CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 3 PIÙ BUIA È LA NOTTE PIÙ RADIOSO È IL MATTINO VITTORIO BONGIORNO A volte, quando si è un grande scrittore, le parole vengono così in fretta che non si fa in tempo a scriverle… A volte. Snoopy, CHARLES M. SCHULTZ “Tu sei la mia nave nell’oscurità”, era la prima e unica frase che ero riuscito a scrivere. Pietro Torrigiani Malaspina e la sua bella e intraprendente moglie Maddalena, con la loro adorabile figlioletta Anna, mi avevano chiesto un itinerario per un viaggio alla scoperta della Sicilia e io gli avevo tracciato mappe, segnalato luoghi da vedere, cibi da assaporare, paesaggi da riscoprire. Sarebbero stati via dal Castello per tre settimane. Se avevo voglia di stare per un po' lontano dalla mia vita movimentata, aveva detto Pietro, avrei potuto installarmi in una delle camere del Castello, e rimanerci quanto volevo. Anche oltre il loro ritorno. Avevo chiesto di contribuire, seppur in minima parte, alle spese di mantenimento, ma Maddalena era stata categorica: sarei stato loro ospite, anche perché la zi’ Clara, che viveva giù in paese, era pagata per tenere in ordine il Castello, sia che fosse pieno di visitatori o completamente deserto. In cambio potresti regalarci un racconto, aveva suggerito più prosaicamente Pietro. Avevamo affettuosamente ironizzato sul sangue ebreo che scorreva vigoroso nelle sue vene e avevamo chiuso la telefonata promettendoci di riabbracciarci presto. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 4 4 VITTORIO BONGIORNO Negli ultimi tempi le cose non andavano poi così bene: mia moglie, avvocato in carriera, non sopportava più la mia presenza in casa a ciondolare da una stanza all’altra trascinandomi dentro le Espadrillas di corda tutte sfrangiate – le mie impronte, le chiamava lei con disprezzo – e le nostre figlie avevano deciso, a distanza di qualche mese l’una dall’altra, di andare a vivere fuori casa con dei compagni di università. La mia carriera letteraria era stata una folgorante e inarrestabile parabola discendente verso il baratro: tutti e tre i miei romanzi erano finiti al macero. Il primo, pochi mesi dopo la sua uscita, per lo scalpore del tema. Il secondo perché il minuscolo editore doveva liberare il magazzino per impiantare una nuova e più redditizia attività commerciale. Il terzo perché, nonostante le lusinghiere recensioni, semplicemente non aveva venduto. Prima di distruggerle mi avevano proposto addirittura di comprarne alcune copie, e io gliene avevo ordinate cento. Non avevo calcolato il prezzo di copertina a cui aggiungere due zeri: ero partito per il Castello Malaspina con una valigia leggera e una fattura di 1700 euro da pagare all’editore che, praticamente, non solo non mi aveva nemmeno venduto, ma mi stava per distruggere. Ero svuotato, inaridito, prosciugato. Forse l’aria pulita delle Alpi Apuane e il silenzio del morbido paesaggio lunigiano mi avrebbero aiutato a ripartire dalle macerie della mia vita. L’ispirazione non esiste, mi aveva urlato mia moglie al telefono entrando nella prima galleria fuori Bologna. L’iPhone era scarico e avevo dimenticato il cavo a casa. Ero il ritratto di quello che, molto poeticamente Philip Dick aveva definito un “artista di merda”. Quando avevo detto che andavo al Castello il tassista si era irrigidito e mi aveva guardato male dallo specchietto retrovisore. Lei è uno scrittore?, mi aveva chiesto, stia attento ai fantasmi. Poi era scoppiato a ridere così tanto con una tosse isterica che per poco non eravamo andati a sbattere contro il guardrail. Non sapevo se era più pericoloso lui, o questo fantasma. Non vedo l’ora di incontrarlo, un fantasma, avevo ribattuto, più che altro per scaramanzia. Il tassista aveva ripreso a tossire pericolosamente, e io, non so perché, mi ero sentito in dovere di specificare che sarebbe stato bello ma non ci credevo. Zi’ Clara aspettava me per spiegarmi come accendere le luci e dov’era la dispensa. Quando le avevo chiesto come fare per far partire il riscaldamento era scoppiata a ridere di un riso isterico simile a quello del tassista, e mi era venuto in mente la storia del fantasma. Le avevo chiesto conferma. Ognuno si porta il suo, aveva detto a mezza voce zi’ Clara aprendo e chiudendo le ante della credenza per mostrarmi le vettovaglie. Ognuno deve imparare a negoziare con le proprie ombre, aveva aggiunto tossendo, CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 5 PIÙ BUIA È LA NOTTE PIÙ RADIOSO È IL MATTINO 5 senza darmi il tempo di chiederle spiegazioni a quanto aveva detto. Poi mi aveva lasciato da solo. Avevo trovato un messaggio di Pietro che brindava alla mia salute con il miglior gin che avesse mai bevuto. La bottiglia di Hendrick’s era tutta per me, ma avrei dovuto farmela bastare. Mi ero servito il primo generoso gin and tonic che avevo consumato vagando da una stanza all’altra del castello, immerso in un silenzio profondo e solenne. Avevo preparato il secondo, più robusto del primo, e me l’ero portato al piano di sopra. Davvero Dante Aligheri aveva dormito in una di quelle stanze? Anche lui era nel mezzo del cammino della sua vita, chissà se venire a scrivere in quel Castello gli aveva fatto tornare l’ispirazione. Al terzo drink, ubriaco, ero andato a sbirciare la camera che avevano fatto preparare per me. “Attento al fantasma”, aveva scritto Pietro su un foglietto lasciatomi sulla cassettiera. Avevo teso l’orecchio per sentirlo tossire ma ero solo. O, almeno, così pensavo. Un’ombra era passata davanti allo specchio, ma probabilmente era solo un riflesso di me, barcollante, e niente più. Mi ero addormentato al sole nel giardino interno con il quarto bicchiere di gin in mano quando il sole era scomparso e un telefono squillava in lontananza. Ero completamente ubriaco e non mi reggevo in piedi. Il telefono aveva smesso e ripreso altre due volte prima di riuscire a trovarlo. Era Pietro, da Palermo, la mia città natale, ed erano esaltati dall’aver assaggiato il panino con la meusa che gli avevo suggerito. Io facevo fatica a distinguere le sue parole, avevo la mente annegata nel gin e lui l’aveva capito. Hai già incontrato il fantasma?, aveva chiesto ridendo, e io ero diventato sobrio all’improvviso. Dietro di me qualcuno aveva tossito. Mi ero girato di scatto ma ero solo. O, almeno, così speravo. Mi raccomando, scrivi un bel racconto. Ne ho parlato con Luca Ricci che sta curando un’antologia sul fantastico. L’ho convinto a prendere anche te, mi deve un favore, aveva aggiunto con calore. Io avevo promesso che avrei cominciato a scrivere, forse già dall’indomani, e ci eravamo salutati. Ero stanco, affamato e infreddolito. Mi ero infilato a letto e avevo spento la luce. Era stato in quel momento che l’avevo sentito entrare. Aveva scostato le coperte dall’altra parte del letto e si era infilato accanto a me, trattenendo un colpo di tosse. Io mi ero girato dall’altra parte e, con il cuore in gola, e avevo chiuso gli occhi. Non era un uomo. Era una donna. L’indomani mattina mi ero svegliato con il cinguettio degli uccelli e una lama di luce che scaldava la parte di letto dove aveva dormito lei. Ero vivo, stavo bene, anzi benissimo, e soprattutto non ero spaventato. Chi era quella donna? Esisteva veramente o ero solo molto ubriaco? CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 6 6 VITTORIO BONGIORNO Zi’ Clara mi aveva fatto trovare fuori dalla porta un cesto con pane fresco, latte e uova, e un bigliettino. “Ha trovato la sua Beatrice?” aveva scritto con grafia appuntita. Io avevo fatto colazione e avevo acceso il portatile per dedicarmi al racconto. Avevo scritto per tutta la mattina ma senza essere soddisfatto di niente. Poi avevo preparato un piatto di spaghetti ed ero tornato a lavorare fino a quando, allo suono delle campane delle sei di sera, non mi ero preparato il primo gin and tonic. Avevo cancellato il file e ne avevo riaperto uno nuovo, su cui avevo scritto solo “Tu sei la mia nave nell’oscurità”. Aspettavo che la notte si prendesse cura di me. Ero di nuovo arrivato barcollando al letto, mi ero infilato sotto le coperte al buio, e lei mi aspettava già lì. Ci eravamo abbracciati fino a toglierci il fiato, i nostri corpi si erano fusi fino a diventare uno solo. Abbracciami come se fossi io che abbraccio te, aveva detto lei con la sua voce roca, e così io avevo fatto. Ero confuso, oltre che ubriaco fradicio, e mi ero abbandonato alle sue parole che mi avevano cullato fino a farmi perdere conoscenza. Ma tu chi sei? Sono il tuo fantasma. Ci conosciamo? Certo. Ci siamo mai incontrati prima? Sì. Quando? Aveva sorriso. Si era ritratta, come a voler nascondere la verità. Non ti ricordi? No. Non importa. L’importante è che finalmente ci siamo rincontrati. Sì, è vero. Mi stavi aspettando? Come facevi a sapere che sarei venuto qui? Io non ti aspettavo qui. Aveva riso ancora. Io sono venuta con te. Avevo riso io, nervoso. Sei tu che mi hai portato qui. Ognuno ha il proprio fantasma. Prendi la gioia dalle mie mani. Ci eravamo baciati di nuovo, e ci eravamo persi nella notte buia. Dopo qualche giorno, in una notte senza luna, mi ero allungato verso l’abat-jour per vederla finalmente in faccia e lei mi aveva bloccato. Non lo fare, ti prego. Più buia è la notte, più radioso è il mattino, aveva detto, e io ero ritornato sul suo corpo, sulle sue labbra, sui suoi capelli, e l’avevo stretta, come ogni notte da quella prima notte, senza respiro. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 7 PIÙ BUIA È LA NOTTE PIÙ RADIOSO È IL MATTINO 7 Avevamo vissuto quelle tre settimane così e io non mi ero nemmeno accorto del tempo che era passato. Durante il giorno lavoravo al mio racconto sui fantasmi, scrivevo e riscrivevo, e appena faceva buio preparavo da bere, anche per lei, dando fondo alla cantina di Pietro, e al buio la ritrovavo. Una sera tardi, però, quando lei stava danzando davanti alla finestra nella notte nera una lama di luce l’aveva investita ed era caduta a terra, piangendo. Ero corso a chiudere le tende, e da uno spiraglio avevo riconosciuto la Volvo di Pietro e Maddalena. Ma che giorno era? Da quanto tempo mi trovavo al Castello? Cos’era successo in tutto questo tempo? Possibile che mia moglie non mi aveva cercato? Ero vivo, o ero morto? Avevo preso in braccio la donna e l’avevo adagiata sul letto tirandole le coperte fin sotto il mento. Era debolissima, la fronte rovente. Pietro e Maddalena erano per le scale, la piccola Anna piagnucolava. Mi ero vestito di fretta ed ero uscito chiudendo a chiave la porta. Che cavolo ci fai tu qua?, mi aveva chiesto Pietro sobbalzando, mi sembravi un fantasma. Avevo tossito. Maddalena era stanca, avevano guidato per ore e volevano andare a letto. Io avevo aiutato Pietro a portare su i bagagli e l’avevo visto teso, sicuramente un po’ scocciato per la mia presenza. Ci eravamo salutati e dati appuntamento per l’indomani. Ero tornato di corsa da lei, al buio, e l’avevo cercata nella notte, senza trovarla. Avevo pianto, come non mi succedeva da anni, e non avevo chiuso occhio tutta la notte. Mi ero addormentato con la prima luce, e dopo poche ore ero stato svegliato dai gridolini della piccola Anna, e poco dopo Pietro era venuto a bussare alla mia porta. Non l’avevo fatto entrare, ero uscito subito io per raggiungerlo al piano di sopra per il caffè. Il viaggio in Sicilia era stato molto bello ma un po’ faticoso, si erano divertiti, ma era tempo di riprendere a lavorare. Pensavano che me ne fossi tornato a Bologna. Aveva provato a cercarmi al telefono ma il mio iPhone era muto da settimane, e lì al castello non rispondeva nessuno. Ma almeno l’hai scritto ‘sto racconto sui fantasmi? Il mio amico Luca Ricci sta ancora aspettando. Gli avevo chiesto se potevo rimanere ancora qualche giorno per ultimarlo, ma sapevo bene qual’era il motivo della mia richiesta. Anche ‘sta storia dei fantasmi, è tutta una bufala per attirare turisti al Castello. Non ci avrai mica creduto, aveva detto Pietro stappando una nuova bottiglia di Hendrick’s. Mi aveva raccontato di zi’ Clara che, quando arrivavano i turisti americani – i Ghost Hunter – correva nella torretta in alto e passava davanti alle finestre con un lenzuolo bianco in testa. E ‘sti bischeri ci credono, aveva concluso ridendo. Io avevo tossito, serio. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 8 8 VITTORIO BONGIORNO Da quel giorno erano passate altre due settimane. I rapporti tra me e Pietro e Maddalena erano diventati freddi e scostanti. Mi rendevo conto di essermi approfittato della loro gentilezza e disponibilità, ma la situazione era precipitata. Ogni giorno li aggiornavo sui progressi della mia scrittura, e ogni giorno gli chiedevo un altro giorno ancora per ultimare il racconto. L’avevo scritto e riscritto così tante volte che non aveva più nessuna forma e nessun contenuto. Solo la prima frase, scritta il primo giorno, aveva un senso per me. Solo per me: “Tu sei la mia nave nell’oscurità”. Ma, soprattutto, dalla sera in cui il riflesso dei fari dell’auto avevano investito la donna, non l’avevo più vista. E mi mancava terribilmente. L’avevo cercata, al buio, ma lei era come scomparsa. Avevo provato ad annegare nel mare più profondo ed ero rimasto in superficie. Avevo scrutato lo spazio più oscuro, ed ero sempre riemerso. Vivo. Una mattina Pietro mi aveva fatto capire che la mia permanenza presso il loro Castello era giunta al capolinea. Dovevano tornare a Firenze e avrebbero chiuso il Castello per l’inverno. Io avevo stampato quella paginetta con il racconto sui fantasmi e gli avevo chiesto se potevo usare il telefono per chiamare casa. Ma come, da quant’è che non senti tua moglie?, aveva ironizzato Pietro. Io avevo lasciato cadere la sua battuta nel vuoto. Già, com’era possibile? Con il vecchio ricevitore in mano l’avevo visto oscurarsi in volto mentre lo leggeva. Dobbiamo parlare, aveva detto semplicemente mia moglie. La sua voce risuonava fredda e roca dall’altra parte dell’universo, e quando diceva così significava che, in realtà, dovevamo litigare. Avevo evitato a Pietro l’imbarazzo di dirmi che il mio racconto non gli piaceva. Gli avevo tolto un grosso macigno di dosso, e aprendo un’altra bottiglia di vino, si era lasciato andare. Lo trovava fuori fuoco, un po’ troppo irrazionale, una storia che non portava da nessuna parte. Forse non era il caso di bruciarsi questa occasione con il suo amico. Luca Ricci è uno in gamba, ma anche un gran rompicoglioni. Magari in futuro, con qualcosa di più strutturato, gliel’avrebbe potuto far leggere. Forse era davvero arrivata l’ora di tornare a casa. Ci eravamo abbracciati, mezzi ubriachi, ed eravamo andati a dormire. L’indomani mattina mi sarei rimesso in viaggio verso casa. Una volta in camera, per l’ultima volta, l’avevo sentita tossire, e ci eravamo stretti nella notte, fino a non respirare. Ero arrivato a casa, a Bologna, nel tardo pomeriggio. Sul mio tavolo c’erano bollette da pagare, una multa presa da una delle ragazze, lettere della banca, un paio di cartoline e inviti a mostre a cui non avevo nessuna intenzione di partecipare. Avevo rimesso in carica l’iPhone e mi erano arrivati decine di messaggi arretrati, email, telefonate perse, ma non avevo CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 9 PIÙ BUIA È LA NOTTE PIÙ RADIOSO È IL MATTINO 9 nessuna voglia di rispondere a nessuno. L’unico mio desiderio era quello di rimettermi a lavorare al racconto sui fantasmi per farlo diventare il mio nuovo romanzo. Il romanzo che stavolta, lo sentivo, mi avrebbe fatto vendere migliaia di copie e vincere premi letterari. Avevo solo chiamato mia moglie, che era ancora al suo studio, e mi aveva risposto la sua segretaria. L’avvocato ha detto di dirle che sarà a casa per cena. E, aveva aggiunto con un risolino la ragazza, ha chiesto di preparare qualcosa. Avevo chiamato anche le mie figlie, con cui avevo parlato qualche minuto in più del solito, e ci eravamo ripromessi di passare insieme il fine settimana. Dalle loro parole era chiaro che non si erano quasi rese conto della mia assenza. Per me e per mia moglie avevo preparato un gin and tonic e mi ero disteso sul divano, al buio, e avevo sorriso. Avevo percepito quell’ombra, quel battito di ciglia improvviso, e quando mia moglie aveva aperto la porta e aveva acceso la luce io le avevo detto di spegnerla. Puzzi di alcol, aveva detto lei dura, ma l’avevo baciata sulla fronte, allungandole il suo bicchiere e brindando e danzando insieme nell’ombra. Dopo la prima sorsata aveva tossito, e io l’avevo baciata di nuovo, stringendola a me. Ma che fai?, aveva detto lei, ma si stava già lasciando andare. Era l’ultima propaggine di razionalità dell’avvocato in carriera quale era che si perdeva nella notte. In quel momento avevo capito tutto, chi era il fantasma, chi ero io, e cosa dovevo scrivere. Avevo intrapreso un viaggio agli Inferi e avevo riportato indietro qualcosa dal regno dei morti che mi sarebbe servito per il resto della mia vita. Gliel’avevo sussurrato all’orecchio, al buio, e anche lei aveva capito. Quella notte, io e mia moglie, non abbiamo litigato. Amore mio, sono tornato. “Fantasmi”, il mio nuovo romanzo che avevo dedicato a Pietro e Maddalena, era uscito esattamente un anno dopo quella prima notte al Castello ed era stato il successo che nessuno si aspettava. Soprattutto Pietro e Maddalena. