Gennaio 2016 TESTIMONI Devo dimentica re i miei peccati, quando il nemico si serve di loro per farmi dubitare della misericor dia del DioAmore! DELLA MISERICORDIA Teresa di Los Andes TERESA DI LOS ANDES L’esperienza della Misericordia come tenerezza di Dio Prendiamo spunto dal viaggio in Cile che il padre Generale, Saverio Cannistrà, ha iniziato il 5 gennaio, per approfondire il tema della Misericordia in una giovanissima carmelitana di quella terra: Teresa di Los Andes, nata a Santiago il 13 luglio 1900, morta nel monastero di Los Andes il 12 aprile 1920 e canonizzata da Giovanni Paolo II il 21 marzo 1993. Scelta come testimone per tutti i giovani, per la semplicità della sua testimonianza e la giovane età è una santa la cui vita affascina e, nel contempo sconcerta, per la sua brevità. Che cosa porta una ragazza attraente, simpatica, sportiva (amava il nuoto e cavalcare) a scegliere una vita da “reclusa”? È lei stessa a spiegarlo, con molta ironia: “Cristo, questo pazzo di amore, mi ha resa pazza". Anche ai suoi occhi solo la follia d’amore poteva non solo attrarla, ma darle la forza e distoglierla da tanti interessi (il canto per esempio) e dalla famiglia cui era legatissima. Juanita Fernández Solar (questo il suo nome secolare) aveva scoperto la propria vocazione a 14 anni e il 7 maggio del 1919, era entrata nel monastero delle Carmelitane Scalze di Los Andes. Morì di tifo soltanto un anno dopo, avendo scoperto attraverso la sofferenza fisica anche un altro volto del Signore, quello della Croce, quel volto che da piccola aveva visto in alcuni dipinti custoditi in casa. In quel periodo il suo cuore era rivolto al culto della Vergine, con la recita del Rosario (“solo una v o l t a m e n e dimenticai”). “Prima mi domandavo come le monache potessero amare tanto il Signore ed essere tanto felici, pur non avendo alcuna dimostrazione esterna di affetto. Oggi, però, lo comprendo meravigliosamente e vorrei far capire che Dio ci manifesta il Suo Amore più di tutte le creature! Ad ogni istante si ricevono segni del Suo Amore infinito: non lo vediamo coi sensi, ma lo tocchiamo in ogni momento nelle Sue opere. Anche quando si ammalò, riuscì a superare i limiti della propria indole e della giovane età, aggrappandosi al Signore, come a una madre: “A causa della malattia ero diventata così desiderosa di carezze che non potevo stare sola… Ma Nostro Signore mi parlò e mi fece capire quanto fosse QUANDO IL PESO DELLA CROCE CI OPPRIME, CHIAMIAMO GESÙ IN NOSTRO AIUTO. LUI CAMMINA DAVANTI, E NON SARÀ SORDO GEMITO. DOLORI AL NOSTRO MALGRADO I SUOI SULLA VIA DEL CALVARIO, CONSOLÒ LE SANTE DONNE; PERCHÉ NON DOVREBBE CONFORTARE NOI? FORSE GESÙ NON STA LÌ, NEL TABERNACOLO, PER INCORAGGIARCI? L’immagine di un “Ecce Homo” che si venerava nella casa di Juanita , futura suor Teresa TERESA DI LOS ANDES solo e abbandonato nel Tabernacolo. Mi disse di tenergli compagnia.” Ai laici, come spiega nel suo ritratto della santa, p. Antonio Maria Sicari, S. Teresa di Gesù di Los Andes pone un interrogativo: possibile che siano colo i bambini a porsi delle domande di fronte a un Gesù sulla Croce, provandone pena, desiderando di dargli sollievo? Lei scelse di consolare il Signore, perché da Lui era stata sempre consolata, sentendosi come avvolta dalla sua tenera misericordia. E ci ha lasciato un diario che testimonia questo sentirsi amata: “Madre: lei crederà di trovarsi davanti una storia interessante. Non voglio che si inganni. La storia che lei leggerà non è la storia della mia vita, ma la vita intima di una povera persona che, senza alcun merito, Gesù Cristo ha amato in modo speciale e ha colmato di benefici e grazie” . Nel s uo D iario descrive se stessa unicamente attraverso la propria esperienza di Dio, il conforto della fede, e ancor di più il lavoro che in lei fa il Signore la portano seppur giovanissima a non drammatizzare alcune difficoltà familiari, come l’improvviso ritrovarsi da una vita agiata a grandi difficoltà economiche. La sua famiglia fu molto colpita, alla vigilia della sua prima Comunione del gesto di Juanita dopo la confessione generale fatta in ritiro: volle