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Claudio Saporetti
IL GHILGAMESˇ
L’epopea del più noto personaggio della letteratura
sumero-babilonese nell’ultima traduzione effettuata
dall’originale cuneiforme delle dodici Tavole rinvenute
nella Biblioteca del re Assurbanipal (VII secolo) a Ninive.
Simonelli Editore
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PRESENTAZIONE
L’«epopea» di Ghilgames,
ˇ il più noto personaggio eroico della letteratura sumero-babilonese, interessa
sempre.
Chi era Ghilgames?
ˇ Vedremo poi le notizie sul
quel poco di storico che possiamo immaginare, ed i
molti racconti sfociati in varie versioni, durante i secoli,
della sua saga, culminate in quella di Sîn-leqe-unninnı,
l’ultima, la definitiva. Per ora limitiamoci a considerarne la storia, la figura, il carattere, la simbologia.
Ogni personaggio mitologico ha molti padri:
ricordi, per lo più vaghi, del tempo che fu, in cui visse
dando un’impronta di sé particolarmente significativa;
revisione popolare di questi ricordi, esaltazione delle
sue imprese, proiezione in una sfera superiore, anche
semidivina, travisamento di intenzioni e risultati; assunzione in una sfera simbolica dell’uomo, del tempo, dell’ambiente, dei fatti, a rappresentare una verità, un
monito, un sentimento. Ed i padri non finiscono qui.
Anche Ghilgamesˇ è figlio di molti padri: man
mano che i secoli sono passati è rinato più volte, a
seconda dei tempi che la sua saga attraversava; o
meglio, veniva adottato da nuovi padri che hanno influito su di lui, sulle sue storie, sul messaggio che di volta
in volta è stato chiamato a propagare. Vedremo, nella
necessaria “Premessa” e nei Commenti alle singole
tavole, le differenze tra i racconti composti su di lui
durante lo scorrere del tempo e la versione “classica”
- il punto d’arrivo.
ninivita, quella di Sîn-leqe-unninnı,
In questa versione, compresa in dodici tavole, la
storia di Ghilgamesˇ si snoda attraverso un copione certo
noto da prima, ma rivisto e completato. All’inizio tro7
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viamo l’eroe che spadroneggia nella “metropoli” di
Uruk, e gli dei che ascoltano la preghiera dei sudditi,
desiderosi di un po’ di pace. Gli dei creano, per contrastare il tirannello, un essere ferino, che vive con le fiere
e ne è a capo. Il suo nome è Enkidu. Ed ecco che questo
essere, più intelligente delle fiere, riesce ad eludere le
trame di un cacciatore, che vede distrutte ed inutilizzate
le sue trappole.
Come sempre e da sempre, tocca al capo risolvere i problemi dei sudditi. Ma Ghilgamesˇ non affronta
direttamente il nemico: suggerisce invece al cacciatore
di portare con sé una prostituta sacra, con il compito di
umanizzare Enkidu facendogli conoscere il sesso degli
umani. Enkidu viene così conquistato, diventa un uomo
e le fiere lo evitano. Anzi, trasferito in un villaggio di
pastori, diviene lui stesso il custode del gregge contro
gli animali feroci che lo insidiano.
Dal campo dei pastori passa infine un viandante:
sta dirigendosi ad Uruk per partecipare a una festa di
ˇ del
nozze. Da lui Enkidu viene a sapere di Ghilgames,
suo potere sul popolo, del suo spadroneggiare assoluto. E
vuole sostituirsi a lui, come il giovane animale che sfida
il capobranco. Si reca così ad Uruk, accompagnato dalla
prostituta, e qui si incontra e si scontra con Ghilgames,
ˇ in
una lotta breve e risolutiva. Probabilmente è Ghilgamesˇ
che vince, ed il nemico di prima diventa un amico stretto
ed esclusivo, come d’altronde gli aveva previsto la
madre, interpretandogli sogni.
Nasce così un “binomio perfetto”, composto di
due amici strettamente legati che ora convincendo, ora
scoraggiando, ora esortando concepiscono, e poi portano a compimento, un piano pazzesco e sotto certi aspetti
sacrilego: l’uccisione di un mostro che era stato posto a
ˇ
salvaguardia della “Foresta dei Cedri”. Ma Samas,
ˇ il dio
Sole di cui la madre di Ghilgamesˇ era somma sacerdo8
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tessa, li incoraggia, protegge ed aiuta nell’impresa. Il
mostro viene ucciso, i cedri preziosi tagliati e portati in
madrepatria, così carente di legni. Ed i due eroici vincitori ritornano trionfanti in Uruk.
In questo ritorno si consuma una tragedia: l’offerta d’amore ed il rifiuto dell’amore. È la dea dell’amore Istar
ˇ che si invaghisce di Ghilgamesˇ e lo circuisce,
ma si vede respinta e negata da chi evidentemente non
ha più interesse per le donne. Di più: il compare Enkidu
la offende mortalmente. Cala sulla coppia, allora, la
punizione degli dei: simbolo della carestia che semina
morte, scende su Uruk un toro selvaggio del cielo, causando lutti e tragedie. Il binomio perfetto, tuttavia, lo
affronta, lo attacca, e lo uccide: va insomma, ancora una
volta, contro gli dei, e nemmeno con le spalle coperte
dalla protezione del Sole. È troppo, e la punizione degli
dei colpisce inesorabile. Il più debole dei due, l’essere
più umano, Enkidu, deve morire, ed il lamento di
Ghilgamesˇ scende sul suo cadavere con tutto lo strazio
dell’amico.
