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Salome, magnifica Lolita e la danza dei vecchioni
La nota più forte di questa Salome torinese,
sicuramente da non perdere, è forse
CULTURA PATRIMONIO COMUNE
l'interpretazione del soprano tedesco Nicola
Cento film per fare gli italiani
Beller Carbone: al suo esordio italiano nell'opera
di Strauss si è presa dal pubblico del Regio un
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uragano di applausi, rispondendo a ogni chiamata
con serpentinate reverenze in perfetto stile
liberty. Strauss, si sa, pensava alla sedicenne
sottile e viperina di Wilde, ma la voleva con una
voce da Isotta wagneriana: donde lo scoglio della
"Salome" di Struss al Teatro Regio di Torino
danza «dei sette veli», punto decisivo della vicenda, un tempo aggirato sostituendo pingui cantanti con
la controfigura di una ballerina provvista di «physique du rôle». Invece la Beller Carbone fa tutto da
sola e lo fa benissimo: voce espressiva, penetrante e all'occasione capricciosa col suo «air enfantin», e
grande appello fisico in scena: giovane, bella, e danzatrice flessuosa e affascinante.
Lo spettacolo era molto atteso, specie per la regìa in odore di scandalo dell'infaticabile Robert Carsen:
con le scene di Radu Boruzescu l'azione si svolge nel sotterraneo di una banca, fra pareti di cassette di
sicurezza, mentre ai piani superiori si aggirano fra tavoli da gioco tipi di ogni risma, simboli di una
società agli ultimi giorni; a questa corruzione, oltre a Jochanaan, Carsen oppone anche una positività di
Salome, la cui attrazione per l'irsuto profeta non è tanto perversione, quanto richiamo di un nuovo
mondo che sta sorgendo e affascina la donna come l'ignoto. L'idea non è nuova, ma Carsen la spinge
all'estremo con la sua scaltrezza teatrale, l'abilità a muovere i personaggi, l'efficacia delle luci di
Manfred Voss e qualche felice trovata che coglie spunti ironici dello stesso Wilde quando rasenta la
parodia della materia decadentista. Il suo dovere trasgressivo Carsen lo compie in particolari esteriori:
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CATTIVA MAESTRA
Salome in tenuta da ginnastica e pedalini, in stile Lolita; lo striptease trasferito agli attempati
frequentatori della banca-bisca, una sorta di pazzo capovolgimento della storia di Susanna e i vecchioni.
Qualche volta il gusto del regista è inferiore alla sua abilità teatrale, come quando si vede giocare a palla
UN LETTORE
AL CINEMA
con la testa mozzata (c'è già in Atta Troll di Heine, ma con altra leggerezza); ma l'unica cosa che è
difficile passargli per buona è quella di far morire Erodiade al posto di Salome: in un'opera che
rappresenta la corsa di una perversione al suo precipizio, se alla fine non si vede Salome schiacciata
Presidenziali USA 2008
“No you can’t&rd...
Straneuropa
dagli scudi, dov'è il senso del tutto?
Marco Zatterin
Effetto Radiohead sul clima
Alla guida della direzione musicale Gianandrea Noseda è molto bravo a non lasciarsi intimidire da tanta
esuberanza visiva: la partitura di Strauss continua a essere il punto di riferimento di ogni suggestione,
Diritto di cronaca
Flavia Amabile
Con i barboni in corsia
con la solennità a largo giro melodico del profeta e la nevrotica irrequietudine del mondo attorno: così
Noseda ha condotto l'orchestra del Regio a precisioni e finezze ragguardevoli, frutto evidente di un
intenso lavoro di preparazione. Resta da dire che la forza unitaria dello spettacolo, accolto con applausi
per tutti, e d'inconsueto calore, si regge ancora sulla scelta perfetta di tutti i personaggi, oltre quello
della protagonista: la coppia regale, Peter Bronder e Dagmar Peckova, con lo straordinario realismo
delle loro risse odiose, l'autorità di Mark S.Doss quale profeta Jochanaan e l'estatico Narraboth di Jörg
Dürmüller; ma in quest'opera i personaggi sono una miriade, e tutti caratterizzati, per cui non possiamo
che elogiarli tutti insieme: e qui bisogna ringraziare ancora il regista, che in questa azione di
fusione-emulsione ha una delle sue facoltà maestre.
