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sione, che potrebbe rappresentare una soluzione da adottare a livello nazionale.
È necessario, sempre a livello assistenziale, che i comuni programmino una politica per la residenza considerato che una
legge del 1954, la n. 1128, prevede la creazione di una residenza formale per chi ne
è sprovvisto, il che significa garantire alcuni diritti fondamentali, quali l’assistenza
sanitaria e relativo libretto e la carta d’identità. In altri termini, si potrebbe assumere la residenza presso dormitori pubblici oppure il comune potrebbe inventare
un indirizzo – via del Comune n. 1 – in
cui far risiedere queste persone.
Sempre sul piano assistenziale, forse è
necessario che i vecchi IACP – o gli organi
competenti – mettano a disposizione gli
alloggi per le persone gravemente malate,
così come sarebbe utile incentivare l’integrazione lavorativa per chi ancora non la
possiede, dal momento che non possono
essere solo le cooperative di solidarietà sociale a farsi carico dell’inserimento lavorativo.
L’ultima questione riguarda le carceri.
Conoscete certamente la realtà della legge
n. 222 del 1993, così come saprete che la
magistratura scarcera le persone gravemente ammalate solo se vi è una casa che
le accoglie. A Torino la casa di accoglienza
esistente può ospitare solo sei persone, il
che è assolutamente insufficiente. Sarebbe
auspicabile perciò orientare in questa direzione i fondi della legge n. 135.
Infine, a fronte di una sempre crescente regionalizzazione dei fondi è necessario prevedere due meccanismi di controllo, uno dal basso con la creazione delle
consulte regionali sull’AIDS presso ogni
capoluogo di regione, il secondo dall’alto
con l’istituzione di controlli agili e secchi,
una sorta di NAS della pubblica amministrazione, altrimenti l’assistenza domiciliare non si affermerà mai. Infatti, uno dei
punti dolenti della legge n. 135 è costituita
dalla ospedalizzazione a domicilio che è
cosa diversa da quanto chiediamo noi oltre ad essere di difficile realizzazione in
quanto le strutture ospedaliere sono sotto
organico.
MARIA GABRIELLA ORSI, Rappresentante del Coordinamento italiano case alloggio. Il coordinamento italiano case alloggio è stato costituito nel 1994 allorché
ci si rese conto che in varie realtà regionali le strutture del volontariato laico,
spontaneo e cattolico avevano dato risposte positive all’emergenza registratasi.
Io sono – provocatoriamente – perché
si giunga ad una normalizzazione dell’AIDS. Si è infatti trattato di una patologia speciale e per certi aspetti lo è ancora
in modo specifico, ma per quanto riguarda
le risorse, credo debba finire lo spreco del
periodo delle vacche grasse, quando si
sono potuti utilizzare e dare molti soldi.
Dobbiamo considerare le esigenze a cui
non è stata data risposta, per esempio
quelle dell’extracomunitario malato di
AIDS o di altre patologie. Dobbiamo tener
conto delle emergenze sociali che possono
generare grossi problemi.
A proposito della prevenzione, sono
d’accordo con quanto detto dal dottor
Grillini: la rete degli interventi delle associazioni è tale per cui, per cinque, otto o
dieci anni, è stato possibile attuarli avvalendosi di target specifici. Oggi, chi meglio
della rete delle associazioni omosessuali sa
dire cosa fare ? Allora, perché il bando
non è fatto, per coloro che si offrano alle
regioni o allo Stato, per portare avanti una
capillare azione di sensibilizzazione ?
Qualcuno ha parlato di educazione alla salute. Ma non esiste la rete dei servizi sanitari ? Da venti anni lavoro al Servizio sanitario nazionale per le tossicodipendenze, e
so che per l’educazione alla salute si pagano alle USL almeno 10 o 12 miliardi
l’anno. Vi è una rete di persone, formate
dallo Stato, per fare ciò che a mio avviso
deve essere fatto nelle scuole, dove non
può andare il volontariato. Tutti noi dovremmo essere accreditati presso le regioni con gli stessi criteri con cui adesso
invochiamo la tutela e la correttezza dal
punto di vista delle strutture ospedaliere.
