PARROCCHIA DON BOSCO
via Dal Monte, 14 – Bologna
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NOVENA
DELL’IMMACOL ATA
IN COMPAGNIA DI
MARIA PELLEGRINA
TRA LE FAMIGLIE
29/11/2014 - 7/12/2014
“Con don Bosco in missione tra noi”
2014-2015
ANNO DEL BICENTENARIO
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Carissime famiglie,
come ogni anno il tempo liturgico dell’Avvento ci offre la
possibilità di attendere nella speranza con Gesù. Maria
ci aiuterà e cu accompagnerà dentro questo cammino di
confermazione a Lui. La novena di preparazione alla solennità
dell’Immacolata quest’anno nel bicentenario della nascita di
d. Bosco sarà caratterizzata dalla preghiera semplice e dalla
conoscenza di alcuni sogni raccontati dal nostro fondatore.
Avremo la possibilità di conoscerlo meglio come educatore,
prete, e confidente di Maria.
Ogni sera al termine della cena vi raccoglierete in preghiera nella
semplicità davanti alla statuetta della Vergine, o in unione con
lei spiritualmente. Vi propongo il seguente schema:
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Accensione del lumino
Segno di croce
Lettura del sogno
Tre Ave Maria
Pensiero di buona notte da parte del papà o della mamma
e la benedizione finale dei figli.,
Concluderemo il cammino della novena la sera del 7 dicembre
in chiesa partecipando alle ore 20.45 all’Accademia
dell’Immacolata. Buona Novena.
Don Gigi
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29 NOVEMBRE 2014
SOGNO: ELEFANTE E STATUETTA
Era il 6 del mese di gennaio 1863 e tutti i giovani, artigiani e studenti, radunati nel medesimo
parlatorio, aspettavano ansiosi la strenna.
Recitate le orazioni, il buon padre salì sulla tribuna solita e così prese a dire:
Ecco la sera della strenna. Ogni anno sino dalle feste Natalizie, soglio innalzare a Dio preghiere,
perchè voglia ispirarmi qualche strenna, che possa esservi di giovamento. Ma quest’anno
raddoppiai le preghiere stante il cresciuto numero dei giovani. Scorse però l’ultimo giorno
dell’anno, venne il giovedì, il venerdì e nulla di nuovo. La sera del venerdì vado a letto, stanco
delle fatiche del giorno, nè mi fu dato prendere sonno lungo la notte, di modo che al mattino mi
levai spossato, quasi semimorto. Non mi conturbai per questo, anzi mi rallegrai, poichè sapeva
che ordinariamente quando il Signore è per manifestarmi qualche cosa, passo malissimo la
notte antecedente. Continuai le mie solite occupazioni nel paese di Borgo Cornalense e la sera
del sabato giunsi qui tra voi. Dopo aver confessato mi posi a letto, e per la stanchezza cagionata
dalla predicazione e dalle confessioni a Borgo, e dal poco riposo della notte antecedente
facilmente mi addormentai. Ecco, qui comincia il sogno da cui riceverete la strenna.
Cari giovani, sognai che era giorno di festa, dopo pranzo, nelle ore di ricreazione e voi eravate
intenti a divertirvi in mille modi. Mi parve di essere nella mia camera col Cav. Vallauri,
professore di belle lettere: avevamo discorso di parecchie cose letterarie e di altre riguardanti la
religione, quando improvvisamente sento all’uscio un ticc, tacc di chi bussava.
Corro a vedere. Era mia madre, morta da sei anni, che affannata mi chiamava. - Vieni a vedere,
vieni a vedere. - Che c’è? risposi. - Vieni, vieni! replicò.
A queste istanze mi portai sul balcone ed ecco in cortile veggo in mezzo ai giovani un elefante
di smisurata grandezza. - Ma come va? esclamai! Corriamo sotto! - E sbigottito mi rivolgeva
al Cav. Vallauri, ed egli a me, come per interrogarci in qual modo fosse entrata quella belva
mostruosa. Scendemmo tosto precipitosi nel porticato col professore.
Molti di voi, come è naturale, erano accorsi a vederla. Quell’elefante sembrava mite, docile:
si divertiva correndo coi giovani; li accarezzava colla proboscide: era tanto intelligente che
obbediva ai comandi, come se fosse stato ammaestrato ed allevato qui nell’Oratorio dalla sua
prima età, di modo che era sempre seguito ed accarezzato da un gran numero di giovani. Non
tutti però eravate intorno a lui vidi che la maggior parte spaventati fuggivate qua e là, cercando
un luogo ove ricoverarvi e infine vi siete rifugiati in Chiesa. Io pure cercai d’entrarvi per l’uscio
che mette nel cortile; ma nel passare vicino alla statua della Vergine, collocata presso la pompa,
avendo io toccato l’estremità del suo manto, come in segno d’invocarne il patrocinio, essa alzò
il braccio destro. Vallauri volle imitare il mio atto dall’altra parte e la Vergine mosse il braccio
sinistro. Io rimasi sorpreso non sapendo come spiegare un fatto così straordinario.
Venne intanto l’ora delle sacre funzioni e voi, o giovanetti, andaste tutti in Chiesa, lo pure
entrai, e vidi l’elefante ritto in fondo vicino alla porta. Si cantarono i vespri, e dopo la predica
andai all’altare assistito dal Sac. D. Alasonatti e da D. Savio per impartire la benedizione col
SS. Sacramento. Ma nel momento solenne nel quale tutti erano profondamente inchinati ad
adorare il Santo dei santi, vidi sempre al fondo della Chiesa, in mezzo al passaggio, fra le due
file dei banchi, l’elefante inginocchiato e inchinato in senso inverso, col muso cioè e le orribili
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zane rivolte alla porta principale.
