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Edgar Morin
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Le vie della complessità.
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La vita e le opere
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Edgar Morin nel suo intervento al Forum Libération (2008)
Edgar Nahoum detto Edgar Morin (Parigi, 8 luglio 1921) è un filosofo e sociologo francese.
È noto per l'approccio transdisciplinare con il quale ha trattato un'ampia gamma di
argomenti.
Morin è di origine ebrea sefardita. Suo padre era un commerciante ebreo di Salonicco, ma
che si dichiarava laico e di origine "neo marrana"; figlio unico, resta orfano di madre a 10
anni. Da ragazzo, Morin amava la lettura, il cinema, l'aviazione ed il ciclismo. Inizia i suoi
studi filosofici con una trattazione dei vari tipi di illustrazione del XVII secolo. Si lega al
socialismo ai tempi del Fronte Popolare francese e della Guerra civile spagnola. Nel 1940,
quando i tedeschi invadono la Francia, Morin fugge a Tolosa dove si dedica ad aiutare gli
esuli e ad approfondire il marxismo. Nel 1942, poco prima di entrare nella Resistenza, nella
quale sarà tenente delle forze combattenti, ottiene una licenza in diritto. Nella resistenza
conosce François Mitterrand e adotta il nome di battaglia Morin, che preferirà rispetto al
cognome vero. Nel 1941 aderisce al Partito Comunista Francese. Prende parte alla
liberazione di Parigi nell'agosto del 1944 e l'anno seguente sposa Violette Chapellaubeau. I
due si trasferiscono a Landau dove Morin è prima addetto allo Stato Maggiore della Prima
Armata francese in Germania (1944), poi Capo dell'Ufficio Propaganda del governo militare
Francese (1945). Alla Liberazione scrive L'an zéro de l'Allemagne sulla situazione del popolo
tedesco, libro che richiama l'attenzione di Maurice Thorez, allora segretario generale del
Partito Comunista Francese e Ministro della Funzione Pubblica, che lo invita a scrivere nella
rivista Lettres Françaises.
Nel 1946 torna a Parigi e abbandona la carriera militare, proseguendo le attività nel partito
comunista. Per le sue posizioni anti staliniste il rapporto col partito nel 1949 inizia a
deteriorarsi, fino alla sua espulsione nel 1951, seguita alla pubblicazione di un articolo su Le
Nouvel Observateur (all'epoca noto come France-observateur). Nel 1950 entra al Centre
National de Recherche Scientifique (CNRS, Centro Nazionale della Ricerca Scientifica) nel
campo dell'antropologia sociale, su consiglio e con l'appoggio di Georges Friedmann, Maurice
Merleau-Ponty, Vladimir Jankélévitch e di Pierre Georges. Nel 1955 anima un comitato
contro la Guerra d'Algeria.
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Sviluppo filosofico.
!
Nella cinematografia Morin aderisce al surrealismo, pur senza abbandonare il socialismo.
Condivide le idee di Franco Fortini e Roberto Guiducci: fonda e dirige la rivista Argumentos
(1954-1962), ispirata alla rivista italiana Argomenti, di Fortini. Nel 1959 viene pubblicato il
suo libro Autocritique.
Nel 1960, Morin viaggia per l'America latina, visitando Brasile, Cile, Bolivia, Perù e Messico,
dove viene profondamente impressionato dalla cultura indigena e afro-brasiliana. Tornato in
Francia, pubblica L'Esprit du Temps.
A partire dal 1965 è coinvolto in un ampio progetto multidisciplinare, finanziato dalla
Délégation Générale à la Recherche Scientifique et Technologique (DGRST), su di una
Comune in Bretagna, a Plozevet. Passa l'intero 1965 portando avanti ricerche, assieme ai suoi
collaboratori, vivendo a Poulhan. La ricerca dà luogo alla pubblicazione dal titolo La
Métamorphose de Plozevet (1967). Si tratta di uno dei primi saggi di etnologia sulla Francia
contemporanea. Questa "unicità" gli porta però conseguenze negative: Morin viene
etichettato come 'eretico' dal DGRST, cosa che contribuirà alla sua crescente avversione per
l'ambiente accademico parigino, e lo indurrà a passare un tempo sempre maggiore lavorando
lontano dalla capitale.
Nel 1968 Morin sostituisce Henri Lefébvre all'Università di Nanterre. Coinvolto nelle rivolte
studentesche di quel periodo, nel maggio 1968 scrive una serie di articoli per Le Monde
tentando di analizzare quella che chiamava "La Comune studentesca". Segue da vicino la
rivolta studentesca, scrivendo una seconda serie di articoli per Le Monde intitolata "La
rivoluzione senza volto". Sempre nel 1968, insieme a Claude Le Fort e Cornelius Castoriadis
pubblica Mai 68: la breche ("Maggio 1968: la violazione").
Nel 1969 Morin trascorre un anno al Salk Institute a La Jolla, California, dove entra in
familiarità con la rivoluzione negli studi di genetica iniziata con la scoperta del DNA; queste
influenze culturali contribuiranno alla sua visione dell'umanità e del mondo che combina
cibernetica, teoria dell'informazione e teoria dei sistemi.
Nel 1983 pubblica De la nature de l’URSS, con cui lo studioso approfondisce la sua analisi
del comunismo sovietico.
"Riforma del pensiero" e "politica della civiltà"
!
