Gli Amici
di Laura
Concorso in ricordo della
amica e compagna
Laura Delfini
donne diritti e lavoro
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Per ricordare Laura
30 maggio 2014
Il concorso ‘’donne diritti e lavoro’’ è nato dal proposito di portare avanti una forte
passione che ha permeato la vita lavorativa, sindacale e personale di Laura.
Una vita condivisa a livelli diversi e specifici con la sua famiglia, gli amici e con le
persone con cui ha lavorato, in particolare il sindacato: ad esso ha dedicato il suo
tempo con amore, dedizione e competenza.
Una passione, la sua, che si manifestava nel tener presente sia la ‘persona’ con le
sue forze, debolezze, capacità, competenze, disagi, frustrazioni, sia ‘l’obiettivo’ da
raggiungere: fosse un chiarimento su una questione che presentava divergenze,
un contenzioso da risolvere, un riconoscimento da ottenere .
Lo sfondo era sempre riconducibile al ‘diritto’: fosse espresso come diritto della
persona a vedere riconosciute e comprese le proprie perplessità, emozioni,
pensieri, fatiche; il diritto di chi, lavoratrice/lavoratore, necessitava di essere
difesa/o nelle sue mansioni, competenze, ricompense, o, ancora, il diritto di
vedere riconosciuta la dignità della persona senza distinzione di sesso, razza,
religione.
Il concretizzare la possibilità di proporre questo concorso è sembrata una risposta
• all’esigenza di passare alle nuove generazioni la necessità e l’importanza di
riflettere su ciò che si è ottenuto attraverso l’impegno, il coraggio e la
determinazione di molte e molti
• al mantenere viva la consapevolezza che molto ancora rimane da fare nella
concretezza del quotidiano con la partecipazione di tutte e tutti
• al portare avanti la voglia di capire, di comprendere, di esserci che Laura ci ha
insegnato
Se il concorso ha potuto svolgersi è stato per l’impegno che ragazze, ragazzi e
docenti hanno manifestato, per il tempo che hanno dedicato a scrivere e a
riguardare i testi, per la passione che si legge dietro questi
Il comitato del concorso
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Il lavoro in fabbrica
Tutte le immagini sono per gentile concessione dell’Ivres
Associazione veronese di documentazione, studio e ricerca. Biblioteca e archivio
storico
Via L. Settembrini, n. 6
37123 Verona
Tel. 045.8674665
Fax 045.8674676
Email [email protected]
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gli elaborati:
EMANUELE ROSSIGNOLI con “LA MIA GIORNATA NON È POI COSÌ MALE”
VISAN MARIA con “CARO DIARIO”
CACCIATORI AURORA con “PUNTO E BASTA”
SARTORI LINDA con “IERI, OGGI E DOMANI
BIANCA PEFTULOGLU con la storia di BAGESHRI
MAGGIO GLORIA con STORIA DI UNA DONNA
HALIMA ZINAF con MI CHIAMO ISABELLA
NICCOLO’ NARDI con DONNA
VERA VANGIEL con LE DONNE
ALESSIA LAGUARDIA con SIAMO IN QUATTRO: SARA, MIRIAM, MARTA E
VANESSA.
GIULIA NEGRINI con A DROP IN THE OCEAN
FRANCESCA PERETTI con LA LIBERTA’ E’ UN DIRITTO DI TUTTI
MARTINA PADOVANI con UN INCONTRO” SPECIALE
SERENA DANESI con IO CE LA POSSO FARE
NICOLE ZERBONI con PENSIERI INTIMI
EMMA POLI
con PROMESSA SPOSA
Per la sezione Gruppo Classe: Classe terza sezione D della scuola secondaria di
primo grado “M. Mazza”.
Gli studenti: AMBROSI GIACOMO, CHIEPPE GIACOMO, CHIEPPE ILENIA, CORSO
MATTEO, GALLO MATTIA, GIANELLO MATTIA, FASOLI LEONARDO,
RACHIDI AMINE, TOSI LUCA.
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PUNTO E BASTA
C'era un tempo in cui dicevano a noi donne...
che non importava imparare a leggere e a scrivere,
perché tanto servivamo solo a fare figli;
che non dovevamo pensare a noi stesse,
ma a servire il maschio che ci stava accanto;
che non dovevamo interessarci di come andava il mondo,
tanto c'era l'uomo che votava e decideva per noi;
che non dovevamo sognare di cambiare le cose,
perché le cose erano sempre andate così punto e basta.
Da allora, ne è passata di acqua sotto i ponti
e tanto è stato fatto per migliorare.
Certo, la strada è ancora lunga,
ma noi non siamo stanche di camminare!
CACCIATORI AURORA
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BAGESHRI
La storia che vi vogliamo raccontare narra di una ragazza chiamata Bageshri .
Questa è ora una donna adulta, forte e determinata nella lotta per i diritti umani,
in particolare quelli femminili. Il suo interesse iniziò per una vicenda che visse in
prima persona, ai tempi del liceo.
Noi la conoscemmo quando venne a vivere in Italia assieme alla sua famiglia.
Erano originari dell’India, ma la madre, il fratello e lei si erano trasferiti nel nostro
paese per poter lavorare e garantire un’istruzione al figlio maschio, mentre il
padre aveva deciso di non andare con loro, poiché doveva concludere alcuni
affari. Fortunatamente, qui vige una legge secondo la quale tutti i ragazzi,
indifferentemente dal sesso, sono obbligati ad andare a scuola fino al compimento
dei sedici anni, quindi anche la ragazza ebbe l’opportunità di studiare.
Bageshri fu perciò inserita nella nostra classe nel mese di gennaio. Inizialmente
fummo proprio noi le prime ragazze ad interessarci di lei e, nonostante sia brutto
da dire, il resto dei compagni cercava di evitarla, poiché “era diversa da noi”.
Il primo mese lo trascorremmo insieme, come normali ragazze che vivono il
difficile periodo dell’adolescenza.
Tuttavia, lei sembrava più adulta, come se sapesse qualcosa di più sulla vita.
Supponiamo sia perché in India le cose non vanno molto bene, guerre, carestie, e
malattie colpiscono la maggior parte della popolazione. Delle cose che ci raccontò,
l’argomento che ci rimase più impresso fu quello riguardante i matrimoni forzati
tra i ragazzi e le ragazze di età compresa tra i quattordici e i sedici anni.
Lei non pensava che questo sarebbe potuto succederle, era interessata solamente
allo studio e ai suoi doveri in famiglia. Tuttavia, un giorno di fine marzo ricevette
una lettera da suo padre: solo qualche parola, nessun cenno di affetto, di
dispiacere nei suoi confronti, solamente un obbligo, quello di sposarsi con un
ragazzo di cui non conosceva il nome, né i tratti del viso e tantomeno il carattere.
Ci comunicò la notizia con le lacrime agli occhi, dicendoci che avrebbe dovuto
partire non appena fosse finito l’anno scolastico.
Per noi questa era una cosa inverosimile, non credevamo possibile che questo
potesse accadere veramente e ritenevamo i matrimoni forzati cose dell’altro
mondo.
D’altra parte, tutte le cose che accadono nel resto del pianeta ci sembrano
inverosimili finché non le viviamo sulla nostra pelle o su quella di una persona a
noi vicina.
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Per i suoi genitori il fatto che lei non finisse il liceo non era un problema, anzi era
solo un risparmi di soldi, che quindi potevano essere usati per mandare il fratello
all’Università, dato che l’istruzione maschile era considerata di maggior
importanza rispetto a quella femminile. Nonostante Bageshri sapesse che
probabilmente alla fine l’avrebbe avuta vinta il padre, provò a battersi contro
quest’obbligo, che le negava il diritto allo studio e quello di poter scegliere l’uomo
accanto al quale passare il resto della vita.
Arrivò presto il giorno in cui sarebbe dovuta partire. Andammo a salutarla e lei ci
disse addio senza versare una lacrima, anche se sapevamo che dentro il suo
cuore era distrutto. Promise di scriverci e effettivamente arrivarono lunghissime
lettere in cui ci scrisse tutto quello che era successo.
Ci fece sapere che appena arrivata nella sua vecchia casa il padre non la salutò
nemmeno se non dopo averle ordinato di vestirsi elegantemente poiché sarebbero
andati a conoscere immediatamente la famiglia del fidanzato. Così indossò uno
dei suoi vestiti indiani migliori e poco dopo erano già in viaggio verso la casa del
futuro sposo.
Quando entrò nell’imponente casa si ritrovò di fronte due visi austeri di quelli che,
probabilmente, sarebbero stati i suoi suoceri; dietro a loro spuntava la testa di un
ragazzo, alto e robusto, con i tratti del viso marcati. Bageshri non moriva dalla
voglia di conoscerlo ma doveva farlo.
Prima le due famiglie si salutarono in modo molto formale, poi si trasferirono in
una stanzetta in cui, tra una tazza di tè e l’altra iniziarono a parlare del
matrimonio. Sarebbe stato sontuoso poiché alla famiglia del ragazzo i soldi non
mancavano, ma allo stesso tempo molto tradizionale.
