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In copertina: Géricault - Il bacio, particolare
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LUIGI MANZATTO
INNOCENZA
RUBATA
Storie segrete di una monacazione
Bonfirraro Editore
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© 2011 by Bonfirraro Editore
Viale Ritrovato, 5 94012 Barrafranca Enna
Tel. 0934.464646 0934.519716 telefax 0934.1936565
E-mail: [email protected]
ISBN 978-88-6272-033-5
Prima edizione ottobre 2011
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A mio figlio Denni...
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Preambolo
Vuoto. Assolutamente vuoto. Incapace di connettere o di abbozzare una decisione personale chiara e autonoma. Per la prima volta nella mia vita dovevo fare, io e non altri, una scelta fondamentale. Di quelle che segnano un abisso tra due opzioni antitetiche.
Me ne stavo immobile, incorniciato dalla finestrella, quaranta
per ottanta, a osservare con occhi assenti l’orto, coltivato a insalate e pomodori. Immobile come il cielo gelatinoso immerso nel
pigro torpore di un primo pomeriggio di luglio. Immobile come
l’ortolano sdraiato all’ombra di una grande magnolia, con il cappello tirato sugli occhi, per la siesta estiva. Perfino il fastidioso
stridio delle cicale era momentaneamente cessato.
Nella mia cella si soffocava dal caldo. Era posta a sud, senza ripari di alberi o di altre costruzioni. La cucina, posta proprio al di
sotto, ne aveva impregnato i muri di odori di salse e di rifiuti nauseabondi. Feci un gesto di disgusto e mi ritirai dalla finestra. Mi
sdraiai sul letto.
Il mio encefalogramma continuava a segnare una immobilità totale, una calma piatta assoluta. Tutto mi era odioso: il caldo, il
convento, quel silenzio greve che regnava nei corridoi, la finestra
troppo piccola, la cucina proprio sotto.
È difficile ragionare a mente fredda quando il corpo fuma dal
sudore e tu ti senti nel letto di Procuste, tormentato dentro e fuori da assilli esistenziali e da aghi che ti crocifiggono la pelle. Mi
ravvoltolo più volte su me stesso alla ricerca di un improbabile
refrigerio. Mi alzo indispettito, mi levo la tonaca umidiccia e maleodorante di sudore, e la getto con fastidio sulla sedia con cingolo e corona. È proibito rimanere così, con le larghe mutande di
tela grezza e la tonachetta (una specie di canottiera con funzione
sacrificale) di canapa graffiante sulla pelle, senza il grande simbolo della nostra appartenenza a un Ordine religioso. Alzo le spalle come per dire che sono cavolate di altri tempi. Ma ora sto
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meglio, posso respirare.
La liberazione dal saio ha l’effetto che subisce lo spumante quando ne viene stappata la bottiglia: tutto si mette in agitazione e la
gara tra le bollicine verso la libertà si fa aspra e furibonda. Il soffitto della cella, su cui è fissato il mio sguardo indifferente, incomincia a popolarsi di ricordi inizialmente sconnessi nel tempo e
nello spazio: sgomitano senz’ordine e senza senso, in un turbinio
da capogiro. Si rincorrono lungo le pareti, si accavallano, si dileguano, riappaiono in forme e figure sempre diverse.
Non si trattava solo di ricordare: bisognava dare un senso a vent’anni di educazione religiosa, ricercare un legame persuasivo, individuare la libertà di scelte che si erano succedute con scadenze
ineludibili. E tutto questo non per puro piacere di rivangare oziosamente il proprio passato. Ma per un’analisi psicologica che doveva portare a una scelta categorica: aut aut! Come categorico era
stato l’invito del padre superiore provinciale1.
Mi aveva accolto il giorno precedente nella sua stanza con un
sorriso che gli morì subito sulle labbra, dimostrando un imbarazzo che contrastava nettamente con l’affabilità dimostratami altre
volte.
M’inginocchio per baciargli la mano, secondo la prassi, e sento subito che mi stringe la mia con il trasporto di chi ti tende l’ultima possibilità di salvezza. I suoi occhi chiari e penetranti mi
scrutano con l’insistenza che conosco, e mi sento il volto arrossire in modo superbo, come chi è colto nella sua prima esperienza
peccaminosa. Cerco di calmare la galoppata scomposta del mio
cuore dando più spazio alla razionalità: alla fine dei conti il superiore non ha ancora aperto bocca e sta pulendosi con tutta tranquillità le unghie tra di loro. Il mio rossore è fuori luogo e può essere una confessione non richiesta di qualche mia trasgressione
alle regole monastiche. Ma il motivo di questa mia convocazione
mi è chiarissimo, non ho dubbi. Ad ogni modo, nel breve silenzio di questa pausa eterna, riesco a organizzare, sia pure in modo
confuso e frammentario, un piano di difesa classico: fingere di cadere dalle nuvole e manifestare la più grossolana semplicità. –
Che cosa avrà rivelato la Luisa al padre provinciale – mi chiedo.
– Fino a che punto la sua gelosia avrà amplificato i fatti? La
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strategia della meraviglia dovrebbe funzionare. In fondo non devo dimostrare la mia innocenza: semmai tocca al superiore dimostrare la mia colpevolezza.
Il colloquio si dimostrò subito avaro e formale, senza vero interesse, se stavo bene, se ero contento, se avevo problemi. Ma a
un certo punto il superiore decise di entrare direttamente nell’argomento per cui era venuto. Ne osservai la sofferenza nelle rughe
profonde, quasi assorbite dalla sua lunga barba bianca; la mia invece era curata alla Cavour e un ciuffetto nella chierica2 mi rendeva certamente meno provinciale.
– Padre, – mi chiese, con una voce che allarmò subito il mio intuito, – non ha niente da rimproverare alla sua coscienza?
La domanda generica lasciava tuttavia intravedere delle conoscenze ben precise. L’uso insolito del lei marcava la sua attuale
distanza sentimentale. All’epoca del seminario era stato mio direttore e insegnante di francese. Mi conosceva perfettamente. Una
conoscenza reciproca. Sapevo che potevo mentirgli. Cercai di appiattirmi e di sfuggire a quei giri ampi e solenni che preannunciavano la calata improvvisa del falco sulla preda.
– Il giusto cade sette volte al giorno – gli risposi genericamente anch’io, convinto tuttavia che la mia strategia era puramente
dilatoria. – Chi non ha qualche cosa da rimproverarsi? Certamente potrei essere più assiduo alle preghiere comuni, più diligente
nel mio insegnamento, che so?
– E per quanto riguarda il voto di castità?
