Gennaio 2016
TESTIMONI
Devo
dimentica
re i miei
peccati,
quando il
nemico si
serve di
loro per
farmi
dubitare
della
misericor
dia del
DioAmore!
DELLA MISERICORDIA
Teresa di
Los Andes
TERESA DI LOS ANDES
L’esperienza della Misericordia
come tenerezza di Dio
Prendiamo spunto dal
viaggio in Cile che il
padre
Generale,
Saverio
Cannistrà,
ha iniziato il 5
gennaio,
per
approfondire il tema
della Misericordia in
una
giovanissima
carmelitana di quella
terra: Teresa di Los
Andes,
nata
a
Santiago il 13 luglio
1900,
morta
nel
monastero di Los
Andes il 12 aprile
1920 e canonizzata da
Giovanni Paolo II il
21 marzo 1993. Scelta
come testimone per
tutti i giovani, per la
semplicità della sua
testimonianza e la
giovane età è una
santa la cui vita
affascina
e,
nel
contempo sconcerta,
per la sua brevità.
Che cosa porta una
ragazza
attraente,
simpatica,
sportiva
(amava il nuoto e
cavalcare) a scegliere
una vita da “reclusa”?
È
lei
stessa
a
spiegarlo, con molta
ironia: “Cristo, questo
pazzo di amore, mi ha
resa pazza".
Anche ai suoi occhi
solo la follia d’amore
poteva
non
solo
attrarla, ma darle la
forza e distoglierla da
tanti
interessi
(il
canto per esempio) e
dalla famiglia cui era
legatissima. Juanita
Fernández
Solar
(questo il suo nome
secolare)
aveva
scoperto la propria
vocazione a 14 anni e
il 7 maggio del 1919,
era
entrata
nel
monastero
delle
Carmelitane Scalze di
Los Andes.
Morì di tifo soltanto
un anno dopo, avendo
scoperto attraverso la
sofferenza fisica anche
un altro volto del
Signore, quello della
Croce, quel volto che
da piccola aveva visto
in
alcuni
dipinti
custoditi in casa. In
quel periodo il suo
cuore era rivolto al
culto della Vergine,
con la recita del
Rosario (“solo una
v o l t a
m e n e
dimenticai”).
“Prima
mi domandavo come le
monache
potessero
amare tanto il Signore
ed essere tanto felici,
pur non avendo alcuna
dimostrazione esterna
di affetto. Oggi, però,
lo
comprendo
meravigliosamente
e
vorrei
far
capire
che Dio ci manifesta il
Suo Amore più di tutte
le creature! Ad ogni
istante si ricevono segni
del Suo Amore infinito:
non lo vediamo coi
sensi, ma lo tocchiamo
in ogni momento nelle
Sue opere.
Anche
quando
si
ammalò,
riuscì
a
superare i limiti della
propria indole e della
giovane
età,
aggrappandosi
al
Signore, come a una
madre: “A causa della
malattia ero diventata
così
desiderosa
di
carezze che non potevo
stare sola… Ma Nostro
Signore mi parlò e mi
fece capire quanto fosse
QUANDO IL PESO DELLA CROCE
CI OPPRIME, CHIAMIAMO GESÙ
IN NOSTRO AIUTO.
LUI
CAMMINA DAVANTI, E NON
SARÀ
SORDO
GEMITO.
DOLORI
AL
NOSTRO
MALGRADO I SUOI
SULLA
VIA
DEL
CALVARIO, CONSOLÒ LE SANTE
DONNE;
PERCHÉ
NON
DOVREBBE CONFORTARE NOI?
FORSE GESÙ NON STA LÌ, NEL
TABERNACOLO,
PER
INCORAGGIARCI?
L’immagine di un “Ecce Homo” che si venerava
nella casa di Juanita , futura suor Teresa
TERESA DI LOS ANDES
solo e abbandonato nel
Tabernacolo. Mi disse
di tenergli compagnia.”
Ai laici, come spiega
nel suo ritratto della
santa,
p.
Antonio
Maria Sicari, S. Teresa
di Gesù di Los Andes
pone un interrogativo:
possibile che siano colo
i bambini a porsi delle
domande di fronte a un
Gesù
sulla
Croce,
provandone
pena,
desiderando di dargli
sollievo?
Lei scelse di consolare
il Signore, perché da
Lui era stata sempre
consolata, sentendosi
come avvolta dalla sua
tenera misericordia. E
ci ha lasciato un diario
che testimonia questo
sentirsi
amata:
“Madre: lei crederà di
trovarsi davanti una
storia
interessante.
Non voglio che si
inganni. La storia che
lei leggerà non è la
storia della mia vita,
ma la vita intima di
una povera persona
che,
senza
alcun
merito, Gesù Cristo ha
amato
in
modo
speciale e ha colmato
di benefici e grazie” .
Nel
s uo
D iario
descrive se stessa
unicamente attraverso
la propria esperienza
di Dio, il conforto della
fede, e ancor di più il
lavoro che in lei fa il
Signore la portano
seppur giovanissima a
non
drammatizzare
alcune
difficoltà
familiari,
come
l’improvviso ritrovarsi
da una vita agiata a
grandi
difficoltà
economiche. La sua
famiglia
fu
molto
colpita, alla vigilia
della
sua
prima
Comunione del gesto
di Juanita dopo la
confessione generale
fatta in ritiro: volle
chiedere
scusa
a
ciascuno, parenti e
personale di servizio.