Dalle lettere la nostra amica ci fece capire tutto il disgusto che provava nel sentire
quelle persone parlare della sua vita, come un giocattolo nelle loro mani, e alla
fine scoppiò, si alzò in piedi e pronunciò queste esatte parole: “Sapevo che il mio
momento sarebbe arrivato, quello in cui avrei dovuto sposare un ragazzo la cui
identità mi è ignota. Ho tentato di dimenticare questo dovere ma ora è il mio
turno di parlare. Questo è l’ultimo giorno in cui posso gridare, battere i pugni su
un tavolo, l’ultimo giorno in cui posso dire la mia opinione e il mio parere senza
avere il timore di subire violenze, fisiche o mentali. Questa è la mia unica
possibilità per tentare di ribellarmi alle ingiustizie di questa terra, agli obblighi che
questa gente mi impone. Io non voglio sposare questo ragazzo di cui fatico a
ricordare il nome, e del quale dimenticherò la faccia non appena uscirò da questa
casa. Io non voglio sposare questo ragazzo del quale non conosco il carattere,
che potrebbe essere tenue e dolce oppure l’esatto contrario. Questi sono gli stessi
motivi per i quali anche lui dovrebbe combattere, al fine di avere giustizia, di
vederci riconosciuti i nostri diritti. Io voglio studiare e, se mai deciderò di farlo,
voglio sposare un uomo che amo e non uno sconosciuto.”
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Detto questo la nostra amica uscì dalla stanza e chiudendosi in bagno. In quel
piccolo stanzino pianse molto ma con un orecchio ascoltava quello che succedeva.
Capì che aveva lasciato tutti di stucco, era stato un disonore per la famiglia, ma
non le importava. Finalmente era riuscita a dire quello che tanto le premeva. Poi
sentì dei passi, forse quelli del ragazzo, e una porta aprirsi e chiudersi nel silenzio
totale dei genitori, ancora sconvolti. Poco dopo, altri passi, ma non di una sola
persona. La porta si aprì e si richiuse nuovamente con un tonfo, seguito dal
silenzio.
La nostra amica decise di uscire per vedere la scena e si trovò davanti due
giovani che si baciavano, in un modo che lei non avrebbe mai potuto fare con
quel ragazzo. Evidentemente le sue parole avevano smosso qualcosa nel suo
petto e anche lui aveva deciso di reagire.
Solo in quel momento Bageshri capì che quel matrimonio avrebbe portato tanto
dolore a lei quanto al ragazzo.
Da quel momento, l'ultima lettera che ci arrivò fu per dirci che stava tornando in
Italia e il resto della storia ci fu raccontato a voce. il padre si amareggiò talmente
per ciò che aveva visto che decise di annullare il matrimonio. Ed infine, in un
caldo pomeriggio estivo, il postino le recapitò una busta con i più sentiti
ringraziamenti del ragazzo appena conosciuto e un mucchio di soldi per
permetterle di studiare. Passarono gli anni ed ora siamo qui, ancora amiche.
Ognuna di noi è riuscita ad inseguire il suo sogno e lei ha deciso di fondare
un'associazione. Qui, gli iscritti possono contribuire al pagamento di libri per
studiare da donare alle ragazze indiane. Alcuni dei più ricchi sostengono
mensilmente una ragazza e grazie a questo, Bageshri riesce a migliorare la vita di
molte persone. Il ragazzo che avrebbe dovuto sposare è ora un suo caro amico
che è venuto a vivere proprio nel nostro paese assieme alla moglie, la stessa
donna che Bageshri conobbe quel fatidico giorno in India, ed stato con lui e
grazie a lui che ha fondato l'associazione.
Noi non possiamo nemmeno immaginare il bene che ci ha fatto questa ragazza
permettendoci di sapere cosa accade nel mondo e finalmente, andando a
manifestare in India per i diritti delle donne, possiamo dire che qualcosa di
positivo nella nostra vita l'abbiamo fatto anche noi, ma si può sempre fare di più,
con la sola speranza di ricevere in cambio un sorriso.
BIANCA PEFTULOGLU
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Concorso: “donne, diritti, lavoro”.
Introduzione: Alcuni ragazzi della classe terza sezione D della scuola secondaria
di primo grado “M.Mazza”, per capire il vero significato della festa della donna,
hanno intervistato i loro nonni e i loro genitori sul tema della conquista dei diritti
da parte delle donne.
Abbiamo ritenuto opportuno trascrivere la loro testimonianza in un racconto
dialogato per rimanere fedeli alla loro esperienza. Tale racconto può essere
tradotto in forma teatrale.
Protagonisti: nonno Valdino e nonna Idelma (novantenni), i loro figli Fara e
Giuseppe con i rispettivi consorti Ezio e Najat, i nipoti Matteo e Yasmine,
rispettivamente di 8 e 15 anni e Francesco di 30 anni.
CONVERSAZIONI IN FAMIGLIA:
GENERAZIONI A CONFRONTO
Nonno Valdinio: Idelma...hai sentito anche tu un festoso chiacchierio provenire
dal giardino?
Nonna Idelma: Che sorpresa! Fara, Giuseppe, Ezio, Najat cosa fate tutti qui…ma
non siete soli, ci sono anche i nostri adorati nipotini. Valdino vieni a vedere!
Tutti entrano e si siedono nel salotto buono di casa e uno dei nipoti, Matteo, il più
piccolo, offre alla nonna un mazzo di mimose mentre i più grandi cominciano a
raccontare come avrebbero trascorso la serata e cosa avrebbero indossato.
Nonna: Parlate della festa della donna naturalmente, e poi mi avete omaggiato
con le mimose! Ma quale significato ha per voi questa festa? Perché si festeggia
proprio l’otto marzo?
Matteo: sappiamo che è la festa della donna!
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Yasmine: A scuola ci hanno raccontato che l’8 marzo 1908, a New York, 129
operaie morirono mentre cercavano di difendere i loro diritti, per migliorare la
propria vita.
Francesco: oggi si festeggia la lotta per l’emancipazione femminile, la conquista
delle pari opportunità!
Nonno: Già, noi siamo anziani e non andiamo certo a festeggiare, ma ricordiamo
bene…le donne erano considerate quasi delle schiave, tanti doveri e pochi diritti,
le prime ad alzarsi al mattino e le ultime a spegnere la lucere non certo per
andare a feste o per leggere romanzetti…e poi la maggior parte delle donne era
analfabeta.
Nonna: Quanto sono stata fortunata; i miei genitori, pur essendo nati
nell’ottocento, hanno fatto tanti sacrifici per farmi studiare, nonostante le
devastazioni e le sofferenze causate dalla guerra.
Fara e Giuseppe (in coro): sì, lo sappiamo, sei andata a scuola, sei orgogliosa di
aver vissuto in un’epoca di grandi trasformazioni…
Nonna: Le trasformazioni, il progresso…abbiamo seguito le lotte che le donne
hanno combattuto attraverso comizi, manifestazioni, cortei per “gridare” la parità
tra uomo e donna in tutti i campi e per la tutela della lavoratrice madre.
Fara: Hai ragione! Le donne hanno cambiato il loro modo di vivere e con
l’istruzione e il lavoro hanno conquistato indipendenza e uguaglianza e ora sono
rispettate tanto quanto gli uomini. La vera emancipazione femminile è iniziata
dopo la seconda guerra mondiale quando parteciparono alle prime elezioni libere
e iniziarono il faticoso cammino per affermare la loro presenza attiva nella
società e nella politica del nostro paese.
Nonna: Lo ricordo bene quel periodo, le donne alle urne! In seguito agli eventi
storici, noi ragazze cominciammo a fare propaganda politica e, convinte di
trasmettere amor patrio, passavamo di porta in porta per convincere le donne
ad esercitare il loro primo diritto conquistato: il voto.
Da quel momento sono iniziate le nostre vittorie e le nostre conquiste: il diritto
all’istruzione, il diritto di lavorare al di fuori delle mura domestiche, il diritto ad
essere rispettate come donne e come madri, come lavoratrici.
Nonno: Le lotte femminili del 1968 le abbiamo vissute attraverso i vostri occhi; vi
abbiamo visto sfilare nei cortei cittadini e abbiamo discusso con voi di problemi
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sociali, politici, di parità tra uomo e donna. Quanta strada ha fatto il movimento
femminile!
Pensate a quante donne hanno messo la loro vita al servizio dell’umanità e hanno
salvato molte vite grazie alla ricerca scientifica.
Pian piano le donne sono arrivate anche ad occupare ruoli importanti nella vita
politica della nostra povera Italia.
Giuseppe: Oggi la donna è rispettata e valorizzata in tutto il mondo occidentale,
ma io consiglierei a tutte le donne di rimanere se stesse e di conservare il loro
ruolo all’interno della famiglia, “Regine del focolare domestico”…si diceva cosi?!
Ezio: Nonostante tutto questo, assistiamo ancora a fenomeni di discriminazione,
ma la donna con la sua intelligenza e caparbietà saprà certamente controllarli.
Fara: Nell’ambiente lavorativo c’è ancora troppo maschilismo e alcuni settori
dell’economia sono ancora di esclusiva competenza maschile… per non parlare
delle violenze di cui ancor oggi le donne sono vittime.
