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IL GIORNALE • BIBLIOTECA STORICA
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Renzo De Felice
AUTOBIOGRAFIA DEL FASCISMO
Antologia di testi fascisti 1919-1945
© 2001 e 2004 Giulio Einaudi editore S.p.A., Torino
© 2015, edizione speciale per Il Giornale
Pubblicato su licenza di Giulio Einaudi editore S.p.A., Torino
Supplemento al numero odierno de Il Giornale
Direttore Responsabile: Alessandro Sallusti
Reg. Trib. Milano n.215 del 29.05.1982
Tutti i diritti riservati.
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o in altro modo divulgata, senza il permesso scritto della casa editrice.
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Renzo De Felice
Autobiografia del fascismo
Antologia di testi fascisti 1919-1945
IL GIORNALE • E
BIBLIOTECA STORICA
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Indice
p. ix
Presentazione di Giovanni Sabbatucci
Autobiografia del fascismo
3
Introduzione di Renzo De Felice
11
I Fasci di Combattimento
14
17
19
25
31
33
benito mussolini: Discorso per la fondazione dei Fasci di Combattimento
(23 marzo 1919)
Programma dei Fasci di Combattimento (giugno 1919)
alceste de ambris: I postulati dei Fasci di Combattimento. L’espropriazione parziale
Orientamenti teorici. Postulati pratici dei Fasci di Combattimento (1920)
L’adesione ai Fasci di Combattimento di uno studente fiorentino
piero marsich: La posizione teorica e pratica del Fascismo di fronte allo Stato
47
La guerra civile, lo squadrismo
50
53
55
58
63
«Il nostro posto»
«Due cazzotti agli agrari»
«E guerra civile sia!!»
benito mussolini: Discorso pronunciato a Bologna il 3 aprile 1921
Una «spedizione punitiva» dei fascisti fiorentini
71
Il «Patto di pacificazione» e la fondazione
del Partito Nazionale Fascista
74
76
78
80
84
86
91
benito mussolini: «In tema di pace»
piero marsich: «Fra le due morse»
Il «Patto di pacificazione» (3 agosto 1921)
dino grandi: «Pensieri di Peretola»
benito mussolini: «Nelle file!»
massimo rocca: «Un neo-liberalismo?»
Programma del Partito Nazionale Fascista (1921)
p. 99
102
109
112
117
1
La presa del potere
dino grandi: «Le origini e la missione del fascismo»
italo balbo: «Diario 1922»
massimo rocca - ottavio corgini: Relazione pel risanamento finanziario dello Stato
benito mussolini: Discorso pronunciato a Udine il 20 settembre 1922
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127
«Anime» e autobiografia del fascismo al potere
131
136
146
151
155
160
170
177
183
camillo pellizzi: Problemi e realtà del fascismo
giuseppe bottai: Il Fascismo come rivoluzione intellettuale
sergio panunzio: Il doppio aspetto del Fascismo
curzio suckert (malaparte): Ragguaglio sullo stato degli intellettuali rispetto
al Fascismo
giuseppe attilio fanelli: Dalla insurrezione fascista alla monarchia integrale
vincenzo fani-ciotti (volt): Programma della destra fascista
carlo curcio: L’esperienza liberale del fascismo
vincenzo miceli: Il partito fascista e la sua funzione in Italia
alessandro augusto monti: Il Fascismo partito di Stato
187
Verso il Regime
191
195
196
200
204
205
210
214
220
224
230
247
271
273
274
giuseppe bottai: Dichiarazioni sul revisionismo
mino maccari: Benito Mussolini e i Selvaggi
giuseppe attilio fanelli: Revisione, conservazione o integrazione?
curzio suckert (malaparte): «Tutti debbono obbedire, anche Mussolini, al monito
del fascismo integrale»
emilio settimelli: «L’ora della Toscana»
benito mussolini: Discorso pronunciato alla Camera il 3 gennaio 1925 «La paura»
maurizio maraviglia: Discorso al V Congresso del PNF (Roma 22 giugno 1925)
edmondo rossoni: Discorso al V Congresso del PNF (Roma 21 giugno 1925)
dario lischi (darioski): Cinque anni di battaglie fasciste
roberto farinacci: «Precisazioni»
alfredo rocco: La dottrina politica del Fascismo
giovanni gentile: «Origini e dottrina del Fascismo» (agosto 1927)
gioacchino contri: «Strapaese politico»
bruno spampanato: «Cronaca ch’è storia»
arnaldo mussolini: «Ora di luce»
279
I contenuti del Regime (1929-1936)
283
286
294
297
giacomo cipriani-avolio: Le prime pagine del fascismo
giuseppe bottai: Corporativismo e principi dell’ottantanove
emilio settimelli: La lettera di Pio XI all’Arcivescovo di Milano
delio cantimori: «Fascismo, nazionalismi e reazioni» – «Fascismo, rivoluzione e
non reazione europea»
bruno spampanato: Democrazia fascista
nello quilici: «Crisi o rivoluzione?»
berto ricci: «Avvisi»
sergio panunzio: «La rivoluzione, domani»
camillo pellizzi: «Tre lettere e una postilla»: Il Fascismo come libertà
benito mussolini: Discorso pronunciato al Consiglio Nazionale delle Corporazioni
il 14 novembre 1933
roberto mazzetti: Proletariato e aristocrazia
corrado alvaro: Mussolini tra i pionieri
308
p. 312
314
316
320
333
342
347
3
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Il Fascismo come libertà
3
349
352
fidia gambetti: L’ora del combattimento
«Occhio di vetro»
353
Verso la crisi (1936-40)
357
359
361
364
368
371
373
375
383
390
«Gazzettino»
achille starace: Disposizioni del P.N.F.
bruno spampanato: Tesi della civiltà italica
telesio interlandi: Contra Judeos
«Necessità dell’Asse»
«La posizione dell’Italia»
ezio maria gray: «Vigilare e ripulire»
augusto de marsanich: «Spirito del tempo attuale»
edgardo sulis: La Borghesia
ettore muti: Direttive ai Segretari federali
393
La guerra: prospettive e bilanci (1940-1943)
396
398
404
415
416
419
420
422
434
445
448
450
«Il duplice problema»
mario appelius: «Vincere»
virginio gayda: «Che cosa vuole l’Italia?»
