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Domesticittà.
Azioni urbane
|Roma|
Valentina Costa
Laura di Stefano
Piero Ventura
Bosley’s è frutto della collaborazione tra gli architetti Valentina Costa (Roma, 1974),
Laura Di Stefano (Napoli, 1972), Pierluigi Ventura (Cosenza, 1974).
Il gruppo nasce dalla convinzione comune della necessità di un radicale ripensamento del
ruolo dell’architetto nelle dinamiche di trasformazione spaziale e sociale. Bosley’s è impegnato in una ricerca sulla fruizione dello spazio collettivo inteso come generatore di caratteristiche formali, funzionali e sociali. Da questo punto di vista l’atto progettuale è inteso
come un processo orientato dalle necessità e dai desideri dei cittadini fruitori dello spazio
collettivo da progettare. Un altro filone di ricerca intrapreso recentemente è quello della
comunicazione visiva e della percezione spaziale attraverso strumenti di elaborazione grafica, modellazione solida, fotografia.
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Il pro get to Domesticittà nasce a Roma nel 2005 dalle considerazioni
di un gruppo di giovani architetti basate sull’osservazione dello spazio
pubblico: viene messa in discussione l’efficacia del semplice atto progettuale poiché ri s u l ta insuffi c i e n te nell’assegnare a qu e sti luoghi la
funzione di cata l i z z a to ri per le attività collet t i ve che gli spet te rebbe per
definizione e sto ria.
A nost ro avviso ri s u l ta di fondamentale importanza ri p e n s a re radicalm e n te gli st rumenti pro gettuali e, sopra t t u t to, gli indicato ri utilizzati
per la valutazione dei progetti di spazi pubblici. Nella situazione attuale,
che si tratti di Roma, Pechino o Singa p o re, poco cambia: il proget to è
c o n c e p i todall’alto, segue delle pro c e d u re sta n d a rd, cerca di raggiunge re obiettivi parziali, mentre la socialità - che dov rebbe essere la premessa e il fine dell’opera - rimane solo sulla carta. Il senso reale di qu esto ge n e re di inte rventi, nascosto diet ro obiettivi di fa c c i a ta, è quello di
trasfo rm a re porzioni di città in luoghi fa c i l m e n te controllabili, di re n d ere duttili e gove rnabili spazi che per una loro particolare confo rmazione non lo sono. Nelle grandi città il luogo deputa to come collet t i vo, qu i ndi usufruibile da ogni individuo come spazio a sua disposizione, non è
re a l m e n te perc e p i to come proprio ma si è tra s fo rm a to sempre più in
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uno spazio sov raccarico di norme e divieti che lo regolano e come tale
lo negano come spazio di libera condivisione. Eppure si sono venute a
c re a re nuove necessità abitative e nuove fo rme di vita in comune con
le quali gli arch i tetti si devono confrontare, nell’urgenza di una presa
d ’ a t to etica, al fine di potersi ancora ch i a m a re professionisti “liberi” e
limita re l’asserv i m e n to pro gressivo ai pru riti edili del merc a to. È
necessario capire, e non esclusivamente in maniera te o rica o ast ra tta, quali sono le esigenze degli individui, e allo sta to attuale i limiti che
impediscono di appropriarsi del luogo pubblico come spazio cui la coll ettività appartiene.
Il nost ro modo di inte n d e re il lavo ro dell’architet to negli spazi pubblici
va oltre l’atto pro gettuale, secondo il quale un architetto immagina uno
spazio e lo impone agli abitanti, per concret i z z a rsi in un processo
sociale e costruttivo del quale il pro get to è solo l’ultima fase.
Nelle pagine che seguono sono pre s e n tati alcuni esperimenti che
a t tengono alla prima fase del nost ro proget to di ri c e rca, quella di st imolo della partecipazione inte rattiva dei cittadini ai luoghi della città. Il
nostro lavo ro è cominciato nel quartiere Esquilino di Roma, in particol a re nell’area che va da Piazza Vittorio a Piazza Dante. Siamo partiti
dalla considerazione che lo spazio pubblico non è sentito come pro p ri o ,
bensì come semplice luogo di attraversamento, percepito come este rno e molte vo l te est raneo. L’obiettivo di qu e sto primo approccio alla
città è sta to quello di speri m e n ta re modalità attrave rso le quali sconvolge re qu e sta percezione per la quale l’inte rno e l’este rno sono
mondi opposti, il primo riconoscibile e confo rtevole, il secondo dista nte e impersonale.