Nonna: Mi chiedo, infatti, quale parità è stata raggiunta se ancor oggi la donna è
sfruttata, violentata, maltrattata, uccisa da chi la considera un oggetto di
proprietà? Quante violenze, persecuzioni, discriminazioni dobbiamo ancora
sopportare?
Agli inizi del secolo scorso, le donne morivano nelle fabbriche, oggi, nel 2014, le
donne muoiono ancora per affermare quei diritti che sono propri della persona
umana quali la dignità, il rispetto delle proprie emozioni, la difesa della propria
vita.
Najat: Anche nel paese da cui provengo, le donne sono state spinte ad agire a
causa della discriminazione e della violenza subita nel mondo del lavoro e in
famiglia.
Giuseppe: cerchiamo di allargare i nostri orizzonti! Se guardiamo in quale modo
vive la donna nel resto del mondo ci sembrerà impossibile pensare a come possa
sopportare tante ingiustizie, violenze, emarginazione…
Najat: Fortunatamente anche nel mondo arabo l’istruzione ha permesso alla
donna di mostrare le proprie capacità nascoste e valorizzate la propria persona, la
propria dignità di persona umana e di combattere contro la sottomissione
all’uomo. La sua vita è cambiata molto ed è riuscita a conquistarsi il posto che le
spetta nella vita politica e sociale del proprio paese.
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Sicuramente questo cambiamento ha anche degli aspetti negativi come stare
molto tempo fuori di casa e questo influisce sull’educazione dei figli e sul suo
ruolo all’interno della famiglia.
Nonna: Cari figli miei, quando venite a trovarmi e mi mostrate la vostra
stanchezza e mi raccontate la quotidiana lotta per conciliare lavoro e famiglia, mi
sembra di sentire sulle spalle il peso di questa lotta che non è ancora terminata e
mi scorrono davanti agli occhi tutti gli aspetti positivi dell’emancipazione
femminile. Io penso che valga la pena riflettere su tutte quelle conquiste che
hanno reso la donna protagonista della storia italiana. Protagonista attiva,
testarda, ostinata, orgogliosa di partecipare alle nuove sfide politiche.
Najat: io mi sento di dare questo consiglio a tutte le donne:” Sii sempre donna,
metti davanti ai tuoi occhi la tua dignità, non è importante superare l’uomo o
arrivare al suo livello, la cosa più importante è crescere insieme, uomo e donna
nel reciproco rispetto e nella fiducia delle capacità di ciascuno”.
Nonno: Vi confido un segreto: Tutto ciò che fate, fatelo con amore!
Ambrosi Giacomo, Chieppe Giacomo, Chieppe Ilenia, Corso Matteo, Gallo Mattia,
Gianello Mattia, Fasoli Leonardo, Rachidi Amine, Tosi Luca.
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STORIA DI UNA DONNA
Mi chiamo Nair, o meglio Rosetta, ho vent’anni e lavoro in una sartoria.
Ogni mattino mi sveglio alle quattro, mi preparo e parto a piedi per il lavoro, che
purtroppo è parecchio lontano da casa mia.
Ho iniziato il mio lavoro durante la guerra, avevo sedici anni. Decisamente non è
stato facile, specialmente perché la sera ero terrorizzata all’idea che da un
momento all’altro la mia casa potesse andare a fuoco per una bomba quando
“Pippo” sorvolava sulla mia casa, e io con un lumino ricamavo le lenzuola per
preparare la dote delle mie sorelle.
Eravamo nel pieno della seconda guerra mondiale e in campagna erano moltissimi
coloro che si nascondevano per sfuggire alla guerra.
Durante la giornata andavo in sartoria insieme a mia sorella Maria, nel
pomeriggio andavo a scuola di cucito finita la terza elementare, persino con la
neve fino alle sette di sera e poi tornata a casa cenavo e talmente stanca mi
addormentavo sfinita.
Mi tengo stretto il lavoro, perché, essendo donna, non ho avuto una buona
istruzione, in quanto mio padre riteneva che le donne dovessero occuparsi solo ed
esclusivamente della famiglia o della campagna.
Aspetto persino a sposarmi rispetto alle mie sorelle, quasi tutte sposate in
giovane età , non perché non ami Giuseppe, ma perché voglio assaporare ancora
per un po’ la libertà di avere un lavoro e un mio stipendio anche se basso,
malgrado lo debba consegnare a mio padre per aiutare la mia famiglia piuttosto
numerosa.
In casa siamo in undici, i miei genitori, Erminia e Angelo, i genitori di mia madre
Bianca ed Eugenio, le mie cinque sorelle e mio fratello.
Giuseppe, il mio fidanzato invece vive con sua madre e suo padre e ha due
fratelli.
Viene a trovarmi solo due volte alla settimana, perché è questo che permette mio
papà.
Usciamo raramente e solo con il suo permesso.
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So già che quando mi sposerò sarò un po’ più libera , ma non potrò più lavorare,
perché sarò troppo occupata a badare ai miei bambini, a prendermi cura di mio
marito, a pulire e a cucinare.
Non avrò il tempo di vedere qualche amica se non al mercato per fare la spesa.
Sono abituata ad aiutare le mie sorelle e mia mamma con le pulizie, so cucinare
molto bene, ma non riesco a capacitarmi dell’ idea che dovrò abbandonare il mio
lavoro, che mio permette di vedere persone diverse e di creare dei bei vestiti.
Penso che tutte le donne abbiano il diritto al lavoro, inoltre noi donne possiamo
fare le stesse cose degli uomini, come alla fine della prima guerra mondiale altre
donne prima di me , come mia mamma lavoravano nelle industrie belliche.
Una donna molto importante come Marie Curie era una scienziata e ha vinto due
premi Nobel per la chimica e per la fisica, Jane Austen è stata una delle prime
scrittrici donne malgrado le discriminazioni maschiliste.
Sono grata alle donne che hanno avuto la forza e il coraggio di “combattere”
contro l’uomo e di aver permesso a tutte le donne compresa me di poter lavorare,
il diritto di voto e anche se non sufficiente, un’ istruzione elementare.
Spero che un giorno i miei figli e i miei nipoti possano capire quanto per me e
altre donne sia stata dura vincere certi modi di pensare.
Sono convinta che noi donne abbiamo potuto, possiamo e potremo fare grandi
cose nella storia per crescere e combattere contro le discriminazioni.
Abbiamo sicuramente delle grosse potenzialità che nessuno vuole comprendere
perché ciò significherebbe ammettere che anche noi esistiamo, che siamo
intelligenti, e che abbiamo molte risorse da offrire sia a coloro che amiamo sia
agli altri.
Spero che questa mia testimonianza possa essere d’aiuto alle donne che si
nascondono e che hanno paura di confrontarsi, di incontrarsi e di farsi conoscere.
MAGGIO GLORIA
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Mi chiamo Isabella.
Sono madre di tre figli e ho sempre vissuto in un paesino di Verona con mio
marito. Siamo sempre stati una famiglia modesta. Mio marito lavorava come
operaio e il suo stipendio era appena sufficiente a farci andare avanti. Io facevo i
lavori di casa e mi occupavo dei bambini. Finché non iniziò la guerra.
Nei primi tempi a noi non cambiò nulla dato che l’Italia era rimasta neutrale.
Però, poi, gli interventisti vinsero sui neutralisti e, nel 1915, l’Italia entrò in
guerra. La notizia non mi sconvolse più di tanto, finché non seppi che mio marito
sarebbe dovuto andare al fronte a combattere.
Sapevo perfettamente che, senza di lui, la famiglia sarebbe andata in rovina. A
meno che io non avessi cominciato a lavorare. A quel tempo, però, le donne come
me non potevano accedere alla scuola superiore né tantomeno all’università.
Inoltre il lavoro nelle fabbriche dava un piccolo guadagno all’uomo, figurarsi alle
donne, a cui il salario veniva molto diminuito rispetto a quello dell’uomo. E se lo
stipendio di mio marito bastava appena a farci andare avanti, il mio che aiuto
poteva dare alla famiglia?
La sera prima della partenza di mio marito piansi tutte le mie lacrime. Avevo
paura. Volevo che i miei figli avessero tutto ciò di cui avevano bisogno, ma non
ero neanche sicura di poterli sfamare come si deve. E poi, desideravo
ardentemente che andassero a scuola e non che rimanessero analfabeti come la
maggior parte della gente.
Mio marito mi calmò dicendomi che potevo prendere il suo posto in fabbrica
oppure potevo chiedere un lavoro come bracciante, nonostante fosse riluttante al
lavoro per la donna. Ciò voleva dire che non avrei avuto molto tempo per la casa,
ma poco importava, dovevo lavorare. Il giorno dopo accompagnai mio marito alla
stazione e lo saluti ricordandogli di scrivermi presto. Nel pomeriggio, dopo le mie
sei ore in fabbrica, andai a chiedere lavoro come lavorante agricola.
Rimasi stupita, vedendo, davanti al comune, delle donne, più o meno della mia
età, che urlavano. Molte avevano dei cartelli con su scritto cose come
‘UGUAGLIANZA DELLE DONNE’ o ‘VOTO ALLE DONNE’.