Edgar Morin ha dedicato gran parte della sua opera ai problemi di una "riforma del
pensiero", affrontando le questioni alla base delle sue riflessioni sull'umanità e sul mondo: la
necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra
epoca e che sia capace di educare gli educatori ad un pensiero della complessità.
In Morin è anzitutto fondamentale la distinzione tra civiltà e cultura. La cultura è l'insieme
delle credenze e dei valori caratteristici di una determinata comunità. La civiltà è invece il
!4
processo attraverso il quale si trasmettono da una comunità all'altra: le tecniche, i saperi, le
scienze.
Morin sostiene che "la cultura, ormai, non solo è frammentata in parti staccate, ma anche
spezzata in due blocchi": da una parte la cultura umanistica "che affronta la riflessione sui
fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l’integrazione
personale delle conoscenze", dall’altra, la cultura scientifica che "separa i campi della
conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino
umano e sul divenire della scienza stessa". A ciò va aggiunta la sfida sociologica:
"l’informazione è una materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare", una
conoscenza "costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero", il quale a sua volta "è oggi più
che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società". L’indebolimento di una
percezione globale conduce all’indebolimento del senso della responsabilità, poiché ciascuno
tende a essere responsabile solo del proprio compito specializzato, così come
all’indebolimento della solidarietà, poiché ciascuno percepisce solo il legame con la propria
città: "la conoscenza tecnica è riservata agli esperti" e "mentre l’esperto perde la capacità di
concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza".
Secondo Morin è necessario raccogliere queste sfide attraverso la riforma dell’insegnamento e
la riforma del pensiero: "è la riforma di pensiero che consentirebbe il pieno impiego
dell’intelligenza per rispondere a queste sfide e che permetterebbe il legame delle due culture
disgiunte. Si tratta di una riforma non programmatica ma paradigmatica, poiché concerne la
nostra attitudine a organizzare la conoscenza". Per spiegare questo concetto Morin richiama
una frase di Michel de Montaigne: "È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena".
Egli perciò distingue tra "una testa nel quale il sapere è accumulato e non dispone di un
principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso" e una "testa ben fatta", che
comporta "un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che
permettano di collegare i saperi e di dare loro senso".
Secondo Morin, una "testa ben fatta", mettendo fine alla separazione tra le due culture,
consentirebbe di rispondere alle formidabili sfide della globalità e della complessità nella vita
quotidiana, sociale, politica, nazionale e mondiale.
Riguardo alla civiltà occidentale, che è oramai globalizzata, essa ha ormai più effetti negativi
che positivi, ed è anch'essa dunque bisognosa di una riforma, e dunque di una politica della
civiltà. Gli assi portanti di una tale politica dovrebbero essere l'umanizzazione delle città e la
lotta alla desertificazione delle campagne. Una politica della civiltà deve ristabilire solidarietà
e responsabilità, e mirare ad una simbiosi tra le diverse civiltà planetarie, raccogliendo il
meglio di ciò che ciascuna ha da offrire. Deve infine abbandonare il perseguimento del "di
più" a favore del "meglio", abbandonare l'idea quantitativa di crescita generalizzata, per
adottarne una qualitativa: la politica della civiltà deve stabilire dove deve esservi crescita, e
dove decrescita.
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Il 1º dicembre 2008 è stato insignito della Laurea Honoris Causa in Scienze dell' Educazione
dall'Università degli studi S.Orsola Benincasa di Napoli. Dopo la proclamazione Morin ha
tenuto la sua lectio doctoralis su "I sette saperi per un' educazione al futuro". Il 17 novembre
2011 è stato insignito della Laurea Honoris Causa in Scienze pedagogiche, dall'Università
degli studi di Macerata. Dopo la proclamazione Morin ha tenuto la sua lectio doctoralis su
"Le sfide della conoscenza per un umanesimo planetario".
Nel 2012 è stato insignito del Premio Scanno per la sociologia.
Opere Principali[modifica | modifica sorgente]
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1951, L’Homme et la mort
1962, "L'esprit du temps"
1969, La Rumeur d’Orléans
La Méthode (6 volumi)
1977, La Nature de la nature
1980, La Vie de la vie
1986, La Connaissance de la connaissance
1991, Les Idées
2001, L’Humanité de l’humanité
2004, L'Éthique complexe
1970, Journal de Californie
1973, Le paradigme perdu: la nature humaine
1981, Pour sortir du siècle XX
1982, Science avec conscience
1983, De la nature de l’URSS
1990, Introduction à la pensée complexe
1993, Terre-patrie
1994, Mes démons
1994, La Complexité humaine
1997, Comprendre la complexité dans les organisations de soins
1999, L’Intelligence de la complexité
1999, Relier les connaissances
1999, La Tête bien faite
2000, Les Sept savoirs nécessaires à l'éducation du futur
2001, Journal de Plozévet, Bretagne
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2002, Pour une politique de civilisation
2002, Dialogue sur la connaissance. Entretiens avec des lycéens
2003, La Violence du monde
2003, Éduquer pour l’ère planétaire, la pensée complexe comme méthode d’apprentissage
dans l’erreur et l’incertitude humaine
2003, Les Enfants du ciel: entre vide, lumière, matière
2004, Pour Entrer dans le siècle XXI
Pubblicazioni in lingua italiana[modifica | modifica sorgente]
L'industria culturale: saggio sulla cultura di massa, Il Mulino, Bologna 1963;1974
Il paradigma perduto: che cos'è la natura umana? Bompiani, Milano 1974 (poi Feltrinelli,
Milano 1994).