chiedere scusa a ciascuno, parenti e personale di servizio. Infine, l’ingresso al Carmelo. Poi il 14 maggio 1919 scrive: Fanno otto giorni che sono al Carmelo. Otto giorni di cielo. Provo l'amor di Dio in modo tale che vi sono momenti che credo di non riuscire a resistere. Voglio essere una ostia pura, s a c r i f i c a r m i continuamente in tutto per i sacerdoti e i peccatori. Ho fatto il mio sacrificio senza lacrime. Quale forza Dio mi ha elargito in questi momenti! Ho sentito il mio cuore spezzarsi sentendo i singhiozzi di mamma e dei miei fratelli. Ma avevo Dio e lui solo mi bastava. Stefania De Bonis «Se sapessi le tenerezze che il Suo Cuore adorabile racchiude! Gesù riunisce tutte le bellezze delle creature, sia le fisiche che le intellettuali e quelle del cuore innalzate a un grado infinito. Che si può cercare che non sia in Gesù?» Il SIGNORE E’ PIU’DI UNA MADRE «Devi sforzarti nella confidenza. Perché temere che Gesù ti respinga? Una madre respingerebbe una figlia che, avendola disobbedita, le chiedesse poi perdono? No, la stringerebbe al cuore. Perché non pensare che Gesù fa lo stesso con noi, piccole creature, se possiede non una tenerezza di madre, ma una tenerezza che non conosce confini, essendo infinita? … Gesù da quel primo abbraccio non mi lasciò e mi prese per sé». Quanto attuale questa affermazione di Santa Teresa di Los Andes: l’ abbiamo ritrovata mercoledì 13 gennaio all'udienza generale del Papa che ha inaugurato una serie di catechesi dedicate alla misericordia. Speciale Giubileo della Misericordia Il simbolismo della Porta: antropologico, biblico, culturale e spirituale - 1 Quel passo che trasforma In questo periodo inevitabilmente parlando di “porta” la mente corre al simbolo dell’apertura del Giubileo. Eppure uno dei simboli più antichi dell’immaginario umano, dal punto di vista antropologico, è la porta. Sin dall’antichità indica il passaggio verso un luogo, spesso, non conosciuto. Pensiamo a quante realtà naturali attualmente conosciute fossero sconosciute agli uomini primitivi e attribuite a forze divine o maligne. Si pensi all’ingresso di una grotta o alle diverse fessure dalle quali non si conoscevano i pericoli che potevano nascondere. Cosi pian piano si sono create zone sacre o di accesso limitato, cui si accedeva o si vietava l’ingresso. Possiamo pensare ragionevolmente che nell’antichità anche le grotte, avessero un passaggio o una porta che si poteva attraversare oppure no secondo le diverse circostanze. Non si voleva rappresentate un semplice spazio o un luogo, ma il limite fra una realtà terrena conosciuta e un’altra divina sconosciuta, di solito si trattava della divisione fra spazio profano e sacro; fra un dentro e un fuori. In tutte le culture ci sono riti di passaggio i quali danno accesso ad un'altra realtà o ad un altro livello, cioè si tratta di un dentro o fuori di un luogo o un gruppo, un prima e un dopo. Sempre c’è l’idea di una soglia, di una porta, di un accesso ad una realtà superiore, ad una maturità umana. Tutte le culture e tutte le religioni hanno un varco magico, un limite magico. La porta fa da criterio interpretativo dei riti perché serve a creare uno sbarramento fisico ed è capace di fare da criterio interpretativo per i riti di passaggio. La simbologia nella storia e nelle culture Così vediamo che in molte culture la porta è la soglia della casa del capo tribù o del sacerdote o sciamano in molte culture primitive sono inviolabili. Violare questa soglia significava violare un tabù molto pericoloso in quanto poteva portare ad una morte immediata perché un profano entrava in un campo non permesso. La porta e la soglia servivano per custodire una potenza misteriosa: la prima difesa del sacro rispetto al profano. Già i termini ci indicano questa profondità. “Profano” è la persona che si trova davanti il fano, cioè la cella sacra del tempio dove soltanto può entrare il sacerdote, la persona che ha un incarico sacro, un autorità. Non tutti possono entrare nella zona sacra, e per poter farlo si devono compiere alcuni gesti di purificazione, come togliersi le scarpe. Di solito la soglia deve