ugoberto alfassio grimaldi: «Noi e gli altri»
Nuova Civiltà per la Nuova Europa
Motivi ideali della guerra
fidia gambetti: Commento alla dottrina
carlo scorza: Della forza, della dignità, della intransigenza e dell’onore
giuseppe bottai: Vent’anni di Critica Fascista
giuseppe attilio fanelli: Necessità d’una politica impopolare
indro montanelli: Avvisi di Berto Ricci
giuseppe bottai: Il problema della ricostruzione
461
La Repubblica Sociale Italiana (1943-1945)
464
468
469
473
v
473
p. 476
478
480
482
484
486
488
507
510
benito mussolini: Discorso pronunciato da Radio Monaco il 18 settembre 1943
«La guerra continua»
vittorio rolandi ricci: «Scelta»
Il Manifesto di Verona (14 novembre 1943)
I 18 punti
Premessa indispensabile
giovanni gentile: «Ricostruire»
Premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell’economia italiana
carlo borsani: «L’ora dello spirito»
emilio giorgi: «Guerra e rivoluzione»
benito mussolini: Ventennale sviluppo logico della dottrina fascista
bruno spampanato: Considerazioni sui fatti d’Italia
enrico sacchetti: «Gli Italiani, e questa guerra»
angelo tarchi: «La nostra rivoluzione»
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Presentazione
Il volume antologico che oggi Einaudi ripropone in una nuove veste
grafica, ma senza alcuna modifica rispetto all’originale (sono state espunte, per evidenti motivi, solo le indicazioni bibliografiche, ormai obsolete), fu pubblicato per la prima e unica volta nel 1978 dalla Minerva Italica, in una collana a prevalente destinazione scolastica diretta da Gabriele De Rosa. Dopo quella prima uscita – che pure suscitò un qualche
interesse1 – l’Autobiografia del fascismo scomparve dal circuito librario
e dal dibattito storiografico: mai più ristampata, fu in ogni senso dimenticata, quasi inghiottita in un buco nero di oblio da cui non l’aveva
sinora riscattata nemmeno l’ondata di pubblicazioni e ripubblicazioni
defeliciane (alcune opportune, altre discutibili) seguita alla prematura
scomparsa del nostro maggiore studioso del fascismo. Qualche parola è
allora necessaria sia per cercare di capire le ragioni di questo oblio, sia
per spiegare i motivi che oggi ci inducono a ripresentare quel testo e a
ritenerlo importante in sé e per sé, e non solo come tappa del percorso
storiografico del suo autore.
Uno sguardo, innanzitutto, alle date. Nel 1978 De Felice aveva già
dato alle stampe i primi quattro tomi della biografia mussoliniana (ultimo, nel 1974, Mussolini il duce, I. Gli anni del consenso: il più vasto, il
più complesso e, sin allora, il più controverso) e si apprestava a concludere il quinto (Mussolini il duce, II. Lo Stato totalitario) che sarebbe uscito nel 1980. L’Antologia di testi fascisti 1919-1945 (questo il sottotitolo
del libro), che De Felice preparò su sollecitazione di Gabriele De Rosa,
costituisce dunque una testimonianza e un risultato non trascurabile di
quell’imponente lavoro di scavo e di analisi critica, di quel lungo viaggio dentro il territorio largamente inesplorato del regime e del movimento fascista, dei suoi miti e soprattutto delle sue articolazioni interne che l’autore aveva intrapreso ormai da molti anni e che solo in parte
1
Se ne occuparono Giuseppe Prezzolini sul «Resto del Carlino» (24 novembre 1978), Nicola
Tranfaglia sulla «Repubblica» (3 marzo 1979) e Egidio Sterpa sul «Giornale» (25 marzo 1979).
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Giovanni Sabbatucci
aveva e avrebbe utilizzato nella sua pur estesissima biografia di Mussolini. In questo senso l’Autobiografia, in quanto antologia del fascismo,
rappresenta un degno pendant dell’altra opera antologica sul fascismo cui
De Felice aveva lavorato parecchi anni prima: mi riferisco al volume laterziano Il fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici,
nato da una costola del fortunatissimo libretto su Le interpretazioni del
fascismo e pubblicato per la prima volta nel 19702.
Quali sono allora le ragioni della scarsissima fortuna editoriale
dell’Autobiografia del fascismo? La prima sta evidentemente nella collocazione in una collana scolastica di un libro che di scolastico ha ben
poco: le introduzioni alle singole sezioni sono rapide, sintetiche e dànno per scontata la conoscenza di molti fatti e problemi (è noto del resto che De Felice non aveva la vocazione del divulgatore); i testi sono
spesso di non facile lettura, anzi l’autore dichiara apertamente di averli scelti in base a un criterio di funzionalità rispetto a una rappresentazione il più possibile articolata dell’universo fascista, escludendo in alcuni casi proprio quelli più noti e più citati e privilegiando fonti e personaggi «minori» (non esclusi alcuni futuri antifascisti). Si trattava
dunque di un libro destinato a quello che si definisce «il pubblico colto» e in particolare agli studiosi, cui offriva un’amplissima scelta di testi a volte sconosciuti o di difficile reperibilità (compreso un diario allora inedito)3. Naturale quindi che non trovasse adeguato riscontro
nell’ambiente scolastico, cui la collana, e la stessa casa editrice, prevalentemente si rivolgevano.
