Etica dello sviluppo
a.a. 2011/2012
Ecologia dello sviluppo
per uno sviluppo
sostenibile*
*Breve delucidazione del titolo
Con le slides che seguono si intende “aprire” l’idea
dominante di sviluppo, di matrice prevalentemente
economica, ad una dimensione ecologica1 ovvero ad
una contestualizzazione ambientale che consenta di
armonizzarla sia con la concezione “scientifica”,
biologico-naturalistica dello sviluppo che con quella
“filosofica”, etico-antropologica.
Ecologia
1
L'ecologia (dal greco: οίκος, oikos, "casa" o anche
"ambiente"; e λόγος, logos, "discorso" o “studio”) è la
disciplina che studia l'ecosfera, ossia la porzione della
Terra in cui è presente la vita in aggregati sistemici
detti "ecosistemi", le cui caratteristiche sono
determinate dall'interazione degli organismi tra loro e
con l’ambiente circostante o ancora porzioni
dell'ecosfera stessa.
Urie Bronfenbrenner ha elaborato una teoria ecologica
dello sviluppo umano nel volume: Ecologia dello
sviluppo umano, tr. it. per il Mulino“, Bologna 2002
1
INDICE
. MODULO I
Lo sviluppo tra filosofia ed economia
- Appendice I : Sviluppo ed economia
. MODULO II
L’allarme-sviluppo nella filosofia del XX sec. (F. Nietzsche, E.
Husserl, M. Weber)
. MODULO III
Ripresa del fattore antropologico dello sviluppo (M. Scheler, R.
Spaemann, M. Tomasello)
. MODULO IV
Verso un’ecologia dello sviluppo (A.-T. Tymieniecka)
MODULO I
Lo sviluppo
tra filosofia ed economia
Ristrettezza storico-disciplinare
della nozione di sviluppo corrente
Come la parola “sviluppo”
compare solo nelle lingue moderne
(développement, Entwicklung, development,desarrollo)
al pari delle parole “lavoro” e “formazione”,
relative ai principali fattori di sviluppo,
così il tema dello “sviluppo” è oggi considerato
di appannaggio prevalente dell’economia,
che non di rado tenta anche di requisirlo
nel proprio ambito disciplinare.
Origine moderna
dell’idea di sviluppo
Va riconosciuto, d’altro canto, che l’idea di sviluppo, come oggi
noi la utilizziamo, affonda le sue radici proprio nella riflessione
economica, a partire dalla quale tale idea divenne sociopoliticamente rilevante, nel XVIII sec., quando si cominciò a
pensare all’arricchimento delle nazioni in termini di dinamiche
lavorative e di scambio, attuabili in vista di una «crescita»
(growth), di un «perfezionamento» (improvement), di un
«progresso» (progress).
Ovvero: quando si cominciò a pensare che sullo sviluppo
“naturale”, l’azione dell’uomo poteva produrre incremento e
potenziamento “artificiali” (=dovuti all’arte)
Archeologia dell’idea di sviluppo
(1)
Dal campo dell’economia, rientrava così nella cultura
dell’Occidente, ancora tutta improntata al meccanicismo* della fisica
dei grandi corpi celesti, appena costituitasi come sapere-guida (cfr.:
H. Jonas), l’idea antica che nella natura si attuano mutamenti
qualitativi e processuali di tipo organico, in cui cioè una certa
identità iniziale di forma o di struttura formale mantiene legati, in
una trasformazione, il punto di partenza con quello di arrivo,
come è esemplificato dalla sequenza naturale attraverso la quale dal
seme si passa al fiore e poi al frutto (cfr.: G. F. W. Hegel).
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Archelogia dell’idea di sviluppo
(2)
Tale idea di sviluppo era già stata aristotelica, come sottolinea W.
Windelband, che intitola: «Sistema dello sviluppo», il capitolo della
sua Storia della filosofia dedicato ad Aristotele.
In Metaph., IX, 8, Aristotele aveva dato una rappresentazione
finalistico-genetica del movimento naturale, sintetizzabile nella
dottrina della superiorità dell’atto sulla potenza.
Tale dottrina comportava che ogni movimento di genesi naturale
andasse inteso come di “attuazione” e trovasse perciò il suo termine
finale inoltrepassabile, già per natura iscritto nel suo stato iniziale,
del quale dettava i limiti dello sviluppo attuativo.
Archeologia dell’idea di sviluppo
(3)
E’ nel XVIII sec. che, complici la crisi della metafisica e il
diffondersi della sensibilità naturalistico-evoluzionistica, si assiste a
una curiosa integrazione della rappresentazione antica dello
sviluppo come genesi, che a quest’ultima fissava come
fine/termine la corrispondente forma d’atto predeterminata nel suo
stato germinale originario.
Ora, infatti, sullo sviluppo naturale, metafisicamente codificato da
Aristotele in chiave di “determinismo” finalistico-genetico, si
applica, a potenziarlo illimitatamente e ad orientarlo in senso
antropologicamente positivo, l’attività “morale” dell’uomo.
L’economia politica al posto
della metafisica
Già in J. Bodin e negli economisti del mercantilismo* si può trovare
all’opera la convinzione giusnaturalista,* che solo nel XVIII sec.
verrà esplicitamente estesa all’economia dai Fisiocratici,* raccolti
intorno al Quesnay,* secondo la quale nei fenomeni economici viene
in luce un “ordine naturale” non deterministico, ma anzi affidato nel
suo compimento all’umana iniziativa: esso può infatti essere
conosciuto e perseguito con efficacia, istituendo appropriate regole
per il comportamento delle società umane e instaurandovi un
adeguato ordre positif.**
**P. P. Mercier De La Riviere, L’ordre naturel et essentiel des sociétés politiques,
P. Genthner, Paris 1910, p. 355.
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L’economia politica al posto
della metafisica (2)
Si può perciò elaborare, secondo Dupont De Nemours* una
“scienza dell’ordine naturale” come quella illustrata dal Tableau
Economique di Quesnay (1758) o recepita dalle Refléxions sur la
formation et la distribution des richesses di Turgot (1776) .*
Se è vero, infatti, che gli uomini non possono penetrare nei
disegni dell’Essere Supremo né comprendere per quali fini Egli
ha istituito le regole immutabili che presiedono alla formazione e
conservazione della sua opera (cfr. crisi volontaristica della verità
metafisica del XIV sec.), è nondimeno verificabile che:
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L’economia politica al posto della metafisica (3)
“se esaminiamo queste regole con attenzione si nota almeno che le
cause fisiche degli svantaggi fisici sono esse stesse le cause dei
vantaggi fisici, che la pioggia che disturba il viaggiatore, rende
fertile le terre; e se si procede ad un calcolo, liberi da ogni
prevenzione, si vedrà che queste cause producono infinitamente
più bene che male, e che esse sono istituite per il bene; che il male
che esse causano incidentalmente risulta necessariamente
dall’essenza stessa delle proprietà mediante le quali operano il
bene […] Il bene fisico e il male fisico, il bene morale e il male
morale hanno dunque evidentemente la loro origine nelle leggi
naturali […] L’uomo dotato di intelligenza ha la prerogativa di
poterle contemplare e conoscere per trarne il più grande vantaggio
possibile, senza essere refrattario a queste leggi e a queste regole
sovrane”.
(F. Quesnay, Le droit naturel, in: François Quesnais et la physiocratie,
INED, Paris 1958, p. 729 e ss.).
L’economia politica al posto della
metafisica (4)
Dunque, pur rimanendo nell’ignoranza dei fini ultimi verso i
quali la divina sapienza orienta il corso cosmico e storico, gli
uomini possono elaborare ed esprimere una logica di ottimalità
da imprimere alla vita, una volta che i comportamenti rivolti a
procurarsi i beni per la sussistenza si sviluppano in conformità alle
leggi naturali e morali volute da Dio e a partire da esse.
E’ chiaro che la concezione naturalistico-finalistica dello sviluppo,
in chiave metafisica, è considerata ormai vetusta e obsoleta, oltre
che superata in quanto inadeguata a rispondere alle nuove esigenze
socio-politiche di arricchimento delle nazioni, appena emerse.
L’economia politica al posto della
metafisica (5)
Tuttavia, si ritiene inutile e superfluo applicarsi a re-impostare il
quadro metafisico o di senso, a fronte dei successi pratici di sviluppo
che si conseguono, semplicemente promuovendo la cultura e l’azione
economica.