attraversarsi con un solo passo; in molte tradizioni popolari è molto pericoloso fermarsi sotto l’architrave della porta perché è considerata una terra di nessuno, un luogo dove ci si può perdere. Davanti alla porta dei santuari di solito si inginocchia, si bacia la porta, i suoi stipiti, si passa in ginocchio. Penso che molti di voi avrete l’immagine della coppia di novelli sposi in cui lo Speciale Giubileo della Misericordia sposo prende la moglie in braccio per passare per la prima volta la porta della casa coniugale. La porta per tanto rappresenta il luogo dove avviene il passaggio da uno stato ad un altro, la cerniera tra due mondi, tra il sacro e il profano; anche tra i mondo conosciuto e l’oltretomba. Molti sarcofagi romani sono decorati con delle porte, qualche volta rappresentate chiuse, qualche volta socchiuse a rappresentare il passaggio della morte attraverso la porta dell’Ade. Sul piano più storicoreligioso e mitologico, possiamo distaccare come in molte occasioni la porta ha bisogno di simboli apotropaici, per questo viene circondata da simboli, statue, animali feroci. Si ricordino le porte medievali con i leoni stilofori ai lati. Se la porta indica la frontiera, il confine, il limite, allora deve essere “marcata” nella sua funzione. La porta dunque in dica un passaggio e crea una separazione che ci introduce in un'altra realtà. Ci sono molti riti, anche nella liturgia cristiana, che ci raccontano di questo passaggio. Forse il più importante è il battesimo, passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla grazia. Il rito del battessimo all’origine si faceva immergendo il neofito nell’acqua. L’immersione totale era per simboleggiare il suo “sparire” al mondo per “apparire” nuovamente rinato alla vita nuova. Questo, per esempio, è il motivo per cui i battisteri nell’antichità si trovavano fuori dell’edificio di culto (li troviamo nella Basilica Laterana, a Firenze, a Parma) Poi quando si inseriscono nelle chiese si collocano subito all’ingresso dell’edificio di culto, di solito nel lato sinistro. Attualmente il rito del battesimo, se si fa bene, prevede che il sacerdote con la comunità di credenti accolgano il bambino con i genitori alla porta della chiesa e insieme percorrano la navata centrale per celebrare il battesimo davanti all’altare centro di tutta la liturgia cristiana. Certamente stiamo parlando di un rito di passaggio di una porta, un accoglienza alla soglia della porta e di un rito di trasformazione o ammissione nella comunità cristiana. Questi riti di passaggio hanno anche una grande importanza perché significano un nuovo status a livello sociale, o lavorativo. Pensiamo quando si da un nuovo ufficio ad un impiegato che è salito di grado quando oltrepassa la soglia del nuovo ufficio e prende possesso è un personaggio nuovo, ha una nuova autorità e lui stesso si sente diverso, più importante, appartenente ad una categoria nuova. Anche a livello religioso i riti di passaggio comportano una vera trasformazione. Si comincia, così, a comprendere quale sia il senso del passare attraverso la Porta Santa: un cambiamento di vita, una conversione, una trasformazione. Non si può stare dentro e fuori Speciale Giubileo della Misericordia nello stesso tempo, cioè non possiamo attraversare la porta e restare come prima, con le stesse scelte, con le identiche attitudini. O si resta fuori e dunque si rimane fra gli esclusi o si passa la porta e si entra nel gruppo degli amici di Gesù (Mt 25,34). Ovviamente si tratta di una scelta consapevole e non di un rito magico. L’esperienza religiosa è un “rischio” che “vincola”. Non può essere una situazione provvisoria. Oggi i giovani non vogliono compromessi, l’impegno per tutta la vita, preferiscono esperienze provvisorie. Come se nella vita si potesse tornare indietro e cominciare di nuovo. Ogni esperienza che facciamo, ogni passaggio, ci segna e trasforma. Anche una convivenza o qualsiasi attività che realizziamo lasciando la “porta aperta” per poter ritornare se non ci va bene ci cambia e quando “ritorniamo” non siamo gli stessi. Aveva molta ragione Jorge Manrique, poeta allontana