Inizia qui la seconda parte dell’epopea, che vede
Ghilgamesˇ ridursi a poco a poco da eroe ad essere
debole e stanco. Sapendo che un suo lontano antenato,
un Noè mesopotamico di nome Um-napistim,
era
ˇ
sopravvissuto al diluvio ed aveva ricevuto la vita eterna,
il nostro eroe lo raggiunge attraverso tappe difficili:
lotte contro le fiere nella steppa, passaggio di monti lontani compresi nella sfera solare e difesi da due creaturescorpione, lungo cammino da ovest ad est in una galleria lunghissima e buia, incontro con una “vivandiera”
del Sole che scoraggia e disillude, scontro con il battelliere di Um-napistim
che infine lo porta alla meta attraˇ
verso un mare mortale e malefico.
Il colloquio con Um-napistim
è l’occasione per
ˇ
conoscere direttamente dall’uomo che l’ha visto e vis9
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suto l’avvenimento di quel grande diluvio che ha sommerso il paese ed ha diviso in due, come un tragico
iato, la storia della Mesopotamia. Alla fine del drammatico racconto Ghilgamesˇ capisce che l’immortalità
non gli può essere concessa, perché non ha avuto la
ventura di essere stato, come Um-napistim,
un nuovo
ˇ
progenitore dell’umanità destinato a non morire finché
vivrà l’umanità stessa, sangue del suo sangue. Così,
come ormai da tempo gli accade, ancora una volta si
sente dire che l’uomo è mortale: anche lui, che pure è
umanità solo per un terzo.
Qui potrebbe finire il racconto: l’eroe è ormai
convinto, è rassegnato al ritorno, carico di esperienza,
conoscitore di cose e di fatti, e perciò saggio. Ma l’autore vuole proseguire con un altro episodio, pregno di
vana speranza e di beffa: la moglie di Um-napistim,
ˇ
bella figura di donna pervasa da un sentimento di pietà
tutto femminile, convince il marito a rivelare all’eroe,
ora anti-eroe, la segreta esistenza di una pianta acquatica in grado di rendere eternamente giovane l’essere che
ne mangia il frutto misterioso.
È un ultimo barlume di speranza, presto destinato ad esser spento. Difatti un serpente divora quel
frutto, cambiando subito pelle. A Ghilgames,
ˇ stranamente accompagnato dal battelliere di Um-napistim,
ˇ
non resta che tornare nella sua megalopoli Uruk, a vantarsi delle mura possenti che lui stesso aveva elevato, e
delle imprese compiute, e della saggezza conquistata:
tutti elementi che concorreranno a dargli gloria immortale.
Il poema finisce con una dodicesima tavola che
sembra più incollata che conseguente, presa paro paro
da un racconto sumerico: l’evocazione di Enkidu da
parte di Ghilgames,
ˇ che in tal modo viene a sapere (e
noi con lui), la natura del mondo dei morti.
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In questa “ultima” versione, cioè l’opera in
dodici tavole di Sîn-leqe-unninnı,- Ghilgamesˇ ha ovviamente conservato la sua caratteristica precipua di sempre: quella dell’uomo che non vuole morire, alla ricerca dunque di un sistema che gli permetta di raggiungere la vita eterna. La cercherà nel segreto della sopravvivenza del suo antenato, scampato al diluvio; crederà di
averla trovata in un arbusto acquatico progenitore della
fonte dell’eterna giovinezza; la raggiungerà con la
fama di uomo che tutto ha visto, tutto ha conosciuto,
uomo d’esperienza e saggio, oltre che eroico vincitore
di mostri e costruttore di mura enormi ed imprendibili.
In questo tentativo di diventare uguale agli dèi,
unici detentori dell’immortalità, Ghilgamesˇ si avvicina
ad altri due eroi della letteratura mesopotamica, Adapa
ed Etana. Anch’essi infatti hanno avuto, chi per un
verso chi per l’altro, paura della morte; anch’essi
hanno avuto quasi alla loro portata un cibo in grado di
risolvere il loro problema; anch’essi, come Ghilgamesˇ
con la pianta acquatica, non hanno potuto approfittarne: buon per loro, perché è molto probabile che il tentativo di ingoiare cibi destinati solo agli dèi avrebbe
procurato solo condanna e catastrofe. Invece Adapa,
Etana e Ghilgamesˇ ne escono bene, ciascuno con una
forma di immortalità che, se non è proprio un corpo
incorruttibile, è comunque qualcosa di sostitutivo e
gratificante. C’è un messaggio “morale”, dunque, nelle
storie di questi tre eroi: e sembra sia l’insegnamento
agli uomini di non cercare di rendersi uguali agli dèi e
di accettare il loro mortale destino, sì che in tal caso ne
usciranno sereni e gratificati.
Ghilgamesˇ è, con Etana ed Adapa, latore di
questo messaggio; ma non solo di questo. Nella sua
frequentazione costante con l’amico Enkidu, già nemico vinto ed umiliato, il nostro eroe dimentica mogli
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concubine ed altre donne sue di diritto, a favore di un
rapporto particolare ed esclusivo. Questo tipo di rapporto non è inviso agli dèi, anche se nel loro olimpo non
sembra sia attestato. L’omosessualità va tuttavia contro
il sacro precetto di fare figli: precetto che coincideva
con il supremo desiderio dell’uomo mesopotamico.