Come è possibile dire, ancora oggi, che il
volontariato che si occupa dell’AIDS è
tutto bello e buono ? Dovete chiedere se e
come i fondi siano stati utilizzati, anche a
coloro che li hanno raccolti dalla pensio-
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nata o del magnate, il quale, non pagando
mai le tasse, può anche essersi permesso
di elargirne parecchi. Dobbiamo capire in
che modo i fondi sono stati spesi, anche se
resta la discrezione dell’associazione di
spenderli più nella ricerca, per esempio,
che nei settori dell’intervento e della solidarietà. Ritengo, comunque, che per il
1997 debba essere assicurata la trasparenza sul modo di spendere i fondi per
l’AIDS, perché non ci si può più impietosire per questa malattia anziché per l’Alzheimer o per i tetraplegici. Questo per
sottolineare la necessità della solidarietà
tra patologie.
Perché, allora, per l’AIDS vi è una
Commissione nazionale e poi, come se
fosse di serie B, una Consulta con un po’
di volontariato ? Perché chi discute di diagnostica e di terapia non deve sapere cosa
fa il volontariato e viceversa ? Perché non
attuare il metodo del sorteggio tra le quaranta associazioni, peraltro senz’altro meglio dei tanti bigliettini che arrivano al ministro Bindi per esercitare su di lei pressioni a favore di questo o di quello ? Perché nelle sei commissioni nazionali non c’è
mai stata una donna ? Non c’è bisogno di
invocare il ministro Finocchiaro per dire
che oggi fa ridere che questo accada, perché sono tante le donne nelle associazioni,
nei reparti e nei laboratori. La risposta del
ministro Costa a questo interrogativo fu
che la scelta si indirizzava sui primari, e i
migliori erano uomini. Però, posso assicurarvi che nelle nostre equipe sono tante le
donne che ci aiutano e che potrebbero
svolgere un ruolo valido. Ripeto, un’unica
commissione garantirebbe il collegamento
funzionale con il volontariato, che deve
servire ad integrare, senza avere troppe
deleghe.
A proposito della rete assistenziale,
nella legge n. 135 si parla di potenziamento dei servizi per le malattie infettive e
dei servizi per le tossicodipendenze. Ciò è
avvenuto solo per l’aspetto medico, non
per gli psicologi e gli assistenti sociali, i
quali avrebbero facilitato il godimento
della pensione a chi ne aveva diritto
quando era ancora in vita, perché le pratiche sarebbero state portate avanti più ra-
pidamente. Tutte le patologie sociali
avrebbero bisogno di queste figure nei
grossi ospedali. Credetemi, se l’assistenza
sembra meno umana è perché gli operatori sono stressati dallo stillicidio di personale, dalla gravità della patologia e dal
fatto che i tossicodipendenti sono ancora
più aggressivi se malati di AIDS.
Finita l’emergenza, si ritorni alle
norme, si preveda che nei reparti vi sia la
presenza dello psicologo e dell’assistente
sociale della USL, perché i fondi sono già
stati assegnati alle regioni nel 1994. Infine,
si stili un modello assistenziale in cui ciò
che noi rappresentiamo sia un pezzettino
dell’insieme, non l’unica risposta possibile.
A maggio faremo un convegno per offrire
la casa alloggio a coloro che non hanno famiglia, reddito, possibilità di essere autonomi. Nelle nostre case vi sono persone
che sono entrate tre o quattro anni fa e
che sono state messe in grado di ritrovare
una loro autonomia, di riacquistare una
speranza di vita e la possibilità di fare altre cose. Per quanto riguarda la regione
Toscana, per esempio, i fondi non spesi nel
1995 servirebbero per costruire case alloggio assolutamente autonome, con un po’ di
assistenza domiciliare, che la USL già fornisce, e con tutto il sostegno del volontariato, che non ha bisogno di finanziamento.
Se in ogni regione incentivaste la ricerca degli sprechi e del non utilizzato per
l’AIDS, credo che in un anno avreste alcune decine di strutture nuove, di psicologi e assistenti sociali che, finita l’emergenza AIDS, potrebbero essere impiegati
per l’assistenza dei malati affetti dal
morbo di Alzheimer o da altre patologie.