«Salome», Torino, Teatro Regio
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"Salome" al cabaret
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Salome
dramma musicale in un atto
di Richard Strauss
Libretto di dal dramma omonimo di Oscar Wilde tradotto da Hedwig Lachmann
Prima rappresentazione: Dresda, Hofoper 9 dicembre 1905
Edizione Fürstner/Schott, Mainz
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Nicola Beller Carbone è una Salome bella, sa recitare molto bene l'idea di lolita preparata per lei
dal regista Robert Carsen, e quando deve danzare la danza terribile, il coreografo Philippe
Giraudeau le fa fare poche falcate da vamp scatena feromoni, soprattutto le fa spalancare le
gambe, e mostrare le belle cosce su tacchi alti di scarpissime dorate: questo climax di un regia
ambientata dallo scenografo Radu Boruzescu nell'immenso ma claustrofobico smagliante caveau
di un casinò (geniale che la cisterna del prestante Jochanaan di Mark Doss sia la super
cassaforte!) inventa intorno al magistrale Erode di Peter Bronder (nanetto maniaco sessuale che
riprende la danza clou con la videocamera che proietta sul video-wall dettagli sexy della sbavata
figliastra) e alla pacchiana megera Erodiade di Dagmar Peckova un drappello di vecchiacci e
osceni travestiti che trasforma il capolavoro fulminante di Richard Strauss in una fenomenale
anticipazione dell'espressionismo cabarettistico di Kurt Weill o Alban Berg: è Gianandrea Noseda,
molto brillante a guidare una molto buona Orchestra del Teatro Regio di Torino, ad aver scovato
in partitura ogni corrispondenza con la visione intelligente di Carsen? Com'è e come non è,
quando un capolavoro del repertorio te lo trovi scuoiato e palpitante come cosa contemporanea,
si è di fronte a quanto di meglio si può chiedere al teatro d'opera oggi. Anche se il regista mette
nudi alla danza sei laidi cortigiani, si permette infine di lasciare andar via in sottoveste nel deserto
la impazzita Lolita sbaciucchiante il decapitato capo, fa ammazzare da Erode l'ex cognata madre
della figliastra, pazienza, perché in fondo ci mette anche un po' di Pasolini e Eschilo.
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Daniele Martino
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03.03.2008 22:19
Torino - Teatro Regio: Salome
La recensione
Nel dicembre 1906 Torino e Milano si contesero la
première italiana della Salome: il 22 a dirigere i
complessi del Regio c’era Richard Strauss in
persona, ma Arturo Toscanini aprì al pubblico la
prova generale del giorno prima alla Scala… e così
l’arabesco liberty del clarinetto con il quale principia
l’opera risuonò per la prima volta all’ombra della
Madonnina. Altri tempi: un avvenimento musicale
aveva grande risonanza “mediatica”! Oggi sappiamo
invece come stanno, mestamente, andando le cose…
La nuovissima Salome torinese rappresenta la punta
di diamante della stagione del Teatro Regio: la
presenza contemporanea del direttore musicale
Gianandrea Noseda sul podio e di Robert Carsen
in cabina di regia sembrerebbe sulla carta una
garanzia. Torno quindi senza indugio a quelle otto
biscrome che aprono il primo capolavoro operistico
straussiano.
“Wie schön ist die Prinzessin Salome heute nacht!”
canta Narraboth, con la voce chiara e squillante di
Jörg Dürmüller e il paggio di inconsueta presenza
scenica e vocalmente sicuro di Manuela Custer
risponde “Sieh die Mondscheibe, wie sie seltsam
aussieht”. CHOC! Ci troviamo presumibilmente a Las
Vegas, nel caveau di una casa da gioco. Narraboth,
il capo delle guardie del corpo, sta esaminando il
grande monitor sul quale vengono trasmesse le
immagini delle telecamere a circuito chiuso
connesse ai piani superiori dove tra tavoli verdi,
mazzi di carte e roulettes gli invitati si dilettano nel
gioco d’azzardo. Siamo nel Casinò gestito da Erode e
consorte! Salome la vediamo inquadrata di tanto in
tanto sullo schermo: pare svogliata, indifferente,
avulsa dal clima festaiolo che accompagna la brigata
dei debosciati, assorta. Quando scenderà nel caveau
di lì a poco per cercare “aria più respirabile” (“Hier
kann ich atmen”), in un ambiente non propriamente
luminoso e “areato” ma anzi lucidamente metallico,
opprimente, con le pareti completamente rivestite
da cassette di sicurezza e sulla destra una grande
cassaforte aperta piantonata dagli scagnozzi del
patrigno (dinamiche e funzionali le scene di Radu
Boruzescu), intenderemo che disagio e malessere
sono intimi, interiori: ella non appartiene a “quel”
mondo, un mondo corrotto, vacuo, un mondo che le
ha anche sottratto il padre.
