LASTELLACHENONC’
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anno: 2006
nazionalità: Italia
durata: 104 minuti
scheda tecnica
regia:
sceneggiatura:
soggetto:
fotografia:
montaggio:
musiche:
scenografia:
costumi:
effetti:
Gianni Amelio
Gianni Amelio
Umberto Contarello
Ermanno Rea
Gianni Amelio
Umberto Contarello
liberamente ispirato al romanzo "La dismissione" di E. Rea (ed. Rizzoli)
Luca Bigazzi
Simona Paggi
Franco Piersanti
Attilio Viti
Cristina Francioni
Fabio Traversari
Paolo Verrucci
Ghost Sfx
interpreti:
Sergio Castellitto (Vincenzo Buonavolontà)
Tai Ling (Liu Hua)
Angelo Costabile (Giovane operaio)
Hiu Sun (Ha Chong)
Catherine Sng (Segretaria)
Enrico Vanigiani (Dirigente acciaieria)
Roberto Rossi (Dirigente acciaieria)
produzione:
Riccardo Tozzi, Marco Chimenz, Giovanni Stabilini per Cattleya, Rai
Cinema, Babe, Carac Film, Rtsi, Achab Film
01 Distribution
distribuzione:
Gianni Amelio
Nasce a San Pietro Magisano in provincia di Catanzaro.
Nel 1945 suo padre lascia la famiglia poco dopo la sua nascita per trasferirsi in Argentina in cerca
del proprio padre che non ha dato più notizie di sé. Cresce con la nonna materna che insiste per
farlo studiare fino alla Laurea in Filosofia ottenuta all'Università di Messina.
Nel suo mondo poetico centrale è la figura del Padre, con il quale nei suoi film i rapporti sono
sempre conflittuali, oppure è assente o lontano mentre le figure di donna sono opache e sfumate.
Si forma negli anni '60 lavorando come operatore e poi come aiuto regista in numerose produzioni.
L'esordio alla regia è nel 1970 con un film sperimentale "La Fine del Gioco" per la RAI.
Nel 1973 realizza "La Città del Sole" sulla vita e l'opera di Tommaso Campanella, ottenendo il gran
premio al Festival di Thonon. Nel 1978 con il giallo "La morte al lavoro" ottiene il premio
FIPRESCI al Festival di Locarno, il premio speciale della giuria e quello della critica al Festival di
Hyères.
Con "Colpire al Cuore", presentato a Venezia nel 1982, realizza uno dei più interessanti film italiani
degli anni Ottanta. Benché si parli di terrorismo, il tema del film è il difficile rapporto tra padre e
figlio, tra giovane e adulto.
Dal 1989 in poi inizia per Amelio il periodo più interessante. Nel 1992 con "Il Ladro di Bambini",
che è anche il suo maggior successo, ottiene un premio speciale al Festival di Cannes.
Di ambizione maggiore sono i successivi "Lamerica" (1994), premiato con il Nastro d'argento, e
"Così Ridevano" (1998) Leone d'oro a Venezia, ma entrambi con scarso successo di pubblico.
Filmografia (regia)

Bertolucci secondo il cinema [1976] regia

La città del sole [1973] - regia,
sceneggiatura

Colpire al cuore [1982] - regia,
sceneggiatura, soggetto

Così ridevano [1998] - regia,
sceneggiatura, soggetto

I ragazzi di via Panisperna [1988] regia, sceneggiatura, soggetto

Il ladro di bambini [1992] sceneggiatura, soggetto

Lamerica
[1994]
sceneggiatura, soggetto

Le chiavi di casa [2004] sceneggiatura

Porte aperte [1989] sceneggiatura

La stella che non c'è [2006] sceneggiatura, soggetto
regia,
regia,
regia,
regia,
regia,
Sergio Castellitto
Nasce a Roma il 18 agosto 1953. La famiglia è originaria di Campobasso.
Frequenta l'Accademia nazionale di arte drammatica 'Silvio D'Amico', dove si diploma nel 1978.
La sua carriera artistica inizia a teatro sotto la guida di registi come Luigi Squarzina e Aldo Trionfo.
Il debutto cinematografico è nel 1982 con il film "Il generale dell'armata morta" di Luciano Tovoli,
con Marcello Mastroianni. Seguono una serie di lavori cinematografici tra cui il riuscito "La
famiglia" (1986) di Ettore Scola, accanto a Vittorio Gassman e Stefania Sandrelli; "Rossini!
Rossini!" (1991) di Mario Monicelli e "Il grande cocomero" (1993) di Francesca Archibugi, nel
ruolo di uno psichiatra alle prese con una ragazza epilettica, con il quale vince il primo Nastro
D'Argento. Con "L'uomo delle stelle" (1995) di Giuseppe Tornatore, girato in gran parte nella
barocca Ragusa Ibla, ambientato nella Sicilia del dopoguerra, vince il secondo Nastro D'Argento
come migliore attore protagonista.
Sul piccolo schermo è stato Fausto Coppi nel film tv "Il grande Fausto" di Alberto Sironi e nel
1999, con grandissimo successo di critica e di pubblico, il santo di Pietralcina in "Padre Pio" di
Carlo Carlei. Alterna la sua attività fra cinema, televisione e teatro dove debutta nella regia nel 1996
con "Manola", dirigendo Nancy Brilli e Margaret Mazzantini, che ha sposato e con la quale ha due
figli. Nel 1999 esordisce come regista cinematografico con "Libero Burro" scegliendo come
interpreti principali se stesso, la moglie Margaret e Michel Piccoli. Nel 2002 è protagonista del film
di Marco Bellocchio, "L'ora di religione". Ultimamente la sua sfera d'interessi si è allargata anche a
produzioni cinematografiche statunitensi.
Filmografia