Il metodo seguito per capovolge re le percezioni abitudinarie dello spazio cittadino è sta to quello di effet t u a re alcune azioni urbane - fondate
rovesciamento spaziale e comporta m e n tale tra dimensione inte rna e
dimensione este rna - in grado di ge n e ra re uno straniamento nell’osserva to re e/o partecipante.
Le azioni urbane effettuate sono sta te di due tipi. Le prime, prevalente m e n te ludiche, sono state scelte per il loro pote re di comunicare un
uso intimo e alternativo dello spazio urbano. Si è tratta to di “met te re
in scena”, in st rada, azioni quotidiane che norm a l m e n te si svolgono in
casa (pranzo, cena, conve rsazione te l e fonica, eccete ra), in modo da
raffi g u ra re “all’este rno” la dimensione domestica/propria (vedi immagini, pag. 92, 94, 111).
Le seconde azioni hanno riguard a to la trasposizione della rete virt u ale, della quale viene assunta come va l o re la potenzialità comunicativa
e di inte rscambio, nella mate rialità qu otidiana, al fine di caratteri z z a re
gli spazi urbani come generatori di relazioni sociali, e allo stesso tempo
favo ri re l’immagine della città come una effet t i va rete comp o sta da
dive rsi nodi di scambio. Le installazioni re a l i z z a te sono oggetti reali e
ri p etibili che funzionano come inte rfacce capaci di st i m o l a re l’interazione. At t rave rso qu e sti nodi attratto ri è possibile in ogni momento agire
contemporaneamente sulla città e con chi la abita. La rete reale che
si viene a configurare re stituisce ai luoghi pubblici un senso identita ri o
di appartenenza, di propri età comune.
Gli esperimenti di seguito pre s e n tati in dettaglio hanno sondato la
disponibilità alla partecipazione dei cittadini dell’area in ogget to da
quattro angolazioni specifi che: la condivisione, la comunicazione, la
riappropriazione e la rivalutazione
Sulla condivisione: La mensola urbana.
La mensola urbana sfru t ta il principio di st ravolgimento inte rn o / e sterno in qu a n to porta sui muri della città l’arre d a m e n to dello spazio
domestico. La mensola inte rpreta l’aspet to più concreto della comunicazione virtuale - il peer to peer (file sharing) - proponendosi come
interfaccia fisica per un bara t toin diffe ri ta. L’idea di posizionare la mensola urbana è nata per met te re alla prova un’ i p otesi condivisa all’inte rno di Domesticità: la comunicazione all’inte rno delle dinamiche urbane
può trasfo rm a rsi in partecipazione. Questo processo è più efficace
quando avviene attraverso l’esecuzione di un ri to collet t i vo o individuale.
La prima mensola è sta ta montata di fro n te all’audito rium di
Mecenate, via Merulana all’altezza del Te a t ro Brancaccio; la scelta del
s i to è ri c a d u ta su qu e sta piazzetta che è già luogo di sosta e aggre gazione per la gente della zona, cara t te ri z z a todalla presenza di un’edicola, una fermata degli autobus, bar, ri sto ranti e panet te ria; la scelta iniziale è sta ta “poco invasiva”: il cancello di recinzione dell’Audito rium è
sta to usato come se fosse un muro.
Sono stati lasciati oggetti di va rio genere (tazzine, libri, dvx, candele,
e c c ete ra.) e sulla carta da parati sono sta te scri t te le “ist ruzioni per
l’uso”, ossia le regole del gioco.
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Il risulta to iniziale è sta to poco soddisfacente, la mensola è sta ta usata
a senso unico: gli oggetti venivano presi ma non lasciati. Le considerazioni fa t te in seguito al monito raggio hanno porta to il gruppo a camb i a relocation:
il luogo deve essere un muro, su cui poter incollare ve ra carta da parati per ot te n ere lo st ravolgimento (…) l’inte rno deve essere re a l m e n te rovesciato all’esterno (…)
per evitare che l’ogget to deperisca a causa delle condizioni climatiche deve essere
al coperto (…) una zona di passaggio, fo rse, può avere maggior fo rza attrattiva di un
luogo di sosta (…).
