Istituto MEME
associato a
Université Européenne
Jean Monnet A.I.S.B.L. Bruxelles
La violenza di genere:
analisi del fenomeno e delle sue conseguenze
Scuola di Specializzazione: Scienze criminologiche
Tesista Specializzando: Rosamaria D’Antuono
Anno di corso: Primo
Modena: 3 settembre 2011
Anno Accademico: 2010-2011
ISTITUTO MEME S.R.L.- MODENA ASSOCIATO UIVERSITÉ EUROPÉENNE JEAN MONNET A.I.S.B.L. BRUXELLES
Rosamaria D'Antuono - SST in Scienze Criminologiche (primo anno) A.A. 2010/2011
Indice dei Contenuti
1. Introduzione .................................................................................................... 3
2. La violenza sulle donne: cenni storici
............................................ 7
3. La violenza di genere: dati statistici
...........................................10
4. Le forme della violenza di genere:
la violenza psicologica
..........................................12
5. La violenza economica
..........................................16
6. La violenza sessuale
..........................................20
7. La violenza domestica
.........................................24
8. La violenza fisica
..........................................26
9. La violenza assistita
..........................................27
10. Il ciclo della violenza
..........................................29
11. Le conseguenze e le risposte delle vittime
.........................................32
12. Violenza di genere: l’evoluzione della legge
........................................35
13.L’ intervento concreto
........................................40
Conclusioni
.......................................43
Bibliografia-Sitografia
........................................45
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1. INTRODUZIONE
La violenza sulle donne non ha tempo né confini, è endemica e
non risparmia nessuna nazione o paese, industrializzato o in via di
sviluppo che sia. Non conosce nemmeno differenze socioculturali, vittime ed aggressori appartengono a tutte le classi
sociali, perché al di là di quello che viene mostrato tutti i giorni
dai media, il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri,
seguiti dagli amici, vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di
lavoro. Secondo l‟OMS una donna su cinque ha subito, nel corso
della sua vita, abusi fisici o sessuali da parte di un uomo.1
Concettualmente la violenza di genere è la violenza perpetrata
contro donne e minori, basata sul genere, ed è ritenuta una
violazione dei diritti umani. Questa terminologia è largamente
utilizzata sia a livello istituzionale che da persone e associazioni
di donne che operano nel settore.2
Parlare di violenza di genere in relazione alla diffusa violenza su
donne e minori significa mettere in luce la dimensione “sessuata”
del fenomeno in quanto manifestazione di un rapporto tra uomini
e donne storicamente diseguali che ha condotto gli uomini a
prevaricare e discriminare le donne, quindi come uno dei
meccanismi sociali decisivi che costringono le donne ad una
1
www.mediterraneacav.it
2
It.wikipediaorg/ Violenza di genere
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posizione subordinata agli uomini.
Questo
è
quanto
viene
rilevato
nell‟introduzione
della
Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della
violenza contro le donne del 1993 che, nell‟art.1, descrive la
violenza contro le donne come qualsiasi atto di violenza per
motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare
danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di
violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà
personale, sia nella vita pubblica che privata.
Concettualmente la violenza sulle donne, perpetrata all‟interno di
una relazione intima, può essere inserita all‟interno di due
categorie: la violenza familiare, che include inoltre gli abusi sui
minori e sugli anziani, e la violenza sulle donne, fenomeno vasto
e comprendente anche le molestie sessuali sul luogo di lavoro, gli
stupri di guerra, le aggressioni sessuali da parte di sconosciuti e
tutte le altre forme di violenza, come l‟acidificazione del volto in
Bangladesh o l‟infibulazione, dettate da contesti socio culturali
che discriminano la donna e negano i suoi diritti.
La violenza sulle donne, solo da pochi anni è diventato tema e
dibattito pubblico, mancano politiche in contrasto alla violenza
alle donne, ricerche progetti di sensibilizzazione e di formazione.
E‟ ancora oggi, purtroppo, un errore comune credere che la
violenza di genere sia un fenomeno poco diffuso. Invece è un
fenomeno esteso ma per certi versi ancora sommerso e per questo
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sottostimato. Sono moltissime le donne che hanno alle spalle
storie di maltrattamenti ripetuti nel corso della loro vita.
Inoltre, come già precedentemente accennato, la violenza verso le
donne non riguarda solo le fasce sociali svantaggiate, emarginate
o deprivate. Invece è un fenomeno trasversale che interessa ogni
strato sociale, economico e culturale senza differenze di età
religione o razza.
Spesso si crede che le donne siano più a rischio di violenza da
parte di uomini a loro estranei, invece i luoghi più pericolosi per
le donne sono la casa e gli ambienti familiari. Gli aggressori più
probabili sono i loro partner, ex partner o altri uomini conosciuti:
amici, familiari, colleghi, vicini di casa. Inoltre, come molti studi
documentano, neppure è possibile individuare il tipo del
maltrattatore: non sono determinanti né razza, né età o condizioni
socio-economiche o culturali. I maltrattatori non rientrano in
nessun tipo specifico di personalità o di categoria diagnostica.
A partire dagli anni settanta, il movimento delle donne e il
femminismo in Occidente, hanno iniziato a mobilitarsi contro la
violenza di genere, sia per quanto riguarda lo stupro che per
quanto riguarda il maltrattamento e la violenza domestica. Le
donne hanno messo in discussione la famiglia patriarcale e il
ruolo dell‟uomo nella sua funzione di “marito/padre-padrone”,
non volendo più accettare alcuna forma di violenza esercitata su
di loro fuori o dentro la famiglia.
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La violenza sulle donne, in qualunque forma si presenti, ma in
particolare quando si tratta di violenza familiare, è uno dei
fenomeni sociali più nascosti, è considerato come punta
dell‟iceberg dell‟esercizio di potere e di controllo dell‟uomo sulla
donna e si mostra in diverse forme: come violenza fisica,
psicologica e sessuale fuori e dentro la famiglia.
Già negli anni settanta le donne hanno creato i primi centri
antiviolenza e le case delle donne per ospitare donne che hanno
subito violenza e che potevano trovare ospitalità nelle case rifugio
gestite dalle associazioni di donne. In Italia, i primi centri
antiviolenza sono nati solo alla fine degli anni novanta ad opera di
associazioni di donne provenienti dal movimento delle donne, tra
cui la “casa delle donne per non subire violenza” di Bologna e la
“casa delle donne maltrattate” di Milano.
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2. La violenza sulle donne: cenni storici
In quasi tutte le società tradizionali, le donne hanno sempre
vissuto
situazioni
di
subordinazione
e
discriminazione.
L‟istruzione, ad esempio, fino a non troppo tempo fa era limitata
all‟apprendimento delle abilità domestiche; non avevano alcun
accesso a posizioni di potere e il matrimonio è stato quasi sempre
considerato come un mezzo necessario per garantire alla donna
sostegno e protezione. In caso di maltrattamento o di mancato
mantenimento, una donna sposata aveva poche possibilità di
rivalersi.