Infine, l’ingresso al
Carmelo. Poi il 14
maggio 1919 scrive:
Fanno otto giorni che
sono al Carmelo. Otto
giorni di cielo. Provo
l'amor di Dio in modo
tale che vi sono
momenti che credo di
non
riuscire
a
resistere. Voglio essere
una
ostia
pura,
s a c r i f i c a r m i
continuamente in tutto
per i sacerdoti e i
peccatori. Ho fatto il
mio sacrificio senza
lacrime. Quale forza
Dio mi ha elargito in
questi momenti! Ho
sentito il mio cuore
spezzarsi sentendo i
singhiozzi di mamma
e dei miei fratelli. Ma
avevo Dio e lui solo mi
bastava.
Stefania De Bonis
«Se sapessi le
tenerezze che il Suo
Cuore adorabile
racchiude! Gesù
riunisce tutte le
bellezze delle
creature, sia le
fisiche che le
intellettuali e quelle
del cuore innalzate a
un grado infinito.
Che si può cercare
che non sia in
Gesù?»
Il SIGNORE E’ PIU’DI UNA MADRE
«Devi sforzarti nella confidenza. Perché temere che Gesù ti respinga? Una madre
respingerebbe una figlia che, avendola disobbedita, le chiedesse poi perdono? No, la
stringerebbe al cuore. Perché non pensare che Gesù fa lo stesso con noi, piccole creature, se
possiede non una tenerezza di madre, ma una tenerezza che non conosce confini, essendo
infinita? … Gesù da quel primo abbraccio non mi lasciò e mi prese per sé».
Quanto attuale questa affermazione di Santa Teresa di Los Andes: l’ abbiamo ritrovata
mercoledì 13 gennaio all'udienza generale del Papa che ha inaugurato una serie di catechesi
dedicate alla misericordia.
Speciale Giubileo della Misericordia
Il simbolismo della Porta: antropologico, biblico, culturale e spirituale - 1
Quel passo che trasforma
In
questo
periodo
inevitabilmente parlando
di “porta” la mente corre
al simbolo dell’apertura
del Giubileo. Eppure uno
dei simboli più antichi
dell’immaginario umano,
dal punto di vista
antropologico, è la porta.
Sin dall’antichità indica
il passaggio verso un
luogo,
spesso,
non
conosciuto. Pensiamo a
quante realtà naturali
attualmente conosciute
fossero sconosciute agli
uomini
primitivi
e
attribuite a forze divine o
maligne.
Si
pensi
all’ingresso di una grotta
o alle diverse fessure
dalle quali non si
conoscevano i pericoli che
potevano
nascondere.
Cosi pian piano si sono
create zone sacre o di
accesso limitato, cui si
accedeva o si vietava
l’ingresso.
Possiamo
pensare
ragionevolmente
che
nell’antichità anche le
grotte,
avessero
un
passaggio o una porta
che
si
poteva
attraversare oppure no
secondo
le
diverse
circostanze.
Non
si
voleva
rappresentate
un
semplice spazio o un
luogo, ma il limite fra
una realtà terrena
conosciuta e un’altra
divina sconosciuta, di
solito si trattava della
divisione fra spazio
profano e sacro; fra un
dentro e un fuori.
In tutte le culture ci
sono riti di passaggio i
quali danno accesso ad
un'altra realtà o ad un
altro livello, cioè si
tratta di un dentro o
fuori di un luogo o un
gruppo, un prima e un
dopo. Sempre c’è l’idea
di una soglia, di una
porta, di un accesso ad
una realtà superiore, ad
una maturità umana.
Tutte le culture e tutte
le religioni hanno un
varco magico, un limite
magico. La porta fa da
criterio
interpretativo
dei riti perché serve a
creare uno sbarramento
fisico ed è capace di fare
da criterio interpretativo
per i riti di passaggio.
La simbologia nella
storia e nelle culture
Così vediamo che in
molte culture la porta è
la soglia della casa del
capo
tribù
o
del
sacerdote o sciamano in
molte culture primitive
sono inviolabili. Violare
questa soglia significava
violare un tabù molto
pericoloso in quanto
poteva portare ad una
morte immediata perché
un profano entrava in un
campo non permesso. La
porta
e
la
soglia
servivano per custodire
una potenza misteriosa:
la prima difesa del sacro
rispetto al profano. Già i
termini
ci
indicano
questa
profondità.
“Profano” è la persona
che si trova davanti
il fano, cioè la cella sacra
del tempio dove soltanto
può entrare il sacerdote,
la persona che ha un
incarico
sacro,
un
autorità.
Non
tutti
possono entrare nella
zona sacra, e per poter
farlo si devono compiere
alcuni
gesti
di
purificazione,
come
togliersi le scarpe.
Di solito la soglia deve
attraversarsi con un solo
passo; in molte tradizioni
popolari
è
molto
pericoloso fermarsi sotto
l’architrave della porta
perché è considerata una
terra di nessuno, un
luogo dove ci si può
perdere.