La collocazione impropria e la conseguente difficoltà di circolazione
possono dunque aiutarci a capire i motivi dello scarso interesse del pubblico nei confronti di questo libro. Non spiegano però il disinteresse
dell’autore, cui non sarebbe mancata la possibilità di proporre il suo lavoro in altra sede o in altra forma. La risposta a questo interrogativo –
che è anche una risposta a eventuali dubbi sull’opportunità di una ripubblicazione dell’Autobiografia – sta verosimilmente nel rapporto complicato, mai pienamente risolto, che De Felice aveva con le sue stesse
opere, nella sua riluttanza a riproporle nella forma originaria senza apportarvi quelle modifiche che la continua evoluzione del suo pensiero,
dei suoi interessi e dei suoi stessi canoni interpretativi di volta in volta
2
Il libro fu successivamente ripubblicato in edizione economica, e con qualche modifica, nel
1976 e nel 1977. È stato riproposto nella sua veste originaria, e con un’Appendice di nuovi testi
scelti dall’autore, sempre da Laterza nel 1998.
3
Il diario è quello di Mario Piazzesi, che sarebbe stato pubblicato due anni dopo con l’indicazione, qui mancante forse per questioni di copyright, del nome dell’autore (Diario di uno squadrista toscano 1919-1922, prefazione di R. De Felice, introduzione e cura di M. Toscano, Bonacci, Roma 1980).
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Presentazione
xi
gli suggeriva. Una riluttanza – vinta in qualche caso solo da forti sollecitazioni editoriali4 – che si spiega anche con la sua volontà, più volte ribadita negli ultimi anni, di posporre ogni operazione di revisione, di ripensamento, di riflessione globale sul fenomeno fascista alla conclusione del grande lavoro su Mussolini, rimasto, come sappiamo, purtroppo
incompiuto.
Nella fattispecie è evidente – lo possiamo desumere già dalla Prefazione – che l’Autobiografia del fascismo rispecchia una determinata fase
della ricerca e della riflessione defeliciana, quella segnata dall’influenza
predominante di George Mosse e dall’interesse rivolto, anche sulla scorta delle sue opere, all’individuazione dei tratti essenziali di una «cultura fascista». Ed è possibile che alcuni giudizi accennati nelle introduzioni alle singole sezioni (un solo esempio: il peso dei fiancheggiatori nelle prime fasi del regime, il sostanziale pragmatismo delle scelte
mussoliniane e la conseguente inconsistenza del totalitarismo fascista)
corrispondano solo in parte agli orientamenti interpretativi dell’ultimo
De Felice. È altresì probabile – ma anche qui siamo nel campo delle congetture – che, se avesse deciso di ritornare sul suo lavoro, l’autore avrebbe corretto alcune scelte antologiche e soprattutto ricalibrato le proporzioni interne dell’opera, accentuando il peso delle ultime parti: quelle sulla crisi del regime, sulla guerra e sulla Repubblica sociale.
Sono tuttavia convinto che nessuno dei motivi appena elencati osti
in alcun modo alla ripubblicazione di questo libro che è, lo ripeto, importante, utile e valido in sé. Credo al contrario che un’antologia di testi (in questo caso si potrebbe anche parlare di una «storia documentaria») sia per sua stessa natura meno soggetta a invecchiamento di altre
opere. Lo dimostra, fra l’altro, la lunga vita editoriale (e universitaria)
di raccolte di questo tipo: come Il Sud nella storia d’Italia di Rosario Villari o, andando più indietro nel tempo, La lotta politica in Italia di Nino
Valeri5. In questo caso c’è poi un altro e decisivo elemento da tenere
presente: l’antologia qui riproposta è stata pensata e realizzata dal massimo conoscitore del fenomeno fascista, da uno studioso di cui nessuno,
nemmeno i suoi critici più accaniti, ha mai potuto contestare, e tanto
meno eguagliare, la straordinaria competenza in materia. Se non altro
per questo merita di essere inclusa in qualsiasi bibliografia di base sul
fascismo italiano.
giovanni sabbatucci
4
È lo stesso De Felice a confessarlo («guai ad essere amici degli editori!») nella Prefazione
1995 all’ultima edizione delle Interpretazioni del fascismo.
5
Uscite rispettivamente nel 1961 e nel 1945.
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1
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Introduzione
Dal 1961, quando fu pubblicata da il Mulino la prima di C. Casucci
(Il Fascismo. Antologia di scritti critici), le antologie di documenti e di testi critici e storici riguardanti il fascismo o, più in generale, l’Italia tra
le due guerre mondiali si sono moltiplicate. Il loro numero si è in particolare accresciuto in questi ultimi anni, parallelamente al crescente interesse per le vicende del periodo fascista e alla fortuna che ha arriso a
questo genere di strumenti in sede didattica. Entrare qui nel merito di
questa fioritura di antologie non ci pare il caso. Basterà richiamare la
varietà dei criteri (culturali, ideologici, metodologici, ecc.) ai quali esse
si sono ispirate; talune mettendo l’accento sull’aspetto documentario,
altre su quello interpretativo (a questo criterio noi stessi ci siamo rifatti nel 1970 pubblicando per i tipi di Laterza Il Fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici), altre ancora su quello «tematico»,
ecc. Né, tanto meno, ci sembra il caso di allargare il discorso alla funzione e agli esiti, culturali e didattici, che, per sua natura, il genere antologico (inevitabilmente «soggettivo» e «parziale») ha e soprattutto
può avere a seconda del contesto e del modo in cui esso è utilizzato. Pur
essendo diversissime tra loro, per livello culturale e scientifico, per ricchezza di documentazione, per utilizzabilità didattica e, quindi, anche
in relazione al potenziale pubblico dei loro lettori, queste antologie costituiscono ormai una realtà di cui è impossibile non tenere conto e che
ha una innegabile influenza – in positivo come in negativo – su un certo tipo di informazione e di cultura generale oggi diffuse, specie tra i più
giovani.
In questo contesto la presente antologia ambisce collocarsi in una
prospettiva tutta particolare. Per un verso non vuol costituire un doppione di quelle esistenti sia nell’impianto metodologico, sia nel tipo di
approccio alla realtà italiana durante il fascismo, sia, salvo pochi casi
quasi d’obbligo, nella scelta dei testi utilizzati. Per un altro verso vuole richiamare l’attenzione su una serie di aspetti della realtà fascista che
sono in genere sottovalutati (e assai spesso ignorati e addirittura nega-
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Autobiografia del fascismo
ti) mentre possono essere – se opportunamente individuati e inquadrati correttamente – estremamente significativi per comprendere i termini reali di discussioni e di ipotesi di lavoro oggi portate avanti, in Italia
e soprattutto all’estero, da numerosi studiosi, desiderosi di approfondire ulteriormente il discorso storico e, quindi, la reale comprensione del
fascismo.