Nel diritto romano, la moglie era un vero e proprio “possesso” del
marito, in quanto tale, la donna non godeva del controllo giuridico
né della sua persona, né dei suoi figli o dei suoi possedimenti.
Anche durante il Medioevo, il diritto feudale prevedeva che la
terra si tramandasse per discendenza maschile. Le eccezioni
dell‟antica Babilonia e dell‟antico Egitto, dove le donne godevano
di proprietà e a Sparta, dove amministravano di fatto l‟economia
furono dunque fenomeni isolati.3
Giuridicamente, la donna, in alcuni paesi del Medio Oriente ad
esempio, oltre ad essere costretta a indossare abiti finalizzati a
nasconderne fattezze e lineamenti e movenze, “vale” appena la
metà di un uomo. Per rendere chiara l‟idea: se per condannare un
accusato di sesso maschile è necessaria la testimonianza di
3
Vera Slepoj, Le Ferite delle Donne, "Saggi".
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almeno quattro persone, per un accusato di sesso femminile di
testimoni ne servono appena due. Pure a condanna avvenuta,
inoltre, vi sono discriminazioni. E‟ facile, infatti, per lo stesso
reato, vedere l‟uomo cavarsela con una semplice multa mentre
alla donna non vengono risparmiate neppure le pene più infami o
dolorose, come quelle corporali. La poligamia, inoltre, è tuttora
legale per gli uomini in molti stati islamici. Ma guai se una donna,
in quegli stessi paesi, dovesse essere sorpresa in flagranza di
adulterio. Oltre all‟onore perderebbe anche la testa.
Tematiche scottanti da noi in Italia sono le pratiche dell‟escissione
e dell‟infibulazione, mutilazioni rituali assai pregiudizievoli per la
femminilità, categoricamente vietate dal nostro codice ma talvolta
praticate di soppiatto, in clandestinità, da medici compiacenti in
luoghi non adatti in quanto a igiene e attrezzature, con grave
pericolo di vita per chi vi fa ricorso. Si tratta di usanze dolorose e
devastanti per le donne, finalizzate al controllo dell‟uomo sulla
sessualità femminile, tribalismi che da noi fortunatamente sono
fuorilegge
ma
che
in
molte
zone
dell‟Africa
islamica
rappresentano purtroppo prassi quotidiana.
Nel novecento nei paesi industrializzati la donna sembra aver
definitivamente raggiunto l‟uomo nei diritti sulla carta, ad
esempio con il diritto al voto o alla possibilità di svolgere
professioni una volta riservati all‟uomo (ad esempio la carriera
militare). Nel concreto, però, forme di violenza fisica, psicologica
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ed economica non si sono estinte e restano una piaga della società
di cui le donne sono le uniche vittime.
L'Occidente ha conosciuto, negli ultimi decenni, un cambiamento
repentino e radicale di ruoli e costumi. E' possibile che il maschio
occidentale viva un momento di disorientamento, di crisi di
identità, in cui sente il proprio secolare potere vacillare al
cospetto di donne sempre più autonome, emancipate e talvolta
spregiudicate. La frustrazione, dicono i manuali di psicologia,
genera aggressività e sembra possibile che la condizione di
crescente insicurezza esistenziale, anche sul piano economico, in
cui vive l'uomo contemporaneo, contribuisca ad accrescerne la
distruttività.
Il primo passo da compiere sarebbe quello di cercare di
modificare le culture dove il maschio ha ancora una posizione
dominante e troppi privilegi da difendere. Compito non facile, se
non impossibile, laddove c‟è chiusura mentale e adesione totale ai
dogmi della tradizione.
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3.Violenza di genere: dati statistici
Secondo una ricerca Istat del 2007 sono quasi tre milioni (il 14%
del totale) le donne che in Italia hanno subito violenza. Nel 13%
dei casi si tratta di violenza sessuale, nel 33% di violenza
economica, nel 51% di violenza fisica e nel 65% di violenza
psicologica. Il totale è superiore al 100% in quanto più donne
hanno subito diversi tipi di violenza. In moltissimi casi (oltre
l‟88%) la violenza viene definita “domestica”, in quanto inflitta
da partner o da ex partner (l‟82%) oppure da parenti, nel 6,4% dei
casi. Amici e conoscenti sono autori della violenza nel 4,5% delle
occasioni, mentre il restante 7,1% ha come protagonisti
sconosciuti. La violenza domestica è da intendersi come violenza
maschile contro le donne in casa, che implica dunque una
relazione di intimità o familiare.4 Raramente le donne denunciano
gli abusi subiti. Eppure spesso si tratta di violenze gravi che
provocano lesioni sui corpi femminili. E non meno gravi sono le
ferite psicologiche. Le donne aggredite provano paura, rabbia,
insicurezza, perdita di autostima e di fiducia negli altri. Esiste poi
in letteratura una vera e propria sindrome psichiatrica,
denominata Disturbo Post-Traumatico da stress, che colpisce le
donne vittime di violenza. È caratterizzato da ansia, irritabilità,
attacchi di panico, insonnia, disturbi del comportamento
alimentare ed è inserito nel DSM IV, il manuale internazionale
4
www.istat.it
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che classifica tutti i disturbi psichiatrici.
Recentemente le ricerche psicologiche hanno dato rilievo ad una
forma di violenza contro le donne molto diffusa, il cosiddetto
stalking
cioè il comportamento, prevalentemente maschile,
caratterizzato da persecuzione reiterata, molestie asfissianti,
appostamenti, intromissione nella vita privata verso una persona
generalmente di sesso opposto.
La violenza sulle donne non è naturalmente soltanto un problema
italiano. Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità
almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da
parte di un uomo nel corso della propria esistenza.
Una ricerca dell'Harvard University ripresa dall'Onu (2003)
afferma che la prima causa di morte o d'invalidità nel mondo per
le donne non è la malattia, la guerra o gli incidenti stradali, ma la
violenza domestica (anche sessuale) subita dalla donna da parte
del marito, del partner, del genitore, a volte del figlio. Sulle cause
di tanto accanimento sull'integrità psicofisica della donna ancora
si discute. Esistono delle differenze biochimiche e ormonali, dei
diversi livelli di testosterone e di serotonina, una differente forza
fisica tra esponenti di sessi diversi. Ma la fisiologia forse è la
spiegazione meno attendibile dei comportamenti vessatori. Più
importanti appaiono i motivi culturali, come il prevalere, nelle
società patriarcali, del maschio, che monopolizza potere e
conoscenza e tende ad escludere le femmine.
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4. Le forme della violenza di genere: la violenza psicologica
Ogni giorno i mezzi di comunicazione, riportano atti di grave
violenza perpetrati all‟interno delle mura domestiche, sia tra
coniugi che tra genitori e figli. La violenza in famiglia di cui però
si parla e che balza subito in prima pagina è soltanto quella che
assume connotati di gravità tali da non potersi tacere, ossia
quando integra forme di reato contro la persona di eccezionale
gravità, come l‟omicidio.
