Luca Moreno
LA COMMEDIA NOVA
Poema fantastico in due libri
BORDIGHERA – 2005
Dedicato
a tutti gli esseri viventi
di Casavaniglia
LA COMMEDIA NOVA
Introduzione all’opera e al libro primo
Il Titolo
E’ necessario ricordare, lapalissianamente, nell’introduzione di un’opera intitolata La Commedia Nova, che
l’utilizzo di parte del titolo della Divina non consente alcun confronto tra quest’ultima e la manciata di versi
qui proposti al lettore, essendo il baratro che divide le due opere non abissale bensì incommensurabile. Però
è altrettanto vero che Dante Alighieri non ha acquistato i diritti sul titolo della sua opera che peraltro
sarebbero già scaduti. Mi sarebbe piaciuto chiamare il mio piccolo lavoro La Commedia Umana, ma se
l’avessi fatto avrei peggiorato la situazione. Ecco allora La Commedia Nova che, come la Nuova 500, il
Novissimo Ghiotti, dovrà confrontarsi, in un ambito assai più ristretto, con le ingiurie del tempo e con la
benevolenza dei lettori.
Vi devo dire che mi sono divertito molto (anzi moltissimo) a scrivere un racconto fantastico in due libri
usando la formula delle terzine di endecasillabi a rima incatenata; proprio quelle di cui si è servito Dante che
mi ha aiutato a capire come si possono descrivere personaggi, paesaggi ed emozioni e soprattutto come si
può conferire una struttura ad un’opera poetica quale è la mia.
Il Contenuto e la Forma del Racconto
Nell’opera si immagina che un pellegrino (cioè colui che sta compiendo la traversata della vita) riesca a
vivere nel sonno un’esperienza onirica complessa e articolata. Nella loro assurdità le vicende, giustificate
dall’anarchia del sogno - di cui il protagonista diventa consapevole solo dopo il primo risveglio (canto VI) sono governate da una logica interna che prepara la soluzione finale. Spazio e tempo, sono stati parzialmente
ridefiniti sia per motivi estetici che morali. Quando il pellegrino si accorge che talvolta nel suo viaggio il
tempo sembra passare lentamente, mentre gli ambienti circostanti cambiano con una rapidità vorticosa, il suo
Maestro, nel canto III, gli dice: Sol ti dirò, per darti un po’ di lenza, che lento è il modo del tuo camminare,
perché virtù, si chiama la pazienza; ma rapidi tu vedi evaporare, i luoghi da te appena visitati, perché vita, è
prest’a terminare (I, III, 22-27). Questa dimensione verrà richiamata in altri luoghi dell’opera sia da ulteriori
chiarimenti gucciniani (il noto cantautore è il Maestro del pellegrino), sia come modalità con cui il
protagonista vive e transita da una vicenda all’altra.
La figura centrale del primo libro è Francesco Guccini, maestro loquace, simpatico, sanguigno nelle sue
reazioni, che non rinuncia mai a compiere il proprio dovere nei confronti del suo discepolo. Il personaggio di
Guccini, che qui ha una caratterizzazione solo in parte presa dall’artista pubblico che conosciamo,
rappresenta il dovere morale che, per sua stessa definizione, non può essere vissuto in modo approssimativo
e meno che mai fiacco ed impigrito; non a caso egli, così come tutti coloro che provengono dalla Valle dei
Maestri (canti XIX e XX), è in grado non solo di leggere nel pensiero degli allievi, ma anche di
comprenderne le sensazioni. Non mancano poi, nella Commedia Nova, argomentazioni di carattere politico,
anche se esse sono riferite in termini piuttosto generali.
La Commedia Nova nella sua impostazione fondamentale ha dunque intenti moralistici. Il protagonista cioè
non compie un viaggio di piacere nel quale ha la possibilità di sfogare i suoi desideri più o meno infantili di
incontrare personaggi famosi a lui cari ma, intraprende un percorso in cui è costretto a confrontarsi con
luoghi comuni e condizionamenti mentali; apprende l’importanza dei valori positivi della vita attraverso i
colloqui e l’esperienza diretta; riflette sugli aspetti dolorosi e gioiosi dell’esistenza, nella ricerca di un
rapporto armonico tra essi; instaura relazioni con persone diverse alle cui istanze deve saper reagire con
comportamenti equilibrati ed opportuni; ed ancora ottiene utili insegnamenti da color che sanno su come
esprimere l’arte del cantare, della quale il pellegrino è molto appassionato, senza che in ciò sia assente il
gusto e il divertimento di praticare un’esperienza certamente significativa. Ma ciò che innanzitutto viene
richiesto al pellegrino è scegliere se intraprendere prima e continuare poi il viaggio che gli viene proposto. In
altri termini: vincere la paura, affrontando le situazioni più varie, nelle quali tuttavia è consigliato ed aiutato
dal Maestro.
Nel primo libro il pellegrino cade spesso in fallo e ciò costringe il Maestro Guccini a richiamarlo ai suoi
doveri; ma ciò avviene perché, appunto, di un percorso si tratta che se pur non consente scorciatoie richiede,
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attraverso l’errore, il raggiungimento di stadi superiori che sono rappresentati principalmente dai Quattro
Approfondimenti. Più mite il significato dei risvegli; tutti e quattro infatti descrivono una caduta d’energia
che può essere determinata da ragioni misteriose, come nel primo risveglio del canto VI, oppure da
comportamenti non corretti, come nel secondo risveglio del canto XVI che è provocato da un eccesso d’ansia
del pellegrino.
Ma nonostante ciò il pilastro della Commedia Nova è costituito dall’ironia di cui dobbiamo sempre
garantirci la presenza, in quanto l’idea stessa di scrivere un poema in cui sia possibile incontrare Gianni
Morandi e l’Imperatore Giustiniano o l’affidiamo all’ironia, altrimenti non ci resta che la pazzia; frequenti
poi le situazioni in cui le vicende assumono quel taglio caricaturale necessario all’ironia per potersi
manifestare. Un esempio per tutti l’episodio dedicato a Mina nel IV canto in cui la descrizione del trono
volutamente grossolana, l’eccessivo numero di terzine dedicate ad elogiare la cantante, prima che finalmente
salti fuori il suo nome, contribuisce a dare un clima spensierato all’incontro. Ma lascio al lettore la voglia di
scoprire tutti quei punti della Commedia Nova in cui si è cercato di ironizzare su un racconto costruito con
versi semplici e lineari e vissuto, sempre e tutto, come un piacevole gioco.
Dal punto di vista formale la scelta del linguaggio poetico è dovuta alla sua capacità di sintetizzare concetti
che illustrati in prosa avrebbero richiesto una più ampia digressione, insomma un maggior numero di parole.
In questo senso la poesia non è affatto lontana dalla logica linguistica del latino e dell’inglese, la lingua
moderna per eccellenza, perché anche in questi idiomi la capacità di comunicare sinteticamente è assai
intensa. Gli artifici poetici quali gli articoli sottintesi, l’elisioni, la libera costruzione del periodo, ma pur il
confine, ben delimitato dell’endecasillabo, consentono una descrizione impressionista sia degli eventi che
delle sensazioni. Conseguente a ciò è che il lettore, nel leggere o nell’ascoltare un testo poetico, prima viene
catturato dalla forma e dal ritmo (anche perché essi sono, nell’epoca nostra, sentiti ormai come inusuali) e
solo successivamente (anche se tale processo è assai rapido) percepisce il contenuto. E poi la possibilità attraverso il gioco delle ripetizioni, del verso spezzato, delle rime interne, attraverso la stessa struttura del
canto nel quale occorre dislocare la narrazione secondo un criterio di equilibrio interno - di imprimere al
racconto un ritmo in cui la sapiente valorizzazione delle pause da parte del lettore esperto, consente (in caso
di lettura ad alta voce) di richiamare l’attenzione dell’ascoltatore su quelle parole e su quei concetti ritenuti
particolarmente significativi.
La struttura di un poema è rigorosa come può essere quella di un opera in prosa; però qui si percepisce più
intenso il rapporto gerarchico fra le parti: ogni parola scelta per il suo preciso significato, si completa nel
singolo verso che in genere s’identifica con un concetto compiuto; e questo si apre nelle terzine e nei gruppi
di esse, fino ad arrivare al canto, poi al libro e quindi al poema nella sua interezza. Questo percorso esigente,
in qualche modo obbliga l’autore a far sì che gli elementi narrati protendano verso il traguardo (ideale)
dell’opera. Indubbiamente la costrizione del verso e soprattutto della rima talvolta produce un ritmo forzato;
ma qui sta la sfida: riuscire il più possibile a servirsi della tecnica senza soccombere ad essa.
Il Mito
Nella Commedia Nova il concetto di Mito non solo ha un’importanza centrale, ma viene usato in
un’accezione più ampia. Mito è tutto ciò che ci coinvolge. Quantità e direzione del nostro coinvolgimento è
aspetto necessario, ma distinto rispetto alla partecipazione interiore senza aggettivi. Una distinzione
certamente temporale (ma non solo), utile per riflettere con calma sulla natura diversa della sensazione
rispetto al giudizio sulla sensazione che deriva da quest’ultima. Questa impostazione consente una più varia
qualificazione del Mito che non è più solo l’oggetto che ci attrae perché considerato “grandioso”, come è nel
caso della descrizione di Claudio Monteverdi nel canto XIX: Colui per cui tu vedi i tre Re alzarsi, è il grande
Monteverdi, eterno Claudio. Osserva come sanno a Lui voltarsi, per ascoltar parole di saggezza, ché in
Musica non può giammai sbagliarsi (I, XIX, 14-18); ma anche le nostre piccole cose che, l’uomo moderno,
nell’illusione di conservare eternamente, ha consegnato ad un unico oggetto, informatico,
(compromettendone l’esistenza), che è capace di tradirci, di distruggere le rappresentazioni a cui siamo tanto
affezionati: scritti, fotografie, films, disegni, progetti, composizioni musicali, lettere: tutti affidati al buon
cuore del nostro ardodisco. Sono questi i Miti che il protagonista perde nel canto I: E mentre era la mente a
ciò dedìta, m’accorsi tristo, ch’ogni mia parola, dall’ardodisc, di colpo era sparita (I, I, 10-12);. dove la
“parola” è qui il versatile segno informatico.
Ma il Mito può avere anche una qualificazione negativa come spiega, nel canto VII, ancora Guccini al suo
allievo: Mito è tutto ciò che ti coinvolge, nel ben, nel mal, financo in cosa orrenda. Se incontro al tuo piacer
esso si volge, allor vuol dir ch’è un Mito divertente, ma se il tuo cuor invece assai sconvolge, così com’è
II
successo in dì presente, vuol dir che ti convien meditazione, se vuoi davver far crescer la tua mente (I, VII,
93-90); ovvero la meditazione sul dolore, conduce a riflessioni approfondite.
Quindi se il Mito è positivo rispetto ai nostri gusti, codici morali, convenzioni esso sarà per noi un’occasione
di piacere legittimo, anche intellettualmente interessante; ma se invece il Mito é negativo, in quanto il
coinvolgimento persegue una direzione opposta, allora laddove v’era piacere vi è orrore, dove ammirazione,
disgusto e se necessario anche ira, relativamente al modo e all’occasione con cui si entra in contatto con
l’esperienza dolorosa. Un esempio di Mito negativo: Perché il veder gli sguardi dei piccini, cerchiati dal
rugoso e duro legno, nel modo in cui metal chiude rubini, mi provocò nel cor un tale sdegno, che pronto
sarei stato ad annientare, colui così capace e tanto indegno, vi dico, anche sol di progettare, la scena che
qui adesso inaspettata, io mi trovai costretto ad ingoiare (I, VII, 37-45).
Il Numero
Nonostante, come è stato detto all’inizio di questa introduzione, non vi possa essere alcun intento imitativo
nei confronti della Divina, è indubbio che essa ha profondamente condizionato tutto il mio lavoro. Da questo
punto di vista grande importanza hanno nella Commedia Nova i rapporti numerici.
Il 4 è il numero fondamentale di tutta l’opera. 46 sono gli anni anagrafici di chi scrive, (quando l’opera è
stata iniziata; ecco perché il secondo libro non riprende la numerazione dall’inizio bensì, col canto XXIV),
ottimisticamente valutati come la propria “età di mezzo”. Canto I: Se scrivo “mezzo”, dico cosa vera, perché
maggior speranza oggi abbiamo, che tarda possa giunger nostra sera (I, I, 4-6); e quindi 46 sono i canti; 4 i
risvegli (canti VI, XVI, XXVI, XXXVI) e 4 gli Approfondimenti (o Assorbimenti) che il pellegrino
sperimenta (canti XI, XXI, XXXI, XLI).
Ma perché scegliere il quattro e non il tre? La nostra natura sembra prediligere il numero tre. Infatti, per
prima cosa, poniamo noi stessi (uno) poi, perché ci sia dialettica, cerchiamo contrasto nell’altro (due); ma è a
questo punto che sentiamo la necessità di risolvere l’energia del rapporto duale in un elemento di sintesi che
dia ristoro e risoluzione; è questo è appunto il tre. Ma noi prediligiamo il numero tre anche perché la cultura
cristiana di cui siamo, volenti o nolenti, imbevuti fin nelle radici, ha sempre esaltato questo numero, in
quanto simbolo della Trinità. Ebbene: se si può ascrivere al cristianesimo il merito di avere costruito
filosoficamente e psicologicamente il Mito del Tre, possiamo certamente riconoscere al laicismo, il merito di
aver edificato il pensiero scientifico, razionalista, illuminista; di avere aggiunto cioè al bagaglio culturale
dell’umanità, un altro numero: il Quattro appunto, che oltrepassa (o completa?) ogni teologia ed ogni
metafisica.
In questo senso possiamo dire che La Commedia Nova ha un impianto fondamentalmente laico, che solo
apparentemente potrà sembrare smentito nella conclusione dell’opera, laddove il punto di arrivo (il
raggiungimento dell’Assoluto) è frutto di una ricerca compiuta, prima di tutto, dal pellegrino. Laicismo che
non vuol dire materialismo in quanto l’uomo è dotato di una identità morale che gli deriva dalla sua
interiorità, a lui necessaria per porsi come entità ideale.
Nel canto V viene detto, da Roberto Benigni nelle vesti di Pinocchio, che: E’ questa una delle nostre pene: Il
non capir la fonte dell’amore. Inutile cercar non ti conviene. Ma può donare il Bene a noi tepore,
s’edifichiam la vita nel suo interno. E’ questo il modo per fuggir dolore (I, V, 79-84); dove l’incomprensione
sull’origine del Bene non rimanda ad un mistero divino, ma ad un problema del laico per il quale il Bene è
un valore dell’uomo e non solo un valore di Dio. E se Benigni, la cui caratterizzazione prevale su quella di
Pinocchio (infatti egli non dice bugie), invita il pellegrino a non cercare vanamente, non è perché la nostra
ricerca debba essere confinata in un limite, ma perché prevale sull’indagine di quale sia la fonte dell’amore,
la necessità, nel poco tempo che abbiamo a disposizione, di edificare la nostra vita nel Bene, se vogliamo
fuggir dolore.
Eventi impossibili, quelli della Commedia Nova, ma non miracolosi, in quanto tutto ciò che d’insolito
avviene nel racconto è spiegabile con la nostra meravigliosa capacità di immaginare e di sognare, senza che
vi sia necessità alcuna di scomodare l’oltretomba o altri luoghi metafisici. Non a caso il termine “spirto”, più
volte citato nell’opera, mai significa anima in senso religioso, ma coscienza, umore, riacquistare i sensi.
Tornando alle analogie numeriche, esse non si limitano al numero 4. Infatti l’opera è suddivisa in gruppi di
cinque canti per cui il lettore incontra un Risveglio o un Approfondimento (alternativamente) dopo il V, X,
XV, XX, XXV, XXX, XXXV, XL canto.
III
La Tecnica
La forma poetica della Commedia Nova è costituita da terzine con endecasillabi a rima incatenata. Si tratta
del verso di Dante nella Divina, che, presenta questo schema: ABA, BCB, CDC, e così via, in modo da
formare sempre gruppi di tre versi alternativamente rimati cosicché le terzine risultino, appunto, incatenate
tra loro. Non hanno però la terza rima, il primo e il terzo verso della prima terzina di ogni canto. Talvolta, per
ragioni narrative lo schema endecasillabico è interrotto. Per esempio: canti VIII e XLIV.
Qualcosa dobbiamo dire sull’endecasillabo. In poesia esso non è calcolato secondo la normale quantità delle
sillabe; per esempio il verso: E’ quella filastrocca con i mesi (I, VIII, 32) è un endecasillabo puro in quanto
le sillabe, contate nel modo ordinario, sono undici. Ma è un endecasillabo anche: E’ d’uopo infatti che tu
ormai comprenda (I, VII, 80) e questo perché al fine di mantenere il ritmo poetico si usa la sinalèfe che
permette di contrarre il numero delle sillabe (per cui tu ormai diventa tuormai). Naturalmente esiste il
processo inverso che si chiama dialèfe per cui in certi casi le due vocali di fine ed inizio di due parole vicine
non si fondono per non compromettere la comprensibilità del testo. Queste forme sono cosa diversa dalle
elisioni vere e proprie. Per quanto riguarda la questione degli accenti essa, data la grande varietà possibile, è
affidata alla valutazione dello scrittore in base al ritmo che egli, per ragioni drammatiche, ha voluto
imprimere al discorso. La tecnica ci mette a disposizione le sue regole, ma esse non ci devono tiranneggiare.
In questo senso la punteggiatura, ovviamente rispettata nel suo complesso, è stata tranquillamente
modificata, proprio per motivi narrativi. Per quanto riguarda invece la rima ve ne sono di tantissime tipologie
anche se la quasi totalità dei versi della Commedia Nova presenta rime pure come pozione/visione;
formica/amica; ma ne esistono anche di impure come grama/vana; primigenia/degna; corteccia/altezza,
senza considerare i casi come dédita (sdrucciola) e sparita (piana) che non fanno rima; per cui dédita è
trasformata in dedìta che così può far rima con sparita, come nel verso del canto I, già citato in questa
introduzione.
Infine dobbiamo dire qualcosa sulla lettura della poesia. Così come una lettura metronomica di un brano
musicale è forse la peggior offesa che si può fare ad un compositore, nello stesso modo una lettura poetica
che non ricerchi il proprio respiro nel significato e nel rispetto della punteggiatura (anche se l’ossequio alle
virgole e ai punti può far smarrire, nell’ascoltatore, la precisa e ripetuta successione delle rime) è priva di
senso e fascino. Per un esempio positivo:
Settembre fa pensar a posizione
di nostra età, di quale sia il valore
di nostra vita, forse un po’ smarrita
l’identità, del nostro primo amore.
(I, VII, 57-60) in cui la particolare musicalità è resa dalle belle parole scritte da Guccini (da me radicalmente
rielaborate) ma anche dal verso che continua nel successivo e dalla rima interna vita/smarrita. Per vostra
conoscenza ecco il testo originale tratto da “La Canzone dei dodici mesi”: Settembre è il mese dei
ripensamenti sugli anni e sull’età/Dopo l’estate porta il dono usato della perplessità/Ti siedi e pensi e
ricominci il gioco della tua identità.
Ancora qualche informazione di carattere generale: Nel primo libro della Commedia Nova vi sono solo tre
versi consapevolmente “rubati” a Dante: Nel mezzo del cammin di nostra vita; e caddi come corpo morto
cade del canto I e un vecchio bianco per antico pelo del canto XVII; ma, nonostante non sappia dire in quale
punto della Divina si trovi, anche perché ragion non può qui menar vanto del mio canto I è certamente
dell’Alighieri. Non merita poi soffermarsi sugli innumerevoli condizionamenti, consci ed inconsci, da me
subiti.
Le parole straniere sono scritte come si pronunciano o italianizzate: per es. Windows e hard disk diventano
Vuindovs e ardodisco, anche abbreviato in ardodisc, (canto I); e ciò perché la corretta scrittura della parola
straniera avrebbe costretto ad una lettura altrettanto corretta, determinando in questo modo dei suoni spuri
rispetto a quelli prodotti dalle altre parole del verso. Il caso più eclatante sarebbe stato: dall’hard disk, di
colpo era sparita. Vi sono comunque delle eccezioni (anche se poche).
Il lavoro, essendo frutto di attività spontanea è stato curato con l’amore che si dedica alle pratiche non
prezzolate; ma questo non ha certamente evitato errori, contraddizioni, imprecisioni ecc. Di questo mi scuso.
Ringrazio invece con un bacio affettuoso la mia cara famiglia che nel vedermi scrivere la Commedia Nova
ha talvolta temuto che potessi, appunto, smarrire l’ironia, per consegnarmi, mani e piedi, alla follia.
L.M.
IV
Libro Primo CANTO I
La lunghezza della vita. Il blocco del sistema. La disperazione del pellegrino. L’ invocazione ai bait. Il sonno e il sogno del pellegrino.
L’apparizione di Francesco Guccini. Le meraviglie promesse. (93, 93)
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Nel mezzo del cammin di nostra vita,
mi ritrovai, di fronte a una tastiera,
che fu dall’Ibiemme costruita.
Se scrivo “mezzo”, dico cosa vera,
perché maggior speranza oggi abbiamo,
che tarda, possa giunger nostra sera.
Ma questo pensiero, simile a un amo,
che lancia a noi la scienza progredita,
non può bastar per dir: virtù vantiamo!
E mentre era la mente a ciò dedìta,
m’accorsi tristo, ch’ogni mia parola,
dall’ardodisc, di colpo era sparita.
Allora io provai col cuore in gola,
a reinizializzare la mia rama,
senza ottenere, alcuna consola.
Perché miei bait! - urlai con voce grama volete il disco mio del tutto incolto,
che il ricercar cartella è cosa vana?
E lor, nel rinnegare a me il maltolto,
bramarono, lo schermo a me davante,
render sì nero, da farmi sconvolto.
Caddi sul letto, a mo’ del gigante,
col viso tutto intriso del mio pianto,
sedato dal dormir, per ore tante;
entrando di filata in quel recanto,
in cui non stiamo, seppur lo viviamo,
perché ragion non può, lì, menar vanto.
Di questo che di notte noi proviamo,
a rammentar, noi spesso siam tentati,
quando di giorno, consci respiriamo.
Ma così, come prima d’essere nati,
nessun dei nostri sogni cercheremo,
nei dì in cui saremo cancellati.
Ma il sonno dista dal suo passo estremo,
per ciò che, appunto, noi chiamiam sognare,
che forse vuol svelar chi poi saremo.
Qui ora inebriato sto a narrare,
di quel ch’ancor nel vago mi rimane,
pur se il chiaror, mi par stia ad arrivare.
In luce e nello spazio, come a mane,
m’apparve un prato, dai fior colorato,
restio a portar sul manto cose insane.
D’improvviso, com’opera del fato,
pur stando ancor da lui assai lontane,
veder potei, un uom ben assemblato.
Io subito tentai ragioni vane,
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cercando di scoprire mai chi fosse,
sperando non avesse idee balzane.
E lui, nell’imitare un po’ le mosse,
di quelli che desideran parlare,
si schiarì, come se soffrisse tosse.
Io qui credei soltanto immaginare,
non conscio che tutto il mio vedere,
sgorgava tutto quanto dal sognare.
Volle iniziare a darmi da bere,
raccontando, con “l’erre” nella voce,
qualcosa che non era un miserere.
Su vien, o pellegrino a questa foce,
in cui si spande, ogni tuo desire,
che far morir, sarebbe cosa atroce.
Tu oggi ti ritrovi nel patire,
in quanto più non riesce l’ardodisco,
i Miti tuoi, a fare rinsavire.
Tu sappi che io bene lo capisco,
accadde a me, pur anche con dolore,
quando, da orrendo crach io fui confisco.
Io misi dentro Vuindovs con amore,
i motti sia del cuor che del cervello;
d’ogni canzone, ogni mio colore.
Ma tutto mi sembrava troppo bello,
e per aver tradito la mia carta,
sparire vidi, quel ch’ancor favello.
Io son Guccin, non vengo da Giacarta,
ma terra più vicina è a me più cara,
ma spesso occor che io da lei diparta.
Io son qui, per levarte la tua tara,
a ché tu possa ancor meravigliare,
in modo tal, che non ci sia più gara.
Or tu, a eccelse cose abituare
ti devi tutto, per essere pronto,
qui prima a praticar e poi a narrare.
Se or ti senti, simil’ad un tonto,
è l’occasion, ch’adesso si presenta,
cosa special, ben sopra ogni tuo conto.
Mio pellegrin, ti spingo! Osa! Tenta!
Se vuoi soddisfazione a giusta brama,
se vuoi che mente tua, salti contenta,
se vuoi davver parlare con chi ha fama,
al fine d’acquisire veritade,
dai Miti tuoi che sanno d’ogni trama.
E nel sentir proporre tali strade,
da un uom sì grande come è ancor Francesco,
io caddi come corpo morto cade.
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CANTO II
L’affabilità di Guccini. Lo strano paesaggio. L’incontro con Topo Gigio. Le perplessità del pellegrino e le rassicurazioni di Guccini. La
reale natura di Topo Gigio. (87, 180)
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Affabil è davvero il mio Maestro,
che quando mi osservò di sensi privo,
pensò di ridestarmi col suo estro.
Francesco infatti, che non fu mai divo,
- nascendo da substantia la sua arte trasmetter sa, cosa vuol dire “vivo”.
Scegliendo tra le nobili sue carte,
col chitarrin, s’apprese ad intonare,
canzon tra le più note anche su Marte.
Nel punto in cui la forza sa spiegare
le ali, che fan tutti gli omi uguali,
riprese in me, lo spirto a ritornare.
Ma nel veder, così poco banali,
i luoghi, che ai miei sensi eran balzati,
io domandai: Quest’occhi miei, son vali?
Entrambi eravamo circondati,
da pezzi profumati di formaggio,
vi voglio dir, di quei tutti forati.
In mezzo a un buco, fatto per assaggio,
vedevo un esser dalle orecchie grosse,
che ben portava, senza alcun disaggio.
Sembrava molle come chi è senz’osse,
con occhi ben rotondi e spalancati,
ed anche con le guance un poco rosse.
Ma il corpo, gli arti assai sproporzionati,
rispetto a quell’orecchie che dicevo,
eran però, molto ben disegnati.
Con voce che a sentir io sorridevo,
qui ripeteva come chi non erra,
un motto strano, che non comprendevo.
“ Di man non son, io spirto della terra! “
Allor mi feci tutto incuriosito,
e chiesi a chi la bell’Emilia serra:
O tu, che m’hai portato in questo sito,
che con la mente non si può spiegare,
mi vuoi qui dir, chi sia questo mio Mito?
Con pausa breve prima di parlare,
avendo già intuito dal mio viso,
quella reazion, che stava per parare,
mi disse: Pellegrino, guarda fiso!
Tu certo non puoi aver dimenticato,
chi conoscesti, fin dal primo riso.
Tu eri da poch’anni appena nato,
pur venni a conoscenza di quel Topo,
che per sua fama, Gigio è nominato.
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Quel verbo, m’irritò subito dopo,
da farmi venir voglia di fuggire:
Davver quel Gigio, a me pareva inuopo!
Se tu in questo viaggio - io presi a dire non puoi mostrarmi qualche soluzione,
allor ti prego, lasciami morire.
Ma subito io caddi in confusione,
causata dal parlar troppo sventato,
che l’amor proprio manda in contrizione,
sentendomi parecchio imbarazzato,
nell’osservar sua testa che scuoteva,
come ramo, dal vento appen spostato.
Ma per l’affetto, che Guccini aveva,
mi volle perdonar lieve misfatto,
mostrandomi il saper, che tutto eléva.