La seconda mensola è sta ta insta l l a ta sot to i portici di piazza Vi t to ri o :
è un luogo di va ria etnia, commerciale, nei pressi della linea A della
metropolitana. L’effetto della messa a punto è sta to immediato.
I nost ri contributi sono dive n tati decisamente poco influenti: gli ogget t i
lasciati da noi spariscono in poche ore, qu e sto è ve ro, ma non è più
necessario seguire quotidianamente l’upload. Rispet to alla posizione
della prima, pur avendone lasciato inva ri a to l’aspet to, la nuova mensola ha assunto un va l o re in più. L’effetto non era stato pre m e d i ta to
come dimost ra il fa t to che la decisione di sposta re la mensola in qu esto punto è sta ta det ta ta essenzialmente dalla necessità di prote g gerla dalla pioggia. Ora, attaccata a una porzione mura ria, in una posizione tale da cre a re quasi una nicchia, l’allusione all’ogget to domestico si
è ch i a ri ta maggiorm e n te e questo ha modificato la risposta. Non è
a u m e n ta ta solo la quantità di oggetti lasciati spontaneamente, ma
sopra t t u t to la qualità: cera grezza per candele, una giacca, giocattoli,
c o s m etici, un peluche, fi g u rine, libri, giochi da tavolo, denotano una consapevolezza dive rsa da parte di chi li ha donati attrave rso la mensola.
Il va l o re utilita rio è passato in secondo piano e il gioco si è fa t to più
s e rio; si tra t ta di oggetti cara t te rizzati anche da valori affettivi che
spontaneamente sono stati messi in condivisione. La leggera modifica
dell’immagine, oltre alla dive rsa confo rmazione dei flussi che attraversano piazza Vi t to rio, ri s p et to a via Merulana, è di certo la prima
responsabile di qu e sto salto qualitativo. A questo punto abbiamo cerc a to una confe rma attrave rso un’ u l te ri o re messa a punto dell’insta l l azione che ne potenziasse il valore estraniante: il poster è sta to sost ituito da un foglio di vera carta da parati e le “regole del gioco” sono
sta te trascri t te in un qu a d ret to appeso al muro. L’upload è di nuovo
migl i o ra to in qualità e quantità.
L’esperi m e n to funziona: la mensola confe rma la vo glia di “usare” la
città; inte rp reta to corret ta m e n te come inte rfaccia off re la possibilità
di scambiare oggetti ed esperienze. Ha la fo rza di “nodo attratto re” e
contemporaneamente racconta il desiderio di comunicare e condivid e re (vedi immagini, pag. 106).
Sulla comunicazione: lavagna urbana, mail box e message in a bottle.
Dopo l’esperienza della mensola abbiamo deciso di continuare con
a l t re azioni-installazioni into rno Piazza Vittorio, con l’intenzione di posiz i o n a re sullo stesso percorso dive rsi nodi attratto ri. La lavagna urbana sfrutta il va l o re iconico dell’ogget to piutto sto che il principio di ri b a lta m e n to tra este rno e inte rno. Una lavagna è una porzione di spazio
dedicata a scri ve re o a disegnare, quindi comunicare.
Nell’immaginario collet t i vo l’inte rpretazione dell’uso è immediata. La
lavagna è sta ta corre d a ta di gessetti, cancellino e anche in qu e sto
caso sono sta te scri t te delle ist ruzioni che ch i a riscono la possibilità di
usarla libera m e n te, per met te re a pro p rio agio anche i più “timidi”.
Tra tutte le installazioni, la lavagna è di certo quella accolta con maggior entusiasmo. L’uso che ne viene fatto è molto va rio, dalle tag pure
e semplici a messaggi e suggerimenti viene usata come va lvola di
s fogo per qualsiasi tipo di impulso. Rileva n te: nessuno ha mai usato
st rumenti dive rsi dai gessi per scri ve re, al punto che se mancano i
gessi la lavagna va in standby per ri p re n d e re vita non appena viene
a g g i u n to altro gesso. Sono anche comp a rse lamentele in meri to alla
temp o ranea assenza del cancellino; finché non abbiamo cominciato, in
qualità di redazione attiva, a cancellare i messaggi meno recenti, si
continuava a scri ve re nei vuoti rimasti tra un messaggio e l’altro, in
continua sov rapposizione, senza censura re i messaggi altru i .