Salome si presenta in maglietta nera, fuseaux neri a
tre quarti e anfibi. Una ribelle di oggi! Possiamo così
cogliere anche esteriormente il conflitto profondo
che rode il suo animo. Nicola Beller Carbone inizia
con dedizione una prestazione che non sarà mai al
risparmio, e la notevole presenza scenica –la
fragilità, l’ insicurezza di Salome ma anche la sua
caparbietà, la cocciutaggine, i sentimenti di
ritorsione e rivalsa vengono esaltati dalla sua
performance- compensa ampiamente qualche lieve
insicurezza nel registro più acuto. Il soprano
tedesco, in questo che è il suo debutto italiano
assoluto, si impone subito per intensità, incisività e
temperamento. Davvero una lieta sorpresa!
La voce di Jochanaan proviene dall’interno del
grande oblò, dalle profondità inaccessibili del
forziere, uno spazio misterioso, forse sconosciuto
alla stessa Salome a giudicare dallo sguardo
indagatore verso il monitor sul quale viene
ingrandita l’immagine verdastra di un luogo
impenetrabile e decisamente angosciante. “Jauchze
nicht, du Land Palästina” minaccia il profeta con la
voce stentorea e indubbiamente carismatica di Mark
Doss. Salome ha un sussulto che sembra
risvegliarla dalla persistente apatia. Finalmente
qualcuno osa affermare cose nuove, cose che
nessuno aveva mai osato affermare prima;
finalmente Salome ha qualcosa di importante da
ascoltare; finalmente qualcuno dice ciò che ella
avrebbe da tempo voluto sentirsi dire. E Salome è
talmente “presa” dalla voce di Jochanaan da
mitizzarne, da aureolarne la sua apparizione. La
cassaforte ora si apre completamente per
permettere l’uscita del profeta. Le luci radenti
magistralmente manovrate da Manfred Voss e la
suspence creata senza effettismi o ridondanze da
Gianandrea Noseda ci preparano al colpo di scena.
La cassaforte si spalanca, ma Jochanaan comparirà
sullo sfondo della scena, nel frattempo dischiusasi,
fra dune desertiche sotto un cielo terso. Stiamo
vedendo con gli occhi di Salome! Una Salome
sempre più affascinata, conquistata, sedotta. Lo
desidera, lo brama, lo vuole, cerca di toccarlo, lei
ragazzina viziata che ha sempre avuto tutto. Eppure
questa volta deve fare i conti con un’entità
superiore, una forza imperscrutabile che la attrae
irresistibilmente. “Der in der Wüste und in den
Häusern der Könige gekündet hat”: il motivo delle
quarte discendenti in orchestra è un cumulo di
tensione e Noseda è bravo a restituircelo affilato
come una lama di coltello. Un terribile anatema,
un’apocalisse si abbatte sull’uditorio. Saltiamo dalla
sedia!
Nicola Beller Carbone ha una voce timbricamente
suadente, non voluminosissima - Noseda si è
accollato il difficilissimo compito di alleggerire la
possente e densissima trama sinfonica, mai peraltro
rischiando di venir meno in quanto a tensione
interna e chiarezza- e riesce sempre a trovare un
accento appassionato, fraseggio interessante, e poi
l’intonazione è perfetta (sentire, a metà circa della
terza scena, l’invocazione “Jochanaan” cantata sul
terribile intervallo di undicesima diminuita
discendente); con il prosieguo della recita anche il
registro acuto acquista sicurezza. Quando
Jochanaan torna nella sua buia prigione - Doss è
commosso e anche discretamente morbido in “Er ist
in einem Nachem auf dem See von Galiläa” mentre
descrive la predicazione del Figlio dell’Uomo in
Galilea- Salome prima lo segue con lo sguardo
stranito poi striscia come un rettile curioso ed
impaurito fino al gradino che immette nella grande
cassaforte. Momento di grande emozione e
suggestione! Durante il secondo intermezzo
orchestrale l’Orchestra del Teatro Regio (al gran
completo con quasi cento elementi in buca) è
guidata da Noseda con virtuosismo in un procedere
dal ritmo incalzante, ma comunque sempre ben
definito.