Tu credi che lui sia pupazzo fatto,
invece è qualche cosa di più grande,
ch’or ti dico, se pur mi credi matto.
Dagl’Appennini, fin sopra le Ande,
si crede sposto Gigio da due mani,
esperte tal, d’apparir venerande.
In verità, un cuor come gli umani,
ei porta ben celato dentro il petto,
per generar nei bimbi gioie immani.
E’ questo che vuol dir con il suo detto;
alfin nel mondo, tutto conosciuto,
si sappia ch’abbia il ben dell’intelletto.
E’ l’uomo tardo, adulto e ben pasciuto,
che perde la natura delle cose,
perché non ama più ciò in cui ha creduto.
Come giardin, si tinge delle rose,
vedendo giunger lesta primavera,
che nuovi fior, fa nascer senza pose,
così, il mio rossor, per voce vera,
mutò sì tanto i tratti del mio viso,
che quasi mia persona più non era.
Ripresi a camminar con nuovo avviso,
cercando di mai più dimenticare,
per imparar da ciò ch’avei conquiso.
Infatti noi dobbiam ben indagare,
i frutti che traiam dall’esperienze,
che morte sa così ben avariare.
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CANTO III
Una diversa concezione del tempo. Il Salone delle Feste del Casino di Sanremo. L’incontro con Gianni Moranti. Dissertazione di Mina
sull’arte del cantare. (96, 276)
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In modo molto lento camminavo,
ma rapidi fuggivano gli ambienti;
infatti più gruviera non trovavo.
Parea d’esser spostato d’altri venti,
diversi dalla vita naturale,
possibil sol, nel regno dei dormienti.
Guccini, così saggio e così vale,
dal quale ora son ammaestrato,
comprese sensazion mia non usuale,
e prese a raccontarmi entusiasmato,
con la consueta sua preparazione,
ciò che io non avevo domandato.
Di certo non bevesti una pozione,
che noi gustiam talor su nostra terra.
Tu sol qui vivi nuova situazione.
Ma é meglio che tu ancor conservi in serra
il dubbio, che silente qui mi poni;
per tempo, il vero ben si dissotterra.
Se infatti l’ansia tua tutta deponi,
e provi a far tesor dell’esperienza,
eviterai di certo gli svarioni.
Sol ti dirò, per darti un po’ di lenza,
che è lento il modo del tuo camminare,
perché virtù, si chiama la pazienza;
ma rapidi tu vedi evaporare,
i luoghi da te appena visitati,
perché vita, è prest’a terminare.
Nel fare sì bei detti esaminati,
io mi trovai seduto in una sala,
con sedie, luci e palco preparati,
in cui sentivo come un batter d’ala,
scandire una canzone risaputa,
che molti anni ancora non l’ammala.
Francesco, nel guardar mia bocca muta,
mi spinse a favellar, se non volevo,
che quella mia occasion fosse perduta.
Il luogo, che assai bene conoscevo,
un tempo celebrava in ogni anno,
quel Festival, ch’è a me quasi coevo.
Rituale che produce qualche affanno,
infatti ancor Sanremo è rifiutato,
sia da Guccin e d’altri che mai vanno.
D’un tratto, da Bongiorno presentato,
apparve nel Salone delle Feste,
un giovin nelle mani assai dotato.
Portava addosso, quell’antica veste,
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che noi coloravamo in bianco e nero,
nell’era della Rai senza celeste;
ma avendo qui di fronte quello vero,
che fa di nome Gianni e poi Morandi,
gli domandai deciso e assai sincero:
Come tu fai, con gl’anni che nefandi,
rovinano la pelle più forbita,
a metter la vecchiaia nei rimandi?
Ed ei facendo un po’ come si cita,
mi disse sorridendo, che il segreto,
se’n stava nell’amore per la vita.
Tutti bramiam, di porre nostro veto
- riprese con un nuovo discettare al nostro canutir, noto e consueto.
M’alfin che tutto ver sia il conversare,
aggiungo che purezza garantisce
quella beltà, che a te piace invidiare.
E come fa il docente col suo disce,
col dito, m’indicò perché guardassi
qualcosa, ch’ancor oggi mi stupisce.
Voleva infatti ora ch’io ascoltassi
colei, che sopra tutte è la regina,
che fa dei quattro quarti un pocher d’assi.
O tu, - lei disse - qui per medicina,
intendi, se a cantar tu vuoi imparare,
che già intonavo fino da bambina.
E’ inutile che a te cerchi celare,
un fatto d’importanza primigenia,
che serve le ambizioni a misurare;
infatti occorre avere voce degna,
che sol si trova in bene dispensato,
senza la qual ti trovi a chieder venia.
Però se tu davver sei dedicato
al canto, da donargli tanto studio,
allor da ciò che manca sei salvato.
Ma rischierei d’avere il tuo ripudio,
se anch’io non completassi quel che ho detto,
con ciò che del mio dir è il ver tripudio.
Tu puoi di note fare un grande incetto,
eppur canto mediocre riprodurre,
come chi vuole volar e sta nel letto.
Il giusto tono che ti può condurre
a far dell’arte intensa nominata,
è quello di saper note tradurre,
in modo che nozion venga trattata,
non più come qualcosa da imparare,
ma come cosa che sia sublimata.
E se per ciò, la forza vuoi trovare,
impara a ricercar dentro te stesso,
perché sta tutto lì il tuo musicare.
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CANTO IV
Il trono di Mina. Nuova richiesta del pellegrino. La sfilata dei cantanti. L’incontro con Luigi Tenco. L’invettiva contro gli organizzatori del
Festival di Sanremo. (96, 372)
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Veder questa gran dama predicare,
seduta sopra un tron tutto gemmato,
le regole del giusto e ben cantare,
mi fece qui pensar ch’è fortunato
chi può osservar sì simili sembianti,
per meglio dir, un ver privilegiato.
Il seggio suo, difeso da dei fanti,
con occhi dall’aspetto tal severo,
da spingermi a scherzare con i santi,
era di seta, di pezzo tutto intero.
Monili certamente assai pesanti,
incastonati dentro l’oro vero,
stupivan, per com’erano brillanti.
Le pietre, s’industriavano a formare,
sul petto prominente e ben davanti
un nom, che solo lei potea vantare.
Vi erano difatti quattro segni,
che quando tu li senti risuonare,
non se ne danno altri ancor più degni.
Invero, quella scritta riportava,
un nom che dà fiducia senza pegni,
che ad inchinarti tutto t’obbligava.
E’ facile a voi dir ch’io m’esaltai,
vedendo che di Mina si trattava.
Le braccia sopra i fianchi collocai,
per lo stupor che qui m’avea conquisto,
e poscia, al mio Maestro domandai:
Perché Guccin mio caro, è così disto
il mio veder, da cose abituate?
Davver ciò che qui appar non ho mai visto!
O Luca - mi rispose il caro vate che formi con Moreno un bel contrasto,
se le parole, vengon comparate
(la prima inver richiama il bianco vasto,
l’oscur rammenta invece il tuo cognome,
come chi vuol, suonare opposto tasto)
non credo comminarti una sanzione,
s’ancora nuovamente qui ti dico,
d’attender calmo tua liberazione.
Segui semmai ciò ch’indica il mio dito,
in modo che tu possa reincontrare
tutti color, ch’amavi nell’antico.
Guarda laggiù, si muove e sa cantare,
quel Little ch’ascoltavi come Toni,
che il ciuffo ner, s’ostina ad ostentare.
Se poi tu lasci, che io qui ragioni,
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presentoti ragazza piccolina,
dico di Rita, de’ stirpe dei Pavoni.
Ma un’altra che sembrava fanciullina,
perché d’amar si disse impreparata,
è quella che sentisti più vicina.
Infatti allor scambiavi come fata,
colei chiamata il fiore di Gigliola,
da tutti anche Cinquetti nominata.
Guarda laggiù, famosa per sua gola,
vi è Milva, certo un grande personaggio,
che per dolor, talvolta si sconsola.
Ma senti quanti nomi ti foraggio!
Caselli, Endrigo, Mal e Patti Pravo,
che sempre s’esibisce con coraggio.
Scorgendo, già da tempo io notavo,
un giovane che stava tutto tristo,
fuggente tosto, se sol lo guardavo:
Perché o Mastro, vedo quell’artisto,
cogli occhi suoi, da speme disperata?
Strano non è, che sia con gli altri misto?
E lui rispose a quaestio domandata,
piangendomi che Tenco si chiamava,
colui, che vol sua vita suicidata.
Nell’ascoltar quel ch’egli ricordava,
così come fa il lampo nel sereno,
io rammentai ciò ch’egli raccontava.
Allor ’na rabbi’atroce dentro il seno,
mi prese come quella del furente,
al che gridai con voce e tono pieno:
O genti, ch’a spettacolo indecente,
portate moltitudine a seguire,
obnubilando, così loro mente!
Perché non insegnate a ben sentire,
tradite quel poter che possedete,
e sempre v’industriate a imbesughire?
Nei testi le scemenze proponete,
e peggio ancor la musica ferite,
sol per contare i soldi che prendete.
Gli artisti veri sempre rifuggite,
per tema, che svelando il vostr’inganno,
distruggan le barbarie ch’impartite.
Giorno verrà, che l’orrido malanno,
che gia ha infettato tutto il nostro globo,
scomparirà con tutto il nostro danno.
Luigi ch’era un giovane assai probo,
venne cacciato, con giudizio ottuso,
da chi nel suo cervel non tenne lobo !
Udendo tal parlare tutt’in suso,
Francesco, prese gusto del mio affanno,
di cui io cominciavo a far buon uso.
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CANTO V
La speranza del pellegrino. La casa di Geppetto. L’incontro con Pinocchio. L’origine dell’amore. Il desiderio di riflettere. (97, 469)
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Il plauso rivolgiamo al corridore,
capace ad impegnarsi nello sforzo,
di esser più veloce del motore.
Egli a tal fin, si ciba del su’orzo,
perché metal, diventino le gambe,
così maggior lui spera il lor rinforzo.
Nel gareggiar, non sono cose strambe,
voler partecipare e giunger primo:
E’giusto ch’aspirar si possa entrambe.
Cosi pur io, seppure appena mimo,
i versi scritti un tempo da quel Dante,
qui spero non l’allor, ma un po’di timo.
Ma mentre qui portavo i passi avante,
di nuovo come prima scompariva,
la scena ch’a me qui stava davante.
St’all’occhio, che ti porto s’una riva,
maggiore della luce precedente;
qualcun d’eccezionale qui t’arriva.
Così messaggio giunse alla mia mente,
da Guccio, che spronato ad illustrare,
portommi nell’amore immantinente.
A dire il ver, se giusto vo’ parlare,
io vidi che una piccola casetta,
da France, fui sospinto a visitare.
Intorno c’era solo verde erbetta,
bagnata, d’una provvida rugiada
e fresca, come é sempre sulla vetta.
Non strana mi pareva la contrada,
piuttosto mi sembrava famigliare,
dovere attraversare quella strada.
Con quattro colpi volle spalancare,
quell’uscio di metallo e legno spesso,
Francesco, per volerci sì annunciare.
M’appena dentro mi fui poco messo,
vedei Mastro Geppetto lì seduto,
chiamato da Pinocchio il padre stesso.
Sul tavolo danzava compiaciuto,
quel burattin che adesso vi dicevo,
di qua e di là, con spirto assai goduto.
Se ridere o temere, non sapevo,
sì tanto mi sembrava turbolento,
ma lui che vide ciò, mi die’ sollievo.
Se tu sei qui, non puoi ch’esser contento,
mi disse con accento di toscano,
non sbaglio a dir, che ti portò buon vento!
Ti prego, non guardar troppo lontano;
se vuoi saper, qual’è il mio nome certo.
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Tu devi ricordar uomo balzano,
Pinocchio son, m’appellami Roberto,
prodotto son dai splendidi vitigni,
che forse son ragion di tutto il merto.
Inver, se detti miei suonan benigni,
a mia famiglia, offro il ringraziare,
per loro insegnamenti molto insigni.
M’adesso non più voglio ritardare
di dirti, tutto quanto sull’amore,
alfin che già tu possa completare
le cose, che sentisti nel tuo cuore,
dal Guccio, Gigio e pur da gl’altri ancora,
che libero ti voglion dal torpore.
Disegna nel pensier quattro colora,
perché diversi, sono questi amori,
di cui ti vo’ parlare a questa ora.
Il Primo, ti trafigge quando esplori,
il mondo di colei che chiami donna,
ch’è fonte d’intensissimi sapori.
Secondo, raffigura una colonna
protesa nel futuro di tuo figlio:
E’ questo il solo amor che mai s’assonna.
Il Terzo è quando noti un tal somiglio,
con amico, che Fato fa incontrare,
dal qual tu prendi e dai novo consiglio.
Il Quarto può sembrar meno importare,
alludo a quell’amor verso te stesso,
che se manca, tutt’altri fa guastare.
I Quattro qui raccolti in un consesso,
provengono pur tutti da un sol Bene,
natura cui, spiegar non c’è concesso.
E’ questa una delle nostre pene:
Il non capir la fonte dell’amore.
Inutile cercar non ti conviene.
Ma può donare il Bene a noi tepore,
s’edifichiam, la vita nel suo interno:
E’ questo il modo per fuggir dolore!
Come nel gioco, talvolta si fa terno,
se un bacio vuole dare a noi fortuna,
così felice, io fui per dir fraterno.
Pensai allor, di far cosa opportuna,
nel dare sosta piena al mio viaggiare,
perché la riflession fosse più d’una.
Guccini, non avea da perdonare,
in quanto era felice che il mio assunto,
voless’ in modo presto realizzare.
E proprio per partire dal mio spunto,
lasciommi come sole nella sera,
a far di cose udite primo sunto,
per poi con calma trarne polpa intera.
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CANTO VI
Il risveglio del pellegrino. Il sonno e la veglia. Il ritorno nel sogno. Chiarificazioni di Francesco sui temi trattati. (90, 559)
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La voglia di rifletter che ho descritto,
rimase sol progetto nella mente;
ed io il perché, vi narro con profitto.
Forse per brama, ritornai cosciente,
e nel lasciar quel sonno assai profondo,
aprii entrambi gli occhi immantinente.
Nel punto che tornai di nuovo al mondo,
m’accorsi, come lampa che s’accende,
che ciò ch’avea veduto era nel fondo
del cuor, dal qual difficil si pretende,
che cangi i sogni in cose materiali,
come si può trattar ciò che si vende.
Così, avendo perso le mie ali,
scoprendo che da un sogno ero tornato,
riandai ai miei problemi più normali.
Ma nel pensar, al viaggio terminato,
mi sorsero due opposti sentimenti,
che un solo fatto, aveva generato.
Da un lato, i sensi miei eran contenti,
perché realtà m’apparve più tranquilla;
dall’altro, a ripensar gli strani eventi,
prudeva quel qualcosa che titilla
la mente; in simil modo vo’ provare,
Ulisse, nel partir dalla sua villa.
Seconda scelta, volli praticare;
così tentai, di far cosa inusuale,
che qualche volta puossi realizzare:
rimisi la mia testa sul guanciale,
lasciandomi rapire dall’oblio,
sperando riacchiappar sogno speciale.
Vincendo nell’impresa proprio io,
mi ritrovai davanti a quel Maestro,
ch’ormai è diventato amico mio.
Non so or dirvi, quale fu quell’estro,
che mi portò di nuovo a risognare,
ma percepii ch’avei fatto canestro.
Guccini, prese allora a domandare,
- come se nulla a me fosse successo gli esiti del mio filosofare.
Seppur ero tornato a lui d’appresso,
tentai, maldestro, di celar ricordo
del rapido risveglio di me stesso.
Perciò risposi come fa il balordo,
mettendo insieme qualche vana arguzia,
per non sembrare proprio tutto sordo.
In verità... – io dissi con balbuzia –
non riesco ancor’ a ben sintetizzare,
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il senso di mirabile pronunzia,
ch’ho udito fino ad ora rivelare.
Sentendo me, con nota assai furbetta
sorrise, per volermi dimostrare,
ch’invece lui era stato di vedetta,
financo quando io m’ero svegliato,
per tema che lasciassi la via retta.
Se adesso - disse - che sei ritornato,
a me rispondi, come fa chi mente,
è sol perché ti sei contaminato,
tornando nuovamente nel tuo ambiente,
nel qual ti puoi ancora tu imbrattare.
Comunque, questa cosa non fa niente.
Adesso qui si de’ ricominciare,
se vuoi davver, gustar doman gli effetti
del viaggio, ch’ora vo’ riallineare.
Ma prima, devo a te chiarir concetti,
in modo che non sian da te obliati.
Nei tuoi incontri, solo dei precetti,
sembrava ti venisser comminati,
come s’al mondo, null’altro ben vale.
Son questi solo i primi risultati
a te dati, in guisa che tua morale,
in spirto esser possa mai restía.
E’ ver ch’in vita esiste carnevale,
il gioco, lo scherzar e la follia;
ma rammenta, le basi più concrete,
mai lascian l’uomo andare in avaria.
L’amor e il ben, or più non sembran mete,
così gli uman, si senton sempre tristi,
come i pesci che cadon nella rete.
Sta nel voler, sol beni consumisti,
ragion di distruzion del nostro dentro,
ma tali atteggiamenti van rivisti!
Ti prego quindi accelera il rientro,
alfin di non riperdere la via,
se vuoi davver sperar di fare centro.
A volte mi domando se qui stia
oppur se portar membra in altro loco,
che il non saper vagliar dà sorte ria.
Ma nel sentirmi bruciar, come foco,
tant’era forte, tutto il mio desire,
decisi proseguire il nobil gioco.
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CANTO VII
La Foresta dei Bambini Perduti. (93, 652)
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Non so se a voi è mai già capitato,
di ritrovarvi dentro a una foresta
di querce, con il fusto ben piantato,
frondose tal, che il cielo sulla testa,
d’azzurro è trasformato in verde scuro,
al punto ch’anche il sole lì s’arresta.
Essendo proprio io in tal luogo oscuro,
andai con i miei occhi su Guccini,
dal qual speravo udir: Io qui ti curo!
Ma tacque lui, che fece come i mimi,
ch’esprimon loro arte senza voce,
al punto da sembrare manichini.
Non é che avessi una paura atroce,
- non v’era alcun motivo di spavento ma stavo come il cibo quando cuoce
poco a poco, perché il fuoco è sì lento,
al punto tal che tutta la cottura,
ti fa indugiar almen minuti cento.
Nel lungo mio aspettar cosa futura,
azione o fatto nuovo da indagare,
che desse senso a tutta la verzura,
io non vedei nel ciel uccel volare,
neppur volea qui il vento esser presente,
in quel silenzio, quasi da palpare.
Davvero mi trovavo, o cara gente
come colui, che sta su delle spine,
ed altro non può far che star silente.
Ma un tratto, nel guardar cose vicine,
scoprii con l’avanzar del mio sgomento,
che quelle piante assai non piccoline,
portavan occhi, naso, bocca e mento,
incastonati dentro la corteccia,
da provocar veloce svenimento.
Le facce eran piazzate a quell’altezza,
in cui vediamo i visi dei bambini;
e ciò mi trapassò come una freccia,
perché il veder gli sguardi dei piccini,
cerchiati dal rugoso e duro legno,
nel modo in cui metal chiude rubini,
mi provocò nel cor un tale sdegno,
che pronto sarei stato ad annientare
colui, così capace e tanto indegno,
vi dico, anche sol di progettare,
la scena che qui adesso inaspettata,
io mi trovai costretto ad ingoiare.
Tale vision, sarebbe a me bastata,
ma quando pur sentii di lor la voce,
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pensai che non me la sarei cavata.
Vieni da me… - come portasse croce che vollero il mio corpo violentare,
nel modo in cui sa far bestia feroce.
Ti prego, o pellegrin, non mi lasciare…
- disse il secondo, con il pianto in gola sempre poco, m’han dato da mangiare…
No, vien qui! - sentii nuova tagliola conosco il mio lavoro solamente,
eppur di lor, io ero la figliola.
Ascolta me! - il quarto lì presente che i genitori m’hanno abbandonato,
per cui io dell’amor son sconoscente.
Di certo dentro il sogno ero infilato,
ma stare sveglio avrei io preferito,
piuttosto che tornar riaddormentato.
Al che - Francesco, tu che stai zittito,
nel modo degno solo dell’ignavo!
Perché tradisci il patto stabilito?!
D’accordo eravam ch’io replicavo,
per visitare i miei migliori Miti,
e non per diventar d’orrore schiavo!
Ma Guccio, nel parar motti sentiti,
immise nel gridar tanta energia,
che già gl’intenti miei eran pentiti.
Non puoi tu lamentare sorte ria!
Credevo che tu fossi un uomo grande,
con tempra quasi simile alla mia!
Non sai, di azioni tanto sì nefande,
che rosse di vergogna fanno il mondo?!
Le tue opinioni, sono troppo blande!
Il Mito, non è poi così rotondo.
E’ d’uopo infatti, che tu ormai comprenda,
che Mito è qui un concetto più profondo.
Insomma, qui bisogna che mi spenda!
Mito, è tutto ciò che ti coinvolge
nel ben, nel mal, financo in cosa orrenda.
Se verso il tuo piacer esso si volge,
allor vuol dir ch’è un Mito divertente,
ma se il tuo cuor invece assai sconvolge,
così com’è successo in dì presente,
vuol dir che ti convien meditazione,
se vuoi davver far crescer la tua mente.
Non devi, stolto, dar maledizione!
Piuttosto ti conviene qui apprezzare,
potente e penetrante la lezione.
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CANTO VIII
Ulteriori considerazioni sulla Foresta dei Bambini Perduti. La canzone di Francesco (99, 751)
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Dopo tal parlar, Francesco si mise
seduto, come padre fa col figlio,
e il dir severo al core sottomise.
Non devi tu tener superbo piglio,
se vuoi che questa terra inesplorata,
ti possa poi doman portar consiglio.
La strada che tu fai non è fatata,
ma se tu sai affrontar diversa sponda,
allor sarà la vita fecondata.
Nel tuo cervel, lo sento che rimbomba
la vista dei bambini vegetati
dalla violenza che l’anima piomba.
Tu sappia, che son stati lor stuprati,
nel modo più peggior da immaginare,
perché il dolor gli ha resi mutilati,
d’infanzia che non posson ricordare.
Quel legno, che li tiene sì recinti
atrocemente, vuol rappresentare,
che son dei vivi simili agli estinti.
Forse convien che qui siano vigenti
alcuni paragoni ben dipinti,
coi detti di Pinocchio ancor non spenti
in modo che dai motti rivelati,
tu sappia costruir collegamenti.
Quei quattro amori che ti sono stati
trasmessi, da Roberto senza falle,
tu puoi qui farli adesso contrastati
ai misfatti, ch’udisti in questa valle.
Ma basta! Atteggiamento vo’ cambiare,
sennò poi tu m’appelli rompipalle.
Ti suono una canzone da cantare.
E’ quella filastrocca con i mesi
che tutti gli anni, voglion ritornare.
Viene Gennaio, silenzioso e lieve,
da sembrare un fiume addormentato,
fa le cui rive, giace come neve,
abbandonato, il mio corpo malato.
Vien Febbraio, col mondo a capo chino;
con lui ogni dolor viene lasciato.
Arriva Marzo, e senti vicino
la Primavera in cui ognuno spera,
che sgorghi dalla nebbia un sol piccino.
Il dolce April, prelude a gioia intera,
sì bello è addormentarsi nell’amore,
insieme a terra, quando cala sera.
In Maggio vien desio d’altro colore,
da far cercar amante rinnovata.
E’ questo il mese dei poeti in fiore.
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In Giugno, maturità ritrovata!
Di questo mese, io ringrazio Dio,
perché la vita mia m’è stata data.
Di Luglio il mondo si fa solatio,
da far sembrar l’intorno una visione.
E’ questo il mese in cui riposo anch’io.
Arriva Agosto, con dolce pozione
che ber si può, nelle sue oziose ore.
Settembre fa pensar a posizione
di nostra età, di quale sia il valore
di nostra vita, forse un po’ smarrita
l’identità, del nostro primo amore.
Ottobre di beltà, sempre esistita!
I tini grassi, come pance piene
rifletton quella nube ormai ingrigita.
Ecco, d’improvviso Novembre viene
lungo i giardin, che sono sol del pianto
di tutti i morti, a cui vogliamo bene.
Ed ecco sul finire del mio canto,
Dicembre arriva, con sue ombre pigre.
E neve, fa discendere il suo manto.
Quel canto con i mesi costruito,
fece sparir l’orror ch’avei veduto.
Quel canto da Francesco qui sentito,
ancor dentro il mio cuor è trattenuto.
Abile assai, Guccio a modulare
i modi che ha d’usar per nostro aiuto.
Adesso - disse – occorre un po’ giocare,
perché con lo svagar s’apre la mente,
e puoi così tua prova completare.
Il lunedì, l’incontro preparare.
Il martedì, gli amici visitare.
Mercoledì, in Asia per viaggiare.
Di giovedì un eskimo portare.
Poi venerdì, il frate per pregare.
Il sabato, radici da trovare.
Domenica, a Venezia ritornare.
Ma se ti piace, un diverso scandire...
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In estate, Milano fa soffrire.
Primavera (di Praga) per morire.
In inverno, per Bisanzio partire...
Ma in autunno, Bologna non tradire!
Davvero questo canto divertito,
cambiò valutazion del mio veduto.
Con questo canto avevo un po’ capito,
del riso e del dolor il contenuto,
che se noi misuriam, dà un dato incerto,
perché il futuro nostro è sconosciuto.
Fu qui che nel gustar di Guccio il merto,
mi nacque una gran voglia di poetare,
seppur non come lui io sono esperto.
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CANTO IX
Piazza della Signoria a Firenze. La manifestazione politica. L’arrivo di Nanni Moretti. (94, 845)
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Come lo struzzo, infila la testa
dentro la sabbia, per non contemplare,
o meglio, per schivar chi vuol far festa
a lui; così voll’io, a me giurare,
di dar risposta in tutto opposto modo
al bieco mal; perché non può beare
la sua vita, ma pesca assai di frodo,
chi ad orecchie sue giunger sente
aita, e risponde: Io non odo!
Le labbra mie, così dicevan lente,
con suono come s’ode in luogo aperto,
nel qual la eco sia del tutto assente.
Fu forse per ricompensar sofferto,
che Guccio mise me in piazza antica,
preziosa molto più di un regal serto.
Intorno mi giungeva gente amica,
che lenta popolava quello spazio,
sì tanta, come in tana di formica.
Signoria, più bella d’un topazio,
m’apparve in sera estiva illuminata,
e dominata, da Vecchio Palazzo.
Perché folla, fosse lì terminata,
a me non era dato di sapere;
e nel cercar ragione secretata,
mi volsi, per avere un po’ da bere
da donna che se’n stava nella ressa,
sperando che potesse possedere
motivazion di cui n’avea contezza.
Rispose lei, con grande eccitazione,
che non voleva più sentirsi oppressa,
da vita priva di una sua ragione;
in piazza quindi lei s’era buttata,
per spirito di partecipazione.
Vedendola assai tanto sì infiammata,
tentai di penetrar di gente il flusso,
e ciò m’apparve cosa ragionata,
in quanto io speravo avere il lusso,
di giungere nei pressi di quel punto,
che fosse il più central senza discusso.
Nell’arrivar, notai con disappunto,
che Guccio stava al mio sinistro fianco,
con un atteggiamento assai compunto.
Se dico disappunto, forse manco,
- sapete quanto tengo a guida mia ma può così apparir sol saltimbanco!