Terminate le funzioni io voleva subito uscire nel cortile per osser­vare ciò che avvenisse, ma
trattenuto da alcuno in sacrestia che bra­mava darmi qualche avviso, dovetti indugiare.
Esco dopo breve tempo, sotto i portici e voi nel cortile per incominciare i divertimenti come prima.
L’elefante uscito di chiesa si avanzò nel secondo cortile intorno al quale sono in costruzione gli edifizii.
Notate bene questa circostanza, poichè in quel cortile, accadde la scena straziante che ora vi descriverò.
In quel mentre là al fondo compariva uno stendardo, su cui stava scritto a caratteri cubitali: Sancta Maria
succurre miseris e lo seguivano i giovani processionalmente. Quando a un tratto, all’impensata di tutti, vidi
quel brutto animale, che prima pareva tanto gentile, avventarsi con furiosi barriti in mezzo agli alunni
circostanti e prendendo i più vicini colla proboscide scagliarli in alto, sfracellarli sbattendoli in terra, e co’
piedi farne uno strazio orrendo. Tuttavia quelli che erano siffattamente maltrattati non rimanevano morti,
ma in uno stato da poter guarire, quantunque le ferite fossero orribili. Era un fuggi fuggi generale; chi
gridava, chi piangeva, e chi ferito invocava l’aiuto dei compagni: mentre, cosa straziante, alcuni giovani
risparmiati dall’elefante, invece di aiutare e soccorrere i feriti, avevano fatta alleanza col mostro per
procacciargli altre vittime.
Mentre avvenivano queste cose (ed io mi trovava nel secondo arco del porticato presso la pompa) quella
statuetta che vedete là (indicava la statua della SS. Vergine) si animò e s’ingrandì, divenne persona di alta
statura, alzò le braccia ed aperse il manto, nel quale erano intessute con arte stupenda molte iscrizioni.
Questo poi si allargò smisuratamente tanto, da coprire tutti coloro che vi si ricoveravano sotto: quivi erano
sicuri della vita, pel primo un numero scelto de’ più buoni corse a quel refugio. Ma vedendo Maria SS. che
molti non si prendevano
cura di affrettarsi a Lei,
gridava ad alta voce: Venite
ad me omnes, ed ecco
che cresceva la folla dei
giovanetti sotto il manto che
sempre si allargava. Alcuni
però invece di ricoverarsi
sotto il manto, correvano da
una parte all’altra e venivano
feriti prima che fosse loro
dato di ripararsi al sicuro. La
Vergine SS. affannata, rossa
in viso, continuava a gridare,
ma più rari si vedevano
quelli i quali correvano a Lei. L’elefante seguitava la strage e parecchi giovani, che maneggiando una spada,
chi due, sparsi qua e là, impedivano ai compagni, che ancora si trovavano nel cortile, col minacciarli e col
ferirli, di andare a Maria. E costoro l’elefante non li toccava menomamente.
Alcuni dei giovani ricoverati vicino a Maria e da lei incoraggiati, facevano intanto rapide scorrerie.
Strappavano all’elefante qualche preda e trasportavano il ferito sotto il manto della statua misteriosa e
quegli subito restava guarito. E quindi ripartivano correndo a nuove conquiste. Varii armati di bastone
allontanavano l’elefante dalle sue vittime, e si opponevano ai suoi complici. E non cessarono, anche a
rischio della loro vita da quel lavoro, finchè quasi tutti li ebbero seco loro condotti in salvo.
Il cortile ormai era deserto. Alcuni erano distesi a terra pressochè morti. Da una parte presso i portici una
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moltitudine di fanciulli sotto il manto della Vergine. Dall’altra in distanza l’elefante col quale erano rimasti
solamente un dieci o dodici giovani, che lo avevano coadiuvato a far tanto male e che insolentemente
imperterriti brandivano le spade.
Quand’ecco quell’elefante sollevatosi sulle gambe posteriori, cambiarsi in un fantasma orribile con
lunghe corna; e preso un nero copertone o rete che fosse, avviluppò que’ miseri, che avevano parteggiato
con lui, e mandò un ruggito, Allora un denso fumo tutti li involse e si sprofondarono e sparirono col
mostro in una voragine improvvisamente apertasi sotto i loro piedi.
Terminata questa orrenda scena mi guardai attorno per esporre qualche mia riflessione a mia madre ed al
Cav. Vallauri, ma più non li vidi.
Mi rivolsi a Maria, desideroso di leggere le iscrizioni, che apparivano intessute sovra il suo manto e vidi che
parecchie erano tratte letteralmente dalla Sacra Scrittura e altre pure scritturali, ma alquanto modificate.
Ne lessi alcune: - Qui elucidant me vitám aeternam habebunt: qui me invenerit inveniet vitam si quis est parvulus
veniat ad me: refugium peccatorum: salus credentium: plena omnis pietatis, mansuetudinis et misericordiae. Beati
qui custodiunt vias meas.
Dopo la scomparsa dell’elefante tutto era tranquillo. La Vergine pareva quasi stanca dal suo lungo gridare.
Dopo breve silenzio, rivolse ai giovani belle parole di conforto, di speranza; e, ripetendo quelle parole che
là vedete sotto quella nicchia, fatte scrivere da me: Qui elucidant me, vitam aeternam habebunt, disse: - Voi
che avete ascoltata la mia voce, e siete sfuggiti dalla strage del demonio, avete veduto ed avete potuto
osservare que’ vostri compagni sfracellati. Volete sapere quale è la cagione della loro perdita? Sunt colloquia
prava; sono i cattivi discorsi contro la purità, quelle opere disoneste che tennero immediatamente dietro
ai cattivi discorsi. Avete pur veduto que’ vostri compagni armati colla spada: ecco quelli che cercano la
vostra dannazione, allontanandovi da me e che cagionarono la perdita di tanti vostri condiscepoli. Ma
quos diutius expectat durius damnat. Quelli che Dio più a lungo aspetta più severamente punisce: e quel
demonio infernale avviluppatili, seco li condusse all’eterna perdizione. Ora voi andatevene tranquilli ma
ricordatevi delle mie parole: Fuggite que’ compagni amici di Satana, fuggite i cattivi discorsi specialmente
contro la purità abbiate in me una illimitata confidenza ed il mio manto saravvi ognora sicuro rifugio.