Il rosa e il nero, Spirali, Milano 1984.
La vita della vita, Feltrinelli, Milano 1987.
Pensare l'Europa (1987), Feltrinelli, Milano 1988, 1990.
Introduzione al pensiero complesso, Sperling & Kupfer, Milano 1993.
Terra-Patria (in collaborazione con Anne Brigitte Kern) Raffaello Cortina, Milano 1994.
I miei demoni, Meltemi, Roma, 1999, 2004.
Amore, poesia, saggezza, Armando, Roma 1999.
Una politica di civiltà, con Sami Nair, Asterios, 1999.
La testa ben fatta. Riforma dell'insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina,
Milano 2000.
Introduzione a una politica dell'uomo, Meltemi, Roma 2000.
I sette saperi necessari all'educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001.
Educare gli educatori. Una riforma del pensiero per la democrazia cognitiva, EdUP, 2002.
Il metodo:
I. La natura della natura, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001. (su fisica e chimica)
II. La vita della vita, Raffaello Cortina Editore, Milano 2004. (su biologia ed ecologia)
III. La conoscenza della conoscenza, Raffaello Cortina, Milano 1977 (poi Feltrinelli 1983,
1987 (II), 1989). (sull'antropologia della conoscenza)
IV. Le idee: habitat, vita, organizzazione, usi e costumi, Raffaello Cortina Editore, Milano
2008. (sull'ecologia della conoscenza)
V. L'identità umana, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002. (sull'antropo-sociologia)
VI. Etica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2005.
Educare per l'era planetaria, il pensiero complesso come metodo di apprendimento,
Armando Editore, Roma 2005.
!7
Il mondo moderno e la questione ebraica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007.
L'uomo e la morte, Meltemi, Roma 2002.
Lo Spirito del Tempo, Meltemi, Roma 2002 (con ristampa della nuova edizione marzo 2008).
(con Jean Baudrillard), La violenza del mondo. La situazione dopo l'11 settembre, PaviaComo, Ibis, 2004.
Il Gioco della Verità e dell'Errore. Rigenerare la parola politica. Edizioni Erickson, Trento,
2009
Pro e Contro Marx. Ritrovarlo sotto le macerie dei marxismi. Edizioni Erickson, Trento,
2010
La mia sinistra. Edizioni Erickson, Trento, 2011
La via. Per l'avvenire dell'umanità. Raffaello Cortina Editore, Milano 2012
I miei filosofi. Edizioni Erickson, Trento, 2013
La mia Parigi, i miei ricordi Raffaello Cortina Editore Milano 2013
Note[modifica | modifica sorgente]
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^ Edgar Morin: "la politica di civilizzazione non deve essere ipnotizzata dalla crescita". URL
consultato il 30/12/2013.
^ "La politica di civilizzazione...", cit.
^ "La politica di civilizzazione...", cit.
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Le sue idee-chiave
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1.
Un metodo non è valido se non
include la complessità. Abbiamo bisogno di un metodo
che ci aiuti a pensare la complessità del reale, invece di
dissolverla e di mutilare la realtà.
!
2.
Questo metodo deve fornire i principi
operativi per pensare autonomamente. Metodo significa
infatti “via”, “cammino”.
!8
!
3.
Non si tratta tanto di un programma
(un insieme di ricette) ma di una strategia (cioè di una
azione che si adatta a seconda della retroazione della
realtà). Non vi sono delle risposte già pronte.
!
4.
Abbiamo bisogno di una nuova
mentalità: Il modo di vedere le cose è più importante
del cambiamento delle idee. La nuova mentalità ci
conduce a vivere nel pericolo, nel rischio, nel caso, e ci
fa abbandonare la pseudo-sicurezza di un programma.
!
5.
La semplificazione è il male:
dobbiamo pensare che il semplice e il complesso sono
legati; c’è voluta una favolosa complessità di interazioni
biologiche e sociali per arrivare a un semplice sorriso.
!
6.
La conoscenza illumina ed oscura
nello stesso tempo. La nostra conoscenza progredisce
nello stesso tempo della nostra ignoranza. D’ora in poi
la conoscenza deve lavorare a fianco dell’ignoranza
!
7.
L’innato e l’acquisito si oppongono
ma ugualmente si associano. Non siamo una cera molle:
!9
si sa come sorridere ma si apprende dai genitori un
certo modo di sorridere.
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8.
Noi possediamo dei geni che a loro
volta ci possiedono.
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9.
Vivere di morte, morire di vita. Vivere
per vivere: accettare veramente la vita vuol dire
accettare che non abbia alcuna ragione esterna ad essa.
!
!
Introduzione
!
“Il contrario di una verità profonda è un'altra verità
profonda”. È proprio in quest'affermazione di Niels
Bohr che Edgar Morin identifica il suo pensiero. Un
pensiero che gli ha consentito di superare la "fase
totalitaria" attraverso diverse tappe, caratterizzate da
momenti drammatici della sua esperienza politica, che
vanno dalla giovanile adesione al comunismo sino
all'abbandono dello stesso. "Sono giunto alla concezione
della complessità e del pensiero complesso attraverso
una mia particolare tendenza volta a riconoscere come
verità tutte le affermazioni, anche quelle più
!10
contraddittorie - precisa Morin- e con la mia naturale
propensione al dubbio e all'aspirazione ad una fede non
necessariamente identificata con la religione".