A vendre - in vendita [1998] - attore

Carcerato [1981] - attore

Caterina va in città [2003] - attore

Chi lo sa? [2001] - attore

Come stanno bene insieme [1989] attore

Con gli occhi chiusi [1994] - attore

Concorrenza sleale [2000] - attore

Dolce assenza [1986] - attore

Don Milani - Il Priore di Barbiana
[1997] - attore

Ferrari [2003] - attore

Una fredda mattina di maggio [1990]
- attore

Giovanni senza pensieri [1986] attore

Il grande cocomero [1993] - attore

Hotel paura [1996] - attore

I tarassachi [1991] - attore
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Il grande Fausto [1995] - attore
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In viaggio con alberto [1990] - attore
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madre [2002] - attore
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La carne [1991] - attore

La famiglia [1986] - attore

Laguna [2001] - attore

Le cri de la soie [1996] - attore

Le grand bleu [1988] - attore

Libero burro [1999] - attore, regia,
sceneggiatura, soggetto

Magic moments [1984] - attore

Nero [1992] - attore

Nessuno [1992] - attore

Non ti muovere
[2004] –attore,
regia, sceneggiatura

Padre Pio - Un Santo tra noi [2000] attore

Paris, je t'aime [2006] - attore

Paura e amore [1988] - attore

Piccoli equivoci [1988] - attore

Il regista di matrimoni [2005] - attore

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
Rossini! Rossini! [1990] - attore