Davanti alla porta dei
santuari di solito si
inginocchia, si bacia la
porta, i suoi stipiti, si
passa in ginocchio. Penso
che molti di voi avrete
l’immagine della coppia
di novelli sposi in cui lo
Speciale Giubileo della Misericordia
sposo prende la moglie
in braccio per passare
per la prima volta la
porta
della
casa
coniugale. La porta per
tanto rappresenta il
luogo dove avviene il
passaggio da uno stato
ad un altro, la cerniera
tra due mondi, tra il
sacro e il profano; anche
tra i mondo conosciuto e
l’oltretomba.
Molti sarcofagi romani
sono decorati con delle
porte, qualche volta
rappresentate chiuse,
qualche volta socchiuse
a
rappresentare
il
passaggio della morte
attraverso la porta
dell’Ade.
Sul piano più storicoreligioso e mitologico,
possiamo
distaccare
come in molte occasioni
la porta ha bisogno di
simboli apotropaici, per
questo viene circondata
da
simboli,
statue,
animali
feroci.
Si
ricordino
le
porte
medievali con i leoni
stilofori ai lati. Se la
porta indica la frontiera,
il confine, il limite,
allora
deve
essere
“marcata” nella sua
funzione.
La porta dunque in
dica un passaggio e crea
una separazione che ci
introduce in un'altra
realtà. Ci sono molti
riti, anche nella liturgia
cristiana,
che
ci
raccontano di questo
passaggio. Forse il più
importante
è
il
battesimo,
passaggio
dalla morte alla vita,
dal peccato alla grazia.
Il rito del battessimo
all’origine si faceva
immergendo il neofito
nell’acqua.
L’immersione totale era
per simboleggiare il suo
“sparire” al mondo per
“apparire” nuovamente
rinato alla vita nuova.
Questo, per esempio, è
il motivo per cui i
battisteri nell’antichità
si
trovavano
fuori
dell’edificio di culto (li
troviamo nella Basilica
Laterana, a Firenze, a
Parma) Poi quando si
inseriscono nelle chiese
si
collocano
subito
all’ingresso dell’edificio
di culto, di solito nel lato
sinistro. Attualmente il
rito del battesimo, se si
fa bene, prevede che il
sacerdote
con
la
comunità di credenti
accolgano il bambino
con i genitori alla porta
della chiesa e insieme
percorrano la navata
centrale per celebrare
il battesimo davanti
all’altare centro di
tutta
la
liturgia
cristiana. Certamente
stiamo parlando di un
rito di passaggio di una
porta, un accoglienza
alla soglia della porta e
di
un
rito
di
trasformazione
o
ammissione
nella
comunità cristiana.
Questi
riti
di
passaggio hanno anche
una
grande
importanza
perché
significano un nuovo
status a livello sociale, o
lavorativo.
Pensiamo
quando si da un nuovo
ufficio ad un impiegato
che è salito di grado
quando oltrepassa la
soglia del nuovo ufficio e
prende possesso è un
personaggio nuovo, ha
una nuova autorità e lui
stesso si sente diverso,
più
importante,
appartenente ad una
categoria nuova.
Anche a livello religioso
i riti di passaggio
comportano una vera
trasformazione.
Si comincia, così, a
comprendere quale sia
il senso
del passare
attraverso la Porta
Santa: un cambiamento
di
vita,
una
conversione,
una
trasformazione. Non si
può stare dentro e fuori
Speciale Giubileo della Misericordia
nello stesso tempo, cioè
non
possiamo
attraversare la porta e
restare come prima, con
le stesse scelte, con le
identiche attitudini. O
si resta fuori e dunque
si rimane fra gli esclusi
o si passa la porta e si
entra nel gruppo degli
amici di Gesù (Mt
25,34).
Ovviamente si tratta di
una scelta consapevole
e non di un rito magico.
L’esperienza religiosa è
un
“rischio”
che
“vincola”. Non può
essere una situazione
provvisoria. Oggi i
giovani non vogliono
compromessi, l’impegno
per tutta la vita,
preferiscono esperienze
provvisorie. Come se
nella vita si potesse
tornare
indietro
e
cominciare di nuovo.
Ogni esperienza che
facciamo,
ogni
passaggio, ci segna e
trasforma. Anche una
convivenza o qualsiasi
attività che realizziamo
lasciando la “porta
aperta”
per
poter
ritornare se non ci va
bene ci cambia e
quando
“ritorniamo”
non siamo gli stessi.
Aveva molta ragione
Jorge Manrique, poeta
allontana
gli
spiriti
maligni) di difesa della
casa
rappresentato
nell’ultima piaga con la
quale Dio punisce gli
egiziani con la morte di
tutti
i
primogeniti
d’Egitto dal bestiame fino
agli uomini (Es 12,1-39).
spagnolo del XV secolo,
che dice: “Le nostre vite
sono come i fiumi che
vanno a finire al mare”,
stessa idea che nel
secolo V secolo a.C.,
aveva espresso Eraclito
(panta rei, tutto scorre):
non possiamo fare due
volte il bagno nello
stesso fiume perché se
ci sommergiamo per la
seconda
volta
ha
un'altra acqua.
La porta
nella Bibbia.