Nella vita – sembrano ragionare gli uomini del XVIII sec. bisogna operare come nel caso di un terreno incolto: esso è di per sé
privo di valore, ed è quindi inutile ogni indagine “metafisica” a suo
riguardo; opportunamente trattato consente però al proprietario
terriero di guadagnare un utile netto, formarsi un capitale e produrre
investimenti finanziari, trainanti per l’intera comunità produttiva, che
non a caso per i Fisiocratici si regge sulla classe dei proprietari
terrieri.
L’economia politica al posto della
metafisica (6)
E’ su tale logica pratica di coltivazione/lavoro per lo
sviluppo del valore, che deve perciò costituirsi la nuova e vera
scienza umana, l’economia politica, che ambisce a rimpiazzare
la metafisica tradizionale.
Essa, infatti, utilizzando le “leggi del valore”* o costanti
esibite dall’agire economico e lavorativo, in modo autonomo
rispetto ad ogni sapere metafisico, consente di avviare
l’instaurazione di un ordine sociale da cui gli individui possano
ragionevolmente attendersi di conseguire il massimo grado di
benessere, compatibile con le risorse sempre limitate di cui
dispongono.
* Cfr.: W Letwin, The origins of scientific economics. English
economic thought 1660-1776, Methuen, London 1963, pp. 171181.
L’economia politica al posto della
metafisica (7)
Ciò che venne del tutto sottostimato in tale apertura di
entusiasmanti scenari di trasformazione, dai quali gli uomini
concreti potevano ragionevolmente attendersi effettivi e
generalizzati miglioramenti della vita, è il fatto che, alla loro
origine, c’era comunque un nuovo modo di essere che si faceva
strada nell’essere, guadagnando un primo piano che fino ad allora
non aveva mai avuto.
La nuova scienza economico-politica e la conseguente
promozione dello sviluppo in termini di delineazione delle vie di
incremento della ricchezza delle nazioni, che essa comportava,
presupponeva, infatti, l’avvenimento di una vera e propria
innovazione metafisica.
L’economia politica al posto della
metafisica (8)
Degli effetti positivi del nuovo corso spirituale si ebbe ampia
consapevolezza nel XVIII sec. e di essi si volle godere
pienamente.
Sul principio che vi avrebbe sovrainteso, invece, si preferì
non indagare, forse per evitare di sottrarre energie alla pratica
stessa dello sviluppo, così brillantemente avviatasi, una volta
abbandonata la priorità metafisica.
Solo molto più tardi, nel XX sec., e per causa di forza
maggiore, con l’affermarsi del pensiero della crisi e poi di quello
post-metafisico, anche la novità metafisica all’origine
dell’economicismo moderno comincerà ad essere posta a tema.
L’economia politica al posto della
metafisica (9)
Proprio un atteggiamento tutto teso alla pratica dello sviluppo
e ultimamente incurante di ciò che tale pratica ha “improvvisamente”
reso agibile, sembra segnalare il ricorso da parte di Adam Smith alla
metafora della “mano invisibile”.
In tale metafora si esprime una sorta di “newtonianesimo*
morale”** che, semplicemente dichiarando conforme alla natura,
ovvero razionale e morale, l’esigenza di conseguire l’utilità
economica, conferiva legittimità alle imprese e alle riflessioni più
ardite volte a moltiplicare e diffondere la ricchezza.
** U. Meoli, Lineamenti di storia delle idee economiche, UTET, Torino 1991, p.
162.
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L’economia politica al posto
della metafisica (10)
Si prospetta così, in Adam Smith, una situazione paradossale:
da un lato, egli attribuisce la formazione e l’incremento della
ricchezza delle nazioni al fattore umano, in particolare al lavoro
e all’avvento della sua configurazione industriale di divisione,
più produttiva ma anche più disumanizzante;
dall’altro, egli confida per il successo ultimo dello sviluppo, così
indotto, nell’opera armonizzatrice di una “mano invisibile” e
ignota, che fa provvidenzialmente volgere a vantaggio di tutti
quanto è mera espressione dell’interesse individuale.
L’economia politica al posto
della metafisica (11)
Fin dall’origine smithiana emerge, dunque, nella concezione
moderna dello sviluppo, una frizione irrisolta tra il fattore
umano, industrioso e creativo ma ultimamente inadeguato a
padroneggiare l’essere, e un fattore extra-umano, seppure
antropomorfizzato, stabile e incombente, da cui guardarsi ma su
cui, nello stesso tempo, appoggiarsi.
Thomas Robert Malthus (1766-1834)*
Tale frizione tra fattore umano (soggettivo) e fattore naturale
(oggettivo) è segnalata anche da T. R. Malthus nel suo saggio:
An Essay on the Principle of Population (1798)
CHAPTER XVI.
Probable error of Dr. Adam Smith in representing every increase of
the revenue or stock of a society as an increase in the funds for the
maintenance of labour-Instances where an increase of wealth can
have no tendency to better the condition of the labouring poorEngland has increased in riches without a proportional increase in
the funds for the maintenance of labour-[…]
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T. R. Malthus (1)
Thomas Robert Malthus vedeva il conseguimento della ricchezza
delle nazioni non come una marcia inarrestabile dal meno al più,
ma come una marcia di avvicinamento all’inevitabile catastrofe,
determinata dal principio di popolazione, in base al quale ogni
aumento del salario reale si traduceva in un aumento di
popolazione.
Ralph Waldo Emerson lo criticò così:
“Malthus, affermando che le bocche si moltiplicano
geometricamente e il cibo solo aritmeticamente, dimenticò che la
mente umana è anch’essa un fattore nell’economia politica e che i
crescenti bisogni della società sarebbero stati soddisfatti da un
crescente potere d’invenzione”
MODULO II
L’allarme-sviluppo
nella riflessione del XX sec.
Crisi della soggettività e crisi dello sviluppo
E’ Max Weber* tra i primi a notare le conseguenze per lo
sviluppo di quella frizione irrisolta, presente in A. Smith, tra il
fattore umano e il fattore extra-umano, che consegnava la
dimensione soggettiva alle sue oggettivazioni, fino a renderla
immemore della loro origine e dispersa in esse.
In ciò Weber era certo stato influenzato dalla profezia di F.
Nietzsche, che prevedeva, per il XX e il XXI secolo, l’avvento del
nichilismo, cioè di quella patologia antropologica che, attaccando
l’istanza di trascendenza dell’uomo, radice della soggettività, volge
al nulla ogni possibile sviluppo.
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Origine soggettiva del Capitalismo
Weber, riflettendo sul poderoso fenomeno del Capitalismo, ne
rinveniva l’origine soggettiva, risalente all’iniziativa di «un
giovane di una delle famiglie di imprenditori» tradizionali:
«ad un certo momento» si era ridestato in lui un nuovo spirito,
che «improvvisamente» aveva cominciato a disturbare la vita
tradizionale e «assai comoda» dei padri, «senza che fosse
intervenuto alcun mutamento fondamentale nella forma
dell’organizzazione – passaggio all’impianto industriale chiuso o
al telaio meccanico o simili».*
*M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, tr. it. di P. Burresi,
Sansoni, Firenze 1965, pp. 124-125.
Dinamiche oggettivanti del Capitalismo
Il nuovo spirito capitalistico comportò l’avvio, in Occidente, di
uno
sviluppo
incredibile,
supportato
da
dinamiche
di
“razionalizzazione” (EPSC, pp. 76-77) parcellizzante e calcolante dei
processi naturali, che non avevano uguali altrove.
Del resto, lo spirito del capitalismo proprio in Occidente si era
risvegliato e, cercando di realizzarsi, si era procurato i capitali come
mezzi della sua azione - e non viceversa – (EPSC, p. 126), perché qui
da tempo immemorabile si era avviato quel processo, preparatorio di
esso e divenuto ora invincibilmente ineluttabile, che Weber denomina
della “separazione delle sfere” (economica, politica, estetica, erotica,
intellettuale).*
* M. Weber, Considerazione intermedia, tr. it. di A. Ferrara, Armando, Roma 1995,
pp. 41-104
Il disincanto del mondo
Ma, dopo secoli di impetuoso sviluppo socio-economicoculturale, dello slancio di quell’iniziativa individuale, resta ormai
solo – osserva Weber nel 1920 - il “disincanto del mondo”
(Entzauberung der Welt).
Si tratta di una condizione, socialmente diffusa e condivisa, che
ci segnala la fine irrevocabile di quel passato, che era scaturito in
modo “magico” - quando la nostra creatività era ancora in grado di
avvertire l’incantesimo del mondo e farsene sollecitare - e perciò
non è riproducibile con i poveri strumenti della razionalità
calcolante, di cui ora disponiamo, dopo la devastazione
antropologica che ci siamo inferti, consegnandoci all’esecuzione di
dinamiche oggettive e oggettivanti, senza curarci del loro senso per
noi.
