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PIÙ BUIA È LA NOTTE
PIÙ RADIOSO È IL MATTINO
VITTORIO BONGIORNO
A volte, quando si è un grande scrittore,
le parole vengono così in fretta
che non si fa in tempo a scriverle…
A volte.
Snoopy, CHARLES M. SCHULTZ
“Tu sei la mia nave nell’oscurità”, era la prima e unica frase che ero
riuscito a scrivere.
Pietro Torrigiani Malaspina e la sua bella e intraprendente moglie
Maddalena, con la loro adorabile figlioletta Anna, mi avevano chiesto un
itinerario per un viaggio alla scoperta della Sicilia e io gli avevo tracciato
mappe, segnalato luoghi da vedere, cibi da assaporare, paesaggi da riscoprire. Sarebbero stati via dal Castello per tre settimane. Se avevo voglia di
stare per un po' lontano dalla mia vita movimentata, aveva detto Pietro,
avrei potuto installarmi in una delle camere del Castello, e rimanerci
quanto volevo. Anche oltre il loro ritorno.
Avevo chiesto di contribuire, seppur in minima parte, alle spese di mantenimento, ma Maddalena era stata categorica: sarei stato loro ospite, anche
perché la zi’ Clara, che viveva giù in paese, era pagata per tenere in ordine il
Castello, sia che fosse pieno di visitatori o completamente deserto.
In cambio potresti regalarci un racconto, aveva suggerito più prosaicamente Pietro. Avevamo affettuosamente ironizzato sul sangue ebreo che
scorreva vigoroso nelle sue vene e avevamo chiuso la telefonata promettendoci di riabbracciarci presto.
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Negli ultimi tempi le cose non andavano poi così bene: mia moglie,
avvocato in carriera, non sopportava più la mia presenza in casa a ciondolare da una stanza all’altra trascinandomi dentro le Espadrillas di corda
tutte sfrangiate – le mie impronte, le chiamava lei con disprezzo – e le
nostre figlie avevano deciso, a distanza di qualche mese l’una dall’altra, di
andare a vivere fuori casa con dei compagni di università.
La mia carriera letteraria era stata una folgorante e inarrestabile parabola discendente verso il baratro: tutti e tre i miei romanzi erano finiti al
macero. Il primo, pochi mesi dopo la sua uscita, per lo scalpore del tema.
Il secondo perché il minuscolo editore doveva liberare il magazzino per
impiantare una nuova e più redditizia attività commerciale. Il terzo perché, nonostante le lusinghiere recensioni, semplicemente non aveva venduto. Prima di distruggerle mi avevano proposto addirittura di comprarne alcune copie, e io gliene avevo ordinate cento. Non avevo calcolato il
prezzo di copertina a cui aggiungere due zeri: ero partito per il Castello
Malaspina con una valigia leggera e una fattura di 1700 euro da pagare
all’editore che, praticamente, non solo non mi aveva nemmeno venduto,
ma mi stava per distruggere.
Ero svuotato, inaridito, prosciugato. Forse l’aria pulita delle Alpi
Apuane e il silenzio del morbido paesaggio lunigiano mi avrebbero aiutato a ripartire dalle macerie della mia vita.
L’ispirazione non esiste, mi aveva urlato mia moglie al telefono entrando nella prima galleria fuori Bologna. L’iPhone era scarico e avevo dimenticato il cavo a casa. Ero il ritratto di quello che, molto poeticamente
Philip Dick aveva definito un “artista di merda”.
Quando avevo detto che andavo al Castello il tassista si era irrigidito e
mi aveva guardato male dallo specchietto retrovisore. Lei è uno scrittore?,
mi aveva chiesto, stia attento ai fantasmi. Poi era scoppiato a ridere così
tanto con una tosse isterica che per poco non eravamo andati a sbattere
contro il guardrail. Non sapevo se era più pericoloso lui, o questo fantasma.
Non vedo l’ora di incontrarlo, un fantasma, avevo ribattuto, più che
altro per scaramanzia. Il tassista aveva ripreso a tossire pericolosamente, e
io, non so perché, mi ero sentito in dovere di specificare che sarebbe stato
bello ma non ci credevo.
Zi’ Clara aspettava me per spiegarmi come accendere le luci e dov’era
la dispensa. Quando le avevo chiesto come fare per far partire il riscaldamento era scoppiata a ridere di un riso isterico simile a quello del tassista,
e mi era venuto in mente la storia del fantasma. Le avevo chiesto conferma.
Ognuno si porta il suo, aveva detto a mezza voce zi’ Clara aprendo e
chiudendo le ante della credenza per mostrarmi le vettovaglie. Ognuno
deve imparare a negoziare con le proprie ombre, aveva aggiunto tossendo,
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senza darmi il tempo di chiederle spiegazioni a quanto aveva detto. Poi mi
aveva lasciato da solo.
Avevo trovato un messaggio di Pietro che brindava alla mia salute con
il miglior gin che avesse mai bevuto. La bottiglia di Hendrick’s era tutta per
me, ma avrei dovuto farmela bastare. Mi ero servito il primo generoso gin
and tonic che avevo consumato vagando da una stanza all’altra del castello, immerso in un silenzio profondo e solenne. Avevo preparato il secondo,
più robusto del primo, e me l’ero portato al piano di sopra. Davvero Dante
Aligheri aveva dormito in una di quelle stanze? Anche lui era nel mezzo del
cammino della sua vita, chissà se venire a scrivere in quel Castello gli aveva
fatto tornare l’ispirazione. Al terzo drink, ubriaco, ero andato a sbirciare la
camera che avevano fatto preparare per me. “Attento al fantasma”, aveva
scritto Pietro su un foglietto lasciatomi sulla cassettiera. Avevo teso l’orecchio per sentirlo tossire ma ero solo. O, almeno, così pensavo.
Un’ombra era passata davanti allo specchio, ma probabilmente era
solo un riflesso di me, barcollante, e niente più.
Mi ero addormentato al sole nel giardino interno con il quarto bicchiere di gin in mano quando il sole era scomparso e un telefono squillava in
lontananza. Ero completamente ubriaco e non mi reggevo in piedi. Il telefono aveva smesso e ripreso altre due volte prima di riuscire a trovarlo. Era
Pietro, da Palermo, la mia città natale, ed erano esaltati dall’aver assaggiato
il panino con la meusa che gli avevo suggerito. Io facevo fatica a distinguere le sue parole, avevo la mente annegata nel gin e lui l’aveva capito.
Hai già incontrato il fantasma?, aveva chiesto ridendo, e io ero diventato sobrio all’improvviso. Dietro di me qualcuno aveva tossito. Mi ero
girato di scatto ma ero solo. O, almeno, così speravo.
Mi raccomando, scrivi un bel racconto. Ne ho parlato con Luca Ricci
che sta curando un’antologia sul fantastico. L’ho convinto a prendere
anche te, mi deve un favore, aveva aggiunto con calore. Io avevo promesso che avrei cominciato a scrivere, forse già dall’indomani, e ci eravamo
salutati.
Ero stanco, affamato e infreddolito. Mi ero infilato a letto e avevo
spento la luce. Era stato in quel momento che l’avevo sentito entrare.
Aveva scostato le coperte dall’altra parte del letto e si era infilato accanto
a me, trattenendo un colpo di tosse. Io mi ero girato dall’altra parte e, con
il cuore in gola, e avevo chiuso gli occhi.
Non era un uomo. Era una donna.
L’indomani mattina mi ero svegliato con il cinguettio degli uccelli e
una lama di luce che scaldava la parte di letto dove aveva dormito lei. Ero
vivo, stavo bene, anzi benissimo, e soprattutto non ero spaventato. Chi era
quella donna? Esisteva veramente o ero solo molto ubriaco?
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Zi’ Clara mi aveva fatto trovare fuori dalla porta un cesto con pane fresco, latte e uova, e un bigliettino. “Ha trovato la sua Beatrice?” aveva scritto con grafia appuntita. Io avevo fatto colazione e avevo acceso il portatile per dedicarmi al racconto. Avevo scritto per tutta la mattina ma senza
essere soddisfatto di niente. Poi avevo preparato un piatto di spaghetti ed
ero tornato a lavorare fino a quando, allo suono delle campane delle sei di
sera, non mi ero preparato il primo gin and tonic. Avevo cancellato il file
e ne avevo riaperto uno nuovo, su cui avevo scritto solo “Tu sei la mia
nave nell’oscurità”. Aspettavo che la notte si prendesse cura di me.
Ero di nuovo arrivato barcollando al letto, mi ero infilato sotto le
coperte al buio, e lei mi aspettava già lì. Ci eravamo abbracciati fino a
toglierci il fiato, i nostri corpi si erano fusi fino a diventare uno solo.
Abbracciami come se fossi io che abbraccio te, aveva detto lei con la sua
voce roca, e così io avevo fatto. Ero confuso, oltre che ubriaco fradicio, e
mi ero abbandonato alle sue parole che mi avevano cullato fino a farmi
perdere conoscenza.
Ma tu chi sei?
Sono il tuo fantasma.