Dette queste ed altre simili parole, si dileguò e null’altro rimase al solito posto, se non la nostra cara statuetta.
Allora mi vidi ricomparire la defunta mia madre, di bel nuovo si innalzò lo stendardo colla scritta: Sancta
Maria succurre miseris; tutti i giovani si ordinarono dietro a questo in processione ed intonarono il canto Lodate Maria, o lingue fedeli.
Ma non andò molto che il canto incominciò ad illanguidirsi, poi svanì tutto quello spettacolo ed io mi
svegliai bagnato interamente di sudore. Ecco! Questo è quanto ho sognato.
O figli miei; ricavate voi stessi la strenna: chi era sotto il manto chi era gettato in alto dall’elefante, e chi aveva
la spada se ne accor­gerà dall’esaminare la propria coscienza. Io non vi ripeto che le parole della Vergine SS.:
Venite ad me omnes; ricorrete tutti a Lei, in ogni pericolo invocate Maria e vi assicuro che sarete esauditi. Del
resto pensino coloro che furono sì maltrattati dalla belva a fuggire i cattivi discersi, i cattivi compagni; e
quelli che cercavano di allontanare gli altri da Maria, o mutino vita o partano subito da questa Casa. Chi
poi vorrà sapere il posto che teneva, venga da me anche nella mia camera, ed io glielo manifesterò. Ma lo
ripeto; i ministri di Satana o cambiare o partire. Buona notte!
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30 NOVEMBRE 2014
LA BORSA CONTENENTE I BIGLIETTI
Nella mente e nel cuore di D. Bosco primeggiava sempre l’amabilissima figura di Maria SS. e una
sera nei primi giorni di luglio, annunziava di aver visto in sogno una persona ( e pare fosse la Vergine
Benedetta) passare in mezzo ai giovani e presentare loro una borsa riccamente lavorata, perchè ciascuno
tirasse a sorte un bigliettino fra i molti che vi erano rinchiusi. D. Bosco le si mise a fianco. Di mano in
mano che un giovane estraeva il biglietto, egli notava la frase o la parola che su quello era scritta. Finì il suo
breve racconto col dire che tutti presero il loro biglietto, fuorchè uno il quale non andò e stette in disparte;
e avendo D. Bosco voluto vedere ciò che era scritto sulla cartolina rimasta in fondo alla borsa, vi lesse:
Morte.
Intanto egli invitò ciascuno a venirgli a domandare ciò che era scritto nel suo biglietto. Cosa che riempie
di meraviglia! I giovani in casa erano circa 700 e ad ognuno ripetè un motto o di consiglio o profetico,
svariatissimo, conciso e secondo il bisogno. E ciò che sorprende di più è che dopo molti anni si ricordava
di quanto aveva detto ai singoli giovani.
D. Mussetti Sebastiano, della Collegiata di Carmagnola, allora giovanetto, ebbe da D. Bosco, che sopra
il suo biglietto vi era scritto Costanza; e incontratolo molti anni dopo si senti ripetere con solennità: - Oh!
ricordati: Costanza.
Ma vi ha ancora di più, asserisce il Canonico. Un gruppo di giovani si mise di sentinella, tenendo nota
di quanti si presentavano a D. Bosco per chiedergli del proprio biglietto e ve ne fu un solo che non andò.
Questi fu un giovane d’Ivrea che finiva gli studii del ginnasio.
D. Mussetti è pronto a dare giuramento se fosse chiesto per testificare questi fatti.
D. Bosco, appoggiato alla protezione della celeste Madre, pensava intanto al modo di far rinnovare
le concessioni ottenute dall’Autorità scolastica. L’approvazione degli insegnanti nel suo ginnasio era
temporanea cioè pel solo anno scolastico 1862 - 63 e con l’obbligo di provvedere professori muniti del
titolo legale per l’anno 1863 - 64. Gli esami di ammissione all’Università, per quanto avessero manifestato
un vero valore letterario nei quattro aspiranti ai gradi accademici, non conferivano diritto all’insegnamento.
Era quindi, necessario non lasciar passare un tempo troppo prezioso per ottenere un nuovo permesso.
D. Bosco pertanto si recò a far visita al Provveditore, e trovò che Selmi gli continuava la sua benevolenza.
Prese pertanto a parlargli delle sue cose scolastiche, ma da lui, che aveva letta la relazione del Prof. Ferri, fu
ammonito a non dare appiglio a nessuna delle accuse, che gli erano state apposte ed a modificare qualche
giudizio nella Storia d’Italia.
D. Bosco gli ripetè ciò che altra volta avea detto, cioè che egli e i suoi sapevano conciliare il dovere
di buoni cattolici con quello di onesti cittadini; che egli non aveva mai avuto relazioni compromettenti,
contrarie alla tranquillità dello Stato, col Papa, coi Vescovi e coi Gesuiti, e che era invenzione di mentitori
solenni che questi personaggi facessero cosa disdicevole al loro carattere; essere suo sistema, costantemente
osservato, di non immischiarsi in politica ne prò nè contro, perchè la politica non è pane per i giovani e
perchè un superiore, un maestro, un capo d’arte non deve essere uomo di partito, ma avere per unico fine
dell’opera sua la savia istruzione e la morale educazione de’ suoi allievi.