!
Una battaglia spirituale, nella quale si stagliano i
concetti del dubbio, della fede, della razionalità e della
religione. Ma una battaglia dalla quale approda ai lidi di
una nuova concezione filosofica che, rifiutando la
pretesa di una conoscenza totale, cerca e trova un
metodo "che possa articolare ciò che è collegato e
collegare ciò che è disgiunto". Un cammino lungo, ma
che non è ancora terminato e probabilmente non lo
sarà mai, perché "il cammino non esiste, ma si
costruisce camminando". È stato lo stesso Morin a
descrivere in alcune splendide pagine autobiografiche il
superamento della visione ideologica dentro la quale era
rimasto a lungo irretito: una visione che semplificava
all'estremo il mondo storico e che pretendeva di
spiegare la realtà attraverso il recupero di uno dei suoi
"vecchissimi sentimenti" quello della "relatività della
verità e dell'errore e quello della complementarietà delle
posizioni contraddittorie". E la "teoria della
complessità" si presenta, invece, come l'esatto contrario
delle filosofie totalizzanti. Siamo invece in un mondo
articolato e complesso, a fronte di quello tradizionale,
!11
mutilante ed astratto, al quale arriva operando una
sintesi originale tra il pensiero di Vico, Hegel, Marx da
un lato e di Heisenberg, Prigogine, von Foester e
Maturana dall’altro.
!
Il pensiero complesso
!
Ma in che cosa consiste questa complessità, questo
pensiero complesso? Scopriamolo dalle parole stesse di
Morin: “Il pensiero complesso è consapevole in
partenza dell’impossibilità della conoscenza completa:
uno degli assiomi della complessità è l’impossibilità,
anche teorica, dell’onniscienza. Riconoscimento di un
principio di incompletezza e di incertezza. Il pensiero
complesso è animato da una tensione permanente tra
l’aspirazione a un sapere non parcellizzato, non
settoriale, non riduttivo, e il riconoscimento
dell’incompiutezza e della incompletezza di ogni
conoscenza. Questa tensione ha animato tutta la mia
vita…Per tutta la vita…ho sempre aspirato ad un
pensiero multidimensionale. …Ho sempre sentito che
alcune verità profonde, antagoniste tra loro, erano per
me complementari, senza smettere di essere
antagoniste” (cfr. E. Morin, Introduzione al pensiero
complesso, trad. it. Sperling & Kupfer, Milano 1993, p.
!12
3). Diciamo in conclusione che ci sono tre principi che
possono aiutarci a pensare la complessità.
!
Il primo è il principio che Morin chiama dialogico. Il
principio dialogico ci consente di mantenere la dualità
in seno all’unità: associa due termini complementari e
insieme antagonisti.
!
Il secondo principio è quello di ricorso di
organizzazione. Un processo ricorsivo è un processo in
cui i prodotti e gli effetti sono contemporaneamente
cause e produttori di ciò che li produce. L’idea del
ricorso è dunque un’idea di rottura con l’idea lineare di
causa/effetto, di prodotto/produttore, di struttura/
sovrastruttura.
!
Il terzo principio è il principio ologrammatico. Non solo
la parte è nel tutto, ma il tutto è nella parte. Il principio
ologrammatico è presente nel mondo biologico e nel
mondo sociologico. L’idea dell’ologramma costituisce
dunque un superamento tanto rispetto al riduzionismo
che non vede che le parti, quanto rispetto all’olismo che
non vede che il tutto.
!
!13
Le minacce più gravi cui l’umanità va oggi incontro
sono legate al progresso cieco e incontrollato della
conoscenza (armi termonucleari, manipolazioni di ogni
genere, squilibrio ecologico ecc.). Tali errori, ignoranze,
cecità, pericoli hanno un carattere comune, secondo
Morin, che risulta da un modo mutilante di
organizzazione della conoscenza, incapace di
riconoscere e di afferrare la complessità del reale. La
scienza classica si è fondata sotto il segno
dell’oggettività, cioè sotto il segno di un universo
costituito da oggetti isolati (in uno spazio neutro),
soggetti a leggi oggettivamente universali. Spiegare
significava scoprire gli elementi semplici e le regole
semplici a partire dalle quali si effettuano le varie
combinazioni e le costruzioni complesse. I successi della
fisica classica spinsero le altre scienze a costituire allo
stesso modo il loro oggetto nell’isolamento rispetto a
ogni ambiente e ad ogni osservatore…trionfò la
spiegazione riduzionista, così pare, perché si potevano
ricondurre tutti i processi viventi al gioco di alcuni
elementi semplici. Ora è alla base della fisica che
all’inizio del ventesimo secolo si opera uno strano
capovolgimento poiché non è più né vero oggetto né
una vera unità elementare, la particella apre così una
doppia crisi: la crisi dell’idea di oggetto e la crisi
!14
dell’idea di elemento. La particella ha perso ogni
sostanza, ogni chiarezza, ogni distinzione, a volte
persino ogni realtà; si è convertita in un nodo gordiano
di interazioni e di scambi. Le particelle hanno le
proprietà del sistema molto di più di quanto il sistema
non abbia le proprietà delle particelle.
!