Ci conosciamo?
Certo.
Ci siamo mai incontrati prima?
Sì.
Quando?
Aveva sorriso. Si era ritratta, come a voler nascondere la verità.
Non ti ricordi?
No.
Non importa. L’importante è che finalmente ci siamo rincontrati.
Sì, è vero. Mi stavi aspettando? Come facevi a sapere che sarei venuto
qui?
Io non ti aspettavo qui.
Aveva riso ancora.
Io sono venuta con te.
Avevo riso io, nervoso.
Sei tu che mi hai portato qui. Ognuno ha il proprio fantasma. Prendi
la gioia dalle mie mani.
Ci eravamo baciati di nuovo, e ci eravamo persi nella notte buia.
Dopo qualche giorno, in una notte senza luna, mi ero allungato verso
l’abat-jour per vederla finalmente in faccia e lei mi aveva bloccato. Non lo
fare, ti prego. Più buia è la notte, più radioso è il mattino, aveva detto, e
io ero ritornato sul suo corpo, sulle sue labbra, sui suoi capelli, e l’avevo
stretta, come ogni notte da quella prima notte, senza respiro.
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Avevamo vissuto quelle tre settimane così e io non mi ero nemmeno
accorto del tempo che era passato. Durante il giorno lavoravo al mio racconto sui fantasmi, scrivevo e riscrivevo, e appena faceva buio preparavo
da bere, anche per lei, dando fondo alla cantina di Pietro, e al buio la ritrovavo.
Una sera tardi, però, quando lei stava danzando davanti alla finestra
nella notte nera una lama di luce l’aveva investita ed era caduta a terra,
piangendo. Ero corso a chiudere le tende, e da uno spiraglio avevo riconosciuto la Volvo di Pietro e Maddalena. Ma che giorno era? Da quanto
tempo mi trovavo al Castello? Cos’era successo in tutto questo tempo?
Possibile che mia moglie non mi aveva cercato? Ero vivo, o ero morto?
Avevo preso in braccio la donna e l’avevo adagiata sul letto tirandole
le coperte fin sotto il mento. Era debolissima, la fronte rovente. Pietro e
Maddalena erano per le scale, la piccola Anna piagnucolava. Mi ero vestito di fretta ed ero uscito chiudendo a chiave la porta.
Che cavolo ci fai tu qua?, mi aveva chiesto Pietro sobbalzando, mi
sembravi un fantasma.
Avevo tossito.
Maddalena era stanca, avevano guidato per ore e volevano andare a
letto. Io avevo aiutato Pietro a portare su i bagagli e l’avevo visto teso, sicuramente un po’ scocciato per la mia presenza. Ci eravamo salutati e dati
appuntamento per l’indomani.
Ero tornato di corsa da lei, al buio, e l’avevo cercata nella notte, senza
trovarla. Avevo pianto, come non mi succedeva da anni, e non avevo chiuso occhio tutta la notte. Mi ero addormentato con la prima luce, e dopo
poche ore ero stato svegliato dai gridolini della piccola Anna, e poco dopo
Pietro era venuto a bussare alla mia porta. Non l’avevo fatto entrare, ero
uscito subito io per raggiungerlo al piano di sopra per il caffè.
Il viaggio in Sicilia era stato molto bello ma un po’ faticoso, si erano
divertiti, ma era tempo di riprendere a lavorare. Pensavano che me ne fossi
tornato a Bologna. Aveva provato a cercarmi al telefono ma il mio iPhone
era muto da settimane, e lì al castello non rispondeva nessuno.
Ma almeno l’hai scritto ‘sto racconto sui fantasmi? Il mio amico Luca
Ricci sta ancora aspettando.
Gli avevo chiesto se potevo rimanere ancora qualche giorno per ultimarlo, ma sapevo bene qual’era il motivo della mia richiesta.
Anche ‘sta storia dei fantasmi, è tutta una bufala per attirare turisti al
Castello. Non ci avrai mica creduto, aveva detto Pietro stappando una
nuova bottiglia di Hendrick’s. Mi aveva raccontato di zi’ Clara che, quando arrivavano i turisti americani – i Ghost Hunter – correva nella torretta in alto e passava davanti alle finestre con un lenzuolo bianco in testa. E
‘sti bischeri ci credono, aveva concluso ridendo. Io avevo tossito, serio.
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Da quel giorno erano passate altre due settimane.
I rapporti tra me e Pietro e Maddalena erano diventati freddi e scostanti. Mi rendevo conto di essermi approfittato della loro gentilezza e
disponibilità, ma la situazione era precipitata. Ogni giorno li aggiornavo
sui progressi della mia scrittura, e ogni giorno gli chiedevo un altro giorno ancora per ultimare il racconto. L’avevo scritto e riscritto così tante
volte che non aveva più nessuna forma e nessun contenuto. Solo la prima
frase, scritta il primo giorno, aveva un senso per me. Solo per me: “Tu sei
la mia nave nell’oscurità”. Ma, soprattutto, dalla sera in cui il riflesso dei
fari dell’auto avevano investito la donna, non l’avevo più vista. E mi mancava terribilmente.
L’avevo cercata, al buio, ma lei era come scomparsa. Avevo provato ad
annegare nel mare più profondo ed ero rimasto in superficie. Avevo scrutato lo spazio più oscuro, ed ero sempre riemerso. Vivo.
Una mattina Pietro mi aveva fatto capire che la mia permanenza presso il loro Castello era giunta al capolinea. Dovevano tornare a Firenze e
avrebbero chiuso il Castello per l’inverno. Io avevo stampato quella paginetta con il racconto sui fantasmi e gli avevo chiesto se potevo usare il telefono per chiamare casa. Ma come, da quant’è che non senti tua moglie?,
aveva ironizzato Pietro. Io avevo lasciato cadere la sua battuta nel vuoto.
Già, com’era possibile? Con il vecchio ricevitore in mano l’avevo visto
oscurarsi in volto mentre lo leggeva.
Dobbiamo parlare, aveva detto semplicemente mia moglie. La sua
voce risuonava fredda e roca dall’altra parte dell’universo, e quando diceva così significava che, in realtà, dovevamo litigare.
Avevo evitato a Pietro l’imbarazzo di dirmi che il mio racconto non gli
piaceva. Gli avevo tolto un grosso macigno di dosso, e aprendo un’altra
bottiglia di vino, si era lasciato andare. Lo trovava fuori fuoco, un po’
troppo irrazionale, una storia che non portava da nessuna parte. Forse non
era il caso di bruciarsi questa occasione con il suo amico. Luca Ricci è uno
in gamba, ma anche un gran rompicoglioni. Magari in futuro, con qualcosa di più strutturato, gliel’avrebbe potuto far leggere. Forse era davvero
arrivata l’ora di tornare a casa. Ci eravamo abbracciati, mezzi ubriachi, ed
eravamo andati a dormire. L’indomani mattina mi sarei rimesso in viaggio verso casa. Una volta in camera, per l’ultima volta, l’avevo sentita tossire, e ci eravamo stretti nella notte, fino a non respirare.
Ero arrivato a casa, a Bologna, nel tardo pomeriggio. Sul mio tavolo
c’erano bollette da pagare, una multa presa da una delle ragazze, lettere
della banca, un paio di cartoline e inviti a mostre a cui non avevo nessuna intenzione di partecipare. Avevo rimesso in carica l’iPhone e mi erano
arrivati decine di messaggi arretrati, email, telefonate perse, ma non avevo
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nessuna voglia di rispondere a nessuno. L’unico mio desiderio era quello
di rimettermi a lavorare al racconto sui fantasmi per farlo diventare il mio
nuovo romanzo. Il romanzo che stavolta, lo sentivo, mi avrebbe fatto vendere migliaia di copie e vincere premi letterari.
Avevo solo chiamato mia moglie, che era ancora al suo studio, e mi
aveva risposto la sua segretaria. L’avvocato ha detto di dirle che sarà a casa
per cena. E, aveva aggiunto con un risolino la ragazza, ha chiesto di preparare qualcosa. Avevo chiamato anche le mie figlie, con cui avevo parlato qualche minuto in più del solito, e ci eravamo ripromessi di passare
insieme il fine settimana. Dalle loro parole era chiaro che non si erano
quasi rese conto della mia assenza.
Per me e per mia moglie avevo preparato un gin and tonic e mi ero
disteso sul divano, al buio, e avevo sorriso.
Avevo percepito quell’ombra, quel battito di ciglia improvviso, e
quando mia moglie aveva aperto la porta e aveva acceso la luce io le avevo
detto di spegnerla.
Puzzi di alcol, aveva detto lei dura, ma l’avevo baciata sulla fronte,
allungandole il suo bicchiere e brindando e danzando insieme nell’ombra.
Dopo la prima sorsata aveva tossito, e io l’avevo baciata di nuovo,
stringendola a me.
Ma che fai?, aveva detto lei, ma si stava già lasciando andare. Era l’ultima propaggine di razionalità dell’avvocato in carriera quale era che si
perdeva nella notte.