Il Provveditore volle anche consigliarlo di cessare dalla propagazione delle Letture Cattoliche, quasi fosse
cosa disdicevole alla dignità di educatore.
- E perchè? gli chiese D. Bosco.
- Veda, gli rispose Selmi, que’ suoi libretti, specialmente le biografie di certi giovani, non corrispondono
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agli ideali de’ nostri giorni. E purtroppo la sua maniera di scrivere, l’importanza che dà ai ragazzi lodandoli
della loro semplicità, e mettendo in rilievo le loro piccole e tenere virtù, li fa compiacere tanto di se stessi,
che ne restano come affascinati, fanno proprie le sue opinioni e invidiano quelli che stanno con lei.
- Questo non è un male, replicò D. Bosco; per altra parte se vostra Signoria vuole avere la bontà di
leggere quei libri attentamente, si persuaderà che non si tratta di politica. Se vi trovasse però degli errori di
grammatica, di ortografia e di senso, le do parola di galantuomo, che io correggerò tutto.
Selmi non replicò a questa uscita di D. Bosco. In ogni imputazione di que’ signori entrava sempre quella
benedetta politica, la quale però, secondo essi, comprendeva gravissime questioni religiose; ma per D.
Bosco la politica era semplicemente politica e questa in un paese dove si proclamava la libertà di pensiero
e discussione. Nell’Oratorio però si faceva a meno di tale conquista moderna. Ciascuno era libero di
tenere in politica un’opinione più che un’altra, purchè acconsentita dalla Chiesa, ma a niuno era permesso
di farne in casa soggetto di disputa o trattarne pubblicamente coi giovani. Fuori di casa i tempi, i luoghi
e la prudenza dovevano suggerire quando tali prescrizioni, avrebbero dovuto essere modificate, Poichè,
e tanto più in tempi di partiti, è troppo facile lasciarsi sfuggire espressioni, le quali a chi siede al Governo
possono dare pretesto per malignare contro l’intero istituto.
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1 DICEMBRE 2014
LA SIGNORA CON UN QUADERNO IN MANO
Don Bosco così parlò alla sera dopo le orazioni:
“ Pare proprio impossibile! Quando entriamo in qualche novena vi son sempre dei giovani che
vogliono andare via dalla casa, oppure che vogliono essere congedati. Ce n’era uno, il più colpevole di
certi disordini, che per varii motivi non si voleva mandar via, eppure quasi spinto da forza misteriosa se
ne partì.
” Passiamo ad altro. Supponete che Don Bosco entri in casa per la porteria e che venga avanti fin
qui sotto i portici, e veda qui una grande signora, la quale senza che Don Bosco le dica niente tenga un
quaderno in mano. Me lo porge, dicendomi: - Prendi e leggi! - Io l’ho preso e lessi sopra la copertina:
Novena della Natività di Mario. Apro il primo foglio e vedo scritti i nomi di un numero limitatissimo di
giovani in carattere d’oro. Volto il foglio e ne vedo scritto un numero un po’ più grande con inchiostro
ordinario. Volto ancora e tutto il resto del quaderno è bianco sino al fine. Adesso domando a qualcheduno
di voi che cosa voglia dir questo.
” E domandò la spiegazione ad un giovane, aiutandolo a rispondere col dire:
” - In quel libro sono scritti i giovani che fanno la novena. I pochissimi che son scritti in oro sono quelli
che la fanno bene e con fervore. L’altra parte è di coloro che la fanno, ma con minor fervore. E tutti gli altri
perchè non sono scritti? Chi sa da che cosa provenga questo? Io credo che siano le passeggiate lunghe
che hanno distratto tanto i giovani, sicchè adesso non sono più buoni a raccogliersi. Se venisse un po’
Savio Domenico, o Besucco, o Magone, o Saccardi che cosa ci direbbero? Esclamerebbero: Oh quanto è
cangiato l’Oratorio!
” Dunque per contentar la Madonna facciamo tutto quello che possiamo colla frequenza dei SS.
Sacramenti e colla pratica dei fioretti che io o D. Francesia daremo. Per domani ci sia questo fioretto: - Far
ogni cosa con diligenza
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2 DICEMBRE 2014
LA SIGNORA DAL BALCONE
Ma di nuovo si oscurò il cielo e in un momento comparve una quantità di quegli animali o mostri
superiore alla prima volta, ma tutto ciò in meno di tre o quattro minuti secondi, ed anche il mio cavallo
ne fu circondato. I mostri crebbero a dismisura, per modo che anch’io cominciai ad avere paura; e mi
sembrava già di esser graffiato dalle loro zampe. Senonchè in buon punto si portò anche a me una forca;
allora presi io pure a combattere, e quei mostri furono messi in fuga. Tutti scomparvero, perchè, vinti al
primo assalto, scomparivano.
Allora soffiai nella tromba e rimbombò per la valle questa voce: Vittoria, Vittoria.
‑ Ma come? dissi io, abbiamo riportato vittoria? eppure vi sono tanti feriti ed anche morti!