L’idea che Robert Carsen persegue con lucidità e
rigore maniacale, determinata da un’indagine
psicologica finissima e capillare, non senza una certa
dose di ironia (i mille particolari potranno essere
apprezzati soltanto vedendo lo spettacolo dal vivo) è
ormai chiara: Erode ed Erodiade sono due plutocrati,
corrotti e viziosi, circondati da un codazzo di
depravati che vivacchiano senza scopo se non quello
di aumentare il capitale. L’entrata in scena di Erode
e della sua disgustosa compagnia resta
paradigmatica, tutti agghindati (efficaci e curatissimi
i costumi di Miruna Boruzescu) con abiti dai colori
sgargianti in abbinamenti improbabili lussuosamente argentato quello del Tetrarca, un
istrionico e svettante Peter Bronder, viscido,
ambiguo e pusillanime, dalla voce ferma e sonora,
mentre la sua signora, una Dagmar Peckova con
qualche disomogeneità timbrica ma comunque
straordinariamente a suo agio nella parte, era in
abito lungo dorato tutto lustrini e paillettespreceduti dalla servitù acconciata un po’ all’egiziana
e un po’ in stile “antica Roma”, seni al vento e petti
virili palestrati, servitù che in un battibaleno
trasforma il vuoto e freddo caveau in un inquietante
salone delle feste con sedie, poltrone, tavolini di
gusto decisamente kitsch. Ma mai come in questo
caso il kitsch è parso così appropriato!
Salome accucciata sul bancone all’estrema sinistra
del palcoscenico, testa bassa, un po’ imbronciata,
assente, non vuole farsi coinvolgere da questo
mondo di cartapesta. Lo rinnega. Toccante il
momento in cui Salome in piedi e di spalle fissa la
luna virtuale proiettata sullo schermo, quasi un
soffio di natura, un anelito di libertà in quel mondo
claustrofobico di morti viventi. E nella “Danza dei
sette veli” vediamo come la sempre più strafottente
e trasgressiva figlia di Erodiade, abbigliata
provocatoriamente come l’odiata madre -stesso
vestito e stessa parrucca- saprà tirare le fila di
quella che diventerà a breve una vera e propria
orgia del voyeurismo più dissoluto. Erode infatti si
eccita non tanto perché sta assistendo ad un
“normale” spettacolo di strip-tease, ma la sua
esaltazione sessuale si accende quando inizierà a
riprendere con la videocamera ciò che si sta
svolgendo sotto ai suoi occhi e cioè Salome che
gioca duro provocando sette vecchi depravati (che
alla fine rimarranno “loro” completamente nudi). A
suggellare il tutto ecco, sull’accordo di la minore che
chiude la Danza, il dissacrante bacio stampato dalla
figlia sulle labbra della madre, un’Erodiade sempre
più sbalordita e disorientata! Da vedere! Davvero
geniale la coreografia curata da Philippe
Giraudeau! Noseda ci mette del suo per rendere
credibile la narrazione nel nuovo contesto
drammatico, sottolineando alcuni passaggi e
stringendo in altri -come ad esempio l’inizio della
Danza eseguito quasi meccanicamente, quasi fosse
musica da film muto, a commento dell’esilarante
scena in cui gli ospiti cercano sgomitando di
prendere i posti migliori per assistere allo spettacolo
hard. E il voyeurismo continuerà - siamo o non
siamo nella società dominata dal Grande Fratello? anche nel momento della decapitazione del Battista
con il gruppo degli invitati al completo che si
trasferirà con un che di automatico, come fosse la
cosa più normale di questo mondo, nella zona più
segreta del caveau oltrepassando l’oblò della
cassaforte, dopo aver sfondato il cordone di
sicurezza delle guardie.
E proprio perché tutto si deve “vedere” altrimenti
non esiste, non è reale, Carsen non rinuncia a
mostrarci la testa mozzata di Jochanaan. La tiene
una donna, simbolo atavico del peccato,
rappresentante in questo caso del gruppo degli
ospiti che ormai sembrano essersi compattati in un
corpo unico, una specie di mostro strisciante, feroce
e brutale, e la esibisce crudamente ad una sempre
più smarrita Salome. Robert Carsen parteggia per
la giovane, infantile e incolpevole. Sì, Salome NON
COLPEVOLE! La sua folle richiesta pare situarsi a
metà strada tra la sfida generazionale (ma non
dimentichiamo che Erode ed Erodiade si sono anche
macchiati del ferale delitto per sbarazzarsi di suo
padre) ed un innocente gioco puerile. Non c’è traccia
di perversione alcuna. E quando la giovane si
troverà la testa del Profeta fra le mani si accorgerà
troppo tardi, come succede spesso ai bimbi, che il
giocattolo si è irrimediabilmente rotto! Il lungo
monologo finale di Salome è un banco di prova irto
di difficoltà per la protagonista. Nicola Beller
Carbone termina in crescendo la sua ottima
prestazione. La voce, penetrante, corre con
naturalezza, pare ben appoggiata ed è omogenea
nei complicati passaggi di registro che costellano
questa pagina: si va nel giro di poco dal Si b sopra il
rigo al Sol b sotto.