gli spiriti maligni) di difesa della casa rappresentato nell’ultima piaga con la quale Dio punisce gli egiziani con la morte di tutti i primogeniti d’Egitto dal bestiame fino agli uomini (Es 12,1-39). spagnolo del XV secolo, che dice: “Le nostre vite sono come i fiumi che vanno a finire al mare”, stessa idea che nel secolo V secolo a.C., aveva espresso Eraclito (panta rei, tutto scorre): non possiamo fare due volte il bagno nello stesso fiume perché se ci sommergiamo per la seconda volta ha un'altra acqua. La porta nella Bibbia. Abbiamo analizzato l’importanza che ha la porta nella cultura antropologica dell’uomo (che per natura è religioso.) Certamente il simbolo della porta ha una grande rilevanza nella Bibbia. In ebraico ci sono tre vocaboli per indicare la realtà del termine porta con diverse sfumature di interpretazione che vanno dalla semplice apertura intesa come passaggio, all’ ingresso e infine la porta della casa o della stanza. Quindi è un termine sul quale si può specificare molto bene la realtà alla quale si vuole riferire. Le origini del popolo ebraico si trovano in un gruppo di nomadi che ad un certo momento della sua storia si stabilisce in una zona che viene considerata la “terra promessa”, cioè promessa da Dio ad Abramo (Es 12,7), dove edifica la sua capitale: Gerusalemme. Fino ad arrivare a questa sedentarizzazione passano molti secoli e molte esperienze che pian piano vanno creando quello che noi conosciamo come religione giudea. Rispetto al tema che ci interessa, abbiamo un rituale apotropaico (che Stiamo parlando di un antico rito di passaggio o di protezione di un pericolo che poteva penetrare nella casa attraverso l’unico accesso, ossia la porta. Ma questa viene protetta con il sangue di un agnello innocente. Questo rito si trova alla base del rito del riscatto dei primogeniti maschi fra gli israeliti (Es 13,13.11-13). Yavhè ha salvato gli israeliti da un pericolo, ma questi devono offrire ogni primogenito in seguito, soltanto i primogeniti degli uomini e di alcuni animali saranno salvati attraverso un riscatto. Questo rito si mantenne al tempo di Gesù (Lc 2,24). In questo periodo nomade si dava una grande importanza all’ingresso della tenda, come possiamo osservare dall’importanza che nel Speciale Giubileo della Misericordia Libro dell’ Esodo si dà alla porta della tenda del convegno dove si trovava la presenza di Dio. (Es 33,8-10; Nm 15,5; Dt 31,15). Tutti gli israeliti rispettano la presenza di Mose e di Yhavè all’interno della tenda rimanendo loro al di fuori della propria tenda. Si vede bene nell’Antico Testamento come per le decisioni importanti il popolo veniva convocato all’ingresso di questa tenda del convegno. Pensate alla consacrazione dei sacerdoti (Lv 8,3.4), anche prima di mettersi in marcia si radunavano davanti la porta della tenda (Nm 10,3) lo stesso succede per la punizione dei ribelli (Nm 16,19) e anche quando gli israeliti hanno peccato piangono davanti alla porta della tenda del convegno (Nm 25,6). Mosè prima della sua morte si presenta con Giosuè davanti della porta della tenda del convegno (Dt 31,14). Quindi presentarsi davanti alla porta della tenda del convegno è della città. rappresentarsi davanti al Signore stesso, perché lì è dove Yavhè veniva a parlare faccia a faccia con Mosè e dove dimorava la sua gloria. Per questa ragione davanti a questa porta si sviluppava un servizio non ben precisato (Es 38,8; 1Sam 2,22). Si parla anche della custodia di questa porta affidata a Zaccaria figlio di Melesemia (1Cro 9,21). Quindi la porta rappresentava il luogo di contatto e di comunicazione della divinità con il popolo d’Israele. Anche se Yavhè non poteva essere rappresentato si rappresenta questa porta, questo passaggio, che introduce in una realtà sconosciuta perché Dio non è conosciuto e non si può vedere. Una “reliquia” di questa tenda e di questa realtà la troviamo più tarde nel Sancta Sanctorum dove si trovava la presenza di Dio. Nel Tempio di Gerusalemme c’era una tenda che racchiudeva un spazio vuoto senza niente nella quale penetrava il Sommo Sacerdote un giorno all’anno quando offriva il