Situazione politica
mondiale nel primo dopo
guerra
Situazione Politica
Forme di governo dopo la prima guerra mondiale
La situazione della Russia
Regimi totalitari
Democrazie
Vocabolario: Totalitarismo
Regimi totalitari
Totalitarismo
Il termine totalitarismo fu coniato negli anni Venti. Dapprima applicato al regime fascista, venne nel secondo
dopoguerra esteso alle forme “moderne” di governo autoritario: Unione Sovietica staliniana, Germania nazista,
Cina di Mao. Al di là delle differenze ideologiche, tali stati sembravano infatti presentare alcuni tratti
sostanzialmente identici: v Culto del capo supremo Base sociale di massa Protezione dello stato in ogni
settore della vita civile Ricorso alla repressione poliziesca Politica di aggressiva espansione all’estero La
teoria del totalitarismo è stata oggetto in sede storica di diverse critiche, per la sua pretesa di analizzare secondo
un rigido modello società diversissime tra loro; essa tuttavia rappresenta un importatane tentativo di
interpretazione dei meccanismi del potere nello Stato contemporaneo. Nel brano che segue due studiosi di storia
sovietica cercano di fissare le principali caratteristiche dello Stato totalitario. Le 6 caratteristiche principali del
totalitarismo sono:
•
Una ideologia ufficiale, composta da un corpo dottrinario ufficiale, esteso a tutti gli aspetti vitali dell’esistenza
umana, al quale tutti coloro che vivono nella società devono aderire, almeno passivamente; questa ideologia è
decisamente proiettata verso uno atato finale perfetto dell’umanità […];
•
Un unico partito di massa – diretto per lo più da un uomo, il “dittatore” – del quale fa parte una percentuale
relativamente ristretta della popolazione (fino al 10%). Questo nucleo è composto da uomini e donne, che
sostengono appassionatamente e incondizionatamente l’ideologia ufficiale e sono pronti ad usare ogni mezzo per
imporla al resto della popolazione. Un simile partito è organizzato in forma gerarchica e oligarchica e si
intreccia con l’organizzazione burocratica del governo […];
•
Un sistema di controllo terroristico di polizia, che sostiene e insieme controlla il partito attraverso i suoi
dirigenti. Esso è diretto non solo contro i “nemici” riconosciuti del regime, ma anche contro strati della
popolazione scelti arbitrariamente. La polizia segreta utilizza sistematicamente la scienza moderna, ed in
particolare le conoscenze psicologiche.
•
Un pressoché totale controllo esercitato dal partito e dai quadri ad esso sottoposti sui mezzi di comunicazione di
massa, come la stampa, la radio, il cinema reso, reso possibile dalla tecnologia.
•
Un quasi totale controllo da parte del partito di tutte le forze armate anch’esso reso possibile dall’evoluzione
della tecnologia.
•
Un controllo ed una direzione centralizzata di ogni attività economica attraverso l’integrazione burocratica di
fattori economici in precedenza autonomi.
C.J. FRIEDRICH – Z.K. BRZESINSKI,Totalitarian Dictatorship Autocracy, New York, Praeger, 1966
Le democrazie
Il caso della Russia
Il fascismo
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Nascita
Struttura
Il bienni rosso
La marcia su Roma
La nascita della
dittatura
• La guerra di Etiopia
• Gli ebrei ed il
fascismo
• Sistema di governo
• Il governo di
coalizione
• Gerarchie militari
Nascita del fascismo
Mussolini giovane
Lo scoppio della prima guerra mondiale provocò un radicale cambiamento di posizioni politiche in Benito
Mussolini, fino ad allora dirigente socialista e, dal 1912, addirittura direttore de l'Avanti!. Dopo
un'iniziale adesione alla linea di neutralismo del partito, Mussolini divenne interventista e allora il 20
ottobre del 1914 si dimise dalla direzione del giornale. In novembre realizzò un suo quotidiano, "Il
popolo d'Italia", ultranazionalista, radicalmente schierato su posizioni interventiste a fianco dell'Intesa.
Espulso immediatamente dal Psi, qualche anno dopo, nel '18, ruppe anche gli ultimi legami ideologici
con l'originaria matrice socialista, in nome di un superamento dei tradizionali antagonismi di classe.
Finita la guerra, fondò i fasci di combattimento a Milano, il 23 marzo del 1919. Il movimento non ebbe
inizialmente successo. Tuttavia, man mano che la situazione italiana si andava deteriorando e il fascismo
si caratterizzava come forza organizzata in funzione antisocialista e antisindacale, ottenne crescenti
adesioni e favori da agrari e industriali e quindi dai ceti medi. Divenuto deputato al Parlamento con le
elezioni del 1921, Mussolini si avvicinò maggiormente alla monarchia (mentre il suo programma
originario era di fedeltà agli ideali repubblicani) con il discorso di Udine (20 settembre 1922). Un mese
dopo, organizzò la marcia su Roma, che doveva portarlo alla carica di presidente del Consiglio (31
ottobre 1922).
Il manifesto dei fasci di combattimento (1919) - Programma di San Sepolcro
Italiani! Ecco il programma di un movimento genuinamente italiano. Rivoluzionario
perché antidogmatico; fortemente innovatore antipregiudiziaiolo.
Per il problema politico:
Noi vogliamo:
a) Suffragio universale a scrutinio di lista regionale, con rappresentanza proporzionale,
voto ed eleggibilità per le donne.
b) II minimo di età per gli elettori abbassato ai I 8 anni; quello per i deputati abbassato ai
25 anni.
c) L'abolizione del Senato.
d) La convocazione di una Assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo
compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
e) La formazione di Consigli Nazionali tecnici del lavoro, dell'industria, dei trasporti,
dell'igiene sociale, delle comunicazioni, ecc. eletti dalle collettività professionali o di
mestiere, con poteri legislativi, e diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri
di Ministro.
Per il problema sociale:
Noi vogliamo:
a) La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavori la giornata
legale di otto ore di lavoro.
b) I minimi di paga.
c) La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell'industria.
d) L'affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e
tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.
e) La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
f) Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sulla invalidità
e sulla vecchiaia abbassando il limite di età, proposto attualmente a 65 anni, a 55
anni.
Per il problema militare:
Noi vogliamo:
a) L'istituzione di una milizia nazionale con brevi servizi di istruzione e compito
esclusivamente difensivo.
b) La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.
c) Una politica estera nazionale intesa a valorizzare, nelle competizioni pacifiche della
civiltà, la Nazione italiana nel mondo.
Per il problema finanziario:
Noi vogliamo:
a) Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la
forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
b) II sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le
mense Vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio
di pochi.
c) La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell' 85% dei
profitti di guerra.
(«II popolo d'Italia», 6 giugno 1919)
Il biennio "rosso"
(1919-1920)
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Introduzione
Come iniziò il
biennio
La sconfitta del
movimento operaio
Gli industriali e le
squadre fasciste
Conclusioni
Introduzione
Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, anche l'Italia soffrì di gravi difficoltà
economiche. La disoccupazione, la riconversione industriale da militare a civile, il ritorno
dei reduci furono problemi giganteschi per il nostro paese. I ceti medi e le classi a
reddito fisso furono particolarmente colpite dalla crisi economica, anche perché
danneggiate più delle altre dall'inflazione causata dalle enormi spese militari) e deluse a
causa del mancato aumento degli stipendi.
Nel gennaio 1919, i Cattolici diedero vita al Partito Popolare Italiano, il primo vero partito
di ispirazione cattolica. Fondatore e ispiratore della nuova formazione fu Don Luigi
Sturzo. Intanto il 23 marzo del 1919 Mussolini fondava i fasci di combattimento, a
Milano.
Le elezioni politiche del '19 dimostrarono la voglia di novità del popolo italiano, facendo
registrare:
il netto declino dei liberali;
la crescita del partito popolare di don Sturzo;
l'enorme forza del partito socialista.
Il Partito socialista ottenne 156 deputati in confronto ai 48 del 1913, il Partito popolare
ne ebbe 100 in confronto ai 33 cattolici eletti nel 1913. I liberali persero la
maggioranza. Ottennero infatti poco più di 200 deputati rispetto agli oltre 300 eletti nel
1913.
Nel periodo successivo, tra il 1919 e il 1920, la classe operaia esplose con scioperi,
dimostrazioni ed agitazioni a livelli impressionanti nelle fabbriche italiane, contro il
taglio degli stipendi e le serrate. Tra le cause di questa ondata di scioperi ci furono la
crisi economica conseguente alla guerra appena terminata, ma ebbe un ruolo
importante anche il mito della rivoluzione russa e il sogno di fare come in Russia. Agli
scioperi causati dalle difficoltà economiche e volti a ottenere migliori condizioni di
lavoro e salari più alti, si aggiunsero manifestazioni di contenuto dichiaratamente
politico.
Così i due motivi, le richieste economiche e la pressione rivoluzionaria, finirono col
mescolarsi e confondersi. Si diffusero parole d’ordine come le fabbriche agli operai e
la terra ai contadini. Nel mezzogiorno gruppi di braccianti tentarono di occupare le
terre incolte.
Intanto cresceva il partito dei nazionalisti e dei reduci della guerra. La "vittoria
mutilata", ovvero il sentimento di scontentezza per l’esito degli accordi di pace di
Versailles (l’Italia ottenne il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, Trieste e l’Istria;
restarono invece aperte la questione della città di Fiume e quella della
Dalmazia) trovò un ottimo portavoce in Gabriele D’Annunzio. I reduci della Prima
Guerra mondiale videro che il loro ruolo non era valorizzato dallo Stato.
Le preoccupazioni della classe politica liberale allora dominante erano sostanzialmente
due: fermare il revanscismo dei dannunziani e prevenire in ogni modo la possibilità di
una rivoluzione comunista, del tipo di quella avvenuta in Russia pochi anni prima. La
seconda preoccupazione era particolarmente sentita anche dagli industriali e dai
possidenti agricoli, che detenevano gran parte delle ricchezze del paese. La cronica
indecisione dei governanti italiani fece il resto.
L’Italia si trovò di fronte ad un bivio, e scelse la tragica strada del fascismo credendo
portasse lontano, verso un futuro migliore.
Come iniziò il biennio
La storia del Biennio Rosso iniziò a Torino il 13 settembre 1919 con la pubblicazione
sulla rivista Ordine Nuovo del manifesto Ai commissari di reparto delle officine Fiat
Centro e Brevetti, nel quale si ufficializzava l’esistenza e il ruolo dei Consigli di fabbrica
quali nuclei di gestione autonoma delle industrie da parte degli operai. Già tre mesi
prima Gramsci e Togliatti avevano affrontato il problema, sempre sulla stessa rivista, in
un articolo chiamato Democrazia operaia.
Torino, culla dell’industrializzazione italiana, si prefigurava così come il centro propulsore
del bolscevismo, in quanto la struttura dei Consigli proposta dagli ordinovisti ricalcava,
seppur con peculiarità proprie, quella dei Soviet russi. Le proteste iniziarono nelle
fabbriche di meccanica, per poi continuare nelle ferrovie, trasporti e in altre industrie,
mentre i contadini occupavano le terre. Le agitazioni si diffusero anche nelle campagne
della pianura padana, innescando duri scontri fra proprietari e braccianti, con violenza
da una parte e dall’altra, soprattutto in Emilia e Romagna. Gli scioperanti, però, fecero
molto più che un’occupazione, sperimentando per la prima volta forme di autogestione
operaia: 500.000 scioperanti lavoravano, producendo per se stessi.
Durante questo periodo, l'Unione Sindacale Italiano (USI) raggiunse quasi un milione di
membri.
Il fenomeno si estese rapidamente ad altre fabbriche del Nord, coinvolse il movimento
anarchico ma venne solo in parte appoggiato dal P.S.I., che in quel momento era diviso
tra riformisti e massimalisti. Gramsci avvertì l’incapacità dei politici socialisti di fronte a
queste manifestazioni di autogoverno proletario, e cercò di dare sistemazione, teorica
prima, e pratica poi, al movimento operaio. Nulla potè, però, contro la reazione degli
industriali, appoggiati dal governo e da questo aiutati con migliaia di militari in assetto di
guerra.
Dal 28 marzo 1920 si delinearono i due blocchi, da una parte gli operai con lo sciopero
ad oltranza, dall’altra i proprietari, che adottarono la serrata come reazione alle richieste
operaie. Dopo alcuni mesi di trattative sugli aumenti salariali, sempre respinti dalla
Confederazione Generale dell’Industria, si ritornò all’inasprimento dei contrasti, con
l’occupazione armata delle fabbriche da parte degli operai, il 30 agosto del 1920.
Guardie rosse armate all'interno
di una fabbrica occupata (1920)
Mentre il Partito Socialista tentava la trattativa con il governo presieduto da Giolitti, gli
industriali e i latifondisti, più pragmatici, cominciarono a garantire il loro appoggio
economico alle squadre dei "ras" fascisti.
E così agli scioperi agrari nella Pianura Padana, allo sciopero generale dei metallurgici
in Piemonte e all'occupazione delle fabbriche in molte città italiane il fascismo rispose
con la violenza. Squadre fasciste intervennero per spezzare gli scioperi aggredendo i
partecipanti, pestando deputati e simpatizzanti socialisti. A novembre, in occasione
dell'insediamento del nuovo sindaco di Bologna, un socialista di estrema sinistra,
partirono pistolettate e bombe a mano che provocarono la morte di nove persone nella
piazza, mentre un consigliere nazionalista venne ucciso in pieno Consiglio comunale. Le
spedizioni punitive estesero il loro raggio d'azione alla Toscana, al Veneto, alla
Lombardia e all'Umbria. Vennero assaltate le Case del Popolo, le sedi delle
amministrazioni comunali socialiste e le leghe cattoliche. In Venezia Giulia giovani
squadristi assalirono e incendiarono le sedi di associazioni e giornali sloveni. In Alto
Adige simili attenzioni vennero rivolte alla popolazione tedesca, di cui i fascisti
auspicavano una forzata italianizzazione ("dobbiamo estirpare il nido di vipere tedesco",
disse Mussolini). Prefetti, commissari di polizia e comandanti militari tolleravano e in
alcuni casi agevolavano le "operazioni" della squadre fasciste contro il 'sovversivismo
rosso'. "Sono dei fuochi d'artificio, che fanno molto rumore ma si spengono
rapidamente", disse Giolitti minimizzando il problema.
La sconfitta del movimento
operaio
Giolitti rifiutò di far intervenire la polizia e l'esercito nelle fabbriche e aspettò che il
movimento si esaurisse da sé, che terminassero le scorte di materie prime nei
magazzini delle aziende occupate, che gli stessi operai si rendessero conto che
l'occupazione non portava a nulla. Nello stesso tempo favorì le trattative fra gli industriali
e sindacati e, praticamente, obbligò gli industriali a concedere ai lavoratori i
miglioramenti di salario richiesti. Così all’inizio di ottobre del 1920 Giolitti riuscì a far
accettare un compromesso tra le parti sociali. A tal uopo presentò anche un progetto di
legge per controllo operaio su fabbriche, mai attuato.
Le agitazioni operaie ebbero in conclusione risultati economici positivi: i lavoratori
ottennero miglioramenti nel salario e nelle condizioni di lavoro; la durata massima della
giornata lavorativa passò da 10-11 ore a 8 ore.
Ebbero tuttavia anche degli effetti politici negativi, perché spaventarono fortemente la
borghesia: non solo i grandi proprietari di industrie o di terre ma, ancora di più, il ceto
medio, i piccoli borghesi che cominciavano a costituire una classe sociale decisamente
numerosa. Il timore di una possibile rivoluzione li avrebbe presto spinti ad appoggiare il
fascismo di Benito Mussolini. Così come fece la classe politica liberale. Fu lo stesso
Giolitti a favorire l'ascesa del fascismo quando, in occasione delle elezioni del maggio
1921, cercando di assorbire i fascisti nella normale prassi parlamentare, li inserì nei
Blocchi nazionali da opporre ai partiti di massa (popolare, socialista, comunista): ne
furono eletti 35, con alla testa Mussilini.
Gli industriali e le squadre
fasciste
La violenza fascista continuò anche dopo il biennio rosso,
anzi si intensificò. Nella sola pianura padana, nei primi sei
mesi del 1921, gli attacchi operati dalle squadre fasciste
furono 726. Gli obiettivi di questa violenza mostrano
chiaramente che le squadre fasciste volevano colpire e da
quali interessi erano sostenute: 59 case del popolo, 119
camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine,
141 sezioni socialiste, 100 circoli culturali, 28 sindacati
operai, 53 circoli ricreativi operai. Gli organi dello Stato
che avrebbero dovuto mantenere l'ordine, non
intervennero per reprimere le illegalità. In alcuni casi, le
forze di polizia si affiancarono alle squadre fasciste.
Comunisti e anarchici reagirono con la creazione delle
squadre degli Arditi del Popolo (epica fu, ad esempio, la
difesa di Parma, assalita da migliaia di fascisti nell'agosto
del 1922).
Conclusioni
Il Biennio Rosso rappresentò quindi l’incubatrice di due tendenze opposte, entrambe
nate da una scissione del partito socialista: il rivoluzionarismo di stampo bolscevico, che
poi si concretizzerà nella fondazione, avvenuta nel gennaio del 1921, al Congresso di
Livorno, del P.C.I., un soggetto politico destinato a lasciare un’indelebile impronta nella
vita italiana, e contemporaneamente il fascismo reazionario e violento, altrettanto
determinante per la storia d’Italia nel XX secolo.
Struttura del partito fascista
L’ordinamento nazionale
Il Partito Nazionale Fascista è costituito, su base nazionale, da due organi centrali:
Il Direttorio nazionale e il Consiglio Nazionale
IL DIRETTORIO NAZIONALE
Presieduto dal Segretario del Partito e costituito da tre vice Segretari, un Segretario
amministrativo e da otto componenti, nominati e revocati dal Duce, su proposta del
Segretario del P.N.F.
IL CONSIGLIO NAZIONALE
Presieduto dal Segretario del Partito, è costituito dal Direttorio Nazionale, dagli Ispettori
del P.N.F., dai Segretari federali.