Ecco il nodo cruciale. Un superiore non fa mai domande in un
campo così delicato se non ha almeno qualche fondato sospetto
su possibili violazioni. Si può scherzare sul voto di obbedienza e
di povertà, mai su quello di castità. Che cosa poteva dunque sapere di Rosanna?
– Non ho problemi particolari, – risposi ancora genericamente,
lasciando a lui la determinazione della vicenda. – Sono tranquillo, ho fatto la mia scelta.
Il superiore parve riflettere un momento, stava cozzando contro
una muraglia. Non avrebbe cavato un ragno dal buco, se non avesse giocato a carte scoperte.
– Non conosce per caso una signorina di Abano, a cui ha già fatto
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visita in casa?
Il riferimento così preciso obbligava anche me a gettare le carte sul tavolo. E tuttavia non mi sentivo ancora pronto per una rottura definitiva. C’erano delle radici ventennali che a spezzarle il
cuore avrebbe sanguinato. Ci si può affezionare anche alla propria infelicità, l’incognito fa sempre paura. Tentai rifugio nel generico – Sì, è una signorina che ho conosciuto durante il pellegrinaggio a Lourdes.
– Una semplice conoscenza, o… qualcosa di più?
Il superiore stava operando con mani da chirurgo. Ma si stava
avvicinando con terribile sicurezza ai margini della piaga.
– Sicuramente qualcosa di più – confessai con fatica.
– Fino a… violare il voto di castità? – Pareva ormai che soffrisse di più il superiore a porre le domande che io a dare le risposte.
– Sì, fino a violare il voto di castità – ripetei le sue parole abbassando gli occhi e arrossendo magnificamente. Il superiore poggiò i suoi gomiti sui braccioli della poltrona, sfiorandosi le labbra
con le dita delle mani congiunte. Guardava lontano, raggrinzando il volto, come se dovesse cercare le parole tra le nebbie. Non
voleva fissarmi negli occhi. Ormai i nostri mondi sembravano girare agli antipodi dell’orbita celeste.
– Mi è stato anche riferito che… lei… ha pure passato una notte con quella signorina. Corrisponde a verità?
– Sì, è vero – mormorai. Il dispetto che avevo provato per la
Luisa stava ora stemperandosi in modo imprevedibile e io avvertii quasi un sollievo nel confessare la relazione. Forse era finalmente arrivato il momento di una chiarificazione definitiva. L’avevo tante volte temuta e desiderata.
– Padre, lei sa che tutto questo è molto grave? – La sua voce
non era indignata, solo dolente.
– Sì, lo so.
– È una cosa seria? – La domanda non era oziosa. Egli capiva
benissimo la differenza che passa tra un’avventura occasionale e
una relazione seria. Non era ignaro della vita, come invece lo ero
stato io. La sua scelta della vita religiosa era maturata a trentacinque anni, con la piena consapevolezza dell’esperienza adulta. E
forse lui stesso nella sua giovinezza poté aver provato qualche
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relazione seria. O per lo meno poté averne l’occasione.
– Sì, penso che sia proprio una cosa seria.
Mi sembrò che a queste parole Rosanna mi sorridesse compiaciuta, quasi che mi incoraggiasse a completare l’opera della chiarificazione. Il superiore lasciò passare alcuni istanti infiniti. Poi
mormorò a bassa voce – Lei sa, padre, che voto di castità e relazione con una donna sono inconciliabili: o si sta al voto o si esce
dal convento. Non ci possono essere altre soluzioni, non ci sono
vie di mezzo.
Le sue parole si inquadravano perfettamente nella mentalità codificata da secoli e secoli di legislazione ecclesiastica. E per di
più lui era stato ufficiale dell’esercito. Vale a dire una persona per
nulla propensa a contrattare deroghe alle leggi. Quell’aut aut io
me l’attendevo da sempre. E tuttavia volli tentare l’unica carta che
avevo a disposizione – Lei ha pienamente ragione, padre, – risposi timidamente, sicuro di gettare un ponte nel vuoto. – Ma io so
per certo, perché ne sono a conoscenza personale, che in Germania un caso analogo al mio è stato risolto dal padre provinciale in
modo non così dilemmatico, si è trovato un accomodamento molto ragionevole.
Il superiore sembrò concentrarsi come a mettere a fuoco scampoli di memoria. Poi scosse la testa in segno di diniego.
– Sì, qualcosa è giunto anche fin qui di quella vicenda. Che ha
fatto scandalo. E non è assolutamente proponibile da noi.
Il superiore tacque per un momento. Io non ebbi più alcun sussulto, nessuna volontà di obiettare, sarebbe stato come combattere contro i mulini a vento. Attesi senza trepidazione la sua decisione.
– Mi rendo conto – disse alla fine di quella elaborazione, che doveva sicuramente essere complessa – che la sua decisione, qualunque essa sarà, ha bisogno di una pausa di riflessione assoluta, senza impegni di sorta alcuna, nemmeno di quelli ministeriali. Lei si
recherà nel convento di X, che mi sembra il più adatto per la solitudine che offre. Le do una settimana di tempo per una revisione
completa della sua vita e per una risposta ponderata, suffragata da
preghiera e meditazione. Padre, ricordi gli anni del suo noviziato,
il fervore che animava l’attesa del sacerdozio, l’entusiasmo per il
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privilegio eccezionale di essere un alter Christus. Forse scoprirà
la radice delle sue deviazioni, una piccola radice che è andata ingrossandosi e abbarbicandosi, fino a occupare tanta parte del suo
cuore; ma non tale, speriamo, che non possa essere estirpata con
la grazia di Dio e l’aiuto della beata Vergine. Sono sicuro che, se
lei riuscirà a portare una chiarificazione sulle sue scelte, ritornerà rinnovato e rinvigorito nella vocazione religiosa e sacerdotale.
Ma se, Dio non voglia!, l’insofferenza ha già guastato completamente la lucidità di giudizio, beh, allora io non posso fare altro
che invocare la misericordia di Dio su di lei.
Ripercorrendo le tappe della mia formazione, l’entusiasmo dei
primi anni, avrei ritrovato, secondo il superiore provinciale, le motivazioni di fondo per superare la crisi del momento? Avrei proprio riscontrato che il sistema educativo in vigore negli istituti
religiosi era adeguato alla liberazione delle coscienze e all’assunzione di responsabilità così importanti e definitive?