Dopo il fatidico bacio Salome esce di scena con la
testa di Jochanaan sollevata sulla propria, esce sullo
sfondo che si apre lentamente per accoglierla fra le
dune sabbiose e il cielo terso del suo subconscio, in
una sorta di assoluzione-redenzione finale. Una
catarsi! E quando Erode urla il suo ultimo “Man töte
dieses Weib!” gli astanti, dopo un attimo di
smarrimento, si dirigono minacciosi su una
esterrefatta Erodiade, vera anima nera della
vicenda.
Parti di fianco eccellenti con una menzione
particolare per il primo Nazzareno commosso e
molto musicale di Roberto Abbondanza e il primo
soldato di bella presenza timbrica di Vladimir
Baykov.
Questa Salome è destinata a lasciare il segno, ma
proprio per questo anche a dividere. Complimenti
dunque ad un teatro “italiano” che ha avuto il
coraggio di credere in un’operazione che certamente
qui da noi trova ancora il pubblico un po’
impreparato. Peraltro qui al Teatro Regio di Torino si
è trattato di un trionfo!
Un’ultima riflessione: questa è la prima volta che
Carsen monta un suo nuovo allestimento in Italia e
Robert Carsen è unanimemente considerato dalla
critica mondiale un “numero uno”…
Massimo Viazzo
In Fernem Land: L'incantata innocenza della perversione
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L'incantata innocenza della perversione
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E' inutile negare che il principale interesse del nuovo allestimento della "Salome" di Richard Strauss allestita al Teatro Regio
di Torino fosse dato dalla regia di Robert Carsen, il geniale e provocatorio regista canadese che tornava nel teatro subalpino
dopo i successi raccolti gli scorsi anni. Attese che non sono andate deluse.
L'aproccio del regista canadese all'opera straussiana presenta numerosi punti di interesse, non tanto nella posticipazione
della vicende in un casinò contemporaneo (e nel quale si riconosceva con facilità il Cesar Palace di Las Vegas con gli
inservienti in abiti egizi e romani), quanto nella costruzione stessa dello spettacolo, secondo un tratto caratteristico
di Carsen.
A fare da scenario all'opera era infatti un claustrofobico caveau, una prigione metallica nella quale il mondo esterno filtra
solo attraverso alcuni monitor, una lussuosa oppressione di una società senza valori, schiava delle proprie ricchezze. In questo
carcere eterno l'unico libero è Jokanaan, il portatore di un messaggio diverso. Al suo apparire le pareti metalliche si aprono su
un deserto orientale, la natura, la vita, la storia entrano in questo pozzo chiuso in cui il nulla genera i peggiori mostri. I
costumi ribadiscono l'alterità di Jokanaan al mondo circostante, ai pacchiami vestiti di Erode e dei suo cortigiani si oppone
l'austero abito orientale del profeta, quasi uscito da un dipinto medioevale.
Oltre al profeta esiste solo un'altro elemento di positività: quello rappresentato da Salome. La principessa è un'adolescente
ribelle, viziata e infelice, cresciuta in un mondo corrotto che ha respirato fin da bambina ma alla quale non si sente
appartenere e attratta da Jokannan non per semplice capriccio ma per una sostanziale comunanza di fondo nell'odio verso la
coppia Erode-Erodiade e nella ricerca di qualcosa di diverso. Per una volta il loro duetto è un autentico duetto d'amore, è la
scoperta per Salome che esiste qualcosa di diverso dall'abbiezione in cui è cresciuta.
E' praticamente impossibile raccontare uno spettacolo così ricco di idee, spunti, sollecitazioni, pare quindi preferibile
concentrarsi su alcuni momenti topici. La "danza dei sette veli" è forse il momento centrale dello spettacolo risolta da Carsem
in modo scioccante capace di rendere lo scandalo della prima. Spinta da Erode a danzare la principessa entra in scena
vestita, pettinata e truccata esattamente come la madre, nel momento in cui devo ricorre ad una seduzione squallida - ben
diversa da quella spontanea, ingenua, più da bambina piagnucolosa che da donna fatele usata nei confronti di Narraboth imitata automaticamente la madre ma allo stesso tempo le grida tutto il suo disprezzo. Intorno alla sua danza lasciva, colma
di esplicite provocazioni ma di scarse nudita, si scatena un orgia senile che Erode riprende morbosamente con una telecamera
- le cui immagini sono proiettate sui monitor di controllo. Un gruppo di sette vecchia si denuda - in qualche caso
integralmente - incapace di contenersi di fronte alle provocazioni della fanciulla. Un orgia inquitante e macabra che ricorda
certe pagine di Svetonio, immagine di un'imanità abbruttita e senza dignità (ironicamente potremmo dire rappresentazione
della gerontofilia che alberga in tanti melomani, ma qui stò scherzando,ben più pregnanti gli obiettivi del regista)
Altro momento di straordinario suggestioni il finale, Salome bacia la testa di Giovanni in un autentico momento
d'amore, quasi ne assume la forza morale, quel bacio crea una nuova Salome. A quel punto le pareti si aprono, ricompare il
deserto di Giovanni in cui Salome - vestita solo di una sottoveste-tunica, totalmente altera rispetto agli altri e in qualche
modo prossima alla semplicità di Jokanaa) si addentra, libera dalla prigione in cui è vissuta mentre al grido di Erode "Man
tote dieses Weib" i convitati si avventano su Erodiade (per altro il libretto non indica quale donna).