Sembra morto... ma è solo svenuto
[1986] - attore, sceneggiatura,
soggetto

Silenzio... si nasce [1996] - attore

Stasera a casa di Alice [1990] - attore

La stella che non c'è [2006] - attore

Toxic affair [1993] - attore

Tre colonne in cronaca [1989] - attore

Tu sei differente [1985] - attore

L'ultimo bacio [2000] - attore

Un cane sciolto [1990] - attore

Un cane sciolto 2 [1991] - attore

Un cane sciolto 3 [1992] - attore

L'uomo delle stelle
[1995] Attori
Il film raccontato dai protagonisti
Le parole di Gianni Amelio
Signor Amelio, quali sono, a suo parere, gli elementi che hanno fatto amare i suoi film al pubblico
italiano e li hanno resi capaci di varcare le frontiere nazionali?
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diventi popolare. Se conoscessimo il segreto della popolarità, saremmo tutti più felici di fare
questo mestiere. Forse a una domanda come la sua può rispondere più lo spettatore che
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forti, con un linguaggio semplice, accessibile, non mettendo mai le ambizioni dello stile
davanti alle ragioni del cuore.
In Le Chiavi di Casa l'incontro tra padre e figlio avviene a Berlino, in La Stella Che Non C'è teatro
dei fatti è la Cina. Quali i motivi che l'hanno spinta ad ambientare all'estero, a differenza dei
racconti cui i suoi film si ispirano –Nati Due Volte di Pontiggia e La Dismissione di Ermanno Rea
–queste due storie?
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diverse. In Le Chiavi di Casa, Berlino era una tela di fondo, un luogo alieno dove
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C'è, la Cina è protagonista, anche se è vista con gli occhi di un Italiano.
La globalizzazione ridefinisce, pressoché ovunque, la struttura del lavoro e, con esso, anche le
relazioni umane di cui esso è composto. Questa ridefinizione fa spesso paura e solleva molte
domande. In La Stella Che Non C'è viene azzardata anche qualche risposta?
Diciamo pure che mi sento nella stessa condizione di chi si pone le domande, e non in quella
di chi trova le risposte. Non tutte almeno, e forse non quelle giuste.
Vuole raccontarci l'esperienza, umana e professionale, di girare un film in un paese come la Cina?
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Cina, ero nella condizione ideale per poter capire, passo dopo passo, i sentimenti del mio
protagonista. Tutti e due abbiamo fatto lo stesso viaggio, e tutti e due non da turisti. Forse un
paese non lo si conosce mai fino in fondo, se non si vive a stretto contatto con i suoi abitanti.
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ma dalle persone che ho avuto accanto nel mio lavoro.
La Cina
Ci sono tante Cine ed io ho cercato di mostrarvele. Enormi grattacieli con 12.000 persone
dentro. Ed in ogni appartamento oltre ad abitarci i cinesi lavorano.
Tutto il Paese è teso verso una produzione sempre più spinta
Per girare il film abbiamo dovuto superare ben tre commissioni di controllo e tutto il filmato
è stato poi rivisto dopo il montaggio . Eravamo seguiti durante tutte le riprese. Alcune cose
non le abbiamo potute registrare. Ad esempio una sparuta manifestazione di studenti che
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di gente che va in giro con la mascherina anti smog.
Sergio Castellitto e Vincenzo Bonavolontà
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Il suo è un personaggio che ha la levatura di un personaggio dei film di Frank Capra
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come a lui, dicono che ho un brutto carattere
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Dopo aver visto il film durante la selezione mi ha telefonato dicendomi che si era tolto un
peso dallo stomaco perché la Cina che raccontavo non era in contraddizione con quella che
lui conosceva così bene.
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dovremmo avere come obiettivo dopo una vita trascorsa a sbagliare ed a comportarci male.
Il film è dedicato alla mia nipotina Audina –che peraltro fa anche una piccola parte nel film.
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Le parole di Sergio Castellitto
Come si è preparato al viaggio?
Come mi preparo ai viaggi sia in termini geografici che creativi e artistici, nel senso che ho
cercato di non dimenticarmi di nulla, di portare tutto in valigia. Io sono uno di quegli attori
che ragionano sul personaggio prima, poi quando sono lì recito e basto. Penso che la
recitazione sia un gesto emotivo prima che razionale.
Paesaggio intorno?
La Cina è viaggiare dentro un pianeta dove le immagini vanno dal medioevo alla
fantascienza, dall'efficienza tecnologica più avveniristica alla povertà.
Dopo "Il regista di matrimoni" durante il quale andava nella Sicilia delle superstizioni, un altro
viaggio cinematografico stavolta in Cina. Linee comuni?
Ogni protagonista compie un viaggio, sono entrambi uno straniero. Il viaggio è socializzare
con un mondo nuovo, con cui viene in contatto. Nel caso specifico del film di Gianni è la
storia di un uomo che impara ad essere morbido,. Un uomo che parte rigido, duro molto