In quel momento avevo capito tutto, chi era il fantasma, chi ero io, e
cosa dovevo scrivere. Avevo intrapreso un viaggio agli Inferi e avevo riportato indietro qualcosa dal regno dei morti che mi sarebbe servito per il
resto della mia vita. Gliel’avevo sussurrato all’orecchio, al buio, e anche lei
aveva capito.
Quella notte, io e mia moglie, non abbiamo litigato.
Amore mio, sono tornato.
“Fantasmi”, il mio nuovo romanzo che avevo dedicato a Pietro e
Maddalena, era uscito esattamente un anno dopo quella prima notte al
Castello ed era stato il successo che nessuno si aspettava. Soprattutto
Pietro e Maddalena.
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A Vecchiomulino nella seconda metà degli anni Ottanta non è che ci
fosse chissà quale attrazione che permettesse ai preadolescenti di impiegare con profitto le estati. Così non restava molto altro da fare se non andare al mare, giocare a pallone e trovare una ragazzina da baciare. Non necessariamente nell’ordine. La mia attrazione personale si chiamava Deborah,
aveva i capelli lunghi e ricci, il corpo magrissimo e il viso rotondo.
Credevo di piacerle. O almeno così mi ripeteva mio zio, discreto pettegolo del paese, che soggiogava le sue fonti in lunghi aperitivi nell’unico
baretto della piazza. Lui si diceva convinto che Deborah fosse pronta a
cadere ai miei piedi, ad accettare la mia corte, a morire dietro alla mia zazzera a caschetto fuori moda da almeno un lustro. Perlomeno, se fra gli
svantaggi di vivere a Vecchiomulino la distanza temporale dal resto del
mondo la faceva da padrone, il fatto di non seguire le ultime tendenze non
veniva notato da nessuno. La modernità arrivava da noi solo dopo aver
percorso un lungo giro in corriera. Le musicassette ad esempio si compravano sui cataloghi postali, cui perlopiù ci si abbonava allo scopo di ottenere le prime offerte – omaggio o quasi – per poi resistere alle pressanti
lettere di nuovi ordini che sarebbero giunte nei mesi e negli anni a seguire. Le auto in circolazione erano assai, almeno in rapporto ai circa duemila abitanti, ma già solo vedere una Golf era raro come rimanere bloccati
da una mandria di mucche sull’unica via asfaltata che conduceva alla statale: un evento cioè tutt’altro che infrequente, ma tutto sommato nemmeno quotidiano. Un qualsiasi modello dell’Alfa Romeo più recente
dell’Alfasud scatenava nugoli di curiosi come si trattasse di una Porsche.
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GIANLUCA COLLOCA
In tutto questo mio zio, dalla sua posizione antropologicamente propizia di cliente fisso del suddetto unico bar in piazzetta, fra un campari e
una sambuca, una chiara media e un prosecco, un’amichevole estiva della
Juve e un commento sulla nuova Panda 4x4, osservava la popolazione
locale arrivando alla conclusione che io, a non essermi ancora dichiarato a
Deborah, ero proprio un idiota.
Era difficile dar torto a mio zio, almeno per la parte che mi riguardava. Quanto a Deborah, non riuscivo proprio a immaginare come lui
potesse essere certo che, se mi fossi fatto avanti, lei mi avrebbe accolto a
braccia aperte. A braccia aperte e basta, sia detto per inciso: anche perché
all’epoca, pure ci fosse stata l’occasione di ottenere qualcosa di più, io il da
farsi non sarei riuscito nemmeno a immaginarlo. Quanto a mio zio solo
in seguito, crescendo, capii come i forzati dell’aperitivo tendano a essere
dei gran cazzari.
In ogni caso io restavo col mio problema, comune perlopiù a tutti noi
amici, che arrivati intorno ai tredici anni cominciavano a capire che le
femmine non facevano poi così schifo come si pensava prima, ai tempi
delle elementari. Purtroppo a quell’età, in quegli anni, da quelle parti,
poche specifiche qualità permettevano di far colpo sulle ragazze: essere
bravi a pallone, dimostrare coraggio, guidare un’Apecar o parlare coi rutti.
E io sostanzialmente non ero portato per nessuna di queste attività.
Con gli amici si passavano le giornate andando al mare, giocando a
calcio, ritrovandosi in piazzetta, bevendo di nascosto birre calde e poco
altro. Io col pallone ero assolutamente negato, non avrei mai potuto mettere le mani su un’Apecar senza rischiare di essere ucciso da mio padre, e
anche a parlare coi rutti non me la cavavo granché, nonostante dalla primavera stessi cercando di rubare i segreti di Achille. Achille era più grande di un paio d’anni, ci aveva in simpatia e spesso si univa al nostro gruppetto. Per noi era un mito: la persona più compiuta sulla faccia della
Terra, il ragazzo più fico dell’intera Italia meridionale, l’essere umano più
addentro ai fatti della vita di quel sottile spicchio di Lucania. Incarnava
allo stesso tempo la figura del fratello maggiore che ti dà consigli per
affrontare il mondo e il bullo che ti ruba i soldi per per la sala giochi.
Comunque, a dispetto degli insegnamenti di Achille, a parlare coi rutti
non ero proprio capace. L’unica cosa che restava per mettermi in bella luce
con le ragazzine era dunque il coraggio. Non che ne avessi in realtà, ma
magari – pensavo – potevo lavorarci. O almeno fare finta. Anche perché
in quell’inizio estate, la sera tardi, avevamo preso l’abitudine di andare a
piedi fino al cimitero. In prima battuta, uscendo da Vecchiomulino e
lungo il tratto di strada iniziale, sembravamo ancora tutti allegri e solo
vagamente eccitati. Quando si trattava però di affrontare il lungo viale di
alberi pizzuti che portava dritto al cancello del cimitero, le gambe prende-
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vano a tremare. Era buio, molto buio, e nell’oscurità si sentivano rumori
mai uditi prima.
“Avete visto?”, strillò Achille a un tratto, la prima volta.
“Cosa?”.
“Una luce fra gli alberi. Non vi è sembrato di vedere una luce?”.
Di noialtri nessuno l’aveva vista, ma la cosa non ci impedì di cominciare a tremare. Dopo un’altra manciata di metri scorgemmo effettivamente un piccolo puntino giallo, in lontananza, perso fra foglie e frasche,
e subito scappammo via fra le grida.
La scena si ripeté praticamente ogni sera, in quel periodo. Al cimitero
non arrivammo mai, eppure i partecipanti alla camminata aumentavano
ogni volta, e da cinque che eravamo all’inizio presto diventammo un
nutrito gruppetto di una ventina di ragazzini. Tutti i nuovi sembravano
affascinati dall’olandese volante, la cui leggenda Achille raccontava ogni
sera nell’innocuo tratto di strada che conduceva fuori paese. Anche se i
dettagli cambiavano di volta in volta, si trattava della storia ideale per creare l’atmosfera giusta degna di un’impresa del genere.
In sostanza, facendo la tara delle cazzate e mediando fra le differenti
versioni della storia, posso dire che “olandese volante” fosse il soprannome di un vecchio cittadino di Vecchiomulino, vissuto intorno all’inizio
del secolo. Era stato chiamato così perché da giovane emigrò in Olanda
per lavorare. In realtà più probabilmente si era fermato nelle Fiandre, ma
“il belga volante” non suonava proprio come nomignolo. L’aggettivo
“volante” se lo era peraltro conquistato una volta deceduto, laddove voci
popolari volevano la sua anima vagare lungo il viale degli alberi pizzuti,
intenta a tormentare gli abitanti di Vecchiomulino. Ma che avevano fatto
questi per meritarsi cotanto astio? Pare che l’uomo, una volta tornato nel
paese natio in condizioni mentali non perfette – chi dice impazzito per
amore, chi per l’uso di sostanze psicotrope – fosse diventato lo zimbello
locale, e che questa dunque fosse la sua vendetta, nell’impossibilità di raggiungere la pace eterna.
La storia ovviamente faceva acqua da tutte le parti, ma su dei tredicenni fifoni poteva esercitare comunque una discreta influenza.
“Guarda qua”, mi disse una volta Achille, sottovoce. Teneva in mano
una piccola torcia elettrica.
“Appena vedi la lucetta e mi senti gridare”, continuò, “grida anche tu
e mettiti a correre”.
Le nostre passeggiate al cimitero si fermavano così sempre nel buio
viale degli alberi pizzuti, fra strilla, corse a perdifiato in direzione opposta
al cimitero e grandi imprecazioni lanciate all’indirizzo dell’olandese volante. A volte non serviva nemmeno che Achille azionasse la piccola torcia:
bastava un grido e tutti ci mettevamo a correre.