Non c’è dubbio, che questa scena sia,
- mi disse - qui, assai rappresentata,
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con precisa e ver fisionomia.
Infatti vedo che tu l’hai trattata,
con nuovo ed opportun comportamento,
che rende interazion facilitata,
al punto che mi sento ben contento,
di come stai prendendo confidenza,
con questo tuo special alloggiamento.
Però non devi avere un’eccedenza,
nel creder che tu vivi nel reale,
ché del sognar, hai obbliga coscienza.
Se quindi, io t’appaio in modo tale,
possibile soltanto a esperto mago,
e sol perché tua testa è sul guanciale.
Ma mentre mi lasciava un po’ di spago,
per consentire a me di replicare,
comparve tra gli applausi nuova imago,
di uno, in procinto di parlare
in simil modo, a quel degli oratori,
che pieni di desir son d’arringare.
Quell’uom citava assai i lavoratori,
in quanto a lui, sembrava molto ingiusto,
l’odioso agir degli amministratori.
E nell’esprimer tutto il suo disgusto,
con argomenti forti e motivati,
la folla ripeteva: Giusto! Giusto!
Ma dopo aver concetti terminati,
si fece avanti un personaggio nuovo,
che tutti ci lasciò assai spiazzati,
perché or prese parte del ritrovo,
il caro Nanni, dico di Moretti,
accolto con le urla dell’approvo.
E’ ver che sotto il podio s’era stretti,
perché ognun da corpi circondato,
che costringevan noi a stare eretti,
ma nel guardar i visi era scontato,
che Nanni qui volevan tutti udire,
malgrado il caldo assai consolidato.
Ma il ciel, non volle ciò acconsentire!
Così come succede in tardo agosto,
che pioggia, s’affretta nel predire
l’odore settembrin del nuovo mosto,
incominciò, si forte a diluviare,
ch’ognun abbandonò proprio avamposto.
Quel fatto fece assai così irritare,
che molti proferiron volgar detto,
che qui conviene assai non replicare,
Al fin che il mio racconto resti retto.
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CANTO X
La folla ripara nella Loggia dei Lanzi. Gli artisti antichi e moderni. La ressa spaventa il pellegrino. La trasformazione del pellegrino. (97,
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E’ facile adesso immaginare,
che per descriver folla nel fuggire,
io provi il paragon recuperare,
con l’anime, bramose di guarire
lo spirto lor, in quel del Purgatorio,
che Cato da Casella fe’ partire.
A parte che non siamo in un mortorio,
(e questa è cosa ormai già stabilita),
ma il più è che sarebbe assai illusorio,
tentar sfiorar, con rima striminzita,
le ali immortali di quel Grande,
che a noi lasciò il Poema della Vita.
Però, quelle terzine venerande,
nel punto in cui i colombi radunati,
s’involan, come luce che si espande,
perché brutto veder li ha preoccupati,
adatte sono assai a tratteggiare,
caotico fuggir di noi bagnati.
Diluvio, costringendoci a lasciare,
con un percorso tutto zizagato,
sospinse il folto gruppo a rifugiare
in quel tempio da Orcagna progettato,
che forse meglio ancora si conosce,
con Loggia in quale Lanzi hanno sostato.
Mentre in piazza continuava lo scrosce,
vedevo gli altri con me riparati,
cercar di riposar le loro cosce,
su dei ripiani in pietra realizzati;
in mancanza, sedendosi per terra,
con gli inferiori arti accovacciati,
prendendo il posto sì come chi afferra,
bottin molto prezioso da strappare,
a quei che son sconfitti nella guerra.
Fu bravo questo ombrello a rimediare
anche Moretti, che appena notato,
da molti venne fatto accomodare,
nel punto che parea meno bagnato,
perché potesse ritrovar quell’agio,
perduto quando il ciel l’avea innaffiato.
Io molto ringraziavo quel naufragio,
quel sogno o meglio ancora la visione,
ch’avea portato me in tal lavaggio,
perché é molto rara l’occasione,
di stare accanto a Musa antica e nuova,
riunita in una e sola dimensione.
Se infatti in questo luogo ben si trova
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l’ispirazion, dei nostri antichi artisti,
che dettero in Loggia grande prova
di essere autentici umanisti
nel riprodur quei splendidi modelli
nel modo ch’usan fare i manieristi,
dubbio non v’è, che fior ai nostri occhielli
vantiam, per quei racconti disegnati
da fotogrammi, simili a fratelli
che proiettati, portano beati
nell’arte che usiam chiamar moderna,
gli uman, racchiusi in cinema oscurati.
Il regista sembrava una lucerna,
e allora a lui cercai d’avvicinarmi,
per dare ad’inusual giornata odierna
nuova occasion, al fin d’ammaestrarmi.
Ma troppa era la gente a Nanni appresso,
inoltre io non riuscivo a lui mostrarmi,
in quanto ero spinto forte e spesso,
- sì tanta quantità v’era di folla così che il corpo mio era compresso.
Allor, a testa alta un’aria in bolla,
che fosse sufficiente a respirare,
col saltellar, cercavo come molla.
Ormai non si trattava di accostare
l’autor di Bianca, April ed Ecce Bombo,
che stava insieme ad altri a parlottare,
semmai di fare come fa il colombo,
ugual a quel nomato in cima al canto:
Ma io pesavo invece come piombo!
Guccini non avevo qui al mio fianco;
la calca poi spingeva così forte,
che panico mi prese e quasi il pianto.
E’ noto che la Loggia non ha porte,
ma grandi spazi aperti per uscire,
eppur da ciò non ebbi alcun conforte,
perché sol di due passi progredire,
speranza era in me del tutto tolta,
al punto che, lettor, ti voglio dire,
che fu davver per me la prima volta,
che cominciai ad urlare come un matto,
con voce assai per nulla disinvolta:
Aita, aita! Datemi lo sfratto!
Non voglio far la fine qui del topo,
sperando d’ottener d’essere estratto.
Ma mentre m’avvedevo che purtroppo,
nessun sembrava accogliere il mio aiuto,
avvenne nel subir un tale intoppo,
che presi le sembianze di un pennuto
che può vedere solo dei polpacci,
(in quanto il corpo suo è assai minuto),
le scarpe mocassini o con i lacci.
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CANTO XI
L’ Assorbimento del Cielo. (90, 1032)
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Ogni animal ha propria dotazione,
connessa a specie, a cui appartiene,
di forma, verso ed anche dimensione.
L’uccel il dono di volar detiene,
in modo natural, anzi, istintivo,
così, io decollai con ali piene,
sospinto da assai valido motivo,
ma pur dal desiderio di provare,
di muovere nell’aria in cielo estivo.
La pioggia ormai volgeva a terminare,
così che penetravo nel sereno,
lasciando il corpo mio tutto librare.
Talmente ero distante dal terreno,
da cogliere con occhi tutti nuovi,
visione che a narrare vengo meno.
Ma qui bisogna che le rime trovi,
per dare descrizion del bel vedere,
alfin che meraviglia ognuno provi,
nel sentire che potevo possedere
gli ambienti da me prima frequentati,
dall’alto, adesso, privi di barriere.
Ma il volo rende tosto già passati,
quei luoghi che scappano scorrendo,
sotto il ventre degli animali alati;
così pur io, mi stavo dirigendo,
guidato dalle luci della notte,
verso l’Arno, nel punto più stupendo,
in cui le acque sue sono condotte,
sotto al ponte, un tempo frequentato
da donne che venivano qui indotte,
ad ornar loro vesti di broccato,
con gioia in filigrana assai preziosa,
d’antico fiorentino artigianato.
Allora io, con ala fiduciosa,
provai a sperimentare una planata,
che pur sembrava essere rischiosa,
che invece venne subito sanata,
nel vedermi, così tanto capace,
d’attraversar la linea ben centrata
del ponte, in modo simile al rapace,
che vuol sfiorar la testa degli umani,
per come nel suo cuor si sente audace.
Nel fare ciò, i giovani e gli anziani,
che stavan giù di sotto a passeggiare,
mi puntaron le dita delle mani,
stupiti nel vedere quel volare.
Raggiunto il lato opposto della sponda,
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da dove io potei riguadagnare,
maggior quota, così come fa l’onda,
che sospinta dal mare turbinoso
alta divien, sì tanto d’acqua abbonda,
mi misi a cercare assai curioso,
con occhi da piumaggio circoscritti,
il luogo, dell’edificio glorioso
voluto dal mercante Luca Pitti,
e poi ceduto ai Medici regnanti,
così come conferman manoscritti.
Ma prima attratto fui dai non distanti,
dalla reggia, che sopra descrivevo,
giardini, che son tanto dominanti,
al punto che ignorare non potevo
il parco, che Eleonora di Toledo
fece allargar, non sol per suo sollievo,
ma al fin di dar magnifico corredo
a Cosimo, di stirpe sua, il primiero.
Allora sorvolai fulgido arredo
dei Boboli, mirandolo d’intero,
per poi subito dopo transitare
su Pitti, con il vol dello sparviero,
piegandomi in modo da arrivare,
su quella via che termina con porta,
che i fiorentini usano nomare
Romana fin dal dì che venne sorta.
Seconda volta dovetti abbassarmi,
nel modo in cui pilota si comporta,
ed io che volli come lui mostrarmi,
cercai di fare meglio più di prima,
al fin di tutto l’arco conquistarmi.
E dopo avere fatto breve stima,
varcai veloce, l’antico passaggio,
giungendo ai piedi di quella collina,
che conduce a rimirar tal paesaggio,
tra i più belli di questo nostro mondo,
che il non veder, sarebbe poco saggio.
Allor lo spirto mio fu sì giocondo,
al pensiero di ciò ch’avrei ammirato,
che impressi al volo mio un girotondo,
del qual si può trovar significato,
nel gioco dei bambini e in quegli adulti,
che hanno il cuore puro e spensierato.
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CANTO XII
Il proseguimento del Primo Assorbimento. Il ritorno alle sembianze umane. (93, 1125)
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Appena ebbi finito di ruotare,
mi organizzai, al fin di proseguire
il viaggio mio, che dimenticare
io mai potrò dovesse anche finire
fra mille anni, questa vita mia.
Fu qui che io notai, che l’assorbire
insolita e assai strana anatomia
d’uccel che sa pensar come l’umano,
permetteva, d’individuar la via,
in modo tal, che il punto più lontano,
aveva dei contorni così netti,
che sol può aver l’oggetto nella mano.
Infatti, io vedevo assai perfetti
i visi delle statue di un piazzale,
che domina dall’alto tutti i tetti
di Firenze, che, quando capitale,
per breve tempo, fu d’Italia nostra,
divenne una città monumentale.
E’ questa la ragion d’eterna mostra,
che sta in quello slargo su citato
votato al Buonarrotti che dimostra,
di vincere sul tempo trapassato,
per sua capacità di realizzare,
il frutto dal suo genio generato.
Allora con un volo lineare,
puntai veloce quasi come un razzo,
su quel terrazzo al fin di conquistare,
sfruttando l’occasion di questo andazzo,
una vision speciale di Firenze,
che certo avrebbe dato a me sollazzo,
anche perché le molte differenze,
ch’io avevo da ch’in terra sol cammina,
mi davan l’occasion d’altre evenienze.
Ma quando giunsi in zona sopraffina,
la balaustra volli oltrepassare,
sì tal nel becco mio fu l’acquolina,
d’andar in ciel notturno a volteggiare,
in guisa che, la grande mia Fiorenza,
potessi io soltanto dominare.
Che gioia, che ineffabile esperienza!
Sfruttando le correnti ascensionali,
salivo e scendevo con sapienza,
così come chi è nato con le ali.
Curvavo per buttarmi giù in picchiata,
per poi portarmi sopra a lunghi viali,
seguendo successione disegnata,
dai punti che si trovano sul lato
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della strada, per farla illuminata.
Ma nel girar, con volo lavorato,
m’accorsi che quel dolce navigare,
gustoso più del cibo prelibato,
neanche un poco osava disturbare,
il solito e antipatico rumore,
che in terra più nessun sa sopportare.
Inoltre, pur volando da due ore
- un figlio diventato ero del cielo tra piume mie non v’era alcun sudore,
e non perché sentissi grave gelo,
(nel modo in cui succede in alta quota,
eccetto agli animali con il pelo),
bensì perché per causa a me non nota,
la corporale mia temperatura
perfetta era, calibrata e immota.
In questa imperturbabile frescura,
mi colse a un tratto forte desiderio,
di fare riposar la mia natura.
Allor per far l’intento mio assai serio,
io ricercai un punto d’atterrare,
scegliendo quel più adatto con criterio.
Siccome si vedeva ben spuntare
dal Duomo, il suo alto Campanile,
su quello zampe mie volli posare;
e feci ciò con molto bello stile,
anche perché, sapevo di toccare,
qualcosa di più nobil di un cortile.
Sbattei le ali mie come sa fare,
qualunque uccel che vola, quando posa
le zampe, per potere camminare.
Ma nel voler far come chi riposa,
produsse in me una tale conseguenza,
vi devo dir, davvero clamorosa.
Sparì d’un colpo quella mia esistenza,
di piume, becco ed anche un po’ di coda,
ed io tornai in prima consistenza,
che come é noto, su terra t’inchioda.
Trovandomi sull’opera di Giotto,
che in cima ha quel quadrato a cui approda
soltanto chi negli anni è giovanotto,
(perché il voler salir costa fatica,
essendo gli scalin più di ottantotto)
non ero tanto io felice mica,
in quanto ormai mi ero abituato,
ad osservar dal ciel Fiorenza amica.
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CANTO XIII
Il pellegrino ritrova la propria guida. I mali di Firenze. Francesco e il pellegrino scendono dal campanile. (99, 1224)
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Ma mentre in piedi qui rimuginavo,
io mi sentii toccar sulle spalle,
in modo tal, che quasi me ne andavo
con anime che vagan nella valle,
da cui nessuno può più ritornare:
e chi il contrario dice narra balle.
Ma nel voltar di scatto per guardare,
chi fosse il soggetto incriminato,
vidi Guccio, nell’atto di ghignare,
per come tanto m’ero spaventato.
Allora pieno tutto d’entusiasmo,
gli raccontai ogni luogo frequentato,
ma subito m’accorsi dal suo biasmo,
che chiaro si leggeva sulla faccia,
che questo raccontar era un pleonasmo.
O Luca, io conosco ogni traccia,
di quel ch’ è stato tutto il tuo percorso,
però adesso voglio che ti piaccia,
di stare ad ascoltare il mio discorso,
e non perché ti voglia qui annoiare,
ma sol perché io devo dar soccorso,
a te, che hai bisogno d’imparare,
le cose che ancora non conosci,
in questo tutto tuo grande sognare.
Non voglio certo or che qui t’angosci,
però tu dei sapere, amico caro,
che certi posti a visitar, t’ammosci.
E’ ver, Fiorenza è un luogo bello e raro,
ma andare con le gambe a passeggiare,
potrebbe a te sembrar boccone amaro.
Ragion di ciò, è facile illustrare,
e forse può sembrar ripetitiva,
ma tu non puoi per questo me incolpare.
Questa città, un tempo a tutti offriva,
d’assumere connessa a ogni respiro,
quell’arte vera proprio perché viva.
Infatti in ogni punto, in ogni giro,
trovavi con la vita anche la storia,
che fa di fiorentin nobile viro,
al punto che talvolta un po’ di boria,
tu senti trasparir dagli abitanti,
sì tanto sono consci della gloria,
per cui si senton primi e a tutti innanzi.
E ciò non sol perché a Fiorenza è nato,
colui che diede forma a molti canti,
che pure ciò sarebbe assai bastato;
ma in quanto v’eran validi motivi,
per cui il visitator era ammaliato.
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Gli spazi infatti un tempo erano privi,
di tutte quelle orrende pizzerie,
più brutte anche dei luoghi più lascivi,
più tristi ancor delle gelaterie.
Davver appar difficile capire,
ragion di queste assurde fesserie.
Nessuno ha voluto qui impedire,
che fosse la città sì violentata,
nessun ebbe il potere di proibire,
che fosse la città così trattata.
Di tutto ciò la conseguenza grave,
si coglie in sua struttura snaturata;
e se tu vuoi saper qual’è la chiave,
o meglio la ragion del malaffare,
la puoi trovar in quell’anime prave
d’ogni emozion, se non di guadagnare,
perché per lor terribile ignoranza,
non sanno fare altro che sfondare.
Piacevole fu assai quella vacanza,
che in cielo poco prima m’ero preso;
ma blanda in me si fece la baldanza,
con quel parlar, da cui avei compreso,
che spesso se tu vuoi davver sapere,
bisogna star con occhio e orecchio teso.
Su – mi disse – facciam nostro dovere,
scendiamo questa lunga scalinata,
che devi superare altre frontiere.
Allor con camminata assai curata,
che scala tanto ripida imponeva,
facemmo la discesa smisurata.
E mentre ognun di noi si reggeva,
al muro che se’n stava alla sinistra,
concetti nuovi, Guccio aggiungeva.
Ancora nella mente tua registra,
un fatto che fa parte del tuo viaggio,
che adesso il duca tuo ti somministra.
Il tuo volar, non è stato un omaggio,
perché questo, soltanto può accadere,
a chi vuole cercare d’essere saggio.
Ecco perché, ormai sei tesoriere,
del Primo e basilar Profondimento;
ma se sarai capace d’ottenere,
le sfere che ti portan altro unguento,
allor potrai sicuro dichiarare,
d’aver portato il viaggio a compimento.
Finito non aveva d’insegnare,
che uscimmo finalmente dopo tanto,
in loco in qual pensavo di trovare,
quel tempio che per molti è luogo santo.
Ma al posto del mirabil battistero,
trovai materia per un nuovo canto.
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CANTO XIV
La salita sulla Montagna della Musica. L’incontro con Francesco De Gregori e il suo allievo (99, 1323)
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Di fronte a me, nel centro di un deserto,
m’apparve una montagna colossale,
su cui potea salir solo un esperto.
La mia prima impression, che spesso vale,
nel vedere un monte di tal fatta,
fu quella di pensare che irreale,
questa cosa, di cui ora si tratta,
tutta fosse, nonostante il sognare,
che vera fa sembrar la cosa matta.
Francesco, avea notato il mio indugiare,
e allor prese ad andar con passo lesto,
invitando pur me a camminare.
Forza andiamo, cerchiam di fare presto,
sì lunga e faticosa è la salita,
che devi or’ avanzar con piede onesto.
Ma io assunsi un’aria un po’ contrita,
anche perché, il volteggiar di prima,
aveva mia persona un po’impigrita;
e ancora, per salir su quella cima,
vi era un sentiero dissestato,
senza parlare poi, anche del clima;
infatti il nuovo sol era tornato,
e nonostante fosse ancor mattino,
io mi sentivo già tutto accaldato.
O Luca, dai, non far come il bambino,
che in alto noi dobbiam oggi arrivare,
quando l’astro del giorno è assai vicino,
a ciò che zenit, vogliono chiamare
il qual collima, con punta del monte
in modo tutto perpendicolare.
Le gambe tue si faccian ora pronte,
vedrai che dopo non ti pentirai,
nell’ammirar un tuo nuovo orizzonte.
Allora io – Guccio, tu ben sai,
che sempre sto a sentir nuovo consiglio,
perché calor proviene dai tuoi rai.
E con la buona lena e un nuovo piglio,
andai con lui per strada lastricata,
da sassi, buche, rovi, un tal groviglio,
al punto che con voce affaticata,
io chiesi a France se la nostra strada,
non era stata tutta abbandonata.
Ma nel far come chi ai suoi passa bada,
io vidi anche stavolta ripetute,
magie che fan cambiare la contrada;
insomma avvenner cose già vedute,
ma la mia guida volle approfondire,
le cause a me pur note e risapute.
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La tua esperienza ormai ti fa capire,
che questo strano modo di cambiare,
metafora vuol dir del divenire.
Ricordo che all’inizio del sognare,
avevi appena Gigio visitato,
e stessa sensazion ebbi a provare.
M’adesso che sei più abilitato,
perché possiedi un Profondimento,
da solo tu puoi essere informato.
Però aggiungo: Veloce passa il vento,
ma con impegno devi costruire
la vita che respiri ogni momento
Infatti io vidi rapido apparire
in loco, fiori ed anche zona aprica,
ma non per ciò l’attuale mio salire,
orbato era dalla dur fatica,
ma dato che ormai chiaro era il motivo,
salita non sembrava più nemica.
E nel mio proseguir viaggio istruttivo
di cui però il fin non possedevo,
facemmo noi un incontro costruttivo.
Siccome gli occhi avanti rivolgevo,
(perché se nello sforzo si passeggia,
tale atteggiar ti porta un po’ sollievo)
io vidi un uom che come noi costeggia
il lato a monte, del nostro sentiero,
che in compagnia di un giovane motteggia.
Nel ben guardar non mi sembrava vero,
che scendere tutto intero qui potesse,
Francesco De Gregori per davvero.
Appena Guccio sguardo suo diresse,
ai due che incontro stavano venendo,
manifestò evidente il suo interesse,
con urlo belluino e assai tremendo,
coprendo poi Francesco con abbracci,
che per la gioia stava un po’ piangendo.
Scherzando lor citavan ragazzacci,
che tanto han bisogno d’imparare,
stringendosi le man in fondo ai bracci.
E dopo questo breve dialogare,
noi riprendemmo, il nostro cammino,
volendo Guccio subito spiegare,
in quanto avei capito un po’ pochino,
il senso che dicevan le parole,
seppur a lor restato ero vicino.
Non creder che ti sto narrando fole,
se dico che quel giovane ragazzo,
raccoglie da Francesco belle viole.
Pur anche De Gregori si fa il mazzo,
con questo nuovo allievo a lui affidato,
che come te, di luce cerca sprazzo.
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CANTO XV
Il paesaggio continua a trasformarsi. La Fontana delle Note. L’arrivo sul pianoro del Castello della Musica. (93, 1416)
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Però, non voglio adesso equivocare,
- riprese assai convinto il mio dottore seppur al giovin, tu puoi assomigliare,
nel ricercar la via, che dal dolore
non solo t’allontana, ma di brama,
ti sa indicar il giusto suo colore,
non creder visitare un panorama,
uguale al suo, nei modi e nelle forme,
in quanto di ciascun l’indole chiama,
proprio quando, nostro spirto s’addorme,
Maestro, che sia a noi più confacente,
e che conosca bene nostre orme.
E mentre con le antenne ben attente,
portavo i passi avanti con lentezza,
per far rifletter bene la mia mente,
intorno a noi, maggior piacevolezza,
notammo in quel loco frequentato;
infatti insieme al sol, un po’ di brezza
leggera, aveva i visi accarezzato;
inoltre, noi vedemmo anche mutarsi
l’erto sentier, or meno rovinato.
Lettore, tu sai ben che il trasformarsi
della scena, che sto qui descrivendo,
occor che debba rapido assai farsi,
ma ciò non toglie, che davver stupendo,
sembrava il paesaggio diventare
in quanto i fiori stavano coprendo,
lo spazio nostro, che, da colorare,
non rimaneva più una cosa sola,
per come avean saputo tinteggiare.
Però sentivo dentro la mia gola,
raschiare la saliva per l’arsura.
Esiger non volevo Coca Cola,
ma solo d’ottener dell’acqua pura,
che fin da quando siamo generati,
pretender noi vogliamo per natura.
Entrambi eravamo affaticati,
allora a Guccio chiesi – Se più bella
è la strada, e i luoghi son mutati
così tanto, ti prego, or favella,
per dirmi s’è possibile sperare
di trovar, una fresca fontanella.
Ma quando terminai il mio domandare,
suddetta mi mostrò in manco lato,
dalla qual, mi potevo abbeverare.
Col corpo sudato, anzi bagnato,
formai le mani mie un poco a conca,
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in modo da esser tosto dissetato.
Ma mia soddisfazion si fece monca,
perché io vidi, che dal rubinetto,
nulla usciva, da far mia sete tronca.
Allora nel veder che il mio progetto,
se n’era andato giù per delle scale,
a lui mi volsi con stizzito detto:
Davver, questa fontana è assai ospitale!
Peccato che però non dia da bere,
e ciò mi pare assai paradossale.
E lui – Io ti consiglio di vedere,
con occhio, anche solo un po’ più attento,
invece di mostrar movenze altere.
E allor lo sguardo mio si fece intento,
in modo tal che subito m’accorsi,
che l’acqua non usciva in quel momento,
ma che ben altri erano i soccorsi,
in quanto delle note veramente,
dovetti tracannar con tanti sorsi;
e feci ciò, perché forza veemente,
di cui ragione ancor non posso dirvi,
pulsò nel corpo mio immantinente
da non poter rifletter né pentirmi.
Inver semibiscrome, crome e pause,
avevano saputo assai saziarmi,
al punto che, io posso dir che cause,
esse furon, del mio miglior cantare,
ma certamente, anche le concause,
del pieno e assai completo dissetare
dell’ugola, che molto soddisfatta,
io volli qui or subito provare.
Ma il mio Maestro, - Andiamo, autodidatta!
Che di raggiunger cima poco manca,
sulla quale, si trova zona piatta,
in cui davver vedrai che si spalanca,
immagine, che ancor fatico a dire,
perché nessuna cosa a lei s’affianca.
Allora nel riprendere il salire,
io ripensavo a quel che avea promesso
Francesco, che giammai sa mentire,
sentendo addosso un’ansia di possesso
di quel pianoro, verso cui muovevo;
cercando la ragione perché io stesso,
adesso in cima al monte andar dovevo;
desiderando infine d’arrivare,
in quanto avrei trovato là sollievo.
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CANTO XVI
Il secondo risveglio. Il ritorno nel sogno. La visione del Castello della Musica. (99, 1515)
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Ma proprio quando ero sul più bello,
mi ritrovai, sveglio dentro il letto.
Vi ricordate, che spesso “focherello”
noi dicevam, da bimbi per diletto,
quando eravam sul punto di trovare,
quella cosa, proprio quell’oggetto,
che altri ci obbligavano a cercare?
Eppoi la parte noi dell’ingannato,
talvolta dovevamo sopportare,
sentendo “Non è ver ci sei cascato”.
Ebben, prendete questa delusione,
che é la più minuta del creato,
moltiplicata almen per un milione,
e avrete un risultato piccolino,
se voi provate a fare un paragone,
con questo brutto tiro e assai meschino,
che qualche strana forza avea tirato,
a me, che adesso un po’ come un cretino,
me’n stavo nella camera svegliato,
sentendo nel mio cuor quel certo senso,
che usiamo definire inappagato.
Ma ormai io mi sentivo assai propenso,
a stare dentro ancora nel mio sogno,
e allor cercai di riparar scompenso,
assumendo quel giusto fabbisogno,
di valeriana, tutta naturale,
che certo, ad usar non mi vergogno.
E grazie alla sostanza vegetale,
mi ricacciai, dentro il mio dormire,
perché per me, davver era vitale
andare fino in fondo per scoprire,
le cose che dovean capitare.
Fu facile per me il riassorbire,
quella realtà, quel mondo ritrovare;
e Guccio che mi vide lì davanti,
mi volle appena un poco richiamare,
dicendo – Guarda, non ci sono santi,
occor che tu non faccia più l’errore,
d’aver dell’ansia nell’andar avanti.
Impara a ben tarare il tuo motore,
se tu non vuoi qui perder l’occasione
di esser pure tu buon sognatore.
Dunque frenai la mia concitazione,
che porta l’uom a far cosa sbagliata,
cercando di riaver concentrazione,
in modo tale, che cosa notata,
marchiasse fino in fondo la mia mente
e non fosse mai più dimenticata.
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Adesso qui vedevo tanta gente,
che accanto a delle piccole casette
svolgevano, assai alacremente
mansioni, a cui stavano soggette
le mani lor, che usavano sì bene,
da costruire sol cose perfette.