legato alle sue convinzioni, ma che poi impara a fermarsi. Forse il ruolo più attivo non è
quello di muoversi, ma quello di fermarsi nella prateria sperduta.
"La Cina non me l'aspettavo così" viene detto nel film....anche lei l'ha pensato?
E' un Paese che come tutti sappiamo ha una crescita impressionate che condiziona non
soltanto l'interno della Cina, ma l'intero Paese. Non credo che la Cina conquisterà il mondo,
ma lo comprerà.
Quale stella non ha trovato in questo sua avventura?
La stella che ho trovato è l'esperienza in sé, è il privilegio di aver fatto il viaggio. Forse è la
stella mancante su quella bandiera, quella che mi piace pensare sia della libertà. Ma forse
anche quella della comunicazione. Io se penso alla nostra vecchia Europa ho veramente la
sensazione che se faccio il controcampo di ciò che ho visto in Cina, è la differenza tra un
cinema d'essai e una multisala. L'Europa è un cinema d'essai.
La figura della donna in Cina non è certamente ancora ai livelli di libertà che c'è in Occidente...
No, per niente, ma non per questo mancano donne coraggiose ed autorevoli.
E' vero che c'è questa ansia di distruggere in Cina?
Distruggere no,cambiare forse. Il vecchio non è mai considerato antico. Il concetto di antico
in qualche misura non esiste, ciò che è vecchio si butta, si ricostruisce, si rifà. Questa è una
cosa che per noi che abbiamo la fissazione del restauro è una cosa inconcepibile. Abbiamo
una visione completamente diversa: loro sono proiettati, in una certa misura la memoria, per
loro, non esiste. Tenere insieme un paese di un miliardo e trecento milioni, almeno fra quelli
censiti, non deve essere facile. Il collante è dato dalla dittatura e dalla potenza economica:
una bomba inesplosa.
Nel film una battuta di un cinese a proposito degli italiani ("Sono irakeni?") ci fa capire come
mentre per noi sono la minaccia, loro spesso neanche sanno chi siamo. Ha avvertito questo loro non
rendersi conto della propria forza economica?
Sembra che loro siano un po' inconsapevoli della loro forza, della loro potenza. Di povertà ne
ho vista tanta, soprattutto nelle campagne. Ma mi ricordo anche il sorriso delle persone,
un'accettazione dell'esistenza. Non so, credo che né noi né le prossime generazioni vedranno
un cambiamento politico autentico in Cina, ma credo che la parte positiva di questo
criticabilissimo sviluppo economico micidiale che stanno avendo, questo utilizzo
indiscriminato del capitalismo, nelle mani di un governo autoritario, credo che in ultima
istanza produrrà anche una ventata di libertà. Ma ci vorrà tempo.
La recitazione è un modo fondamentale per impar
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E' stato un viaggio faticoso, profondamente emozionante. Emozionante perché
l'identificazione dello stare solo e lontano dal mio mondo, era lo stesso del personaggio. Ho
convissuto profondamente con questo personaggio, Vincenzo Buonavolontà è stato il mio
migliore amico per tutto il film. Ho cercato di consegnare a lui queste sensazioni. Io non
credo nell'immedesimazione nella recitazione, ma nell'identificazione questo sì. Un sentire
comune fra attore e personaggio, due vasi che si consegnano a vicenda esperienze. In questo
senso volevo che avesse veramente i miei occhi.
Ha avuto modo di conoscere il vero operaio sui cui si è ispirato il libro?
No, ho parlato con lui solamente una volta per telefono. Ma il libro di Rea è veramente uno
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Come è stato lavorare con Gianni Amelio?
E' stato molto emozionante. Gianni è un uomo che ha il coraggio del suo fervore e si carica
per primo della responsabilità della fatica della rabbia della dolcezza di quello che lui vive, è
un contagiatore, uno che contagia.
Cos' è la stella che non c'è?
E' quel manco, quella tessera che dobbiamo mettere noi e che per ognuno è diversa. Vincenzo
parte rigido e torna morbido. Ha capito, è quella la sua tessera. Lui non è una persona che
ascolta, ma uno che parla quando l'altro ha finito di parlare. Ma alla fine del viaggio impara.
Nel film non si parla del passato del protagonista. Avete parlato molto con Amelio di questo prima
di iniziare le riprese?
Si, dovevamo dare l'impressione che parte un uomo solo, che non ha legami con nessuno.
Parte dalla ruggine della prima immagine, l'acciaieria italiana è un cimitero. Un becchino che
abbandona un vecchio cimitero per andare verso la luce, il fulgore dell'acciaio. Ed anche
l'amore visto che capisce che dopotutto non è importante la valvola, ma altro nella vita.
Com'è stato il rapporto con l'attrice?
Lei è stata adorabile e ammirabile, ed il bello è che non è un'attrice.
E' stato difficile imparare un poco di cinese?
Difficilissimo, tant'è che non l'ho imparato!
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Vero, alcune la sera prima, altre volte la mattina stessa. Ma io ho accettato con entusiasmo
questa cosa. Lui scrive lì, ambienta lì, si lascia trasportare dal posto e corregge, rielabora. E