Non li capii tutti dato che i cartelli erano sia in Italiano che in Francese e Tedesco.
Ero affascinata.
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Mi sembrava così strano che quelle donne avessero il coraggio di opporsi a ciò che
era stato deciso per loro. Un desiderio di ribellarmi mi faceva sentire vicina a
quelle donne, ma una paura fredda mi invase il petto: se avessi protestato
anch’io che ne sarebbe stato dei miei figli? Le proteste sarebbero potute durare
per giorni, o anche mesi senza dare risultati e io non avevo tempo.
La determinazione prese il posto della paura: dovevo difendere i diritti miei, e di
tutte le altre donne. Gli stipendi dovevano essere gli stessi per uomini e donne.
Decisi che di mattina avrei lavorato in fabbrica e il pomeriggio avrei lottato per
l’emancipazione della donna. In casa avrei risparmiato il più possibile con i soldi.
I mesi passarono, e tra una lettera e l’altra di mio marito, continuavano le
proteste; scioperi della fame, volantini…
Ricorrevano a ogni mezzo pacifico per farci sentire e finalmente ci fu un
progresso. In fabbrica lo stipendio era aumentato ed era uguale per le donne e
per gli uomini. Ero veramente contenta e questo accese in me la voglia di
continuare e di lottare per il voto delle donne.
Stavo cambiando.
Una volta pensavo sempre a cosa avrebbe detto mio marito di una cosa che stavo
facendo; invece adesso stavo lottando perché la nostra dignità e la nostra
uguaglianza venisse accettata sapendo perfettamente che lui era contro a questi
ideali.
Mi sentivo libera.
Durante i mesi di protesta decisi di seguire con le mie compagne dei corsi di
Italiano gratuiti con un professore che si era offerto di istruirci. Ero praticamente
analfabeta e me ne vergognavo molto.
Feci grandi sforzi per riuscire a fare tutto ma fui felice del risultato: in poco tempo
imparai a leggere e scrivere correttamente. Il professore mi prese in simpatia
subito, vedendo quanto mi interessassi a imparare, e mi regalò un libro. Così
iniziai a leggere anche a casa. Tutto andava molto bene, io e i miei figli eravamo
felici e con lo stipendio della fabbrica aumentato riuscivamo a tirare avanti senza
troppa fatica.
Un giorno arrivò una lettera. Pensai che fosse una lettera di mio marito. Era da
tanto che non mi scriveva, strano che me ne accorgessi solo in quel momento. La
aprii e andando avanti nel leggere i miei occhi si offuscarono di lacrime. Era
morto.
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Caddi in ginocchio e piansi, piansi tutto il mio dolore. I miei figli vennero da me e
mi abbracciarono confusi. Mi avevano visto felice fino alla mattina prima e adesso
piangevo, non potevo biasimarli. Piansero anche loro e io non potevo vederli così.
Così mi alzai e mi lavai la faccia. Poi mi guardai allo specchio e pensai.. Avevo un
lavoro, ero riuscita a lottare per far sì che lo stipendio mi appagasse. Fino a poco
prima della guerra nessuno si aspettava che una donna lavorasse.. ‘La donna
deve stare a casa e accudire i figli’, ‘La donna è inferiore all’uomo’.
Avevo dimostrato che tutto questo non è vero.
Ero diventata autonoma.
Il dolore per la morte di mio marito era forte ma sapevo che in quel tempo
durante la sua assenza ce l’avevo fatta da sola. E avrei continuato così. Sperai
che dal cielo lui mi potesse vedere e che si sentisse orgoglioso o che in qualche
modo si ricredesse.. Questo mi fece ricordare che dovevo continuare la mia lotta..
Volevo che il voto si estendesse alla donna, volevo che la donna potesse fare tutti
i tipi di lavoro, volevo che la donna fosse considerata come un essere umano,
esattamente come l’uomo..
Avevo raggiunto degli obiettivi ma dovevo continuare. Intanto, però, avevo
raggiunto una grande vittoria in me stessa: ero consapevole dei miei diritti e
credevo in me.
HALIMA ZINAF
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DONNA
Dolce la tua presenza ,
bella la tua grazia ,
forte la tua passione ,
grande il tuo cuore ,
si compie in te il miracolo della vita.
NICCOLÒ NARDI
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LE DONNE
Le donne sono come le rose
belle e meravigliose,
I loro petali nel sole
prendono uno splendido colore.
Come le onde del mare
vedi loro danzare.
Sono forti e coraggiose
non hanno loro paura
da loro é l`uomo
sono un dono della natura.
VANGJEL VERA
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IERI, OGGI E DOMANI
Proprio l’altro giorno, mentre cercavo il libro di matematica, trovai il libretto
personale, e improvvisamente mi ricordai di quell’avviso molto importante che
dovevo far firmare.
- Mamma, potresti firmare questo avviso?
- Certo, arrivo!
Subito dopo aver letto e visto la comunicazione, mia mamma mi disse:
- Ma lo sai che una volta, quando ero giovane, la nonna, firmava con il cognome
del nonno invece che con il suo?
- E perché? Tu non firmi col cognome del papà!
- Perché tanto tempo fa, quando ti sposavi, era come se il cognome del marito
diventasse automaticamente il tuo. Mentre adesso ci si può firmare con il proprio
cognome anche da sposate.
In effetti una volta ho letto che le donne non avevano neppure il diritto di votare!
E’ strabiliante pensare che la quotidianità delle donne di oggigiorno, tempo fa era
un lontano ideale.
Il diritto di voto da parte delle donne è stato approvato solamente nel 1946, ma
soffermandoci a pensare, possiamo capire quanta fatica hanno fatto le donne per
conquistare questo importante diritto. Questa prima conquista è stata un punto di
partenza, infatti, grazie alla Costituzione, le donne riacquistarono parità, anche
sul fronte politico: ora le donne possono votare, e perciò esprimersi, esporre la
propria opinione, una cosa impensabile all’epoca.
Altro traguardo importante fu quello dei diritti sul lavoro: grazie alle leggi, esiste
la parità salariale tra uomo e donna e, in caso di gravidanza, le donne sono anche
tutelate. Al contrario di tempo fa, quando venivano fatte partorire nelle fabbriche
perché costrette a lavorare fino all’ultimo giorno.
Una volta una donna, non avrebbe mai potuto fare il magistrato; oggi sì.
Una volta l’adulterio femminile era reato; oggi no.
Una volta alle donne veniva affidato “solo” il compito di pulire la casa e di badare
ai figli; oggi sono anche donne d’affari.
Da cinquant’anni a questa parte i progressi per l’emancipazione delle donne
hanno fatto passi da gigante; nonostante ciò credo che ci sia molto altro da fare.
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Non è sufficiente emanare una nuova legge o scrivere un nuovo capitolo della
costituzione: bisogna anche fare in modo che tutto ciò diventi parte concreta della
mentalità sociale.
E questo lo possiamo fare solo noi donne, con la “…determinazione e
consapevolezza che in quarant’anni ci hanno consentito di smuovere montagne di
ostacoli, di resistenze, di sorde passività…” , come scrisse Nilde Iotti.
Alla luce di tutto ciò ho imparato ad apprezzare la mia quotidianità di donna; per
rispetto verso tutte quelle donne che hanno lottato anche per me, e per rispetto
verso me stessa in quanto donna, trasmetterò ai miei figli, maschi o femmine che
siano, non solo l’importanza di mantenere con orgoglio i diritti acquisiti, ma anche
di combattere per i propri ideali, come abbiamo fatto noi donne in tutti questi
anni.
Non avrei mai pensato che un gesto così semplicemente quotidiano come firmare
il libretto personale con il proprio cognome, potesse custodire una parte così
preziosa della mia storia di donna.
SARTORI LINDA
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Siamo in quattro: Sara, Miriam, Marta e Vanessa.
Quattro amiche, quattro ragazze che non si separano mai, quattro persone che
farebbero di tutto pur di stare sempre insieme. Viviamo tutte a Bari, la nostra
città natale, in un quartiere periferico chiamato “San Paolo”. Non un gran
quartiere, purtroppo. Ci vivono tante famiglie poco raccomandabili, ma c’è pure
tanta brava gente che in questo quartiere si è vista assegnare una casa popolare,
un alloggio in uno di quei casermoni brutti da vedere come ce ne sono tanti nelle
periferie delle grandi città.
Ognuna di noi ha una propria storia, accomunata dalle difficoltà che le nostre
famiglie devono affrontare ogni giorno per andare avanti.
Il papà di Sara non c’è più da diversi anni ormai. E’ scappato all’estero, non so
dove, insieme al padre di Miriam per sfuggire ad una vendetta di un gruppo di
spacciatori del quartiere. Ebbene si, erano spacciatori di droga anche loro e
sembra che abbiano cercato di “fregare” i loro amici. Qualcuno gli ha consigliato
di sparire prima che lo facessero loro.
Il papà di Marta invece, piccolo boss del quartiere, si trova in galera. Una notte di
due anni fa, alcuni poliziotti sono andati a bussare alla sua porta e lo hanno
portato via. “Concorso in rapina aggravata” dissero alla moglie, ma credo che ci
sia dell’altro.