L’allarme sviluppo di Max Weber
Della ricca e viva razionalità con cui l’uomo animava, nel passato
remoto, il suo rapporto con il mondo, traendone insieme l’incremento
del proprio essere e l’ edificazione del mondo stesso, non resta nel
XX secolo altro che la capacità di calcolare «che cosa dobbiamo fare
se vogliamo padroneggiare la vita con la tecnica»*.
Per soddisfare le esigenze spirituali Weber consiglia, infatti, di
rifugiarsi nell’ambito dell’irrazionale e attingere da religioni e
filosofie il dio cui, senza ragione ma per un irrefrenabile quanto
inspiegabile necessità interiore, vogliamo assoggettarci per dare un
senso almeno alla nostra esistenza individuale, mentre continuiamo ad
attendere all’opera razionalizzatrice del nostro lavoro intellettuale e
materiale, che spoglia sempre più il mondo del suo mistero e produce
nelle persone scetticismo e disincanto.**
*M. Weber, La scienza come professione, tr. it. di L. Volontè, Rusconi, Milano 1997,
p. 103.
** Cfr.: Allegato V: D. Verducci, Etica e turismo per lo sviluppo. Note a: N. Tonini,
Etica e turismo. La sfida possibile, San Paolo Editrice, Cinisello Balsamo, 2010.
L’allarme sviluppo di E. Husserl
Nel 1935, anche la voce di Edmund Husserl si leva ad ammonire
che «mere scienze di fatti producono meri uomini di fatti».*
Nelle conferenze di Praga e di Vienna, infatti, egli affronta la
drammatica situazione antropologica, che ha fatto seguito
all’andamento dissennato dei saperi e delle pratiche da essi
derivanti, compresa l’economia politica, nell’Europa moderna, dove
con leggerezza si è lasciato che le scienze cedessero alla tentazione
autonomistica e all’illusione di poter procedere proficuamente, pur
avendo reciso i legami con la comune radice filosofica, che tutte le
aveva generate, coinvolgendole in un’unica ricerca di senso
umano.
* E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, tr. it.
di E. Filippini, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 33.
Il nichilismo in F. Nietzsche*
«Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli» e tale storia
tratta dell’«insorgere del nichilismo» (die Heraufkunft des
Nihilismus) (VdP, Prefazione, § 2, p. 3).
«Cento segni», continua Nietzsche, annunciano che essa è un
destino che va di necessità al suo compimento e se ora, nel 1887, il
nichilismo è solo incipiente, ospite tra i più inquietanti ma ancora
«davanti alla porta» (VdP, P. d. o., § 1, p. 7), in seguito esso sarà
dispiegato e condurrà alla nientificazione dell’umano nella
conoscenza e nell’azione, perché comporterà la completa svalutazione
dei valori supremi, la totale mancanza di scopi, la assenza di risposte
alla domanda: «a che fine?» (wozu) (VdP, I, § 2, p. 9), la mancanza di
senso e il senso dell’invano (VdP, I, §11, p. 11).**
** F. Nietzsche, La volontà di potenza, tr. it. di A. Treves e P. Kobau, Bompiani,
Milano 2000.
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L’allarme sviluppo in F. Nietzsche
«Tutta la nostra cultura europea – osserva Nietzsche - si muove
già da gran tempo con un tormento e una tensione che cresce di
decennio in decennio, come se tendesse a una catastrofe: inquieta,
violenta, impetuosa: come una corrente (Strom) che vuol giungere
alla fine (ans Ende), che non riflette più (besinnt), che ha paura di
riflettere (besinnen)» (VdP, Prefazione, § 2, p. 3).
Quanto si sta producendo è, d’altro canto, ineluttabile secondo
Nietzsche: si tratta infatti della conseguenza logica
dell’«interpretazione del valore fin qui accordato all’esistenza» e
dunque rappresenta l’effetto finale di cause che già da tempo
hanno esercitato la loro azione e consolidato i loro risultati (VdP, I,
1, p. 9).
Riattivare lo sviluppo umano
secondo Nietzsche
Nietzsche, proprio mentre avverte di essere assediato dal nulla e
di avere «il nichilismo dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé»(VdP,
Prefazione, § 4, p. 4), scopre di essere il detentore di un fattore che,
per saper cogliere il nulla, si manifesta potente antagonista di
esso e forse capace non solo di fronteggiarlo ma anche di
attraversarlo.
Nietzsche si dichiara infatti pronto a instaurare un
«contromovimento», rispetto a quello richiesto da quanto finora è
stato considerato principio e compito ed è convinto che «in un
qualche futuro [tale contromovimento] risolverà quel nichilismo
compiuto», proprio per il fatto che esso «lo presuppone,
logicamente e psicologicamente» e perciò «assolutamente non può
venire se non dopo il nichilismo e dal nichilismo» (La volontà di
potenza, “Prefazione”, § 4, p. 4).
Tornare in se stessi per riattivare
lo sviluppo (Nietzsche)
Ciò che Nietzsche cava da dentro di sé come antagonista efficace
al nulla, e ne è capace perché «sinora non ha fatto altro [che questo,]
riflettere (zu besinnen)» (VdP, Prefazione, § 3, p. 4), è appunto
l’esercizio della facoltà di «riflettere» (besinnen) ovvero del
pensiero nella sua radicale attitudine a cogliere l’essere e
operarne il ri-orientamento di senso.
Esattamente ciò che la cultura europea nel suo tempo e nel nostro
ha avuto paura di esercitare in pienezza, ma di cui invece c’è estremo
bisogno e anzi rappresenta l’unica possibilità per la ripresa dello
sviluppo umano ed economico, dopo l’oggettivizzazione estrema che
abbiamo subito anche nell’espressione delle nostre energie evolutive.
Riattivare lo sviluppo
Ipotizza Nietzsche che per riattivare lo sviluppo:
«Ogni caratteristica fondamentale, che è alla base di ogni
avvenimento, e che in ogni accadimento si esprime, dovrebbe, se
fosse sentita da un individuo come propria caratteristica
fondamentale, spingere questo individuo ad approvare
trionfalmente ogni attimo dell’esistenza in generale. L’importante
sarebbe appunto sentire con piacere dentro di sé questa
caratteristica fondamentalmente come buona e pregevole».*
* F. Nietzsche, Il nichilismo europeo. Frammento di Lenzerheide,
Adelphi, Milano 2006, § 8, p. 15
Modulo III
Ripresa del fattore
antropologico dello sviluppo
L’uomo come fattore di sviluppo
Siamo così risospinti al punto dal quale la ricerca dello sviluppo
economico si era avviata: all’individuo umano vivente e alla
inevasa domanda di senso circa le sue produzioni! (cfr.: MODULO
I, slides 17, 88)
Ora però, nel XX sec., gli studi antropologici possono offrire
alla questione quel supporto teoretico che essa non aveva trovato
nella metafisica tradizionale di stampo aristotelico in fase di
dissoluzione.
L’antropologia filosofica può infatti documentare la
fecondità evolutiva dell’essere nell’opera dell’essere umano, il
quale “fa essere” in proporzione del grado di umanità conseguito.
Natura e natura umana
Dal paesaggio concettuale dell’antropologia filosofica l’uomo
emerge come un vivente che oltrepassa i limiti della diretta
derivazione dall’animale, per esprimersi quale «progetto globale
della natura», unico nel suo genere (A. Gehlen)*.
Max Scheler* rappresenta così la condizione umana, rapportata
alla condizione animale:
AA
(A=animale; A=ambiente;  = metabolismo)
U  M  (U=uomo; M=mondo; =trascendenza)
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Natura e natura umana (1)
Si riprende in ciò l’idea aristotelico-tomistica della natura
umana, “estatica”, come la definisce R. Spaemann,* idea non più
compresa dal tardo Medioevo in avanti.
Secondo tale concezione la natura produce nell’uomo
qualcosa che è “di più” (nobilior) della natura stessa e tale
potenziamento avviene grazie all’amicizia, che consente di
condividere e moltiplicare ciò che fa bene (Aristotele, Etica a
Nicomaco; Tommaso, Summa theologiae) .