Uno spettacolo di tale complessità non è facile da portare in porto, a volte viene a mancare una conseguenza logica fra le
varie parti del palcoscenico (se durante la danza quello che compare sui monitor è ciò che filma Erode come si spiegano i seni
nudi che a tratti compaiono quando Salome rimane in sottoveste e non mostra mai maggiori nudità). In altri momenti il
regista si fa prendere la mano e si lascia andare a soluzioni du gusto molto dubbio (due travesti nel quintetto dei giudei che
disputano di teologia, gli invitati che palleggiano con la testa del Battista), che non arrivano però a compromettere la forza
dell'insieme.
Ho trovato straordinaria la direzione di Noseda che rinuncia alle esplosioni telluriche ed esalta la rarefatta atmosfera di
molti passi, una "Salome" dolcissima ed ipnotica, perfettamente in linea con l'idea che Carsen ha della protagonista. Cast di
ottimo livello. Nicola Beller Carbone dona a Salome una voce molto bella, una prescenza scenica ideale ed un notevole talento
di attrice, semplicemente perfetta nel delineare una ragazza viziata, sostanzialmente ingenua e infantile nell'uso del suo
micidiale potere di seduzione. Vocalmente tende a schiacciare sugli estremi acuti ma in queste repertorio qualche nota non
pulita non inficia la riuscita del personaggio.
Mark M. Doss è uno Jokhanaan nero, vocalmente e scenicamente imponente, dotato di un'innata autorità sacerdotale. Peter
Broder delinea un Erode ansiogeno e nevrotico, incapace di reggere le sue responsabilità. La Peckova è un Erodiade
volutamente grossolana e sguaiata (personalmente preferisco una lettura diversa del personaggio) ma di grande carisma.
Inoltre entrambi cantano molto bene le rispettive parti, cosa non comune.
Ben delineati - e soprattutto molto ben cantati - lo stupito Narraboth di Jorg Durmuller e il paggio (in questo caso agente di
sicurezza) di Manuela Custer, per una volta giustamente virile così che l'affetto che lo lega a Narraboth appare più
compagnonage militare che gelosia di un'amante respinta, come troppo spesso capita.
Spettacolo di grande forza, capace di colpire cuore e mente. Consiglio a chi avesse la possibilità di andarlo a vedere, ne vale
la pena.
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mercoledì 05 marzo 2008, 07:00
Mahler incantevole Elettra e Salome di
grande intensità
di Lorenzo Arruga
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Chi lo sa, se sapremo mai perché, ma in questi giorni i tedeschi del
Novecento storico ci bombardano con serate da un'ora e mezzo e più
Carattere
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senza intervallo, salutati da applausi strepitosi. Ha cominciato il
Wozzeck alla Scala; poi Daniele Gatti, che lo sta dirigendo, ha
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sciorinato la competenza nella composizione musicale e il carisma
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crescente, nella Sesta Sinfonia di Gustav Mahler, coacervo di
dolcezze e di disperazioni, per il pubblico milanese della Filarmonica.
E intanto a Firenze e a Torino, pronubo Robert Carsen regista, si
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presentano le due crudeli ed angosciate principesse di Strauss,
Elettra e Salome.
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Elettra è nera da vedere, donne vestite di nero tra le nude pareti
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d'un contenitore nero. C'è un rettangolo aperto, piccolo, in mezzo al
palcoscenico. E ci son luci livide o infuocate. C'è un coro muto di
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donne che si muove come in un rito da tragedia greca: si
ammucchiano e sparpagliano e si ricompongono in cerchio ripetendo
con sincronia in immagini precise i gesti dell'eroina che deve
vendicare il padre ucciso dalla madre e attende invano il fratello. Seji
Ozawa, giapponese minutino ed in età rispettabile, scatena violenza
inesorabile all'inizio, nella pienezza cruda chiesta all'eccellente
orchestra del Maggio Musicale, e poi è sopraffatto dalla dolcezza
stranita del colloquio tra i fratelli, come vissuto in un tempo remoto,
e perentorio nella tragica danza liberatoria finale. Susan Bullock,
Elettra, ci sta abituando a riscoprire grandi personaggi con una
nuova intensità ; Agnes Baltsa è la madre, con tutta la sua autorità
tagliente; Matthias Goerne è il fratello, e un Oreste così sembra
Disclaimer
venire dal mondo di Ibsen o di Britten, pacato, intimo, forte. E tutto
è memorabile.