Ecco dunque un secondo messaggio: sii pure omesessuale, ma non dimenticare che tra i fini dell’uomo c’è la
procreazione dei figli, futuri genitori dei posteri.
A fronte di una vita in cui il personaggio si è
mosso per raggiungere fini impossibili dopo rapporti
leciti ma non ottimali, sta tutta una serie di imprese
eroiche che certo celano altri messaggi. Pur se ricordo
possibile di antiche imprese alla conquista del legno, la
spedizione nella Foresta dei Cedri potrebbe essere
anche la trasposizione poetica di una lotta tra luce (il
Sole ne è l’ispiratore), e le tenebre qui raffigurate dall’oscurante ombra del bosco. Un simbolo è certo anche
il toro del cielo, che raffigura le conseguenze catastrofiche di una tremenda carestia.
Nel racconto palpitano, tra simboli e messaggi,
figure che appaiono vive. Tra queste le figure femminili,
ricche di una peculiare personalità, tanto che se non
conoscessimo quanto fosse “misogino” l’ambiente della
Mesopotamia ed esclusiva la scuola scribale, potremmo
anche pensare che a scrivere il Ghilgamesˇ sia stata una
donna: un’autrice colma d’amore e di preoccupazione per
il figlio, come la mamma di Ghilgames;
ˇ piena di commiserazione e di pietà, come la sposa di Um-napistim;
deciˇ
sa nella condanna alle donnacce, fossero pure delle dee;
contraria agli abusi del tirannello sulle spose, e fedele
come Siduri nella devozione al suo dio.
Tra tutte le figure domina e sovrasta proprio
questo dio: il Sole, ispiratore, protettore e guida di
ˇ L’eroe ne diventa un alter ego, tanto che
Ghilgames.
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solo lui ne ha percorso l’oscura strada sottoterra, e
diverrà, sia pure in altra versione, giudice dei morti così
come il Sole è giudice dei vivi.
Questa è la sintesi del racconto con qualche considerazione finale. Ma ciò che più conta è che il protagonista può essere visto ed interpretato in mille sfaccettature diverse, a seconda della cultura, della visione del
mondo e della vita, delle esperienze, anche dello stato
d’animo di chi legge.
Considerando l’enorme letteratura che lo riguarda, ho visto che rimane spazio per qualche “sfaccettatura” mia, contenuta in vari “saggi” sparsi qua e là tra
riviste, passi in prefazioni (o postfazioni) di altri lavori,
perfino in un libro per bambini. Chi volesse, per peregrina ventura, conoscere il mio pensiero su Ghilgamesˇ
ˇ dovrebbe sfru(o meglio su vari aspetti di Ghilgames),
conare qua e là, tra volumi magari esauriti e biblioteche
specializzate, se non inviolabili.
Non ne varrebbe la pena, e comunque non lo
farebbe nessuno. Ho pensato allora di raccogliere alcuni
di questi scritti e pubblicarli, con qualche piccolo ma
necessario aggiustamento e con qualche indispensabile
taglio di parti che ormai non interessano.
Luciano Simonelli, nuovo Amico, si è offerto di
riproporli; sono dunque previsti, ma in un secondo
tempo. Non ha senso infatti leggere qualsiasi saggio se
non si ha sotto il naso l’oggetto del saggio. La ragione
di questo libro è portare dunque a conoscenza del lettore non solo la leggenda, la storia e le premesse letterarie
del poema di Ghilgames,
ˇ ma la traduzione stessa di
questo poema: una traduzione mia, che ovviamente non
sempre coincide con altre, specie in qualche particolare
per cui ho dovuto fare il punto, o scegliere, o proporre.
Tuttavia ho la presunzione di dire che si tratta di una
traduzione coscienziosa, alla quale ho cercato di dare la
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massima cura, ed a cui ho dedicato molto più tempo di
quanto il lettore possa immaginare: una traduzione che
pretende di essere, nei limiti del mio possibile, affidabile per chiunque desideri dare un suo personale giudizio.
Diversamente da vari altri Autori, ho cercato di
mantenere la traduzione negli stretti limiti del letterale,
certo con alcune “correzioni” qua e là (magari con l’aiuto di qualche parentesi tonda) perché davvero indispensabili. Ma per il resto il testo è quello, senza voli pindarici o proposizioni complicate per far capire meglio quello
che è scritto, e che così è (e tale dunque va trasmesso, a
testimoniare le differenze di espressione, di mentalità, di
modo di vedere le cose e concepire la vita che dividono
quel mondo dal nostro). Di conseguenza, la mia versione
presenta spesso un’impronta di “arcaicità” che non è
voluta ma, in un certo modo, è autentica.
Per comodità questa traduzione, a cui ho cercato
di dare la più seria base scientifica (non essendo un traduttor dei traduttori, sono ovviamente partito dal testo
cuneiforme) è riportata in prosa, avulsa dalla divisione
in “versi” come si trova invece nei testi mesopotamici.
Essa segue la versione “classica”, quella conosciuta
dalle dodici Tavole rinvenute nella Biblioteca del re
Assurbanipal (VII secolo) a Ninive. È la versione veri- un “Omero”
similmente composta da Sîn-leqe-unninnı,
mesopotamico che rielaborò composizioni preesistenti,
in un periodo che probabilmente è quello medio-babilonese (c. XIV-XIII sec. a.C.).