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 10 CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 11 L’OLANDESE VOLANTE GIANLUCA COLLOCA A Vecchiomulino nella seconda metà degli anni Ottanta non è che ci fosse chissà quale attrazione che permettesse ai preadolescenti di impiegare con profitto le estati. Così non restava molto altro da fare se non andare al mare, giocare a pallone e trovare una ragazzina da baciare. Non necessariamente nell’ordine. La mia attrazione personale si chiamava Deborah, aveva i capelli lunghi e ricci, il corpo magrissimo e il viso rotondo. Credevo di piacerle. O almeno così mi ripeteva mio zio, discreto pettegolo del paese, che soggiogava le sue fonti in lunghi aperitivi nell’unico baretto della piazza. Lui si diceva convinto che Deborah fosse pronta a cadere ai miei piedi, ad accettare la mia corte, a morire dietro alla mia zazzera a caschetto fuori moda da almeno un lustro. Perlomeno, se fra gli svantaggi di vivere a Vecchiomulino la distanza temporale dal resto del mondo la faceva da padrone, il fatto di non seguire le ultime tendenze non veniva notato da nessuno. La modernità arrivava da noi solo dopo aver percorso un lungo giro in corriera. Le musicassette ad esempio si compravano sui cataloghi postali, cui perlopiù ci si abbonava allo scopo di ottenere le prime offerte – omaggio o quasi – per poi resistere alle pressanti lettere di nuovi ordini che sarebbero giunte nei mesi e negli anni a seguire. Le auto in circolazione erano assai, almeno in rapporto ai circa duemila abitanti, ma già solo vedere una Golf era raro come rimanere bloccati da una mandria di mucche sull’unica via asfaltata che conduceva alla statale: un evento cioè tutt’altro che infrequente, ma tutto sommato nemmeno quotidiano. Un qualsiasi modello dell’Alfa Romeo più recente dell’Alfasud scatenava nugoli di curiosi come si trattasse di una Porsche. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 12 12 GIANLUCA COLLOCA In tutto questo mio zio, dalla sua posizione antropologicamente propizia di cliente fisso del suddetto unico bar in piazzetta, fra un campari e una sambuca, una chiara media e un prosecco, un’amichevole estiva della Juve e un commento sulla nuova Panda 4x4, osservava la popolazione locale arrivando alla conclusione che io, a non essermi ancora dichiarato a Deborah, ero proprio un idiota. Era difficile dar torto a mio zio, almeno per la parte che mi riguardava. Quanto a Deborah, non riuscivo proprio a immaginare come lui potesse essere certo che, se mi fossi fatto avanti, lei mi avrebbe accolto a braccia aperte. A braccia aperte e basta, sia detto per inciso: anche perché all’epoca, pure ci fosse stata l’occasione di ottenere qualcosa di più, io il da farsi non sarei riuscito nemmeno a immaginarlo. Quanto a mio zio solo in seguito, crescendo, capii come i forzati dell’aperitivo tendano a essere dei gran cazzari. In ogni caso io restavo col mio problema, comune perlopiù a tutti noi amici, che arrivati intorno ai tredici anni cominciavano a capire che le femmine non facevano poi così schifo come si pensava prima, ai tempi delle elementari. Purtroppo a quell’età, in quegli anni, da quelle parti, poche specifiche qualità permettevano di far colpo sulle ragazze: essere bravi a pallone, dimostrare coraggio, guidare un’Apecar o parlare coi rutti. E io sostanzialmente non ero portato per nessuna di queste attività. Con gli amici si passavano le giornate andando al mare, giocando a calcio, ritrovandosi in piazzetta, bevendo di nascosto birre calde e poco altro. Io col pallone ero assolutamente negato, non avrei mai potuto mettere le mani su un’Apecar senza rischiare di essere ucciso da mio padre, e anche a parlare coi rutti non me la cavavo granché, nonostante dalla primavera stessi cercando di rubare i segreti di Achille. Achille era più grande di un paio d’anni, ci aveva in simpatia e spesso si univa al nostro gruppetto. Per noi era un mito: la persona più compiuta sulla faccia della Terra, il ragazzo più fico dell’intera Italia meridionale, l’essere umano più addentro ai fatti della vita di quel sottile spicchio di Lucania. Incarnava allo stesso tempo la figura del fratello maggiore che ti dà consigli per affrontare il mondo e il bullo che ti ruba i soldi per per la sala giochi. Comunque, a dispetto degli insegnamenti di Achille, a parlare coi rutti non ero proprio capace. L’unica cosa che restava per mettermi in bella luce con le ragazzine era dunque il coraggio. Non che ne avessi in realtà, ma magari – pensavo – potevo lavorarci. O almeno fare finta. Anche perché in quell’inizio estate, la sera tardi, avevamo preso l’abitudine di andare a piedi fino al cimitero. In prima battuta, uscendo da Vecchiomulino e lungo il tratto di strada iniziale, sembravamo ancora tutti allegri e solo vagamente eccitati. Quando si trattava però di affrontare il lungo viale di alberi pizzuti che portava dritto al cancello del cimitero, le gambe prende- CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 13 L’OLANDESE VOLANTE 13 vano a tremare. Era buio, molto buio, e nell’oscurità si sentivano rumori mai uditi prima. “Avete visto?”, strillò Achille a un tratto, la prima volta. “Cosa?”. “Una luce fra gli alberi. Non vi è sembrato di vedere una luce?”. Di noialtri nessuno l’aveva vista, ma la cosa non ci impedì di cominciare a tremare. Dopo un’altra manciata di metri scorgemmo effettivamente un piccolo puntino giallo, in lontananza, perso fra foglie e frasche, e subito scappammo via fra le grida. La scena si ripeté praticamente ogni sera, in quel periodo. Al cimitero non arrivammo mai, eppure i partecipanti alla camminata aumentavano ogni volta, e da cinque che eravamo all’inizio presto diventammo un nutrito gruppetto di una ventina di ragazzini. Tutti i nuovi sembravano affascinati dall’olandese volante, la cui leggenda Achille raccontava ogni sera nell’innocuo tratto di strada che conduceva fuori paese. Anche se i dettagli cambiavano di volta in volta, si trattava della storia ideale per creare l’atmosfera giusta degna di un’impresa del genere. In sostanza, facendo la tara delle cazzate e mediando fra le differenti versioni della storia, posso dire che “olandese volante” fosse il soprannome di un vecchio cittadino di Vecchiomulino, vissuto intorno all’inizio del secolo. Era stato chiamato così perché da giovane emigrò in Olanda per lavorare. In realtà più probabilmente si era fermato nelle Fiandre, ma “il belga volante” non suonava proprio come nomignolo. L’aggettivo “volante” se lo era peraltro conquistato una volta deceduto, laddove voci popolari volevano la sua anima vagare lungo il viale degli alberi pizzuti, intenta a tormentare gli abitanti di Vecchiomulino. Ma che avevano fatto questi per meritarsi cotanto astio? Pare che l’uomo, una volta tornato nel paese natio in condizioni mentali non perfette – chi dice impazzito per amore, chi per l’uso di sostanze psicotrope – fosse diventato lo zimbello locale, e che questa dunque fosse la sua vendetta, nell’impossibilità di raggiungere la pace eterna. La storia ovviamente faceva acqua da tutte le parti, ma su dei tredicenni fifoni poteva esercitare comunque una discreta influenza. “Guarda qua”, mi disse una volta Achille, sottovoce. Teneva in mano una piccola torcia elettrica. “Appena vedi la lucetta e mi senti gridare”, continuò, “grida anche tu e mettiti a correre”. Le nostre passeggiate al cimitero si fermavano così sempre nel buio viale degli alberi pizzuti, fra strilla, corse a perdifiato in direzione opposta al cimitero e grandi imprecazioni lanciate all’indirizzo dell’olandese volante. A volte non serviva nemmeno che Achille azionasse la piccola torcia: bastava un grido e tutti ci mettevamo a correre. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 14 14 GIANLUCA COLLOCA Io, consapevole del trucco, mi sentivo molto più tranquillo e sicuro di me, persino coraggioso. Cominciai a pensare che potesse essere una buona occasione da sfruttare, anche con Deborah. Le ragazze in realtà non venivano mai con noi in quelle camminate verso il cimitero. Era buona cosa che una tredicenne non si allontanasse dal paese in compagnia di un nugolo di adolescenti più o meno pronti ad arraparsi. Se c’era da baciare qualche femmina ci si appartava di solito in qualche via buia, ma sempre dentro Vecchiomulino, come la stradina sterrata dietro il fornaio o l’altra che portava al campo di bocce. Se invece si voleva fare qualcosa di più serio il luogo ideale per starsene tranquilli era il giardino della scuola media, il cui edificio si trovava poco fuori dal centro abitato. Per quanto tutti millantassimo attività sessuali degne di pornoattori di discreto successo – ognuno pronto ad annuire convinto al racconto degli altri solo per essere poi ricambiato al momento della propria descrizione di prestazioni sul cui effettivo sviluppo pratico nessuno aveva le idee nemmeno lontanamente chiare – solo di Achille si diceva che lui davvero, dietro la scuola media, si era fatto fare un pompino da una ragazzina racchia che nessuno di noi avrebbe mai baciato nemmeno sotto tortura. Ma lui, che aveva già capito come agli atti di machismo giovasse più il non detto che non l’ostentata vanteria, non dava mai una risposta precisa in merito. Parlandone con gli amici chiesi dunque se non fosse il caso di invitare qualche ragazzetta alla successiva camminata verso il cimitero. Senza magari portarci dietro tutti gli altri, solo noi quattro-cinque e qualcuna che ci piaceva. L’idea fu approvata e appoggiata. La sera stessa, menandocela da veri cazzoni di paese in età prepuberale, come da programma ci avvicinammo a Deborah e alle sue amiche, proponendo loro l’idea, che piacque subito. Aspettato che i genitori delle femmine fossero tornati a casa, con circa un’ora di coprifuoco a disposizione, decidemmo di metterci subito in marcia verso il cimitero. Achille purtroppo non era dei nostri. Quella sera anzi non si era fatto proprio vedere, ma ogni tanto gli capitava di scomparire, così non demmo troppa importanza alla sua assenza. Senza contare che avevamo ben altri progetti per la testa, e poco tempo a disposizione. In realtà senza il nostro amico non avevamo nemmeno la piccola torcia elettrica per proiettare una confusa immagine di paura fra gli alberi bui, ma – tredicenni fino in fondo – contavamo di riuscire in qualche modo a svoltare la situazione. Durante la prima parte del tragitto fui io a raccontare alle ragazze la storia dell’olandese volante, naturalmente sbagliando più volte le informazioni, ma lasciando capire come lungo la strada degli alberi pizzuti un’anima si aggirasse tormentata, la notte. Giunti all’imbocco del viale non sapevamo più che fare. Andammo avanti. Se prima provavamo a guardarci negli occhi cercando l’uno negli altri un’ispirazione che non arrivava, col CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 15 L’OLANDESE VOLANTE 15 buio fitto nemmeno potemmo più aggiornarci visivamente. Provavamo a chiederci sottovoce il da farsi, ma nessuno aveva idee geniali, o anche solo idee e basta. Arrivati circa a metà del viale degli alberi pizzuti, io seguitavo a scervellarmi su come far apparire una luce con la sola forza del pensiero e contemporaneamente baciare Deborah senza farmi notare da lei – temendone ancora il rifiuto. Se fossi riuscito a realizzare entrambe le cose in un’unica mossa avrei potuto finalmente dirmi fiero di me stesso. A quel punto, all’improvviso, sentimmo – sinceramente inaspettati – dei rumori fra le foglie e il sottobosco a lato della strada. “Dev’essere l’olandese volante”, dissi, con la voce che mi tremava di paura, ma deciso a sfruttare fino in fondo quella concessione del destino. Si trattava di una volpe? Di un gufo? Di un branco di lupi o di cani randagi che ci avrebbero sbranati tutti? In ogni caso tanto valeva approfittarne. Nei secondi successivi si sentirono ancora altri rumori. Finalmente, terrorizzata, Deborah si strinse a me. Per fortuna la paura la faceva tremare parecchio, così da non potersi accorgere come stessi tremando anch’io. Poi, dalle frasche, saltò fuori un’ombra, che con un balzo venne a piantarsi in mezzo alla strada, giusto di fronte noi. Il nostro grido di terrore fu istantaneo e perfettamente coordinato. Certo, avessimo avuto il tempo e la lucidità di mettere a fuoco la figura nel buio, avremmo potuto riconoscere – pur se solo vagamente – Achille con una maschera da hockey calata sulla faccia, come in Venerdì 13. Ma noi eravamo troppo impegnati a correre il più velocemente possibile per sognare minimamente di voltarci indietro. Percorsa in senso inverso la via degli alberi pizzuti, al cospetto delle prime luci e delle prime case, potenzialmente al sicuro, continuammo ugualmente a correre senza nemmeno respirare o far caso ai muscoli che cominciavano a far male per lo sforzo. Io ebbi il colpo di genio di fermarmi ad aspettare Deborah, che correva meno veloce, riuscendo nel contempo anche a rifiatare. Lei mi raggiunse stringendomi in un abbraccio di paura, proprio come si vede nei film horror. Sul momento però riuscii a non pensare che l’olandese volante o chi per lui avrebbe potuto raggiungerci e ucciderci, o farci a pezzi, o mangiarci, insomma quelle cose che di solito fanno questo genere di personaggi in queste determinate situazioni. E così fissai Deborah, che era senza fiato, tremante e cogli occhi pieni di terrore: il momento perfetto per baciarla. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 16 CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 17 CREPUSCOLO OMAR DI MONOPOLI Non c’era verso di smuoverlo. Se ne stava là, spaparanzato dietro il tavolo del soggiorno, a spolverarsi un piatto di orecchiette con le cime di rape con sistematica, irreprensibile voracità. Papà, provai a dirgli andandogli incontro, non dovresti essere qui. Ragazzo, sbruffò lui con la bocca piena, perché non la pianti di rompermi i coglioni e dici a tua madre di scaraffare un’altro po’ di vino, ché c’ho ancora da andare al mercato, oggi? Papà, insistetti, in apprensione. Cosa? Mamma è morta… Lui interruppe tutto quel gran lavorio di mascelle per fissarmi attonito. Da dieci anni, aggiunsi. Dieci anni? Già. E anche tu, bhé, ecco… continuai, l’altra sera è toccato anche a te! ‘Nnaggia li santi, smozzicò lui trattenendo con uno sforzo immane il suo proverbiale caratteraccio. È toccato anche a me cosa? Io gli stavo innanzi, a pochi metri, imbarazzato e, come sempre al suo cospetto, in forte soggezione. Sapevo che non l’avrebbe presa bene. Sapevo che, testardo com’era, ci avrebbe messo un po’ prima di farsene una ragione. Hai avuto un colpo, lo misi al corrente parlando piano. Due giorni fa, di ritorno dai campi… I suoi occhi color ardesia si accesero di colpo incenerendomi, ma che cazzo stai dicendo? sbraitò, puntandomi con la forchetta tesa come se CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 18 18 OMAR DI MONOPOLI volesse infilzarmi con la stessa spietatezza con cui aveva dato fondo alle orecchiette. È così papà. Non andava granché bene, ultimamente: soffrivi di vertigini, e salire per le scale ti procurava il fiatone; possibile che non te ne ricordi? Fece una smorfia contratta, dannatamente sgradevole, l’incredulità frammista allo sdegno incistati nelle mille pieghe della fronte. Poi rivoltò lo sguardo al cielo, annaspando come se avesse recuperato un frammento di memoria per farselo subito sfuggire di mano. Tu, proruppe seccato, tu sei fuori di cervello, ragazzo. Io l’ho sempre detto pure a mamma tua: bada a quello lì, signora mia, tienilo d’occhio perché tuo figlio sta venendo su parecchio strano… Papà, ti prego, è già così difficile, per me… Mise da parte con una manata il piatto vuoto e afferrò il fiasco davanti a sé ingurgitando a garganella ciò che restava del vino. Poi si prodigò in un rutto generoso e finalmente, ispirando maestoso, si decise a riprendere parlare: perché non ti trovi una femmina, perdio, disse, alla tua età io saltavo la cavallina ch’era un piacere… tu invece te ne stai sempre chiuso qua dentro, davanti a quel cazzo di computer! Ma che? Mica sarai ricchione, nevvero? Riuscii a infilarmi nelle sue parole. Il dottore, lo incalzai cercando di riportarlo alla realtà, quello almeno te lo ricordi? È venuto qua dritto dritto da Taranto, all’ora di cena. Tu stavi nel letto, su in camera tua, deliravi, e io ti tenevo la mano assieme a zia Rosa. La zia Rosa? esplose lui sarcastico lisciandosi piano il ventre svasato. Bella pelle, quella vecchia isterica: da quando suo marito se l’è battuta con la sua segretaria ha mandato in culo tutte le sue pose da cittadina per tornarsene quaggiù in campagna, a rompere a noialtri i comesichiamano… Lo guardavo fissarmi in tralice nella penombra, il suo corpaccione ingombrante che assediava la porzione di parete alle sue spalle come una piccola montagna che un sommesso rantolio faceva vibrare appena percettibilmente. Hai penato tutta la notte, pa’, ripresi io, poi all’alba hai smesso di respirare. Nella sala si addensò un silenzio infarcito dei suoni provenienti dall’esterno: il pigolare indomito delle galline, il placido scampanare della mucca. Un cagnaccio che si sgolava abbaiando in qualche posto chissà quanti chilometri lontano. Figliolo, fece il mio vecchio levandosi con un sospiro. In giovinezza era stato un vero marcantonio, uno capace di tribolare sulla trebbiatrice per tutto il giorno e poi fare le ore piccole tra puttane, risse e sbevazzoni. Dimmi, lo incoraggiai. Non osavo avvicinarmi un passo di più. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 19 CREPUSCOLO 19 Lui adesso aveva scaraventato lo sguardo oltre il vetro della finestra, assaporando con espressione assente l’uniformità del paesaggio agreste che circondava la fattoria. Non ci riesco, ammise grave dopo una pausa che parve interminabile, non posso crederci! Uno passa un sacco di tempo a cercare di capire. Piange, ride, scopa, caca. Una vita intera a cercare di dare un senso a questa bolgia, e poi, all’improvviso, è tutto finito! Mi spiace, pa’, balbettai, incapace di aggiungere altro. Tu come farai, adesso? domandò senza voltarsi. Ce la farò, pa’, risposi, vedrai che non ti deluderò. Sicuro? Dondolai la testa piano, in un cenno affermativo. Non avevamo mai parlato così. Mai prima d’ora. Bhe’, allora addio, sentenziò infine regalandomi un sorrisetto, quindi circumnavigò il soggiorno con due occhietti spenti e rassegnati e lentamente, con la pesantezza di un grosso animale, si congedò infilando la porta. La luce ramata del crepuscolo affollò la stanza ridefinendone i contorni e, prima ancora che potessi aggiungere altro, mio padre era scomparso, inghiottito assieme alla mia giovinezza dal fluire irreversibile del tempo. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 20 CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 21 QUANDO LA NOTTE SI FA PIÙ BUIA LUCA RICCI – Litigano ancora? – Sempre di più. Nonna Ada mi dette una carezza con le sue mani sottili come carta velina. – Eppure sono una bella coppia: fesso lui, fessa lei. – Pensi che si lasceranno? – No. – Perché? – In linea di massima ai coniugi piace litigare. – Non potresti informarti ai piani alti? Nonna Ada sbuffò, ma io tornai alla carica. – Non puoi fare una seduta spiritica? – Non ne ho più le forze. – Io diventerò un medium come te? Nonna Ada mi guardò come se stesse osservando una mia radiografia. – Chissà. Per un pò le grida che provenivano dal piano di sotto presero il sopravvento. – Posso venire a stare qui? – E dove ti metto? Questa casa è un buco. – Non ne posso più di quei due. – È colpa della monotonia sessuale. – Dici? – Ma certo. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 22 22 LUCA RICCI – Credi che dovrebbero farsi un'amante? – Uno o più. Ma non voglio romperti con queste idiozie da grandi. A quel punto sentimmo mia madre rompere un piatto. E poi un altro. E poi un altro ancora. Probabilmente mandò in frantumi tutto il servito. Gli occhi di Nonna Ada allora si fecero più buoni. – Vuoi sapere quali poteri sviluppa un medium? – Sì! Nonna Ada cominciò a parlare facendo ampi gesti con le mani. Innanzitutto c’era la telecinesi, cioè la capacità di spostare un oggetto con la sola forza del pensiero. Dichiarai solenne che ci avrei provato con una caramella al rabarbaro che teneva sul comodino. Socchiusi gli occhi e mi puntai gli indici alle tempie. – Succede qualcosa? – Non un granché. Vuoi sapere il secondo potere? Annuii e nonna Ada riprese a gesticolare. Il secondo potere consisteva nella psicocinesi, ovvero la capacità di leggere nel pensiero. – Dovrei dirti quello che stai pensando in questo momento? – Esattamente. – Non ne ho la più pallida idea. Nonna ridacchiò e passò alla delucidazione del terzo potere. Si trattava dell’ipnosi, ovvero la possibilità di guardare nelle vite passate delle persone. – Rilassati. – Sono rilassata. – Lasciati condurre indietro nel tempo. – Ok. – Chi sei adesso? – Sono sempre nonna Ada, ti dispiace? Scrollai la testa. – Ho fatto cilecca. – Devi allenarti. – Allenarsi a essere eccezionale mi sembra un controsenso. Se avessi davvero dei poteri si manifesterebbero da soli. L’affermazione divertì particolarmente nonna Ada. Se avesse potuto, sono sicuro che si sarebbe alzata per tributarmi una standing ovation. – Mi sento una schiappa irrimediabile. – Lo so. – I medium sanno tutto? – No, ma sono stata un’adolescente prima di te. – Non ne posso più dell’adolescenza. – So anche questo. Eppure crescere è una fregatura. – Perché? Nonna Ada ci rimuginò sopra qualche istante prima di rispondere. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 23 QUANDO LA NOTTE SI FA PIÙ BUIA 23 – Quando ti fai una doccia pensi mai alla bolletta del gas? – No. – E quando guardi la televisione ti viene mai in mente la bolletta della luce? – No. – Ecco, crescere vuol dire pensare alle bollette. Intanto al piano di sotto, dopo la sfuriata in cucina, i miei genitori erano passati in giardino. Se ne dicevano di tutti i colori. La più bella di mio padre fu: “Ti ho fatto sempre dei bei regali solo perché il tuo compleanno capita nel periodo dei saldi”. La più bella di mia madre invece: “Sei entusiasmante come una partita di bocce”. – Il sesso annoia dopo un po’? – Soltanto se non si cambia partner. – Perché non glielo dici? – I tuoi genitori sono ottusi. A loro piace farsi del male. Non si lasceranno. – Ne sei davvero convinta, o mi stai trattando da stupido? – Ne sono convinta. – Se non faranno pace potrò venire a dormire da te? Ancora una volta gli occhi rugosi di nonna Ada diventarono buoni. – Prima o poi avrai uno spirito guida. – Cos’è? – Una specie di angelo custode. Tutti ce l’hanno, ma non sempre se ne rendono conto. – Uno spirito tutto per me? – Proprio così. – Visto che non è possibile fare affidamento sui vivi, sarebbe bello poter contare almeno sui morti. Nonna Ada ingollò l’ennesima caramella al rabarbaro e cominciò a ciucciarla serafica. – Ma come farò a sapere che il mio spirito guida è con me? – E’ una cosa che si sente. – Come avviene l’incontro? – È difficile spiegarlo a parole. Comunque si chiama epifenomeno tangibile. – E se il mio spirito guida non mi andasse a genio? – Fossi in te non farei tanto lo schizzinoso. Certi doni non si discutono. – Puoi intercedere per me e farmi avere uno spirito guida femmina? – Non devi farci sesso. Sarà un consigliere. Un faro quando la notte si farà più buia. Sbuffai. Non mi piaceva quando nonna Ada si metteva a parlare per metafore. Da basso non si sentiva più volare una mosca. Visto che i miei genitori si erano dati una calmata decisi di tornare al piano di sotto. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 24 24 LUCA RICCI Mia madre ricomprò il servito di piatti. Mio padre continuò a giocare a bocce ogni mercoledì sera. In linea di massima l’occupazione in cui primeggiavano era odiarsi. Erano terribilmente suscettibili. E le zuffe si sprecavano. Fu una sera a cena che presi la mia decisione. – Mi passi un altro po’ di carne? Mia madre annuì e affibbiò a mio padre un’abbondante cucchiaiata di patate. – Ho chiesto carne, non patate. – La carne è finita. – E allora non darmi niente. – Non mi sembrava carino. Mio padre si cimentò in uno dei suoi cavalli di battaglia: un profondo sospiro accusatorio. – Spacciare un cibo per un altro ti sembra carino? Se non c’è niente non darmi niente. Guardiamo in faccia la realtà ogni tanto, vuoi? Lo proposi prima che la situazione degenerasse. – Posso traslocare su da nonna? Sembrarono non darmi ascolto. Mia madre aveva preso un’altra cucchiaiata di patate, ma invece di deporla nel piatto la scagliò sulla parete di fronte al tavolo. La colata d’unto sul muro rappresentava al meglio il punto in cui erano arrivati. – Io me ne vado su da nonna, ok? Mio padre mi dette un’occhiata torva. – Non mettertici anche tu. – Nonna sarebbe felice di ospitarmi. A quel punto mia madre s’imbestialì. – Ti sembra il momento di fare il buffone? La casa di sopra è in vendita. L’abbiamo deciso subito dopo il funerale. Corsi immediatamente al piano di sopra. Mi accolse un’eco – quel rumore vuoto dei posti disabitati –, che non prometteva nulla di buono. Non ero nient’altro che un adolescente che cercava di farsi largo nella vita con una manciata di canzoni ricopiate sul diario e un migliaio di amici su Facebook. Non ero né carne né pesce, troppo grande per sentirmi un ragazzino, troppo piccolo per essere già un adulto. Eppure in quel momento capii che la notte, a