Il mio di padre, purtroppo, non l’ho mai conosciuto. Da giovane mia madre ha
avuto una relazione con un ragazzo che stava facendo il militare nella nostra
città. Si sono conosciuti in un locale e si sono frequentati per un po’ . Lui poi è
andato via dicendole “Torno a prenderti, stai tranquilla. Mi congedo, trovo un
lavoro e torno”. Non è più ritornato, ma in compenso sono arrivata io, il frutto di
una notte di passione tra due giovani che forse hanno bruciato le tappe un po’
troppo in fretta. Lui aveva 18 anni e lei ne aveva 15.
Non ho trascorso una bella infanzia. Sono cresciuta a casa della nonna che aveva
altri sei figli a cui badare. Vi lascio immaginare, spazi ristretti, tutto in comune e
abiti usati dalle zie più grandi di me. Il nonno, poverino, faceva il pescatore e
riusciva a malapena a guadagnare il necessario per sfamarci tutti.
Oggi ho 18 anni e vivo con la mamma ed il suo nuovo compagno, un uomo di 35
anni che dice di volerle bene, ma che spesso la picchia quando sono soli in casa. I
soldi che guadagna facendo lavoretti saltuari non bastano mai e ogni scusa è
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buona per litigare. La scorsa settimana mi ha detto che quell’occhio nero se lo era
procurato andando a sbattere contro la porta, ma io so bene che non è così,
perché di notte la sento piangere, da sola sul divano, pregando il Signore che lo
faccia cambiare. Lei, lo ama.
Adesso basta però.
Basta a questa vita di stenti e sacrifici.
Basta alle rinunce ed alla paura di andare in giro per strada guardandosi alle
spalle al minimo rombo di motocicletta o sgommata d’autovettura per il timore di
ritrovarsi nel bel mezzo di un conflitto a fuoco.
Domani parto. Vado in Germania con le mie amiche. La cugina di Marta, che lì ci
vive da due anni ormai, ci ha trovato un lavoro. Come cameriere, ufficialmente.
Andremo a lavorare in locale notturno, invece. Uno di quei locali in cui ci sono
piste da ballo con pali e luci soffuse. Uno di quei locali in cui se sei carina e ci sai
fare, guadagni un sacco di soldi. La cugina di Marta dice che riusciremo a
guadagnare in un paio di sere, quello che facendo le cameriere guadagneremmo
in un mese. Basterà fare qualche extra, accettare praticamente di andare in
camera con i clienti ed il gioco è fatto. Più tempo trascorri con il cliente e più
guadagni. Il tutto sarà annaffiato con dello Champagne che non può mancare.
Non vedo l’ora di cominciare, anche se il pensiero mi rattrista un po’. Non avevo
mai pensato che un giorno avrei fatto questa scelta, ma che ci posso fare?
Bisogna pur vivere. Non voglio farlo per sempre però; giusto lo stretto necessario
per guadagnare i soldi sufficienti per comprarmi una bella casa e tutte quelle cose
che ho sempre desiderato. Vestiti, cellulare, borse, scarpe…. Poi basta. Smetterò.
Mi farò una famiglia e mi dedicherò ai miei figli.
Nel frattempo però… Non giudicatemi, cos’altro potrei fare???
ALESSIA LAGUARDIA
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A DROP IN THE OCEAN
Ultimo giorno di lavoro e anche oggi esco dall'ufficio tardi.
Scendo dal palazzo e prendo il solito taxi che mi porta sino alla stazione
ferroviaria di Milano.
Mentre guardo le gocce di pioggia che si abbattono sul finestrino, mi tornano in
mente alcuni ricordi...
*flashback*
“mamma, mamma!”
“Si Marta?”
“Perché devi andare al lavoro anche con la mia sorellina in pancia... potreste
stare male”
“Piccola mi rendo conto che è un rischio ma altrimenti perderei il lavoro”
*fine flashback *
Poi mi sono ricordata del colloquio di lavoro che ho fatto poco tempo fa:
*flashback *
“Allora sentiamo lei dov'è che ha studiato?”
“All'università.....”
“Se possibile vorrei sapere il perché di questo amore verso la nostra lingua.”
“Innanzi tutto credo che ogni parola abbia un universo e questo mi incuriosisce;
poi la ricchezza e la saggezza di una lingua riescono a rendermi libera nel mio
pensiero”
“E perché vuole diventare giornalista? Con una mente come la sua potrebbe
diventare qualcuno di davvero importante!”
“Vede, è il sogno di tutti diventare famosi e la storia è piena di grandi donne e
grandi uomini che hanno lasciato il segno e che vengono ricordati nei libri. È lecito
ambire a sogni grandiosi e avere molte aspettative, ma a volte sono le piccole
vite, quelle della gente comune che vedi passeggiare per le strade, a rendere il
mondo migliore. Ecco io voglio essere come loro e raccontare le loro storie e le
loro conquiste”
*fine flashback *
“Signora mi scusi siamo arrivati”
Oh! Mi ero incantata, mi scuoto velocemente dal leggero torpore che mi
avvolgeva e mi decido a pagare.
“Grazie mille e arrivederci!”
Dopodiché salgo sul treno e mentre aspetto di arrivare a destinazione leggo il mio
amato libro di citazioni.
Oggi ne trovo una particolarmente interessante, che mi fa riflettere parecchio.
È una breve frase di una francese di nome Simone de Beauvoir.
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#non si nasce donne: si diventa!#
Non so perché ma in questo momento mi sento enormemente orgogliosa perché
credo di essere diventata una vera donna, con i suoi pregi ma anche con i suoi bei
difetti che lotta ogni giorno per gridare al mondo “Ehi! Sono qui ci sono anch'io!”
Scesa dal treno raggiungo la mia auto e arrivo finalmente a casa.
Mio marito è già rientrato e ha già preparato la cena.
Così dopo averlo salutato, mi siedo a tavola con un certo languorino.
Essendo pur sempre una giornalista, di certo le parole non mi muoiono in bocca
così inizio a riflettere ad alta voce coinvolgendo Fabio
“Sai oggi stavo riflettendo su quanta strada abbiano fatto le donne per
raggiungere il diritto di restare a casa in maternità: per esempio ricordo che mia
mamma andava al lavoro anche se incinta...”
“Hai ragione! Pensa a quanto sei fortunata!”
“Seriamente non ti farebbe pena lasciare che una donna lavori per portare a casa
qualche spicciolo perché poi le donne venivano pagate meno degli uomini... Un
po' come nella Seconda Guerra Mondiale!”
“La guerra porta molte brutte cose. Comunque credo che le donne diventano
libere solo quando scelgono di essere donne! Insomma quelle non erano donne
erano schiave”
“Spero solo di essere in grado di scegliere la strada che mi porterà ad essere
orgogliosa del mio essere “donna”! Oh ho avuto un'idea: se scrivessi un libro su
questo argomento”
“Bell'idea! “L'orgoglio di essere donna” di Marta Corso!”
Rido. Suona un po' strano sentirlo ad alta voce.
“Sì perché anche se siamo una piccola goccia in un oceano, quell'oceano non
sarebbe lo stesso senza di noi perché ogni donna è unica! Donne sempre e per
sempre!”
“Allora un brindisi alle donne!”
GIULIA NEGRINI
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LA MIA GIORNATA NON È POI COSÌ MALE
Sono uscita dal mio ufficio circa cinque minuti fa e ora mi aspetta il viaggio verso
la scuola media per andare a votare il nuovo sindaco della città. Dopo dovrò
andare a prendere Davide, il mio figlio maggiore, alla palestra dove gioca a
basket e poi Lucia, la mia seconda figlia, in piscina. Accompagnare Davide a
basket non è molto impegnativo, solo due volte la settimana, mentre Lucia va
dal lunedì al venerdì e diventa già più complicato.
Tornando a me arrivo alle urne, dove trovo alcune mamme dei compagni di
Davide con cui aggancio una conversazione.
Parliamo del voto e apprendo che molte delle altre madri non vengono a votare
per l’uno o l’altro motivo: perché non sanno chi votare, non hanno voglia, non
hanno tempo… dopo aver votato saluto le altre mamme e vado verso la palestra
dove prendo su Davide e torno a casa. A meta raggiunta mi stendo stravolta sul
letto e mi addormento, mentre mio figlio comincia i compiti.
All’improvviso Davide mi scuote per svegliarmi e mi ricorda che devo andare in
piscina. Me ne ero proprio dimenticata!
Mi preparo, prendo la macchina e in tutta fretta volo verso la piscina. Lì trovo
Lucia che mi aspetta e salendo in macchina si lamenta dell’orario. Per tutto il
viaggio in macchina lei sta dietro il cellulare a scrivere alle sue amichette e io
invano cerco di conversare per sapere cos’ha fatto oggi e avere un po’ di
compagnia.
Quando arrivo a casa penso se ho ancora qualcuno da recuperare in giro per il
mondo e arrivo alla conclusione che finalmente posso riposare, ma ben presto mi
raggiunge il terribile pensiero che devo fare i mestieri di casa. Comincio a fare la
lavatrice quando Lucia comincia a invocare il mio aiuto per i compiti. C
hi me lo ha fatto fare?