Allora, soffiando nella tromba, si sentì questa voce: TemPO ai vinti. Poi il cielo di oscuro che era, diventò
sereno, si vide un arcobaleno od un’iride così bella, con tanti colori, che non si può descrivere. Era così
largo, come se si appoggiasse a Superga e facendo un arco andasse a poggiare sul Moncenisio. Devo ancor
notare che i vincitori avevano sulla testa corone così brillanti, con tanti e tali colori, che era una meraviglia
a vederli; e poi la loro faccia risplendeva d’una bellezza meravigliosa. Verso il fondo, dà una parte della
valle e di mezzo all’arcobaleno, si vide una specie di Orchestra, in cui si vedeva gente piena di giubilo e
con tante bellezze che non posso neppure immaginare. Una nobilissima Signora vestita regalmente si fece
alla sponda di quel balcone gridando: ‑ digli miei, venite, ricoveratevi sotto il mio manto. ‑In quel mentre
si distese un larghissimo manto e tutti i giovani presero a corrervi sotto; solamente che alcuni volavano ed
avevano scritto sulla fronte: Innocenza; altri camminavano a piedi ed altri si strascinavano: ed anch’io mi
misi a correre ed in quell’istantaneo movimento,
che durò non più di un mezzo minuto secondo,
dissi tra me: ‑ O questo deve finire, o, se continua
ancora un poco, moriremo tutti. ‑ Detto questo.,
mentre correva., mi svegliai.
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3 DICEMBRE 2014
SIGNORA E CONFETTURE
Sono venuto a dirvi 2 parole al posto del solito predicatore. Si ricevettero poco fa dall’America buone
notizie, che sentirete poi leggere nei refettori o in altro luogo. Qui però io, invece di farvi una predica,
vi racconterò una storiella. Chiamatela voi come volete: favola,sogno, storia; datele molta, datele poca,
datele nessuna importanza. Giudicatela come vi piace; tuttavia anche la storiella che sono per narrarvi
c’insegnerà qualche cosa.
Mi sembrava di passare per i viali di Porta Susa e davanti alla caserma dei militari vidi una donna che mi
sembrava una venditrice‑di castagne abbrustolite, perchè sul fuoco faceva girare una specie di cilindro,
dentro i1 quale io credeva che vi fossero a cuocere delle castagne. Meravigliato di vedere una maniera così
nuova di far cuocere le castagne, mi avvicinai e vidi proprio quel cilindro a girare. Domandai alla donna
che cosa facesse cuocere in quello strano arnese. Ed essa: ‑ Vado facendo confetture per i Salesiani.Come?
dissi; confetture per i Salesiani? ‑ Sì! mi rispose; e in ciò dire aperto il cilindro, i‑ne le mostrò. Io potei allora
conoscere entro a quel cilindro confetture di vario colore, tramezzate e divise le une dalle altre da una
tela; altre erano bianche, altre rosse, altre nere. Sopra di esse vidi una specie di zucchero ingommato, che
sembrava goccie di pioggia o di rugiada caduta di fresco e questa pioggia era in qualche punto sparsa di
macchie rosse.
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4 DICEMBRE 2014
SONO I MIEI FIGLI E IO TE LI AFFIDO
Io tacqui allora e pensava tra me: ‑ Ove sono io? A Torino oppure in Francia? Ma ieri non mi trovava
ancora nell’Oratorio? ti cosa, strana questa! Non mi ci raccapezzo! ‑ E mentre così pensava e rifletteva,
quella buona donna prese per mano il fanciulletto e coll’altra fece un segno, indicò ai giovani che si
raccogliessero e che si incamminassero verso un’aia più grande della prima, che non era molto lontana: ‑
Venez avec moi ‑ disse: e si mise in cammino.
Tutti i giovani che mi avevano circondato si misero in marcia verso la seconda aia. Mentre io pure andava
con essi, nuove folle di giovanetti si aggiungevano alla prima. Molti di essi portavano la falce, molti le
zappe e molti recavano gli strumenti di varii mestieri. Io mirava questi giovani sempre più stupito. Io non
era all’Oratorio, non ero a Sampiedarena. Diceva fra me: ‑ Ma io non sogno, perché cammino. ‑ Intanto la
moltitudine dei giovani che mi circondava, se qualche volta io rallentava il passo, mi urtava e mi spingeva
verso l’aia più grande.
Io intanto non perdeva di vista la donna che ci precedeva e che attirava la mia viva curiosità. Con quel suo
modesto vestire da montanina o pastorella,` con quel suo fazzoletto rosso al collo e pettorale bianco, pure
sembravami un essere misterioso, benchè nulla avesse di sorprendente nel suo esterno. Su quella seconda
aia Bravi un’altra casa rustica e poco distante un fabbricato molto bello.
Quando tutti i giovani furono raccolti in quell’aia, la donna si Io guardava e la folla dei giovanetti era
innumerevole. I giovani erano in numero maggiore più di mille volte del numero partito dalla prima aia.
La donna continuò: ‑(Questi giovani sono tutti tuoi!
‑ Miei? risposi io. E con quale autorità voi uni date questi giovanetti? Non sono nè vostri nè miei; sono
del Signore!
‑ Con quale autorità? riprese la donna; sono i miei figli ed io te li affido. ‑ Ma come farò io a sorvegliare una
gioventù così vispa, così immensa? Vedete quei giovani che corrono all’impazzata per i campi e gli altri
che li inseguono? Questi che saltano i fossi, quelli che si arrampicano sugli alberi? Quei là che si battono?
Come è possibile che io solo li tenga tutti in ordine e disciplina? ‑ Mi chiedi il da farsi? Osserva, ‑ esclamò
la donna. Mi voltai indietro e vidi avanzarsi una nuova schiera numerosissima di altri giovanetti. Ed ecco
la donna slanciare e stendere un gran velo sopra di essi e tutti coprirli. Ove avesse preso il velo non vidi.
Dopo alcuni istanti lo tirò a sè. Quei giovanetti si erano trasformati. Erano divenuti tutti uomini, tutti preti
e chierici. . ‑ E questi preti e chierici sono miei? ‑ Così interrogai la donna.Essa mi rispose: ‑ Sono tuoi se te
li farai! Adesso se ‑vuoi sapere qualche cosa di più vieni qui. ‑ E mi fece avanzare alquanto verso di sé ‑ Ma
ditemi, o buona donna, ditemi, qual luogo è questo? ove sono io?