In realtà, oltre alla violenza intrafamiliare evidente, che non può
essere negata, ne può esistere un‟altra, che dietro le apparenti
relazioni familiari “perfette”, nasconde una realtà inquietante
segnata da conflitti sommersi, feroci cattiverie quotidiane,
atteggiamenti
svalutativi,
determinando
quella
che
viene
comunemente definita come violenza psicologica.5
La violenza psicologica rappresenta uno dei livelli più profondi e
insidiosi tra le varie violenze all‟interno delle mura domestiche,è
una delle più potenti strategie di potere e controllo che presiedono
ai maltrattamenti.
Non è facile parlare di violenza psicologica, perché in realtà
spesso la violenza all‟interno di una coppia viene banalizzata o
negata, vedendo in essa un semplice rapporto di dominazione. Ma
negare la violenza che certi attacchi hanno sulla donna, significa
negare la profondità che la ripercussione psicologica di queste
5
- Sandra Filippini, Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia, Franco Angeli, 2005.
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molestie hanno sulla donna. La violenza subita è spesso molto
sottile e non ci sono tracce evidenti sul corpo, come nel caso della
violenza fisica, ma quello che accade in realtà in questa tortura
emotiva, è un tentativo violento di distruzione morale dell‟altro.
Questo tipo di maltrattamento utilizza strategie di controllo
ricorrenti tra cui: l‟intimidazione, agita attraverso gesti,minacce o
parole; molestie morali che consistono in tutta una serie di
atteggiamenti effettuati con gravità crescente quali, ad esempio, il
rifiuto dell‟altro, il sarcasmo, la derisione, il disprezzo, la
sopraffazione,
l‟isolamento,
fino
ad
arrivare
all‟omicidio
psicologico.
Talvolta si arriva a dei veri e propri lavaggi del cervello,dove la
donna e i figli arrivano ad una totale disistima di sé e della loro
vita.
Quando assistiamo a tutte quelle strategie lesive della libertà e
della personalità dell‟altro, che generano insicurezza, paura e
svalutazione di sé, allora si tratta di violenza psicologica.
Purtroppo, come succede quasi sempre, è presente un‟eccessiva
responsabilizzazione delle donna che si attiva per far fronte a tutti
i compiti e tutte le richieste che le vengono fatte da colui che la
maltratta, nella continua speranza di non adirarlo e dimostrare la
propria adeguatezza come moglie e come madre.6
Proprio per tale motivo, tale tipologia di violenza è poco
6
- Sandra Filippini, Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia, Franco Angeli, 2005.
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affrontata, in quanto oltre a non lasciare ferite sul corpo essa è
caratterizzata da incapacità relazionale che sottende ad una
situazione di prevaricazione e di abuso, in cui la vittima molto
spesso non ha la consapevolezza della manipolazione che subisce
e quindi non chiede aiuto.
Tale fenomeno coinvolge trasversalmente le famiglie di tutte le
fasce sociali, anche se emerge maggiormente in quelle meno
abbienti, dove lo svantaggio economico ed il bisogno di aiuto
permette ai Servizi Sociali Territoriali di penetrarvi più facilmente
e percepire le situazioni di violenza. Nelle famiglie in cui non ci
sono disagi economici, ma povertà affettiva e relazionale, basati
su una comunicazione familiare distorta e perversa, tale disagio è
meno visibile all‟esterno e dunque meno curabile.
Ciò significa che, in pratica, il soggetto che effettua violenza
psicologica e colui che la subisce, può appartenere a qualsiasi
ambiente sociale, svolgere qualsiasi attività lavorativa ed avere
qualsiasi età, esplicitando la sua violenza attraverso una sottile
manipolazione quotidiana, paragonabile ad un omicidio compiuto
con la somministrazione di piccolissime dosi di veleno nel cibo,
piuttosto che con un colpo di pistola secco.
Dal punto di vista più strettamente giuridico e legale, possono far
riferimento a questo tipo di violenza: i reati d‟ingiuria (art.594
c.p.); di violenza privata (art.610 c.p.); di minaccia (art.612 c.p.);
di lesioni quando cagionano una malattia del corpo o della mente
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(art.582 e 583 c.p.); di abuso di mezzi di correzione e disciplina
(art.571 c.p.); di maltrattamenti in famiglia (art.572 c.p.); di
sequestro di persona (art.605 c.p.).7
La violenza psicologica tende ad essere sanzionata principalmente
in sede civile, anche se è possibile talvolta percorrere l‟alternativa
penale.
7
www.avvocatiediritto.it
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5.La violenza economica
Sono passati più di trent‟ anni dalla riforma del diritto di famiglia.
Il principale obiettivo della riforma era allora l'uguaglianza tra i
coniugi. Tuttavia l'affermazione del principio formale di
uguaglianza non è sufficiente a garantire l'effettiva parità di
trattamento tra i coniugi. La mancanza di strumenti idonei a
proteggere la parte più debole, abbandona spesso la famiglia al
diritto del più forte. Ciò costituisce il terreno fertile per lo
sviluppo di un fenomeno che sempre più spesso viene chiamato
con il suo nome appropriato: la violenza economica.
La violenza economica è difficilmente riconoscibile e poco
denunciata. Essa si realizza con il controllo-potere esercitato su
una persona attraverso il denaro.
Nella convivenza tra due partners, la violenza economica viene
esercitata in diversi modi, quasi sempre nel nome "dell'amore e
della fiducia" dell'uno nei confronti dell'altro con comportamenti
scorretti (che nulla hanno a che vedere con l'amore) e lesivi, non
soltanto dal punto di vista economico, ma soprattutto per la
propria dignità e intelligenza.
Forse non è facile rendersi conto di quanto questa forma di
violenza riesca a piegare davvero la dignità di una donna.
Il controllo economico è diffusissimo, anche se scarsamente
riconosciuto in quanto il fatto che l‟uomo detenga il potere
economico e sia lui a gestirlo trova largo consenso e non certo
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condanna (tra l‟altro ancora in Sicilia,soprattutto in certe fasce
sociali è davvero molto diffuso). Ci sono donne costrette a versare
tutto il loro guadagno su un conto cointestato, di cui però non
possiedono libretto di assegni, altre che si sentono in obbligo di
consegnarlo direttamente nelle mani del marito che non rende mai
conto dell‟uso che ne viene fatto, mentre al contrario, le stesse
sono costrette a dimostrare a lui ogni spesa.
Ostacolare la possibilità di impegnarsi in un lavoro o impedirlo è,
quindi, un‟altra forma di controllo e di potere, mascherata da
stereotipi culturali sulla famiglia.
In realtà le donne che lavorano escono dall‟isolamento in cui il
maltrattante le vorrebbe tenere, oltre che percepire un compenso
che per certi aspetti potrebbe risultare un temibile strumento di
autonomia. Alcune donne scoprono solo dopo la separazione di
saper gestire il denaro, di essere capaci di aver rapporti con la
banca, di riuscire da sole a decidere un investimento o un mutuo,
tutte cose di cui erano state tenute all‟oscuro dalle strategie di
controllo del partner mascherate da un giudizio negativo sulle
loro capacità in quel campo. Tra questi atteggiamenti rientrano, ad
esempio, l‟impedire la ricerca di un lavoro o del suo
mantenimento, la privazione od il controllo dello stipendio, il
controllo della gestione della vita quotidiana ed il mancato
assolvimento degli impegni economici assunti con il matrimonio.