È essenziale chiarire che questa mia traduzione
è fatta sul testo ricostruito recentemente da Simo
Parpola, in The Standard Babylonian Epic of Gilgamesh
(Neo-Assyrian Text Corpus Project, Helsinki 1997).
Questo testo tiene presente, nelle molte lacune
che spesso vi troviamo, brani contemporanei ma provenienti da altre fonti (es. il testo di Uruk della Tavola V)
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e brani di periodi precedenti, che sono comunque doverosamente specificati nel commento che faccio seguire
ad ogni “Tavola”, poiché non è detto che il nostro Sînleqe-unninnı- li abbia sempre trapiantati tout court nella
sua totale revisione e riedizione dell’antica storia.
Pur traducendo direttamente dall’originale, non
ho potuto certo esimermi dal tener conto dei lavori precedenti. In particolare ho tenuto costantemente sott’occhio (pur non essendo sempre d’accordo) le ultime traduzioni, che in teoria sono il punto d’arrivo di numerosi
studi effettuati dall’epoca del rinvenimento dei testi.
Ecco un breve elenco dei lavori recentemente editi e
che ho particolarmente consultato:
S. Dalley, Myths from Mesopotamia (Oxford
University Press, Oxford - New York 1989), 39 sg.
F. Malbran-Labat, Gilgamesh (Les Éditions du
Cerf, Paris 1992).
J. Bottéro, L’Épopée de Gilgamesh (Gallimard,
Paris 1992).
G. Pettinato, La saga di Gilgamesh (Rusconi,
Milano 1992).
R.J. Tournay - A. Shaffer, L’épopée de Gilgamesh
(Les Éditions du Cerf, Paris 1994).
A. George, The Epic of Gilgamesh (The Penguin
Press, London 1999).
Oltre a vari contributi di molti studiosi, presenti
in articoli su riviste specializzate, ho tenuto presenti
anche altre traduzioni che, per dovere di completezza,
devo riportare:
A. Azriè, L’épopée de Gilgamesh ( B e rg
International, Paris 1979).
A. Schott, Das Gilgamesh-Epos (Philipp Reclam
Jun., Stuttgart 1982).
J. Gardner - J. Maier, Gilgamesh, Translated from
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Sîn-leqe-unninnı- Version (Alfred A. Knopf, New York
1984).
H. Schmökel, Das Gilgamesh Epos (Verlag W.
Kohlhammer, Stuttgart-Berlin-Köln-Mainz 1985).
M.G. Kovacs, The Epic of Gilgamesh (Stanford
University Press, Stanford Calif. 1989).
A nulla è servita, per il mio scopo, la versione
“poetica” e libera di D.P. Jackson, The Epic of Gilgamesh
(Bolchazy-Carducci Publishers, Waukunda, Ill. 1993).
Del libretto L’Epopea di Gilgamesˇ a cura di N.K.
Sandars (precisamente l’edizione italiana Adelfi, Milano
1986) ho fatto a suo tempo una breve recensione (non
entusiastica) su «Il Giornale» del 4.I.1987. Del libro di
Pettinato mi sono servito per i confronti con le altre versioni dell’epopea, con i racconti sumerici e con la versione ittita, presentata da G. Del Monte nell’àmbito del
medesimo lavoro.
Oggetto di costante consultazione sono stati
ovviamente anche i due Dizionari fondamentali
dell’Assiriologia:
AA.VV., The Assyrian Dictionary of the Oriental
Institute of the University of Chicago, ancora incompleto
e pubblicato dal 1956 (sigla: CAD).
W. von Soden, Akkadisches Handwörterbuch
(Wiesbaden 1965-1981; sigla: AHw).
È stato considerato anche il vocabolario riportato
alla fine dell’opera di Parpola, che è specifico anche se
sintetico.
Le differenze che si potranno trovare tra la mia
traduzione e quella delle opere citate sono dovute a due
realtà: 1. Veri e propri punti discutibili, affrontati e risolti
diversamente dai vari Autori. 2. Punti dovuti alla diversità nata dalla differente ricostruzione del testo. Qui basti
tenere sempre presente che, basandomi sulla ricostruzio16
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ne di Parpola, mi sono attenuto alle sue tavole in
cuneiforme ed alle sue trascrizioni, pur con alcune eccezioni in qualche isolato punto, specie nel caso di integrazioni, anche alla luce di qualche singolo studio di altri
(es. Postgate e Borger).
Dato il tipo di pubblicazione, non mi è possibile
dare qui la giustificazione delle mie interpretazioni parola
per parola. Un saggio di come ho operato è comunque il
mio lavoro, eseguito a fini didattici per il Servizio
Editoriale Universitario di Pisa, Gli amori di Istar
ˇ (Pisa
2000), relativo alle linee 1-79 della Tavola VI.
Qualche appunto finale:
1. Le parole tra parentesi quadre sono totali integrazioni del testo originale. In un punto ci sono parentesi graffe: sono usate per indicare parole che vanno
espunte.