un certo punto, si fa sempre più buia. Bisogna aspettarselo, e cercare di reggere l’urto. Con o senza poteri speciali. Mi feci forza e chiesi soltanto: “Nonna, ci sei?” CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 25 ASTRO NASCENTE GIANLUIGI RICUPERATI L’autista si chiamava Emilio. Suo padre si chiamava Eliso. Il padre di suo padre si chiamava Elvezio. Il padre di suo nonno aveva preso il colera ed era morto guardando un piccolo verme muoversi sull’orlo del poggiatesta, mentre la famiglia era lontana, e l’ospedale brulicava di spettri appena venuti al mondo. Gli istanti che precedono la morte sono in verità atti di miopia, di astigmatismo: si vedono solo gli oggetti più vicini: e quelli lontani possono sembrare meno distanti di come sono davvero. Nel 1991, per un anno, Emilio aveva lavorato come un pazzo, senza prendere mai un giorno di ferie, 365 sveglie all’alba, gittate notturne nel cielo asfaltato europeo, Ginevra-Milano-Basilea-Chiasso-Brescia-BiellaTorino-Berna. Lavorava per un astro dell’alta finanza che nel 1990 era diventato proprietario di una holding chiamata Idicord. Emilio viaggiava, guidava togliendo e indossando gli occhiali da sole. Le auto con conducente sono piene di occhiali da sole. Una volta il suo cliente, l’astro, gli aveva chiesto di non farsi più superare da un’automobile di grossa cilindrata che li aveva appena lasciati di stucco, costretti a entrare nella corsia di destra, convinti per mezzo dell’eccesso di prossimità a optare per il lasciapassare. Emilio aveva riacciuffato l’auto, che a sua volta lo aveva nuovamente ripreso in corsa. Emilio guardava il suo padrone che fingeva di leggere il giornale, ma nessuno legge il giornale a 180 km orari, nemmeno su una Mercedes 6000 a passo breve. Doveva riprenderlo. Quei 365 giorni furono fitti di ordini impliciti, richieste irragionevoli, piccole CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 26 26 GIANLUIGI RICUPERATI vanità. Emilio guadagnava una media di 800.000 al giorno, in contanti, che mese dopo mese lo convincevano di essere diventato una specie di re zingaro: osservava le sue Mercedes, impilava le banconote da Cinquecento Mila, si addormentava stanco e felice. Le persone semplici hanno poche battute, le riciclano finchè una nuova non arriva a sostituire le precedenti, come un fantasma turistico in un percorso medioevale. La sua battuta preferita era: chiamatemi anche nel cuore della notte e io arrivo. Ho troppo rispetto del denaro per non avere rispetto dei miei clienti. Non era una battuta, naturalmente. Si condensava in quel ragionamento un’intera filosofia di vita, che lo aveva allontanato dalla prima moglie e dalla seconda, e dai due figli, quello biondo avuto dalla seconda e quello riccio avuto dalla prima. Nel 1991 Emilio viveva una sessualità recessiva, imperniata su pochissimi rapporti reali e un numero imprecisato, rilassante, di masturbazioni. C’era una ragazza che ospitava i clienti, proprio sopra il barbiere da cui si serviva Emilio: aveva un tatuaggio sulla spalla destra e pesava ogni volta di più. Lo lasciava soddisfatto, privo di qualche decina di migliaia di lire che aveva sottratto dal pozzetto tzigano dentro il quale nascondeva i soldi. La Idicord aveva rampicato come un’edera sulle pareti di alcuni istituti bancari e di un’assicurazione. Piccole quote, che aumentavano di mese in mese come i volumi di cellulite sulle gambe della ragazza che dava sesso a Emilio. Cominciarono a uscire articoli sulle pagine finanziarie dei quotidiani, e un mattino di aprile Emilio accompagnò il suo astro nascente a Rozzano, dove lo aspettava il fotografo di Class, che gli avrebbe dedicato un servizio. La vita dell’autista è fatta di lunghe attese, e nelle più acute Emilio usciva dall’auto e sistemava accanto alla portiera un attrezzo da palestra color blu cobalto, composto da due pedali piuttosto rigidi, che doveva premere con movimento alternato e che, prima uno poi l’altro, lo facevano dondolare verso l’alto come se stesse scalando una salita in bicicletta. Un giorno l’astro nascente si avvicinò all’automobile all’improvviso – di solito Emilio se ne accorgeva perché non voleva mai farsi trovare fuori posto, indisponibile alla partenza improvvisa: quella volta l’astro sbucò dal nulla, o così sembrò al suo servitore mobile, che arrossì. Un giorno di ottobre del 1992 Emilio aprì il giornale e lesse che nell’ambito di un’inchiesta sui finanziamenti illeciti ai partiti la Idicord, nella persona del suo legale rappresentante astro nascente, era stata raggiunta da un avviso di garanzia. L’espressione avrebbe raggiunto il successo di lì a poco, ma per Emilio si trasformò in un battito persistente d’ali negative, all’altezza del piloro, proprio dove si scremano senza timore di smentita le notizie che aprono da quelle che chiudono. L’astro nascente era diventato di fatto il suo cliente numero uno. Era anche il solo, un soggetto umano capace di far transitare verso di lui ingenti quantità di autostima, energia CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 27 ASTRO NASCENTE 27 e in fin dei conti liquidità. Provò a chiamare il cellulare dell’astro – era spento. Sapeva bene cosa significava, anche se lui non ne possedeva ancora uno. Il numero cominciava per 0364, e quando l’astro premeva un certo tasto l’apparecchio perdeva come un fiato di esistenza e scompariva nel nulla: succedeva quando c’erano guai in arrivo. Emilio aveva la netta sensazione che gli affari dell’astro fossero illeciti, ma il problema dell’illiceità non assumeva nessun contorno davvero percepibile, contiguo, tastabile, per l’impermeabile corazza dell’insetto che macinava multe autostrade e benzina. Come accadeva a tutti gli uomini di una certa classe sociale, di una certa generazione, nati in talune circostanze e non in altre, il contatto costante con un’altra classe sociale non significava necessariamente comprensione esatta. L’astro apparteneva di fatto a un’etnia sconosciuta, ammirata, temuta, tenuta a distanza e insieme anelabile, inappellabile, inavvicinabile soprattutto nei meccanismi quotidiani, millimetrici che mettevano in moto – riga per riga, azione dopo reazione. Tutto gli sembrava urgente, nella vita dell’astro. Niente gli appariva conseguente. Non capiva perché incontrava un uomo per dieci minuti, vicino a una cabina telefonica, nel centro esatto di Ginevra, a un tiro di spore dai venti del lago, mentre fuori ghiacciava e potevano vedersi in un bar. Non si scambiavano nulla, parlavano senza guardarsi negli occhi con il genere di movimenti che compie un giardiniere quando deve potare un albero. Non capiva letteralmente perché il denaro si trasformasse, moltiplicasse, perché facesse correre le persone in quel modo e corresse esso stesso a quella velocità. Sentiva brandelli di conversazioni, perché era curioso: ma l’insieme di quelle informazioni erano dati fantasmatici, incomprensibili. Un giorno un’altra battuta, più simile a una vera freddura, entrò nella sua vita. Cominciò a dire al panettiere, al signore della pompa di benzina, alla proprietaria del bar, sono un uomo della strada, sono l’uomo della strada. Il 12 ottobre 1992 Emilio andò a prendere l’astro nascente a casa sua, in piazza delle Erbe. Non avevano mai parlato delle tangenti, anche se lo aveva sentito nominare al tg3 nazionale, al tg3 regionale, al radiogiornale della mattina, dell’ora di pranzo, e persino durante quei break che interrompono il flusso delle canzoni nelle radio commerciali. Avrebbe voluto dirgli dottore, porti pazienza. Emilio aveva imparato quell’espressione da bambino, quando Eliso, suo padre, venne interrotto da un poliziotto che stava esaminando i suoi documenti, un’estate, mentre la famiglia muoveva verso le vacanze sudate dei primi anni cinquanta. Eliso disse ‘sia paziente, appuntato, ma i miei figli sono degli scavezzacolli’. L’appuntato non aveva mostrato alcun segno di nervosismo, in verità: forse per questo reagì di scatto, facendo sbattere il libretto sull’orlo metallico della 600 color latte arrugginito. Un soldato porta sempre pazienza, disse guardandolo in CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 28 28 GIANLUIGI RICUPERATI faccia con un tono che Emilio non avrebbe dimenticato più. Era come se una radiosa diversione atmosferica – il riassunto di una pioggia umiliante – avesse fasciato e legato suo padre a quell’istante, l’istante che ogni maschio prima o poi incrocia lungo il percorso che porta dall’essere innocente all’essere un fantasma. Emilio pronunciava porta pazienza con il suo accento del Piemonte