Detto in sintesi e nel modo più chiaro possibile, questa antologia si
propone due obiettivi, paralleli e, a ben vedere, integrativi l’uno dell’altro. Quello di offrire una linea essenziale – ma pur sempre abbastanza
articolata da permettere di coglierne le fasi e i momenti più significativi – dello sviluppo del fascismo storico, dalle origini (1919) alla sua fine (1945). E quello di mostrare e di evidenziare come questa linea si articolasse concretamente al suo interno, si sostanziasse di posizioni, tendenze, suggestioni culturali, stati d’animo, aspirazioni, velleità non solo
molteplici, ma spesso tra loro assai diversi e talvolta inconciliabili. Alcuni originari e, in genere, tipici del primo fascismo, altri emersi nel corso degli anni successivi (e portati al fascismo, in genere, dai «fiancheggiatori» affluiti via via nelle sue file o dalle nuove generazioni fasciste);
alcuni rimasti sostanzialmente sempre eguali (e prima o poi riemergenti, anche se talvolta in certi periodi potevano sembrare scomparsi o battuti), altri via via trasformatisi, altri ancora estintisi (o marginalizzati
completamente) parallelamente al prevalere e al consolidarsi nel fascismo di diverse realtà. Alcuni ricollegabili al fascismo movimento, altri al
fascismo regime. Alcuni destinati a morire col fascismo storico, altri a
sopravvivere nel neofascismo postliberazione, altri ancora a evolversi sino a portare chi ne era partecipe su posizioni antifasciste, altri infine a
inquinare persino alcune manifestazioni politico culturali apparentemente lontanissime ed antitetiche rispetto al fascismo. Insomma, come
del resto dice esplicitamente il suo titolo, quest’antologia si propone di
offrire un tentativo di autobiografia del fascismo, una visione del fascismo vista con gli occhi dei fascisti e giudicabile sulla base delle loro stesse idee e dei loro stessi stati d’animo.
Al punto a cui sono ormai arrivati gli studi sul fenomeno fascista in
generale e sul fascismo italiano in particolare, un tentativo di questo genere ci pare non solo maturo per essere intrapreso, ma culturalmente opportuno. Anche se vari aspetti e problemi della storia del fascismo sono
ancora oggetto di discussione, non crediamo di sbagliare dicendo che, a
livello degli specialisti di questi studi, i punti d’accordo sono ormai molto più numerosi di quelli di contrasto e che il loro numero è comunque
destinato a diminuire via via che si potrà disporre di ricerche di prima
mano sui singoli problemi e, grazie ad esse, sarà possibile completare il
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Introduzione
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minuto mosaico della ricostruzione della realtà fascista, basandosi su dati accertati e significativi e non – come ancora accade – su elementi parziali e imprecisi desunti da una letteratura storica (e talvolta più politica che storica) ormai superata dal progresso degli studi e dalla possibilità di accedere a fonti documentarie indisponibili ai suoi autori.
In questa situazione degli studi, uno dei nodi più importanti da sciogliere e per affrontare il quale, oltre tutto, non manca certo la documentazione è quello di una corretta comprensione e definizione dei caratteri fondamentali della cultura – in senso specifico e soprattutto in
senso lato, antropologico – del fascismo. Se non si scioglie infatti questo nodo e in particolare non si comprende l’impossibilità di ridurre il
discorso all’alta cultura (ponendo così fine tra l’altro all’assurda discussione se sia o no esistita una cultura fascista) e la necessità di allargare
il discorso a tutta la cultura, in senso antropologico appunto, la possibilità di capire veramente il fascismo continuerà a sfuggirci. E con essa
quella di capire quanto siano parziali e fuorvianti certi discorsi troppo
riduttivi e facili in chiave di «propaganda» che vengono fatti a proposito di tanta parte della pubblicistica ideologico-politica fascista1.
Chi ha meglio impostato questo problema è stato, a nostro avviso,
G. L. Mosse in una serie di studi e di contributi di vario genere, i più
importanti dei quali sono disponibili in italiano2. Anche per Mosse,
1
Nonostante i progressi fatti, soprattutto nell’ultimo quindicennio, dagli studi sul fascismo,
molti autori sono ancora portati a considerare con sufficienza e a sottovalutare gran parte della
produzione giornalistica e pubblicistica fascista e a ritenerla sostanzialmente a carattere strumentale, più o meno dettata dall’alto e, quindi, «di propaganda». Un simile approccio è a nostro avviso sbagliato e può precludere vaste possibilità di approfondimento della realtà fascista.
Il fatto che la stampa sia stata controllata e manipolata con interventi diretti e indiretti del regime (con le famose «veline» e – ancor più importanti anche se in genere trascurate dagli studiosi –
con le riunioni periodiche dei direttori o corrispondenti a Roma dei giornali organizzate dal ministero
della Cultura popolare) è un dato importante da tenere sempre presente, ma anche da non sopravvalutare. Sia perché, ciò nonostante, ai singoli giornalisti e direttori rimanevano nell’applicare tali direttive non trascurabili margini di autonomia personale, tanto è vero che il ministero della Cultura
popolare distribuiva ad essi encomi e biasimi, sia soprattutto perché l’aspetto più importante per valutare quanto veniva pubblicato dalla stampa fascista e, più in generale, la pubblicistica del tempo
non è questo. Questo aspetto è infatti solo il più evidente e grossolano. Il vero problema è quello di
rendersi conto che moltissimo di ciò che a oggi può apparire sub specie di propaganda, in realtà non
lo era né per gli autori né per i destinatari. Al contrario era l’espressione della cultura fascista. Non
si prefiggeva affatto di manipolare i lettori o gli ascoltatori; il suo successo e il consenso che trovava
erano direttamente proporzionali alla sua capacità di corrispondere alle richieste e ai valori consapevoli e inconsapevoli dei suoi destinatari, di affondare cioè le sue radici nella cultura, negli stati d’animo effettivi del momento. Da cui la differente presa, il diverso successo che la stampa fascista ebbe
nelle varie fasi del fascismo, a seconda della maggiore o minore corrispondenza dei problemi da essa
trattati e delle prospettive indicate alla cultura, alle aspirazioni ai modelli di vita delle masse.