L’ordinamento sul territorio
Il Partito Nazionale Fascista è costituito dai Fasci di combattimento, i quali sono
inquadrati in Federazioni di Fasci di combattimento nelle Province del Regno, nei
Governi dell’Impero, nelle Province della Libia e nel possedimento delle Isole
Egee.
A capo di ciascuna Federazione di Fasci di combattimento è un Segretario federale.
LE FEDERAZIONI
Il Segretario Federale, nominato direttamente dal Duce su proposta del Segretario del
P.N.F., attua le direttive ed eseguisce gli ordini del Segretario del P.N.F., promuove e
controlla l’attività dei Fasci di combattimento e delle Associazioni dipendenti dal Partito,
controlla le organizzazioni del Regime e il conferimento ai Fascisti delle cariche e degli
incarichi nell’ambito della provincia. Mantiene inoltre i collegamenti con gli organi
periferici dello Stato e con i rappresentanti provinciali degli Enti pubblici, è Comandante
federale della G.I.L., Segretario del Fascio di combattimento del capoluogo, Presidente
del Dopolavoro provinciale e del Comitato provinciale dell’Ente radio rurale; fa parte del
Comitato di presidenza del Consiglio provinciale delle Corporazioni e del Comitato
dell’Opera universitaria nelle città sedi di università. Convoca e presiede il Direttorio
federale, i rapporti dei gerarchi della provincia, dei Fascisti e degli iscritti alle
Associazioni dipendenti dal P.N.F. nella provincia, dirige i corsi di preparazione politica
per i giovani, propone al Segretario del P.N.F. la nomina e la revoca dei componenti il
Direttorio federale fra i quali designa il vice Segretario federale e il Segretario federale
amministrativo, dei gerarchi provinciali delle organizzazioni del P.N.F. e delle
Associazioni dipendenti.
Nomina e revoca gli Ispettori federali, i Segretari politici dei Fasci di combattimento della
provincia e i componenti dei relativi direttori, i Fiduciari dei Gruppi rionali fascisti e i
componenti delle relative Consulte, i Capi settore e i Capi nucleo, ha facoltà di sciogliere
i Direttori e le Consulte e di procedere alla nomina di commissari incaricati di reggere in
via temporanea i Fasci di combattimento e i Gruppi rionali fascisti, promuove e regola
l’attività sportiva delle organizzazioni competenti in relazione alle direttive segnate dal
C.O.N.I.,
rappresenta il P.N.F. nella provincia a tutti gli effetti e sono perciò a lui subordinati i
gerarchi provinciali delle Associazioni e degli Enti che dal Partito dipendono.
In ogni Federazione dei Fasci di combattimento è costituito il Direttorio della
Federazione, che esegue funzioni consultive ed esecutive sulle direttive del Segretario
federale.
Componenti il Direttorio Federale sono :
v Il vice Segretario federale;
v Il Segretario federale amministrativo;
v Il Segretario del Gruppo dei Fascisti universitari;
v Il vice Comandante federale della G.I.L. per i Giovani Fascisti;
v Il vice Comandante federale della G.I.L. per gli Avanguardisti e i Balilla.
IL FASCIO DI COMBATTIMENTO
Il Fascio di combattimento è retto dal Segretario politico, assistito da un direttorio.
Il Segretario politico del Fascio di combattimento attua le direttive ed esegue gli ordini
del Segretario federale, promuove e controlla l’attività delle Associazioni del Partito e del
regime e il conferimento ai Fascisti di cariche ed incarichi nell’ambito del proprio
territorio, mantiene il collegamento con gli organi statali e con gli Enti pubblici locali,
propone al Segretario federale la nomina e la revoca dei componenti il Direttorio del
Fascio di combattimento fra i quali designa il vice Segretario e il Segretario
amministrativo, dei Fiduciari dei Gruppi rionali fascisti, dei componenti le relative
Consulte, dei Capi settore e dei Capi nucleo, convoca e presiede il Direttorio del Fascio
di combattimento e i rapporti dei Fascisti,
propone al Segretario federale l’istituzione dei Gruppi rionali fascisti e ha facoltà di
costituire e sciogliere settori e nuclei, designa i suoi rappresentanti presso il Comitato
dell’Ente comunale di assistenza.
v Il Direttorio del Fascio di combattimento è costituito da:
v Il vice Segretario politico
v Il Segretario amministrativo
v Il Vice comandante locale della G.I.L. (ove sia nominato)
v I Comandanti dei Giovani Fascisti e degli Avanguardisti e Balilla
Il Direttorio del Fascio di combattimento dei capoluoghi di provincia è costituito da un
vice Segretario politico e da sette membri.
I GRUPPI RIONALI FASCISTI
I Gruppi rionali fascisti sono sezioni del Fascio di combattimento nei centri con
popolazione numerosa.
l Gruppo rionale fascista è retto dal Fiduciario, alla dipendenza del Segretario del
Fascio di combattimento.
Il Fiduciario del Gruppo rionale fascista è assistito da una Consulta di cinque membri,
attua le direttive ed esegue gli ordini del Segretario del Fascio di combattimento al quale
Segretario designa un vice Fiduciario e un consultore amministrativo, scelti fra i
componenti della Consulta del Gruppo.
La Consulta del Gruppo è costituita dal vice Fiduciario, dal consultore amministrativo e
da quattro componenti, essa esercita funzioni consultive ed esecutive sulle direttive del
Fiduciario.
Il Gruppo rionale fascista è diviso in settori, i settori in nuclei.
Cariche Onorifiche
Per gli iscritti al Partito vi erano previste alcune cariche
onorifiche che erano ratificate dopo un attento esame da
parte di apposite commissioni in seno alle Federazioni
dei Fasci o alla Segreteria nazionale.
Sostanzialmente le onorificenze attribuite ai Fascisti
erano tre: Sanselpocristi, Squadristi e Fascio Littorio.
SANSEPOLCRISTI
I Sansepolcristi avevano, come segno distintivo sull'uniforme del Partito, uno scudetto ricamato in
oro su panno nero.
Lo scudetti, di dimensioni 7x5,5 cm., era portato all'avambraccio sinistro.
SQUADRISTI
“ Spetta la qualifica di squadrista al fascista che, per essere stato iscritto nei Fasci
italiani di Combattimento e nel Partito Nazionale Fascista prima della Marcia su
Roma e per aver fatto parte delle Squadre d’Azione nel periodo 23 marzo 1919 –
28 ottobre 1922, ne abbia ottenuto il riconoscimento”.
COMPOSIZIONE GRADI
I gradi all’interno del partito, sono stati modificati per tre volte, fino al 1945.
COMPOSIZIONE GRADI DAL 1931 AL 1934
I gradi venivano portati nel centro della giubba, erano costituiti da stellette ricamate a una due o tre stelle in base
alla carica rivestita nel Partito, con fondo nero.
COMPOSIZIONE GRADI DAL 1934 AL 1938
Il Distintivo di grado, è sostituito in uno a forma di scudetto, con controspalline nere
.
SEGRETARIO DEL P.N.F.
MINISTRO,
SOTTOSEGRETARIO
DIRETTORIO NAZIONALE
ISPETTORE
CONTROSPALLINE
COMPOSIZIONE GRADI DAL 1938 AL 1943
I distintivi di grado rimangono a forma di scudetto ma viene aggiunta, anche l'aquila sul berretto, dal cordone
portato sulla spalla e dalle controspalline che cambiano totalmente.
SEGRETARIO DEL P.N.F.
MINISTRO,
SOTTOSEGRETARIO
DIRETTORIO NAZIONALE
ISPETTORE
FREGIO BERRETTO
CONTROSPALLINE
La conquista del potere: la marcia su
Roma (28 ottobre 1922)
La possibilità di conquistare il potere con la
forza fu prospettata per la prima volta da
Benito Mussolini il 29 settembre 1922, in una
seduta segreta a Firenze della direzione
fascista. La decisione di passare all’azione si
ebbe il 16 ottobre 1922, nella riunione a
Milano del gruppo dirigente fascista, nel
corso della quale venne anche costituito il
quadrumvirato che avrebbe diretto
l'insurrezione, formato da De Vecchi, De
Bono, Balbo e Bianchi. Pochi giorni dopo, il
24 ottobre, al Congresso fascista di Napoli,
arrivò il proclama ufficiale di Mussolini: "O ci
daranno il governo o lo prenderemo calando
a Roma".
Secondo i piani, il quadrunvirato, insediato a Perugia, avrebbe assunto nella notte tra il
26 e il 27 i pieni poteri e nei due giorni successivi sarebbe seguita la mobilitazione delle
squadre fasciste che avrebbero occupato i punti chiave dell'Italia centrale. Le bande
destinate a marciare sulla capitale (26.000 uomini) furono inquadrate in quattro colonne
(una di riserva e tre concentrate a Santa Marinella, Monterotondo e Tivoli) e
cominciarono a muovere verso Roma il 27. Mussolini rimase a Milano in attesa degli
sviluppi della situazione a livello governativo.
In grande ritardo, dopo la mezzanotte tra il 27 e il 28 ottobre 1922, il presidente del
consiglio Luigi Facta, richiamato il re da San Rossore (Pisa) a Roma, convocò il
Consiglio dei ministri per predisporre il decreto di stato d’assedio, che dava pieni poteri
al governo per disperdere i fascisti con l'esercito. Il generale Pugliese, capo del territorio
di Roma, predispose, con i suoi 28.000 uomini, la difesa della capitale. La mattina del
28 le bande fasciste vennero temporaneamente fermate a Civitavecchia, Orte,
Avezzano e Segni.
Vittorio Emanuele III, che alle due del mattino aveva espresso il suo accordo con la
decisione del governo, quando di prima mattina ricevette Facta con il decreto (che era
già stato affisso nelle strade della capitale), anche perché influenzato dal parere
negativo di Salandra e di Giolitti, si rifiutò di firmarlo.
Caduto Facta, il re propose a Mussolini un ministero con Salandra, ma il duce rifiutò
sostenendo la richiesta di un governo interamente fascista. Il 29 ottobre Vittorio
Emanuele cedette e chiese formalmente a Mussolini di formare il nuovo esecutivo.
Quando i fascisti entrarono a Roma, era già tutto deciso. Nonostante la successiva
mitizzazione della "marcia", essa fu essenzialmente una parata: le squadre fasciste,
infatti, giunsero nella capitale 24 ore dopo che Mussolini aveva già ricevuto l’incarico di
formare il nuovo governo. Lo stesso duce arrivò a Roma in vagone-letto da Milano la
mattina del 30 ottobre e la sera salì al Quirinale per sottoporre al re la lista dei suoi
ministri.
La marcia su Roma e la conquista del potere da parte di Mussolini rappresentarono il
momento culminante di un periodo di scioperi (il cosiddetto biennio rosso, 1919-20),
violenza e illegalità diffusa cui le istituzioni dello Stato liberale – governi deboli e
incapaci di durare a lungo - non erano riuscite a porre rimedio, e che aveva visto gli
squadristi fascisti protagonisti, in contrapposizione ai socialisti, ai sindacati e alle leghe
contadine.
Vissuto in forma minoritaria e marginale fino all’inizio del 1921, il fascismo si inserì nel
vuoto di potere e nella crisi dello Stato liberale mediante la violenza e le spedizioni
punitive delle "squadre d’azione" – spesso tollerate dalle autorità locali e in alcuni casi
perfino appoggiate da esercito e polizia – contro Case del Popolo, sezioni socialiste e
amministrazioni comunali rosse. Con le parole d’ordine del nazionalismo e dell’antisocialismo, il movimento di Benito Mussolini raccolse in breve tempo il largo consenso
sia di ex-combattenti, agrari a media borghesia urbana, sia dei centri di potere degli
industriali e dell’alta borghesia (di qui la tesi secondo la quale l’avvento del fascismo
avrebbe avuto la funzione di impedire la presa del potere da parte dei socialisti in Italia,
accreditata anche dal fatto che le forze conservatrici europee inizialmente guardano con
un certo favore all’ascesa di Mussolini).
Quando Mussolini andò al potere, buona parte della classe politica liberale era convinta
che sarebbe durato poco. Lo stesso Giolitti, del resto, inserendo i fascisti nei Blocchi
Nazionali – l’alleanza elettorale per il rinnovo del Parlamento del maggio 1921 - si era
illuso di poterne sfruttare la forza contro l’esuberanza della classe operaia, per poi far
rientrare gli squadristi nella legalità. Il fascismo invece si stava rapidamente costituendo
come una vera e propria struttura statuale alternativa e quindi in grado di sostituirsi al
modello liberale in decomposizione.
La nascita della dittatura
(1922-1926)
Il primo governo Mussolini, al quale partecipano anche ministri liberali, ottiene
il voto di fiducia di un ampio fronte parlamentare che va dalla maggioranza dei
liberali al partito popolare (306 voti favorevoli e 116 contrari). Utilizzando i poteri
costituzionali, tra il 1922 e il 1925, Mussolini svolge un sistematico processo di
fascistizzazione dello Stato, delle sue strutture e del suo ordinamento, gettando
le basi della dittatura: rafforzamento del potere esecutivo, indebolimento delle
prerogative del Parlamento, integrazione delle strutture militari e politiche
fasciste nell’apparato statale, riduzione del pluralismo politico per imporre il
partito unico, eliminazione delle libertà costituzionali come quelle di stampa, di
associazione e di sciopero. Nel 1922 nasce il Gran Consiglio del fascismo e
l’anno seguente lo squadrismo viene istituzionalizzato nella Milizia volontaria
per la sicurezza nazionale, con il doppio scopo da parte di Mussolini di
potersene servire contro i nemici politici ed esercitare un controllo diretto sul
braccio armato del suo stesso movimento. Sempre nel 1923, viene approvata
una nuova legge elettorale, la legge Acerbo, che elimina di fatto il sistema
proporzionale fissando un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei seggi per la
lista che ottiene più del 25%.
Le elezioni dell’aprile 1924 si svolgono in un clima di terrore e di violenza. Le
opposizioni sono disunite e non riescono ad offrire una alternativa valida al
"listone" fascista - cui aderiscono anche la maggior parte dei liberali, escluso
Giolitti - che conquista 403 seggi contro i 106 delle opposizioni. Poco dopo però il
fascismo si trova a dover affrontare una gravissima crisi. In seguito al rapimento e
all’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti, che all’apertura della
nuova Camera aveva denunciato le illegalità e le violenze della campagna
elettorale, nel paese si diffonde una ondata di proteste e indignazione. Le forze
d’opposizione, dai liberali di Amendola, ai socialisti, ai comunisti, abbandonano il
Parlamento e si ritirano su quello che Filippo Turati definisce "l’Aventino delle
coscienze". Restano però le differenze interne – più prudenti i liberali e i socialisti,
mentre i comunisti pensano ad un vero e proprio Parlamento alternativo – e il
progetto di convincere il re a liquidare Musolini e indire nuove elezioni
ripristinando la proporzionale fallisce.
Il 3 gennaio 1924 Mussolini pronuncia il seguente discorso alla Camera: "Dichiaro
qui, al cospetto di questa assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano, che
io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è
avvenuto". Nei giorni seguenti vengono imbavagliati i giornali di opposizione,
chiusi 35 circoli politici, sciolte 25 organizzazioni definite "sovversive", serrati 150
esercizi pubblici, arrestati 111 oppositori ed eseguite 655 perquisizioni domiciliari.
Intanto la violenza contro gli oppositori si scatenava ancora una volta in modo
selvaggio: Amendola, principale capo dell’opposizione dopo la morte di Matteotti,
fù nuovamente aggredito, il 20 luglio 1925, da una squadra guidata da Carlo
Scorza, futuro segretario del partito fascista, e morì nell’aprile successivo in
Francia; la famiglia Rosselli subì tre "azioni punitive"; Filippo Turati e Gaetano
Salvemini furono forzati a seguire in esilio Sturzo e Nitti.
Il 4 ottobre 1925 si ripeté a Firenze una strage di antifascisti come quella del 18
dicembre 1922 a Torino (la "notte di San Bartolomeo"). Anche alla Camera dei
deputati, del resto chiusa per lunghi periodi agli oppositori, i fascisti, non
permettevano praticamente più di prendere la parola. Mussolini si esprimeva
contro "il parlamentarismo parolaio", che, diceva, gli faceva solo perdere tempo.
Pochi mesi dopo vengono varate le "leggi fascistissime". Approfittando
dell’attentato progettato dal deputato Tito Zaniboni, denunciato in anticipo da una
spia (4 novembre 1925), Mussolini fece occupare le logge massoniche, sciolse il
Partito Socialista Unitario e ne soppresse l’organo La Giustizia, s’impadronì del
Corriere della Sera e della Stampa, sciolse centinaia di associazioni, decretò il
licenziamento di migliaia di impiegati statali, tolse la cittadinanza agli esuli politici,
modificò o Statuto stabilendo che al capo del governo, nominato dal re e non più
soggetto alla fiducia parlamentare, venivano attribuiti poteri speciali tra cui la
nomina a sua discrezione dei ministri e la decisione sugli argomenti in
discussione in Parlamento. All’inizio del 1926 vengono abolite le amministrazioni
locali di nomina elettiva e il sindaco viene sostituito dal podestà di nomina
governativa.
E non era finita. In seguito a un altro attentato assai misterioso, che venne
attribuito al giovinetto Anteo Zamboni, linciato sul posto a Bologna il 31 ottobre
1926, Mussolini sciolse tutti i partiti — a eccezione, naturalmente, di quello
fascista —, soppresse i giornali antifascisti, istituì la pena del confino, introdusse
la pena di morte, creò la polizia segreta (OVRA) e il Tribunale Speciale per la
Difesa dello Stato, col compito di reprimere i reati politici, cioè gli oppositori del
fascismo, proclamò la decadenza di 120 deputati d’opposizione accusati di aver
disertato i lavori parlamentari, compresi però i comunisti che a Montecitorio erano
rientrati tentando di far sentire la loro voce di opposizione. Tutti questi
provvedimenti, che tra l’altro aumentavano i poteri dell’esecutivo sul legislativo,
passarono in novembre alla Camera e al Senato senza che fosse consentita la
minima discussione. Durissime condanne furono comminate agli oppositori (da
20 a 23 anni di carcere a Gramsci, Terracini, Scoccimarro, ma furono centinaia gli
antifascisti che riempirono le carceri). Le investigazioni e la repressione furono
attuate soprattutto dagli uffici speciali di polizia che costituirono l’OVRA, la cui
sigla, sempre rimasta misteriosa, fu inventata personalmente da Mussolini.