sacrificio espiatorio per tutto il popolo. Soltanto in questo giorno, e dopo una attenta purificazione e una serie di riti, il sacerdote poteva attraversare la soglia di questa porta magica per arrivare alla presenza di Yavhè e chiedere perdono per se e per tutto il popolo. Con la sedentarizzazione del popolo d’Israele prende importanza la porta della casa, del palazzo o Alla porta della città si eseguivano le lapidazioni. Queste era il luogo fuori della famiglia, della vita dove si poteva dar la morte ad altre persone impure. Gesù anche sarà crocifisso fuori delle porte di Gerusalemme. Di notte si chiudevano le porte della casa e della città. Nel caso della casa privata, si sbarravano le porte e si mettevano tutti a letto cercando la sicurezza. La porta della città aveva anche una grande importanza, perché era l’ingresso dei pericoli o delle invasioni. Queste venivano chiuse durante la notte e chi rimaneva fuori restava in balia dei pericoli (Gdc 9,35; 2Sam 10,8; 2Sam 11,23). Ogni porta di Gerusalemme aveva un nome: Porta delle Pecore, dei Pesci, Porta Vecchia, della Valle, della Fonte… In Ezechiele la stessa città di Gerusalemme viene chiamata “porta delle nazioni” (Ez 26,2), per la sua importanza come punto di arrivo e trasformazione per tutti i popoli della terra. P. Arturo Beltràn ocd (1 - continua) Speciale Giubileo della Misericordia Leggendo la bolla di indizione del Giubileo straordinario I santi testimoni del Volto misericordioso Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre - scrive il Papa nella “Misericordiae Vultus” - Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth. Il Padre, « ricco di misericordia » (Ef 2,4), dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come « Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà » (Es 34,6), non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina. Nella « pienezza del tempo » (Gal 4,4), quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio. Agostino d’Ippona Dottore della Chiesa, filosofo, vescovo (354 –430) “È più facile che Dio trattenga l’ira più che la misericordia” 2. Abbiamo sempre b i s o g n o d i contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È c o n di z i o n e d el l a nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato. La bolla di indizione del Giubileo straordinario, che stiamo leggendo insieme, c’insegna a comprendere come per conoscere la Misericordia sia n e c e s s a r i o “frequentare” il Misericordioso. Lo fa con parole semplici e anche poche citazioni. Oltre a documenti del Magistero della Chiesa e le Sacre Scritture, Il Papa cita sei santi, (di cui tre dottori della Chiesa: Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino, San Giovanni della Croce, San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II, autore, fra l’altro, dell’enciclica Dives in Misericordia, del 1980) e il beato Paolo VI. SAN BEDA IL VENERABILE monaco (672-735) Il monaco, commentando la chiamata di Matteo, ha scritto che Gesù lo guardò con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque eligendo. Speciale Giubileo della Misericordia Tommaso d’Aquino Dottore della Chiesa, Primario in Oncologia (1225 - 1274) Giovanni della Croce Carmelitano scalzo, Dottore della Chiesa (1542-1591) “È proprio di Dio Alla sera usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza” della vita saremo giudicati sull’amore Giovanni Paolo II Giovanni XXIII Papa (1920-2005) Papa (1881- 1963) « Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia i n v e c e d i imbracciare le armi del rigore … La Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati » PAOLO VI Papa ( 1897 - 1978) «V o g l i a m o piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità … » La mentalità contemporanea, forse più di quella dell’uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l’uomo, il quale, grazie all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai prima conosciuto nella storia, è diventato padrone ed ha soggiogato e dominato la terra (cfr Gen 1,28). Tale dominio sulla terra, inteso talvolta unilateralmente e superficialmente, sembra che non lasci spazio