una delle penne che usa è l'attore. Ed io (lo dice sorridendo) sono insomma una bella
stilografica!
Ormai è l'attore più importante in Italia. Tutti i maggiori film vantano la sua presenza. Ha mai
pensato di provare produzioni che non siano italiane o francesi?
Io non ho sogni nel cassetto, e detesto quelli che li hanno perché spesso per gli attori
confinano con le frustrazioni. Io sono curioso di tutto, di lavorare con un film esordiente o di
uno sconosciuto. Io considero il successo come la libertà di scegliere a cosa lavorare.
Ha mai rifiutato offerte di produzioni americane o inglesi?
Si, è capitato anche in un paio di occasioni molto importanti perché stavo facendo altre cose.
Non dico quali film per correttezza verso gli attori che poi hanno scelto di farli. Poi ci sono
film che ho scelto di non fare perché non volevo che i miei figli mi vedessero.
Progetti futuri come regista?
Lo sto scrivendo, ma è ancora un bozzolo.
Si è mai ispirato come regista a qualcuno con cui ha lavorato?
No, mai. Non c'è bisogno a mio avviso di ispirarti in modo cosciente verso altri. Le
esperienze ti entrano dentro, poi escono fuori da sole. Ho lavorato con gente bravissima, ma
esplicitamente non ho mai copiato o pensato a nessuno.
Al tuo figlio più grande il film è piaciuto?
Si, molto. Era stato anche dieci giorni in Cina durante le riprese. Se io penso che quando ero
piccolo al massimo andavo ad Anguillara (cittadina sul lago vicino Roma)..
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Ho conosciuto il cinema orientale con quel capolavoro che è Lanterne rosse. E poi ho visto
anche altri film. Una cinematografia che ammiro molto. Non so se la amo molto, ma la
ammiro.
Mai scelto un film o rifiutato perché "ideologico". Purtroppo spesso in Italia la cultura è
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Mai rifiutato per queste ragioni: ho orrore di qualsiasi forma di ideologia. Credo
nell'individualità, nelle scelte personali. L'ideologia è deprecabile
Il film di Stone sull'11 Settembre però ha avuto molti detrattori proprio perché "patriottico",
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Stone davvero guai a chi lo tocca. Poi dietro a quel film c'è una tragedia che non è solo
americana, ma una tragedia che ha cambiato le vite di tutti noi, di tutti i miei figli.
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Esatto. Ha cambiato il mondo.
E' diverso l'approccio che ha tra un film per la televisione e uno per il cinema?
No, sono sempre film. L'importante è fare le cose per bene. Sto per fare un film per la tv
molto bello, sulla camorra e su di un prete che va a salvare i ragazzi che rischiano di
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Manca un poco in Italia un cinema impegnato come era quello di Rosi?
Tutto è politico, ma quel cinema lì oggi non so quanto potrebbe andare. Rosi, Petri, due
giganti, pur volendo raccontare la politica, la storia, mettevano al centro la drammaturgia, la
potenza dei caratteri, dei personaggi. Come fa il grande cinema americano che se fa The
insider, però il codice non è la politica, ma la relazione psicologica tra i due protagonisti.
Per chiudere: due anni fa Amelio si presentò qui al festival con Le chiavi di casa, e dopo non aver
vinto nessun premio ci furono tantissime polemiche. Sentite un poco la responsabilità di dover
ambire al Leone d'oro con questo film?
Beh è un film che è costato tanto sia da un punto di vista economico e creativo. Ottanta giorni
meravigliosi, ma faticosi, quindi c'è una spugna di emozioni, di fatica e di lavoro che lo
compongono. E' chiaro che uno lo porta a questo festival con la speranza che piaccia. Poi per
quanto mi riguarda credo che il primo premio sia il pubblico, poi tutto il resto sono foto e
copertine.
Le recensioni
Emanuela Martini (Film TV)
Dopo gli andirivieni dal sud al nord e dal nord al s
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professionale. Fin qui il romanzo. Da qui, il film di Amelio, che comincia dove il libro finisce (Rea
è al corrente del cambiamento radicale), quando cioè il protagonista scopre che nella macchina che i
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Amelio -. Un film sulla necessità di fare le cose bene, qualsiasi cosa. Il protagonista è una sorta di
Don Chisciotte che combatte non contro i mulini a vento, ma contro un vizio radicato nella
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al protagonista ed è il suo corrispettivo nella Cina moderna. «Come lui, anche lei combatte contro
qualcosa. contro le contraddizioni del suo paese in mutamento, nel quale oggi un liberismo fin
troppo esibito convive con la r
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direttore della fotografia Luca Bigazzi, la montatrice Simona Paggi, il musicista Franco Piersanti),
sono molti i tecnici e professionisti cinesi della troupe, con ruoli importanti; e cinesi sono quasi tutti
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(oltre che con Amelio per Così ridevano) e che realizza il film per Cattleya e Raicinema. Amelio