Col novembre 1926 si può dire che si abbia in Italia la fine di ogni vita politica e
l’inizio del "regime". Comincia la "fascistizzazione" di tutte le istituzioni e di tutti i
settori dell’attività nazionale: stampa, scuola, magistratura, diplomazia, esercito,
organizzazioni giovanili e professionali. La soppressione di libere elezioni
completa l’opera. Il regime parlamentare, a questo punto, non esiste più,
sostituito da un regime autoritario a partito unico, incentrato sull’autorità del capo
del governo e basato sul terrore poliziesco.
La guerra di Etiopia (1935-36)
La politica coloniale dell'Italia riprese slancio negli anni Venti, trovando una sua coerente
giustificazione nell'ideologia fascista. Subito dopo l'avvento di Mussolini, la presenza
italiana in Libia fu consolidata: fu ampliata l'occupazione della Tripolitania settentrionale
(1923-1925) e della Tripolitania meridionale, mentre una dura repressione fu avviata in
Cirenaica, guidata con successo dal generale Graziani.
Tra il 1923 ed il 1928 fu inoltre completata la conquista della Somalia, fino a quel
momento limitata alla parte centrale del Paese.
In Etiopia, invece, il fascismo non ritenne, in questa prima fase, di modificare la
situazione. Anzi, nel 1928 Italia ed Etiopia stipularono un patto di amicizia ed una
convenzione stradale.
La decisione di intraprendere una campagna militare in Etiopia iniziò a maturare a
partire dal 1930.
Il pretesto per l'avvio delle operazioni militari, i cui piani erano stati preparati già da
tempo, fu offerto il 5 dicembre 1934 da un incidente presso la località di Ual-Ual, lungo
la frontiera somala. L'imperatore d'Etiopia, Hailè Selassiè, preoccupato dai progetti
italiani, si rivolse alla Società delle Nazioni, di cui il suo Paese era membro dal 1923. Ma
Inghilterra e Francia, che non volevano alienarsi l'appoggio di Mussolini nel nuovo
scenario politico d'Europa, impedirono di fatto che l'azione italiana fosse ostacolata.
Solo in un secondo tempo, quando l'opinione pubblica internazionale iniziò a mobilitarsi
contro la violenta aggressione dell'Italia, la Società delle Nazioni approvò una serie di
sanzioni economiche contro l'Italia (ottobre 1935).
Il 2 ottobre 1935, in un famoso discorso pubblicato il giorno successivo su
tutti i giornali italiani, Mussolini annunciò l'inizio di una guerra provocata
senza alcuna causa plausibile, rispolverando come giustificazione la
bruciante sconfitta subita dall'Italia alla fine del secolo precedente:
«Con l'Etiopia abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!»
L'esito della guerra era facilmente immaginabile considerato l'enorme
dispiegamento di mezzi disposto dall'Italia.
Il 3 ottobre le truppe italiane invasero l'Etiopia dall'Eritrea, occupando in breve
tempo Adua, Axum, Adigrat, Macallè.
A metà novembre la direzione delle operazioni fu affidata al generale Pietro
Badoglio, che, dopo aver affrontato la controffensiva etiopica, entrò ad Addis
Abeba il 5 maggio 1936.
Il 9 maggio 1936 Mussolini poté proclamare la costituzione dell'Impero
italiano di Etiopia, attribuendone la corona al Re d'Italia Vittorio Emanuele III.
Ebrei e fascismo, storia della
persecuzione
All'inizio del Novecento le comunità israelitiche sono quasi del tutto integrate in Italia, e
l’antisemitismo è limitato a frange minoritarie del mondo cattolico e ad alcune riviste,
come La Civiltà Cattolica dei gesuiti. Alcuni esponenti delle comunità ricoprono cariche
importanti nella politica e nell’esercito: nel 1902, fra i 350 senatori nominati dal re,
figurano 6 senatori ebrei (nel 1920 diventeranno addirittura 19); nel 1906 il barone
Sidney Sonnino, ebreo convertito al protestantesimo, è nominato presidente del
Consiglio, dopo essere stato ministro delle Finanze e degli Esteri; nel 1910 un altro
ebreo, Luigi Luzzati, questa volta non convertito, ricopre la carica di primo ministro, dopo
essere stato anch’egli ministro delle Finanze. Il sociologo Leopoldo Franchetti è
senatore conservatore per molti anni, prima di suicidarsi dopo la sconfitta italiana di
Caporetto. Salvatore Barzilai, giornalista irredentista di Trieste, è eletto deputato per otto
mandati e, dopo la Grande Guerra, fa parte della delegazione italiana alla conferenza
per la pace a Versailles. Ernesto Nathan, ebreo e massone, è sindaco di Roma dal 1907
al 1913. Giuseppe Ottolenghi, primo ebreo a rivestire il grado di generale nel 1888,
diventa istruttore del futuro Vittorio Emanuele III e nel 1902 viene nominato senatore e
ministro della Guerra. E’ significativo anche il contributo ebraico al primo conflitto
mondiale: l’Italia ha 50 generali ebrei; uno di questi, Emanuele Pugliese, sarà il più
decorato dell’esercito; un altro, il generale Roberto Segre, idea le difese sul Piave.
L’avvento del fascismo non mette in crisi l’integrazione degli ebrei in Italia. Nella famosa
riunione in piazza San Sepolcro a Milano (23 marzo1919), fra i 119 fondatori del
fascismo ci sono anche cinque ebrei, ed è uno di loro (Cesare Goldman) a procurare la
sala all'associazione industriali dove Mussolini tiene a battesimo il movimento. Tra i
"martiri fascisti" che muoiono negli scontri con i socialisti fra il 1919 e il 1922, figurano
tre ebrei: Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo. Più di 230 ebrei partecipano
alla marcia su Roma nell’ottobre del 1922 e risulta che a quella data gli iscritti al partito
fascista o a quello nazionalista (che poi nel 1923 si fondono) siano ben 746. A Fiume
con D'Annunzio ci sono ebrei, fra cui Aldo Finzi che diviene poi sottosegretario agli
interni di Mussolini e membro del Gran Consiglio (allontanato dal Regime, entrerà poi
nella Resistenza e morirà alle Fosse Ardeatine), mentre Dante Almansi ricopre
addirittura sotto il fascismo la carica di vice capo della polizia. Guido Jung è eletto
deputato fascista e viene nominato ministro delle Finanze dal 1932 al 1935. Maurizio
Rava è nominato vicegovernatore della Libia, governatore della Somalia e generale
della milizia fascista. Tanti altri ebrei, pur occupando posti di minore importanza,
contribuiscono all’affermazione del fascismo, come il commendator Elio Jona,
finanziatore de Il Popolo d’Italia, e come gli industriali lombardi di origine ebraica che,
per paura del comunismo, sostengono finanziariamente il movimento.
Lo stesso Benito Mussolini conta fra i suoi amici esponenti dell’ebraismo quali la russa
Angelica Balabanoff, Cesare Sarfatti e Margherita Sarfatti, per lungo tempo amante del
duce, condirettrice della rivista fascista "Gerarchia" e autrice della prima biografia di
Mussolini dal titolo Dux, tradotta in tutte le lingue, che contribuisce significativamente a
propagandare il fascismo a livello mondiale.
Questo non significa che l’ebraismo italiano sposi la causa del fascismo. Mussolini, fin
dai primi anni, deve fare i conti con l’opposizione anche di molti ebrei: i socialisti Treves
e Modigliani sono fra i protagonisti dell’Aventino; il senatore Vittorio Polacco pronuncia
un coraggioso discorso, che ha una vasta eco nel paese; Eucardio Momigliano, che era
stato uno dei sansepolcristi ebrei, abbandona il fascismo quasi subito, fondando
l’Unione democratica antifascista; il deputato Pio Donati, aggredito e percosso due volte,
è costretto all’esilio e muore in solitudine nel 1926; alcuni professori universitari rifiutano
fedeltà al Regime (tra i 12 coraggiosi in tutt’Italia, tre sono ebrei: Giorgio Errera, Giorgio
Levi della Vida e Vito Volterra), il presidente della Corte Suprema Ludovico Mortara si
dimette; nel maggio del ’25 il Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Croce è
sottoscritto da 33 ebrei.
Primi anni del Regime, il problema ebraico non esiste
Nei primi anni Venti per il fascismo il problema ebraico non esiste, anzi Mussolini –
quando ciò corrisponde ai suoi fini politici – non manca di corteggiare le comunità
israelitiche, come testimoniano le sue parole sul Popolo d’Italia del 1920: "In Italia non si
fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei, in tutti i campi, dalla
religione, alla politica, alle armi, all’economia... la nuova Sionne, gli ebrei italiani, l’hanno
qui, in questa nostra adorabile terra". Solo dopo il ‘38, molti zelanti gerarchi italiani filonazisti, per far piacere a Hitler, spulceranno alcuni vecchi discorsi di Mussolini, con
qualche frase che si poteva interpretare razzista (sul Popolo d'Italia del 4 giugno 1919 il
duce affermava: "Sulla Rivoluzione Russa mi domando se non è stata la vendetta
dell'ebraismo contro il cristianesimo, visto che l'80 per cento dei dirigenti dei soviet sono
ebrei...
La finanza dei popoli è in mano agli ebrei, e chi possiede le casseforti dei popoli dirige la
loro politica" e concludeva che il bolscevismo era "difeso dalla plutocrazia
internazionale, e che la borghesia russa era guidata dagli ebrei; quindi proletari non
illudetevi").
Ma si tratta soltanto di battute. Nel novembre del ’23 Mussolini, dopo aver ricevuto il
rabbino di Roma Angelo Sacerdoti, fa diramare un comunicato ufficiale in cui si legge:
"(…) S.E. ha dichiarato formalmente che il governo e il fascismo italiano non hanno mai
inteso di fare e non fanno una politica antisemita, e che anzi deplora che si voglia
sfruttare dai partiti antisemiti esteri ai loro fini il fascino che il fascismo esercita nel
mondo". Nel 1930, l’anno dopo il Concordato col Vaticano, il duce fa approvare la Legge
Falco sulle Comunità israelitiche italiane, accolta molto favorevolmente dagli ebrei
italiani.
In realtà con questa legge il fascismo vuole soltanto servirsi degli ebrei per la sua
politica. Il rabbino di Alessandria d’Egitto (David Prato) è un italiano; in tal modo si pensa
che l’influenza italiana nel Levante si affermi; viene perciò aperto un Collegio rabbinico a
Rodi; i consoli italiani fanno opera di persuasione perché gli ebrei italiani all’estero non
rinuncino alla cittadinanza; si facilita l’iscrizione alle Università italiane di quegli studenti
stranieri che provengono da paesi dove vige il "numerus clausus". Il Collegio rabbinico
da Firenze viene nuovamente trasferito a Roma. Nel ’32 la Mondadori pubblica i famosi
Colloqui con Mussolini di Emil Ludwig, e il duce condanna il razzismo senza riserve,
definendolo una "stupidaggine", quanto all’antisemitismo, afferma che "non esiste in
Italia". Dopo la presa del potere da parte di Hitler, i profughi ebrei dalla Germania
vengono accolti e il loro insediamento non è ostacolato dalle Autorità.
Se non si tratta di un corteggiamento, poco ci manca. La risposta delle comunità
ebraiche è ottima: tra l’ottobre del 1928 e l’ottobre del 1933, sono 4920 gli ebrei che si
iscrivono al partito fascista; poco più del 10 per cento della popolazione ebraica italiana.
1933-34, comincia l'antisemitismo
I primi germi dell’antisemitismo incominciano a manifestarsi dopo la conquista del potere
da parte di Hitler in Germania nel 1933. Su diversi giornali fascisti appaiono i primi segni
dell’antisemitismo che, raccogliendo la letterature tradizionali, accusano gli ebrei di voler
conquistare il potere mondiale.
Nel marzo del 1934 due giovani ebrei torinesi aderenti a Giustizia e Libertà, Sion Segrè
e Mario Levi, sono fermati dall’Ovra alla frontiera mentre tentano di introdurre manifestini
e propaganda antifascista. Levi riesce a darsi alla fuga gettandosi nelle acque del Lago
Maggiore. Nella rete cadono anche i loro "complici": Leone Gizburg, Carlo Mussa Ivaldi,
Barbara Allaso, Augusto Monti. Questo fatto da’ occasione a molti giornali di sfogare il
loro livore antisemita. tanto che il gerarca Roberto Farinacci invita tutti gli ebrei italiani a
scegliere tra sionismo e fascismo. E mentre alcuni ebrei corrono ai ripari, e nella stessa
Torino viene fondato il giornale La nostra bandiera, diretto da Ettore Ovazza (che poi nel
’43 sarà ucciso dai tedeschi), esponente dei buoni "cittadini italiani di religione
israelitica" , devoti al Regime, altri continuano a tenere un contegno degno delle più
nobili tradizioni risorgimentali; fra questi i due fratelli Nello e Carlo Rosselli - discendenti
da Pellegrino Rosselli e Jeannette Nathan Rosselli, che ospitarono Mazzini - uccisi in
Francia da sicari fascisti nel 1937. Carlo Rosselli, in esilio a Parigi, fonda il movimento
"Giustizia e libertà" e poi combatte nella guerra civile in Spagna.
Dal ‘34 è un crescendo di "segnali" antiebraici. La stampa ospita sempre più di
frequente articolo razzisti. Nel 1936, a Tripoli, alcuni esponenti della Comunità ebraica
vengono fustigati nella pubblica piazza perché i commercianti ebrei della città si
rifiutano di tenere i negozi aperti di sabato. Mussolini, autonominatosi "protettore
dell’Islam", appoggia gli Arabi di Palestina, inviando loro armi; si parla di minaccia ai
luoghi santi da parte del Sionismo, sostenuto dalla Gran Bretagna. Nel novembre del
’36 il Ministro degli esteri Galeazzo Ciano emana precise istruzioni affinché si eviti che
funzionari ebrei della Farnesina siano incaricati di trattare con la Germania.
Eppure si tratta ancora di episodi limitati, non ancora di una scelta politica dichiarata
dell’intero partito. E infatti si registrano anche avvenimenti di segno opposto.
Nel ’34 Mussolini da’ il via libera alla creazione della sezione ebraica della scuola
marittima di Civitavecchia (molti dei partecipanti costituiranno poi il nucleo della
marina israelina): L’anno dopo diversi ebrei partecipano alla guerra d'Etiopia e,
successivamente, alla guerra di Spagna Uno dei caduti in Spagna (Alberto Liuzzi) è
perfino decorato di medaglia d'oro. Anche quando la Società delle Nazioni sanziona
l’Italia, l’adesione alla "giornata della fede" e all’offerta dell’oro da parte delle comunità
ebraiche è larghissima. La guerra in Africa mette il Governo italiano in contatto coi 30
mila Falascia che vivono in Abissinia, un nucleo di negri professante la religione
ebraica, ma vissuto per secoli in assoluto isolamento. Mussolini, ritenendo opportuno
favorire questo gruppo, dopo che i capi Falascia hanno prestato il giuramento di
fedeltà, lo mette in relazione con gli ebrei d’Italia. Anche se, contemporaneamente, il
Regime mette in cantiere una legislazione indirizzata a contenere il meticciato fra
italiani e popolazioni indigene africane che fa da apristrada a a concezione di
superiorità della razza italica.
La situazione va nettamente peggiorando col graduale avvicinamento del governo
fascista a quello hitleriano, anche se Mussolini, il 16 febbraio del ’38, con il documento
n. 14 dell’Informazione diplomatica, il bollettino semiufficiale adoperato dal regime per
comunicare le sue scelte di politica estera, smentisce ufficialmente le voci, sempre più
insistenti, provenienti dall’estero, di misure antisemite che il governo italiano andrebbe
elaborando.
Ne sono consapevoli i vertici delle comunità ebraiche. E infatti nel ’37, dopo che una
delegazione italiana ha partecipato al Congresso antisemita di Erfurt, viene pubblicato
un coraggioso "Manifesto dei rabbini d’Italia ai loro fratelli", aperta rampogna agli ebrei
italiani che seguendo altre ideologie si ritengono avulsi dal loro ceppo di origine.
Nella primavera del ’37 Paolo Orano, rettore dell’Università di Perugia, pubblica "Gli
Ebrei Italiani". In questo libro Orano chiede agli ebrei di diventare in tutto e per tutto
italiani, di prendere le distanze dal sionismo e di tagliare i ponti con gli ebrei dei paesi
liberal-democratici per sostenere la lotta contro l’internazionale ebraica. Intanto Giovanni
Preziosi diffonde in Italia il falso documento "I Protocolli dei Savi Anziani di Sion",
pesantemente antisemita.
La campagna di stampa si fa sempre più pesante. Il giornale Regime Fascista pubblica
regolarmente articoli razzisti firmati Farinacci. Altri giornali antisemiti, Il Tevere,
Giornalissimo, Quadrivio, vomitano insulti e calunnie contro gli ebrei; il più zelante
divulgatore di odio razziale è Telesio Interlandi, autore del libello "Contra Judaeos".
1938, la visita di Hitler e le leggi razziali
Nel maggio del 1938 Hitler viene a Roma per ricambiare la visita di Mussolini.