FRANCISCO MELE, Rappresentante del
CEIS. A quanto è stato detto finora voglio
aggiungere che nelle norme di legge non vi
è mai un capitolo sulle famiglie. Dico questo in quanto abbiamo avviato un programma di assistenza ai famigliari di sieropositivi o di malati di AIDS. Forse, dovrebbe essere fatta una ricerca anche sugli
effetti che la malattia o la sieropositività
possono avere sui famigliari di chi ne è
colpito; spesso, le conseguenze sono non
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solo di natura psicologica ma anche fisica.
Potrebbe costituire oggetto di una bella ricerca la conoscenza dell’effetto del dolore
e della depressione in questi casi.
Dobbiamo superare la razionalità del
ragioniere, che purtroppo domina nelle
aziende, per passare alla razionalità della
solidarietà. Poiché la collega che è intervenuta prima di me ha parlato della necessità dell’assistenza psicologica al malato di
AIDS, torno a ribadire la necessità dell’assistenza anche ai famigliari, a cui non si
deve far cenno in tutte le norme senza
però attuare nessun tipo di operatività,
anche dal punto di vista culturale. Sappiamo bene, infatti, che aiutare la famiglia
di un ragazzo malato significa attuare la
prevenzione anche nei confronti dei fratelli, delle sorelle e, soprattutto, dei genitori, per i quali la morte di un figlio è uno
dei peggiori dolori, in quanto è vissuta
come la propria morte. Di questo dobbiamo tenerne conto.
ANTONIO BOSCHINI, Rappresentante
della Comunità di San Patrignano. La Comunità di San Patrignano, cresciuta per
dare una risposta ai problemi della tossicodipendenza, rispetto ad altre comunità
ha avuto la peculiarità di svilupparsi, prevalentemente, su un unico centro. Ci
siamo trovati a dover affrontare l’emergenza AIDS in quanto, nell’ambito della
comunità, vi è stato un momento in cui
erano quasi 500 le persone sieropositive.
Adesso sono di meno, sono 300, anche
perché l’epidemia da HIV nei tossicodipendenti è fortunatamente in declino.
Ho svolto questo intervento per sottolineare che nella comunità si è creata una
situazione abbastanza singolare. Dovendo
e volendo assistere queste persone con
problemi di tossicodipendenza e di malattia, è stato costruito negli anni, all’interno
della comunità, una specie di ospedale che
ha finito con l’essere quasi un centro privato con caratteristiche anomale. Infatti,
all’interno di questo centro venivano curati i ragazzi della comunità affetti da
AIDS (naturalmente con il supporto della
struttura pubblica, perché esiste una convenzione e c’è un rapporto di consulenza
con il reparto di malattie infettive che segue all’interno della comunità i ragazzi
con AIDS); inoltre, avendo a disposizione
diversi posti letto, siamo venuti in contatto
anche con molti ragazzi non tossicodipendenti, quindi non della comunità, per i
quali, però, non erano possibili risposte
alternative.
In altri termini, è difficile che la malattia dell’AIDS possa essere definita da ospedale, domiciliare o da casa alloggio, perché
esistono situazioni per le quali né l’ospedale né il domicilio né la casa alloggio
sono la risposta migliore. La degenza nei
reparti di malattie infettive ha costi elevatissimi, in quanto il rapporto tra pazienti e
personale sanitario è piuttosto elevato. Vi
sono pazienti affetti da AIDS in fase terminale per i quali non è assolutamente più
indicato il ricovero ospedaliero, sia per i
costi del ricovero stesso sia perché all’interno dell’ospedale non vengono eccessivamente privilegiate le caratteristiche dell’assistenza psicologica, del rapporto
umano in generale. Però è anche vero che
sono malati talmente gravi, spesso anche
con problemi neurologici, di scarsa lucidità, per cui una casa alloggio non riesce a
far fronte alle loro emergenze mediche ed
anche il domicilio non è il luogo più idoneo. Non dimentichiamo che molte di queste persone sono tossicodipendenti, la famiglia spesso manca e quando c’è i rapporti sono talmente deteriorati che non è
comunque possibile attuare un’assistenza
domiciliare.