L’uomo non è questo “di più”, ma è colui in cui la natura ha la
possibilità di trascendere se stessa per arrivare a questo “di più”,
che per S. Tommaso è la beatitudine (Summa theologiae, I-II, q. 5,
a. 5, ad 1) e per Aristotele (De Anima, II, 4, 415a 29-b 1) la
metèxis/partecipazione “all’eterno e al divino”
* R. Spaemann, Natura e ragione. Saggi di antropologia, Università della Santa
Croce, Roma 2006, p. 32.
Auto-trascendimento della natura
nell’uomo
Ovvero:
l’uomo, compiendo atti di trascendimento della natura sua e
dell’intero cosmo, la conduce per la prima volta a se stessa e rende
visibile quello che la natura è davvero, nella sua integralità
potenziale e attuale.
Infatti, soltanto nell’uomo la struttura tendenziale propria della
natura si presenta come libero volere e riconoscimento di un
motivo e di un fine oggettivi.
Natura e natura umana (2)
Affermare che l’uomo per natura trascende la natura sua e del cosmo
significa definire l’uomo non tanto in base a ciò che egli è effettivamente, come
facciamo per tutti gli altri enti, quanto attraverso ciò che egli non è ancora, ma può
divenire per mezzo dei suoi atti.
Così facendo, emerge la qualità specifica dell’uomo che, a differenza di tutti gli
altri enti-oggetto, è “soggetto” i cui atti “fanno essere”, slatentizzando anche le
potenzialità inespresse sue e del mondo, in forza del suo essere
sorprendentemente corrispondente all’essere naturale e incidente su di esso.
Qui si esprime il paradosso dell’umano!
Infatti, mentre ogni essere vivente è “centrato” sul proprio ambiente, con il quale è
determinato a “metabolizzare” (A↔A), l’essere umano risulta “eccentrico” (U  M
), in quanto non fissato ad un unico centro ma libera controparte di una
molteplicità di ambienti=l’intero mondo e come trascendente anche rispetto a
quest’ultimo, perché in rapporto con l’infinito e l’assoluto, attraverso le sue idee.
La funzione finalizzante
Rispetto alla sicurezza istintuale dell’animale, fornito di un
ambiente specifico e di una modalità di vita rigidamente
determinata (J. Uexkühll)*, nell’uomo compare infatti una sorta di
«manchevolezza», che lo costringe ad elaborare la sua stessa singola
natura come «opera propria» (G. Herder)*.
Proprio a causa di tale suo specifico biologico, segnato da una
inadeguatezza alla vita, che esula dalle spiegazioni fornite dalle
leggi evolutive della selezione e dell’adattamento (cfr.: teoria del
ritardamento morfologico)*, l’uomo è dotato dalla natura della
qualità speciale di porre fini a se stesso (L. Bolk)*.
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Natura e creatività nell’uomo
Si delinea in queste acquisizioni della ricerca antropologica
recente, filosofica e scientifica, una specifica concezione della vita
dell’uomo nel mondo: essa non è soltanto un processo secondo
natura, che si possa cogliere per via di analisi oggettiva, in quanto il
costruttivismo della vita umana è veicolato dall’atto creativo, che la
caratterizza.
«Per trovare l’indizio del vasto, apparentemente disperso eppure cogente
macrocosmo dell’universo umano in mutamento», bisogna «colpire al cuore della
datità-in-divenire, dove tutto si differenzia a partire dai poteri virtuali», cioè
occorre sapersi attestare sul punto sintetico rappresentato dall’atto creativo
dell’uomo –che è anche ciò che lo rende “umano” – perchè è quello il luogo in cui
«i fattori differenziali del macrocosmo della vita si differenziano».*
*A.-T. Tymieniecka, Creative Experience and the Critique of Reason, “Logos and Life”,
Book 1, Kluwer Dordrecht 1988, p. 6.
*Cfr. Allegato: D. Verducci, La questione dello sviluppo in prospettiva ontopoietica, in
“Etica ed economia”, 1 (2007), pp. 45- 58. + Allegato: SCHEDA-TYMIE
Natura e creatività nell’uomo (1)
Raggiungendo il livello della condizione umana, la vita
consegue un grado di individualizzazione per cui prende
coscienza di sé e si esplica come capacità di etero-autoplasmazione, conferendo al vivente uomo la capacità di
riconoscere, selezionare, portare a realizzazione le proprie
virtualità ontologiche e di gestire in modo creativo le funzioni e
gli automatismi psico-fisici, suoi e dell’ambiente che lo circonda,
sia animato e inanimato che umano.
Natura e creatività nell’uomo (2)
Il costruttivismo che promana dalla condizione umana della vita
non consiste, infatti, né nel semplice «sviluppo del corso di vita
[dell’uomo]» (development of his life-course), secondo il
naturalismo antico, né si esaurisce nell’aggiunta del fatto che
l’uomo è «un agente che conferisce significato, l’autore del suo
mondo-di-vita», come il moderno cartesianesimo ha affermato.
Ciò che si mostra, a ben guardare il fenomeno della comparsa
della condizione umana nel corso dell’evoluzione dei viventi, è
che «la vita propria [dell’uomo] è in se stessa l’effetto della sua
autoindividualizzazione nell’esistenza per autointerpretazione
inventiva della sua più intima movenza di vita» (Tymieniecka, op.
cit., p. 5).*
* Cfr.: Allegato PDF, “Etica ed Economia”, D. Verducci, cit., p. 53.
Natura e creatività nell’uomo (3)
Se dunque ci poniamo nella prospettiva della creatività umana
come fattore originale e specifico di sviluppo, guadagniamo il
nuovo punto archimedeo che ci consente di cogliere l’essere
nella sua evolutività non solo autopoietica (=riproduttrice di
essere, cfr.: F. Varela*) ma anche ontopoietica (=produttrice
di essere):
l’evolutività dell’essere risulta infatti marcata da un logos che
procede auto-individualizzandosi e che, senza cambiare
natura, ma passando dallo statuto deterministico della natura a
quello libero dell’uomo, percorre l’intero universo inorganico,
organico, umano e abilita l’uomo ad operare per uno sviluppo
ecologico (= armonicamente suo e di tutto il cosmo).**
* Cercare su Wikipedia!
** Cfr.: Allegato PDF, “Etica ed Economia”, D. Verducci, cit., p. 51-57.
Il logos della vita nella vita
umana
Seguendo il filo conduttore del costruttivismo della vita, ci si
manifesta così una teleologia ontologica, per la quale il
dispiegamento della vita naturale trova il suo telos (=fine) nella
vita umana; di qui si avvia, infatti, una fase di sviluppo nuova, in
quanto
l’auto-individualizzazione
non
procede
più
deterministicamente,
ma
secondo
una
modalità
immaginativamente creativa:
«the creative function guided by its own telos generates
Imaginatio Creatrix in man, as the means par excellence, of
specific human freedom: that is freedom to go beyond the
framework of the life-world, the freedom of man to surpass
himself» (Tymieniecka, op. cit., pp. 25-26).
Il contributo della paleo-antropologia
La paleoantropologia ci offre documentazione di ciò, allorchè ci
indica la rivoluzione agricola del neolitico (10.000-3.500 a. C.)
come il punto di avvio della culturalità umana o l’emergere del
“secondo uomo”, come lo chiama A. Gehlen,* per il quale l'ambiente
naturale diventa un ambiente culturale, influenzato e plasmato cioè
non solo dalla semplice presenza umana, ma soprattutto dal fattore
“creativo” propriamente umano, che si intreccia inestricabilmente
con il puro dato biologico in una azione combinata tanto sui singoli
individui che sulle pressioni selettive che ne plasmano le linee
genetiche.
* A. Gehlen, Le origini dell’uomo e la tarda cultura, Il Saggiatore,
Milano 1996, p. 62.
L’agricoltore/allevatore del
neolitico
L’agricoltore/allevatore del neolitico scoprì, infatti, cioè
sperimentò ed apprese che la natura, sottoposta alle sue cure di
coltivazione, “fioriva”, fruttificando secondo una fecondità,
impensabile nel suo stato selvaggio.
A seguito dell’esperienza sorprendentemente positiva della
coltivazione dei campi, quale potenziamento “artificiale” dello
sviluppo naturale, gli uomini estesero la pratica della coltivazione
o cura anche alla natura propria e dei propri simili (culto dei
morti, educazione/formazione, lavoro).*
*Cfr.: MODULO I, slides 11-16 sui Fisiocratici
Cultura e società
La capacità di indurre sviluppo in noi e nei nostri simili,
tramite la “coltivazione” dell’umano (= amicizia, cfr. MODULO III,
slide 39), è posta all’origine della evoluzione della cognizione
umana da Michael Tomasello, nel recente volume Le origini
culturali della cognizione umana (1999), tr. it. di M. Ricucci,
Bologna, Il Mulino 2005.