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Io, consapevole del trucco, mi sentivo molto più tranquillo e sicuro di
me, persino coraggioso. Cominciai a pensare che potesse essere una buona
occasione da sfruttare, anche con Deborah. Le ragazze in realtà non venivano mai con noi in quelle camminate verso il cimitero. Era buona cosa
che una tredicenne non si allontanasse dal paese in compagnia di un nugolo di adolescenti più o meno pronti ad arraparsi. Se c’era da baciare qualche femmina ci si appartava di solito in qualche via buia, ma sempre dentro Vecchiomulino, come la stradina sterrata dietro il fornaio o l’altra che
portava al campo di bocce. Se invece si voleva fare qualcosa di più serio il
luogo ideale per starsene tranquilli era il giardino della scuola media, il cui
edificio si trovava poco fuori dal centro abitato. Per quanto tutti millantassimo attività sessuali degne di pornoattori di discreto successo – ognuno pronto ad annuire convinto al racconto degli altri solo per essere poi
ricambiato al momento della propria descrizione di prestazioni sul cui
effettivo sviluppo pratico nessuno aveva le idee nemmeno lontanamente
chiare – solo di Achille si diceva che lui davvero, dietro la scuola media, si
era fatto fare un pompino da una ragazzina racchia che nessuno di noi
avrebbe mai baciato nemmeno sotto tortura. Ma lui, che aveva già capito
come agli atti di machismo giovasse più il non detto che non l’ostentata
vanteria, non dava mai una risposta precisa in merito.
Parlandone con gli amici chiesi dunque se non fosse il caso di invitare
qualche ragazzetta alla successiva camminata verso il cimitero. Senza
magari portarci dietro tutti gli altri, solo noi quattro-cinque e qualcuna
che ci piaceva. L’idea fu approvata e appoggiata. La sera stessa, menandocela da veri cazzoni di paese in età prepuberale, come da programma ci
avvicinammo a Deborah e alle sue amiche, proponendo loro l’idea, che
piacque subito. Aspettato che i genitori delle femmine fossero tornati a
casa, con circa un’ora di coprifuoco a disposizione, decidemmo di metterci subito in marcia verso il cimitero.
Achille purtroppo non era dei nostri. Quella sera anzi non si era fatto
proprio vedere, ma ogni tanto gli capitava di scomparire, così non demmo
troppa importanza alla sua assenza. Senza contare che avevamo ben altri
progetti per la testa, e poco tempo a disposizione. In realtà senza il nostro
amico non avevamo nemmeno la piccola torcia elettrica per proiettare una
confusa immagine di paura fra gli alberi bui, ma – tredicenni fino in fondo
– contavamo di riuscire in qualche modo a svoltare la situazione.
Durante la prima parte del tragitto fui io a raccontare alle ragazze la
storia dell’olandese volante, naturalmente sbagliando più volte le informazioni, ma lasciando capire come lungo la strada degli alberi pizzuti un’anima si aggirasse tormentata, la notte. Giunti all’imbocco del viale non sapevamo più che fare. Andammo avanti. Se prima provavamo a guardarci
negli occhi cercando l’uno negli altri un’ispirazione che non arrivava, col
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buio fitto nemmeno potemmo più aggiornarci visivamente. Provavamo a
chiederci sottovoce il da farsi, ma nessuno aveva idee geniali, o anche solo
idee e basta.
Arrivati circa a metà del viale degli alberi pizzuti, io seguitavo a scervellarmi su come far apparire una luce con la sola forza del pensiero e contemporaneamente baciare Deborah senza farmi notare da lei – temendone ancora il rifiuto. Se fossi riuscito a realizzare entrambe le cose in
un’unica mossa avrei potuto finalmente dirmi fiero di me stesso.
A quel punto, all’improvviso, sentimmo – sinceramente inaspettati –
dei rumori fra le foglie e il sottobosco a lato della strada.
“Dev’essere l’olandese volante”, dissi, con la voce che mi tremava di
paura, ma deciso a sfruttare fino in fondo quella concessione del destino.
Si trattava di una volpe? Di un gufo? Di un branco di lupi o di cani randagi che ci avrebbero sbranati tutti? In ogni caso tanto valeva approfittarne.
Nei secondi successivi si sentirono ancora altri rumori. Finalmente,
terrorizzata, Deborah si strinse a me. Per fortuna la paura la faceva tremare parecchio, così da non potersi accorgere come stessi tremando anch’io.
Poi, dalle frasche, saltò fuori un’ombra, che con un balzo venne a piantarsi in mezzo alla strada, giusto di fronte noi. Il nostro grido di terrore fu
istantaneo e perfettamente coordinato. Certo, avessimo avuto il tempo e la
lucidità di mettere a fuoco la figura nel buio, avremmo potuto riconoscere
– pur se solo vagamente – Achille con una maschera da hockey calata sulla
faccia, come in Venerdì 13. Ma noi eravamo troppo impegnati a correre il
più velocemente possibile per sognare minimamente di voltarci indietro.
Percorsa in senso inverso la via degli alberi pizzuti, al cospetto delle
prime luci e delle prime case, potenzialmente al sicuro, continuammo
ugualmente a correre senza nemmeno respirare o far caso ai muscoli che
cominciavano a far male per lo sforzo. Io ebbi il colpo di genio di fermarmi ad aspettare Deborah, che correva meno veloce, riuscendo nel contempo anche a rifiatare. Lei mi raggiunse stringendomi in un abbraccio di
paura, proprio come si vede nei film horror. Sul momento però riuscii a
non pensare che l’olandese volante o chi per lui avrebbe potuto raggiungerci e ucciderci, o farci a pezzi, o mangiarci, insomma quelle cose che di
solito fanno questo genere di personaggi in queste determinate situazioni.
E così fissai Deborah, che era senza fiato, tremante e cogli occhi pieni di
terrore: il momento perfetto per baciarla.
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CREPUSCOLO
OMAR DI MONOPOLI
Non c’era verso di smuoverlo.
Se ne stava là, spaparanzato dietro il tavolo del soggiorno, a spolverarsi un piatto di orecchiette con le cime di rape con sistematica, irreprensibile voracità.
Papà, provai a dirgli andandogli incontro, non dovresti essere qui.
Ragazzo, sbruffò lui con la bocca piena, perché non la pianti di rompermi i coglioni e dici a tua madre di scaraffare un’altro po’ di vino, ché
c’ho ancora da andare al mercato, oggi?
Papà, insistetti, in apprensione.
Cosa?
Mamma è morta…
Lui interruppe tutto quel gran lavorio di mascelle per fissarmi attonito.
Da dieci anni, aggiunsi.
Dieci anni?
Già. E anche tu, bhé, ecco… continuai, l’altra sera è toccato anche a te!
‘Nnaggia li santi, smozzicò lui trattenendo con uno sforzo immane il
suo proverbiale caratteraccio. È toccato anche a me cosa?
Io gli stavo innanzi, a pochi metri, imbarazzato e, come sempre al suo
cospetto, in forte soggezione. Sapevo che non l’avrebbe presa bene. Sapevo
che, testardo com’era, ci avrebbe messo un po’ prima di farsene una ragione.
Hai avuto un colpo, lo misi al corrente parlando piano. Due giorni fa,
di ritorno dai campi…
I suoi occhi color ardesia si accesero di colpo incenerendomi, ma che
cazzo stai dicendo? sbraitò, puntandomi con la forchetta tesa come se
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OMAR DI MONOPOLI
volesse infilzarmi con la stessa spietatezza con cui aveva dato fondo alle
orecchiette.
È così papà. Non andava granché bene, ultimamente: soffrivi di vertigini, e salire per le scale ti procurava il fiatone; possibile che non te ne
ricordi?
Fece una smorfia contratta, dannatamente sgradevole, l’incredulità
frammista allo sdegno incistati nelle mille pieghe della fronte. Poi rivoltò
lo sguardo al cielo, annaspando come se avesse recuperato un frammento
di memoria per farselo subito sfuggire di mano.
Tu, proruppe seccato, tu sei fuori di cervello, ragazzo. Io l’ho sempre
detto pure a mamma tua: bada a quello lì, signora mia, tienilo d’occhio
perché tuo figlio sta venendo su parecchio strano…
Papà, ti prego, è già così difficile, per me…
Mise da parte con una manata il piatto vuoto e afferrò il fiasco davanti a sé ingurgitando a garganella ciò che restava del vino. Poi si prodigò in
un rutto generoso e finalmente, ispirando maestoso, si decise a riprendere
parlare: perché non ti trovi una femmina, perdio, disse, alla tua età io saltavo la cavallina ch’era un piacere… tu invece te ne stai sempre chiuso qua
dentro, davanti a quel cazzo di computer! Ma che? Mica sarai ricchione,
nevvero?
Riuscii a infilarmi nelle sue parole. Il dottore, lo incalzai cercando di
riportarlo alla realtà, quello almeno te lo ricordi? È venuto qua dritto dritto da Taranto, all’ora di cena. Tu stavi nel letto, su in camera tua, deliravi, e io ti tenevo la mano assieme a zia Rosa.
La zia Rosa? esplose lui sarcastico lisciandosi piano il ventre svasato.
Bella pelle, quella vecchia isterica: da quando suo marito se l’è battuta con
la sua segretaria ha mandato in culo tutte le sue pose da cittadina per tornarsene quaggiù in campagna, a rompere a noialtri i comesichiamano…
Lo guardavo fissarmi in tralice nella penombra, il suo corpaccione
ingombrante che assediava la porzione di parete alle sue spalle come una
piccola montagna che un sommesso rantolio faceva vibrare appena percettibilmente.