Alcuni preparavan delle cene,
più in basso invece stavan panettieri,
un altro, bianchi e neri là trattiene
dei bei cavalli, accanto ai verdurieri.
Davanti, calzolai e macellai,
a manca, mobilieri e gioiellieri,
a destra tanti sarti e dei librai.
Al che mi venne facil domandare:
O Guccio ma perché, ma come mai,
si vedon così tanti lavorare?
Son forse tutti quanti servitori?
E se fosse, chi devon sostentare?
E lui – Ancor per poco tu l’ignori;
m’appena avrai passato la cunetta,
le conoscenze tue saran migliori.
E infatti appena fatta cosa detta,
m’apparve con la forma del quadrato,
castello, con soldati di vedetta,
che stavano all’estremo d’ogni lato,
su ognuna delle quattro torri esterne,
che in cima eran bordate di merlato.
Le mura non sembravano moderne,
piuttosto procuravan l’impressione,
di esser molto antiche, quasi eterne.
E per respinger forse un’aggressione,
vi era una miriade di soldati,
in fila, senza alcuna confusione.
Alcuni procedevan appiedati,
degli altri se ne andavano a cavallo,
ma questi con diversi connotati.
Se nero il loro equino piedistallo,
del tutto bianca avevano la veste,
se invece loro avevano l’avallo
d’aver l’abito nero, allor le bestie,
dovevano montar di bianco latte,
e ciò in silenzio e senza mai proteste.
Ma tutti in man avevan lance fatte
a forma della chiave di violino,
che certo non puoi dir che siano adatte,
se pur nel fondo hanno un po’ d’uncino,
ad affrontare dur combattimento.
Allor Guccio mi disse - Stai vicino,
perché d’entrar è giunto ormai il momento.
Adesso non ti posso qui spiegare;
qualcosa ti dirò quando siam dentro.
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CANTO XVII
L’entrata nel Castello della Musica. Il lungo corridoio. L’arrivo alla Sala del Trono. (96, 1611)
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Ed ecco che portandoci più avanti,
riuscimmo finalmente a oltrepassare
il portone, che stava a noi davanti,
che avea soldati da far spaventare,
pel modo in cui gli avevano bardati.
Non devi preoccuparti del tuo entrare
perché loro, sono stati informati,
del sopraggiunger nostro in questo loco.
Non a caso, nessuno ci ha fermati.
Allora io, mi confortai non poco,
perché Guccio, ti rende assai tranquillo,
e poi ormai dovevo stare al gioco.
All’interno, vi fu di trombe squillo,
e subito mi apparve un corridoio,
che mi sembrava lungo più di un miglio.
Di certo – a France dissi – qui non muoio.
Però, tu sei sicuro per davvero,
che a far questo percorso non m’annoio?
E lui – Lo devi fare per intero!
Ma alfin che tu la smetta di sgonfiare,
come facesti davanti al sentiero,
io cercherò, un poco d’illustrare
ragion per cui le vesti nere e bianche,
hai visto dalle guardie qui indossare.
A dire il ver, protegger le mie anche,
non volevo con cosa lamentata,
infatti gambe mie non eran stanche.
La verità è che m’era tornata,
quella paura, che t’invade il cuore,
da me da svogliatezza mascherata.
Non farti conquistare dal timore,
disse France, che tutto sa e intuisce,
perché da lui deriva quel torpore,
che cosa giusta e bella inibisce.
Osserva ben, del corridoio i lati
dai quali in modo chiaro si capisce,
che le due lunghe fila di soldati,
che in piedi or tu vedi bianchi e neri,
son messi lì schierati ed alternati,
per fare i mezzi toni e quelli interi,
dei tasti che si trovano sul piano,
che san suonare sol musici veri.
E al posto della spada han nella mano,
le chiavi di violino senza punta,
perché se viene suonator marrano,
che tenti di spacciar arte presunta,
basta sol che le faccian vibrare
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per far persona poco men defunta.
“Defunta” mi faceva assai strizzare,
il culo, in mezzo a linee parallele,
di quelle guardie intente nel puntare
gli occhi altrui, per capir se fedele
il cuor di fronte fosse fino in fondo,
al compito, davver molto crudele,
nel quale non c’è nulla di giocondo,
di stare sempre immobili e impettiti,
dovesse il ciel cadere e tutto il mondo.
All’improvviso, noi fummo zittiti,
nel veder nuovamente un’altra porta,
oltre alla qual, speravo veder Miti.
Ma qui io rilevai che tutta morta,
sembrava esser questa situazione,
al punto che pensavo cosa storta,
che non vi fosse, alcuna postazione
di soldati, o almen una persona;
anche perché, rubò nostra attenzione
una scrittura, sotto a una corona,
che recitava: “del Trono la Sala”,
insomma, quella giusta, quella buona!
Ma all’improvviso un urlo si propala,
dal lato destro, come tuon dal cielo,
che in nulla assomigliava a un colpo d’ala,
e che il mio corpo caldo fe’ di gelo.
Veniva verso me tutto furente,
un vecchio, bianco per antico pelo,
sbraitando così forte, che il mio sente,
per sempre io temevo ormai perduto.
Perché voi qui avanzate, o brutta gente?!
E questo pellegrin, chi l’ha voluto?
Poi prese nel silenzio a me scrutare,
scoprendo che m’aveva conosciuto.
Allor s’accrebbe forte il suo arrabbiare
in modo tal, che il viso fu di foco,
e disse a me: Conosco il tuo cantare!
Ed anche come il tempo tieni poco,
per non parlar, dell’orrida mania
d’infiorettar tue note con stil vuoto!
Tu qui non puoi più star. Vattene via!
Aspetta Geggher Maic, non t’arrabbiare!
gridò Guccio – Non è qui per pazzia!
Bensì perché lui vuol’assai imparare,
sentendo la lezione dei Sovrani.
Su, spostati, che noi dobbiam passare!
E nel veder in Maic tratti più umani,
io spinsi i lenti passi oltre la soglia,
sperando che lui non menasse mani.
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CANTO XVIII
I Sovrani della Musica. (99, 1710)
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O mio lettor, che leggi la Commedia,
adesso cercherò di raccontarti
la mia vision, ma or prendi una sedia
sulla quale tu possa accomodarti,
per leggere l’incontro eccezionale,
che fu permesso a me e a pochi altri.
Un trono grande assai e piramidale,
che è poco definire principesco,
poggiava in cima a scala non normale,
perch’essa aveva in numero pazzesco,
diamanti incastonati nei gradini,
da far invidia dello Zar al desco.
Il soglio regal, sopra agli scalini,
si divideva in tre diversi piani.
Su quel più basso, fatto di rubini,
inginocchiati, a mo’ dei cristiani,
due principi miravan fissamente,
secondo piano, dove tre sovrani,
scrutavano assai autorevolmente,
dai seggi loro, tutta mia persona,
con sguardi e con pupille molto attente.
E su, regale, ch’ancor m’impressiona,
seduto su uno scranno tutto d’oro,
se’n stava un quarto re con la corona.
Quei due che stan più bassi son coloro,
che qui non posson proferire detti,
perché gli uman non credono che loro
(a causa dei cervelli ottusi e stretti)
sian tanto grandi in arte da insegnare:
ti dico di Bellini e Donizetti.
E aggiunse, piano, Guccio - Ascoltare,
dobbiamo i Re e il Grande Imperatore.
O pellegrin, mi piace te osservare
- uno disse con ton pien di colore,
intendo dire il primo da sinistra che sei venuto qui a fuggir dolore.
Il Duca tuo assai bene t’amministra,
infatti ti ha portato a Noi vicino;
m’ancor bisogna tanto che lui insista,
perché doman tu scriva il libricino.
Non son d’Urbino, ma proprio del loco,
che Pesaro chiaman: son Gioacchino.
Io seppi musicar con grande gioco,
degli umani, gli aspetti veritieri,
che a volte fan sembrar che siamo poco.
Ma accogli adesso qui tra i tuoi pensieri,
consiglio mio, alfin che il tuo cantare,
possa produr dei suoni veri e interi.
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E qui Rossini voce vo’ alterare:
Tu devi metter mano allo spartito!
E star col capo tuo nello studiare!
E appena Gioacchino ebbe finito,
parlare volle anche il re secondo:
E adesso che Rossini t’ha avvertito,
ascolta il mio parere sì profondo,
da me, che ereditai dal Marchigiano,
quel genio, che io resi tutto tondo.
Se tu davvero vuoi arrivar lontano,
tu devi un’altra cosa rammentare,
a meno che non vuoi restare un nano:
Nel canto tuo impara a interpretare.
Il che vuol dir, che tu puoi viver l’arte,
se sol tu riuscirai, te, ad annullare.
Io qui cercavo mettere da parte,
col cuor che mi batteva forte, forte,
queste parol, da scrivere su carte,
per quanto chiare e belle e mai contorte.
Ma il foglio mi mancava per l’appunto,
in più sinapsi mie andavan storte,
per l’emozione di veder quell’unto,
di musica più nostra e ancor più vera,
quale è Giuseppe, che sembrava assunto
non dal cielo, bensì da umana schiera,
a cui profuse benedette note
per farla assai più integra e più fiera.
E dopo Verdi, Puccin diede in dote
a me, che mi sembrava di sognare,
(faccio per dir: le cose a voi son note)
denari, da dover tosto incassare.
O Luca, tu sai ben che io son toscano,
ma io so ben, che tu sai molto amare
la terra mia. Allor, come sovrano,
ti voglio regalar mio insegnamento,
perché il tuo viaggio non diventi vano.
In ogni istante, in ogni tuo momento
qualunque la canzone sia che intoni,
tu devi far parlar il sentimento.
Tu sai che io non vissi in tempi buoni,
inver la mia cultura non capiva,
perché gli accordi fosser senza toni.
E quale fosse nostra nuova riva,
e la ragion di eventi sì tremendi,
che forse il nostro cuor già presagiva.
La guerra e gli altri fatti tanto orrendi,
distrussero dell’Opera il giardino,
da far assai difficili i miei intenti.
Però se suonan me anche a Pechino,
e sol perché fui grande a musicare,
speranze e le passion del cuoricino.
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CANTO XIX
Il Discorso del Grande Imperatore. La Valle dei Maestri. (99, 1809)
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La scena ora si fece più grandiosa;
e ciò lo si capì da un nuovo evento.
Infatti luce molto luminosa,
di cento lampadine per trecento,
(però di prese non ne vidi alcuna)
tutta si spanse, per questo momento.
Allor rapidamente, feci una
domanda, al mio maestro, alla mia guida,
che mai mi dà risposta inopportuna.
Chi è colui che sembra un po’ il Re Mida,
- cercando di parlar con basso audio con quell’atteggiamento un po’ di sfida?
E lui rispose a me, pieno di gaudio,
Colui per cui tu vedi i tre Re alzarsi,
è il grande Monteverdi, eterno Claudio.
Osserva come sanno a Lui voltarsi,
per ascoltar parole di saggezza,
ché in Musica non può giammai sbagliarsi.
Allor l’Imperatore con lentezza,
al suono di due splendide buccine,
mostrò con le parol la sua grandezza.
Grandi Sovrani, che siete al confine
del Trono mio regal d’Imperatore,
vostra saggezza, non avrà mai fine,
dovessero svanir minuti ed ore.
Io non son qui, per dar novo consiglio,
che sia d’aiuto al visitatore.
Qui voglio regalargli un bianco giglio,
alfin che possa darlo alla sua amata,
che poi lo vorrà dare al loro figlio.
E avvenne strana cosa inaspettata;
infatti apparve in mano destra mia,
la candida bellezza a me donata.
Adesso ascolta questa profezia:
Ormai del tuo viaggiare sei nel mezzo,
e ciò è servito per cercar tua via.
Fin qui tu hai conosciuto solo un pezzo.
Il Primo Assorbimento hai acquisito.
Ma tu devi versare tutto il prezzo,
perché soltanto, quando avrai finito,
non sol conoscerai qual’è il mistero,
che fa del musicar, bene infinito,
pur anche troverai tutto quel vero,
col qual potrai estirpar ogni tuo male,
che spesso ti sospinge a veder nero.
Ormai l’udienza è in fase terminale.
Andate a visitar nostro Giardino,
in cui tu puoi incontrar colui che vale,
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e che tu amasti fin da ragazzino.
E allor cercai pian pian d’indietreggiare,
uscendo con la testa a capo chino.
Appena fuori, mi volli voltare,
ma qui trovai del corridoio al posto
che qui mi seppe bene accompagnare,
del verde e delle piante; allora tosto,
io chiesi a chi sa sopportar mia lagna:
A cosa devo star or sottoposto?
E lui che alla saggezza s’accompagna,
rispose: Non pensar che sulle spalle,
tu debba ancor portare prova magna;
si devono indossar le giuste maglie,
a seconda di quel che è la stagione.
Osserva rilassato questa valle,
alfin di riposar dalla visione.
Qui puoi trovare tutti quei Maestri,
che sanno ai pellegrini dar bastone.
Suvvia, che devi visitar quegli estri,
che stanno in questo luogo a cui appartengo.
A tipi come noi, siti campestri,
sì bene si confanno. Anch’io qui spengo,
le delusion che son da sopportare...
M’adesso basta. Vai, non ti trattengo!
Io non lontan da te sto a controllare,
che tutto possa andare assai tranquillo;
un po’ d’amici vado a salutare.
Se tu hai bisogno fammi pure un trillo,
però d’usar la bocca ben ricorda,
perché del cellulare qui lo squillo,
potrebbe far succeder che ti morda
qualcun di quei, che stai per incontrare,
a cui sto’ suon fa fare smorfia torva.
Allor mi misi forte a declamare,
color ch’amano tanto la chitarra,
e che a me piacerebbe assai imitare.
Ecco laggiù, che corde di sua barra,
s’appresta a far suonare proprio Lucio,
quel Dalla che sue storie sì ben narra.
Oh guarda come batte sul suo guscio,
colui che musicò del tè la pianta,
che mai in sua canzon tu trovi inciucio.
A destra, vedo un pezzo da novanta,
quel musico che chiamano Battiato,
che da Polluscion strada ne fe’ tanta.
Qui sta in mezzo al verde assai beato,
a fare due parole con Alice,
che cosi bene Franco ebbe ammaestrato.
E poi quel Paoli e Lolli, mai felice!
E Gaber, di cui certo si può dire...
Perché finisci o carta? Traditrice!
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CANTO XX
L’incontro con Lucio Battisti. (100, 1909)
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....che a lui non piace farsi celebrare.
Non sol poi Giorgio canta molto bene,
ma unisce al suo cantar l’interpretare.
Laggiù c’è Paolo Conte con Daniele,
che sta dicendo a Pino, soddisfatto
che l’ultima turné va a gonfie vele.
Se non sbaglio Baglioni è con Concato;
è stran che l’un vicino all’altro stia,
avendo stile diversificato.
Ma non potei in descrizione mia,
riuscire a completar tutta la schiera;
infatti molti eran sulla via,
ad indicar a noi la strada vera;
ciò che con me faceva lì Francesco
che a dire il ver, io non sapei dov’era.
Ma un tratto, lì nascosto sotto un pesco,
che tutto intorno aveva fiori rosa,
seduto se ne stava intorno a un desco,
un uom con viso che, senza mai posa,
subiva di continuo un trasformare,
così come fa la mutabil cosa.
Ma io non mi volevo spaventare,
allor fischiai nel modo pattuito,
per fare qui Francesco ritornare.
Guccini da non molto avea finito,
di stare con Venditti ed altri artisti,
e appena giunto disse: E’ stabilito
dai Re, che i visi di Mogol-Battisti,
debban stare, l’un nell’altro inseriti,
in quanto furon bravi a fare misti
i genii loro, giammai avvizziti.
Ma adesso, forza, spara una domanda,
che certo questi son tuoi grandi Miti
tra tutti quel che hai visto in questa landa.
Allora io mi feci concentrato,
per non far come moto quando sbanda.
O Mogol, che sì belli scritti hai dato,
a colui che luminò mia giovinezza:
Perché con lui non hai più continuato?
E tu Battisti, ch’oggi ancor la brezza
di tua più antica e dolce melodia,
nei giovani d’amor sa dar certezza:
Ma perché mai, per desolata via,
hai tu voluto andar tutto solingo,
che immaginar vederti era follia?
Ed un viso – L’accusa tua ti stingo,
infatti io non volli abbandonare,
colui per cui ormai non più dipingo.
Motivo vero, si deve trovare,
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nel fatto che sentimmo esautorata,
quella magia, ancor da rivelare,
che quando al suon parola vien saldata,
fa nascere qualcosa di geniale.
E l‘altro viso – Tua mente è fuorviata.
Restai lontan, per evitare il male,
di mischiarmi, con l’orrenda masnada.
E’ l’amor dei miei cari che a me cale.
Invece a quegli uman soltanto bada,
d’impadronirsi dell’immagin mia,
per poi decider lor della mia strada.
Come vedi, tutt’altro che pazzia.
Ma tu non dire cose da non dirsi.
L’arte mia dopo Mogol, non fu ria.
Ascolta quelli in punto di pentirsi,
se non vuoi figurare come stolto;
infatti il lor cervel, sta forse aprirsi,
nel capir, che canzoni belle e molto,
mi diede il sodalizio con Panella,
che seppe dare a me un nuovo volto.
Siete sol voi, che come caramella,
usate mie canzoni primigenie,
per nostalgia di giovinezza bella.
Allor m’accorsi, che squallide nenie,
altro non eran, le domande mie,
che meritavan solo tante venie.
E nel rifletter presi nuove vie;
ma nel tener miei occhi ben innanzi,
vidi, seduti sopra a delle prie,
tre miei maestri, ch’ammirano in tanti,
ché sanno dar lezione sempre vera;
e stando ben in piedi a lor davanti,
voll’io manifestar mia fe’ sincera,
per tosto poi a Francesco presentare,
Molinari, Winton e Privitera.
- Grande Guccio! Ti prego di osservare,
color che mi donaron studio e stile,
che grazie a questi un po’ io so cantare.
- O Luca mio, non creder ch’io sia vile,
se ai tuoi Maestri qui non rendo omaggio,
ma ora devo dirti che un pontile,
si sta per preparar, per tuo foraggio.
Infatti, nel mio cuor – aggiunse – sento,
che ancor si fa più grande questo viaggio,
perché il Secondo Approfondimento,
tutta la tua persona sta scuotendo,
nel modo in cui sa far il forte vento.
Evento, qui si sta per te compiendo,
e se prima fosti, del ciel signore,
con l’esperienza che stai aggiungendo,
ti passeranno innanzi gli anni e l’ore.
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CANTO XXI
L’Approfondimento della Storia. (99, 2008)
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La notte scese inaspettatamente,
tosto squarciata, da fulmin violento,
al qual seguì un tuon tanto possente,
che nel mio cuor, rimase sol spavento.
Furiosi lampi, tutto illuminato
lunar paesaggio avean; e nel vento,
io vidi, un animale del passato,
che esistere potea nella preistoria,
mangiar la bestia, ch’ebbe dilaniato.
Due scimmie, sconoscenti della gloria,
che in uom civile, accade di trovare,
lottavano tra lor per la vittoria.
Poi vidi il popol, che seppe inventare,
i primi segni di nostra scrittura
e che, saggiamente, volle occupare,
i luoghi della primogenitura,
irrigati dal Tigri e dall’Eufrate,
della nostra più antica cultura.
E vidi, costruzion spregiudicate,
da cui riconosciam gli antichi Egizi,
che dentro le piramidi innalzate,
intrise di sudore e di supplizi,
solevano deporre il corpo morto,
del Dio, che castigava i loro vizi.
Io vidi ancor in siciliano porto,
antichi Achei, Dori e Calcidesi,
dai qual nacque Dionisio, per sconforto
dei Siculi e dei Cartaginesi,
che odiavan quel tiranno sì violento,
inviso tanto anche agli Ateniesi.
Poi vidi, proprio ucciso sul momento,
quell’uom, che vol nomarsi dittatore,
con il quale, appena egli fu spento,
morì della Repubblica l’onore,
che Augusto seppe far resuscitare,
per darlo poi a Tiberio imperatore.
E vidi, Giustiniano incoronare,
che giunse dalle terre bizantine,
in Italia, non sol per dominare,
perché sua volontà avea per fine,
di restaurar diritto maltrattato,
da chi osò violar roman confine.
Io vidi, in un arabo mercato,
dei musulmani, di passate ere,
che mostravan un libro decorato
in modo tale, da far intravedere,
insieme all’arte, pur la loro scienza,
senza la qual, è monco ogni sapere.
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Poi vidi pur, attender con pazienza,
ai piedi di un castel, sotto un cipresso,
il Quarto Enrico, che, con persistenza
volea negare al Papa quel possesso,
ch’ancor adesso chiaman spirituale,
che causa invece fu di lutti e spesso.
E vidi, in una strada medioevale,
due uomini con l’abito diverso,
combattersi, per odio ancestrale,
senza saper che quell’astio perverso,
dipinto sugli stemmi cittadini,
fu la ragion, d’aver libertà perso.
Io vidi in uno dei più bei giardini,
che sol la dolce Francia può vantare,
adulti e bimbi, con dei parrucchini,
e donne incipriate, sottostare
a chi, volle dal sol prendere il nome,
per soggiogar la classe nobiliare.
Poi vidi una fiumana di persone,
che ancor nel parco che prima dicevo,
colpiva i blasonati col forcone,
e ciò non sol per ottener sollievo,
dall’aristocrazia gretta e violenta,
ma per viver la Storia con rilievo.
E vidi un giovin con la vita spenta,
che stava sopra un prato insanguinato,
a causa di battaglia assai cruenta,
alla quale aveva partecipato,
perché l’amor di Patria e la passione,
lo fece un uom all’Austria ribellato.
Io vidi Rasputin, che corruzione
avea portato a star tra quella gente,
a cui lui presagì rivoluzione,
contro la qual, reagì spietatamente
il fascio e quell’orrido pagano
che spense vite abominevolmente.
E infine vidi in un campo di grano,
degli uomini raccoglier bionde spighe,
liberi e paghi di darsi la mano.
Eppure la lezion d’atroci brighe,
l’umano ancor non mostra d’imparare,
chè tante ancor di sangue son le righe.
Con tale riflession, vidi mutare,
nel vento, che tornò come all’inizio,
di grano il campo, in vero e immenso mare.
Questo sognar, davver poco fittizio,
m’avea donato ancor profondimento;
ed io raccolsi questo nuovo indizio,
al fin di liberarmi dal tormento.
E poco dopo, giunse sulla spiaggia
Guccini con un passo tristo e lento.
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CANTO XXII
Il pellegrino sulla spiaggia. Il discorso di Francesco. (99, 2107)
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Il sole da non molto era spuntato;
dai suoi raggi, veniva quel tepore,
ch’è del mattino, appena avanzato,
quando ancora, non si sente il calore
dell’astro, che giungendo a mezzogiorno,
dell’aer, fa mutar grado e colore.
Francesco avea finito il suo ritorno,
e, come prima, gli occhi sulla sabbia,
teneva senza mai guardare intorno.
Non posso dir che fosse nella rabbia,
semmai che avesse in cuor malinconia,
oppur che sopportasse peggior gabbia;
e ciò forse, per una colpa mia.
Allora a lui che stava a me davanti,
io chiesi – O Guccio, perché nella via,
ti muovi come quando son distanti,
le speranze che un nostro bel desire,
si avveri anche sol per pochi istanti?
Da quando io cominciai con te a partire,
mai vidi su quel tuo barbuto viso,
i segni, di tal’immalinconire.
E allora lui, guardandomi ben fiso:
Dai vieni, che il seder su quello scoglio,
a noi conviene, perché mesto avviso,
non solo devo, ma pur anche voglio,
a te dar, per migliorar tuo cammino.
Io spesso in questo modo fare soglio,
ogni qual volta io sento vicino
quell’ora che gli amici fa lasciare.
E’ questo un dolor ch’ ogni bambino,
in modo simil deve sopportare,
ogni qual volta il padre s’allontana,
dal figlio che si deve addormentare.
Ed io - Ma perché cosa spartana,
in questa plaga, ti viene da dire?
Qual’è la ver ragion di questa smania?
E poi... Assai stupisco nel sentire,
che adesso più non debba stare sveglio;
tu sai che sono qui per invertire,
la strada mia, proprio perché meglio,
ancor io possa fronteggiar mia vita,
Che fai? A canarino neghi il miglio?
E forse, col mio dir, la sua ferita
io feci, pur se poco, più allargata;
e avendo questa cosa lì capita,
lasciai di proseguir la sceneggiata,
e chiesi con un rassegnato cuore,
di darmi spiegazione più avanzata.
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Ricordi - disse - quando avesti il fiore,
da chi ci seppe dar, armonie grandi?
È il fiore dell’assenza del dolore.
Ciò che importa, è che tu vada avanti
in modo tal, che si possa compire
tutto il percorso. Luca non son tanti
gli ostacoli in cui tu debb’agire,
usando le tue braccia fortemente;
ma tanti invece son, per acquisire,
non sol col cuore, m’anche con la mente,
il luogo senza spazio, capo e fine.
Non ti turbar, lo so, indubbiamente
non riesci a fare tu le giuste stime,
ma avrà ciascuna cosa il proprio tempo.
Vedrai, che con le tue sentite rime,
tu riuscirai, a fare meno empio,
quel patimento ch’è d’uman natura,
che ha nulla a che veder con Dio nel tempio.
La spiegazion m’apparve un poco dura,
non sol perché non tutto m’era chiaro,
ma perché capii che l’avventura,
che volli cominciare col mio varo,
dovevo continuare tutto solo,
come quando viaggiam senza denaro.
E lui, che mi capì subito al volo,
mi disse con possente e calda voce:
Non lascio certo te, senza consolo!
Quando ti presi, proprio alla tua foce,
chiaro ti dissi “ Qui v’è il tuo desire,
che far morir, sarebbe cosa atroce “,
e ciò non sol per toglierti il patire,
ma perché già sapeva il tuo maestro,
con chi saresti andato poi a finire.
Nessuno vuole qui farti il capestro;
e già quando vedrai tua nuova guida,
ti sembrerà d’aver fatto canestro.
Come quando lo studente confida,
che possa continuare la vacanza
oltre quel tempo, che invece diffida
a pensar ciò, perché la vicinanza,
dell’iniziar di scuola un nuovo impegno,
fa render vana tutta la lagnanza,
così io ero un po’ nel pagar pegno,
al fatale trascorrer delle cose,
che accettare dobbiamo, per contegno;
perché per quanto siano assai preziose,
le idee geniali; e per quanto ancora
l’umana arte, faccia favolose,
le opere di ogni nostra ora,
pur sempre noi dobbiam chinarci a legge,
che tutto in nostra vita deteriora.
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CANTO XXIII
Il congedo di Francesco. L’arrivo del battello. La partenza del pellegrino. (91, 2198)
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E dopo il suo parlar, lui volle alzarsi,
da me imitato in tale atteggiamento;
intanto mezzodì stava per farsi.
Notato avrai che qui, lettore attento,
é meno lento il tempo nel passare,
accadde pur nel mio volar contento.
Qui c’è soltanto da considerare,
che i giorni, ore e pur anche i minuti,
se nel sognar tu stai, posson cambiare.
Facemmo quattro passi un po’ perduti,
in lento camminar su quieta riva;
e i luoghi intorno a noi eran sì muti,
che sol scrosciar dell’acqua si sentiva,
non sol nell’aer nostro, pur nel cuore,
e ciò, forse dai visi traspariva.
