alcune aziende; mentre una rappresentanza di
poco inferiore ha ipotizzato un miglioramento del funzionamento del mercato del
latte.
Tabella 3.9 – Le principali conseguenze dell’abolizione del regime delle quote
latte, in totale e per indirizzo produttivo dell’azienda
Ranking*
Principali conseguenze dell'abolizione delle quote:
Campione
L_A Form_DOP
Form_NoDO
chiusura aziende
31%
1
1
1
2
incertezza
17%
2
3
5
1
crollo prezzo del latte
15%
3
2
4
4
speculazioni all’interno della filiera
13%
4
4
2
5
nessun cambiamento
12%
5
4
3
4
miglioramento del mercato del latte
5%
6
6
6
3
penalizzazione degli "onesti"
3%
7
5
6
6
più latte estero importato nel nostro Paese
3%
8
-
7
5
differenze tra allevamenti di pianura e di montagna
0%
9
-
-
6
*Si tratta di un Ranking di ordine decrescente, dove alla posizione “1” viene collocata l’ipotesi di scenario a più
alta frequenza di risposte e all’ultima posizione quella a più bassa frequenza di risposte.
Fonte: Panel Ismea
Legenda:
L_A: Latte alimentare;
Form_DOP: Latte destinato alla produzione di formaggi DOP/IGP;
Form_NoDO: Latte destinato alla produzione di formaggi senza DO.
Fonte: Campione Ismea
Al fine di capire se le prospettive generali del settore di fatto risultano influenzate dalla
grandezza dell’azienda sono state analizzate anche le risposte in base alla numerosità di
capi allevati. I dati mettono in risalto che in modo trasversale i due scenari più di
frequente indicati sono quelli della chiusura della aziende e dell’incertezza.
Nel caso delle imprese molto grandi (oltre 500 capi) assume una rilevanza di primo piano
l’ipotesi della flessione del prezzo del latte, che è quasi sempre indicata al terzo posto
anche nelle realtà di dimensioni più ridotte (fino a 100 capi).
26
Tabella 3.10 – Le principali conseguenze dell’abolizione del regime delle quote
latte, in totale e dimensione dell’azienda (classi di capi)
Ranking*
Principali conseguenze
dell'abolizione delle quote:
T
O
T
<20
2049
5099
100 - 200 - 500 ≥
199 499 999 1.000
chiusura aziende
31%
1
1
2
1
1
1
1
2
incertezza
17%
2
2
1
2
3
2
4
4
crollo prezzo del latte
speculazioni all’interno della
filiera
15%
3
3
3
3
4
4
2
1
13%
4
3
3
5
2
3
4
3
nessun cambiamento
miglioramento del mercato del
latte
12%
5
1
5
4
5
2
3
3
5%
5
3
4
5
7
5
-
5
penalizzazione degli "onesti"
più latte estero importato nel
nostro Paese
differenze tra allevamenti di
pianura e di montagna
3%
7
-
5
-
4
6
-
5
3%
8
-
5
6
6
6
-
-
0%
8
-
-
-
-
-
5
-
*Si tratta di un Ranking di ordine decrescente, dove alla posizione “1” viene collocata l’ipotesi di scenario a più
alta frequenza di risposte e all’ultima posizione quella a più bassa frequenza di risposte.
Fonte: Campione Ismea
Altre interessanti considerazioni in merito ai possibili scenari post 2015 sono emerse dalle
interviste realizzate face to face.
-
Tutti gli esperti intervistati sono concordi nell’affermare che la fine delle quote latte
non determinerà grandi stravolgimenti negli assetti produttivi attuali né a
livello nazionale né a livello comunitario.
-
L’eventuale maggiore disponibilità di latte a livello comunitario potrebbe
rappresentare un rischio in situazioni contingenti di prezzi esteri più vantaggiosi:
l’afflusso di latte estero in cisterna potrebbe rappresentare un grande limite per le
aziende nazionali che puntano tutto sulla territorialità del prodotto. Il timore è che
si perda il valore aggiunto dei prodotti caratterizzati da un forte legame con il
territorio (latte fresco e formaggi a denominazione) e che si svilisca eccessivamente
la remunerazione delle stalle nazionali.
-
Attualmente, molti Stati Membri (soprattutto dell’Europa orientale) producono già
abbondantemente sotto quota; pertanto l’eventuale aumento della produzione,
soprattutto da parte grandi Paesi tradizionalmente produttori di latte (Germania,
Francia, Olanda, Danimarca), non dipenderebbe dalla liberalizzazione del mercato,
piuttosto dal profilarsi di nuove opportunità di sbocco giustificate dalla rapida
evoluzione della domanda mondiale. Rispetto al sistema italiano,
principalmente orientato alle produzioni di qualità e incentrato sul mercato
domestico, i produttori comunitari possono fare affidamento su una maggiore
apertura internazionale dei propri sistemi produttivi, oltre che su una diversa
organizzazione della filiera e potrebbero, quindi, cogliere le opportunità derivanti
dal mercato mondiale.