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PARTE PRIMA
LA FORMAZIONE
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1 - IL SEMINARIO
L’ambiente familiare – Confesso di non aver vissuto: così potrei sintetizzare amaramente gli anni della mia formazione religiosa. È vero che fino all’età di dodici anni bene o male la mia
esistenza non si era discostata da quella della mia generazione: i
sacrifici del dopoguerra erano universali e il lavoro, anche pesante, veniva richiesto fin dall’infanzia. Nel mio caso poi la situazione generale era aggravata da una straordinaria componente familiare: dodici fratelli, più altri dodici cugini orfani che mio padre
aveva accolto dopo la morte di due suoi fratelli. Senza contare che
i primi nati incominciavano a loro volta a mettere su famiglia, pur
restando nella casa così accogliente. Le ristrettezze economiche
e ambientali erano quindi estreme, e tutti conoscemmo prematuramente la dura legge del lavoro.
Ma non a questi anni mi riferisco. Ché anzi mi sono impressi
nella memoria e nel cuore con profondo rimpianto e nostalgia.
Non aver vissuto significa per me non aver conosciuto la normalità dell’evoluzione umana, con tutte le sue esperienze umane, sociali, affettive. La mia giovinezza mi fu rubata dal momento del
mio ingresso in seminario. Da nessun ladro in particolare, anzi
con le più buone intenzioni del mondo. Ma una successione di
scadenze fatali ha intessuto una ragnatela quasi invisibile e tuttavia con fili più resistenti dell’acciaio. Costruire il ponte della propria evoluzione senza la grande arcata che dovrebbe poggiare sui
pilastri indispensabili della giovinezza e della maturità comporta
un rischio altissimo di crollo di fronte all’assunzione di impegni
consapevoli, sicuramente una menomazione psicologica rispetto
alle esperienze dei pari età che vivono nel normale ambiente sociale. E in effetti per tutti gli anni successivi, prima inavvertitamente poi in maniera sempre più cosciente, io mi sono trascinato dietro un’anima mutilata.
L’origine della mia vocazione religiosa è misteriosa a me stesso.
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E credo che ciò sia naturale per la maggior parte delle professioni umane. Chi può individuare il primo sbocciare di un’idea, di
una tendenza che sarà poi determinante nella propria vita? Sicuramente hanno un peso spesso decisivo le attività o le tradizioni
familiari, i suggerimenti dei genitori o degli amici, certi sogni a
lungo accarezzati e diventati una potente calamita nei momenti
cruciali delle scelte… Lascio la discussione su queste problematiche a sociologi e psicologi, che hanno già trattato ampiamente
questo argomento. Per quel che mi riguarda, devo assolutamente
escludere ogni folgorazione improvvisa o anche una semplice tendenza personale. Nei miei ricordi non trovo alcun momento di entusiasmo all’idea di farmi frate, non l’orgoglio o la gioia di sentirmi un prescelto tra molti. Naturalmente non fu nemmeno il desiderio di sfuggire a una vita di lavoro e di sacrifici che condividevo con i miei fratelli! Per tendenza naturale ero proprio l’opposto di quel che si dice un buon fanciullo: litigioso, aggressivo, irascibile, capace di distruggere centinaia di biglie vinte con gli amici in un momento di collera con la madre. O di imbestialirmi per
la vittoria allo sprint di un mio compagno nella corsa campestre
per il semplice fatto che io gli ero sempre stato davanti. Un fanciullo normale, insomma, che tra l’altro incominciava a distinguere la diversità femminile. E a desiderarla.
A orientarmi verso la vita religiosa fu piuttosto una serie di fatalità cui non seppi contrappormi con fermezza. D’altra parte quale
coscienza può avere un bambino di dieci anni sull’importanza delle sue scelte? E si possono chiamare scelte le scadenze fatali che
inavvertitamente punteggiano l’itinerario verso la claustrazione?
Sicuramente importante fu la figura di uno zio frate francescano, che in visita alla sorella quasi mi propose per una nuova vita
– E che facciamo, Agnese, di questo figlio? Non sarebbe bello regalarlo al servizio di Dio?
Mia madre aveva già per parte sua il cruccio che su dodici figli
nessuno avesse manifestato tale desiderio. Era come un rimprovero tacito sul suo ruolo educativo, sulla sua capacità di incidere
sulle convinzioni religiose dei figli. Ben diversa era la sua famiglia di origine: due fratelli sacerdoti, sorelle e cugine e nipoti suore, che non sapevo nemmeno contare. La tradizione religiosa nel
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mio ramo paterno era invece del tutto assente e si guardava con
una certa superiorità e ironia beffarda a tutte quelle monacazioni.
Nonostante la mia giovane età, sentivo anch’io poca attrazione
naturale verso le cerimonie religiose, e spesso sfuggivo con altri
amici alle investigazioni del parroco, che ci voleva ai vespri, nascondendoci nei cessi o disperdendoci dietro i pochi spettatori del
piccolo stadio comunale. Molto alto era invece nella mia ascendenza paterna lo spirito libertino, e frequenti i casi di nascite illegittime o di avventure scandalose: donne che erano fuggite con
giostrai, figli abbandonati dai loro padri… Non è qui il caso di illustrare la cronaca familiare dei miei antenati. Solo posso dire che
nelle mie vene mi sentivo scorrere più il sangue ardente di voluttà che una particolare inclinazione religiosa. È d’altra parte vero
che Dio può far nascere dei figli di Abramo anche dalle pietre!
– Fosse vero! – rispose mia madre, guardandomi con tenerezza
e formulando quasi un voto. – Sarei ben felice se Renato seguisse la tua stessa strada. Però deve scegliere lui.
Spesso il destino di un uomo è legato a inizi insignificanti, come
due gocce di pioggia che cadono sullo spartiacque di una montagna a pochi centimetri di distanza, e tuttavia possono finire in mari diversi a migliaia di chilometri l’una dall’altra. Da quel momento la mia vita fu indirizzata inavvertitamente verso un ideale monastico: qualche libretto edificante, racconti di santi missionari, alcune visite di un frate addetto al reclutamento delle vocazioni…
In me non c’era né adesione né rifiuto: tutto mi sembrava il compimento di una necessità fatale, qualcosa di programmato che
sfugge alla libertà di scelta. A quell’età i bambini sono docili e capaci di qualsiasi eroismo, basta prospettargli la bellezza della loro missione futura. Nella mia ingenuità manifestai il desiderio di
diventare vescovo! Mi piaceva quella lunga veste solenne (non ricordo se rossa o viola) che il vescovo indossava in occasione delle sue rare visite pastorali.
La voce che, finite le scuole elementari, sarei entrato in seminario si sparse ben presto tra i miei compagni di scuola. Diventai
oggetto di scherno e di ridicolo. Alcuni più scanzonati si divertirono più volte a disegnare col gesso lungo la strada i rapporti sessuali cui io dovevo rinunciare. Arrossivo visibilmente a vederli e
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a sentire le parolacce volgari che ne seguivano, ma già da allora
si andava creando in me come un rimpianto verso un bene ormai
precluso per sempre alla mia esperienza.