M. Tomasello è uno scienziato di fama mondiale:
- è Direttore a Lipsia del Max Planck Institute for Evolutionary
Anthropology (1998) e a Monaco di Baviera del Wolfgang Köhler
Primate Research Center (2001);
- ha condotto confronti sistematici tra i due ambiti distinti
rappresentati da conoscenza sociale e comunicazione nei primati
non umani e linguaggio, conoscenza sociale e apprendimento
culturale nei bambini.
L’ultrasocialità come qualità specie
specifica della specie umana
Tomasello
ha
osservato,
filogeneticamente
e
ontogeneticamente, che gli esseri umani sono in grado di
mettere in comune le proprie risorse cognitive in modi
sconosciuti alle altre specie animali.
Gli uomini sono dotati di una forma specie-specifica di
cognizione sociale o ultra-socialità, che li rende capaci
di comprendere i conspecifici come esseri simili a loro
stessi e di mettersi nei panni mentali degli altri.
Gli umani imparano dagli altri, come i non umani,
+
imparano tramite gli altri
«Perché noi (esseri umani) e non loro (scimpanzé)
siamo soggetti culturali?»
La domanda si pone anzitutto a livello filogenetico
perchè
- la differenza genetica che separa gli umani dagli
scimpanzé è minima (meno dell’1%).
- anche gli scimpanzè giungono ad un efficace
modellamento del loro ambiente di vita,
disponendo di forme incipienti di cultura e di
sistemi vocali e motori di segnalazione per la
comunicazione referenziale e intenzionale
La filogenesi umana dagli australopiteci
6.000.000 di anni fa – un evento evolutivo
Una popolazione di grandi scimmie antropomorfe si trovò ad
essere isolata riproduttivamente dai suoi conspecifici e diede
origine al genere Australopithecus, suddiviso in varie specie.
2.000.000 di anni fa – altro evento evolutivo
Una sola specie di australopitechi era sopravvissuta
all’estinzione, ma si era talmente evoluta da richiedere una nuova
denominazione di genere: Homo.
200.000 anni fa – nuovo evento evolutivo
La popolazione africana del genere Homo spazzò via tutte le altre
lasciando discendenti oggi noti come Homo sapiens.
Homo sapiens
I membri di questa nuova specie avevano un cervello più grande dei
loro antecedenti evolutivi e cominciarono
- a produrre nuovi strumenti di pietra con specifiche funzioni e
proprie tradizioni d’uso degli strumenti…..fino ai processi
produttivi computerizzati
- a usare simboli, linguistici e artistici, per comunicare e per
strutturare la vita sociale…fino alla scrittura, al denaro, alla
matematica, all’arte
- a sviluppare nuovi tipi di pratiche e di organizzazioni sociali, dalla
sepoltura cerimoniale dei morti all’addomesticamento di piante e
animali…fino alle istituzioni religiose, amministrative, educative,
commerciali
L’enigma dell’evoluzione umana
I 6.000.000 di anni che separano gli esseri umani attuali
dalle altre scimmie antropomorfe sono un tempo troppo
breve perché la normale evoluzione biologica basata sulla
variazione genetica e sulla selezione naturale producesse
le abilità cognitive necessarie agli esseri umani per creare,
mantenere e far progredire l’intero complesso di tecnologie,
tradizioni, forme di comunicazione e di rappresentazione
simbolica, istituzioni e organizzazioni sociali, di cui il
mondo umano è fatto.
Fino a 2.000.000 di anni fa il genere Homo non aveva abilità
cognitive diverse dalle grandi scimmie
Solo negli ultimi 250.000 anni sono emersi i primi vistosi
segni di abilità cognitive specie-specifiche dell’Homo
sapiens
La trasmissione sociale/culturale (1)
Per spiegare l’enigma dell’evoluzione umana occorreva
trovarvi all’opera un fattore di velocizzazione e
potenziamento dello sviluppo naturale.
A questo scopo Tomasello ha messo a fuoco la forma
umana della trasmissione socio-culturale, il
solo
meccanismo biologico noto,
che
può produrre
cambiamenti comportamentali e cognitivi notevoli in un
tempo storico, cioè molto più breve rispetto a quello
impiegato dall’evoluzione organica.
La trasmissione sociale/culturale (2)
Tomasello ha così scoperto che gli uomini sono dotati di una forma
specie-specifica di cognizione sociale ovvero l’ ultra-socialità,
che li rende capaci di comprendere i conspecifici come
esseri simili a loro stessi e di mettersi nei panni mentali degli
altri, praticando l’immedesimazione intenzionale e l’empatia.
Quanto più progredivano nel processo di ominazione, tanto più gli
uomini sono stati perciò in grado di cooperare per il
perseguimento di beni condivisi (= amicizia) e di produrre con
la trasmissione culturale un effetto cumulativo, che ha
enormemente velocizzato e potenziato il loro sviluppo naturale,
oltre ogni previsione.*
* Cfr.: Allegato T (vi si riporta l’esempio, addotto da Tomasello, di
trasmissione culturale cumulativa, esponenzialmente potenziata negli uomini
dall’impiego della immedesimazione intenzionale)
Condizioni per l’evoluzione
culturale cumulativa
•
•
•
la creatività
l’invenzione
una trasmissione sociale fedele con effetto «dente
d’arresto» (ratchet effect), che impedisca slittamenti
all’indietro
• processi di sociogenesi, nei quali una pluralità di individui
crea quello che nessun individuo potrebbe creare da solo
• N. B. - Per i primati non umani la difficoltà maggiore non
sta nel mettere in atto le prime due condizioni ma
nell’ottemperare alla terza e alla quarta, indispensabili per
l’effetto cumulativo.
La forma umana della trasmissione socio/culturale
Nella forma assunta presso gli umani:
• La cognizione culturale si è presentata come sintesi
dell’evoluzione filogenetica, della traiettoria storica e del percorso
ontogenetico del soggetto.
• In tale intreccio tra natura e cultura, innato e acquisito, geni e
ambiente, imprescindibile è apparsa la
natura estatica e
sociale dell’uomo
• E’ come se l’individuo fosse portato sulle spalle degli individui che
l’hanno preceduto e a sua volta portasse sulle spalle chi verrà dopo
• In ciò sembra consistere la dignità dell’esperienza umana.
Nuova filosofia del lavoro
Una nuova filosofia del lavoro diventa così possibile, tale che non
appiattisca più questo dispositivo antropologico essenziale, sull’unica
dimensione esecutiva o di mezzo, al pari del lavoro delle forze fisiche
o quale mero fattore produttivo in economia (cfr.: MODULO I,
slides 65-72) .
Anzi, la ricontestualizzazione antropologica del lavoro può aprire
addirittura al riposizionamento epistemologico dell’economia, che
senza dover essere snaturata o repressa nella sua legittima istanza di
soddisfare i bisogni vitali dell’uomo gestendo risorse scarse, ha
l’occasione di essere riscoperta quale sapere corrispondente a una
precisa e imprescindibile esigenza dell’umano e dunque di porsi in
armonia con l’intero antropologico.*
* Cfr.: Allegato V: D. Verducci, Etica e turismo per lo sviluppo. Note a: N. Tonini,
Etica e turismo. La sfida possibile, San Paolo Editrice, Cinisello Balsamo, 2010.
MODULO IV
Verso un’ecologia dello
sviluppo
Lo sviluppo dal punto di vista
ontopoietico
Dagli studi antropologici, la condizione umana emerge,
teoreticamente, ampiamente ri-contestualizzata nell’ambito della
«unità autoindividualizzantesi di tutto ciò che è vivente» e il divenire
stesso risulta ora differenziato in 3 matrici interconnesse:
- la matrice vitale del senso organico del costruttivismo della vita;
- la matrice creativa dello sviluppo ontopoietico specificamente
umano;
- la matrice di trasformazione del divenire dal vitale naturale al
creativo.
Il logos ontopoietico della vita delinea un nuovo sfondo per la
questione dello sviluppo umano e cosmico.*
* Cfr. Allegato: D. Verducci, La questione dello sviluppo in prospettiva
ontopoietica, in “Etica ed economia”, 1 (2007), p. 56
Ermeneutica dello sviluppo in prospettiva
ontopoietica
Non disponiamo della risposta immediata e diretta alla domanda:
“come padroneggiare le vie dello sviluppo umano?”.
Viene in evidenza tuttavia dalla concezione ontopoietica della vita
un doppio effetto antropologico, per cui l’uomo risulta
simultaneamente più dipendente dalla vita e più capace di
dominarla.