2
Di g. l. mosse si vedano in italiano soprattutto La genesi del fascismo, in «Dialoghi del xx»,
aprile 1967, pp. 20 sgg.; La nazionalizzazione delle masse, Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1812-1933), il Mulino, Bologna 1975; Intervista sul nazismo, a cura di m. a. ledeen, Laterza, Bari 1977.
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Autobiografia del fascismo
come per quasi tutti coloro che si sono occupati della cultura fascista,
è fuori di dubbio che il fascismo si rifece ad un ben determinato insieme di valori e di tradizioni culturali che la prima guerra mondiale
aveva esasperato ma solo in minima parte determinato. In questo senso esso fu per Mosse molto più che la semplice immagine speculare del
marxismo che vi ha voluto vedere E. Nolte. Prendendo per più di un
aspetto le distanze da coloro che hanno voluto ricondurre la cultura
fascista a precise correnti filosofiche, letterarie, culturali (l’irrazionalismo, il decadentismo, ecc.), Mosse ha però insistito soprattutto
sull’assoluta necessità: a) di non dimenticare mai che la cultura è essenzialmente un atteggiamento mentale, un atteggiamento verso la vita, anche se, ovviamente, essa deve fare i conti con la realtà, col contesto sociale ed economico, con la storia del paese in cui si manifesta;
b) di ricollegare strettamente il fascismo alla crisi morale e alle conseguenze materiali determinate in Europa dall’affermarsi della società
di massa.
Frutto di una profonda crisi morale che colpì soprattutto le classi medie e in particolare la piccola borghesia e i giovani (non a caso Mosse insiste molto sul carattere «giovanile» del fascismo, sulla giovinezza intesa dai fascisti come «simbolo di energia e di azione») e che si saldò strettamente (traendone impulso) con la crisi economico-sociale determinata
dalla guerra, la cultura fascista tentò essenzialmente di rivendicare l’individualità, di ricostruire l’interezza della vita collettiva che la società
di massa stava annullando e di spezzare le catene di un sistema alienante e contrario alle tradizioni e agli atteggiamenti morali di coloro che
erano partecipi di essa. E lo tentò soprattutto facendo leva su una serie
di valori intesi in chiave mistica (da cui l’importanza del capo e del rituale) ed eroica («primato dello spirito»), tanto che acutamente Mosse
ha potuto parlare di «formalizzazione delle emozioni». In primo luogo
su quello della «comunità nazionale», intesa come fatto spirituale, ben
definito ed unitario, che avrebbe dovuto realizzare (attraverso l’eliminazione dell’alienazione e la spiritualizzazione, appunto, della Nazione)
la giustizia sociale e al tempo stesso preservare la sicurezza rappresentata dalle tradizioni nazionali e dai valori borghesi di fondo, e su quello
dell’uomo nuovo, dell’uomo totale cioè, espressione e realizzatore al tempo stesso della nuova società scaturita dalla rivoluzione fascista e basata essenzialmente sulla sostituzione delle vecchie gerarchie fondate sullo status sociale con una nuova gerarchia fondata sulle funzioni. Sicché
bene ha visto Mosse quando ha scritto che «il fascismo era una rivoluzione che si pensava in termini culturali e non economici» e quando –
passando dal generale al particolare – ha invitato gli studiosi a non con-
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Introduzione
7
tinuare a giudicare il pensiero politico fascista in termini di coerente e
sistematica teoria politica classica (hegeliana, marxista, ecc.) e a rendersi
invece conto che per il fascismo esso era sostanzialmente il frutto di un
atteggiamento, di una visione estetico-vitalistica della politica, una sorta
di teologia «che offriva una cornice al culto nazionale».
Nel saggio «La genesi del fascismo» Mosse ha sintetizzato con estrema chiarezza questo fondamentale aspetto della realtà fascista:
da un lato l’uomo sembrava privato della sua individualità, ma dall’altro è proprio
questa individualità che egli vuole rivendicare ancora una volta. I fenomeni dell’uomo-massa si accompagnavano alla sensazione che l’età della borghesia fosse culminata nel conformismo, mentre i rapporti personali, che erano stati la base della morale e della sicurezza borghesi, si erano dissolti nel nulla. Lo spirito di rivolta, il desiderio di spezzare le catene di un sistema che aveva condotto a quel vicolo cieco
erano comuni ai giovani e a molti intellettuali. Molto è stato scritto sull’aspetto di
questa rivolta che trovò la sua manifestazione più evidente nella corrente dell’espressionismo: non si è capito altrettanto bene che il fascismo affondava le proprie radici nello stesso spirito di rivolta. Sia il fascismo che l’espressionismo predicavano in
effetti il ricupero dell’«uomo totale», frantumato e alienato dalla società; ed entrambi i movimenti cercavano di riaffermare l’individualità proiettandola verso
l’esteriorità e rifiutavano le soluzioni prospettate dalla borghesia in termini positivistici e pragmatistici...
La rivoluzione fascista non può essere capita se la si vede in termini puramente negativi o se la si giudica solamente in base al predominio che il nazismo esercitò su
di essa intorno agli ultimi anni del decennio 1930. Per milioni di persone essa soddisfece un profondo bisogno di azione combinato con l’identificazione con la comunità. Essa parve realizzare il sogno di una società senza classi. L’accettazione
dell’irrazionale sembrava dare all’uomo delle radici all’interno del suo io più profondo, mentre contemporaneamente lo rendeva membro di una comunità genuina e
non artificiale. La gioventù borghese accorse nelle sue file, perché credeva di trovarvi una soluzione positiva ai problemi della società industriale e urbana.