Credo sia necessario prendere in considerazione anche risposte alternative, che
non siano la costruzione di nuovi posti
letto nei reparti di malattie infettive, di cui
probabilmente non vi sarebbe così bisogno
in questo momento, e nemmeno semplicemente l’assistenza domiciliare, ma reparti
di cure intermedie o comunque case alloggio in cui sia prevista un’assistenza anche
di carattere medico ed infermieristico. Diversamente, molti pazienti rimarranno
senza risposta.
PRESIDENTE. Darò adesso la parola ai
colleghi che intendano porre domande,
anche se devo riconoscere che i vari inter-
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venti sono stati molto esaurienti e ricchi di
spunti di riflessione, per cui, probabilmente, disponiamo già di una documentazione sulla quale riflettere e lavorare. Rinnovo comunque l’invito ai nostri ospiti a
farci pervenire eventualmente ulteriore
materiale che potrebbe risultare utile ai
fini della nostra indagine conoscitiva, la
quale, come dicevo inizialmente, è tesa ad
acquisire dati ed informazioni sia sulle
iniziative adottate in attuazione della legge
n. 135 sia sul progetto obiettivo AIDS,
nonché ad approfondire le questioni relative agli interventi sulle strutture ospedaliere per le malattie infettive. Credo, inoltre, che la riflessione odierna ci stimoli a
fare altrettanto in ordine alla prevenzione.
A conclusione dell’indagine conoscitiva la
Commissione potrebbe anche pervenire all’approvazione di una risoluzione.
È probabile che vi saranno altre occasioni di incontro con le associazioni, visto
che tendiamo (e finora ci siamo mossi in
questa direzione) ad avere contatti anche
con il sociale e con i vari soggetti che in
quel campo si attivano.
FRANCESCO PAOLO LUCCHESE. Non
farò domande, ma esprimerò alcune considerazioni per capire.
PRESIDENTE. Onorevole Lucchese, le
considerazioni le esprimeremo in un’altra
sede; siamo qui per ascoltare i nostri
ospiti.
FRANCESCO PAOLO LUCCHESE. Voglio verificare se sono riuscito a comprendere il problema, quindi in un certo senso
le mie sono delle domande.
Si è parlato molto degli ospedali (io
sono medico) e mi è sembrato di capire
che esistano due ordini di problemi relativi sia ai DRG, e dovrebbero essere trattati in un modo diverso per questo tipo di
malati, sia alla questione dei farmaci. Inoltre, dovrebbe trattarsi di ospedali particolari, per lungodegenti, che si stanno instaurando nei programmi sanitari delle
varie regioni.
Un terzo problema è rappresentato
dalle carceri, cui hanno accennato alcuni
di voi e di cui mi sto occupando. Nella ristrutturazione delle carceri mandamentali,
il Ministero di grazia e giustizia nel 1991
aveva individuato alcune carceri da utilizzare per fornire assistenza ai detenuti tossicodipendenti e ai malati di AIDS. Tuttavia successivamente, nel 1995, alcuni di
questi provvedimenti sono stati revocati. È
allo studio una proposta di legge che dovrebbe stabilire il destino di queste carceri
mandamentali. In attesa che la proposta di
legge venga approvata, si sta procedendo
poco per volta alla loro chiusura. Alcune
di queste ex carceri mandamentali funzionano bene e, in quanto strutture costruite
con un notevole spreco di denaro pubblico, non dovrebbero essere chiuse ma
utilizzate nel senso che ho indicato.
Desidero inoltre denunciare che alcuni
malati di AIDS sono usati come strumento
di minacce, perché se vengono rinchiusi
nelle celle assieme a detenuti – diciamo
così – normali, non affetti da AIDS, svolgono una sorta di azione di minaccia nei
confronti di quelli sani e contribuiscono
ad accelerarne le confessioni. È un modo
assolutamente improprio, offensivo e disumano di usare i tossicodipendenti. Ho sentito parlare di questo fenomeno – non so
se ne siate a conoscenza – e credo che
debba essere denunciato con forza.