La lavagna dunque vive di vita propria, senza alcun bisogno di stimoli
da parte nost ra. I messaggi sono tutti di tipo ista n taneo - degli slogan
o frasi fatte, citazioni o messaggi personali - e confe rmano il desideri o
di appropriarsi di spazi attrave rso i quali comunicare (vedi immagini,
pag. 108 - 110).
La mail box è una casset ta della posta per messaggi o let te re che inv ita a uno scambio “protet to” individuale. La prima casset ta installata
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era cost i t u i ta da una scatola bianco latte con una buca per inviare ed
uno sportello per ri c eve re, e come logo/icona un ibrido tra la tradizionale tro m b et ta del postino e la “chiocciola” che definisce gli indirizzi di
p o sta elet t ronica.
La casset ta è stata monta ta sostituendo la mensola all’Audito rium di
Mecenate. L’esperimento mirava anche a te sta re l’efficacia di un link
tra le installazioni mediante una sovrapposizione di location.
L’ a l l e st i m e n todella mail urbana è diventa to occasione per una perfo rmance dimostrativa: “lo scri t toio urbano”. Una persona si è seduta a
una scri vania posta sul marciapiede di fro n te alla casset ta con tutto
l’o c c o rre n teper scri ve re una let te ra; dopo aver rifl et t u to sul te sto per
una decina di minuti ha scritto la prima let te ra che è sta ta imbucata .
La mail è un’interfaccia più “impegnativa” da usare: è necessario superare la diffidenza, apri re lo sportello “ri c evi” per legge re le let te re conte n u te e, volendo ri s p o n d e re, c’è bisogno di un tempo più lungo rispetto a un messaggio da scri ve re sulla lavagna.
Il va l o re della mail box sta proprio nella possibilità di scrive re pensieri
intimi, lunghi, ma protetti dall’anonimato; funziona come un contenitore collet t i vo di pensieri. Come accade nella rete virtuale ci si può
nascondere diet ro un nickname e lasciarsi andare a ri flessioni, ri chieste d’attenzione e, come in una chat line, si rimane in attesa di risposta. Un messaggio tra quelli lasciati nel mese di Nove m b re diceva:
un foglio, una penna… e la mia solita (in ve sti un po’ insolite stavo l ta) voglia di scri vere… e l’imbarazzo che viene meno, nascosta dalla piacevole sensazione di essere una
f ra tanti che è passata da qui…Ho visto la città che ogni giorno amo semp re di più
svegl i a rsi dopo una lunghissima alba, ho visto allo specchio, ancora una vo l ta, tutta
la felicità che ho, per la quale sogno, ancora, di nuovo, senza voler più smet te re.
Q u e sta let te ra, che si commenta da sola, rispecchia totalmente lo spiri to con cui l’inte rfaccia/mail box può essere usata. La prima mail box,
per qu a n to re a l i z z a ta con molta cura e attenzione non aveva un alto
pote re iconico: una scatola bianca di fo rma ret tangolare semplice,
non evoca l’immagine della buca di posta tradizionale. Questo non ha
imp e d i to che venisse re c e p i ta nel modo corretto da chi l’ha usata. Lo
spiri to della casset ta è sta to colto, ma il suo pote re attrattivo è
comunque limita to. La casset ta è ri m a sta al suo posto per una sola
s ettimana dura n te la quale solo due, dei va ri messaggi ri nvenuti,
rispondevano alle “regole del gioco”. Come per la mensola urbana
abbiamo deciso di modificare l’aspet to della mail box, la quale però non
ha re g i st ra toalcun pro gresso. A qu e sto punto abbiamo dov u to tra rre
delle conclusioni: la mail box ra p p re s e n ta un erro re di metodo. Nel
caso della prima installazione, a dispet to dell’assenza di un va l o re iconico figurativo, la gente lasciava messaggi; mentre nella seconda t roppo simile a una ve ra buca delle let te re - è ra ro trovare qualche
messaggio. In altri te rmini, per voler migl i o ra re l’estetica del nodo ne
abbiamo ri d ot to l’efficacia straniante ai minimi te rmini. In più si sono
dimostrati ri l evanti alcuni problemi tecnici come il fa t to che, trattandosi di una scatola chiusa, non è possibile ve d e re se ci sono messaggi al
suo inte rno e le operazioni lega te al suo uso sono lunghe e complesse
(vedi immagini, pag; 110).