-
La consapevolezza dell’importanza delle proteine nella dieta, la diffusione di modelli
consumo più evoluti e la maggiore solvibilità da parte dei Paesi emergenti hanno
fatto crescere la domanda in misura esponenziale, creando un gap di offerta a
27
livello mondiale e generando fenomeni di elevata volatilità. I prezzi delle commodity
(soprattutto latte in polvere e burro) hanno, quindi, subito un’impennata tanto da
divenire un business appetibile a livello di fondi di investimento (future) e
l’introduzione di elementi speculativi potrebbe avere risvolti negativi sulla filiera
ed esasperare la volatilità del settore (come già accaduto per il mercato dei
cereali).
3.4 Strumenti a sostegno delle aziende: gli allevatori conoscono il
“Pacchetto latte”?
L’indagine si è conclusa con una domanda sulle misure previste dal Regolamento (UE) n.
261/20122, ovvero il cosiddetto “Pacchetto latte”, al fine di verificare quanti sono gli
operatori del settore che le conoscono e, tra quelli che le conoscono, quanti sono quelli che
le considerano uno strumento idoneo ad attenuare i probabili effetti negativi derivanti
dall’abolizione del regime delle quote e, più in generale, dal minore sostegno al mercato
previsto dalla nuova PAC.
Dal punto di vista giuridico, il “Pacchetto latte” è un regolamento che modifica il
regolamento dell’OCM unica (Reg. Ce 1234/2007), in cui sono introdotte alcune misure
specifiche finalizzate al rafforzamento della posizione dei produttori lattiero-caseari nella
filiera. L’orientamento del “Pacchetto latte” non è rivolto, come nel passato, alla
stabilizzazione dei prezzi sui mercati interni, ma ad aiutare gli agricoltori a convivere con la
volatilità, migliorando le relazioni di filiera.
In sintesi gli strumenti individuati sono quattro:
-
relazioni contrattuali: contratti scritti tra produttori di latte e trasformatori;
-
possibilità di negoziare collettivamente le condizioni contrattuali attraverso le
organizzazioni dei produttori (OP);
-
norme specifiche per la costituzione e il funzionamento delle organizzazioni
interprofessionali (OI);
-
programmazione dell’offerta dei formaggi DOP e IGP.
Le nuove misure, che saranno riesaminate nel 2014 e nel 2018 e che dovrebbero rimanere
in vigore fino al 2020, sono state emanate dal legislatore comunitario con la finalità di
accompagnare i produttori di latte dopo l’abolizione delle quote e migliorare la loro
organizzazione secondo una logica più orientata al mercato.
Poco più della metà degli operatori intervistati ha dichiarato di conoscere le misure del
“Pacchetto latte”. Ne consegue che circa 2 aziende su 5 non sono informate sulle nuove
misure che riguardano i rapporti contrattuali nel settore del latte e dei prodotti lattierocaseari. La disinformazione è generalmente diffusa a livello territoriale sebbene con
maggiore intensità nelle aree del Centro-Sud e tra gli imprenditori più giovani. In base
2
Regolamento (UE) n. 261/2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 14 marzo 2012 che modifica il
regolamento (CE) n. 1234/2007 per quanto riguarda i rapporti contrattuali nel settore del latte e dei prodotti
lattiero-caseari.
28
all’aspetto dimensionale, sembra invece che siano meno informate le aziende piccole (con
meno di 50 capi allevati), mentre la conoscenza risulta decisamente superiore alla media
se si considerano le imprese molto grandi (con un numero di capi allevati compreso tra
500 e 999). Tra quelli che hanno affermato di conoscere il “Pacchetto Latte”, però, in 8
casi su 10 è stata dichiarata un’insoddisfazione rispetto alla tutela assicurata dalla
normativa.
Figura 3.6 – Quota di imprese che conosce le misure del pacchetto latte
No
44%
Sì
56%
Fonte: Campione Ismea
Figura 3.7 – La conoscenza delle misure del pacchetto latte tra le imprese
del Campione Ismea (per area geografica, età del conduttore e dimensione
economica)
Per area geografica
Campione
56%
44%
NO
57%
43%
NE
59%
41%
CE
44%
ME
56%
50%
0%
20%
50%
40%
Sì
60%
80%
100%
No
29
Per età del conduttore
Campione
57%
43%
over_40
58%
42%
under_40
53%
0%
47%
20%
40%
60%
Sì
80%
100%
No
Per dimensionale (classe di capi)
Campione
56%
44%
≥ 1.000
57%
43%
500-999
65%
200-499
35%
55%
45%
100-199
58%
42%
50-99
58%
42%
20-49
47%
<20
53%
55%
0%
20%
45%
40%
60%
Sì
80%
100%
No
Fonte: Campione Ismea
Anche gli esperti intervistati si sono espressi in merito alla valenza del “Pacchetto Latte”,
sottolineando l’importanza della presa di coscienza da parte del legislatore europeo dello
squilibrio strutturale tra la forza contrattuale dei produttori di latte e l’industria. Tuttavia,
per quanto riguarda l’efficacia della misura esistono pareri abbastanza contrastanti.
Tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che a un anno di distanza dall’entrata in
vigore della norma, ad eccezione, della programmazione produttiva dei formaggi a
30
denominazione, poco o nulla è stato fatto in tema di Organizzazione dei Produttori e,
quindi, di contrattazione.
Tab. 3.11 - Le opinioni degli esperti in merito al “Pacchetto Latte”
“FAVOREVOLI”
“CONTRARI”
Strumento importante per la riorganizzazione dei
produttori (fare sistema, massa critica di
prodotto).
Scarso interesse da parte degli allevatori
(intervento non monetizzato) e difficoltà di
comunicazione
da
parte
degli
organismi
associativi.
Ruolo organizzativo delle OP: in assenza di
vincoli produttivi, importante strumento di
governo della produzione.
Creazione di OP non commerciali, che non
acquistano il latte degli allevatori associati, ma si
limitano a eseguire la negoziazione collettiva del
prezzo del latte.
Contrastare gli squilibri nella distribuzione della
ricchezza lungo la filiera.
La portata innovativa dell’intervento è relegata
allo strumento dell’associazionismo, ma in Italia
esiste ancora un forte vincolo culturale a questo
tipo di approccio.
Programmazione produttiva dei formaggi DOP,
per limitare le oscillazioni di mercato.
La programmazione della
formaggi DOP tutela solo
produttori di latte.
produzione
una parte
dei
dei
31
CONCLUSIONI
Dopo un trentennio di applicazione, la maggior parte degli operatori ha tracciato un
bilancio complessivamente positivo sul regime delle quote latte.
Il sistema è stato uno strumento molto efficace di organizzazione della produzione e non
ha rappresentato un limite all’espansione produttiva delle aziende, poiché, a fronte della
significativa contrazione del numero di allevamenti, la produzione nazionale è rimasta
sostanzialmente costante. I vincoli produttivi hanno, quindi, rappresentato una misura
efficace rispetto al mantenimento del livello dei prezzi alla stalla e il prezzo del latte crudo
italiano ha continuato ad essere il più alto del mondo. L’esistenza del regime ha, inoltre,
tutelato la zootecnia da latte anche nelle aree meno vocate, come le zone di montagna e li
Centro-Sud della penisola, dove l’allevamento ha rappresentato l’unica alternativa possibile
con risvolti molto positivi anche in termini di gestione e mantenimento.
Il sistema ha però evidenziato negli anni numerose criticità che ne hanno attutito i risvolti
positivi sulla filiera nazionale. L’anomala gestione del prelievo supplementare ha di fatto
costituito una turbativa al funzionamento del mercato interno, rappresentando un forte
limite concorrenziale per le aziende che hanno operato nel rispetto della normativa
europea. Inoltre, molti allevatori hanno fortemente investito per l’acquisto di quote e alla
fine del regime vedranno completamente azzerato il valore del capitale, mentre
l’indebitamento per gli investimenti effettuati continuerà a rappresentare una voce
importante del loro bilancio economico.
Il “Pacchetto Latte” è considerato un insieme di misure abbastanza inefficace - oltre che
difficilmente applicabile - per il sostegno della produzione nazionale e la sopravvivenza
delle aziende, che, dal canto loro, nella maggior parte dei casi auspicano ad altri
provvedimenti. Tra quelli citati:
-
l’avanzamento in sede WTO del processo di riconoscimento dei marchi di tutela, per
fronte al grave problema della contraffazione e dell’Italian sounding;
-
l’importanza del monitoraggio dei mercati per una corretta diffusione delle
informazioni a tutti gli operatori della filiera;
-
una maggiore diffusione della cultura d’impresa, soprattutto in merito alla gestione
dei costi e della marginalità aziendale.
A partire dal 1° aprile 2015 bisognerà voltare pagina e il sistema produttivo nazionale non
sembra orientato a grandi stravolgimenti, per l’esistenza di oggettivi vincoli di tipo
strutturale all’accrescimento della produzione delle aziende da latte.