– Davvero vuoi farti frate? – mi chiese un giorno Betty durante l’intervallo. Mi piaceva tanto quella ragazzina eterea, dal dolce sorriso riservato e gli occhi di un intenso colore celeste. Non
ci eravamo mai parlati prima, perché lei faceva parte di una contrada avversaria della mia e quindi restava preda esclusiva di quei
maschi. Ma niente impediva che il mio cuore gioisse quando la
vedevo.
– Non so, forse sì – risposi con grande incertezza. Era la prima
volta che una domanda tentava di scoprire la profondità dei miei
propositi. Un raggio di luce improvvisa nelle tenebre di una coscienza ancora incapace di discernimento. E in realtà io non ero
sicuro di niente. A undici anni si può decidere su una scelta così
importante?
È proprio vero che crescere insieme, in ambienti normali e con
persone normali, aiuta l’evoluzione naturale ed equilibrata della
propria personalità. Con i suoi lati anche meno edificanti. E senza una programmazione dall’alto. Si scoprono le cose e le persone lentamente, come lento è in quegli anni lo scorrere del tempo.
E si scopre che le persone non sono di un solo sesso. E che è necessario quanto prima scoprire la diversità dei sessi, il perché della diversità, e la finalità di tale diversità. Per questo in una tarda
primavera fu organizzata dai miei compagni un’avventura carnale nei campi di grano con alcune nostre amichette coetanee. Lontani da occhi indiscreti e per un tempo abbastanza lungo per dare
a tutti la possibilità di sollazzarsi a dovere. Non fu difficile strappare ai familiari la scusa di una visita a un ponte romano che stava venendo alla luce in mezzo a una bonifica, forse un antico collegamento tra Aquileia e Quarto d’Altino. Avevo già undici anni,
ma la cosa fu avvertita da me come un sacrilegio. Eppure non mi
dispiacque giacere sopra una fanciullina e fingere un rapporto sessuale, come invece tentavano di compiere alcuni amiconi più evoluti. Fu più il piacere di compiere qualcosa di proibito e di levarmi da dosso l’appellativo di fratucolo e di non aggravare la mia
situazione di isolamento che una reale partecipazione fisica.
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Una mia cugina ventenne, nella penombra silenziosa di una soffitta, orientò con decisione la mia mano sul suo sesso, fin che me
la sentii tutta umidiccia e piena di un afrore penetrante ma piacevole ai miei sensi.
Qualcosa stava realmente maturando in me nella stessa direzione dei miei compagni di classe, e guardavo con sempre maggiore ostilità la data fissata per l’entrata in seminario. Certamente non
sarei diventato più sporcaccione o malfattore dei miei amici, tutti ora felicemente sposati e, a quanto si sa, completamente estranei alle patrie galere.
Ma nei miei confronti una trappola cospiratoria si era già messa in moto, assolutamente senza malizia, ma tale da impedire a un
ragazzino di undici/dodici anni di avere la capacità critica di sottrarvisi o di rifiutarla: lo zio frate mi scriveva delle belle letterine d’incoraggiamento; un sarto mi stava prendendo le misure per
un vestitino nuovo (non ne avevo mai avuti, e d’inverno dovevo
accontentarmi di andare a scuola, distante due chilometri, con corti calzoncini di tela, anche con la neve!). E poi la prospettiva del
mio primo viaggio in treno, la sosta nella favolosa Venezia, che
non avevo mai visto, pur abitando nella sua provincia, per salutare alcuni parenti della mamma…
Sotto l’aspetto religioso, lo ripeto, io ero sicuramente un bastardino: non mi era mai passato per la mente, per esempio, il pensiero di fare il chierichetto, vuoi per gli oltre tre chilometri di strada che mi separavano dalla chiesa parrocchiale (da farsi naturalmente sempre a piedi, con qualsiasi condizione climatica), vuoi
per un certo fastidio che mi davano le cerimonie troppo lunghe.
E tuttavia, appena conosciuta la mia serissima intenzione di entrare in seminario, il parroco, che pure coltivava un malcelato scetticismo nei confronti della mia frazione, considerata giustamente
troppo spostata su posizioni politiche a sinistra, mi assegnò un posto riservato nel presbiterio. E un giorno volle addirittura invitarmi, insieme con due altri ragazzini intenzionati a entrare nel seminario diocesano (ah, ma loro sì che erano rampolli di famiglie
stimate nel centro cittadino per sostanze ed elargizioni religiose!),
a prendere la colazione nella canonica. A dire la verità, io non sapevo nemmeno che cosa fosse una colazione, parola troppo
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gentile per dire il latte appena munto che trangugiavo in fretta da
una scodella sbrecciata prima di fiondarmi a scuola. Vi entrai in
punta di piedi, intimorito dal silenzio religioso che vi regnava, dai
pavimenti tirati a lucido, dalla quieta penombra creata dalle imposte socchiuse… Quanta distanza dalla cagnara disordinata di
casa mia! E poi lo studiolo del parroco, con poltroncine e divanetti coordinati, libreria ordinata e ben rifornita, tanto di telefono,
cose dell’altro mondo! E infine l’aroma penetrante del caffè, zabaglione e biscottini, che la perpetua si premurava di passarci sotto il naso… Caffè vero, intendo, non quello di orzo che i miei tostavano in casa, in quella palla di ferro tenuta sul fuoco con i lunghi manici avvolti in stracci, e che tuttavia era riservato solo agli
adulti. Se questa era appena l’anticamera dei privilegi che la Chiesa sapeva dispensare ai suoi fedeli servitori, quali altre sorprese e
distinzioni si sarebbero palesate in futuro?
Del resto la stessa persona del parroco era una testimonianza inconfutabile del potere universale che la Chiesa esercitava nella
cittadina. Cercavi lavoro? Non avevi che da strusciarti un po’ contro le pareti della canonica: una raccomandazione del parroco valeva infinitamente di più di tutti i meriti personali dei richiedenti, e subito un posto sicuro saltava fuori.
Questo per dire che la distinzione di offrirmi la colazione in
quella canonica era stato per me un momento di esaltazione interiore, un gran salto di qualità, una specie di status symbol.
La nuova disciplina – Dalla stazione ferroviaria di X al seminario c’erano circa due chilometri, che facemmo a piedi, mio padre, mia madre e io. Non ricordo di aver detto una sola parola, più
che legittima in chi stava per iniziare una vita invidiabile e meravigliosa. A causa senza dubbio del sole impietoso che trionfava
con le sue proprietà termiche in quel primo pomeriggio del 18 luglio. E nemmeno curiosità di osservare le costruzioni che si affacciavano tra i viali alberati. Testa bassa, coda tra le gambe, proprio come un vitellino avviato al macello.