L’evoluzione della mail box è data da message in a bottle che contiene
tutti i meccanismi dei servizi di messaggeria digitale, ri chiede ge st i
immediati e semplici e inserisce nel conte sto urbano una funzione
p rima est ranea alla st rada e ai luoghi aperti.
L’ i n stallazione consiste in una fila ordinata di piccole bot t i glie di succo
di frutta, ognuna con un et i chet ta personalizzata, appese per mezzo di
uno spago ad 1 m da te rra. All’inizio della serie compaiono le istruzioni e il nome dell’installazione, mentre alla fine della stessa abbiamo
lasciato dei chiodi liberi per chi volesse continuare ad appendere altre
bottigl i et te .
La location è sta ta scelta in base a para m et ri legge rm e n te diversi
dalle altre installazioni: via M. Buonarroti non è una st rada di transito
intenso ma essenzialmente una via di passaggio che collega via
M e rulana con Piazza Vi t to rio. La presenza del superm e rc a to, così
come di una sede della CGIL, la rende tuttavia più riconoscibile delle
a l t re trave rse. Inoltre è pre s e n te un lungo muro di un conve n to, in
m a t toni a faccia vista into n a c a to di recente e libero da affissioni pubblicitarie di ogni ge n e re, che ci ha definitiva m e n te conv i n to a sceglierla come sito ideale.
Le nost re previsioni si sono ri velate fo n d a te, anche grazie al contri b uto del personale del superm e rc a to: le bot t i glie sono sta te usate per
uno scambio di messaggi tra i turni di lavo ro, così come ve re e proprie
“bottiglie get ta te in mare” contenenti ri flessioni personali. Come esempio, citiamo te stualmente il messaggio di Federica:
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C a ra vita mia,
ti pro m et to che cerch e rò di migliorarti affinché io possa vivere momenti di ve ra felicità e totale appaga m e n to… perché dopo la tempesta, il sole sorge sempre!
Con message in a bottle abbiamo abbandonato l’uso dell’icona domestica per punta re sulla qualità estetica degli oggetti. Non è un ge sto
evo c a t i vodi alcun ri fe ri m e n togià noto, ma il pote re attra t to re è affidato totalmente alla composizione degli oggetti. L’effet to straniante si
può quindi dire diret to, anziché di rimando. Se la casella di posta e la
lavagna gara n t i vano l’anonimato del mitte n te, oltre che del dest i n a tario, le bot t i glie perm et tono di insta u rare una conve rsazione a tu per tu
con un mittente noto. La cara t te ri stica comune a tutte le installazioni
che declinano il tema della comunicazione è, comunque, la dimensione
temp o rale: si stimola cioè un tipo di “conve rsazione” in diffe ri ta, sul
modello della rete virtuale, creando però dei siti urbani riconoscibili
dove pote rsi re l a z i o n a re( vedi immagini, pag. 108).
Sulla riappro p riazione dello spazio collet t i vo: L’orto pubblico.
La pre p a razione di un orto richiede te rra, utensili adatti, tempo e dedizione.
Il luogo scelto è un giardino pubblico - non re c i n ta to - a via di S. Croce
in Gerusalemme. È un giardino molto bello ma poco frequentato.
Q u e sta caratteri stica gioca a nost ro favo re in due modi: da un lato ci
rassicura sulla protezione da azioni vandaliche, più probabili in luoghi
meno riparati; dall’altro lato ra ffo rza, attrave rso il paragone con un
g i a rdino pri va to, una immagine “intima” dell’orto.
In linea di massima all’inte rno di molti parchi si verificano episodi di delim i tazioni abusive da parte di privati che di fatto “ri ta gliano” porzioni di
te rri to rio per re a l i z z a re orti a uso e consumo personale. L’orto di
Domesticittà si fonda su principi opposti: non si tratta di una sot t ra z i one di te rreno pubblico a fini privati, ma di stimolare l’uso collet t i vo e la
va l o rizzazione del ve rde pubblico. L’esperi m e n to intende essere d’esempio di come è possibile prendersi diret ta m e n te cura di un bene
che già ci appartiene, attrave rso una rifunzionalizzazione che ne pote nzi il senso di bene comune.
L’orto viene pianta to da chiunque in un parco pubblico qualsiasi e
lasciato alle cure di altri cittadini che liberamente scelgono di coltiva r-
lo (o lasciarlo deperi re) e di raccogl i e rne i frutti.