Il paradigma di semplicità è un paradigma che mette
ordine nell’universo, e ne scaccia il disordine. L’ordine si
riduce a una legge, a un principio. Questa mitologia
estremamente potente, ossessiva benché nascosta, ha
animato ad esempio il movimento della fisica. Bisogna
riconoscere che questa mitologia è stata feconda perché
la ricerca della grande legge dell’universo ha portato
alla scoperta di leggi fondamentali quali la gravitazione,
l’elettromagnetismo, le interazioni nucleari forti, poi
quelle deboli. Oggi, ancora, gli scienziati e i fisici
cercano di trovare il nesso tra queste diverse leggi che
farebbe di loro una vera legge unica. La stessa
ossessione ha portato alla ricerca della tessera
elementare con cui era costruito l’universo. La patologia
moderna della mente è nella iper-semplificazione che
rende ciechi alla complessità del reale. La patologia
dell’idea è nell’idealismo; la malattia della teoria è nel
dottrinarismo e nel dogmatismo; la patologia della
!15
ragione è la razionalizzazione. Siamo ancora ciechi al
problema della complessità, mentre solo un pensiero
complesso ci consentirebbe di civilizzare la nostra
conoscenza.
!
Si tratta quindi di sviluppare contemporaneamente una
teoria, una logica, un’epistemologia della complessità
che possa essere adeguata alla conoscenza dell’uomo.
Quanto noi cerchiamo qui è dunque
contemporaneamente l’unità della scienza e la teoria
dell’altissima complessità umana. Morin vuole tentare
un discorso multidimensionale non totalitario, teorico
ma non dottrinario, aperto sull’incertezza e il
superamento; non ideale/idealistico, sapendo che la
cosa non sarà mai totalmente racchiusa nel concetto, il
mondo non sarà mai imprigionato nel discorso. Questa
è l’idea della scienza nuova. Ciò che interessa a Morin è
rispettare le esigenze di indagine e di verifica proprie
della conoscenza scientifica e le esigenze di riflessione
proposte alla conoscenza filosofica. La sua idea secondo
cui siamo nella preistoria della mente umana è un’idea
molto ottimistica. Ci apre al futuro, a condizione però
che l’umanità abbia un futuro davanti a sé. La
complessità, per Morin, è la sfida, non è la risposta.
!
!16
Altre opere
!
Queste idee sono maturate gradualmente in Morin.
Vorrei qui citare alcune sue opere per mostrare come
tutto si sia sviluppato lungo molti anni anche se fin dalle
sue prime pubblicazioni vi è stata l’attenzione ad un
pensiero multidimensionale.
!
Il primo libro che potrei citare è intitolato L’uomo e la
morte (pubblicato nel 1951), ed è il frutto del suo
ingresso negli ambienti di ricerca al CNRS. È un libro
che è già trasversale, come praticamente tutti i libri di
Morin: si occupa di antropologia ma anche di scienze,
di filosofia, di letteratura. In esso denunciava due aspetti
della morte dimenticati dall’antropologia dell’epoca. Da
un lato, la realtà puramente biologica dell’essere umano
che è mortale come ogni essere vivente; dall’altro, la
realtà umana del mito e dell’immaginario che
abbozzano una vita al di là della morte. L’antropologia
moriniana si situa così nel mondo biologico, nel mondo
fisico e nel cosmo; l’umanità si riconosce nelle sue radici
e nel suo destino terreno e viene abbandonata ogni idea
presunta di immortalità” e di paradiso sulla terra.
!
!17
Ne Il paradigma perduto (del 1973), Morin sosteneva
che l’uomo non è composto di due parti sovrapposte,
bio-naturale l’una e psico-sociale l’altra: l’uomo è invece
una totalità bio-psico-sociologica. Non è una entità
chiusa, né la natura è passività, materia amorfa.
Un’altra carenza delle cosiddette scienze umane è
quella di non aver voluto riconoscere l’esistenza
dell’immaginario e dell’idea. D’altra parte, la biologia
ha ignorato a lungo che la cultura ha giocato un ruolo
attivo nel complesso ereditario, dando luogo a pressioni
selettive sul genotipo e intervenendo sulla
determinazione del fenotipo. Quindi né antropologismo
ma neppure biologismo: l’uomo, dice Morin, “è un
essere culturale per natura perché è un essere naturale
per cultura”. Epistemologicamente, le basi per una
nuova teoria scientifica sono date, oltre da una rilettura
di Marx e di Freud, da una logica della “entropia
negativa”, nel senso di una logica della complessità e
della auto-organizzazione, che dia luogo ad una “antientropologia” (gioco di parole tra entropia e
antropologia), cioè ad una scienza dei sistemi antientropici. Il fondamento di una nuova scienza
dell’uomo è perciò policentrico: la verità umana
comporta l’errore; l’ordine umano comporta il
disordine; la risposta giusta non può essere che
!18
complessa e anche contraddittoria. Quel che deve finire
è l’auto-idolatria dell’uomo convenzionalmente visto
come “l’animale razionale”. L’uomo è invece folle-savio,
sapiens-demens. Pensate che il fenomeno patologico
dello sdoppiamento della personalità (schizofrenia) non
fa che rivelare un fenomeno normale secondo il quale la
nostra personalità si cristallizza non solo secondo i ruoli
sociali che dobbiamo rappresentare (il piccolo
funzionario sottomesso di fronte al capoufficio sarà un
arrogante tiranno in casa propria) ma anche a seconda
delle circostanze: la collera, l’amore, l’odio, la tenerezza
ci fanno realmente cambiare da una personalità ad
un’altra, modificando non solo le nostre voci e i nostri
comportamenti ma anche la gerarchia interna paleomeso-neo-cefalica (ricordate la tripartizione
dell’encefalo che risale a Mac Lean del cervello tri-unico
?): così abbiamo, senza dubbio, personalità diverse, una
predominante e le altre che emergono occasionalmente
(ricordate Pirandello con Uno, nessuno e centomila?).