Nella grande maggioranza dei casi, tale forma di violenza consiste
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in un insieme di strategie che privano la donna di decidere e di
agire autonomamente e liberamente, rispetto ai propri desideri e
scelte di vita.
Le strategie più frequentemente utilizzate consistono nel: negare,
controllare puntigliosamente o limitare l‟accesso alle finanze
familiari; occultare ogni tipo d‟informazione sui mezzi finanziari
della famiglia o sulla situazione patrimoniale della stessa; vietare
o boicottare l‟accesso ad un lavoro fuori casa; non adempiere ai
doveri di mantenimento stabiliti da leggi o sentenze; appropriarsi
dei proventi del lavoro della donna ed utilizzarli a proprio
vantaggio.
Gli effetti della violenza economica si rivelano come uno degli
ostacoli più grossi nel momento in cui la donna si sente pronta ad
uscire dalla situazione di maltrattamento e deve fare i conti con le
reali possibilità di sopravvivenza.
È per questo che la legge n. 154 del 2001 ha istituito quale misura
accessoria a quella principale (ovvero l‟ordine di allontanamento
coattivo nell‟ambito penale ex art. 282 bis c.p. e gli ordini di
protezione nell‟ambito civile ex artt. 342 bis, 342 ter c.c. e 736 bis
c.p.) l‟obbligo di corrispondere un assegno alla famiglia. Ciò al
fine di apprestare un‟immediata risposta al problema, non minore,
del sostentamento economico della famiglia, specie laddove il
familiare violento allontanato sia l‟unica o la principale fonte di
sostentamento.
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Possono far riferimento a questa categoria di violenza i reati di
violazione degli obblighi di assistenza familiare (nella forma di
malversazione dei beni familiari, ex art. 570 c.p. comma 2, n.1),
maltrattamenti in famiglia (ex art. 572 c.p.) e quello di violenza
privata (ex art. 610 c.p.).8
8
www.avvocatiediritto.it
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6. La violenza sessuale
La violenza sessuale è, secondo la definizione del codice penale
italiano, la costrizione mediante violenza o minaccia a compiere o
subire atti sessuali. L‟abuso sessuale costituisce una grave
violazione dei diritti e della dignità di una persona, e crea
gravissimi problemi a chi la subisce. Nei casi di abuso, non ci
troviamo mai di fronte a qualcosa che abbia a che vedere con la
sfera della sessualità.
Associare la violenza sessuale alla forza e al potere è una
tradizione presente in molte culture umane primitive. Ovviamente
si tratta di una confusione simbolica dovuta a semplificazione,
ignoranza e percezione distorta della realtà. C‟è da ritenere che in
colo che compiono abusi sessuali, l‟eccitazione sessuale e
l‟aggressività non vengano ben distinte l‟una dall‟altra. Questo
dipende sia dalle convinzioni presenti nell‟ambiente culturale di
provenienza, sia da convinzioni elaborate a livello personale.
In genere l‟abusatore è una persona ostile che si sente
sessualmente rifiutato e che manifesta odio e disprezzo verso le
sue vittime.
L‟abuso prova l‟eccitazione della vendetta e della sua
affermazione personale verso un „nemico‟ creato dalla sua mente.
Non è un caso che molti mariti pratichino gli abusi sessuali verso
le loro mogli ritenute „colpevoli‟ di mancanze nel rapporto
coniugale. In Italia l‟abuso sessuale è stato tollerato sino a
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pochissimo tempo fa e i processi per stupro venivano condotti
all‟insegna del più marcato disprezzo verso la vittima, verso la
quale veniva scaricata la responsabilità di aver, in qualche modo,
attivato la "naturale eccitazione" del colpevole.
La violenza sessuale si esplica più frequentemente da parte
dell'uomo nei confronti della donna. Il numero di donne stuprate è
enormemente superiore rispetto al numero di uomini stuprati: su
100 stupri, più di 90 sono subiti da donne.
La maggior parte delle violenze sessuali (stupri e tentati stupri)
avviene da parte di persone che conoscono la vittima. In
particolare, amici e datori o colleghi di lavoro rappresentano, da
soli, quasi il 40% degli offensori, mentre le violenze sessuali
commesse da coniugi, ex coniugi, fidanzati ed ex fidanzati
ammontano a circa il 12%.
Quando l'aggressore è il coniuge o comunque il partner della
vittima si parla di stupro maritale. Il concetto è relativamente
recente, in quanto contrasta con il principio del dovere coniugale,
tradizionale nella cultura occidentale.
Osservando la stessa statistica, però, le percentuali cambiano
considerevolmente quando, invece della violenza sessuale che
comprende sia lo stupro riuscito sia il tentato stupro, si considera
solamente lo stupro riuscito. In questo caso, la percentuale sale al
17,4% degli stupri perpetrati da fidanzati ed ex fidanzati e al
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20,2% di stupri perpetrati da coniugi, ex coniugi e conviventi, per
un totale di quasi il 38%.9
Dopo un'aggressione sessuale, la donna può vivere reazioni di
diverso genere, non c'è una risposta univoca: alcune donne
reagiscono immediatamente, altre dopo molto tempo; alcune
donne rimangono traumatizzate, altre recuperano. Nelle prime fasi
dopo l'aggressione, molte donne riferiscono stati di ansia,
confusione, insensibilità, intorpidimento. Alcune donne negano
l'accaduto, cioè non riconoscono pienamente l'accaduto oppure
minimizzano l'intensità dell'esperienza vissuta. Ciò è più
frequente quando l'aggressore è un conoscente della vittima.
Quasi sempre chi ha vissuto un trauma riesce a mettere in atto
delle strategie per difendersi dal dolore. Alcune di queste strategie
però, apparentemente efficaci in un primo momento, possono in
seguito divenire veri e propri disagi. Talvolta ad esempio si cerca
di calmare l‟ansia e le preoccupazioni assumendo alcool, droghe o
eccedendo con gli psicofarmaci, ma col tempo questo può
diminuire le energie per affrontare la situazione. Così pure l'oblio
e la minimizzazione possono impedire di affrontare il problema.
Con il tempo, se non si è ricevuto il sostegno adeguato, si possono
sviluppare conseguenze e disturbi più evidenti e definiti, quali
attacchi di panico, fobie, disturbi alimentari, disturbi del sonno
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(incubi,
sogni
ricorrenti),
malesseri
o
malattie
di
tipo
psicosomatico, dipendenza da sostanze.