Abbiamo dissodato un met ro qu a d ro di te rreno, rimuovendo erba, piet re, radici, eccete ra; abbiamo scava to dei fi l a ri con un canale di scolo;
poi inte rra to una piantina di basilico, una di peperoncini, una di menta
e seminato delle carote. Il te rreno così pre p a ra to è sta to re c i n ta to e
corredato di spaventapasseri e bustine di semi per i futuri coltiva to ri
dell’orto.
Abbiamo lavo ra to per circa un paio d’o re senza suscita re grande
c u riosità nei passanti. Solo più ta rdi, quando ci siamo allontanati, qualcuno è to rn a to a contro l l a re l’accaduto.
La scelta del met ro qu a d ro di te rreno è stata fatta consapevo l m e n te
per fo rn i re un’unità di misura dell’inte rve n to. Il ge sto manife sta la ch i ara volontà di occuparsi di “porzioni” di città ri vendicandone il diritto
d’uso. Diventa una sorta di spot: l’orto pubblico, dopo essere sta to
pianta to, rimane come immagine che educa alla cura dello spazio collettivo. Pianta to da qualcuno l’orto rimane a disposizione di tutti, ribadisce il senso civico di appartenenza alla collettività, è una manifestazione del diri t to di ogni individuo di poter essere parte attiva e decisionale nella crescita e nella cura della propria città.
Il concet to di propri età individuale viene sost i t u i toda quello di appartenenza.
Il nost ro esperi m e n to di orto pubblico viene annaffi a to e cura to, sono
stati piantati i semi di ravanello. La pulitura del giardino da parte del
Comune non ha rimosso l’installazione, limitandosi alla falciatura del
p ra to tutto into rno ( vedi immagini, pag. 109).
Sulla ri va l u tazione dello spazio urbano: I dots fioriti
Nati come installazione, con la previsione di una lunga dura ta in modo
da perm et te re un’interazione diffe ri ta, i dots fi o riti hanno av u to uno sviluppo sui generis ri s p et to alle altre installazioni.
Il gesto si è dimost ra to più efficace per la sua breve durata, quindi
come azione ista n tanea ed esemp l i fi c a t i va. Il luogo scelto per i dots è
sta to via Labicana, all’altezza del Colosseo lungo il marciapiede che
c o steggia il parco della “Domus Au rea”. È un luogo di passaggio abbastanza intenso in qu a n to ai limiti dell’area archeologica del centro storico. Abbiamo comp ra to cinque va s etti di piantine grasse e due vasi di
p i a n te fi o ri te. Già dura n te l’installazione la gente ha cominciato a fe r-
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m a rsi per ch i e d e re cosa stessimo facendo, primo fra tutti l’addet to
alla sorveglianza dei lavo ri st radali di via Labicana che in seguito ha
confermato una certa preoccupazione per la riuscita dell’esperi m e nto rimanendo “a guardia” dei dots.
Una vo l ta sistemati i vasetti e i ri s p ettivi cartelli con la scri t ta “innaffi ami” ci siamo spostati nel parco della Dumus Au rea per osservare dall ’ a l tole prime reazioni, che sono sta te tutte positive con l’unica eccezione di un calcio gra t u i to che ha dive l to una piantina. Molto diverte nte e apprezzato l’immediato intervento dell’addet to ai lavo ri st ra d a l i
che ha ri mp rovera to l’auto re del calcio ed ha immediata m e n te ri s i stem a to la piantina. A dispet to di qu e sto primo successo, tuttavia, la mattina seguente tutte le piante erano spari te. Il nost ro “collabora to re” ci
ha info rmati che almeno fino alle 19.00 del giorno pre c e d e n te le piante erano ri m a ste al loro posto e che quindi sono sta te rimosse dura nte la not te. La settimana successiva sono stati piantati nuovi dots semp re nello stesso luogo. Questa volta, anziché appoggiare i vasetti nei
buchi del marciapiedi, le piantine sono sta te inseri te nella te rra, pri ve
di vasi, ricoperte con te rra fresca e comp a t ta ta, accompagnati dal
s o l i tocartellino “innaffiami”. La condizione mete o rologica non ha giocato a nost ro favore: a causa della pioggia insiste n te la gente passava
velocemente senza soffe rm a rsi un ista n te. Unica eccezione una coppia di turi sti che si è fe rm a ta “incanta ta” dall’idea (what a lovely idea!)
e ci ha ch i e sto spiegazioni. Le obiezioni che hanno mosso riguardavano solo la scelta delle piante grasse: troppo piccole e facilmente calpestabili con il buio, non crescono in altezza e difficilmente, dato il clima
stagionale, fi o ri ranno. La pioggia non ha consentito un periodo di
o s s e rvazione più lungo.