Vado nella camera con lei e comincio ad aiutarla con matematica. Finalmente
arriva a casa Marco, mio marito, anche lui stravolto dal lavoro. Gli chiedo subito
di fare la lavatrice e lui acconsente. Sia lodato Gesù Cristo! Almeno ho sposato
l’uomo giusto, che mi dà una mano in casa. Dopo che i ragazzi hanno
apparecchiato la tavola (non possono vivere solo di rendita) Marco prepara la
cena e andiamo a letto tutti insieme.
Finalmente a letto comincio a pensare alla giornata appena trascorsa:
Mi sono alzata presto per portare i figli a scuola e sono andata al lavoro. Sono
andata a votare e ho discusso con le altre mamme. Ho preso Davide e per poco
non lasciavo Lucia in piscina tutto il giorno. Arrivo a casa con l’illusione di riposare
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e invece devo sbrigare le faccende e aiutare Lucia. Infine, almeno la cena la
prepara mio marito.
Nel complesso non è stata la migliore delle giornate, ma un altro pensiero mi
raggiunge: se mi metto nei panni di una donna qualsiasi del passato, mi domando
che cosa avrei fatto al posto suo. Non sarei andata a lavorare. Non avrei potuto
votare e discutere con le altre madri. Lucia sarebbe rimasta a casa. Avrei dovuto
faticare molto di più, perché mio marito non mi avrebbe mai aiutato.
A prima vista non sembra tanto, ma comincio a riflettere su ciascun punto.
Se non fossi andata a lavorare non avrei alcuna autonomia economica e dovrei
essere alla mercé di mio marito per comprare qualsiasi cosa. Inoltre, non avrei la
soddisfazione di ricevere i soldi per aiutare la famiglia a tirare avanti e mi sentirei
come un parassita.
Non avrei potuto votare e dire la mia su chi ci governa ora e questo mi dà un
senso di oppressione e di libertà negata alle donne. Pensando poi alle altre donne
che non sono venute a votare mi sembra un insulto a coloro che nel passato si
sono battute strenuamente per il diritto al voto e che magari hanno anche dato la
vita per la loro causa.
Lucia non si sarebbe divertita andando a nuotare con i suoi amici e non avrebbe
mai cominciato a praticare uno sport, mentre sarebbe rimasta a casa a fare i
mestieri, senza neanche andare a scuola e farsi una cultura.
Infine, la cena l’avrei dovuta preparare io, come avrei dovuto fare tutte le
faccende domestiche, magari mi avrebbe aiutato Lucia ma personalmente
preferisco sia a scuola, senza esclusione o pausa.
Penso a quelle povere donne del passato semi-schiavizzate dagli uomini e che, se
non fosse stato per le lotte condotte da altre donne, sarebbe così anche al giorno
d’oggi e forse anche peggio. Benedico quelle sante donne e rifletto, chiedendomi
se avrei avuto il loro stesso coraggio. No. Ma comunque bisogna vedere le
circostanze e gli stimoli che hanno spinto quelle donne a rivendicare la loro
posizione, ma in cuor mio penso proprio che sarebbe stato difficile rivoltarmi
contro quegli “schiavisti”.
Concludo la mia riflessione pensando che non sarei resistita molto nel passato e
che la situazione di quel passato non è poi forse così lontana, probabilmente in
certi paesi è ancora così.
Sorrido, mi giro nel letto e considero che i sacrifici che faccio tutti i giorni non
sono poi così esagerati come paiono a prima vista: è un prezzo da pagare per
continuare a vivere meglio di quelle donne che mi hanno preceduta.
EMANUELE
ROSSIGNOLI
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San Giovanni Lupatoto, 24 marzo 2014
Caro diario,
non mi spiego come mai quando ci riferiamo al sostantivo “uomo”, pensiamo
subito al termine “maschio” e non a “donna”!
Sul libro di geografia che ho qui accanto c'è scritto “L'uomo sulla Terra” che
significa uomini e donne; sul libro di storia leggo “Morirono 55.000.000 di uomini
durante la Seconda Guerra Mondiale”, come se le donne fossero tutte
sopravvissute a quel conflitto.
Perché mai inconsciamente non badiamo più al fatto che siamo sottovalutate, che
i diritti che oggi godiamo nel 2014 sono quelli che i maschi hanno da secoli?
Ovviamente, non tutte le donne hanno aspettato una concessione da parte dei
maschi e, per fortuna, hanno formato dei gruppi che protestavano per ottenere
diritti uguali.
So che il fenomeno della discriminazione delle donne non è un fatto recente.
Al tempo dei Romani la ragazza veniva assegnata allo sposo, con cui doveva
avere figli per poi allevarli; il pilastro principale della famiglia e della casa era
comunque il marito. La tradizione imponeva che il primogenito portasse il nome
del padre, che fosse maschio o femmina. Ti pare giusto?
Le ragazze non andavano ad una vera e propria scuola, ma stavano a casa con la
madre che insegnava loro a ricamare, a cucinare e a suonare diversi strumenti.
Oggi sarebbe inimmaginabile, non credi?
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I ragazzi, invece, avevano il proprio maestro che li istruiva in modo approfondito.
Se nascevano dei gemelli, la moglie era accusata di aver tradito il marito e, dopo
essere stata uccisa, venivano giustiziati anche i gemelli. Questo non succedeva
solo con i Romani, ma anche presso i Babilonesi, i Greci e altri popoli antichi.
Nel Medioevo, la situazione non cambiò molto e la donna non aveva certo pieni
diritti e libertà! Ho letto sul libro di storia di seconda media che accadeva spesso
che durante il parto la madre rischiasse di morire, ma che c'erano alcune vecchie
signore che riuscivano a salvare sia lei che il suo bambino.
Quelle vecchie venivano considerate “streghe” e, se erano scoperte, venivano
mandate al rogo. Moltissime donne fino al XVI secolo morirono bruciate vive o a
seguito di torture.
Durante le rivoluzioni industriali nel Settecento e nell'Ottocento nelle fabbriche,
lavoravano soprattutto donne e bambini per dodici ore al giorno con metà salario
rispetto agli uomini.
Durante la Belle Époque si formarono i primi gruppi di donne, le suffragette, che
diffondevano i loro ideali, rivendicando il diritto di voto. Sono sulla copertina del
mio libro di storia di terza, sopra uno strano mezzo, ma sarà perché l'autrice si
chiama Rosa Alba Leone ed è una donna?
Nel secolo scorso ci sono state le cosiddette “femministe” che volevano la parità
tra uomo e donna, stipendi uguali, possibilità di chiedere il divorzio, di abortire, di
avere un posto fisso di lavoro e molto altro.
Molta strada è stata fatta in Europa, ma cosa dovremmo pensare dell'Africa o di
alcuni paesi asiatici dove sembra di essere ancora ai tempi della prima rivoluzione
industriale, con donne schiave o pagate pochissimo.
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Caro diario, mi stupisco che ancora oggi il mondo sia così e non so come fare per
cambiarlo.
In Italia una donna ogni tre giorni viene uccisa e nella maggior parte dei casi dal
partner. Anche gli stupri e i maltrattamenti sono le principali cause di denunce da
parte delle donne.
Shirin Ebadi è un'avvocata iraniana, l'unica laureata in legge nel suo paese.
Leggendo in questi giorni la sua biografia, mi stupisco scoprendo che abbia
dovuto fare ampie e lunghe proteste per riottenere il posto di lavoro che le fu
sottratto, in quanto donna.
Mi chiedo sempre come mai, nel corso di tutti questi secoli di storia dai Romani ad
oggi, resti questo ampio divario tra uomini e donne...
Spero che un giorno saremo tutti uguali, anche se diversi, nel vero senso della
parola. “Senza distinzione di sesso” come è scritto nella nostra Costituzione...
Per ora ti saluto, caro diario. Ciao a presto!
VISAN MARIA
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LA LIBERTÀ È UN DIRITTO DI TUTTI
Marta fin da piccola era sempre stata una ragazzina leale e pronta a difendere il
prossimo. Era cresciuta in una famiglia di onesti lavoratori e con grandi sacrifici
suoi e della famiglia er riuscita a laurearsi in Biologia . Durante gli anni
universitari aveva svolto lavori umili per riuscire a guadagnare i soldi necessari
per pagare la retta. Era sua volontà riuscire a pagarsi da sola la retta, visto che
negli ultimi anni, la sua famiglia si trovava in difficoltà economica a causa della
perdita del lavoro del padre, perché la ditta in cui lavorava era fallita.
Il sogno di Marta, come forse quello di tante altre ragazze, era quello di trovare
un lavoro piacevole ma che le permettesse di seguire anche la famiglia. Appena
laureata infatti iniziò a cercare lavoro, ma gli unici impieghi che riusciva a trovare
erano lavori stagionali o precari che non gli permettevano di fare progetti per il
futuro e soprattutto di pensare ad una famiglia. Già da anni, Marta rimandava il
matrimonio con Fabio, fiduciosa che prima o poi la situazione sarebbe cambiata
decise comunque di sposarsi, visto che il lavoro di Fabio, anche se con tanti
sacrifici, permetteva loro di pagare l’affitto dell’appartamento.
