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V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
Coordinamento editoriale: Lia Ferrara
Progetto editoriale: Vania Panfili, Rosalba Maestro
Redazione: Paola Cotto, Rosalba Maestro
Ricerca iconografica: Enrico Badellino
Coordinamento tecnico: Francesco Stacchino
Progetto grafico: Sabrina Mossetto
Impaginazione: LIV - Cascine Vica (TO)
Copertina: Piergiuseppe Anselmo
© 2011 by SEI - Società Editrice Internazionale - Torino
www.seieditrice.com
Prima edizione: 2011
Ristampa
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Vincenzo Bona - Torino
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INDICE GENERALE
on line
Indice generale
Dall’INVALSI
all’OCSE PISA
PERCHÉ LA PROVA INVALSI
Perché l’accostamento
tra INVALSI e OCSE PISA?
Obiettivi e ambiti
dei test OCSE PISA
La reading literacy per rilevare
le competenze
QUADRO DI RIFERIMENTO
PER L’ITALIANO
La competenza di lettura
CARATTERISTICHE
GENERALI DELLE PROVE
Tipi di testi
Criteri di formulazione
dei quesiti
Oggetti e processi di lettura
valutati nelle prove INVALSI
2
2
3
3
4
4
5
5
6
TESTI LETTERARI
Italo Calvino, Campo di mine
8
13
Clara Sereni, Primavera
(racconto realistico)
19
Federico De Roberto, Il rosario
41
Agostino Gramigna,
Uno straordinario esperimento
di un gruppo di scienziati
(testo espositivo misto)
44
L’itinerario di Don Chisciotte
(testo espositivo misto)
48
Le grandi scoperte geografiche
(testo non continuo)
51
Vittorio Zucconi, Fortezza
America (testo espositivoargomentativo continuo)
54
Enrico Franceschini
58
VERSO L’OCSE PISA
TESTI LETTERARI
John Steinbeck,
L’affare al no 7 di rue de M…
(racconto fantastico)
James Joyce, Eveline
(racconto realistico)
(testo argomentativo continuo)
(testo espositivo misto)
5
VERSO L’INVALSI
(racconto realistico)
TESTI NON LETTERARI
Umberto Galimberti, Quando
vince l’irrazionale
62
Margery Allingham,
Il fantasma di Henry
(racconto tra realtà e fantasia)
71
Gabriel García Márquez,
Un signore molto vecchio con due
ali enormi (racconto fantastico)
Antonio Tabucchi, Treni
che vanno a Madras
89
(racconto tra realtà e fantasia)
96
(racconto realistico)
24
Carlo Betocchi, Guarda questi
begli anemoni colti (testo poetico)
Guido Gozzano, La differenza
34
(testo poetico)
37
Mario Luzi, Nella casa di N.
compagna d’infanzia (testo poetico)
Giorgio Scerbanenco,
Villa della disperazione
39
(racconto realistico)
Isaac Bashevis Singer, Il figlio
(racconto realistico)
106
115
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on line
2
DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
Dall’INVALSI
all’OCSE PISA
on line
Ulteriori
Prove Invalsi
PERCHÉ LA PROVA INVALSI
Le prove standardizzate di italiano dell’ INVALSI (l’Istituto nazionale per la
Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione), hanno lo scopo di rilevare le competenze degli studenti, in ingresso e in uscita dai percorsi
d’istruzione, per poter individuare e valutare l’intervento della scuola ai fini della crescita dei livelli d’apprendimento degli alunni.
Dall’anno scolastico 2010-11 esse saranno assegnate agli studenti alla fine del
primo biennio della Scuola Secondaria di Secondo Grado: proprio gli studenti
quindicenni che vengono presi in considerazione nelle rilevazioni europee, attraverso le indagini messe a punto dall’ OCSE (Organizzazione per la
Cooperazione e lo Sviluppo Economico) attraverso il rilevamento PISA (Programme for International Student Assessment), somministrato con periodicità
triennale dal 1997, con lo scopo di fornire informazioni utili sui risultati dei sistemi d’istruzione per migliorare le politiche scolastiche.
Perché l’accostamento tra INVALSI e OCSE PISA?
In Italia la prova INVALSI, per l’italiano e la matematica, è ormai standardizzata
alla fine della Secondaria di Primo Grado al fine di monitorare i livelli d’apprendimento su scala nazionale. Il fatto che ora la prova venga estesa ai quindicenni costituisce la prima e più immediata ragione dell’accostamento tra
INVALSI e OCSE PISA.
Tuttavia l’analogia non si limita a questo: le prove a cui vengono sottoposti gli
studenti nelle indagini internazionali e la prova nazionale di valutazione si muovono verso scopi affini e attraverso strumenti tra loro conformi. Al fine di ottenere da parte degli studenti italiani risultati lusinghieri (cosa che attualmente,
stando alla media nazionale, non avviene) e allineati agli standard internazionali è ovviamente indispensabile che la scuola si abitui a sostenere e ad allenare
gli studenti a tale tipo di indagine: questo è il senso dell’estensione della prova
INVALSI anche nella Secondaria di Secondo Grado.
Insomma occorre introdurre un sistema il più possibile oggettivo per valutare
ciò che gli studenti conoscono: questo è lo scopo dei test OCSE PISA verso i
quali gli INVALSI costituiscono un indispensabile propedeutica.
Partecipare a questo sistema di valutazione richiede ovviamente prima di tutto
conoscere che cosa si intende rilevare, in secondo luogo in che modo. Per
comprendere questi due aspetti e, di conseguenza, comprendere in modo approfondito il senso della prova INVALSI, occorre dunque soffermarsi sulla genesi
e il significato delle prove PISA.
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on line
Obiettivi e ambiti dei test OCSE PISA
Il progetto PISA si prefigge sostanzialmente tre obiettivi:
il primo è di individuare indicatori comparabili a livello internazionale su studenti della stessa età (15 anni) per verificare se i sistemi di educazione siano capaci di preparare i giovani ad affrontare la vita civile e lavorativa;
un secondo è quello di poter interpretare i dati ottenuti per mettere in atto
politiche efficaci a livello di indicazioni ministeriali;
un terzo infine è quello di monitorare gli sviluppi delle politiche educative
stesse, qualora fossero state immesse delle riforme.
Le discipline sulle quali PISA ha stabilito di operare sono l’abilità di lettura, la
matematica, le scienze naturali. Ogni ciclo PISA si articola su quattro fasi che
si svolgono nel corso di quattro anni: ideazione del test (primo anno), indagine
pilota per affinare il test (secondo anno), somministrazione del test agli studenti dei Paesi aderenti (terzo anno), preparazione dei risultati con elaborazione dei
dati a livello nazionale e internazionale (quarto anno).
Le prove OCSE PISA incentrano la valutazione non semplicemente sulle conoscenze acquisite (cioè la padronanza del curricolo scolastico) ma piuttosto su
quanto gli studenti devono “sapere” e “saper fare” una volta usciti dalla scuola. Esse indagano dunque la capacità di applicare quanto appreso a scuola per
affrontare e risolvere problemi e compiti calati in contesti analoghi a quelli della
vita reale. Tutto ciò allo scopo di indirizzare abilità e conoscenze per l’inserimento degli studenti nella società reale, come cittadini e come lavoratori.
Su questo dunque si incentrano le valutazioni che definiscono, secondo la dizione PISA, la reading literacy, che non rileva semplicemente il grado di alfabetizzazione, ma l’insieme di conoscenze e abilità che si traducono in competenze, termine che include appunto il “sapere” e il “saper fare” in riferimento alla capacità di ricercare, identificare, elaborare informazioni e comunicare i propri ragionamenti su di esse.
La reading literacy per rilevare le competenze
La reading literacy presupposta da PISA ha dunque a che fare con lo strumento
“linguaggio scritto” rispetto al quale non si richiede la comprensione tout court,
ma qualcosa di più complesso, che richiede requisiti che vanno al di là della
semplice intelligenza puntuale. La comprensione dei testi scritti e la riflessione
su di essi ha infatti lo scopo non solo di comprendere ma anche di usare le forme di lingua scritta utili nella vita reale e nella società moderna, al fine di raggiungere i propri obiettivi e di sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità
per svolgere un ruolo attivo nella società.
La confluenza di “sapere” e “saper fare” in termini di competenza è anche una
caratteristica portante della scuola emersa dalla recente Riforma. Questa è
un’analogia fondamentale nell’indagine che si prefiggono le prove OCSE PISA
e le prove INVALSI.
Prima di esaminare il Quadro di riferimento per l’italiano proposto dal Ministero
per le prove INVALSI, si impone dunque di ribadire e sottolineare la distinzione tra:
conoscenze, cioè le informazioni, i dati di cui si dispone;
competenze, vale a dire le capacità di selezionare, far interagire ed elaborare conoscenze per la comprensione e la valutazione «di una porzione della
realtà» (nel nostro caso, un testo) o per la soluzione di un problema.
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
QUADRO DI RIFERIMENTO PER L’ITALIANO
Le prove INVALSI mirano a indagare:
1. La padronanza
linguistica
Essa consiste nel possesso ben strutturato di una lingua
insieme alla capacità di servirsene per i vari scopi comunicativi e si esplica in tre ambiti:
1. i n t e r a z i o n e v e r b a l e (= comunicare verbalmente
in vari contesti);
2. l e t t u r a (= comprendere e interpretare testi scritti di vario tipo);
3. s c r i t t u r a (= produrre testi di vario tipo in relazione ai
differenti scopi comunicativi).
2. La competenze
di lettura
Essa è intesa come comprensione, interpretazione e valutazione del testo scritto e le conoscenze lessicali e grammaticali necessarie al suo sviluppo.
L’ambito della lettura nella Scuola Secondaria di Secondo
Grado comprende anche il possesso e l’impiego degli strumenti per la fruizione e l’apprezzamento “estetico” del testo
letterario (figure del significante, in particolare fonetico e metrico, e del significato; strutture narrative e poetiche; specifici effetti espressivi ecc.).
La competenza di lettura
La competenza di lettura a sua volta si incardina su altre competenze.1
A) La competenza
testuale
Per competenza testuale relativa alla lettura si intende la capacità di individuare, a partire dalla lettera del testo in una
determinata situazione comunicativa e da conoscenze di carattere generale, l’insieme di informazioni che il testo veicola e il modo in cui queste informazioni sono veicolate.
Per comprendere, interpretare e valutare un testo il lettore
deve essere in grado di coglierne l’intenzione comunicativa, il suo senso globale e i suoi significati particolari, il genere cui appartiene. A tal fine è necessaria una competenza
testuale che si esplica nei seguenti processi:
1. il saper cogliere e tener conto dei fenomeni di coesione
testuale, cioè dei segnali linguistici che indicano l’organizzazione del testo, in particolare connettivi e coesivi, ma
anche titolazione, scansione in capoversi e paragrafi, rilievi grafici ecc.;
2. il saper cogliere e tener conto dei fenomeni locali che contribuiscono alla coerenza testuale, in particolare la modalità di successione e la gerarchia delle informazioni, la
differenza tra informazioni in primo piano o sullo sfondo
comunicativo, i legami logico-semantici tra frasi o periodi;
1. Le specificazioni di
seguito segnalate sono
tratte dal Documento
ministeriale relativo alle
prove INVALSI del
23 febbraio 2009.
3. il saper operare le inferenze (ricavando cioè i contenuti
impliciti) pertinenti alla comprensione del testo;
4. il riconoscimento del registro linguistico, determinato dalle scelte morfosintattiche e lessicali dominanti.
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B) la competenza
grammaticale
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Per competenza grammaticale relativa alla lettura si intende
la capacità di individuare le strutture morfosintattiche della frase e le strutture interpuntive in funzione della loro
pertinenza testuale, dal punto di vista cioè del loro apporto
alla costruzione e configurazione dei significati del testo.
CARATTERISTICHE GENERALI DELLE PROVE
Dopo avere visto a grandi linee che cosa viene valutato nelle prove INVALSI di italiano, analizziamo ora come questi elementi sono verificati e valutati e quindi in
che modo potrebbero essere strutturate le prove e su quali tipologie testuali.
Tipi di testi
Come quella proposta al termine della Secondaria di Primo Grado, la prova potrà essere articolata in due parti: la prima dedicata a verificare la comprensione
di testi; la seconda dedicata alle conoscenze proprie di uno o più ambiti specifici, quali grammatica e lessico.
Le prove da noi proposte si basano su due tipi di testo letterario e su testi non
letterari. In particolare:
TESTO LETTERARIO
TESTO NON LETTERARIO
Narrativo e/o poetico
Espositivo-argomentativo (anche misto) oppure alcuni
testi non continui
Per testi continui si intendono i testi costituiti da frasi raggruppate in paragrafi, che a loro volta possono fare parte di strutture più ampie come sezioni o capitoli.
I testi non continui possono essere organizzati in vari modi (per esempio elenchi matrici) ed essere costituiti anche da elementi non verbali: tra i testi non
continui di uso più frequente troviamo i grafici, le tabelle, le mappe, i moduli, gli
annunci.
Naturalmente si potranno avere anche testi misti, ossia testi continui corredati
da tabelle, grafici, mappe ecc.
Criteri di formulazione dei quesiti
Come previsto dalla circolare ministeriale i testi saranno oggetto di un adeguato numero di quesiti
1. di diverso formato (a risposta chiusa o aperta) e
2. con diversa struttura e livello di difficoltà per consentire di valutare:
processi di lettura elementari (come il saper ritrovare informazioni esplicitamente presenti nel testo);
processi più complessi (come il trarre inferenze, il saper interpretare un testo);
processi superiori alla semplice comprensione, come il saper analizzare e
valutare criticamente il testo.
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
Balza immediatamente all’occhio l’analogia con i quesiti OCSE PISA, anch’essi nella formulazione a domanda aperta e chiusa, in cui le domande vengono
costruite tenendo conto di tre aspetti che mirano a valutare la comprensione
del testo stesso:
individuare informazioni: cioè scorrere il testo, cercare, localizzare, selezionare l’informazione richiesta;
comprendere il significato generale di un testo, considerandolo nel suo insieme: ad esempio indicare l’argomento principale, lo scopo dell’autore, trovare informazioni significative sia a livello implicito sia a livello esplicito;
riflettere sul testo e valutarlo, spiegando e difendendo il proprio punto di vista interpretativo, giustificato anche attraverso conoscenze extratestuali, in
possesso dello studente.
Dopo numerosi passaggi, PISA ha scelto, inoltre, di riferirsi alle seguenti cinque
tipologie di domanda:
domande a risposta semplice (scelta tra quattro o cinque proposte);
domande a scelta multipla complessa (costituite da una serie di Vero-Falso
o a scelta multipla);
domande aperte a risposta univoca (cioè con una sola risposta esatta che
lo studente deve produrre o selezionare tra più alternative);
domande aperte a risposta breve (lo studente può avere più risposte corrette);
domande aperte a risposta articolata, in cui si deve fornire una risposta più
estesa.
Di seguito, sempre facendo riferimento al Documento ministeriale, ci soffermeremo nel dettaglio sugli aspetti dei quesiti proposti dall’INVALSI.
Oggetti e processi di lettura valutati
nelle prove INVALSI
I quesiti valuteranno contemporaneamente:
“oggetti” linguistici, appartenenti a diversi ambiti di competenza;
aspetti ovvero processi cognitivi messi in atto.
Per la piena comprensione di un testo, sia continuo sia non continuo, è necessario – spiega il Documento ministeriale – saper mettere in atto processi di lettura, che possono essere sintetizzati secondo il modello proposto nella tabella
che segue, tenendo presenti i quadri teorici sviluppati, sulla scorta degli studi
sulla lettura, nelle indagini comparative internazionali sulla reading literacy.
1. Individuare informazioni A) Ricavare informazioni e concetti esplicitamente
date nel testo
espressi nel testo.
B) Individuare informazioni.
2. Elaborare una
comprensione globale
del testo e sviluppare
un’interpretazione
A) Fare semplici inferenze.
B) Interpretare e integrare informazioni e concetti.
C) Comprendere il significato generale del testo.
D) Sviluppare un’interpretazione.
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3. Riflettere sul contenuto A) Analizzare e valutare il contenuto, la lingua e gli
e sulla forma del testo e
elementi testuali.
valutarli
B) Riflettere sul contenuto del testo e valutarlo.
C) Riflettere sulla forma del testo e valutarla.
Nel fascicolo che segue sono forniti modelli di prove INVALSI, a partire sia da
testi letterari sia da testi non letterari.
Inoltre, affinché sia evidente l’analogia rispetto alle prove internazionali, sono
offerti sei racconti di autori e generi letterari diversi (non raggruppati per genere, ma presentati in ordine crescente di difficoltà), in cui i quesiti di comprensione e analisi sono formulati secondo il modello OCSE PISA, in modo da offrire
un allenamento alle tipologie proposte da queste prove.
La valutazione delle abilità di lettura proposte può anche essere intesa come
una possibile indagine sulle abilità raggiunte all’interno di una scuola, intendendo ogni classe come un Paese a sé, con partecipanti, abilità e metodi confrontabili e riferibili all’efficacia del lavoro dell’intero istituto.
Occorre tener presente che PISA ha immaginato una scala di classificazione della difficoltà delle domande sulla base della probabilità che ha uno studente di rispondere correttamente a una domanda che fa parte della prova. In questo modo vengono contemplate contemporaneamente sia la difficoltà dei quesiti
sia l’abilità dello studente di rispondere ai quesiti. La divisione in scala è secondo un livello di difficoltà crescente, da 1 a 5, in base questo criterio:
• livello 1: si richiede al lettore di reperire informazioni in un punto preciso del
testo o di cogliere l’idea principale se questa è ripetuta più volte;
• livello 2: si chiede di cercare connessioni linguistiche o tematiche all’interno
di un unico capoverso o di sintetizzare informazioni contenute in parti diverse
del testo per dedurre lo scopo dell’autore;
• livello 3: si chiede di individuare connessioni logiche all’interno del testo,
esplicite o implicite, non necessariamente in un unico capoverso, per localizzare o valutare informazioni;
• livello 4: si verifica che il lettore sappia seguire collegamenti linguistici o tematici lungo più capoversi per localizzare, interpretare e valutare informazioni di
carattere astratto presenti nel testo, ma spesso non esplicitate chiaramente;
• livello 5: si chiederà al lettore di sapere trovare una relazione tra specifiche
porzioni di testo e il suo significato o scopo implicito.
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
Verso l’Invalsi
TESTO LETTERARIO
Questo racconto trae spunto dalla guerra appena conclusa e ha come protagonista un uomo affamato e lacero che, nel tentativo di passare clandestinamente il confine, si trova di fronte a un ostacolo imprevisto e difficilmente
superabile. La storia rivela la grande maestria narrativa dell’autore che, mentre ci restituisce in modo impeccabile il confuso alternarsi degli stati d’animo
dell’uomo, tiene viva la nostra attenzione grazie a un abile uso del meccanismo della suspense.
genere
racconto
realistico
autore
Italo Calvino
tratto da
Ultimo viene
il corvo
anno
1949
luogo
Italia
Campo di mine
inato, – così il vecchio aveva detto, facendo girare una mano
aperta davanti agli occhi, come schiarisse un vetro appannato. –
Tutto per lì, non si sa bene dove. Sono venuti e hanno minato.
Noi stavamo nascosti.
L’uomo coi calzoni zuavi1 aveva guardato un po’ il versante della montagna,
un po’ il vecchio ritto sulla porta.
– Ma dalla fine della guerra ad ora, – aveva detto, – c’era tempo di provvedere. Pure il passaggio ci deve essere. Qualcuno lo saprà bene.
«Tu, vecchio, lo sai bene,» aveva anche pensato, perché di certo il vecchio era
un contrabbandiere e conosceva la frontiera come il fornello2 della sua pipa.
Il vecchio aveva guardato i calzoni zuavi rattoppati, il tascapane3 sdrucito e
floscio dell’uomo e quella crosta di polvere, dai capelli alle scarpe, che testimoniava quanti chilometri a piedi doveva aver fatto.
– Non si sa bene dove, – aveva ripetuto. – Per il passo. Un campo di mine. –
E aveva fatto ancora quel gesto, come se ci fosse stato un vetro appannato tra
lui e tutto il resto.
– Dico, non sarò ancora tanto sfortunato di andare a battere proprio su una
mina? – aveva chiesto l’uomo, con un sorriso che gli aveva legato i denti come
un cachi acerbo.
– Eh, – il vecchio aveva detto. Così soltanto: – Eh –. Ora l’uomo cercava di ricordarsi l’intonazione di quell’eh. Perché avrebbe potuto essere un eh, ci mancherebbe, o un eh, non si sa mai, o un eh, niente di più facile. Ma il vecchio aveva
detto solo un eh senza nessuna intonazione, brullo come il suo sguardo, come
il terreno di quelle montagne su cui anche l’erba era corta e dura come una
barba umana mal rasa.
Le piante delle rive4 non arrivavano ad alzarsi più su del cespuglio, con di
tanto in tanto un albero di pino storto e gommoso, messo in modo da fare
meno ombra che poteva. L’uomo camminava adesso per i rimasugli dei sentieri che salivano il versante, mangiati di anno in anno dai cespugli e battuti
solo dal passo dei contrabbandieri, passo da selvatico che lascia poca traccia.
– Terra maledetta, – diceva l’uomo coi calzoni zuavi. – Non vedo l’ora di essere sull’altro versante. – Per fortuna aveva già compiuto il tragitto un’altra
volta prima della guerra, e poteva fare a meno di guida. Sapeva anche che il
–M
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1. calzoni zuavi:
pantaloni a sbuffo, ampi
sulle cosce e stretti sotto
il ginocchio.
2. fornello: cavità della
pipa dove brucia il
tabacco.
3. tascapane: sacca a
tracolla.
4. rive: pendii, scarpate.
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ITALO CALVINO
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campo di mine
passo era un grande vallone in salita, che non si poteva minarlo tutto.
Poi sarebbe bastato stare attento a dove metteva i piedi: un posto con sotto
una mina doveva ben avere qualcosa di diverso da tutti gli altri posti. Qualcosa: terra smossa, pietre posate ad arte, erba più giovane. Lì, per esempio, si
vedeva subito che non potevano esserci mine. Non potevano? E quella lastra
di ardesia5 sollevata? E quella striscia nuda in mezzo al prato? E quel tronco
abbattuto sul passaggio? S’era fermato. Ma il passo era ancora distante, non ci
potevano essere mine ancora: proseguì.
Forse avrebbe preferito traversare i terreni minati di notte strisciando nel
buio, non per sfuggire le pattuglie confinarie, ché quelli erano posti sicuri,
ma per sfuggire alla paura delle mine, come se le mine fossero state delle
grandi bestie sonnacchiose, che potessero svegliarsi al suo passaggio. Marmotte: delle enormi marmotte accoccolate in tane sotterranee, con una che
faceva la guardia dall’alto di un sasso, come usano le marmotte, e dava l’allarme al vederlo, con un sibilo.
«A quel sibilo, – pensava l’uomo, – il campo minato salta in aria: le marmotte
enormi si precipitano contro di me e mi sbranano a morsi».
Ma mai uomo era stato morsicato dalle marmotte, mai lui sarebbe saltato in
aria sulle mine. Era la fame, a suggerirgli quei pensieri; l’uomo lo sapeva, conosceva la fame, gli scherzi della fantasia dei giorni di fame, quando ogni cosa
vista o sentita prende un significato di cibo o di morsi.
Le marmotte c’erano, però. Se ne sentiva il sibilo: ghiii… ghiii… dall’alto
delle pietraie. «Riuscissi ad ammazzare una marmotta con un sasso, – pensò
l’uomo, – ad arrostirla infilata a uno stecco».
Pensò all’odore di grasso di marmotta, ma senza nausea; la fame gli metteva
voglia anche di grasso di marmotta, di qualsiasi cosa si potesse masticare. Da
una settimana girava per i casolari, faceva visita ai pastori per elemosinare un
pane di segale, una tazza di latte cagliato.
– Ne avessimo per noi. Non si ha niente, – dicevano e gli indicavano le pareti
nude e fumose, guarnite solo di qualche treccia d’aglio.
Arrivò in vista del passo prima che se l’aspettasse. Ebbe un moto di stupore,
quasi di spavento, subito: non si aspettava fossero fioriti i rododendri. Credeva di trovare davanti a sé il vallone nudo, di poter studiare ogni pietra, ogni
cespuglio prima di mettere avanti un passo, invece si trovò affondato fino al
ginocchio in un mare di rododendri, un mare uniforme, impenetrabile da cui
sporgeva solo il dorso delle pietre grigie.
E sotto, le mine. – Non si sa bene dove, – aveva detto il vecchio. – Tutto per
lì –. E aveva girato per l’aria quelle mani aperte. All’uomo dai calzoni zuavi
sembrava di vedere l’ombra di quelle mani posarsi sulla distesa di rododendri,
espandersi fino a coprirla.
S’era scelto una direzione di marcia, lungo un’anfrattuosità6 parallela al vallone, scomoda a camminarci, ma scomoda anche per chi volesse minarla. Più
in su i rododendri diradavano e tra le pietre si sentiva il ghiii… ghiii… delle
marmotte, senza tregua come il sole sulla nuca. «Dove ci sono marmotte, –
pensò, piegando in quella direzione, – è segno che non c’è minato». Ma era
un ragionamento sbagliato: le mine erano anti-uomo, il peso di una marmotta non bastava a farle brillare.
Solo allora si ricordò che le mine si chiamavano anti-uomo, e questo lo spaventò.
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5. ardesia: roccia di
colore grigio scuro che
si sfalda in lastre sottili.
6. anfrattuosità:
sinuosità, rientranza.
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
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7. smania: ansia,
impazienza.
«Anti-uomo, – si ripeteva, – anti-uomo».
Quel nome era bastato a mettergli paura, tutt’a un tratto. Certo, se minavano
un passo, era per renderlo del tutto impraticabile: gli conveniva tornare indietro, interrogare meglio gli uomini dei dintorni, tentare un’altra via.
Si girò per tornare indietro. Ma dove aveva posato il piede, prima? I rododendri si stendevano alle sue spalle come un mare vegetale, impenetrabile,
senza tracce del suo passaggio. Forse egli era già in mezzo al campo minato,
un passo falso avrebbe potuto perderlo: tanto valeva proseguire.
«Terra maledetta, – pensò. – Terra maledetta fino all’ultimo».
Avesse avuto un cane, un grosso cane pesante come un uomo, da mandare
avanti. Gli venne fatto di schioccare la lingua come se incitasse un cane a correre. «Devo fare da cane a me stesso,» pensò.
Forse bastava una pietra. Ce n’era una accanto a lui, grossa ma sollevabile,
che faceva al caso. L’afferrò con due mani e la gettò davanti a sé il più lontano
possibile, in salita. La pietra non cadde lontano e rotolò indietro verso di lui.
Non c’era che tentare la sorte, così.
Era già nella parte alta del vallone, tra le pietraie infide. Le colonie di marmotte avevano sentito l’uomo ed erano in allarme. L’aria era punta dal loro
stridere come da spine di cactus.
Ma l’uomo non pensava più a dar loro la caccia. Si era accorto che il vallone,
assai spazioso all’imbocco, s’era andato man mano restringendo, e ormai non
era che un canalone di rocce e di arbusti. Allora l’uomo comprese: il campo
minato non poteva essere che lì. Solo in quel punto un certo numero di mine,
poste alla distanza dovuta, potevano sbarrare tutti i passaggi obbligati. Questa scoperta, anziché terrorizzarlo, gli diede una strana tranquillità. Bene:
ormai egli si trovava in mezzo al campo minato, era certo.
Ormai non c’era che continuare a salire a caso, andasse come voleva. Se era
destino che lui morisse quel giorno, sarebbe morto; se no, sarebbe passato tra
una mina e l’altra e si sarebbe salvato.
Formulò questo pensiero sul destino senza convinzione: non credeva al destino. Certo, se egli faceva un passo era perché non poteva fare diversamente,
era perché il movimento dei suoi muscoli, il corso dei suoi pensieri lo portavano a fare quel passo. Ma c’era un momento in cui poteva fare tanto un
passo quanto l’altro, in cui i pensieri erano in dubbio, i muscoli tesi senza direzione. Decise di non pensare, di lasciar muovere le gambe come un automa,
di mettere i passi a caso sulle pietre; ma sempre aveva il dubbio che fosse la
sua volontà a scegliere se voltarsi a destra o a sinistra, se posare un piede su
una pietra o sull’altra.
Si fermò. Aveva una strana smania7 addosso, fatta di fame e di paura, che non
sapeva soddisfare. Cercò nelle tasche: aveva con sé uno specchietto, ricordo
di una donna. Forse era questo che voleva: guardarsi in uno specchio. Nel
pezzetto di vetro appannato apparve un occhio, gonfio e arrossato; poi una
guancia incrostata di polvere e di pelo, poi le labbra aride screpolate, le gengive più rosse delle labbra, i denti… Pure l’uomo avrebbe voluto vedersi in un
grande specchio, vedersi tutto. Far girare quel pezzetto di specchio intorno al
viso per vedersi un occhio, un orecchio, non lo soddisfaceva.
Proseguì. «Non ho incontrato il campo di mine fino ad ora, – pensò. – Ormai
ci saranno cinquanta, quaranta passi…».
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campo di mine
Ogni volta che posava il piede, al sentire sotto di sé la terra dura e ferma, tirava il respiro. Un passo è fatto, un altro, un altro ancora. Questa lastra di
galestro8 sembrava un trabocchetto, invece è solida; questo cespo di erica non
nasconde niente: questa pietra… la pietra sotto il suo peso affondò di due
dita. – Ghiii… ghiii… – facevano le marmotte. Avanti, l’altro piede.
La terra che divenne sole, l’aria che divenne terra, il ghiii delle marmotte che
divenne tuono. L’uomo sentì una mano di ferro che lo afferrava per i capelli,
alla nuca. Non una mano, ma cento mani che lo afferravano ognuna per un
capello e lo strappavano fino ai piedi, come si strappa un foglio di carta, in
centinaia di piccoli pezzi.
da I. Calvino, Romanzi e racconti, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, vol. I, Mondadori, Milano 1996
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8. galestro: roccia
argillosa.
1 Le informazioni contenute nel testo consentono di collocare la vicenda:
A al termine della prima guerra mondiale
B durante la seconda guerra mondiale
C in un tempo indefinibile
D al termine della seconda guerra mondiale
2 «Poi sarebbe bastato stare attento a dove metteva i piedi: un posto con sotto una mina doveva ben avere qualcosa di diverso da tutti gli altri posti.
Qualcosa: terra smossa, pietre posate ad arte, erba più giovane» (righi 35-37).
Questa affermazione può essere attribuita:
A al narratore che cerca di rassicurare il lettore mediante dati di fatto inoppugnabili
B al protagonista che cerca di farsi coraggio con pensieri ottimistici
C al vecchio che formula un’ipotesi remota e di difficile realizzazione
D al protagonista che fonda le sue conclusioni su esperienze precedenti
Motiva la tua risposta con elementi tratti dal testo.
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3 Dopo aver riesaminato la vicenda nel suo complesso, indica se le seguenti
affermazioni sono vere V o false F .
a. La descrizione della natura non ha alcun rapporto con i passaggi
V F
cruciali della storia
b. Le marmotte sono presenze reali e al tempo stesso figure
V F
simboliche
c. L’uomo prende le sue decisioni seguendo un procedimento
V F
logico e razionale
V F
d. La sensazione fisica che prevale nel protagonista è la stanchezza
e. L’uomo alla fine riesce a soddisfare la sua smania di fame e paura V F
V F
f. L’uomo riesce a evitare le mine e a salvarsi
4 Nel racconto uno degli elementi tematici di maggiore impatto emotivo è l’assoluta solitudine del protagonista: in quali passaggi narrativi questa condizione emerge con particolare evidenza?
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5 «Terra maledetta» (righi 31 e 90), pensa l’uomo riferendosi al suo paese, e
poco dopo ripete «Terra maledetta fino all’ultimo» (rigo 90): come interpretati queste parole alla luce della vicenda nel suo complesso?
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6 Riflettendo sul testo nel suo insieme, il desiderio dell’uomo di «vedersi in un
grande specchio, vedersi tutto» (righi 125-126) può essere considerato:
A una prova del fatto che la paura gli ha ormai fatto perdere la ragione
B una forma di vanità che porta alla luce un tratto sopito del suo carattere
C la materializzazione del terrore di essere disintegrato da una mina
D un’anticipazione simbolica della conclusione della vicenda
7 «L’uomo sentì una mano di ferro che lo afferrava per i capelli, alla nuca. Non
una mano, ma cento mani che lo afferravano ognuna per un capello e lo
strappavano fino ai piedi, come si strappa un foglio di carta, in centinaia di
piccoli pezzi» (righi 136-139).
Quale frase può essere considerata l’antefatto logico della situazione descritta nel periodo che conclude il brano?
A «Ogni volta che posava il piede, al sentire sotto di sé la terra dura e ferma, tirava il respiro»
B «Questa lastra di galestro sembrava un trabocchetto, invece è solida»
C «– Ghiii… ghiii… – facevano le marmotte»
D «la pietra sotto il suo peso affondò di due dita»
Esplicita le ragioni della tua scelta.
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8 Basandoti sui gesti e sulle parole del vecchio, l’espressione «Tutto per lì» (rigo 3) significa:
A in quella direzione
B dovunque
C in un solo punto
D lungo la salita
9 Osservando l’andamento dei tempi verbali utilizzati nel racconto è possibile
concludere che il dialogo tra il vecchio e il protagonista:
A si svolge nel presente, esattamente nel momento in cui viene riportato dal
narratore
B appartiene ai ricordi recenti del protagonista che lo rievoca nel corso del
suo cammino
C si è svolto molti mesi prima rispetto al momento in cui il protagonista si
avvia lungo il vallone
D è un dialogo immaginario che non è mai avvenuto nella realtà
10 «Non potevano? E quella lastra di ardesia sollevata? E quella striscia nuda in
mezzo al prato? E quel tronco abbattuto sul passaggio?» (righi 38-40).
Il modo in cui l’autore propone la successione di domande che affollano la
mente del protagonista è tipico di una particolare tecnica narrativa che viene definita:
A flashback
B discorso diretto
C discorso indiretto libero
D monologo
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JAMES JOYCE
eveline
Verso l’Invalsi
TESTO LETTERARIO
Nella raccolta Gente di Dublino, Joyce mette in scena l’umanità che popola la
città irlandese, alle prese con una quotidianità opaca e opprimente in cui all’improvviso un evento o un ricordo insignificante aprono alla comprensione,
non sempre risolutiva, del senso dell’esistenza.
Protagonista di questa novella è una ragazza di diciannove anni, posta di
fronte a una scelta che potrebbe mutare il corso della sua vita.
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genere
romanzo
realistico
autore
James Joyce
tratto da
Gente
di Dublino
anno
1914
luogo
Irlanda
Eveline
eduta alla finestra guardava la sera invadere il viale. Teneva la testa appoggiata contro le tendine e sentiva nelle narici l’odore del cretonne1
polverosa. Era stanca. Poca gente per strada. Passò l’inquilino della casa
di fondo che rientrava. Lei ne sentì i passi risuonare sul marciapiede di cemento, poi scricchiolare sul sentiero di cenere dinanzi alle nuove case di color
rosso. In passato c’era un campo laggiù dove loro giocavano ogni sera con gli
altri ragazzi del quartiere. Poi l’aveva comprato un tale di Belfast e ci aveva
costruito delle case; non piccole case nere come le loro, ma vivaci case in mattoni, dal tetto lucente. Tutti i ragazzi del viale avevano giocato in quel campo:
i Devine, i Water, i Dunn, il piccolo Keogh lo zoppo e lei coi fratelli e le sorelle. Ernest però non giocava mai: era troppo grande. Spesso veniva il padre
a scacciarli dal campo col suo bastone di pruno, ma di solito il piccolo Keogh
stava di guardia e dava l’allarme non appena lo vedeva arrivare. Eppure le pareva che, a quei tempi, fossero stati abbastanza felici. Il padre non era ancora
così cattivo e inoltre era viva la mamma. Cose di tanto tempo addietro; poi lei
e i suoi fratelli e sorelle s’erano fatti grandi e la mamma era morta. Anche
Tizzie Dunn era morto e i Water erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia.
Adesso lei stava per andarsene via come gli altri, lasciare la casa.
La sua casa! Si guardò attorno nella stanza fissando tutti gli oggetti familiari
che aveva spolverato una volta la settimana per tanti anni, domandandosi
sempre da dove poteva venire tanta polvere. Forse non avrebbe mai più visto
quegli oggetti dai quali non aveva mai immaginato di doversi separare. E in
tanti anni, tuttavia, non era mai riuscita a sapere il nome del prete la cui fotografia ingiallita era appesa al muro sopra l’harmonium2 scordato, accanto
alla stampa a colori dei voti3 fatti alla Beata Margherita Maria Alacoque. Era
stato un compagno di scuola del padre e ogni volta che questi mostrava il ritratto a un visitatore non mancava d’accompagnare il gesto con una parola
distratta: «È a Melbourne adesso». Lei aveva acconsentito ad andarsene, a lasciare la casa. Ma era una cosa sensata? Si sforzava di valutare ogni aspetto del
problema. Lì in casa sua non le sarebbero mai mancati cibo e alloggio: né le
persone che era avvezza a vedersi intorno sin dalla nascita. Certo che doveva
lavorare sodo, sia in casa che all’impiego. Che avrebbero detto ai Magazzini
quando si fosse risaputo che era scappata con un giovanotto? Le avrebbero
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1. cretonne: tessuto di
cotone, spesso stampato
a colori, adoperato in
particolare per
l’arredamento.
2. harmonium:
strumento musicale a
tastiera dal suono simile
a quello dell’organo.
3. voti: promesse solenni
fatte alla divinità o ai
santi di rispettare un
certo comportamento
per tutta la vita.
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dato della scema, forse, e messo un annuncio sul giornale per sostituirla. Sarebbe stata contenta Miss Gavan. Non le aveva mai risparmiato le sue stoccate, specie se c’era gente che sentiva.
«Non vedete che le signore aspettano, Miss Hill?»
«Ma svegliatevi, Miss Hill, per favore».
Non avrebbe pianto molte lacrime nel lasciare i Magazzini.
Nella casa nuova però, in un paese lontano e sconosciuto, non sarebbe andata
così. Sarebbe stata una donna maritata: lei, Eveline, e la gente l’avrebbe trattata con rispetto. Non sarebbe stata trattata come sua madre, no. Ancora
adesso, per quanto avesse diciannove anni compiuti, le avveniva a volte di temere la violenza paterna. Era stato questo, lo sapeva, a farle venire le palpitazioni. Quando erano ancora piccoli, il padre non si sfogava mai su di lei come
su Harry e Ernest, perché era una ragazza; ma in seguito aveva cominciato a
minacciarla e a dirle che, se non fosse stato per la memoria di quella buon’anima di sua madre, non avrebbe mancato di darle il fatto suo. E ora non
c’era nessuno a proteggerla. Ernest era morto e Harry, che faceva il decoratore di chiese, era quasi sempre via, in qualche paese di campagna. Senza contare le eterne discussioni per i soldi, il sabato sera, che da qualche tempo in
qua la sfinivano oltre ogni dire. Dava lo stipendio intero in famiglia – sette
scellini – e Harry mandava quanto poteva; ma il guaio era di cavarli al padre,
i quattrini. Era una spendacciona, le diceva lui, una scervellata e lui non se la
sentiva di darle i soldi guadagnati con tanta fatica perché li buttasse dalla finestra; questo e altro le diceva, perché era sempre di cattivo umore il sabato
sera. Alla fine però glieli dava, domandandole se non aveva per caso l’intenzione di comperare qualcosa per il pranzo della domenica. Così le toccava
uscire a precipizio per fare la spesa. Aprendosi la strada a gomitate tra la folla,
il borsellino di pelle nera stretto nel pugno, e rincasare sul tardi carica di
provviste. Era un lavoro duro, per lei, badare alla casa e stare attenta che i
due fratellini minori, affidati alle sue cure, andassero a scuola regolarmente e
avessero di che mangiare. Un lavoro duro, sì una vitaccia; ma adesso che stava
per lasciarla, già non la trovava più così insopportabile.
Ne avrebbe cominciata un’altra con Frank. Era buono e forte Frank, e di
cuore generoso. Sarebbe scappata con lui sul piroscafo della notte, e sarebbe
diventata sua moglie, avrebbero vissuto insieme a Buenos Aires, dove lui
aveva una casa che l’aspettava. Come ricordava bene la prima volta che
l’aveva visto! Aveva preso alloggio in una casa sulla strada principale, dove lei
aveva degli amici. Le pareva fossero passate poche settimane da allora. Lui
era al cancello, il berretto a visiera tirato all’indietro sulla nuca e i capelli che
gli ricadevano sulla fronte abbronzata. Poi si erano conosciuti. Ogni sera
l’aspettava all’uscita dei Magazzini e l’accompagnava fino a casa. L’aveva portata a sentire La Zingara e a lei era parso un sogno stargli seduta accanto, a
teatro, in posti che non le erano abituali. Lui aveva un’enorme passione per la
musica, e un poco cantava. Tutti erano al corrente del loro amore e così
quando egli cantava la canzone della ragazza innamorata del marinaio, Eveline provava sempre un dolce imbarazzo. Lui la chiamava scherzosamente Papavero. In principio l’idea di avere un corteggiatore le aveva dato alla testa,
ma poi s’era messa a volergli bene sul serio. Le parlava di paesi lontani; aveva
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cominciato da mozzo, a una sterlina al mese, su una nave della linea Allan che
andava al Canada. E le diceva i nomi delle navi su cui era stato e quelli dei diversi servizi. Aveva passato lo Stretto di Magellano e le narrava storie dei terribili patagoni.4 Aveva avuto fortuna a Buenos Aires, diceva, ed era tornato al
vecchio paese solo in vacanza. Naturalmente il padre di Eveline era venuto a
sapere la storia e le aveva proibito d’avere a che fare con lui.
Un giorno avevano litigato, Frank e il padre, dopo di che loro avevano dovuto vedersi di nascosto.
La sera s’andava infittendo sul viale e il bianco delle due lettere che aveva in
grembo si faceva indistinto. Una era per Harry, l’altra per il padre. Il suo prediletto, veramente, era stato Ernest, ma anche a Harry voleva bene. Aveva notato che negli ultimi tempi il padre stava invecchiando; lei gli sarebbe mancata.
A volte sapeva essere gentile. Non molto tempo prima, un giorno che era stata
a letto, malata, s’era messo a leggerle una storia di fantasmi e le aveva abbrustolito il pane sul fuoco. Un’altra volta, quando ancora era viva la madre, erano
andati tutti a far merenda sulla collina di Howth e lei ricordava che il padre si
era messo in testa il cappellino di mamma per far ridere i bambini.
Il tempo passava ma lei rimaneva lì seduta presso la finestra, la testa appoggiata contro le tendine e l’odore polveroso del cretonne nelle narici.
Giù dal viale sentiva salire il lontano suono di un organetto. Era un motivo che
conosceva. Strano che venisse proprio quella sera a rammentarle la promessa
fatta alla madre, la promessa di badare alla famiglia più a lungo che avesse potuto. Le tornò a mente l’ultima notte della malattia della madre. Si rivide nella
stanza buia, chiusa dall’altra parte dell’anticamera: da fuori giungeva una melanconica aria italiana. Ricordava il padre che rientrava pomposo nella camera
dell’ammalata dicendo: «Dannati italiani! Proprio qui debbono venire!».
E mentre stava lì a meditare, la penosa visione della vita della madre operava
nel più profondo del suo essere una specie di sortilegio;5 quella vita di sacrifici meschini conclusasi nella pazzia finale. Tremò riudendo la voce materna
ripetere con vuota insistenza: «Derevaun Seraun! Derevaun Seraun».6
Balzò in piedi con un subitaneo moto di terrore. Fuggire! Fuggire doveva!
Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato una vita e forse anche l’amore. E in
ogni modo lei voleva vivere. Perché avrebbe dovuto essere infelice? Aveva diritto alla felicità. Frank l’avrebbe presa fra le braccia, l’avrebbe stretta fra le
braccia, l’avrebbe salvata.
Era alla stazione di North Wall, in mezzo alla folla ondeggiante. Egli la teneva per mano e lei sapeva che le stava parlando, che le ripeteva qualche cosa
sulla traversata. La stazione era piena di soldati coi loro bagagli scuri e attraverso le ampie porte della tettoia si scorgeva a tratti, lungo la murata della
banchina, la massa immobile e nera della nave, con gli oblò illuminati. Lei
non rispondeva. Si sentiva le guance pallide e fredde e da un confuso fondo di
disperazione pregava Dio di guidarla, di mostrarle qual era il suo dovere. La
nave lanciò nella nebbia un lungo luttuoso ululo di sirena. Se partiva, domani
si sarebbe trovata in alto mare con Frank, diretta a Buenos Aires. I posti
erano fissati. Come poteva tirarsi indietro dopo tutto quel che Frank aveva
fatto per lei? Lo sgomento le dette quasi un senso di nausea: continuava a
muovere le labbra in tacita e fervida preghiera.
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4. patagoni: abitanti
della Patagonia,
all’estremo sud
dell’America Latina.
5. sortilegio:
incantesimo, maleficio.
6. Derevaun … Seraun:
i critici ritengono che si
tratti di una frase senza
significato, una sorta di
borbottio il cui suono
però si avvicina alla
lingua gaelica.
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Una campana le rintoccò nel cuore. Sentì ch’egli la afferrava per mano.
«Vieni!»
Tutti i mari del mondo le s’infrangevano sul cuore. E lui la trascinava dentro,
la voleva annegare. Con ambo le mani s’aggrappò al parapetto di ferro.
«Vieni!»
No! no! no! Era impossibile. Le mani strinsero frenetiche il ferro. Dalla distesa dei mari essa alzò un grido d’angoscia.
«Eveline! Evy!»