Hai penato tutta la notte, pa’, ripresi io, poi all’alba hai smesso di
respirare.
Nella sala si addensò un silenzio infarcito dei suoni provenienti dall’esterno: il pigolare indomito delle galline, il placido scampanare della
mucca. Un cagnaccio che si sgolava abbaiando in qualche posto chissà
quanti chilometri lontano.
Figliolo, fece il mio vecchio levandosi con un sospiro. In giovinezza era
stato un vero marcantonio, uno capace di tribolare sulla trebbiatrice per
tutto il giorno e poi fare le ore piccole tra puttane, risse e sbevazzoni.
Dimmi, lo incoraggiai. Non osavo avvicinarmi un passo di più.
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CREPUSCOLO
19
Lui adesso aveva scaraventato lo sguardo oltre il vetro della finestra,
assaporando con espressione assente l’uniformità del paesaggio agreste che
circondava la fattoria.
Non ci riesco, ammise grave dopo una pausa che parve interminabile,
non posso crederci! Uno passa un sacco di tempo a cercare di capire.
Piange, ride, scopa, caca. Una vita intera a cercare di dare un senso a questa bolgia, e poi, all’improvviso, è tutto finito!
Mi spiace, pa’, balbettai, incapace di aggiungere altro.
Tu come farai, adesso? domandò senza voltarsi.
Ce la farò, pa’, risposi, vedrai che non ti deluderò.
Sicuro?
Dondolai la testa piano, in un cenno affermativo.
Non avevamo mai parlato così. Mai prima d’ora.
Bhe’, allora addio, sentenziò infine regalandomi un sorrisetto, quindi
circumnavigò il soggiorno con due occhietti spenti e rassegnati e lentamente, con la pesantezza di un grosso animale, si congedò infilando la
porta. La luce ramata del crepuscolo affollò la stanza ridefinendone i contorni e, prima ancora che potessi aggiungere altro, mio padre era scomparso, inghiottito assieme alla mia giovinezza dal fluire irreversibile del
tempo.
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QUANDO LA NOTTE SI FA PIÙ BUIA
LUCA RICCI
– Litigano ancora?
– Sempre di più.
Nonna Ada mi dette una carezza con le sue mani sottili come carta
velina.
– Eppure sono una bella coppia: fesso lui, fessa lei.
– Pensi che si lasceranno?
– No.
– Perché?
– In linea di massima ai coniugi piace litigare.
– Non potresti informarti ai piani alti?
Nonna Ada sbuffò, ma io tornai alla carica.
– Non puoi fare una seduta spiritica?
– Non ne ho più le forze.
– Io diventerò un medium come te?
Nonna Ada mi guardò come se stesse osservando una mia radiografia.
– Chissà.
Per un pò le grida che provenivano dal piano di sotto presero il sopravvento.
– Posso venire a stare qui?
– E dove ti metto? Questa casa è un buco.
– Non ne posso più di quei due.
– È colpa della monotonia sessuale.
– Dici?
– Ma certo.
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LUCA RICCI
– Credi che dovrebbero farsi un'amante?
– Uno o più. Ma non voglio romperti con queste idiozie da grandi.
A quel punto sentimmo mia madre rompere un piatto. E poi un altro.
E poi un altro ancora. Probabilmente mandò in frantumi tutto il servito.
Gli occhi di Nonna Ada allora si fecero più buoni.
– Vuoi sapere quali poteri sviluppa un medium?
– Sì!
Nonna Ada cominciò a parlare facendo ampi gesti con le mani.
Innanzitutto c’era la telecinesi, cioè la capacità di spostare un oggetto con
la sola forza del pensiero. Dichiarai solenne che ci avrei provato con una
caramella al rabarbaro che teneva sul comodino. Socchiusi gli occhi e mi
puntai gli indici alle tempie.
– Succede qualcosa?
– Non un granché. Vuoi sapere il secondo potere?
Annuii e nonna Ada riprese a gesticolare. Il secondo potere consisteva
nella psicocinesi, ovvero la capacità di leggere nel pensiero.
– Dovrei dirti quello che stai pensando in questo momento?
– Esattamente.
– Non ne ho la più pallida idea.
Nonna ridacchiò e passò alla delucidazione del terzo potere. Si trattava
dell’ipnosi, ovvero la possibilità di guardare nelle vite passate delle persone.
– Rilassati.
– Sono rilassata.
– Lasciati condurre indietro nel tempo.
– Ok.
– Chi sei adesso?
– Sono sempre nonna Ada, ti dispiace?
Scrollai la testa.
– Ho fatto cilecca.
– Devi allenarti.
– Allenarsi a essere eccezionale mi sembra un controsenso. Se avessi
davvero dei poteri si manifesterebbero da soli.
L’affermazione divertì particolarmente nonna Ada. Se avesse potuto,
sono sicuro che si sarebbe alzata per tributarmi una standing ovation.
– Mi sento una schiappa irrimediabile.
– Lo so.
– I medium sanno tutto?
– No, ma sono stata un’adolescente prima di te.
– Non ne posso più dell’adolescenza.
– So anche questo. Eppure crescere è una fregatura.
– Perché?
Nonna Ada ci rimuginò sopra qualche istante prima di rispondere.
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QUANDO LA NOTTE SI FA PIÙ BUIA
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– Quando ti fai una doccia pensi mai alla bolletta del gas?
– No.
– E quando guardi la televisione ti viene mai in mente la bolletta della
luce?
– No.
– Ecco, crescere vuol dire pensare alle bollette.
Intanto al piano di sotto, dopo la sfuriata in cucina, i miei genitori
erano passati in giardino. Se ne dicevano di tutti i colori. La più bella di
mio padre fu: “Ti ho fatto sempre dei bei regali solo perché il tuo compleanno capita nel periodo dei saldi”. La più bella di mia madre invece: “Sei
entusiasmante come una partita di bocce”.
– Il sesso annoia dopo un po’?
– Soltanto se non si cambia partner.
– Perché non glielo dici?
– I tuoi genitori sono ottusi. A loro piace farsi del male. Non si lasceranno.
– Ne sei davvero convinta, o mi stai trattando da stupido?
– Ne sono convinta.
– Se non faranno pace potrò venire a dormire da te?
Ancora una volta gli occhi rugosi di nonna Ada diventarono buoni.
– Prima o poi avrai uno spirito guida.
– Cos’è?
– Una specie di angelo custode. Tutti ce l’hanno, ma non sempre se
ne rendono conto.
– Uno spirito tutto per me?
– Proprio così.
– Visto che non è possibile fare affidamento sui vivi, sarebbe bello
poter contare almeno sui morti.
Nonna Ada ingollò l’ennesima caramella al rabarbaro e cominciò a
ciucciarla serafica.
– Ma come farò a sapere che il mio spirito guida è con me?
– E’ una cosa che si sente.
– Come avviene l’incontro?
– È difficile spiegarlo a parole. Comunque si chiama epifenomeno tangibile.
– E se il mio spirito guida non mi andasse a genio?
– Fossi in te non farei tanto lo schizzinoso. Certi doni non si discutono.
– Puoi intercedere per me e farmi avere uno spirito guida femmina?
– Non devi farci sesso. Sarà un consigliere. Un faro quando la notte si
farà più buia.
Sbuffai. Non mi piaceva quando nonna Ada si metteva a parlare per
metafore. Da basso non si sentiva più volare una mosca. Visto che i miei
genitori si erano dati una calmata decisi di tornare al piano di sotto.
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LUCA RICCI
Mia madre ricomprò il servito di piatti. Mio padre continuò a giocare
a bocce ogni mercoledì sera. In linea di massima l’occupazione in cui primeggiavano era odiarsi. Erano terribilmente suscettibili. E le zuffe si sprecavano. Fu una sera a cena che presi la mia decisione.
– Mi passi un altro po’ di carne?
Mia madre annuì e affibbiò a mio padre un’abbondante cucchiaiata di
patate.
– Ho chiesto carne, non patate.
– La carne è finita.
– E allora non darmi niente.
– Non mi sembrava carino.
Mio padre si cimentò in uno dei suoi cavalli di battaglia: un profondo
sospiro accusatorio.
– Spacciare un cibo per un altro ti sembra carino? Se non c’è niente
non darmi niente. Guardiamo in faccia la realtà ogni tanto, vuoi?
Lo proposi prima che la situazione degenerasse.
– Posso traslocare su da nonna?
Sembrarono non darmi ascolto. Mia madre aveva preso un’altra cucchiaiata di patate, ma invece di deporla nel piatto la scagliò sulla parete di
fronte al tavolo. La colata d’unto sul muro rappresentava al meglio il
punto in cui erano arrivati.
– Io me ne vado su da nonna, ok?
Mio padre mi dette un’occhiata torva.
– Non mettertici anche tu.
– Nonna sarebbe felice di ospitarmi.
A quel punto mia madre s’imbestialì.
– Ti sembra il momento di fare il buffone? La casa di sopra è in vendita. L’abbiamo deciso subito dopo il funerale.