Il giorno seguente le piantine erano di nuovo spari te, qu e sta vo l ta insieme ai cartellini che le accompagnavano, lasciandoci il dubbio su chi
possa ave rle effet t i va m e n te rimosse, se i passanti o gli addetti alla pulizia delle strade.
Il tema che sottintende qu e sto tipo di azioni ri g u a rda il riutilizzo temporaneo degli elementi degradati di st rade e piazze. Nel caso dei dot s
abbiamo scelto i buchi praticati nell’asfalto per alloggiare i supporti dei
manifesti di propaganda elet to rale, installati temporaneamente e poi
rimossi. L’ i p otesi è quella di usare qu e sti elementi nei periodi in cui la
l o ro funzione originaria viene meno. Non sappiamo ad oggi dire se l’app rovazione dimost ra ta dai passanti ve rso i dots sia dov u ta al loro effet-
to st ra n i a n te oppure al va l o re estetico; Il mot i vo per cui le piantine
sono sta te rimosse a qu e sto punto appare irri l eva n te: l’effet to suscita to dall’installazione rimane lega to al valore poetico del ge sto (vedi
immagini, pag. 107).
Note per il futuro
Dagli esperimenti ai quali ci siamo fi n o ra ri fe riti abbiamo ricava to sugge rimenti per continuare il nost ro lavo ro che, come det to, intende elabora re una nuova modalità processuale di pro gettazione degli spazi
pubblici che abbia come premessa il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini.
Da un punto di vista metodologico abbiamo consta ta to che:
a) lo straniamento funziona come modalità per dirot ta re l’attenzione
dell’o s s e rva to re ve rso un punto preciso dello scenario urbano che
dive n ta così un polo attratto re ;
b) l’elemento ludico pre s e n te in ogni azione-installazione ha ge n e ra to
un messaggio ra s s i c u ra n te ed ha permesso la partecipazione attiva
dei soggetti che si sono relazionati tra loro su argomenti legati all’uso
degli spazi;
c) l’elemento attra t to re dive n ta ta n to più efficace nel ribaltamento
della percezione dei soggetti qu a n to più è ch i a ro il messaggio che
viene diffuso e accattivante l’ogget to dal punto di vista estet i c o ;
d) le installazioni sono in grado di raccogl i e re dati e info rmazioni qualitative sulla realtà sociale nella quale sono inseri te .
e) la disposizione delle installazioni lungo un unico perc o rso rispecchia
l ’ i n te n todi st ru t t u ra re una rete articolata secondo dive rsi nodi inte ra ttivi, permettendo la riconoscibilità dell’inte ro pro get to .
Il monito raggio dei nodi attra t to ri ha porta to a delle conclusioni “contingenti” ossia non definitive ma in continua evoluzione: il lavo ro da compiere è ancora lungo e arduo, confidiamo comunque nell’interesse
dimostratoci in dive rsi ambiti e da diffe renti soggetti. Parallelamente
alla ri c e rca del nost ro gruppo è nata una “costola” di Domesticittà che
ha sperimenta to l’installazione di una mensola nella zona di Porta
Portese con risultati simili alla prima. A loro va il nost ro benve n u to e ci
auguriamo che qu e sto contri b u to dentro “Spazi Comuni. Reinventa re
la Città” possa essergli di stimolo a continuare e sviluppare il lavo ro
intrapreso.
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Oltre agli autori del presente testo il progetto Domesticittà è stato portato avanti grazie alla generosità e al lavoro di Alessia Fiori, Daniela Dispoto, Carmine
Daniele, Gino, Mirella Ippolito, Tony Echauvelle e Bruno Battelli. Un ringraziamento particolare va a Francesco Pezzulli per i preziosi sugge rimenti metodologici e te orici e per il vitale incora g g i a m e n to offe rtoci nei momenti più difficili del lavoro.
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