Salome di Torino è irraccontabile. I segni si affermano e si contraddicono, le idee si lasciano
sprofondare nelle immagini in una specie di visionarietà decadente assorbita dall'impeto vitale della
musica e dal suo frangersi in richiami misteriosi. Gianandrea Noseda sta portando l'orchestra del
Regio a una forte convinzione, e sospinge a dovere il tenore Peter Bronder e Mark S. Doss, Erode e
Giovanni un po' troppo sempre stentorei, Dagmar Perckova, Erodiade petulante e protettiva. Ma
ecco: il mondo arido e lussurioso di Erode un caveau d'una banca, nelle immagini dei Boruzescu, e la
cisterna da cui viene la voce di Giovanni Battista imprigionato è nel forziere, dietro all'enorme porta
circolare; a un bancone le immagini accostate di schermi televisivi possono comporsi nel ritratto di
Salome giovinetta o in una luna solitaria. Salome è una lolita capricciosa. Quando Salome vorrebbe
suo Giovanni, la parete del fondo si apre ed egli appare nel deserto; per la famosa danza dei sette
veli, la ragazzina si traveste da diva e a spogliarsi non è lei, che ha comunque erotismo da vendere,
ma goffi uomini coinvolti. Non crederemmo che esistesse Nicola Beller Carbone, se non l'avessimo
ascoltata e vista: invece esiste, fenomeno meraviglioso, e teniamocela cara.
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06.03.2008 20:49
E-Paper
1 von 1
http://www.faz.net/IN/INtemplates/faznet/default.asp?tpl=epaper/re.a...
Frankfurter Allgemeine Zeitung vom 08.03.2008 Seite 39
08.03.2008 05:48
Turin. Teatro Regio. 24-II-2008. Richard Strauss (1864-1949) : Salomé, drame musical en un acte, livret d’Hedwig
Lachmann d’après le drame éponyme d’Oscar Wilde. Mise en scène : Robert Carsen. Chorégraphie : Philippe
Giraudeau. Décors : Radu Boruzescu. Costumes : Miruna Boruzescu. Lumières : Manfred Voss. Vidéo : Dario
Cioni. Avec : Nicola Beller Carbone, Salomé ; Peter Bronder, Hérode Antipas ; Dagmar Pecková, Hérodiade ;
Mark S. Doss, Jochanaan ; Jörg Dürmüller, Narraboth ; Manuela Custer, le page d’Herodiade ; Roberto
Abbondanza, Thomas Gazheli, les nazaréens ; Nicola Pamio, 1er juif ; Cristiano Olivieri, 2ème juif ; Karl
Michael Ebner, 3ème juif ; Ulfried Haselsteiner, 4ème juif ; Nikolai Karnolsky, 5ème juif ; Vladimir Baykov,
Robert Holzer, les soldats ; Vladimir Jurlin, un Cappadocien ; Daniela Valdenassi, un esclave. Orchestre du
Teatro Regio, direction : Gianandrea Noseda. ・
C’est un tonnerre d’applaudissements qui salue l’extraordinaire Salomé de Richard
Strauss du Teatro Regio. Des applaudissements et des bravos qui s’adressent
indifféremment aux chanteurs ou au chef d’orchestre jusqu’au moment où apparaît le
véritable héros de la soirée : le metteur en scène canadien Robert Carsen. Alors, le public
lui offre un triomphe.