Abbiamo
analizzato
l’importanza che ha la
porta nella cultura
antropologica dell’uomo
(che per natura è
religioso.) Certamente il
simbolo della porta ha
una grande rilevanza
nella Bibbia. In ebraico
ci sono tre vocaboli per
indicare la realtà del
termine
porta
con
diverse sfumature di
interpretazione
che
vanno dalla semplice
apertura intesa come
passaggio, all’ ingresso e
infine la porta della
casa o della stanza.
Quindi è un termine sul
quale si può specificare
molto bene la realtà alla
quale si vuole riferire.
Le origini del popolo
ebraico si trovano in un
gruppo di nomadi che
ad un certo momento
della sua storia si
stabilisce in una zona
che viene considerata la
“terra promessa”, cioè
promessa da Dio ad
Abramo (Es 12,7), dove
edifica la sua capitale:
Gerusalemme. Fino ad
arrivare
a
questa
sedentarizzazione
passano molti secoli e
molte esperienze che
pian
piano
vanno
creando quello che noi
conosciamo
come
religione
giudea.
Rispetto al tema che ci
interessa, abbiamo un
rituale apotropaico (che
Stiamo parlando di un
antico rito di passaggio o
di protezione di un
pericolo
che
poteva
penetrare nella casa
attraverso
l’unico
accesso, ossia la porta.
Ma questa viene protetta
con il sangue di un
agnello
innocente.
Questo rito si trova alla
base del rito del riscatto
dei primogeniti maschi
fra gli israeliti (Es 13,13.11-13).
Yavhè ha salvato gli
israeliti da un pericolo,
ma questi devono offrire
ogni primogenito in
seguito,
soltanto
i
primogeniti degli uomini
e di alcuni animali
saranno
salvati
attraverso un riscatto.
Questo rito si mantenne
al tempo di Gesù (Lc
2,24).
In
questo
periodo
nomade si dava una
grande
importanza
all’ingresso della tenda,
come possiamo osservare
dall’importanza che nel
Speciale Giubileo della Misericordia
Libro dell’ Esodo si dà
alla porta della tenda
del convegno dove si
trovava la presenza di
Dio. (Es 33,8-10; Nm
15,5; Dt 31,15).
Tutti
gli
israeliti
rispettano la presenza
di Mose e di Yhavè
all’interno della tenda
rimanendo loro al di
fuori della propria
tenda. Si vede bene
nell’Antico Testamento
come per le decisioni
importanti il popolo
veniva
convocato
all’ingresso di questa
tenda del convegno.
Pensate
alla
consacrazione
dei
sacerdoti (Lv 8,3.4),
anche prima di mettersi
in
marcia
si
radunavano davanti la
porta della tenda (Nm
10,3) lo stesso succede
per la punizione dei
ribelli (Nm 16,19) e
anche
quando
gli
israeliti hanno peccato
piangono davanti alla
porta della tenda del
convegno (Nm 25,6).
Mosè prima della sua
morte si presenta con
Giosuè davanti della
porta della tenda del
convegno (Dt 31,14).
Quindi
presentarsi
davanti alla porta della
tenda del convegno è
della città.
rappresentarsi davanti
al
Signore
stesso,
perché lì è dove Yavhè
veniva a parlare faccia
a faccia con Mosè e dove
dimorava la sua gloria.
Per questa ragione
davanti a questa porta
si
sviluppava
un
servizio
non
ben
precisato (Es 38,8;
1Sam 2,22). Si parla
anche della custodia di
questa porta affidata a
Zaccaria
figlio
di
Melesemia (1Cro 9,21).
Quindi
la
porta
rappresentava il luogo
di
contatto
e
di
comunicazione
della
divinità con il popolo
d’Israele. Anche se
Yavhè
non
poteva
essere rappresentato si
rappresenta
questa
porta, questo passaggio,
che introduce in una
realtà
sconosciuta
perché Dio non è
conosciuto e non si può
vedere. Una “reliquia”
di questa tenda e di
questa
realtà
la
troviamo più tarde nel
Sancta Sanctorum dove
si trovava la presenza di
Dio.
Nel
Tempio
di
Gerusalemme c’era una
tenda che racchiudeva
un spazio vuoto senza
niente
nella
quale
penetrava il Sommo
Sacerdote un giorno
all’anno quando offriva
il sacrificio espiatorio
per tutto il popolo.
Soltanto
in
questo
giorno, e dopo una
attenta purificazione e
una serie di riti, il
sacerdote
poteva
attraversare la soglia di
questa porta magica per
arrivare alla presenza
di Yavhè e chiedere
perdono per se e per
tutto il popolo. Con la
sedentarizzazione del
popolo d’Israele prende
importanza la porta
della casa, del palazzo o
Alla porta della città si
eseguivano
le
lapidazioni. Queste era il
luogo fuori della famiglia,
della vita dove si poteva
dar la morte ad altre
persone impure. Gesù
anche sarà crocifisso
fuori delle porte di
Gerusalemme. Di notte
si chiudevano le porte
della casa e della città.
Nel caso della casa
privata, si sbarravano le
porte e si mettevano tutti
a letto cercando la
sicurezza. La porta della
città aveva anche una
grande
importanza,
perché era l’ingresso dei
pericoli o delle invasioni.