Alla porta del convento, ad accoglierci con larghi sorrisi francescani ci attendeva il frate che più volte era venuto a rafforzare la
mia vocazione. Stranamente, al posto di un corrispettivo sorriso
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semifrancescano, sfoderai un broncio che poco aveva da spartire
con la perfezione e la beatitudine eterna di cui tanto mi si era parlato. E al momento del commiato un raro scoppio di pianto mi tolse perfino la parola per dire arrivederci ai miei. Quanti sentimenti contrastanti e inattesi possono nascondersi nel cuore di un ragazzino!
La nuova vita in seminario segnò naturalmente un salto di qualità notevole nella mia educazione. Fino a quel momento ero stato come un arbusto selvatico, cresciuto senza cure particolari e
senza grandi prospettive per il futuro. E il mio studio si era sempre svolto tra grandi cagnare e schiamazzi, vista la straordinaria
concentrazione familiare e la mancanza di spazi fisici. Quasi sempre ero obbligato a scrivere sdraiato con la pancia a terra e i quaderni sul pavimento, al semibuio sotto la tavola, tra le gambe dei
commensali. O più spesso sullo scorrimano dei ponti che attraversavo per recarmi a scuola. Che studi superiori poteva aspettarsi uno così, dal momento che i miei fratelli avevano al massimo
fatto la terza elementare? Non è improbabile che nelle pieghe della mia incoscienza si fosse intrufolato il desiderio di studi altrimenti irrealizzabili. A scuola non andavo male, anzi! Non passava mese che non portassi a casa una medaglia di cartoncino giallo (doveva significare l’oro!) firmata dal sindaco come attestazione mensile del primo della classe. Un grande avvenire di avvocato, si alimentavano le speranze in famiglia.
In seminario per la prima volta venni a contatto con la cosiddetta disciplina scolastica: un banco fisso per ogni seminarista, orari rigorosi di studio con intervalli appropriati, silenzio assoluto,
garantito dalla vigile presenza di un frate assistente. Ottanta testoline chine sui libri che non facevano il rumore di una sola.
Il rigore disciplinare, sempre necessario dove la concentrazione delle persone è elevata, serviva anche a ovviare alla mancanza del titolo di studio richiesto per l’insegnamento: nessuno infatti dei nostri docenti era in possesso della laurea, un lusso che in
quel tempo non passava nemmeno per l’anticamera del cervello
dei superiori. La metodologia era quindi quella tradizionale, non
proprio del plagosus Orbilius, ma non molto lontana. Se era servita a loro, perché non utilizzarla per le generazioni a venire? E
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così, più che la riflessione, il senso critico, il dibattito consapevole, era soprattutto la memoria a venire sollecitata. Poesie, paradigmi, date storiche, regole linguistiche…: tutto era affidato naturalmente alla memoria. Che ha sicuramente la sua importanza.
Ma che è più orientata a conservare il passato che a creare un futuro, più ad addormentare le coscienze che a sviluppare menti libere e autonome. E in effetti non esisteva uno spazio per la critica o la libera discussione su fatti, idee politiche o religiose, atteggiamenti personali o comportamenti collettivi. Troppo digiuni eravamo di ciò che succedeva nel mondo e troppo grande la differenza di età perché venissimo presi in considerazione dai nostri
educatori.
Del resto tutto il sistema educativo mirava a ottenere degli animi docili e intruppati, privi di reattività o di resistenze. A iniziare dal cibo. Assicurato dalla Divina Provvidenza attraverso le donazioni dei benefattori, dal momento che non erano previste rette da pagare da parte delle famiglie. Cibo sacro, quindi. Da consumarsi con venerazione e riconoscenza. Senza critiche e schizzinosità. Ma a volte alcune pietanze erano delle vere schifezze,
almeno per i miei gusti, come le radici amarissime di radicchio o
alcune erbe cotte. Una vera lotta con il direttore, che più volte mi
tenne per ore davanti al piatto che non volevo trangugiare, mentre gli altri stavano giocando nel cortile. La nostra volontà doveva essere completamente sottomessa già da allora, in vista del futuro voto di obbedienza. Le pianticelle, si sa, finché sono tenere
assumono con facilità le forme che il giardiniere pretende, e le
mantengono poi per sempre. Ma per l’uomo c’è sempre la possibilità di un sussulto, di uno svolazzo improvviso per riprendere
un piccolo margine di libertà. E così i cibi disgustosi, alla prima
disattenzione del direttore, finivano nelle tasche e poi giù nelle latrine. Un mio compagno una volta si dimenticò di liberare la tasca e cacciò un urlo formidabile quando affogò la mano in quel
molliccio che sapeva di serpente. Un vero tradimento per tutti noi.
La inflessibilità creava spesso di questi sotterfugi, piccoli compromessi con la propria coscienza. Che essi pure sarebbero cresciuti con le pianticelle sottomesse.
Divieto assoluto di parlare in dialetto, che naturalmente era il
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morbido e musicale veneto, sia pure nella varietà delle diverse zone. Ma un divieto non deve restare teorico: deve materializzarsi
in conseguenze concrete per i trasgressori. Al mattino veniva consegnato un anello di ferro al primo che venisse sorpreso a pronunciare una parola in dialetto. Questi poteva liberarsene consegnandolo a chi a sua volta fosse caduto nella trappola del dialetto. E
così via. Alla sera l’anello veniva ritirato: l’occasionale possessore veniva punito con quaranta giri da farsi di corsa attorno al cortile durante la ricreazione. Proprio un gran bel piacere!
Un frate assistente in particolare, che portava per antitesi un nome tutt’altro che satanico, frate Angelico, era prodigo di punizioni. Dal momento che nel giorno della vestizione si assume un nome nuovo, probabilmente il suo aspetto fisico – barbetta rossiccia, occhi chiari, viso tondetto – gli aveva offerto lo spunto per
quel nome. Ma in realtà sapeva seminare il terrore attorno a sé, e
molti di noi stavamo alla larga, perché a trovare il pelo nell’uovo
si fa presto, se uno vuole. Si vociferava in segreto che la sua aspirazione fosse stata quella di diventare sacerdote, ma che la difficoltà negli studi l’avesse inesorabilmente bloccato. E ora riversava su di noi, avviati al sacerdozio, il fiele amaro della sua frustrazione.