Corsi immediatamente al piano di sopra. Mi accolse un’eco – quel
rumore vuoto dei posti disabitati –, che non prometteva nulla di buono.
Non ero nient’altro che un adolescente che cercava di farsi largo nella vita
con una manciata di canzoni ricopiate sul diario e un migliaio di amici su
Facebook. Non ero né carne né pesce, troppo grande per sentirmi un ragazzino, troppo piccolo per essere già un adulto. Eppure in quel momento
capii che la notte, a un certo punto, si fa sempre più buia. Bisogna aspettarselo, e cercare di reggere l’urto. Con o senza poteri speciali.
Mi feci forza e chiesi soltanto: “Nonna, ci sei?”
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ASTRO NASCENTE
GIANLUIGI RICUPERATI
L’autista si chiamava Emilio.
Suo padre si chiamava Eliso.
Il padre di suo padre si chiamava Elvezio.
Il padre di suo nonno aveva preso il colera ed era morto guardando un
piccolo verme muoversi sull’orlo del poggiatesta, mentre la famiglia era
lontana, e l’ospedale brulicava di spettri appena venuti al mondo. Gli
istanti che precedono la morte sono in verità atti di miopia, di astigmatismo: si vedono solo gli oggetti più vicini: e quelli lontani possono sembrare meno distanti di come sono davvero.
Nel 1991, per un anno, Emilio aveva lavorato come un pazzo, senza
prendere mai un giorno di ferie, 365 sveglie all’alba, gittate notturne nel
cielo asfaltato europeo, Ginevra-Milano-Basilea-Chiasso-Brescia-BiellaTorino-Berna. Lavorava per un astro dell’alta finanza che nel 1990 era
diventato proprietario di una holding chiamata Idicord.
Emilio viaggiava, guidava togliendo e indossando gli occhiali da sole.
Le auto con conducente sono piene di occhiali da sole. Una volta il suo
cliente, l’astro, gli aveva chiesto di non farsi più superare da un’automobile di grossa cilindrata che li aveva appena lasciati di stucco, costretti a entrare nella corsia di destra, convinti per mezzo dell’eccesso di prossimità a
optare per il lasciapassare. Emilio aveva riacciuffato l’auto, che a sua volta
lo aveva nuovamente ripreso in corsa. Emilio guardava il suo padrone che
fingeva di leggere il giornale, ma nessuno legge il giornale a 180 km orari,
nemmeno su una Mercedes 6000 a passo breve. Doveva riprenderlo. Quei
365 giorni furono fitti di ordini impliciti, richieste irragionevoli, piccole
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GIANLUIGI RICUPERATI
vanità. Emilio guadagnava una media di 800.000 al giorno, in contanti,
che mese dopo mese lo convincevano di essere diventato una specie di re
zingaro: osservava le sue Mercedes, impilava le banconote da Cinquecento
Mila, si addormentava stanco e felice. Le persone semplici hanno poche
battute, le riciclano finchè una nuova non arriva a sostituire le precedenti,
come un fantasma turistico in un percorso medioevale. La sua battuta preferita era: chiamatemi anche nel cuore della notte e io arrivo. Ho troppo rispetto del denaro per non avere rispetto dei miei clienti. Non era una battuta,
naturalmente. Si condensava in quel ragionamento un’intera filosofia di
vita, che lo aveva allontanato dalla prima moglie e dalla seconda, e dai due
figli, quello biondo avuto dalla seconda e quello riccio avuto dalla prima.
Nel 1991 Emilio viveva una sessualità recessiva, imperniata su pochissimi
rapporti reali e un numero imprecisato, rilassante, di masturbazioni. C’era
una ragazza che ospitava i clienti, proprio sopra il barbiere da cui si serviva
Emilio: aveva un tatuaggio sulla spalla destra e pesava ogni volta di più. Lo
lasciava soddisfatto, privo di qualche decina di migliaia di lire che aveva
sottratto dal pozzetto tzigano dentro il quale nascondeva i soldi.
La Idicord aveva rampicato come un’edera sulle pareti di alcuni istituti bancari e di un’assicurazione. Piccole quote, che aumentavano di mese
in mese come i volumi di cellulite sulle gambe della ragazza che dava sesso
a Emilio. Cominciarono a uscire articoli sulle pagine finanziarie dei quotidiani, e un mattino di aprile Emilio accompagnò il suo astro nascente a
Rozzano, dove lo aspettava il fotografo di Class, che gli avrebbe dedicato
un servizio. La vita dell’autista è fatta di lunghe attese, e nelle più acute
Emilio usciva dall’auto e sistemava accanto alla portiera un attrezzo da
palestra color blu cobalto, composto da due pedali piuttosto rigidi, che
doveva premere con movimento alternato e che, prima uno poi l’altro, lo
facevano dondolare verso l’alto come se stesse scalando una salita in bicicletta. Un giorno l’astro nascente si avvicinò all’automobile all’improvviso – di solito Emilio se ne accorgeva perché non voleva mai farsi trovare
fuori posto, indisponibile alla partenza improvvisa: quella volta l’astro
sbucò dal nulla, o così sembrò al suo servitore mobile, che arrossì.
Un giorno di ottobre del 1992 Emilio aprì il giornale e lesse che nell’ambito di un’inchiesta sui finanziamenti illeciti ai partiti la Idicord, nella
persona del suo legale rappresentante astro nascente, era stata raggiunta da
un avviso di garanzia. L’espressione avrebbe raggiunto il successo di lì a
poco, ma per Emilio si trasformò in un battito persistente d’ali negative,
all’altezza del piloro, proprio dove si scremano senza timore di smentita le
notizie che aprono da quelle che chiudono. L’astro nascente era diventato
di fatto il suo cliente numero uno. Era anche il solo, un soggetto umano
capace di far transitare verso di lui ingenti quantità di autostima, energia
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ASTRO NASCENTE
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e in fin dei conti liquidità. Provò a chiamare il cellulare dell’astro – era
spento. Sapeva bene cosa significava, anche se lui non ne possedeva ancora uno. Il numero cominciava per 0364, e quando l’astro premeva un
certo tasto l’apparecchio perdeva come un fiato di esistenza e scompariva
nel nulla: succedeva quando c’erano guai in arrivo. Emilio aveva la netta
sensazione che gli affari dell’astro fossero illeciti, ma il problema dell’illiceità non assumeva nessun contorno davvero percepibile, contiguo, tastabile, per l’impermeabile corazza dell’insetto che macinava multe autostrade e benzina. Come accadeva a tutti gli uomini di una certa classe sociale,
di una certa generazione, nati in talune circostanze e non in altre, il contatto costante con un’altra classe sociale non significava necessariamente
comprensione esatta. L’astro apparteneva di fatto a un’etnia sconosciuta,
ammirata, temuta, tenuta a distanza e insieme anelabile, inappellabile,
inavvicinabile soprattutto nei meccanismi quotidiani, millimetrici che
mettevano in moto – riga per riga, azione dopo reazione. Tutto gli sembrava urgente, nella vita dell’astro. Niente gli appariva conseguente. Non
capiva perché incontrava un uomo per dieci minuti, vicino a una cabina
telefonica, nel centro esatto di Ginevra, a un tiro di spore dai venti del
lago, mentre fuori ghiacciava e potevano vedersi in un bar. Non si scambiavano nulla, parlavano senza guardarsi negli occhi con il genere di movimenti che compie un giardiniere quando deve potare un albero. Non capiva letteralmente perché il denaro si trasformasse, moltiplicasse, perché
facesse correre le persone in quel modo e corresse esso stesso a quella velocità. Sentiva brandelli di conversazioni, perché era curioso: ma l’insieme
di quelle informazioni erano dati fantasmatici, incomprensibili. Un giorno un’altra battuta, più simile a una vera freddura, entrò nella sua vita.
Cominciò a dire al panettiere, al signore della pompa di benzina, alla proprietaria del bar, sono un uomo della strada, sono l’uomo della strada.
Il 12 ottobre 1992 Emilio andò a prendere l’astro nascente a casa sua,
in piazza delle Erbe. Non avevano mai parlato delle tangenti, anche se lo
aveva sentito nominare al tg3 nazionale, al tg3 regionale, al radiogiornale
della mattina, dell’ora di pranzo, e persino durante quei break che interrompono il flusso delle canzoni nelle radio commerciali. Avrebbe voluto
dirgli dottore, porti pazienza. Emilio aveva imparato quell’espressione da
bambino, quando Eliso, suo padre, venne interrotto da un poliziotto che
stava esaminando i suoi documenti, un’estate, mentre la famiglia muoveva verso le vacanze sudate dei primi anni cinquanta. Eliso disse ‘sia paziente, appuntato, ma i miei figli sono degli scavezzacolli’. L’appuntato non
aveva mostrato alcun segno di nervosismo, in verità: forse per questo reagì
di scatto, facendo sbattere il libretto sull’orlo metallico della 600 color
latte arrugginito. Un soldato porta sempre pazienza, disse guardandolo in
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GIANLUIGI RICUPERATI
faccia con un tono che Emilio non avrebbe dimenticato più. Era come se
una radiosa diversione atmosferica – il riassunto di una pioggia umiliante
– avesse fasciato e legato suo padre a quell’istante, l’istante che ogni
maschio prima o poi incrocia lungo il percorso che porta dall’essere innocente all’essere un fantasma. Emilio pronunciava porta pazienza con il suo
accento del Piemonte orientale. La famiglia di Emilio ed Eliso, e ancor
prima di Elvezio e di suo padre, e quindi l’intera legione verticale di spettri che vagheggiavano nei sogni dei posteri, aveva perso una grande occasione di affrancamento economico quando la Regione Lombardia aveva
offerto una considerevole cifra per lasciar liberi i terreni incolti di cui
erano proprietari, in vista della costruzione dell’aeroporto di Malpensa.