Al di là del temuto scenario di chiusura delle aziende più piccole e meno efficienti
(fenomeno peraltro fisiologico vista la mancanza di ricambio generazionale), gli operatori
sono pervasi da un grande senso di incertezza e di pessimismo che deriva soprattutto dalla
applicazione della nuova Politica Agricola Comunitaria. L’entrata i vigore della PAC – e
la conseguente riduzione del sostegno al reddito degli agricoltori - avrà un
impatto decisamente più pregnante che l’abolizione del sistema delle quote latte.
Il taglio dei pagamenti diretti avrà un impatto devastante sulle aziende poco efficienti, che
non sono state in grado di attuare scelte gestionali adeguate nel corso degli anni e che
hanno imperniato la loro marginalità sul premio comunitario.
32
Allegato: Questionario
D1 - Qual è il numero totale di capi allevati dalla sua azienda?
n. _______
D2 - In riferimento alla campagna 2012/2013, potrebbe dire quale è stato il
numero medio di capi in produzione nella sua azienda?
n. _______
D3 - In riferimento alla campagna 2012/2013, qual è stata la produzione media
annua di latte per capo nella sua azienda?
kg _______
D4 - Qual è la destinazione prevalente del latte prodotto dalla sua azienda?
(una sola risposta)
1  Latte alimentare e altre destinazioni (yogurt, ecc…)
2  Latte destinato alla produzione di formaggi a Denominazione di Origine (DO)
3  Latte destinato alla produzione di formaggi che non sono a Denominazione di
Origine
D5 - Qual è il canale di sbocco prevalente del latte prodotto dalla sua azienda?
(una sola risposta)
1  Conferimento a cooperativa/consorzio per la lavorazione del latte alimentare
2  Industria
3  Cooperative/Associazioni per la raccolta e la commercializzazione del latte
4  Il latte prodotto è prevalentemente trasformato in azienda
D6 - In previsione dell’abolizione del regime delle quote latte (a partire da
aprile 2015), pensa di:
1  Aumentare la produzione complessiva di latte della sua azienda
vai alla D7
2  Mantenere inalterata la produzione complessiva di latte della sua azienda
vai alla D12
3  Ridurre la produzione complessiva di latte della sua azienda
vai alla D9
33
4  Riconvertire la produzione della sua azienda
vai alla D10
5  Pensa di chiudere la sua azienda
vai alla D13
6  Non è in grado di fare delle previsioni a riguardo
vai alla D13
7  Non sono informato sull’abolizione delle quote e non so rispondere
vai alla D13
D7 - Di quanto, in percentuale?
1   10%
2  11%-50%
3  51%-100%
4  più del 100%
D8 - In che modo?
Domanda a risposta multipla (fino a 4 risposte)
Indicare, utilizzando i parametri da 1 a 4, l’ordine degli interventi che si
intende adottare, dove:
“1” indica il primo
“2” indica il secondo
“3” indica il terzo
“4” indica il quarto, l’ultimo
1  Incrementando il numero di capi della sua azienda:
aumentando la rimonta
1
2
3
4
2  Incrementando il numero di capi della sua azienda:
acquistando nuovi capi
1
2
3
4
3 Aumentando la resa per capo (investimenti in ambito
genetico, in ambito sanitario, nell’alimentazione degli
animali, investimenti sulle strutture dell’azienda)
1
2
3
4
4  Acquisizione e/o accorpamento di altre aziende di
allevamento di bovino da latte
1
2
3
4
N.B. dopo la D8 passare alla D 12
34
D9 - Potrebbe dirci perché? (Domanda aperta)
………………………………………………………………………… vai alla D12
D10 -
Potrebbe dirci perché? (Domanda aperta)
…………………………………………………………………………
D11 In particolare, potrebbe dirci verso quale orientamento produttivo
prevalente? (una sola risposta)
1  Altre produzioni zootecniche, specificare. ………………………………………….
2  Seminativi
3  Colture permanenti
N.B. dopo la D11 passare alla D 13
D12 In previsione della liberalizzazione del mercato del latte e in
riferimento all’attuale specializzazione della sua azienda, pensa di modificare
la destinazione della sua produzione?
1  No
2  Non sono ancora in grado di fare previsioni
3  Si, verso il latte alimentare
4  Si, verso il latte destinato alla produzione di formaggi
Origine (DO)
a Denominazione di
5  Si, verso il latte destinato alla produzione di formaggi
Denominazione di Origine
che non sono a
D13 E in generale, a suo avviso, quali saranno le principali conseguenze
dell’abolizione del regime delle quote latte? (Domanda aperta)
……………………………………………………………………………..
D14 Secondo lei, le misure del “pacchetto latte” serviranno ad attenuare i
probabili effetti negativi sul prezzo del latte derivanti dall’abolizione del
regime?
1  Non conosco le misure del pacchetto latte
2  Si, sono convinto che sono delle misure adatte
3  No, sono convinto che sono insufficienti/inutili
35
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ALLEVAMENTO BOVINO DA LATTE: L