MAURA COSSUTTA. Ci rendiamo
conto delle difficoltà che incontrate e perciò ci siamo assunti la responsabilità di
procedere alla modifica, in senso migliorativo, della legge n. 135 del 1990 da tutti
considerata inadeguata. Recepisco unanimemente la proposta di presentare una risoluzione affinché si proceda alla revisione
della legge, collegando le competenze del
ministro Bindi con quelle del responsabile
degli affari sociali, in quanto, come è stato
giustamente sottolineato da voi tutti, la
prevenzione non è solo un problema sanitario: investe infatti anche talune politiche
sociali (come la casa, il territorio, il lavoro
e quant’altro) e dunque va affrontata complessivamente.
Poiché nella legge finanziaria è stato
affrontato il tema dei DRG e dei farmaci,
vorremmo sapere da voi se la normativa
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recata dal decreto-legge n. 536 del 1996
sui farmaci innovativi sia adeguata o se
necessiti di un intervento correttivo. In
questo caso, quali suggerimenti siete in
grado di fornire ?
ALESSANDRO CÈ. Signor presidente,
come al solito, durante le audizioni, nel
valutare le prospettive future si dà un parere negativo su quanto è avvenuto finora.
Di fatto, quanto è successo potrebbe essere
oggetto di una commissione d’inchiesta
dato che parecchi fondi sono spariti, come
è stato più volte sottolineato. Al di là del
compito che dobbiamo assolvere, ritengo
necessario che i nostri ospiti evidenzino gli
aspetti illeciti e i meccanismi che non
hanno funzionato per fornire a noi politici
una traccia da seguire in futuro. Naturalmente, se riterranno di rispondere a questo mio interrogativo, potranno inviare
una comunicazione scritta.
LUIGI GIACCO. Abbiamo registrato le
proposte emerse e l’impegno che ci sentiamo di assumere è di giungere – come
ha anticipato la collega Cossutta – ad una
risoluzione, precisa nei modi e nei tempi,
che definisca le linee guida per il Governo
al fine di rivedere la legge n. 135 o di fornire una risposta adeguata e funzionale.
Il vostro apporto è importante, perché
ci permetterà di verificare concretamente
gli ostacoli che si frappongono all’attuazione della legge, considerato anche che ci
accingiamo ad iniziare l’esame della riforma della cosiddetta assistenza. Tali
questioni debbono ottenere una risposta
funzionale in un rapporto tra pubblico e
privato che impedisca al pubblico di delegare la soluzione dei problemi al privato,
che, al contrario, ricerchi una collaborazione per il raggiungimento di determinati
obiettivi. Le esperienze consolidate in Italia in questi anni debbono essere prese
come punto di riferimento e ciò vale soprattutto per voi che avete acquisito competenza ed esperienza oltre ad aver dato
risposte positive.
PRESIDENTE. Prima di dare la parola
ad alcuni dei nostri ospiti per una breve
replica, do la parola al dottor Giannelli
che non è ancora intervenuto.
FABIO GIANNELLI, Rappresentante
dell’Associazione nazionale italiana lotta all’AIDS. Sono un medico infettivologo da
poco fuoriuscito dalla struttura pubblica.
Come è stato più volte sottolineato è
giunto il momento di uscire dall’emergenza AIDS e rivedere la legge n. 135. Limitandomi ai temi dell’assistenza, voglio
anch’io ricordare come nessun letto sia
stato realizzato né ristrutturato; alcune
postazioni, per la precisione 18, sono state
realizzate all’ospedale Niguarda, dove operavo, con i fondi regionali, ma poi il tutto
è stato bloccato, specie per quanto riguarda l’ospedale Sacco.
Qualcuno, prima di me, ha detto che è
una fortuna che non siano stati realizzati
questi posti letto; vorrei dare un significato più esatto a questa frase dicendo che,
per fortuna, non sono stati realizzati tutti i
posti letto, perché ne abbiamo avuto meno
bisogno; dunque, la revisione della legge
n. 135 consentirebbe di rivedere il numero dei posti letto da incrementare o da
ristrutturare.