Ancora oggi a 900 metri dall’ingresso dell’aeroporto la rete che separa
l’inizio dell’area pubblica e la fine degli appezzamenti privati disegna una
strana torsione, perché Eliso si era rifiutato di vendere – credeva nei fantasmi, a suo modo, ed era un uomo superstizioso, attaccato come una palla
magica al piede dei propri antenati, al ricordo inutile di una delle tante,
innumerevoli famiglie italiane. I vicini e gli amici e i parenti chiamavano
Eliso l’indiano perché aveva queste bizzarre fissazioni con i propri morti,
un rispetto per la terra e per gli abitanti senza più corpo.
Quella mattina, il 12 ottobre, in piazza delle Erbe, l’astro nascente
s’infilò in auto come di nascosto, come se fosse un ospite aggiuntivo. Era
bianco, come impaurito, e il suo ingresso venne preceduto da quello di
una borsa, la borsa rigida quadrata di pelle, da dottore di provincia, la
borsa in cui stipava i contanti. Ce ne stavano abbastanza da comprare un
alloggio di medie dimensioni nel centro di una grande città europea.
Erano pronti per partire. Ma un istante prima che Emilio mollasse il pedale della frizione, l’astro nascente gli disse ferma, aspetta un secondo ancora,
non mi sento bene. Ed Emilio spense i motori, chiedendo se aveva bisogno
d’aiuto. L’astro nascente scappò via dall’auto con un’andatura goffa e
insieme rapida, come di chi sta scoppiando nelle viscere. Emilio non fece
un passo, restò lì, fermo, fissando il volante.
Un’ora dopo Emilio sentì sempre più immediata, al centro dello specchio auricolare, la sirena di un’ambulanza. Stava venendo lì. Stava puntando davanti al portone dell’astro nascente. Fu tutto rapido e confuso. Lo
condussero all’interno della vettura bianca e rossa in barella, e sparirono
con lui dentro senza lasciare traccia. Un attimo dopo la piazza era di
nuovo vuota, i pochi passanti avevano smesso di commentare e la
Mercedes di Emilio era ancora lì, con dentro il suo carico di contanti.
Girò per una settimana con il fantasma del suo uomo in banconote, per
le valli alpine e lungo le tangenziali delle grandi città europee, forse cercando una casa in cui chiudersi per qualche tempo e decidere sul da farsi.
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NATURA MORTA
CARLOTTA VISSANI
Come ogni notte sogna di sfogliare insieme a suo padre un enorme
album di fotografie trovato dentro un baule senza serratura. Un libro di
ricordi in immagini usurato dagli anni, dalle mani, dagli occhi di chi ormai
non c’è più, vivo solo in quell’istante catturato dall’obiettivo per renderlo
eterno. Sembra il grande tomo dei morti e nonostante ogni volto ammicchi sorridente e apparentemente sereno, le braccia aderenti ai fianchi per
assumere una posizione composta o svolazzanti a mimare un saluto a destinatari ignoti, c’è un che di inquietante in quei corpi muti in bianco e nero,
totalmente inconsapevoli riguardo la morte e quindi rilassati, lontanissimi
da un’idea di fine. È di pelle marrone, con una C in carattere gotico incisa
al centro della copertina; al tatto è fresco e liscio. Si accoccolano su un divano bianco pieno di cuscini colorati e soffici, posizionato al centro di una
stanza vuota dal soffitto altissimo, bucherellato come le scatole di cartone
per il trasporto di volatili o di piccoli roditori. La luce fioca si irradia da un
lampadario di ferro battuto in stile medievale che penzola incerto, attaccato a una catena a maglie larghe, dando la sensazione di essere appeso al
niente. Le pareti intonse, perfettamente rasate, senza un buco o una stuccatura a guastare l’assenza abbacinante di tutti i colori, li serrano dentro un
cubo di cemento privo di porte e finestre. Non sembrano affatto preoccupati dall’impossibilità di uscire qualora volessero, la sensazione di essere
sigillati dentro quella che potrebbe anche essere una scatola di fiammiferi,
per quanto ne sanno, è tutto sommato rassicurante, come regredissero a
uno stato primordiale secondo cui la tana è un bisogno da cui non si può
prescindere. I loro corpi sembrano sovrapporsi. Stanno rannicchiati, i piedi
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CARLOTTA VISSANI
nudi, le ginocchia incollate al petto, le teste a sfiorarsi. C’è elettricità, un
campo magnetico che comprime spazio e forme.
Lei è la cerimoniera. Sfoglia le pagine con lentezza esasperante, soffermandosi su ogni dettaglio, indicando con il dito tutte le persone che riconosce, immortalate nei loro anni migliori, anche se alcune le ha incontrate poche volte prima che tornassero cenere, nei suoi continui spostamenti da una casa all’altra, sempre in mezzo ai vecchi, come fosse un pacco
postale che nessun destinatario può tenere troppo a lungo. Suo padre,
invece, appare mesto, focalizzato sulle foto di lei bambina, con un fiocco
tra i capelli, avvolta in abitini pastello con la pettorina ricamata a punto
smoking, il vento in faccia mentre scalcia sul seggiolino della bicicletta o
mentre è intenta a raccogliere i frutti dell’ippocastano cascati dai rami
carichi nel bosco in miniatura dietro il liceo classico vicino casa. Immagini
che li ritraggono nei vari viaggi in Toscana - Pisa, Lucca, Volterra, Massa
Carrara - o ai lati delle lunghissime statali costeggiate da campi di girasoli e grano maturo, incorniciate da filari precisi di castagni che si perdono
su un orizzonte lattiginoso, l’asfalto ustionante, prossimo al punto di
liquefazione. Sono entrambi morti, o almeno questa è la verità narrata dal
sogno, ma mentre lei ricorda perfettamente come è mancato suo padre, lui
non riusce a riordinare i cassetti della memoria e si fa via via più agitato,
sforzandosi di fare mente locale sull’istante in cui, da lassù, l’ha osservata
muovere un passo verso le porte dell’eterno ritorno. Cambia posizione a
intervalli sempre più ristretti, sprimaccia i cuscini, se ne poggia uno sulla
pancia stringendolo come a proteggere il centro del suo mondo, urta il
bracciolo alla sua destra, piega una gamba sotto il sedere, si tocca il colletto della camicia per fare spazio alla gola, si sbottona per poi litigare con
l’asola stretta, scuote la testa in segno di diniego. Lei gli suggerisce di calmarsi anche se le labbra non emettono suoni ma parole materiche, tridimensionali, fumetti a forma di nuvola, come quelli disegnati dai bambini,
in dissolvenza immediata come anelli di fumo. Sanno che quello sarà,
comunque andranno le cose, il loro ultimo incontro.
Innumerevoli le foto delle tre zie sorelle-zitelle quando non erano ancora carcerate dentro i pesanti letti barocchi, le ossa infestate dal male, gli
organi mal funzionanti, lo sfintere canale aperto privo di controllo muscolare, la pelle flaccida, i tendini lacci da scarpe sfilacciati. Zia Melina non s’è
mai vista stare in piedi, era sempre distesa a pancia in su, affossata nel materasso di un’alcova a baldacchino, mausoleo intarsiato di fronte a una finestra con le persiane di legno serrate. Sopra la testata era appeso un quadro
raffigurante l’Annunciazione, l’arcangelo Gabriele con un giglio tra le mani
e la Madonna vestita di blu pronta ad accogliere la lieta novella, futura
genitrice di un semidio venuto da chissà dove. I confini di quel corpo prosciugato dall’immobilità si facevano strada sotto il lenzuolo, i capelli radi e
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canuti sparpagliati sul cuscino, le mani divorate dall’artrite, le unghie giallastre e tagliate corte per evitare si graffiasse involontariamente nel sonno,
le ginocchia come palle da biliardo innestate sulla stecca, il catetere che si
riempie di urina giallo canarino. Addolorata, la badante meridionale con
un antro vuoto al posto della bocca ché dal dentista non ci voleva andare
per la paura di mole e trapano, teneva sempre tra le mani un rosario che
sgranava con impegno muovendo appena le labbra sottili e grinzose, come
una moderna sciamana che chiama a sé gli spiriti dall’aldilà. Lei allora, lo
ricorda come fosse ieri, si sistemava silenziosa sul bordo di una sedia di
legno mangiato dalle tarme, accanto al cassettone con il ripiano di marmo
screziato e lasciava che gli occhi si imbevessero della paura di diventare vecchia, di perdere la dignità a causa del tempo che scorre impietoso, troppo
in fretta per potergli stare dietro. Addolorata apriva e chiudeva i cassetti in
continuazione, con un gran rumore di legni e ottoni, tirando fuori la camicia da notte pulita, le calzine morbide di lana, lo scialletto all’uncinetto e la
spazzola per i capelli d’argento con le setole morbidissime come piuma
d’oca. Preparava la bacinella d’acqua calda e la pezzetta di mussola per
detergere viso, braccia, gambe e pube dell’ammalata in attesa che spirasse
con buona pace di tutti, andando a ingrassare il serbatoio delle energie che
si agitano nell’etere senza trovare riposo.