Queste venivano chiuse
durante la notte e chi
rimaneva fuori restava
in balia dei pericoli (Gdc
9,35; 2Sam 10,8; 2Sam
11,23). Ogni porta di
Gerusalemme aveva un
nome: Porta delle Pecore,
dei Pesci, Porta Vecchia,
della Valle, della Fonte…
In Ezechiele la stessa
città di Gerusalemme
viene chiamata “porta
delle nazioni” (Ez 26,2),
per la sua importanza
come punto di arrivo e
trasformazione per tutti i
popoli della terra.
P. Arturo Beltràn ocd
(1 - continua)
Speciale Giubileo della Misericordia
Leggendo la bolla di indizione del Giubileo straordinario
I santi testimoni
del Volto misericordioso
Gesù Cristo è il volto
della misericordia del
Padre - scrive il Papa
nella
“Misericordiae
Vultus” - Il mistero
della fede cristiana
sembra
trovare
in
questa parola la sua
sintesi. Essa è divenuta
viva, visibile e ha
raggiunto
il
suo
culmine in Gesù di
Nazareth.
Il Padre, « ricco di
misericordia » (Ef 2,4),
dopo aver rivelato il
suo nome a Mosè come
« Dio misericordioso e
pietoso, lento all’ira e
ricco di amore e di
fedeltà » (Es 34,6), non
ha cessato di far
conoscere in vari modi
e in tanti momenti
della storia la sua
natura divina.
Nella « pienezza del
tempo »
(Gal
4,4),
quando
tutto
era
disposto secondo il suo
piano di salvezza, Egli
mandò suo Figlio nato
dalla Vergine Maria
per rivelare a noi in
modo definitivo il suo
amore. Chi vede Lui
vede
il
Padre
(cfr Gv 14,9). Gesù di
Nazareth con la sua
parola, con i suoi gesti
e con tutta la sua
persona
rivela
la
misericordia di Dio.
Agostino d’Ippona
Dottore della Chiesa, filosofo, vescovo (354 –430)
“È più facile che Dio
trattenga l’ira
più che la
misericordia”
2. Abbiamo sempre
b i s o g n o
d i
contemplare il mistero
della misericordia. È
fonte di gioia, di
serenità e di pace. È
c o n di z i o n e
d el l a
nostra salvezza.
Misericordia: è la
parola che rivela il
mistero della SS.
Trinità. Misericordia:
è l’atto ultimo e
supremo con il quale
Dio ci viene incontro.
Misericordia: è la
legge
fondamentale
che abita nel cuore di
ogni persona quando
guarda
con
occhi
sinceri il fratello che
incontra nel cammino
della vita.
Misericordia: è la via
che unisce Dio e
l’uomo, perché apre il
cuore alla speranza di
essere
amati
per
sempre nonostante il
limite
del
nostro
peccato.
La bolla di indizione
del
Giubileo
straordinario,
che
stiamo
leggendo
insieme, c’insegna a
comprendere come per
conoscere
la
Misericordia
sia
n e c e s s a r i o
“frequentare”
il
Misericordioso. Lo fa
con parole semplici e
anche poche citazioni.
Oltre a documenti del
Magistero
della
Chiesa e le Sacre
Scritture, Il Papa cita
sei santi, (di cui tre
dottori della Chiesa:
Sant’Agostino,
San
Tommaso
d’Aquino,
San Giovanni della
Croce, San Giovanni
XXIII e San Giovanni
Paolo II, autore, fra
l’altro,
dell’enciclica
Dives in Misericordia,
del 1980) e il beato
Paolo VI.
SAN BEDA IL VENERABILE
monaco (672-735)
Il monaco, commentando la chiamata di
Matteo, ha scritto che Gesù lo guardò con
amore
misericordioso
e
lo
scelse: miserando atque eligendo.
Speciale Giubileo della Misericordia
Tommaso d’Aquino
Dottore della Chiesa, Primario in Oncologia (1225 - 1274)
Giovanni della Croce
Carmelitano scalzo, Dottore della Chiesa
(1542-1591)
“È proprio di Dio
Alla sera
usare
misericordia
e specialmente in
questo si
manifesta la sua
onnipotenza”
della vita
saremo giudicati
sull’amore
Giovanni Paolo II
Giovanni XXIII
Papa (1920-2005)
Papa (1881- 1963)
« Ora la Sposa di
Cristo preferisce
usare la medicina
della misericordia
i n v e c e
d i
imbracciare le armi
del rigore …
La Chiesa Cattolica, mentre con questo
Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della
verità cattolica, vuole mostrarsi madre
amorevolissima di tutti, benigna, paziente,
mossa da misericordia e da bontà verso i
figli da lei separati »
PAOLO VI
Papa ( 1897 - 1978)
«V
o g l i a m o
piuttosto notare
come la religione
del
nostro
Concilio sia stata
principalmente la
carità … »
La mentalità contemporanea, forse più di
quella dell’uomo del passato, sembra
opporsi al Dio di misericordia e tende
altresì ad emarginare dalla vita e a
distogliere dal cuore umano l’idea stessa
della misericordia. La parola e il concetto
di misericordia sembrano porre a disagio
l’uomo, il quale, grazie all’enorme sviluppo
della scienza e della tecnica, non mai
prima conosciuto nella storia, è diventato
padrone ed ha soggiogato e dominato la
terra (cfr Gen 1,28). Tale dominio sulla
terra, inteso talvolta unilateralmente e
superficialmente, sembra che non lasci
spazio alla misericordia … Ed è per questo
che, nell’odierna situazione della Chiesa e
del mondo, molti uomini e molti ambienti
guidati da un vivo senso di fede si
rivolgono, direi, quasi spontaneamente alla
misericordia di Dio »
In cammino con la Parola di Dio
Sul blog dell’ “Ocds d’Italia” i nostri padri carmelitani commentano la Sacra Scrittura
Fare il pieno d’amore
Dopo il tempo
natalizio, la liturgia ci
invita a permanere
nella
simbolica
matrimoniale
attraverso
la
narrazione
delle
nozze di Cana di
Galilea (Gv 2, 1-11),
una simbolica che
rimanda al mistero
dell’incarnazione del
Verbo,
come
i nterscambio
tra
l’umano e il divino,
ma anche all’alleanza
di Dio con il suo
popolo. L’evangelista
Giovanni, è l'unico
che
narra
questo
evento del nozze di
Cana, un brano che
riveste
un
ruolo
rilevante
nella
struttura del quarto
vangelo ed offre una
chiave di lettura per
capire
il
piano
n a r r a t i v o
dell’evangelista.