Frate Angelico aveva posto l’asticella del sacerdozio molto in
alto, in modo che i privilegiati dovessero allenarsi e soffrire molto per superarla. Suo era una specie di tariffario per ogni mancanza, che erano numerose, secondo i suoi occhi investigativi. E così venivamo puniti per una parola detta nei tempi del silenzio, per
aver toccato un compagno, per non aver eseguito subito e con pentimento la punizione, per non aver svolto bene il nostro turno di
servizio, e un’infinità di altre situazioni. Ma tutto doveva essere
accettato con la più completa docilità, come una legge intrinseca
all’essenza monastica.
Del resto, al di là del supposto livore (e chi ci azzecca mai nel
giudizio sul comportamento del prossimo?) di frate Angelico, tutto il regolamento tendeva a uniformare il nostro animo all’accettazione definitiva degli ordini dei superiori. Una ribellione qualsiasi era assolutamente impensabile. Altri modelli, altre prospettive, altri mondi erano completamente ignoti nei cieli della nostra
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adolescenza né potevano entrare tra le mura del seminario: non
giornali, non radio, non televisione, che pure stava trasmettendo
i primi telegiornali. Le uniche presenze erano quelle dei frati addetti alla nostra formazione religiosa.
Un’evasione dal carcere – Per adolescenti era naturale immedesimarsi con le figure di riferimento, assumere comportamenti,
linguaggio, andatura dei frati che riuscivano più simpatici. Veniva così a crearsi una sottile rete di fili invisibili che rendevano
quasi impossibile ogni pensiero di dietrofront e di addio alla prospettiva di una vita religiosa.
Qualche defezione, specialmente nei primi mesi, quando le radici non avevano ancora attecchito o la nostalgia della famiglia
aveva il sopravvento, si verificava tuttavia. La maratona lunga e
piena di insidie verso il sacerdozio pretendeva le sue vittime. Il
fiato si faceva corto, le rinunce pesavano sempre di più, la resistenza veniva meno… E le file si assottigliavano. In quelle non
rare occasioni il direttore ci riuniva per un sermoncino di orrore
per quel disgraziato che aveva osato disprezzare la chiamata di
Dio. E ribadiva alcuni punti fermi:
1 - la vocazione religiosa era un privilegio concesso da Dio, da
custodire gelosamente e di cui rendere conto;
2 - il demonio era sempre in agguato per strapparla dal cuore e
impedire che si formassero nuovi sacerdoti;
3 - ma il demonio non appare mai fisicamente: si camuffa nelle forme più varie, nei sentimenti di nostalgia per la famiglia, nella prospettiva di danaro e di successo che si può avere nel secolo3, nel desiderio d’amore per una donna…;
4 - chi perde la vocazione diventa schiavo del demonio e si incammina verso la dannazione eterna.
Di fronte a questa minaccia chi aveva il coraggio di rischiare
una conseguenza così terribile? Chi non avrebbe speso tutte le sue
forze per non perdere la semente preziosa? E chi si sarebbe azzardato di presentarsi dal direttore per comunicargli la temeraria
notizia che non voleva più stare in seminario?
Per questo due miei compagni quattordicenni, insofferenti di
quella vita ma paurosi di chiederlo apertamente, architettarono
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una fuga, che mise in subbuglio tutta la provincia monastica. Ne
restammo sconvolti per mesi.
Già da tempo il direttore si era lamentato che i muri di recinzione erano troppo bassi, e qualche brutto episodio poteva verificarsi: ladruncoli, sbandati, drogati potevano intrufolarsi nel recinto,
scavalcando senza difficoltà il muretto. I fatti purtroppo gli diedero ragione.
Fra Piermaria, che aveva l’incarico di sorvegliare il dormitorio
di notte, non si dava pace e sgranava il rosario convulsamente.
– Come hanno fatto ad aprire le porte inchiavate? – si ripeteva, mentre sbatteva la tonaca su e giù per le scale a controllare le
serrature.
Una sola cosa era certa: i due non si trovavano più in seminario, messo a soqquadro ed esaminato palmo a palmo da frati e ragazzi. Ma non poteva essere successo qualcosa di più spaventoso? E se avessero incontrato qualche male intenzionato? Proprio
lungo i muri scorreva un fiumicello, ma nessuno voleva pensarci, preso dal raccapriccio. Il fiume era stretto ma profondo e aveva inghiottito più di un’auto finita nelle sue acque. Al di là si apriva la grande campagna del Polesine e in quegli anni che seguivano alla tremenda alluvione ci si poteva anche perdere tra acquitrini ed erbacce, senza contare i drappelli di vagabondi e di barboni che la percorrevano. I due ragazzi si erano arrampicati sui
muri ed erano scomparsi in quella direzione, come risultò dalle
indagini dei carabinieri, che rilevarono le impronte delle scarpette da tennis sull’erba dell’orto.
– A quest’ora chissà dove si troveranno! – osservò un brigadiere, dopo aver attentamente esaminato l’erba calpestata. – Saranno sicuramente passate sei ore almeno.
Dunque i due se l’erano svignata verso le quattro del mattino. I
conti tornavano. Fra Piermaria infatti a quell’ora incominciava la
sua giornata: per prima cosa si recava nell’oratorio del seminario,
che si trovava in fondo alle scale. Pochi minuti, non era necessario
richiudere a chiave le porte. Finotto e Comini, i due bricconcelli,
avevano atteso quell’occasione: alzatisi da letto già vestiti, erano
scesi in punta di piedi dal dormitorio assonnato e si erano nascosti
nella stanza dei giochi al pianterreno. Poi, mentre l’assistente,
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risalite le scale e richiuse a chiave le porte, andava a lavarsi, era
stato un gioco far scorrere silenziosamente il catenaccio del portone principale e scomparire nel buio dell’autunno ottobrino, costeggiando, al di là dei muri, l’argine del fiume fino al primo ponte.
Alle sei veniva data la sveglia. Nessuno fece caso ai due mancanti: per mezz’ora c’era un andirivieni e un correre indiavolato
ai servizi igienici, che erano in numero insufficiente per una settantina di ragazzi, e nessuno voleva prendersi il rimprovero per il
ritardo alla messa. Tutto si svolgeva nel massimo silenzio e severe erano le punizioni per chi apriva il becco oppure osservava gli
altri a vestirsi.
Nell’oratorio i posti erano fissi e fu facile all’assistente accorgersi dei due vuoti. Attese ancora qualche minuto per un possibile ritardo, poi si recò in dormitorio: niente. Ai servizi: niente. Con
il cuore che incominciava a dare segni di preoccupazione, ridiscese le scale, controllò ancora gli oranti, niente! Si catapultò verso
il portone principale, e lo trovò aperto. Nel cortile non c’erano,
nell’orto nemmeno.