alla misericordia … Ed è per questo che, nell’odierna situazione della Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un vivo senso di fede si rivolgono, direi, quasi spontaneamente alla misericordia di Dio » In cammino con la Parola di Dio Sul blog dell’ “Ocds d’Italia” i nostri padri carmelitani commentano la Sacra Scrittura Fare il pieno d’amore Dopo il tempo natalizio, la liturgia ci invita a permanere nella simbolica matrimoniale attraverso la narrazione delle nozze di Cana di Galilea (Gv 2, 1-11), una simbolica che rimanda al mistero dell’incarnazione del Verbo, come i nterscambio tra l’umano e il divino, ma anche all’alleanza di Dio con il suo popolo. L’evangelista Giovanni, è l'unico che narra questo evento del nozze di Cana, un brano che riveste un ruolo rilevante nella struttura del quarto vangelo ed offre una chiave di lettura per capire il piano n a r r a t i v o dell’evangelista. L’immagine del matrimonio per parlare del rapporto di Dio con il suo popolo è sempre stata cara ai profeti (Is. 54.62; Ger. 2; Ez 16; Os. 2). Tutta questa Dal Tempo di Avvento il blog delle fraternità ocds italiane (ocdsditalia.blogspot.it) propone una guida alla meditazione della Parola domenicale, fatta dai padri carmelitani di tutt’Italia. All’iniziativa hanno aderito anche il nostro Superiore Provinciale, p. Luigi Gaetani e p. Enzo Caiffa, rettore del santuario Maria Madre della Chiesa, a Jaddico. In questo numero riportiamo la riflessione di p. Luigi Gaetani, nel prossimo quella di p. Enzo Caiffa. carica simbolica deve essere tenuta presente per focalizzare l’identità di colui che giunge a Cana per partecipare alle nozze, una identità che fa passare in secondo piano il protagonismo degli sposi, di cui non conosciamo nulla. Secondo il Cantico dei Cantici (1,2; 7,10; 8,2) il vino è il simbolo dell’amore tra lo sposo e la sposa pertanto, se lo sposalizio di Cana è da collocare, sul piano simbolico, nella rappresentazione dell’amore fra Dio sposo e Israele sposa, ciò significa che l’amore nell’alleanza antica si era estinto, come il vino nelle giare. La carenza di vino viene notata da Maria, la donna che fa ponte tra l’antica e la nuova alleanza, la quale si r i v o l g e n o n all’organizzatore del banchetto, ma a Gesù. Infatti, se lui è il Messia-Sposo, è a lui che ci si deve rivolgere per superare la mancanza dell’amore tra il popolo e Dio, mancanza che sarà colmata solo nell’<ora> stabilita, in quel vertice dell’amore spinto al massimo e rappresentato dal passaggio da questo mondo al Padre (Gv 13,1), la sua pasqua (7,30; 8, 20; 12, 23.27; 17,1). Giovanni evidenzia così che non sono più le giare colme d’acqua che purificano l’uomo e lo rendono degno di Dio e che l ’ o s s es s i o n e d e l le abluzioni purificatrici non solo ha svuotato le giare dell’acqua ma ha reso la relazione tra Dio e il suo popolo molto formale, colma di paura di essere sporchi ed impres entabili davanti a Dio, come una festa di nozze senza amore ma piena di convenevoli. L’ordine di Gesù è quello di riempire di acqua le giare. Il ruolo di Gesù Messia sta nell’operare una trasformazione profonda della legge antica, rappresentata dall’acqua, nella sua vivificazione, In cammino con la Parola di Dio in quella “settima stanza” (Edith Stein) dove il Signore ama dimorare e dove già si realizza il Regno, in attesa di quel pieno compimento, il non ancora, che è rappresentato dall’intima unione con Lui, da quella sponsalità che sono le nozze dell’Agnello. significata dal vino. Sta nel passaggio da un contatto esterno, epidermico ad una presenza interiore (Ger. 31,31-34), ad una gioia dentro l’uomo. Così a Cana comincia già a delinearsi l’identità di Gesù, lo sposo vero (3,29), il frutto della sua ora. “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli cedettero in lui” (Gv. 2,11). E’ quasi un riassunto del brano. Siamo all’inizio dei segni e il primo che Gesù compie ha sapore sponsale. Il segno illumina, chiarisce, ne rivela il senso, manifesta con il suo agire la gloria di Dio e la nascita della fede nel cuore dei discepoli. È questo il motivo per cui il racconto delle nozze di