L’immagine
del
matrimonio
per
parlare del rapporto
di Dio con il suo
popolo è sempre stata
cara ai profeti (Is.
54.62; Ger. 2; Ez 16;
Os. 2). Tutta questa
Dal Tempo di Avvento il blog delle
fraternità
ocds
italiane
(ocdsditalia.blogspot.it) propone una guida
alla meditazione della Parola domenicale,
fatta dai padri carmelitani di tutt’Italia.
All’iniziativa hanno aderito anche il nostro
Superiore Provinciale, p. Luigi Gaetani e p.
Enzo Caiffa, rettore del santuario Maria Madre
della Chiesa, a Jaddico.
In questo numero riportiamo la riflessione di
p. Luigi Gaetani, nel prossimo quella di p.
Enzo Caiffa.
carica simbolica deve
essere
tenuta
presente
per
focalizzare l’identità
di colui che giunge a
Cana per partecipare
alle
nozze,
una
identità
che
fa
passare in secondo
piano il protagonismo
degli sposi, di cui non
conosciamo nulla.
Secondo il Cantico
dei Cantici (1,2; 7,10;
8,2) il vino è il
simbolo dell’amore tra
lo sposo e la sposa
pertanto,
se
lo
sposalizio di Cana è
da collocare, sul piano
simbolico,
nella
rappresentazione
dell’amore fra Dio
sposo e Israele sposa,
ciò
significa
che
l’amore nell’alleanza
antica si era estinto,
come il vino nelle
giare.
La carenza di vino
viene notata da Maria,
la donna che fa ponte
tra l’antica e la nuova
alleanza, la quale si
r i v o l g e
n o n
all’organizzatore
del
banchetto, ma a Gesù.
Infatti, se lui è il
Messia-Sposo, è a lui
che ci si deve rivolgere
per
superare
la
mancanza dell’amore
tra il popolo e Dio,
mancanza che sarà
colmata solo nell’<ora>
stabilita,
in
quel
vertice
dell’amore
spinto al massimo e
rappresentato
dal
passaggio da questo
mondo al Padre (Gv
13,1), la sua pasqua
(7,30; 8, 20; 12, 23.27;
17,1).
Giovanni
evidenzia così che non
sono più le giare colme
d’acqua che purificano
l’uomo e lo rendono
degno di Dio e che
l ’ o s s es s i o n e
d e l le
abluzioni purificatrici
non solo ha svuotato le
giare dell’acqua ma ha
reso la relazione tra
Dio e il suo popolo
molto formale, colma di
paura di essere sporchi
ed
impres entabili
davanti a Dio, come
una festa di nozze
senza amore ma piena
di convenevoli.
L’ordine di Gesù è
quello di riempire di
acqua le giare. Il ruolo
di Gesù Messia sta
nell’operare
una
trasformazione
profonda della legge
antica, rappresentata
dall’acqua, nella sua
vivificazione,
In cammino con la Parola di Dio
in
quella
“settima
stanza” (Edith Stein)
dove il Signore ama
dimorare e dove già si
realizza il Regno, in
attesa di quel pieno
compimento, il non
ancora,
che
è
rappresentato
dall’intima unione con
Lui,
da
quella
sponsalità che sono le
nozze dell’Agnello.
significata dal vino.
Sta nel passaggio da
un contatto esterno,
epidermico ad una
presenza
interiore
(Ger. 31,31-34), ad una
gioia dentro l’uomo.
Così a Cana comincia
già
a
delinearsi
l’identità di Gesù, lo
sposo vero (3,29), il
frutto della sua ora.
“Questo, a Cana di
Galilea, fu l’inizio dei
segni
compiuti
da
Gesù; egli manifestò la
sua gloria e i suoi
discepoli cedettero in
lui” (Gv. 2,11). E’ quasi
un riassunto del brano.
Siamo all’inizio dei
segni e il primo che
Gesù compie ha sapore
sponsale.