Le integrazioni parziali non sono evidenziate
per evitare di frammentare troppo il testo. Non è specificata l’entità della lacuna segnalata con puntini tra
parentesi quadre, né quella segnalata con puntini senza
parentesi, che indicano un testo non scomparso ma difficilmente interpretabile. Tuttavia ho segnalato con un
puntino, e non con tre, la lacuna di un solo segno e con
quattro puntini una lacuna particolarmente notevole,
cioè di più righe.
2. Ogni tanto c’è nella traduzione uno spazio
bianco tra un brano e l’altro. Corrisponde ad una linea
presente nel testo originale (che non sempre, devo dire,
ha una sua giustificazione; ma c’è).
3. Per quanto riguarda i numeri, si noterà che talvolta sono scritti con la cifra, talaltra in lettere. Non è
incoerenza: seguo qui pedissequamente il testo.
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4. Gli “a capo” non ci sono ovviamente nel testo.
Sono una mia scelta per sveltire la lettura.
5. La consonante sˇ si pronuncia come nella parola
“scena”; la consonante h come nella parola Bach. Nella
trascrizione di qualche˘parola del testo suddivisa nella
lettura dei singoli segni, eventuali “accenti” sono semplicemente delle indicazioni sul tipo di segno usato dall’antico scriba (es. lì si legge come lí, ma la sillaba è scritta
con un segno differente). Nulla a che fare dunque con
l’accento della parola.
6. Perché siano meglio distinte ed individuate,
scrivo in grassetto parole e letture di segni sumeri, mentre per l’accadico ho usato il corsivo.
ˇ invece di “Gilgames”
ˇ
7. La scrittura “Ghilgames”
vuole evitare la pronuncia del nome con la consonante g
dolce, errore molto comune nei profani di accadico.
Pronunciare Gilgamesh come si pronuncia Gioconda non
è corretto.
8. Il nome dell’eroe del diluvio è scritto spesso
ˇ
ˇ
dagli studiosi Ut-napistim,
o anche Uta-napistim.
Anch’io avevo scritto così, ma poi col tempo ho cambiato parere. So bene che la scrittura “Ut-napistim”
ˇ
potrebbe
trovare conferma, ad esempio, in Ú-ta-na-isˇ?-tim (AHw,
738b), ma le corrispondenze zi.u4 e u4.zi dei nomi dello
stesso personaggio nella letteratura sumerica (zi-u 4sud.rá) ed in quella accadica (u4.zi-tim) mi sembrano
così perfette ed indicative dal farmi continuare nella
testardaggine di credere che il segno UD del nome accadico non vada letto “ut” come forma del verbo watû, ma
u4 come segno sumerico del sostantivo u-mu (“giorno”).
Di conseguenza ho l’arditezza di congetturare che in anti18
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co il nome possa essere stato frainteso da qualche scriba,
così come penso che sia stato frainteso, e letto in modo
errato, il nome stesso del nostro eroe Ghilgames,
ˇ scritto
gisˇ .gín.masˇ nella versione del nostro Sîn-leqe-unninnı,
da cui verisimilmente è derivato, per storpiatura, il tardo
Ghilgamesˇ ed il greco Ghilgamos, ma che in traduzione
non dà niente. Leggendo gli ultimi due segni con valori
diversi, e cioè gisˇ.tùn.bar, il nome invece darebbe un
significato (“colui che taglia gli alberi”) perfettamente
coerente con la natura dell’eroe.
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UNA PREMESSA
Prima di affrontare le singole Tavole ed i relativi
Commenti, non posso evitare di dare qualche semplicissima (o semplicistica?) notizia introduttiva, ricordando
almeno qualche precedente di questa versione del
ˇ che è quella più recente e che possiamo
“Ghilgames”,
chiamare “classica” o “ninivita”, o addirittura “epopea”,
punto d’arrivo e definitivo di una serie di versioni precedenti. Qui la chiameremo senz’altro Epopea.
Ghilgames,
ˇ anzitutto: sembra un personaggio storico, un re di Uruk vissuto dopo il diluvio. Mitizzato, deificato, stravolto esagerato enfatizzato fin che si vuole, ma
con un aggancio a fatti realmente accaduti. Come i re di
Roma, come il cretese Minosse. Sulle sue imprese sono
nate delle leggende, come sempre è stato fatto nei riguardi di quelli che hanno lasciato un segno, da Sargon a
Mosè, giù fino ad Hickok e Buffalo Bill.
A.
Essendo re sumerico, a Ghilgamesˇ sono stati
dedicati racconti romanzati sumerici, scritti in sumero
verso il 2000 a.C. ma risalenti a tradizioni precedenti. Tra
questi bisogna distinguere: da una parte quelli che sono
rimasti tali, mai reimpiegati e incastonati in composizioni
successive. Dall’altra sono quei racconti poi ripresi ed
inseriti in poemetti più elaborati e complicati, composti
in epoche successive.
I. Qualche notizia sui racconti che non hanno
avuto un avvenire.
1. C’è la storia della guerra tra Uruk (sovrano
Ghilgames)
ˇ e Kis,
ˇ un’altra antica città non lontano da
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Babilonia (sovrano Agga). Ad una imposizione di Agga,
Ghilgamesˇ chiede consiglio prima agli anziani (che gli
suggeriscono di cedere e di accettare) e poi ai giovani (che
gli suggeriscono di respingere le richieste). Giunto Agga
che stringe d’assedio Uruk, dopo un primo momento sfavorevole ecco apparire Ghilgamesˇ sulle mura, a tramortire
il nemico con il suo solo aspetto e lo splendore divino che
emana. Il racconto termina con Ghilgamesˇ che grazia
Agga, in forza, sembra, di un precedente aiuto che aveva
avuto da lui. Insomma, un “embrassons nous” finale, anzi
un epilogo a tarallucci e vino, con qualche prigioniero e
senza morti. E con l’esaltazione del vincitore da parte del
vinto, come vedremo anche alla Tavola II.