Bisogna quindi tenere conto che lo sviluppo
dell’immaginario, le mitologia e la magia, gli errori e il
disordine lungi dall’essere stati uno svantaggio per
l’uomo, sono al contrario legati al suo prodigioso
sviluppo. In conclusione, la scienza nuova, come la
chiama Morin ricordandoci Vico, deve stabilire
!19
l’articolazione tra la fisica e la vita, fra entropia e
antientropia, fra la complessità macrofisica e quella
microfisica. Dovrà stabilire l’articolazione tra il vivente e
l’umano, l’anti-entropologia e l’antropologia, dato che
l’uomo è l’antientropico per eccellenza.
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In Scienza con coscienza (1982), Morin sostiene che
l’errore è il rischio permanente della conoscenza e del
pensiero intellettuale: anzi noi facciamo sovente l’errore
di sottostimare l’errore. L’errore che è tipico del nostro
tempo è soprattutto un errore ideologico. Gli
intellettuali hanno accumulato, con le ideologie, gli
errori più fatali (pensate ad esempio, anni fa, alla moda
dello strutturalismo, che aveva abolito il soggetto
umano, l’essere umano concreto, vivente: tali
stupidaggini si facevano in nome della Scienza!). Da qui
una incessante vigilanza per scoprire tutte le fonti degli
errori possibili e stare continuamente in guardia contro
la dissimulata intrusione dell’errore. Ma si tenga
presente che i miti, come l’immaginario, fanno parte
della realtà umana. Il vero problema è riconoscere il
carattere mitico dei nostri miti, riconoscerli appunto
come tali, fare dialogare la nostra razionalità con i
nostri miti. Il problema dell’errore è fondamentale sia
nella vita in generale come nella storia e nella politica.
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Certo non esiste nessun metodo infallibile per evitare
sempre un errore però ci sono metodi di protezione, di
lotta, di prevenzione dall’errore, che si riassumono nella
conoscenza completa o, meglio ancora, complessa. Per
dirla con Nietzsche, “il veridico è semplice ma la verità
è molto, molto complessa”.
!
In un’altra opera, intitolata Lo spirito del tempo, Morin
criticava due aspetti della società contemporanea: da un
lato era contro il rincretinimento favorito dai mass
media e dall’altro il rincretinimento proprio dei
cosiddetti intellettuali e all’interno dell’università e della
scuola in genere.
!
Nella Introduzione ad una politica dell’uomo (1965),
Morin aspira ad un pensiero che tenga conto
dell’invenzione, della creazione e del soggetto umano. È
un pensiero che riflette sui problemi della società, della
civiltà, della democrazia. Si sforza di riconsiderare il
problema politico nella teoria e in pratica. C’è il rifiuto
netto di ogni totalitarismo. Vi è poi l’idea che le
conseguenze delle azioni sfuggono alle intenzioni di chi
le compie; ogni storia del passato subisce la retroazione
delle esperienze del presente, per cui non ci può mai
essere un osservatore puro, e quindi vi deve essere
!21
sempre la preoccupazione metodologica di una costante
autocritica. Vi sono errori sui fatti, errori sul senso di
una azione, errori sul risultato sperato ecc. Predica il
pensiero planetario e, prima della diffusione del
terzomondismo, è attento alla preoccupazione della
sorte del mondo che è vincolata alla preoccupazione per
il Terzo Mondo, ma, si badi bene, fin da subito senza
illusioni terzomondiste, visto che ha caratteri a volte
progressivi e a volte regressivi. La solidarietà vissuta è
l’unica cosa che permette la crescita di complessità. A
questo punto, a chi gli chiedesse se è di sinistra o di
destra, Morin risponde che “Io ero (e mi considero
tuttora) contemporaneamente di sinistra e di destra.
Dico “di destra” nel senso che sono molto sensibile ai
problemi delle libertà, dei diritti dell’uomo, delle
transizioni senza brutalità, e “di sinistra” nel senso che
penso che i rapporti umani e sociali potrebbero e
dovrebbero cambiare in profondità”.
!
Ne Il vivo del soggetto (1969) Morin propone una
antropologia chiamata “antropocosmologia”, che tenga
conto non solo della antropologia ma anche della varie
scienze come la sociologia, l’economia e soprattutto
della biologia. In particolare della biologia perché,
secondo quanto dice Morin, un uomo è anche un essere
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biologico e tutto ciò che concerne la biologia riguarda
anche l’uomo. Senza però dimenticare, nello stesso
tempo, che atomi e molecole che ci costituiscono
procedono dal cosmo e quindi l’uomo è anche un essere
cosmico. Ritorna dunque qui la sua idea costante di
non escludere nessun punto di vista ma integrarli tutti
non rifiutando a priori nessun tipo di approccio alla
realtà che si intende studiare, in questo caso l’uomo.