Storicamente non esiste la prova di un collegamento diretto tra la visita e la svolta
razzista del Regime (e secondo molti storici, a partire da De Felice, sarebbe ingiusto
scaricare le responsabilità dell’Italia e del fascismo su Hitler). Fatto sta che il mese dopo
una delegazione di esperti tedeschi di razzismo viene in Italia per istruire funzionari
italiani su questa pseudo-scienza; e appena due mesi dopo, il 14 luglio del 1938, viene
pubblicato il "Manifesto della razza" , firmato da un gruppo di professori, di cui il più
autorevole è Nicola Pende, in cui si sostiene la teoria della purità della razza italiana,
prettamente ariana, il cui sangue va difeso da contaminazioni: quindi, gli ebrei sarebbero
estranei e pericolosi al popolo italiano. Sempre in luglio l’ufficio demografico del
Ministero dell’interno si trasforma in Direzione generale per la demografia e la Razza.
Il massimo consenso alla campagna razzista si manifesta tra gli intellettuali e i docenti
universitari. Tutto ciò suscita scarsi dissensi. Uniche eccezioni di rilievo sono il filosofo
Giovanni Gentile, lo scrittore Massimo Bontempelli, e il fondatore del futurismo
Tommaso Marinetti. Voci discordi si levano anche in ambienti cattolici (in particolare ad
opera del gruppo fiorentino di Giorgio La Pira), preoccupati tra l’altro della piega
"pagana" che sembra prendere la persecuzione antiebraica, e inizialmente anche da
parte del Vaticano che però – come scrive Renzo De Felice – tutto sommato non si
dimostra contrario "ad una moderata azione antisemita". E infatti il 10 ottobre
l’ambasciatore italiano presso la santa Sede comunica per telespresso a Mussolini: "(…)
le recenti deliberazioni del Gran Consiglio in tema di difesa della razza non hanno
trovato in complesso in Vaticano sfavorevoli accoglienze (…) le maggiori per non dire
uniche preoccupazioni della Santa Sede si riferiscono al caso di matrimoni con ebrei
convertiti".
Contemporaneamente al "Manifesto della razza" viene lanciata (in data 15 luglio 1938)
un’edizione speciale dei "Protocolli"; e per sostenere e diffondere la teoria razziale,
nuova per gli italiani, inizia le sue pubblicazioni una rivista: La difesa della razza, diretta
da Telesio Interlandi. Durante tutta l’estate del ‘38 tutta la stampa italiana pubblica
articoli diffamatori contro gli ebrei per preparare l’opinione pubblica alla normativa
razziale. Il 1° settembre 1938 viene emanata la legge: tutti gli ebrei italiani sono messi al
bando della vita pubblica; perfino le scuole sono precluse ai bambini ebrei. All’interno del
partito fascista, tra i pochi ad opporsi c’è Italo Balbo.
La persecuzione degli ebrei italiani
Il periodo 1938-1943 è tragico per gli ebrei italiani. Michele Sarfatti nel suo studio
certifica che in questi sei anni vengono assoggettate alla persecuzione circa 51.100
persone, cioè poco più dell’1 per mille della popolazione della penisola; i perseguitati
sono in parte (circa 46.600) ebrei effettivi e in parte (circa 4500) non-ebrei classificati "di
razza ebraica". L’antisemitismo permea la vita del paese in tutti i suoi comparti. In un
solo anno, dei 10 mila ebrei stranieri presenti in Italia, 6480 sono costretti a lasciare il
Paese. Uno degli epicentri della "pulizia etnica" del fascismo sono le scuole e le
Università. Nel giro di poche settimane, 96 professori universitari, 133 assistenti
universitari, 279 presidi e professori di scuola media, oltre un centinaio di maestri
elementari, oltre 200 liberi docenti, 200 studenti universitari, 1000 delle scuole
secondarie e 4400 delle elementari vengono allontanati dagli atenei e dalle scuole
pubbliche del regno: una profonda ferita, mai completamente rimarginata, viene inferta
alla cultura italiana.
Molti illustri docenti sono costretti all’esilio (come Enrico Fermi, che ha una moglie
ebrea); altri costretti al silenzio e alla miseria, esclusi da quegli istituti che hanno creato,
come Tullio Levi Civita (fisico e matematico), che si vede persino negare l’ingresso alla
biblioteca del suo Istituto di Matematica della Università di Roma dal nuovo direttore,
Francesco Severi. La stessa tragica sorte subiscono 400 dipendenti pubblici, 500
dipendenti privati, 150 militari e 2500 professionisti, che perdono i loro posti di lavoro e
vengono ricacciati nel nulla, senza possibilità non solo di proseguire la loro carriera, ma
spesso anche di sopravvivere. Gli episodi di violenza fisica da parte fascista sono per
fortuna contenuti (qualche incidente si verifica solo a Roma, Trieste, Ferrara, Ancona e
Livorno)
Gli ebrei come reagiscono? Quelli che hanno la possibilità, emigrano: i più verso le
Americhe, molti in Palestina (alla data del 28 ottobre 1941 risultano aver lasciato il regno
5966 ebrei di nazionalità italiana). L’1 per mille dei perseguitati si suicida. Il caso più
drammatico è quello di Angelo Fortunato Formiggini, giornalista, editore, fra i primi a
rendersi conto della pericolosità del fascimo. Si registrano anche molte abiure e
pubbliche dissociazioni (3880 casi tra il 1938 e il 1939) ed anche qualche
"arianizzazione", ottenuta col presentare documenti falsi e forti somme di denaro. Sono
invece pochi quelli che fanno valere una legge, emanata ad hoc, secondo la quale era
da considerarsi "ariano" l’ebreo che dimostrava di essere figlio di un adulterio. Gli altri si
adattano a vivere come possono, si organizzano in seno alle stesse Comunità e
continuano, malgrado le loro peggiorate condizioni, ad aiutare i fratelli d’oltralpe che
dall’avvento di Hitler al potere continuano ad affluire numerosi in Italia (tra il ’38 e il ’41,
nonostante i divieti e le leggi razziali, ne arrivano almeno 3mila, anche grazie alla
compiacenza delle guardie di frontiera).
Nel 1939, Dante Almansi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, è
autorizzato dal governo a creare un’organizzazione per assistere i rifugiati ebrei giunti in
Italia da altre parti d’Europa. Conosciuta come Delasem, il nome per esteso di questa
organizzazione era Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei. Tra il 1939 e il 1943 la
Delasem aiuta oltre cinquemila rifugiati ebrei a lasciare l’Italia e raggiungere Paesi
neutrali, salvando loro la vita.
II guerra mondiale, la persecuzione si aggrava
La politica razziale del fascismo dovrebbe concludersi con l’allontanamento di tutti gli
ebrei dalla penisola. Mussolini decide nel settembre 1938 l’espulsione della
maggioranza degli ebrei stranieri e nel febbraio 1940 l’espulsione entro dieci anni degli
ebrei italiani. L’ingresso dell’Italia in guerra il 10 giugno 1940 blocca l’attuazione di
queste decisioni.
Con la guerra, però, il fascismo aggrava la persecuzione dei diritti, istituendo nel giugno
1940 l’internamento degli ebrei italiani giudicati maggiormente pericolosi (per il regime) e
degli ebrei stranieri i cui paesi avevano una politica antiebraica. Nel ’40 gli ebrei italiani
internati o confinati sono 200 (tra essi, vi è Leone Ginzburg con la moglie Natalia); nel
’43 raggiungeranno il migliaio. Il numero degli ebrei stranieri internati è di gran lunga più
alto, anche se mancano dati precisi al riguardo.
Campi di concentramento vengono aperti in ogni parte d’Italia. I più importanti sono
quelli di Campagna e di Ferramonti. De Felice nel suo libro "Storia degli ebrei sotto il
fascismo", parla di oltre 400 tra luoghi di confino e campi di internamento, ma non è
stato ancora fatto un censimento attendibile. Ebrei vengono rinchiusi anche nelle prigioni
delle maggiori città italiane, San Vittore a Milano, Marassi a Genova e Regina Coeli a
Roma.
Non è finita. Nel maggio 1942 gli israeliti di età compresa tra i 18 e i 55 anni sono
precettati in servizi di lavoro forzato(ma su 11.806 precettati, ne saranno avviati al
lavoro solo 2038). Nel maggio-giugno 1943 vengono creati dei veri e propri campi di
internamento e lavoro forzato per gli ebrei italiani.
Soltanto all’Estero, la situazione è visibilmente migliore: in Francia, Jugoslavia e
Grecia, i comandi italiani intervengono spesso a difesa degli ebrei e sottraggono molti
di loro ai tedeschi, salvandoli dalla persecuzione e dalle deportazioni. Scriverà in un
rapporto a Berlino un alto ufficiale delle SS, Roethke: "La zona di influenza italiana
(…) è divenuta la Terra Promessa per gli Ebrei residenti in Francia".
Il 25 luglio del '43 viene destituito Mussolini e sciolto il partito fascista. Il governo
Badoglio rilascia i prigionieri ebrei, abroga le norme che prevedono il lavoro
obbligatorio e i campi di internamento ma – nonostante la sollecitazione dei partiti
antifascisti - lascia in vigore le leggi razziali, che non sono revocate neppure dal Re.
Badoglio scriverà nelle sue memorie che "non era possibile, in quel momento,
addivenire ad una palese abrogazione delle leggi razziali, senza porsi in violento urto
coi tedeschi". Un comodo alibi. Forse qualche peso nella decisione ha anche la nota
della Santa Sede al Ministro dell’Interno badogliano secondo cui la legislazione in
questione "ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre
meritevoli di conferma".
1943, l'occupazione tedesca, la Rsi e le deportazioni
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, gli ebrei rifugiati al Sud tirano un sospiro di
sollievo. La persecuzione è finita e il Governo Badoglio prende atto delle richieste
degli Alleati.
L’articolo 31 del cosiddetto armistizio lungo è chiaro al riguardo: "Tutte le leggi italiane
che implicano discriminazioni di razza, colore, fede od opinioni politiche saranno, se
questo non sia già stato fatto, abrogate". E infatti il 24 novembre del ’43 il consiglio dei
ministri comincia ad abrogare le leggi razziali.
Nel centro-nord occupato dai tedeschi, invece, la situazione degli ebrei si aggrava
ulteriormente. Già il 15-16 settembre 1943 i nazisti arrestano e deportano 22 ebrei di
Merano, e negli stessi giorni rapinano e uccidono quasi 50 ebrei sulla sponda
piemontese del lago Maggiore, a Meina, Baveno, Arona. Il 23 settembre il RSHA, la
centrale di polizia tedesca che gestiva la politica antiebraica, comunica che gli ebrei di
cittadinanza italiana sono divenuti immediatamente assoggettabili alle "misure" in vigore
per gli altri ebrei europei. La prima retata delle SS è quella del 16 ottobre 1943 a Roma:
quel sabato vengono rastrellati 1259 ebrei; due giorni dopo 1023 di essi vengono
deportati ad Auschwitz (tra di essi vi è anche un bambino nato dopo l’arresto della
madre); di questi deportati, solo 17 sopravviveranno.
La neonata Repubblica di Salò non è più tenera del fascismo con gli ebrei, anzi. La
Carta di Verona del 14 novembre 1943 - il manifesto politico della Rsi - risolve il
problema degli ebrei italiani nel capitolo settimo, affermando che tutti i membri della
razza ebraica sono "stranieri e parte di una nazione nemica". L’Ordine di Polizia numero
5, emanato il 30 novembre 1943 e trasmesso il giorno seguente alla radio, annuncia che
tutti gli ebrei saranno inviati ai campi di concentramento, fatta eccezione per quelli
gravemente malati o di età superiore ai settant’anni. Tutte le proprietà ebraiche nella
Repubblica di Salò saranno sequestrate e assegnate alle vittime dei bombardamenti
alleati.
Una legge del 4 gennaio 1944 trasforma i sequestri in confische (alla data di
Liberazione il numero dei decreti di confisca sarà di circa 8mila; la Rsi si approprierà
di terreni, fabbricati, aziende, titoli, mobili, preziosi, merci di famiglie ebraiche pari a
oltre 2 miliardi di lire).
Già il 1° dicembre le autorità italiane cominciano ad arrestare gli ebrei e a internarli in
campi provinciali; alla fine di quel mese iniziano a trasferirli nel campo nazionale di
Fossoli, nel comune di Carpi, in provincia di Modena. Nella "caccia agli ebrei", i più
accaniti sono i fascisti delle bande autonome, la banda Carità a Firenze, la banda
Kock a Roma e poi a Milano, la legione Muti, e la Guardia nazionale repubblicana, le
Brigate Nere, le SS italiane. Ma si macchiano di complicità con i nazisti pure le
prefetture, la polizia e i carabinieri (alcune prefetture e comandi – scrive De Felice – ci
mettono "uno zelo veramente incredibile, fatto al tempo stesso di fanatismo, di sete di
violenza, di rapacità"). E’ un fatto ormai accertato che i 4210 ebrei deportati dopo
l’Ordine n. 5, siano stati arrestati quasi tutti dalle autorità italiane. Una "caccia" che
durerà fino alla fine: il 25 aprile del 45, un gruppo di militi fascisti in fuga verso la
Francia, si ferma a Cuneo per prelevare sei ebrei stranieri e li uccide, gettando i loro
corpi sotto un ponte.
L’8 febbraio del 1944 il campo di Fossoli passa sotto il comando tedesco e il
comandante italiano del campo, che pure aveva assicurato più volte che non avrebbe
mai consegnato i suoi prigionieri ai nazisti, all’atto pratico non mantiene le sue
promesse. A Fossoli si realizza – come ha scritto Sarfatti – "la saldatura tra le politiche
antiebraiche italiane e tedesca".
Dal campo modenese, infatti, gli ebrei catturati dalle autorità italiane vengono inviati nei
lager dell’Europa orientale. E che in quei luoghi gli ebrei non vadano in gita ma vengano
uccisi, Mussolini lo sa almeno dal febbraio del ‘43, quando aveva ricevuto un rapporto
segreto di Ciano sulle deportazioni e le "esecuzioni in massa degli ebrei" in Germania.
Il 15 marzo del ’44 Mussolini compie un ulteriore grave passo: istituisce un Ufficio per la
razza, alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, e vi pone a capo il super-razzista
Giovanni Preziosi che sostiene apertamente che il "primo compito" della Rsi è "quello di
eliminare gli ebrei". Preziosi si adopera per inviare nei campi di concentramento non
solo gli ebrei puri, ma anche i cittadini di "origine mista", e per confiscare i beni anche
degli ebrei "arianizzati".
Prima dell’arrivo delle forze alleate, gli ebrei vengono trasferiti nel campo di BolzanoGries, luogo noto per le torture e gli assassinii. Dalla Risiera di San Sabba a Trieste un
numero alto di ebrei viene indirizzato a morte sicura e lo stesso destino incontrano 1805
ebrei di Rodi e Kos. Le SS e la milizia fascista catturano e giustiziano sommariamente
più di duecento ebrei (77 vengono fucilati alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo, insieme a
molti partigiani). In questo sono aiutati da due collaboratori ebrei - a Roma e Trieste che identificano i correligionari e li consegnano ai loro carnefici.
Per fortuna la persecuzione degli ebrei trova scarso consenso nel popolo italiano, salvo
poche eccezioni; molti, pur consci del pericolo cui si espongono, salvano la vita a ebrei
italiani e stranieri, nascondendoli nelle loro case; i partigiani accompagnano alla
frontiera svizzera vecchi e bambini, e li mettono in salvo. Tra tutti, spiccano gli atti di
eroismo di Giorgio Perlasca e del questore di Fiume Giovanni Palatucci (poi morto a
Dachau). Anche la Chiesa Cattolica interviene in modo deciso. Molti ebrei trovano rifugio
e salvezza nei monasteri o nelle parrocchie (solo a Roma il Vaticano aiuta oltre 4 mila
ebrei).
Le cifre della deportazione in Italia
Quante vittime ha fatto la deportazione degli ebrei in Italia? Liliana Picciotto Fargion
nell'aggiornamento del "Libro della Memoria" (Mursia) riscrive le cifre. Gli ebrei arrestati
e deportati nel nostro Paese furono 6807; gli arrestati e morti in Italia, 322; gli arrestati e
scampati in Italia, 451. Esclusi quelli morti in Italia, gli uccisi nella Shoah sono 5791.
Ovvero circa il 20 per cento della popolazione ebraica italiana ( tra i rabbini-capo la
percentuale sale al 43 per cento). A questi vanno aggiunte 950 persone che non si è
riusciti a identificare e che quindi non sono classificabili.
Ci sono novità anche sul meccanismo della persecuzione. La Picciotto è convinta, sulla
base delle circolari che i nazisti inviavano alle autorità italiane, che tra i ministeri degli
Interni tedesco e della Rsi ci fosse un accordo preciso: gli italiani avrebbero pensato alle
ricerche domiciliari, agli arresti e alla traduzione nei campi di transito (in particolare
quello di Fossoli); i tedeschi alla deportazione nei campi di sterminio. "Manca il
documento- precisa - ma i sospetti sono oramai quasi realtà".
Chi si salvò? Secondo i calcoli di Michele Sarfatti, i perseguitati che non vennero
deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi
nell’Italia meridionale; 5500-6000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera (ma per lo meno altri
250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti); gli altri
29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città. Circa 2000 ebrei, tra i quali
Enzo e Emilio Sereni, Vittorio Foa, Carlo Levi, Primo Levi, Umberto Terracini e Leo
Valiani, parteciparono attivamente alla Resistenza (1000 inquadrati come partigiani e
1000 in veste di "patrioti"), pari al 4 per cento della popolazione ebraica italiana.
Una percentuale di gran lunga superiore a quella degli italiani nel loro complesso. Circa
100 ebrei caddero in combattimento o, arrestati, furono uccisi nella penisola o in
deportazione; cinque furono insigniti di medaglia d’oro alla memoria. Fra i caduti, vanno
ricordati il bolognese Franco Cesana, il più giovane partigiano d’Italia, il torinese
Emanuele Artom, i triestini Eugenio Curiel e Rita Rosani, il milanese Eugenio Colorni, il
toscano Eugenio Calò, gli emiliani Mario Finzi e Mario Jacchia, e l’intellettuale Leone
Ginzburg. Un alto contributo al ritorno della libertà e della democrazia in Italia.