Dopo numerosi impieghi Marta finalmente riuscì a trovare lavoro in una ditta
alimentare che, però, al momento dell’assunzione le fece firmare una lettera in
bianco. La giustificazione del responsabile del personale, appena Marta chiese
spiegazioni in merito, fu che il modulo, per comodità, sarebbe stato compilato in
un secondo momento con i dati per l’assunzione. A Marta piaceva moltissimo il
suo nuovo impiego; finalmente con un colpo di fortuna, ma soprattutto con tanto
impegno era riuscita a realizzare i suoi sogni.
Gli anni passarono velocemente e Marta si era dimenticata di quel foglio bianco
firmato al momento dell’assunzione, ci pensò però il responsabile del personale a
ricordarglielo. Infatti, appena Marta gli comunicò che aspettava un bambino e
che il lavoro che svolgeva era un rischio per la sua gravidanza, lui prese dalla
cassaforte il foglio e le comunicò: ”Queste sono le sue dimissioni.”
Marta era incredula e non capiva per quale motivo venisse licenziata vista la
maturata esperienza lavorativa e l’impegno e la dedizione dimostrati negli anni
lavorativi.
Iniziò quindi la sua battaglia per far valere i suoi diritti di madre lavoratrice e
chiese aiuto ad altre donne che erano nella sua stessa condizione e che si
impegnavano a far valere i diritti delle donne nel mondo del lavoro. In questo
modo venne a conoscenza di storie e situazioni molto simili alla sua. Provò quindi
nuovamente a cercare un impiego ma la risposta era sempre la stessa: “ Non
assumiamo donne con figli piccoli”.
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Marta non
si voleva arrendere, non voleva perdere l’esperienza lavorativa
maturata e grazie anche all’aiuto di suo marito riuscì a mettersi in proprio. Creò
un’azienda che forniva consulenza a ditte del settore alimentare e con il passare
del tempo e l’impegno riuscì ad offrire lavoro ad altre donne che si trovavano
nella sua precedente condizione: Laura che era stata costretta a licenziarsi perché
non aveva potuto ottenere il part-time, Sara che dopo avere pagato per anni il
nido dei figli nella speranza di mantenere il lavoro, era stata licenziata per
riduzione del personale ecc..
Il sogno di Marta in questo momento era quello di poter offrire la possibilità alle
sue dipendenti di poter usufruire di un asilo interno… magari col tempo anche
questo sogno si sarebbe potuto avverare.
FRANCESCA PERETTI
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UN “INCONTRO” SPECIALE
Dai racconti fatti da mia nonna e da mia mamma ho sempre avuto l’impressione
che la mia bisnonna Cecilia, nata nel 1904, fosse un tipetto del tutto particolare e
leggendo il suo diario ne ho avuta la conferma.
Un giorno, rovistando tra le scatole in cantina, mi trovai tra le mani un libro
ricoperto da una carta lucente e dorata, incuriosita, iniziai a sfogliarlo e subito mi
accorsi che si trattava del famoso diario della mia bisnonna Cecilia.
Ero molto eccitata e curiosa di sapere cosa contenesse e senza perdere nemmeno
un minuto cominciai a leggerlo. Mano a mano che scorrevo le pagine mi sentivo
sempre più coinvolta dai suoi racconti nei quali ho potuto ritrovare gli ideali, i
valori, le aspettative e le paure, tipici di una giovane donna della sua epoca.
Ciò che più mi ha colpito è stato constatare come la situazione delle donne
all’inizio del secolo scorso fosse cosi diversa dall’attuale tanto da spingermi ad
informarmi sui cambiamenti che ci sono stati e a riflettere sulla mia condizione di
donna in costruzione.
Dal diario emerge quanto Cecilia fosse sostenitrice di quella volontà di
miglioramento che ha spinto tante donne in epoche diverse a combattere per
realizzare il proprio riconoscimento. Nelle mie ricerche ho scoperto che una delle
prime “voci” femminili a pronunciarsi a favore dei diritti delle donne fu quella di
Olympe de Gouges la quale, durante la rivoluzione francese, nel 1791 scrisse la
dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine prendendo ad esempio quelli
scritti per gli uomini; lo scritto creò talmente tanto scompiglio da costarle la
perdita della testa…
La lettura di questo fatto mi ha molto impressionata e mi ha portata a pensare a
quanto la strada per l’emancipazione dell’universo femminile sia stata difficile e
per alcuni versi ancora da percorrere.
Come scrive la bisnonna Cecilia, ai suoi tempi il ruolo della donna era
strettamente legato all’ambito familiare, concependo per lei solo una realizzazione
all’interno di esso; quando cercava una piccola evasione nei libri scoprì che le
protagoniste femminili della letteratura del tempo riproponevano lo stesso ruolo
costrittivo che le donne avevano nella società.
Riconsiderando la situazione della donna, ho potuto constatare che storicamente
a livello giuridico, rientra nella categoria dei soggetti deboli, i quali necessitano di
una particolare tutela, tanto che nel 1921 è stata sottoscritta a Ginevra una
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convenzione per reprimere la tratta delle donne e dei fanciulli. Credo che questo
sia stato un passaggio importante per la dignità femminile ma, d’altro canto, mi
rendo conto di essere fortunata di poter vivere in una società che tuteli la donna
poiché purtroppo ancora in tanti altri posti non è così.
Nelle pagine del diario la bisnonna racconta di quando lavorava a servizio presso
una nobile famiglia del suo paese e in una pagina del diario racconta un fatto che
l’ha elettrizzata: una sera mentre serviva la cena ai suoi padroni e ai loro amici li
sentì parlare di un avvenimento accaduto in quei giorni in Inghilterra che aveva
fatto molto discutere.
Si trattava infatti di una legge promossa nel 1945 dal governo del tempo in cui si
dichiarava la necessità di equiparare per le stesse mansioni gli stipendi tra uomini
e donne. La notizia suscitò molto entusiasmo in Cecilia che la portò a scrivere
pagine piene di ammirazione per il popolo e le donne inglesi.
In realtà, ho scoperto che lo stesso provvedimento in Italia è stato preso nel
1977.
Il racconto si infiamma sulla data 2 giugno 1946 dove, a caratteri cubitali, ha
scritto: ” FINALMENTE IL VOTO ANCHE PER LE DONNE”.
In quell’ occasione infatti oltre agli uomini furono, per la prima volta, chiamate al
voto anche le donne per esprimere la loro preferenza sulla forma di governo
Questo viaggio nel passato per il quale ringrazio la bisnonna Cecilia mi ha dato
l’opportunità di capire il valore di cose che per me, ragazza del XXI secolo,
possono sembrare scontate e ovvie, ma che in realtà risalgono a conquiste non
molto lontane nel tempo.
Però i pensieri e le parole più dolci la bisnonna le ha dedicate a descrivere le gioie
delle sue maternità e credo che per la donna la cosa più importante sia sentirsi
riconosciuta e valorizzata nel suo compito di far nascere nuova umanità. Sono
convinta comunque che la tenacia e l’impegno ci possa far raggiungere ulteriori
traguardi.
Martina Padovani
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IO CE LA POSSO FARE
Il suo nome è Diana.
Diana è una ragazza di 12 anni, capelli lunghi e rossastri, occhi verde scuro che
non ricorda gran parte della sua infanzia. La madre è morta l’anno scorso, i
poliziotti le hanno sempre detto che è deceduta per un’overdose da farmaci e il
padre non l’ha lasciata neppure andare al funerale con la scusa del ‘Tua madre
era una drogata, non è stata un buon esempio per te ’.
Lei si trattiene dal tirargli uno schiaffo e torna a casa.
Diana si avvicina alla scrivania dove a sua madre piaceva disegnare, apre un
cassetto e lì trova una lettera, la apre con molta attenzione a non rovinare la
busta e legge tutto d’un fiato:
“Ciao Diana,
se stai leggendo questa lettera probabilmente io sono già morta, non piangere,
era quello che volevo.
Io sono felice adesso. Per favore vivi come non ho vissuto io, sii forte e
coraggiosa e fa valere le tue idee...
Baci,
la tua mamma
P. S: tieni testa a tuo padre’
Diana si stringe la lettera al petto mentre le lacrime le rigano il viso. Nasconde la
faccia nel cuscino e soffoca un urlo, le fa male la gola, ma poco importa, i ricordi,
quelli fanno davvero male.
Le ritorna in mente tutto: sua madre che piangeva e i lividi su tutto il suo corpo e
suo padre che le urlava contro; a lei non mancava il coraggio e ogni mattina
andava a denunciare i fatti, ma nessuno l’ha mai aiutata e quando lui lo veniva a
scoprire la picchiava di nuovo, un circolo che non avrebbe avuto mai fine.
Diana piange, piange tutte le lacrime che ha in corpo, poi con una calma
spiazzante si siede sul letto, si passa una mano sulla faccia per togliere i capelli
che le si sono appiccicati a causa delle lacrime.
Va in bagno, si risciacqua la faccia e vedendo la sua immagine riflessa pensa:
‘Devo cambiare le cose, non solo per me, ma per tutte le donne.
Devo essere forte e coraggiosa, io ce la posso fare!’