In Italia, la violenza sessuale è punita dall‟art. 609-bis del codice
penale con la reclusione da cinque a dieci anni. Gli artt. 609-bis e
seguenti del codice penale italiano puniscono non solo lo stupro inteso come congiunzione carnale non consensuale - ma più in
generale qualsiasi costrizione a compiere o subire atti sessuali. La
giurisprudenza della Cassazione ha interpretato questo concetto in
modo via via più estensivo.10
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7. La violenza domestica
Con "violenza domestica" s'intendono quelle violenze che
accadono generalmente all'interno della casa e vengono agite da
persone con cui normalmente si convive; queste, nella grande
maggioranza dei casi, sono uomini: padri, mariti, fidanzati,
conviventi, ex partner, fratelli, figli. La violenza domestica si
presenta generalmente come una combinazione di violenza fisica,
sessuale, psicologica, economica e a volte spirituale.11
La violenza agita dal partner all'interno della famiglia si presenta
come l'insieme di comportamenti che tendono a stabilire e a
mantenere il controllo sulla donna e a volte sulle/i figlie/i. Si tratta
di vere e proprie strategie finalizzate ad esercitare potere sull'altra
persona, utilizzando modalità di comportamento diverse come ad
esempio l'uso di violenza fisica, oppure le minacce, gli insulti, la
svalorizzazione, la denigrazione. Il potere e il controllo può essere
esercitato anche attraverso la costrizione all'isolamento, il divieto
di disporre di risorse economiche, l'obbligo a rapporti sessuali non
voluti.
Tutte queste, sono forme di violenza diverse ma fra loro
strettamente connesse e vengono usate per controllare e
condizionare le azioni della donna con il risultato dell'instaurarsi
di un clima costante di tensione, di paura e di minaccia.
11
Merete Amann Gainotti, Susanna Pallini, La Violenza Domestica. Testimonianze, interventi, riflessioni,
Magi Edizioni Scientifiche, 2008.
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In genere la violenza s‟insedia all'interno della coppia in una
maniera progressiva ma la crescita della violenza stessa non viene
vista dall'interno; infatti spesso è col tempo che la donna si
accorge che questa crescita esiste. All'inizio spera che le minacce,
le aggressioni e le violenze costituiscano un fatto isolato, inoltre
l'autore di violenza, se da una parte cerca di convincere la donna
che la colpa è sua dall'altra fa continue promesse di cambiare. A
questo punto la donna si sente responsabile del comportamento
del suo convivente, sporgere denuncia equivarrebbe a tradirlo e
ciò la induce a mantenere il segreto. Molte donne picchiate infatti
continuano a sostenere il loro aggressore e questo indica legami
affettivi di dipendenza, di introiezione di modelli gerarchici e
tradizionali fortemente assimilati.
La donna, così, perde sempre più fiducia e stima in se stessa;
credere infatti che la situazione non possa cambiare porta la
donna a vivere sentimenti di umiliazione, perdita di identità e la
sensazione di non potersi sottrarre al potere dell'altro.
La violenza domestica produce, come ogni evento traumatico,
cambiamenti profondi e a lungo termine che portano al venir
meno dell'equilibrio interiore. L'immagine di sé è caratterizzata da
un senso d‟impotenza ed incompetenza, dal considerarsi non
meritevoli dell'affetto producendo così un basso livello di
autostima e molta insicurezza. Il desiderio più grande è che la
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violenza finisca ma questo si accompagna spesso a sentimenti
molto ambivalenti.
8. La violenza fisica
La violenza fisica si può definire come un comportamento di
sopraffazione e abuso di potere diretto a minare l‟integrità fisica
di una persona. In forma diretta viene agita tramite spinte, calci,
schiaffi o mediante l‟utilizzo di oggetti che possono provocare
tagli, bruciature e altro ancora. In forma indiretta può consistere
nella distruzione di oggetti, danneggiamento di vestiti e
comportamenti simili.
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9. La violenza assistita
La violenza assistita viene definita come quella forma di
maltrattamento psicologico che si manifesta tutte le volte in cui
un bambino si trova esposto a forme di violenza fisica, verbale,
psicologica, sessuale ed economica esercitata sulle figure che
costituiscono per lui un punto di riferimento o su persone a lui
legate affettivamente che siano adulte o minori.
Rientrano nella categoria della violenza assistita anche quelle
situazioni in cui il minore assiste a violenze su altri minori e/o
altri membri della famiglia, oppure ad abbandoni e maltrattamenti
a danni di animali domestici.
Nell'ambito della violenza assistita occorre distinguere i casi in
cui il bambino fa esperienza diretta della violenza in quanto la
stessa si verifica nel suo campo percettivo dai casi in cui la
violenza avviene indirettamente in quanto il minore viene a
conoscenza della violenza, da quello ancora in cui il bambino ne
percepisce gli effetti.
Nei casi oramai divenuti frequentissimi in cui il bambino assiste
personalmente ai litigi tra i genitori e ai maltrattamenti che il
padre esercita verso la madre, quest'ultima tende sempre più a
nascondere il problema, a minimizzarlo e a convincersi che i
bambini non subiscono dei traumi; in un certo senso per le madri
è come se “i bambini non vedessero e non sentissero nulla”. Le
donne il più delle volte riferiscono che i figli ignorano l'esistenza
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della violenza paterna in quanto, quando il loro partner le
maltratta o esercita violenza su di loro, i bambini non sono
presenti perché dormono e quindi non sentono nulla oppure in
quel momento giocano per esempio fuori in giardino e quindi non
vedono la situazione.
In realtà entrando in contatto con bambini che hanno vissuto
all'interno di famiglie violente, già in tenera età, osservando i loro
disegni si possono percepire in modo chiaro sintomi di paura,
incertezza, blocco emotivo che se trascinati nel tempo possono
provocare situazioni di disagio e danni irreparabili per una
crescita serena e per un sano sviluppo psico-emotivo.
La violenza assistita crea quindi sul minore danni che possono
essere a breve, medio e lungo termine e il danno si verifica
sempre anche nei casi in cui il bambino non manifesta un sintomo
immediato.
I bambini testimoni di violenza si sentono spesso in colpa per la
situazione che si è venuta a creare tra i propri genitori, si sentono
altresì impotenti, inadeguati e assediati dalla vergogna per la
propria incapacità e dalla rabbia.
In Italia si stima che i minori vittime di violenza assistita variano
da un minimo di 385 mila ad un massimo di un milione e inoltre è
stato evidenziato che i danni della violenza che colpisce di
riflesso i minori si sovrappongono a quelli causati dalla violenza
esercitata direttamente su di loro.
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10. Il ciclo della violenza
Le relazioni violente si basano su un‟asimmetria di potere tra i
sessi, rafforzata dagli stereotipi che relegano la donna quasi
esclusivamente ad un ruolo tradizionale di cura e di sostegno per
le diverse figure maschili.
Il fenomeno della violenza è ciclico e si sviluppa in tre distinte
fasi. L‟innesco del cosiddetto “ciclo della violenza” è preceduto
da un comportamento strategico dell‟uomo mirante a isolare la
donna e farle rompere ogni legame significativo di tipo familiare,
amicale e con il lavoro.
La donna che subisce, spesso incapace di ammettere persino a se
stessa la gravità della situazione o la frequenza delle aggressioni,
si trova a minimizzare le tensioni e a nascondere all‟esterno il
proprio disagio, vivendo con senso di colpa e inadeguatezza la
violenza a cui è sottoposta. Solo col tempo ci si rende conto di
non poter più controllare il comportamento aggressivo del partner.