2. La morte di Ghilgames.
ˇ In questo poemetto
appare già evidente il problema dell’immortalità di cui
tutta la letteratura di Ghilgamesˇ apparirà permeata.
Addirittura le parole che il dio Ellil rivolge all’eroe avvilito e depresso per non essere immortale potrebbero benissimo applicarsi alla fine della nostra epopea: Ghilgamesˇ è
destinato alla regalità ed a compiere grandi imprese, ma è
un mortale e deve morire. Con lui devono essere sepolti
famigliari, dignitari di palazzo, servitori (come dimenticare le tombe collettive di Ur?). Sarà così destinato ad essere
il giudice dei morti: un Minosse in anteprima, per il quale
rimando ad uno dei “saggi” nel secondo volume di questo
lavoro. Questo testo, proveniente da Nippur, è stato recentemente integrato con significativi frammenti rinvenuti a
- l’odierna Tell Haddad, da cui abbiamo conferMê-Turan,
ma di letture ed anche la notizia che Ghilgamesˇ fu seppellito nelle acque del fiume.
II. Ci sono invece dei brani sumerici che riporta no episodi destinati a diventare parti integranti
dell’Epopea.
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1. Andando in ordine cronologico (cronologico
per quanto riguarda la sequenza degli episodi
nell’Epopea), c’è una composizione (anzi due, di diseguale lunghezza) che viene chiamata “Ghilgamesˇ e Hubaba”
(Hubaba è il Humbaba che incontreremo poi). ˘
˘
˘
2. Esiste anche un racconto che narra il contrasto
con Istar
ˇ (in sumero: Inanna) e la lotta contro il Toro del
cielo.
3. Infine, una composizione che viene intitolata
“Ghilgames,
ˇ Enkidu e gli Inferi” è chiaramente ripresa,
quanto meno nella sua parte finale, nella XII Tavola.
Il contenuto di questi racconti sarà considerato,
con i relativi confronti, man mano che gli stessi argomenti
verranno illustrati, nei commenti alle varie Tavole. Già da
ora possiamo rilevare, comunque, che i poemetti sumerici,
una volta inseriti ed adattati in una composizione più
vasta, saranno in genere più ridotti rispetto all’originale.
B.
In epoca paleobabilonese (siamo verso il XVIIIXVII secolo) i vari racconti su Ghilgamesˇ (ma non tutti),
furono raccolti in un’unica composizione: un primo “poemetto” non più scritto in sumero, ma in accadico (l’“assiro-babilonese”). Non ne abbiamo il testo, né completo né
quasi completo, ma solo brani tratti da Tavolette ritrovate
in varie parti della Mesopotamia (Sippar, Nippur,
ˇ
Nerebtum,
Saduppûm).
Sono le cosiddette Tavolette di
Pennsylvania, di Chicago, di Baghdad, di Berlino, di
Londra, di Yale, dai luoghi in cui vengono conservate.
Non è detto che questo primo poemetto contenesse solo gli argomenti che troviamo presenti in questi testi:
da un momento all’altro potrebbero saltar fuori nuovi
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documenti che ne dimostrino amplificato il contenuto.
Bisogna dire comunque che l’autore dell’Epopea “classica” ha tratto dai brani paleobabilonesi, quando ovviamente ne ha fatto uso, molto più che dai poemetti sumerici, perché spesso il testo coincide: è stato cioè preso
paro paro e trasferito nella nuova composizione. Perciò,
vari brani della nostra Epopea, attualmente mancanti,
sono stati ricostruiti dagli studiosi (quando possibile)
sulla base di questo poemetto paleobabilonese.
C.
Da Ur, Emar (Siria), Megiddo (Palestina) provengono altri testi frammentari di epoca posteriore
(circa XIV sec., periodo mediobabilonese). Essi provano che il poemetto continuava a circolare, con gli stessi
contenuti ma con espressioni diverse.
D.
Allo stesso periodo circa, ma credo in un
momento posteriore ai testi in C., Sîn-leqe-unninnı- (in
epoca tarda considerato un divino e saggio consigliere
di Ghilgames)
ˇ ricompattò il tutto in una composizione
originale di XII tavole, di cui abbiamo vari duplicati a
testimonianza di come fosse nota, e che è l’oggetto di
questo lavoro. È anche quella che il re assiro
Assurbanipal (VII sec. a.C.), conservava in più esemplari nella sua biblioteca di Ninive, e che abbiamo chiamato Epopea. È per il fatto che la gran parte del testo
che possediamo proviene da Ninive che questa Epopea,
oltre ad essere chiamata “classica”, è detta anche “ninivita”.