D’un tratto vidi che il mio difensore
scrutava l’orizzonte nel profondo,
con sguardo che tradiva il malincuore,
ch’ormai l’aveva invaso fino in fondo,
vedendo che un battello qui giungeva,
a fare il nostro tempo moribondo;
ed in quel poco, ch’ancor rimaneva,
mi diede un così affettuoso abbraccio,
che commozion e barba mi pungeva.
Poi disse – Luca, qui si scioglie il laccio,
che fece andar noi due per quelle lande,
in cui ti sei cavato d’ogni impaccio,
perché le riflessioni e le domande,
ch’hai tratto dagli incontri del tuo viaggio,
han fatto me comprendere, che grande
è qui la tua occasion, di un appannaggio.
Però ti prego, Luca, non scordare,
che devi tu pagar tutto il pedaggio,
che sta nell’affrontar e terminare,
la prova che tu vivi da dormiente
e il libro che doman dovrai narrare.
Fra poco sul battello d’altra gente,
potrai, se tu vorrai, far conoscenza;
son là perché anche loro fortemente,
han voglia d’acquisir la nuova scienza.
Vedrai che ciascun uomo ed ogni donna,
avrà la compagnia d’una sapienza;
son quelli come me, che son colonna,
a quelli come te, che son desiosi,
di fuggir, tutto il male che v’assonna.
Talvolta i detti miei furon noiosi,
e spesso stesse idee t’ho ripetuto,
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e sempre ostacolai tuoi van riposi;
ma ho fatto ciò soltanto per tuo aiuto.
E quando poi sarai sul quel traghetto,
non devi tu sentirti, più incompiuto
soltanto perché tu non sei soggetto,
ad aver sol per te un tuo maestro;
se tu ricordi, io te l’ho già detto,
che noi ci distinguiam per nostro estro,
in modo tal che ogni uom diverso,
ha il suo percorso a manca oppure destro.
Attendi calmo il nuovo capoverso…
…Annunciato, dall’arrivar del legno
su quella riva, sotto il cielo terso,
al legno al qual non solo me consegno,
ma pur la rima mia nel tentativo,
di far questo racconto ancor più degno.
E mentre sul battello io salivo,
sentivo mescolar mia nostalgia
con l’ignorare il luogo del mio arrivo.
E quando nave prese ad andar via,
io volli con la mia sinistra alzata,
ancor risalutar la guida mia,
fin quando a me non venne più mostrata.
E sopra qui, dovetti ritrosia,
fare in modo che fosse superata,
perché la situazione in cui un sia
da solo, a doversi confrontare,
con chi non sai se ti sta in simpatia,
può anche del timore generare.
E dopo essermi dato i giusti aiuti,
decisi di volermi presentare,
a lor che in piedi e a coppie stavan muti,
però anche tranquilli e sorridenti;
allor, pensai, facciamo dei saluti,
tentando un paio di ammiccamenti.
Ma nulla. La risposta era angusta;
anzi, se devo raccontar gli eventi,
fu, nel tacer, la replica robusta.
Dovendo sopportare solitudo,
ritenni qui di far la cosa giusta,
cercando nell’oblio la beatitudo.
Allor lasciai la mente mia svuotare,
e nell’usare gli occhi come scudo,
mi volli tutto al mare abbandonare.
FINE DEL PRIMO LIBRO
46
Libro Secondo Introduzione al secondo libro
Poche parole per chi, nell’affrontare la seconda parte, conosce ormai il clima di tutta l’opera. Il lettore noterà
che, nel secondo libro, parecchie sono le differenze con il precedente, senza che ciò causi un disperdersi
dello “spirito complessivo” del lavoro. Negli incontri del primo libro, i personaggi appaiono prevalentemente
corporei: Gianni Morandi, Mina, lo stesso Roberto Benigni, pur essendo certamente rielaborati dalla fantasia,
rappresentano loro stessi, nelle loro caratteristiche “in vita”. La stessa scena dell’incontro con i Sovrani della
Musica (I, XVIII), che ha un carattere dichiaratamente onirico, propone, per mezzo dei discorsi, filosofie
molto terrigne e pratiche, cosicché è soprattutto l’aspetto umano di questi personaggi che prevale, piuttosto
che la loro trasfigurazione. Nel secondo libro il clima, progressivamente cambia; cosicché un grande
personaggio può essere ampiamente decritto senza che il pellegrino sia costretto ad incontrarlo fisicamente,
così come, di norma, avveniva nel libro primo. Vi è insomma una netta prevalenza del simbolo, nei temi che,
man mano, vengono trattati: il Dolore, La Morte, l’Amore, ecc. E’ bene precisare che tali trattazioni non
pretendono di individuare un neosignificato che risolva il senso di queste realtà fondamentali della nostra
vita, bensì di consentire a chi scrive di esprimere a riguardo, anche solo delle semplici emozioni. Altro
elemento di differenziazione è dato dalla dimensione dei temi trattati; non più: un canto, un tema; ma un
sviluppo di quest’ultimo su più canti come per esempio accade nell’episodio dell’Arancia Meccanica. (II,
XXXVII, XXXVIII, XXXIX), supportato da un testo cinematografico (ma vi sono casi in cui ci si riferisce a
testi letterari). L’ambientazione nella Grecia, soprattutto antica, di questo secondo libro corrisponde
all’immagine di classicismo, sviluppatasi nell’autore in progresso di tempo. Per tornare al testo, maggiore
poi è l’intensità delle esperienze vissute dal pellegrino, che tendono a protendere sempre più in alto; non
tanto artisticamente - ché i limiti del poeta sono alquanto evidenti - quanto rispetto al significato generale che
si vuole dare al lavoro, che, come abbiamo già detto, converge verso la soluzione finale, contenuta nel canto
XLVI, ultimo dell’opera. Il lettore cioè dovrebbe percepire una progressiva promozione del personaggio che,
verso dopo verso, si conquista la soluzione; senza che per questo ci si debba aspettare quest’ultima come
clamorosa. Un’ultima considerazione prima di lasciarvi al (presunto) piacere della lettura e della critica. Nel
secondo libro frequentemente ci si rivolge ad alcuni elementi caratteristici della dottrina buddista in genere.
Essi non significano altro che ciò che dicono; non sottendono significati reconditi e tanto meno criptici e
soprattutto non intendono appesantire questo racconto con ragionamenti comprensibili solo ad iniziati. Un
atteggiamento di serenità e semplicità sarà quindi il modo migliore di affrontarli e conoscerli.
L.M.
CANTO XXIV
L’invocazione alla Musa della Poesia. (93, 2291)
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Divina Erato, che protettrice,
tu sei sol di color che per amore,
disegnano con l’arte incantatrice,
le immagini che san lenir dolore
di faticosa e dura vita nostra,
io qui t’invoco, con tutto il mio ardore,
alfin ch’ancor dei versi miei la giostra
possa, seppur del tutto inadeguati,
dei poeti ver, far più bella mostra.
Alceo e Saffo da te dissetati
inver, han dato a noi rime ispirate,
ch’ancor i versi lor son declamati.
Tu sai che le parol da me tracciate,
indegne son da nomarsi poesia,
ma tu sai ben che lor son’animate,
dalla passion che sento nella via.
E’ questa la ragion del mio poetare,
ch’ormai mi prende come malattia.
Or qui ti chiedo: Ascolta il raccontare
del tuo figliol, che giunto ormai nel mezzo
si vuole dalla febbre liberare.
Dopo che udii, inconscio, “io ti battezzo”,
formai pian piano dentro la mia mente,
quel linguaggio, che in tutti i bimbi è grezzo.
Negli anni miei primieri da studente,
amavo legger cose ad alta voce,
in modo assai spedito ed avvincente.
Ma a nove anni iniziò la mia croce,
nel sentir, con il cuor e con le orecchie,
non sol che non andavo più veloce,
ma che facevo sempre troppo vecchie,
le consonanti ch’apron le parole,
in guisa che ognuna eran parecchie.
E allor se non riuscivo a dire “viole”,
quando di viole sentivo odorare,
dicevo “rose” raccontando fole.
Non mi feriva sol del balbettare,
il non poter narrar le storie mie,
ma il veder su di me gli altri scherzare,
cosicché rifuggivo quelle vie,
in cui la situazion non consentiva,
d’esprimer le cose lente e restie.
Fu quando percepii assai precisa,
la verità per cui non son giganti,
color che noi chiamiamo gente viva,
che feci nel parlar un passo avanti.
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Ma più d’ogni altra cosa fu scoprire,
che la paura sta nel cuor di tanti.
Allora cominciai ad interloquire,
non certo come sa far l’oratore,
ma come chi può dir ciò che vuol dire.
Ma questo non fu il sol triste colore,
che a causa di sorelle molto stolte,
mi vollero dipingere nel cuore.
Infatti le speranze a me eran tolte,
d’usar come si deve la scrittura,
per le lacune mie e mancanze molte.
Ma la fortuna a me die’ l’avventura,
non solo di scacciar dalla mia mente,
le stime che valevan spazzatura,
ma pur di diventare conoscente,
seduto nei miei banchi liceali,
di Gianna che ancor’io adolescente,
mi volle restaurare le mie ali,
perché nel legger cose che scrivevo,
a me soleva dir “ Guarda, che vali!”
La vita assai di meno ormai temevo,
e ciò m’illuse ancora giovanetto,
d’aver raggiunto ormai ogni sollievo.
Ma invece ancor non fu del tutto netto,
il percorso che lungo rimaneva,
perché la eco dell’essere inetto,
da qualche parte ancora ribatteva,
fino a quando con gli alti e giusti studi,
finalmente quell’epoca chiudeva.
Grande Erato non narro tripudi,
ma sol la breve storia d’ogni uomo,
che sa con volontà far meno crudi,
gli aspetti del destin non tanto buono.
Ma in questa mia Commedia, ora nel mezzo,
in cui per progredir ti chiedo il suono
del verso mio, ancor sì tanto grezzo,
qualcosa son riuscito ad imparare,
capendo quanto poco sia quel prezzo,
che vita mia mi volle far pagare,
sì tanto lievi sono i miei dolori,
per chi è costretto sempre a digiunare.
Ma per aver vissuto i miei accori,
concedimi d’entrar nella tua arte,
che in rime sa cangiar i miei fervori,
alfin che possa la seconda parte,
che dura è più di ripida salita,
annoverare tra le mie nuove carte.
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CANTO XXV
Il viaggio in nave del pellegrino. L’incontro con Piero Ciampi. L’arrivo a Patrasso. La sensazione di paura. (97, 2388)
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A ridestarmi furon delle grida,
o forse perché ormai s’era esaurito
il tempo, nel qual lo spirto s’annida.
Un giorno tutto intero era durato,
il sonno che talor possiam sognare,
infatti il mezzodì era tornato.
Tentai allor pian pian di riacquistare,
non solo delle membra mie il controllo,
ma pur la facoltà d’orizzontare
ch’è dentro a nostra mente, allor col collo
muovei, per osservare se l’intorno,
diverso fosse prima del mio crollo,
ma nulla era cambiato a parte il giorno,
sulle scene da me prima vedute,
infatti del battel tutto il contorno,
mostrava stesse coppie, ma sedute,
che come me facevan questo viaggio,
tenendo sempre le lor bocche mute.
Dal loro aspetto non parea che oltraggio,
avessero portato al riposare,
in quanto i visi eran rose a maggio,
che quando la rugiada vuol bagnare,
i petali sa far ancor più freschi,
del pur recente loro germogliare.
Fu nel vedere lor solari e desti,
più ancor che non avere il mio maestro,
che rendeva i pensier miei assai mesti,
perché rispetto al mio un percorso destro,
lor davan l’impression d’aver vissuto,
come color che vantan maggior estro.
Ma fu lì, che pur assente in mio aiuto,
tornaron come miele quei concetti,
sui quali Guccio aveva ribattuto,
per cui pensai che i loro belli aspetti,
causare non dovean invidia mia,
perché il viver sentimenti gretti,
fa ancor più buia questa nostra via.
E forse questo piccolo pensiero,
che pure in prosa odora di poesia,
fu valutato onesto e assai sincero,
da un uom che dal suo posto s’era alzato,
per giunger verso me, dico di Piero,
il cui cognome è oggi collocato,
tra quelli che han raggiunto le alte sfere
dello Stato; ma questo Piero è amato,
dagli artisti che sanno che il suo bere,
che i perbenisti voglion condannare,
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avea delle ragioni forti e vere;
perché se volle il corpo suo bruciare,
non fu per vizio od odio della vita,
ma sol per volontà di denunciare,
che l’esistenza nostra è costruita,
nel modo che più piace agli arrivisti,
che mai potran capir sua dipartita.
E nel guardar suoi occhi a me non disti,
mi venne da rivolgergli parola,
e non per ricordargli eventi tristi,
bensì per dir che se il tempo scolora,
i nostri bei ricordi anche se cari,
ancor l’immagin sua non m’abbandona,
- sì tanto sta di mente mia nei diari di quando io lo vidi alla Rassegna,
vibrar con forza e amor suoi detti amari.
M’ancor sperimentai che vita insegna,
a non volere troppo confidare,
ciò che su nostra agenda la man segna;
infatti proprio allor volle suonare,
la sirena che sta sopra i battelli,
che spinse l’attenzione mia a distrarre;
e fu così però anche per quelli,
che fermi prima se ne stavan sempre,
per la saggezza lor, non perché imbelli.
Di me, di lor la prua tutta si riempie,
perché se sol dall’acqua circondati,
fin d’ora noi eravam, diversamente,
adesso gli occhi ansiosi ed attizzati,
osservavan curiosi case bianche,
a cui il battello ci facea accostati.
Fu poi la voce di un altoparlante
a dir che la città ai pie’ del masso,
che Panachaikon chiamano, è importante:
infatti si trattava di Patrasso.
La nave cominciò a rallentare,
e i marinai cercavano più in basso,
il punto più opportun per attraccare.
Adesso avevan tutti un’aria gaia,
forse per l’emozion di visitare,
colei che capital fu dell’Acaia.
Io scesi in fila e in modo assai ordinato,
e nel far ciò guardavo quella baia,
quel luogo, che da Augusto trasformato,
divenne una colonia assai fiorente,
e dopo un bizantino principato.
Però vi devo dir che la mia mente,
avevo consegnato alla paura,
perché da solo in mezzo a quella gente,
nessuno si prendeva di me cura.
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CANTO XXVI
Il terzo risveglio. L’esercizio del respiro. Il ritorno nel sogno e l’incontro con Pupo. (99, 2487)
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E se casuale fu il risveglio primo,
e l’ansia invece provocò il secondo,
per timor giunse il terzo, su cui rimo.
Ma poco prima di tornar nel mondo,
riconosciuto avei, anzi intuito,
seppure non in modo tutto tondo,
che il sogno mi veniva ancor carpito,
con quel suo contenuto così raro,
che ormai è dentro al cuor come mio Mito.
E quella sensazion fu come un faro,
perché voleva dir che la mia mente,
cominciava a vedere assai più chiaro,
e non perché anticipatamente,
venissi a conoscenza degli eventi,
bensì perché adesso finalmente,
le percezioni ed anche i sentimenti,
da me sperimentati in questo viaggio,
riuscivo ad osservar più netti e lenti.
Lettor, lo so che a te non chiaro e saggio,
ti par questo mio dir, ma pazientare
ti chiedo, al fin che tu tragga vantaggio,
da scienza che non ama il discettare,
e fe’ a te non chiede in Dio o nei santi,
ma solo che sia tu a sperimentare.
Pertanto non turbarti e andiamo avanti,
al fin che io continui a raccontarti,
se tu vuoi proseguir con gli altri canti,
il modo in cui riuscii ad illuminarmi;
ti parlo del chiarore tutto intero,
che nel quarantasei potrò svelarti.
M’adesso è ancor lontano quel sentiero,
perché tornar dovevo nel mio sogno,
e nel far ciò non volli usar del siero,
in quanto non ne avevo più bisogno,
volendo preferire quel respiro,
che se si sa usar ben è un patrimonio.
Allora feci come in tana il ghiro,
restando nel mio letto a luce spenta,
con la concentrazione bene in tiro,
per ascoltar l’ispirazione lenta,
poi il punto in cui il respiro sta nel centro,
e ancor quand’esso espirar diventa.
Fu quell’azione che mi diè il rientro,
nel sogno di cui adesso io dovevo,
cercar d’oltrepassare il baricentro.
Ma sul molo nessuno conoscevo,
seppur da tanta gente popolato,
sulla qual lo sguardo mio diffondevo.
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Ma ad un tratto fui più volte chiamato,
da un esser piccoletto e grassottello,
con viso a tutto tondo e imbambolato,
che appena vide me, con un saltello
ch’ei ripetea più volte, volle dire:
Oh Luca, finalmente, ma che bello!
Ma non potendo certo riferire,
qualcosa che ha a che far con il mio aspetto,
su cui bellezza ha molto da ridire,
ad aspettar ragion di quel concetto,
mi misi per desio di spiegazione,
seppur non confidassi nell’ometto.
Caro Luca, ti do qualche nozione,
volendo innanzitutto incominciare,
a dirti che qui svolgo una missione.
Son qui perché ti voglio presentare,
un buon maestro saggio ed opportuno,
che possa ancor tuo viaggio accompagnare.
E nel sentire ciò, come nessuno
io mi sentii felice per davvero,
sapendo che per me c’era qualcuno.
Io sono dei Maestri il messaggero,
però non appartengo a quella valle,
perché col mio cantar io valgo zero;
e allor a causa di queste mie falle,
mi dedico al mestier dell’aiutante,
al posto di pulir le loro stalle.
E ancor - Io son Pupo, sai il cantante,
che riesce anche a far rabbrividire,
pur l’eschimese con pellicce tante.
Ed io – Aspetta, fammi ben sentire,
che forse qui la toma cambio in Roma,
così che non comprendo questo dire:
Ad annunciar cavallo viene soma?
No, dimmi che tu sei qui per scherzare,
e non per aiutar colui che sogna.
I detti miei lo fecero irritare,
e protestar che assai sinceramente,
aveva lui saputo a me parlare.
Io non son qui per imbrogliar la gente!
Infatti io ti ho detto chiaro e netto,
che con le note io non valgo niente;
ma ciò non basta per mancar rispetto,
a chi con onestà fa il suo lavoro.
Tu puoi veder in mano mia un libretto,
in cui ci sono i nomi di coloro,
tra i quali cercheremo la tua guida.
Ci son person che valgon più dell’oro!
Ed io – Ochei, mio spirto in te confida.
Se vuoi possiam dar vita alla ricerca.
Depongo l’atteggiare della sfida.
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CANTO XXVII
Alla ricerca del nuovo Maestro. (99, 2586)
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Vediamo… - disse Pupo col quaderno C’è il nome di Brunella sulla lista,
inciso in oro, in alto e sull’esterno,
in modo tale che dagli altri dista.
Si tratta – dissi – di colei che amo,
che non può star con l’altre donne mista.
Di solito – lui aggiunse – qui scriviamo,
colei che al pellegrino e assai legata,
perché è con l’amor che diamo e abbiamo,
che a noi la strada vera è indicata.
Allora io – Ti prego, fammi andare,
con lei che sopra a tutte è la più amata.
La gioia ed il dolore frequentare,
da tanto tempo noi vogliamo insieme;
con lei ho tante cose da imparare.
- Mi fa piacer che tu le voglia bene,
però vicino al nom c’è un asterisco…
aspetta, che a guardar i facs conviene.
…Qui dice (se nel leggere capisco)
che a te da un bacio e poi ancor t’abbraccia,
ma non ti può ammaestrare per il rischio,
che a far la guida a te poi non si faccia,
ciò che si deve far nella famiglia,
ch’è il primo dei dover, piaccia o non piaccia.
- E allora se non vien chi mi somiglia,
può forse accompagnarmi la Ferilli,
o Megan Gheil che tanto a me m’impiglia!
- Aspetta che consulto i codicilli…
…La Megan non la riesco qui a trovare…
Sabrina c’è, però ha ben altri assilli;
gli han dato Berlusconi da curare,
perché la smetta di sciupar l’Italia.
Insomma ancor dobbiamo ricercare.
Possibil che per te non ci sia maglia!
…Qui vedo un Caravati nominato,
però non par che porti la tua taglia.
Ah ecco…Forse un nome l’ho trovato:
potrebbe far tua guida il Molinari!
Ah no..una licenza ha domandato,
perché lui vuole star con i suoi cari;
infatti il frequentar Anna e Giovanni,
fa sì che i giorni suoi non siano amari.
Ed io – O Pupo, mettiti nei panni,
di un che sopra un molo sta aspettando.
Non posso stare qui per mille anni!
E lui – Tu hai ragion…Mi stan chiamando!
Inver nel suo taschino il cellulare,
non sol vibrava ma stava squillando.
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Io subito m’accorsi che a parlare,
lui stava con qualcuno d’importante,
infatti ripeteva l’inchinare,
come se avesse un re a lui davante.
A guardarlo mi pareva contento,
quel tipo proprio strano di cantante,
per la sua voce e per il portamento.
Oh Luca! Via quel broncio. Stai felice!
Perché dal cellular che adesso è spento,
ho udito voce assai liberatrice.
Però bisogna che tu dia l’assenso,
ché “imporre” è una parol che non si dice.
Ed io - Mi vuoi privar d’ogni mio senso?!
Se qui tu non ti sbrighi a dirmi il nome,
a darti una legnata io acconsento!
- Stai calmo che ti dico dove e come,
potrai incontrare il tuo nuovo Maestro.
Il Pupo ti sa dar notizie buone!
Sarà perché ancor sono maldestro,
pensai dentro di me, però d’un santo,
ci vuole la pazienza ed anche l’estro.
Ti prego Pupo dimmi qual è il manto,
con cui potrò coprire le mie spalle.
Adesso ne ho bisogno proprio tanto!
E lui – Color che regnan sulla valle,
che hai visitato per la tua fortuna,
ti danno con il manto anche uno scialle.
Facendo un’eccezion, ma solo una!
(perché violar le norme è da cretini)
ti fan gustar ancor la stessa schiuma :
Ti va di rincontrarti con Guccini?!
Ed io nel rimanere senza fiato:
Ma questi Re non son certo missini!
O grande Pupo, tu sia ringraziato !
Dove lo trovo? - e lui - E’ in quell’ostello;
è circa un’ora e mezza ch’è sbarcato.
Su vai, che il tuo Maestro è proprio quello…
Il qual guardava un gruppo di ubriachi,
seduto intorno a lor su uno sgabello,
con un piatto bel pieno di suflachi.
E nel cercarmi un varco tra quel chiasso:
-O Guccio! Ma che fai in camicia cachi?!
E come fai già ad essere a Patrasso?
Ma guarda un po’i misteri della vita!
E lui - E tu che te ne vai a spasso!
- Si hai ragion! Davvero la partita,
non sol tra noi ancora non è chiusa,
ma tanta strada ancora va gestita…
E Guccio - …in modo che non sia delusa,
la giusta aspettativa del viaggiare.
Attento a non pestare quella busa!
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CANTO XXVIII
Il congedo da Pupo. La partenza da Patrasso. La descrizione delle Entità Totali. (99, 2685)
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Su - disse Guccio - vai a salutare,
il Pupo che per te Mercurio è stato;
in fondo un po’ lo devi ringraziare.
E’ vero che è un cantante dissestato,
però il suo dover ben ha compiuto,
in quanto tu il Maestro hai riacquistato.
Allora io con passo risoluto,
a lui tornai con viso assai sereno,
per dirgli che mi diede un grande aiuto.
Oh mio Pupo, se adesso più non peno,
e sol perché hai saputo con pazienza,
ascoltar me, però adesso almeno,
bisogna che una certa conoscenza,
io debba avere un po’ della tua arte...
(insomma, gli lasciavo un po’ di lenza).
E lui - Davvero! Aspetta, tra le carte,
che sempre stan con me nelle missioni,
una canzone devo aver da parte!
Però ci manca qui qualcun che suoni!
Allor ebbi paura che chiamare,
volesse lui, tra i musicisti buoni,
colui che scelto fu per me guidare.
Ma Guccio che se’n stava non lontano,
in quel momento si mise a gridare:
Forza Luca! che adesso proprio andiamo,
a far d’ogni tuo incontro un ben supremo.
Su questo carro occor che noi saliamo!
Non speravo in uno splendido treno,
ma manco di viaggiar con un cavallo,
al quale bisognasse dare il fieno.
E alfin che non mettessi un piede in fallo,
mi volle sollevare il buon Guccini,
in modo assai legger, come nel ballo.
I luoghi che vedrai non son vicini,
ma questo - disse - non ti de’ importare,
ché qui i chilometri non sono affini,
a quelli che ti trovi a misurare,
negli ordinari giorni della vita.
E fanno il nostro viaggio ora accorciare,
color di questa tua nuova partita,
perché i Miti ch’adesso contattiamo,
t’attraggono più ancor di calamita.
Allor le briglie sciolte noi lasciammo,
sopra il ronzin che molto lentamente,
portava noi che assai traballavammo.
Intanto sopra il molo tra la gente,
vedevo Pupo che si allontanava,
a cui il mio salutar fu negligente.
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Ed anche il porto ormai dietro a me stava,
che ad essere sincer è proprio brutto;
inver bellezza alcun non si trovava,
seppure lo guardassi dappertutto.
Ma da Francesco venni richiamato:
Dentro al fien c’è del pane e del prosciutto,
che - disse Guccio - prima ti ho comprato.
Adesso ti conviene un po’ mangiare,
più tardi in toto tu sarai sfamato.
Nella biada dovetti rovistare,
e nel far ciò, a me sembrava chiaro,
che gli agi qui dovevo abbandonare.
Guardai, col mio panin, del porto il faro,
e tutta quella gente cittadina
- tra i qual trovar turista non è raro che il mio spostar faceva piccolina.
Fu lì che vidi una cosa bella,
che non avei saputo coglier prima;
in alto infatti antica cittadella,
a cui Patrasso vuole soggiacere
si stagliava nel ciel come una stella.
Ma ancora fu la prosa a prevalere,
infatti a causa del seder quadrato,
dovetti domandare al mio cocchiere:
Il viaggio è ancora tanto malandato?
E lui - Tu puoi aver la tua risposta,
in quanto il primo tratto è terminato,
per cui fra poco noi faremo sosta.
Ed io – Ti chiedo ancor un chiarimento,
(in fondo anche per questo sei qui apposta)
non sul cangiar di scene o l’andar lento,
perché su questo ormai posso insegnare,
ma del tragitto che dura un momento.
E lui – Adesso tu dovrai affrontare,
color che son dell’Entità Totali,
che sanno come far per attirare,
chi vede in lor dei punti cardinali.
M’alfin che possa tu davver capire,
ti devo dir che tu ti dai le ali;
infatti il tuo veloce progredire,
deriva dal sommar di tua passione,
nei Miti che ti fan sì sbalordire.
Tu adesso non vedrai solo persone,
nel modo che ti sono apparse prima,
ma avrai pur delle scene la visione,
di opere che il cuore tuo sublima,
così che tu nell’arte potrai stare,
con veridicità assai sopraffina.
Adesso andiam sul prato a riposare,
perché fra poco, caro pellegrino,
ancor lo spirto tuo dovrai plasmare.
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CANTO XXIX
Il riposo sotto l’ulivo. Il silenzio della mente. L’ansia del pellegrino di conoscere il futuro. La concentrazione mancata. (93, 2778)
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E sotto un bell’ulivo ci portammo,
dal nostro bel carretto noi scendemmo,
e per un poco noi ci riposammo.
Potresti – io dissi – ancora fare un cenno,
sull’Entità di cui ora mi hai detto?
Così gli sbagli miei tosto depenno.
- Su lor non posso darti alcun prospetto,
rispose alla domanda mia Francesco
per quanto il mio parlar poss’esser retto.