Lui si precipitò al di là del cancello, chiamandola perché lo seguisse. Gli gridarono di andare avanti ma lui continuava a chiamarla. Lei lo fissava con la
faccia pallida, passiva, come un animale smarrito. I suoi occhi non gli diedero
alcun segno d’amore o di addio o di riconoscimento.
da J. Joyce, Gente di Dublino, trad. it. di F. Cancogni, Einaudi, Torino 1974
1 Come si chiama la protagonista del racconto? Indica nome e cognome.
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2 Per quale ragione Eveline indirizza una lettera d’addio al padre e a Harry ma
non a Ernest?
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3 Sulla base dei dati contenuti nel testo, qual è la durata effettiva della vicenda narrata?
A Poche settimane
B Diciannove anni
C Qualche ora
D L’informazione non è ricavabile dal testo
4 La novella è costruita mediante una costante alterazione dei piani temporali: dopo aver riflettuto sui tempi verbali utilizzati dall’autore, indica con una
crocetta quali delle seguenti affermazioni, relative alla protagonista, sono
collocabili nel presente PR , quali nel passato PA , quali in un possibile futuro F .
PA PR F
a. Vive in Irlanda con i fratelli minori
PA PR F
b. Si sposa con Frank
PA PR F
c. Lavora presso i Magazzini
PA PR F
d. Gioca nel cortile vicino casa
PA PR F
e. Si rifiuta di partire
PA PR F
f. Abita in Argentina
PA PR F
g. Assiste la madre ammalata
PA PR F
h. Osserva la strada dalla finestra
PA PR F
i. È corteggiata da un marinaio
PA PR F
l. Viene trattata da tutti con rispetto
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5 «Il padre non era ancora così cattivo e inoltre era viva la mamma» (righi 1415). «A volte sapeva essere gentile. Non molto tempo prima, un giorno che
era stata a letto, malata, s’era messo a leggerle una storia di fantasmi e le
aveva abbrustolito il pane sul fuoco» (righi 93-95).
La valutazione di Eveline sul padre si modifica via via che si avvicina il momento della decisione finale. Prendendo in esame in modo oggettivo i ricordi della ragazza, quale immagine del padre ricavi dal racconto?
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6 Partendo dalle osservazioni contenute nel brano, spiega qual è il ruolo sociale e la considerazione di cui godono le donne nell’Irlanda degli inizi del
Novecento.
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7 Tutte le scelte di Eveline appaiono fortemente condizionate dalla volontà e
dal giudizio altrui: chi, secondo te, tra i personaggi elencati influisce maggiormente sulla sua decisione finale?
A Il padre
B La madre
C Frank
D Miss Gavan
Motiva la tua risposta con elementi tratti dal testo.
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8 Eveline riflette sul suo diritto alla felicità: «Perché avrebbe dovuto essere infelice? Aveva diritto alla felicità. Frank l’avrebbe presa fra le braccia, l’avrebbe stretta fra le braccia, l’avrebbe salvata» (righi 113-115).
Come si spiega allora il «confuso fondo di disperazione» (righi 121-122), che
la coglie alla stazione? Motiva la tua risposta.
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9 Quale aggettivo riferito a un rumore che sente alla stazione rende il suo stato d’animo?
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10 In realtà Eveline, pur essendo convinta di meritare una nuova vita e di potersi costruire un futuro più appagante di quello vissuto da sua madre, fin
dall’inizio del racconto, quando sembra ben convinta a lasciare la casa paterna, lascia intravedere dei tentennamenti nella sua decisione. Rintraccia
nel testo la frase che esprime i suoi dubbi.
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11 Nel racconto il “mare” costituisce l’enorme barriera fisica che separa Eveline
dalla libertà, ma nella frase «Tutti i mari del mondo le s’infrangevano sul cuore. E lui la trascinava dentro, la voleva annegare» (righi 130-131) questo termine assume un significato diverso. In questo caso, esso definisce infatti la
paura di Eveline:
A di essere abbandonata da Frank
B di affrontare una traversata lunga e pericolosa
C di essere mal giudicata da conoscenti e parenti
D di abbandonare una realtà nota e rassicurante
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
12 Considerate le modalità espressive dell’autore, è possibile concludere che
la vicenda sia osservata e riferita da:
A un narratore esterno che esprime il proprio giudizio su situazioni e personaggi
B un narratore interno il cui punto di vista coincide di volta in volta con
quello di Eveline, del padre e di Frank
C un narratore interno il cui punto di vista coincide con quello di Eveline
D alternativamente un narratore esterno e uno interno il cui punto di vista
coincide con quello di Eveline
13 Valuta le scelte stilistiche complessive dello scrittore (lessico, sintassi e punteggiatura) e indica qual è, secondo te, il registro linguistico adottato:
A formale
B aulico
C medio
D colloquiale
Motiva la tua scelta.
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14 «Teneva la testa appoggiata contro le tendine e sentiva nelle narici l’odore
della cretonne polverosa» (righi 1-3).
«Si guardò attorno nella stanza fissando tutti gli oggetti familiari che aveva
spolverato una volta la settimana per tanti anni, domandandosi sempre da
dove poteva venire tanta polvere» (righi 19-21).
«Il tempo passava ma lei rimaneva lì seduta presso la finestra, la testa appoggiata contro le tendine e l’odore polveroso del cretonne nelle narici» (righi 98-99).
Riflettendo sul significato della storia nel suo insieme, quale valore simbolico può essere attribuito al termine “polvere” più volte ricorrente nel racconto? Motiva la tua risposta.
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CLARA SERENI
primavera
Verso l’Invalsi
TESTO LETTERARIO
Nella raccolta Manicomio primavera Clara Sereni propone tredici novelle che
hanno come protagoniste donne la cui vita è perennemente in bilico tra serenità e disperazione.
La figura centrale del racconto che segue è una madre che affronta quotidianamente il dramma di una vita segnata dall’handicap del figlio, cercando
nello stesso tempo di conquistare piccoli frammenti di gioia.
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genere
romanzo
realistico
autore
Clara Sereni
tratto da
Manicomio
primavera
anno
1989
luogo
Italia
Primavera
opo tanto grigio e finestre chiuse e aria viziata oggi è il primo giorno di
primavera: il calendario non fa testo, la luce è quella, quello è l’odore.
Sullo sfondo i fiori del mercato sono una macchia accesa di colore: arrivano certo da lontano, da Israele magari o dai mercati dell’Olanda, però sembrano spuntati lì, quello è il loro luogo naturale.
Prende dall’armadio il tailleur blu e la camicia chiara di seta, sopra hanno ancora l’odore della lavanderia. Trasferisce oggetti da una borsa all’altra perché
anche gli accessori siano quelli adatti.
Si trucca a lungo, il fard finge l’abbronzatura e le passeggiate all’aperto, la
pelle oggi è forse più luminosa, gli occhi certamente lo sono.
Sul bavero un mazzolino di fiori.
In macchina la luce forte e fredda la abbaglia, strizza un po’ le palpebre ma gli
occhiali scuri restano alti sui capelli, nient’altro che un ornamento.
Parcheggia a un centinaio di metri dalla scuola (potrebbe fermarsi davanti al
portone, il contrassegno1 la autorizza a farlo), saluta il vigile urbano che la conosce: oggi anche suo figlio camminerà nella primavera, i loro passi troveranno
un accordo, l’aria tiepida sosterrà i suoi movimenti e li renderà più facili.
Aspettando che i bambini escano, le solite chiacchiere di madri, progetti di
vacanze e incertezze di baby-sitter, tutto è sempre un po’ più complicato per
lei ma interviene come tutte, si sente a posto nei capelli e nelle calze a plumetis,2 è attraente e non le capita spesso di ricordarsene.
I bambini escono fra grida e spintoni: suo figlio come sempre per ultimo, la
maestra gli dà le braccia e sostiene il suo corpo difficile.
Affaticato dalle scale suo figlio trasferisce tutto il peso su di lei, sorride del suo
sorriso storto a sua madre che si è fatta bella, nei suoi occhi c’è una storia
lunga e una scintilla di sole.
Sul portone si guarda attorno:
– E la macchina?
Già il lampo allegro è scomparso, la piazza è per lui un continente lontano:
per stanchezza, per vergogna.
Dalla bocca sformata gli scende un filo di saliva, più pesante si attacca a lei,
dice:
– Non ci vengo. Portala qui.
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1. contrassegno:
talloncino esposto sul
cruscotto, che autorizza
i portatori di handicap
a parcheggiare nelle
aree loro riservate.
2. a plumetis: con
piccoli pallini ricamati
in rilievo.
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3. primizia: il gelato ai
primi giorni di sole è
paragonato alla frutta
che matura in anticipo
rispetto alla stagione.
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Anche la voce viene fuori con sforzo, disarmonica.
La delusione le increspa appena le labbra, gli sta chiedendo una briciola di
gioia ma chissà che davvero non sia troppo per lui. Sta per cedere con amarezza quando la madre di un suo compagno in tailleur blu – così simile a
quello di lei – offre la propria disponibilità e un diversivo:
– Andiamo, vi compro il gelato.
Il bar è più avanti, a pochi metri dalla macchina.
Il compagno di scuola è abituato a lui, e attratto dalla primizia3 forse altrimenti non concessa:
– Dài, sono pochi passi, vieni.
I pochi passi durano tanto, le gambe vanno di qua e di là senza controllo, l’inverno ha lasciato sul selciato una fanghiglia su cui è facile scivolare. Sua
madre lo sostiene e lo guida, la spalla a cui lui si aggrappa è già tutta sgualcita
e fuori assetto.
Nel bar affollato il suo corpo complicato occupa molto spazio, per fortuna
c’è un tavolino libero e i due bambini prendono posto: accaldati, eccitati, il
lampo di primavera ce l’hanno sulle guance tutti.
Mentre lui sta ancora componendosi sulla sedia, con il collo allungato dal desiderio, l’altro ha già pronte le sue richieste:
– Io voglio il cono: pistacchio cioccolato e fragola.
Per un’occhiata della madre ricorda di essere in certo modo debitore, premuroso chiede al compagno:
– Tu quale vuoi?
– Io uguale, – risponde, la voce è sgraziata e decisa.
– Magari ti faccio fare una coppetta, – propone la madre del compagno, lo
sguardo che scivola senza fermarsi sulle sue mani troppo grandi e percorse
da spasmi.
Si incupisce, rabbioso si asciuga la saliva che gli bagna il mento, la sua voce è
una spada quando ribadisce:
– Voglio il cono.
Le due donne si guardano. Sua madre ha capito e silenziosa annuisce, autorizza; allora l’altra non può che accettare ma è come se facesse le spallucce,
ordina i due coni e le sue sopracciglia declinano ogni responsabilità.
I due bambini affrontano il gelato con identica voglia però uno con movimenti goffi e convulsi, è più la parte che si squaglia via che quello che riesce
a succhiare.
La cialda è in gran parte sbriciolata, un grumo dolce inesorabilmente scende
in giù. Sua madre se ne accorge, cerca parole che non lo feriscano:
– Me lo fai assaggiare? – dice, per mettervi riparo.
Se n’è accorto anche lui, e conosce le sue attenzioni:
– No, – risponde, e si affanna con la lingua, con le labbra, con tutta la bocca.
Sua madre non interviene ma non riesce a scostarsi, a lasciarlo davvero solo:
tutto il corpo è proteso nell’aiuto che sa di non dovergli dare, lo sostiene con
tutto quello che ha dentro, qualcosa che forse può definirsi anima.
L’ansia accentua l’incoerenza dei movimenti e improvvisamente tutto il pistacchio è sulla manica blu del tailleur, lei dice “non fa niente” ma la macchia
è vistosa, l’altra ha occhi che significano te l’avevo detto.
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I gelati sono finiti, i tovagliolini di carta cancellano le tracce più evidenti.
Camminando storto suo figlio si aggrappa ancora a lei, dice piano e senza coraggio:
– Era buono, mi piacciono i coni. Domani me lo ricompri?
– Sì, – promette lei.
Si stringono le mani: complici, e forti.
Quando salgono in macchina il contrassegno brilla nel sole: sedendosi lei
stira con la mano la seta gualcita della camicetta, raddrizza il mazzolino sul
bavero. Le calze sono rimaste ben tese.
Fa una carezza a suo figlio, la mano è calda e la guancia intenerita dal sole.
È primavera ancora, sull’asfalto e sui tetti, sui capelli e sulla pelle. È primavera nel cielo e anche – per quanto oscuro possa sembrare – all’inferno.
da C. Sereni, Manicomio primavera, Giunti, Firenze 1989
1 Partendo dalle informazioni fornite nel brano, indica in quale periodo dell’anno è ambientato il racconto.
..............................................................................................................................................................................................................................................
2 Rintraccia nel testo tutti gli elementi che si riferiscono ai problemi fisici del
ragazzino, di cui non viene mai esplicitata la patologia. Distingui tra:
ciò che si riferisce al movimento ..................................................................................................................................
ciò che si riferisce alle gambe ............................................................................................................................................
ciò che si riferisce alle mani .................................................................................................................................................
ciò che si riferisce al sorriso .................................................................................................................................................
altro ........................................................................................................................................................................................................................
3 «Magari ti faccio fare una coppetta, – propone la madre del compagno» (rigo 58).
L’offerta della donna esprime:
A la volontà di accorciare quanto più possibile la permanenza nel bar
B il tentativo di non rendere maggiormente palesi le difficoltà del bambino
C il desiderio di evitare al bambino un’umiliazione
D il desiderio di non trovarsi in una situazione imbarazzante
4 Riflettendo sulla vicenda nel suo insieme, quale pensi possa essere il tema
centrale del racconto?
A La frustrazione della donna per le condizioni fisiche del figlio
B L’incapacità delle persone sane di accettare le difficoltà di chi non lo è
C L’inadeguatezza del bambino rispetto a compiti semplici e quotidiani
D Il bisogno di madre e figlio di sentirsi come tutti gli altri
Motiva la tua scelta.
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5 Basandoti sul significato effettivo di quanto hai letto, indica se le seguenti
affermazioni sono vere V o false F .
a. Le difficoltà fisiche del bambino influenzano il suo carattere
V F
e la sua personalità
V F
b. La donna è decisamente stanca di occuparsi di suo figlio
c. Il rapporto tra madre e figlio è sempre sereno e privo
di incomprensioni
d. In ambito scolastico il bambino è emarginato dai compagni
e. Il bambino a volte pare pervaso da rabbia per la sua condizione
f. La madre ha desiderio di sentirsi bella e ha cura della sua persona
g. La madre appare delusa dal fatto che il bambino non sembri
provare gioia
V
V
V
V
F
F
F
F
V
F
6 «Prende dall’armadio il tailleur blu e la camicia chiara di seta, sopra hanno
ancora l’odore della lavanderia […]. Sul bavero un mazzolino di fiori» (righi
6-11).
Nel corso del racconto l’autrice si sofferma più volte sull’abbigliamento della madre, di cui osserva attentamente i dettagli: ti pare che questi dati siano
rilevanti nello sviluppo della storia o che essi abbiano un’importanza marginale? Motiva la tua risposta con elementi tratti dal testo.
..............................................................................................................................................................................................................................................
7 «Parcheggia a un centinaio di metri dalla scuola (potrebbe fermarsi davanti
al portone, il contrassegno la autorizza a farlo), saluta il vigile urbano che la
conosce» (righi 14-16).
«I bambini escono fra grida e spintoni: suo figlio come sempre per ultimo, la
maestra gli dà le braccia e sostiene il suo corpo difficile» (righi 22-23).
Già prima dell’entrata in scena del bambino, l’autrice dissemina nel testo numerosi indizi, che ne lasciano intuire la condizione senza definirla mai in modo esplicito. A tuo parere, questa scelta è dettata da:
A volontà di dare alla vicenda una parvenza di normalità
B necessità di accrescere la suspense nel pubblico
C paura di turbare lettori particolarmente sensibili
D imbarazzo nel presentare protagonisti così insoliti
Motiva la tua scelta.
..............................................................................................................................................................................................................................................
8 «Lo sostiene con tutto quello che ha dentro, qualcosa che forse può definirsi anima» (righi 76-77).
Che significato ha secondo te questa frase?
.........................................................................................................................................................................................................................................
Riesci a trovare nel testo altre espressioni che sottolineano la dedizione della madre al figlio?
.........................................................................................................................................................................................................................................
Che relazione c’è tra questa frase e quella in cui si dice: «Sua madre non in-
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terviene ma non riesce a scostarsi, a lasciarlo davvero solo: tutto il corpo è proteso
nell’aiuto che sa di non dovergli dare» (righi 75-76). Per quale motivo, a tuo
giudizio, si dedica con tutta se stessa ad aiutare suo figlio, ma sa di doversi
porre un limite?
.........................................................................................................................................................................................................................................
9 «Sul bavero un mazzolino di fiori» (rigo 11).
In questa proposizione ellittica quale elemento grammaticale è stato omesso? Qual è la sua definizione nell’ambito dell’analisi logica?
..............................................................................................................................................................................................................................................
10 «La spalla a cui lui si aggrappa è già tutta sgualcita e fuori assetto» (righi 46-47).
In questo contesto l’espressione «fuori assetto» significa:
A curva
B in disordine
C indolenzita
D fuori squadra
11 Nella parte conclusiva del brano l’autrice allude alla situazione proposta nella storia utilizzando un termine particolarmente forte: individualo e spiegane
il significato alla luce del racconto nel suo complesso.
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12 Riflettendo sul titolo del racconto, ti sembra che esso si riferisca esclusivamente al periodo in cui è ambientata la vicenda o che sia possibile attribuirgli un ulteriore significato? Motiva la tua risposta con argomenti tratti dal testo.
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Verso l’Invalsi
TESTO LETTERARIO
In questo racconto lo scrittore Federico De Roberto ci presenta un nucleo familiare basato sulla prepotenza e sulla sopraffazione di una madre avida e
gretta che tiene in pugno il destino delle figlie pavide e prive di volontà.
genere
romanzo
realistico
autore
Federico
De Roberto
tratto da
Processi
verbali
anno
1890
luogo
Italia
Il rosario
n leggiero colpo di martello all’uscio del giardino: tanto leggiero, da non
poter essere udito se non dalle donne che stavano ad aspettare lì dietro.
– Chi è?
– Io, Angela…
Aprirono.
– Che notizie? – chiesero tutte, a bassa voce.
La comare Angela, trafelata, con la fronte in sudore sotto il fazzoletto rosso,
rispose, piano:
– Niente!… È morto!… Potete far conto che gli recitino il de Profundis1… A
stasera non ci arriva!…
Le sorelle Sommatino fecero tutt’e tre lo stesso gesto di stupore doloroso,
guardando il cielo dell’alba.
– Ma che non ci ha da essere un rimedio?
– Se vi dico che puzza già di cadavere!
Restavano un poco in silenzio, le une in giardino, l’altra nella via; l’uscio era
aperto a metà e Caterina, la maggiore delle vecchie zitelle, ci teneva sopra
una mano, per poterlo subito richiudere, come in tempo di peste.
– Adesso, che cosa volete fare? – riprese la donna.
Le sorelle si guardarono, tutte imbarazzate, senza rispondere.
– Quella creatura non potete lasciarla così! È vostra sorella, finalmente.2 Può
restar sola, stanotte, col morto dentro?
Agatina Sommatino alzò di nuovo gli occhi al cielo, e le altre fecero come lei.
– Noi non possiamo nulla, senza mammà!…
– E perché non glielo dite, a vostra madre? È sua figlia, sì o no? Non sarà
mai più perdonata, fin che campa?… Io vorrei veder voi, se sapeste che alla
vostra figliuola muore il marito, e che resta sola come Maria Addolorata!…
La comare Angela alzava un poco la voce, dall’indignazione; allora le tre zitellone cominciarono a fare:
– Sst!… sst!…
Filippina guardava inquieta verso la casa, in fondo agli alberi; Agatina faceva
segno alla donna di andarsene, ma Caterina la tratteneva:
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1. de Profundis: il salmo
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cattolica è recitato in
suffragio dei defunti per
accompagnarli nel
passaggio dalla vita
terrena a quella eterna.
2. finalmente: in fondo.
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il rosario
– Aspettate! tornate a portar notizie… ma venite al cancello, è più sicuro…
Vedremo che cosa si potrà fare…
Come la comare Angela se ne fu andata via, stringendosi il fazzoletto in capo,
Caterina, Agatina e Filippina restarono dietro all’uscio, senza dir nulla.
La maggiore, strettesi le mani con una rassegnazione angosciata, osservò:
– Qui, intanto, non possiamo rimanere tutte e tre… Faremo a turno. Voialtre
per ora andate; aspetterò io…
– No, resto io; tu ripòsati…
– Io, piuttosto…
Piene di emulazione,3 si contendevano adesso il sacrifizio di restare in sentinella dietro al cancello; ma la maggiore, con un tono autoritario, insisté:
– Andate, v’ho detto… se mammà sente che non siamo in casa, sapete!…
Alla minaccia, le altre rientrarono, in silenzio, e si misero a rassettar la casa,
sbattendo usci, rimovendo seggiole, schiudendo imposte, perché la madre,
chiusa in fondo alle stanze, non entrasse in sospetto. Erano in cucina, a prendere consiglio dalla donna di servizio, quando Caterina rientrò, turbata. A
voce bassa, in un angolo, come se anche le casseruole potessero sentire, disse:
– Peggio… sta peggio!… Dice che entra in agonia…
Sospirando, si diedero il cambio al cancello, e la comare Angela, venendo e
tornando dalla casa dell’agonizzante, poteva credere di trovar sempre la stessa
persona, tanto le tre zitellone, l’età delle quali era compresa tra i quarantanove e i cinquantacinque anni, si rassomigliavano: con la stessa corporatura
grassa, le stesse guancie rosse, le stesse fronti strette sotto gli stessi capelli
grigi.
Le notizie si succedevano di mezz’ora in mezz’ora, e le due rimaste in casa
spiavano la venuta dell’altra attraverso i viali.
– Sempre peggio… non riconosce più… ràntola…
Come diede quest’ultimo annunzio a Filippina, che era il suo turno, la comare Angela ripeté:
– Volete andare a confortar quella poveretta, sì o no?…
– Ma come si può fare? Mammà!…
– Sapete che c’è? – dichiarò allora l’altra. – io non torno più!
– E chi verrà ad informarci? Come faremo per sapere?…
La donna, finalmente, mise fuori quel che aveva in corpo.
– E che v’importa, a voialtre, di vostra sorella? Si vede la gran pena che ve ne
date!… I vicini, sì, poveretti, cercano di confortarla, di strapparla da quella
vista… e l’afflitta creatura che non vuole andarsene e che vi chiama come gli
angeli del cielo!…
– Sst!… sst!… – ingiungeva ancora la Sommatino, guardando in fondo al
giardino. – Sst, per carità…
– E che carità, se non sapete neppure dove sta di casa!… Vostra madre, almeno, è una pazza che la conoscono tutti, ma voialtre il giudizio non dovete
più metterlo, eh?… Bella Madre, queste son cose che io non posso sopportare…
E se ne andò, piantando lì la zitellona, che adesso, arrischiato un poco il capo
fuori nella via, chiamava inutilmente:
– Pst!… pst!…
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3. emulazione:
competizione, rivalità.
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4. angustiata:
tormentata, penosa.
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Come non ottenne risposta, richiuse il cancello e rientrò, soprappensieri.
– Ràntola… – riferì alle sorelle, che spiavano la sua venuta. – Dice che quella
povera sorella ci chiama… che i vicini vogliono portarla via…
Tutte e tre guardarono per terra, quasi cercando qualche cosa.
– Se non fosse per mammà – disse Caterina – a quest’ora io sarei andata…
– Si capisce! – confermò Agatina.
– Ma come si fa? – aggiunse Filippina.
Dopo aver pensato un poco, la maggiore riprese:
– Potremmo chiamarla, per farle sapere come stanno le cose…
– E risponderà?
– Questo è il dubbio!… Del resto, prova…
– Io? Io non mi ci metto, sorella mia. Provate voialtre!
– Fossi pazza!… Niente!
– Stasera, si può vedere, pel rosario…
Allora, nell’imbarazzo in cui il cognato le metteva con la sua malattia, cominciarono a sfogare:
– Ma vedete che seccatura!… Non poteva morire al suo paese, questo santo
cristiano?
– Veramente!… Io, sentite, se mi affliggo, non è per lui; è per la povera sorella nostra…
– Naturale!… Lui anzi è stato causa della sua rovina! Se non le faceva girar la
testa, Rosalia non sarebbe fuggita di casa, si sarebbe maritata con chi diceva
mammà…
– E non avrebbe fatta una vita così angustiata.4
– Ma poi, io dico, quando uno vuol prender moglie, la prima cosa è che la
possa mantenere… e non obbligarla a mangiar pane e acqua!
– Come poteva mantener la moglie, se ha fatto sempre la vita di uno scioperato?
– Scioperato? rompicollo!
– Già, noi parliamo come se fosse morto, poveretto; e il Signore può sempre
fare un miracolo!…
A un tratto, cessarono insieme di parlare, porgendo ascolto. Lontanamente,
dal fondo del giardino, veniva come un rumore di colpi picchiati sui ferri del
cancello, e una voce che chiamava, indistinta.
– O Vergine del cielo!…
– Che c’è ancora?
– Correte, non fate gridare… se sentisse mammà!…
– Vieni tu pure… ho paura…
– No, andate!… io resto…
Confuse, con la testa perduta, Agatina e Filippina correvano pel giardino, intanto che al cancello raddoppiavano i colpi.
– Ohè, di casa!… Non c’è nessuno?…
– Silenzio!… Zitto!… – ingiungevano, coi segni, le Sommatino a don Vincenzo Condursi, accorrendo.
– È morto!… – diceva don Vincenzo, gesticolando. – Vostro cognato è
morto!…
– E non gridate così!…
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Don Vincenzo, turbato, agitatissimo, ripeteva a voce più bassa, dietro il cancello:
– È morto… or ora… Vostra sorella sembra una pazza… lo chiama, lo bacia,
non c’è verso di levarla di lì… Adesso, come si fa?
– Come si può fare? – si chiesero a vicenda le due zitellone, con un imbarazzo costernato.
– Non lo volete dire neanche adesso a donna Antonia?
– Caro don Vincenzo – rispose Filippina – voi lo sapete meglio di noi com’è
mammà… e che non le si può nemmeno nominare questa figliuola…
– Ma ora? anche ora che le restano i soli occhi per piangere? Scusate, questa
è una cosa che non si è letta mai!… Neanche se avesse ammazzato qualcuno!… Finalmente, il male l’ha fatto a sé e non a voi…
– Che possiamo farci?… Lo sa Dio, se la disgrazia di nostra sorella ci affligge…
– Davvero, lo sa Dio!… – confermò l’altra.
– Con mammà, lo sapete, non si può parlare. Tutto il giorno chiusa nelle sue
stanze: mangia sola, non vuol veder nessuno. La sua conversazione è la sera,
quando diciamo il rosario… Stasera, vedremo…
– E intanto la gente vi legge la vita, che siete dei senza cuore, che è una porcheria tutta nuova, dopo che li avete lasciati morir di fame!.. Lo sapete che
non c’è di che pagare il becchino, da vostra sorella?
Come don Vincenzo parlava con una grande concitazione, le Sommatino si
consultarono con lo sguardo.
– Chiamiamo Caterina? — disse Filippina.
– No; meglio è che don Vincenzo entri un momento… Don Vincenzo, entrate! Adesso sentiremo che cosa dice Caterina… Entrate… Oh, che disgrazia!…
– Che disgrazia!…
Caterina era alla finestra, e come vide avanzarsi la comitiva, scese anche lei.
– È morto?
– Morto…
Adesso confabulavano tutt’e quattro sul da fare; don Vincenzo ripeteva che la
vedova non poteva esser lasciata sola e le sorelle Sommatino si disperavano,
dall’imbarazzo.
– Sentite a me, chiamate vostra madre – insisteva l’altro. – Chiamatela; finalmente, non vi mangerà!…
Caterina disse:
– Aspettatemi qui.
Tornò dopo un poco, col muso lungo.
– Mammà non la conoscete!… Ho bussato tre volte; non risponde… Per lei,
è tempo perduto; non le potremo parlare prima del rosario. Piuttosto… piuttosto, vengo io.
Agatina e Filippina la guardarono, stupite.
– Vengo io… Mammà non se ne accorgerà; speriamo che non se ne accorga!… Quella creatura non può restar sola, così…
– Molto bene… ma portate qualche cosa di denari: l’affezione è bella e
buona,5 ma la gente bisogna pagarla!
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5. l’affezione è bella e
buona: l’affetto è una
bella cosa (la frase è
detta con ironia perché
sono i soldi che servono).
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6. All’ave: al tramonto.
7. mortorio: la cerimonia
di sepoltura.
8. smoccola: significa
tagliare la parte bruciata
dello stoppino.
9. Domine … festina: si
tratta dei versi latini con i
quali inizia la recitazione
del rosario: “Signore,
aprirai le mie labbra e la
mia bocca annuncerà la
tua lode. Dio mio, vieni in
mio aiuto. Signore,
affrettati ad aiutarmi”.
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– Denari non ne abbiamo, don Vincenzo, lo sapete… tiene tutto mammà…
Però, debbo avere qualche lira da parte…
Andò a prendere i quattrini, a mettersi lo scialle, e nell’andarsene raccomandava alle sorelle, ingelosite della sua iniziativa:
– State attente, per carità… fatele portare il desinare all’ora solita, che non
s’accorga di niente… io torno subito… – E dal giardino ripeteva ancora:
– State attente… aspettatemi pel desinare…
Rimaste sole, Agatina e Filippina non dissero più nulla, dandosi da fare per la
casa, come se fossero imbronciate. Alle due, mandarono con la serva il cibo
alla madre. Poi, nell’ora afosa del pomeriggio, si buttarono un poco sul letto.
– Non viene più, Caterina?
Suonavano le tre, le tre e mezzo, e la sorella maggiore non si vedeva. Quando
tornò, alle quattro meno un quarto, era tutta sossopra, e non prese che un
po’ di brodo, a tavola.
– Povera sorella nostra!… Non si riconosce più, lei così graziosa quand’era
con noi… Che miseria, in quella casa!… Non voleva lasciarmi andare… si è
afferrata al mio collo, stretta stretta…
E posò il cucchiaio, dal turbamento.
– Il morto l’hai visto?
– No, ci mancava proprio questo!… Stasera lo porteranno via…
All’ave,6 infatti, s’intesero i primi rintocchi del mortorio.7
Le tre sorelle Sommatino si erano già raccolte nello stanzone del presepe, al
lume di una lampada a olio, quando l’uscio di mezzo si schiuse e comparve
donn’Antonia, col bastone in mano. Malgrado l’età, si manteneva sempre
dritta e ferma; era vestita tutta a nero, con un fazzoletto nero in capo che le
chiudeva il viso magro, ossuto, dal naso ricurvo e dagli occhi scintillanti. Con
un mazzo di chiavi, le pendeva dalla cintura la corona del rosario.
– Buona Sera, mammà! – augurarono le tre sorelle, ad una voce.
– Buona sera.
Donn’Antonia sedette nell’ampio seggiolone antico, abbandonò le mani sui
bracciali, trasse un sospiro di soddisfazione, guardò un poco in giro, poi disse:
– Caterina, smoccola8 un po’ quel lume; non ci si vede.
– Eccellenza sì.
Come il lucignolo gettò una luce più viva, ella esclamò:
– Così va bene!…
Si mise il bastone a fianco, tossì un poco, prese tabacco e disse:
– Adesso recitiamo il santo rosario.
Le tre sorelle s’inginocchiarono, ciascuna dinanzi ad una seggiola, su cui appoggiarono le braccia. La madre cominciò!
– In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Le altre si segnarono insieme:
– Padre, Figlio e Spirito Santo.
– Domine, labia mea aperies, et os meum annuntiabit laudem tuam. Deus meus, in
adiutorium meum intende. Domine, ad adjuvandum me festina. 9 Gloria al
Padre…
– Gloria al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo, così è stato; così è, così
sarà per tutta l’eternità.
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Donn’Antonia fece scorrere la prima pallottolina rossa, e cominciò:
– Padre nostro che state in cielo, santificato il vostro nome, venga a noi il vostro regno, sia fatta la vostra santa divina volontà così in cielo come in terra…
La figlia di massaro Nunzio oggi che non è venuta?
– Eccellenza, sì; le uova erano le sue, – disse Caterina; poi, a coro con le sorelle, riprese la preghiera: – Dateci oggi il nostro pane quotidiano, perdonate
i nostri peccati, come noi perdoniamo i nostri nemici: non ci fate cadere in
tentazione, liberateci da ogni male, così sia.
– Un’altra volta dovete dirle di non dare a mangiar cipolla alle galline. Ave
Maria piena di grazie, il Signore è con voi, voi siete benedetta fra tutte le
donne e benedetto è il frutto dei vostro ventre, Gesù.
– Santa Maria, madre di Dio, pregate per noi peccatori ora e nell’ora della
nostra morte, così sia. Sissignora, glielo dirò…
– Adesso che fa caldo, bisogna togliere le robe d’inverno dalle casse, le vesti,
le coperte. Ave Maria piena di grazie, il Signore è con voi, voi siete benedetta
fra tutte le donne e benedetto è il frutto del vostro ventre, Gesù…
– Eccellenza sì… – rispose Caterina – Santa Maria, madre di Dio, pregate per
noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte, così sia… Domani faremo
stendere le corde nella terrazza – aggiunse Agatina, e Filippina chiese: – Le
coperte che le diamo a lavare?
– Le laverà la donna.
– È che ha molto da fare…
– Davvero?… – esclamò sardonicamente10 donn’Antonia. – Poveretta! Voglio
prendere un’altra serva che serva per lei!… Ave Maria piena di grazie, il Signore è con voi, voi siete benedetta fra tutte le donne e benedetto è il frutto
del vostro ventre Gesù… A quest’ora, il pomodoro della Noce dev’essere maturato?
– Con questo caldo, credo di sì… Domenica domanderemo a massaro Di
Crispo. Santa Maria madre di Dio, pregate per noi peccatori ora e nell’ora
della nostra morte, così sia.
Caterina non aveva detto più nulla, coi gomiti sulla seggiola e le mani congiunte.
Come donn’Antonia, facendo scorrere la pallottolina, tacque un momento,
la zitellona tentò di parlare.
– Ave Maria piena di grazie… – riprese subito la madre, e, quando ebbe finita
la mezza preghiera, domandò: – Quella che era in chiesa, domenica, non era
la moglie di Corrado Ballanti?
– Eccellenza sì.
– È graziosa. Ma don Filippo Ballanti ha fatto una sciocchezza a maritare quel
ragazzo senz’arte né parte.
– Dice che studierà, per un concorso a Palermo.
Donn’Antonia rispose, cantilenando, dopo aver mostrato di nuovo i denti:
– Chi a vent’anni non sa, a trenta non fa; a quaranta non ha fatto e non farà!
Ave Maria piena di grazie, il Signore è con voi, voi siete benedetta fra tutte le
donne e benedetto è il frutto del vostro ventre, Gesù…
– Santa Maria, madre di Dio, pregate per noi peccatori, ora e nell’ora della
nostra morte, così sia.
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10. sardonicamente:
con tono sprezzante,
sarcastico.
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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11. rimedii: cure,
medicine.
Agatina e Filippina guardavano adesso con insistenza la sorella maggiore. Di
nuovo questa fece per dire qualche cosa, ma donn’Antonia attaccò il secondo
Gloria patri.
– Padre nostro che state in cielo, santificato il vostro nome, venga a noi il vostro regno… Se non piove, l’uva intanto è perduta. Ci mancherebbe proprio
un altro raccolto scarso, come l’anno passato!… Sia fatta la vostra santa divina
volontà, così in cielo come in terra…
– Date a noi il nostro pane quotidiano, perdonate i nostri peccati come noi
perdoniamo i nostri nemici, non ci fate cadere in tentazione, liberateci da
ogni male, così sia… Eccellenza… – aggiunse timidamente Caterina.
Ma donn’Antonia, come se non l’avesse udita, riprese la preghiera sopra un
tono più alto:
– Ave Maria piena di grazie… Dice che il negozio del vino non è riuscito a
quell’imbroglione di Rava…
– È fallito, anzi… Santa Maria madre di Dio…
– Sacco vuoto non può star in piedi!… Ave Maria piena di grazie…
Così, fra un ave e un pater, sfilavano uno dopo l’altro tutti gli argomenti della
cronaca paesana e domestica. Ogni volta che Caterina faceva per aprir bocca,
la madre riprendeva a pregare, scandendo più nettamente le frasi. Adesso,
mentre recitava il terzo pater, Agatina, chinando il capo verso la sorella maggiore e spingendola col gomito, sussurrava:
– Diglielo!…
– Diglielo tu!… Dateci oggi il nostro pane quotidiano, perdonate i nostri
peccati come noi perdoniamo i nostri nemici, non ci fate cadere in tentazione…
A un tratto, nel silenzio della sera, da Santa Maria del Rosario venne il suono
del mortorio: due tocchi vicini e uno staccato, grave, funebre: ’Ndin, ’ndin’ndon… ’ndin, ’ndin-’ndon…
– Ave Maria piena di grazie…
Le Sommatino guardavano la madre. Donn’Antonia, alzato un poco il capo e
socchiuse le palpebre, chiese:
– Chi è che è morto?
– Mammà… – rispose Caterina, facendosi animo. – È morto nostro cognato… – Le sorelle intuonarono subito l’altra mezza preghiera: – Santa
Maria madre di Dio, pregate per noi peccatori ora e nell’ora della nostra
morte, così sia…
– Come hai detto? – ridomandò la madre sempre col capo ritto e le palpebre
socchiuse, quasi guardasse lontano.
– È morto Salvatore… Salvatore Pirrone….
– Ave Maria piena di grazie, il Signore è con voi, voi siete benedetta fra tutte
le donne e benedetto è il frutto del vostro ventre, Gesù. Ah, è morto?…
– Eccellenza sì… stamattina, alle undici… Quella povera Rosalia…! Santa
Maria madre di Dio, pregate per noi peccatori, ora e nell’ora della nostra
morte, così sia…
– E di che è morto?
– Non lo so… era malato da tanto tempo… Senza medici, senza rimedii11…
Bisognava far venire un medico da Palermo…
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– Ave Maria, piena di grazie… E perché non lo ha fatto venire?
– E come, se non avevano di che mangiare? Santa Madre di Dio…
– Lo ha pagato, quello che ci ha fatto vedere!… – aggiunse Agatina.
– La pena nostra non è tanto per lui, quanto per quella povera sorella… – finì
per dire Filippina.
Donn’Antonia riprese, più rapidamente:
– Ave Maria piena di grazie, il Signore è con voi, voi siete benedetta fra tutte
le donne e benedetto è il frutto del vostro ventre, Gesù.
– La pena è per Rosalia, che la colpa non fu tutta sua… Che cosa sapeva, lei,
a sedici anni?… E adesso la sconta amaramente, sola e senza un aiuto…
Come lei insisteva, donn’Antonia suggerì la ripresa della preghiera, brevemente:
– Santa Maria madre di Dio…
– Santa Maria madre di Dio, pregate per noi peccatori, ora e nell’ora della
nostra morte, così sia…
– Ave Maria, piena di grazie…
All’altra ripresa, Caterina ricominciò:
– Vi ha disobbedito, è vero, mammà… si è preso uno che non era del suo
stato… vi ha dato tanti dispiaceri… ma adesso! se la vedeste, non si riconosce
più… Vuole buttarsi ai vostri piedi… per chiedervi perdono… Sapete: non ha
come fare, non ha più nulla!… Volete che venga a domandarvi perdono?…
– Padre nostro che state in cielo, santificato il vostro nome… – Interrompendosi un poco, cogli occhi sempre socchiusi, donn’Antonia disse: – Di chi stai
parlando?
– Di Rosalia, mammà… di vostra figlia…
– Venga a noi il vostro regno, sia fatta la vostra santa divina volontà… Io non
ho figlie di nome Rosalia. Mia figlia è morta… Così in cielo come in terra…
– E suggerendo la ripresa alle figliuole, che restavano mute, con le schiene
sulle seggiole, continuò sola sino in fondo: – Dateci oggi il nostro pane quotidiano… perdonate i nostri peccati, come noi perdoniamo i nostri nemici…
da F. De Roberto, Processi verbali, Sellerio, Palermo 1976
1 Utilizzando le indicazioni fornite nella novella, definisci la durata complessiva della vicenda narrata e il periodo dell’anno nel quale essa si svolge.
Durata: ...............................................................................................................................................................................................................
Stagione/periodo in cui si svolgono i fatti: ....................................................................................................
2 Come si chiama il genero di donn’Antonia Sommatino?
..............................................................................................................................................................................................................................................
3 Qual è la colpa commessa da Rosalia? Indica se le seguenti affermazioni sono vere V o false F .
V F
a. Aver sposato un uomo di una classe sociale inferiore
V F
b. Essere andata a vivere a Palermo
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
c. Essersi rifiutata di continuare a vivere con la madre e le sorelle
d. Essersi sposata troppo giovane
e. Essersi sposata contro la volontà della madre
f. Aver litigato con le sorelle
V
V
V
V
F
F
F
F
4 «Le sorelle si guardarono, tutte imbarazzate, senza rispondere» (rigo 19).
«Allora, nell’imbarazzo in cui il cognato le metteva con la sua malattia, cominciarono a sfogare» (righi 93-94).
«Come si può fare? – si chiesero a vicenda le due zitellone, con un imbarazzo costernato» (righi 130-131).
«… e le sorelle Sommatino si disperavano, dall’imbarazzo» (righi 158-159).
A tuo avviso, il ricorrente “imbarazzo” provato dalle sorelle Sommatino nel
corso della storia è causato:
A dalla vergogna per le misere condizioni di vita della sorella Rosalia
B dal senso di colpa per aver abbandonato la sorella
C dalla paura che le rende incapaci di prendere decisioni
D dai rimproveri rivolti loro dai compaesani
Motiva brevemente la tua risposta.
..............................................................................................................................................................................................................................................
5 «… poteva credere di trovar sempre la stessa persona, tanto le tre zitellone,
l’età delle quali era compresa tra i quarantanove e i cinquantacinque anni, si
rassomigliavano: con la stessa corporatura grassa, le stesse guancie rosse,
le stesse fronti strette sotto gli stessi capelli grigi» (righi 51-55).
«… comparve donn’Antonia, col bastone in mano. Malgrado l’età, si manteneva sempre dritta e ferma; era vestita tutta a nero, con un fazzoletto nero
in capo che le chiudeva il viso magro, ossuto, dal naso ricurvo e dagli occhi
scintillanti» (righi 195-198).
Le sorelle Sommatino hanno un aspetto fisico e nomi tanto simili – Caterina,
Agatina, Filippina – da essere indistinguibili, la madre, invece, è diversa da
loro sia esteriormente sia sotto il profilo caratteriale: per quali ragioni, secondo te, lo scrittore ha operato questo tipo di scelta?
..............................................................................................................................................................................................................................................
6 «Dateci oggi il nostro pane quotidiano… perdonate i nostri peccati, come
noi perdoniamo i nostri nemici…» (righi 342-343).
Nella parte conclusiva del racconto, attribuita alla voce solitaria di
donn’Antonia, l’autore smaschera la natura ipocrita della protagonista.
Spiega quest’affermazione facendo riferimento allo sviluppo complessivo
della novella.
..............................................................................................................................................................................................................................................
7 A lettura ultimata, si potrebbero trarre due conclusioni:
1. che la famiglia Sommatino ha una responsabilità diretta nella morte del
marito di Rosalia;
2. che, nonostante il loro carattere arido e meschino, alle quattro donne non
possa essere attribuita questa colpa.
Quale delle due tesi ti convince di più? Motiva la tua risposta con riflessioni
personali ed elementi tratti dal testo.
..............................................................................................................................................................................................................................................
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FEDERICO DE ROBERTO
il rosario
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8 «E intanto la gente vi legge la vita» (rigo 144).
Riflettendo sul contesto nel quale è inserita quest’espressione popolare,
quale può essere il suo significato?
A La gente prevede la vostra fine
B La gente racconta il vostro passato
C La gente vi giudica male
D La gente commenta le vostre disgrazie
9 «Che notizie? – chiesero tutte, a bassa voce» (rigo 6).
Alla luce dello sviluppo della novella, a chi si riferisce il termine “tutte”?
..............................................................................................................................................................................................................................................
10 «Come la comare Angela se ne fu andata via, stringendosi il fazzoletto in capo, Caterina, Agatina e Filippina restarono dietro all’uscio, senza dir nulla»
(righi 34-35).
«Come don Vincenzo parlava con una grande concitazione, le Sommatino si
consultarono con lo sguardo» (righi 147-148).
Il termine “come” con il quale iniziano i due periodi è una congiunzione subordinante che:
A in entrambi i casi introduce una proposizione modale
B in entrambi i casi introduce una proposizione temporale
C nel primo caso introduce una proposizione temporale, nel secondo una
proposizione causale
D nel primo caso introduce una proposizione temporale, nel secondo una
proposizione modale
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
Verso l’Invalsi
TESTO LETTERARIO
Questo componimento esemplifica con chiarezza le scelte stilistiche di Carlo
Betocchi (1899-1986), poeta che, a differenza di molti suoi contemporanei,
predilige le forme metriche della tradizione e un linguaggio semplice e dimesso con il quale punta a svelare la verità delle cose, colta in minuti frammenti della realtà quotidiana.
Guarda questi begli anemoni colti
Guarda questi begli anemoni colti
l’altra sera a Settignano,1
alcuni viola, altri più chiari; erano
mezzi moribondi, così sepolti
5
10
1. Settignano: paese nei
pressi di Firenze.
2. emigrati di là: morti,
passati alla vita eterna.