Ampliati o ridotti vi confluirono i racconti già
noti dal periodo sumero e da quello paleobabilonese
(questi ultimi, abbiamo detto, spesso riportati con le stesse parole), e magari altri ancora: per esempio in un altro
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poemetto, chiamato “Il Grande Saggio”, di epoca paleobabilonese, è contenuto un racconto del diluvio molto
simile a quello della nostra Tavola XI. C’è chi pensa che
Sîn-leqe-unninnı- abbia tratto da lì. Personalmente credo
che i due “diluvi” (quello del “Grande Saggio” e quello
- che non sono sempre coincidenti
di Sîn-leqe-unninnı),
ma spesso ripetono le stesse frasi, abbiano preso da un
archetipo comune (o comunque dal derivato di un archetipo). Né si può escludere, per il solo fatto che finora non
è stato ritrovato, che già il diluvio fosse contenuto nella
prima versione del Ghilgamesˇ di epoca paleobabilonese
(ved. sopra, B.).
E.
Qualche notizia sintetica sulla “fortuna” che il
Ghilgamesˇ ebbe anche fuori della Mesopotamia. In versioni anche differenti da quelle babilonesi, ritroviamo
brani del poemetto scritti, in epoche diverse, in lingua
ittita, o in lingua accadica in ambiente ittita. Ci sono
anche frammenti scritti in hurrico (la lingua dei Hurriti)
˘
ed in elamita.
F.
Al di fuori dei vari episodi confluiti nell’Epopea,
Ghilgamesˇ si trova citato varie volte (oltre ai poemetti
sumerici ricordati sopra, I,1-2), dall’epoca più antica
sumerica (La Lista reale, le iscrizioni di Anam e di
Utuhengal di Uruk, la lista di Fara, le citazioni dei sovrani della III Dinastia di Ur) giù lungo gli scongiuri, le
invocazioni, gli oracoli, gli esercizi scolastici assiro-babilonesi, fino al De natura del greco Eliano. Sempre è stato
considerato come un personaggio, a volte divino a volte
semidivino e mortale, che ha compiuto grandi e magnifiche imprese.
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È possibile che qualcuna di queste imprese, poi
enfatizzate e mitizzate, abbia un contenuto storico: così la
guerra contro Kis,
ˇ così il taglio dei cedri, che può
mascherare una spedizione bellico-commerciale per
impossessarsi dei legni preziosi.
E così anche la disperata voglia di non morire. Il
tema che sottolinea quanto sia mortale un Ghilgamesˇ che
non vuole la morte è tanto diffuso e tanto appiccicato alla
sua figura che chissà, potrebbe essere stato un segno
distintivo del suo carattere umano.
Dunque probabilmente personaggio storico, ma
la sua origine si perde nel mito: l’antica sumera Lista
Reale lo faceva figlio di uno sconosciuto, ed ecco che nel
suo più recente ricordo, quello di Eliano, Ghilgamesˇ
appare figlio di una donna legata al mondo divino e di un
padre-nessuno, talvolta frainteso come dio: un figlio
esposto alla morte e salvato, poi cresciuto presso un
oscuro padre putativo prima di diventare grande e glorioso. È un po’ la storia di Romolo, di Sargon, di Mosè. Ma
Romolo, Sargon, Mosè non hanno mai sperato di diventare immortali. Ghilgamesˇ sì, prima di capire che la ricerca dell’immortalità è vana e non resta che ricorrere al
succedaneo, al surrogato: la gloria, la fama, la menzione
del nome in eterno.
Impresa questa non impossibile: se siamo qui
ancora a scrivere e leggere di lui, vuol dire che almeno
quest’intento gli è perfettamente riuscito.
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SCHEMI
Viene data qui di seguito una breve sintesi del
contenuto delle tavole, con a fianco le corrispondenze
sumeriche ed accadiche (ed anche di altre lingue) delle
varie epoche precedenti. Non sono riportati brani trascurabili o poco comprensibili, come altri due frammenti
conservati a Baghdad e quelli hurriti.
Sigle dei testi messi in corrispondenza:
(sumero)
GK “Ghilgamesˇ e Hubaba”
GT “Ghilgamesˇ e il˘ Toro Celeste”
GEI “Ghilgames,
ˇ Enkidu e gli Inferi”
(paleobabilonese)
P/1 Tavoletta di Pennsylvania-1
P/2 Tavoletta di Pennsylvania-2
C/1 Tavoletta di Chicago-1
C/2 Tavoletta di Chicago-2
Y Tavoletta di Yale
B Tavoletta di Baghdad
BL Tavoletta di Berlino e Londra
(mediobabilonese)
U Tavoletta da Ur
E/1 Tavoletta da Emar-1
E/2 Tavoletta da Emar-2
M Tavoletta da Megiddo
(ittita)
H
Testo in ittita
HA1 Testo medioittita in accadico
HA2 Testo tardoittita in accadico
(elamita)
E Testo in elamico
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Tavola I
Esaltazione di Ghilgamesˇ
H
Esaltazione di Uruk
Esaltazione e imprese di Ghilgamesˇ
Lamenti delle donne
Decisione degli dèi
H
Creazione di Enkidu
C/1 H
Incontro con il cacciatore
H
Colloquio cacciatore-padre
Colloquio cacciatore-Ghilgamesˇ H
ˇ
Viaggio con Samhat
ˇ
Enkidu e Samhat ˘
˘ ˇ
Colloquio Enkidu-Samhat
H
˘
Primo sogno di Ghilgamesˇ
P/1
Secondo sogno di Ghilgamesˇ
P/1
Tavola II
ˇ
Colloquio Enkidu-Samhat
˘
Enkidu e i pastori
Incontro con il giovane uomo
Entrata in Uruk
Scontro Ghilgames-Enkidu
ˇ
Nascita dell’amicizia
Ghilgames,
ˇ Enkidu e Ninsun
Decisione
sulla Foresta dei Cedri
Forgiatura delle armi
Incontro con i giovani
28
P/1
HA1
P/1
HA1
P/1 H
P/1
P/1 H HA1
Y H
Y
Y P/2 GK
Y
GK
(colloquio con il Sole)
GK
(il Sole dà aiuti)
Y
HA1
Y
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Tavola III
Incontro con gli anziani
Y HA1?