Non si può dar di raccontar che il pesco,
produce dei bei frutti e assai gustosi,
se non l’assaggi quando siedi al desco;
così che poi ne diventiam golosi,
al punto che non stiamo più a badare,
se in qualche parte son dal marcio rosi.
Piuttosto or ti voglio consigliare,
di stare nel silenzio totalmente,
perché il tacer prepara il concentrare.
Ed io – Adesso non udrai più niente.
Però ti prego, almen lasciami dire,
che non riposo qui tranquillamente.
E lui – Perché t’affanni nel predire!
Invece lascia andare i tuoi pensieri,
alfin che la tua mente possa udire,
rintocchi di campana, che i sentieri,
ti vogliono annunciar di questo viaggio,
che non immaginavi fino a ieri.
Ricordo che io lessi che il coraggio,
di cui era poco avvezzo Don Abbondio,
non puoi trattar come se fosse un paggio,
da usare a piacimento per il mondo.
Le forze dell’agir non stanno fuori,
ma sono da cercar nel tuo profondo.
Allora spensi tutti i miei motori,
lasciando che emozion, fatti e giudizi,
privati fossero dei lor colori.
Ma la mia mente faceva capricci,
perché nel mio cercar d’allontanare,
questi pensier, che son talor feticci,
soltanto io riuscivo a provocare,
il lor tornare ancora più violenti,
e duri ancor di più da contrastare.
Infatti tutti i quanti i sentimenti,
bramavan di sapere quel futuro,
di cui mai noi possiam esser sapienti;
ma nonostante ciò sia assai sicuro,
cadiamo sempre nell’indovinello,
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“Il mio destin è bello oppure è duro?”
E ragionai pur lì ancor con quello,
costante nel mostrar quanto distante
sia il far dal dir con bocca e con cervello.
Domande molte a me stavan davante:
Davvero adesso io vedrò dei Miti,
che possan questo viaggio far piu grande?
Ho già assaggiato cibi assai conditi,
e se non ho incontrato tutti quanti,
i miei desii son stati ben serviti.
E se davver vedrò questi giganti,
sarò capace io di replicare,
o invece mi accadrà come agli amanti,
che quando la passion li fa sballare,
tentando di narrare il loro amore,
non trovan le parol da pronunciare?
E se davvero volle il mio dottore,
profetizzar che un giorno con i versi,
dovrò narrar sconfitte ed il valore,
(perché talvolta sono assai diversi,
gli esiti che fan di nostra vita,
il luogo in cui noi siamo vivi o persi)
saprò io generar poesia sentita?
O lascerò che il sol bruci le ali,
con cui ho cominciato la fatica?
E se saranno i versi funzionali,
al punto che il mio vivere e il racconto,
legati sian da vincoli carnali,
non darò al mio lettor che un acconto,
inutil per capire fino in fondo
il viaggio mio, se gli offro un resoconto?
Perché rimangon sempre sullo sfondo,
ragioni ed emozion da cui siam presi…
…E ciò val pur per me che adesso espongo.
Al suon delle campane mi sorpresi,
e non perché non fui ben avvisato,
da chi sa valutar misure e pesi;
bensì perché ancor m’ero legato,
ai raggi della ruota del mio tempo,
che troppo volte faccio anticipato.
Ma se pur mi trovai con me in dissenso,
non per questo potei riguadagnare,
i minuti sprecati senza senso.
E il non aver saputo concentrare,
la mente, di cui tutti son dotati,
più faticoso fece il mio viaggiare.
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CANTO XXX
La Foresta degli Uomini Perduti. (97, 2875)
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Così io riflettevo ad occhi aperti,
disteso su quel prato e sguardo al cielo,
ma se i quattro rintocchi erano certi,
sul mio destino invece v’era un velo,
oscuro, ma da luce attraversato,
da cui un poco appena intravedevo,
che qualcosa intorno a me era cambiato.
Allor m’alzai veloce sui due piedi,
per scoprir ch’ero stato abbandonato,
e che cangiando stavano gli arredi,
il che fece aguzzar il mio osservare,
così che al corpo un giro intero diedi,
con l’ansia di chi teme l’assaltare,
di un uom che t’aggredisce all’improvviso.
E grazie al giro io potei notare,
con gli occhi con cui sa parlare il viso,
che gli ulivi da me prima veduti,
mi davan dell’autunno il preavviso,
perché i rami lor parevan muti,
privati di ogni foglia e rinsecchiti,
e della linfa lor, tutti spremuti.
Da ciò io presagii che tristi Miti,
avrei dovuto ancora io affrontare,
così come talor gli stessi riti,
in vita siam costretti a ripassare,
da cui poi facilmente deduciamo,
di certe situazion l’assomigliare.
Io lì vedevo muovere ogni ramo,
nel modo in cui l’uman invoca aiuto,
e ciò sapeva troppo di richiamo,
all’immagin dell’uomo, che perduto,
assume le sembianze della pianta,
per dir delle catene a cui è tenuto.
Il centro d’ogni pianta mise pancia,
in modo assai fedele all’intuizione,
che abbandonar dovevo ogni baldanza;
e il tipo della lor deformazione,
che ancor la mente mia assai ben vede,
s’accompagnava a un’altra mutazione,
per cui radice si cangiava in piede,
donando al legno un’uman sostanza,
così che m’apparivan pur le vene.
Ma ciò che ancora adesso mi sbilancia,
fu nel veder in cima ai tronchi, teste,
materiate dal dolor che t’aggancia.
Gli sguardi lor non annunciavan feste,
perché apparivan smunti in tale modo,
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che pelle ed ossa stavano conteste.
Era negato a lor qualunque approdo,
seppur fosse soltanto il raccontare,
la causa e la ragion di duro chiodo,
essendo assai occupati nel tentare,
con tema di sciupar le poche forze,
di continuare almeno a respirare.
E fu una relazion che mi soccorse,
da cui capii che i magri a pancia grossa,
son quelli che son privi di risorse,
senza le qual ogni corpo si spossa,
al punto che non resta che apprezzare,
la forma assai precisa delle ossa.
La pianta umana prese a dimenare,
così come fa l’uom che dentro il fuoco,
si sente dalla morte trascinare.
Ma pur sembrava ciò ancor troppo poco,
infatti i lor respiri coalizzati,
avean fatto iniziar sinistro gioco,
a cui parevan tutti assecondati,
perch’essi ripetevan come in coro,
le gravi colpe di cui siam macchiati.
- Perché proibite a noi ogni ristoro?
A me dicean con gli occhi spalancati…
- Di schiavi è fatto tutto il vostro oro
…quei corpi a me davante devastati…
- La croce che adorate voi insultate
…dal mal al quale sono condannati…
- Voi ci negate pur ciò che sprecate
...costretti a un’esistenza digiunata,
in cui le volontà son annientate,
da vita a povertà sempre abbonata.
Io mi facevo forza a più non posso,
per non venire meno all’adunata,
ma da vergogna mi sentivo mosso,
perché l’essenza nostra distruggiamo,
quando il dolor altrui viene rimosso;
e quando sopra agli altri prosperiamo,
crediam d’esser potenti, ma soltanto
alla bestia feroce assomigliamo.
E nel sentir ripeter triste canto,
io misi il cuore mio col loro affanno,
seppur nulla cangiar può questo manto.
Ma il lor parlar divenne sì tiranno,
che al fin di render vano quell’udire,
le man portai all’orecchie a mo’di panno;
ma troppo era difficile gestire,
quei detti che picchiando nel cervello,
mi stavan conducendo all’impazzire,
che ancor ne temo quando ne favello.
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CANTO XXXI
L’Approfondimento del Mare. (96, 2971)
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Io ottenni un bel silenzio assai ben presto,
ma in modo sì talmente inaspettato,
ch’ancor a me fu chiaro e manifesto,
quanto il futuro nostro sia impensato.
Dai visi cominciarono a sgorgare,
copiose lacrime, da cui bagnato,
è ancora il cuore mio, nel ricordare,
gli eventi, o mio lettor, che nelle rime,
a te io posso solo approssimare.
Ma presi male pur anche le stime,
di quanto il pianto loro fosse grande,
perché se io vidi stille sulle prime,
il lacrimar divenne sì abbondante,
che gli occhi lor si fecero sorgenti,
di fiumi che ingrossarono all’istante,
che dopo aver bagnato i loro stenti,
la terra cominciarono a inondare
ed io, e quegli umani a me presenti.
L’ambiente continuava ad allagare,
nel modo in cui succede in chiusa stanza,
ma invece io mi trovavo a frequentare,
un posto in cui natura è la sostanza.
Allor pensai che in ogni luogo, l’uomo,
piangesse il vergognar di tal mattanza.
Ancor fui sottomesso a del frastuono,
per quei lamenti, ch’aumentavan sempre,
unendo all’esperienza di quel suono,
un’altra angoscia ancor più costringente,
pel mio timor che i fiumi degli umori,
potessero affogarmi veramente.
E quando io fui soltanto a testa fuori,
cercai quell’aria per cui noi viviamo,
ma dentro io non mi dissi - Adesso muori!
e ciò perché d’istinto ricordiamo,
le analoghe esperienze del passato,
così che poi le nuove men temiamo.
Su questo assunto avevo confidato,
seppur nell’aspettar trasformazione,
avessi il cuore tutto spaventato.
Io presi l’ultima respirazione,
e poi lasciai che il mare del dolore,
mi ghermisse con piena integrazione.
Ma l’aria che occupava ogni polmone,
incominciò ben presto a regredire,
senza saper del dopo il dove e il come.
M’ancor mi volle il sogno mio stupire,
perché nel punto in cui finì il mio fiato,
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un’energia mi fece risalire,
per cui sull’acqua un volo fu iniziato,
in cui sentii il desio di rituffarmi,
ma dopo un semicerchio ben arcuato.
E quando poi tornai ad inabissarmi,
ancor riguadagnai la superficie,
al fine di potere ricurvarmi.
E in questo muover io, ero felice,
perché le sinusoidi che facevo,
sentivo come azion che ad un s’addice;
e mentre in tale impresa ero compreso,
m’accorsi che io stavo lì nuotando,
con forma assai diversa ed altro peso.
Pur anche il mio calor stava mutando...
Vedevo ogni color tutto diverso...
E poi l’udito mio stavo affinando...
spostandomi veloce in mare aperto,
con stile e la perizia del delfino,
da solo, come uomo in un deserto.
Nessuno infatti avevo a me vicino,
a dirmi il luogo in cui ero diretto;
e in quel nuotar, tornato ero bambino,
un po’ come se questo nuovo aspetto,
volesse rammentar l’antico tempo,
in cui era sulle prime l’intelletto.
Così io potei viver quell’evento,
in modo tale senza preoccuparmi,
di dover programmar qualche intervento,
per possibilità sol d’appoggiarmi,
a ciò che può donare il puro istinto,
che ignora dei pensier l’organizzarsi.
D’un tratto d’una cosa fui convinto:
d’avere il desiderio di mangiare,
per cui da questo stimol fui sospinto,
a cercar pesci freschi da gustare.
E noto che al delfin piacciono i banchi,
di acciughe, che mi misi a ricercare;
e quando intercettai di loro i canti,
non volli disprezzar l’informazione,
perché a me sembravan proprio tanti.
Allor col corpo un poco in deviazione,
andai per catturare le mie prede,
con fiera e cieca determinazione;
e quando fui sul posto, con la fede,
di chi sconosce ogni dubitare,
così come ciascun delfino provvede,
m’immersi cominciando ad ingoiare,
quei pesci così tanto piccolini,
con cui io mi volevo soddisfare.
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CANTO XXXII
La cattura del delfino. La morte del delfino (96, 3067)
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Io ne inghiottii almeno un centinaio,
ma questi a me non furon sufficienti,
per far di fame mia tutto lo sgravio;
perché il delfin consuma gli alimenti,
in modo da riempir tutto il suo ventre,
così che spazi vuoti siano assenti.
Diciam noi spesso superficialmente,
che siam diversi assai dall’animale,
perch’egli non è mai autocosciente,
e privo anche di mente progettuale,
così ch’è poi assai facile affermare,
che l’uom più della bestia certo vale.
Eppure uniti siam dal respirare;
dal fatto che sentiamo la bisogna;
dal modo molto ugual di agonizzare,
dal modo in cui incappiamo in qualche rogna,
per cui la rogna sposa la paura,
di non saper fuggir da nuova gogna.
Nel mio vagar nell’acqua tutta scura,
dai pesci che nuotavano a milioni,
soltanto al mio mangiar io davo cura,
fin quando m’avvertirono ultrasuoni,
in veste dell’uman giammai sentiti,
(per cui produssi liquidi non buoni)
che i ruoli miei venivano invertiti.
Ma tarda giunse quella sensazione,
ad evitar che fossimo carpiti,
da rete ben piazzata da un barcone,
con cui gli uman son soliti impigliare,
il cibo di cui in mar v’è profusione.
Udii le maglie svelte intrappolare,
me, che mi trovai stretto a contatto,
con chi io m’industriavo a divorare.
E nell’ugual destin che s’era fatto,
noi fummo lentamente sollevati,
sul mar che percepivo calmo e piatto,
per poi venire tosto rimorchiati,
sul ponte della nave predatrice,
a mo’ di goccia grossa coi quadrati.
La rete s’era fatta portatrice,
di cento ed un milione di viventi,
offerti a morte, sol dominatrice
di noi già diventati dei morenti,
privati di qualsiasi movimento,
che non fosse degli uman lì presenti,
di cui sentivo il loro urlar contento,
per cui noi sopportammo il paradosso,
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di viver con la gioia, lo sgomento.
E quando poi sentimmo il colpo grosso,
del legno su cui cadde il sacco vivo,
i pesci non mi stavano più addosso,
seppure non potei farmi diviso
da chi per fame avevo condannato,
cacciando pur anch’io, con il sorriso.
Ma il fatto di trovarmi accompagnato,
in questa situazione di sventura,
non mi fece sentir più consolato,
perché nell’affrontar la notte scura,
di cui dell’ignorar soffriam le pene,
siam sempre soli a dimostrar bravura.
Quegli uomini chinarono le schiene,
guardando le mie forme con stupore,
ma il sangue a me mancava nelle vene,
seppure non sentissi alcun dolore,
con gli occhi miei puntati sulle facce,
di chi la vita dava un bel colore.
Però sentivo ancor ben le tracce,
del cuore mio che sol si ribellava,
al fatto che il mio corpo si fiaccasse.
Un uom davanti a me in piedi stava,
nell’atto di finirmi col coltello
di cui la lama il sole illuminava;
ma fu un amico accanto proprio a quello,
che fece il tentativo di tardare,
il giusto compimento del tranello,
così che fui costretto a constatare,
che il fiato generato dal mio cuore,
adesso incominciava ad arrancare.
Poi gli uomin giudicarono migliore,
che fosse il corpo mio tutto squartato,
così da porre fine alle mie ore.
E con un colpo assai ben assestato,
aprirono in lunghezza la mia pancia,
da farmi immantinente un dissanguato.
In gelo allor mutò la mia sostanza,
di cui avevo assunto le sembianze,
e il mondo inter divenne fredda stanza.
Tacevan ora tutte le mie istanze,
avendo attraversato quel passaggio,
in cui la cosa e il luogo è latitante.
Del nulla io feci solo un breve assaggio,
perché nel punto in cui n’ebbi coscienza,
d’ogni coscienza mia feci lavaggio,
in modo da negarmi conoscenza,
di cosa voglia dir star dentro il vuoto,
di cosa voglia dir star senza scienza.
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CANTO XXXIII
Il ritorno alle sembianze umane. Il mercato del pesce. Le istruzioni di Guccini per il prossimo incontro. Epidauro ed il Giardino degli
Amanti. L’incontro con gli amanti (99, 3166)
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Sul tempo, e quale fosse la natura,
del nulla che provai a sperimentare,
io non vi posso dare traccia alcuna,
ma sol che poi riuscii a recuperare,
quegli abiti che a me sono consueti,
e che la madre mia mi volle dare,
i quali posson esser tristi o lieti,
diversi o uguali al modo in cui ci piace,
in base a quanto siam narcisi o esteti.
E nel tornar di nuovo un uom capace,
io stavo in piedi in mezzo a tanta gente,
facendo come chi riflette e tace;
ma intorno a me nessun stava silente,
intento ognun con grida a prenotare,
il pesce che sembrava più eccellente.
E in quel mercato stavo lì a osservare,
color di cui io assunsi le sembianze,
non potendo fare a men di notare
che se il il delfin dal pesce è assai distante,
per cui mammifero è da noi chiamato,
non muore in diverse circostanze.
Non creder che io t’abbia abbandonato,
mi disse con la voce calma e amica,
Francesco che con me era tornato.
Non lo pensai, ma cosa vuoi che dica,
io gli risposi - un uom che della morte,
ha provato sia il dolor che la fatica?
E lui - E’ ver, ma proprio queste porte,
che da solo hai dovuto attraversare,
di un’energia han riempito le tue sporte,
che adesso ti consente d’affrontare,
il primo degli Spiriti Supremi,
i qual però non son da interpretare,
come se fossero di vita scemi,
perché il generar arte sublime,
li ha resi eterni e di vigore pieni.
L’incontro che tu avrai però ha un confine,
che t’impedisce di veder l’autore,
di perle, il cui valore è senza fine.
D’una sua creazion vedrai il colore,
da cui potrai capir che sto alludendo,
a chi del pianto e il riso è il ver dottore.
La scena che tra meno di un momento,
vedrai adesso proprio coi tuoi occhi,
ha un grado di realtà così violento,
che al par un divudì dai solchi doppi,
dotato di sublim quadrifonia,
ti sembrerà un filmin pieno d’intoppi.
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Ma adesso occorre che io qui ti dia,
la chiave di cui tu dovrai servirti,
se vuoi che la tua scena prenda il via.
Davanti ai Miti non dovrai sentirti,
così come fa un bravo spettatore,
bensì dovrai cercare d’inserirti,
nel modo che sia tu a dettar parole,
non solo usando un po’ la tua cultura,
ma pur lasciando che tutto il tuo amore,
sia privo d’ogni traccia di paura.
Su, vai perché non v’è triste esperienza,
nell’ora ch’ancor tu chiami futura.
E fu che mi trovai con immanenza,
nel centro del teatro d’Epidauro,
che fu dell’arte nostra la semenza,
da cui poi nacque chi con il suo lauro,
ha infuso alla tragedia e alla commedia,
le forme che non chiedono restauro.
La mia reminiscenza fu intermedia,
al giungere in quel luogo e al trasformare,
dello stesso in un giardin sopra alla media,
per la bellezza che potei notare,
non solo nelle piante più diverse,
ma nell’intensità del profumare,
per cui le mie ragion furon disperse,
seppure riparassi la lacuna
con percezioni fini ed assai certe.
Nel cielo buio, il tondo della luna,
spargeva tutto intorno il suo chiarore,
in notte estiva che parea opportuna,
ad ospitar gli sguardi dell’amore,
coi qual gli amanti svelano il desio,
di far con un sol corpo, un solo cuore.
Ma un tratto fui distratto da un brusio,
che sembrava provenir da una radura;
e ciò mi fe’ pensar che non sol io,
vagassi in quella notte poco scura;
e allor per incontrar colui che era,
d’andare là mi presi la premura.
Ma fu mia meraviglia grande e intera,
nel vedere una fanciulla da un balcone,
più bella assai del sol di primavera,
esprimere con grazia ogni sua azione,
e volger le due stelle verso il cielo,
nel qual forse cercava la passione,
di cui aveva fatto il suo vangelo.
Ma invece proprio sotto al balconcino,
se’n stava chi l’avea strappata al gelo,
il solo suo signor e paladino,
che per beltà profusa in giovinezza,
soltanto a lei poteva star vicino.
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CANTO XXXIV
Le incertezze del pellegrino. L’individuazione della giusta via. Il colloquio d’amore. (99, 3265)
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A lei vicino non poteva stare,
colui che trapassato dall’amore,
con gli occhi seguitava ad adorare,
la giovane fanciulla pien d’ardore,
la qual muovendo lenta sul balcone,
smarriva, ignara, il bell’osservatore,
che per non fare a men della visione,
di chi gli avea donato un’altra vita,
tra i rami ricercava ubicazione.
La scena era assai ben definita,
però a me sembrava che gli astanti,
stentassero a iniziare la partita.
Fu lì che tra i consigli buoni e tanti,
mi sovvenne la precisa indicazione
che io dovevo adesso farmi avanti.
Ma qual dovesse esser la mia azione,
e quale il giusto mio comportamento,
da Guccio io non ebbi spiegazione,
se non di stare molto ben attento,
a far liberamente circolare,
il mio saper insieme al sentimento.
Allor con calma volli avvicinare,
il giovane che stava a me davante,
in modo da esortarlo a dichiarare,
la sua passione sì tanto tumultuante,
dicendogli pian piano nell’orecchio:
Giulietta è il nome della dolce amante,
che ormai solo osservar ti sembra inetto.
Non trattener nel cuore il tuo desio,
se dell’amor tu vuoi provar l’effetto.
Ma al mio dir Romeo fu assai restio;
allor provai a toccare la sua mano,
temendo che esistessi solo io.
Ma il gesto sprofondò un po’più lontano,
perché mancava in lui quella sostanza,
di cui è fatto ogni corpo umano.
Allor pensai: se tutta la sua stanza,
io faccio combaciare con la mia,
da quel che son potrò fare vacanza.
E nel voler percorrer quella via,
entrai dentro i contorni di Romeo,
facendo mia la sua fisionomia.
Io mi sentivo bene come un dio,
perché il vigor del corpo e delle braccia,
di un sedicenne avevo assunto anch’io.
Ma nel sentir rossor sulla mia faccia,
e nelle gambe quel tremor d’amore,
capii che non soltanto la casacca,
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avevo da lui preso, m’anche il cuore,
così che adesso tutto quanto ardevo,
d’aver Giulietta dentro le mie ore.
Il mio desio con gli occhi l’esprimevo,
e lei che ancor pensava d’esser sola,
profferse detti a cui io non credevo.
O Romeo, il tuo nome mi sconsola.
Rinnega il padre ed anche la famiglia.
Il modo con cui noi chiamiam la viola,
non è la causa per cui lei somiglia,
a ciò che più apprezziamo del suo aspetto.
E’ la sembianza, quella che c’impiglia,
di cui noi c’invaghiamo per diletto.
Romeo, se per l’amor neghi il tuo nome,
tutta quanta me stessa ti prometto.
- Se tu mi poni questa condizione,
allor ti prego di ribattezzarmi,
ché il nome mio vuol dir sol dannazione!
- Chi sei tu qui venuto a spaventarmi,
usando il buio come grimaldello,
per poi le mie emozioni rapinarmi?
- Ti posso dir soltanto che son quello,
che se leggesse il proprio nom s’un foglio,
farebbe della carta un sol brandello.
- La voce tua ch’è ancora un bel germoglio,
da cui son nate sol cento parole,
aumenta ancora il bene che ti voglio.
Non credo di narrarmi delle fole,
se dico che tu sei quel bel Montecchi,
che del mio amor è il luminoso sole.
Ma nel venire qui sono parecchi,
i rischi che hai dovuto tu affrontare.
E’ pien di guardie sopra ai nostri tetti!
- Con l’ali dell’amor potei volare,
perché quando l’amore ha un desiderio,
amore mai rinuncia nel tentare.
Ma pronto a sopportare il vituperio,
io son, pur anche di un’atroce morte,
che senza l’amor tuo è un refrigerio.
- Sconsiderata fui ad aprir le porte,
della passion di cui il mio cor s’apprende,
m’attuare quelle strade sì contorte,
che son delle fanciulle reverende,
non posso, per violenta esaltazione,
che forse il cuore tuo sol ben comprende.
Perdona dunque la mia esternazione,
e dimmi se io devo mascherare,
i segni dell’audace eccitazione,
per poi così alla calma consegnare,
la voglia di gustare il tuo sapore,
da cui mi voglio far contaminare.
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CANTO XXXV
Il Giardino degli Amanti. L’esaurimento dell’esperienza. Le spiegazioni di Guccini. Sintomi del quarto ed ultimo risveglio. (97, 3362)
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Giulietta, io ti giuro sulla luna,
che in cielo testimonia del mio amore...
- Giurar su luna è cosa inopportuna!
Non sai che la sua forma e il suo colore,
lei sempre vuol cangiar con l’incostanza,
che sta nel cuor del bieco adulatore?
- E allor se non ti è cara questa usanza,
su che potrò giurar, Giulietta mia,
per dirti del mio amor che a te m’aggancia?
- Se vuoi che il tuo giurare adesso sia,
perché non giuri solo su te stesso,
che il dio tu sei della mia idolatria.
- Giulietta mia... io di parlar qui smetto.
Dall’amor tuo son tanto conquistato,
che il mio sentir non è che il tuo riflesso.
- Romeo, l’incontro nostro è terminato.
Che il fiore nato al fiato dell’estate,
sia sempre dall’amor rigenerato.
- Così scontento adesso mi lasciate?
- Che cosa vuoi avere questa sera?
- Che le promesse nostre sian scambiate.
- A te io diedi la promessa vera,
ancora prima che tu la chiedessi
che adesso vorrei scioglier come cera.
- Amore mio, perché tu ti sconfessi?
Qual’è il motivo per il qual tu brami,
che i fiori dell’amor vengan soppressi?
- Per ridartene ancora a piene mani!
Oh dolce notte ! Notte fortunata!
Non scappar via, ancor con me rimani!
O mio Romeo la balia m’ha chiamata.
Se è l’intento tuo davvero onesto,
domani mi farai ben informata,
sul luogo e in quale tipo di contesto,
potremo unire i nostri due destini.
M’adesso amor, ti prego, scappa lesto!
- Me’n vado come fanno quei bambini,
che quando van coi loro libri a scuola,
per la tristezza stan coi capi chini.
La notte buia or da te m’invola...
- ...Avanti, Luca, forza, dai ritorna!
Adesso.., prova a dir qualche parola,
così da rientrar tosto nella norma.
- O Guccio, dove son? Cos’è successo?
La mente mia, ti prego, qui riaggiorna.
- Non ti turbar se ciò che ti ho promesso,
ti ha dato l’occasione di saggiare,
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qualcosa che ti lascia un po’ sconnesso.
Ti sei potuto oggi abbeverare,
alla fonte di un’Entità Suprema.
Come vedi, non stiamo qui a scherzare.
- La scena non pensavo così estrema...
e meno ancor sì tanto veritiera.
Io mi avvertivo privo d’ogni pena,
invaso da una gioia tutta intera,
da cui mi sento ancor così esaltato,
che provo nostalgia dell’atmosfera…
…che quell’incontro aveva in me creato.
E nel riaver consuete mie sembianze,
mi ritrovai dal carro trasportato.
Ma tosto in me svaniron le mancanze,
perché è dell’uomo saggio far tesoro,
del suo passato, senza far lagnanze.
Però Francesco dimmi, quel ristoro
che io provavo quando interpretavo,
da dove proveniva, che l’ignoro!
- Diciamo che sei stato alquanto bravo...
mi par che tu ricordi ben la scena...
se no vedevi quanto m’arrabbiavo!!
...E poi avevi convinzione piena.
Però di star calmino ti consiglio.
In fondo tu hai soltanto un po’ di vena.
Piacer a cui alludi ha il suo miglio,
nell’esser concentrato sul presente,
così che il prima e il poi non dà scompiglio.
Infatti se tu riesci a stare assente,
dai sogni del passato e sul futuro,
di lor non te ne importerà più niente.
L’istante è ciò che tu puoi dir sicuro,
al qual devi donar la tua energia,
se vuoi che il tuo veder sia chiaro e puro.