3. corrotto: rovinato,
appassito.
genere
poetico
autore
Carlo
Betocchi
tratto da
L’estate di
San Martino
anno
1961
luogo
Italia
quasi, fra le tue mani, quasi emigrati
di là,2 tra le cose che si ricordano,
e invece, vedili, come pian piano
si son ripresi, nell’acqua; esaltati
da una mite speranza di rivivere
si ricolorano su dal corrotto3
gambo che la tua forbice recise;
fan come noi, si parlano nel folto
della lor famigliola, e paion dire
molto del breve tempo, molto, molto.
da C. Betocchi, Tutte le poesie, a cura di L. Stefani, Garzanti, Milano 1996
1 Nelle prime tre strofe del componimento il poeta descrive:
A una piacevole serata trascorsa a raccogliere fiori
B il dispiacere che prova nel vedere i fiori appassiti
C la bellezza dei prati fioriti nei dintorni di Settignano
D la ripresa di vitalità dei fiori collocati in un vaso
2 Rispetto alla situazione rappresentata, nella prima strofa si possono ricavare indicazioni:
A sul luogo e sul tempo in cui essa si svolge
B sul luogo ma non sul tempo in cui essa si svolge
C sul tempo ma non sul luogo in cui essa si svolge
D non ci sono informazioni né sul luogo né sul tempo in cui essa si svolge
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
CARLO BETOCCHI
guarda questi begli anemoni colti
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3 Basandoti sulla poesia nel suo complesso, individua le ragioni della somiglianza tra gli anemoni e gli uomini ipotizzata dall’autore nell’ultima strofa,
indicando se le seguenti affermazioni sono vere V o false F .
V F
a. Ad entrambi basta poco per sopravvivere
V F
b. Entrambi sono destinati a condurre una vita breve
V F
c. Entrambi sono destinati a soffrire per colpe altrui
V F
d. Entrambi sono più felici se stanno tra i loro simili
4 A causa di quale azione precedente sotto il profilo logico e cronologico, gli
anemoni sembrano al poeta «mezzi moribondi» (v. 4)?
..............................................................................................................................................................................................................................................
5 Il titolo coincide con il primo verso della poesia. Inventa tu un altro titolo
adeguato e pertinente al testo nel suo insieme.
..............................................................................................................................................................................................................................................
6 Nella raccolta L’estate di san Martino l’autore allude spesso alla propria vita: secondo te, in questo componimento quali elementi testuali hanno un sapore autobiografico?
..............................................................................................................................................................................................................................................
7 «quasi, fra le tue mani, quasi emigrati / di là, tra le cose che si ricordano» (vv. 5-6).
Dopo aver riflettuto sul componimento, spiega quale rapporto esiste tra
questi versi e quello che conclude la poesia.
..............................................................................................................................................................................................................................................
8 All’interno dell’ultima strofa, il termine “famigliola” definisce:
A la famiglia del poeta
B il mazzo di fiori
C gli amici da cui si trae conforto in prossimità della morte
D gli emigranti che vivono a Settignano
9 Facendo riferimento all’immagine descritta nei vv. 10-11, l’aggettivo “corrotto” assume il significato di:
A debole
B spezzato
C disonesto
D marcio
10 Riflettendo sul contenuto complessivo della poesia, a chi si riferisce il verbo
“Guarda” con cui inizia il componimento?
A Al lettore
B Al poeta stesso
C A un amico
D A una persona legata al poeta da vincoli affettivi e familiari
Motiva la tua risposta con elementi tratti dal testo.
.........................................................................................................................................................................................................................................
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
11 Basandoti sulla lunghezza dei versi e sulla loro distribuzione in due quartine
e due terzine, definisci la struttura metrica di questa poesia.
..............................................................................................................................................................................................................................................
12 Il v. 2 «l’altra sera a Settignano» è in rima:
A con il v. 3, «alcuni viola, altri più chiari; erano»
B con il v. 6, «di là, tra le cose che si ricordano,»
C con il v. 7, «e invece, vedili, come pian piano»
D con i vv. 3, 6, 7
13 Ai versi 10-11 il verso non va a capo nel punto in cui la frase è finita.
Come si chiama questa figura del significante?
.........................................................................................................................................................................................................................................
Qual è il suo scopo?
.........................................................................................................................................................................................................................................
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
GUIDO GOZZANO
la differenza
Verso l’Invalsi
TESTO LETTERARIO
In questo sonetto Guido Gozzano affronta con il consueto tono ironico e leggero una tematica che ha impegnato la riflessione di numerosi scrittori e
pensatori del passato e, meditando sulla sorte di un povero animale da cortile, invita il lettore a soffermarsi sulla specificità della condizione umana.
La differenza
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on line
genere
poetico
autore
Guido
Gozzano
tratto da
La via del
rifugio
anno
1907
luogo
Italia
Penso e ripenso: – che mai pensa l’oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.
5
10
Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d’essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l’armi corruscanti1 della cuoca.
– O papera, mia candida sorella,
tu insegni che la Morte non esiste:
solo si muore da che s’è pensato.
Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensare d’esser cucinato.
da G. Gozzano, Tutte le poesie, a cura di A. Rocca, Mondadori, Milano 1980
1. corruscanti:
luccicanti, scintillanti.
1 Dopo aver riletto la poesia, indica quali delle azioni e dei comportamenti
elencati sono attribuibili all’oca.
A Salta, si tuffa, gioca, prova tristezza
B Starnazza, si tuffa, sogna, prova gioia
C Gracida, protende il collo, gioca, pensa
D Prova gioia, salta, starnazza, gioca
2 Basandoti sul contenuto complessivo della poesia, il riferimento al «prossimo Natale» (v. 7) ha la funzione di:
A collocare la situazione descritta nella stagione invernale
B contrapporre l’inevitabilità della morte a un momento di gioia
C definire la circostanza in cui l’oca morirà
D esprimere il senso di fratellanza che lega tutti i viventi
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
3 Rivolgendosi all’oca, Gozzano la definisce «candida sorella» (v. 9): partendo
dall’analisi del testo, spiega la ragione per cui l’autore sceglie questo appellativo.
..............................................................................................................................................................................................................................................
4 In che cosa consiste la “differenza” di cui si parla nel titolo del componimento? Motiva la tua risposta con elementi tratti dal testo.
..............................................................................................................................................................................................................................................
5 «… tu insegni che la Morte non esiste: / solo si muore da che s’è pensato»
(vv. 10-11).
Alla luce del significato complessivo della poesia e di eventuali conoscenze
personali, riformula con parole tue il pensiero espresso dall’autore in questi
versi.
..............................................................................................................................................................................................................................................
6 Di solito l’aggettivo “gracidante” è utilizzato per definire il verso delle rane:
considerato l’animale di cui Gozzano sta parlando, quale di questi attributi
potrebbe sostituirlo?
A Gorgheggiante
B Starnazzante
C Pigolante
D Chiocciante
7 Quale di queste coppie di aggettivi useresti per definire il tono complessivo
della poesia?
A Riflessivo e profondo
B Sarcastico e sferzante
C Leggero e spensierato
D Superficiale e frivolo
8 Il “Ché” in apertura del v. 13 ha un valore:
A consecutivo
B causale
C finale
D dichiarativo
9 «né certo sogna d’essere mortale / né certo sogna il prossimo Natale» (vv. 6-7).
Quale figura retorica sintattica (o di costruzione) è contenuta in questi due
versi?
..............................................................................................................................................................................................................................................
10 «triste è il pensare d’esser cucinato» (v. 14).
Qual è il soggetto di questo verso?
..............................................................................................................................................................................................................................................
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
MARIO LUZI
nella casa di N. compagna dʼinfanzia
Verso l’Invalsi
TESTO LETTERARIO
La solitudine dell’essere umano e la difficoltà di attribuire un senso all’esistenza sono temi che ricorrono di frequente nella poesia di Mario Luzi: in
questo testo l’amara riflessione dell’autore trae spunto dall’assenza di
un’amica d’infanzia, allontanata dal poeta dalla spietata casualità del vorticoso fluire del tempo.
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genere
poetico
autore
Mario Luzi
tratto da
Primizie del
deserto
anno
1952
luogo
Italia
Nella casa di N. compagna d’infanzia
5
10
Il vento è un aspro vento di quaresima,
geme dentro le crepe, sotto gli usci,
sibila nelle stanze invase, e fugge;
fuori lacera a brano a brano i nastri
delle stelle filanti se qualcuna
impigliata nei fili fiotta1 e vibra,
l’incalza2, la rapisce nella briga3.
Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia…
Se guardo qui la furia e se più oltre
l’erba, la povertà grigia dei monti.
da M. Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1998
1. fiotta: fluttua,
ondeggia.
2. incalza: non dà
tregua.
3. briga: furia, tormento.
1 In quale luogo si trova l’uomo protagonista del componimento?
A All’esterno di una casa esposta al vento
B In una stanza nella parte interna di una casa
C Nei pressi di un prato
D Nelle vicinanze di montagne grigie e spoglie
2 Facendo riferimento ai dati contenuti nella poesia, individua il periodo dell’anno nel quale si svolge la scena descritta dal poeta. Motiva la tua risposta
con elementi tratti dal testo.
..............................................................................................................................................................................................................................................
3 Nel testo sono riconoscibili due parti che corrispondono ad altrettanti nuclei
tematici: nella prima (vv. 1-7) prevale l’elemento descrittivo, mentre nella seconda (vv. 8-11) quello intimo e riflessivo. Mediante quale variazione sintattica il poeta segnala il passaggio dall’una all’altra?
..............................................................................................................................................................................................................................................
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
4 «Tu dove sei? sparita anche la traccia…» (v. 12).
Utilizzando esclusivamente i dati testuali, a chi credi si rivolga questa domanda?
..............................................................................................................................................................................................................................................
5 Riflettendo sulla domanda che si pone l’io-lirico nel v. 12, quale significato
simbolico può essere attribuito alla furia del vento descritta nei versi precedenti?
..............................................................................................................................................................................................................................................
6 «Se guardo qui la furia e se più oltre / l’erba, la povertà grigia dei monti»
(vv. 13-14).
Fai la parafrasi di questi versi inserendo gli eventuali elementi linguistici
mancanti.
..............................................................................................................................................................................................................................................
7 Il componimento contrappone al frenetico movimento del vento la riflessiva
immobilità del protagonista: quale aggettivo utilizzeresti per definire lo stato
d’animo di quest’ultimo?
A Rassegnazione
B Speranza
C Frustrazione
D Delusione
Motiva la tua risposta con elementi tratti dal testo.
..............................................................................................................................................................................................................................................
8 Dopo un’attenta rilettura della prima parte della poesia, indica quali elementi linguistici contribuiscono a presentare l’azione distruttrice del vento come
una forza animata, ai limiti del bestiale.
..............................................................................................................................................................................................................................................
9 Analizzando le scelte metriche e stilistiche dell’autore è possibile concludere che la poesia è costituita da versi:
A endecasillabi organizzati secondo uno schema regolare di rime
B di lunghezza variabile organizzati secondo uno schema regolare di rime
C endecasillabi che non rimano tra loro
D di lunghezza variabile che non rimano tra loro
10 Tra due versi contigui è possibile evidenziare una assonanza: individuala.
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
quando vince lʼirrazionale
Verso l’Invalsi
TESTO NON LETTERARIO
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genere
articolo
d’opinione
tratto da
la Repubblica
testo
argomentativo
continuo
Quando vince l’irrazionale
more e odio sono sentimenti, e come tali appartengono alla dimensione
pre-razionale e non di rado irrazionale dell’uomo. Prima di giungere all’età della ragione i bambini amano e odiano e, dopo aver raggiunto l’età
della ragione, capita a ciascuno di noi di amare e di odiare senza un valido
sostegno della ragione, che a quel punto risulta offuscata e impotente a governare pensieri e condotte. Platone,1 per inaugurare la democrazia nella sua
città ideale, riteneva che dovessero essere allontanati retori e sofisti,2 perché
costoro, per ottenere consenso, ricorrevano non a solidi argomenti, ma alla
mozione degli affetti3 e alla cattura dell’anima attraverso la fascinazione della
parola.
A differenza della ragione, i sentimenti di amore e di odio, suscitati dalla fascinazione della parola e dal suo potere seduttivo, non ospitano l’argomentazione, il dubbio, la critica, il dialogo, la mediazione, che sono figure essenziali
della buona politica, ma aderiscono incondizionatamente a chi è stato in
grado di provocarli per ottenere un consenso che, proprio perché è acritico,
è incondizionato.
I ragionamenti non servono, come non servono le prove dell’esistenza di Dio
a chi non crede, o le prove della sua inesistenza a chi crede. Basta la parola, la
parola persuasiva pronunciata da chi ha carisma.4
In politica le figure carismatiche conoscono il potere della parola e la sua efficacia persuasiva, che è tale perché essa è in grado di scatenare passioni:
quando si affida a personalità carismatiche, la politica è già scesa di livello,
perché produce consenso o dissenso non su base razionale, ma su base emotiva, e quanti non hanno una sufficiente conoscenza dei fatti, o abbastanza dimestichezza con le questioni di cui si discute, diventano sensibili ai fattori
emozionali che il potere carismatico sfrutta.
Un potere che si regge su basi emotive è un potere che regredisce alla logica
primitiva dell’amico/nemico, dove l’amore per la propria squadra e l’odio per
l’avversario sono impermeabili a qualsiasi giudizio critico.
Se la democrazia funziona per argomenti, competenze, scelte ponderate,
obiezioni critiche, un potere che si regge su basi emotive è molto pericoloso,
perché ha già oltrepassato la linea di demarcazione della democrazia.
A
5
10
15
20
25
30
Umberto Galimberti, adattamento da “la Repubblica”
1. Platone: filosofo
greco vissuto ad Atene
nel v secolo a.C.
2. retori e sofisti:
professionisti dell’arte di
parlare in pubblico, che
si fregiavano di poter
ottenere consenso grazie
all’abilità nel linguaggio,
indipendentemente dal
contenuto.
3. mozione degli affetti:
lo smuovere gli animi
toccando i sentimenti.
4. carisma: capacità di
influenzare e trascinare
gli altri, tipica di chi
possiede una forte
personalità.
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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Invalsi
on line
DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
1 Che cosa sostiene l’autore del testo analizzando la natura dell’odio e dell’amore? Indica se le seguenti affermazioni sono vere V o false F .
a. Questi sentimenti sono una prerogativa esclusiva dell’età infantile
b. Questi sentimenti sono in grado di condizionare gli individui
di ogni età
c. Questi sentimenti possono sempre essere tenuti sotto controllo
dalla ragione
d. Questi sentimenti sono necessari allo sviluppo
di organizzazioni democratiche
e. Un potere che si regge su elementi emotivi non è pericoloso
f. Se la politica si affida a personalità carismatiche vuol dire
che è degradata
V
F
V
F
V
F
V
F
V
F
V
F
2 Basandoti sulle idee sostenute da Galimberti, quale rapporto esiste tra la
nascita di forti sentimenti e la capacità di parlare in modo persuasivo?
A Non esiste alcun rapporto poiché si tratta di due aspetti della vita del tutto slegati
B La presenza di forti sentimenti spesso spinge a parlare in modo appassionato e convincente
C La capacità di parlare in maniera convincente può favorire la nascita di
forti sentimenti
D Quando si parla dei propri sentimenti, è facile suscitare reazioni di fastidio e odio in chi ascolta
3 In base a quanto afferma Galimberti e facendo riferimento alle tue conoscenze, dai una definizione di “personalità carismatica”.
..............................................................................................................................................................................................................................................
4 Seguendo il ragionamento dello scrittore, quale tipo di persona viene maggiormente influenzato dalle figure carismatiche? Motiva la tua risposta con
elementi tratti dal testo.
..............................................................................................................................................................................................................................................
5 Quando parla di «buona politica» (rigo 14), a quale forma di organizzazione
dello Stato si riferisce Galimberti? Motiva la tua risposta con elementi tratti
dal testo.
..............................................................................................................................................................................................................................................
6 «Platone, per inaugurare la democrazia nella sua città ideale, riteneva che
dovessero essere allontanati retori e sofisti, perché costoro, per ottenere
consenso, ricorrevano non a solidi argomenti, ma alla mozione degli affetti
e alla cattura dell’anima attraverso la fascinazione della parola» (righi 6-10).
Nell’ambito del ragionamento sviluppato da Galimberti il riferimento alle idee
del filosofo Platone ha la funzione di:
A evidenziare la profonda cultura dello scrittore
B sottolineare che il tema trattato è stato analizzato sin dall’antichità
C anticipare la tesi che Galimberti svilupperà successivamente
D informare che in passato esistevano professionisti della parola
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
quando vince lʼirrazionale
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on line
7 Quale tesi centrale sostiene in questo testo Galimberti? Motiva la tua scelta.
A Il potere della parola è in grado di suscitare emozioni
B I sentimenti di amore e odio non lasciano spazio alla logica argomentativa
C Un potere che si fonda su basi emotive è molto pericoloso
D Un potere che si fonda su basi emotive offre dei vantaggi
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8 Cerca nel testo quali termini o espressioni sono legati al campo semantico
che si riferisce a un potere che fa leva sui sentimenti e sottolineali.
Quali termini vengono loro contrapposti?
9 Il testo mette l’accento sugli effetti negativi che, in determinate circostanze,
può avere la capacità di personalità forti e carismatiche di parlare in modo
coinvolgente e persuasivo.
Dopo aver riflettuto su questa idea, prova a sostenere la tesi contraria con
argomenti tratti da esperienze o conoscenze personali.
Tesi: «La capacità di personalità forti e carismatiche di parlare in modo
coinvolgente e persuasivo può avere effetti benefici sulla società».
..............................................................................................................................................................................................................................................
10 «… quanti non hanno una sufficiente conoscenza dei fatti, o abbastanza dimestichezza con le questioni di cui si discute» (righi 24-25).
Nel contesto della frase, quale significato attribuisci al termine “dimestichezza”?
A Comprensione
B Familiarità
C Fiducia
D Ignoranza
11 «… diventano sensibili ai fattori emozionali che il potere carismatico sfrutta»
(righi 25-26).
Indica a quale categoria grammaticale appartiene il termine “che” e qual è la
sua funzione sintattica nella frase riportata sopra:
A è una congiunzione e lega la proposizione subordinata alla reggente
B è una congiunzione e lega due proposizioni coordinate
C è un pronome relativo e funge da soggetto della proposizione subordinata
D è un pronome relativo e funge da complemento oggetto nella proposizione subordinata
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
Verso l’Invalsi
TESTO NON LETTERARIO
Uno straordinario esperimento di un gruppo di scienziati.
Obiettivo: far rinascere i mammut
oco importa se le probabilità di vedere un mammut in carne e ossa camminare, magari nel recinto di uno zoo, corrispondono (se va bene) all’uno per cento. Akira Iritani, professore emerito dell’università di
Kyoto, è convinto di riportare in vita un animale estinto circa 10 mila anni fa.
Come? Clonandolo.1 E in tempi relativamente stretti: cinque o sei anni.
Tentativi di questo tipo sono stati effettuati sin dagli anni Settanta quando fu
scoperto un giovane esemplare congelato, chiamato Dima (1977). Tentativi
tutti falliti. Questa volta però l’équipe guidata da Iritani è convinta di poter
risolvere con la tecnica il problema dei problemi: estrarre il DNA dalle cellule
congelate.
I ricercatori nipponici hanno tra le mani il tessuto congelato ottenuto da un
animale preservato in un laboratorio russo. La tecnica è quella consolidata:
isolare il nucleo di una cellula2 di mammut e inserirlo nell’ovocita3 di un’elefantessa per far sviluppare un embrione che poi sarà trasferito nell’utero dell’animale. A questo punto, nella più ottimistica delle ipotesi, l’elefantessa dovrebbe dare alla luce il baby mammut. Carlo Alberto Redi, professore di
biologia a Pavia, tra i massimi esperti nazionali di clonazione animale ci
spiega perché i precedenti tentativi sono naufragati: «Il problema è lo stato di
conservazione del muscolo».
Questo è valso per Yanaghimaci così come per Teruhiko Wakayama, suo allievo del centro di Yokoama, lo scienziato che nel 2008 è riuscito a creare
cloni di topi morti e congelati. E vale oggi per Iritani, che dice: «Abbiamo bisogno solo di un buon tessuto molle4 di mammut congelato».
Da cosa dipende la bontà del tessuto? «Da molti fattori», spiega Redi. «Per
esempio da come è morto l’animale (morte violenta), da quanto tempo ci ha
messo a congelarsi e se durante i millenni ha subito processi di congelamento
e scongelamento».
La speranza è che lo studio del cucciolo-mammut possa fare luce sul perché
le creature si estinsero circa diecimila anni fa. Sempre che l’elefantessa non
abbia un aborto spontaneo: probabilità tutt’altro che remota.
P
5
10
15
20
1. Clonandolo:
utilizzando la tecnica
della clonazione, che
permette di creare in
laboratorio un organismo
geneticamente identico a
un organismo di
partenza.
2. nucleo di una
cellula: la parte centrale
della cellula, l’unità
fondamentale di tutti gli
esseri viventi, in cui è
contenuto il DNA, ossia
l’identità genetica
dell’organismo.
3. ovocita: la cellula
sessuale femminile.
4. tessuto molle: tessuto
dell’organismo che non è
osseo o cartilagineo.
genere
articolo
divulgativo
tratto da
Corriere
della Sera
testo
espositivo
misto
25
30
Agostino Gramigna, adattamento da “Corriere della Sera”
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
uno straordinario esperimento
Un’opportunità o un problema?
Un gruppo di ricercatori giapponesi dell’università di Kyoto, in collaborazione con russi e americani, si dice fiducioso di poter ricreare in poco
tempo un esemplare di mammut. La fiducia
degli sperimentatori riposa anche sul fatto che
di recente sono riusciti a produrre un topolino
partendo da cellule di un topo morto e congelato per anni.
Se questo funzionerà si saranno raggiunti due
traguardi eccezionali: si sarà creata e ricreata la
vita. Per quanto riguarda il secondo aspetto, non
è mai successo che l’orologio dell’evoluzione sia
andato all’indietro. In questo caso, invece, si
metterebbe in circolazione un animale ormai
estinto.
Per quanto riguarda il primo aspetto, ancora più
interessante, si potrebbe parlare veramente di
creazione di una vita organizzata.
Resta il problema non indifferente di che fare di
L’adattamento biologico all’ambiente
I Mammut (Mammuthus primigenius) furono gli
unici membri della famiglia degli Elefantidi a
colonizzare le alte latitudini in coincidenza con
l’abbassamento delle temperature, noto come
era glaciale, verificatosi 1-2 milioni di anni fa.
Ovviamente per resistere a quei climi siderali il
possente animale dovette sviluppare numerosi
adattamenti finalizzati a limitare le dispersioni
di calore: piccole orecchie, coda relativamente
corta, una pelliccia folta e spessa ecc…
Usando materiale estratto da un mammut risalente a circa 43 mila anni fa e ritrovato in Siberia, i ricercatori sono riusciti a sequenziare e a
sintetizzare un’autentica emoglobina appartenente a questo animale, scoprendo così che
l’adattamento all’ambiente dei mammut ha una
base genetica e molecolare: infatti, se alla temperatura corporea l’emoglobina degli elefanti e
dei mammut si comporta allo stesso modo, a
temperature inferiori l’emoglobina dei mammut
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on line
questo cucciolo: avrà infatti bisogno di compagnia, di nutrimento e di un ambiente appropriato.
adattamento da Edoardo Boncinelli,
“Corriere della Sera”, 19 gennaio 2011
Il mammut lanoso (Mammuthus primigenius) comparve sulla
Terra circa 300 000 anni fa. Aveva dimensioni simili a quelle
dell’attuale elefante asiatico, con un’altezza compresa tra
i 2,8-3,5 m al garrese, una lunghezza di oltre 4,5 m e un peso
di 6 tonnellate. Le sue zanne erano ricurve verso l’alto e avvolte
a spirale e potevano raggiungere circa 4,2 metri.
ha un’affinità più bassa per l’ossigeno e lo rilascia più facilmente, permettendo la sopravvivenza degli animali anche in condizioni di
freddo estremo.
adattamento da AA.VV., Substitutions in wooly mammoth
hemoglobin confer biochemical properties adaptive for cold
tolerance, in “Nature Genetics”, vol. 42, n. 6, 2010
Nei pressi della città di Chokurdakh nel 2002
sono stati ritrovati i resti congelati di un mammut.
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
1 Dopo aver analizzato i testi forniti (comprese le immagini), indica se le seguenti affermazioni sono vere V o false F .
a. L’aspetto fisico degli odierni elefanti è completamente uguale
V F
a quello dei mammut lanosi
b. Tutti gli scienziati coinvolti nel progetto sono di nazionalità
V F
extraeuropea
V F
c. All’esperimento partecipa anche un ricercatore italiano
d. Iritani è il primo scienziato a voler effettuare un tentativo
V F
di clonazione
e. La tecnica di Iritani si basa sull’estrazione del DNA
V F
da una cellula di tessuto muscolare
f. Esperimenti di clonazione su animali morti sono già
V F
stati effettuati con successo
2 Riflettendo sui dati, secondo te quando è stato ritrovato il mammut congelato sul quale Iritani intende effettuare l’esperimento?
A i dati forniti non permettono di ricavare questa informazione
B nel 2002
C nel 1977
D nel 2008
3 Basandoti sull’insieme dei documenti proposti, quale credi possa essere la
finalità principale dell’esperimento progettato dall’équipe internazionale di
scienziati?
A Trovare finanziamenti per ulteriori progetti di ricerca
B Curare le malattie che attualmente stanno decimando gli elefanti indiani
C Ripopolare zone del mondo ormai prive di vita animale
D Spiegare le ragioni dell’estinzione dei mammut
4 Qualora fosse possibile effettuare l’esperimento progettato da Iritani contemporaneamente su 150 elefantesse, quanti esemplari di mammut potrebbero venire al mondo?
..............................................................................................................................................................................................................................................
5 Per finanziare il suo progetto, il 20 gennaio 2011 il prof. Iritani spedisce una
lettera ai direttori dei principali zoo del mondo promettendo che entro il 2014
sarà in grado di donare alla struttura che avrà sostenuto la sua ricerca un
esemplare di mammut adulto perfettamente sano.
Se fossi tu il destinatario di questa richiesta, finanzieresti il progetto dello
scienziato? Rispondi basandoti sulle informazioni contenute nei documenti
proposti.
..............................................................................................................................................................................................................................................
6 «Resta il problema non indifferente di che fare di questo cucciolo: avrà infatti bisogno di compagnia, di nutrimento e di un ambiente appropriato»
(primo riquadro).
Per quale ragione, secondo te, l’autore non considera possibile che il babymammut viva insieme agli elefanti? Motiva la tua risposta con riferimenti
tratti dai testi proposti.
..............................................................................................................................................................................................................................................
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
uno straordinario esperimento
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7 «Questo è valso per Yanaghimaci così come per Teruhiko Wakayama, suo allievo del centro di Yokoama…» (righi 21-22).
All’interno del contesto dato, il pronome dimostrativo “questo” si riferisce:
A ai precedenti tentativi di clonazione
B all’embrione di mammut
C al problema di conservazione dei muscoli
D al tessuto animale congelato
8 «Se questo funzionerà si saranno raggiunti due traguardi eccezionali» (primo
riquadro).
Nella frase la parola “traguardi” funge da:
A soggetto
B complemento oggetto
C complemento di moto a luogo
D complemento di moto da luogo
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
Verso l’Invalsi
TESTO NON LETTERARIO
testo
espositivo
misto
Don Chisciotte de la Mancha, l’opera immortale di Cervantes, dà origine a un
delizioso percorso turistico attraverso le terre della regione omonima, disseminate di mulini a vento e castelli appartenenti agli Ordini Militari1 medievali: percorso reso ancora più allettante dalla possibilità di conoscere numerosi prodotti gastronomici.
L’itinerario di Don Chisciotte
scendo da Madrid e prendendo la strada A-42 diretta a
Toledo, deviamo all’altezza del
km 35 per giungere a Esquivias e
una volta lì visitiamo la casa e il
museo cervantino.
Poi, ritornati sulla strada percorsa
in precedenza, continuiamo fino a
Toledo, antica capitale medievale.
Si tratta di una bellissima città monumentale nella quale bisogna assolutamente vedere la cattedrale,
le chiese, i palazzi, le sinagoghe e
le moschee.
U
5
10
Honoré Daumier
(1808-1879), Sancho
Panza e Don Chisciotte in
montagna, 1870 ca.
1. Ordini Militari: ordini
di carattere militarereligioso, nati all’epoca
delle crociate, con lo
scopo di proteggere
i luoghi santi.
2. Plaza Mayor: piazza
Maggiore, ossia la piazza
più importante della città.
3. Corral de Comedias:
teatro che occupa lo
spazio di un cortile
compreso tra diverse
case.
15
Da questo punto la statale N-401
ci conduce fino a Ciudad Real; seguendo poi la CM-412 arriviamo
ad Almagro, che presenta una interessante Plaza Mayor,2 chiese e conventi notevoli, oltre al Corral de Comedias3 meglio conservato del paese.
20
Imboccando la statale N-420 arriviamo a Porto Làpice, luogo molto importante nell’opera di Cervantes. Proseguiamo sulla stessa strada fino a Herencia, Alcàzar de San Juan, Campo de Criptana, El Toboso, Mota del Cuervo
e Belmonte: tutti nel cuore della Mancha, terra di osterie e di mulini, attraverso la quale si spostò il nobile cavaliere per poter vivere le sue avventure.
25
Procedendo in questa direzione ci avviciniamo a Cuenca, la città incantata,
vero prodigio della natura e della cultura, il cui centro storico è uno dei più
belli della Spagna.
adattamento da España, a cura del Ministero Spagnolo
di Industria, Turismo e Commercio
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
lʼitinerario di Don Chischiotte
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on line
Sono innumerevoli gli itinerari che il
viaggiatore può affrontare in Spagna
per soddisfare i suoi gusti e i suoi desideri. La fusione di culture e civiltà
diverse lo porteranno a seguire, per
esempio, quello di El-Andalus, di Sefarad o dei Castelli, lungo i quali scoprirà le tracce ancor vive della storia
del paese. Tra gli itinerari restanti,
quello del Vino, dell’Arte nei differenti stili, dell’Architettura Popolare,
e quelli Gastronomici e della Natura
sono i più popolari: informazioni precise a riguardo si possono trovare
nelle guide e nei dépliant turistici.
1 Prova a immaginare che due giovani, Luca e Marinella, affascinati dal romanzo dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Don Chisciotte de la
Mancha, decidano di trascorrere una vacanza di una decina di giorni nei luoghi in cui sono ambientate le avventure del leggendario cavaliere e a tale
scopo comincino a raccogliere informazioni.
Dopo aver analizzato i testi (compresi cartine e materiale iconografico), indica qual è l’attuale nome della regione dove intendono recarsi Luca e
Marinella.
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2 Il punto su cui i due non riescono a trovare un accordo è il periodo in cui partire: temendo il caldo dell’estate spagnola, Marinella vorrebbe viaggiare d’inverno, mentre Luca insiste per il mese di luglio perché gli piacerebbe abbinare la visita alle città di Don Chisciotte a qualche rilassante pomeriggio trascorso al mare.
Basandoti sui dati in loro possesso, che cosa consiglieresti ai due amici?
Motiva la tua risposta.
..............................................................................................................................................................................................................................................
3 Una volta concordato il periodo della partenza, i due decidono di raggiungere la loro destinazione in treno: ritieni che gli elementi a loro disposizione
siano sufficienti per organizzare il viaggio o è opportuno che cerchino ulteriori informazioni?
..............................................................................................................................................................................................................................................
4 La Spagna è caratterizzata dalla «fusione di culture e civiltà» (nel box): riflettendo sull’insieme dei materiali a tua disposizione, quali elementi giustificano questa affermazione?
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Invalsi
on line
DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
5 Nel brano le parole evidenziate in grassetto corrispondono a:
A le più popolose città spagnole
B le principali città della regione visitata da Luca e Marinella
C i luoghi toccati da Don Chisciotte nel romanzo di Cervantes
D le più rinomate città d’arte spagnole
Motiva la tua risposta.
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6 Prendendo in esame i contenuti, le scelte stilistiche e il tono dei testi proposti è possibile ipotizzare che essi siano tratti da:
A un atlante geografico
B una rivista d’arte
C un diario di viaggio
D un depliant promozionale turistico
7 «… e una volta lì visitiamo la casa e il museo cervantino» (righi 4-6).
Considerando il testo nel suo insieme, quale significato potrebbero avere
l’aggettivo “cervantino”?
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8 «Imboccando la statale N-420 arriviamo a Porto Làpice, luogo molto importante nell’opera di Cervantes» (righi 20-21).
All’interno di questo periodo, l’espressione sottolineata assolve alla funzione di:
A complemento di stato in luogo
B attributo del complemento di stato in luogo
C apposizione del complemento di stato in luogo
D apposizione del complemento di moto a luogo
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le grandi scoperte geografiche
Verso l’Invalsi
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testo
non continuo
TESTO NON LETTERARIO
Le grandi scoperte geografiche
Il primo dei quattro viaggi di Cristoforo Colombo verso le Americhe (1492-1504)
Partenza da Palos (Spagna).
Rotta della spedizione di Vasco de Gama verso l’India (1498).
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
Invalsi
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Rotta della spedizione di Ferdinando Magellano (1519-1522).
INGHILTERRA
FRANCIA
COTONE
ZUCCHERO
TABACCO
Tunisi
MAROCCO
INDIE
OCCIDENTALI
MESSICO
OCEANO
ATLANTICO
SCHIAVI
ARMI
ALCOOL
STOFFE
UTENSILI
Tripoli
Il Cairo
SENEGAL
e
Costa d gli schia
vi
Golfo
di Guinea
Fernando Poo
Sao Tomè
OCEANO
PACIFICO
Rotte commerciali
francesi e inglesi
Rotta del commercio triangolare sviluppatosi tra il XVII e il XVIII secolo.
Schiavi africani deportati verso le Americhe tra il XV e il XIX secolo
Anni
Europa e isole atlantiche America (Nord-Centro-Sud)
1441-1600
150 000
125 000
1601-1700
24 500
1 316 000
1701-1810
6 052 000
1811-70
1 898 000
174 500
9 391 000
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
le grandi scoperte geografiche
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1 In base alle informazioni ricavate dai testi, le grandi spedizioni esplorative
che portano alla scoperta di nuove terre si svolgono:
A nell’arco temporale di un secolo
B nell’arco temporale di circa trent’anni
C tra la fine del XV secolo e la seconda metà del XVI secolo
D tra la seconda metà del XVI secolo e la prima metà del XVII secolo
2 Da quali Stati vengono promosse e finanziate le spedizioni esplorative dei
navigatori europei?
A Olanda e Spagna
B Spagna e Portogallo
C Inghilterra e Olanda
D Inghilterra e Portogallo
3 «Dopo le spedizioni di Colombo, Vasco de Gama e Magellano nel mondo
non esistono più continenti sconosciuti».
Alla luce dei testi forniti, spiega se questa affermazione può essere considerata condivisibile.
..............................................................................................................................................................................................................................................
4 Uno degli obiettivi culturali delle prime spedizioni transoceaniche è la dimostrazione empirica della teoria relativa alla sfericità della Terra. Quale viaggio
conferma in modo inconfutabile quest’idea? Motiva la tua risposta.
..............................................................................................................................................................................................................................................
5 Riflettendo sul contenuto delle mappe e della tabella, quale rapporto si può
ipotizzare tra le grandi scoperte geografiche e la deportazione di migliaia di
Africani in America?
..............................................................................................................................................................................................................................................
6 Interpretando i dati numerici presentati nella tabella, indica se le seguenti affermazioni sono vere V o false F .
a. Il flusso degli schiavi africani verso le Americhe si mantiene
V F
costante nel tempo
b. Tra il Settecento e l’Ottocento nei paesi europei
e nelle colonie vigono le stesse leggi sulla schiavitù
c. Alla fine del XIX secolo la schiavitù viene abolita
sia in America sia in Europa
d. Le scoperte geografiche determinano subito un forte
incremento della schiavitù
e. La deportazione degli Africani è strettamente legata
alle necessità economiche dell’Europa
f. Tra il Seicento e il Settecento le popolazioni originarie
delle Americhe subiscono un forte calo demografico
V
F
V
F
V
F
V
F
V
F
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Verso l’Invalsi
TESTO NON LETTERARIO
Fortezza America
la rivincita del ghetto sul sogno della città aperta, la vendetta della segregazione autoinflitta1 su chi aveva creduto nella speranza della comunità
umana.
Dal 1989, quando fu lanciata con enorme successo di vendite la prima edizione superesclusiva per milionari a Laguna Beach in California, la “gated
community”, il quartiere fortezza che si autorinchiude dietro mura, “gate”,
cancellate, sbarre, “rent-a-cop”, i poliziotti a noleggio, si è riprodotta in migliaia di esemplari attraverso tutti gli Stati Uniti.
Ce ne sono per anziani e per coppie con bambini, per bianchi ricchi e inconfessabilmente ancora segregazionisti come per non bianchi che vogliono la
rassicurazione della propria omogeneità e identità culturale. Ma il risultato è
il patto con il diavolo che due urbanisti californiani, Ed Blakeley della Università della South California e Mary Snyder di Berkley hanno definito in una
ricerca del 1997, «la nuova Fortezza America»: in cambio della – spesso falsa,
dicono le statistiche – sensazione di sicurezza e di protezione, sta nascendo
una nazione di tetri villaggi neomedioevali chiusi in loro stessi, angosciati
dall’assedio di tartari2 là fuori.
Sono soprattutto diffuse negli Stati del Sud, Georgia, Lousiana, Alabama,
Texas […] ma ormai non mancano in nessun territorio, da Nord e a Sud, particolarmente in quella Florida, alla quale approdano gli anziani, per rinchiudersi fra loro nel loro tramonto.
Possono essere stupende, con vialetti alberati, praticelli curati da manicuristi
dell’erba,3 piscina, campi di tennis, guardia medica 24/7 e l’obbligatorio golf,
o molto più modeste, senza speciali attrazioni che non siano le mura di recinzione attorno al villaggio e l’annoiatissimo poliziotto privato che dovrebbe
controllare la “gate”, il cancello. L’epidemia di queste nuove, e insieme antichissime, forme di separazione dal resto della comunità urbana, dove oggi
vive il 5% della popolazione americana, l’equivalente di una New York con le
mura attorno, coincide con il panico da criminalità che ebbe negli anni Ottanta il suo picco.
La risposta che gli autoghettizzati invariabilmente danno è infatti la paura del
crimine, l’ansia di sentirsi al sicuro, il bisogno di omogeneità sociale, spesso
razziale. «Lo facciamo perché i nostri bambini possano crescere tranquilli»
rispondono le famiglie. «Non vogliamo più tremare quando attraversiamo la
strada come a New York, Chicago o Detroit» dicono gli anziani.
È
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1. autoinflitta: procurata
dalle stesse persone che
la subiscono.
2. tartari: popoli nomadi
di origine asiatica; in
questo caso sta per
“barbari”, “invasori”.
3. manicuristi
dell’erba: modo ironico
per riferirsi ai giardinieri
che tagliano l’erba con
cura estrema, quasi
facessero la manicure.
genere
articolo
di costume
tratto da
la Repubblica
testo
espositivoargomentativo
continuo
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fortezza America
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E nei ghetti per vecchi, non ci sono bambini. I nipoti possono venire a trovare i nonni, ma poi, via, proibiti. Troppa vita, troppa vitalità nel ghetto dei
quasi morti.
Le comunità con l’immaginario ponte levatoio, spesso autosufficienti, con
generatori elettrici autonomi, scorte di alimentari e farmacia esclusive, microbus elettrici e servizi propri di raccolta dei rifiuti sono la degenerazione finale della fuga dalla città maledetta che cominciò nel 1951. Nacquero allora
i sobborghi pianificati, le Levittown, sviluppate dal costruttore Levitt in Pennsylvania, con le casette identiche, le famiglie identiche, le automobili identiche, le donne vestite e truccate in modo identico, e il senso di un Eden da
mezze calzette pendolari dove tutti si conoscevano, non c’erano “colored”4 e
nessuno chiudeva la porta di casa a chiave.
Poi dai sobborghi, anche per il costo dei terreni, la fuga si estese alle zone extraurbane ancora più lontane e isolate dalla infetta metropoli, ma nessun
luogo è mai abbastanza lontano dalla paura. […]
L’illusione della sicurezza non si è realizzata, al contrario. La certezza di sapere che oltre quelle mura comunque mai più alte di 180 centimetri – il massimo consentito dalla legge – ci sono soldi, ha funzionato spesso da calamita
[…]. E se niente di materiale sarà rubato, la condanna di queste comunità
chiuse, di questi ghetti volontari, è già inflitta: la loro desolata solitudine.
Vittorio Zucconi, adattamento da “la Repubblica”
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4. “colored”: nell’inglese
americano indica tutte le
persone non bianche.
WASP
Negli Stati Uniti l’acronimo WASP (White Anglo-Saxon Protestant) definisce
coloro che non appartengono a nessuna delle minoranze che nei secoli passati
hanno popolato il territorio americano, come Afroamericani, Ebrei, Irlandesi,
Italiani, Latinoamericani, Asiatici e discendenti di immigrati dall’Europa centrale, orientale e settentrionale.
I WASP costituiscono la maggioranza della classe dirigente statunitense e
hanno la tendenza a chiudersi in circoli ristretti, allo scopo di isolare i membri
di altri gruppi escludendoli dai luoghi in cui si prendono decisioni rilevanti in
ambito politico ed economico.
1 Collegando l’insieme delle informazioni contenute nel brano, il titolo
«Fortezza America» si riferisce:
A all’insieme delle difese militari predisposte dagli Stati Uniti per fronteggiare attacchi terroristici
B all’insieme delle leggi che ostacolano l’ingresso di immigrati irregolari negli Stati Uniti
C ai nuovi quartieri sorti lontano dai centri urbani per proteggere gli abitanti dalla criminalità
D ai quartieri residenziali abitati da persone accomunate da età, origine etnica, situazione sociale ed economica
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
2 I quartieri fortezza vengono paragonati ai «tetri villaggi neomedioevali»
(rigo 16) perché:
A sono circondati da mura alte e possenti
B sono retti da regole ferree
C sono protetti da foreste impenetrabili
D sono quasi del tutto autosufficienti
3 Quale di queste date utilizzeresti per indicare l’origine dei quartieri fortezza
statunitensi?
A 1951
B fine anni Ottanta
C 1989
D 1997
Motiva brevemente la tua risposta.
..............................................................................................................................................................................................................................................
4 Queste affermazioni definiscono alcune caratteristiche dei quartieri fortezza:
indica quali di esse possono essere considerate vere V e quali false F .
A Sono una prerogativa esclusiva dei WASP
V F
B Hanno come elemento ricorrente la presenza di mura,
V F
cancelli, sbarre e poliziotti
C Si sono rivelati un efficace sistema per sfuggire alla criminalità
V F
D I loro abitanti hanno un atteggiamento fiducioso nei confronti
V F
di chi non conoscono
E Tra i difetti dei loro abitanti ci sono il conformismo e il razzismo V F
5 Alla fine del 2010 la popolazione degli Stati Uniti ammontava a circa
300 000 000 di abitanti. Quanti di essi vivono in «gated community»?
A Circa 150 000
B Circa 750 000
C Circa 300 000
B Circa 15 000 000
6 «Ma il risultato è il patto con il diavolo…» (righi 11-12).
Si parla di “patto con il diavolo” quando per ottenere qualcosa a cui si tiene
molto (bellezza, ricchezza, giovinezza), si rinuncia a qualcosa di più importante, come la vita o l’anima: in che cosa consiste il “patto con il diavolo”
degli abitanti delle «gated community»?
..............................................................................................................................................................................................................................................
7 Spiega brevemente il significato dell’espressione «guardia medica 24/7» (rigo 23).
..............................................................................................................................................................................................................................................
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fortezza America
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8 «È la rivincita del ghetto sul sogno della città aperta, la vendetta della segregazione autoinflitta…» (righi 1-2).
Alla luce del significato complessivo del testo e della costruzione sintattica
della prima parte del brano, quale termine funge da soggetto di questa frase?
..............................................................................................................................................................................................................................................
9 Riflettendo sul registro linguistico e sul tono complessivo dell’articolo si può
concludere che l’autore:
A presenta l’argomento in modo oggettivo e impersonale
B partecipa vivacemente al dibattito intorno a queste strutture abitative
C prova una certa invidia nei confronti degli abitanti dei quartieri fortezza
D valuta negativamente la scelta degli abitanti dei quartieri fortezza
Motiva brevemente la tua risposta.
..............................................................................................................................................................................................................................................
10 «Lo facciamo perché i nostri bambini possano crescere tranquilli» (rigo 33).
Nel contesto della frase “lo” è:
A articolo indeterminativo
B pronome personale complemento
C pronome personale soggetto
D presente indicativo dell’ausiliare “avere”
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
Verso l’Invalsi
TESTO NON LETTERARIO
ere alcolici è socialmente più dannoso che prendere eroina, cocaina o
altre droghe. Lo afferma, dati alla mano, un eminente studioso britannico, che fino allo scorso anno presiedeva il gruppo di consiglieri governativi su droghe e sostanze nocive. In una nazione come il Regno Unito, dove
l’alcolismo è un problema diffuso ed evidente (basta mettersi fuori da un pub
il sabato sera per rendersene conto), l’allarme lanciato dal professor David
Nutt, in un articolo per l’autorevole rivista scientifica “Lancet”, non dovrebbe rimanere inascoltato. Lo studioso chiede al governo di riclassificare
l’alcol tenendo conto della sua maggiore pericolosità sociale,1 suggerisce di
aumentare il costo degli alcolici per dissuadere almeno i più giovani dall’abuso e propone misure per considerare gli effetti dell’alcolismo “passivo”,
così come è stato già fatto per il “fumo passivo”.
Non tutti concorderanno con le sue tesi, perché il professor Nutt è uno
scienziato che ha già creato controversie e polemiche nel recente passato. Lo
scorso anno fu licenziato dal suo ruolo di capo dei consiglieri governativi
sulle droghe dopo avere criticato il governo per la decisione di riclassificare la
marijuana da droga di livello C a droga di livello B, ovvero più pericolosa.
Secondo Nutt, presentarla come una sostanza più dannosa e potente avrebbe
avuto l’effetto di attirare un maggiore consumo, mentre di fatto vari studi la
descrivevano come non particolarmente nociva, con l’eccezione di un tipo
particolare di erba. In un’altra occasione, lo studioso si era attirato critiche
per avere scritto in un articolo che la probabilità di morire di ecstasy era pari
a quella di morire per una caduta da cavallo, mettendo sullo stesso piano le
droghe chimiche e l’equitazione. I maligni ironizzarono all’epoca sul suo
nome, Nutt, che in inglese suona come la parola “matto”.