Un triomphe largement mérité. Sa conception de Salomé est un chef d’œuvre
d’intelligence, d’humour et d’ironie. En choisissant de transposer la légende biblique de
Saint-Jean Baptiste dans l’univers contemporain du Caesar’s Palace de Las Vegas, Carsen
plonge le spectateur dans la réflexion. Quelle différence entre le roi Hérode d’il y a 2000
ans et les richissimes magnats hantant ce temple de plaisirs ? Dans la froide et grise salle
des coffres du palace, des éphèbes coiffés de casques romains dorés à crêtes rouges et
des jeunes femmes aux seins nus transfèrent, sous l’œil de gardes de sécurité, l’argent
et les valeurs des joueurs du casino qu’un mur de téléviseurs montre en train de
s’affairer autour des tables de jeux. Derrière la grande porte circulaire à combinaison du
coffre-fort principal s’échappent les prophéties de Jochanaan, prisonnier d’Hérode, le
tout-puissant du lieu. En survêtement noir, Salomé fuit l’ambiance de la salle de jeux et
les assiduités de son beau-père Hérode. Les parois aluminium des coffres lui servent de
havre de paix. Enfant gâtée, à qui rien ni personne ne résiste, elle convainc les gardes de
libérer Jochanaan pour son seul plaisir de le contempler. Alors comme les remparts de
Jéricho, les murs de coffres s’écartent alors pour s’ouvrir sur un paysage de dunes d’où
s’avance un majestueux Jochanaan, homme du désert vêtu d’une djellaba noire. Image
superbe, prémices de l’émotion qui sourd de la rencontre de Jochanaan et de Salomé.
Si Robert Carsen imagine une Salomé-Lolita passant de la jeune femme rêveuse
et capricieuse, consciente de la fascination qu’elle opère sur les hommes à la
femme psychotique en proie à la folie meurtrière, il possède en Nicola Beller
Carbone une interprète d’exception. Se pliant parfaitement aux besoins du
drame, splendide, sculpturale, elle construit son personnage avec une
sensibilité attachante. D’abord la voix. Câline alors qu’elle tente d’arracher un
baiser des lèvres de Jochanaan, blanche lorsqu’elle sombre dans sa folie
naissante d’obtenir la tête de cet homme qui se refuse à elle, triomphante lors
qu’elle tient dans ses mains la tête de Jochanaan. Grande straussienne,
dominant la partition avec une maestria remarquable, la jeune femme est une
actrice au corps gracile et mouvant.
S’il ne devait rester qu’une seule image de la formidable Salomé mise en scène par
Robert Carsen, «sa» danse des sept voiles de Salomé demeure inoubliable. Mélange de
sexe, d’ironie, de pathétique, Carsen projette les fantasmes sexuels dans une vision
renversée de cette danse. Alors qu’Hérode demande à Salomé de danser pour lui, la
jeune femme entame sa chorégraphie lascive devant le magnat et ses invités. Entraînant
derrière ses mouvements caressants les spectateurs les plus âgés de l’assemblée, ils
perdent peu à peu leur sang-froid, pour s’immiscer dans la danse érotique de Salomé.
Éperdus de désirs, ils se déshabillent entièrement alors que Salomé tournoie en
combinaison légère. Quand cessent ses arabesques, les voici nus, pitoyables et
décharnés, pauvres fous ramassant leurs vêtements à la hâte, honteux de leurs
fantasmes.
Autour de cette Salomé habitée des démons de son triste marché, le ténor Peter Bronder
campe un Hérode autoritaire. Son assise vocale lui confère la brutalité du rôle sans
jamais qu’il ne tombe dans la caricature. Au besoin même, le voici doucereux invitant
Salomé à la danse, ou introverti devant les foudres de d’Hérodiade, son épouse.
L’expression vocale du rôle d’Hérodiade s’inscrit dans l’implication profonde de la
prosodie. Dans le rôle d’Hérodiade, délaissant la vocalité de conservatoire au bénéfice de
l’expression théâtrale, la mezzo-soprano Dagmar Pecková s’insinue à ravir dans le
caractère revanchard, colérique et vicieux de son personnage.
Le succès de cette production doit aussi compter pour beaucoup sur la direction musicale
de Gianandrea Noseda. Dirigeant un excellent Orchestre du Teatro Regio, il tire de cette
musique expressive des accents orchestraux admirables. Passant de la solennité qui
accompagne les prophéties de Jochanaan, au lyrisme des rêves lunaires de Salomé, à
l’explosion tonitruante des orgies d’Hérode au langoureux sublime de l’air final de
Salomé, le chef italien s’affirme comme l’une des plus belles baguettes de l’art lyrique.
Près de deux heures de passion musicale et scénique, sans entracte, la Salomé sublimée
de Robert Carsen se construit autour d’une tension continuelle qui trouve son paroxysme
dans les ultimes paroles d’Hérode à l’encontre de Salomé : «Tuez cette femme !». Une
soirée chargée d’un engagement artistique sans limites, qui plonge le spectateur au cœur
du drame. Un spectacle total qui doit être repris au Maggio Fiorentino et au Teatro Real
de Madrid, lors de prochaines saisons.
Crédit photographique : Ramella&Giannese ã Fondazione Teatro Regio di Torino
Rédacteur : Jacques Schmitt
pour ResMusica.com le 03/03/2008
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Salome, magnifica Lolita e la danza dei vecchioni