A un certo punto, quasi al termine delle pagine di carta pergamena
macchiate, compaiono fotografie recenti, vicine ai giorni che precedettero
la morte di suo padre sulla strada in falsopiano che porta alla partenza della
funivia per il Monte Bianco, immagini di lei accanto a Paolo, l’uomo che
l’avrebbe definitivamente resa un ectoplasma agli occhi impietosi del genitore, in atteggiamenti affettuosi o in pose giocose con Rachele, la figlioletta di Paolo, i cui occhi erano caverne di cui non si intuiva il fondo, la bocca
cucita con lo spago e le orecchie chiuse da tappi di sughero bagnati nel vino
rosso. Lei portava i codini e le mancavano gli incisivi, attendeva che le crescessero quelli permanenti, ma la mente le diceva che in verità a quel tempo
aveva già venticinque anni, solo che nel sogno percepiva la propria immagine stampata su carta fotografica come quella di una giovane adulta
intrappolata in un corpo di infante. Irreale eppure perfetto nell’artificio del
frammento onirico. Aveva ancora bisogno di sentirsi piccola.
L’espressione di suo padre si trasforma rapidamente in disgusto, non c’è
più ombra di condivisione del ricordo, si intuisce solo una disapprovazione
silenziosa ma eloquente nonostante resti nella sfera del non detto. Si vede da
dentro, da fuori, dall’alto, dal basso, da destra e da sinistra alzarsi indispettita, cominciare a camminare a piccoli passi e in tondo come i criceti in gabbia, dimenticandosi di respirare, digrignando i denti, afflitta da bruxismo
senza mai averne sofferto in vita, stringendo tra le dita un mazzo di chiavi che
fino a pochi istanti prima tintinnavano nella tasca destra dei pantaloni estivi.
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CARLOTTA VISSANI
La sensazione è quella di rivivere l’incubo dentro il sogno, in attesa che
lui le tolga per l’ennesima volta il saluto a causa di una scelta incomprensibile, a sua detta folle, che si rifiuti ancora di darle udienza perché il tacito accordo era che non si sarebbe mai dovuta legare a nessuno se non a lui.
Le impedisce così di chiudere quel capitolo di passato in sospeso. E’ una
sorta di contrappasso dantesco, è destinata a sognare tutte le notti l’album
di foto per avere scelto un altro uomo, un uomo che non è lui. Per quanto si sforzi di trovare un modo per aiutarlo a ricordare come è passata,
come si suol dire, a miglior vita e per quanto voglia disperatamente che si
rimangi infinite volte le parole pronunciate in una camera d’ospedale - tu
non sei più nessuno per me - riesce solo a scavare solchi sul pavimento di
vetroresina, strascicando i piedi come fossero di piombo. Le narici si fanno
d’improvviso finestrelle anguste per il passaggio dell’aria. Vorrebbe urlare
ma non ci riesce.
Crede di poter capire chi resta in apnea per una marea di secondi o chi
finisce con la macchina dentro le acque di un fiume, in piena notte, dopo
avere sfondato il guardrail e avere osservato alla moviola la propria vita fare
un tuffo lentissimo nel mai più. Per morire annegati sono sufficienti tre
minuti di orologio, a volte si resiste fino a cinque, dipende se si tratta di
acqua dolce o salata, in ogni caso quello che la turba è la descrizione della
prima fase, definita nei manuali medici come sorpresa. Ovvero “un unico
atto inspiratorio riflesso che compie l’individuo appena caduto nell’acqua”.
Una sola inspirazione, cercando di raccogliere nel petto quanto più ossigeno possibile pur sapendo che novantanove su cento sarà inutile. Dove sta
la sopresa? Fino a un secondo prima respiravi e poi, pluff, sei sotto, incastrato dentro il guscio della tua auto e anche se provi con tutte le forze, bioniche nelle intenzioni, a liberarti e ad aprire la portiera, la pressione della
massa liquida tutt’intorno è così forte da rendere certo il collasso. Lei, poi,
con le sue diciannove sigarette quotidiane, tutte concentrate tra le diciotto
e i pensieri che si snodano dal dopo cena sino al momento in cui i capelli
toccano il guanciale, non avrebbe resistito che pochi secondi.
Dai buchi nel soffitto cominciano a cadere, come pioggia finissima, le
note dei cd di Petrucciani e di Coltrane che erano soliti ascoltare in salotto, lei sdraiata per terra sul tappeto persiano e lui sulla poltrona verde
scuro di fabbricazione francese. Le pareti si tappezzano gradualmente di
do, re, mi, fa, sol, la, si, do. Improvvisamente avrebbe fatto carte false per
avere una caramella Fritz al limone o una Rossana per il solo gusto di scartarla e di giocare con l’involucro rosso fuoco, ma si scopre a poggiare i
piedi su un tappetino di gelatine alla frutta. Non le sono mai piaciute le
gelatine alla frutta, specialmente quelle all’ananas e alla pesca. Le ricordano la vodka calda bevuta a canna dalla bottiglia in una notte ad Alassio,
sulla spiaggia umida, botta fortissima alla testa, i piedi nudi e luridi sui
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ciottoli del budello, i sandali appesi come fantocci alle dita della mano
destra, il corpo che sbanda, una spalla che gratta il muro imbrattato di
spray nero, ti amo, Katia, for ever.
Mentre deambula schiacciando gelatine e aprendo i palmi a conca
come intonasse il Padre Nostro per raccogliere le note e farle proprie, sente
le gambe cedere sotto il peso della stanchezza. Tuttavia tiene sotto controllo suo padre e lo segue attonita mentre comincia a trasformarsi in una statua di argilla, dalla punta dei piedi su per le gambe, l’inguine, il tronco, le
braccia, la testa.
Sembra un dio greco. Si bagna le dita con la saliva che sa di tabacco,
si lecca i polpastrelli per cercare di conferire a quel corpo elastico una
forma, tenta di modellarlo a immagine e somiglianza di Paolo ma la
sostanza del sogno non cambia, come la figura di suo padre non accenna
a modificarsi sotto la spinta delle mani imbrattate e collose. Torna all’album, lo sfoglia velocemente sino all’ultima pagina e intravede le tende di
velluto in fondo al corridoio di via Carducci al tredici, sempre tirate. Più
le guarda e più le sembra si muovano, più si muovono e più si ricorda di
non averle mai scostate per la paura di trovarsi di fronte Baphomet: divinità antopomorfa, le gambe incrociate sopra il mondo, solve et coagula
sulle braccia, la torcia in testa, il pentacolo dritto sulla fronte.
Eppure sapeva benissimo che avrebbe trovato solo un muro scrostato
dall’umidità.
Il giorno in cui le dissero che ad averlo stroncato era stato un infarto e
non il diabete come tutti pensavano, prese la macchina con l’idea di tornare alla vecchia casa delle zie per aprire quel sipario e smettere di avere
paura dell’ignoto, del fantasma di se stessa.
Anche quel giorno stringeva le chiavi nella mano destra e dal cielo
cadeva tutta l’acqua del mondo.
Mentre riavvolge il passato vorrebbe dirgli che è morta nel momento in
cui lui decise di apparecchiare la tavola per uno in via Monte Nero, di fronte al Dente del Gigante, per poi uscire di casa senza avere consumato il
pasto, forse già conscio di essere diretto altrove, verso una metà assoluta.
Coste bollite, pane di segale, mela verde, pasta integrale, carne rossa
senza grasso. Una natura morta che nessuno ha dipinto.
Intanto l’argilla intorno ai suoi occhi si spacca, le labbra si sgretolano,
dall’alto non piovono più note jazz ma getti di acqua violenta sputati da
idranti celesti in procinto di esplodere.
Pensa che in fondo sarà come tornare da dove si è venuti, liquido
amniotico in cui galleggiare.
L’argilla si fa molle, materia magmatica, e chiazza il divano immacolato.
L’album resta aperto sulle tende smosse dal vento. Non appaiono nè
porte nè finestre.
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CARLOTTA VISSANI
Si prepara a inspirare per l’ultima volta, dai tre ai cinque minuti prima
di raggiungerlo, una frazione di secondo per godere di quella sorpresa,
l’unico atto che forse può ancora farla sentire viva.
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- Castello di Fosdinovo