Le credenziali scientifiche di David Nutt, tuttavia, sono ineccepibili. E all’articolo su “Lancet” hanno collaborato anche un noto farmacologo, Leslie King,
e l’economista Lawrence Philips. Il loro studio afferma che l’alcol è tre volte
più dannoso della cocaina o del tabacco e cinque volte più dannoso del mefedrone.2 Recenti rapporti del National Institute for Health e di altri organismi
condividono sostanzialmente questa tesi. Su un massimo di 100 punti, lo studio del professor Nutt ne assegna 72 all’alcol, 55 all’eroina, 54 alla cocaina.
In termini di danno individuale, l’alcol è classificato al quarto posto, ma balza
al primo quando si tiene conto del danno sociale, ossia non solo del rischio di
morte e malattie per chi ne fa uso, ma pure delle implicazioni sociali come
conflitti familiari, costi economici, declino della coesione comunitaria. Crimini e disordini sociali legati all’abuso di alcolici costano al contribuente britannico 13 miliardi di sterline (circa 15 miliardi di euro) ogni anno.
B
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1. pericolosità sociale:
rischio di danni che la
società può subire a
causa del consumo di
alcol da parte di singoli
individui (ad esempio, atti
di violenza familiare o
incidenti automobilistici).
2. mefedrone: sostanza
euforizzante che agisce
sul sistema nervoso, sul
mercato dal 2008.
Nonostante i suoi effetti
tossici non siano ancora
del tutto noti, diversi
paesi europei l’hanno
inserita nell’elenco delle
sostanze illegali.
genere
articolo
di costume
tratto da
la Repubblica
testo
espositivo misto
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da Enrico Franceschini, “la Repubblica”
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Il Binge drinking
Il Binge drinking consiste nel bere fino a stordirsi, buttando giù almeno cinque
bicchieri di alcolici o superalcolici nell’arco di due ore e fuori dai pasti.
Il fenomeno del Binge drinking è nato nel Nord Europa ma si sta velocemente
diffondendo anche tra i giovani italiani: questi ultimi, secondo una ricerca,
hanno il primo contatto con l’alcol in famiglia (54% dei casi) e intorno ai quattordici anni, una modalità «quasi impensabile nei contesti culturali dei paesi
nordici».
2010 Consumo alcolici (13-24 anni)
2005 Binge drinking (13-24 anni)
2010 Binge drinking (13-24 anni)
1. Astemi
2. Bevitori occasionali o
abituali
1. Femmine che hanno
praticato il Binge drinking
2. Maschi che hanno
praticato il Binge drinking
3. Bevitori che non hanno
mai praticato il Binge
drinking
1. Femmine che hanno
praticato il Binge drinking
2. Maschi che hanno
praticato il Binge drinking
3. Bevitori che non hanno
mai praticato il Binge
drinking
Indagini svolte su un campione di 2000 giovani.
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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Invalsi
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
1 Dopo aver valutato l’insieme di documenti (comprese le tabelle), formula un
titolo adeguato al testo proposto.
..............................................................................................................................................................................................................................................
2 In base ai dati presentati, indica quali delle affermazioni seguenti possono
essere considerate vere V e quali false F .
a. Il consumo giovanile di alcolici è rimasto pressoché invariato
V F
negli ultimi cinque anni
b. I giovani sono molto sensibili a mode nate in ambiti geografici
e culturali diversi
c. Il professor Nutt è universalmente considerato uno studioso
rispettabile
d. Secondo David Nutt la conoscenza dei rischi legati
a un comportamento ha sui giovani un effetto deterrente
e. Gli studi del professor Nutt sono stati suffragati
da altri studiosi con credenziali ineccepibili
V
F
V
F
V
F
V
F
3 Ponendo sullo stesso piano le droghe chimiche e l’equitazione, Nutt usa come criterio:
A i rischi impliciti nei due comportamenti
B la percentuale annua di morti provocati dalle droghe e di questa pratica
sportiva
C gli alti costi che accomunano droghe ed equitazione
D l’attrazione che le due esperienze esercitano sui giovani
4 «i giovani italiani […] hanno il primo contatto con l’alcol in famiglia (54% dei
casi) e intorno ai quattordici anni, una modalità “quasi impensabile nei contesti culturali dei paesi nordici”» (nel box).
Utilizzando le tue conoscenze personali, spiega perché, secondo te, la modalità di approccio all’alcol dei ragazzi italiani viene considerata diversa da
quella dei giovani che abitano nel Nord Europa.
..............................................................................................................................................................................................................................................
5 Spiega con parole tue il significato dell’espressione «alcolismo “passivo”» al
rigo 11. Motiva la tua risposta.
..............................................................................................................................................................................................................................................
6 Con quale argomento Nutt ha criticato la decisione del governo di riclassificare la marijuana come droga più pericolosa?
..............................................................................................................................................................................................................................................
7 Nel 2010 quanti bevitori non hanno mai sperimentato il Binge drinking?
A 1500
B 1420
C 1586
D 1066
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8 «Le credenziali scientifiche di David Nutt, tuttavia, sono ineccepibili» (rigo 26).
All’interno di questa frase, l’espressione “credenziali ineccepibili” significa:
A bagaglio di conoscenze lacunoso
B curriculum professionale a cui non si può muovere alcuna critica
C comportamento morale rispettabile
D grande capacità di dimostrare nuove ipotesi
9 I maligni scherzano sul nome di Nutt.
In che cosa consiste lo scherzo?
..............................................................................................................................................................................................................................................
Da che motivi nasce la derisione?
..............................................................................................................................................................................................................................................
10 L’alcol, secondo Nutt, è più dannoso a livello individuale o sociale?
..............................................................................................................................................................................................................................................
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Ocse Pisa
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
Verso l’Ocse Pisa
TESTO LETTERARIO
Steinbeck è stato uno dei più caratteristici rappresentanti della ripresa economica americana in letteratura, convinto della funzione di nuova responsabilità che in quegli anni si attribuiva allo scrittore e del forte impegno sociale
che questa implicava. Il vigore, la verità e l’immediatezza con cui descriveva
le drammatiche vicende del mondo rurale della California gli attirarono le
simpatie del pubblico e della critica anche fuori dagli Stati Uniti, come dimostra l’ammirazione mostrata per lui, in Italia, da Pavese e Vittorini. Il periodo
bellico, tuttavia, segnò una frattura nel mondo steinbeckiano: la società americana, nel dopoguerra ormai profondamente cambiata, stava avviandosi
verso valori e modelli consumistici, lontani dalla visione della realtà che
aveva così fortemente caratterizzato lo scrittore negli anni Trenta e Quaranta.
L’affare al n° 7 di rue de M... appartiene al filone satirico e ironico di Steinbeck, rivolto per l’appunto contro questa nuova società, che lo scrittore coltivò a partire dagli anni Cinquanta.
Esasperando le situazioni sino al punto di rottura, tramutando la piccola
realtà in un mondo surreale, la sua satira insidiosa non risparmia nessuno:
la nobiltà, la borghesia, il clero, i piccoli impiegati, le spie, i confidenti della
polizia. Il suo atteggiamento è quello di chi, fingendosi un cittadino rispettoso e conformista, recita una falsa obbedienza, un falso perbenismo, ma attraverso la deferenza clownesca mostra il ridicolo delle convenzioni e delle
norme.
genere
racconto
fantastico
autore
John
Steinbeck
tratto da
“Il racconto”
anno
1955
luogo
Stati Uniti
L’affare al n° 7 di rue de M...
vevo sperato di sottrarre alla curiosità del pubblico gli eventi piuttosto
curiosi che, da un mese a questa parte, m’hanno dato qualche preoccupazione. Sapevo, naturalmente, che nel vicinato si facevano molte chiacchiere. Mi erano perfino giunte all’orecchio alcune delle versioni distorte che
circolavano nel quartiere: storie, mi affretterò ad aggiungere, in cui non c’era
un briciolo di verità. Sia come sia, il mio desiderio di tenere la faccenda in
privato è stato mandato in frantumi, ieri, dalla visita di due esponenti del
quarto potere,1 i quali mi hanno assicurato che la storia, o per meglio dire
una storia, aveva oltrepassato i confini del mio arrondissement.
In vista della pubblicità che ci sovrasta, ritengo mio dovere riferire gli autentici particolari di quegli avvenimenti che sono ormai noti come il Caso del
n° 7 di rue de M…, affinché sciocche assurdità non vadano ad aggiungersi a
una serie di circostanze non prive di una certa bizzarria. Descriverò gli eventi
come si svolsero, senza commenti, permettendo così al pubblico di giudicare
da sé la situazione.
All’inizio dell’estate mi trasferii con la mia famiglia a Parigi e presi alloggio in
una graziosa casetta al N. 7 di Rue de M...: un edificio che, in altra epoca, era
stato la scuderia della grande casa che sorge lì accanto. L’intera proprietà è
ora posseduta, e in parte abitata, da una nobile famiglia francese, di antichità
e lignaggio2 tali che i suoi membri si ostinano a considerare inaccettabile la
pretesa dei Borboni3 al trono di Francia.
A
5
1. quarto potere: si
definisce quarto potere la
capacità che hanno i
mezzi di comunicazione
di massa di influenzare
l’opinione pubblica.
2. lignaggio: è la linea di
discendenza attraverso
cui una famiglia continua
la sua storia; si usa
normalmente per indicare
la discendenza di una
casata nobiliare.
3. Borboni: la casata dei
Borboni salì al trono di
Francia nel 1589 e vi
rimase fino all’800, poco
prima della dichiarazione
della repubblica.
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J. STEINBECK
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lʼaffare al n° 7 di rue de M...
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John Steinbeck, nato a Salinas nel 1902, crebbe
In quella graziosa stalla rimodernella campagna californiana, sfondo di molti suoi
nata, con tre piani di stanze sovralavori. Nel 1919-25 frequentò saltuariamente la
stanti un ben pavimentato cortile,
Stanford University e nel 1925-35 fu occupato nei
più disparati lavori manuali oltre che nelle prime
portai la mia famigliola, formata
prove narrative, che coincidono con la grande crisi
da mia moglie, dai miei tre figli
economica del 1929 e il successivo rilancio. Il suo
primo libro importante è la raccolta di racconti
(due ragazzetti e una signorinella)
I pascoli del cielo (1932), seguito da Al dio sconoe, naturalmente, dal sottoscritto. Il
sciuto (1933), nei quali lo scrittore sviluppa quella
nostro personale, in aggiunta alla
che rimarrà la sua tematica caratteristica, il rapporto tra l’uomo e la terra in California. Dopo un primo romanzo di grande
custode che, come saprete, è comsuccesso, Pian della Tortilla (1935) di tono picaresco, decide per una scritpresa nella casa, è composto da
tura sempre più aspra e polemica. Così è in La battaglia (1936), storia di
uno sciopero di lavoratori agricoli, e soprattutto in Uomini e topi (1937), trauna cuoca francese di grande abigica storia di due braccianti in cerca di lavoro, e in Furore (1939), che narra
lità, da una cameriera spagnola e
la disperata migrazione di una famiglia dell’Oklahoma verso una California
dalla mia segretaria, una ragazza di
dominata da strutture agrarie di tipo feudale. Furore ricevette nel 1940 il
premio Pulitzer e diventò, nella trasposizione di John Ford, un classico del
nazionalità svizzera i cui vertici di
cinema americano. Dopo essersi trasferito a New York, Steinbeck passò
capacità e ambizione sono uguaparte della guerra in Europa come corrispondente per il «New York Herald
Tribune». Di argomento bellico è la commedia La luna è tramontata (1942),
gliati soltanto dalle sue vette moambientata nella Norvegia occupata dai nazisti. Dopo alcuni altri romanzi,
rali. Questo, dunque, era il nostro
tornò al grande successo internazionale con La valle dell’Eden (1952), mopiccolo gruppo familiare quando
derna trasposizione della vicenda di Caino e Abele, oggetto di una fortunata
versione cinematografica di Elia Kazan. Nell’ultima fase della sua produgli eventi di cui sto per farvi la crozione acquistano maggiore rilievo i motivi ironici e satirici: Quel fantastico
naca ci piovvero tra capo e collo.
giovedì (1954); Il breve regno di Pipino IV (1957); L’inverno del nostro scontento (1961) e il tema del viaggio (Viaggio con Charley, 1962). Nel 1962 gli
Se qualcuno deve avere un influsso
fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Morì a New York nel 1968.
su questa faccenda, non posso proprio far altro che addossarne non
dico la colpa ma piuttosto la paternità, sia pure innocente, al mio figliolo minore John, che soltanto di recente
ha compiuto gli otto anni: un bambino vivace, di singolare bellezza e dalla
robusta dentatura.
Questo giovanotto, durante i sette anni passati in America, è diventato non
dirò proprio un vizioso ma piuttosto un aficionado4 di quella strana abitudine
americana che consiste nel «masticare la cicca», e uno degli aspetti piacevoli
della nostra primavera parigina stava nel fatto che il cadetto John avesse trascurato di portare con sé, dall’America, parte di quell’atroce sostanza gommosa. La dizione del bambino divenne più chiara e non più inceppata e dai
suoi occhi scomparve l’espressione da ipnotizzato.
4. aficionado: si tratta di
parola spagnola che
Ahimè, quella deliziosa situazione non doveva protrarsi a lungo. Un vecchio una
significa appassionato o
amico di famiglia, che si trovava a viaggiare in Europa, portò in regalo ai amante di qualcosa, in
caso della gomma
bambini una provvista più che adeguata di quell’ignobile gomma; convinto questo
americana.
di usare loro una gentilezza. Di conseguenza, tornò a insediarsi l’antico stato 5. recisa la giugulare: è
dei modi usati per
di cose. Le parole si aprivano un umido varco attorno a un grosso gnocco di uno
uccidere un maiale,
gomma ed emergevano con il rumore di un sifone difettoso. Le mascelle ovvero quello di tagliare
la vena giugulare al collo.
erano costantemente in moto, dando alla faccia, nella migliore delle ipotesi, L’animale muore in pochi
un’espressione tormentata, mentre gli occhi assumevano un che di vitreo, secondi.
6. laissez-faire: in
come quelli di un maiale cui di recente fosse stata recisa la giugulare.5 Poiché francese “lasciar fare”;
già dichiarato poco
sostengo che i bambini non vadano inibiti, mi rassegnai a un’estate non così come
sopra, il protagonista del
piacevole come a tutta prima avevo sperato.
racconto preferisce non
troppi divieti ai figli,
Ci sono momenti in cui non seguo la mia consueta teoria del laissez-faire.6 dare
a eccezione di alcune
Quando compongo il materiale per un libro, o per un lavoro teatrale, o per poche regole.
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7. cadetto: cadetto
indica il figlio maschio
non primogenito
all’interno di una famiglia
nobile. Il termine è usato
qui in modo ironico.
8. Figaro Littéraire: è un
quotidiano francese, di
antica fondazione (1826);
Le Figaro Littéraire dal
1946 è un settimanale
gratuito, pubblicato in
aggiunta al quotidiano, in
cui compaiono articoli di
letteratura, filosofia,
critica teatrale
cinematografica, racconti
ecc.
9. «Sartor Resartus» (Il
sarto rappezzato): è il
titolo di un’opera scritta
da T. Carlyle nel 1836, in
cui l’autore costruisce
una singolare filosofia
degli abiti, per riflettere
su ciò che è essenziale e
ciò che è superfluo, su
ciò che condiziona le
abitudini umane e il
giudizio sociale.
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un saggio, quando, in una parola, è richiesto il massimo della concentrazione,
ecco che tendo a imporre regole tiranniche in nome della mia personale comodità ed efficienza. Una di queste norme è che non ci siano né masticamenti né esplosioni di bolle, mentre io mi sforzo di concentrarmi. Questa regola è stata compresa in modo così compiuto dal cadetto7 John, che egli
l’accetta come una delle tante leggi di natura e non tenta né di protestare né
di sottrarvisi. È suo piacere, e mio conforto, che mio figlio venga talvolta
nella mia stanza di lavoro, dove per un certo tempo siede tranquillamente accanto a me. Sa che deve starsene in silenzio e, dopo essersi trattenuto tanto a
lungo quanto il suo carattere glielo consente, se ne va in punta di piedi, lasciando entrambi arricchiti da quella tacita vicinanza.
Due settimane fa, nel tardo pomeriggio, sedevo al mio tavolo di lavoro, intento a un breve saggio per il Figaro Littéraire,8 saggio che in seguito fece sorgere qualche controversia, essendo stato pubblicato con il titolo «Sartor Resartus».9 Ero arrivato a quel passaggio che riguarda l’abbigliamento più
consono per l’anima quando, con mia meraviglia e disappunto, udii l’inconfondibile suono, molle ed esplosivo insieme, di un pallone di gomma da cicche che si rompe. Guardai severamente il mio rampollo e vidi che masticava
a tutt’andare. Le guance erano rosse per l’imbarazzo e i muscoli delle mascelle sporgevano rigidamente in fuori.
«Conosci la regola», dissi, in tono gelido.
Con mio stupore, negli occhi gli spuntarono le lagrime e, mentre le mandibole continuavano a masticare di lena, la vocetta biascicante si fece strada
oltre il grosso bolo di gomma che riempiva la bocca.
«Non sono stato io», gridò John.
«Come sarebbe a dire, non sei stato tu?» lo investii, irritato. «Ho sentito benissimo, come ora vedo benissimo che mastichi».
«Oh, papà!» gemette lui. «È vero, ti dico. Non sono io che la mastico, è lei
che mastica me».
Per un momento, lo scrutai negli occhi, da vicino. È un bambino onesto e
soltanto quand’è pressato da un interesse assai più forte di lui permette a se
stesso una bugia. Mi nacque l’orribile sospetto che la cicca avesse avuto finalmente partita vinta e che la ragione di mio figlio stesse vacillando. In tal caso,
era meglio procedere con le buone. Mostrai pazientemente il palmo della
mano. «Posala qui», dissi.
Coraggiosamente, il mio bambino tentò di districare il bolo di gomma dalle
mascelle. «Non vuole lasciarmi andare, papà», farfugliò.
«Apri bene», dissi; poi, infilandogli le dita in bocca, m’impossessai del grosso
gnocco di gomma e, dopo una lotta in cui le mie dita continuavano a scivolare
e a perdere la presa, riuscii a estrarlo e a deporre l’orribile viscosità molliccia
sulla scrivania, in cima a una risma di carta bianca.
Per un attimo, parve rabbrividire là sul foglio candido; poi, con tranquilla
lentezza, cominciò a ondularsi, a gonfiarsi e rimpicciolirsi con l’esatto movimento di una masticazione in atto, mentre mio figlio e io osservavamo con gli
occhi fuori della testa.
Per un pezzo la osservammo, mentre io esploravo la mia mente, in cerca di
una possibile spiegazione. O io stavo sognando, oppure qualche principio fiV. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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nora sconosciuto aveva eletto a sua sede la cicca di gomma che pulsava sulla
mia scrivania. Non sono un ottuso. Mentre consideravo quella cosa indecente, centinaia di piccoli pensieri e barlumi di comprensione saettavano attraverso il mio cervello. Alla fine domandai: «Da quanto tempo ti stava “masticando”?».
«Fino da ieri sera», rispose lui.
«E quando ti sei accorto di questa… propensione da parte sua?».
Parlò con assoluto candore. «Ti prego di credermi, papà», disse. «Ieri sera,
prima di addormentarmi, l’ho messa sotto il cuscino, come faccio sempre. Di
notte mi sono svegliato e ho scoperto che l’avevo in bocca. L’ho rimessa sotto
il cuscino e stamattina l’avevo di nuovo in bocca, distesa sulla lingua. Quando, però, mi sono sentito completamente sveglio, ho avuto l’impressione di
un lieve movimento e subito dopo mi sono accorto che non ero più io il padrone della gomma. Si era messa a fare di testa sua. Ho cercato di togliermela di bocca, papà, e non ci sono riuscito. Tu stesso, con tutta la tua forza,
hai visto com’è stato difficile estrarla. Sono venuto nella tua stanza da lavoro
per aspettare che ti riposassi un momento, perché volevo metterti al corrente
delle mie difficoltà. Oh, papà, che cosa pensi che sia successo?».
L’immonda cosa teneva prigioniera tutta la mia attenzione.
«Devo riflettere», dissi. «Siamo in presenza di un fenomeno un po’ fuori dell’ordinario, e ritengo che non si debba accantonarlo così, senza indagarci su».
Mentre parlavo, nella gomma sopravvenne un cambiamento. Cessato di «masticare» se stessa, per un poco parve riposarsi; poi, con un movimento fluido,
come quegli esseri monocellulari dell’ordine Paramecium,10 la gomma scivolò
attraverso la scrivania, nella direzione di mio figlio. Per un attimo lo stupore
mi colpì e per un intervallo anche più lungo non afferrai il vero intento della
gomma. La vidi cadere sul ginocchio di John, arrampicarsi orridamente su
per il davanti della maglietta. Soltanto allora capii. Stava tentando di ritornargli in bocca. Lui la guardava salire, paralizzato dal terrore.
«Ferma!» gridai, perché mi ero reso conto che il mio terzogenito era in pericolo, e in momenti simili sono capace di una violenza che rasenta la furia
omicida. Afferrai il mostro sul mento del piccolo e, uscendo a grandi passi
dal mio studio, entrai nel salone, aprii la finestra e scagliai la cosa tra il pesante traffico della Rue de M…
Ritengo doveroso, per un genitore, dissipare, quand’è possibile, quegli choc
che potrebbero causare incubi o traumi. Ritornai nel mio studio e trovai il
piccolo John seduto dove l’avevo lasciato. Fissava nel vuoto.
«Figliolo», dissi, «tu e io abbiamo visto qualcosa che, pur avendo la certezza
che sia accaduta, troveremmo difficile descrivere ad altri con qualche probabilità di riuscirci. Ti prego di immaginare la scena se noi raccontassimo questa storia agli altri componenti della famiglia. Temo immensamente che diventeremmo lo zimbello di tutta la casa».
«Sì, papà», disse lui, passivo.
«Ragion per cui intendo proporti, figlio mio, di seppellire entrambi l’episodio in fondo alla nostra memoria e di non farne mai parola a nessuno,
finché vivremo». Aspettai il suo assenso e, poiché non veniva, lanciai
un’occhiata al suo faccino e lo vidi completamente devastato dall’orrore.
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10. Paramecium: si
tratta di un organismo
che vive in acqua, con
un’organizzazione
monocellulare, dalla
forma ovale la cui
superficie è ricoperta da
ciglia attraverso le quali
il paramecio si sposta.
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11. progressione
pseudopodiana: si dice
così l’andamento di
alcuni organismi
monocellulari (ad
esempio le amebe) che
circondano e inglobano le
prede per farne il proprio
cibo.
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Pareva che gli occhi volessero schizzargli dalla testa. Seguii la direzione del
suo sguardo. Sotto la porta, si stava infiltrando un foglio bianco, sottile
come carta, che, una volta entrato nella stanza, crebbe fino a diventare una
bolla grigiastra e rimase là sul tappeto, a pulsare e a contrarsi. Dopo qualche istante si mosse di nuovo per progressione pseudopodiana,11 avanzando
verso mio figlio.
Mi precipitai, lottando per non lasciarmi sopraffare dal panico. L’afferrai e la
scaraventai sulla mia scrivania; poi, agguantata, tra i molti trofei che adornavano le pareti, una mazza di guerra africana, letale strumento irto di punte,
battei la gomma fino a rimanere io senza fiato ed essa ridotta a un lacero
pezzo di sostanza plastica. Nell’attimo stesso in cui mi riposai, la vidi raccogliersi su se stessa e, per alcuni momenti, contrarsi rapidamente quasi stesse
ridendo della mia rabbia e impotenza, e poi muoversi inesorabilmente verso
mio figlio, che a questo punto si era rincantucciato in un angolo, gemente di
terrore.
Ora una gelida calma si era impossessata di me. Raccolsi la sudicia cosa, l’avvolsi nel fazzoletto, uscii di casa, percorsi tre isolati fino alla Senna e scagliai
il fazzoletto nella pigra corrente del fiume.
Passai buona parte del pomeriggio a calmare il mio figliolo e a cercar di convincerlo che non aveva più niente da temere. Ma era tale il suo nervosismo
che la sera dovetti dargli mezza tavoletta di sonnifero per farlo addormentare, mentre mia moglie insisteva perché telefonassi al medico. Non osavo,
quella sera, dirle perché non potevo obbedire al suo desiderio.
Durante la notte, venni svegliato – anzi, venne svegliata l’intera casa – da un
urlo soffocato e atterrito, che arrivava dalla camera dei bambini. Infilai le
scale a due gradini alla volta e irruppi nella camera, facendo scattare contemporaneamente l’interruttore della luce. John sedeva in mezzo al letto, urlante,
mentre con le dita si tormentava la bocca semiaperta, bocca che, orridamente,
continuava a masticare. Mentre guardavo, una bolla emerse tra le dita infantili e scoppiò con un umido e viscido «plop».
Che speranza c’era di conservare il nostro segreto, ormai? Bisognò spiegare
ogni cosa; ma, con la scoppiettante gomma inchiodata a un tagliere per
mezzo di un punteruolo del ghiaccio, la spiegazione risultò più facile del previsto. E sono orgoglioso dell’aiuto e del conforto che mi venne dato. Non c’è
forza che valga la solidarietà di una famiglia unita. La nostra cuoca francese
risolse il problema col rifiutarsi di crederci, perfino dopo averlo visto con i
suoi occhi. Non era una cosa ragionevole, ci spiegò, e lei era un essere ragionevole di una ragionevole razza. La cameriera spagnola ordinò e pagò un
esorcismo al parroco che, pover’uomo, dopo due ore di strenui tentativi se
ne andò, mormorando che la questione riguardava più lo stomaco che non
l’anima.
Per due settimane, fummo assediati dal mostro. Lo bruciammo nel caminetto, facendolo sfrigolare tra azzurre lingue di fuoco fino a fondersi in una
repellente porcheriola confusa tra la cenere. Prima che spuntasse il mattino,
era già strisciata attraverso il buco della serratura della stanza dei bambini e
ancora una volta venimmo strappati al sonno dalle urla del Cadetto.
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Disperato, mi portai con l’auto in piena campagna e la gettai dal finestrino
della macchina. Il mattino dopo era di ritorno. Evidentemente, era strisciata
fino all’autostrada e si era collocata lungo il flusso del traffico verso Parigi,
finché era stata raccolta da un pneumatico. Quando la estirpammo dalla
bocca di John, aveva ancora impressa l’impronta di un battistrada Michelin.12
Fatica e avvilimento finiscono alla lunga per farsi sentire. Esausto, sentendo
che la mia volontà di lottare si era afflosciata e dopo che avevamo tentato tutti
i mezzi possibili e immaginabili per distruggere la cicca, la posai alla fine
sotto una campana di vetro che uso, in genere, per proteggere il mio microscopio. Poi crollai in poltrona e rimasi a osservare la nemica con occhi stanchi ed espressione disfatta. John dormiva nel suo lettino sotto l’effetto dei sedativi, effetto rinforzato dalla mia promessa che non avrei mai perso di vista
la Cosa.
Accesi la pipa e mi disposi alla sorveglianza. Dentro la campana di vetro, il
grigio gnocco coperto di escrescenze si spostava inquieto, alla ricerca di una
via per uscire dalla sua prigione. Di tanto in tanto si fermava, come soprappensiero, ed emetteva una bolla nella mia direzione. Sentivo benissimo l’odio
che aveva per me. Nella mia stanchezza, scoprii che la mia mente scivolava in
un’analisi che fino a quel momento mi era sfuggita.
Sul retroscena di quella realtà, mi ero soffermato solo affrettatamente. La
spiegazione doveva essere che, grazie a una costante associazione con la vita
lambente rappresentata da mio figlio, la magia dell’esistenza si era trasmessa
alla gomma. E, con la vita, era venuta l’intelligenza: non l’intelligenza maschia e aperta del ragazzo, ma un’astuzia perfida e calcolatrice.
Come poteva essere diversamente? L’intelligenza, senza l’anima a farle da
contrappeso, deve di necessità essere malvagia. La gomma non aveva assorbito alcuna parte dell’anima di John.
Benissimo, stabilì la mia mente, ora che abbiamo un’ipotesi delle origini, vediamo di considerarne la natura. Che cosa pensa? Che cosa vuole? Di che
cosa ha bisogno? La mia mente spiccava balzi da terrier.13 Ha bisogno, si diceva, di ritornare nel suo ospite, mio figlio, e vuole assolutamente tornarci.
Vuole essere masticata. Dev’essere masticata per sopravvivere.
Dentro la campana di vetro, la gomma inserì un sottile cuneo della propria
sostanza sotto la pesante base di vetro e spinse in modo tale che l’intero vaso
si sollevò di alcuni millimetri. Risi, nel ficcarla sotto di nuovo. Risi con un
senso di trionfo quasi folle. Avevo trovato la soluzione.
In sala da pranzo, mi procurai un piatto di plastica, dalla dozzina di simili stoviglie che mia moglie aveva acquistato per le merende all’aperto. Poi, capovolgendo la campana e tenendo il mostro compresso sul fondo, cosparsi la
bocca del vaso di pesante cemento da presa,14 garantito a prova d’acqua, d’alcool e di acidi. Pressai il piatto contro l’apertura e ve lo tenni premuto finché
l’adesivo fece presa, incollando per sempre il piatto al vetro, formando un
contenitore a perfetta tenuta. Infine rimisi la campana di vetro nella posizione originale e regolai la lampada da tavolo in modo da poter osservare
ogni movimento della mia prigioniera.
Di nuovo essa si mise a esplorare il cerchio di base, alla ricerca di una via per
fuggire. Poi si collocò in modo da fronteggiarmi ed emise, rapida, un gran
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12. battistrada
Michelin: la Michelin è
una famosa ditta
produttrice di pneumatici
per automezzi.
Il battistrada è la
parte esterna dello
pneumatico.
13. terrier: il terrier è una
particolare razza di cani
da caccia specializzati
nella ricerca di animali
selvatici, specie nelle
tane sotterranee.
14. cemento da presa:
cemento che è in grado
di indurire molto
rapidamente, usato
normalmente per la
costruzione dei muri.
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numero di bolle. Udivo i suoi brevi, scoppiettanti «plop» attraverso il vetro.
«Ti tengo, bellezza», gridai. «Sei in trappola, finalmente».
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Questo accadeva una settimana fa. Da allora non mi sono mai mosso dalla
poltrona vicino alla campana di vetro, e al massimo ho distolto un attimo lo
sguardo per accettare una tazza di caffè. Quando devo andare in bagno, mia
moglie siede lì a darmi il cambio.
Posso ora riferire le seguenti, consolanti notizie. Nel corso del primo giorno
e della prima nottata, la cicca di gomma americana tentò con ogni mezzo di
fuggire. Poi, per un giorno e una notte parve agitata e nervosa, come se per la
prima volta si rendesse conto della disperata situazione in cui si trovava. Il
terzo giorno si rimise all’opera per tentare un movimento masticatorio, solo
che l’azione era enormemente accelerata, ora, un po’ come la masticazione di
un tifoso di baseball. Il quarto giorno cominciò a indebolirsi e ora notavo con
gioia una sorta di squamosa aridità sulla sua superficie un tempo così elastica
e lustra.
Siamo ormai al settimo giorno e ritengo che stia per avvicinarsi la fine. La
gomma giace al centro del piatto. Il suo colore si è fatto livido e giallastro.
Oggi, quando mio figlio è entrato nella stanza, la gomma ha dato un balzo di
eccitazione; poi, è parsa rendersi conto di non avere alcuna speranza e si è afflosciata sul piatto. Stanotte morirà, penso, e soltanto allora scaverò una profonda buca in giardino, vi depositerò la campana di vetro sigillata e vi pianterò dei gerani.
È mia speranza che questo resoconto possa finalmente far tacere alcune delle
sciocche fandonie che sono state spacciate nel vicinato.
L’affare al n° 7 di rue de M..., in “Il racconto”, I, n. 1, giugno 1975
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STRUMENTI DI LETTURA
La storia
L’incipit è quello tipico di tanti racconti del soprannaturale e dell’orrore, inteso a rafforzare la
“veridicità” di una vicenda che, dopo poche
battute, si rivela invece fantastica. In questi casi
il narratore premette che la storia che il lettore
si sta accingendo a leggere è un resoconto di
pura verità, essendone egli stato protagonista
e testimone diretto, e che con il presente scritto
intende dissipare gli equivoci intorno a una
certa vicenda dai contorni oscuri. Sennonché,
nello specifico, la minacciosa presenza all’origine della vicenda non si presenta sotto le
sembianze di un’entità soprannaturale né
come un’orripilante creatura generata dalle
oscurità della terra e neppure nelle vesti di un
sanguinario serial killer. Essa assume, in questo caso, la più inoffensiva sembianza immaginabile, quella di una minuscola, banale
(benché, volendo, leggermente ripugnante)
gomma da masticare. L’innocuo “vizio” di masticare la gomma, il chewing-gum americano,
si trasforma però in un vero e proprio incubo,
angoscioso e ossessivo, ancor più sconvolgente in quanto la vittima predestinata è il figlio
del narratore stesso, un tenero bimbo di otto
anni.
Il personaggio
narratore
L’impressione di veridicità della vicenda è rafforzata dal fatto che l’io narrante sembra es-
sere facilmente identificabile con la figura dell’autore reale del racconto, John Steinbeck, il
quale soggiornò ripetutamente a Parigi insieme alla famiglia. Il protagonista, infatti, è
uno scrittore, e uno scrittore di successo, a
giudicare dall’alto profilo residenziale della
sua dimora parigina e dal numeroso seguito
di persone di servizio. Inoltre, nella realtà,
Steinbeck aveva effettivamente un figlio di
nome John, nato nel 1946 e che perciò, all’epoca della stesura del racconto, aveva la
stessa età del John masticatore di chewinggum.
Le tecniche narrative
Benché il racconto sia costruito come un tipico racconto di “orrore quotidiano” e narri
una vicenda angosciosa, nella quale un incubo ritorna ossessivamente ad assillare
personaggi “reali” calati in una realtà quanto
mai “normale”, il fatto che il “mostro” persecutore sia una banale gomma da masticare
introduce una forte componente ironica e
satirica. Siamo, anzi, in presenza di due piani
di lettura ben distinti: il chewing-gum, sembra voler suggerire l’autore, proprio per la
sua banale inoffensività è il simbolo più
adatto per esprimere le subdole insidie del
moderno consumismo, che sotto apparenze
allettanti insinua tra le pieghe della vita quotidiana, a partire da quella dei bambini, gli invisibili tentacoli della manipolazione psicologica di massa.
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DOMANDE DI VERIFICA
1 L’ambientazione del racconto pone i personaggi protagonisti in:
A una casa in affitto in una località di villeggiatura in America.
B una casa di Parigi, che faceva parte di una dimora storica.
C una villa dei Borboni, a Parigi.
D in una non meglio identificata rue de M.., all’interno di una casa sconosciuta.
2 Tra il saggio che sta scrivendo il protagonista della storia dal titolo Sartor
Resartus e quanto accade a lui e al figlio si può dire ci sia una qualche corrispondenza?
A No, le due vicende sono completamente diverse: in una si parla di abiti e
nell’altra di un chewing-gum che non vuole smettere di essere masticato.
B No, in una si parla di filosofia e nell’altra si fa il resoconto di un fatto reale.
C Sì, si parla in entrambi della stessa questione ovvero di che cosa sia essenziale e cosa superfluo per gli uomini.
D Sono simili almeno in alcune cose perché fanno riferimento alla difficoltà
di raggiungere l’essenziale e di rifiutare le convenzioni sociali più inutili.
3 Facendo riferimento alle caratteristiche che la gomma presenta nel corso
del racconto, produci una sua descrizione, ripercorrendo la storia nell’ordine di narrazione.
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4 Le vie tentate per contrastare la gomma e la sua irrefrenabile volontà chiamano
in causa diverse qualità umane: quali ritieni siano, deducendole dal racconto?
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5 Quale registro ritieni sia stato usato nel racconto, facendo sì che a generare
di volta in volta sconcerto, paura, terrore o panico sia una semplice gomma
da masticare? Giustifica la tua risposta, argomentandola attraverso quanto
puoi dedurre dalla lettura del racconto e dal suo significato.
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6 «È mia speranza che questo resoconto possa finalmente far tacere alcune delle sciocche fandonie che sono state spacciate nel vicinato» (righi 278-279) dice il protagonista nella frase conclusiva del testo, andando a concludere
quanto affermato in apertura. Per quale motivo, secondo te, l’autore costruisce con questo intento la storia, che narra con il tipico andamento piano di un
resoconto?
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M. ALLINGHAM
il fantasma di Henry
Verso l’Ocse Pisa
TESTO LETTERARIO
I romanzi della Allingham appartengono al tipo “sofisticato” del genere poliziesco e dimostrano una notevole accuratezza sia nella descrizione dei più
disparati ambienti sociali, sia nella definizione psicologica dei personaggi. Il
fantasma di Henry, uno dei racconti migliori della Allingham, può essere considerato un esempio dello stile della scrittrice, caratterizzato da uno spirito
sottilmente satirico e una buona dose d’ironia. Il suo, anzi, è uno humour
d’impronta tipicamente britannica, sempre molto contenuto nei toni ma
acuto e pungente, che la scrittrice appunta tanto sui personaggi principali
quanto su quelli secondari.
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genere
racconto
tra realtà
e fantasia
autore
Margery
Allingham
tratto da
“Il racconto”
anno
1931
luogo
Inghilterra
Il fantasma di Henry
ara Millie, credo di essermi spiegato abbastanza, vero? Henry». Il
signor Henry Brownrigg firmò con uno svolazzo il foglietto di carta
celeste, poi lo posò esattamente al centro della vaschetta mal lavata,
e lasciato l’utensile bene in vista sul tavolo di cucina, perché la moglie lo trovasse al suo rientro, si allontanò, soddisfatto d’aver espresso il suo rimprovero con fermezza e insieme con garbo.
In quindici anni di matrimonio, il signor Brownrigg sentiva di essersi impadronito dell’arte di dire alla moglie il fatto suo. Non che fosse riuscito ad insegnarle qualcosa. Con una donna ottusa come Millie, questo andava al di là
di ogni speranza. Ma ormai, grazie alla lunga pratica, poteva indirizzarle un
rimprovero o farle pervenire un biasimo in modo tale da penetrare la placida
balordaggine di lei.
Mezz’ora dopo che Millie fosse tornata dalla spesa, e prima che il pranzo
fosse portato in tavola, la vaschetta sarebbe stata al suo posto nella camera
oscura,1 lustra e splendente come quando era nuova, e nient’altro sarebbe
stato detto sull’argomento. A tavola, tutt’al più, Millie sarebbe stata un po’
più ansiosa del solito di compiacere (senza riuscirvi) il marito.
Il signor Brownrigg passò dietro il bancone, spazzando via un granello di polvere dallo scatolone di creme per il viso. Erano le dodici e venticinque. Tra
cinque minuti esatti, Phyllis Bell avrebbe lasciato il suo ufficio in fondo alla
High Street, e tra sette minuti e mezzo sarebbe entrata dalla porticina stretta
e inondata di sole nella farmacia fresca e profumata di spezie.
Si sarebbe fermata sul pezzetto di pavimento sul quale il sole formava una
chiazza gialla e azzurra, tra i grandi vasi della vetrina2 che erano l’emblema
del mestiere del signor Brownrigg, e l’avrebbe fissato con i suoi limpidi occhi
azzurri, sporgendo le piccole labbra adorabili.
Il farmacista prese dal banco uno degli specchietti che erano in vendita tra
altri articoli di profumeria e si specchiò. Non era un uomo molto appariscente. Alto non era mai stato, e, a quarantadue anni, la persona robusta mo-
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1. camera oscura: per
alcune particolari
preparazioni i farmacisti
usano una camera
oscura perché la luce non
modifichi le proprietà
chimiche dei componenti
da loro trattati.
2. vasi della vetrina:
nelle farmacie –
soprattutto quelle più
antiche – sono esposti in
appositi scaffali i vasi di
ceramica dipinta nei quali
sono contenute le
sostanze utili a preparare
i farmaci.
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3. istrionico: istrione è
sinonimo di attore;
istrionico, in questo caso,
vuol dire che il farmacista
non voleva assumere un
atteggiamento che
apparisse non naturale,
fatto apposta, come
farebbe un attore.
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strava la netta tendenza a metter su pancia; ma c’era forza e virilità nelle
spalle quadrate, la faccia rasatissima e il collo largo avevano un che di taurino, e le labbra erano piene e carnose.
A Phyllis piacevano i suoi occhi. La incantavano, diceva, e molte delle altre
giovani donne che entravano nel negozio per acquistarvi qualcosa, e si intrattenevano a conversare col signor Brownrigg attraverso il banco, sarebbero
state d’accordo con lei. Gli occhi del signor Brownrigg erano scurissimi, rotondi, ardenti; occhi che parevano quasi un’assurdità, in un farmacista grassoccio di mezz’età che aveva una moglie come Millie.
Ma il signor Brownrigg non contemplava i propri occhi. Si lisciò i capelli, si
umettò le labbra, poi, rendendosi conto che Phyllis sarebbe entrata da un
momento all’altro, sparì dietro il banco di vendita. Era bene, si ripeteva sempre, non mostrarsi mai troppo impaziente.
Ma stava tenendo d’occhio la porta, quando la ragazza entrò. Intravide la
gonna verde, mentre lei si arrestava un attimo sullo scalino, e notò l’espressione mezzo ansiosa, mezzo preoccupata con cui sbirciava verso il banco.
Era contento che non fosse entrata mentre c’erano altri clienti. Phyllis era
diversa da tutte le altre avventurette avute durante quei quattordici anni.
Quando c’era Phyllis in negozio, il signor Brownrigg andava sempre a rischio
di sbagliarsi, di lasciar cadere la roba e di imbrogliarsi nel dare il resto.
Brownrigg uscì dal cantuccio oscuro, emozionato suo malgrado, e bruscamente attirò a sé la ragazzina bionda, attraverso quella parte del banco che
era leggermente più bassa del resto e che lui teneva sgombra di proposito.
La baciò, e l’impetuosità improvvisa e avida del gesto lo tradì. Sentì che la
ragazza tratteneva il fiato, prima di liberarsi e indietreggiare.
– Non… non dovete – disse lei, riassestandosi nervosamente il cappellino.
Aveva sì e no vent’anni, era piccola e d’aspetto un po’ infantile, con i capelli
chiarissimi e il portamento aggraziato, tranquillo. Ora gli occhi azzurri erano
spaventati e un po’ disgustati, come se si fosse trovata coinvolta in un’emozione che i suoi istinti giudicavano poco gradevole.
Henry Brownrigg riconobbe l’espressione. L’aveva già vista in altri occhi, ma,
mentre in occasioni passate era riuscito a mostrarsi benevolmente divertito e
di conseguenza amabile e rassicurante, in Phyllis quell’espressione quasi lo
spaventò.
– Perché no? – replicò bruscamente; troppo, e se ne accorse subito, mentre il
sangue gli saliva alla faccia.
Phyllis prese un lungo respiro.
– Sono venuta a dirvi – dichiarò con voce incerta, da bambina che recita una
lezione – che ho pensato molto a questa storia. Non posso andare avanti così.
Voi siete sposato. Io voglio sposarmi, un giorno o l’altro. Perciò... voglio dirvi
che non tornerò più.
– Ne avete parlato con qualcuno? – domandò lui, raggelandosi.
– Di voi? No, misericordia!
Tanta veemenza era convincente; lì per lì, Brownrigg ignorò quanto di poco
lusinghiero vi era compreso e sospirò di sollievo.
– Ma tu mi ami – mormorò poi. – Io ti amo e tu mi ami. Lo sai, no?
Non voleva essere istrionico3 di proposito, ma gli veniva un tono roco, quello
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Margery Allingham, nata a Londra nel 1904,
che, come alcuni attori hanno sconegli anni fra le due guerre fu una prolifica autrice
perto, è fra i più efficaci ad espridi romanzi gialli, tanto che, accanto ad Agata
mere profonda sincerità.
Christie, Dorothy Sayers, Josephine Tey, Gladys
Mitchell e altre, può essere considerata una tipica
Phyllis assentì avvilita, e insieme
esponente dell’“epoca d’oro” del romanzo polistranamente imbarazzata. I suoi
ziesco inglese. È la creatrice di Albert Campion,
un investigatore dilettante che maschera la proocchi andarono alla strada piena di
pria intelligenza sotto un’aria ebete e svagata; il
sole, prima di tornare a posarsi sul
suo, per di più, è soltanto uno pseudonimo, sotto
farmacista.
il quale si cela un personaggio di altissimo lignaggio, addirittura vicino alla Casa Reale. Fa la sua comparsa nel 1929 in
– Addio – mormorò con un filo di
La lunga notte di Black Dudley, seguito da L’isola (1930), Il segreto della
voce, e fuggì dal negozio.
torre, La polizia in casa (entrambi del 1931) e Dolce pericolo (1933), ove
appare un altro personaggio fisso, la bellissima lady Amanda, moglie di
Attraverso la vetrina, Brownrigg la
Campion e alter ego della scrittrice. Nei primi anni Trenta la Allingham pubvide allontanarsi, quasi di corsa.
blica anche alcuni romanzi con lo pseudonimo di Maxwell March, ma il
Per un poco, rimase a fissare la
vero grande successo arriva con Morte di un fantasma (1934), che segna
uno spartiacque nella sua produzione. I primi romanzi con il personaggio di
chiazza di sole sulla porta. Poi
Campion, infatti, sono densi di azione, mentre da Morte di un fantasma in
rialzò lo sguardo e sorrise. Sarebbe
poi sono più strettamente “classici”, meno movimentati e caratterizzati da
una più accurata definizione psicologica dei personaggi: Corte d’Assise
tornata. Domani, o magari fra una
(1936), Danza sull’abisso (1937), La parte del destino (1938) ecc. In Black
settimana. Sarebbe tornata. Ma
plumes (1940) la Allingham sostituì Campion con l’ispettore Bridie, ma con
l’ostacolo, l’ostacolo insuperabile,
minor successo. Tornò quindi al vecchio protagonista in Il ritorno di Campion e L’amnesia del signor Campion (entrambi del 1941), ma il filone si
si sarebbe levato di nuovo, e a
andava ormai esaurendo, tanto che in Un’ombra nella nebbia (1952), da
lungo andare l’avrebbe sconfitto,
molti considerato il suo capolavoro, Campion ha una parte del tutto marginale, e nella versione cinematografica l’autore della sceneggiatura lo tagliò
facendogliela perdere.
del tutto. L’ultimo romanzo, Cargo of Eagles, lasciato incompiuto alla morte
Di sicuro, l’avrebbe persa. Phyllis
della scrittrice nel 1966, fu portato a termine dal marito Philip Youngman
era diversa dalle altre.