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in cammino per esorcizzare la perdita di qualcosa (il contatto fisico con la macchina), ma finisce per
trovare la spinta per ricominciare. E proprio questo vorrei che il film trasmettesse: non il pianto per
una perdita, ma la voglia di scoprire il nuovo»
Roberto Escobar (Il Sole-24 Ore)
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bambini, di fumo, di panni stesi ad asciugare. E sempre, ora come allora, lo guida la sua buona
volontà, la sua dignità che porta in sé la memoria antica del lavoro, del saper fare, del voler fare.
Non è solo un pretesto narrativo, quello che spinge Vincenzo fino allo Yangtze e oltre. Il piccolo
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stretto, realistico. Lo è invece per il valore. ,In quella centralina tirata a lucido, e rinforzata con un
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incomprensibili, con la sua vastità imprevedibile. Non ha paure, Vincenzo. Non vede pericoli,
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uomini e di donne e nel vuoto di spazi sconfinati, quel suo interlocutore. Non conta se, lungo il
cammino, vede cose grandiose e terribili: miserie, sfruttamento, abbandono, e la conferma che
ovunque esplode una forza che non tiene conto dei singoli, ma che tutti li gioca e li costringe.
Insomma: cose che minacciano di ingigantire la sua solitudine, e di ridurre a niente il suo rispetto dì
sé. È un viaggiatore coraggioso, in ogni caso. Lo è fin dalla giovinezza. E ora che ha passato i
cinquanta anni è anche un viaggiatore accorto. Alla fine lo incontra, il suo interlocutore. E il solo
che, in quel Paese enorme
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due parlano la stessa lingua, fatta non di parole ma di lavoro e intelligenza. Non importa che,poi, la
centralina sia buttata in un angolo, tra vecchi pezzi di ferro arrugginito. Non importa perché
Vincenzo Buonavolontà ha tenuto fede a se stesso. E ora, seduto con Ling Tai in una stazione
ferroviaria perduta nel mezzo della Cina, quel suo cognome sembra alludere non più solo al suo
passato e al suo presente, ma anche al suo futuro. E questa impressione è solo attenuata, non vinta,
dal sorriso triste che i due hanno negli occhi.
Maurizio Porro (Il Corriere della Sera)
Viaggio in Cina di un operaio «dismesso» per sostituire la centralina di un impianto, ma la materia
del film di Amelio muta sotto i nostri occhi. Bravissimo, Castellitto offre la radiografia del cuore,
conquista la sua tenerezza e guarda senza pregiudizi un altro mondo con l' aiuto di una cinese
ragazza madre. Parte in camion la crisi esistenziale e la portata morale, tipica di Amelio, d' una
ricerca intrisa di illusioni e delusioni: per ottenere altri valori piangere fa bene. Road movie doppio
all' Antonioni con finale di speranza e un discorso che da concreto si fa, per magìa di cinema,
astratto e interiore, come se il regista filmasse e firmasse con una dolcezza superiore alla sua media
sguardi, silenzi, sospensioni di chi ha sprecato la vita e non lo sa. Tema classico, la voglia di
paternità. E la stella che manca è l' innocenza, infatti forse è quella di un giocattolo.
Tullio Kezich (Il Corriere della Sera)
Nel romanzo di Ermanno Rea La dismissione il protagonista si chiama Buonocore, nel film La
stella che non c' è (incarnato con travolgente, viscerale partecipazione da un grande Sergio
Castellitto) diventa Buonavolontà. Il cambiamento è significativo perché sullo schermo il regista
Gianni Amelio celebra proprio l' ottimismo della volontà. Scrivendo il libro su ispirazione di un ex
manutentore specializzato delle colate continue, Rea aveva allargato la cronaca dello smontaggio
dell' Ilva di Bagnoli alla demotivazione personale di uno dei neodisoccupati. Nel film, che iniziando
dove il libro finisce inventa un seguito, il protagonista ha patemi d' animo in omaggio alla missione
che si è imposto. Ovvero quella di informare i cinesi, acquirenti dell' acciaieria, di un difetto grave
che potrebbe comportare morti e feriti se non si adotta la soluzione da lui scoperta. Nell' ansia di
consegnare la centralina modificata Buonavolontà non esita a prendere l' aereo per Shanghai, ma
non basta perché nel frattempo l' impianto è passato di mano in mano e nella crescita selvaggia di
un confuso panorama industriale è difficile ritrovarlo. Donde un viaggio da «road movie» che porta
l' italiano, scortato dall' interprete Lin Hua (la deliziosa non attrice Tai Ling) con la quale nasce un
pudico rapporto, sulle onde del Fiume Azzurro: da Wuhang all' inferno urbano di Chongquing, dal
villaggio di Ci Qi Kou (dove la ragazza madre nasconde il suo segreto) fin dentro la Mongolia. A
cavallo fra documentario e metafora, La stella che non c' è tenta di restaurare e giustificare il
desueto stupidissimo slogan «la Cina è vicina». In altri tempi, per una sfilata di immagini firmate di
un Paese che l' aveva conquistato e commosso, Michelangelo Antonioni fu perseguitato come spia
dell' imperialismo; e qui al Lido vedo ancora in giro qualche intellettuale nostrano che si associò