I litigi diventano sempre più ed intensi, innescando appunto il
ciclo della violenza, meglio conosciuto come spirale della
violenza.
La prima fase si identifica con la crescita della tensione: In questa
fase la donna inizia ad avvertire la crescente tensione e cerca di
prevenire l‟escalation di violenza concentrando tutta la sua
attenzione e le sue energie sull‟uomo. Spera in tal modo di
calmare le acque, diminuire la tensione e controllare l‟agire
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violento del partner. Molte donne affermano di sentirsi come se
“camminassero sulle uova”.
L‟uomo non agisce direttamente la violenza ma questa trapela
dalla mimica, dal silenzio ostile e dagli atteggiamenti scontrosi.
Nella fase del maltrattamento, l’uomo perde il controllo di sé e si
verifica l‟episodio violento. Prima di aggredire fisicamente la
compagna, il maltrattante può insultarla, minacciarla e rompere
oggetti. Generalmente la violenza fisica è graduale: i primi
episodi sono caratterizzati da spintoni, braccia torte, per poi
arrivare a schiaffi, pugni e calci o e all‟uso di oggetti contundenti
ed armi. In questo stadio, per sottolineare il proprio potere,
l‟uomo può agire violenza sessuale.
La donna non reagisce perché grazie a piccoli e perfidi attacchi il
terreno è stato preparato e lei ha paura.
L‟aggressione da parte del partner le provoca un senso di tristezza
e di impotenza, può protestare ma non si difende.
Infine, terza ed ultima fase è quella denominata come fase della
luna di miele. Questa fase si suddivide in due diversi momenti.
Nella prima sottofase ,denominata “delle scuse e delle attenzioni
amorevoli”, l‟uomo chiede scusa e si dimostra dolce, attento e
premuroso per farsi perdonare.
E‟ frequente che l‟uomo faccia regali, promesse di andare in
terapia e di fare tutto il possibile per cambiare, affinché la donna
non lo lasci e si separi da lui. Sono usuali, anche, le minacce di
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suicidio. La donna si trova di fronte l‟uomo affascinante e
amorevole dei primi periodi della relazione. La donna accoglie il
partner e le sue false richieste d‟aiuto per cambiare pensando di
essere l‟unica in grado di poterlo aiutare e salvare.12
Nella seconda sotto fase, detta di “scarico della responsabilità”
l‟uomo attribuisce la colpa del suo comportamento a cause
esterne, come il lavoro stressante, la situazione economica etc., e
soprattutto alla donna che lo ha provocato o ha fatto qualcosa che
giustifica la sua aggressione. Nella donna prevale il senso di colpa
per non essere stata come l‟uomo voleva o si aspettava. Tutto ciò
consolida all‟interno della coppia lo squilibrio relazionale tra
l‟uomo che abusa e la fiducia in lui riposta dalla compagna.
Le esperienze fatte dalle Case delle donne e dai Centri
antiviolenza dimostrano che, con il passare del tempo, la fase di
luna di miele si riduce e le prime due fasi diventano più frequenti,
e con conseguenze più gravi per la donna. Se il processo ciclico
non viene interrotto la vita della donna può essere in pericolo.13
E‟ fondamentale ricordare che, all‟inizio della relazione violenta,
la donna è convinta di poter tenere sotto controllo la situazione e
chiede aiuto per problemi sanitari legati all‟episodio violento, per
sostegno alla coppia, per contenere o cambiare lui. Solo dopo il
ripetersi di vari episodi di maltrattamento, la donna prende
12
Vera Slepoj, Le Ferite delle Donne, "Saggi".
13
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consapevolezza che non può né controllare, né cambiare lui e
sviluppa una motivazione più forte ad uscire dalla relazione.
11. Le conseguenze e le risposte delle vittime
Studi qualitativi hanno confermato che le donne vittime di abuso
non sono quasi mai soggetti passivi ma piuttosto adottano
strategie attive per difendere nel modo migliore la propria
sicurezza e quella dei propri figli. Alcune donne resistono, altre se
ne vanno, mentre altre ancora tentano di mantenere la pace
assecondando le richieste del marito.
Ciò che a un occhio esterno potrebbe sembrare una mancanza di
risposta positiva da parte della donna potrebbe in realtà essere una
valutazione calcolata di ciò che è necessario per sopravvivere nel
matrimonio e per proteggere se stesse e i propri figli.
La risposta di una donna all‟abuso, è spesso condizionata da:
paura di ritorsioni; mancanza di messi alternativi di sostegno
economico; preoccupazione per i figli; dipendenza affettiva;
mancanza di sostegno da parte della famiglia e degli amici; la
latente speranza che il marito possa cambiare; la stigmatizzazione
legata al fatto di non essere sposate.
Vi sono numerosi fattori che portano le donne a separarsi dai
partner violenti in modo definitivo. Solitamente ciò si verifica
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quando la violenza diventa talmente grave da far sì che la donna
capisca che il partner non potrà cambiare, o quando la situazione
inizia decisamente a coinvolgere i figli. Le donne citano anche il
sostegno affettivo e logistico della famiglia o degli amici come un
aspetto importante della decisione di rompere la relazione.
L‟interruzione di una relazione abusiva costituisce un processo,
non un evento unico e improvviso. La maggior parte delle donne
lascia il partner e ritorna con lui diverse volte prima di decidere di
troncare la relazione definitivamente. Il processo comprende
periodi di rifiuto, di auto colpevolizzazione e di sofferenza prima
che la donna riesca a riconoscere l‟abuso e a identificarsi con altre
donne nella stessa situazione. A questo punto comincia il distacco
e il recupero rispetto alla relazione abusiva.
Ammettere l‟esistenza di questo processo può aiutare a
comprendere meglio e a giudicare con minore severità le donne
che ritornano alle situazioni di abuso. Sfortunatamente,
interrompere una relazione di tale genere non garantisce
necessariamente sempre la sicurezza. È possibile talvolta che la
violenza prosegua e che possa addirittura peggiorare dopo che
una donna ha lasciato il partner.
Le conseguenze dell‟abuso sono profonde e vanno oltre la salute e
la felicità dei singoli individui, condizionando il benessere di
intere comunità. Vivere in una situazione caratterizzata da
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violenza limita il senso di autostima di una donna e la sua abilità a
partecipare alla vita sociale14. Diversi studi hanno dimostrato che
le donne vittime di abuso sono quotidianamente ostacolate nella
loro possibilità di accedere alle informazioni e ai servizi, di
prendere parte alla vita pubblica e di ricevere sostegno attivo da
amici e parenti. Non sorprende inoltre che le donne in queste
condizioni siano spesso incapaci di occuparsi in modo adeguato
di se stesse e dei propri figli o di ottenere un lavoro e di avere una
vita professionale.