Carter, il quale proseguì da solo la serie dedicata al bizzarro investigatore
creato quattro decenni prima dalla moglie.
A meno che... l’ostacolo non fosse
stato rimosso.
Henry Brownrigg aggrottò la fronte.
C’erano anche altre cose da considerare.
Il vecchio libro mastro4 insudiciato dalle mosche stava lì a ricordargliele.
Ma una volta rimosso l’ostacolo, automaticamente sarebbero state spazzate
via anche le altre difficoltà; non c’era l’assicurazione? E quel capitaletto che il
padre di Millie aveva vincolato5 con tanta prudenza, nemmeno fosse stato
presago che la figlia, da adulta, sarebbe stata una perfetta ebete?
Gli occhi del signor Brownrigg si posarono sul cassettino sotto il bancone,
quello con l’etichetta «Ricette – Non toccare». Era chiuso, e nemmeno
Perry, il fattorino e commesso di bottega, che ficcava il naso dappertutto, so- 4. Il ... libro mastro: il
libro mastro è il registro
spettava che sotto la pila di foglietti si nascondesse un piccolo fascio di lettere della contabilità che ogni
attività commerciale
scritte con la calligrafia quasi infantile di Phyllis.
possiede per tenere
Brownrigg si voltò bruscamente. Aveva il respiro faticoso, e quasi tremava. Il conto dei movimenti di
pagamento ricevuti e da
momento era venuto.
effettuare.
Alcuni mesi prima, Henry aveva deciso che sarebbe diventato vedovo entro 5. capitaletto ...
vincolato: si dice
l’anno; il colloquio di quel mattino gli aveva fatto capire che bisognava strin- capitale vincolato una
somma di denaro posta
gere i tempi.
in banca che, per poter
In quel momento Millie, ancora rossa di vergogna al pensiero della vaschetta essere usufruita, deve
soddisfare a una
mal lavata, mise dentro la testa dalla porticina del retro.
determinata condizione
– È in tavola, Henry – annunciò, e aggiunse, con quella stupidità che aveva (ad esempio la maggiore
di un figlio, la morte
smesso di fargli piacere, dandogli un senso di superiorità, e che ormai lo an- età
del suo possessore
noiava a morte: – Come sei serio. Oh, Henry, hai forse fatto qualche errore? attuale ecc.).
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Non avrai mica dato a un cliente una bottiglia per un’altra?
– No, cara Millie – replicò il marito, fissandola gelido e calcando sul sarcasmo. – Questo è uno di quegli sbagli idioti che ancora non mi è capitato di
fare. Non ho raggiunto il livello di mia moglie, si vede.
E mentre seguiva la figura rassegnata di lei, nella stanzetta dietro il negozio,
una parola echeggiava ritmicamente nel suo cervello, a tempo coi battiti del
suo cuore: – Presto! Presto! Presto!
– Henry, caro – disse Millie Brownrigg guardando turbata il marito – perché
il dottor Crupiner? È così salato nelle parcelle... a parte il fatto che è decrepito.
Millie era in piedi, davanti allo specchio, nella grande stanza da letto sopra il
negozio, e si spazzolava i capelli castani striati di grigio, prima di rifarsi la
treccia e girarsela attorno alla testa.
Henry Brownrigg, sdraiato nel letto all’altra estremità della stanza, non le
diede risposta.
Millie continuò a parlare. Era abituata ai silenzi di Henry. Era così intelligente, Henry! La maggior parte del tempo la impiegava a pensare.
– Ho sentito una quantità di cose strane sul dottor Crupiner – osservò. – Dicono che è talmente vecchio, che si dimentica tutto. Perché non andiamo da
quello della mamma? Lei ne ha una tale fiducia...
– Disgraziatamente per lei, povera donna, tua madre ha la tua stessa intelligenza, ma non ha un uomo che si prenda cura di lei – disse Henry Brownrigg.
Millie non fece commenti.
– Crupiner – continuò Brownrigg – non sarà un genio, come medico generico, ma è specialista per un certo tipo di disturbi. Voglio che tu vada da lui.
Desidero che ti rimetta bene, mia cara.
La faccia dolce e inespressiva di Millie arrossì, e gli occhi le si fecero umidi e
smarriti. Henry, che la vedeva riflessa nello specchio, girò la testa. In certi
momenti, vedendo quanto lei gli era grata di una parola buona, provava quasi
un certo disgusto per il progetto che aveva architettato.
– Sai, Henry, – riprese improvvisamente la signora Brownrigg – io mi sento
piuttosto bene. Quelle cose che mi dai tu mi fanno benissimo, ne sono certa.
Ora non mi sento più molto stanca, alla fine della giornata. Non potresti continuare a curarmi tu?
L’uomo s’irrigidì sotto le coltri. Quel poco rimorso provato poc’anzi svanì, lasciandolo seccato e guardingo.
– Si capisce, che ti fanno bene – confermò, soddisfatto di sapere che, fino ad
un certo punto, diceva la verità, almeno per il momento. – Io non credo nelle
specialità, ma le pillole di Fender sono buone, aiutano a tirarsi su. Però preferisco assicurarmi che sei organicamente a posto. Non mi piace il fatto che
appena ti affretti un po’ ti viene subito l’affanno, e poi le tue labbra hanno un
colore che non mi piace.
La grassoccia, ingenua Millie si guardò allo specchio, e si passò un dito sulle
labbra.
Come molte donne della sua età, aveva perso i colori, e attorno alla bocca
aveva effettivamente un leggerissimo alone azzurrognolo.
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Il farmacista si affrettò a rassicurarla.
– Non sarà niente di grave, ne sono sicuro, ma è meglio andare stasera stessa
a consultare Crupiner – disse. – Non vogliamo correre rischi, vero?
Millie assentì, con le labbra tremanti.
– Sì, caro – disse; e aggiunse nel suo solito modo stucchevole. – Penso che hai
ragione.
Dopo che Millie fu scesa per occuparsi della colazione, Henry si alzò, l’ultima
frase pronunciata ancora sulle labbra. Se la ripeté, pensoso.
– Non possiamo correre rischi. Proprio così. Niente rischi. Nessuna stupida
imprudenza, Henry Brownrigg!
Solo gli sciocchi fanno le cose a casaccio. Solo gli sciocchi si fanno cogliere in
fallo. Ma in effetti, l’impresa era veramente semplice. Millie era così ingenua,
così incredibilmente fiduciosa.
Verso la fine della giornata, il signor Brownrigg era nervosissimo. Perry, il
commesso, gli aveva riferito, con molto candore, di aver visto il giovane Hill
passare lungo l’Acacia Road nella sua nuova auto, a velocità sostenuta, e aveva
aggiunto tra l’altro che nella macchina c’era anche quella ragazza bionda,
Phyllis Bell. Se la ricordava, vero, il signor Brownrigg? Quella biondina tanto
graziosa…
Per un attimo, Henry Brownrigg aveva tremato all’idea che il commesso
avesse scoperto il suo segreto e stesse punzecchiandolo con malizia. Ma anche
dopo essersi convinto che non era così, il fatto e la rabbia restarono.
Hill era un bel giovanotto, scapolo. Phyllis era giovane e inesperta. Il farmacista se li immaginava fermi in qualche boschetto fuori città, intenti a tenersi
per mano, forse a baciarsi: il suo cuore, che poteva restare calmo sotto lo
sguardo spaventato di Millie che parlava della propria malattia, gli balzava nel
petto all’idea di quell’abbraccio.
«Presto!». La parola si formò di nuovo nel suo cervello. «Far presto, far presto!».
Millie era senza fiato quando arrivarono alla vecchia casa del dottor Crupiner.
Henry, assorto nei propri pensieri, aveva camminato molto in fretta.
Il dottore li ricevette subito. Era un vecchietto impolverato. Dentro di sé, Millie pensava che le sarebbe piaciuto dargli una buona spazzolata, e a quell’idea
le si presentò alla mente un quadretto così spassoso da farla uscire in una risatina sciocca. Henry dovette lanciarle un’occhiataccia, scrollando la testa.
Subito lei arrossì, e il suo volto ritrovò la consueta espressione ottusa.
Henry illustrò al dottore i sintomi della moglie, e Millie parve grata e sorpresa dell’ansia che il marito tradiva. Evidentemente, Henry aveva notato i
suoi piccoli malesseri, più spesso di quanto lei non supponesse.
Quando Henry ebbe terminato l’elenco dei piccoli malanni di Millie, nessuno dei quali era veramente grave in sé, ma il cui totale assommava a una
quantità piuttosto paurosa di indizi, il dottor Crupiner girò verso di lei gli
occhietti avidi, dalla cornea striata di venuzze rosse. Le labbra del vecchio,
coperte di piccole macchie come il registro di Henry, si sporsero per un attimo, prima che la voce ne uscisse, affannosa e sepolcrale.
– Bene, signora, vostro marito sembra preoccupato per voi. Sarà bene che vi
dia un’occhiata.
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Millie tremava. L’apprensione le faceva di nuovo mancare il respiro. Un paio
di volte, negli ultimi tempi, aveva avuto l’impressione che quelle pillole di
Fender le dessero l’affanno, anche se sotto altri aspetti la facevano sentire più
arzilla, ma aveva preferito non farne parola con Henry.
Il dottor Crupiner le si accostò, respirando forte dal naso, nello sforzo per
concentrarsi. Le premette un dito tozzo e malfermo nell’occhiaia, tirando
giù la pelle per scrutare con occhio miope la cornea. Poi le appioppò una
manata sulle spalle, nell’intento di rincuorarla, e le toccò il palmo delle
mani.
Il signor Brownrigg, che osservava con occhio pensoso e sfuggente il rituale,
prese improvvisamente il medico da parte, e i due uomini ebbero una conversazione sottovoce, all’altra estremità della stanza.
Millie non poté fare a meno di ascoltarne una parte, anche perché il dottor
Crupiner era mezzo sordo, e Henry era ansioso di farsi sentire bene.
– Vent’anni fa – udì Millie. – D’improvviso. – E poi, dopo una pausa, la parola
terribile: – Ereditario.
Il tremito di Millie aumentò di intensità, e la sua faccia larga e insulsa prese
un’aria terrorizzata. Stavano parlando del suo povero papà, che era morto all’improvviso, di un attacco cardiaco.
Sentì il cuore martellare dolorosamente. Ecco perché, dunque, Henry sembrava tanto preoccupato!
Il dottor Crupiner tornò ad avvicinarsi. Millie dovette slacciarsi la camicetta
e il dottore le auscultò il cuore con un vecchissimo stetoscopio. Millie, che
già stava tremando, cominciò a respirare con difficoltà, tanto la sua ansia si
era acuita.
Finalmente il vecchio terminò il suo esame. Per alcuni secondi rimase a fissarla senza batter ciglio, poi tornò da Henry e insieme si portarono verso il
fondo della stanza.
Millie aguzzò le orecchie e udì la voce cavernosa del vecchio.
– ... una certa irregolarità. Niente di preoccupante, per ora. Bisognerà che la
riveda fra qualche giorno.
Poi ci fu una domanda di Henry che lei non riuscì a captare, ma subito dopo,
dato che il dottore sembrava incerto sulla risposta, il farmacista soggiunse con
voce normale:
– Le ho dato delle pillole di Fender.
– Pillole di Fender? – il dottore parve ripetere quelle parole con sollievo. –
Eccellenti. Di solito io non ho simpatia per le specialità, ma quelle pillole
sono ottime, e vi risparmierò il disturbo di preparare qualcosa di mia prescrizione. Continuate pure con quelle, per qualche giorno. Sono ottime, anch’io
le prescrivo molto spesso. Vanno prese con moderazione, s’intende.
– Oh, certo – assicurò Henry. – Comunque pensate che abbia fatto bene a
fargliele prendere, dottore?
Millie era sorpresa e compiaciuta per lo zelo che il tono di Henry rivelava.
– Senza dubbio, caro Brownrigg –. E il dottor Crupiner tornò ad avvicinarsi
a Millie. – Allora, signora Brownrigg – disse con affettata giovialità – abbiatevi cura e fate quello che dice vostro marito. Tornate a trovarmi tra una decina di giorni e sarete di nuovo vispa come prima. Arrivederci. Ah, signora
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Brownrigg, mi raccomando: niente emozioni, badate bene! Cercate di stare
calma il più possibile e non affaticatevi.
Le strinse distrattamente la mano, e mentre Henry aiutava Millie a raccogliere le sue cose, mostrando una premura assolutamente insolita, il vecchio
andò a togliere da uno scaffale un polveroso volume di medicina.
Un momento prima che i due uscissero, Crupiner sbirciò Henry al di sopra
delle lenti.
– Quelle pillole di Fender sono un’ottima idea – osservò in tono completamente diverso dal borbottio professionale di poco prima. – Proprio quello
che ci vuole. Contengono una piccola dose di digitalina.
Una delle abitudini meno lodevoli del signor Brownrigg era il suo modo di
trascorrere il sabato sera.
Alle sette e mezzo, paziente e solerte, benché disapprovasse, Millie faceva
sparire le tracce della cena e metteva sulla tovaglia di tela verde un bicchiere
e una bottiglia di whisky sigillata.
Fatto questo, si ritirava in cucina, rigovernava e si metteva a stirare. Di solito
si riservava quest’operazione per il sabato sera, perché era una faccenda
lunga, con frequenti soste per piccoli punti da dare alle camicie di Henry e
alla sua biancheria, e Millie sapeva che avrebbe avuto dinanzi a sé una lunga
serata tranquilla.
Infatti, aveva tempo fino a mezzanotte. Quando l’orologio di cucina segnava
le dodici, Millie riponeva l’asse da stiro e posava il ferro sul fornello spento
lasciandolo lì a raffreddarsi.
Poi andava nel soggiorno e toglieva di mezzo il bicchiere e la bottiglia vuota,
perché la donna a giornata6 non li vedesse il mattino dopo. Inoltre raccoglieva da terra i giornali e rimetteva in ordine la stanza.
Finalmente, dopo avere spento la stufetta a gas, si occupava di Henry.
Circa tre settimane dopo la sua prima visita al dottor Crupiner (il medico, su
suggerimento di Henry, aveva aumentato la dose delle pillole Fender da tre a
cinque al giorno) Millie passò la sera del sabato seguendo il solito cerimoniale.
Per un uomo impegnato in un progetto quale quello del signor Brownrigg,
ubriacarsi anche una sola volta, in modo totale e sistematico, poteva essere
pura follia. Ma Brownrigg continuava a farlo, una volta la settimana.
Un bicchiere di whisky lo rendeva taciturno. Dodici abbondanti dosi di whisky, ovvero, l’intera bottiglia, facevano di lui un sacco silenzioso e senza forze,
incapace di movimento e di parola, e tuttavia – fenomeno quanto mai notevole – ugualmente in possesso della propria lucidità.
Millie avrebbe anche potuto domandarsi perché mai il marito ci tenesse tanto
a trasformarsi in una specie di rudere paralitico, ogni sabato sera della propria
vita; ma, nonostante la sua grande stupidità, Millie era una donna tollerante:
secondo lei, gli uomini erano creature strane e privilegiate che trovavano diletto nelle più assurde forme di perversione.7 Ragione per cui lo lasciava fare,
e nascondeva perfino alla madre la debolezza del consorte.
Henry Brownrigg comunque provava un grande piacere nella sua orgia settimanale.8 Gli altri giorni non beveva, e quella del sabato sera era insieme
6. donna a giornata: si
intende una persona di
servizio che
evidentemente andava in
casa Brownrigg durante
la mattina.
7. forme di perversione:
millie cioè non approva
quel particolare
divertimento del marito
che trova vicino alla
follia.
8. orgia: il termine è
usato qui per indicare la
condizione un po’ proibita
e un po’ esagerata del
bere fino
all’abbrutimento.
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un’avventura ed un’abitudine. All’inizio del suo piano aveva pensato di rinunciare all’orgia fino a progetto attuato, ma poi si era persuaso dell’assoluta
necessità di attenersi rigidamente al normale corso della sua vita, in modo
che non vi fosse nessun appiglio, anche piccolissimo, al quale i sospetti altrui
potessero agganciarsi.
Nella serata in questione, Millie si esaurì completamente nello sforzo di trascinare il marito di sopra e metterlo a letto. Era talmente stanca e spossata
che si lasciò cadere sull’orlo del letto, ansando penosamente, incapace di trovare la forza per spogliarsi. E così dimenticò di prendere le due pillole che
Henry le aveva lasciato sul piano della toletta. Se ne rese conto quando era
già coricata, ma non poté, in nessun modo, indursi ad alzarsi dal letto, per
prenderle.
Il mattino dopo, Henry le trovò ancora al loro posto. Ascoltò in silenzio le
spiegazioni di Millie e infine, mentre lei aggiungeva scuse su scuse, ridiventò
quello di sempre.
– Cara Millie – disse, nel tono esasperato che la moglie conosceva anche
troppo – a che serve che io faccia tutto quello che posso per farti star bene, se
tu mi metti il bastone tra le ruote, ogni momento?
Millie si chinò sui fornelli. Henry, forse intuendo che lei cercava di nascondere le lagrime, si fece più conciliante.
– Non ti piacciono? – domandò gentilmente. – Hanno un sapore che non ti
va? Forse sono troppo grosse? Senti, cercherò di renderle più facili da ingerire. Lascia fare a me. Su, su, non preoccuparti. Le pesterò e le chiuderò in
una capsula. Però tu devi prendere la medicina, ricordatelo.
Millie divenne pensosa. Henry doveva essere molto preoccupato per lei, altrimenti non si sarebbe certo mostrato così comprensivo verso i suoi stupidi
errori.
Bill Perry, l’aiutante di Brownrigg, era un ragazzo impacciato, e forse sarebbe
rimasto un timido fino alla morte.
Era smilzo, rosso di capelli, con una certa tendenza all’acne e coi grossi polsi
ruvidi e sempre arrossati. Detestava il signor Brownrigg, come solo i giovani
possono detestare chi possiede una lingua pungente, ma a Millie voleva bene,
e i suoi occhi slavati assumevano una luce gentile, quando lei gli parlava.
Il giovane Perry non pensava affatto che Millie fosse tanto cretina quanto il
padrone cercava di farla apparire in ogni occasione.
Non foss’altro perché lei si mostrava sempre gentile, il giovane Perry si interessava molto allo stato di salute di Millie.
Il lunedì sera, Perry vide il signor Brownrigg mettere il contenuto delle pillole di Fender in capsule di gelatina, e volle sapere per chi fossero.
Brownrigg si mostrò insolitamente comunicativo. Spiegò al commesso, in
tutta confidenza, che la signora Millie non stava affatto bene e che il dottor
Crupiner era preoccupato per lei.
Brownrigg lasciò anche capire che tanto lui quanto Crupiner, da gente del
mestiere, erano convinti che se l’assenza di ogni preoccupazione e le pillole di
Fender non potevano salvare la povera donna, nulla avrebbe potuto salvarla.
– Volete dire che potrebbe morire? – domandò, desolato, il giovane Perry. –
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Così… all’improvviso?
Subito, si pentì di aver parlato. Al signor Brownrigg tremava la mano al
punto che lasciò cadere una capsula. Perry capì allora che il Vecchio era terribilmente affezionato alla sua Vecchia, sotto sotto, e che la punzecchiava con
cattiveria solo perché si vergognava di mostrare i propri sentimenti.
All’istante, il cuore sensibile e sentimentale del giovane Perry s’intenerì per il
povero signor Brownrigg, perdonandogli tutte le osservazioni sarcastiche di
cui era tanto prodigo.
Arrivarono i rifornimenti di medicinali. Bill Perry aprì i due scatoloni più
grandi e mise a posto la roba; il più piccolo lo aprì, ma lasciò che la roba la
mettesse a posto il padrone.
Brownrigg finì di confezionare le capsule, si lavò le mani, poi si mise al lavoro
con la solita alacrità.
Non era molta, la roba arrivata, e il giovane Perry che, qualche tempo prima,
aveva dato un’occhiata al registro dei conti, credeva di sapere perché. Il Vecchio ce
la faceva appena appena. Il giro d’affari era scarso, la farmacia rendeva pochino.
Il ragazzo leggeva la nota del grossista, e Brownrigg riponeva via via i medicinali.
– Bicarbonato di sodio, magnesia – leggeva Perry, stentatamente. – Iodio,
chinino, tintura di digitale... dev’essere questa, signor Brownrigg. Qui, questo
pacco più grosso...
Bill Perry sapeva di leggere male, e voleva solo rendersi utile, indicando il
pacco, ma Brownrigg gli lanciò un’occhiata addirittura terrificante, mentre
afferrava il pacco e lo riponeva nell’armadione dei medicinali.
Il giovane Perry era costernato. Era già in ritardo e voleva andarsene. Imbarazzato com’era, continuò a farfugliare, peggiorando più che mai le cose.
– Mi dispiace, signore – disse. – Volevo solo rendermi utile. Pensavo che poteste... ecco... che foste distratto e che poteste confondervi.
– Ah, – fece lentamente il signor Brownrigg, fissandolo con i suoi occhi ardenti e tondi in modo tutt’altro che rassicurante. – E, secondo te, a che cosa
penso, mentre faccio il mio lavoro?
– A… alla signora Millie, signore – balbettò spaventatissimo il povero Perry.
Henry Brownrigg si irrigidì. Il sangue gli si congelò, gli occhi parvero
rientrare nella fronte.
Bill Perry, accortosi di aver detto qualche altra sciocchezza, e temendo d’essersi mostrato indelicato ed invadente, scambiò per imbarazzo quei sintomi
minacciosi.
– Scusate – disse ancora. – Cercavo proprio di rendermi utile. Sono anch’io
un po’... un po’ frastornato, signore. La signora Brownrigg è sempre stata
così gentile con me. Mi dispiace tanto che sia così ammalata.
Un gran sospiro sfuggì dal petto del farmacista.
– Non devi scusarti, ragazzo mio – disse, con una cortesia che il commesso
non gli conosceva. – Sai com’è, ho i nervi un po’ scoperti. Vai pure, ora. Finirò da me.
Il giovane Perry non se lo fece dire due volte, felice di ritrovarsi libero nella
chiara serata estiva, ma anche un po’ commosso per la rivelazione improvvisa
di quella tragedia d’amore coniugale.
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9. digitalina: composto
che consiste in una
miscela di estratti dalla
digitale, che in dose
massiccia risultano letali,
producendo un arresto
cardiaco.
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Phyllis camminava spedita lungo Coe’s Lane, una scorciatoia tra la via in cui
abitava e Priory Avenue. Era un viottolo angusto e tortuoso, con un prato
polveroso da una parte e una staccionata piuttosto alta dall’altra.
In quel momento la scorciatoia appariva deserta, ma quando Phyllis raggiunse il grosso albero che sorgeva proprio a metà strada, una persona uscì da
dietro il tronco e le si fece incontro.
La ragazza si fermò bruscamente in mezzo al viottolo, con le guance in
fiamme, trattenendo il respiro, come se avesse avuto paura di se stessa.
Brownrigg stesso non era preparato alla violenza della fitta che sentì in petto,
nel vedersela davanti; l’impeto di passione che gli bloccava il respiro e gli rendeva le palpebre pesanti e la bocca arida, quasi lo spaventò.
Erano soli nel viottolo, e lui la baciò, concentrando nelle braccia e nelle labbra avide tutto l’insopportabile desiderio accumulato in quei diciotto giorni.
Quando la lasciò andare, lei piangeva.
– Vattene – gli disse, e il tono era disperato e implorante. – Oh, ti prego... va’ via!
Dopo il bacio, Henry era ritornato umano. Non era più quell’essere posseduto dai demoni, appostato dietro l’albero, in attesa. Poteva comportarsi normalmente, almeno per un po’.
– E va bene – disse. Poi, in tono così accorato che lei gli credette davvero, aggiunse: – Ti vedi anche quest’oggi con Peter Hill?
Le labbra della ragazza tremavano, gli occhi erano supplichevoli.
– Cerco di liberarmi – mormorò. – Non lo capite che cerco di liberarmi di
voi? Ma non è facile, credetemi.
Per un minuto intero, Brownrigg la fissò con occhio indagatore. Poi, diede in
una breve risata e si allontanò, a grandi passi. Camminava in fretta, i tondi
occhi assorti ma il passo sciolto e deciso. I suoi pensieri erano piacevoli. Dunque, Phyllis era là, pronta per lui, una volta che l’ostacolo fosse stato rimosso;
quello era stato il suo unico dubbio, ma adesso era certo del fatto suo. Restava
solo da mandare ad effetto la parte materiale del piano.
Altre piccole cose, relativamente prive d’importanza, si affollavano alla sua
mente: per esempio, la nuova storia che il vecchio registro avrebbe raccontato
quando il premio dell’assicurazione fosse stato versato in banca e il capitaletto di Millie investito ben diversamente. Ma lui le scacciò, spazientito. Per
adesso bisognava restare con i piedi per terra. Quel pomeriggio, lo aspettava
un lavoretto delicato e bisognava portarlo a termine.
Quando arrivò a casa, Millie s’era già diretta da sua madre.
Quel giorno, si chiudeva bottega più presto del solito, e il commesso aveva il
pomeriggio di libertà.
Il signor Brownrigg fece il giro della casa e si assicurò che tutte le porte fossero chiuse. Le saracinesche nella farmacia erano abbassate, e lui sapeva benissimo che non lasciavano filtrare nemmeno un filo di luce dall’interno.
Si tolse la giacca e indossò il camice. Accese la luce in bottega, chiuse la porta
tra la farmacia e il soggiorno dell’abitazione, poi si mise al lavoro.
Sapeva perfettamente quel che doveva fare. Ormai, da otto giorni Millie
aveva preso regolarmente cinque pillole al giorno. Ciascuna conteneva un sedicesimo di grammo di digitalina,9 e la droga aveva la prerogativa di accumularsi nell’organismo. Nessuna meraviglia, se Millie, negli ultimi tempi, s’era
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lamentata di mali di testa e di disturbi al fegato! Millie era proprio un’idiota!
Tirò fuori la bottiglia di digitalina, arrivata il giorno in cui il giovane Perry gli
aveva fatto prendere quel po’ po’ di spavento. Il grossista non poteva aver trovato nulla di strano in quell’ordinazione. Non ci sarebbero state inchieste sull’uso che ne aveva fatto: il che voleva dire che sarebbe potuto stare tranquillo... a cose fatte.
Lavorava febbrilmente, e intanto il pensiero galoppava. Conosceva la dose.
Tutto era stato predisposto mesi prima, quando gli era nata l’idea, e aveva ripassato mentalmente il procedimento da usarsi, infinite volte, per esser certo
di non commettere errori.
Nove dragme10 di quella tintura avrebbero ucciso un paziente che non avesse
già avuto della digitalina in circolo. D’accordo che la tintura si deteriorava
facilmente, ma quella bottiglia era ancora fresca; di sei giorni appena, se il
grossista era stato onesto.
Preparò il bruciatore e l’evaporatore. Ci voleva tempo. Lui era piuttosto pratico, ma aveva le mani malferme, e i vapori gli andavano negli occhi, irritandoglieli.
D’improvviso scoprì che erano quasi le quattro. Venne colto dal panico. Di lì
un paio d’ore appena, Millie sarebbe tornata a casa, e c’era ancora tanto da
fare.
Mentre il bruciatore faceva il suo lavoro, la mente di Brownrigg mulinava.
La digitalina era talmente difficile da rintracciare, dopo… questo era il vantaggio! Perfino il grande Tardieu era stato incapace di affermare con sicurezza se nel caso Pommerais11 era stata usata la digitalina, e questo, dopo
un’autopsia scrupolosa e le prove sulle rane e su ogni sorta di animali.
La faccia di Henry Brownrigg si allargò in una specie di ghigno. Il vecchio
Crupiner non era Tardieu. Crupiner si sarebbe ben guardato dal richiedere
un’autopsia. Avrebbe rilasciato il certificato di morte senza indagare troppo.
Probabilmente non sarebbe nemmeno venuto ad esaminare il cadavere.
Una scampanellata alla porta di servizio lo fece sussultare al punto che, per
poco, non rovesciò tutto il suo armamentario. Per un momento, restò immobile ed ansante, come un animale preso in trappola, ma poi si ricompose. Si
rimise la giacca, e si mosse per andare ad aprire.
Chiuse dietro di sé la porta del negozio, si lisciò i capelli ed aprì, sicuro di
mostrare un aspetto assolutamente normale.
Ma il ragazzino con il giornale della sera non aspettò d’essere pagato, come
tutti i sabati, e fuggì via, dopo una sola occhiata alla faccia del signor Brownrigg. Era un dodicenne timido, che spesso si metteva in mente chissà che, e
il compagno che l’aveva incaricato della commissione, un ragazzo più grande,
gliene disse di tutti i colori e prese mentalmente nota di passare lui il lunedì
sera a riscuotere i soldi della settimana.
L’effetto dell’incidente, su Henry Brownrigg, fu notevolissimo. Il farmacista
tornò al suo lavoro come un sonnambulo, e per tutto il resto dell’operazione
dovette imporsi di pensare a quello che stava facendo.
Come Dio volle, terminò.
Spense il bruciatore, pulì l’evaporatore, misurò con cura la dose tossica, abbondando, tanto per non sbagliare.
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10. dragme: la dragma è
un’unità di misura usata
anticamente nella
farmaceutica inglese,
corrispondente circa a
3,6 grammi.
11. nel caso
Pommerais: l’autore si
riferisce a un famoso
caso giudiziario della
seconda metà dell’800
in cui un medico di nome
Pommerais, per poter
usufruire dei capitali
della moglie, aveva prima
avvelenato la suocera
e poi aveva ucciso
la moglie usando
la digitalina.
Il medico legale Tardieu,
molto famoso per avere
risolto casi celebri, venne
incaricato di fare
l’autopsia e capì che era
stata usata la digitalina,
ma comprese altrettanto
che sarebbe stato molto
difficile dimostrarlo; al
processo portò i suoi
esperimenti effettuati su
tre rane e alcuni cani, per
argomentare la sua tesi.
La difesa riuscì a rendere
dubbie le dimostrazioni di
Tardieu, ma il tribunale
condannò ugualmente a
morte Pommerais per
circostanze sospette.
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Poi, fece sparire accuratamente i residui e si sentì molto meglio.
Stava per chiudere la farmacia, e si era già rimesso la giacca, quando ebbe una
sorpresa sgradevolissima. Dapprima, la sua attenzione venne attirata da uno
strato di lievissima polvere sopra una delle bottiglie. La tolse, con cura meticolosa. Detestava il disordine.
Aveva rimesso via il fazzoletto, quando lo sguardo gli cadde sul ripiano del
banco, e il primo barlume dell’orrenda verità gli si presentò alla mente.
Dal ripiano, i suoi occhi si spostarono agli scaffali, ai diversi oggetti esposti,
alle bottiglie e ai vasi di farmacia, all’impiantito stesso.
Grosse gocce si formarono sulla fronte di Henry Brownrigg. Non c’era un
centimetro di superficie, in tutto il negozio, libero da quello strato di sottilissima, impalpabile polvere giallastra.
La digitalina! Digitalina sparsa dappertutto, ovunque! La prova della sua
colpa in ogni dove, limpida, inconfondibile, elementare per un osservatore
intelligente.
Henry Brownrigg era inchiodato al suolo.
Un po’ alla volta il suo cervello, aggrappandosi all’istinto di difesa, di
conservazione, ricominciò a funzionare. Un rinvio, ecco la prima cosa da
farsi: rinviare. Millie non doveva prendere la capsula quella sera, come sarebbe stato nei piani. Né quella sera né l’indomani. Millie non doveva
morire fino a che ogni traccia della digitalina non fosse scomparsa dal negozio.
Rapidamente, cambiò tutto il suo programma. Quella sera si sarebbe comportato come al solito, e l’indomani, appena Millie fosse uscita per andare in
chiesa, lui avrebbe dato una prima spolverata, in modo che il commesso non
si accorgesse di nulla.
Lunedì, poi, con una scusa qualsiasi, avrebbe mandato a chiamare un’impresa
di pulizia. Sarebbero venuti con un’enorme macchina per aspirare, introducendo i tubi attraverso la vetrina. Sovente lui aveva detto che intendeva chiamarli per una buona ripulita.
Quelli dell’impresa lavoravano in fretta; perciò, entro martedì…
Nel frattempo, attenersi alla più assoluta normalità. Questo era l’importante.
Non fare nulla che potesse insospettire Millie o destarne la curiosità.
Gli venne il pensiero che sarebbe stata una truce ironia pregare Millie di aiutarlo a spolverare il negozio quella sera stessa: ma lo scacciò. Con tutta la
buona volontà, non ci sarebbe stato il tempo di fare un lavoro accurato.
Andò a lavarsi le mani in cucina e ritornò nell’ingresso. Un passo sulle scale,
sopra la sua testa gli fece salire alla gola un urlo che riuscì appena in tempo a
reprimere.
Era Millie. Era rientrata dalla porta di servizio senza che lui la sentisse, e solo
il cielo sapeva da quanto tempo si trovasse in casa.
– Henry – gli annunciò lei, mite come sempre – mi sono fatta prestare da mia
madre una tenda per la tua camera da letto, così non sarai più disturbato dagli
spifferi d’aria e dalla luce che filtra in camera. È un bel tendone spesso. Ho finito proprio adesso di metterlo su.
Henry Brownrigg rispose con un borbottio che avrebbe potuto significare
qualsiasi cosa. Aveva i nervi completamente a pezzi.
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L’osservazione che lei fece seguire, suonò rassicurante; così rassicurante che
lui, per poco, non diede in una sonora risata.
– Oh, Henry – disse lei – oggi mi hai dato solo quattro di quelle pillole. Non
dimenticare la quinta, sai, caro?
– Prosciutto cotto, piselli in scatola già pronti, insalata di patate e salsa piccante in bottiglia. Che cuoca ho sposato, mia cara Millie.
Henry Brownrigg traeva una maligna soddisfazione da quelle battute sarcastiche da quattro soldi. Quando vide la faccia pallida di Millie irrigidirsi, ne
rimase contentissimo.
Mentre, seduto a tavola, guardava la moglie, Brownrigg si rese conto di un
curioso fenomeno. La donna spiccava in mezzo a tutto il resto della stanza
come se lei sola fosse in rilievo. Henry vedeva chiaramente ogni linea del suo
volto, ogni piega dell’abito di stoffa scura, come se quei particolari fossero
stati sottolineati con un pesante tratto di matita nera.
Millie era silenziosa. Persino il suo solito torrente di banalità si era prosciugato, ed Henry ne era contento.
Si sorprese ad osservarla con occhio spassionato, come se fosse stata un’estranea. Arrivò alla conclusione che, in fondo, non la odiava affatto. Al contrario,
era dispostissimo a credere che, sia pure in modo limitato, fosse una persona
apprezzabile e di grandi qualità. Ma... gli intralciava la strada!
Quella creatura vuota e grassoccia, niente affatto diversa da tante altre padrone di casa della città, aveva commesso l’errore capitale di mettersi sul sentiero di Henry Brownrigg. Lei, quella donnetta ridicola, priva di interesse, si
ergeva tra Henry Brownrigg e i più riposti desideri del suo cuore.
In quel momento, nulla faceva tanta impressione sul farmacista quanto quell’impudenza, quell’incredibile audacia di moglie.
Lunedì, pensava. Lunedì, al più tardi martedì, e poi…
Millie cominciò a sparecchiare.
Il signor Brownrigg trangugiò il suo primo bicchiere di whisky e soda con
avidità maggiore del solito. Per lui, il piacere della bevuta del sabato stava
tutto nella strana sensazione che provava una volta ubriaco.
Quando Henry Brownrigg diveniva, per sua moglie e per il resto del mondo,
un sacco vuoto e inerte, per se stesso si trasformava invece in un tranquillo,
potentissimo fantasma annidato comodamente nel guscio protettivo del proprio corpo, in grado di vedere e di comprendere tutto, ma troppo onnipotente e troppo importante per dirigere le piccole questioni di nessuna importanza che formavano il suo immediato universo.
In quelle occasioni, Henry Brownrigg si sentiva un dio.
La sera cominciò come tutte le altre, e quando nella bottiglia quadrata non rimasero più che due dita dell’elisir12 color ambra, Millie, e la polvere in bottega, e il dottor Crupiner, erano divenuti nella mente di Henry tante formicuzze, sulle quali lui torreggiava, colosso di intelligenza e di potere.
Quando anche quelle due dita si furono ridotte a un velo giallognolo sul
fondo della bottiglia di vetro bianco, il signor Brownrigg rimase perfettamente immobile. In pochi minuti, avrebbe raggiunto il culmine della sua
ascesa al di sopra dei comuni mortali: e cioè quando il suo corpo, così impor-
12. elisir: un liquore
corroborante, un prezioso
distillato dalle proprietà e
dal gusto eccezionali; in
questo caso il testo
allude al whisky.
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tante ai loro occhi, fosse divenuto per lui letteralmente nulla. Meno di un pesante ingombro, meno ancora di un rivestimento inerte: un nulla assoluto, un
elemento senza peso, senza alcuna importanza.
Quando Millie entrò nella stanza, nella carne di Henry Brownrigg si sarebbe
potuto conficcare un ago, e lui non se ne sarebbe accorto.
Solo quando fu a letto, con l’inutile corpo rivestito di un pigiama di bucato,
Henry si accorse che Millie si comportava in modo diverso dal solito. La
donna aveva ripiegato con cura gli abiti del marito, deponendoli sulla sedia ai
piedi del letto, e tutt’a un tratto lui la vide scrutare qualcosa con aria assorta.
Seguendo lo sguardo di lei, notò per la prima volta il tendone nuovo. Era
senza dubbio una tenda bellissima: un tessuto spesso, pesante, felpato, che
aveva tutta l’aria di non lasciare passare nemmeno un filo di luce, nemmeno
il più lieve spiffero d’aria.
Henry ricordava perfettamente d’aver perso la pazienza con Millie, un
giorno, in presenza del commesso Perry, e cercando un pretesto per dare
sfogo alla sua rabbia, aveva inventato lo spiffero in camera da letto. Spiffero
che non c’era, questo era il bello: il suo fantasma lo ricordava perfettamente.
La porta aderiva benissimo allo stipite. Ma così Millie aveva avuto un motivo
di più per preoccuparsi.
Millie uscì dalla camera del marito, senza spegnere le luci. Lui cercò di chiamarla, e solo allora si rese conto degli svantaggi di essere uno spirito disincarnato. Non poteva parlare, naturalmente.
Giaceva perplesso per quella evidente lacuna nella sua onnipotenza, quando
udì la moglie scendere di sotto invece di entrare nella propria stanza, dall’altra parte del corridoio. Andò subito su tutte le furie, e si sarebbe alzato, sempre che gli fosse stato possibile. Ma nel bel mezzo della sua rabbia, si ricordò
un particolare molto spassoso, e giacque immobile, internamente convulso
da risa segrete.
Ben presto, Millie sarebbe morta, morta. Morta!
Millie non sarebbe stata più una stupida. Millie non l’avrebbe più mandato in
bestia con la propria sbadataggine. Millie sarebbe stata un cadavere!
Lei tornò di sopra ed entrò in punta di piedi nella stanza.
Ormai l’alcool aveva fatto il suo effetto, ed Henry non poteva muovere nemmeno la testa. Ben presto, sarebbe sopraggiunta l’incoscienza totale, ed egli
avrebbe lasciato completamente il corpo, per precipitare in una oscurità eccitante.
Riusciva a vedere soltanto le spalle e la testa di Millie, quando la donna entrava nel suo campo visivo. Era piuttosto seccato. Lei aveva ancora quelle
linee attorno alla persona, e sulla faccia un’espressione assorta, che Henry ricordava d’averle già visto nel corso di qualche impresa domestica particolarmente difficile.
Millie spense la luce, poi si diresse verso la finestra. Henry, a questo punto interessatissimo, la vide tirar su la veneziana.
Poi, con sua grande meraviglia, udì un fruscio di carta; non un fruscio qualsiasi, ma uno particolare e a lui ben noto, che aveva udito centinaia di volte.
Improvvisamente lo individuò. Carta adesiva. Millie aveva in mano il grosso
rotolo di carta adesiva che lui usava in negozio.
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Era talmente indignato contro di lei, che, per qualche istante, non si domandò nemmeno che cosa stesse facendo la moglie; solo quando la vide profilarsi contro la seconda finestra, intuì. Millie stava tappando le fessure.
Il suo fantasma rise di nuovo. Lo spiffero! Sciocca, stupida Millie che davvero aveva creduto alla storia dello spiffero.
Lei riabbassò le veneziane e riaccese la luce. Aveva la solita faccia mite e inespressiva, il solito sguardo vuoto e insulso.
Il marito la vide andare alla toletta, muoversi indaffarata, come sempre
quando si occupava delle faccende domestiche.
Ancora una volta, il fenomeno che aveva notato a tavola lo colpì. Vide la
mano di lei e ciò che conteneva: li vide con chiarezza a causa del contorno nerissimo, più che mai in contrasto con la tovaglietta candida della toletta.
Millie stava posando sul ripiano due pezzi di carta: uno bianco, con l’orlo frastagliato, uno celeste di forma a lui nota.
Il fantasma di Henry Brownrigg si agitò nella sua prigione: ora il corpo aveva
cessato di essere un’entità trascurabile, era diventato una bara, una bara sigillata, di piombo, che lo soffocava nel suo inanimato involucro. Lottò per liberarsi, per ridare vita e peso alla propria potenza, per muoversi.
Millie sapeva!
Il foglietto bianco con l’orlo frastagliato era una lettera di Phyllis tolta dal
cassettino della farmacia, e quello azzurro – ora se ne ricordava – era il biglietto che lui le aveva lasciato nella vaschetta mal lavata.
Rivide le proprie parole scarabocchiate a matita, con tanta chiarezza, come se
avesse posseduto un obiettivo telescopico.
«Cara Millie, credo di essermi spiegato abbastanza, vero?».
E poi la firma, un «Henry» con tanto di svolazzo. Pensare che quando l’aveva
scritto si era sentito così soddisfatto di sé!
Lottò come un disperato. Ora la bara era fatta di vetro, di pesante opaco
vetro che restava insensibile a tutti i suoi sforzi.
Millie esitava. Aveva preso in mano di nuovo la lettera di Phyllis. Ecco, la rileggeva.
Henry la vide farsi seria e strappare la lettera in tanti pezzi, che si ficcò poi
nella tasca del golf.
Henry Brownrigg comprese. Millie aveva pietà di Phyllis. Nonostante la sua
ottusità, aveva intuito la sincera infatuazione della poverina, e aveva deciso di
tenere la cosa per sé, di lasciare Phyllis fuori da quella storia.
E adesso? Henry Brownrigg si contorceva dentro il proprio corpo inerte.
Millie era tornata vicino alla toletta. Ora vi deponeva qualcos’altro. Cos’era?
Oh, ecco cos’era...
Il registro dei conti! Henry lo vide perfettamente, il vecchio registro macchiato dalle mosche, la cui storia era facile a leggersi e a comprendersi anche
per il magistrato più ottuso.
Ora Millie si stava allontanando. Henry quasi rischiò di non accorgersi che si
era fermata vicino al caminetto. La donna non si chinò nemmeno. Con il
piede calzato dalla pantofola, aprì la chiavetta della stufa a gas.
Poi, uscì dalla stanza, chiudendo la luce, prima di tirare a sé l’uscio. Henry
udì prima il fruscio del tendone che veniva chiuso, poi il cigolio dei cardini e
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lo scatto della serratura. Seguì una brevissima pausa, poi si udì girare la
chiave.
Millie si era comportata durante tutta l’operazione come se stesse preparando
la cena, o riordinando lo stanzino di sgombero.
Chiuso nella sua prigione, il fantasma di Henry Brownrigg ascoltava, impotente. Dall’altra estremità della stanza arrivava un sibilo sostenuto, costante.
Su, in soffitta, sebbene lui non potesse naturalmente sentirlo, il contatore del
gas ticchettava a pieno ritmo.
Henry Brownrigg ebbe la visione di quello che si sarebbe svolto il mattino
dopo. Le chiavi erano uguali in tutte le porte delle stanze, perciò Millie non
avrebbe avuto nessuna difficoltà a spiegare che, svegliandosi, aveva sentito
odore di gas e che, trovando la porta del marito chiusa a chiave, aveva aperto
con la chiave della propria.
Il fantasma si mosse nel proprio guscio. Ancora una volta la terra e i fatti terreni apparivano piccoli e trascurabili. L’incoscienza stava per sopraggiungere,
l’oscurità era in attesa, pronta a sopraffarlo; solo che, in quell’oscurità, non vi
sarebbe stato più nulla di eccitante.
L’oscurità lo ingoiò. Egli aveva perso ogni nozione del guscio, ormai. Il guscio era annientato, aveva abbandonato la lotta.
Il riverbero della luce di un lampione, che filtrava sotto la veneziana, stava
sbiadendo. Impallidiva sempre più. Ecco... era scomparso.
Mentre lo spettro di Henry Brownrigg strisciava fuori, nel gelo notturno, un
mormorio gli risuonò accanto, carico di raggelante certezza:
«I tipi così riescono sempre a farla franca. Sono troppo ottusi, troppo pratici,
troppo privi di fantasia. Riescono sempre a farla franca».