Cana fa in realtà parte d e l l a f e s t a dell’Epifania. Le tre domeniche che vanno dall’Epifania fino alla seconda Domenica ordinaria, passando per il Battesimo del Signore, hanno tutte un elemento dell’Epifania del Signore. Tuttavia, per comprenderlo sino in fondo, questo inizio dei segni, bisognerà andare fino all’ora di Gesù, il momento in cui egli diventa sorgente di vita con l’acqua e il sangue che sgorgano dal suo costato (Gv. 19,34). “Non hanno più vino” dice Maria a Gesù, con parole semplici e misteriose che potremmo tradurre con non hanno più gioia, sono a corto di amore. Questa denuncia di Maria di Nazareth va al cuore del messaggio cristiano, mentre evidenzia il limite della legge: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento”, come dice Papa Francesco (EG, 1). Cana ci invita a cercare più in profondità, ad altri livelli, a penetrare all'interno del nostro vivere comune e di tutti i giorni, spesso vuoto e insipido. Ci invita a trovare stupore, gioia, un'estasi profonda. Abbiamo bisogno di trovare qualcosa che dia un senso e un sapore a tutte le cose. Non lo troviamo nella superficie delle cose ma dentro, nel nucleo, in quel profondo centro dell’anima (S. Giovanni della Croce), Cana ci invita a passare dall'acqua al vino, a mutare, a r a g g i u n g e r e quell’umano compiuto che è significato dalla persona di Gesù Cristo: “Cristo svela l’uomo a se stesso e ne rivela la sua altissima dignità” (Gaudium et spes, 22). Cana ci invita a spalancare i nostri occhi di carne per vedere attentamente i fatti; ma spalanchiamo anche gli occhi di tutti i nostri sensi perché si vede toccando, odorando, ascoltando, lasciando che tutto ciò che ci costituisce sia proteso verso la c o m p r e ns i o ne dell’altro. Solo così potremo vedere nella nostra Cana, quella del quotidiano, la gloria di Gesù. P. Luigi Gaetani Superiore Provinciale X ANNI DALLA BEATIFICAZIONE La misericordia nella vita della beata Elia di San Clemente S’inizia in questo mese il calendario di manifestazioni dedicate alla B. Elia di San Clemente, in ricordo del decimo anniversario della sua beatificazione : Venerdì 29 Gennaio 2016, alle ore 19.00, nella Parrocchia Maria SS. del Carmine di Sannicandro Garganico primo incontro sulla spiritualità della beata dal titolo: “Canterò in eterno le misericordie del Signore” (Sal 88,2). L’esperienza della tenerezza e della misericordia negli Scritti della Beata Elia; riflessione di Padre Luigi Gaetani, Superiore dei Carmelitani Scalzi della Provincia Napoletana Sabato 5 marzo alle 17 Incontro sulla spiritualità e l’attualità del messaggio di Elia di San Clemente, monastero dei Ponti Rossi, Napoli, a cura della fraternità dei SS. Teresa e Giuseppe di Napoli. Venerdì 8 aprile 2016, ore 19.00, nella Sala Odegitria della Cattedrale di Bari: La famiglia, la società e la vita consacrata luoghi della tenerezza e della misericordia nella vita della B. Elia; Sr Nicla Spezzati asc, Sottosegretaria della Congregazione per la Vita Consacrata. Giovedì 26 Maggio, ore 19.00, Parrocchia Santissimo Sacramento in Bari: La spiritualità eucaristica della B. Elia; Prof. Giuseppe Micunco, Direttore Ufficio Diocesano Laicato Venerdì 27 maggio 2016, ore 19.00, Parrocchia Maria Santissima del Monte Carmelo in Bari: L'Eucaristia, fonte della tenerezza e della misericordia nella testimonianza della Beata Elia; Prof. Giuseppe Micunco, Direttore Ufficio Diocesano Laicato Domenica del Corpus Domini 29 maggio 2016: Festa della B. Elia di San Clemente Sabato 4 giugno, nella Cattedrale di Bari: Concerto Meditazione con Frammenti di Luce. A disposizione di quanti desiderano conoscere il pensiero, la vita, l’attualità della b. Elia di San Clemente, sarà on line agli inizi di febbraio il blog ideato e curato da Stefania De Bonis “Il mare, un giardino e Dio”, dedicato alla prima beata della nostra Provincia. Il blog si arricchirà anche degli interventi dei padri che nel corso dell’anno vorranno rendere omaggio alla carmelitana scalza del monastero di San Giuseppe di Bari, delle testimonianze e degli incontri che si terranno per far conoscere la sua spiritualità. A