Il segno illumina,
chiarisce, ne rivela il
senso, manifesta con il
suo agire la gloria di
Dio e la nascita della
fede nel cuore dei
discepoli. È questo il
motivo per cui il
racconto delle nozze di
Cana fa in realtà parte
d e l l a
f e s t a
dell’Epifania. Le tre
domeniche che vanno
dall’Epifania fino alla
seconda
Domenica
ordinaria,
passando
per il Battesimo del
Signore, hanno tutte
un
elemento
dell’Epifania
del
Signore. Tuttavia, per
comprenderlo sino in
fondo, questo inizio
dei segni, bisognerà
andare fino all’ora di
Gesù, il momento in
cui
egli
diventa
sorgente di vita con
l’acqua e il sangue
che sgorgano dal suo
costato (Gv. 19,34).
“Non hanno più
vino” dice Maria a
Gesù,
con
parole
semplici e misteriose
che
potremmo
tradurre
con
non
hanno più gioia, sono
a corto di amore.
Questa denuncia di
Maria di Nazareth va
al
cuore
del
messaggio cristiano,
mentre evidenzia il
limite della legge: “La
gioia del Vangelo
riempie il cuore e la
vita intera di coloro
che si incontrano con
Gesù. Coloro che si
lasciano salvare da lui
sono
liberati
dal
peccato, dalla tristezza,
dal vuoto interiore,
dall’isolamento”, come
dice Papa Francesco
(EG, 1).
Cana ci invita a
cercare
più
in
profondità, ad altri
livelli, a penetrare
all'interno del nostro
vivere comune e di
tutti i giorni, spesso
vuoto e insipido. Ci
invita
a
trovare
stupore,
gioia,
un'estasi
profonda.
Abbiamo bisogno di
trovare qualcosa che
dia un senso e un
sapore a tutte le cose.
Non lo troviamo nella
superficie delle cose
ma dentro, nel nucleo,
in quel profondo centro
dell’anima
(S.
Giovanni della Croce),
Cana ci invita a
passare dall'acqua al
vino, a mutare, a
r a g g i u n g e r e
quell’umano compiuto
che è significato dalla
persona di Gesù Cristo:
“Cristo svela l’uomo a
se stesso e ne rivela la
sua
altissima
dignità” (Gaudium et
spes, 22).
Cana ci invita a
spalancare i nostri
occhi di carne per
vedere attentamente i
fatti; ma spalanchiamo
anche gli occhi di tutti i
nostri sensi perché si
vede
toccando,
odorando, ascoltando,
lasciando che tutto ciò
che ci costituisce sia
proteso
verso
la
c o m p r e ns i o ne
dell’altro. Solo così
potremo vedere nella
nostra Cana, quella del
quotidiano, la gloria di
Gesù.
P. Luigi Gaetani
Superiore Provinciale
X ANNI DALLA BEATIFICAZIONE
La misericordia nella vita
della beata Elia di San Clemente
S’inizia in questo mese il calendario di
manifestazioni dedicate alla B. Elia di San
Clemente,
in
ricordo
del
decimo
anniversario della sua beatificazione :
 Venerdì 29 Gennaio 2016, alle ore 19.00,
nella Parrocchia Maria SS. del Carmine di
Sannicandro Garganico primo incontro sulla
spiritualità della beata dal titolo: “Canterò in
eterno le misericordie del Signore” (Sal
88,2). L’esperienza della tenerezza e della
misericordia
negli
Scritti
della
Beata Elia; riflessione di Padre Luigi
Gaetani, Superiore dei Carmelitani Scalzi della
Provincia Napoletana
 Sabato
5 marzo alle 17 Incontro sulla
spiritualità e l’attualità del messaggio di
Elia di San Clemente, monastero dei Ponti
Rossi, Napoli, a cura della fraternità dei SS.
Teresa e Giuseppe di Napoli.
 Venerdì 8 aprile 2016, ore 19.00, nella Sala
Odegitria della Cattedrale
di
Bari: La
famiglia, la società e la vita consacrata
luoghi della tenerezza e della misericordia
nella vita della B. Elia; Sr Nicla Spezzati asc,
Sottosegretaria della Congregazione per la Vita
Consacrata.
 Giovedì
26
Maggio,
ore
19.00,
Parrocchia Santissimo Sacramento in Bari: La
spiritualità eucaristica della B. Elia; Prof.
Giuseppe Micunco, Direttore Ufficio Diocesano
Laicato
 Venerdì 27 maggio 2016, ore 19.00,
Parrocchia
Maria Santissima del Monte Carmelo in Bari:
L'Eucaristia, fonte della tenerezza e della
misericordia
nella
testimonianza
della
Beata Elia; Prof. Giuseppe Micunco, Direttore
Ufficio Diocesano Laicato
 Domenica del Corpus Domini 29 maggio 2016:
Festa della B. Elia di San Clemente
 Sabato 4 giugno, nella Cattedrale di Bari:
Concerto Meditazione con Frammenti di Luce.
A disposizione di quanti desiderano conoscere il pensiero, la vita, l’attualità della b. Elia
di San Clemente, sarà on line agli inizi di febbraio il blog ideato e curato da Stefania De
Bonis “Il mare, un giardino e Dio”, dedicato alla prima beata della nostra Provincia. Il
blog si arricchirà anche degli interventi dei padri che nel corso dell’anno vorranno
rendere omaggio alla carmelitana scalza del monastero di San Giuseppe di Bari, delle
testimonianze e degli incontri che si terranno per far conoscere la sua spiritualità.