Per quanto riguarda l’assistenza domiciliare, direi che è decollata con molte difficoltà; conoscendo la realtà milanese, formulo un’unica osservazione: l’intervento
delle regioni non territorializza facilmente
il problema dell’assistenza domiciliare; la
Lombardia è stata una delle prime regioni
ad interessarsi alla questione, però, a mio
avviso, l’ha ricentralizzata, perché con le
sue delibere, indirizzate al privato sociale,
al volontariato e alle unità sanitarie locali,
ha definito binari troppo rigidi e circoscritti. Al privato sociale e alle USL occorrerebbe dare maggiore libertà operativa,
obbligandoli magari ad una rendicontazione severa e puntuale.
Quanto agli inibitori delle proteasi,
parlando della difficoltà della somministrazione di questi farmaci ai tossicodipendenti in fase attiva, qualcuno ha ipotizzato la possibilità di escludere questi soggetti da quelli che devono assumerli, ma
questo mi sembrerebbe discriminatorio.
Condivido anch’io la difficoltà sottolineata,
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ma un’idea per superare il problema potrebbe essere quella di unità mobili, già
attivate in alcune regioni del nord ma in
maniera ancora non sufficiente, che potrebbero avvicinare questi pazienti ed
eventualmente intervenire anche per la
somministrazione dei farmaci in questione. Oltretutto, tra poco tutti potranno
essere assunti due volte al giorno, per cui
questo compito diverrebbe ancora più facile.
PRESIDENTE. Invito alla brevità chi
mi ha chiesto d’intervenire per una breve
replica, anche perché credo che debba
proseguire questo scambio di rapporti tra
la Commissione e le associazioni rappresentate nella Consulta nazionale per i problemi dell’AIDS. Vorrei anche ricordare
che sui fondi, in particolare, il ministero
ha avviato un’indagine amministrativa
FRANCO GRILLINI, Presidente nazionale dell’ARCI-gay. Solo su quelli dell’Istituto superiore di sanità.
PRESIDENTE. Sì, ma il Parlamento,
anche per seguire obiettivi autonomi rispetto all’azione del Governo e del ministro, ha voluto invece allargare una sua riflessione con l’obiettivo di tradurla in
eventuali atti parlamentari.
ROSARIA IARDINO, Rappresentante
dell’Associazione nazionale per la lotta contro l’AIDS. Vorrei invitarvi tutti ad una riflessione importante. Prima non l’ho detto,
ma sono sieropositiva da quattordici anni,
e anche oggi, qui come fuori, sento parlare
di emergenza AIDS. Vi prego quindi di riflettere sul fatto che in questo caso l’emergenza non è dettata dalla necessità di ricostruire una strada dove all’improvviso è
cascata una bomba ma di far fronte, in
Italia, a seimila casi all’anno di nuove infezioni da HIV. L’emergenza nasce dal fatto
che i sieropositivi eterosessuali hanno superato i sieropositivi omosessuali ed appartengono ad una fascia compresa tra i
15 e i 25 anni. Nell’emergenza AIDS,
quindi, il problema non è solo legato all’assistenza o a una politica di prevenzione, anche se fondamentale tra i giovani.
Nel momento in cui vi sono, da una parte,
dei farmaci che possono e tendono a cronicizzare la malattia, dall’altra, modelli
d’intervento, abbastanza efficaci, da parte
delle associazioni non governative, calare
la soglia d’allarme significa regredire, a
mio avviso. Vi invito quindi a considerare
l’emergenza del problema AIDS, inteso
come malattia sessualmente trasmissibile
soprattutto tra i giovani. Ve lo dico come
una persona che ha contratto l’infezione a
17 anni. La prima riflessione a cui invito
anche i rappresentanti di tutte le altre associazioni, quindi, è di non adagiarsi su risultati conseguiti, certo importanti ma ben
lontani dal tenere sotto controllo un’epidemia che ancora oggi si chiama pandemia.