Da una lato, la condizione umana creatrice è emersa dal
dispiegarsi del logos autoindividualizzantesi della vita naturale,
che resta termine di continuo scambio condizionante per l’uomo, il
quale dall’ambiente trae il sostentamento materiale e morale.
Dall’altro lato è divenuto più chiaro che tutte le possibilità di
potenziamento della vita sono deposte nell’uomo e nella sua
creatività.
* Cfr. Allegato: D. Verducci, La questione dello sviluppo in prospettiva
ontopoietica, in “Etica ed economia”, 1 (2007), p. 57.
Ermeneutica ecologica dello
sviluppo
Possiamo trarre da quanto osservato una proporzionalità diretta
tra la crescita in umanità dell’uomo e lo sviluppo della vitalità del
cosmo e della società.
In particolare, se l’umanità dell’uomo è principalmente affidata ai
suoi atti creativi, il compito che egli si trova ora davanti consiste
nell’ideare un nuovo orizzonte di senso, capace non solo di ospitare
la vita, ma di ampliarsi con essa, assecondandola e sostenendola in
tutta l’infinita multiformità di sviluppo delle sue individualizzazioni.*
* Cfr. Allegato: D. Verducci, La questione dello sviluppo in prospettiva
ontopoietica, in “Etica ed economia”, 1 (2007), p. 57.
Appendice I
Sviluppo ed economia
Sviluppo ed economia*
Nei confronti dell’autoreferenzialità del punto di vista
economico sullo sviluppo, documentabile a vari livelli
(sviluppo/sottosviluppo; lavoro; formazione) si è generata ormai
una notevole insofferenza, anche a causa del manifesto
esaurimento, negli anni ’90, della linea di Politica di
Cooperazione allo Sviluppo (PCS), inaugurata alla fine degli
anni ’40, all’indomani del 2° conflitto mondiale, con i piani di
ricostruzione postbellica (p.es.: Piano Marshall) e la creazione
del sistema delle Nazioni Unite, per affrontare il problema di
sostenere i nuovi stati, quali le Filippine e l’India, divenuti
indipendenti nel corso del processo di decolonizzazione.
* Per approfondire cfr.: F. Bonaglia-V. de Luca, La cooperazione
internazionale allo sviluppo, Il Mulino, Bologna 2006.
La Politica
di Cooperazione allo Sviluppo (PCS)
La PCS, inaugurata negli anni ’40, ha attraversato finora 4 fasi:
1) Anni 1950-1960: obiettivo di sviluppo è la crescita del reddito,
ottenuta per effetto di trascinamento (trickle down effect),
dall’industrializzazione, finanziata da investimenti esterni.
2) Fine anni ’70: obiettivo di sviluppo secondo l’approccio dei
bisogni essenziali (basic human needs approach) e dei
finanziamenti a progetto.
3) Anni ’80: obiettivo dell’aggiustamento strutturale delle
economie dei PVS a fronte della crisi del debito
4) Anni ’90: obiettivo della riduzione della povertà e
rivalutazione del ruolo delle Istituzioni e della governance
(Ownership; stakeholders)
Lavoro ed economia
E’ recente la comparsa di alcuni neologismi significativi del
rapporto ambiguo e insoddisfacente, che lega il lavoro all’
economia:
- lavorismo = peggiorativo di laboriosità, inteso come
“ideologia” di valorizzazione del lavoro. Cfr.: L. GALLINO, Se
tre milioni vi sembran pochi, Einaudi, Torino, 1998:
"Quanto agli effetti della disoccupazione, i peggiori non
discendono forse dalla inattività (…). Ma assai più dalla caduta
di quel fondamentale senso di essere in una relazione vitale e
reale con altri uomini che un uomo avverte non altrimenti che
nel denaro ottenuto mediante il proprio lavoro" (ivi, p.67).
Lavoro ed economia (1)
- risorse umane = è un termine usato nel linguaggio manageriale e
dell'economia aziendale per designare il personale che lavora in
un'azienda e, in particolar modo, il personale dipendente.
- capitale umano = è l'insieme di conoscenze, competenze, abilità,
emozioni, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al
raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi.
Il capitale umano è alla base del sistema delle relazioni
interpersonali, formali ed informali, che generano il capitale
sociale di un paese. La programmazione comunitaria 2007-2013 vi
attribuisce notevole importanza per la crescita sociale ed
economica della Comunità, ai fini sia della competività che della
riduzione della povertà.
Cfr.: G. S. Becker, Human Capital, Columbia University Press,
New York, 1964.
Lavoro ed economia (2)
- workaholism = dipendenza/ubriacatura da lavoro (ted.:
Arbeitssucht; giapp.: Karoshi). Il termine compare nel libro
dello psicologo W. E. Oates, Confessions of workaholics: the
facts about work addiction, World Publishing, New York, 1971.
Spesso sindrome egosintonica. Infatti, in una realtà quale
la nostra, dove lavorare si connota in maniera particolarmente
positiva e come l'opposto dell'ozio, considerato comportamento
riprovevole, il workaholic può sentirsi particolarmente adattato
senza percepire il progressivo allontanamento dai valori
relazionali e familiari né il conseguente depauperamento
antropologico.
Formazione ed economia
La nozione di formazione ha in Italia un andamento
altalenante.
Esordisce, nel contesto post-bellico, ancora in fase di
alfabetizzazione, come «formazione professionale», cioè come
un’istruzione di seconda classe, in cui doveva realizzarsi un
addestramento al lavoro e solo una minima preparazione
culturale.
Successivamente anche la formazione professionale si è
intellettualizzata ed è stato il mondo del lavoro a lamentare il
mancato coordinamento nei suoi confronti da parte della scuola.
Ora lo scenario si è completamente rimescolato: addestramento,
istruzione, educazione, acculturazione, sono tutte confluite
nell’unico contenitore formativo, dal quale e nel quale
dovrebbero continuamente (lifelong) ri-uscire e ri-entrare tutti gli
individui socialmente attivi, che per tutta la vita debbono
promuovere a tutto campo la loro formazione, professionale,
culturale ed umana.
Formazione ed economia (1)
Già negli anni ’60, una ricerca su «La scuola e la società
italiana in trasformazione», i cui risultati sono confluiti nel
volume: U. Martinoli ( a c. di), La formazione sul lavoro, Laterza,
Bari, 1964, si metteva a fuoco la nuova condizione, in Italia, delle
cosiddette «forze di lavoro». Due i punti acquisiti:
1. i ruoli anche più modesti non possono più essere assolti da
individui allo stato «grezzo», essendo stato sostituito il puro
esercizio muscolare dall’impiego di macchine, più efficienti ed
economiche.
2. l’individuo non può più limitarsi, per incrementare le proprie
conoscenze abilità, ad attingere per ripetizione all’esperienza
delle generazioni precedenti. Occorre, invece, che ognuno abbia
agevole e rapido accesso al livello raggiunto dai padri, per
procedere verso ulteriori progressi (p. 7).
Formazione ed economia (2)
Dal Progetto Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione
professionale dei lavoratori), «Le Scienze della Formazione ed il
lavoro: teorie, modelli, strumenti», (2000-2002), emerge tanto il
sentimento di una problematicità e inadeguatezza diffuse a proposito
delle risorse umane quanto una concomitante indifferibile esigenza
di r i s o r s e u m a n e c r e a t i v e, espressa dal mondo,
economico, sociale, politico, scientifico, tecnologico, allo scopo di
orientare il corso degli eventi in una direzione di ottimalità,
antropologica e cosmologica.
Nello scenario socio-culturale contemporaneo in continuo
mutamento è, infatti, ormai divenuta centrale la relazione tra la
trasformazione dei contesti reali e i processi di apprendimento
degli individui, per la creatività unica, che da essi può
sprigionarsi.
Banca Mondiale (1)
All’ingresso della sede della Banca Mondiale si può leggere:
“il nostro sogno è un mondo senza povertà”
Lo sradicamento della povertà è l’obiettivo centrale oggi
adottato dalla comunità dei donatori, come ufficialmente sancito
dalla Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite.
In effetti negli ultimi 40 anni si sono registrati enormi progressi
nelle condizioni di vita dei Paesi in via di sviluppo.
Resta tuttavia che il miliardo di persone che vive nei paesi
industrializzati guadagna i 4/5 del reddito mondiale e che dunque lo
sradicamento della povertà è un obiettivo ancora molto lontano
dall’essere conseguito.