Il “Governo di Coalizione” MUSSOLINI
MUSSOLINI BENITO
Presidente del Consiglio dei Ministri
Ministro degli Interni – Ministro degli Esteri
Ministro della Marina
AMM . THAON DI REVEL
Sottosegretario agli Interni
FINZI
Sottosegretario alla Presidenza Del Consiglio
GIACOMO ACERBO
Sottosegretario alla Marina
COSTANZO CIANO
Sottosegretario alle Poste
TEZAGHI
Sottosegretario all’Assistenza Militare
DE VECCHI
Ministro delle Poste
COLONNA DI CESARO’
Ministro della Guerra
A. DIAZ
(democratico – sociale)
Ministro dei Lavori Pubblici
a. cARNAZZA
(democratico – sociale)
(popolare)
(popolare)
(gruppo fascista)
Ministro del Tesoro
Tangorra
Ministro del Lavoro
CAVAZZONI
Ministro alle Terre Liberate
GIURATI
(gruppo nazionalista)
(destra salandriana)
(giolittiano)
Ministro dell’Agricoltura
DE CAPITANI
Ministro dell’Industria
teofilo rossi
Ministro del Lavoro
OVIDIO
Ministro dell’Istruzione
GIOVANNI GENTILE
Ministro delle Finanze
DE STEFANI
Ministro delle Colonie
FEDERZONI
Lo schema illustra il Ministero che Mussolini consegnò al Re dopo la Marcia su Roma,
che sarà formalmente costituito il 31 ottobre. Mussolini si era rivolto agli uomini della
destra e della sinistra (esclusa l’estrema) e i rispettivi gruppi non avevano fatto alcuna
opposizione né avevano posto condizioni per l’entrata dei loro. La collaborazione al
ministero di Mussolini più spiccata fu quella dei democratico – sociali di cui entrò
addirittura il capo (Colonna di Cesarò - alle Poste). Anche il partito popolare si mostrò
favorevole alla collaborazione, ritenuta utile per la pacificazione e lo sviluppo delle
organizzazioni bianche, dando loro due portafogli. Il gruppo fascista era rappresentato
con due portafogli, il gruppo nazionalista con altri due ministeri, presenti anche un
salandiano e un giolittiano, oltre dei combattenti in congedo (Guerra e Marina) per
assicurarsi tutto il favore dell’esercito, la rappresentanza fascista era molto numerosa fra
i sottosegretari (alla Presidenza, Assistenza militare e alle poste. Gli altri sottosegretari
erano misti e diversi, abbiamo menzionato solo quelli di destra per avere un quadro più
generale e completo della politica di Mussolini appena occupato il posto alla Presidenza
del Consiglio.
Struttura militare
COMANDO SUPREMO
Re Vittorio Emanuele III
COME COMANDANTE IN CAPO
DELLE FORZE ARAMATE
BENITO
MUSSOLINI
Capo di Stato Maggiore Generale
BADOGLIO, fino al 6/12/40
CAVALLERO, fino al 31/01/43
AMBROSIO, fino al 26/07/43
Capo S.M.
ESERCITO
Capo S.M.
MARINA
Pariani (10/39)
Graziani (3/41)
Roatta (1/42)
Ambrosio (43)
Rossi (6/43)
Cavagnari
(12/40)
Riccardi
(7/43)
COME CAPO DEL
GOVERNO E
MINISTRO DELLA
GUERRA MARINA E
AVIAZIONE
Ministro della Guerra
Marina e Aviazione
Sottosegretari di Stato
(sottoposti al “Duce”)
Capo S.M.
AERONAUTIC
A
Valle (10/39)
Pricolo (11/42)
Fougier (7/43)
Gov. gen
LIBIA
Balbo (6/41)
Graziani (3/41)
Cavallero
(12/41)
Roatta (1/42)
Bastico (2/43)
Capo S. M. Milizia
STARACE, fino al ‘41
GALBIATI, fino al ‘43
Gov. gen
Africa Orientale
Badoglio(6/40)
Graziani (9/39)
Duca d’Aosta
(5/41)
Gov. gen
EGEO
De Vecchi
VITTORIO EMANUELE IIIRe d’Italia
GRAN
CONSIGLIO
FASCISMO DEL
29/7/1900Imperatore d’Etiopia
Re d’Albania 12/4/1939
BENITO MUSSOLINI
DUCE E CAPO DEL GOVERNO
ESECUTIVO
SEGRETARIO
PARTITO NAZIONALE
FASCISTA
LEGISLATIVO
MILIZIA
VOLONTARIA PER
LA SICUERZZA
NAZIONALE
SENATO DEL
REGNO
CAMERA DEI FASCI
E DELLE
CORPORAZIONI
DIRIGENTI TERRITORIALI DEL
PARTITO NAZIONALE
FASCISTA
SEGRETARIO FEDERALE
NELLE PROVINCIE
SEGRETARIO DEL FASCIO
NEI COMUNI
ORGANIZZAZIONI
DIPENDENTI
G.I.L
(Gioventù italiana del Littorio)
G.U.F.
(Gruppi Universitari fascisti)
O.N.D.
GIUDIZIARIO
TRIBUNALE
SPECIALE PER LA
DIFESA DELLO
STATO
MAGISTRATURA
ORDINARIA
CONSIGLIO
DEI
MINISTRI
ORGANI
TERRITORIALI
DEL MINISTERO
DELL’INTERNO
PREFETTO
PODESTA
CORPORAZIONI
(Associazioni obbligatorie fra sindacati di categoria dei
datori di lavoro e dei prestatori d’opera)
S
t
a
t
o
Giappone
E’ esistito il fascismo in Giappone? Probabilmente è una questione che interessa solo gli
storici. Tuttavia io ritengo che l’opinione pubblica debba essere informata, non solo
perché il ventre che partorisce il fascismo è sempre fertile, ma perché quello più
pericoloso è il fascismo che si manifesta non in modo traumatico e violento, ma in modo
subdolo, strisciante, come sarebbe possibile con i moderni mezzi mass-mediatici e con il
fascino di un Grande Fratello, magari unto dal Signore.
L’opinione pubblica nella sua grande maggioranza è convinta, secondo la tesi
dominante della storiografia statunitense, che il regime giapponese prima e durante la
seconda guerra mondiale sia stato ultra nazionalista e ultra militarista, ma non fascista.
Sulla base di nuovi studi gli storici europei sono arrivati alla conclusione che il Giappone
conobbe un fascismo "strisciante", nella specificità e diversità della cultura sociale e
politica autoctone, ma non diverso nella sostanza dal fascismo italiano e tedesco.
Noto qui di passaggio che il fascismo come movimento ebbe una diffusione mondiale,
arrivando perfino in Cina con le ‘camicie azzurre’, ma come regime statale si affermò in
Italia, in Germania, nei Paesi satelliti dell’Asse, e in Giappone.
Lo riconobbe già nel 1946 lo studioso giapponese Maruyama Masao, che in una famosa
conferenza introdusse la distinzione "fascismo dal basso" (movimento) e "fascismo
dall’alto" (regime, tipico del Giappone), e indicò i tratti comuni col fascismo italiano e col
nazismo: negazione del liberalismo e del Parlamento, antimarxismo e anticomunismo,
militarismo, nazionalismo e razzismo.
Da Muruyama Masao nacque una scuola di storici che, pur evidenziando le differenze
fenomenologiche, teorizzò il compimento del "tennòsei fashizumu" (fascismo del
sistema imperiale) nel periodo tra le due guerre mondiali.
Nell’ambito di un articolo di giornale non è possibile entrare nei dettagli. Basterà
ricordare che la burocrazia di origine samuraica fu il collante del blocco di potere fin
dall’inizio della industrializzazione del Giappone, e contribuì nel tempo, a partire dalla
fine del 1800, a dare corpo non già a uno Stato di diritto, ma uno Stato che aveva come
base "la lealtà e l’obbedienza" all’imperatore (tenno), considerato di origine divina.
Quando la prima e la seconda rivoluzione industriale determinarono le prime scosse
sociali, e gli intellettuali rivendicarono maggiori libertà e diritti civili e politici, il Giappone
avrebbe potuto avviarsi verso una moderna democrazia e un vero Stato di diritto. Invece
si ebbe la svolta autoritaria che rafforzò il sistema imperiale, connotato da uno specifico
blocco di potere e dal largo consenso dei sudditi. Potremmo far cominciare il fascismo
giapponese nel 1925 con la famigerata legge "Chian ijiho" per il mantenimento
dell’ordine pubblico, contenente norme, inimmaginabili in uno Stato di diritto, che
consentivano ampi poteri alla Polizia, alla Magistratura e perfino alla burocrazia in
materia di controllo del consenso.
2 settembre 1945: il Giappone si arrende.La legge in questione imponeva a tutti i
Giapponesi il dovere di difendere il "kokutai", cioè il sistema nazionale (norma che nella
sua genericità consentiva ogni arbitrio), e introduceva il "crimine di pensiero" che
praticamente trasformava ogni suddito in potenziale imputato.
Tra il 1925 e il 1941 furono infatti colpiti e condannati gli individui e le organizzazioni
pericolose per il "kokutai", in particolare il nascente movimento operaio e gli intellettuali
dissidenti. Le componenti del blocco di potere, intrecciando i loro interessi, diedero vita
silenziosamente a un regime fascista, strumento della politica di espansione imperiale.
Scrive Francesco Gatti: "La Corte imperiale, l’alta burocrazia, la polizia, la magistratura,
l’esercito e la marina, gli ‘zaibatsu’ (monopoli) rivendicarono da un lato l’ampliamento e
la difesa dei mercati di importazione e di esportazione, dall’altro l’espansione militare sul
continente asiatico e nei mari, percorrendo all’interno la strada della conservazione ad
ogni costo". (F. Gatti, Una grande rimozione: il fascismo giapponese, pag.202, in
Fascismo e Antifascismo, a cura di Enzo Collotti, Laterza, 2000).
La seconda guerra mondiale cominciò per il Giappone nel 1931 con l’invasione della
Manciuria, cui seguirono il ritiro dalla Società delle Nazioni, la guerra alla Cina,
l’occupazione del Vietnam, l’attacco a tradimento di Pearl Harbour, dando vita sul piano
politico e militare all’alleanza col regime nazista e con quello fascista italiano: patto
anticomintern e patto tripartito.
Il fascismo giapponese fu sempre connotato da una forte valenza razzista e
nazionalista, come è provato fra l’altro da tre esempi paradigmatici: il massacro di
Nanchino nel 1937, quando i Giapponesi uccisero 200.000 civili inermi solo perché
cinesi; l’attività della cosiddetta unità 731 in Manciuria, consistente in esperimenti chimici
e biologici su cavie umane; infine la coercizione sugli abitanti di Okinawa.
Un tratto caratteristico del fascismo giapponese fu che mancò qualunque fenomeno di
resistenza attiva, nulla che sia anche lontanamente paragonabile alle Resistenze
europee, o all’attentato a Hitler del 20 luglio 1944 in Germania. La mancanza di un
partito unico non deve indurre in errore: la divinità carismatica dell’imperatore e il
pensiero unico del blocco di potere supplirono benissimo, anche organizzativamente
attraverso le numerose organizzazioni patriottiche, occupando lo Stato dall’interno e
permeandolo in modo capillare.
Sulla base delle acquisizioni degli storici europei credo non sia più possibile negare la
tesi che il "tennòsei fashizumu" fu un regime fascista che si espresse in forme proprie e
originali, radicate nella storia del Giappone.
(in "Questo Trentino", n° 10 del 19.5.2001)
2 settembre 1945: il Giappone si arrende.
Spagna
Quanti sanno che, in tempo di pace, il regime franchista fu forse addirittura più
sanguinario e repressivo del fascismo e del nazismo? Che, di fronte alle poche decine di
sentenze capitali eseguite dal 1922 al 1939 dal regime italiano (si parla delle sentenze
pubbliche: le esecuzioni “illegali” furono senza dubbio maggiori), e ai pur numerosi
eccidi compiuti dalla Germania nazista fra il 1933 e il 1938, vi sono 190.000 spagnoli
giustiziati o morti in carcere fra il 1939 e il 1945, ovvero in tempo (per la Spagna) di
pace, e che alcuni storici giungono a parlare di 500.000 esecuzioni complessive
(comprendendo le esecuzioni “informali”)? Certo, il paragone è largamente improprio, in
quanto in Spagna fra il 1936 e il 1939 fu combattuta una cruenta guerra civile, in quanto
il franchismo sorse da tale guerra civile: le origini del fascismo italiano e del nazismo
tedesco furono diverse, addirittura elettorali, nel secondo caso.
Dopo la vittoria, Franco impose alla Spagna una strategia di isolamento e di autarchia.
Non solo autarchia economica, ma anche autarchia politica, ideologica, culturale.
La Spagna voluta dai vincitori doveva essere una Spagna isolata da ogni scambio e
dialogo, pura e purificata da ogni idea diversa di Spagna. Tutto ciò che riguardava la
Seconda Repubblica, ovvero l’esperienza democratica vissuta in Spagna fra 1931 e
1936, era associato a “degenerazione”, “morbo”, “infermità”, era l’antitesi di ciò che la
Spagna doveva essere. E nel dopoguerra la pratica “chirurgica” continuò: il nemico
principale della Spagna franchista fu, costantemente, un “nemico interno”.
La stessa strategia fu attuata anche nell'economia. La Spagna degli anni quaranta soffrì
una enorme regressione economica. La mano d’opera fu soggetta a disciplina
coercitiva, e sulla fame di gran parte dei lavoratori fu costruita la nuova accumulazione
di capitale necessaria alla ricostruzione. Ogni identità collettiva dei gruppi sociali sconfitti
(lavoratori del campo, delle miniere, dell’industria) fu distrutta, ogni diritto di espressione
soppresso.
La spietata dittatura franchista ebbe anche i suoi «schiavi»: 110 mila prigionieri, tutti
militari catturati durante la «Guerra Civil» '36-'39. Con la legge sulle «responsabilità
politiche» il dittatore perseguì, incarcerò, condannò tutti coloro che si erano opposti
all´«Alzamiento». Il regime cominciò a schedare «los Rojos», ossia tutti i suoi prigionieri,
allestendo una maniacale banca dati sul loro profilo professionale. Se gli incarcerati nel
frattempo non erano morti né giustiziati, entrava in gioco il «Sistema de Redenciones de
Penas» motivato così: «E´ giustissimo che i prigionieri contribuiscano con il lavoro alla
riparazione dei danni arrecati con il loro appoggio alla ribellione marxista». Un decreto
del '46 stabiliva l´obbligatorietà del lavoro: «E´ considerata infrazione molto grave
rifiutarlo».
A differenza della mano d'opera impiegata nei lager hitleriani, il «Caudillo» pagò il lavoro
coatto. Ma i forzati ricevettero solo il 25% del salario pattuito (appena il 14% di quello
percepito dagli operai civili dell'epoca). Infatti la remunerazione degli schiavi venne
fissata in 2 pesetas al giorno (la diaria di un operaio era di 14 pesetas) di cui i tre quarti
vennero destinati al loro mantenimento. Poi altre 2 pesetas se erano sposati in chiesa
(molti «rojos», atei, erano solo conviventi), più 1 peseta per ogni figlio a carico. Il resto
andò nelle casse del regime. Non solo: dal '39 al '70, Franco affittò i suoi internati a 36
imprese private (le fabbriche pagavano allo Stato il salario di 14 pesetas), incassando
un ingente bottino, calcolabile intorno ai 780 milioni di euro. Detenuti in 72 campi di
concentramento, gli schiavi ricostruirono le infrastrutture distrutte durante il conflitto,
dagli aereoporti alle strade, dalle dighe ai porti, dalle ferrovie ai ponti ma anche mausolei
franchisti come la famigerata madrilena «Valle de Los Caidos» (ove è sepolto il
tirannno). La vita degli schiavi, in quei lunghissimi trentatré anni, fu disumana: fame
brutale, estrema durezza nel lavoro fisico. E castighi terribili. Ad El Dueso, per esempio,
obbligavano i puniti a mettersi sulle spalle un sacco da 50 chili ricoperto da filo spinato.
Una repressione particolare fu rivolta alle donne: rispetto all’incerta mobilitazione dei
decenni precedenti, la condizione della donna visse una regressione alla sfera
domestica. Alle donne fu negato ogni accesso educativo di tipo moderno.
I concetti di purificazione e redenzione assunsero per milioni di spagnoli un aspetto di
quotidiano terrore. La Spagna, dopo la purificazione della “cruzada”, fu posta in
“quarantena” da un regime che vietava qualsiasi dialogo con l’esterno e qualsiasi
dibattito sul futuro.
Solo nel '75, dopo la morte di Franco, gli spagnoli si sono liberati dalla dittatura e hanno
finalmente respirato l'aria della democrazia.
Nazionalisti
Repubblicani
Se in Spagna c'è color di sangue un albero è quello della libertà /
Se in Spagna c'è e parla alto una bocca / Parla di libertà / Se
in Spagna c'è un bicchier di vino puro / E' il popolo che lo
berrà (P. Eluard)
Gran Bretagna
La GB usciva dalla guerra con perdite umane ed economiche inferiori a quelle degli altri paesi europei, ciò è
soprattutto dovuto al fatto che non si combatté mai sul territorio inglese, ma la situazione era in ogni caso
critica, in quanto da quel momento iniziò il lento declino della potenza britannica.
Già nel corso dell'800 gli USA ne avevano intaccato il predominio economico e politico. La GB si era
momentaneamente liberata della sua grande rivale europea, la Germania, ma le esportazioni si
affermavano con difficoltà crescenti: i manufatti inglesi avevano perso competitività sui mercati
internazionali.
Questa situazione fu aggravata dalla politica economica attuata dal governo di Londra nel dopoguerra, che
ebbe come obiettivo il pareggio del bilancio, la riduzione dell'inflazione e la difesa del valore della sterlina.
Di conseguenza fine si attuò una politica deflazionistica, riducendo la quantità di moneta in circolazione e
aumentando le imposte, al fine di contenere i consumi. La sterlina fu rivalutata a stabilizzata ad un livello di
parità con il dollaro, cosa che consentì ala sterlina di essere moneta i riserva nel sistema monetario
internazionale. La principale conseguenza fu un aumento della disoccupazione.