orientale. La famiglia di Emilio ed Eliso, e ancor prima di Elvezio e di suo padre, e quindi l’intera legione verticale di spettri che vagheggiavano nei sogni dei posteri, aveva perso una grande occasione di affrancamento economico quando la Regione Lombardia aveva offerto una considerevole cifra per lasciar liberi i terreni incolti di cui erano proprietari, in vista della costruzione dell’aeroporto di Malpensa. Ancora oggi a 900 metri dall’ingresso dell’aeroporto la rete che separa l’inizio dell’area pubblica e la fine degli appezzamenti privati disegna una strana torsione, perché Eliso si era rifiutato di vendere – credeva nei fantasmi, a suo modo, ed era un uomo superstizioso, attaccato come una palla magica al piede dei propri antenati, al ricordo inutile di una delle tante, innumerevoli famiglie italiane. I vicini e gli amici e i parenti chiamavano Eliso l’indiano perché aveva queste bizzarre fissazioni con i propri morti, un rispetto per la terra e per gli abitanti senza più corpo. Quella mattina, il 12 ottobre, in piazza delle Erbe, l’astro nascente s’infilò in auto come di nascosto, come se fosse un ospite aggiuntivo. Era bianco, come impaurito, e il suo ingresso venne preceduto da quello di una borsa, la borsa rigida quadrata di pelle, da dottore di provincia, la borsa in cui stipava i contanti. Ce ne stavano abbastanza da comprare un alloggio di medie dimensioni nel centro di una grande città europea. Erano pronti per partire. Ma un istante prima che Emilio mollasse il pedale della frizione, l’astro nascente gli disse ferma, aspetta un secondo ancora, non mi sento bene. Ed Emilio spense i motori, chiedendo se aveva bisogno d’aiuto. L’astro nascente scappò via dall’auto con un’andatura goffa e insieme rapida, come di chi sta scoppiando nelle viscere. Emilio non fece un passo, restò lì, fermo, fissando il volante. Un’ora dopo Emilio sentì sempre più immediata, al centro dello specchio auricolare, la sirena di un’ambulanza. Stava venendo lì. Stava puntando davanti al portone dell’astro nascente. Fu tutto rapido e confuso. Lo condussero all’interno della vettura bianca e rossa in barella, e sparirono con lui dentro senza lasciare traccia. Un attimo dopo la piazza era di nuovo vuota, i pochi passanti avevano smesso di commentare e la Mercedes di Emilio era ancora lì, con dentro il suo carico di contanti. Girò per una settimana con il fantasma del suo uomo in banconote, per le valli alpine e lungo le tangenziali delle grandi città europee, forse cercando una casa in cui chiudersi per qualche tempo e decidere sul da farsi. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 29 NATURA MORTA CARLOTTA VISSANI Come ogni notte sogna di sfogliare insieme a suo padre un enorme album di fotografie trovato dentro un baule senza serratura. Un libro di ricordi in immagini usurato dagli anni, dalle mani, dagli occhi di chi ormai non c’è più, vivo solo in quell’istante catturato dall’obiettivo per renderlo eterno. Sembra il grande tomo dei morti e nonostante ogni volto ammicchi sorridente e apparentemente sereno, le braccia aderenti ai fianchi per assumere una posizione composta o svolazzanti a mimare un saluto a destinatari ignoti, c’è un che di inquietante in quei corpi muti in bianco e nero, totalmente inconsapevoli riguardo la morte e quindi rilassati, lontanissimi da un’idea di fine. È di pelle marrone, con una C in carattere gotico incisa al centro della copertina; al tatto è fresco e liscio. Si accoccolano su un divano bianco pieno di cuscini colorati e soffici, posizionato al centro di una stanza vuota dal soffitto altissimo, bucherellato come le scatole di cartone per il trasporto di volatili o di piccoli roditori. La luce fioca si irradia da un lampadario di ferro battuto in stile medievale che penzola incerto, attaccato a una catena a maglie larghe, dando la sensazione di essere appeso al niente. Le pareti intonse, perfettamente rasate, senza un buco o una stuccatura a guastare l’assenza abbacinante di tutti i colori, li serrano dentro un cubo di cemento privo di porte e finestre. Non sembrano affatto preoccupati dall’impossibilità di uscire qualora volessero, la sensazione di essere sigillati dentro quella che potrebbe anche essere una scatola di fiammiferi, per quanto ne sanno, è tutto sommato rassicurante, come regredissero a uno stato primordiale secondo cui la tana è un bisogno da cui non si può prescindere. I loro corpi sembrano sovrapporsi. Stanno rannicchiati, i piedi CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 30 30 CARLOTTA VISSANI nudi, le ginocchia incollate al petto, le teste a sfiorarsi. C’è elettricità, un campo magnetico che comprime spazio e forme. Lei è la cerimoniera. Sfoglia le pagine con lentezza esasperante, soffermandosi su ogni dettaglio, indicando con il dito tutte le persone che riconosce, immortalate nei loro anni migliori, anche se alcune le ha incontrate poche volte prima che tornassero cenere, nei suoi continui spostamenti da una casa all’altra, sempre in mezzo ai vecchi, come fosse un pacco postale che nessun destinatario può tenere troppo a lungo. Suo padre, invece, appare mesto, focalizzato sulle foto di lei bambina, con un fiocco tra i capelli, avvolta in abitini pastello con la pettorina ricamata a punto smoking, il vento in faccia mentre scalcia sul seggiolino della bicicletta o mentre è intenta a raccogliere i frutti dell’ippocastano cascati dai rami carichi nel bosco in miniatura dietro il liceo classico vicino casa. Immagini che li ritraggono nei vari viaggi in Toscana - Pisa, Lucca, Volterra, Massa Carrara - o ai lati delle lunghissime statali costeggiate da campi di girasoli e grano maturo, incorniciate da filari precisi di castagni che si perdono su un orizzonte lattiginoso, l’asfalto ustionante, prossimo al punto di liquefazione. Sono entrambi morti, o almeno questa è la verità narrata dal sogno, ma mentre lei ricorda perfettamente come è mancato suo padre, lui non riusce a riordinare i cassetti della memoria e si fa via via più agitato, sforzandosi di fare mente locale sull’istante in cui, da lassù, l’ha osservata muovere un passo verso le porte dell’eterno ritorno. Cambia posizione a intervalli sempre più ristretti, sprimaccia i cuscini, se ne poggia uno sulla pancia stringendolo come a proteggere il centro del suo mondo, urta il bracciolo alla sua destra, piega una gamba sotto il sedere, si tocca il colletto della camicia per fare spazio alla gola, si sbottona per poi litigare con l’asola stretta, scuote la testa in segno di diniego. Lei gli suggerisce di calmarsi anche se le labbra non emettono suoni ma parole materiche, tridimensionali, fumetti a forma di nuvola, come quelli disegnati dai bambini, in dissolvenza immediata come anelli di fumo. Sanno che quello sarà, comunque andranno le cose, il loro ultimo incontro. Innumerevoli le foto delle tre zie sorelle-zitelle quando non erano ancora carcerate dentro i pesanti letti barocchi, le ossa infestate dal male, gli organi mal funzionanti, lo sfintere canale aperto privo di controllo muscolare, la pelle flaccida, i tendini lacci da scarpe sfilacciati. Zia Melina non s’è mai vista stare in piedi, era sempre distesa a pancia in su, affossata nel materasso di un’alcova a baldacchino, mausoleo intarsiato di fronte a una finestra con le persiane di legno serrate. Sopra la testata era appeso un quadro raffigurante l’Annunciazione, l’arcangelo Gabriele con un giglio tra le mani e la Madonna vestita di blu pronta ad accogliere la lieta novella, futura genitrice di un semidio venuto da chissà dove. I confini di quel corpo prosciugato dall’immobilità si facevano strada sotto il lenzuolo, i capelli radi e CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 31 NATURA MORTA 31 canuti sparpagliati sul cuscino, le mani divorate dall’artrite, le unghie giallastre e tagliate corte per evitare si graffiasse involontariamente nel sonno, le ginocchia come palle da biliardo innestate sulla stecca, il catetere che si riempie di urina giallo canarino. Addolorata, la badante meridionale con un antro vuoto al posto della bocca ché dal dentista non ci voleva andare per la paura di mole e trapano, teneva sempre tra le mani un rosario che sgranava con impegno muovendo appena le labbra sottili e grinzose, come una moderna sciamana che chiama a sé gli spiriti dall’aldilà. Lei allora, lo ricorda come fosse ieri, si sistemava silenziosa sul bordo di una sedia di legno mangiato dalle tarme, accanto al cassettone con il ripiano di marmo screziato e lasciava che gli occhi si imbevessero della paura di diventare