Banca Mondiale (2)
La Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo o
BIRS (meglio nota come Banca Mondiale o World Bank nella
dizione inglese) è un organismo internazionale dell’ Organizzazione
delle Nazioni Unite, istituito il 27 dicembre 1945, insieme con il
Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la
Cooperazione Economica Europea (OCSE nel 1961), a seguito
dell'entrata in vigore degli accordi della conferenza di Bretton
Woods (tenutasi tra il 1º ed il 22 luglio del 1944) con sede a
Washington (USA), il cui scopo originario era quello di finanziare
la ricostruzione e lo sviluppo nei paesi coinvolti nella seconda
guerra mondiale. Successivamente lo scopo è stato allargato al
finanziamento dei paesi in via di sviluppo tra gli stati membri,
solitamente in cambio dell'adozione di politiche liberiste.
Banca Mondiale (3)
In base all'atto istitutivo, la Banca Mondiale, favorisce la
ricostruzione e lo sviluppo dei territori dei paesi membri facilitando
l'investimento di capitale a scopi produttivi; promuove l'investimento
privato estero, fornendo garanzie o partecipando a prestiti; integra
l'investimento privato, erogando, a condizioni più favorevoli di quelle
di mercato, risorse finanziarie da destinare a scopi produttivi.
Il funzionamento operativo della banca è assicurato dai
versamenti delle quote a carico dei paesi membri.
Attualmente le attività della Banca Mondiale sono focalizzate sul
finanziamento dei Paesi in via di sviluppo in campi quali l'educazione,
l'agricoltura e l'industria; la BIRS chiede in contropartita, ai paesi
beneficiari, l'attuazione di misure politiche tese, oltre che alla
limitazione della corruzione ed al consolidamento della democrazia,
alla crescita economica in termini di PIL ed all'apertura di canali
commerciali stabili con l'estero.
Pcs- Fase 1
1) Anni 1950-1960: l’obiettivo di sviluppo coincide con la
crescita del reddito, sulla base del modello economico degli
americani Roy Harrod e Evsey Domar che prevede la crescita del
reddito
proporzionale all’investimento. La strategia è la
promozione di un’industrializzazione, guidata da piani pluriennali
dei governi e finanziata da una quota costante di investimenti
esterni al PVS. Da ciò, per effetto di trascinamento (trickle down
effect) dovrebbero scaturire stadi successivi di sviluppo, con
ricadute positive sulle popolazioni, fino al recupero del gap di
sviluppo in 10-15 anni.
Pcs- Fase 2
2) Fine anni ’70: approccio dei bisogni essenziali (basic human needs
approach). Obiettivo principale della Pcs diviene la riduzione della
povertà insieme al miglioramento delle condizioni di vita nei PVS. Si
riconosce che la crescita del reddito non basta a ridurre la povertà.
Ora gli aiuti debbono focalizzarsi su azioni e risultati concreti
(outcomes) (finanziamento a progetto) e indirizzarsi a istituzioni
multilaterali. Il decennio 1970-1980 è però caratterizzato da una
sostanziale deterioramento delle condizioni economiche dei PVS
(crisi petrolifera del 1973; calo dei prezzi delle materie prime e dei
beni esportati dai PVS; indebitamento dei PVS; siccità e carestie in
Africa subsahariana).
Ripensamento delle Pcs.
Pcs- Fase 3
3) Anni ’80: crisi del debito e aggiustamento strutturale
20 agosto 1982: il governo messicano annuncia l’impossibilità a
far fronte al pagamento degli interessi del debito contratto. Altri
PVS si aggiungono. I paesi creditori propongono a quelli debitori un
piano per la ristrutturazione del debito accompagnato da maggiori
aiuti e dietro l’adesione del paese debitore al programma di
aggiustamento strutturale (Structural Adjustement Program/SAP).
Il programma si prefigge di favorire la stabilizzazione
macroeconomica, riducendo la spesa pubblica a livelli coerenti con
il reddito disponibile e una serie di riforme strutturali, quali la
riduzione dell’intervento pubblico e il rafforzamento del
funzionamento dei mercati. Finanziamenti di programma, erogati al
settore privato o tramite ONG.
Cfr.: Consenso di Washington = liberalizzazione e privatizzazione
Pcs—Fine anni ‘80
Anche l’aggiustamento strutturale alla fine degli anni ’80 mostra
segni di fallimento in termini di aumento della povertà e
precarizzazione
-nel 1987 un rapporto UNICEF chiede alla comunità internazionale
di dare all’aggiustamento un volto umano
-Nel 1987 il rapporto Brundtland, Our common future, introduce
il tema della sostenibilità ambientale dello sviluppo, non
limitandosi a proporre la necessità di rallentare la crescita dei PVS
(decrescita), ma individuando il nesso specifico tra ambiente e
sviluppo, tra sostenibilità ecologica e riduzione della povertà:
lo sviluppo è sostenibile quando permette di soddisfare le necessità
delle generazionei attuali senza compromettere la possibilità delle
generazioni future di soddisfare le proprie.
-Nel 1990 il World Development Report della Banca Mondiale
riporta la riduzione della povertà al centro della Pcs.
Pcs- Fase 4
4) Anni ’90: riduzione della povertà e ruolo delle Istituzioni
La comunità internazionale deve confrontarsi
-con la difficile transizione al mercato delle economie pianificate
-con il perdurante e crescente ritardo di sviluppo dell’America latina
e dell’Africa
- con il susseguirsi delle crisi in Asia (1997), Russia (1998), Brasile
(1999)
Necessità di un ripensamento dell’architettura finanziaria
internazionale. Emerge l’importanza del fattore qualità delle
istituzioni e della governance.
La realizzazione e la sostenibilità delle riforme richiedono di
essere discusse preventivamente con coloro che le devono sopportare
(ownership=appropriazione del processo decisionale da parte degli
attori locali, attraverso il coinvolgimento in esso di tutti coloro che
hanno un interesse nel processo di sviluppo, i c.d. stakeholders)
Lo sviluppo sostenibile
Il termine è entrato nel dibattito nel 1987, con il cosiddetto
Rapporto Bruntland, dal nome del responsabile della Commissione
ONU su ambiente e sviluppo. Per SD si intende:
«lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni delle generazioni
presenti senza compromettere la possibilità che le generazioni future
riescano a soddisfare i propri» (WCED, Our Common Future, Oxford
1987, p. 66).
Per valutare la sostenibilità si è ideato un sistema di “contabilità
ambientale”, che ha lo scopo di integrare le misurazioni dello
sviluppo in termini di sola “crescita”. Gli indicatori dello SD sono
economici, ambientali e sociali.
A. Sen, intendendo lo sviluppo come un processo di espansione
delle libertà reali di cui godono gli esseri umani, ha aggiunto ai tre
precedenti, un indicatore politico di SD.
Cfr.: A. Sen, Development as Freedom, New York, 1999.
Il nuovo paradigma dello sviluppo
Il nuovo approccio allo sviluppo degli anni Novanta si delinea,
sulla base degli studi del premio Nobel indiano Amartya Sen,
nell’ambito dell’approfondito dibattito svoltosi in seno all’ONU,
che punta a finalizzare gli aiuti all’obiettivo dello sradicamento
della povertà, intesa in un’accezione ampia ed inclusiva non solo
degli aspetti strettamente economici ma anche di istruzione, diritti
umani, ambiente, uso delle risorse e capacità degli individui di
vivere una vita dignitosa.
La riflessione della comunità internazionale si estende alle
problematiche che la globalizzazione dell’economia e l’emergere
della società dell’informazione creano per i paesi più poveri, a
rischio crescente di marginalizzazione.
Eventi: Conferenza di Pechino, Conferenza di Copenaghen
(1995), Dichiarazione del Millennio (2000).
Il nuovo paradigma dello sviluppo (1)
Un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz, vicepresidente della
Banca Mondia dal 1997 al 2000, sostiene l’esigenza di un
cambiamento concettuale nelle PCS.
La sua prospettiva, definita Post Washington Consensus, si
qualifica per il ruolo nuovo che attribuisce allo stato, nella
definizione delle strategie per la riduzione della povertà,
nell’individuazione di obiettivi e priorità e nella promozione di un
processo partecipativo ampio per la loro realizzazione, nel
partenariato stretto tra governi, istituzioni locali, società civile dei
paesi meno avanzati e la comunità dei donatori. Si tratta di
rafforzare quei settori sociali, che risultano indispensabile per
ridurre la povertà e sviluppare il capitale umano e sociale, ai fini
della crescita economica e del benessere in senso lato.