La donna non rispose, ma colla mano fece segno a quei giovani che tutti si raccogliessero intorno a Lei. I
giovani accorsero ed essa intuonò: ‑ Attention, garcons, silence. Ouvriers, Ateliers, chantez tous ensemble.
‑ E battendo la mano fece un segnale. Allora i giovani a pieno coro cantarono: Gloria, honor, gratiarum
actio Domino’ Deo Sabaoth. Tutti insieme formarono una meravigliosa armonia. Erano serie di voci che
contemporaneamente dalle note più basse salivano alle più alte, intrecciandosi: sicchè sembravano il basso
partire dalla terra, mentre il soprano andava a perdersi nell’alto dei cieli. Finito che ebbero quest’inno tutti
gridarono cantando: ‑ Ainsi soit‑il.
Ed io allora mi svegliai.
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5 DICEMBRE 2014
PRENDI IN MANO LA MEDAGLIA
Nella notte del Venerdì Santo io vegliai al fianco di D. Bosco circa fino alle due dopo mezzanotte e mi
ritirai quindi nella stanza vicina per dormire, essendo venuto Enria Pietro a succedermi nella veglia.
Essendomi accorto dalle grida soffocate di D. Bosco che egli sognava di cose non sorridenti, lo interrogai
sul far dell’alba, ed ebbi la seguente risposta.
<i Mi pareva di trovarmi in mezzo ad mia famiglia, i cui membri avevano deciso di mettere a morte un
gatto. Il giudizio e la sentenza era stata rimessa a Monsignor Manacorda. Monsignore però rifiutavasi,
dicendo: ‑ Che cosa debbo saper io del vostro affare? Io non ci ho nulla da vedere. ‑ E in quella casa regnava
una grande confusione.
Io stavo appoggiato ad un bastoncello
osservando, quando ecco comparire un gatto
nerastro coi peli irti che precipitava correndo
verso la mia direzione. Dietro a lui due grossi
cagnacci inseguivano quel meschinello
tutto spaventato, e sembrava che presto lo
avrebbero raggiunto. Io vedendo passare
poco lungi da me quel gatto, lo chiamai.
Esso parve esitare alquanto, ma avendo io
replicato l’invito, alzando un poco i lembi
della mia veste, quel gatto corse ad appiattarsi
vicino a’ miei piedi.
Quei due cagnacci si fermarono di fronte a
me ringhiando cupamente.
‑ Via di qua, dissi loro, lasciate in pace questo povero gatto.
Allora con mia grande meraviglia quei cagnacci apersero la bocca e snodando la lingua presero a parlare
in modo umano: ‑ No mai; dobbiamo ubbidire al nostro padrone; e abbiamo ordine di uccidere questo
gatto.
‑ E con qual diritto?
‑ Esso si è dato volontariamente al suo servizio. Il padrone può assolutamente disporre della vita del suo
schiavo. Quindi noi abbiamo l’ordine di ucciderlo, e l’uccideremo.
‑ Il padrone, risposi, ha diritto sulle opere del servo e non sulla vita, e questo gatto non permetterò mai che
venga ucciso.
‑ Non lo permetterai? tu? ‑ E ciò detto i due cani si slanciarono furiosamente per afferrare il gatto. Io alzai il
bastone menando colpi disperati contro gli assalitori. ‑ Olà! io gridava; fermi, indietro!
Ma essi ora si avventavano, ora rinculavano e la lotta si prolungò per molto tempo; in modo che io era
affranto dalla stanchezza. I cani avendomi lasciato un momento di tregua, volli osservare quel povero gatto
che era sempre a’ miei piedi, ma con stupore me lo vidi tramutato in un agnellino. Mentre pensavo a
quel fenomeno, mi rivolgo ai due cani. Essi pure avevano cambiato forma; apparivano cani orsi feroci, poi
cambiando sempre aspetto parevano prima tigri, poi leoni, quindi scimmioni spaventosi e prendevano
altre forme sempre
più orribili. Finalmente presero figura di due orrendi demoni: ‑ Lucifero è il nostro padrone, urlavano i
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demoni, colui che tu proteggi si è dato a lui, quindi dobbiamo a lui strascinarlo togliendogli la vita.
Mi volsi all’agnello il quale più non vidi, ma al suo posto stava un povero giovanetto che fuori di sè dallo
spavento, andava ripetendo supplichevole: ‑ D. Bosco, mi salvi! D. Bosco, mi salvi!
‑ Non aver paura, gli dissi. Hai proprio volontà di farti buono?
‑ Sì, sì, o D. Bosco; ma come ho da fare a salvarmi?
‑ Non temere, inginocchiati; prendi nelle mani la medaglia della Madonna! Su, prega con me.
E il giovanetto si inginocchiò. I demoni avrebbero voluto appressarsi; io stava in guardia col bastone alzato,
quando Enria vedendomi così agitato mi svegliò e mi tolse così di vedere il fine di quell’avvenimento.
Il giovanetto era un di quelli da me conosciuti.
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6 DICEMBRE 2014
PROTEGGE I GIOVANI CHE ENTRANO NELL’ORATORIO
Mi trovai in piedi vicino al letto. 1,e mie gambe erano così gonfie e mi faceano così male che non poteva
più star ritto. L’ora era tardissima; quindi me ne andai a letto risoluto di scrivere a’ miei cari figliuoli queste
righe.
Io desidero di non far questi sogni perchè mi stancano troppo. Nel giorno seguente mi sentiva rotto nella
persona e non vedeva l’ora di potermi riposare la sera seguente. Ma ecco appena fui in letto ricominciare il
sogno. Avevo dinanzi il cortile, i giovani che ora sono nell’Oratorio, e lo stesso antico allievo dell’Oratorio.