Non è vero, come ha detto l’onorevole
Cè, che è negativo tutto quello che è stato
fatto finora. Credo, infatti, che si debba
prendere atto dei grossi sforzi delle associazioni di volontariato, e se è vero che
esse non devono sostituirsi al pubblico, è
anche vero che quest’ultimo deve rendersi
conto che senza il privato sociale può fare
ben poco, non fosse altro per le risorse
umane che il volontariato può mettere a
disposizione con costi molto modesti rispetto ai miliardi che il ministero ha speso
per campagne pubblicitarie che, magari,
non sono mai state distribuite.
È stato detto, a ragione, che il problema AIDS non investe solo il Ministero
della sanità; per la prima volta, infatti, i
malati si sono resi protagonisti delegando
la loro situazione non solo alle istituzioni
ma anche alle associazioni: Rino Varasso
ed io abbiamo fatto parte della Commissione nazionale per l’AIDS dopo dieci anni
che veniva richiesta la presenza dei sieropositivi al suo interno; chiediamo che i
rappresentanti dei sieropositivi continuino
a farne parte, perché è una conquista
quella del malato che può aiutare le istituzioni.
Non so cosa sia il decreto-legge n. 536
sui farmaci innovativi. E questo lo dico
per sottolineare l’esistenza di un altro
problema, nel senso che chi opera direttamente con le persone, chi può fornivi
l’aiuto che ci chiedete, di fatto non riesce
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ad avere informazioni così importanti per
il suo lavoro.
FRANCO GRILLINI, Presidente nazionale dell’ARCI-gay. Voglio dire, anzitutto,
che la commissione d’inchiesta istituita dal
ministro della sanità si riferisce solo, a
quanto mi risulta, ai fondi dell’Istituto superiore di sanità. Credo che su quei fondi
si sappia più o meno tutto, per cui sono
tra coloro che hanno ritenuto un po’ bizzarra l’istituzione di una commissione, anche perché, ancora una volta, sta rallentando tutto. Bisognerebbe fare in modo,
quindi, di far sì che ciò che viene istituito
non intralci il lavoro né lo blocchi. L’istituzione di questa commissione, invece, ha
rallentato di sei o sette mesi la rendicontazione e, conseguentemente, il pagamento
alle associazioni. Pertanto, ciò che queste
ultime hanno chiesto si è risolto in una
sorta di boomerang.
Bisogna sapere che fine hanno fatto
questi 2.100 miliardi, che non sono certo
poche lire. Ricordo un incontro con il ministro Guzzanti, assieme al dottor Agnoletto per la LILA e Aiuti per l’Anlaids:
chiedemmo al ministro se sapeva dove
erano andati a finire i soldi; ci rispose che
onestamente non era in grado di dircelo.
Quindi, se i 2.100 miliardi non sono « desaparecidos », ci si dica dove sono e se si
possono riutilizzare e riconvertire. Se non
vi è più bisogno di settemila posti letto,
una parte si utilizzino per creare nuovi
ospedali e per ristrutturare quelli esistenti,
una parte si riconvertano in fondi per l’assistenza domiciliare e per l’informazione e
la prevenzione mirata. Ma tutto questo si
deve fare subito. Se vi sono 2.100 miliardi,
che si utilizzino. Non dobbiamo neanche
prevederli nella finanziaria, non dobbiamo
litigare perché non ci sono soldi, non dobbiamo fare nessun cambio di spesa, perché
questi miliardi già ci sono. L’appello che
rivolgo agli onorevoli parlamentari, quindi,
è di fare uno sforzo per far sì che vengano
utilizzati.
In Italia i morti di AIDS sono già 30
mila e i sieropositivi sono 150 mila, concentrati nella fascia di età compresa tra i
20 e i 45 anni, quindi tutti sessualmente
attivi. Per ogni italiano vi è una possibilità
su dieci di incontrare una persona sieropositiva e di infettarsi, ovviamente se non
usa le cautele da noi vivamente consigliate.
Siamo in un paese in cui la metà delle
persone si infettano sotto i venti anni !
Questo è spaventoso. Si parla sempre, a
sproposito, di famiglia, ma ci siamo mai
chiesti come faccia un genitore ad essere
tranquillo in una situazione di questo
tipo ? Sembra che l’AIDS sia stato accettato come una fatalità, non se ne parla più
anche se è una realtà macroscopica. Qual
è la ragione psicologica di questo atteggiamento ? Come psicologo ho provato a chiedermi perché su questa materia vi sia una
specie di ipnosi che blocca tutto, che rende
impossibile spostare qualsiasi cosa.