proposito di formazione Nel discorso rivolto ai maestri formatori per la vita consacrata Il Papa, Teresina e lo stupore dell’incontro con Cristo Sappiamo che S. Teresa di Lisieux è la “preferita” di Papa Francesco e non ci ha stupito come abbia spesso fatto riferimento a lei. Nel Discorso ai partecipanti al raduno dei formatori di consacrati e consacrate, promosso lo scorso aprile dalla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita a p o s t o l i c a , soffermandosi sulle caratteristiche che deve avere un formatore l’ha citata a proposito di un episodio che l’aveva colpito e che lei raccontò nel Manoscritto C, a proposito della propria esperienza di maestra delle novizie. Disse il Papa: "Dio sa aspettare. Anche voi, imparate questo, questo atteggiamento della pazienza, che tante volte è un po’ un martirio: aspettare… E quando ti viene una tentazione di impazienza, fermati; o di curiosità… Penso a santa Teresa di Gesù Bambino, quando una novizia incominciava a raccontare una storia e a lei piaceva sentire come era finita, e poi la novizia andava da un’altra parte, santa Teresa non diceva niente, aspettava. La pazienza è una delle virtù dei formatori." Da Teresina occorre imparare anche a conservare lo stupore. Pur non facendo riferimento esplicito alla santa, Il Papa senz’altro si è ispirato alla sua piccola via, dicendo: Sono anche convinto che non c’è crisi vocazionale là dove ci sono consacrati capaci di trasmettere, con la propri a testimonianza, la bellezza della consacrazione. E la testimonianza è feconda. Se non c’è una testimonianza, se non c’è coerenza, non ci saranno vocazioni. . Non siete soltanto “maestri”; siete soprattutto testimoni della sequela di Cristo nel vostro proprio carisma. E questo si può fare se ogni giorno si riscopre con gioia di essere discepoli di Gesù. Da qui deriva anche l’esigenza di curare sempre la vostra stessa formazione personale, a partire dall’amicizia forte con l’unico Maestro… quell’incontro che non si dimentica, ma tante volte finisce coperto da cose. Questa è u na disciplina di quelli e di quelle che vogliono dare testimonianza: andare indietro alla propria Galilea, dove ho incontrato il Signore; a quel primo stupore”. NEWS P. Julio Almansa in Terra Santa E’ stata celebrata a Roma, lo scorso 17 gennaio, la Messa di congedo, di P. Julio Almansa, ocd, assieme ai confratelli della Casa Generalizia. P. Julio che è stato segretario per le missioni e segretario per la comunicazione ha collaborato lo scorso anno al nostro notiziario con una serie di articoli su S. Teresa di Gesù e il rapporto con i laici, il rapporto con p. Gracian. A P. Julio, ora in destinato in Terra Santa dove sarà membro della comunità del Monte Carmelo a Haifa, va il nostro grazie, con la speranza di poter ospitare, in futuro, altri suoi articoli dalla Terra Santa, terra di Gesù e terra che ha visto nascere il nostro Ordine. CI HA LASCIATI P. ANDREA DE CONNO Nella notte tra il 24 e 25 dicembre scorso é tornato alla casa del Padre il nostro caro P. Andrea De Conno, che il 10 gennaio avrebbe compiuto 95 anni (nella foto l’ultimo compleanno festeggiato con i confratelli). Ha vissuto nel nostro convento quando era giovane, come maestro dei novizi, è stato a lungo priore della Comunità di S. Teresa, a Napoli, poi è ritornato a Torre del Greco negli ultimi anni della sua vita, spesa tutta al servizio del Carmelo e della Chiesa. E' stato padre spirituale per frati, monache e per le fraternità O.C.D.S., guidandoci alla riscoperta del Vangelo nel suo stile di profonda umiltà e carità. La sua dipartita ci ha lasciati nel vuoto. Grazie, Signore, per avercelo donato! Consiglio della Provincia Napoletana Ocds P. Luigi Gaetani ocd (Superiore. Provinciale) Rossana Sabatiello (Presidente) Salvatore Mosca, Stefania Campopiano, Angela Giagnorio (Consiglieri) La fraternità O.C.D.S. di Torre del Greco. CRESCERE IN FRATERNITA’ Notiziario realizzato a cura di Stefania De Bonis DISTRIBUITO GRATUITAMENTE ALLE FRATERNITÀ DELL’ORDINE SECOLARE DEI CARMELITANI SCALZI DELLA PROVINCIA NAPOLETANA E ALL’OCDS D’ITALIA E. Mail bollettino: [email protected]