Tali difficoltà economiche provocarono tensioni sociali e crescita dei sindacati, situazione che precipitò nel
1926 quando un gruppo i minatori (settore in forte crisi) provocò uno sciopero nazionale che durò 9 giorni.
Da quel momento in poi, però, la forza sindacale diminuì e si avviò la tendenza ad una contrattazione
preventiva tra imprenditori e sindacati dei lavoratori, per evitare nuovi scioperi.
Nella vita politica, vi fu un declino dei liberali e l'ascesa di conservatori e laburisti, che fondarono il
bipartitismo. Il governo laburista (1924-1935) tentò di reagire alle difficoltà economiche con il contenimento
della spesa pubblica, diminuendo gli stipendi e i sussidi. Ciò provocò il dissenso di alcuni laburisti che
abbandonarono il governo.
In seguito, la sterlina fu svalutata per favorire le esportazioni e si realizzò per la prima volta l'intervento
dello stato nell'economia. (il "welfare state" è stato creato dai laburisti)
Francia
Nel dopoguerra anche la Francia dovette sopportare un grosso sforzo per
ricostruire il paese. Il governo diede il via ad un progetto di crescita
economica che prevedeva, per tutti gli anni '20 un aumento e una
modernizzazione della produzione. Questo sviluppo fu agevolato da
una leggera svalutazione del franco (favorite le esportazioni) e dalla
debolezza sindacale.
Questa fase però terminò con la crisi economica del '29: la produzione
industriale diminuì, numerose imprese fallirono, aumentò la
disoccupazione, gli scioperi e i conflitti sociali.
In questa crisi, però, le organizzazioni fasciste non riuscirono mai a
assumere il potere come era accaduto in Italia o in Germania.
Alle elezioni del 1936 le sinistre si presentarono unite in un Fronte
popolare, che ottenne un grande successo. Il loro programma era
soprattutto riformista e antifascista, con promesse di aumenti salariali,
opera pubbliche, conquiste sindacali.
Tuttavia in breve tempo si aprirono contrasti all'interno del partito, che
fu costretto a sciogliersi dopo pochi mesi di legislatura. Ciò portò al
ritorno di governi instabili.
Stati Uniti
Nel 1929 gli USA furono colpiti da una devastante crisi economica. Per uscirne, il presidente
democratico Franklin Delano Roosevelt (1933) inaugurò la politica del New Deal, che non
riguardava solo misure di politica economica ma anche la creazione di un nuovo clima
culturale e civile.
Il programma prevedeva l'introduzione, per la prima volta nel sistema capitalistico
statunitense, dell'intervento dello stato nella vita economica attraverso la spesa pubblica,
anche a costo di ricorrere al deficit spendine.
Il provvedimento più importante fu la legge per il risanamento industriale, con la quale si
stanziavano notevoli fondi per lavori pubblici e misure per limitare la concorrenza, sostenere
i prezzi e garantire un salario minimo.
Ciò costituisce il "primo New Deal", una fase che diede risultati incerti e mise in discussione
la credibilità del presidente.
Essendo prossima la scadenza del suo mandato, Roosevelt applicò il "secondo New Deal",
una serie i misure finalizzate alla sicurezza sociale, alla ricerca del consenso.
Importante fu il rapporto attivo con i sindacati, considerati ora come alleati e non più come
nemici. Per sostenere le enormi spese pubbliche, fu aumentato il prelievo fiscale a carico
dei ceti più ricchi e si lasciò svalutare il dollaro, per favorire le esportazioni.
I risultati del New Deal furono inferiori alle attese, infatti negli anni '30 gli Usa non avevano
ancora recuperato il livello di ricchezza di prima della crisi. Ciò nonostante, quando
Roosevelt si ricandidò alla presidenza per due volte gli elettori confermarono il loro
consenso.
MATTEOTTI
Giacomo Matteotti nasce a Fratta Polesine il 22 maggio
1885 da famiglia benestante.
Secondo di tre figli frequenta il Liceo-ginnasio “Celio”
di Rovigo e si laurea in giurisprudenza all’università di
Bologna con una tesi sulla “recidiva”.
Fin dagli anni universitari si collega con il movimento
socialista di cui diviene rapidamente un esponente di
primo piano conducendo, in prima persona, le battaglie
dei lavoratori agrari del Polesine.
Durante la I guerra mondiale è deciso neutralista e
viene per questo dispensato dal servizio militare
attivo e internato in Sicilia. Dopo la guerra diventa
consigliere comunale, sindaco e, infine, deputato. Il
fascismo che combatte inizialmente è quello
organizzato dagli agrari, particolarmente violento e
attivo nelle campagne venete e romagnole. E’ vittima,
per questo, più di una volta, di aggressioni da parte
di “squadristi”.
Nella complessa geografia politica del socialismo
italiano occupa una posizione centrale . Il suo
“programma minimo” deve essere realizzato attraverso
le autonomie dei comuni e il governo delle città da
parte delle forze operaie e contadine e, soprattutto,
attraverso l’estensione di una rete capillare e diffusa sul
territorio di associazionismo e di cooperazione.
Le “leghe”, le organizzazioni di massa, le forme di lotta e di rappresentanza sindacali
hanno per lui la preminenza sul ruolo del partito, inteso più come raccoglitore che
elaboratore di idee e strategie. Com’è tradizione del socialismo italiano influenzano la
sua azione politica tanto la visione movimentista-sindacalista di Sorel, quanto il pensiero
di Antonio Labriola. Come segretario del Psu svolge una politica costantemente unitaria,
attento a non accentuare le differenze esistenti fra le tradizionali componenti del
socialismo italiano: quella riformista e quella massimalista. Difficile il suo rapporto con il
Pcd’Italia (da cui lo divide soprattutto l’adesione di quel partito alla III Internazionale),
con cui non intende concludere patti elettorali. Rivolge, invece, grande attenzione agli
esponenti moderati che hanno assunto da sempre una posizione di chiara opposizione
al fascismo (i liberali come Gobetti e Amendola). Il raggiungimento, da parte delle classi
subalterne, delle elementari forme di democrazia costituisce una premessa
indispensabile per ulteriori conquiste delle forze socialiste.
“Cosmopolita” e “internazionalista” convinto, viaggia molto in Europa e stabilisce una
serie di rapporti con i socialisti francesi, tedeschi e, soprattutto, britannici.
Il suo ultimo scritto “Mussolini, Machiavelli and the fascism” appare in un giornale
inglese, English life, pochi giorni prima della sua morte.
Dai banchi del Parlamento polemizza costantemente con gli avversari confermandosi un
avversario irriducibile dei fascisti che, dopo la vittoria elettorale del “listone”, intendono
consolidare il loro potere e non sopportano alcuna forma di opposizione.
Le sue ultime battaglie di parlamentare e di giornalista, prima della sua uccisione,
producono, principalmente:
a) la denuncia del clima di intimidazioni che ha caratterizzato le elezioni del 1924
b) la denuncia dell’Affaire Sanclaire, la convenzione con la società americane
produttrice di petroli che vede implicati la famiglia Mussolini e la casa regnante
c) la pubblicazione di un libro-denuncia sulle sopraffazioni fasciste (Un anno di
malgoverno fascista) di cui intende proporre una seconda edizione
d) la contestazione, cifre alla mano, del bilancio presentato dal governo.
Quando viene rapito ha appena compiuto trentanove anni.
NAZISMO
ORIGINI
La Repubblica di Weimar
LA DITTATURA NAZISTA
PRELUDIO ALLA GUERRA
ECONOMIA 3° REICH
STRUTTURA MILITARE
STRUTTURA STATALE
Le origini del Nazismo
La sconfitta della grande guerra fu pagata a caro
prezzo dalla Germania, messa in ginocchio e
ridicolizzata dai vincitori con il trattato di Versailles.
Nonostante la proclamazione della Repubblica di
Weimar, il Paese era disastrato dalla fame, dalla
disoccupazione, con l’inflazione che raggiunse livelli
talmente spaventosi da ridurre il marco a mera carta
straccia. I tumulti di piazza, i disordini erano all’ordine
del giorno e il governo appariva troppo debole per poter
arginare la protesta e le insurrezioni che rendevano
sempre più concreto, lo spettro di una rivoluzione filobolscevica.
In questo quadro angosciante e caotico, si ritrovò a
convivere un reduce di guerra di origine austriache,
Adolf Hitler, sconvolto da una sconfitta attribuibile, nei
suoi pensieri, al tradimento degli ebrei e dei comunisti,
da lui considerati i veri nemici del popolo tedesco.
Hitler con Hindenburg
Nel luglio 1919 il giovane Hitler entrò in contatto con il partito dei lavoratori tedeschi, un
piccolo gruppo nazionalista di estrema destra guidato da Anton Drexler, che traeva le
proprie origini da circoli e sette esoteriche come la Thule e dall’influenza di tetri e
enigmatici personaggi come Dietrich Eckart, Karl Haushofer, Helena Petrovna Blavatsky,
Jorg Lanz Von Liebenfels, tutti fattori che hanno contribuito a creare un macabro alone
di mistero e di occulto, circa presunti lati oscuri del nazional-socialismo e circa il suo
legame con il mondo del paranormale.
Dopo aver scritto nel settimanale del partito, il Völkischer Beobachter di Monaco e dopo
aver esposto, il 24 febbraio 1920, in una birreria di Monaco (la "Hofbräuhaus"), in
venticinque punti, il suo programma, fondato su teorie razziali, il 10 luglio 1921, Adolf
Hitler fu nominato capo del movimento che era stato ribattezzato "partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi"; l’emblema della formazione divenne la svastica, un’
antica immagine della tradizione indoeuropea simboleggiante la fortuna, nota nella
religione nordica per essere legata al Sole e rappresentante Thor, il Dio del Fulmine;
nelle teorie occulte della Blavatsky, la svastica era il simbolo esoterico più importante,
da lei indicato come l’emblema della razza ariana.
Il partito fu anche organizzato militarmente, attraverso la nascita delle SA (squadre
d’assalto), i gruppi paramilitari nazisti, diretti dal comandante Ernst Rohm, che vennero
impiegati da Hitler e dai suoi seguaci, nel cosiddetto putsch di Monaco, il fallito colpo di
stato del novembre 1923, che provocò l’arresto del futuro fuhrer e la sua condanna a
cinque anni di reclusione nel carcere di Landsberg; nella realtà la prigionia durò meno di
un anno e fu proprio durante la sua detenzione che Hitler dettò al fedele amico Hess,
camerata della prima ora, il "Mein Kampf", la bibbia della dottrina nazional-socialista ove
furono esposti i principi cardine di un’ideologia fondata sulla necessità di garantire alla
razza ariana la giusta espansione verso i territori orientali ed il dominio sui popoli
inferiori tra cui, in primis, quello ebraico, considerato la causa di tutti i mali e, come tale,
da eliminare; nel "Mein Kampf, la storia è vista nell’ottica di una guerra, nella quale le
razze superiori sottomettono quelle inferiori, attraverso la necessaria costituzione di uno
stato fortemente autoritario, volto a creare le basi per la creazione di una società
razziale.
Uscito dal carcere, in seguito ad amnistia, Hitler riorganizzò il partito che, nel giro di
pochi anni sarebbe, tragicamente, passato dall’anonimato delle elezioni del 1925, agli
800 mila voti e 12 deputati nel 1928 e ai sei milioni e mezzo con 107 deputati del 1930,
grazie alla veemente arte oratoria del suo capo, che colpiva profondamente l’animo
frustrato dei tedeschi, umiliati dalle condizioni di Versailles, con discorsi invocanti la
nascita di una grande Germania, votata alla rivincita.
Nonostante i consensi ottenuti e l’appoggio, finanziario, dei grandi industriali, il partito
nazional-socialista venne sconfitto, alle elezioni presidenziali della primavera 1932, dal
vecchio maresciallo Hindenburg ma, ciononostante, grazie alle divisioni dello
schieramento avversario, ad abili mosse politiche e a delicati meccanismi di alleanza,
Adolf Hitler fu nominato, il 30 gennaio 1933, dallo stesso Hindenburg, cancelliere del
reich; il primo atto di una storia fatta di orrori e sofferenze era stato dunque scritto.
1920 – Hitler fonda un piccolo partito di destra che, un anno dopo, prende il nome di
Partito nazionalsocialista (NSDAP); successivamente organizza anche le squadre
d’azione militari (le SA e le SS) per colpire i militanti della sinistra.
1923 – Tenta un colpo di stato a Monaco, in Baviera, ma il putsh fallisce e viene
arrestato.
Per tutti gli anni '20 il partito nazista ottiene consensi modesti.
1928 – Elezioni: 2,6% dei voti (12 seggi).
1930 – Elezioni: il partito nazionalsocialista, con il 18,3% dei consensi, diventa il
secondo partito tedesco (106 seggi).
1932 (marzo e aprile) – Elezioni presidenziali: Hitler ottiene, nei due turni elettorali, il
30,1% e il 36,8% dei suffragi; Hindenburg vince le elezioni con il 53%;
1932 (novembre) – Il partito nazional-socialista si ferma al 33,1% (196 seggi).
1933 (30 gennaio) – Hitler, nominato cancelliere dal presidente Hindenburg, assume la
guida del governo tedesco.
1933 (5 marzo) – Nuove elezioni, in un clima di terrore e repressione: la NSDAP ottiene
il 43,9 per cento dei suffragi, i suoi alleati tedesco-nazionali l'8 per cento.
La Repubblica di Weimar
(1918-1933)
Quando nel 1918 finisce la guerra, in Germania
scoppia la rivoluzione. E' una nazione esausta,
prostrata dalla guerra. Le perdite umane sono state
ingentissime: un milione e ottocentomila morti. Vi sono
inoltre più di quattro milioni di feriti. E poi: distruzioni,
ingegni sprecati, menti devastate, disperazione... La
rivolta è spontanea, senza nessuna guida ideologica o
organizzativa, alimentata dalla fame, dalla delusione
della guerra perduta, dalla volontà diffusa di cacciare i
responsabili. Alcuni dei rivoluzionari vogliono la
democrazia parlamentare, altri un sistema politico
come quello russo, tutti vogliono la Repubblica e le
dimissioni del Kaiser. C'è molto idealismo ed
entusiasmo, ma non c'è nessuno capace di guidare i
tanti focolai rivoluzionari che nascono un po'
dappertutto.
Il 30 settembre il cancelliere Hertling rassegna le sue dimissioni e la carica viene
assunta il 3 ottobre dal principe Max von Baden, un monarchico liberale favorevole alle
riforme interne e all'intesa internazionale.
L'8 novembre il cancelliere Max von Baden chiede con fermezza all'imperatore di
abdicare. Gli operai di Berlino scendono nelle strade e anche il generale Hindenturg e il
successore di Ludendorff, il generale Groener, si uniscono alla richiesta avanzata dal
cancelliere. Poiché Guglielmo II tergiversa, il Cancelliere nomina suo successore il
leader socialdemocratico Friedrich Ebert e annuncia l'abdicazione.
In questo clima ormai assai prossimo alla rivoluzione totale, il 9 novembre 1918 i leader
socialdemocratici Friedrich Ebert e Philipp Scheidemann, da un balcone del Reichstag,
proclamano la repubblica. Ebert diventa così il capo del primo governo repubblicano
provvisorio di sei membri, tre socialdemocratici e tre indipendenti, che resisterà meno di
due mesi. La nascita della Repubblica è salutata dalle potenze vincitrici come l'inizio di
una nuova epoca per i tedeschi. Alcuni ritengono prematura la proclamazione della
repubblica; secondo Scheidemann però essa giunge appena in tempo per prevenire gli
spartachisti che sono pronti a proclamare una repubblica sovietica. La notte stessa il
kaiser Guglielmo II fugge in Olanda.
Il governo provvisorio si scioglie il 27 dicembre con le dimissioni degli indipendenti. Nel
frattempo in tutto il paese si sono costituiti dei consigli di operai e soldati (soviet), sul
modello sovietico, e gli scioperi si susseguono. La Socialdemocrazia non sa bene se
sostenere la rivoluzione o no.
Da una parte sostiene alcune delle richieste dei rivoluzionari, dall'altra parte ne era
anche piuttosto spaventata. Dopo tanti anni di opposizione è arrivato finalmente il
momento di poter governare e all'improvviso si vedono superati a sinistra da una grande
massa di rivoluzionari costituita in parte anche da propri sostenitori e militanti.
Per la media e l'alta borghesia e per le forze militariste e monarchiche la rivoluzione è
invece un vero e proprio choc. Nasce così una strana alleanza tra la socialdemocrazia e
le forze militariste della destra più estrema. Nessuna delle due forze ha da sola la forza
di placare l'ondata rivoluzionaria. Insieme ci riescono facilmente.
La Germania, anche quella socialista, ha paura della rivoluzione, così la nascita del
partito degli spartachisti (i comunisti), il 1° gennaio del '19, è vista con molta
preoccupazione. Lo guidano Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, che mirano ad una
spontanea sollevazione della classe operaia.
R. Luxemburg
Una sollevazione che non ci sarà, nonostante scioperi e manifestazioni. L'alleanza tra
socialdemocratici ed estrema destra è spietata. In un paio di settimane l'esercito entra in
azione e il 15 gennaio Luxemburg e Liebknecht vengono uccisi da un gruppo
paramilitare. Altri scioperi e timidi tentativi insurrezionali a Brema sono stroncati nei mesi
successivi. Stessa cosa avviene in Baviera: il 28 febbraio viene assassinato a Monaco il
governatore del lander, un noto esponente socialista indipendente, Kurt Eisners. In
marzo il socialdemocratico Noske, incaricato del mantenimento dell'ordine, accetta
l'aiuto piuttosto equivoco dei fanatici Freikorps, organizzazioni paramilitari di frettolosa
costituzione composti di ex-ufficiali, disoccupati e giovani avventurieri smaniosi di
uccidere. L'assassinio di Eisner innesca una serie di violenze in Baviera, seguite poi da
uno sciopero generale e dalla proclamazione di una repubblica sovietica che viene a
sua volta rovesciata alla fine di aprile e all'inizio di maggio con selvaggia brutalità dalle
truppe governative. Una delle vittime è lo scrittore Gustav Landauer, comunista di nobile
idealismo, picchiato a morte in prigione dai soldati.