Si faccia pure una commissione d’inchiesta, anche se vi è il rischio che finisca
per bloccare tutto nuovamente. È forse
più urgente, quindi, che gli onorevoli parlamentari scovino dove sono finiti i 2.100
miliardi, perché, come ho detto, ci sono e
sono immediatamente utilizzabili.
LUIGI CERINA, Rappresentante del
gruppo consiliare antiprobizionismo –
Roma. Scusa se ti interrompo, ma il dottor
Falcitelli ha detto come sono stati distribuiti.
FRANCO GRILLINI, Presidente nazionale dell’ARCI-gay. Noi non se siamo al
corrente e non lo è neanche l’opinione
pubblica. Comunque, tanto meglio se è
vero.
A mio avviso, questa Commissione dovrebbe convocare una specie di conferenza
nazionale sull’AIDS (è previsto, per esempio, dalla legge sulle tossicodipendenze)
dove tutti gli attori siano insieme per riuscire a capire, finalmente, cosa bisogna
fare in questo benedetto paese per allinearlo, se non altro, alla soglia dei paesi
civili europei, il cui intervento sull’AIDS è
efficace. Penso che la legge n. 135 debba
essere radicalmente rivista o che debba essere riscritta una nuova legge in materia.
Altra questione: i 25 miliardi devono
essere utilizzati subito. Chiedo ai parlamentari della Commissione di presentare
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un ordine del giorno che impegni il Governo a destinare queste somme entro due
mesi. Questi soldi sono pochissimi, sono
scandalosamente pochi rispetto alle necessità; ma almeno che siano spesi. Per quale
motivo non vengono spesi ? Anche in questo caso, la ragione per cui non si delinea
un piano per spendere queste somme, se
non è politica è forse di carattere psichico !
La mia proposta è che metà dei 25 miliardi venga spesa per l’assistenza domiciliare e metà per campagne mirate affidate
finalmente alle associazioni del volontariato e con progetti efficaci. Infatti, dare
100 milioni ad un’organizzazione nazionale, onestamente significa buttarli via
perché servirebbero unicamente per pagare il telefono. Queste somme devono essere spese immediatamente per il bene e
nell’interesse della collettività. Vi chiediamo di intervenire su queste questioni
concrete, in modo tale che almeno si
rompa la cappa di nullità che blocca tutte
le iniziative concernenti il problema dell’AIDS in Italia.
d’inchiesta, ma ovviamente è necessario
presentare un progetto di legge, discuterlo
ed approvarlo. Invece, per tutto il resto, a
partire da questa indagine conoscitiva per
arrivare a risoluzioni, ordini del giorno,
modifiche legislative, sarà la Commissione
che potrà incaricarsene.
Le domande ed i problemi posti nell’odierno incontro saranno utilissimi per il
prosieguo dell’indagine conoscitiva, che
presumibilmente si concluderà con l’audizione dei ministri competenti. Voi potrete
leggere il resoconto stenografico dell’audizione del dottor Falcitelli, anche se non si
è ancora conclusa, al quale sia i deputati
presenti oggi sia quelli che leggeranno il
resoconto dell’audizione odierna potranno
porre quesiti, stimolati dalle questioni che
voi oggi avete posto.
Ringrazio i nostri ospiti per la loro
disponibilità.
PRESIDENTE. A conclusione dell’audizione odierna, vorrei fornire alcune risposte alle sollecitazioni emerse. Innanzitutto,
al di là dell’inchiesta ministeriale, è sempre possibile istituire una commissione
DOTT. VINCENZO ARISTA
La seduta termina alle 14.15.
IL CONSIGLIERE CAPO DEL SERVIZIO
STENOGRAFIA
Licenziato per la stampa
dal Servizio Stenografia il 30 gennaio 1997.
STABILIMENTI TIPOGRAFICI CARLO COLOMBO
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pag. 27-34 - XIII Legislatura