vecchia, di perdere la dignità a causa del tempo che scorre impietoso, troppo in fretta per potergli stare dietro. Addolorata apriva e chiudeva i cassetti in continuazione, con un gran rumore di legni e ottoni, tirando fuori la camicia da notte pulita, le calzine morbide di lana, lo scialletto all’uncinetto e la spazzola per i capelli d’argento con le setole morbidissime come piuma d’oca. Preparava la bacinella d’acqua calda e la pezzetta di mussola per detergere viso, braccia, gambe e pube dell’ammalata in attesa che spirasse con buona pace di tutti, andando a ingrassare il serbatoio delle energie che si agitano nell’etere senza trovare riposo. A un certo punto, quasi al termine delle pagine di carta pergamena macchiate, compaiono fotografie recenti, vicine ai giorni che precedettero la morte di suo padre sulla strada in falsopiano che porta alla partenza della funivia per il Monte Bianco, immagini di lei accanto a Paolo, l’uomo che l’avrebbe definitivamente resa un ectoplasma agli occhi impietosi del genitore, in atteggiamenti affettuosi o in pose giocose con Rachele, la figlioletta di Paolo, i cui occhi erano caverne di cui non si intuiva il fondo, la bocca cucita con lo spago e le orecchie chiuse da tappi di sughero bagnati nel vino rosso. Lei portava i codini e le mancavano gli incisivi, attendeva che le crescessero quelli permanenti, ma la mente le diceva che in verità a quel tempo aveva già venticinque anni, solo che nel sogno percepiva la propria immagine stampata su carta fotografica come quella di una giovane adulta intrappolata in un corpo di infante. Irreale eppure perfetto nell’artificio del frammento onirico. Aveva ancora bisogno di sentirsi piccola. L’espressione di suo padre si trasforma rapidamente in disgusto, non c’è più ombra di condivisione del ricordo, si intuisce solo una disapprovazione silenziosa ma eloquente nonostante resti nella sfera del non detto. Si vede da dentro, da fuori, dall’alto, dal basso, da destra e da sinistra alzarsi indispettita, cominciare a camminare a piccoli passi e in tondo come i criceti in gabbia, dimenticandosi di respirare, digrignando i denti, afflitta da bruxismo senza mai averne sofferto in vita, stringendo tra le dita un mazzo di chiavi che fino a pochi istanti prima tintinnavano nella tasca destra dei pantaloni estivi. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 32 32 CARLOTTA VISSANI La sensazione è quella di rivivere l’incubo dentro il sogno, in attesa che lui le tolga per l’ennesima volta il saluto a causa di una scelta incomprensibile, a sua detta folle, che si rifiuti ancora di darle udienza perché il tacito accordo era che non si sarebbe mai dovuta legare a nessuno se non a lui. Le impedisce così di chiudere quel capitolo di passato in sospeso. E’ una sorta di contrappasso dantesco, è destinata a sognare tutte le notti l’album di foto per avere scelto un altro uomo, un uomo che non è lui. Per quanto si sforzi di trovare un modo per aiutarlo a ricordare come è passata, come si suol dire, a miglior vita e per quanto voglia disperatamente che si rimangi infinite volte le parole pronunciate in una camera d’ospedale - tu non sei più nessuno per me - riesce solo a scavare solchi sul pavimento di vetroresina, strascicando i piedi come fossero di piombo. Le narici si fanno d’improvviso finestrelle anguste per il passaggio dell’aria. Vorrebbe urlare ma non ci riesce. Crede di poter capire chi resta in apnea per una marea di secondi o chi finisce con la macchina dentro le acque di un fiume, in piena notte, dopo avere sfondato il guardrail e avere osservato alla moviola la propria vita fare un tuffo lentissimo nel mai più. Per morire annegati sono sufficienti tre minuti di orologio, a volte si resiste fino a cinque, dipende se si tratta di acqua dolce o salata, in ogni caso quello che la turba è la descrizione della prima fase, definita nei manuali medici come sorpresa. Ovvero “un unico atto inspiratorio riflesso che compie l’individuo appena caduto nell’acqua”. Una sola inspirazione, cercando di raccogliere nel petto quanto più ossigeno possibile pur sapendo che novantanove su cento sarà inutile. Dove sta la sopresa? Fino a un secondo prima respiravi e poi, pluff, sei sotto, incastrato dentro il guscio della tua auto e anche se provi con tutte le forze, bioniche nelle intenzioni, a liberarti e ad aprire la portiera, la pressione della massa liquida tutt’intorno è così forte da rendere certo il collasso. Lei, poi, con le sue diciannove sigarette quotidiane, tutte concentrate tra le diciotto e i pensieri che si snodano dal dopo cena sino al momento in cui i capelli toccano il guanciale, non avrebbe resistito che pochi secondi. Dai buchi nel soffitto cominciano a cadere, come pioggia finissima, le note dei cd di Petrucciani e di Coltrane che erano soliti ascoltare in salotto, lei sdraiata per terra sul tappeto persiano e lui sulla poltrona verde scuro di fabbricazione francese. Le pareti si tappezzano gradualmente di do, re, mi, fa, sol, la, si, do. Improvvisamente avrebbe fatto carte false per avere una caramella Fritz al limone o una Rossana per il solo gusto di scartarla e di giocare con l’involucro rosso fuoco, ma si scopre a poggiare i piedi su un tappetino di gelatine alla frutta. Non le sono mai piaciute le gelatine alla frutta, specialmente quelle all’ananas e alla pesca. Le ricordano la vodka calda bevuta a canna dalla bottiglia in una notte ad Alassio, sulla spiaggia umida, botta fortissima alla testa, i piedi nudi e luridi sui CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 33 NATURA MORTA 33 ciottoli del budello, i sandali appesi come fantocci alle dita della mano destra, il corpo che sbanda, una spalla che gratta il muro imbrattato di spray nero, ti amo, Katia, for ever. Mentre deambula schiacciando gelatine e aprendo i palmi a conca come intonasse il Padre Nostro per raccogliere le note e farle proprie, sente le gambe cedere sotto il peso della stanchezza. Tuttavia tiene sotto controllo suo padre e lo segue attonita mentre comincia a trasformarsi in una statua di argilla, dalla punta dei piedi su per le gambe, l’inguine, il tronco, le braccia, la testa. Sembra un dio greco. Si bagna le dita con la saliva che sa di tabacco, si lecca i polpastrelli per cercare di conferire a quel corpo elastico una forma, tenta di modellarlo a immagine e somiglianza di Paolo ma la sostanza del sogno non cambia, come la figura di suo padre non accenna a modificarsi sotto la spinta delle mani imbrattate e collose. Torna all’album, lo sfoglia velocemente sino all’ultima pagina e intravede le tende di velluto in fondo al corridoio di via Carducci al tredici, sempre tirate. Più le guarda e più le sembra si muovano, più si muovono e più si ricorda di non averle mai scostate per la paura di trovarsi di fronte Baphomet: divinità antopomorfa, le gambe incrociate sopra il mondo, solve et coagula sulle braccia, la torcia in testa, il pentacolo dritto sulla fronte. Eppure sapeva benissimo che avrebbe trovato solo un muro scrostato dall’umidità. Il giorno in cui le dissero che ad averlo stroncato era stato un infarto e non il diabete come tutti pensavano, prese la macchina con l’idea di tornare alla vecchia casa delle zie per aprire quel sipario e smettere di avere paura dell’ignoto, del fantasma di se stessa. Anche quel giorno stringeva le chiavi nella mano destra e dal cielo cadeva tutta l’acqua del mondo. Mentre riavvolge il passato vorrebbe dirgli che è morta nel momento in cui lui decise di apparecchiare la tavola per uno in via Monte Nero, di fronte al Dente del Gigante, per poi uscire di casa senza avere consumato il pasto, forse già conscio di essere diretto altrove, verso una metà assoluta. Coste bollite, pane di segale, mela verde, pasta integrale, carne rossa senza grasso. Una natura morta che nessuno ha dipinto. Intanto l’argilla intorno ai suoi occhi si spacca, le labbra si sgretolano, dall’alto non piovono più note jazz ma getti di acqua violenta sputati da idranti celesti in procinto di esplodere. Pensa che in fondo sarà come tornare da dove si è venuti, liquido amniotico in cui galleggiare. L’argilla si fa molle, materia magmatica, e chiazza il divano immacolato. L’album resta aperto sulle tende smosse dal vento. Non appaiono nè porte nè finestre. CIM 2 Impaginato.qxp:Layout 1 02/12/10 22.45 Pagina 34 34 CARLOTTA VISSANI Si prepara a inspirare per l’ultima volta, dai tre ai cinque minuti prima di raggiungerlo, una frazione di secondo per godere di quella sorpresa, l’unico atto che forse può ancora farla sentire viva.