Solo verso sera si poté trarre un sospiro di sollievo, quando la
polizia fece sapere che i due erano arrivati a casa di uno di loro.
Cerchi concentrici – Per contrastare l’insorgenza di aspirazioni semplicemente umane non bastavano le sole forze individuali,
troppo implicate nella scommessa. Bisognava ricercare l’aiuto divino. Grande spazio veniva quindi riservato alla preghiera, che
apriva, accompagnava e concludeva ogni azione. Chi prega si
salva, chi non prega si danna, ci veniva continuamente ripetuto
con le parole di sant’Alfonso de’ Liguori.
Alcuni avevano preso molto sul serio il monito, e pregavano addirittura con furore. Le loro labbra erano in perpetuo movimento
orante e la mente in perenne concentrazione. Certi corrugamenti
improvvisi della fronte, gli occhi chiusi che si comprimevano con
rabbia, la testa che a tratti scattava di lato, non denotavano forse
lo sforzo di rigettare qualche tentazione intrufolatasi di soppiatto
nel loro pensiero? Mi viene in mente in questo momento la figura di Berto, di qualche anno più anziano di me. Concentrazione
assoluta, corona del rosario a legare le mani congiunte, labbra
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compresse ma in incessante movimento a scandire le ave marie,
goccioline di sudore a imperlare il suo volto rossiccio e a tradire
il suo sforzo interiore… Con tanta soddisfazione degli educatori!
Ma questi sforzi producevano non raramente effetti negativi a livello psichiatrico. La paura di peccare, gli scrupoli religiosi, l’intensità della concentrazione trascinavano con sé un logorio spirituale che talvolta poteva realmente finire nell’esaurimento nervoso. E da questo era veramente difficile guarire, come successe proprio a Berto. Quante guarnizioni dei rubinetti furono lacerate da
lui e da chi, preso dall’ossessione della povertà, voleva assicurarsi che non una sola goccia d’acqua filtrasse inutilmente al suolo!
E quanti difetti di miopia agli occhi furono creati per limitare l’intensità della luce, da alcuni ritenuta eccessiva! Lo strazio dell’integrità della coscienza è ancora più grave di un vaso di terracotta rotto: puoi incollarne i cocci, puoi incerottarlo con scotch fin
che vuoi, ma non potrai mai riportarlo all’integrità iniziale.
La cappelletta interna era il luogo più sacro del seminario. Quelli che si mostravano i più devoti venivano designati come sagrestani e ne curavano il decoro, profumandola di fiori e tenendola lucida di cera. L’atmosfera complessiva, la penombra, il silenzio, la
fiammella alimentata a olio a indicare la presenza del Santissimo,
tutto penetrava misteriosamente nell’animo, lo assorbiva, lo fortificava, lo rendeva deciso a proseguire nel cammino intrapreso.
Un organismo complesso e intelligente ha sempre di mira la propria conservazione nel futuro. La ratio dei seminari consisteva nel
perpetuare all’infinito le radici della spiritualità dell’Ordine francescano e i diversissimi rami del suo apostolato. Che non aveva
limiti. Per non dilungarmi inutilmente e creare doppioni con il
Manzoni, si vadano a leggere nei Promessi Sposi le pagine piene
di entusiasmo per i Francescani.
Coinvolgere fin dalla adolescenza in attività future ben determinate era sicuramente una strategia oculata: da una parte si preparavano specialisti nelle varie attività, dall’altra si rafforzavano i
legami che tenevano i membri tutti uniti nello stesso organismo.
Per le cerimonie liturgiche hanno un fascino indiscutibile il canto sacro e la musica religiosa. Le fredde arcate delle chiese si
animano improvvisamente di suggestioni e richiami celesti quando
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si leva un canto corale, sia esso gregoriano o polifonico. Ma non
sono solo gli uditori a giovarsene: gli stessi esecutori, nei severi
esercizi di preparazione nelle prove, finiscono per fondersi in una
sola anima, si armonizzano in un organismo complesso che obbedisce sincronicamente allo stesso cenno. È certamente questo
uno dei momenti più alti in cui sparisce ogni libertà individuale
per raggiungere tutti uniti lo stesso obiettivo.
Essere selezionati per far parte del coro non era quindi solo un
motivo di soddisfazione personale: diventava un’occasione in più
per conformarsi allo stesso ideale, per costruire una comunione
più profonda di intenti e aspirazioni.
E in questo organismo artistico-religioso io fui coinvolto in maniera del tutto particolare. Non certamente per doti canore, perché al mondo non c’è mai stato uno più stonato e con una voce
gracchiante come me (l’unico canto, se così si può chiamare, che
mi riusciva piuttosto bene era l’urlo del coiote!). O forse proprio
per questo, per non escludermi del tutto, e anche perché, secondo i superiori, riuscivo abbastanza bene negli studi, fatto sta che
fui scelto per essere del coro l’organista. Vecchi pianoforti sgangherati esistevano in ogni seminario. E furono tutti miei. Mezz’ora di esercizio al giorno, non di più, perché la musica, secondo l’opinione religiosa prevalente, era considerata piuttosto pericolosa per un frate, che doveva anteporre a questi grilli ben altri
ideali.
L’incarico costituì naturalmente un nuovo obbligo di riconoscenza nei confronti dell’Ordine, prima di tutto perché ero affidato a maestri privati di pianoforte, in secondo luogo perché a mia
volta dovevo istruire il coro. Il mio futuro di studente, almeno fino al sacerdozio, aveva già trovato una sua nicchia ben definita.
Le prime esibizioni come accompagnatore nei canti in chiesa
furono ovviamente un disastro. Chi non ha dimestichezza con
questa materia non può capire la notevole differenza che intercorre tra un brano musicale eseguito per proprio conto e lo stesso brano rallentato, accelerato, bistrattato, alterato dalla partecipazione dei fedeli in chiesa. Bisogna avere molta esperienza e
flessibilità, cose che non si improvvisano al momento. Il decoro
liturgico chiaramente ne soffriva. Ma avevo la netta sensazione
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che al direttore non dispiacesse poi più di tanto.
– I risultati negativi – mi confortava dopo un fiasco, – se considerati con un po’ di senso critico, presentano pure dei risvolti
positivi: ti impegnano a prepararti meglio, ti convincono che non
sei un genio della musica, e ti abituano ad affrontare con umiltà
ben altre sconfitte esistenziali.
Io non capivo a che cosa alludesse in particolare. Ma quei paroloni finali mi disponevano all’accettazione tranquilla dei miei
limiti.