Nello stesso saggio egli ha però anche messo bene in chiaro l’altro
aspetto fondamentale di questa realtà: quello della reintegrazione,
dell’addomesticamento di questo spirito di rivolta operati dai regimi
fascisti allo scopo di estendere e rendere permanente il loro potere su
tutta la società, anche su quei settori di essa che erano estranei alla cultura fascista e guardavano con timore alle sue possibili estrinsecazioni
pratiche. In particolare Mosse ha a questo proposito insistito molto
sull’importanza che per i regimi fascisti ha avuto la loro capacità di
sfruttare alcune possibilità offertegli dalla stessa cultura fascista e in
specie quella di poter combinare insieme il conservatorismo di fondo
delle masse, fortemente legate a tutta una serie di opinioni e di valori
borghesi tradizionali, e l’influenza «magica» della suggestione di massa esercitata dal capo, in maniera da dar vita ad un regime di massa del
tutto nuovo e, a suo modo, originale, che non aveva nulla in comune
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Autobiografia del fascismo
con i regimi conservatori classici. «Così – come ha scritto Mosse – si
poteva irregimentare l’uomo-massa in un movimento politico di massa, reinserirlo in una azione positiva e controllare la sua tendenza al disordine». E, insieme, si gettavano le fondamenta di un tipo di regime
in grado (anche se in misura diversa a seconda dei contesti nazionali e
del peso che sui vari regimi fascisti ebbero i compromessi politici che
accompagnarono la conquista del potere da parte del fascismo), da un
lato, di avere larghi consensi negli ambienti conservatori tradizionali
e, da un altro lato, di incidere anche su larghi settori, specie giovanili,
del proletariato.
Per realizzare un’antologia che punti ad evidenziare questo aspetto
della realtà fascista la scelta dei testi ai quali attingere era praticamente obbligata. Un panorama del fascismo dall’interno, mirante a fare largo spazio al suo aspetto più propriamente culturale, non poteva essere
tentato che rifacendosi innanzi tutto alle fonti, ai testi fascisti. Altre
fonti, altri testi avrebbero potuto servire da contrappunto, da commento, per valutare in che misura i non fascisti, gli antifascisti avessero colto e capito questo aspetto del fascismo e come esso si articolava e
via via si sviluppava e trasformava. Di più non avrebbero potuto offrire. Da qui la nostra decisione di rinunciare ad essi: non potendo per ovvi motivi editoriali disporre di uno spazio illimitato (tant’è che già come appare l’antologia è il risultato di tutta una serie di esclusioni successive, talvolta operate a danno di testi di interesse non solo marginale),
abbiamo preferito puntare su quei testi che abbiamo ritenuto più importanti ed essenziali ai fini del discorso che l’antologia vuole avviare;
e ciò con tanto minor scrupolo dato che i testi che tale scelta pregiudiziale ha esclusi sono ormai certo più noti della maggioranza di quelli, invece, antologizzati e, in genere, sono facilmente reperibili, persino in
altre antologie sul fascismo a disposizione dei lettori.
Detto questo in generale, alcune precisazioni particolari ci sembrano opportune. I testi antologizzati sono stati riprodotti nella maggioranza dei casi nella loro integrità e, comunque, evitando di darne – come in genere viene fatto in questo tipo di raccolte – l’«essenziale». Abbiamo voluto in questo modo evitare che alla inevitabile soggettività
esterna di ogni scelta se ne aggiungesse un’altra interna che, sommandosi alla prima, avrebbe finito per rendere vieppiù parziale il quadro di insieme. E ciò tanto più dato che assai spesso la soppressione di passi non
«essenziali» se per un verso avrebbe reso più agile l’antologia, per un altro verso l’avrebbe però notevolmente impoverita, privando il lettore
della possibilità di farsi una idea abbastanza precisa dello stile, del linguaggio fascisti (giustamente oggi oggetto di studi talvolta di notevole
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Introduzione
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interesse1) e, più in generale, di molti aspetti tutt’altro che secondari della cultura e della mentalità fasciste. Ugualmente i testi riprodotti sono
stati ripresi sempre dai giornali, dalle riviste, dai libri in cui furono pubblicati in periodo fascista, onde evitare di dare testi rimaneggiati o mutilati (spesso dei passi più significativi) in periodo successivo2.
Quanto alla scelta vera e propria dei testi e alla struttura dell’antologia, un criterio ci ha soprattutto guidati: cercare di offrire un quadro
del fascismo il meno arbitrario possibile, necessariamente d’insieme, ma
attento non solo alle varie posizioni più significative, ma anche alla cronologia. Generalizzando, non tenendo conto della cronologia o, se si
preferisce, del contesto in cui si collocavano le varie posizioni, queste
infatti perdono assai spesso il loro vero significato e possono addirittura acquistarne altri non corrispondenti alla realtà. Da qui la suddivisione dell’antologia in sezioni corrispondenti il più possibile alle varie fasi
della storia del fascismo e tutte costruite su testi esclusivamente coevi.
Da questo criterio ci siamo allontanati in un solo caso, un po’ per non
appesantire di altri testi l’antologia, un po’ per l’interesse dello scritto
in questione (un articolo-recensione di R. Farinacci su «La Vita Italiana») logicamente più difficile ad inquadrare nella sezione nella quale cronologicamente avremmo dovuto includerlo, un po’, infine, perché esso
in sostanza coglie bene la realtà alla quale si riferiva e che è documentata nella sezione nella quale, appunto, lo abbiamo incluso. Pur muovendosi su uno spettro abbastanza vasto di autori, l’antologia può dare
l’impressione di privilegiarne alcuni e di sottovalutarne altri. Il criterio
a cui ci siamo attenuti è a questo proposito semplice. Dovendo fare inevitabilmente delle scelte drastiche, abbiamo preferito, per un verso, sacrificare un po’ gli autori (tipico è il caso di B. Mussolini, di cui abbiamo riprodotto solo alcuni testi a nostro avviso più significativi rispetto
ai temi e alle circostanze messi a fuoco nelle varie sezioni) e i testi più
noti e facilmente reperibili e, per un altro verso, seguire più da vicino
l’evoluzione di alcuni autori che ci sono sembrati più emblematici e significativi. Ugualmente, specie nelle sezioni relative agli anni del regi1
Per il fascismo italiano si possono vedere: e. leso, Aspetti della lingua del fascismo. Prime linee di una ricerca, in sli, Storia linguistica dell’Italia nel Novecento, Bulzoni, Roma 1973, pp. 139
sgg.; g. lazzari, Le parole del fascismo, Argileto, Roma 1975; aa.vv., La lingua italiana e il fascismo, Consorzio Prov. Pubblica Lettura, Bologna 1977.