alla condanna. Per cui viene spontaneo chiedersi: cosa diranno oggi i cinesi del film di Amelio?
Dove a un amore almeno pari a quello di Antonioni corrisponde uno sguardo molto più
spregiudicato sul degrado e il rischio della catastrofe. La stella che non c' è è la cronaca di una
piccola epopea senza scopo (si veda dove finisce la famosa centralina ), ma è insieme una fiera
elegia dell' orgoglio di fare bene il proprio lavoro pur consci di vivere in un' epoca dove la cosa
addirittura disturba. Stupendamente fotografato da Luca Bigazzi, musicato da un ispirato Franco
Piersanti che sa far cantare le fabbriche, evidente frutto della dedizione di una troupe in trasferta
sposata alla disponibilità dei nativi, questo è un prezioso film da meditazione destinato senza
dubbio a restare.
Natalia Aspesi (La Repubblica)
Gianni Amelio con il suo La stella che non c'è, primo dei due film italiani in concorso, accolto da
otto minuti di applausi alle prime proiezioni, porta alla Mostra una Cina mai vista prima, soprattutto
nei film cinesi: quella che il cinquantenne manutentore napoletano disoccupato Sergio Castellitto
attraversa alla ricerca di una sua Shangri-La, di quella ormai per lui mitica acciaieria che ricostruita
chissà dove con gli altiforni smantellati della Ilva di Bagnoli ormai chiusa, nasconde un difetto
pericoloso, che solo lui crede di poter eliminare.
Ispirato a "La dismissione" di Ermanno Rea, il film di Amelio ha commosso critica Internazionale e
pubblico, e anche il vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli che
ieri mattina alle 8 si è messo in fila con gli spettatori trascinando anche il suo staff. «Lo volevo
vedere a tutti i costi e non potevo aspettare la presentazione ufficiale perché alla festa della
Margherita a Caorle mi attende un probabile incontro con Berlusconi (poi saltato, ndr)». Ha definito
il film «possente, trascinante», e il regista lo ha ricambiato complimentandosi per la nuova legge sul
cinema che gli pare perfetta. Vincenzo Buonavolontà (Castellitto) trova il suo Virgilio nella
studentessa-interprete Liu Hua (l'esordiente ventenne Tai Ling) e con lei inizia un viaggio che è una
discesa all'inferno nel cuore dell'immenso paese delle contraddizioni, comunista e consumista,
ricchissimo e miserevole, all'avanguardia e retrogrado: dai lussuosi grattacieli di vetro di Shanghai
con i suoi uffici eleganti, simbolo di una società opulenta, in treno sino alla città di Wuhan dove
vivono 8 milioni di persone e ancora troneggiano gigantesche statue di Mao, lungo lo Yangsi sino a
Chongqing, 13 milioni di abitanti, con gli spaventosi grattacieli da 70 piani dove s'ammassano
anche l2mila inurbati in cerca di lavoro, in pullman al villaggio di Yinchuan, dove ancora i
contadini sopravvivono coni loro piccoli commerci artigianali, in camion a Baotou dove finalmente
Castellitto trova il gigante siderurgico costruito con i resti dell'acciaieria napoletana e riesce a
consegnare il suo prezioso marchingegno: il viaggio è finito, e Castellitto, più bravo dei solito, che
sino a quel momento ha mostrato un viso febbrile, chiuso, un po'folle, può finalmente sorridere e
piangere.
Chi è Vincenzo? «È uno di quei cinquantenni solitari che si ritrovano di colpo senza il lavoro cui
hanno appassionatamente dedicato tutta la vita. Ha la tempra di certi capitani di ventura del passato
che partivano verso l'ignoto, ma anche di un mio nonno semianalfabeta che a vent'anni partì da solo
per l'Argentina e si costruì una nuova esistenza». Da ragazzo Amelio ha avuto la sua fase maoista e
a Hong Kong dove era andato a girare la sua prima pubblicità, si comprò il Libretto Rosso, in
cinese, per essere più rigoroso. La distruttiva rivoluzione culturale gli sembrava un'idea esaltante: se
lui di origine contadina era diventato un intellettuale, perché gli intellettuali non dovevano diventare
contadini? «Oggi la Cina è soffocata da un sistema burocratico duro, dittatoriale, su cui si è
installato il peggio del capitalismo a scapito della vita dei lavoratori. Dovunque abbiamo girato i
cieli erano grigi, nebbiosi, impenetrabili, a causa dell'inquinamento a livelli spaventosi. Abbiamo
visto il sole solo quando abbiamo raggiunto la Mongolia interna. Tutta la troupe prima o poi si è
ammalata, di dissenteria e altro».
Tre mesi di sopralluoghi, nove settimane di riprese, un tempo infinito per superare le vane
commissioni di controllo, che noi chiameremmo di censura. «Non volevano che girassimo nelle
acciaierie di Chongqing, che sono uno dei luoghi più spaventosi della terra, dove le donne fanno da
mangiare tra i miasmi velenosi e i bambini scalzi e abbandonati girano tra i detriti dell'acciaio: poi
abbiamo ottenuto il permesso, con i soliti angeli custodi gelidi che assistevano alle riprese. Con un
trucco siamo riusciti a ricostruire queste scene ma temevamo che poi i vari controllori ci avrebbero
chiesto, anzi consigliato gentilmente, di eliminarle. Invece quello strazio non ci ha colpiti per
niente, si vede che ci sono abituati». Un altro momento sconvolgente dei film è quando Castellitto e