Il fantasma di Henry, in “Il racconto”, I, n. 2, luglio 1975
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STRUMENTI DI LETTURA
La storia
Il fantasma di Henry è una via di mezzo tra
due generi letterari, quello del giallo vero e
proprio e il noir. Se nel primo l’elemento principale è la soluzione di un enigma, destinata
a sciogliere la tensione e ricondurre a una
condizione di equilibrio, nel secondo il finale
rimane spesso “aperto” e, in ogni caso, non
è mai consolatorio. Nel Fantasma di Henry,
infatti, assistiamo all’accurata progettazione
di un delitto ma alla fine non c’è nessun assassino da scoprire, poiché né la vittima né il
colpevole sono quelli che ci saremmo aspettati, anzi, abbiamo ottimi motivi per supporre
che l’assassino rimarrà impunito. Altro elemento tipicamente noir è il torbido sentimento amoroso che s’impossessa del protagonista, una cupa ossessione che lo spinge
ad architettare quello che egli, illusoriamente, ritiene un “delitto perfetto”. Se vogliamo, proprio nelle ultime battute, il racconto sembra sconfinare addirittura nella
ghost story, con l’immagine dello spettro del
protagonista che, mentre striscia fuori, «nel
gelo notturno», sente risuonare intorno a sé
una sconvolgente e beffarda sentenza: l’assassino riuscirà a farla franca. L’intera vicenda è scandita dalle tappe che preludono
al compimento del delitto, dettagliatamente
“motivato” almeno per quanto riguarda il
protagonista principale. E in effetti, alla fine,
un delitto avrà luogo, anche se all’ultimo momento l’assassino si troverà nei panni della
vittima, e viceversa.
I personaggi
L’intera vicenda si sviluppa intorno a personaggi profondamente ambigui, che alla fine
si rivelano tutt’altro rispetto a quel che apparivano all’inizio. Tutto ruota intorno al signor
Brownrigg, farmacista di mezza età, la cui
acuta descrizione psicologica trova riscontro
in una gustosa e pungente caratterizzazione
fisica. Tronfio, supponente e prevaricatore, si
rivela invece un imbecille e un pasticcione,
vittima predestinata della propria debolezza
e dell’inclinazione al vizio dell’alcol, che lo
spinge settimanalmente a ubriacarsi tanto da
piombare in uno stato di catatonia completa.
La “sciocca” Millie, sua moglie, sembra essergli completamente sottomessa, ma l’ambiguità di certe sue considerazioni sul marito
dovrebbero mettere prontamente sull’avviso
il lettore riguardo all’effettivo acume della
donna. Ambigui sono anche i personaggi di
contorno, dall’anziano dottor Crupiner a
Phyllis Bell, la ragazza attratta in un primo
tempo dal bieco farmacista ma che ora lo rifiuta, a Bill Perry, il commesso, devoto a Millie ma pronto a fraintendere clamorosamente
le intenzioni e i reali sentimenti di Henry
Brownrigg.
Il narratore
L’impersonalità del narratore è quasi una regola del genere giallo, dettata da esigenze
strumentali come quella di non fornire prima
del dovuto al lettore determinate informazioni, oppure di mantenere intorno a uno o
più personaggi un alone di mistero o ambiguità. In questo caso, il narratore scompare
e lascia in primo piano il personaggio principale, il signor Brownrigg, che seguiamo nella
lunga, meticolosa ma farraginosa preparazione del delitto. Il maturo farmacista è convinto di conquistare per sempre la giovanissima Phyllis, ma al lettore non mancano
elementi tali da poter concludere che quella
di Brownrigg è e rimarrà soltanto un’illusione. Al contempo, la più volte ribadita stupidità di Millie appare, a ben guardare, solo
un pregiudizio dettato dalla sconfinata supponenza del marito. Il narratore, neutro e impersonale, fornisce così una sorta di puzzle
di elementi volta a volta congrui o contrastanti, che il lettore dovrà ingegnarsi a disporre nel modo più adeguato.
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DOMANDE DI VERIFICA
1 Ripercorri gli elementi della descrizione fisica di Brownrigg che appaiono
nella prima parte del racconto e valuta se, in base a quanto dice il testo, le
affermazioni che seguono sono vere V o false F .
V F
a. Era un uomo alto di quarantacinque anni.
V F
b. Era una persona robusta che tendeva ad appesantirsi.
V F
c. Aveva faccia rasata, un collo taurino e labbra carnose.
V F
d. Non aveva occhi interessanti né incisivi.
V F
e. Nel complesso era un uomo appariscente e piacevole.
2 Nella parte iniziale del racconto, Brownrigg parla di un “ostacolo”: a che cosa pensi si riferisca?
A Al fatto che sarebbe comparso presto un fidanzato per Phyllis, la ragazza
di cui egli dice di essere innamorato.
B Al fatto che non possiede sufficiente denaro per fare la vita che vorrebbe.
C Alla presenza della moglie che gli impedisce di avere relazioni con altre
donne in modo più libero.
D A Perry, il fattorino della bottega, la cui presenza rappresenta per lui un
ostacolo ad agire liberamente.
3 Sulla base dello svolgimento del racconto, puoi dire per quale motivo
Brownrigg porta la moglie Millie dal dottor Crupiner?
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4 Per più di una volta nel corso del racconto si fa riferimento al “vecchio registro macchiato dalle mosche”. Per qual motivo, secondo te, questo elemento ricorre in modo quasi marginale, ma tuttavia insistito?
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5 L’abitudine del sabato sera di sbronzarsi con il whisky pone Brownrigg in
una particolare condizione che viene descritta nel racconto per due volte,
una nel corso del testo, per rendere conto delle abitudini di vita del protagonista, e una seconda volta nella scena finale. Quale differenza esiste nella descrizione del corpo e della mente nelle due situazioni?
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6 Quando il fantasma di Henry sta lasciando definitivamente il corpo, comprendendo di essere stato ucciso dalla moglie, dice a proposito della donna che «I
tipi così riescono sempre a farla franca. Sono troppo ottusi, troppo pratici,
troppo privi di fantasia. Riescono sempre a farla franca» (righi 712-713).
Valutando la figura di Millie, saresti d’accordo con l’opinione di Brownrigg?
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G.G. MÁRQUEZ
un signore molto vecchio con due ali enormi
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TESTO LETTERARIO
Un signore molto vecchio con due ali enormi, del 1968, fu scritto un anno
dopo la pubblicazione di Cent’anni di solitudine, capolavoro di García Márquez e uno dei massimi romanzi del Novecento. Anche qui ritroviamo una
colorita quanto amara rappresentazione di un paese dell’America Latina, del
quale lo scrittore delinea la condizione allucinata con inventiva, bruciante ironia ma anche con una profonda schiettezza.
Un signore molto vecchio con due ali enormi
l terzo giorno di pioggia avevano ucciso così tanti granchi dentro casa
che Pelayo dovette attraversare il cortile allagato e buttarli in mare, perché la notte il piccolo aveva avuto la febbre e si pensava fosse a causa del
fetore. Il mondo era triste fin dal martedì. Il cielo e il mare erano un tutt’uno
di cenere, e la sabbia della spiaggia, che in marzo scintillava come polvere di
fuoco, era diventata una brodaglia di fango e molluschi marci. A mezzogiorno
la luce era talmente fioca che quando Pelayo tornò a casa dopo aver buttato
via i granchi fece fatica a vedere cosa si muoveva e si lamentava in fondo al
cortile. Dovette avvicinarsi un bel po’ prima di rendersi conto che era un vecchio, sdraiato a faccia in giù nel pantano, che malgrado i continui sforzi non
riusciva ad alzarsi, impedito dalle sue enormi ali.
Spaventato da quell’incubo, Pelayo corse a cercare Elisenda, sua moglie, che
stava facendo impacchi al bambino malato, e la portò in fondo al cortile. Tutti
e due osservarono il corpo caduto con tacito stupore. Era vestito come uno
straccivendolo. Gli restava appena qualche filo sbiadito sul cranio pelato e
pochissimi denti in bocca, e la sua penosa condizione di bisnonno fradicio lo
aveva privato di ogni grandezza. Le ali da grosso avvoltoio, spennacchiate e
sporche, erano definitivamente incagliate nel pantano. Pelayo ed Elisenda
l’osservarono talmente tanto, e con tale attenzione, che si ripresero ben presto dallo stupore e finirono per trovarlo familiare. Allora si azzardarono a
parlargli e lui rispose in un dialetto incomprensibile, ma con una bella voce
da navigatore. Fu così che passarono sopra l’inconveniente delle ali e conclusero con molto buonsenso che era un naufrago solitario di qualche nave straniera affondata nella tempesta. In ogni modo decisero di chiamare una vicina
che sapeva tutto della vita e della morte, e a lei bastò un’occhiata per disilluderli.
«È un angelo» disse. «Veniva di sicuro a prendersi il bambino, ma è talmente
vecchio, poveretto, che la pioggia l’ha abbattuto».
Il giorno dopo tutti sapevano che in casa di Pelayo era prigioniero un angelo
in carne e ossa. Contro il parere della saggia vicina, per cui gli angeli di questi tempi erano fuggiaschi sopravvissuti a una cospirazione celestiale, non
avevano avuto cuore di ammazzarlo a bastonate. Pelayo lo aveva sorvegliato
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genere
racconto
fantastico
autore
Gabriel
García
Márquez
tratto da
L’incredibile
e triste storia
della candida
Eréndira e
della sua
nonna
snaturata
anno
1972
luogo
Colombia
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1. alcalde: era detto così
in Spagna e nelle sue
colonie un funzionario
statale che aveva
funzioni amministrative e
giudiziarie. Deriva
dall’arabo al-qadi,
giudice.
2. lingua di Dio: il testo
allude al fatto che la
lingua ufficiale della
Chiesa è il latino.
3. centavos: parola
spagnola e portoghese
che significa centesimo.
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tutto il pomeriggio dalla cucina, armato del suo randello di gendarme, e
prima di andare a letto lo aveva trascinato fuori dal pantano e chiuso con le
galline nel pollaio. A mezzanotte, quando aveva smesso di piovere, Pelayo ed
Elisenda stavano ancora ammazzando granchi. Poco dopo il bambino si era
svegliato senza febbre e con appetito. A quel punto si erano sentiti magnanimi e avevano deciso di mettere l’angelo su una zattera con acqua dolce e
provviste per tre giorni, e di abbandonarlo alla sua sorte in alto mare. Ma
quando alle prime luci dell’alba erano usciti nel cortile, avevano trovato tutti
i vicini davanti al pollaio, a divertirsi con l’angelo senza la minima devozione
e a gettargli roba da mangiare attraverso la rete come se fosse un animale da
circo e non una creatura sovrannaturale.
Padre Gonzaga arrivò prima delle sette, allarmato da quella notizia spropositata. Allora erano già accorsi curiosi meno frivoli di quelli dell’alba e avevano
fatto ogni genere di congettura sul futuro del prigioniero. I più semplici pensavano che sarebbe stato nominato alcalde1 del mondo. Altri, di spirito più
rude, supponevano che sarebbe stato promosso generale da cinque stellette
per vincere tutte le guerre. Alcuni visionari speravano che venisse tenuto
come stallone per fondare sulla terra una stirpe di uomini alati e sapienti che
reggessero l’universo. Ma padre Gonzaga prima di diventare sacerdote era
stato un robusto taglialegna. Affacciato alla rete, ripassò un momento il suo
catechismo e poi chiese che gli venisse aperta la porta per esaminare da vicino
quel pover’uomo che sembrava piuttosto un’enorme gallina decrepita in
mezzo alle altre galline assorte. L’angelo era sdraiato in un angolo e si asciugava al sole le ali spiegate, tra le bucce di frutta e gli avanzi di colazione che
gli avevano buttato i più mattinieri. Insensibile alle impertinenze del mondo,
alzò a stento gli occhi da antiquario mormorando qualcosa nel suo dialetto
quando padre Gonzaga entrò nel pollaio e gli diede il buongiorno in latino. Il
parroco ebbe i primi sospetti sulla sua impostura appena si rese conto che
non capiva la lingua di Dio2 né sapeva salutare i suoi ministri. Poi constatò
che visto da vicino appariva fin troppo umano: aveva un insopportabile odore
di intemperie, il rovescio delle ali coperto di alghe parassitarie, le penne più
grandi sciupate da venti terrestri, e niente nella sua miserabile natura era
compatibile con l’illustre dignità degli angeli. Allora uscì dal pollaio e con un
breve sermone mise in guardia i curiosi contro i rischi dell’ingenuità. Ricordò
che il diavolo aveva la brutta abitudine di ricorrere ad artifizi da carnevale per
confondere gli incauti. Argomentò che se le ali non erano l’elemento essenziale per stabilire le differenze tra uno sparviero e un aeroplano, tanto meno
potevano esserlo per riconoscere gli angeli. Ma promise di scrivere una lettera al suo vescovo, perché questi ne scrivesse un’altra al suo primate, e costui
una terza al Sommo Pontefice, così che il verdetto finale giungesse dai tribunali supremi.
La sua prudenza cadde in cuori sterili. La notizia dell’angelo prigioniero si
sparse con tale rapidità che in poche ore nel cortile c’era una baraonda da mercato, e dovettero portare la truppa con le baionette per disperdere la folla in
tumulto che stava per buttar giù la casa. Elisenda, con la spina dorsale storta a
forza di spazzare immondizia da fiera, ebbe allora la buona idea di recintare il
cortile e far pagare cinque centavos3 il biglietto per vedere l’angelo.
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Gabriel García Márquez, nato nel 1928 ad AraArrivarono curiosi fin dalla Marticataca, Colombia, come giornalista soggiornò in
nica. Arrivò una fiera girovaga con
Francia, Messico, Spagna e Italia, dove studiò al
un acrobata volante che passò varie
Centro sperimentale di cinematografia di Roma.
Ai romanzi Foglie morte (1955) e Nessuno scrive
volte a razzo sopra la folla, ma nesal colonnello (1961) seguono i racconti di I funesuno gli badò perché le sue ali non
rali della Mama Grande (1962), ove già emerge il
mondo mitico e paradossale che gli sarà caratteerano d’angelo ma di pipistrello siristico. Dopo La mala ora (1962), il romanzo Cenderale. Arrivarono in cerca di guat’anni di solitudine (1967), centrato sull’immagirigione i malati più disgraziati dei
naria ed epica comunità di Macondo, viene
considerato il suo capolavoro e riscuote un successo planetario. Ai racconti
Caraibi: una povera donna che fin
di L’incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snada bambina contava i battiti del
turata (1972) seguono Occhi di cane azzurro (1974), L’autunno del patriarca (1975) e Cronaca di una morte annunciata (1981). Nel 1982 ottiene
proprio cuore e non le bastavano
il premio Nobel per la letteratura. Seguono L’amore ai tempi del colera
più i numeri, un giamaicano che
(1985), Il generale nel suo labirinto (1989), Dell’amore e altri demoni
non riusciva a dormire perché era
(1994). Nel 1999 gli viene diagnosticata una grave malattia che lo spinge
a scrivere le sue memorie, il cui primo volume, Vivere per raccontarla, esce
tormentato dal rumore delle stelle,
nel 2002. Nel 2004, vinta la sua battaglia contro il cancro, pubblica il roun sonnambulo che di notte si almanzo Memoria delle mie puttane tristi (2004) e il monologo teatrale Diatriba d’amore contro un uomo seduto (2007). È anche autore di numerosi
zava a disfare quanto aveva fatto da
volumi di articoli e saggi.
sveglio, e molti altri meno gravi. In
mezzo a quel disordine da naufragio che faceva tremare la terra, Pelayo ed Elisenda erano felici nella loro stanchezza, perché in meno di una settimana avevano riempito di soldi le camere da letto, e la fila di pellegrini che
aspettava di entrare giungeva ancora fin oltre l’orizzonte.
L’angelo era l’unico che non partecipava al proprio evento. Passava il tempo
a cercare di accomodarsi alla meglio nel suo nido prestato, stordito dal calore
infernale delle lampade a olio e delle candele votive che mettevano vicino alla
rete. All’inizio cercarono di fargli mangiare cristalli di canfora, che secondo la
scienza della saggia vicina era l’alimento specifico degli angeli. Ma lui li disdegnava, come aveva disdegnato senza assaggiarli i pranzi papali che gli portavano i penitenti, e non si seppe mai se fu perché era un angelo o perché era
vecchio che finì per mangiare soltanto pappette di melanzana. La sua unica
virtù sovrannaturale sembrava la pazienza. Soprattutto nei primi tempi,
quando le galline lo becchettavano in cerca dei parassiti stellari che proliferavano nelle sue ali, e gli storpi gli strappavano le penne per passarsele sulle
magagne, e persino i più misericordiosi gli tiravano sassi cercando di farlo alzare per vederlo a figura intera. L’unica volta che riuscirono a innervosirlo fu
quando gli bruciarono il fianco con un ferro per marchiare i manzi, perché
era rimasto immobile così tante ore che lo credevano morto. Si svegliò di soprassalto, strepitando nella sua lingua ermetica con le lacrime agli occhi, e
sbatté un paio di volte le ali sollevando un vortice di sterco di gallina
e polvere lunare, e un uragano di panico che non sembrava di questo mondo.
Molti pensarono che la sua reazione non fosse di rabbia ma di dolore, però da
quel momento si guardarono bene dall’infastidirlo, perché la maggior parte
comprese che la sua non era una passività da eroe in ritiro, ma da cataclisma
in riposo.
Padre Gonzaga affrontò la frivolezza della folla con formule di ispirazione
domestica, in attesa di ricevere il verdetto definitivo sulla natura del prigioniero. Ma la posta da Roma aveva perso la nozione dell’urgenza. Passavano il
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4. aramaico: l’aramaico
era la lingua semitica
parlata correntemente al
tempo di Gesù e presente
nel territorio del vicino
Oriente già da mille anni
circa, come lingua
ufficiale del culto e della
legge.
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tempo ad appurare se il reo aveva l’ombelico, se il suo dialetto era legato in
qualche modo all’aramaico,4 se poteva stare più volte sulla punta di uno spillo
o se non era semplicemente un norvegese con le ali. Quelle lettere flemmatiche sarebbero andate avanti e indietro fino alla fine dei secoli, se un fatto
provvidenziale non avesse posto termine alle tribolazioni del parroco.
Accadde che in quei giorni, fra le numerose attrazioni delle fiere errabonde
dei Caraibi, giunse in paese il triste spettacolo della donna che si era trasformata in ragno per aver disobbedito ai genitori. Il biglietto per vederla non
solo costava meno del biglietto per vedere l’angelo, ma era permesso farle
ogni genere di domanda sulla sua aberrante condizione ed esaminarla dal
dritto e dal rovescio, perché nessuno mettesse in dubbio la verità dell’orrore.
Era una tarantola spaventosa delle dimensioni di un montone e con una testa
da donzella triste. La cosa più straziante però non era la sua figura assurda,
ma la sincera afflizione con cui raccontava i dettagli della propria disgrazia:
quando era ancora quasi una bambina era scappata dalla casa dei genitori per
andare a un ballo, e mentre tornava attraverso il bosco dopo aver ballato tutta
la notte senza permesso un tuono spaventoso aveva squarciato il cielo, e da
quella fenditura era uscito il lampo di zolfo che l’aveva trasformata in ragno.
Il suo unico alimento erano le palline di carne trita che le gettavano in bocca
le anime caritatevoli. Un simile spettacolo, carico di tanta verità umana e di
un così terribile monito, doveva sconfiggere senza volere quello di un angelo
sprezzante che si degnava a stento di guardare i mortali. E poi, i pochi miracoli attribuiti all’angelo rivelavano un certo disordine mentale, come il caso
del cieco che non aveva recuperato la vista ma aveva messo tre denti nuovi, e
quello del paralitico che non aveva ripreso a camminare ma era stato lì lì per
vincere alla lotteria, o quello del lebbroso a cui erano nati girasoli nelle ferite.
Quei miracoli di consolazione, che sembravano piuttosto passatempi beffardi,
avevano già danneggiato la reputazione dell’angelo quando la donna trasformata in ragno finì di distruggerla. Fu così che padre Gonzaga guarì per sempre dall’insonnia, e il cortile di Pelayo ritornò solitario come ai tempi in cui
aveva piovuto per tre giorni e i granchi si aggiravano nelle camere da letto.
I padroni di casa non ebbero niente di cui lamentarsi. Grazie al denaro raccolto costruirono una villa a due piani, con balconi e giardini, e soglie molto
alte perché non entrassero i granchi d’inverno, e sbarre di ferro alle finestre
perché non entrassero gli angeli. Inoltre, Pelayo aprì un allevamento di conigli a un passo dal paese e rinunciò per sempre al suo brutto lavoro di gendarme, ed Elisenda si comprò delle scarpette di raso a tacco alto e tanti vestiti
in seta cangiante, di quelli che all’epoca indossavano la domenica le signore
più invidiate. Il pollaio fu l’unica cosa a non ricevere attenzioni. Se qualche
volta lo lavarono con creolina e vi bruciarono grani di mirra non fu in omaggio all’angelo ma per scacciare il fetore da letamaio che ormai si aggirava
ovunque come un fantasma e stava invecchiando la casa nuova. All’inizio,
quando il piccolo imparò a camminare, badarono che non ci si avvicinasse
troppo. Ma poi pian piano dimenticarono i loro timori e si abituarono alla
puzza, e prima che il bambino cambiasse i denti si era già infilato a giocare
dentro il pollaio, la cui recinzione marcita cadeva a pezzi. L’angelo non fu
meno scontroso con lui che con il resto dei mortali, ma sopportava le infamie
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più ingegnose con una mansuetudine da cane senza illusioni. Contrassero la
varicella insieme. Il medico che curò il bambino non seppe resistere alla tentazione di auscultare l’angelo, e sentì talmente tanti soffi al cuore e rumori
nelle reni da sembrargli incredibile che fosse ancora vivo. Ma fu la logica
delle sue ali a stupirlo di più. Apparivano così naturali in quell’organismo
completamente umano che non riusciva a capire perché non le avessero
anche gli altri uomini.
Quando il bambino andò a scuola, il sole e la pioggia avevano da tempo distrutto il pollaio. L’angelo si trascinava qua e là come un moribondo senza
padrone. Lo cacciavano via da una camera a colpi di scopa e un momento
dopo se lo ritrovavano in cucina. Sembrava essere in così tanti posti assieme
da spingerli a pensare che si sdoppiasse, che si moltiplicasse in tutta la casa, e
l’esasperata Elisenda gridava fuori di sé che era una disgrazia vivere in quell’inferno pieno di angeli. Lui riusciva a stento a mangiare, i suoi occhi da antiquario erano così annebbiati che inciampava nei pilastri della casa, e non gli
restavano che le cannule pelate delle ultime penne.5 Pelayo gli buttò addosso
una coperta e gli fece la carità di lasciarlo dormire sotto la tettoia, e solo allora si accorsero che passava la notte a delirare per la febbre con scioglilingua
da vecchio norvegese. Quella fu una delle poche volte in cui si allarmarono,
perché pensavano che stesse per morire, e neppure la saggia vicina aveva saputo dire che cosa si faceva degli angeli morti.
Eppure non solo sopravvisse al suo peggiore inverno, ma parve riprendere le
forze al primo sole. Rimase immobile per giorni e giorni nell’angolo più appartato del cortile, dove nessuno poteva vederlo, e agli inizi di dicembre cominciarono a spuntargli sulle ali penne grandi e dure, penne da uccellaccio
decrepito che sembravano quasi un nuovo guaio della vecchiaia. Ma lui doveva conoscere la ragione di quei cambiamenti, perché stava bene attento che
nessuno li notasse, né sentisse le canzoni da marinaio che a volte cantava
sotto le stelle. Una mattina Elisenda stava affettando una cipolla per il
pranzo, quando entrò in cucina un vento che sembrava d’alto mare. Allora si
affacciò alla finestra e sorprese l’angelo nei suoi primi tentativi di volo. Erano
talmente goffi che aprì con le unghie un solco d’aratro fra gli ortaggi e per
poco non buttò giù la tettoia con quegli indegni colpi d’ala che scivolavano
sulla luce e non trovavano appiglio in aria. Ma riuscì a guadagnare quota. Elisenda tirò un sospiro di sollievo, per lei e per lui, quando lo vide passare sopra
le ultime case, tenendosi su in qualche modo con un incerto svolazzio da avvoltoio senile. Continuò a vederlo anche quando finì di tagliare la cipolla, e
continuò a vederlo anche quando non era possibile che potesse vederlo, perché ormai non era più una seccatura nella sua vita, ma un punto immaginario
sull’orizzonte del mare.
Un signore molto vecchio con due ali enormi, in L’incredibile e triste storia della candida Eréndira
e della sua nonna snaturata, Mondadori, Milano 2004
5. cannule ... penne:
struttura portante della
penna con cui essa si
attacca all’ala.
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STRUMENTI DI LETTURA
La storia
Sin dall’incipit, l’autore riesce a farci accettare come “normali” una quantità di elementi
surreali, da una casa invasa dai granchi al
fatto di scovare in fondo al cortile un anziano
signore con le ali. Così, dopo lo spavento
causato da quell’«incubo», alla fine si finisce
per trovarlo «familiare». Tuttavia, poiché in
quel mondo tropicale, impantanato e misero,
pare non esservi posto per i sentimenti, colui
che la superstizione popolare aveva immediatamente identificato come un angelo caduto diventa un fenomeno da baraccone, da
esibire a pagamento. Il sistematico, minuzioso intreccio di reale e surreale fa scaturire
quel senso di «realismo magico» per cui García Márquez è giustamente famoso, dove la
«magia» è come la scintilla che rivela tutto lo
squallore di una «realtà» avida, cinica e crudele. Così, alla fine, quando l’uomo con le ali
vola via, per qualcuno sarà soltanto una
«seccatura» in meno.
La lingua e lo stile
In García Márquez, considerato il maggior
esponente del moderno «realismo magico»
in letteratura, un acuto senso del particolare
sfuma costantemente nell’indefinito e nel
fantastico. La prosa è scorrevole ma costantemente pervasa da un’ironia amara. Il linguaggio, complesso e articolato, intreccia
realtà e fantasia, storia e leggenda, vita quotidiana e mito, infimo e sublime. Nel racconto trovano posto, nella stessa misura paradossale, uno stile vivo e concreto e una
dolente rappresentazione della vita.
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G.G. MÁRQUEZ
un signore molto vecchio con due ali enormi
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DOMANDE DI VERIFICA
1 L’ambientazione del racconto è situata in:
A un pollaio malridotto in prossimità del mare.
B una villa ben costruita con un pollaio semi distrutto.
C un cortile pieno di fango, di granchi e galline.
D una casa in sud America, vicina al mare, tormentata dalla presenza dei
granchi.
2 Prima che la vicina di casa lo riconosca come tale, l’autore introduce la figura dell’angelo (oltre a ciò che già dice nel titolo) come «un vecchio, sdraiato a faccia in giù nel pantano, che malgrado i continui sforzi non riusciva
ad alzarsi, impedito dalle sue enormi ali»; un «corpo caduto»; «vestito come
uno straccivendolo»; «con il cranio pelato»; «pochissimi denti in bocca»; «bisnonno fradicio»; con «ali da grosso avvoltoio, spennacchiate, sporche, incagliate nel pantano»; capace solo di «parlare un dialetto incomprensibile».
Sapresti interpretare i dati scelti dall’autore per presentare il personaggio
dell’angelo?
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3 Servendoti degli elementi tratti dal racconto, quale giudizio sull’angelo
esprime il parroco, padre Gonzaga?
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4 Tenendo conto di tutto lo svolgimento del racconto, quale comportamento
hanno gli uomini del popolo (esclusi i protagonisti) rispetto all’angelo?
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5 Considerando l’aspetto dell’angelo e il suo comportamento nel corso della
storia, individua gli aspetti “divini” che connotano la sua immagine.
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6 Ripercorrendo l’intera storia, si può dire che Márquez abbia usato l’espediente dell’angelo – presentato nei termini che conosciamo – per dare una
sua particolare valutazione della realtà umana?
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Verso l’Ocse Pisa
TESTO LETTERARIO
L’attenzione critica dedicata a Pessoa ha fornito a Tabucchi suggerimenti e
suggestioni anche per la sua opera narrativa. Dopo i primi romanzi lo scrittore
si è rivolto soprattutto alla forma del racconto, più congeniale a creare situazioni in cui si mette in evidenza ciò che è possibile, relativo o capovolto rispetto
alla realtà, e in cui ritornano insistentemente i motivi del destino, dell’ambiguità, dell’insensatezza dell’esistenza. Alla base di Piccoli equivoci senza importanza vi è il concetto della vita come rebus, rebus destinati a rimanere
senza soluzione fra mille ipotesi e congetture. In Treni che vanno a Madras il
compagno di viaggio del protagonista “potrebbe” essere colui che commette
l’omicidio di cui si parla sul giornale il giorno seguente, ma il protagonista di
Rebus, un altro racconto della stessa raccolta, riflettendo sull’impossibilità di
capire la realtà, fa questa considerazione: «la vita è come una tessitura, tutti i
fili si intrecciano, è questo che un giorno vorrei capire, vedere tutto il disegno».
Tuttavia, poiché il disegno sfugge al protagonista quanto al lettore, i piccoli
rebus diventano metafora di un rebus ben più ampio, quello rappresentato
dalla letteratura, vista come enigma insolubile o come equivoco.
Treni che vanno a Madras
treni che da Bombay vanno a Madras1 partono dalla Victoria Station. La
mia guida assicurava che una partenza dalla Victoria Station vale da sola un
viaggio in India, e questa era la prima motivazione che mi aveva fatto preferire il treno all’aereo. La mia guida era un libretto un po’ eccentrico che dava
consigli perfettamente incongrui, e io lo stavo seguendo alla lettera. Il fatto era
che anche il mio viaggio era perfettamente incongruo, dunque quello era il libro
fatto apposta per me. Trattava il viaggiatore non come un predone2 avido di immagini stereotipe al quale si consigliano tre o quattro itinerari obbligatori come
nei grandi musei visitati di corsa, ma alla stregua di un essere vagante e illogico,
disponibile all’ozio e all’errore. Con l’aereo, diceva, farete un viaggio comodo e
rapido, ma salterete l’India dei villaggi e dei paesaggi indimenticabili. Con i treni
di lunga percorrenza vi sottoporrete al rischio di soste fuori programma e potrete anche arrivare un giorno più tardi del previsto, ma vedrete la vera India.
Però, se avrete la fortuna di prendere il treno giusto, sarà puntualissimo e confortevole, avrete cibo eccellente e un servizio perfetto, e un biglietto di prima
classe vi costerà meno della metà di un biglietto aereo. E poi non dimenticate
che sui treni indiani si possono fare gli incontri più imprevedibili.
Queste ultime considerazioni mi avevano definitivamente convinto; e forse mi era
anche capitata la fortuna del treno giusto. Avevo attraversato paesaggi di rara bellezza, o comunque indimenticabili per l’umanità che avevo visto; il vagone era di
un conforto eccezionale, l’aria condizionata gradevole, il servizio impeccabile.
Stava calando il crepuscolo e il treno attraversava un paesaggio di montagne rosse
e scabre. Il servitore entrò con uno spuntino su un vassoio di legno laccato, mi
porse una salvietta umida, mi versò il tè, mi informò con discrezione che ci trovavamo in mezzo all’India. Mentre mangiavo sistemò la mia cuccetta, specificò che
il vagone ristorante restava aperto fino alla mezzanotte e che se desideravo cenare
nel mio scompartimento bastava suonassi il campanello. Lo ringraziai con una piccola mancia e gli restituii il vassoio vuoto. Poi restai a fumare guardando dal finestrino quel panorama ignoto, pensando al mio strano itinerario. Andare a Madras
I
5
1. da Bombay ... a
Madras: il viaggio
descritto dal racconto
attraversa da ovest a est
la penisola indiana nella
zona meridionale,
congiungendo due delle
maggiori città della
regione.
2. Trattava ... non come
un predone: la
similitudine accosta
l’idea del viaggiatore più
banale desideroso di
conoscere i luoghi più
tipici a quella del
predone, ovvero del
brigante che si
impadronisce delle cose
preziose che incontra
sulla sua strada in terra
straniera. Così facendo
l’autore pone idealmente
a confronto un turismo
più superficiale che
incontra le bellezze
artistiche e naturali di un
paese seguendo schemi
predefiniti, con uno più
attento alla realtà che
incontra, anche se
apparentemente meno
organizzato.
genere
racconto
tra realtà
e fantasia
autore
Antonio
Tabucchi
tratto da
Piccoli
equivoci
senza
importanza
anno
1985
luogo
Italia
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Antonio Tabucchi, nato a Pisa nel 1943, già direta visitare la Società Teosofica,3 per un
tore a Lisbona dell’Istituto italiano di cultura, della
agnostico,4 e per di più fare due
letteratura portoghese ha fatto oggetto d’insegnagiorni di treno, era un’impresa che
mento, saggi critici e traduzioni. A lui si deve la diffusione in Italia delle opere di Fernando Pessoa, il
probabilmente sarebbe piaciuta agli
massimo scrittore lusitano moderno. Pessoa ha
strambi autori della mia stramba
profondamente influenzato il Tabucchi narratore,
guida di viaggio. Ma la verità era che
autore di romanzi e racconti lunghi fra i quali
Piazza d’Italia (1975), Il piccolo naviglio (1978),
una persona della Società Teosofica
Notturno indiano (1984), Il filo dell’orizzonte (1986),
mi avrebbe potuto fornire un’inforRequiem (1992), Sostiene Pereira (1994), il suo
libro di maggior successo, La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997),
mazione alla quale tenevo moltisSi sta facendo sempre più tardi (2001). Dopo il suo primo racconto Irma Sesimo. Era una tenue speranza, forse
rena, pubblicato nel volume L’Astromostro. Racconti per bambini (1980),
un’illusione, e non volevo bruciarla
sono uscite numerose raccolte: Il gioco del rovescio (1981), Donna di Porto
Pim e altre storie (1983), Piccoli equivoci senza importanza (1985), I volatili
nel breve spazio di un viaggio aereo:
del Beato Angelico (1987), L’angelo nero (1991), Sogni di sogni (1992). Per il
preferivo cullarla e assaporarla con
teatro ha scritto i monologhi I dialoghi mancati (1988), mentre della sua proun certo agio, come si ama fare con
duzione saggistica ricordiamo La gastrite di Platone (1998) e, tra quelli dedicati a Pessoa, Il poeta e la finzione (1983) e Un baule pieno di gente (1990).
le speranze alle quali teniamo molto
e che sappiamo hanno poche possibilità di realizzarsi.
La frenata del treno mi strappò alle mie considerazioni, forse al mio torpore.
Probabilmente mi ero appisolato per qualche minuto e il treno era già entrato in una stazione senza che potessi leggere il nome sul cartello. Avevo
letto sulla guida che una delle fermate intermedie era Mangalore, o forse
Bangalore, non ricordavo bene, ma ora non avevo voglia di mettermi nuovamente a sfogliare il libro per cercare l’itinerario della strada ferrata. Sotto la
pensilina c’erano rari viaggiatori: indiani vestiti all’occidentale dall’aspetto di
persone facoltose, un gruppo di donne, alcuni facchini affaccendati. Doveva
essere una città importante e industrializzata. In lontananza, oltre i binari, si
3. la Società Teosofica:
vedevano le ciminiere di una fabbrica, grandi edifici e viali alberati.
la teosofia afferma che
L’uomo entrò mentre il treno si stava rimettendo in movimento. Mi salutò fret- tutte le religioni hanno
tolosamente, verificò che il numero della cuccetta libera corrispondesse a un’unica origine e che nel
corso della storia solo
quello del suo biglietto e dopo avere constatato che non c’erano errori mi alcune persone a
chiese scusa dell’intrusione. Era un europeo di una grassezza flaccida, portava conoscenza di questa
verità abbiano potuto
un completo blu abbastanza fuori luogo dato il clima e un cappello elegante. rivelarla agli altri.
Come bagaglio aveva soltanto una valigetta ventiquattrore di cuoio nero. Si se- I seguaci della teosofia
appartengono a un
dette al suo posto, trasse di tasca un fazzoletto candido e si pulì con cura gli oc- movimento che chiede
chiali da vista, sorridendo. Aveva un’aria affabile ma riservata, quasi compunta. di raggiungere la verità
religiosa solo attraverso
– Anche lei va a Madras? – mi chiese senza aspettare la mia risposta – questo un percorso graduale ed
esclusivo, sotto la guida
treno è molto puntuale, arriveremo domani mattina alle sette.
di maestri. Non tutti sono
Parlava un buon inglese con accento tedesco, ma non mi parve tedesco. Olan- presupposti raggiungere
dese, mi venne da pensare senza sapere perché, o forse svizzero. Aveva l’aria di un gli stessi livelli di
conoscenza e di
uomo d’affari, così a prima vista pareva sulla sessantina, ma forse era più vecchio. approfondimento
– Madras è la capitale dell’India dravidica5 – aggiunse – se non c’è mai stato avrà religioso.
4. agnostico: chi ritiene
cose straordinarie da vedere –. Parlava con la disinvoltura un po’ distaccata degli di non sia possibile
europei che conoscono l’India, e mi preparai a una conversazione basata sulle affermare o negare
l’esistenza di Dio, in
banalità. Decisi che era opportuno informarlo che potevamo cenare nel vagone quanto non si possiedono
ristorante, preferendo intercalare i prevedibili luoghi comuni dell’inevitabile elementi sufficienti alla
soluzione del problema.
dialogo con i necessari silenzi previsti da un pasto consumato civilmente.
5. India dravidica: si
Mentre camminavamo nel corridoio mi presentai scusandomi per la distra- individua come dravidica
la regione meridionale
zione di non averlo fatto prima.
della penisola indiana.
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– Oh, le presentazioni sono diventate una formalità inutile, ormai – affermò
con la sua aria affabile. Accennò un lieve inchino con la testa. – Mi chiamo
Peter – concluse.
A cena si dimostrò un esperto prezioso. Mi sconsigliò le cotolette vegetali
sulle quali mi stavo orientando per pura curiosità, «perché i vegetali devono
essere molto variati e lavorati» disse «ed è difficile che ciò possa verificarsi
nelle cucine di un treno». Tentai timidamente altri cibi a caso, suscitando
sempre la sua disapprovazione. Alla fine acconsentii al tandoori di agnello che
egli aveva scelto per sé, «perché l’agnello è un cibo nobile e sacrificale, e gli
indiani hanno il senso della ritualità del cibo».6
Parlammo molto delle civiltà dravidiche,7 anzi, parlò quasi sempre lui, perché
i miei interventi si limitavano alle domande tipiche dell’inesperto, a qualche timida obiezione, perlopiù al consenso incondizionato. Mi descrisse con dovizia
di dettagli i rilievi rupestri di Kancheepuram8 e l’architettura dello Shore
Temple,9 mi parlò di culti arcaici e ignoti, estranei al panteismo induista,10
come quello delle aquile bianche11 di Mahabalipuram;12 del significato dei colori, dei riti funebri, delle caste.13 Gli esposi con qualche esitazione quello che
sapevo: le mie conoscenze della penetrazione europea sulle coste del Tamil;14
parlai della leggenda del martirio di san Tommaso a Madras,15 del fallito tentativo dei portoghesi di fondare un’altra Goa16 su quelle coste, delle loro
guerre con i reami locali, dei francesi di Pondicherry.17 Egli completò le mie
informazioni e corresse certe mie inesattezze sulle dinastie indigene citando
nomi, date, luoghi e avvenimenti. Parlava con sicurezza e competenza, e la sua
erudizione denotava una vastità di conoscenze che lo facevano supporre un
esperto qualificato, forse un professore universitario o uno studioso illustre.
Glielo chiesi in modo diretto, con una certa ingenuità, sicuro di una risposta
affermativa. Egli sorrise non senza finta modestia e scosse il capo.
– Solo un semplice amatore – disse – è una passione che il destino mi ha invitato a coltivare.
La sua voce aveva una nota struggente, mi parve, come un rimpianto o una
6. l’agnello ... ritualità del cibo: il testo allude al fatto che l’agnello era
un animale usato da molte religioni, soprattutto nel passato, nei sacrifici
verso le divinità. Peter consiglia l’agnello perché ritiene che la cucina
indiana usi dei procedimenti che assomigliano a quelli dei riti religiosi e
dunque l’agnello sarebbe un piatto particolarmente conforme alle
modalità della cucina indiana.
7. Civiltà dravidiche: si attestarono nella valle del fiume Indo nel
periodo compreso tra il III e il II millennio a.C., praticavano l’agricoltura,
conoscevano l’uso della ceramica e la lavorazione dei metalli; la vita
associata era organizzata in città. Dopo il II millennio a.C. gli arii,
popolazione nomade di origine indoeuropea, resero le civiltà dravidiche
loro sottomesse, inglobandole.
8. rilievi ... Kancheepuram: si tratta di sculture e templi monumentali
nella roccia, compiuti sotto la dinastia Pallava (III-IX secolo),
caratterizzati da un ricco ornato con elementi vegetali, animali, umani.
9. Shore Temple: tempio costruito in granito sotto la dinastia Pallava,
datato all’VIII secolo, dedicato alle divinità indu Shiva e Visnu. Dichiarato
Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, è uno dei maggiori esempi di arte e
architettura indiana.
10. panteismo induista: nel testo sacro della religione indiana, i Veda,
si indica il Brahma come uno Spirito che attraversa tutto il cosmo e si
definisce infinito ed eterno; per questo il racconto parla di ‘panteismo’,
perché l’induismo intende tutto il mondo pervaso dallo Spirito di
Brahma.
11. aquile bianche: il testo probabilmente allude a una divinità in forma
di aquila dalla testa bianca e dalle ali d’oro, che nei Veda è citata come
Garuda, un antico maestoso uccello che portava agli dei il nettare dal
Cielo alla Terra.
12. Mahabalipuram: lì sono presenti templi monumentali costruiti sotto
la dinastia Pallava, fra il VII e il IX secolo, dichiarati nel 1984 Patrimonio
dell’Umanità dall’UNESCO.
13. caste: in India la società è divisa in gruppi sociali, o caste, che
costituiscono una gerarchia rigida, per cui un individuo che fa parte
di una casta non può entrare a fare parte di un’altra, specie se questa
risulta di rango più elevato.
14. penetrazione europea ... Tamil: si fa riferimento all’arrivo degli
occidentali nella regione del Tamil, situata nell’India sud orientale, a
partire dal XVI secolo in avanti; si trattò dei Portoghesi, successivamente
degli Olandesi e infine dei Britannici.
15. san Tommaso a Madras: la tradizione cristiana dell’India racconta
che Tommaso, apostolo di Cristo, venne a diffondere il Vangelo in India e
morì a Madras, martire. Nella cripta della chiesa si dice siano conservati
resti delle sue ossa.
16. Goa: si tratta di un piccolo stato fondato dai mercanti portoghesi
sulla costa occidentale dell’India nel XVI secolo. Rimase sotto il dominio
portoghese per 450 anni fino al 1961, quando venne inglobato dall’India.
17. Pondicherry: è una città fondata dai francesi nel XVII secolo sulla costa
sud orientale dell’India e rimasta in possesso della Francia fino al 1956.
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pena. I suoi occhi erano lustri, e il volto glabro pareva più pallido sotto la luce
del vagone ristorante. Aveva mani delicate e i gesti stanchi. C’era una sorta di
incompiutezza, nel suo aspetto, qualcosa di dimidiato,18 ma era difficile dire
che cosa: pensai a qualcosa di infermo e di nascosto, come una vergogna.
Tornammo nel nostro scompartimento continuando a conversare, ma ora la
sua verve si era affievolita e il nostro colloquio era intercalato da lunghi silenzi.
Mentre ci disponevamo a prepararci per la notte, solo per dire qualcosa, senza
una ragione specifica, gli chiesi perché viaggiasse in treno, piuttosto che in
aereo. Pensavo che per una persona della sua età sarebbe stato più agevole e
comodo usare l’aereo, invece di sottoporsi a un viaggio così lungo; e probabilmente mi aspettavo la confessione del timore di un simile mezzo di trasporto,
come a volte accade a persone che non vi furono abituate nella giovinezza.
Il signor Peter mi guardò perplesso, come se non ci avesse mai pensato. Poi si
illuminò all’improvviso e disse:
– Con l’aereo si fanno viaggi comodi e rapidi, ma si salta la vera India. Certo
con i treni che fanno lunghi percorsi c’è il rischio di arrivare anche con un
giorno di ritardo; ma se si ha la fortuna di indovinare il treno giusto si può
fare un viaggio molto confortevole e arrivare con estrema puntualità. E poi
sul treno c’è sempre il piacere di una conversazione che l’aereo non permette.
Fu più forte di me e mormorai:
– India, a travel survival kit.
– Come? – disse lui.
– Niente – risposi – mi era venuto in mente un libro –. E poi dissi con sicurezza: – Lei non è mai stato a Madras.
Il signor Peter mi guardò con candore.
– Per conoscere un luogo non è sempre necessario esserci stati – affermò. Si
tolse la giacca e le scarpe, infilò la sua valigetta sotto il cuscino, tirò la tenda
della sua cuccetta e mi augurò la buona notte.
Avrei voluto dirgli che anche lui aveva una tenue speranza, e per questo aveva
preso il treno: perché preferiva cullarla e assaporarla a lungo, invece di bruciarla nel breve spazio di un viaggio aereo, ne ero certo. Ma naturalmente
non dissi niente, spensi la luce centrale, lasciai la veilleuse azzurra,19 tirai la
mia tenda e gli augurai la buona notte.
***
Ci svegliò il fastidio della luce accesa all’improvviso e una voce che chiedeva
qualcosa. Dal finestrino si vedeva una baracca di tavole rischiarata da una luce
fioca, con un cartello incomprensibile. Il controllore era accompagnato da un
poliziotto molto scuro dall’aria sospettosa.
– Stiamo entrando nel paese Tamil Nadu20 – disse il controllore con un sorriso – è una pura formalità –. Il poliziotto tese la mano e disse:
– Documenti, prego.
Guardò il mio passaporto con aria distratta e lo richiuse subito. Sul documento del signor Peter si trattenne con maggiore attenzione. Mentre lo esaminava mi accorsi che era un passaporto israeliano.
– Mister... Shi… mail? – sillabò faticosamente il poliziotto.
– Schlemihl – corresse il mio compagno di viaggio – Peter Schlemihl.
Il poliziotto ci restituì i documenti, spense la luce e si accomiatò freddamente. Il treno aveva ripreso a correre attraverso la notte indiana, la luce
18. dimidiato: dimezzato,
diviso a metà.