Un corpus di prove scientifiche ogni giorno più ampio dimostra
con maggiore fondatezza che condividere la propria vita con un
partner violento può avere un impatto profondo sulla salute della
donna. La violenza è stata collegata a una quantità di problemi di
salute, sia immediati sia a lungo termine. Come accade per le
conseguenze del fumo e dell‟alcool, essere una vittima della
violenza può essere considerato un fattore di rischio per una
varietà di patologie e malattie. Alcuni studi mostrano come le
donne vittime di abusi fisici o sessuali nell‟infanzia o nell‟età
adulta sperimentino situazioni di malattia più frequentemente
delle altre donne – in particolare funzione fisica, benessere
psicologico e adozione di comportamenti ulteriormente rischiosi,
tra cui fumo, sedentarietà, abuso di alcool e di droghe.
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12. Violenza di genere: l’evoluzione della legge
In Italia la Costituzione sancisce il principio di uguaglianza tra
uomini e donne. Questi hanno diritto al medesimo trattamento.
La legge n. 66/96 classifica come crimine contro la persona il
reato di violenza sessuale, mutando così la qualificazione della
normativa precedente che lo definiva solamente "reato contro la
morale". Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di
autorità, costringe qualcuno a compiere o subire atti sessuali è
punito con la reclusione da cinque a dieci anni. La stessa pena è
inflitta a chi induce altri a compiere o subire atti sessuali.
La legge n. 269/98 contiene le norme contro lo sfruttamento della
prostituzione, della pornografia e del turismo sessuale a danno di
minori, che nella maggior parte dei casi sono di sesso femminile.
Chi induce alla prostituzione una persona di età inferiore ai
diciotto anni o ne favorisce lo sfruttamento, è punito con la
reclusione da sei a dodici anni. Salvo che il fatto costituisca reato
più grave, chi compie atti sessuali con un minore di età compresa
fra i quattordici e i sedici anni, in cambio di denaro o di altra
utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre
anni. La pena è ridotta di un terzo se chi commette il fatto è un
minore.15
La legge n. 154/01 ha aperto una nuova prospettiva di tutela verso
15
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la
persona
convivente
che
subisce
abusi,
riconoscendo
l'applicazione di misure cautelari, come l'allontanamento dalla
casa familiare di chi compie abusi anche in caso di convivenza di
fatto e prevede nuove misure per contrastare in maniera più
incisiva i casi di violenza tra le mura domestiche. Ancora tale
legge consente al giudice di sollecitare in maniera rapida
l'intervento dei servizi sociali e imporre all'imputato allontanato
dal nucleo familiare il pagamento di un assegno per il
mantenimento al familiare.16
A livello regionale numerose regioni hanno legiferato sulla
materia, dotandosi di normative per garantire una maggiore tutela
alle donne vittime di violenza in diversi ambiti, da quello
familiare a quello lavorativo, promuovendo centri di accoglienza
per i soggetti maltrattati.
Fortemente voluta dalla componente Pd del consiglio regionale e
appoggiata trasversalmente da consiglieri di maggioranza e
opposizione, la legge regionale 32/2008 risponde in concreto ai
crescenti episodi di violenza ai danni della popolazione
femminile. La finalità perseguita è quella di promuovere nella
società l‟educazione al rispetto della donna e accompagnare le
vittime di violenza in un percorso di recupero della propria
autonomia.17
16
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17
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La regione Marche mette a punto una serie di misure atte a
prevenire gli episodi di violenza e a fornire sostegno psicologico
ed economico alle vittime. A beneficiare del provvedimento sono
le donne che abbiano subito qualsiasi forma di violenza, in
ragione della loro identità di genere, indipendentemente
dall‟orientamento politico, religioso o sessuale. Nella violenza di
genere sono comprese la violenza sessuale e qualsiasi forma di
persecuzione o violenza fisica, psicologica ed economica che un
uomo esercita su una donna in ambito familiare o lavorativo.
Nella legge, sono specificati due punti di forte portata innovativa.
In primo luogo, l‟assistenza di cui la regione e gli enti locali si
fanno carico non è destinata solo alle donne sulle quali sia stata
consumata una violenza, ma anche su quelle vessate dalle sole
minacce. È importante evidenziare che la normativa regionale
anticipa i tempi rispondendo, per quanto nelle sue competenze, a
situazioni che solo alcuni mesi più tardi (23 febbraio 2009) la
legge nazionale avrebbe ricompreso nel reato di stalking. Il
secondo punto, in netto contrasto rispetto alla tendenza del
governo nazionale, riguarda l‟estensione del provvedimento a
tutte le donne.
La Toscana nel 2007 ha inserito alcune disposizioni per la
promozione di centri antiviolenza e di case di accoglienza, così
come avevano già fatto l'Abruzzo l'anno precedente, la Campania
nel 2005, la Basilicata nel 1999 e già nel 1993 il Lazio. La
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Calabria promuove da diversi anni il Progetto Donna per
sostenere i diritti e evidenziare i bisogni delle donne calabresi, il
Friuli Venezia Giulia nel 2005 ha promulgato una norma per
sostenere i diritti ed evidenziare i bisogni delle lavoratrici colpite
da mobbing. Un intervento legislativo più generale per contrastare
la violenza di genere è quello della Liguria.
L‟Unione Europea ha posto la violenza contro le donne e la tratta
di esseri umani una priorità nell'agenda politica. L'attenzione è
stata rivolta soprattutto alla tratta delle donne e dei minori
finalizzata allo sfruttamento sessuale. Sono due i progetti
principali volti a dare un contributo concreto alla risoluzione del
problema:
il “tratta no”, che propone un punto di vista diverso sul tema della
tratta di esseri umani, e il cui obiettivo è aumentare la conoscenza
della collettività sul fenomeno, combattendo stereotipi e
pregiudizi che spesso accompagnano le vittime;
il “Daphne II”, che costituisce la seconda fase del programma
Daphne attivo dal 2000. L'obiettivo è prevenire e combattere tutte
le forme di violenza contro i bambini, i giovani e le donne
mediante misure preventive e sostegno alle vittime.
In ambito internazionale si possono elencare i seguenti
provvedimenti di grande rilevanza:
Dichiarazione sull'eliminazione della violenza contro le donne:
redatta dall'ONU nel 1993 e frutto di una forte pressione dei
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movimenti a difesa dei diritti femminili, culminata nella
Conferenza di Vienna sui diritti umani svoltasi a giugno dello
stesso anno. Si indica per la prima volta una definizione ampia di
questo tipo di violenza: "qualunque atto che produca, o possa
produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi
compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione
arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita
privata".
Assemblea del Millennio dell'ONU del 2000, che nella sua
Dichiarazione finale pone la lotta alla violenza contro le donne
come uno degli obiettivi centrali delle Nazioni Unite. Il tema,
però, è ancora oggetto di molti dibattiti, sia per come vada inteso
in relazione ai diritti umani, sia rispetto alle controversie sulle
responsabilità degli Stati rispetto agli atti compiuti da soggetti
privati, sia infine per le profonde divergenze su come riconoscere,
prevenire, punire tale violenza.
Risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999 l‟Assemblea
Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre quale
giornata internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le
Donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le
organizzazioni non governative a organizzare attività volte a
sensibilizzare l'opinione pubblica.