Incontro con Ninsun
Ninsun e il Sole
Colloquio Ninsun-Enkidu
Offerte. Ghilgamesˇ e gli artigiani
Tavola IV
Viaggio verso la Foresta
H
Primo sogno di Ghilgamesˇ HA2
Secondo sogno
HA2
Terzo sogno
Quarto sogno
Quinto sogno
B
Colloquio con il Sole
Primo incontro con Humbaba
˘
Raccomandazioni a Enkidu
E/1
GK
H
GK
GK
Tavola V
Arrivo alla Foresta
H
Incontro con Humbaba
H
˘
Raccomandazioni di Enkidu
GK
GK
GK
(proposte astute)
Scontro con Humbaba
H
GK
˘
Colloqui Humbaba-Enkidu
GK
˘
Morte di Humbaba
C/2 HA1 H
GK
˘
GK
(ira di Ellil)
Taglio dei cedri C/2
H
Costruzione di una porta
H
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Tavola VI
Ritorno a Uruk
H
GT
(doni a Inanna e suo rifiuto)
Profferte di Istar
ˇ
E/2
Rifiuto di Ghilgamesˇ E/2
Colloquio Anu-Isˇtar [E/2]
HA2
GT
Toro del Cielo
E/2
GT
Morte del Toro del Cielo
[GT]
Lamento di Istar
ˇ
GT
Esaltazione della vittoria
GT
GT
(rispetto per la dea)
Tavola VII
Sogno di Enkidu
HA1
Maledizione della porta
Colloquio Ghilgames-Enkidu
ˇ
Maledizione del cacciatore
ˇ
Maledizione di Samhat
Rimprovero del Sole˘
ˇ
Benedizione di Samhat
Sogno di Enkidu ˘
Malattia di Enkidu
H
H
U
U
U M
M
Tavola VIII
Lamento di Ghilgamesˇ
Onori a Enkidu e offerte
Tavola IX
Vagabondare di Ghilgamesˇ
Timori di Ghilgamesˇ
Il dio Luna
Sogno di Ghilgamesˇ
30
M
H
H
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Le creature-scorpione
Viaggio sotterraneo
Il frutteto di gemme
Tavola X
BL
(colloquio con il Sole)
Ghilgamesˇ e Siduri
BL
H
Scontro con Ur-sanabi
BL
ˇ
Colloquio con Ur-sanabi
BL
H
ˇ
Viaggio verso Um-napistim
ˇ
H
Colloquio con Um-napistim
ˇ
E
Tavola XI
Il diluvio
La prova del sonno
La pianta della giovinezza
La perdita della pianta
Ritorno ed esaltazione di Uruk
Tavola XII
GEI
(suddivisione dei poteri divini)
GEI
(l’albero salvato da Inanna)
GEI
(l’albero infestato)
GEI
(preghiera inascoltata al Sole)
GEI
(preghiera a Ghilgames)
ˇ
GEI
(intervento di Ghilgames)
ˇ
Perdita del tamburo
GEI
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Consigli a Enkidu
Enkidu negli inferi
Preghiera a Ellil
GEI
GEI
GEI
Preghiera al dio Luna
Preghiera a Ea/Enki
Intervento di Ea/Enki
Evocazione di Enkidu
Il mondo degli inferi
GEI
GEI
GEI
GEI
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INDICE
Presentazione
Una Premessa
Schemi
pag. 7
pag. 21
pag. 27
Tavola I
Tavola I - Commento
pag. 33
pag. 41
Tavola II
Tavola II - Commento
pag. 51
pag. 57
Tavola III
Tavola III - Commento
pag. 73
pag. 77
Tavola IV
Tavola IV - Commento
pag. 83
pag. 89
Tavola V
Tavola V - Commento
pag. 97
pag. 101
Tavola VI
Tavola VI - Commento
pag. 107
pag. 113
Tavola VII
Tavola VII - Commento
pag. 121
pag. 127
Tavola VIII
Tavola VIII- Commento
pag. 133
pag. 137
Tavola IX
Tavola IX - Commento
pag. 139
pag. 143
Tavola X
Tavola X - Commento
pag. 149
pag. 157
Tavola XI
Tavola XI - Commento
pag. 163
pag. 173
Tavola XII
Tavola XII - Commento
pag. 179
pag. 183
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Documento1
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Claudio Saporetti
IL GHILGAMES
L’epopea del più noto personaggio della letteratura
sumero-babilonese nell’ultima traduzione effettuata
dall’originale cuneiforme delle dodici Tavole rinvenute
nella Biblioteca del re Assurbanipal (VII secolo) a Ninive.
ISBN 88-86792-26-3 pag. 192 Euro 15,50
Ordinalo contrassegno
Basta una e-mail a: [email protected]
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Il Ghilgamesh - Simonelli Editore