La rivoluzione "fallita" e la frattura insanabile fra socialdemocratici e comunisti, saranno
tra le cause che favoriranno indirettamente l'ascesa del nazismo. Il 19 gennaio 1919 si
tiene una consultazione nazionale per l'elezione dei deputati all'Assemblea costituente
che deve redigere la Costituzione e, nonostante il boicottaggio dei comunisti, più di
trenta milioni di tedeschi vanno alle urne. Il partito socialdemocratico esce vincitore dalla
consultazione e la neo-eletta Assemblea costituente esprime una maggioranza di fautori
della democrazia borghese.
L'assemblea è inaugurata solennemente il 9 febbraio 1919 e due giorni più tardi elegge
presidente Ebert che, a sua volta incarica il socialdemocratico Philipp Scheidemann di
formare un governo. Il primo gabinetto è costituito con membri dei tre partiti maggioritari,
socialdemocratici, cattolici di centro e democratici: la coalizione di Weimar.
A Versailles, nel frattempo, una delegazione tedesca, che vi è stata invitata con
disprezzo a ricevere le condizioni di pace, cerca di migliorare almeno lievemente quanto
non può modificare in sostanza. Le notizie dalla Francia fomentano nuove tensioni in
Germania. Il 20 giugno il governo Scheidemann rassegna le dimissioni. Gli succede il
giorno seguente un gabinetto presieduto da un altro socialdemocratico, Gustav Bauer,
che cercò di far stralciare dal trattato perlomeno alcuni articoli. Gli alleati però sono
inflessibili: gli sconfitti devono firmare senza riserve. Posto di fronte a un ultimatum, il
governo tedesco cede e il 28 giugno una nuova delegazione capeggiata dal ministro
degli esteri socialdemocratico Hermann Muller firma il
Versailles
Il trattato di Versailles impone pesanti gravami economici, politici e psicologici alla
Germania sconfitta. L'Alsazia-Lorena è restituita alla Francia, la Prussia orientale viene
separata dal cuore della Germania con la cessione alla Polonia della Prussia
occidentale, della Slesia superiore e della Posuania. Danzica diventa una città libera, il
Belgio acquista alcuni piccoli distretti, la Germania è privata di tutte le sue colonie, si
proibisce la fusione con l'Austria, si impone l'occupazione militare della sponda sinistra
del Reno. Da subito, gli alleati prendono possesso del bacino della Saar. L’esercito
tedesco viene ridotto a 100.000 effettivi, la marina a 16.000, l’aeronautica vietata. Ma le
condizioni più inaccettabili e che contribuiscono di più a infiammare gli animi sono quelle
contenute negli articoli che privano i tedeschi di quella cosa intangibile che è "l'onore". Il
trattato prevede la consegna da parte della Germania dei "criminali di guerra", incluso il
deposto imperatore, perché siano processati per "atrocità" e nell'articolo 231 insiste
perché "la Germania e i suoi alleati" accettino "la responsabilità" di aver provocato tutte
le perdite e i danni "cui le potenze alleate erano state esposte dalla loro aggressione".
La clausola non fa uso esplicitamente del termine "colpa", ma viene subito bollata come
la "clausola di colpa", e se praticamente tutti i tedeschi sperano in una sua abrogazione,
qualcuno ripone la sua speranza nella vendetta. Infine le riparazioni in denaro che, dopo
complicati conteggi, vengono fissate nel 1921 nell’enorme cifra di 269 miliardi di marchioro pagabili in quarant’anni, scontati poi in 132 miliardi per trent’anni.
La Costituzione viene approvata dopo sei mesi di lavori, il 31 luglio del 1919, e diviene
legge l'11 agosto. Prevede una repubblica federale (il territorio viene suddiviso in 17
Lander = regioni); un Reichstag eletto a suffragio universale, a partire dai vent'anni di
età, con il sistema proporzionale, cui spetta il potere legislativo; la possibilità di
promuovere referendum e leggi di iniziativa popolare; un presidente del Reich eletto
direttamente ogni 7 anni, cui spetta il potere esecutivo, la nomina del cancelliere, la
guida dell'esercito. All’epoca viene considerata un gioiello di liberalità, basata com’è su
di un delicato mélange di parlamentarismo e presidenzialismo. Molti diritti ed istituzioni,
che oggi sono normali in tutti i paesi democratici, nascono proprio in quei giorni. Per la
prima volta, anche le donne hanno il diritto di voto e i sindacati ottengono competenze
importanti che possono migliorare la situazione dei lavoratori. Insomma, sono gettate le
basi per far crescere una nazione democratica. La Germania adotta perfino una nuova
bandiera, quella nera, rossa e oro del 1848. Ma l'articolo 48 della Costituzione avrebbe
purtroppo assunto una grave importanza storica: esso prevede che, ove la sicurezza
dello Stato sia posta in pericolo, il presidente abbia facoltà di prendere provvedimenti
d'emergenza con valore di legge.
Il clima sociale resta teso. Mentre la nobiltà accoglie con disappunto la nascita della
repubblica, l'esercito inizia a far politica ed a fornire la manovalanza per le formazioni di
estrema destra. Nel marzo del '20 si assiste anche ad un tentativo di colpo di stato,
promosso da squadre armate, i "Freikorps", reclutate fra i soldati e gli ufficiali smobilitati
dopo la disfatta. In seguito al putsch di Kapp, il cancelliere Bauer lascia il posto al
compagno di partito Müller, e il nuovo cancelliere mantiene l'unità della coalizione fino a
giugno.
Il 6 giugno 1920 si tengono le elezioni per il Reichstag e per i repubblicani si tratta di un
disastro. Il partito tedesco-nazionale e il tedesco-popolare di Stresemann emergono con
forza, guadagnando milioni di voti e dozzine di seggi; il partito democratico scende a
quasi un terzo della sua forza elettorale, il partito socialdemocratico raccoglie soltanto
cinque milioni e mezzo di voti, mentre i socialisti indipendenti mostrano di aver
acquistato una nuova grande forza. La coalizione di Weimar con undici milioni di voti e
225 deputati perde il controllo del Reichstag; gli altri partiti, infatti, nel complesso
raccolgono 14 milioni e mezzo di voti e i 251 seggi.
Intanto gli assassini politici sono all'ordine del giorno. Nell'agosto del '21 viene ucciso il
ministro delle finanze Matthias Erzberger, che aveva firmato l'armistizio di Versailles; nel
giugno del '22 viene assassinato Walther Rathenau, ministro degli esteri, proprietario
dell'industria Aeg, uomo di profonda cultura, che stava lavorando per l'applicazione di
quegli accordi. Nel '23 Hitler e i suoi tentano un putsch a Monaco. Tra il 1919 e il 1922
vengono commessi 376 omicidi politici, quasi tutti da parte dell'estrema destra. Intanto la
situazione economica è grave.
L''economia tedesca, disastrata dalla guerra, fa fatica a riprendersi nel clima di totale
insicurezza politica e sotto le pesanti condizioni che il trattato di Versailles ha imposto
alla Germania. Molti tedeschi si sentono umiliati da questa situazione. Nel gennaio del
'23 la Francia e il Belgio occupano il bacino della Ruhr. Per la propaganda di destra è la
cosa migliore che poteva capitare, e i partiti di destra, quello di Hitler in modo
particolare, lo sfruttano per molti anni come uno dei più efficaci argomenti di
propaganda, contro tutti quelli che vogliono invece stabilire buoni rapporti con gli exnemici.
I prezzi galoppano. Già dalla guerra si sentivano gli effetti di una inflazione abbastanza
consistente e preoccupante. Per pagare gli enormi costi della guerra, il governo tedesco
comincia a fare ciò che fanno tutti i governi, quando non sanno più come affrontare una
montagna di spese incontrollabili: stampava più banconote, con le conseguenze
facilmente prevedibili. Questa inflazione, a partire dal 1922, comincia rapidamente ad
aggravarsi. Il denaro perde di valore a vista d'occhio. Prima si paga pane, latte e patate
con alcune migliaia di marchi, poi si passa ai milioni, per infine arrivare a miliardi e
addirittura a migliaia di miliardi di marchi.
L'inflazione del 1923
1 dollaro costava nel 1923
(in marchi):
1 kg di pane costava nel
1923
(in marchi):
gennaio
35.000
250
luglio
350.000
3.465
agosto
4,6 milioni
169.000
settembre
98 milioni
1,5 milioni
ottobre
25 miliardi
1,7 miliardi
novembre
2.190 miliardi
210 miliardi
dicembre
4.210 miliardi
399 miliardi
Gli operai vengono pagati ogni giorno, dal ufficio paga corrono subito verso il mercato
per spendere tutto e subito, perché un'ora più tardi i prezzi potevano essere già
raddoppiati e il giorno dopo le stesse banconote non valevano più nulla. 200 fabbriche di
carta stampano, giorno e notte, nuove banconote, francobolli e altri valori con sopra
delle cifre sempre più astronomiche.
Alla fine del 1923, la giovane Repubblica di Weimar ha appena 4 anni. In questi 4 anni
ha visto 2 tentativi di colpo di stato, centinaia di omicidi politici, un'inflazione senza
precedenti nella storia e un conseguente esaurimento dell'economia. Il paese è
profondamente lacerato e le forme di lotta politica a destra e a sinistra si stanno
deteriorando. Per molti le conquiste della democrazia non contano più nulla, anche
perché economicamente si sta peggio che prima della guerra.
Nel 1923, con la nomina a cancelliere di Gustav Stresemann, leader del Partito
Popolare, le cose cambiano profondamente. Stresemann prova, e con successo, a far
cessare gli scioperi e a riannodare il confronto con gli alleati vincitori, in particolare con
la Francia. Dopo la breve esperienza come cancelliere, Stresemann è nominato ministro
degli esteri e in questo ruolo, con la collaborazione del ministro degli esteri francese
Aristide Briand, è responsabile del Patto di Locarno con cui Germania, il Belgio, la
Francia, la Gran Bretagna e l'Italia s'impegnano a garantire le frontiere franco-tedesca e
germano-belga (1925), dell’ingresso della Germania nella Società delle Nazioni (1926) e
del trattato di non aggressione russo-germanico. Nel 1925 la conciliazione tra Francia e
Germania è sancita anche dal premio Nobel per la pace assegnato quell’anno ai due
ministri degli esteri artefici della distensione.
Nel frattempo gli Stati Uniti varano il Piano Dawes a sostegno dell'economia tedesca e
cessa l'occupazione della Ruhr. L'economia riprende fiato, finanzieri americani e inglesi
concedono prestiti, la stabilità della Germania pare un fatto acquisito.
Nei cinque anni successivi il Paese vive un fortissimo rilancio economico. Sono i
cosiddetti "anni d'oro" della Repubblica di Weimar. Insieme ad una sorprendente
capacità di ripresa economica, la Germania dimostra una straordinaria vivacità in
campo culturale. Cominciano a fiorire il cinema, il teatro, la letteratura, la pittura, la
musica, i cabaret.
Thomas Mann
Bauhaus
Berlino, che negli anni venti arriva a 4 milioni di abitanti (oggi ne ha solo 3,5), diventa
così la capitale europea della cultura, della creatività e del divertimento. Sono gli anni
dei film di Fritz Lang e di Murnau, del teatro di Brecht, della pittura di Klee e Kandinsky.
Sono gli anni in cui si affermano scrittori come Thomas Mann, Alfred Döblin, Herman
Hesse, Erich Maria Remarque, Elias Canetti, filosofi come Martin Heidegger, sociologi
come Max Weber. La cultura di Weimar diventa un mito nei salotti di Parigi o di Praga.
Nasce l'espressionismo, la "Nuova oggettività", artisti come George Groz mettono alla
berlina il potere, nasce la più originale scuola artistica del '900, la Bauhaus. Si insegna
architettura, scultura, pittura, fotografia, design. Il suo fondatore è Gropius, un architetto
che ha una visione socialdemocratica della società e mira a valorizzare il lavoro e la
manualità degli artigiani. La scuola viene fondata nel '19 a Weimar e nel '25 si
trasferisce a Dessau. Tra i suoi insegnanti, Klee, Kandinskij, van der Rohe. Si diffonde
un clima allegro e spensierato, la gente vuole dimenticare la politica e la guerra, vuole
guardare verso il futuro, vuole star bene. La Germania comincia a respirare, sembra
finalmente la svolta.
Nel '25, con la morte del presidente Friedrich Ebert, viene eletto come suo successore il
vecchio maresciallo Paul von Hindenburg.
Hindenburg
Questi, gloria dell'esercito tedesco nel secondo Reich, è sostenuto solo dai monarchici e
della borghesia, ma appare un personaggio credibile anche se conservatore, forse
anche per l'età, 78 anni. Socialdemocratici e comunisti si presentano invece con due
candidati diversi e vengono sconfitti, anche se la somma dei voti dei due è maggiore dei
voti al maresciallo. Nel 1929, dopo 5 anni finalmente felici per i tedeschi, anche a livello
internazionale la Germania ha conquistato nuove simpatie. Ma con il famoso "Venerdì
nero" a New York crolla la borsa e inizia una lunga e profonda crisi economica mondiale.
La Germania, il cui boom è basato in gran parte sulla collaborazione e su soldi
americani, è colpita più di ogni altra nazione. Oltre al proletariato, anche impiegati,
negozianti, artigiani, piccoli commercianti, insomma tutta la piccola borghesia tedesca è
schiacciata dalle difficoltà economiche. E' il fallimento per banche ed aziende, ma
soprattutto la rovina per la classe media, che inizia a guardare al partito nazista come ad
un salvatore. I governi si succedono, incapaci di dare una rotta al paese. In pochi anni,
dal 1929 al 1932, il Paese precipita in una crisi che sembra inarrestabile e che vede alla
fine l'arrivo di Hitler al potere.
L'andamento dell'economia (1928 - 1932)
Prodotto
interno lordo
Produzione
industriale
Disoccupati
1928
100
100
1,3 milioni
1930
91
87
3 milioni
1931
80
70
4,5 milioni
1932
76
58
6,1 milioni
Contemporaneamente a questa crisi drammatica, si risvegliano anche al livello politico
tutti i fantasmi che avevano già dominato i primi anni infelici della Repubblica. Nel
parlamento ci sono 13 partiti anche piccolissimi che si aggrappano al potere e che non
capiscono che le accanite lotte tra di loro favoriscono solo uno: Hitler.
La Repubblica di Weimar ha visto 20 governi in 14 anni, 5 elezioni politiche negli ultimi 6
anni, un mare sempre crescente di disoccupati, una violenza politica sulle strade
soprattutto tra comunisti e nazisti con morti e feriti quasi ogni fine settimana. Tutto
questo fa svanire definitivamente ogni fiducia nella democrazia che entra in un'agonia
irreversibile. E le elezioni del '30 sono il primo grande successo per Hitler e il suo partito.
La repubblica comincia a sgretolarsi, fino al 30 gennaio '33, quando Hitler diventa
cancelliere.
La dittatura nazista
Il paradosso del nazional-socialismo, di un’ideologia che
fece della violenza e della brutalità, gli strumenti stessi
per realizzare i propositi di una grande Germania
dominatrice, è dato dal fatto che Hitler, a differenza del
fascismo, conquistò il potere in maniera legittima, senza
ricorrere ad un colpo di mano, come quello tentato,
viceversa, nel 1923, con il putsch della birreria; ma la
nomina a cancelliere del futuro fuhrer del reich, fu l’ultimo
atto di legittimità e democrazia di una repubblica ormai
agonizzante e che nel giro di poco tempo si sarebbe
tramutata in dittatura, feroce ed incontrastata, degli
uomini con la svastica.
Il 28 febbraio del 1933, approfittando dell’incendio del
reichstag, attribuito ai comunisti, vennero emanate le
prime leggi volte ad eliminare le libertà civili ed ogni
forma di opposizione politica, mentre, dopo lo
scioglimento del parlamento e le contestuali nuove
elezioni, che attribuirono ai nazisti la maggioranza, anche
grazie al terrore scatenato dalle milizie paramilitari del
partito, il 23 marzo Hitler si faceva attribuire i pieni poteri,
in parallelo a quanto aveva fatto Mussolini nel 1926; solo
due giorni prima era stato istituito il tribunale politico
speciale, il Volksgerichtshof.
Il 26 aprile 1933 nacque la temibile GESTAPO, la polizia segreta, la quale, insieme alle
SA, diede il via, in tutto il paese, a terrificanti azioni di repressione; il 14 luglio, il partito
nazional-socialista divenne l’unico consentito mentre tutti i movimenti della defunta
repubblica di Weimar vennero eliminati.
La dittatura fu consolidata il 2 agosto 1934, quando, alla morte di Hindenburg, Hitler si
addossò la duplice carica di presidente e primo ministro; meno di due mesi prima, il 30
giugno, nella cosiddetta "notte dei lunghi coltelli", su ordine del fuhrer, le SS di Himmler
avevano massacrato, in un drammatico regolamento di conti, Rohm ed i vertici delle SA,
sospettati di cospirazione ai danni del potere centrale.
Da quel momento le squadre d’assalto, i camerati della prima ora, coloro che avevano
condiviso l’ascesa al potere del nazismo, uscirono di scena insieme alle loro famigerate
camicie brune, per far posto all’ordine nero delle SS dello stesso Himmler, che
avrebbero dato vita, negli anni successivi, ai più terrificanti e macabri massacri che la
storia ricordi, divenendo, tragicamente, il cinico e zelante braccio armato di una folle
ideologia.