!
L' educazione
!
«Come in passato l´umanità è uscita dalla preistoria
attraverso una serie di metamorfosi sociali, così oggi l
´epoca di crisi che stiamo attraversando ci spinge verso
nuove trasformazioni, il cui risultato sarà forse una
metamorfosi di portata planetaria».
!
Da molti anni, infatti, opere come La conoscenza della
conoscenza, Il metodo o L´identità umana vengono
lette e apprezzate in tutto il mondo per la loro capacità
di analisi che non esita a rimettere in discussione le
proprie certezze, rifiuta i compartimenti stagni dello
specialismo e fa dell´autocritica uno strumento
essenziale per arginare le false illusioni e gli errori della
conoscenza. Tale atteggiamento intellettuale è per
!23
Morin irrinunciabile, specie di fronte a un mondo che
ha un urgente bisogno di trasformazioni radicali, pena
la propria autodistruzione: «Quando un sistema non è
più in grado di affrontare e risolvere i problemi vitali
della collettività, le alternative sono solo due: o crolla o
si trasforma. Oggi siamo in questa situazione, visto che
gli arsenali nucleari, il degrado progressivo dell
´ecosistema, lo sperpero delle risorse naturali, gli
squilibri, le intolleranze e le crescenti disuguaglianze tra
le diverse parti del pianeta creano una situazione
drammatica, dove la possibilità dell´autodistruzione
diventa molto concreta». Tuttavia l´autore dei Miei
demoni non vuole lasciarsi andare al pessimismo. Anche
perché è convinto che i periodi di crisi non siano solo
gravidi di pericoli, ma anche di nuove possibilità: «La
crisi può favorire la metamorfosi del sistema, in
direzione di una società-mondo più ricca e complessa,
una società più umana e giusta, capace di far fronte alla
sfide del futuro». A condizione però che la civiltà
occidentale rinunci a rincorrere ostinatamente un´idea
di progresso «basata esclusivamente sulla fiducia cieca
nel potere della tecnica e dell´economia». D´altronde,
ricorda, la nostra idea di sviluppo non può essere
applicata indifferentemente a tutte le aree del pianeta,
senza tenere conto delle loro diverse specificità. Al
!24
contrario, solo cercando di valorizzare i caratteri
originali di ogni società sarà possibile far emergere un
nuovo equilibrio planetario, «capace di risolvere i
problemi più urgenti dell´umanità e favorire il
diffondersi della democrazia». A questo proposito, lo
studioso ricorda che diversi elementi della futura
società-mondo sono già davanti ai nostri occhi, sebbene
non siano ancora connessi tra di loro. La
globalizzazione ad esempio ha creato una rete mondiale
di comunicazioni che non ha precedenti nel passato,
contribuendo a integrare l´economia di quasi tutte le
zone del pianeta. Questa evoluzione, che finora è stata
quasi del tutto incontrollata, ha fatto emergere il
bisogno di nuove regole a livello mondiale e ha favorito
il diffondersi di una coscienza collettiva che riconosce l
´appartenenza a un destino comune. Ma per favorire
una società maggiormente a misura d´uomo, egli
immagina l´avvento di una nuova generazione della
tecnica: «Finora le macchine hanno obbedito
esclusivamente a una logica meccanica, determinista e
specializzata. È la logica della realtà artificiale e del
calcolo economico, una logica che è incapace di cogliere
le qualità della vita, occupandosi solo del dominio
quantitativo e del calcolo cieco. Dal mondo scientifico
ed economico, questa logica si è progressivamente estesa
!25
a tutti i settori della vita, che così risulta sempre più
meccanizzata e cronometrata».
!
Oggi però il bisogno di privilegiare la qualità sulla
quantità si manifesta di frequente, anche se quasi
sempre in maniera inconscia e disordinata. Se il primato
degli aspetti qualitativi riuscirà a imporsi, forse un
giorno avremo delle macchine «dotate di alcune qualità
della vita». Un risultato che però sarà possibile solo se
riusciremo a promuovere una trasformazione profonda
della conoscenza e della scienza, in nome di un sapere
che non sia più rigido e parcellizzato, ma duttile e
capace di confrontarsi con la complessità, facendo
dialogare discipline diverse».
!
È per questo che Morin non si stanca d´invocare una
riforma radicale dell´insegnamento, come ha fatto
anche di recente in un libretto molto discusso intitolato
I sette saperi necessari all´educazione del futuro: «Di
fronte alla complessità del mondo in cui viviamo e alle
sue contraddizioni, la conoscenza non può essere
esclusivamente specialistica e frammentaria. Purtroppo,
nella tradizione occidentale ha sempre prevalso il
Discorso sul metodo di Descartes, per il quale conoscere
significa separare, in nome di un metodo analitico il cui
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risultato finale nasce dalla somma di tanti frammenti».
A Descartes, Morin preferisce Pascal: «Questi,
ricordando che non si può separare la parte dal tutto, il
particolare dal globale, propone un andirivieni continuo
tra i due poli, integrando la conoscenza di tipo analitico
in una sintesi più vasta». Citando l´autore dei Pensieri,
Morin ricorda che «il cuore ha le sue ragioni che la
ragione non conosce», motivo per cui occorre utilizzare
la razionalità, ma tenendone sempre presenti i limiti e
cercando di non essere succubi della logica quantitativa
dominante.