la ragazza cinese s'inerpicano sulle scale del grattacielo slabbrato e cadente, vero brulicante alveare
umano, in cui in ogni loculo vive una famiglia, c'è un laboratorio, si svolge un commercio, esercita
una prostituta. Non hanno protestato? «Hanno insistito perché togliessimo la frase "hanno costruito
grattacieli ma non gli ascensori", che offendeva il loro concetto di progresso. Però non l'abbiamo
fatto e si sono rassegnati. Sono stati invece implacabili nel far togliere le mascherine
antinquinamento alle comparse, perché davano un'immagine secondo loro offensiva della loro
gloriosa industrializzazione. Poi sono riuscito a filmare le operaie vere che anche fuori dalla
fabbrica non si tolgono la mascherina».
Ovunque la macchina da presa riprende i meravigliosi bambini cinesi sempre soli, come
abbandonati, e a un certo punto da un televisore, spunta una biondina di tre anni: « È Alma, la figlia
del mio figlio adottivo albanese, che avevo scelto per interpretare "Lamerica". Si è sposato e ho
finito per adottare tutta la sua famiglia, che è diventata la mia: sono appena nate due gemelline che
ho lasciato inquieto nell'incubatrice in ospedale. Ma l'evento inaspettato che mi ha sconvolto la vita
è un altro. Io ho fatto tutte le esperienze che volevo, non ho lasciato nulla d'intentato, ma desideravo
un altro tipo di amore. E infatti mi sono innamorato come non mai della ragazzina cinese dei mio
film, che come tanti attori ha un bisogno tattile verso il suo regista, e mi stava vicino, e mi toccava.
Io mi sono avvicinato a lei con cautela, ma ho 61 anni, e Tal Lirig 21, è un vuoto di vita ed
esperienze che neppure l'amore può colmare. Così ho deciso di fuggire e di limitarmi a fare il nonno
e di far crescere le mie nipotine. Questa esperienza interrotta ha cambiato anche il mio modo di
lavorare, mi ha fatto capire il valore della tenerezza, mi ha suscitato un senso più materno che
paterno verso i personaggi, verso gli attori di questo mio ultimo film».
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sullo stato delle cose, sulle contraddizioni di un popolo diviso tra tradizione atavica e progresso
dilagante, di sguardi su una realtà che incombe, ed è il nucleo centrale di un film che parte piuttosto
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allo spettatore. Amelio non ha il coraggio di assecondare a pieno la forza delle sue immagini e gira
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Si dirà che l'importante è viaggiare e non giungere a destinazione, ma per comprendere appieno il
senso del viaggio è necessario almeno capirne le motivazioni. Il problema del film di Gianni
Amelio è proprio nella sceneggiatura (per restare nella metafora, ciò che dà carburante al film
permettendo al viaggio cinematografico di compiersi). L'on-the-road in un paese che alterna la
monumentalità e il caos delle grandi città alla vita rurale dei piccoli paesi sparsi nella immensa
provincia, è molto interessante e istruttivo, perché mostra la doppia faccia della Cina attuale: un
enorme cantiere a cielo aperto dove si rincorre la modernità senza tenere conto delle persone, intese
non come forza lavoro, ma come esseri umani in cerca, come tutti quelli che possono permetterselo,
di serenità e gratificazione. Parlare in Cina di diritti del cittadino e del lavoratore appare quanto mai
illusorio e il film mostra i luoghi e le facce, fa sentire gli odori, mettendo lo spettatore in grado di
comprendere meglio le contraddizioni di una realtà geograficamente lontana. Al di là
dell'immersione in un'altra cultura, però, la storia e il suo sviluppo hanno gambe assai fragili.
Intanto perché del protagonista non sappiamo nulla, se non che è (era?) un operaio specializzato
nella manutenzione di un altoforno venduto a una società cinese. Forse è un idealista (già il
cognome Buonavolontà è un segnale), ma per tutto il film ci si domanda chi paghi il suo viaggio e il
motivo di tanta determinazione nell'affrontarlo. Poi, appena arrivato a Shanghai, città con milioni di
abitanti, incontra per caso, e riconosce, l'interprete cinese che aveva visto mesi prima in Italia per
non più di cinque minuti. Ma le coincidenze non sono finite e pure il finale a mezze tinte propone
un improbabile ritrovarsi dei due protagonisti in una stazioncina persa nel nulla. La strana coppia,
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intrattengono con i luoghi, molto spesso portatori di un forte senso di verità: non si tratta di
semplice illusione referenziale, ma di un ancoraggio realista che restituisce la presenza tangibile e
concreta delle situazioni rappresentate. Basti pensare alle sequenze iniziali, in cui Vincenzo
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avvicinamenti rendono la progressione sentimentale scarsamente verosimile, riducendo la
credibilità del loro rapporto alla sola reciprocità fisica. Fotografia efficacemente atmosferica di
Luca Bigazzi e suono in presa diretta splendidamente ruvido e caotico di Remo Ugolinelli.
Scarica

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