Da questo panorama normativo emerge che è aumentata
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costantemente la volontà del legislatore a livello locale, nazionale
ed internazionale di tutelare la donna e di combattere ogni forma
di violenza.
13. L’intervento concreto
La donna vittima di violenza, in qualunque forma quest‟ultima sia
stata perpetrata, necessita di un aiuto multidisciplinare.
E‟ quindi necessario porre in essere qualunque concreta
possibilità di soluzione.
Nel nostro paese sono sorte differenti associazioni di volontariato
che si occupano di aiutare queste donne in difficoltà, trovar loro
una sistemazione, aiutarle nel lavoro o nella gestione dei figli;
evitare il processo di colpevolizzazione sull‟accaduto e facilitare
il recupero della propria integrità fisica e psichica.
Certo la violenza di genere si presenta come un fenomeno
complesso e carico di differenti implicazioni, tanto per chi la
violenza la subisce, quanto per chi è chiamato ad intervenire.
L‟intervento di natura medica oltre a sanare le eventuali lesioni
riportate in seguito ad episodi di violenza avrà anche il valore
fondamentale di mezzo di prova da far valere in sede processuale
nella forma del referto medico.
Nei casi più gravi, il riscontro clinico è fondamentale. In questi
momenti bisogna aiutare la donna a riappropriarsi del proprio
corpo, non solo curandolo, ma anche ristabilendone la dimensione
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privata.
Spesso si dimentica di quanto sia importante, in questi casi, il
counselling, ossia la parola come tipo di cura.
La violenza è, senza dubbio, un evento devastante e spesso le
conseguenze che ne derivano sono più gravi dell‟atto stesso.
Inizialmente la vittima prova un senso forte di paura e tende a
minimizzare l‟accaduto, con l‟illusione di poter andare avanti
come se nulla si fosse verificato, ma si tratta di un effetto
immediato e temporaneo. In una fase successiva, subentrano i
problemi a lungo termine, tra cui: fobie; insonnia; incubi notturni;
disturbi dell‟alimentazione. In molti casi, la vittima, tende a
modificare radicalmente le proprie abitudini di vita, ad esempio
lasciando il proprio lavoro.
Se l‟intervento di natura medica si rivela necessario e
fondamentale, non meno importante è invece il sostegno legale.
L‟avvocato ha, infatti, il compito di aiutare la donna a capire il
genere di violenza che debba essere denunciata specificando tutte
le problematiche connesse.
L‟aggressione fisica può concretizzarsi in differenti fattispecie di
reato quali: maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli; percosse;
lesioni personali; omicidio; violenza sessuale. Nell‟ambito della
violenza psicologica si possono configurare fattispecie quali;
stalking; minacce.
A tutela della donna vittima di violenza potranno essere attuate
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differenti misure come ad esempio: l‟ammonimento del questore;
l‟allontanamento dalla casa familiare o una serie di ordini di
protezione.
Dal punto di vista psicologico, invece, la finalità terapeutica è
quella di offrire contenimento e restituzione di significato ai
vissuti d‟angoscia legati al trauma, di ridefinire insieme
un‟identità in cui riconoscersi, libera da relazioni manipolatorie e
violente, che possa ripensarsi e riprogettarsi in futuro con fiducia
e in autostima.
La violenza subita determina un trauma psichico: una ferita, una
lacerazione che condiziona l‟esistenza della persona offesa18.
Diventa pertanto necessario riuscire ad elaborare il trauma, a
convivere con il ricordo e con le conseguenze di esso. Il trauma si
ricollega alla percezione di una perdita del senso della vita. Il
compito di un percorso terapeutico e riabilitativo è quello di
ridare senso alla propria vita e ristabilire una più giusta
percezione di sé e della realtà.
Infine è previsto un sostegno di carattere economico-sociale, che
può essere attivato dal servizio sociale territoriale e dai centri
anti-violenza. L‟intervento di tipo economico si può esplicare su
più fronti quali: l‟ammissione al patrocinio gratuito per sostenere
le spese legali; la fornitura di un alloggio e di un buon lavoro o di
un vero e proprio sostegno economico o anche l‟accoglienza in
18
Vera Slepoj, Le Ferite delle Donne, "Saggi".
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una casa rifugio ad indirizzo segreto per un periodo di tempo che
vada dai tre ai sei mesi.
Conclusioni
Nell‟ultimo periodo, probabilmente anche a causa della netta
risonanza mediatica che i casi di violenza suscitano, gli atti di
sevizie dilagano notevolmente.
In Italia, negli ultimi mesi, un milione di donne ha subito
violenza, fisica o sessuale. Solo nei primi sei mesi del 2007 ne
sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio,
1805 sono state abusate, 10.383 sono state vittime di pugni, botte,
bruciature, ossa rotte. Leggevamo che le donne subiscono
violenza nei luoghi di guerra, nei paesi dove c'è odio razziale,
dove c'è povertà, ignoranza, non da noi.
Eccola la realtà: in Italia più di 6 milioni e mezzo di donne ha
subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale,
ci dicono i dati Istat e del Viminale che riportano un altro dato
avvilente.
Le vittime - soprattutto tra i 25 e i 40 anni - sono in numero
maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e imprenditrici,
donne che hanno pagato con un sopruso la loro emancipazione
culturale, economica, la loro autonomia e libertà. Da noi la
violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle
donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti
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stradali. Una piaga sociale, come le morti sul lavoro e la mafia.
Ogni giorno, da Bolzano a Catania, sette donne sono prese a
botte, oppure sono oggetto d‟ingiurie o subiscono abusi.
Il pericolo per le donne è la strada, la notte, ma lo è molto di più,
la normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza
è quella del bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci
rimandano a una verità molto più brutale: che la violenza sta in
casa, nella coppia, nella famiglia, solida o dissestata, borghese o
povera, "si confonde con gli affetti, si annida là dove il potere
maschile è sempre stato considerato naturale.
Paradossalmente, oggi il “bruto” va ancora di moda, è ancora
affascinante e questo non solo per le adolescenti che cercano il
trasgressivo per spirito giovanile, per mettere in discussione il
mondo degli adulti e le loro certezze, andando contro tutto,
compreso il buon senso e la ragione. In realtà, ed appare
sconcertante, si ha una visione macabra e folle di ciò che sia il
fascino maschile, ovvero si ha una visione sbagliata di ciò che sia
maschile, valido, virile anche forte.
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Bibliografia
- Merete Amann Gainotti, Susanna Pallini, La Violenza Domestica. Testimonianze,
interventi, riflessioni, Magi Edizioni Scientifiche, 2008, pp. 142.
- Sandra Filippini, Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia, Franco
Angeli, 2005, pp. 112.
- Vera Slepoj, Le Ferite delle Donne, "Saggi", Mondadori, 2003, pp. 228.
Sitografia
-www.mediterraneacav.it
-wikipedia-violenza di genere
-www.istat.it
-www.avvocatiediritto.it
-www.antiviolenzadonna.it
-www.regionemarche.it
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Istituto MEME: la violenza - Analisi del fenomeno e delle sue