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Per limitarci solo ad autori inclusi nella presente antologia, tipici esempi in questo senso sono costituiti dalla riedizione del «Ragguaglio sullo stato presente degli intellettuali rispetto alle cose d’Italia» di C. Malaparte nel volume L’Europa vivente e altri saggi politici (1921-1931) delle Opere Complete di C. Malaparte, a cura di E. Falqui, per i tipi della Vallecchi di Firenze (1961) e da
quella, parziale, del saggio di M. Rocca «Il Fascismo nel pensiero moderno» nel volume m. rocca, Il primo fascismo (Volpe, Roma 1964). In entrambi i casi numerosi e importanti passi sono stati soppressi senza indicarli, come di consueto in questi casi, neppure con dei puntini sospensivi.
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me pieno e dello staracismo, abbiamo ridotto al minimo indispensabile
i testi volti a documentare le posizioni più tipicamente di regime, mentre abbiamo invece largheggiato per quelli (di ogni tipo) riferentesi al
movimento rispecchianti il travaglio interno, la crisi e l’evoluzione del
fascismo, la problematica delle nuove generazioni. Un certo arricchimento del quadro offerto sarebbe potuto risultare dal ricorso anche a
testi inediti, non destinati cioè al pubblico più vasto dei lettori della
stampa e della pubblicistica fascista: documenti di partito e di governo
ad uso interno, ovvero scritti di carattere personale, come diari, carteggi, e simili. Sia pure con un certo rammarico, abbiamo però preferito non fare pressoché ricorso ad essi, sia, anche a questo proposito, per
non dover rinunciare ad una parte di quelli a stampa, sia perché in molti casi tali testi avrebbero comportato un tipo di illustrazione e di inquadramento diverso e assai più ampio di quello usato per gli altri, sia,
infine, perché siamo convinti che l’arricchimento del quadro che ne sarebbe derivato sarebbe stato più formale che sostanziale. Sarebbe servito a precisare meglio alcune nuances e ad introdurne altre, ma, in ultima analisi, non avrebbe potuto renderlo realmente più significativo.
Solo in tre casi abbiamo pertanto utilizzato testi inediti, laddove quelli
editi non offrivano possibilità altrettanto significative per documentare situazioni, realtà che ci è sembrato sarebbe stata grave lacuna non documentare (è questo il caso dei due estratti dal diario inedito di un giovane squadrista toscano) ovvero laddove, pur essendo inediti, si trattava di testi destinati esplicitamente alla stampa (è questo il caso
dell’editoriale scritto da G. Bottai per il fascicolo di «Critica fascista»
che non poté uscire per il precipitare della situazione politica determinata dal 25 luglio).
Le introduzioni premesse alle singole sezioni nelle quali è articolata
l’antologia e le indicazioni bibliografiche che le corredano hanno lo scopo di offrire al lettore, non già introdotto nella problematica specifica
del fascismo, solo alcuni elementi d’inquadramento generale e una prima presentazione dei singoli testi e autori. Per un approfondimento della tematica generale e dei singoli aspetti e problemi connessi ai testi antologizzati rimandiamo alla nota bibliografica.
renzo de felice
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I Fasci di Combattimento
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I testi raccolti in questa prima sezione si riferiscono al primo periodo dei Fasci di Combattimento (fondati da Mussolini a Milano il 23 marzo 1919), al periodo che corrisponde cioè alla loro fase di «sinistra», caratterizzata a) da una loro presenza essenzialmente «urbana» (localizzata soprattutto nell’Italia settentrionale e centrale); b) da una militanza
(nel senso che un tale termine poteva avere in una organizzazione che
non aveva e non voleva avere carattere di partito, ma di movimento e
che, quindi, non escludeva l’adesione di iscritti ad altre formazioni e
partiti in qualche misura affini) caratterizzata a sua volta essenzialmente da ex socialisti ed ex sovversivi (sindacalisti rivoluzionari, anarchici,
ecc.) che avevano seguito l’iter interventista rivoluzionario di Mussolini, da futuristi, da arditi e da gruppi – per usare un’espressione cara a
Mussolini – di «trinceristi», di ex combattenti cioè politicamente impegnati in senso nazional-rivoluzionario.
Il primo tende a dare un’idea dell’atmosfera generale in cui nacquero i Fasci di Combattimento e dello spirito con cui essi furono concepiti e presentati da Mussolini. Il secondo e il quarto documentano la piattaforma politica sulla quale i Fasci si collocavano in questo periodo e da
un confronto tra essi è possibile ricavare qualche elemento per cogliere
la direzione in cui tra il 1919 e il 1920 questa piattaforma tendeva ad
evolversi. Tra questi due testi si colloca significativamente il terzo. A.