Rimandi
Le
slides
che
seguono
rappresentano i termini dei
contenuti nelle slides precedenti.
(86-93)
rimandi
Tali rimandi si raggiungono direttamente
dalla forma <Presentazione>
H. Jonas: dal vivo al morto
«…la riflessione primitiva […] la metafisica in forma di mito
e di religione […] cerca di risolvere la contraddizione
fondamentale, per cui tutto è vita e tutta la vita è mortale. Essa
accetta la sfida radicale e per salvare la totalità delle cose nega la
morte […] l’essere è solo comprensibile, solo reale in quanto vita;
e la presagita costanza dell’essere può essere intesa unicamente
come costanza della vita, oltre la morte. […] Il pensiero moderno,
che inizia con il Rinascimento, si trova nella situazione teoretica
esattamente opposta: ciò che è naturale e comprensibile è la morte,
problematica è la vita. […] Quel che, allo stadio dell’animismo,
non era stato nemmeno scoperto ha invaso nel frattempo la totalità
della realtà. L’universo tremendamente ingrandito della moderna
cosmologia è un campo di masse inanimate e di forze senza meta,
i cui processi si svolgono a seconda della loro distribuzione
quantitativa nello spazio in base a leggi di invarianza» (p. 17).*
*H. Jonas, Organismo e libertà. Verso una biologia filosofica, tr.
it. di A. Patrucco Becchi, Einaudi, Torino, 1999.
G. W. F. Hegel
«Il fatto è che l’opinione (Meinung), scorgendo nella diversità
unicamente la contraddizione, è incapace di concepire la diversità fra
sistemi filosofici come sviluppo progressivo della verità (die
fortschreitende Entwicklung der Wahrheit). La gemma scompare quando
sboccia il fiore, e si potrebbe dire che ne viene confutata (widerlegt
wird); allo stesso modo, quando sorge il frutto, il fiore viene per così
dire, denunciato come una falsa esistenza (wird für eine falsche Dasein
erklärt) della pianta, e il frutto subentra (tritt) al posto del fiore come sua
verità. Ora queste forme non sono semplicemente differenti l’una
dall’altra, ma l’una soppianta l’altra in quanto sono reciprocamente
incompatibili. Nello stesso tempo però, la loro natura fluida le rende
momenti dell’unità organica, in cui non solo non entrano in contrasto, ma
sono necessarie l’una quanto l’altra; e soltanto questa pari necessità
costituisce la vita del Tutto (macht erst das Leben des Ganzen aus)».
*G.F.W. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tr. it. di V. Cicero, Rusconi,
Milano, 1995, pp. 50-51.
Aristotele
Metaphysica, l. IX (Θ), 8, 1049b 4-12:
«…risulta evidente che l’atto è anteriore alla potenza
(πρότερον ενέργεια δυνάμεώς εστιν) […] non solamente della
potenza nel significato, sopra precisato, di principio di
mutamento (αρχή μεταβλήτική) in altro o nella cosa stessa in
quanto altro, ma, in generale di ogni principio di movimento o di
inerzia (πάσης αρχής κινητικής ή στατικής). Infatti anche la
natura (φύσις ) appartiene allo stesso genere cui appartiene la
potenza, perché anch’essa è principio di movimento, ma non in
altro, bensì nella cosa stessa in quanto tale. Ora di ogni potenza
intesa a questo modo l’atto è anteriore 1) secondo la nozione; 2)
secondo la sostanza; 3)invece secondo il tempo l’atto a) in un
senso è anteriore e b) in un altro senso non è anteriore».
L’evento metafisico
all’origine dello sviluppo moderno
L’evento metafisico che ha spianato la via ad un’idea profondamente
rinnovata di sviluppo e che resta misterioso quanto alla sua causa, è
stato, secondo Max Scheler,* l’emergere di una “nuova volontà di
potenza e di lavoro, rivolta alla natura, di una nuova società
nascente” (Conoscenza e lavoro, tr. it. di L. Allodi, Angeli, Milano
1997, p. 101).
In altre parole, dal seno della totalità ontologica che fino ad allora
l’aveva ospitato e che egli si era limitato a “teorizzare”/contemplare,
l’uomo si fa ora avanti quale essere che non solo vuole conoscere
ciò che è, come l’antico sapiente, ma che vuole anche produrre ciò
che desidera, piegando la conoscenza all’intento pratico di
operare trasformazioni del reale antropologicamente soddisfacenti.
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La “mano invisibile” di Adam Smith
"Il prodotto dell'attività produttiva è ciò che essa aggiunge alle cose o ai
materiali su cui viene esercitata. A seconda che questo valore sia grande o
piccolo, i profitti dell'imprenditore saranno grandi o piccoli in proporzione. Ma
è solo per la ricerca del profitto che una persona impiega il suo capitale a
sostegno dell'attività produttiva; ed egli, per questo, cercherà sempre di
impiegarlo a sostegno di quella attività il cui prodotto abbia probabilmente il
massimo valore, che si scambi cioè con la massima quantità di denaro e di
altre merci […] In effetti un individuo non intende, in genere, perseguire
l'interesse pubblico, né è consapevole della misura in cui lo sta perseguendo
[…] Quando orienta la propria attività in modo tale che il suo prodotto sia il
massimo possibile, egli mira solo al suo proprio guadagno ed è condotto da
una mano invisibile, in questo come in altri casi, a perseguire un fine che non
rientra nelle sue intenzioni. Né il fatto che tale fine non rientri sempre nelle
sue intenzioni è sempre un danno per la società. Perseguendo il suo
interesse, egli spesso persegue l'interesse della società in modo molto più
efficace di quando intende effettivamente perseguirlo. Io non ho mai saputo
che sia stato fatto molto bene da coloro che affettano di commerciare per il
bene pubblico."
(A. SMITH, LA RICCHEZZA DELLE NAZIONI", ed. Newton, 1995, p. 391)
La rivoluzione industriale
Nelle vecchie corporazioni artigiane, l'unità occupazionale era il
lavoratore individuale; il suo lavoro era essenzialmente fatto a mano
ed egli, di solito, eseguiva tutte le operazioni necessarie per la
produzione di un singolo oggetto.
L'introduzione delle macchine determinò una situazione del tutto
diversa.
Il processo lavorativo veniva ora frantumato in una serie di
operazioni divise, ciascuna delle quali era eseguita da individui che in
essa si specializzavano.
La descrizione classica della nuova tecnica fu data da Adam
Smith* nel primo capitolo della sua opera Ricerca sopra la natura e
le cause della ricchezza delle nazioni (pubblicata il 9 marzo 1776), in
cui descrive una fabbrica di spilli.
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Il lavoro nella fabbrica (1)
«Un operaio non addestrato a questa manifattura, che la divisione del
lavoro ha reso un mestiere speciale e che non conosca l'uso delle
macchine che vi si impiegano, l'invenzione delle quali è stata
probabilmente originata dalla stessa divisione del lavoro, potrà a
malapena, applicandosi al massimo, fabbricare un solo spillo al
giorno, e certamente non ne potrà fabbricare venti. Ma, nel modo in
cui si esegue ora tale fabbricazione, non soltanto essa è un mestiere
speciale, ma si divide in molti rami, la maggior parte dei quali è
analogamente un mestiere speciale. Un uomo tira il filo di metallo,
un altro lo tende, un terzo lo taglia, un quarto lo appunta, un quinto
lo arrotola alla estremità in cui deve farsi la testa; farne la testa
richiede due o tre operazioni distinte, collocarla è un'operazione
speciale, pulire gli spilli è un'altra e un'altra ancora è disporli dentro
la carta; e in tal modo l'importante mestiere di fare uno spillo si
divide in circa 18 operazioni distinte....
Il lavoro nella fabbrica (2)
...18 operazioni distinte, che in alcune fabbriche sono tutte
eseguite da operai distinti, benchè in altre fabbriche lo
stesso uomo ne eseguirà talvolta 2 o 3.
Ho visto una piccola fabbrica di questo genere, che
occupava soltanto 10 uomini e nella quale, di conseguenza,
ciascuno di loro eseguiva 2 o 3 operazioni diverse. Ma
sebbene essi fossero assai
poveri, e perciò non
disponessero di tutte le macchine necessarie, pure, quando
si impegnavano potevano fabbricare complessivamente 12
libbre di spille al giorno. Una libbra contiene oltre 4.000
spilli di media grandezza. Quelle 10 persone potevano
dunque fabbricare assieme oltre 48.000 spilli al giorno».
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Filosofia del lavoro e della formazione umana per lo sviluppo