SERENA DEANESI
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PENSIERI INTIMI
Spesso mi chiedo perché le donne vengano considerate esseri inferiori rispetto
agli uomini... Perché siano trattati come oggetti anziché essere umani... si spesso
siamo inutili, non serviamo a nulla se non per lavorare, tenere in ordine la casa e
fare le mamme.
Sono donna anch'io, seppur giovane. Noto spesso differenze di trattamento. Ma io
la penso diversamente: so che le donne hanno più capacità degli uomini, le donne
– è vero – non possiedono tutta quella forza fisica che possono mettere in mostra
gli uomini, ma di sicuro le donne usano più la testa prima di agire, sono riflessive
e controllano ma maggiormente i propri impulsi.
E degli atteggiamenti razzisti nei confronti delle donne ne vogliamo parlare?
Luoghi comuni, stereotipi, dicerie e falsità...la donna che frequenta uomini viene
subito etichettata; al contrario l'uomo vanta di essere un casanova...
Le cronache nere degli ultimi anni raccontano di violenze perpetrate nei confronti
delle donne, violenze anche sessuali. Si, ci vedono come esseri deboli, incapaci di
difenderci...quindi subiamo molestie gratuite..
Altre donne subiscono l'umiliazione di coprire il proprio corpo alla vista degli altri:
il velo o il burka con lo scopo di umiliare la figura femminile.. coprire, nascondere,
tacere.
Dagli anni sessanta in poi le donne si sono riappropriate dei diritti civili, maggiore
considerazione e tutele.
Tuttavia alcune volte inizio a pensare a come deve essere stata la vita di una
donna nel Medioevo o solo nel secolo scorso!! E mi chiedo se anche in un'era poco
sviluppata ci sia stato un po' d'amore tra l'uomo e la donna.
ZERBONI NICOLA
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Avevo appena scoperto cosa mi avrebbe aspettata: ero stata promessa in sposa
ad un uomo che non avevo mai visto, che avrei conosciuto il giorno del
matrimonio. Quando sarebbe stato il matrimonio non lo sapevo ancora, ma ero
determinata a venirne a conoscenza.
Stavo ancora origliando la conversazione tra mio padre e il suo collaboratore
quando, improvvisamente, mia madre spuntò alle mie spalle, dicendomi: «Vidja!
Come ti permetti di ascoltare le conversazioni altrui?! Non hai altro da fare?». Io
farfugliai qualcosa riguardo ad alcuni panni da sciacquare e mi dileguai in fondo al
corridoio.
Ero ormai in preda al panico. La mia mente era bloccata: non sapevo se essere
più incredula o indignata. Da entrambe le parti, non riuscivo a credere che i miei
genitori fossero sempre stati decisi a distruggere così la mia vita. Ero sempre
stata una ragazza ubbidiente, ma loro erano a conoscenza del fatto che fossi
anche una sognatrice, che desideravo andare all’Università e, soprattutto, non
sposarmi, o, almeno, sposare chi volevo. Non potevo sopportare l’idea che non
avrei mai avuto queste libertà, che ero destinata a rimanere prigioniera di un
uomo che, per quanto ricco, non avrei mai amato.
Alcuni giorni più tardi, dopo ore di “appostamento”, riuscii a capire la data del
matrimonio: mancavano sette giorni precisi. Mi pareva strano che mia madre e le
mie zie non si fossero ancora esaltate e mi avessero costretta a indossare mille
vesti per poi scegliere per me quella che gli sembrava più consona all’occasione.
Ma io non volevo sposarmi, questo era il punto.
Dopo ore e ore di riflessione, presi una decisione: corsi in camera, preparai la
valigia con pochi vestiti e molte provviste, presi ciò che più assomigliava ad una
giacca e, furtivamente, uscii di casa, priva di ogni stralcio di idea riguardo a cosa
fare dopo.
Corsi, strascicando la valigia alle mie spalle, corsi il più velocemente possibile
verso la strada, per poi continuare a correre: cominciava la mia avventura nel
mondo reale.
Raggiunsi la via più vicina, ma non potevo fermare un taxi lì, o mi avrebbero
riconosciuta; ansimante, arrivai fino alla strada principale e lì decisi di fare
l’autostop: non avevo molti soldi e dovevo spostarmi in fretta. L’autista di un
camion fu così gentile da caricarmi senza troppe spiegazioni, quindi mi
accompagnò all’aeroporto.
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Con i pochi soldi che ero riuscita a trovare a casa, mi pagai un biglietto per New
York, USA: sembrava essere il posto in cui i cittadini avevano maggiori libertà. Di
sicuro rispetto a qui, all’India. Già, l’India. Ci ero vissuta diciassette anni, ero nata
qui, era la mia casa. Ma non potevo permettermi di rimanere, in queste
condizioni. Ero determinata a vincere contro quelle regole assurde che
dominavano la mia vita ingiusta. Ad ogni modo, era la prima volta che viaggiavo
in aereo; non avevo paura, perché la paura più grande era quella di rimanere, e
sapevo di non avere scelta se non scappare. Fortunatamente, mi ero ricordata di
prendere i miei documenti, prima di partire.
A bordo dell’aereo tutto filò tranquillo, a eccezione del fatto che riconobbi una
delle assistenti di volo, che però non mi notò, poiché tuffai spesso il viso tra le
pagine dei giornali di gossip infilati nel sedile davanti.
Dopo numerose ore passate a sbirciare fuori dall’oblò e sonnecchiare, finalmente
venne annunciato l’imminente atterraggio del velivolo. Ero contenta, ma allo
stesso tempo impaurita, perché non avevo la più pallida idea di cosa mi
aspettasse al di fuori dell’aeroporto. Non ci misi molto ad uscire dall’edificio, ma
impiegai molto più tempo per adattarmi all’ambiente che mi circondava: era
simile alle metropoli indiane, come Nuova Delhi, ma con un tocco di moderno e
tecnologico in più. Era più… occidentale, si.
Dopo aver vagato per un po’ nei dintorni, scelsi di entrare in uno di quei posti
dove ti forniscono del cibo e un letto gratuitamente, se non te ne approfitti.
Quella sera stetti lì a dormire, non vi dico che gente vi girasse, ma, a guardarmi,
forse non ero tanto meglio. Trovai anche un bagno e mi lavai. Non potevo certo
vivere così, quindi decisi che mi sarei dovuta trovare assolutamente un lavoro,
cosa che sembrava strana a dirsi per me, ma finalmente poteva essere
un’affermazione verosimile!
La mattina seguente, dopo aver chiesto informazioni al direttore del centro per
poveri, mi recai in un ristorante nel quale erano in cerca di una nuova cameriera,
dato che la precedente era rimasta incinta e si era licenziata. Mi accettarono e gli
fui davvero grata.
La vita da lavoratrice si rivelò poi non così dura: lavoravo all’ora di pranzo e di
cena e avevo molto tempo libero. Guadagnato il primo stipendio, cominciai a
permettermi di soggiornare in un motel nelle vicinanze del ristorante, e ciò di cui
necessitavo per sopravvivere.
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Col tempo e con i soldi che guadagnavo, riuscii a migliorare il mio stile di vita,
fino a quando non cominciai a frequentare anche il centro e i rispettivi abitanti.
Conobbi diverse ragazze che erano scappate come me da diversi Paesi dell’Asia e
dell’Africa, sempre costrette a sposarsi con uomini che non desideravano. Con
loro fondai un circolo con un rispettivo centro per accogliere le donne e le ragazze
che erano nelle nostre stesse condizioni. Con l’aumentare delle iscritte al circolo e
l’attenzione che riuscimmo ad attirare su di noi, organizzammo sempre più spesso
delle proteste pacifiche nelle quali ci battevamo per l’abolizione dei matrimoni
forzati negli Stati del mondo.
Ricordo vividamente la più significativa: eravamo ai piedi di una delle banche più
importanti del centro, con dei cartelli pieni di scritte come “NO AI MATRIMONI
FORZATI” o “VOGLIAMO LA NOSTRA VITA”, quando il collaboratore di mio padre,
il cui figlio era destinato a diventare mio marito, mi passò accanto, mi squadrò da
capo a piedi e finalmente mi riconobbe. Uno dei momenti più belli della mia vita:
mi urlò contro diverse imprecazioni, seguite da: «Tu devi sposarti con mio figlio».
Io mi liberai in una grossa risata e dissi, con la voce incrinata: «Io faccio ciò che
credo sia giusto». L’uomo si allontanò velocemente, maledicendomi.
Sono fiera di raccontarvi che le nostre proteste hanno avuto successo, ed è grazie
a tutte le donne che ci hanno sostenute che posso raccontarvi oggi la mia
esperienza; dopo anni passati alle prese con una vita misera e insoddisfacente,
finalmente frequento l’Università e l’uomo che amo e che, forse, un giorno
sposerò, felice di farlo.
EMMA POLI
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LA GIURIA:
GIOVANNA LONARDI,
TIZIANA GADOTTI,
MARIA LUISA CONTRI,
GAIGA LAURA,
SANDRO BENALI,
MARIA BENALI,
CHIARA QUAGLIA,
GIUSEPPE MENDITTI
NAZZARENO MANTOVANI
Grazie a tutti.
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Laura Delfini