Hitler e Hindemburg
Nel contempo i vertici nazisti cominciarono, con regolare perseveranza, ad attuare la
loro politica antisemita, cominciata con l’azione di boicottaggio contro le attività ebraiche
e con il rogo dei libri di scrittori ebrei, al fine di purificare la cultura tedesca; il 15
settembre 1935 vennero emanate le leggi di Norimberga, che tolsero agli ebrei ogni
diritto politico, proibendo anche i matrimoni misti, al fine di tutelare la purezza della
popolazione di razza ariana; la stessa propaganda diretta dall’abile ed intelligentissimo
dottor Joseph Goebbels, martellava continuamente le menti dei cittadini, con discorsi,
articoli, volti a screditare, ferocemente, il "traditore giudeo" nemico della patria e del
popolo tedesco.
La vera e propria azione di persecuzione cominciò però il 9 novembre 1938, quando,
nella "notte dei cristalli", al fine di vendicare l’uccisione, avvenuta a Parigi, di un
diplomatico tedesco, ucciso da un dissidente ebreo, furono distrutti negozi, case,
sinagoghe, profanati cimiteri, sterminate intere famiglie.
Nonostante il nazismo avesse cominciato a gettare la maschera, il consenso di Hitler e
del suo movimento, negli anni pre-bellici, raggiunse livelli trionfali.
Il fuhrer aveva infatti trasformato un paese alla fame, distrutto, umiliato, in una nazione
che stava ritrovando l’antica potenza ed i fasti perduti; la miseria degli anni venti, la
disoccupazione, il collasso economico, erano ormai soltanto un ricordo; Hitler
infiammava le folle con discorsi esaltanti la grandezza della Germania, di una nazione
destinata a vendicare le umiliazioni subite e a riconquistare un posto di prim’ordine in
Europa e nel mondo.
Il nazionalismo cancellò l’inflazione, fece ritrovare ai tedeschi il benessere perduto:
anche grazie al potenziamento dell’industria bellica, tutti lavoravano, ogni famiglia
poteva vivere serenamente, le città erano più floride ed eleganti che mai, degne cornici
per i rappresentanti della razza perfetta. Ai congressi del partito di Norimberga, alle
olimpiadi di Berlino del 1936, Hitler, di fronte a folle oceaniche e deliranti, in un clima di
esaltazione collettiva, appariva come il condottiero invincibile di una nazione ritrovata,
più possente che mai, che cominciava a preoccupare il mondo intero per le sue smanie
di grandezza e per la sua esuberanza.
Erano gli anni del nazismo farneticante, che trovava la sua magnificazione nel mito della
purezza ariana, in filmati come "il Trionfo Della Volontà" ed in Olimpia", della grande
regista Leni Riefensthal e nella megalomania delle geometrie dell’architetto del reich
Albert Speer.
Preludio alla guerra
In barba agli accordi di Versailles,
che privavano la Germania,
dell’aviazione, della flotta,
dell’artiglieria e che riducevano
l’esercito a soli 100.000 effettivi, i
vertici nazisti diedero il via ad un
possente piano di riarmo, che
contribuì alla creazione di un esercito
spaventosamente potente, forte di
armamenti di prim’ordine e di
un’aviazione, la Lutwaffe,
all’avanguardia.
L’intenzione del fuhrer era quella di
imporre la superiorità razziale ariana
tramite un’azione militare destinata a
soggiogare le altre nazioni e gli altri
popoli.
Per far questo fu varato un piano economico quadriennale, volto a fare, della
Wehrmacht, un esercito moderno ed evoluto, pronto e predisposto alla guerra prima che
le altre nazioni potessero essere in grado di arginare gli ambizioni piani egemonici del III
reich; la responsabilità del riarmo fu affidata ad Hermann Goring, che fu in grado di
contare su risorse economiche sterminate e su una forza lavoro senza precedenti.
A poco a poco, Hitler cominciò a mettere in pratica i suoi propositi espansionistici, a
partire dal 7 marzo 1936, quando la Renania venne rioccupata militarmente, senza
reazione da parte delle potenze occidentali e con la solidarietà di Mussolini, che si era
legato alla Germania nazista dopo la campagna d’Etiopia, quando il governo tedesco
appoggiò l’Italia regia, contro il boicottaggio economico stabilito, nei suoi confronti, dalla
Società delle Nazioni, per l’ invasione dello stato sovrano dell’Abissinia. L’avvicinamento
tra i due regimi sfociò in un vero e proprio trattato di alleanza tra Italia fascista e
Germania nazista, in quello che fu denominato "asse Roma-Berlino" e che ebbe modo di
operare immediatamente nella guerra civile spagnola, in appoggio alle forze nazionaliste
di Francisco Franco; l’evento fornì ad Hitler l’occasione di collaudare le sue forze
armate, in funzione di una guerra sempre più imminente; gli Stuka tedeschi divennero
dunque, tragicamente, i protagonisti ed i signori assoluti dei cieli spagnoli, seminando il
panico con devastanti bombardamenti, preceduti dall’ agghiacciante suono della sirena
che tali aerei azionavano durante la loro picchiata, proprio al fine di terrorizzare gli
inermi civili.
Hitler e Franco
L’esuberante politica estera di Hitler proseguì con l’ "anschluss", l’ annessione, il 13
marzo 1938, tra il tripudio della gente, dell’Austria, ma ciò non fu sufficiente per placare i
propositi espansionistici del III reich: con la scusa del problema della tutela delle
minoranze tedesche, venne infatti reclamata la regione dei Sudeti, che si trovava sotto
la sovranità Cecoslovacca; ne seguì una violenta attività propagandista, che portò il
mondo sull'orlo di una guerra evitata solo grazie alla mediazione di Mussolini, promotore
e sostenitore di un accordo, quello di Monaco del 29-30 settembre 1938, nel quale, pur
di evitare di ripiombare nell’incubo, si decise di accontentare di nuovo Hitler, che ottenne
i Sudeti, impegnandosi a non avanzare altra pretesa; ma la parola del fuhrer restò carta
straccia e ben presto, le truppe tedesche invasero ed annientarono, con la creazione del
protettorato di Boemia e Moravia, una Cecoslovacchia privata, con la perdita dei Sudeti,
delle proprie fortificazioni di confine e delle proprie difese naturali.
I fragili equilibri e la speranza di mantenere la pace furono però, definitivamente
vanificati dall’ulteriore progetto di Hitler, quello di impossessarsi del cosiddetto "corridoio
di Danzica" che separava la Prussia orientale dal resto della nazione e che era stato
concesso alla Polonia, nel 1919, con il trattato di Versailles, per consentirle di avere uno
sbocco sul mare.
Il 23 agosto 1939 il mondo fu scosso dalla notizia dalla stipula, tra Germania e Unione
Sovietica, del patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop, chiaro preludio
dell’imminente invasione della Polonia e della sua futura spartizione tra le due grandi
potenze; il 1 settembre 1939, la Wehrmacht oltrepassò il confine orientale scatenando il
dramma del secondo conflitto mondiale, che avrebbe dovuto portare, nei propositi del
fuhrer, al trionfo del III reich ed alla nascita di una grande Germania, volta ad esaltare la
superiorità della razza eletta, secondo i dettami codificati, già 16 anni prima, nelle
pagine del "Mein Kampf".
Hitler "sposa" Stalin
STRUTTURA MILITARE
ALTO COMANDO DELLA
WEHRMACHT
ADOLF HITLER
(Fuhrer e Cancelliere del Reich)
Alto Comando della Wehrmacht
Capo: Feldmarisciallo Keitel
Capo si stato maggiore:
Colonnello Generale Alfred Jodl
Alto Comando dell’Esercito
Feldm. von Brauchtsh
Hitler (dal 19/12/41)
Aiutanti in campo
Gen. Schumundt
Gen. Burgdof (dal 12/10/44)
Alto Comando della Luftwaffe
Maresciallo del Reich Goring
Gen fldm. von Grem
Alto Comando della Marina
Gr. Amm. Raeder
Gr. Amm. Donitz (dal
30/1/43)
Contro-Amm von Friedeburg
ECONOMIA 3° REICH
Il successo di Hitler si basò, nei primi ani, non solo sui suoi trionfi in politica estera
che permisero tante conquiste senza spargimento di sangue, ma pure sulla ripresa
economica della Germania, che, nei circoli del partito e anche in alcuni ambienti
economici stranieri, fu accolta come un miracolo. E invero avrebbe potuto sembrare
tale a molti. La disoccupazione, calamità che funestò il decennio 1920 – 30 e i primi
anni di quello successivo, fu ridotta da 6 milioni nel 1932 a meno di un milione quattro
anni più tardi. La produzione nazionale crebbe del 102% del 1932 al 1937, mentre il
reddito nazionale fu raddoppiato. A uno spettatore la Germania degli anni interno al
1935 sembrava un grande alveare: le ruote dell’industria ronzavano e ognuno
affaccendato come un’ape. Nel primo anno la politica economica nazista, diretta in
gran parte dal dott. Schacht (Hitler, da parte sua, detestava interessarsi di economia,
scienza che ignorava totalmente), mirò soprattutto a ridare un lavoro ai disoccupati,
promovendo lavori pubblici di vasta portata e dando nuovo impulso all’iniziativa
privata. Il credito governativo fu fornito con la emissione di speciali buoni di
disoccupazione, e furono concesse generose agevolazioni fiscali alle imprese che
aumentavano il loro capitale e incrementavano la mano d’opera. Ma la vera base su
cui fondò la ripresa tedesco fu il riarmo verso il qual il regime nazista orientò lo sforzo
delle imprese e dei lavori (come pure dei generali) dal 1934 in poi.
L’intera economia tedesca finì con l’essere definita, nel linguaggio nazista,
Wehrwirtschaft o economia di guerra, e fu deliberatamente predisposta non solo per i
tempi di guerra, ma anche per la pace che a quella conduceva […]All’inizio […] gli
uomini d’affari sperarono che il regime nazista portasse alla realizzazione di tutti i loro
desideri. Certamente, l’inalterabile programma del partito, con le sue promesse di
nazionalizzazione dei consorzi, di ripartizione degli utili nel commercio all’ingrosso, di <<
municipalizzazione dei grandi magazzini e locazione degli stessi a piccoli commercianti,
a basso prezzo >> (come diceva l’articolo 16), di riforma fondiaria e di abolizione degli
interessi sulle ipoteche, era stato male accolto. Ma gli industriali e i finanziari
compresero ben presto che Hitler non aveva la minima intenzione di tenere fede ad uno
solo degli articoli economici del programma del partito: le promesse radicali erano state
inserite solo per attirare più voti […] i piccoli commercianti, che erano stati uno dei più
validi sostegni del partito e che si aspettavano grandi cose dal cancelliere Hitler, si
trovarono ben presto, e in gran numero, ad essere rovinati o retrocessi al rango di
salariati. Le leggi dell’ottobre 1937 scioglievano tutte le società con capitale inferiore a
40.000 dollari, e proibivano che se ne costituissero delle nuove se il capitale non
superava i 200.000 dollari. In breve tempo, ciò segnò la fine di 1/5 di tutte le piccole
aziende commerciali.
D’altro canto i grandi trust, che già erano stati favoriti dalla repubblica, furono ancora
resi più potenti dai nazisti. Con la legge del 25 luglio 1933, infatti, essi divennero
obbligatori. Al Ministero dell’Economia fu conferito il potere di istituire nuovi cartelli
obbligatori e di costringere le aziende ad unirsi a quelle esistenti. Il sistema di tenere in
vita un’infinità di associazioni commerciali, istituito durante la Repubblica, fu mantenuta
dai nazisti, per quanto la legge fondamentale del 27 febbraio 1934 avesse riorganizzato
queste associazioni in base al nuovo << principi autoritario >> e sotto il divenire membri.
All’apice di una struttura incredibilmente complessa stava la Camera dell’Economia del
Reich, il cui capo veniva nominato dallo Stato, che controllava 7 gruppi economici
nazionali, 23 camere economiche, 100 camere d’industria e commercio e 70
corporazioni dei mestieri. In mezzo a questo labirinto di super organizzazione e alla
moltitudine di uffici, centrali e distaccati, del Ministero dell’Economia, incalzato al piano
quadriennale e dalla marea di decreti e leggi speciali, perfino l’uomo d’affari più astuto
spesso si perdeva, ed era necessario l’impiego di legali specializzati per rendere
possibile il funzionamento di un’azienda […] nonostante questa vita tribolata l’uomo
d’affari prosperava. Le industrie pesanti, principali beneficiarie del riarmo, videro i loro
utili aumentare del 2% nel 1926, anno del rialzo, al 6,5% nel 1938, l’ultimo anno di pace
[…] oltre che da questi piacevoli utili, l’uomo d’affari era rallegrato dal modo in cui i
lavoratori erano messi al loro posto sotto il regime di Hitler.
Non si avevano più ragionevoli richieste di salari. Al contrario, i salari furono
leggermente ridotti, nonostante un aumento del 25% nel costo della vita. E, soprattutto,
non vi erano più scioperi dispendiosi. Anzi, non vi erano affatto scioperi: tali
manifestazioni d’indisciplina erano “verboten” (proibite) nel Terzo Reich. W. SHIRER,
Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1962
7000000
6000000
5000000
4000000
3000000
2000000
1000000
0
1932
1936
ADOLF HITLER
Führer - Reichskanzler
(“guida e cancelliere del Reich”)
HANS LAMMERS
Assistente del Reich
ORGANIGRAMMA
DEL
TERZO REICH
FRANZ von PAPEN
Vice – Cancelliere (1933)
Ministro dell'Aviazione
Hermann Wilhelm Göring (1933)
Ministro per gli Armamenti e produzione
bellica
albert peer (1942)
Ministro degli Interni
Heinrich Himmler (1943)
Ministro degli Affari Ecclesiastici
MERMAN MUHS
Ministro dell'Economia
WALTER FUNK
Ministro degli Affari Esteri
JOACHIM von RIBBENTROP (1938/45)
Ministro dell'Educazione
BERNARD RUST (1934)
Ministro della Giustizia
OTTO THIERACK (1942)
Ministro del Lavoro
FRANZ SELDTE (1934)
Ministro delle Finanze
LUTZ GRAF SCHWERIN von KROSIGK
Labor Services
KONSTANTIN HIERL
Ministro dell'Alimentazione e Agricoltura
HERBERT BACKE (1942/45)
Ministro delle Poste
KONSTANTIN HIERL
Ministro della propaganda
Paul Joseph Goebbels (1933)
WERNER von BLOMBERG (1938)
COORDINAMENTO DELLE FORZE DI POLIZIA
COMANDATE DELLE SS E DELLA POLIZIA TEDESCA
(der Deutschen Polizei di Chef del und di Reichsfuehrer ss)
HEINRICH HIMMLER
CAPO DELLA POLIZIA D’ORDINE – SD (Sicherheitspolizei)
(der Ordnungspolizei di Chef)
WUENNENBERG
CAPO DELLA POLIZIA DI SICUREZZA
(Sicherheitspolizei del der di Chef)
ERNST KALTENBRUNNER (1941)
UFFICIO GENERALE DI SICUREZZA DEL REICH
( Reichsicherheitshauptamt)
ERNST KALTENBRUNNER (1942)
RESPONSABILE DELL’UFFICIO DEL PERSONALE
ERWIN SCHULZ
RESPONSABILE ORGANIZZAZIONE E GESTIONE
DIPARTIMENTO DELLA GIUSTIZIA
HAENEL
RESPONSABILE DEL SERVIZIO DI SICUREZZA
OTTO OHLENDORF
CAPO DELLA POLIZIA SEGRETA DI STATO – (GESTAPO)
HEINRICH HIMMLER
CAPO DEL DIPARTIMENTO DI POLIZIA CRIMINALE (Kripo)
FRIEDRICH PANZINGER (1944)
CAPO DEI SERVIZI DI SICUREZZA NEI TERRITORI OCCUPATI
WALTER SCHELLENBERG
CAPO DEL DIPARTIMENTO DI RICERCA IDEOLOGICA
DITTLE
STALIN
La guerra civile e la durezza del “comunismo di guerra”, particolarmente
feroce con i contadini, portarono alla crisi del potere bolscevico, che reagì
reprimendo duramente le proteste di operai, militari e contadini che
reclamavano il ripristino della democrazia dei soviet. L’isolamento
internazionale dell’ Unione Sovietica, fortemente osteggiata dalle potenze
occidentali timorose del contagio rivoluzionario, costrinse il gruppo
dirigente bolscevico a riformulare il rapporto tra ottobre sovietico e
rivoluzione mondiale.
Nel 1921 Lenin decise di avviare una Nuova politica economica (Nep),
che rivitalizzasse l’economia sovietica con un’iniezione di mercato e di
profitto. I risultati della Nep furono parzialmente positivi, ma non da
superare la secolare arretratezza russa. Il problema di come modernizzare
rapidamente il paese divise il gruppo dirigente bolscevico, orfano di Lenin
morto nel 1924, tra i fautori di una moderata transizione al socialismo
attraverso il rafforzamento dell’agricoltura (Bucharin) e i critici della Nep
(Trockij), preoccupati che essa indebolisse la prospettiva socialista e
favorisse l’emersione di ceti medi benestanti.
Alle incerte prospettive economiche si legò il problema della nuova
leadership. La lotta per il potere oppose Trockij, sostenitore della
rivoluzione permanente, a Stalin, partigiano del socialismo in un solo
paese. Risolta a favore di Stalin la vicenda (Trockij, esiliato, fu assassinato
da un sicario staliniano nel 1940), l?Unione Sovietica imboccò la via
dell’industrializzazione forzata. La pianificazione dell’economia (piani
quinquennali), la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e il regime di
terrore dentro e fuori il partito consentirono all’Unione Sovietica di
trasformarsi tra il 1928 e il 1937 nella terza potenza industriale del mondo.
L’incredibile sviluppo economico ebbe dei costi umani e sociali
elevatissimi: all’esplosione del prodotto nazionale lordo non corrispose un
aumento dei consumi delle famiglie, giacchè la produzione riguardava
soprattutto l’industria pesante e militare; la burocratizzazione del potere e
la compenetrazione tra stato e partito trasformò la dialettica interna ai
bolscevichi in una vera e propria lotta per la sopravvivenza, combattuta a
colpi di processi, esecuzioni sommarie e internamento nei gulag.
L’asservimento della scienza e della cultura e il culto della personalità di
Stalin divennero in questi anni impressionanti.