19. veilleuse azzurra: si
tratta della lampada dalla
luce azzurra che rimane
accesa durante la notte
negli scompartimenti
ferroviari, senza
disturbare il sonno dei
viaggiatori. Dal francese
veille, veglia.
20. Tamil Nadu: come
detto in precedenza, il
Tamil Nadu è la regione
sud orientale dell’India.
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21. Chamisso: A. von
Chamisso pubblicò nel
1814 la Storia
straordinaria di Peter
Schlemihl, in cui il
protagonista viveva molte
avventure originate
dall’aver barattato con
il demonio la sua ombra
per un sacco dal quale
sarebbero uscite
continuamente monete
d’oro.
22. progresso della
scienza tedesca: il
racconto di Peter fa
riferimento al fatto che
molti degli ebrei
perseguitati dai nazisti
nel corso della seconda
guerra mondiale
rientrarono in speciali
programmi di studio nel
campo della ricerca
medica, come cavie
umane.
23. questa statua ... vita
attuale: come poco oltre
il racconto chiarirà, si
tratta della statua di
Shiva, una delle tre
divinità maggiori indu. Il
discorso fatto dal medico
spiega un concetto
proprio della religione
induista secondo la quale
ogni forma di vita, anche
quelle che appaiono più
basse, assumeranno
attraverso un ciclo
successivo di
reincarnazioni una forma
più alta e perfetta.
Sottintesa è la teoria
propria del nazismo
secondo cui solo la razza
ariana era superiore,
mentre quella semitica,
ovvero quella ebrea, era
inferiore e imperfetta.
Nelle parole del medico
si fondono perciò la teoria
nazista con quella della
religione indu.
24. circolo del
riciclaggio vitale: ovvero
non è ancora morto; solo
attraverso la morte,
secondo la religione
induista, si entra nel ciclo
delle reincarnazioni.
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della lampada azzurra creava un’atmosfera di sogno, restammo a lungo in silenzio, poi alla fine io parlai.
– Lei non può avere questo nome – dissi – esiste un solo Peter Schlemihl, è
un’invenzione di Chamisso,21 e lei lo sa perfettamente. Una cosa del genere
va bene per un poliziotto indiano.
Il mio compagno di viaggio non rispose. Poi mi chiese:
– Le piace Thomas Mann?
– Non tutto – risposi.
– Che cosa?
– I racconti, alcuni romanzi brevi, Tonio Kröger, Morte a Venezia.
– Non so se conosce una prefazione al Peter Schlemihl – disse lui – è un testo
ammirevole.
Il silenzio cadde di nuovo. Pensai che il mio compagno si fosse addormentato, ma non poteva essere, certo. Aspettava solo che parlassi io, e io parlai.
– Che cosa va a fare a Madras?
Il mio compagno di viaggio non rispose subito. Tossì leggermente.
– Vado a vedere una statua – sussurrò.
– È un lungo viaggio, per vedere una statua.
Il mio compagno non rispose. Si soffiò il naso a più riprese.
– Voglio raccontarle una piccola storia – disse poi – ho voglia di raccontarle
una piccola storia –. Parlava sommessamente e la sua voce mi giungeva attutita
da dietro la tenda. – Molti anni fa, in Germania, conobbi un uomo. Era un
medico, e doveva visitarmi. Stava seduto dietro una scrivania e io stavo in piedi
nudo davanti a lui. Dietro di me c’era una fila di altri uomini nudi che egli doveva visitare. Quando ci avevano condotti in quel luogo ci avevano detto che
noi servivamo al progresso della scienza tedesca.22 Accanto al medico c’erano
due guardie armate e un infermiere che riempiva delle schede. Egli ci poneva
delle domande precise concernenti le nostre funzioni virili, l’infermiere procedeva a certe analisi sui nostri corpi, e poi scriveva. La fila procedeva svelta,
perché quel medico aveva fretta. Quando avevo già superato il mio turno, invece di proseguire verso la stanza in cui ci conducevano, indugiai qualche attimo, perché il mio sguardo fu attratto da una statuetta che il medico teneva
sulla scrivania. Era la riproduzione di una divinità orientale, ma io non l’avevo
mai vista. Rappresentava una figura danzante, con le braccia e le gambe in posizioni armoniche e divergenti iscritte in un circolo. C’erano solo pochi spazi
aperti in quel circolo, piccoli vuoti che aspettavano di essere chiusi dall’immaginazione di chi lo guardava. Il medico si accorse del mio rapimento e sorrise.
Aveva una bocca sottile e beffarda. – Questa statua rappresenta il circolo vitale
– disse – nel quale tutte le scorie devono entrare per raggiungere la forma superiore della vita che è la bellezza. Le auguro che nel ciclo biologico previsto
dalla filosofia che concepì questa statua lei possa avere, in un’altra vita, un gradino superiore a quello che le è toccato nella sua vita attuale.23
Il mio compagno di viaggio tacque. Nonostante il rumore del treno potevo
avvertire perfettamente la sua respirazione pausata e profonda.
– Vada avanti, la prego – dissi.
– Non c’è molto da aggiungere – disse lui – quella statua era l’immagine di Shiva
danzante, ma io allora non lo sapevo. Come vede non sono ancora entrato nel
circolo del riciclaggio vitale,24 e la mia interpretazione di quella figura è un’altra.
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Ci ho pensato ogni giorno, è l’unica cosa a cui ho pensato in tutti questi anni.
– Quanti anni sono passati?
– Quaranta.
– Si può pensare a una sola cosa per quarant’anni?
– Credo di sì, se si è provata su di noi la turpitudine.
– E quale è la sua interpretazione di quella figura?
– Credo che essa non rappresenti affatto il circolo vitale. Rappresenta semplicemente la danza della vita.
– In che cosa consiste la differenza? – chiesi io.
– Oh, è molto diverso – sussurrò il signor Peter. – La vita è un cerchio. C’è
un giorno in cui il cerchio si chiude, e noi non sappiamo quale –. Si soffiò di
nuovo il naso e poi disse: – E ora mi scusi, sono stanco, se permette vorrei
cercare di dormire.
***
Mi svegliai nei dintorni di Madras. Il mio compagno di viaggio era già rasato
e pronto nel suo impeccabile vestito blu. Aveva un’aria riposata e sorridente,
aveva rialzato la sua cuccetta e mi indicava il vassoio della colazione posato sul
tavolo accanto al finestrino.
– Ho aspettato che si svegliasse per prendere il tè insieme – disse. – Non ho
voluto disturbarla, dormiva così bene.
Entrai nello stanzino del lavabo e feci rapidamente la toeletta mattutina, raccolsi le mie cose, sistemai il mio bagaglio e mi sedetti davanti alla colazione.
Cominciavamo a percorrere un luogo abitato, una zona di villaggi popolosi
con le prime avvisaglie di città.
– Come vede siamo in perfetto orario – disse il mio compagno – sono le sette
meno un quarto –. Piegò con cura il suo tovagliolo. – Mi piacerebbe che
anche lei andasse a vedere quella statua – aggiunse – si trova nel museo di
Madras. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa –. Si alzò in piedi e prese la sua
valigetta. Mi tese la mano e mi salutò col suo tono affabile. – Sono grato alla
mia guida di viaggio che consigliava questo mezzo di trasporto – disse, – è
vero che sui treni indiani si possono fare gli incontri più inattesi: la sua compagnia è stata per me un piacere e un conforto.
– È un piacere reciproco – replicai – sono io che sono grato ai consigli della
mia guida.
Stavamo entrando nella stazione, davanti a un marciapiede brulicante di folla.
Il treno azionò i freni e il convoglio si fermò dolcemente. Gli cedetti il passo
ed egli scese per primo, facendomi un cenno di saluto con la mano. Mentre si
allontanava lo chiamai e lui si voltò.
– Non so dove potrei eventualmente comunicarle la mia opinione – gridai –
non ho il suo indirizzo.
Lui tornò sui suoi passi, con quell’aria perplessa che già gli conoscevo, e rifletté un istante.
– Mi lasci un messaggio all’American Express25 – disse – passerò a raccoglierlo.
Poi ciascuno di noi si perse tra la folla.
***
A Madras restai solo tre giorni. Furono giorni intensi, quasi febbrili. Madras
è una città enorme di case basse e di immensi spazi incolti, ingorgata da un
traffico di biciclette, di autobus sconnessi e di animali; per percorrerla da una
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25. American Express:
è una società nata in
America nel 1850,
specializzata in servizi
finanziari e di viaggio.
Nelle sue sedi sparse in
tutto il mondo, è possibile
fare operazioni finanziarie
di cambio e di credito,
usufruire di una sorta
di fermo posta per
recapitare messaggi
personali, comunicare
attraverso il telefono.
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26. Kancheepuram: cfr.
nota 8.
27. Kerala ... Goa: è uno
stato che occupa una
lunga e stretta striscia di
terra costiera nella zona
sud occidentale dell’India;
per Goa cfr. nota 16.
28. anodina: insignificante.
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punta all’altra ci vuole molto tempo. Assolti gli obblighi che mi aspettavano
mi restò un solo giorno di libertà, e al museo preferii una visita ai rilievi rupestri di Kancheepuram,26 che distano molti chilometri dalla città. La mia
guida, anche in quell’occasione, si rivelò una preziosa compagnia.
La mattina del quarto giorno mi trovavo in una stazione degli autobus che
fanno il percorso per il Kerala e per Goa.27 Mancava un’ora alla partenza, faceva un caldo torrido e le pensiline dell’enorme hangar della stazione erano
l’unico rifugio contro la calura delle strade. Per ingannare l’attesa comprai il
giornale in lingua inglese di Madras. Era un giornale di appena quattro fogli,
dall’aspetto di giornale di parrocchia, con molti annunci di ogni specie, riassunti di film popolari, cronaca cittadina. In prima pagina, con molto rilievo,
c’era la notizia di un omicidio avvenuto il giorno precedente. La vittima era
un cittadino di nazionalità argentina che viveva a Madras dal 1958. Era descritto come un signore schivo e discreto, senza amicizie, settantenne, che viveva in una villetta nel quartiere residenziale di Adyar. La moglie era deceduta tre anni prima per cause naturali. Non avevano figli.
Era stato ucciso con un colpo di pistola al cuore. Era un omicidio apparentemente inspiegabile, perché l’assassino non aveva agito a scopo di furto. La
casa risultava in ordine, senza tracce di scassi. L’articolo descriveva l’abitazione come una residenza semplice e sobria, con alcuni pezzi d’arte di buon
gusto e un piccolo giardino. Pareva che la vittima fosse un intenditore di arte
dravidica; il giornale menzionava alcuni servigi resi nella catalogazione del
locale museo e riportava la fotografia di uno sconosciuto: il viso di un vecchio
calvo, con gli occhi chiari e la bocca sottile.
Era una descrizione neutra e anodina.28 L’unico particolare curioso era la fotografia di una statuetta abbinata al volto della vittima. Si trattava certo di un
abbinamento plausibile, perché la vittima era un intenditore di arte dravidica
e la danza di Shiva è il pezzo più noto del museo di Madras, una specie di
simbolo. Ma quell’accostamento plausibile suscitò in me un altro accostamento. Mancavano ancora venti minuti alla partenza, cercai un telefono e feci
il numero dell’American Express. Mi rispose una signorina gentile.
– Vorrei lasciare un messaggio per il signor Schlemihl – dissi.
La signorina mi pregò di attendere un attimo e poi disse:
– Per il momento non abbiamo nessuna persona con un recapito a questo
nome, ma se lo desidera può lasciare ugualmente il suo messaggio, gli sarà
consegnato appena passerà.
– Pronto, pronto – ripeté la telefonista che non sentiva più la mia voce. – Un
attimo, signorina – dissi – mi lasci riflettere un attimo.
Che cosa potevo dire? Pensai al ridicolo del mio messaggio. Forse che avevo
capito? E che cosa? Che per qualcuno il cerchio si era chiuso?
– Non ha importanza – dissi – ho cambiato idea –. E riattaccai.
Non escludo che la mia immaginazione abbia lavorato più del consentito. Ma
se avessi indovinato quale era l’ombra che il signor Schlemihl aveva perduto;
e se mai gli capitasse di leggere questo racconto, per lo stesso strano caso che
ci fece incontrare quella sera in treno, vorrei che gli giungesse il mio saluto.
E la mia pena.
Treni che vanno a Madras, in Piccoli equivoci senza importanza, Feltrinelli, Milano 1985
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A. TABUCCHI
treni che vanno a Madras
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STRUMENTI DI LETTURA
La storia
La vicenda esprime in modo esemplare il
concetto, tipico di Tabucchi, dalla vita come
rebus. Attraverso quali misteriosi passaggi,
infatti, si può collegare un incontro casuale
durante un viaggio in treno nella remota India
all’angoscia dei campi di sterminio nazisti
nell’Europa sconvolta dall’ultima guerra
mondiale? E poi, questo collegamento esiste
davvero, oppure è soltanto frutto dell’interpretazione del protagonista del racconto? E
il cerchio, alla fine, si chiude davvero? e per
chi? Il finale rimane aperto, e il rebus irrisolto.
I personaggi
Il protagonista-narratore definisce il suo viaggio «perfettamente incongruo» e descrive se
stesso come «un essere vagante e illogico».
Si presenta dunque come un personaggio
che non ama rispettare le regole e stare in
schemi predefiniti. Per esempio, si dice
agnostico, ma si sobbarca due giorni di treno
per andare a Madras a visitare la Società
Teosofica; viaggia in treno e non in aereo –
cosa che gli farebbe risparmiare tempo – perché vuole vedere «la vera India» e non quella
dei circuiti turistici predefiniti. Durante il suo
percorso, in modo del tutto inatteso, entra in
contatto con un misterioso viaggiatore che si
presenta con il nome fittizio di un personaggio letterario – Peter Schlemihl, l’uomo che in
un racconto di Adalbert von Chamisso vende
la sua ombra al diavolo – e talora si esprime
con le identiche parole del libro che il narratore usa come guida turistica. Anche il passeggero appare, a suo modo, non meno «illogico» del narratore: provvisto di un bagaglio
minimo, vestito in modo incongruo rispetto al
clima indiano, affabile ma riservato, è di età e
di nazionalità indefinibili. Viaggia però con
passaporto israeliano.
Il tempo
ll tempo del viaggio in treno diventa un viaggio nel tempo e anche un viaggio all’interno
dell’enigma rappresentato dall’uomo che ha
il nome di un personaggio letterario. Dunque,
anche il lettore deve andare indietro nel
tempo, è invitato a stornare la propria attenzione dal “presente” di questo racconto,
quello di Tabucchi, al “passato” di un altro
racconto, quello di Chamisso, alla ricerca di
un possibile scioglimento del rebus circa
l’identità del misterioso viaggiatore. Non si
tratta solamente, però, di rimandi letterari:
c’è anche il tempo della Storia, quella presente che si intreccia con quella passata,
che ritorna, incancellabile, quella della
guerra e dei campi di sterminio.
Lo spazio
L’immensità caotica dell’India, i suoi grovigli di
strade, di gente, di traffico, di case, di vegetazione, apre e chiude il racconto. Tra lo spazio
aperto e illimitato dell’India dell’incipit e della
chiusa, c’è lo spazio limitato del treno, l’angusto scompartimento dove, poco alla volta, fra
allusioni, reticenze, ambiguità si costruisce il
rebus dettato dal viaggiatore misterioso.
Il narratore
Le perplessità del narratore diventano le
stesse del lettore: sperduto tra le varie interpretazioni possibili, si sente intrappolato come
tra le figure di un insolubile rebus illustrato. Né
il narratore, né il lettore riescono perciò a dare
un ordine all’universo, destabilizzando qualsiasi tipo di certezza e costringendosi a riflettere su un mondo dai molteplici significati.
Le tecniche narrative
Seppure con finalità del tutto particolari, l’andamento narrativo del racconto potrebbe essere paragonato a quello di un giallo (del
resto, nella storia non manca il classico delitto). Tabucchi, infatti, procede accumulando
indizi, dettagli inquietanti, allusioni misteriose, anche se nella sua opera l’infittirsi del
mistero non culmina nella soluzione finale e
la tensione non si scioglie in una liberatoria
“spiegazione”. Al contrario, il mistero rimane
tale, non solo, ma in conclusione diventa ancora più inquietante perché sentiamo che il
«cerchio» non si è chiuso, e la realtà rimane
alla fine sostanzialmente indecifrabile.
La lingua e lo stile
La scrittura di Tabucchi è semplice e al
tempo stesso raffinata, intensa e coinvolgente ma sempre venata d’ironia. Evoca vividamente ambienti, personaggi e situazioni,
eppure rimane ben lontana da qualsiasi tipo
di realismo. Il suo stile ha un andamento apparentemente lineare, ma da esso scaturisce
alla fine un mondo complesso e quasi indecifrabile, cosicché la fedeltà al dato reale sfuma
continuamente in una dimensione di sogno.
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
DOMANDE DI VERIFICA
1 Ai righi 11-17 e 122-126 si trovano due passi quasi identici. In base ai contenuti del racconto, sapresti spiegare che cosa comprende il protagonista a
proposito del suo interlocutore Peter attraverso le parole che questi ripete
dalla guida di viaggio?
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2 Il nome Peter Schlemihl scritto sul passaporto del viaggiatore risulta essere:
A un nome israeliano, come la nazionalità del suo possessore
B un falso, derivato da un racconto di Thomas Mann
C il nome del protagonista di un romanzo di Chamisso
D il nome di un medico tedesco
3 L’ambientazione della prima parte del racconto si trova:
A nell’India meridionale
B in un treno di lunga percorrenza con destinazione Madras
C nella città di Bombay
D tra Goa e Pondicherry
4 «E quale è la sua interpretazione di quella figura?».
«Credo che essa non rappresenti affatto il circolo vitale. Rappresenta semplicemente la danza della vita».
«In che cosa consiste la differenza? – chiesi io».
«Oh, è molto diverso – sussurrò il signor Peter. – La vita è un cerchio. C’è un
giorno in cui il cerchio si chiude, e noi non sappiamo quale».
Sulla base dei contenuti del racconto e anche del suo finale, quale interpretazione pensi si possa dare a questa precisazione di Peter sul significato
della statua di Shiva come cerchio e non come circolo vitale?
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A. TABUCCHI
treni che vanno a Madras
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5 Che cosa significa nella parte finale del racconto l’espressione «se avessi indovinato quale era l’ombra che il signor Schlemihl aveva perduto [...] vorrei
che gli giungesse il mio saluto. E la mia pena».
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6 Sapendo che l’agnello nella religione ebraica e cristiana è un animale che
rappresenta la vittima sacrificata per riparare al male che esiste nel mondo, sapresti interpretare la scelta di Peter di prendere per cena l’agnello e
di consigliarlo al suo compagno di viaggio «perché è un cibo nobile sacrificale»?
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7 Considera come possibile l’interpretazione che nel finale propone il protagonista-narratore secondo cui Peter avrebbe compiuto un lungo viaggio per
arrivare, dopo quarant’anni, a commettere l’omicidio del medico nazista del
campo a cui era stato assegnato. Per quali motivi secondo te il protagonista
dice di provare «pena»?
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Ocse Pisa
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
Verso l’Ocse Pisa
TESTO LETTERARIO
La narrativa di Singer, costantemente fedele a certi temi e atteggiamenti, è
sostanzialmente divisa in due filoni, che potremmo definire rispettivamente
magico-folklorico e realistico. Nel primo, che si esprime in alcuni romanzi
brevi e in numerosi racconti ambientati nei villaggi della vecchia Polonia rurale, compaiono ogni sorta di demonietti o demoni maggiori, streghe vecchie
o giovani e belle, amanti diabolici. In alcuni racconti scritti negli Stati Uniti
viene introdotto anche il tema del «magico» contemporaneo, legato a fenomeni di telepatia e stati di allucinazione (Singer dichiarava di essere particolarmente attento a tutte le forme di conoscenza non razionale). Nei romanzi
e racconti di carattere realistico, spesso di evidente impronta autobiografica,
Singer dà corpo a una narrativa attenta alle dinamiche storiche e sociali. Nei
racconti di ambiente americano, come Il figlio, lo scrittore pone particolare
attenzione al mondo interiore dei personaggi, mettendone in luce travagli e
debolezze. Centrale è il tema dell’identità, dello scontro tra un sistema di valori tradizionali e l’inesorabile processo di assimilazione dell’ebraismo alla
cultura dominante.
genere
racconto
realistico
autore
Isaac
Bashevis
Singer
tratto da
Un amico
di Kafka
anno
1970
luogo
Polonia
Il figlio
a nave proveniente da Israele doveva arrivare a mezzogiorno, ma era in
ritardo. Si fece sera prima che attraccasse a New York; poi dovetti attendere ancora prima che si lasciassero sbarcare i passeggeri. Il tempo era
caldo e piovoso. Una folla era venuta ad attendere l’arrivo della nave. Mi
parve che tutti gli ebrei della città fossero lì: ebrei assimilati,1 e anche rabbini
con lunghe barbe e basette;2 ragazze con un numero impresso sul braccio nei
campi di sterminio hitleriani;3 ufficiali di organizzazioni sioniste4 con cartelle
rigonfie; studenti yeshivah5 con il cappello di velluto e la barba incolta; donne
di mondo con il volto imbellettato e le unghie laccate. Mi resi conto che ero
di fronte a un’epoca nuova della storia ebraica. Quando mai gli ebrei avevano
avuto navi? E se le avevano avute, le loro navi si erano dirette a Tiro e a Sidone,6 non a New York. Pur ammettendo per vera la folle teoria di Nietzsche
sull’eterno ritorno,7 erano dovuti passare quattro-cinque millenni prima che
accadesse nel presente un minimo degli eventi accaduti prima. Ma quell’attesa
L
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1. ebrei assimilati: il testo fa riferimento agli ebrei che si sono
conformati alle abitudini di vita dei popoli lontani dalla Palestina presso
cui si sono stabiliti per via della diaspora.
2. rabbini ... basette: il rabbino, all’interno delle comunità di religione
ebraica, è colui che, dopo avere studiato i testi sacri e le loro maggiori
interpretazioni, è in grado di insegnare e commentare i libri biblici e di
decidere sui problemi della vita quotidiana sulla base dei principi religiosi.
Porta normalmente una lunga barba e l’abito nero.
3. campi di sterminio hitleriani: durante la seconda guerra mondiale
gli ebrei che vennero internati nei campi di concentramento vennero
marchiati con un numero sul braccio, unico segno della loro identità.
4. organizzazioni sioniste: nacquero alla fine del XIX secolo tra
gli ebrei residenti in Europa per istituire uno stato ebraico in terra
d’Israele. Soprattutto in seguito all’antisemitismo del ’900 le
organizzazioni sioniste si occuparono anche di raccogliere
informazioni e materiali giudiziari per agire legalmente contro i loro
persecutori.
5. yeshivah: è una scuola presso cui si impara lo studio dei testi sacri
dell’ebraismo (Torah), è diretta da un rabbino e si divide in piccola (in
cui si fornisce un’istruzione di base) e grande (in cui si approfondiscono
gli studi a livello universitario).
6. Tiro ... Sidone: erano città fenicie, situate sulla costa a nord della
Palestina. Il protagonista allude qui all’epoca antica, in cui i commerci
via nave portavano alle città di scambio più vicine e non oltreoceano,
in America, per via della diaspora e delle persecuzioni.
7. Nietzsche ... eterno ritorno: Nietzsche, filosofo vissuto tra la fine
dell’800 e l’inizio del ’900 parlò di ‘eterno ritorno’, teoria secondo la
quale nella Storia e nella vita di ognuno le cose che accadono non
sono infinite, ma anzi possono ripresentarsi in modo tale che eventi
già vissuti possono ritornare infinite volte nel futuro.
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
I.B. SINGER
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il figlio
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Isaac Bashevis Singer, scrittore polacco naturami infastidiva. Misuravo ogni perlizzato statunitense, nacque a Radzymin, presso
sona con gli occhi e ogni volta mi
Varsavia, nel 1904. Sin dalla prima infanzia visse
facevo la stessa domanda: che cosa
in un ambiente di profonda cultura religiosa. Figlio e nipote di rabbini, studiò alla scuola rabbirende costui mio fratello? Che cosa
nica (yeshivah) di Varsavia e quell’ambiente osrende costei mia sorella? Le donne
servante e bizzarro, domestico e sacrale, costituì
una ricca fonte di spunti per la sua narrativa, in
di New York agitavano i ventagli,
un inesauribile teatro di casi umani, personaggi
parlavano tutte insieme con voci
curiosi, situazioni comiche o patetiche. Esordì con
roche, si ristoravano con cioccolata
il romanzo storico Satana a Goray (1935) e nello
stesso anno, prevenendo l’invasione tedesca della Polonia, emigrò a New
e coca-cola. Lo sguardo che si spriYork. Nonostante le sue opere si conoscano nella versione inglese, in parte
gionava dai loro occhi era di una
tradotte da lui stesso (considerava queste traduzioni come un «secondo
originale»), in parte da letterati americani come Saul Bellow, Singer comdurezza non ebrea. Era difficile
pose sempre in yiddish (cfr. nota 17 nel racconto), da lui definita «la saggia
credere che appena pochi anni
e umile lingua di noi tutti, l’idioma di un’umanità spaventata e piena di
prima i loro fratelli e le loro sorelle
speranza». Il primo romanzo pubblicato in inglese fu La famiglia Moskat
(1950), cui seguirono, tra gli altri, La fortezza (1957), Il mago di Lublino
d’Europa erano andati al macello
(1960), Lo schiavo (1962), La proprietà (1969). Molte sono le raccolte dei
8
come pecore miti. Giovani ortosuoi racconti, ad esempio Gimpel l’idiota (1957), Breve venerdì (1964), Un
amico di Kafka (1970), Una corona di piume (1973), La morte di Methusedossi moderni, con minuscoli zuc9
lah e altre storie (1988). La trilogia autobiografica Un ragazzo in cerca di
chetti nascosti come cerotti nei
Dio (1976), Un giovane in cerca di amore (1978) e Perduto in America
capelli folti, parlavano ad alta voce
(1981) ripercorre in particolare le tappe della sua evoluzione spirituale. Tra
i racconti e i romanzi autobiografici ricordiamo ancora Alla corte di mio
in inglese e scherzavano con le rapadre (1966), Ricerca e perdizione (1984), mentre tra le raccolte di storie
gazze, che nel contegno e nelle
per l’infanzia, che attingono al patrimonio popolare della terra d’origine, vi
sono Zlateh la capra (1966), Un giorno di felicità (1976), Quando Schlemiel
vesti non mostravano alcun segno
andò a Varsavia (1978). Fu insignito del premio Nobel per la letteratura nel
della loro religione. Persino i rab1978. Morì a Miami nel 1991.
bini qui erano diversi, ben diversi
da mio padre e da mio nonno. A
me, tutta quella gente pareva mondana e scaltra. Quasi tutti, eccetto me, si erano procurati il permesso di salire
sulla nave. E facevano conoscenza fra loro con insolita rapidità, si scambiavano informazioni, scotevano il capo con l’aria di chi la sa lunga. Incominciarono a sbarcare gli ufficiali della nave, rigidi nelle loro uniformi con le spalline
e i bottoni dorati. Parlavano in ebraico, ma avevano l’accento dei gentili.10
Rimasi fermo ad attendere un figlio che non vedevo da vent’anni. Aveva cinque anni quando mi ero separato da sua madre. Io ero venuto in America, lei
era andata nella Russia sovietica. Ma evidentemente una rivoluzione,11 a lei,
non era bastata. Voleva la rivoluzione permanente. E, a Mosca, l’avrebbero liquidata, se non avesse avuto dalla sua chi poteva essere ascoltato in alto loco.
Le sue vecchie zie bolsceviche,12 reduci dalle prigioni polacche per attività
comunista, avevano interceduto per lei, e se l’era cavata con la deportazione13
in Turchia, con il suo bimbo. Di là aveva trovato il modo di raggiungere la
8. pecore miti: il protagonista pone a confronto i tranquilli ebrei
d’America con quelli che pochi anni prima, in Europa, erano stati
vittima delle persecuzioni naziste.
9. minuscoli zucchetti: si fa riferimento alla kippah, un piccolo
cappello a forma di zuccotto che tutti gli uomini di religione ebraica
portano sul capo.
10. gentili: secondo la religione ebraica sono tutti coloro che non
appartengono al popolo eletto, ovvero i non ebrei.
11. una rivoluzione: si fa riferimento al movimento rivoluzionario che
portò la Russia nel 1917 al rovesciamento della monarchia zarista e
all’instaurazione del primo Soviet.
12. zie bolsceviche: i bolscevichi ritenevano che in Russia
proletari e contadini dovessero guidare la rivoluzione,
concordando con le tesi di Lenin. Dalla rivoluzione del 1917
si dicono bolscevichi tutti colori che, in tutto il mondo e non solo
in Russia, concordavano con le tesi del socialismo. Il testo fa
riferimento ad alcune zie della moglie del protagonista
imprigionate in Polonia proprio per avere aderito alle tesi
dei bolscevichi.
13. deportazione: si tratta del forzato allontanamento dalla terra
in cui si vive per essere trasferiti in un luogo lontano, senza le stesse
condizioni economiche, sociali e civili.
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14. kibbutz: è
un’associazione
volontaria di lavoratori
nello stato d’Israele,
basata sul possesso
comune della terra e
sull’uguaglianza sociale
e civile.
15. combattuto gli
arabi: il testo allude al
conflitto tra gli ebrei che
si sono stabiliti sul
territorio della Palestina e
gli arabi che lo abitavano
in precedenza.
16. bandiera ... Davide:
la bandiera bianca a
strisce blu con la stella di
Davide in centro è quella
dello stato d’Israele.
17. yiddish: significa
giudaico e si riferisce alla
lingua che gli ebrei
parlarono nell’Europa
centrale e orientale tra il
X e il XVII secolo; tuttora è
diffusa in numerose
comunità in tutto il
mondo. È scritta con i
caratteri dell’alfabeto
ebraico ma si distanzia
dall’originale perché
fonde una particolare
lingua germanica
medievale con elementi
della lingua ebraica e
aramaica.
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Palestina, e vi aveva allevato nostro figlio in un kibbutz.14 Ora egli veniva a
trovarmi.
Mi aveva mandato una fotografia fatta al tempo in cui aveva servito l’esercito
e combattuto gli arabi.15 Ma era sfocata, e per di più lo ritraeva in uniforme.
Ora, mentre i primi passeggeri cominciavano a sbarcare, mi venne in mente
che non avevo un’immagine chiara dell’aspetto di mio figlio. Era alto? Basso?
I suoi capelli biondi erano diventati scuri con gli anni? L’arrivo di quel figlio
in America mi riportava indietro in un’epoca che avevo considerato già relegata nell’eternità. Egli emergeva dal passato come un fantasma. Non si inseriva nella mia attuale vita privata, né fuori avrebbe legato con le mie conoscenze. In casa non avevo una stanza per lui, non un letto, né denaro, né
tempo. Come quella nave che batteva bandiera bianca e blu con la stella di
Davide,16 egli costituiva una strana combinazione del passato e del presente.
Mi aveva scritto che di tutte le lingue da lui parlate nell’infanzia, l’yiddish,17 il
polacco, il russo, il turco, ora parlava soltanto l’ebraico. Così sapevo in anticipo che, con quel poco di ebraico che avevo appreso dal Talmud e dal Pentateuco, non mi sarebbe stato possibile conversare con lui. Invece di parlare
da padre a mio figlio, avrei farfugliato e avrei dovuto cercare le parole nei vocabolari.
Le spinte e il chiasso aumentavano. La banchina era in tumulto. Tutti urlavano e si lanciavano in avanti con la gioia esagerata della gente che ha perduto il senso della misura per quanto riguarda le conquiste terrene. Le donne
gridavano istericamente; gli uomini piangevano con mugolii rochi. I fotografi
scattavano fotografie, e i cronisti si precipitavano dall’uno all’altro, facendo
frettolose interviste. Poi accadde quel che mi accade sempre quando faccio
parte di una folla: mentre tutti divenivano una sola famiglia, io rimanevo un
estraneo. Nessuno parlava con me, né io con gli altri. La forza segreta che li
aveva uniti mi metteva in disparte. Certi sguardi mi misuravano assenti, quasi
dicessero: che cosa fa qui costui? Quando tentai, vincendo la riluttanza, di
fare una domanda a qualcuno, l’altro non mi ascoltò, o almeno se ne andò via
prima ancora che finissi di parlare. Avrei potuto benissimo essere uno spettro.
Dopo un poco mi risolsi, come sempre in casi simili, a fare pace col destino.
Mi tenni in un angolo, lontano dal trambusto, e osservai le persone a mano a
mano che scendevano dalla nave, selezionandole nella mia mente. Mio figlio
non poteva essere tra i vecchi, né fra le persone di mezza età. Non poteva
avere i capelli nero pece, le spalle larghe e gli occhi ardenti; un tipo del genere non poteva essere germogliato dai miei lombi. Ma a un tratto apparve
un giovane stranamente simile al soldato dell’istantanea, alto, magro, piuttosto curvo, con il naso lunghetto e il mento stretto. «Questo è lui», qualcosa
proruppe in me. Mi strappai dal mio cantuccio per corrergli incontro. Egli
cercava qualcuno. L’amore paterno mi si destò dentro. Aveva le guance incavate e un pallore malato soffuso sul viso. È malato, è tisico, pensai ansiosamente. Avevo già aperto la bocca per chiamare «Gigi», come sua madre ed io
lo chiamavamo da bambino, quando improvvisamente un donnone caracollò
verso di lui e lo serrò tra le braccia. Il suo pianto si tramutò in una specie di
latrato; presto una folla di altri parenti lo circondò. Mi avevano portato via un
figlio che non era mio! In quel fatto sentivo una specie di ratto spirituale.
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il figlio
I miei sentimenti paterni si sentirono umiliati e arretrarono in fretta in quel
nascondiglio dove le emozioni possono rintanarsi per anni senza farsi sentire.
Ebbi la sensazione di essere arrossito di vergogna, come se fossi stato colpito
in faccia. Stabilii di attendere con pazienza, di non lasciare i miei sentimenti
prorompere prematuramente. Per un pezzo non sbarcò più alcun passeggero.
Che cos’è un figlio, in fondo? pensavo. Che cosa rende il mio seme più importante per me che per un altro? Che valore ha un legame di sangue e di
carne? Siamo tutti schiuma dello stesso calderone. Se retrocedi di un certo
numero di generazioni scopri che probabilmente tutta questa folla di sconosciuti ha avuto un avo in comune. E fra due o tre generazioni i discendenti di
coloro che ora sono parenti saranno estranei. Tutto è temporaneo e passeggero; siamo spuma dello stesso oceano, pantano della stessa palude. Poiché
non si può amare tutti, non si dovrebbe amare nessuno.
Altri passeggeri sbarcarono. Tre giovani comparvero insieme e li esaminai.
Nessuno dei tre era Gigi; e comunque, se uno lo fosse stato, nessuno me lo
avrebbe tolto. Fu un sollievo vedere che ciascuno dei tre se ne andava con
qualcun altro. Nessuno di loro mi era piaciuto. Appartenevano alla feccia.
L’ultimo si era persino voltato e mi aveva lanciato un’occhiata aggressiva,
come se in qualche modo misterioso avesse captato i miei pensieri di disapprovazione per lui e per i suoi simili.
Se è mio figlio, sbarcherà per ultimo, mi venne in mente a un tratto, e benché
questa fosse una supposizione, non so come, ero certo che sarebbe stato così.
Mi ero armato di pazienza e di quella rassegnazione che è sempre pronta in
me a immunizzarmi contro i miei fallimenti e a frenare qualsiasi velleità di liberarmi dalle mie limitazioni. Continuai a osservare ogni passeggero attentamente, cercando di indovinare il carattere e la personalità dall’aspetto e dal
vestito. Forse era soltanto frutto d’immaginazione, ma ogni volto mi trasmetteva i suoi segreti e mi pareva di sapere esattamente come funzionava
ogni cervello. Tutti i passeggeri avevano qualcosa in comune: la fatica di un
lungo viaggio attraverso l’oceano, l’irritabilità e l’insicurezza della gente che
arriva in un paese nuovo. Gli occhi chiedevano tutti, con un’ombra di delusione: è questa l’America? Una ragazza con il numero impresso sul braccio
scosse irosamente il capo. Il mondo intero era un Auschwitz.18 Un rabbino lituano, con la barba grigia tagliata tonda e gli occhi sporgenti, stringeva un
pesante volume. Lo aspettava un gruppo di studenti yeshivah19 e appena egli
li raggiunse incominciò a predicare con lo zelo stizzito di uno che possieda la
verità e cerchi di divulgarla in fretta e furia. Lo udii dire: «Torah... Torah...».20
Avrei voluto chiedergli perché la Torah non avesse difeso e salvato milioni di
ebrei dai forni crematori21 di Hitler. Ma a quale scopo chiederglielo, quando
già sapevo la risposta? «I miei pensieri non sono i vostri pensieri». Subire il
martirio in nome di Dio è il più alto dei privilegi. Un passeggero parlava una
specie di dialetto che non era né tedesco né yiddisch, ma un pasticcio inintelligibile attinto a libri antichi. Strano, quelli che erano venuti ad attenderlo
chiacchieravano nello stesso linguaggio.
Pensai che nel più completo caos esistono leggi precise. I morti restano
morti. Coloro che vivono hanno i loro ricordi, i loro calcoli, i loro progetti.
Chi sa dove, nei fossati della Polonia, vi sono le ceneri di coloro che furono
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18. Auschwitz: uno dei
campi di sterminio più
tristemente noti durante
la persecuzione nazista
degli ebrei.
19. yeshivah: cfr nota 5.
20. Torah: nella religione
ebraica indica i primi 5
libri delle Sacre Scritture
(Genesi, Esodo, Levitico,
Numeri, Deuteronomio) ai
quali si riferisce il nucleo
più antico ed essenziale
della religione ebraica,
in cui sono contenute
le principali norme
di comportamento
e di purità.
21. forni crematori: il
testo si riferisce al piano
di sterminio di Hitler
durante la seconda
guerra mondiale, per cui
dopo avere ucciso gli
ebrei nelle camere a gas,
i loro corpi venivano
bruciati in forni; le ceneri
poi, come si dice poco
più avanti nel testo,
venivano poste in
anonime fosse.
V. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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22. albino: è chi, per via
ereditaria, ha un difetto
di produzione della
melanina nella pelle,
negli occhi e nei capelli.
Per questo un albino ha
pelle e capelli molto
chiari e occhi di un
azzurro molto pallido.
23. yeshivah: cfr. nota 5.
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bruciati. In Germania, gli ex nazisti giacciono nei loro letti, ognuno con
l’elenco dei propri delitti, delle torture, degli stupri più o meno violenti. Chi
sa dove, deve esservi un Onnisciente che conosce i pensieri di ogni essere
umano, che sa le sofferenze di ogni infima creatura, che conosce ogni cometa,
ogni molecola della più lontana galassia. Gli parlai. Bene, potente Onnisciente, per te ogni cosa è giusta. Tu sai tutto e sei informato di tutto... per
questo sei tanto bravo. Ma che cosa debbo fare io con le mie briciole di realtà?… Sì, debbo attendere mio figlio. Di nuovo era cessato lo sbarco dei passeggeri; pensai che dovevano essere scesi a terra tutti. Divenni nervoso. Forse
mio figlio non era a bordo di quella nave? Forse me lo ero lasciato sfuggire?
E se si fosse gettato nell’oceano? Quasi tutti se ne erano andati dalla banchina
e intuivo che gli inservienti si preparavano a spegnere le luci. Che cosa dovevo fare adesso? Avevo avuto una premonizione: doveva andare storto qualcosa con quel figlio che per vent’anni era stato per me soltanto una parola, un
nome, una colpa sulla coscienza.
Improvvisamente lo vidi. Scendeva lentamente, incerto, con l’espressione di
chi non si aspetti che qualcuno gli sia venuto incontro. Non smentiva la sua
fotografia, ma pareva più vecchio. Aveva rughe giovanili nel volto e gli abiti
sgualciti. Dimostrava la trascuratezza e la negligenza di un giovane che non
ha casa, che ha passato anni in luoghi strani, che ha avuto parecchie traversie
ed è invecchiato precocemente. Tra i suoi capelli arruffati e scarmigliati mi
parve di vedere qualche filo di paglia o di fieno, come di chi dorme nei fienili.
I suoi occhi azzurri, che guardavano di traverso sotto le sopracciglia biancastre, avevano il sorriso semicieco di un albino.22 Portava con sé una cassetta di
legno come una recluta dell’esercito, e un pacco avvolto in carta marrone. Invece di corrergli subito incontro, rimasi immobile, a bocca aperta. Il portamento del dorso era leggermente curvo, non come quello di uno studente yeshivah,23 ma piuttosto di chi è abituato a portare sulle spalle carichi pesanti.
Assomigliava a me, ma riconobbi alcune caratteristiche di sua madre, l’altra
metà che non poté mai fondersi con la mia. Persino in lui, che era il prodotto
di noi due, non armonizzavano le nostre caratteristiche contrastanti. Le labbra della madre non si accordavano con il mento del padre. Gli zigomi sporgenti non s’intonavano con la fronte alta. Egli si guardò intorno attentamente
e il suo volto diceva bonario: «Naturalmente, non è venuto a incontrarmi».
Mi avvicinai e domandai incerto: – Atah Gigi?
Egli rise. – Sì, sono Gigi.
Ci baciammo e la sua barbetta ispida mi raspò le guance come una grattugia.
Era un estraneo per me, eppure nello stesso tempo sapevo che gli ero devoto
come lo è il padre verso il figlio. Rimanemmo immobili con quella sensazione
di appartenerci reciprocamente, che non ha bisogno di parole. In un attimo
seppi come dovevo trattarlo. Aveva servito tre anni nell’esercito, aveva combattuto una guerra crudele. Doveva avere avuto chi sa quante ragazze, ma era
rimasto timido quanto può esserlo un uomo.
Gli parlai in ebraico, piuttosto meravigliato io stesso della mia conoscenza
della lingua. Acquisii immediatamente l’autorità di un padre, e tutte le mie
inibizioni svanirono. Volevo prendere la sua cassetta di legno, ma egli non
me lo permise. Indugiammo a cercare un tassì, ma tutti se n’erano già andati.
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La pioggia era cessata. La strada lungo il porto si stendeva umida, scura, malamente pavimentata, l’asfalto tutto buche e pozze d’acqua che riflettevano
lembi di cielo luminoso, un cielo basso e rosso come una cappa di rame. L’aria
era soffocante. Guizzavano lampi senza tuoni. Cadeva qualche rara goccia
d’acqua, ma era difficile sapere se erano le ultime della cessata pioggia, o le
prime di un nuovo acquazzone che incominciava. Il fatto che New York si
mostrasse a mio figlio così cupa e triste feriva il mio orgoglio. Avevo la
sciocca ambizione di fargli vedere subito i quartieri più belli della città. Ma
attendemmo un quarto d’ora e nessun tassì comparve. Si sentivano già i primi
fragori dei tuoni. Dovevamo rassegnarci ad avviarci a piedi. Parlavamo tutti e
due con lo stesso stile, breve e tagliente. Come vecchi amici che conoscono i
reciproci pensieri, non avevamo bisogno di lunghe spiegazioni. Mi diceva
senza parole: «Capisco che non potessi stare con mia madre. Non ho rimostranze. Anch’io sono fatto della tua stessa pasta...».
Gli domandai: – Che tipo di ragazza è quella di cui mi hai scritto?
– Una brava ragazza. Ero il suo consigliere nel kibbutz. Poi andammo insieme nell’esercito.
– Che cosa fa nel kibbutz?
– Lavora nei granai.
– Ha studiato almeno?
– Siamo andati insieme alle scuole superiori.
– Quando vi sposerete?
– Al mio ritorno. I suoi genitori pretendono un matrimonio ufficiale.
Lo disse in un modo che significava: «Naturalmente, noi due non abbiamo
necessità di simili cerimonie, ma i genitori delle ragazze hanno una mentalità
diversa».
Feci un cenno a un tassì di passaggio ed egli quasi protestò.
– Perché un tassì? Potevamo camminare. Posso camminare per miglia.
Dissi all’autista di condurci oltre la quarantaduesima strada, verso la parte illuminata di Broadway, e poi di voltare nella quinta strada. Gigi sedette guardando fuori dal finestrino. Non fui mai tanto orgoglioso dei grattacieli e delle
luci di Broadway quanto quella sera. Egli guardava e taceva. Intuii, non so
come, che stava pensando alla guerra contro gli arabi, e a tutti i pericoli ai
quali era sopravvissuto sul campo di battaglia. Ma le forze che reggono il
mondo avevano stabilito che dovesse venire a New York a vedere suo padre.
Era come se sentissi i suoi pensieri passare dietro la sua fronte. Certo, anche
lui, come me, stava ponderando gli eterni interrogativi.
Quasi per provare le mie forze telepatiche, gli dissi:
– I casi fortuiti non esistono. Se è detto che devi vivere, resti vivo. È destino
che sia così.
Volse il capo e mi guardò meravigliato:
– Ehi, leggi nel pensiero, tu!
E sorrise, stupito, incuriosito e incredulo, come se gli avessi paternamente
giocato uno scherzo.
Il figlio, in Un amico di Kafka, Longanesi, Milano 1987
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
STRUMENTI DI LETTURA
Il personaggio
narratore
Poiché l’intera vicenda è osservata dal
punto di vista dell’io narrante, emerge in
primo piano la psicologia del narratore, il
suo proprio modo di vedere la realtà. Con
un profondo senso di estraneità, egli sente
di appartenere a un’epoca passata, non
più in sintonia con i modi di vita che vede
praticati in terra americana. Persino coloro
i quali, in attesa come lui sul molo, recano
evidenti i segni della propria appartenenza
religiosa, sembrano dimostrare una modernità che non gli appartiene. Come l’unica
fotografia del figlio in suo possesso è «sfocata», egli stesso dichiara di non avere
«un’immagine chiara» del giovane, il quale
emerge dal passato «come un fantasma».