Io presi ad interrogarlo: ‑ Ciò che mi dicesti io lo farò sapere a’ miei Salesiani; ma ai giovani dell’Oratorio
che cosa debbo dire?
Mi rispose: ‑ Che essi riconoscano quanto i Superiori, i maestri, gli assistenti fatichino e studino per
loro amore, poichè se non fosse pel loro bene non si assoggetterebbero a tanti sacrifizi; che si ricordino
essere l’umiltà la fonte di ogni tranquillità; elle sappiano sopportare i difetti degli altri, poichè al mondo
non si trova la perfezione, ma questa è solo in Paradiso; che cessino . dalle mormorazioni, poiché queste
raffreddano i cuori; e sovratutto che procurino di vivere nella santa grazia di Dio. Chi non ha pace con
Dio, non ha pace con sè, non ha pace cogli altri.
‑ E tu mi dici adunque che vi sono fra i miei giovani di quelli ette‑non hanno la pace con Dio?
‑ Questa è la prima causa del mal umore fra le altre che lei sa, alle quali deve porre rimedio, e che non fa
d’uopo che ora le dica. Infatti non diffida se non chi ha segreti da custodire, se non chi teme che questi
segreti vengano a conoscersi, perchè sa che glie ne tornerebbe vergogna e disgrazia. Nello stesso tempo se
il cuore non ha la pace con Dio, rimane angosciato, irrequieto, insofferente d’obbedienza, si irrita per nulla,
gli sembra che ogni cosa vada a male, e perchè esso non ha amore, giudica che i Superiori non lo amino.
‑ eppure, o caro mio, non vedi quanta frequenza di Confessioni e di Comunioni vi è nell’Oratorio?
‑ A vero che grande è la frequenza delle Confessioni,
ma ciò che manca radicalmente in tanti giovanetti
che si confessano è la stabilità nei proponimenti. Si
confessano, ma sempre le stesse mancanze, 1e stesse
occasioni prossime, le stesse abitudini cattive, le stesse
disobbedienze, le stesse trascuranze nei doveri. Così si va
avanti per mesi e mesi, e anche per anni e taluni perfino
così continuano alla 5a Ginnasiale:
Sono confessioni che valgono .poco o nulla; quindi non
recano pace e se lui giovanetto fosse chiamato in quello
stato al tribunale di Dio sarebbe un affare ben serio.
‑‑ E di costoro ve n’ha molti all’Oratorio?
‑ Pochi in confronto del gran numero di giovani che sono
nella casa. Osservi; ‑ e me li additava.
Io guardai e ad mio ad uno vidi quei giovani. Ma in
questi pochi io vidi cose che hanno profondamente
amareggiato il mio cuore. Non voglio metterle sulla carta,
ma quando sarò di ritorno voglio esporle a ciascuno cui
si riferiscono. Qui vi dirò, soltanto che è tempo di pregare
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e di prendere ferme risoluzioni; proporre non colle parole, ma coi fatti, e far‑ vedere che i Comollo, i Savio
Domenico, i Besucco e i Sactardi vivono ancora tra noi.
In ultimo domandai a quel mio amico: ‑ Hai nulla altro <la dirmi?
‑ Predichi a tutti, grandi e piccoli che si ricordino sempre che sono figli di Maria SS. Ausiliatrice. Che essa li
ha qui radunati per condurli via dai pericoli del mondo, perchè si amassero come fratelli e perchè dessero
gloria a Dio e a lei colla loro buona condotta; che è la Madonna quella che loro provvede pace e mezzi di
studiare con infinite grazie e portenti. Si ricordino che sono alla vigilia della festa della loro SS. Madre e che
coll’aiuto suo deve cadere quella barriera
di diffidenza che il demonio ha saputo innalzare tra giovani e Superiori e della quale sa giovarsi per la
rovina di certe anime.
‑ F, ci riusciremo a togliere questa barriera?
‑ Si certamente, purchè grandi e piccoli siano pronti a soffrire qualche piccola mortificazione per amore di
Maria e mettano in pratica ciò che io ho detto.
Intanto io continuava a guardare i miei giovinetti e allo spettacolo di coloro che vedeva avviati verso l’eterna
perdizione sentii tale stretta al cuore che mi svegliai. Molte cose importantissime che io vidi desidererei
ancora narrarvi, ma il tempo e le convenienze non me lo permettono.
Concludo: Sapete che cosa desidera da. voi questo povero vecchio che per i suoi cari giovani ha
consumata tutta la vita? Niente altro fuorchè, fatte le debite proporzioni, ritornino i giorni felici dell’antico
Oratorio. I giorni dell’affetto e della confidenza cristiana tra i giovani ed i Superiori; i giorni dello spirito di
accondiscendenza e sopportazione per amore di‑ Gesù Cristo, degli uni verso degli altri; i giorni dei cuori
aperti con tutta semplicità e candore, i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti. Ho.bisogno che lui
consoliate dandomi la speranza e .la promessa che voi farete tutto ciò che desidero per il bene delle anime
vostre. Voi non conoscete abbastanza quale fortuna sia la vostra di essere stati ricoverati nell’Oratorio.
Innanzi a Dio vi protesto: Basta che un giovane entri in una casa Salesiana, perchè la Vergine SS. lo
prenda subito sotto la sua protezione speciale. Mettiamoci adunque tutti d’accordo. La carità di quelli
che comandano, la carità di quelli che devono obbedire faccia regnare fra di noi lo spirito di S. Francesco
di Sales. O miei cari figliuoli, si avvicina il tempo nel quale dovrò distaccarmi da voi e partire per la mia
eternità. [Nota del Segretario. A questo punto Don Bosco sospese di dettare; gli occhi suoi si empirono
di lagrime, non per rincrescimento, ma per ineffabile tenerezza che trapelava dal suo sguardo e dal suono
della sua voce: dopo qualche istante continuò]. Quindi io bramo di lasciar voi, o preti, o chierici, o giovani
carissimi, per quella via del Signore nella quale esso stesso vi desidera.