A proposito di formazione
Nel discorso rivolto ai maestri formatori per la vita consacrata
Il Papa, Teresina e lo stupore
dell’incontro con Cristo
Sappiamo che S.
Teresa di Lisieux è
la “preferita” di Papa
Francesco e non ci
ha
stupito
come
abbia spesso fatto
riferimento a lei. Nel
Discorso
ai
partecipanti
al
raduno dei formatori
di
consacrati
e
consacrate, promosso
lo scorso aprile dalla
Congregazione per
gli Istituti di vita
consacrata
e
le
Società
di
vita
a p o s t o l i c a ,
soffermandosi sulle
caratteristiche che
deve
avere
un
formatore l’ha citata
a proposito di un
episodio che l’aveva
colpito e che lei
raccontò
nel
Manoscritto C, a
proposito
della
propria esperienza di
maestra
delle
novizie.
Disse
il
Papa:
"Dio
sa
aspettare. Anche voi,
imparate
questo,
questo atteggiamento
della pazienza, che
tante volte è un po’
un
martirio:
aspettare…
E
quando ti viene una
tentazione
di
impazienza, fermati;
o
di
curiosità…
Penso a santa Teresa
di Gesù Bambino,
quando una novizia
incominciava
a
raccontare
una
storia e a lei piaceva
sentire come era
finita, e poi la
novizia andava da
un’altra parte, santa
Teresa non diceva
niente, aspettava. La
pazienza è una delle
virtù dei formatori."
Da Teresina occorre
imparare anche a
conservare
lo
stupore. Pur non
facendo riferimento
esplicito alla santa,
Il Papa senz’altro si è
ispirato
alla
sua
piccola via, dicendo:
Sono anche convinto
che non c’è crisi
vocazionale là dove ci
sono
consacrati
capaci di trasmettere,
con
la
propri a
testimonianza,
la
bellezza
della
consacrazione. E la
testimonianza
è
feconda. Se non c’è
una testimonianza, se
non c’è coerenza, non
ci saranno vocazioni. .
Non siete soltanto
“maestri”;
siete
soprattutto testimoni
della
sequela
di
Cristo
nel
vostro
proprio carisma. E
questo si può fare se
ogni giorno si riscopre
con gioia di essere
discepoli di Gesù.
Da qui deriva anche
l’esigenza di curare
sempre
la
vostra
stessa
formazione
personale, a partire
dall’amicizia forte con
l’unico
Maestro…
quell’incontro che non
si dimentica, ma tante
volte finisce coperto da
cose.
Questa
è
u na
disciplina di quelli e
di quelle che vogliono
dare
testimonianza:
andare indietro alla
propria Galilea, dove
ho
incontrato
il
Signore; a quel primo
stupore”.
NEWS
P. Julio Almansa
in Terra Santa
E’ stata celebrata a
Roma, lo scorso 17
gennaio, la Messa
di congedo, di P.
Julio Almansa, ocd,
assieme
ai
confratelli
della
Casa Generalizia.
P. Julio che è stato
segretario per le
missioni
e
segretario per la
comunicazione ha
collaborato
lo
scorso
anno
al
nostro
notiziario
con una serie di
articoli
su
S.
Teresa di Gesù e il
rapporto con i laici,
il rapporto con p.
Gracian.
A P. Julio, ora in
destinato in Terra
Santa dove sarà
membro
della
comunità
del
Monte Carmelo a
Haifa, va il nostro
grazie,
con
la
speranza di poter
ospitare, in futuro,
altri suoi articoli
dalla Terra Santa,
terra di Gesù e
terra che ha visto
nascere il nostro
Ordine.
CI HA LASCIATI P. ANDREA DE CONNO
Nella notte tra il 24 e 25 dicembre scorso é tornato alla casa
del Padre il nostro caro P. Andrea De Conno, che il 10 gennaio
avrebbe compiuto 95 anni (nella foto l’ultimo compleanno
festeggiato con i confratelli). Ha vissuto nel nostro convento
quando era giovane, come maestro dei novizi, è stato a lungo
priore della Comunità di S. Teresa, a Napoli, poi è ritornato a Torre
del Greco negli ultimi anni della sua vita, spesa tutta al servizio del
Carmelo e della Chiesa. E' stato padre spirituale per frati, monache
e per le fraternità O.C.D.S., guidandoci alla riscoperta del Vangelo
nel suo stile di profonda umiltà e carità. La sua dipartita ci ha
lasciati nel vuoto. Grazie, Signore, per avercelo donato!
Consiglio della Provincia
Napoletana Ocds
P. Luigi Gaetani ocd
(Superiore. Provinciale)
Rossana Sabatiello (Presidente)
Salvatore Mosca, Stefania Campopiano,
Angela Giagnorio (Consiglieri)
La fraternità O.C.D.S. di Torre del Greco.
CRESCERE IN FRATERNITA’
Notiziario realizzato a cura di Stefania De Bonis
DISTRIBUITO GRATUITAMENTE
ALLE FRATERNITÀ DELL’ORDINE SECOLARE
DEI CARMELITANI SCALZI DELLA PROVINCIA NAPOLETANA
E ALL’OCDS D’ITALIA
E. Mail bollettino: [email protected]
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testimoni della misericordia - Carmelitani Scalzi Provincia Napoletana