Il gioco si fa duro – Intanto avevo finito le scuole medie ed ero
passato nel seminario di…, sede del Ginnasio. La disciplina, già
rigorosa negli anni passati, qui era davvero ferrea, e il seminario
sembrava una piccola Sparta. Direttore ne era il padre Virginio,
di formazione militare, che abbiamo già incontrato come superiore provinciale nel Preambolo.
Nei primi tre anni delle Medie ci era stato concesso di passare
quindici giorni in famiglia durante le vacanze estive. Ma dal Ginnasio in poi il distacco dal secolo doveva essere totale: niente più
vacanze tra i familiari e quasi proibite le loro stesse visite in seminario. Troppo pericolose per ragazzi di quindici/sedici anni le
possibilità di incontrare dolci fanciulle in fiore e di subirne il fascino più degli ideali monastici.
Naturalmente la negazione creava per contrappasso l’idealizzazione di ciò che ci veniva negato. Metti in uno scrigno sotto chiave anche solo una caccariella di mosca: il divieto di aprirlo ti fa
immaginare che vi siano racchiusi gioielli, tesori, preziosità intoccabili. I miei (solo miei?) sogni incominciarono a popolarsi di
creature femminili affascinanti e irraggiungibili, dispensatrici di
piaceri ignoti e proibiti, da amare ed esserne amati.
La disciplina tuttavia non era solo morale. Esigeva severi esercizi fisici. Bandito il gioco del calcio (troppo mondano per chi si
preparava al sacerdozio), grande spazio veniva riservato agli esercizi più snervanti: flessioni allo spasimo sulle braccia e sulle gambe, arrampicate sulle corde, lunghe marce forzate. Ne voglio ricordare solo una, a dimostrazione della grande capacità di
sopportazione cui era arrivato il nostro fisico.
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Era marzo, sull’altopiano di Asiago. La giornata era stata serena e ventilata, avevamo divorato con la dovuta avidità le provviste e cantato sgangheratamente inni alla Madonna e ai monti (i rivoluzionari gruppi musicali moderni – i Beatles, i Rolling Stones… – non erano ancora nati. Del resto nulla sarebbe trapelato
dentro le mura del seminario). Alle quattro del pomeriggio, quando già eravamo stanchi e rauchi, ecco un imprevisto: il lato nord
del monte Paù, che dovevamo attraversare per il ritorno, era completamente ricoperto da circa trenta centimetri di neve. La illusoria brezza primaverile si era trasformata in un venticello di tramontana crudo e traditore, che penetrava senza resistenze nelle
ossa, non protette dalla corta e nera mantellina, lasciata con incosciente leggerezza in seminario.
Le ombre scendevano velocemente e noi ci trovavamo ancora a
una quindicina di chilometri da casa. Qualche scalmanato ardeva
dal desiderio dell’avventura e premeva perché si corresse il rischio. Raccolsi un pugno di neve. Brrr, c’era proprio da gelare!
Fra Domenico, l’accompagnatore, taceva preoccupato. La sua mano nascosta nella paternale4 stava sgranando il rosario. – Giovanotti, – disse alla fine, dopo una lunga ponderazione e con un tono enfatico che lo rendeva simpatico, – qui le soluzioni sono due:
o tornare indietro o andare avanti.
Un applauso accolse il dilemma amletico.
– Ora, visto che è tardi e tornare indietro richiederebbe troppo
tempo, che cosa ci rimane?
– Andare avanti, – gridammo in coro.
– Bene! Però, onde evitare di trovarvi poi tutti bagnati, con il rischio di raffreddori o bronchiti o polmoniti o altre iti, via sandali e calzini, e appena arrivati di là asciugatevi bene sull’erba secca e ricalzatevi. E che Dio ce la mandi buona.
Partimmo di corsa, pieni di entusiasmo. I piedi nudi subito sprofondarono nella neve, alcuni caddero nell’impatto, sparpagliando
intorno zaino e sandali. Stocco, il grassottello della compagnia,
parve una botticella vagante. Per i primi passi il calore del corpo
vinse il rigore del gelo. Dopo qualche centinaio di metri qualcuno
incominciò a gridare per farsi coraggio, poi tutti ci scatenammo in
urli indiani, dapprima per gioco, quindi sempre più convinti per
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soffocare il tormento di quella prova. Il sentiero innevato pareva
non finisse più e i nostri piedi erano diventati due massi gelati e
insensibili, che strascicammo per quasi due chilometri.
Ma i severi esercizi corporali, oltre a prepararci alla vita di sacrifici che ci attendeva, nelle intenzioni degli educatori avevano
anche un altro scopo: impedire che nel torpore dell’ozio i nostri
sensi più perversi si risvegliassero. Niente nel seminario era più
escluso della presenza femminile: cucina, pulizie, cucito, tutto era
accudito da noi stessi, e per anni non ebbi modo di parlare con una
sola donna. Le gentili e graziose coetanee, che tanto sognavo con
rimpianto e rimorso, mi rimasero sempre estranee, specialmente
nell’età che più avverte il richiamo sessuale. In questa materia l’osservanza era rigorosissima e nessun peccato al mondo pareva più
grave che fare l’amore con una donna. A poco a poco mi sembrò
che soltanto gli extraterrestri potessero in qualche modo mettere
al mondo dei bambini: era una cosa lontanissima e ipotetica.
L’esuberanza giovanile, così sacrificata e colpevolizzata, seppe
tuttavia escogitare qualche surrogato povero alla mancanza femminile. E non era raro il caso di sentire, nel silenzio del dormitorio, lo scricchiolio ritmico delle reti per qualche seghetta veloce,
che la vigilanza assidua degli educatori non sempre riusciva a intercettare.
Ogni confidenza a due era assolutamente proibita, per i pericolosi risvolti gay che poteva comportare. Il cameratismo, che è tanta parte della psiche umana e uno degli elementi socializzanti più
tipici, ci venne a mancare del tutto. Niente segreti da confidare,
non esperienze puberali da condividere, non commisurazione della propria crescita sul modello degli altri. Soli con i propri problemi e con la scoperta del sesso. A venirci un po’ in aiuto nel
campo minato della sessualità il vocabolario, unico per tutto il seminario. Come dimenticare il tremore e il rossore con cui mi imbattei per la prima volta nelle parole proibite: coito, copula, sperma…? Di parola in parola, di sinonimo in sinonimo, alla fine venni a comporre un puzzle abbastanza preciso di quello che doveva
essere il grande mistero della vita. Con un desiderio mai soddisfatto di esperire personalmente. Lo stesso studio dell’analisi
logica incominciò a sembrarmi qualcosa di proibito, per quel verbo
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innocenza rubata 5 ottobre 2011.qxp