Nel coglier dell’amor dolce armonia,
ogni suo gesto, sguardo ed ogni detto,
ti pareva gustosa leccornia.
Tu stavi inver nel centro più perfetto,
di quel momento che si chiama vita,
ch’ è l’unico ad aver reale effetto.
Invece noi giochiamo la partita,
frugando dentro l’ombre del passato,
temendo il capitar di una salita.
Ma nel sentir mi sembri un po’ svogliato...
Ti prego, dimmi pur sinceramente,
se nel parlare per caso ti ho annoiato.
- Ma no, Francesco, no assolutamente...
E’ che mi par d’aver la sensazione,
di dover tornar ancor nel mio ambiente,
seppur non feci alcuna violazione.
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CANTO XXXVI
Il quarto risveglio. La Presenza Mentale. Il rientro nel sogno. La città di Tirinto (99, 3461)
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E infatti mi trovai dentro il mio letto,
sul qual mi misi subito seduto,
facendo con il corpo un angol retto,
però senza lasciare il contributo,
delle lenzuol, che son del buon giaciglio,
un tipico e gradevole attributo.
Ciò che m’appar nel sogno, meraviglio!
Mi dissi con la voce appena alta,
come quando si prega nel bisbiglio:
Il viver ciò che il cuor sì esalta tanto,
mi pare un’esperienza alquanta tosta,
così che il mio vedere si ribalta.
Ma se nel proseguir, ora s’imposta,
quest’esperienza assai sì singolare,
in modo che l’azion mia sia scomposta,
cosa accadrà? Dovrò forse lasciare,
i luoghi che mi rendon così lieto,
dai qual così mi piace abbeverare?
O peggio sopportar duro divieto,
di far riviver con il mio ricordo,
ciò che m’aiuta ad esser più completo?
Ma mi par, se nel sentir non son sordo,
d’aver udito chiara profezia,
che dovrò di tutto ciò far trasbordo,
su quell’imbarcazion ch’è la poesia.
E come mai potrei fare tutto questo,
se il rammentar s’ammala d’amnesia?
Insomma ancora in modo disonesto,
usavo il poter della mia mente,
nel vizio ripetuto di far presto,
il tempo che chiamiamo del presente,
così che di una grave agitazione,
divenni non l’oggetto, proprio l’ente.
Allor provai a fare applicazione,
di quel che chiaman tecnica buddista,
che dà tranquillità e concentrazione;
la strada per la qual ognuno acquista,
lo stato assai sublime del distacco,
che dalla perfezione poco dista.
Non solo il ragionar si fece fiacco,
per dar tutto il suo posto al contemplare,
ma pure al giudicar io feci smacco,
volendo stare solo ad osservare.
Poi presi la coscienza del mio luogo,
lasciando venir piano il rilassare,
senza’ansia di volerne trarre sfogo.
Il corpo sempre più perdeva peso,
così che non subivo più quel giogo,
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che dall’agir mi fa sentire preso.
Con gli occhi stavo al buio ed in silenzio,
e il mio respiro sempre meno teso,
fluiva avanti e indietro come il vento;
e intanto transitavan nella mente,
di vita giornaliera ogni momento,
le situazioni ed anche pur la gente,
in cui le cose, i suoni ed i colori,
s’affollano assai confusamente.
Nel starli ad osservar ne stavo fuori,
così che nel teatro degli eventi,
le gioie si mischiavano ai dolori,
facendo miei sol gli attimi presenti,
per cui la mente mia non si sfibrava,
nel lavorar coi fatti sempre assenti.
Il mio respiro sempre più calmava,
e ciò mi permetteva di ascoltare,
il suon del corpo mio che s’aggiornava,
il qual divenne sol forza vitale,
in cui regnava equanime armonia,
che mai io ne sentii un’altra uguale.
Fu lì che percepii che un’energia,
mi stava riportando dentro il sogno,
dal qual non volli più andare via.
O Francesco, mi par d’avere in pugno,
la mia, come si dice, situazione.
Chi è lo spirto nuovo ch’ora espugno?
- Mi par che tu abbia fatto acquisizione,
di ciò che hai visto fino a questo punto,
m’ancor ti devo raccomandazione...
- ...Di non parlar sol del tempo presunto...
E’ vero amico mio, me l’hai insegnato,
e in cambio io ti do del disappunto.
Comunque basta che troppo ho cianciato;
adesso qui seduto ed in silenzio,
attendo con lo spirto riposato,
che tu mi voglia dar dell’altro assenzio.
- Ma prima d’ascoltar guardati intorno,
se vuoi che il tuo sentir sia redditizio.
E’ un altro adesso il luogo del soggiorno.
E mi trovai davanti a un panorama,
di pietre che private d’ogni adorno,
parevan rivelare grande fama.
Tirinto è il nome di colei che vedi,
che del saper è parte della trama.
Ma io non son per far d’antichi arredi,
la descrizion completa e pur puntuale,
tra un bel bicchier di vin e alcuni spiedi.
A costo di sembrarti un po’ brutale,
ancor t’invito a stare concentrato,
sul punto solamente più centrale.
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CANTO XXXVII
Il sopraggiungere delle Dodici Fanciulle. Il mito di Eracle. La descrizione delle Dodici Fatiche. (96, 3557)
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Osserva ben quel grande porticato,
del qual i massi son di tal possanza,
da farti stupefatto ed incantato.
Da lì ti giungerà una nuova istanza,
con cui potrai ancor sperimentare,
se la tua iniziazione bene avanza.
Infatti vidi verso me avanzare,
con nobiltà del passo e in modo lento,
fanciulle che sembravan rivelare,
per la bellezza e per l’atteggiamento,
che in lor di ciò ch’è rozzo e dozzinale,
non se ne può trovare alcun frammento.
Di dodici è composto questo sciame,
riprese a dir il caro mio maestro,
di cui t’invito a far bene l’esame.
M’al fin che tu comprenda tal contesto,
continua a guardar loro e ad ascoltare,
così che il tuo capir si faccia lesto.
La Pizia, un tempo, volle qui mandare,
colui che fu costretto da Euristeo,
le dodici fatiche a sopportare,
con la promessa che, se in tal torneo,
avesse conquistato la vittoria,
in cambio avrebbe avuto quel trofeo,
che dà all’uman eterna vita e gloria.
Io nel guardar le donne, intento udivo,
di Eracle la bella e antica storia,
dalla qual in modo chiaro capivo,
che le fanciulle a cui stavo davante,
volevan dir qualcosa d’allusivo.
Però le mie incertezze erano tante.
Perché se di fatiche stiam parlando,
ciascun di loro è bella ed elegante?
- Seppur l’impegno fu davvero tanto,
dell’uom che seppe e volle generarle,
da loro scaturisce un grande incanto,
ogni qual volta ognun vuole guardarle,
a patto che però lo spettatore
nel buio, voglia sol rappresentarle.
E a questi detti il ciel cangiò colore,
così che intorno a noi fu notte scura,
eccetto che per quel loro bagliore,
che verso me scendea da ogni figura.
Osserva, che ti voglio proiettare,
in quello ch’è lo stil e l’andatura,
dell’uom dal genio di grandezza immane.
Di ognuna ti dirò propria beltade,
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perché queste son perle di collane.
M’attento bene a quello che ti accade,
quando ti annuncerò fatica ottava,
se ben vuoi preparar le nuove strade.
“Con la prima lui nell’arte s’addestrava,
e la lotta dell’amor contro la morte,
con grande ingegno già ci presentava.
Nella seconda, volontà distorte,
che portan l’uomo a uccider per denaro,
descrive con accento molto forte.
Con la terza, rivela in modo chiaro,
che all’uomo in guerra assai piace ottenere,
la gloria con la polvere da sparo.
Nella quarta ricrea le antiche ere,
in cui gli schiavi oppressi dai Romani,
cercavan di spezzar le lor catene.
Con la quinta gl’istinti un poco strani,
racconta, nel mostrar uomo maturo,
che allunga su una giovin le sue mani.
Nella sesta, un milite e un siluro,
dimostran la follia dei militari,
che negan con le atomiche il futuro.
Con la settima, a gradi siderali,
manifestar lui seppe il suo talento,
pel modo di descriver spazi astrali.
Nell’ottava, mutò tutto il suo accento,
col qual dell’individuo la violenza,
seppe mostrare in ogni atteggiamento.
Con la nona, narrò con gran sapienza,
l’ambiente e pur lo stil dei tempi andati,
dei qual sembrava avesse un’esperienza.
Quest’ultimi tre impegni ora citati,
risiedono sul punto più elevato,
così che mai saran dimenticati!
Ma stando sull’ottava concentrato,
io vidi che il suo viso a me si volse,
con sguardo molto intenso e interessato...
Nella decima tutti ci sconvolse,
pel modo di descrivere il terrore,
per l’inventiva, per le sue risorse!
Con l’undicesima tornò l’orrore,
col qual ci volle dire della guerra,
e il modo in cui l’uom sa, farsi oppressore.
E nella dodicesima ben serra,
le turbe ed i contrasti dell’amore,
degli uomini che vivon sulla terra“.
E dopo terminaron le sue ore,
ma noi che conosciam la sua grandezza,
sappiam ch’ancor fra tutti, lui è il migliore.
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CANTO XXXVIII
Il bacio dell’Ottava Fanciulla. Il Bar blu. L’incontro con il vecchio. (99, 3656)
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Ma al termine di questa descrizione,
la fanciulla che pria avea sorriso,
si volle avvicinar con l’intenzione,
di dare un bacio a me, ma non sul viso,
volendo unir le mie con le sue labbra,
che in modo repentin m’avean conquiso.
La mente dai pensier si fece sgombra,
e volta a sorseggiare quel contatto,
che sa dar quel piacere che t’ingombra.
Di lei il chiaror col buio ora baratto,
mandando a riposar le mie fessure,
per fare il desiderio più compatto,
così che dell’amore, le andature
prendevano un percorso assai spigliato,
sgorgando tutte fluide le bravure.
Ma quando il bacio fu poi terminato,
nell’atto di ridar la luce agli occhi.
ancora il luogo ed io ero cambiato.
Inver m’accorsi dai miei primi addocchi,
che stavo dentro in un local notturno,
nel quale il roch batteva i suoi rintocchi.
Qualcun seduto stava taciturno;
degli altri invece a ridere e a scherzare;
un altro a risperare in qualche turno.
Ma pochi stavan qui a frequentare,
quel luogo in cui di blu era la luce,
che più davver non si potea abbassare,
in cui potei osservare in controluce,
d’avere uno scudiscio tra le mani,
con cui l’uomo violento si produce.
E sopra dei vestiti bianchi e strani,
perché sia i pantalon che la camicia,
dagli usi miei normali eran lontani,
una bombetta nera m’incornicia,
seduto in mezzo agli tre miei amici,
nel modo in cui il poter un capo ufficia.
Uno di lor portava cicatrici;
un altro, per l’eccesso della coca,
aveva sbagasciate le narici;
il terzo con un maglio in mano, gioca,
ed io quei tre con attenzion guardavo,
senza provar pietà, nemmeno poca.
Soltanto il capo, a loro, un po’ accennavo,
per dir del mio consenso e del dissenso,
a chi sol con lo sguardo soggiogavo.
Sentivo in me un poter feroce e immenso,
bramoso di prorompere e sfogarsi,
propenso a far dei sensi miei scompenso.
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Non solo al mal volevo dedicarmi,
ma pur ero convinto nel cervello,
che dal ben, il vero uomo deve astrarsi.
E in tale inturgidir, pensier novello,
mi nacque nella voglia di trovare,
qualcun da minacciare col coltello.
Allor io comandai ai miei d’alzare,
così che li potevo avere dietro,
e stare più tranquillo a massacrare.
Con passo arioso ed anche un poco tetro,
uscimmo da quel gelido locale,
ciascuno con un affilato vetro,
perché quell’arma non convenzionale,
con la quale siamo soliti colpire,
ci dà un’esaltazion sensazionale.
Adesso si trattava di scoprire,
qualcuno ben adatto al trattamento,
su cui potersi tanto divertire.
E quando da una strada, urlare sento
un uomo, che con voce assai stonata,
di Betovian faceva orrendo scempio,
la mia masnada faccio raggruppata,
al fine di raggiunger quel bersaglio,
per far violenza ben pianificata.
Ma fu nel veder l’uomo nel dettaglio,
con quel suo aspetto vecchio e fatiscente,
e ciuco, e puzzolente tutto d’aglio,
che io mi convinsi proprio veramente,
di dover fare adesso il mio dovere:
Difendere l’onor della mia gente.
Allora lo invitai ancora a bere,
perché il vederlo guasto e sfigurato,
serviva a rafforzare il mio volere.
Guardate come ben si è sistemato,
costui che stravaccato sulla terra,
di vino come porco s’è ubriacato!
- Quel che tu dici a malapena afferra,
ma se noi gli facciamo un po’ assaggiare,
così per iniziar, la nostra barra,
vedrai che smetterà lui di abbozzare.
- Amici questo uomo disgraziato,
vi vuol sol due monete domandare.
La povertà da sempre m’ha assediato,
così che con il vin metto da parte,
di esser sventurato e disperato.
- Ma senti, senti, guarda con che arte,
costui vuole tentar di rapinarci.
Cosa credi?! Che noi viviam su Marte!?
Amici cominciamo dentro a darci,
che più non riesco a trattener la voglia,
di far nella sua pancia tanti squarci!
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CANTO XXXIX
L’aggressione del vecchio. Il rifiuto della violenza. (99, 3755)
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Vi prego, no, aspettate, non colpite!
Io son da solo senz’alcun difesa.
Io nulla posso far se mi ferite!
Con me non iniziate la contesa.
E tu non violentare un uomo inerme,
facendoti l’autor di vile offesa!
- Ma come puoi osare, brutto verme,
di dir come dovrei usar coscienza.
Amici, dai! Facciamo tutte inferme,
le gambe sue, così di conseguenza,
lui non potrà diffonder più il suo puzzo,
e meno ancor sua stolida insolenza.
Lo vedi questo vetro così aguzzo?
Se adesso tu ci lasci lavorare,
nella tua gola adesso lo sminuzzo.
- Continua dai ti prego ad abbaiare!
Alfin di mantenere la speranza,
che tu all’agir non voglia ora passare!
E fu lì che con ritmo e con costanza,
menammo con le sbarre a più non posso,
quell’anzian che ci faceva ripugnanza.
Con la violenza io gli stavo addosso,
così come sa far rabbioso cane,
se vede che qualcun gli toglie l’osso.
E lui facea sentir le sue campane,
dicendo a più non posso “basta, basta”,
con urla assai scomposte e disumane.
E questa crudeltà sì tanto vasta,
che tutto ormai m’aveva conquistato,
sentire mi facea un entusiasta,
perché il male da cui ero accecato,
privato del contrasto con il bene,
poteva lì regnare incontrastato,
in modo simil come quando avviene,
che siamo tutti intrisi dall’amore,
ma qui non v’eran baci, solo pene.
Ma se l’amore rima con il cuore,
e ciò per forma ed anche per sostanza,
entrambi riman anche con dolore;
e forse il rammentar tal assonanza,
mi fece ridonare la coscienza,
per capir la terribil circostanza,
che di me, stavo dando la violenza.
Ma ciò pur non bastò a far che il braccio,
cessasse di ripeter la cadenza,
così che ancor sul vecchio mi rifaccio.
Intanto gli altri amici con dovizia,
che ben legati stavano al mio laccio,
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ripetevan con letizia e con perizia,
quella lezion che avevano imparato,
per fede nella falsa mia amicizia.
E dopo aver le barre abbandonato,
che nella mano destra tenevamo,
con l’euforia di chi è tutto eccitato,
sull’uomo la sinistra noi abbassammo,
con cui noi impugnavamo il nostro vetro,
col qual ora sgozzar lo volevamo.
Ma invece che in avanti un passo indietro,
io mi trovai costretto tosto a fare,
per star distante almeno più di un metro,
da chi desideravo eliminare.
Fu come un risvegliare della mente,
il qual però si volle accompagnare,
da voglia, a quel risveglio conseguente,
di rigettare il cibo dal mio dentro,
ed anche tutto il male in me presente.
E quel mio vomitar fu tanto intenso,
che manco io riuscivo a scappar via,
e meno ancor a far atto propenso,
a far tacer negli altri la follia,
che avevo suscitato con la scienza,
di chi sol di se stesso ha bramosia.
Inver gli amici privi di coscienza,
bissavano quell’atto sì nefando,
sebbene fosse chiara l’evidenza,
che ormai quell’uomo stava agonizzando.
Intanto i miei conati eran continui,
da farmi andar per strada barcollando,
lordato dai miei luridi acquitrini,
al punto che oramai non più sembravo,
il capo di quegli altri tre aguzzini.
E in modo così intenso male stavo,
che mi lasciai per terra inginocchiare,
ma in questo modo meglio io odoravo
cio che io continuavo ad evacuare,
per cui il mio malessere aumentava
senzaché lo potessi contrastare.
La testa assai pesante mi girava,
così ch’era difficile evitare,
di cader sul selciato della strada.
Ma sulla fronte mi sentii toccare,
nel modo in cui si fa per favorire,
lo sforzo di chi deve vomitare,
senza perciò volendo ora scoprire,
chi fosse, e la ragion di quell’aiuto,
seppure fosse facile intuire,
chi lì potesse darmi un contributo,
per fare regredire quella nausea,
che senza sosta avevo ogni minuto.
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CANTO XL
Il pellegrino si riprende dall’esperienza. Il rapporto tra il Bene e il Male. La canzone del vecchio e del bambino. (100, 3855)
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Coraggio, che d’adesso starai meglio!
In piedi prova a metterti un pochino.
Ci son qui adesso io che ti sorveglio!
- Ma tu che stai a seguirmi da vicino,
in ogni situazion da me vissuta,
così che quando affronto uno scalino,
mi sai ben dare...Ohh! - Dai sputa, sputa!
Se aspetti almeno un paio di minuti,
la crisi cesserà d’essere acuta.
Infatti molto meno ripetuti,
si fecero ben presto quei conati,
ed anche i miei vestiti e gli attributi,
quelli di prima eran ritornati,
così che la mia forma riacquistai,
con tutti i sensi bene abilitati.
Sul carro io di nuovo m’adagiai,
e quando Guccio diede il via al cavallo,
io lento da Tirinto me ne andai,
che a me donato aveva quel bagaglio,
col qual era più facile di prima,
tener del mal lo sbaglio al mio guinzaglio.
- Se adesso, Luca, io non sbaglio stima,
mi sembra che tu stessi a dir qualcosa,
che a causa della nausea andò in cantina.
- Infatti Guccio. Questa generosa,
tua volontà di starmi sempre accanto,
io non vorrei che fosse poi gravosa,
così da trascurare il tuo bel manto,
col qual tu scrivi e suoni le canzoni,
che a molti come sai, piacciono tanto.
Insomma noi scegliam le professioni,
che a noi posson sembrare le più adatte...
Non è che poi a curare t’affezioni?
- Le tue paure son del tutto astratte.
Non devi certo tu dimenticare,
che nel sognar le storie son redatte.
E poi questo è un dover che voglio fare.
- Eh già... Ma dimmi adesso un tuo parere:
Non pensi sia un pochino esagerare,
volere presentarmi le due scene,
dal Ben e poi dal Male dominate,
in stretta successione e così estreme?
- Le scene sono state sì abbinate,
al fin che tu potessi ben capire,
che il viverle sì tanto contrastate,
è solo il miglior modo d’acquisire,
che cosa sia davvero il Bene e il Male,
per poi a te la scelta attribuire.
- Quel che mi dici sembra sostanziale.
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Però mi par d’avere pur notato,
che il Bene al Male è del tutto uguale,
se ognun di loro viene valutato,
soltanto in relazione all’energia,
che in grado similare m’ha esaltato.
Eppur ognun conduce a opposta via.
Ma questo può capirlo sol quell’uomo,
nel qual il ben sia stato oppur ci sia.
Perché può fare il mal del tutto domo,
soltanto chi conosce quella gioia,
che dà l’amor che riceviamo in dono.
Però non voglio usare scappatoia.
Non posso infatti or dimenticare,
che anch’io del vecchio sono stato boia.
- E’ vero, ma ciò è duro da spiegare.
E’ come se natura dell’umano,
avesse dentro il germe d’annientare...
M’adesso non andiam così lontano.
La strada che ti resta è una discesa,
perché tu hai dimostrato d’esser sano,
e pien di volontà davvero estesa.
Ascolta che ti canto una canzone,
in cui altra saggezza si palesa.
Un vecchio e un bimbo mano nella mano,
andavano a incontrar la nuova sera,
lasciando il sol fuggire più lontano.
Nessuno intorno a loro si vedeva,
così che stavan soli a camminare,
seppure un grande affetto li muoveva.
Il bimbo stava intento ad ascoltare,
le favol generate dal passato,
che il vecchio amava tanto raccontare.
Ma un tratto dal bambino fu notato,
che gli occhi ed anche il viso dell’anziano,
da lacrime copiose era bagnato.
E ciò perché in modo troppo insano,
aveva nostalgia del suo bel tempo
in cui le spighe piene eran di grano.
Allor gli disse il bimbo: “ Stai contento,
d’aver vissuto tutta la tua vita.
E se or s’avvicina quel momento,
in cui terminerai la tua partita,
ricorda che tra noi vi sono tanti,
ai quali l’esistenza vien proibita.”
Stupito da parole sì toccanti,
il vecchio con il viso gli sorrise,
dimenticando tutti i suoi rimpianti.
M’adesso caro Luca chiudi gli occhi,
che giunge il Quarto tuo Profondimento,
dal qual comprenderai tutti gli sbocchi,
di ogni filosofico argomento.
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CANTO XLI
L’Approfondimento della Filosofia. Considerazioni su alcuni aspetti vissuti dal pellegrino nel corso del quarto ed ultimo
Approfondimento. L’arrivo a Micene (96, 3951)
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E feci come a me venne ordinato,
da chi fin dall’inizio del mio viaggio,
mi aveva sempre bene consigliato.
Mi giunse di un gran sole il suo bel raggio,
che andando dentro il centro della mente,
formava la figura d’ogni saggio,
che disse cose intelligentemente;
e nel guardare fisso la persona,
coglievo il suo pensiero più attinente.
Talete, che sull’acqua lui ragiona,
Anassimandro, che l’apeiron pensa,
Anassimen, che la causa seziona,
Eraclito, che il panta rei dispensa,
Parmenide, che l’essere ben pone,
Empedocle, che gli elementi inventa,
Anassagora, che il nous ci propone,
Democrito, che gli atomi fa eterni,
Pitagora, che numera ogni azione,
Protagora, col falso e il ver fraterni,
e Gorgia, che sostien che nulla esiste,
poi Socrate che esplora i nostri interni,
Platon, che sull’idea assai tanto insiste,
Aristotel, che esamina il reale,
Epicur che gioia e studio fa miste,
Plotin, per cui all’uno, Dio è uguale,
Agostino, che in noi vede il divino,
Tommaso, per cui quiddità ben vale,
il Moro, con la sua Utopia vicino,
Montaigne, che se stesso sperimenta,
Campanella, del sole cittadino,
Erasmo, che pazzia non lo spaventa,
Copernico, col sol che sta nel centro,
Galilei, che a scienza dà fondamenta,
e Newton, che alla gravità è attento,
poi Brun, che l’universo fa infinito,
ed Hobbes, che studia corpo e movimento,
Cartesio, il cui pensar lo fa esistito,
Pascal, che cerca il senso della vita,
Spinoza, per cui il mondo a Dio è unito,
e Locke, che l’empirismo suo ci addita,
poi Hume, che causa e effetto assai discute,
e Vico, il cui pensier su Storia avvita,
Rousseau, con le vision sociali acute,
poi Kant, che puro e pratico ragiona,
ed Hegel, in cui la sintesi riluce,
poi Feuerbach, che religion bastona,
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e Marx, che svela all’uom lo sfruttamento,
Schopenhauer, che in vita s’addolora,
e Kierkegaard, che a fede pone accento,
poi Nietzsche, che del Dio che muor ci dice,
e Comte, al Positivismo attento,
Bergson, che il tempo ben ridefinisce,
e Freud, che l’io e il super io descrive,
e Sartre, in cui esistenza ormai sparisce,
Heidegger, mentre Tempo ed Esser scrive,
e Wittgenstein, che a scienza dà la luce,
e Popper che democrazia predice.
O Guccio, il chiarore si riduce...
Mi par che il mio veder sia terminato...
Non vedo più nessun che si produce...
- Inver s’è completato l’aggregato,
delle menti più eccelse degli umani,
che su chi siam davver, hanno indagato.
- Veder dei filosofici guardiani,
non solo la sembianza corporale,
ma pure dei pensieri i sommi piani,
è stata un’esperienza eccezionale.
Ma dimmi, perché mai nell’incontrarli,
non vidi alcuni che, davver normale,
sarebbe stato ben rappresentarmi?
Esempio; cito a caso: Schelling, Fichte...
ed altri potrei io ancor nomarti.
- Ci son delle ragioni dense e fitte,
per cui se tu non riesci con la mente,
a fare da sapienza ben trafitte,
le immagini che stanno in un ambiente,
a te non si potran mai riprodurre,
così che tu non vedi proprio niente.
Dall’osservarti io potei dedurre,
che tu non hai ancora assimilato
(e forse per carenti tue letture)
l’Idealismo dei due che hai nominato.
Ma questo non è il solo unico caso.
Infatti anche Lutero hai baipassato.
- Eppur le Tesi fecero fracasso!
- E in questo puoi trovar maggior ragione,
nel far di lui e di lor un buon ripasso.
- Di certo lo farò. Ma spiegazione,
mi vuoi tu dare sullo strano fatto,
che manco v’è una donna a dar lezione?
- Ma perché l’uom, la donna ha sopraffatto,
alfin che si credesse che il cervello,
di lei a specular non fosse adatto.
M’adesso ci fermiam perché un gioiello,
che chiamano la Porta dei Leoni,
ti voglio ora mostrar tant’ è sì bello.
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CANTO XLII
La Porta dei Leoni. La descrizione di Guccini dell’ultima parte del viaggio. (99,4050)
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E mi trovai da mura circondato,
a manca, a destra ed anche sul davanti;
ma se lateralmente ero sbarrato,
d’alti massi, così tanto pesanti,
che al pari gli elefanti grandi e grossi,
son pesi buoni sol per dei lattanti,
di fronte, due leon come colossi,
se’n stavano scolpiti nei macigni,
seduti, ma da gran possanza mossi,
intenti a dire al ciel, eventi insigni,
quasi uguali, coi denti digrignati,
feroci, ma slanciati come cigni.
Il sole li facea sì illuminati,
che non sembravan più di pietra fatti,
ma sol con l’or zecchino realizzati.
Ma poi gli sguardi miei furono attratti,
dal varco che i Leoni di Micene,
sovrastan, nell’antico sprofondati.
Son certo queste le più belle scene,
che un uom ch’ama la storia può vedere.
- E’ ver! Però t’invito a guardar bene,
le teste che ti mostran le due fiere,
perché potresti in loro ritrovare,
dei visi che per te son alte sfere.
E devo dir che Guccio, l’imbrogliare,
proprio davver non sa che cosa sia,
riuscendomi di nuovo a stupefare,
per come sa intuir passione mia,
ogni desio ed ogni mio interesse,
e pur le forme della mia follia.
Io scesi rapido dal mio calesse,
e andai sotto ai leoni ben di fronte,
così che sol per me qui si vedesse,
che non più di felini eran l’impronte,
perché quei due leon mostravan viso,
l’un di Mozart e l’altro di Da Ponte.