De Ambris fu in questo periodo assai vicino ai Fasci (se non vi aderì fu
soprattutto perché ciò era incompatibile con la sua concezione del sindacato e con i suoi incarichi nella U.I.L.) e il suo articolo testimonia da
un lato l’influenza che sul primo fascismo ebbero uomini come lui, che
venivano da una lunga e sincera esperienza di sinistra estrema e da un
altro lato quale fosse la prospettiva politico-sociale e lo stato d’animo
nei quali si muoveva larga parte dell’originario nucleo fascista diciannovista. Un’altra componente dei Fasci era costituita invece da giovani
e giovanissimi, privi di qualsiasi precedente esperienza o milizia politica e che non avevano partecipato alla guerra. Il quinto testo riprodotto
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Autobiografia del fascismo
tende, appunto, a rendere in qualche misura lo stato d’animo con cui,
in genere, costoro aderivano ai Fasci. L’ultimo testo, il sesto (scritto da
uno dei maggiori esponenti dei Fasci di Combattimento di questo periodo, che sarà uno dei protagonisti, nel 1921, dell’opposizione a Mussolini in occasione del «patto di pacificazione» e romperà clamorosamente col fascismo), si riferisce al periodo in cui i Fasci di Combattimento andavano già trasformandosi, rafforzandosi ed estendendosi dai
centri urbani alle zone agricole e al sud grazie all’uso sempre più sistematico del ricorso alla violenza armata, all’allargarsi della loro base a
nuovi ambienti sociali (soprattutto piccolo e medio borghesi) e allo stabilirsi di nuovi e più numerosi rapporti con settori della classe dirigente e politica e stavano diventando un fatto politico non più marginale,
come agli inizi, ma nazionale. In questo contesto esso offre la possibilità di farsi un’idea abbastanza precisa e articolata sia della evoluzione,
che tra il 1919 e i primi del 1921 aveva caratterizzato quella parte del
primo fascismo che non aveva abbandonato delusa i Fasci, sia delle nuove tendenze di fondo, che il movimento andava assumendo e che esso
avrebbe sviluppato nel corso del 1921-1922.
Su Alceste De Ambris e Piero Marsich mancano studi specifici. Oltre ai riferimenti loro dedicati nel primo e secondo volume del nostro Mussolini, utili
elementi in r. de felice, Sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo nel carteggio De Ambris-D’Annunzio (1919-1922), Brescia 1966, e in f. piva, Lotte contadine e origini del fascismo. Padova-Venezia: 1919-1922, Venezia 1977.
benito mussolini
Discorso per la fondazione dei Fasci di Combattimento*
(Milano,23 marzo 1919)
Quello che ha detto l’amico Capodivacca, mi dispensa dal fare un lungo discorso. Noi non abbiamo bisogno di metterci programmaticamente sul terreno
della rivoluzione perché, in senso storico, ci siamo dal 1915. Non è necessario
prospettare un programma troppo analitico, ma possiamo affermare che il bolscevismo non ci spaventerebbe se ci dimostrasse che esso garantisce la grandezza di un popolo e che il suo regime sia migliore degli altri.
È ormai dimostrato irrefutabilmente che il bolscevismo ha rovinato la vita
economica della Russia. Laggiù, l’attività economica, dall’agricoltura all’indu*
Dal «Popolo d’Italia», 24 marzo 1919.
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I Fasci di Combattimento
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stria, è totalmente paralizzata. Regna la carestia e la fame. Non solo, ma il bolscevismo è un fenomeno tipicamente russo. Le nostre civiltà occidentali, a cominciare da quella tedesca, sono refrattarie. Noi dichiariamo guerra al socialismo, non perché socialista, ma perché è stato contrario alla nazione. Su quello
che è il socialismo, il suo programma e la sua tattica, ciascuno può discutere,
ma il Partito Socialista Ufficiale Italiano è stato nettamente reazionario, assolutamente conservatore, e se fosse trionfata la sua tesi non vi sarebbe oggi per
noi possibilità di vita nel mondo. Non è il Partito Socialista quello che può mettersi alla testa di una azione di rinnovamento e di ricostruzione. Siamo noi, che
facendo il processo alla vita politica di questi ultimi anni dobbiamo inchiodare alla sua responsabilità il Partito Socialista Ufficiale.
È fatale che le maggioranze sieno statiche, mentre le minoranze sono dinamiche. Noi vogliamo essere una minoranza attiva, vogliamo scindere il Partito
Socialista Ufficiale dal proletariato, ma se la borghesia crede di trovare in noi
dei parafulmini, si inganna. Noi dobbiamo andare incontro al lavoro. Già al
tempo dell’armistizio io scrissi che bisognava andare incontro al lavoro che ritornava dalle trincee, perché sarebbe odioso e bolscevico negare il riconoscimento dei diritti di chi ha fatto la guerra. Bisogna perciò accettare i postulati
delle classi lavoratrici: vogliono le otto ore? Domani i minatori e gli operai che
lavorano di notte imporranno le sei ore? Le pensioni per l’invalidità e la vecchiaia? Il controllo sulle industrie? Noi appoggeremo queste richieste, anche
perché vogliamo abituare le classi operaie alla capacità direttiva delle aziende,
anche per convincere gli operai che non è facile mandare avanti un’industria e
un commercio.
Questi sono i nostri postulati, nostri per le ragioni che ho detto innanzi e
perché nella storia ci sono cicli fatali per cui tutto si rinnova, tutto si trasforma. Se la dottrina sindacalista ritiene che dalle masse si possano trarre gli uomini direttivi necessari e capaci di assumere la direzione del lavoro, noi non potremo metterci di traverso, specie se questo movimento tenga conto di due
realtà: la realtà della produzione e quella della nazione.
Per quello che riguarda la democrazia economica noi ci mettiamo sul terreno del sindacalismo nazionale e contro l’ingerenza dello Stato quando questo
voglia assassinare il processo di creazione della ricchezza,
Combatteremo il retrogradismo tecnico e spirituale. Ci sono industriali che
non si rinnovano dal punto di vista tecnico e dal punto di vista morale. Se essi non troveranno la virtù di trasformarsi, saranno travolti, ma noi dobbiamo
dire alla classe operaia che altro è demolire, altro è costruire, che la distruzione può essere opera di un’ora, mentre la creazione è opera di anni o di secoli.
Democrazia economica, questa è la nostra divisa. E veniamo alla democrazia politica.
Io ho l’impressione che il regime attuale in Italia abbia aperto la successione. C’è una crisi che balza agli occhi di tutti. Abbiamo sentito tutti durante la
guerra l’insufficienza della gente che ci governa e sappiamo che si è vinto per
le sole virtù del popolo italiano, non già per l’intelligenza e la capacità dei dirigenti.
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Mussolini e il fascismo