!
I sette saperi sono i seguenti:
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1. studiare i processi della conoscenza;
!
2. conoscere i problemi da un punto di vista non solo
particolare ma anche globale,
da situare in uno contesto e in un insieme;
!
3. insegnare la condizione umana: la complessità della
identità, unità e diversità
umane;
!
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4. insegnare la storia dell’era planetaria che è
cominciata nel XVI secolo ed oggi ci
porta a vivere un destino comune;
!
5. rivelare le incertezze, i dubbi, i problemi, gli errori
nelle varie discipline e
insegnare le strategie per affrontare le
difficoltà;
!
6. insegnare la comprensione, la pace, la tolleranza:
studiare quindi
l’incomprensione, il pregiudizio ecc.;
!
7. un’etica planetaria, in cui nella democrazia vi sia il
controllo fra società e individuo
e nello stesso tempo l’umanità si senta
un’unità planetaria.
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Solo così, sostiene, sarà possibile «una vera
comprensione del mondo in cui viviamo, che è altra
cosa dalla semplice spiegazione, di solito limitata ai
semplici dati oggettivi». Accanto alla battaglia per una
nuova educazione, lo studioso francese sottolinea anche
l´importanza dell´etica, a cui non a caso ha deciso di
dedicare il sesto e conclusivo volume del suo Metodo :
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«Una società-mondo più equilibrata e giusta sarà
possibile solo se l´etica tornerà al centro delle nostre
preoccupazioni, tanto sul piano personale quanto su
quello collettivo. L´etica, infatti, fonda e alimenta i
concetti di responsabilità e di solidarietà». E oggi,
conclude, «abbiamo più che mai bisogno di solidarietà».
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NOTE BIOGRAFICHE
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Edgar Morin è nato a Parigi nel 1921 da genitori ebrei
sefarditi, nomadi d'Europa- sia il ramo materno che
paterno della sua famiglia ha sostato in Italia, Spagna,
Turchia ecc. Il suo cosmopolitismo è sicuramente
riferibile a questa origine ebrea e meticcia. Il suo vero
nome è Nahum. Morin è il cognome che assume
durante la Resistenza, prendendolo da quello di una sua
compagna, che poi sposa nel 1945. Autodidatta, in
quanto interrompe gli studi universitari per impegnarsi
nella Resistenza, aderisce, dopo una prima attrazione
per i movimenti anarchici, pacifisti e libertari, al Partito
Comunista Francese, da cui è espulso nel 1951.
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Diventato sociologo al C.N.R.S. (Centre national de la
recherche scientifique) di cui è tuttora direttore per la
sezione scienze umane e sociali, si dedica negli anni
Cinquanta a ricerche, rimaste celebri, sulla morte, sul
divismo, i giovani e la cultura di massa. Collabora con
articoli politici al “France-Observateur” e poi al
“Nouvel Observateur”. Fonda, nel 1956, con altri
intellettuali transfughi del P.C.F, la rivista “Arguments”,
che si ispira alla rivista “Ragionamenti” di Franco
Fortini, e durerà fino al l962, trattando i temi politici
centrali degli anni Cinquanta e Sessanta: il
congelamento della lotta di classe nei paesi del
“socialismo reale”, la nuova classe burocratica, la guerra
d’Algeria, il gaullismo. Nel 1967, con Roland Barthes e
Georges Friedmann, fonda la rivista
“Communications”, di cui è tuttora co-direttore. Un
soggiorno al Salk Institut nel l969 lo mette a contatto
con la teoria dei sistemi che costituirà il punto di
partenza delle sue successive ricerche epistemologiche.
Nel 1987 ha vinto il Premio Europeo “Charles Veillon”.
Nel 1998 è nominato Presidente del Comitato
Scientifico per la riforma dei saperi nelle scuole
secondarie superiori dall'allora Ministro dell'Istruzione
francese Claude Allègre. Attualmente è Presidente
dell'Associazione per il Pensiero Complesso con sede a
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Parigi e Presidente dell'Agenzia europea per la Cultura
(UNESCO).
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BIBLIOGRAFIA
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E. Morin, Il metodo 1. La natura della natura,
Cortina e Feltrinelli
E. Morin, Il metodo 2. la vita della vita,
Feltrinelli
E. Morin, Il metodo 3. La conoscenza della
conoscenza, Feltrinelli
E. Morin, Il metodo 4. Le idee, Feltrinelli
E. Morin, Il metodo 5. L’identità umana,
Cortina editore
E: Morin, Il metodo 6. Etica, Cortina
E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione
del futuro, Cortina editore
E. Morin, La testa ben fatta, Cortina editore
E. Morin, Amore poesia saggezza, Armando
E. Morin, I miei demoni, ed. Meltemi
E. Morin, Terra-Patria, Cortina editore
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E. Morin, Introduzione al pensiero complesso,
Sperling & Kupfer
E. Morin, Pensare l’Europa, Feltrinelli
E. Morin, Il rosa e il nero, Spirali edizioni
E. Morin, Sociologia, ed. Lavoro
E. Morin, Scienza con coscienza, Franco Angeli
E. Morin, Il paradigma perduto: la natura
umana, Bompiani
E. Morin, Il vivo del soggetto, Vitali Moretti
E. Morin, Introduzione a una politica
dell’uomo, Meltemi
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Edgar Morin - scuola d`ipnosi