La folla eterogenea in attesa della nave gli
appare un campionario dell’intera umanità,
«gente che ha perduto il senso della misura
per quanto riguarda le conquiste terrene»,
ma mentre tutti sembrano diventare «una
sola famiglia», egli si sente un estraneo,
anzi, «uno spettro». L’attesa del figlio si tramuta così in un tempo di riflessione su di
sé, in cui hanno parte l’appartenenza culturale e religiosa ebraica, ma anche, in
senso più lato, il significato e lo scopo dell’appartenenza al genere umano fino a domandarsi: l’Onnisciente sa tutto, «ma che
cosa debbo fare io con le mie briciole di realtà?». Disorientato, senza un valido punto di
riferimento in questo mondo «sfocato», il
personaggio-narratore troverà nell’incontro
con il figlio le ragioni per tornare a confrontarsi lucidamente e positivamente con la
realtà.
Il tempo
Il racconto intreccia magistralmente due diverse dimensioni temporali, il tempo reale che
il personaggio-narratore trascorre sul molo in
attesa della nave, e il tempo interiore della
memoria, delle riflessioni sulla vita, sul passato, sui misteriosi, insondabili legami che
collegano al «tutto» le «briciole di realtà» di cui
dispone. Le sue vicende personali, quelle
della ex moglie, del figlio lontano, che ora è
cresciuto e ha combattuto in guerra, s’intrecciano con le vicende collettive del popolo
ebraico. È il tempo della meditazione sul contrasto tra il passato e il presente, tra l’antica
fede dei padri che ancora sopravvive nei
segni esteriori degli ebrei ortodossi e il destino
delle nuove generazioni, costrette a difendere
con le armi la sopravvivenza di Israele.
Le tecniche narrative
Oltre che sul piano temporale, anche dal punto
di vista narrativo il racconto appare suddiviso
in due parti. La prima è costruita come un
lungo, ininterrotto monologo interiore, attraverso il quale conosciamo il modo di pensare
del protagonista, il suo punto di vista sul
mondo, i suoi sentimenti. Nel secondo, scandito per lo più dal dialogo diretto tra padre e figlio, si scioglie, per così dire, la cupa tensione
accumulatasi nella prima parte in cui dominano le riflessioni sul senso di estraneità, l’ossessione dell’olocausto e l’angoscia per quello
che potremmo definire “il silenzio di Dio”. Il dialogo ha la funzione di un’apertura al mondo, di
una liberazione dalle ossessioni personali: parlare è andare finalmente verso «l’altro» e, non a
caso, il racconto si chiude sul sorriso del figlio.
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I.B. SINGER
il figlio
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DOMANDE DI VERIFICA
1 «A me tutta quella gente pareva mondana e scaltra». Così dice il narratore
osservando la folla in attesa dello sbarco della nave, all’inizio del racconto.
Sulla base dei contenuti del testo, quali motivi spingono il protagonista a fare questa considerazione?
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2 «Avevo già aperto la bocca per chiamare ‘Gigi’, come sua madre ed io lo
chiamavamo da bambino, quando improvvisamente un donnone caracollò
verso di lui e lo serrò tra le braccia. [...] Mi avevano portato via un figlio che
non era mio!».
Questa breve sezione del testo significa che:
A una donna riconosce erroneamente il figlio del protagonista come suo e si
allontana con lui.
B il protagonista non riesce a riconoscere suo figlio.
C non è semplice per il protagonista riconoscere il figlio; pensa di averlo
identificato, ma poi invece vede che non è così.
D il figlio del protagonista non è sulla nave.
3 Durante l’attesa del figlio, una delle preoccupazioni più importanti del protagonista è di non sapere in quale lingua potrà conversare con lui. Facendo riferimento a tutti gli elementi a tua disposizione nel testo, per quale motivo
questo aspetto risulta così problematico per il protagonista?
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4 «Che cos’è un figlio, in fondo? Che cosa rende il mio seme più importante
per me che per un altro? Che valore ha un legame di sangue e di carne?
Siamo tutti schiuma dello stesso calderone. Se retrocedi di un certo numero di generazioni scopri che probabilmente tutta questa folla di sconosciuti
ha avuto un avo in comune. E fra due o tre generazioni i discendenti di coloro che ora sono parenti saranno estranei».
In questa parte del testo si può distinguere tutta la paura del protagonista di
incontrare suo figlio. Sapresti giustificare questa interpretazione?
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DALLʼINVALSI ALLʼOCSE PISA
5 Leggi le seguenti affermazioni e indica se a tuo giudizio risultano vere V o
false F , sulla base dei contenuti del racconto:
a. La madre del ragazzo che sta arrivando, almeno da un certo
V F
momento in avanti, ha allevato il figlio in un kibbutz.
b. Il vero aspetto del figlio è molto diverso dall’immagine sfuocata
V F
della fotografia che il padre aveva con sé.
c. L’aspetto del volto del figlio appare al padre come una copia
V F
fedele di quello della madre; non riconosce invece tratti propri.
d. Il modo di comportarsi e di muoversi del ragazzo era composto
V F
e curato.
e. Il ragazzo aveva combattuto nell’esercito di Israele e aveva
V F
compiuto anche lavori pesanti.
f. Dopo qualche domanda del padre il figlio dice di essere fidanzato
V F
e che tra poco si sposerà.
6 Considera come il protagonista del racconto cambi la sua prospettiva nel vivere la paternità di un figlio lontano, dal momento in cui lo aspetta, a quello
in cui lo incontra e infine gli parla e lo ascolta: si può dire che ci sia un’evoluzione radicale nel personaggio? O si può affermare che in lui era sempre
esistito il sentimento di paternità e che egli scopre soltanto di possederlo,
nel momento in cui vede il figlio? Giustifica i due punti di vista argomentandoli.
Primo punto di vista: ..........................................................................................................................................................................
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Secondo punto di vista:
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G. SCERBANENCO
villa della disperazione
Verso l’Ocse Pisa
TESTO LETTERARIO
La fama di Scerbanenco come giallista è affidata alla tetralogia incentrata su
Duca Lamberti, esperto della nuova criminalità dell’hinterland milanese, caratterizzata da una notevole violenza. Alla produzione romanzesca lo scrittore ha affiancato un cospicuo numero di racconti, spesso brevissimi e dall’effetto fulminante. Villa della disperazione appartiene al ristretto numero di
quelli che non sono ambientati a Milano o comunque nel nord industrializzato. Al di là dell’impianto narrativo giallo o noir, i suoi romanzi e racconti
appaiono oggi come un amaro e disincantato spaccato degli anni Sessanta,
che svelano un’Italia difficile, avida, cattiva e disillusa, ben lungi dalla solita
immagine edulcorata degli anni del cosiddetto “miracolo economico”. «Le
storie che racconta Giorgio Scerbanenco non sono storie delicate, sono storie nere, nerissime, storie di delitti efferati, di sentimenti abbietti, di trasgressioni e devianze, di bassifondi bruti e di ambienti alti anche peggio. Sono storie ambientate in un’Italia di ieri che non ha quasi niente di diverso da quella
di oggi, perché potere e politica, delitti e passioni, mafia e criminalità più o
meno o per niente organizzata sono ancora gli stessi» (Carlo Lucarelli).
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genere
racconto
realistico
autore
Giorgio
Scerbanenco
tratto da
Il centodelitti
anno
1970
luogo
Italia
Villa della disperazione
a vecchia Alfa,1 attraversato il caos costruttivo di San Giovanni a Teduccio,2 lasciò la strada borbonica3 e prese quella che conduceva al Vesuvio,
di cui nella chiarità del pieno mattino di giugno si vedeva l’aggraziata e
pur minacciosa mole.
Al volante c’era un giovane con un grosso ciuffo di capelli neri che gli ricadeva in mezzo alla fronte, e vicino a lui c’era come il suo contrario, un uomo
anziano, ma grosso, tutto robusto e tutto rapato in testa. Nei sedili dietro
c’era un uomo di neppure trent’anni con un maglione grigio scuro dal collo
alto fino al mento perché quel giugno anche a Napoli fece freddo, era bruno,
ma dai capelli tagliati cortissimi, meno di un dito, e, anche se era rasato da
poche ore, aveva una maschera violacea sulle guance. Vicino a lui una donna
giovanissima, bionda, boccheggiava al finestrino aperto, l’abito premaman,
per quanto largo fosse, aderiva ormai strettissimo al suo ventre enorme di gestante all’ultimo giorno. Dopo una svolta quasi a L, l’Alfa fermò di colpo davanti alla villa. La villa era tutta recintata da una staccionata, all’ingresso c’era
un grande cartello: Ministero della Pubblica Istruzione. Sovrintendenza ai monumenti della Campania. Restauro e ripristino delle ville settecentesche vesuviane. L’ingresso è consentito soltanto alle autorità competenti. Non è permessa alcuna visita.
L’uomo rapato lesse il cartello senza parlare e senza parlare tutti scesero. Il
ragazzo col ciuffo dette un piccolo colpo di clacson, poi slegò i numerosi bagagli che erano sul tetto dell’Alfa. Non c’era nessuno sullo stradone, l’aria era
polverosa di microscopiche faville che piovevano dalle falde del Vesuvio spazzato da un vento abbastanza forte e freddo.
L
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1. vecchia Alfa: si tratta
di un modello della Alfa
Romeo, ditta produttrice
di automobili del gruppo
FIAT. Così anche per
quanto riguarda la
Giulietta, citata poco
più avanti nel racconto.
2. San Giovanni a
Teduccio: è un quartiere
della periferia di Napoli;
prima paese autonomo,
venne aggregato alla
città durante il fascismo
e, pur mantenendo alcuni
aspetti dell’antico borgo,
ha avuto uno sviluppo
poco coerente per via
della speculazione
edilizia.
3. strada borbonica:
molte delle strade
presenti nel sud italiano
erano state fatte
costruire durante la
dominazione dei Borboni,
regnanti sulle Due Sicilie
dal 1734 all’Unità d’Italia.
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4. Sanfelice: Ferdinando
Sanfelice fu un architetto
del XVII secolo, di famiglia
nobile napoletana, che
realizzò molti edifici sia
civili sia religiosi nell’area
campana, secondo
lo stile barocco.
5. ringhiere ... balconi:
le ringhiere dei balconi
durante l’età barocca
erano talvolta fatte in
ferro battuto e ricche di
motivi ornamentali come
foglie, fiori, piccoli
animali, creature
fantastiche.
6. area di disbrigo:
sinonimo di anticamera,
cioè un locale che
precede la zona
effettivamente abitata
della casa.
7. lavabo ... catino: il
lavabo, fatto in ferro
battuto con una catinella
nella parte superiore e
una brocca che
conteneva l’acqua nella
parte inferiore, era in uso
nelle camere da letto per
fare la toilette personale;
è un altro indizio del fatto
che nella casa mancano
le comodità proprie
dell’età contemporanea,
come l’acqua corrente.
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Al brevissimo, quasi inesistente colpo di clacson il portello della staccionata si
aprì e vennero avanti una donna e un uomo, anziani ma dall’aspetto robusto,
e una ragazza alta, dal viso pallido, dai capelli bruni, lunghi, tutti in disordine, da una gonna rossa cortissima, ma spiegazzata e stracciata.
Senza parlare, la vecchia donna andò a sostenere la giovane gestante, mentre
il vecchio e la ragazza presero le molte valigie che erano sul tetto della vettura, escluse due che, con un gesto imperioso, il vecchio robusto dalla testa
rapata volle portare lui.
«Sbrighiamoci,» disse il ragazzo col ciuffo, «prima che qualcuno ci veda.»
Attraversarono lo stradone in fretta e furono tutti al riparo un momento dopo
dietro la staccionata che circondava la villa, senza che si fosse visto un passante o un’auto.
La villa sembrava dovesse crollare da un momento all’altro, i due portali disegnati dal Sanfelice4 erano spariti, così le preziose ringhiere panciute e fogliute dei quattro balconi,5 e delle preziose persiane dell’epoca non esisteva
neppure il ricordo: finestre e balconi erano tappati da assi di legno.
Percorso il lungo androne arrivarono nel cortile con porticato e, a sinistra,
entrarono nel vasto anticamerone di servizio, buio come una cantina, la luce
filtrava soltanto da due grandi finestre tappate però dalle assi di legno e a destra di questa area di disbrigo6 entrarono nella cucina. Una cucina del tardo
seicento, grande come una vasta sala da ballo di oggi, con un camino alto due
metri, il soffitto che recava ancora qualche traccia di affreschi di cani che inseguivano la selvaggina, fagiani, lepri, uccellini.
«Di qui, signori,» disse la vecchia. Aprì una porta ed entrarono in una stanza
ancora più vasta della cucina. Le finestre non erano chiuse dalle assi di legno,
ma da polverosi vetri e rozze imposte non verniciate. In quell’immensità, il
letto matrimoniale, l’altro letto singolo, un armadione, enorme e sgangherato, un lavabo con la brocca e il catino,7 un tavolino e due sbrindellate poltrone, si sperdevano come pochi chicchi di riso in una grande scodella.
«Signora, stendetevi qui un poco,» disse la vecchia alla giovane, nel suo morbido, grasso napoletano. Aiutò la donna incinta, viola in viso, a mettersi sul
letto. «È un letto molto morbido, mio marito dice che è troppo morbido, che
fa fatica a dormirci.»
Erano entrati anche il vecchio e la ragazza con le valigie, insieme col giovanotto dal ciuffo che aveva guidato l’Alfa.
«Mandali via,» disse il grosso uomo rapato al ragazzo col ciuffo. «Tu resta
qui, dobbiamo parlare.»
Senza parole, con un gesto e uno sguardo, il ragazzo ordinò ai tre di uscire e
chiuse la porta dietro di loro.
Il vecchio gli andò davanti. Con la mano gli indicò una delle poltrone.
«Siediti.» Così lo dominava meglio. «Che posto è?»
«È il posto più sicuro, signo’, qui non vi trova nessuno,» disse il ragazzo,
anche lui evidentemente napoletano.
«Perché?»
«Perché è un monumento nazionale...» disse il ragazzo, «avete visto la staccionata e il cartello? Nessuno va a pensare che qualcuno si voglia nascondere
qui, infatti nessuno ci si è mai nascosto.»
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Giorgio Scerbanenco, Vladimir Giorgio Ščerba«Chi ha pensato a questo nasconnenko, poi italianizzatosi in Giorgio Scerbanenco,
diglio?» disse il grosso vecchio, innacque a Kiev nel 1911 da madre italiana e padre
combendo su di lui.
ucraino. A sedici anni si trasferì a Milano dove praticò svariati mestieri prima di approdare all’edito«Gli amici…» disse il ragazzo,
ria, ricoprendo importanti incarichi redazionali e
dette un’inflessione speciale alla padirettivi presso noti settimanali femminili. Scrittore
straordinariamente prolifico e versatile, esordì
rola amici. «Siete con una signora
come romanziere nel 1935 e quando scomparve
che aspetta un bambino, non poteprematuramente al culmine del successo, nel
vamo tenervi a Napoli, troppo vi1969, aveva al suo attivo innumerevoli racconti e
più di sessanta romanzi (altri ancora furono pubblicati postumi). Famoso sostoso. Allora abbiamo pensato qui,
prattutto come autore di romanzi “rosa”, molto in voga negli anni Cinquanta
è l’angolo più deserto della zona.»
e Sessanta, diede tuttavia il meglio di sé nel genere giallo e noir, tanto da
essere oggi considerato un maestro del genere. Venere privata (1966), Tra«Chi sono quei due vecchi e la raditori di tutti (1966), I ragazzi del massacro (1968) e I milanesi ammazzano
gazza?» disse il grosso.
al sabato (1969), costituiscono un ciclo il cui protagonista è Duca Lamberti,
Fece segno di no all’uomo col maex medico dalla profonda umanità che diventa una sorta di investigatore
privato, a contatto con i risvolti più torbidi e spietati della vita metropolitana.
glione dal collo alto fino al mento,
Scerbanenco è stato anche uno straordinario autore di racconti, talora breche aveva preso una bottiglia di
vissimi ma sempre di fulminante intensità, recentemente raccolti in varie
edizioni (Uccidere per amore. Racconti 1948-1952, Racconti neri, Il cinquewhisky da una valigia e gliene ofcentodelitti ). A tutt’oggi, Scerbanenco è l’unico autore italiano a essersi agfriva un po’ in un bicchiere di megiudicato, con Traditori di tutti, il prestigioso “Gran Prix de la littérature potallo, dette un’occhiata alla donna
licière”, che dal 1948 viene ogni anno assegnato in Francia al miglior
romanzo giallo. Alla sua memoria è dedicato anche il premio più importante
distesa sul letto che invece beveva
per la narrativa gialla italiana, il “Premio Scerbanenco”.
bravamente dalla bottiglia.
«Sono i custodi della villa. La ragazza è la loro figlia, ed è la mia fidanzata,» disse caldamente il giovane col ciuffo. «Per questo gli amici mi
hanno detto: “Tu hai la passione, lassù, in quella villa, e allora portali lassù”.
Sono gente brava, dovete stare sicuro, dotto’,» cominciò a chiamarlo dottore
per quanto con quella faccia non desse troppo la sensazione del dottore.
La grande camera era illuminata da due sole finestre e quindi, nonostante la
mattinata così luminosa, era piena di ombre. L’uomo in maglione era seduto
sul letto vicino alla giovane donna, fumavano tutti e due quei robusti sigaretti, e dopo tutto il whisky lei, invece di vomitare, pareva che stesse molto
bene, e aveva un dolce color fragola in viso.
«Come ti chiami?» disse il vecchio.
«Fiorello,» disse il ragazzo.
«Io mi chiamo Gennaro. Se non ci credi, fai male,» disse il grosso, si frugò
sotto la giacca, come avesse prurito, e ne tirò fuori una grossa browning.8
«Sono più napoletano di te anche se da quarant’anni vivo a New York e parlo
l’italiano così male.» Alzò la voce rabbiosamente, urlò addirittura: «Alzati!».
Lentamente, non per svogliatezza, ma per terrore, Fiorello si alzò, cercando
di non guardare la piatta canna della rivoltella.
«Ascoltami, Fiorello,» disse Gennaro, «tu mi sei stato raccomandato dagli
amici di laggiù. Mi hanno dato la tua fotografia a New York, e a Capodichino,
quando siamo scesi dall’aereo, tu eri lì ed eri quello della fotografia. Ti ho
chiesto: “Lei è dell’agenzia alberghiera?” e tu hai risposto, secondo la parola
d’ordine: “Sì, dell’hotel Continental”. Tutto questo va bene, ma io prima di
fidarmi sto attento.» Alzò la browning, gliel’appoggiò sulla pelle, sotto il 8. browning: Browning
in realtà il nome della
mento, costringendolo ad alzare il viso. «In questo posto ci sono molte cose èditta
produttrice dell’arma,
non del modello.
che non mi piacciono. Per esempio non c’è il telefono.»
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9. scavi di Pompei: non
si tratta evidentemente
degli scavi di Pompei. La
battuta ironica di Fiorello
intende dire che la villa è
un rudere, come appunto
le case scavate a
Pompei.
10. il cavapupi: ovvero
un medico ginecologo, in
grado di fare nascere i
bambini (cavapupi,
ovvero in dialetto prendibambini, dal ventre della
madre).
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«Dotto’,» si lamentò Fiorello, «ma in questi scavi di Pompei9 cosa volete che
mettano il telefono? È solo questione di pochi giorni, poi vi troviamo la casa
degna di voi, dotto’.»
Gennaro abbassò la rivoltella, ma la tenne sempre in mano.
«Poi non mi piaci tu. Sei troppo giovane, l’ho detto anche a New York
quando mi hanno dato la tua fotografia, per una cosa così grossa. Mi hanno
assicurato che posso fidarmi, ma non mi piaci lo stesso.» Alzò di nuovo la rivoltella verso il suo viso, guardò un attimo l’uomo in maglione che si era disteso sul letto accanto alla donna. «Ti assicuro che, se sbagli, se servi due padroni, se prendi soldi da noi e poi vai a informare la polizia, non ti salverai
più, e non solo tu, ma tua madre, tuo padre, la tua ragazza, tua sorella. Siamo
venuti qui per questo, ci sono troppi figli di Giuda intorno a noi, e siamo venuti a sistemarli.»
«Dottore, io non le faccio certe cose.»
«Sarà,» disse il grosso. «E poi non mi piace che non ci sia la luce elettrica.
Qui di notte ci infilzano come tordi allo spiedo.»
«Dotto’, qui non c’è mai stata la luce elettrica, sono ville di tre, quattro secoli
fa. Ma ci sono i lumi a petrolio e le candele, e poi nessuno si sogna di venire
qui, state sicuro, dotto’, parola.»
L’altro si rimise la rivoltella dentro la camicia.
«Adesso cerca di ricordarti quello che mi occorre subito, e portamelo subito.»
In quel momento la donna distesa sul letto ebbe una specie di breve rantolo.
Il vecchio, con voce d’improvviso tenera, raucamente dolce, le si rivolse:
«Cos’hai, cara?».
«I dolori, papà, diventano sempre più forti,» disse lei.
«Il dottore verrà subito,» la rassicurò lui, poi la sua voce ritornò dura e si rivolse al ragazzo napoletano. «Te l’ho già detto prima in macchina: mi occorre
subito l’ostetrico.»
«Sì, dottore, lo teniamo il cavapupi,10 gli amici lo sapevano che arrivavate con
la signora così.»
«Subito vuol dire subito, ragazzo.»
«Sì, dotto’, fra un’ora arrivo qui col cavapupi.»
«E mi occorrono due auto.»
«Due, dotto’?»
«Non molto grandi, ma veloci. E subito. Quando vieni qui con l’ostetrico
devi portare anche le due auto, col serbatoio pieno.»
«Piccole, ma veloci,» rifletté a voce alta il ragazzo. «Due Giuliette forse
vanno bene.»
«Non conosco le auto italiane, ma voglio che facciano almeno i centosessanta.»
«Va bene, dottore.»
«Sono le undici e tre quarti. All’una meno un quarto devi essere qui col dottore. Se succede qualche cosa a mia figlia perché tu ritardi, è meglio che ti
tagli la gola da solo.»
«No, dotto’, sono qui anche prima di un’ora.» Il ragazzo era lucido di sudore.
«E porta questo messaggio agli amici, ricordati bene le parole.»
«Sì, dotto’.»
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«Questo è il messaggio: “voglio subito casa con telefono”.»
Quello voleva tutto subito, pensò il ragazzo.
«E adesso voglio la cosa più importante: il numero di telefono dell’amico più
grosso, e tutti e due sappiamo chi è.»
«Sì, dotto’, ve lo scrivo subito.»
Lo sapeva a memoria, aveva in tasca dei foglietti sparsi, consunti, sgualciti, e
una matita che si passò tra le labbra per inumidirla. Era un numero facile da
ricordare, 35.25.65, e scrisse il numero sul foglietto, ma arrivato alla quinta
cifra sbagliò, non si accorse che invece di scrivere 6 aveva scritto 5, così consegnò al vecchio, la mano tremante per l’agitazione, il foglietto con scritto
questo numero sbagliato: 35.25.55.
«Adesso va’ via e fa’ presto,» disse il vecchio.
Solo quando fu fuori, sulla strada, il ragazzo riprese a respirare normalmente.
Era la prima volta che veniva in contatto con gli americani, era stata una
prova di fiducia che gli avevano dato, ma un po’ pesante. Coi suoi padroni
napoletani si sentiva molto più sicuro, ma di questi stranieri e delle loro rivoltelle aveva paura. E bisognava far subito subito. Si mise al volante dell’Alfa, girò la macchina e discese verso Napoli, continuava a pensare che doveva trovare il cavapupi, subito subito, e poi le due Giuliette, subito subito,
che strano che a mezzogiorno, a Napoli, e in giugno, dovesse fare freddo, tirò
su il finestrino dalla sua parte e senza accorgersene continuava a premere l’acceleratore, finché, come era prevedibile, appena arrivò sulla via borbonica,
due militi della strada11 alzarono il loro palettino irritante e gli fecero segno
di fermarsi, coi loro irritanti caschi, le loro irritanti moto appoggiate al muro,
e le loro irritanti facce.
Il ragazzo col ciuffo, Fiorello, era un napoletano verace, e un napoletano verace se nell’orecchio ha il rombo di cento “subito, subito, subito”, non resiste
a tante cose irritanti insieme. E infatti non resisté. Invece di fermarsi all’intimazione, accelerò, schizzò via nel traffico convulso di San Giovanni a Teduccio in quell’ora convulsa vicino all’ora di colazione. Era impossibile che ce la
facesse, e infatti non ce la fece. Un bambino che era caduto di bicicletta rompendo il fiasco di vino che teneva in mano e che piangeva, lì, in mezzo alla
strada, lo bloccò, e dallo specchietto lui vide arrivare come un proiettile uno
dei motociclisti.
«Vieni fuori.»
Il ragazzo guardò il bambino che si rialzava, fradicio di vino rosso e di lacrime,
e scese. Dette al milite la patente e il libretto. Arrivò anche l’altro milite.
«Perché sei scappato?»
«Avevo fretta.»
Il milite si trattenne i documenti.
«Sali, e seguici,» disse. «E sta’ tranquillo.»
«Tranquillissimo,» disse lui colando sudore dalla fronte al rimbombo di
quella voce nelle orecchie: “Subito, subito, subito.”
La prima mezz’ora l’italo-americano Gennaro la passò a ispezionare la villa.
Il vecchio custode, con un lume a petrolio in mano, lo condusse al piano superiore e alle soffitte, o stanze, a quei tempi, per la servitù. Il lume a petrolio
11. militi della strada:
ovvero due vigili urbani
oppure due agenti della
polizia stradale.
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12. Fischetti: fedele
Fischetti è un pittore del
Settecento napoletano,
che affrescò edifici di
culto e palazzi civili, tra
cui anche molte parti
della reggia di
Capodimonte, della
residenza reale e della
reggia di Caserta.
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era necessario perché di sopra tutte le finestre erano sbarrate da assi di legno.
La larga scala era senza l’arabescata ed elaborata balaustra di bronzo, bisognava stare attenti perché non sempre i gradini si mostravano sicuri, sul
primo e sul secondo pianerottolo si erano aperte due falle, due grossi buchi
dai quali s’intravedeva il vago chiarore dell’anticamera sottostante.
«Dotto’, attento a dove mettete i piedi,» diceva il custode.
Al piano superiore vi erano due grandi saloni e quattro stanze. Anche qui vi
erano dei buchi nel pavimento, e anche nel soffitto. Pezzi di muro cadevano un
po’ da per tutto, sempre semplici scaglie, ma era una pioggia continua. In uno
dei saloni vi era ancora un massiccio, lungo tavolo dell’epoca, evidentemente
non era stato rubato soltanto per la sua mole e la sua pesantezza. E a tutte le pareti si vedevano ancora, in ogni stanza o salone, le larghe chiazze di affreschi del
Fischetti,12 gentili vergini nude nelle volute ariose e geometriche delle decorazioni, con fantastici paesaggi sullo sfondo, monti sui quali si ergevano leggiadre
rocche, e cani da caccia che inseguivano la selvaggina in irreali foreste.
Gennaro guardò tutto senza capire, guardò il grande lampadario penzolante
pericolosamente dal soffitto.
«Una volta c’era la luce elettrica,» disse indicandolo con la browning, che teneva in mano.
«No, signore, quello è un lampadario a candele.»
«Di sopra cosa c’è?»
«Le soffitte. Il tetto è molto rotto, si sta sfasciando tutto, sono due anni che
hanno messo quel recinto col cartello intorno alla villa, ma non hanno ancora fatto nulla. Sono venuti un paio di volte, forse a controllare che la villa
sia ancora in piedi, ma io ho paura a starci, qualche notte magari ci casca tutto
addosso.»
Gennaro ispezionò anche le soffitte, e solo quando fu sicuro che nella villa non
c’era nessuno tornò da basso nella stanza dove erano sua figlia e il genero.
Tina dormiva.
«È ubriaca fradicia,» disse l’uomo in maglione. «Non resiste alle doglie,
adesso le ha ogni quarto d’ora, ma non si sveglia neppure, si lamenta un po’.
Il bambino nascerà sbronzo.»
«Non c’è nessuno nella villa, Charlie,» disse Gennaro.
Charlie aveva un viso da duro, ma non da bruto, i suoi occhi, anzi, esprimevano intelligenza, acume, se avesse portato gli occhiali sarebbe sembrato un
giovane e aitante professore.
«Figurati che consolazione,» disse acre. «Avrai tempo di incontrare tanti poliziotti da non poterli contare. Non si va in giro a fare i gangster con una
donna gravida appresso.»
«Io non lascio mia figlia sola in un momento come questo. E tu che sei suo
marito dovresti pensare come me.»
«No, non posso pensare che Tina abbia il bambino qui, in questa catapecchia, in questo letto,» Charlie alzò la voce, guardò il suocero con odio, «non
ci farei dormire il gatto, su queste lenzuola, su questo cuscino…»
«Forse non nasce subito, domani o dopo ci sistemeranno in una casa migliore.»
«No, nasce qui, fra poche ore, le doglie sono sempre più fitte. Senti,» disse
Charlie.
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Pur nel sonno dell’ubriachezza Tina si mosse convulsamente e lanciò una
specie di ululato, poi respirò profondamente e ricadde in quella specie di
coma.
«Adesso guarda l’orologio, fra dieci minuti gliene verrà un’altra, poi gliene
verranno ogni cinque minuti e allora ci vuole subito il medico.»
«Sta arrivando,» disse Gennaro.
All’una e mezzo non era arrivato nessuno. Alle due neppure, alle due e mezzo
Tina si svegliò urlando e Charlie dovette metterle una mano sulla bocca. Le
dettero ancora tanto whisky da narcotizzarla, e lei si riaddormentò.
Gennaro guardò l’orologio.
«Vado a telefonare.»
Charlie si accese uno dei sigaretti che gli erano rimasti.
«E a chi telefoni? Non hai ancora capito che ti hanno tradito? Siamo venuti
qui per vedere se tradivano, e adesso lo sappiamo.»
«Vado a telefonare lo stesso.»
Aprì una delle due valigie che aveva voluto portare personalmente lui: c’era
parecchia roba, quattro cinture caricatori per la browning, due pistole mitragliatrici e due mitra smontati in due. Sul fondo c’erano le scatole, tre, coi candelotti di nitroglicerina, ne aprì una e si mise due candelotti in tasca, prese
una cintura caricatore e se l’allacciò alla vita. Sembrava un po’ più grosso, ma
era già abbastanza grosso per non destare sospetti. Un uomo così equipaggiato, e deciso a usare il suo equipaggiamento, è un po’ difficile da prendere.
Charlie non disse nulla e non lo guardò neppure molto: il vecchio gli faceva
pena, gli faceva pena sua moglie schiacciata da un tiranno così spietato e
aveva anche pena di se stesso. Ma era nato in quell’ambiente, e doveva viverci. Gennaro risolveva tutto sparando. Anche quando parlava senza puntare la rivoltella era implicito che se qualcuno non fosse stato del suo parere,
avrebbe sparato. Facesse pure.
Il vecchio si tolse la rivoltella da sotto la camicia ed entrò di colpo nella stanza
accanto, la grande cucina: c’era la ragazza che sembrava una zingara che stava
ascoltando una radio a transistor, e al tavolo c’erano sua madre e suo padre
che discutevano, con un fiasco di vino in mezzo a loro. Puntò la rivoltella
contro di loro.
«Devo telefonare. Quanto è lontano il telefono più vicino?»
Il custode si alzò.
«Signo’, non sparate, noi non vi abbiamo fatto niente.»
«Dov’è il telefono più vicino!» urlò selvaggiamente Gennaro. «Se no, sparo
davvero.»
«È più su, verso il Vesuvio,» disse il custode, frustato da quell’urlo, «c’è un ristorante per i turisti che vanno fino in cima, lì c’è il telefono.»
«Allora mi ci accompagni, e subito. Voi due starete qui in camera col mio genero,» le sospinse malamente nella stanza. «Vado a telefonare. Sta’ sicuro che
torno. Se non torno, sai cosa devi fare,» disse a Charlie.
Oh, sì, lo sapeva, doveva uccidere le due donne. I traditori devono morire, sì,
verissimo, ma a che serviva?
«Sì, lo so,» disse Charlie.
Guardò Gennaro che usciva col custode, richiuse la porta e, con lo stile desiV. JACOMUZZI, M.R. MILIANI, F.R. SAURO, Trame - La competenza di lettura © SEI 2011
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derato da suo suocero, levò dalla cintura la rivoltella e la tenne puntata contro le due donne.
«Sedete nelle poltrone e non seccate.»
Carezzò con la sinistra il viso umidiccio di Tina. Dormiva tranquilla. Guardò
l’orologio: erano più di venti minuti che non aveva la doglia. Forse aveva ragione il suocero, poteva essere un falso allarme.
Dopo un’ora e mezzo, Gennaro non era ancora tornato. Tina non sudava più,
continuava a dormire e ogni tanto rabbrividiva, e non aveva più avuto nessuna
doglia. Chiese delle altre coperte alle due donne, ma Tina continuò lo stesso
a tremare.
Dopo un’ora e tre quarti, Gennaro tornò, rientrò nella stanza spingendo
avanti il custode.
«Mi hanno dato un numero di telefono falso,» disse con una voce senza rabbia ma cattiva, spietata. «Ho chiamato venti o trenta volte, risponde uno che
non ha niente a che fare col nostro amico. Siamo dentro la trappola. Bisogna
uscirne subito perché fra poco arriverà la polizia.»
Era logico, pensò anche Charlie, avevano tradito, avevano voluto liberarsi
dagli ispettori che venivano da New York.
«Mamma santissima, guardate sotto il letto, signo’, quello è sangue, si sente
anche l’odore,» disse la moglie del custode. Charlie guardò subito: da sotto il
letto usciva e si allargava una spessa macchia di liquido scuro lucido che subito diveniva opaco. Si curvò a guardare. Il sangue gocciava dal sotto del materasso, allora Charlie sollevò un attimo le coperte e il lenzuolo che coprivano Tina, e la ricoprì subito stringendo i denti dalla nausea.
«Tina, Tina,» carezzandola sul viso e sentì il viso non ancora freddo ma che
stava divenendo rapidamente freddo, la scosse, le mise l’orecchio sulla bocca,
e così capì, che era morta, sotto i suoi occhi, dissanguata.
«È morta,» disse.
Gennaro si avvicinò, cauto, a Tina, le mise una mano dietro il collo, alla nuca,
le sollevò il capo e non ebbe bisogno di altro che di questo, di sentire l’innaturale peso della testa di lei e l’innaturale rigidità del collo. La ridepose,
cauto, sul cuscino e la coprì tutta col lenzuolo. Sedette sull’altro lettino, accanto a Charlie, e stettero tutti e due lì in fondo al loro abisso di disperazione,
per lunghi e lunghi e lunghi minuti. Poi Gennaro si alzò.
«Dobbiamo andare,» disse, «fra poco qui arriva la polizia.»
Era logico. Erano stati traditi e adesso li davano in pasto alla polizia.
«Ma dove andiamo?» disse Charlie. «Non conosciamo nessuno, neppure i
posti…»
«Io so dove andare,» disse Gennaro. «A Napoli, ai telefoni. Voglio telefonare a New York perché siano informati di quello che succede qui, e di che
genere di amici sono. E perché vengano a prenderci.»
Forse era l’unica cosa che potessero tentare, pensò Charlie.
«Tu porta la valigia coi soldi,» disse Gennaro, «io prendo quella con le
armi.» Le mani gli tremavano. Si rivolse ai tre napoletani che stavano in
piedi, ammucchiati vicino al muro. «Mia figlia è morta per colpa vostra. Se
voi non foste delle sporche carogne di traditori, il medico sarebbe arrivato
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qui in tempo e mia figlia sarebbe viva, e anche il bambino. Siete degli assassini.»
«No, signo’, no, signo’, Fiorello è acqua chiara, non ha tradito mai nessuno,
gli deve essere successo qualche cosa,» disse la vecchia custode.
«Ah, sì? E che cosa? E perché mi ha dato un numero di telefono falso? Stai
zitta.» Si avvicinò alla ragazza, le prese un braccio. «Tu adesso vieni con noi e
ci insegni la strada.» Si rivolse ai genitori della ragazza. «Se la volete rivedere
viva state qui buoni. Se noi ci salviamo, si salva anche lei.» Guardò Charlie
che si stava asciugando con le dita gli occhi umidi. «Andiamo, Charlie.»
Charlie bevette, vuotò la bottiglia di whisky, e prese la sua valigia piena di valuta italiana avvolta nei pigiama, negli slip, nei maglioni e nelle camicie.
«Io non vengo con voi, io ho paura, lasciatemi stare.»
La ragazza si divincolò dalla presa di Gennaro che le teneva un braccio e
frullò via verso i suoi genitori che le si strinsero addosso, in una posa di protezione che era quasi un affresco, come quelli dipinti sui muri della villa.
Il viso di Gennaro si scompose tutto nel furore, la morte della figlia gli ribollì nel sangue come veleno. Era vecchio, ma nessuno ebbe il tempo di accorgersi di ciò che succedeva. Anche Charlie, solo quando udì la sequenza di
spari, capì che cosa aveva fatto Gennaro, mentre i tre, i custodi e la loro figlia,
non capirono neppure di morire, morirono semplicemente, senza saperlo.
«Sporche carogne, assassini.»
«Sei tu un assassino,» disse Charlie, la voce ingolata di pianto rabbioso.
«Muoviti!» Gennaro gli agitò la rivoltella davanti. «O vuoi star qui ad aspettare la polizia?»
Charlie resisté alla voglia di sparare lui al vecchio pazzo e uscì per primo dalla
stanza. Uscirono insieme dalla villa, sullo stradone, sotto il sole non caldo del
tardo pomeriggio, ciascuno con la sua valigetta blu scurissimo, in una specie
di foschia data dal polverume pietroso delle falde del Vesuvio, che il vento
quasi freddo diffondeva nell’aria. S’incamminarono, verso Napoli.
Nel buio totale dello stradone, le due Giuliette, con le mezze luci, si fermarono davanti alla villa. Al volante della prima era Fiorello, che dette il solito,
piccolo colpettino di clacson e scese, quasi rotolò fuori dall’auto. Subito, subito, subito, risentiva sempre la voce. Era riuscito a farsi rilasciare dalla polizia stradale solo un’ora prima, ma in un’ora, grazie ai suoi padroni, aveva trovato le Giuliette e il cavapupi. Chi sa come era arrabbiato l’americano,
doveva ritornare dopo un’ora e arrivava invece con nove ore di ritardo.
L’altra Giulietta era guidata da quello che Fiorello chiamava il cavapupi, che
scese dall’auto a fatica, data la corpulenza, con una grossa valigia, in cui vi era
tutto quello che poteva occorrere per un parto, fino ai flaconi di plasma e al
forcipe.13 Era il solito medico quarantenne che ha passato tre o quattro anni
in galera per procurato aborto, se non per omicidio colposo in seguito alla
morte della ragazza che non voleva essere madre.
Corsero tutti e due verso la staccionata, il portello era aperto, il ragazzo col
ciuffo in fondo era contento, aveva fatto quello che doveva fare, anche se in
ritardo, l’americano doveva riconoscerlo. Soltanto, non gli piacque il buio assoluto della villa, e il silenzio assoluto. Perché stavano così al buio? La luce
13. forcipe: il forcipe è
uno strumento usato
talvolta durante i parti,
quando si presentano
difficoltà nella nascita,
per estrarre il bambino; il
plasma è usato per le
trasfusioni di sangue, in
caso di emorragia.
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dei lumi a petrolio avrebbe dovuto trapelare dalle finestre, così invece sembrava che non ci fosse nessuno. Entrarono a tentoni, poi il dottore fece scattare l’accendino: erano in cucina.
«Silvana, Silvana,» disse Fiorello. Nessuno rispose. Chiamava la sua ragazza.
Sul tavolo c’era una candela, il dottore l’accese.
«Silvana, Silvana...»
Continuò a chiamarla, non comprendendo come mai nella villa non ci fosse
più nessuno, finché, entrando nella camera vicina, non la vide ammucchiata a
terra insieme con la madre e il padre, in un ricamo di macchie di sangue che
decorava il volto e gli abiti di tutti e tre, alla viva, lunga, fumosa fiamma della
candela che il dottore teneva alta.
«Dottore, che cosa è?» il ciuffo gli ondeggiò sulla fronte, vedeva che cosa era
ma non riusciva ancora a capire, a crederlo.
«Li hanno sparati,» disse il dottore, in grasso napoletano.
Fissò la candela al tavolo e andò vicino al letto, sollevò il lenzuolo che copriva il viso di Tina, posò una mano sulla fronte di lei, sollevò tutta la coperta
e vide la pozza di sangue. Non avrebbe avuto più da cavare nessun pupo. Poi
si volse subito a quei sordi tonfi e vide Fiorello che stava sbattendo la testa
contro il muro con tutta la sua forza. Gli saltò addosso e lo trattenne.
«Lasciatemi fare, dotto’, che volete che faccia d’altro, adesso? Lasciatemi fare.»
L’indomani, nel tardo pomeriggio, un quotidiano riportò per primo la notizia: Ieri sera, negli uffici delle comunicazioni intercontinentali della SET, sono stati
arrestati due pericolosi banditi italo-americani che avevano chiesto una comunicazione con New York. Il loro atteggiamento aveva messo in sospetto l’agente di P.S.
Andrea Salapanti che aveva chiesto loro i documenti. Uno dei due banditi, allora, il
più anziano, ha subito sparato, ma l’agente Salapanti è riuscito a evitare il colpo e a
sparare a sua volta ferendolo lievemente, riducendolo all’impotenza. L’altro, il più
giovane, non ha opposto alcuna resistenza. In seconda pagina i particolari...
Villa della disperazione, in Il centodelitti, Garzanti, Milano 1970
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STRUMENTI DI LETTURA
La storia
Una serie di banali contrattempi – un 5 al
posto di un 6, un bambino che cade dalla
bici – scatenano un massacro. Siamo a Napoli e due gangster italoamericani venuti da
New York per sistemare certe faccende oppongono ai ritmi blandi e caserecci della malavita nostrana una spietata ferocia criminale. Il racconto, d’intonazione tipicamente
noir, ha la caratteristica di essere ambientato
completamente nell’universo squallido e crudele della malavita, con l’esclusione di qualsiasi personaggio “positivo”.
I personaggi
Gennaro, un gangster italo-americano folle e
spietato, sentendosi preso in trappola a
causa di un equivoco, massacra un’intera famiglia. La tragedia è resa ancora più sinistra
dalla presenza di Tina, una giovane donna
incinta trascinata suo malgrado in questa vicenda allucinante dalla follia paterna. Charlie, complice e genero di Gennaro, si rende
perfettamente conto della pazzia del suocero ma non può che assistere impotente al
precipitare degli eventi verso il tragico finale.
Scerbanenco ha sempre prestato particolare
attenzione alla psicologia dei personaggi,
anche quando si tratta di criminali, descrivendoli con acume e partecipazione in tutti i
loro risvolti, dai più umani ai più efferati.
Il tempo
Il racconto è costruito mediante il montaggio
di due tempi differenti, quello “dentro” la villa
e quello “fuori”. Nel tempo di “fuori” il giovane Fiorello annaspa freneticamente per
compiere il suo incarico, in quello di “dentro”
la tensione aumenta in un crescendo parossistico. Sono due dimensioni temporali non
comunicanti, e soltanto al lettore è dato di
percepirne la giustapposizione, che genera
una forte carica di suspense. La banalità dei
disguidi all’origine del massacro stride con il
clima di cupa angoscia e di tensione che
regna all’interno della villa.
Lo spazio
A un tempo di “dentro” e un tempo di “fuori”
corrispondono altrettante dimensioni spaziali. Benché la storia sia ambientata presso
Napoli, “fuori” fa freddo e tira vento. “Dentro”, nel chiuso di una fatiscente villa settecentesca in attesa di restauri, il luogo appare
oscuro e minaccioso, e man mano si trasformerà in uno spazio claustrofobico e ossessivo, un teatro di morte.
Le tecniche narrative
Prevale il dialogo diretto, insistito e martellante, fatto per lo più di domande seccamente perentorie e risposte ossequienti o
imbarazzate. Il ritmo incalzante e dinamico
della narrazione contrasta con l’atmosfera
del racconto, sostanzialmente “nera” e immobile. L’unico svolgimento riguarda il lettore, al quale Scerbanenco, con un sapiente
uso della dilazione, somministra la realtà dei
fatti a piccole dosi, poco per volta.
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DOMANDE DI VERIFICA
1 Dalle azioni compiute nel corso del racconto, ritieni che il ragazzo napoletano messo dagli ‘amici’ a disposizione dei boss newyorkesi sia:
A incapace di eseguire i compiti che gli sono stati affidati
B troppo emotivo per mantenere la calma in una situazione di pericolo
C troppo innamorato per essere obiettivo nelle decisioni
D succube senza capacità di reazione rispetto ai gangster
2 Servendoti di tutto quanto puoi ricavare dal testo nel suo complesso, che
cosa rivela del personaggio l’affermazione che «Gennaro risolveva tutto sparando. Anche quando parlava senza puntare la rivoltella era implicito che se
qualcuno non fosse stato del suo parere, avrebbe sparato»?
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3 Nel corso della narrazione uno degli episodi più drammatici e violenti è quello della morte di Tina. Quali aspetti la rendono particolarmente cruda, sia a
livello descrittivo, sia di significato?
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4 L’ambientazione della villa risulta così fatiscente perché:
A intende conferire al racconto un’atmosfera di paura
B costituisce uno spazio chiuso e separato rispetto all’esterno in cui si trova
la minaccia della polizia
C fa intendere che altrettanto traballante è l’agire dei gangster, solo apparentemente minacciosi
D diventa uno spazio simbolico della rovina che incombe su tutti i personaggi del racconto
5 Nella fiducia data e tradita risiede uno degli aspetti fondamentali del racconto.
Facendo riferimento a tutti gli elementi che ritieni necessari, prova a descrivere in quale modo viene vissuto questo legame dai personaggi della storia.
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6 Provando a riflettere sul racconto nel suo complesso, trovi che la conclusione sia significativa e adeguata a esplicitare il senso della vicenda narrata?
Giustifica, argomentandola, la tua risposta.
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