Vi devo dir che allor feci un sorriso,
in quanto assai balzano mi sembrava,
il modo in cui si dava a me preavviso,
o meglio, il fatto che qui s’abbinava,
lo spirto che provien da Grecia antica,
con chi nel settecento musicava.
Il Tempo che con propria vita sfida,
mi disse il mio maestro, la mia guida,
colui che dentro gli anni s’affatica,
di usar, di fronte a ciò ti si diffida!
Inver, l’arte sublime non consente,
che il tempo poss’aver qui qualche briga.
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Il Grande sa esser grande eternamente.
Le nostri divisioni in anni e ore,
son solo dell’umano un accidente.
Ascolta ancor per poco il tuo dottore.
Adesso tu dovrai passar la Porta,
senza dimenticar che da tenore,
la voce tua talvolta si comporta,
seppure ancora lunga è assai la strada,
per far ch’essa sia sempre ben composta.
A ben interagir ti prego, bada,
perché sarebbe proprio un gran peccato,
che proprio al Terzo Incontro tu mi cada.
E quando avrai il binomio ben cantato,
vedrai davanti a te una fresca fonte,
da cui berrai essendo tu sudato,
perché cantare Mozart su Da Ponte,
richiede un’energia sì tanto grande,
che nulla è lo scalar di corsa un monte.
Quell’acque sono magiche bevande,
che ti potran donare di vedere,
Colui che dà poetiche vivande,
Colui che di poesia è il cavaliere;
Colui che per la stima che gli porti,
onorerai con rime belle e vere.
Davanti al Grande, occor che ti comporti,
in modo che il tuo dire sia all’altezza.
Aspettarti da lui non devi apporti.
Del suo parlare non avrai contezza,
ma tanto intento ti starà a sentire,
per sapere se nel cuor c’è la certezza,
oppur se v’è paura nel tuo dire,
se in te v'è padronanza d’affrontare,
il viaggio estrem che manca per finire.
E quando avrai concluso di parlare,
da un gesto capirai se fu propizio,
il modo usato nel tuo discettare.
Se buon sarà quell’alto suo giudizio,
potrai ancor la fonte degustare,
sì che vedrai venire al tuo servizio,
un bel destrier, con apertura alare,
che bianco come il latte di Poppea,
a Creta in volo ti saprà portare.
Laggiù si compirà la liturgia,
che sola può levare dal tuo cuore
l’angoscia, cosicché in te più sia.
Davvero adesso non ho più colore,
che possa ancora darti qualche aiuto,
da sol tu sarai in prossime ore;
però d’averti, Luca, conosciuto,
io non potrò mai più dimenticare,
perché anch’io con te sono cresciuto
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CANTO XLIII
L’attraversamento della Porta dei Leoni. L’incontro con Mozart e Da Ponte. Il pellegrino s’appresta a cantare (97,4147)
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Quando una freccia trafigge un bersaglio,
che a pochi metri sta dal tiratore,
(così che assai difficile è lo sbaglio),
è secco ed assai netto il suo rumore;
ma quello che sentiam col nostro udito,
davvero è molto poco posteriore,
al suon dell’arco, quando allunga il dito,
l’arciere, che ha deciso di tirare,
il dardo, di cui era ben fornito.
Così, o miei lettori, in modo uguale,
accadde quando udii da lui “cresciuto”,
che del suo bel discorso era il finale,
ché appena il suon dell”o” fu ben compiuto,
un lampo risuonante d’energia,
fece sparir colui che conosciuto,
io ebbi all’iniziar di questa via;
che fu da me intrapresa con lo scopo,
di dare alla mia vita altra poesia,
al fin d’alimentar con nuovo fuoco,
lo spirto, con il qual noi conduciamo,
il viver, ch’è uno strano e serio gioco.
Ma quando udii nel cuor dir: Proseguiamo!
sparii di quel distacco ogni dolore,
perché con noi stan sempre quei che amiamo.
Il luogo stava immerso nel calore,
che sol la Grecia estiva ti può dare,
se stai sulle rovine in quelle ore,
che in primo pomeriggio puoi contare,
per cui pure quei massi, a me davanti,
calura li faceva arroventare.
All’indugiar concessi pochi istanti,
e sotto un sole grande e luminoso,
entrai col giusto passo dei viandanti.
Da subito un chiarore assai impetuoso,
mi tolse la visione delle cose,
che quell’antico luogo fan famoso.
Allor pensai che son davver curiose,
le affinità che il buio ha con la luce,
nel far nostre pupille difettose.
Ma presto poi il biancore si ridusse,
sicché si cominciò a ben definire,
la scena che per me lì si produsse.
Due uomini io vidi comparire,
seduti a conversare s’un gran sasso,
con gli occhi però attenti ad un mio dire;
allor verso di lor io feci un passo,
seppur nel cuore fossi un po’ deluso,
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da situazione dal profilo basso,
essendo ormai del tutto avvezzo all’uso,
di confrontarmi sol con circostanze,
in cui grande stupor sia assai diffuso.
Nell’osservare quelle due sembianze,
notai ch’entrambi erano vestiti,
in modo che di certo era distante,
il tempo dal qual lor eran partiti:
Più o meno posso dir che il Settecento,
pareva che gli avesse partoriti.
Io allora assunsi quell’atteggiamento,
di chi s’aspetta una parola o un segno,
che serva ad avviar qualche argomento.
In lor non v’era gioia e manco sdegno,
soltanto avean cessato di parlare,
guardando assai curiosi il mio contegno.
Wolfango, noi dobbiamo esaminare
- d’un tratto disse uno, forte, all’altro,
costui che a noi qui giunge per cantare.
Che ne pensi? Ti pare un tipo scaltro,
nel maneggiare il cibo che gustiamo,
o forse dobbiam dir: “Avanti un altro!”
- Intanto, buon Lorenzo, ti richiamo!
Lo sai che tu non devi nella rima,
far ciò che quella rima roviniamo,
se usiam parola uguale a quel di prima.
Ti prego almeno un poco di sforzarti,
in nom del tuo goder di grande stima,
di cui tu giustamente puoi adornarti.
Ma lui scosse la testa sorridendo,
dicendo – Ma che vuoi? Mi par che darti
io seppi quel sostegno col mio verso,
per cui se un genio ancor tu sei chiamato,
lo devi al mio poetare molto esperto...
Ed io che prima assai ero adagiato,
sentendo questo tipo di colloquio,
divenni emozionato e un po’ turbato,
un po’ perch’ero preso dall’ossequio,
che in me sgorgò di fronte ai due portenti,
e un po’ perché non mi pareva equo,
dover a lor mostrar vocali accenti,
essendo io soltanto un artigiano,
nel far crome e biscrome ed accidenti.
...Vah beh - disse Wolfango – tralasciamo...
Ragazzo, avanti, facci ben sentire,
qualcosa che anche noi ben conosciamo.
Tu puoi se vuoi decider d’abbellire,
il canto che vorrai ora affrontare.
A noi interessa il modo d’eseguire,
e come sai restar nell’intonare.
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CANTO XLIV
L’intuizione della Musica. La Fonte Castalia. L’incontro con Dante Alighieri (89, 4236)
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Dalla sua pace, la mia dipende;
Quel che a lei piace, vita mi rende,
Quel che le incresce, morte mi dà.
S'ella sospira, sospiro anch'io;
È mia quell'ira, quel pianto è mio;
E non ho bene, s'ella non l'ha.
E non ho bene, s'ella non l'ha…
Così io dissi a loro con il canto,
in modo così candido e soave,
che fece me stupir davvero tanto.
Pensavo di dover barcamenare
le note, che son scritte nella parte,
riuscendo al macs solo assecondarle.
Ma invece come fatte da due sarte,
- che siano molto brave in lor lavoro volavan quelle rime sol con l’arte.
Fu come star s’un filo tutto d’oro,
su cui poter risolvere il respiro,
in suon diversi, espressi tutti in coro.
Il suono ancor, compiva tutto il giro,
così che a me fu data conoscenza,
del Ritmo che ogni nota tiene in tiro.
Con gran piacere e con magnificenza,
fluivan le mie crome diamantate,
sì che di Melodia presi coscienza.
E nel sentir che assai ben rapportate,
s’en stavan note come date in dote,
dell’Armonia mi colse sapientate.
E ancor per voler dir di note note,
di quanto valga l’Interpretazione,
di Don Ottavio assunsi viso e gote.
Ma questo io non vissi in successione,
perché mi venne dato in un momento,
di coglier tutto ciò in comparazione.
E a ciò seguì potente accecamento,
da cui mi apparve il viso di una donna,
ch’ancora il ripensar mi fa contento.
Non fu vision di Vergine Madonna,
fu Musica che c’indica la strada,
su cui è ben che ognun di noi si ponna,
se vuol che vita sua sia meno grama.
E poi tornaron tosto gli occhi miei,
al modo in cui iniziai questa mia trama,
ma i Grandi Due, io più non li vedei;
mi colse invece un suono di ruscello,
di fresca Fonte offerta dagli Dei,
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in luogo tanto fresco quanto bello,
nel qual tuttora sgorga la Castalia,
che imperla rocce, fiori e il verde vello.
Ancor un’altra luce assai m’abbaglia,
da cui m’apparve un uom antico e altero,
che stava come chi nel cuor scandaglia,
al fine di saper s’è v’è del vero.
E a dire il ver, fu triplo il mio stupore:
In primis, perché Dante ora vedevo;
secondo, perché l’acqua non bevevo;
e terzo perché a Delfi io non ero.
Il Grande mi osservava nel silenzio,
e i suoni di Castalia eran sirene,
ch’entravan nelle orecchie come assenzio
sì caldo da percorrer le mie vene.
Qualsiasi indugio allora io licenzio,
e come chi vuol far le cose bene,
a Lui rivolgo tutto il mio pensiero,
cercando d’andar dritto senza mene.
O Sommo, senza il qual neppur io c’ero,
se con le rime mie t’ho inzaccherato,
rifletti, perché questo non è vero.
Per quanto di poesia abbia discettato,
descritto e preso ogni capo e fine,
da spazio sideral son separato.
Eppur nell’osservar queste mie rime,
ch’assai grande piacer mi danno al core,
in una cosa, vedo, son le prime:
Modestia ed umiltà è il lor colore.
È tanto più le stime mie son basse,
la tua Commedia sgorga di Splendore.
I versi miei son tutti fuori asse,
così che vincitor io son di certo,
se alcun mediocre mai mi contrastasse.
E’ forse fu per ciò che ottenni il merto,
di compier questo assai mirabil viaggio,
che ora a Te da me ti viene offerto.
Allor di Lui l’umor cangiò dosaggio,
e senza proferir né un motto o un verbo,
dell’acqua m’invitò a fare assaggio.
E con le mani messe a mo’ di servo,
bevetti la freschezza pien di luce,
e luce e solo ciò che ancor conservo.
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CANTO XLV
Il volo sull’Ippogrifo. Tebe, Atene, Olimpia e Creta. L’incontro con Brunella ed Andrea. L’entrata nel tempio (99, 4335)
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Vi devo dire di un destriero bianco,
possente e disegnato con tal grazia,
che a lui può stare al par sol Ombromanto.
Ancor la mia realtà qui si rispiazza,
così che mi trovai sopra quel dorso,
sul qual viaggiaron uomin d’alta razza;
e ciò per confermare quel discorso:
“Se vuoi che la tua regola sia vera,
bisogna all’eccezion lasciar decorso”.
Ma ancora non vi ho detto cosa c’era
ai fianchi del destriero bianco latte.
Due ali enormi l’Ippogrifo aveva,
‘sì candide e assai così ben fatte,
da infonder nel mio cor senso sereno.
Il cuore in petto mio mai forte batte,
e mai io sento di venire meno;
piuttosto tutto equanime e tranquillo,
guardavo, stando in alto, il bel terreno.
Fu dopo aver percorso qualche miglio,
- così, vi devo dir, m’ era sembrato che come perla, su rubin gingillo,
- il Citeron ancor non sorvolato io Tebe, vidi, in cui Anfione e Zeto,
le mura e sette porte han realizzato,
che videro la fine di quel ceto,
che pur da Cadmo ereditò il suo rango,
così che il suo destin divenne tetro,
e dalla gloria ritornò nel fango.
Poi vidi torreggiar la grande Atene,
ma non col camminar, sempre volando;
ma con il mio rimar vi dico mene,
perché ineffabil è, certo, esperienza,
del tutto orbata da fatica e pene,
guardar la polis prima per potenza,
che seppe a tutto il mondo prevedere,
le libertà in lor prima eccellenza,
per cui ancor diciam che sono vere,
politiche virtù sì celebrate,
seppur non sempre son nei fatti mere.
Ma il viaggio mio, lettori, non crediate,
che sia di già arrivato al suo finale:
Ancor con me, ancora sorvolate!
al fine di veder ciò che vi cale,
s’è ver che amate assai gli antichi libri.
Perché l’eterna Olimpia che assai vale,
rifugge dagli uomin grezzi e pigri,
e fu che là lontan tra le colonne,
lo Stadio vidi coi suoi grandi giri.
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Ma come il volante indietro ponne
il guidator, che a opposta direzione
si pone, come spinto dalle molle,
il volo, del destriero con lezione,
- sublime si mostrò quel movimentocambiò la rotta sua con decisione.
E questo lo compresi anche dal vento.
E quando fummo entrambi sopra Creta,
sentii l’Alato scender e andar lento,
perché arrivato ero alla mia meta.
Innanzi al Tempio che si chiama Cnosso,
- che della nostra storia è alfa e zeta io scesi dal destriero come posso,
e vidi chi sa far mia vita lieta,
chi sa da vita mia levar lo sposso.
Brunella mi guardava avvolta in seta,
col viso disegnato da un sorriso,
che la faceva bella e assai discreta;
Vicino a lei sen stava tutto assiso,
colui che frutto fu di nostro seme,
d’amore e ben da cima a fondo intriso,
il qual quando mi vide, su sue estreme
si mise in piedi, al fin di salutare,
il padre che più ama e meno teme.
Allor ai due mi volli avvicinare,
al fine di mostrare il mio piacere,
del don d’averli in vita e d’adorare;
E lor con gesta franche e assai sincere,
mi strinsero in abbraccio collettivo,
per cui persi nozion di dispiacere.
Non fu tra noi discorso introduttivo,
perché non può servire la parola,
se l’animo sa esser produttivo,
e il cuore tutto quanto ti consola.
D’un tratto vidi Lei compiere un gesto,
‘sì chiaro da indicarmi cosa sola,
preciso, da cui fu a me manifesto,
che io dovevo entrar dentro quel Tempio,
che non può mai mancar dal palinsesto,
dell’uom che del saper non faccia scempio.
Allora mi apprestai a prestar fede,
a chi insegnommi, amor, vita ed esempio,
e intanto mi guardava quell’erede,
che seppe il mio desir tal superare,
che giunse a noi miglior di quanto crede.
Ma pria d’entrar scoprì di ricordare,
quel fior che a me donò quel gran Sovrano,
che solo può ricever cor regale.
Lei prese in man quel fior d’amore, piano,
ma poi rifece cenno d’andar dentro,
per farmi diventare completo e sano.
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CANTO XLVI
(51, 4386)
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Qual’ è’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder volea come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova
CONTEMPLA LE QUATTRO NOBIL VERITA’
LA PRIMA NOBIL VERITA’ E’ IL DOLORE.
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NASCITA, VECCHIAIA, MORTE E LAMENTO
E IL NON AVER L’AVER, IN NOSTRE ORE.
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LA SECONDA DELLE NOBIL VERITA’,
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CHE PRODUCE DESIDERIO E VOLUTTA’.
SI TROVA NELL’ORIGIN DEL DOLORE,
LA TERZA ADESSO TU DEVI SAPERE:
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RINUNCIA E POI DISTACCATI DA BRAMA,
CORPO, COSCIENZA E FORMA FAI CADERE.
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SENTIERO CHE CONDUCE A CESSAZIONE,
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E ADESSO TU NE AVRAI L’ILLUSTRAZIONE.
E’ LA QUARTA DELLE NOBIL VERITA’,
OTTUPLICE SENTIERO E’ IL TUO SENTIERO
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LA PRIMA E’ LA RETTA COMPRENSIONE
CHE VEDE IN VITA OGNI SITUAZIONE.
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SECONDA E’ IL PENSIER QUAND’ESSO E’ RETTO
COSI’ CHE SENZA IL MAL, EGLI E’ PERFETTO.
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LA TERZA E’ LA RETTA TUA PAROLA,
CHE MAI LA MALDICENZA PORTA IN PROVA.
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ED OR LA RETTA AZION TI GIUNGE QUARTA,
PER CUI LA MAN NON PRENDE MAI, E MAI SQUARTA.
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LA QUINTA, RETTO DA’ SOSTENTAMENTO:
CHE IL TUO APPROVIGIONAR SIA MAI VIOLENTO.
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LA SESTA PUOI CHIAMARE IL RETTO SFORZO:
AZIONE SALUTAR, SIA SOL’L TUO ORZO.
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LA SETTIMA E’ QUELLA PRINCIPALE,
PERCHE’ E LA RETTA PRESENZA MENTALE:
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IL CONTEMPLAR DEL CORPO, SOLO IL CORPO.
DI SENSAZIONI, SOLO SENSAZIONI.
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LA MENTE, SOL PER CONTEMPLAR LA MENTE.
GLI OGGETTI SOL PER CONTEMPLAR GLI OGGETTI.
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L’OTTAVA E’ CONCENTRAZIONE RETTA,
LA QUAL FA SCOMPARIR VIA BUIA E STRETTA:
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DISTACCO, E’ IL PRIMO ASSORBIMENTO
TRANQUILLITA’, E’ IL SECONDO ASSORBIMENTO
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CONSAPEVOLEZZA, TI DONA IL TERZO
NE’ GIOIA NE’ DOLORE: QUESTO E’ IL QUARTO.
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ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mie mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
_____________________________
L’ interpretazione dei versi tratti dalla Divina Commedia di Dante Alighieri (Paradiso, XXXIII, vv. 133-138 e 139-45) che si trovano
rispettivamente all’inizio del canto (1-6) e al termine di esso (45-51) è la seguente: Come il matematico che si applica, concentrando
tutte le sue facoltà mentali, all’insolubile problema della quadratura del cerchio e non può trovare il principio di cui avrebbe bisogno
(ond’elli indige) per risolverlo – vale a dire l’esatto rapporto fra il diametro e la circonferenza – tale ero io dinanzi a quella straordinaria
(nova) visione, perché invano volevo comprendere come l’effige umana si adattasse alla forma del cerchio e vi si allogasse.
Versi 45-51: Le mie ali non eran sufficienti per il volo che mi veniva richiesto. Senonché la mia mente fu colpita da un nuovo (mai
veduto) lampo di luce per mezzo del quale ciò che la mente voleva (cioè la chiara visione del mistero) si compì. La fantasia venne meno
essendo stato raggiunto il limite estremo della rappresentazione poetica, esaurita ormai nel supremo sforzo di tradurre le più ardue
verità concettuali in termini intuitivi. E l’amore, che muove il sole e le altre stelle, volse il mio desiderio verso l’alto, del tutto supportato
dalla volontà, così come fa la ruota che si muove di moto uniforme (igualmente) intorno al suo asse, secondo l’impulso ricevuto. (N.
Sapegno, La Divina Commedia di Dante Alighieri, Paradiso, II ediz., La Nuova Italia, Scandicci (Firenze) – 1986, pagg. 428 e 439).
In quest’ultimo canto il gioco del “numero quattro” (metà di quattro, quattro e multipli di quattro) è portato all’estreme conseguenze, sia
dal contenuto delle argomentazioni, sia dal modo in cui i versi sono stati ripartiti tra loro. (I versi 7 e 44, liberamente rielaborati, sono
tratti da: Nyanaponika Thera, Il Cuore della Meditazione, Buddista, parte III, I Fiori della Liberazione, Le Quattro Nobili Verità, Ubaldini,
Roma – 1878, pagg. 121-126.
92
INDICE DEI CANTI E DEGLI ARGOMENTI
•
Introduzione all’opera e al libro primo,
primo pagine I – IV.
•
Canto I: La lunghezza della vita. Il blocco del sistema. La disperazione del pellegrino. L’ invocazione ai bait. Il
sonno e il sogno del pellegrino. L’apparizione di Francesco Guccini. Le meraviglie promesse. (93, 93), pagina 1.
•
Canto II: L’affabilità di Guccini. Lo strano paesaggio. L’incontro con Topo Gigio. Le perplessità del pellegrino e
le rassicurazioni di Guccini. La reale natura di Topo Gigio. (87, 180), pagina 3.
•
Canto III: Una diversa concezione del tempo. Il Salone delle Feste del Casino di Sanremo. L’incontro con
Gianni Moranti. Dissertazione di Mina sull’arte del cantare. (96, 276), pagina 5.
•
Canto IV: Il trono di Mina. Nuova richiesta del pellegrino. La sfilata dei cantanti. L’incontro con Luigi Tenco.
L’invettiva contro gli organizzatori del Festival di Sanremo. (96, 372), pagina 7.
•
Canto V: La speranza del pellegrino. La casa di Geppetto. L’incontro con Pinocchio. L’origine dell’amore. Il
desiderio di riflettere. (97, 469), pagina 9.
•
Canto VI: Il risveglio del pellegrino. Il sonno e la veglia. Il ritorno nel sogno. Chiarificazioni di Francesco sui temi
trattati. (90, 559), pagina 11.
•
Canto VII: La Foresta dei Bambini Perduti. (93, 652), pagina 13.
•
Canto VIII: Ulteriori considerazioni sulla Foresta dei Bambini Perduti. La canzone di Francesco (99, 751),
pagina 15.
•
Canto IX: Piazza della Signoria a Firenze. La manifestazione politica. L’arrivo di Nanni Moretti. (94, 845), pagina
17.
•
Canto X: La folla ripara nella Loggia dei Lanzi. Gli artisti antichi e moderni. La ressa spaventa il pellegrino. La
trasformazione del pellegrino. (97, 942), pagina 19.
•
Canto XI: L’ Assorbimento del Cielo. (90, 1032), pagina 21.
•
Canto XII: Il proseguimento del Primo Assorbimento. Il ritorno alle sembianze umane. (93, 1125), pagina 23.
•
Canto XIII: Il pellegrino ritrova la propria guida. I mali di Firenze. Francesco e il pellegrino scendono dal
campanile. (99, 1224), pagina 25.
•
Canto XIV: La salita sulla Montagna della Musica. L’incontro con Francesco De Gregori e il suo allievo (99,
1323), pagina 27.
•
Canto XV: Il paesaggio continua a trasformarsi. La Fontana delle Note. L’arrivo sul pianoro del Castello della
Musica. (93, 1416), pagina 29.
•
Canto XVI: Il secondo risveglio. Il ritorno nel sogno. La visione del Castello della Musica. (99, 1515), pagina 31.
•
Canto XVII: L’entrata nel Castello della Musica. Il lungo corridoio. L’arrivo alla Sala del Trono. (96, 1611),
pagina 33.
•
Canto XVIII: I Sovrani della Musica. (99, 1710), pagina 35.
•
Canto XIX: Il Discorso del Grande Imperatore. La Valle dei Maestri. (99, 1809), pagina 37.
•
Canto XX: L’incontro con Lucio Battisti. (100, 1909), pagina 39.
•
Canto XXI: L’Approfondimento della Storia. (99, 2008), pagina 41.
•
Canto XXII: Il pellegrino sulla spiaggia. Il discorso di Francesco. (99, 2107), pagina 43.
•
Canto XXIII: Il congedo di Francesco. L’arrivo del battello. La partenza del pellegrino. (91, 2198), pagina 45.
•
Introduzione al libro secondo
•
Canto XXIV: L’invocazione alla Musa della Poesia. (93, 2291), pagina 47.
•
Canto XXV: Il viaggio in nave del pellegrino. L’incontro con Piero Ciampi. L’arrivo a Patrasso. La sensazione di
paura. (97, 2388), pagina 49.
•
Canto XXVI: Il terzo risveglio. L’esercizio del respiro. Il ritorno nel sogno e l’incontro con Pupo. (99, 2487),
pagina 51.
•
Canto XXVII: Alla ricerca del nuovo Maestro. (99, 2586), pagina 53.
•
Canto XXVIII: Il congedo da Pupo. La partenza da Patrasso. La descrizione delle Entità Totali. (99, 2685),
pagina 55.
•
Canto XXIX: Il riposo sotto l’ulivo. Il silenzio della mente. L’ansia del pellegrino di conoscere il futuro. La
concentrazione mancata. (93, 2778), pagina 57.
•
Canto XXX: La Foresta degli Uomini Perduti. (97, 2875), pagina 59.
•
Canto XXXI: L’Approfondimento del Mare. (96, 2971), pagina 61.
•
Canto XXXII:
XXXII: La cattura del delfino. La morte del delfino (96, 3067), pagina 63.
•
Canto XXXIII
XXXIII:
XXIII: Il ritorno alle sembianze umane. Il mercato del pesce. Le istruzioni di Guccini per il prossimo
incontro. Epidauro ed il Giardino degli Amanti. L’incontro con gli amanti (99, 3166), pagina 65.
•
Canto XXXIV
XXXIV:
XXIV: Le incertezze del pellegrino. L’individuazione della giusta via. Il colloquio d’amore. (99, 3265),
pagina 67.
•
Canto XXXV
XXXV:
XXV: Il Giardino degli Amanti. L’esaurimento dell’esperienza. Le spiegazioni di Guccini. Sintomi del
quarto ed ultimo risveglio. (97, 3362), pagina 69.
•
Canto XXXVI
XXXVI:
XXVI: Il quarto risveglio. La Presenza Mentale. Il rientro nel sogno. La città di Tirinto (99, 3461), pagina
71.
•
Canto XXXVII
XXXVII:
XXVII: Il sopraggiungere delle Dodici Fanciulle. Il mito di Eracle. La descrizione delle Dodici Fatiche.
(96, 3557), pagina 73.
•
Canto XXXVIII
XXXVIII:
XXVIII: Il bacio dell’Ottava Fanciulla. Il Bar blu. L’incontro con il vecchio. (99, 3656), pagina 75.
•
Canto XXXIX:
XXXIX: L’aggressione del vecchio. Il rifiuto della violenza. (99, 3755), pagina 77.
•
Canto XL: Il pellegrino si riprende dall’esperienza. Il rapporto tra il Bene e il Male. La canzone del vecchio e del
bambino. (100, 3855), pagina 79.
•
Canto XLI:
XLI: L’Approfondimento della Filosofia. Considerazioni su alcuni aspetti vissuti dal pellegrino nel corso
del quarto ed ultimo Approfondimento. L’arrivo a Micene (96, 3951), pagina 81.
•
Canto XLII: La Porta dei Leoni. La descrizione di Guccini dell’ultima parte del viaggio (99,4050), pagina 83.
•
Canto XLIII:
XLIII: L’attraversamento della Porta dei Leoni. L’incontro con Mozart e Da Ponte. Il pellegrino s’appresta
a cantare (97,4147), pagina 85.
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Canto XLIV:
XLIV: L’intuizione della Musica. La Fonte Castalia. L’incontro con Dante Alighieri (89, 4236), pagina 87.
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Canto XLV
XLV:
LV: Il volo sull’Ippogrifo. Tebe, Atene, Olimpia e Creta. L’incontro con Brunella ed Andrea. L’entrata nel
tempio (99, 4335), pagina 89.
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Canto XLVI
XLVI:
LVI: (51, 4386), pagina 91.
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LA “COMMEDIA NOVA” E’ STATA REALIZZATA
NEI MESI DI GIUGNO, LUGLIO, AGOSTO 2002
E GIUGNO 2005
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la commedia nova