A questo fine il Santo Padre, che io ho visto venerdì 9 di maggio, vi manda di tutto cuore la sua benedizione.
Il giorno della festa di Maria Ausiliatrice mi troverò con voi innanzi all’effigie della nostra amorosissima
Madre. Voglio che questa gran festa si celebri con ogni solennità e Don Lazzero e Don Marchisio pensino
a far si che stiano allegri anche in refettorio. La festa di Maria Ausiliatrice deve essere il preludio della festa
eterna che dobbiam celebrare tutti insieme uniti un giorno in Paradiso.
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7 DICEMBRE 2014
I FUTURI CENTRI DELLA CONGREGAZIONE
Don Bosco si trovava nelle vicinanze di Castelnuovo sul poggio, così detto,
Bricco del Pino, vicino alla valle Sbarnau Spingeva di lassù per ogni parte il suo
sguardo, ma altro non gli veniva fatto di vedere che una folta boscaglia, sparsa
ovunque, anzi coperta di una quantità innumerevole di piccoli funghi,
‑ Ma questo, diceva Don Bosco, è pure il contado di Rossi Giuseppe (i):
dovrebbe ben esserci!
Ed infatti dopo qualche tempo scorse Rossi il quale tutto serio stava
guardando da un lontano poggio le sottostanti valli. Don Bosco lo chiamò,
ma egli non rispose che con uno sguardo come chi è soprapensiero.
Don Bosco, volgendosi dall’altra parte, vide pure in lontananza Don Rua il
quale, allo stesso modo che Rossi, stava con tutta serietà tranquillamente
quasi riposando seduto.
Don Bosco li chiamava entrambi, ma essi silenziosi non rispondevano neppure a cenni.
Allora scese da quel poggio.e camminando arrivò sopra un altro, dalla cui vetta scorgeva una selva, ma
coltivata e percorsa da. vie e da sentieri. Di là volse intorno il suo sguardo, lo spinse in fondo all’orizzonte,
ma, prima dell’occhio, fu colpito il suo orecchio dallo schiamazzo di una turba innumerevole di fanciulli.
Per quanto egli facesse affine di scorgere donde venisse quel rumore, non vedeva nulla; poi allo schiamazzo
succedette un gridare come al sopraggiungere di qualche catastrofe. Finalmente vide un’immensa quantità
di giovanetti, i quali, correndo intorno a lui, gli andavano dicendo: ‑ Ti abbiamo aspettato, ti abbiamo
aspettato tanto, ma finalmente ci sei: sei tra noi e non ci fuggirai!
Don Bosco non capiva niente e pensava che cosa volessero da lui quei fanciulli; ma mentre stava come
attonito in mezzo a loro contemplandoli, vide un immenso gregge di agnelli guidati da una pastorella, la
quale, separati i giovani e le pecore, e messi gli uni da una parte e le altre dall’altra, si fermò accanto a Don
Bosco e gli disse: ‑ Vedi quanto ti sta innanzi? ‑ Si, che lo vedo, rispose Don Bosco.
‑ ebbene, ti ricordi del sogno che facesti all’età di dieci anni?
‑ Oh è molto difficile che lo ricordi! Ho la mente stanca; non ricordo più bene presentemente.
‑ Bene, bene: pensaci e te ne ricorderai.
Poi fatti venire i giovani con Don Bosco gli disse: ‑ Guarda ora da questa parte, spingi il tuo sguardo e
spingetelo voi tutti e leggete che cosa sta scritto... Ebbene, che cosa vedi?
‑ Veggo montagne, poi mare, poi colline, quindi di nuovo montagne e mari. Leggo, diceva un fanciullo,
Valpavaiso.‑ Io leggo, diceva un altro, Santiago. ‑ Io, ripigliava un terzo, li leggo tutt’e due.
‑ Ebbene, continuò la pastorella, parti ora da quel punto e avrai una norma di quanto i Salesiani dovranno
fare in avvenire. Volgiti ora da quest’altra parte, tira una linea visuale e guarda. ‑ Vedo montagne, colline
e mari!...
E i giovani aguzzavano lo sguardo ed esclamarono in coro: ‑ Leggiamo Pechino.
Vide Don Bosco allora una gran città. Essa era attraversata da un largo fiume sul quale erano gittati alcuni
grandi ponti.
‑ Bene, disse la donzella che sembrava la loro maestra; ora tira iuta sola linea da una estremità all’altra, da
Pechino a Santiago, fanne un centro nel mezzo dell’Africa ed avrai un’idea esatta di quanto debbono fare
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i Salesiani.
‑ Ma come fare tutto questo? esclamò Don Bosco. Le distanze sono immense, i luoghi difficili e i Salesiani
pochi.
‑ Non ti turbare. Faranno questo i tuoi figli, i figli dei tuoi figli e dei figli loro; ma si tenga fermo nell’osservanza
delle Regole e nello spirito della Pia Società.
‑ Ma dove prendere tanta gente?
‑ Vieni qui e guarda. Vedi là cinquanta Missionari in pronto? Più in là ne vedi altri e altri ancora? Tira una
linea da Santiago al centro dell’Africa. Che cosa vedi? ‑ Veggo dieci centri di stazioni.
‑ Ebbene, questi centri che tu vedi, formeranno studio e noviziato e daranno moltitudine di Missionari
affine di provvederne queste contrade. Ed ora volgiti da quest’altra parte. Qui vedi dieci altri centri dal
mezzo dell’Africa fino a Pechino. E anche questi centri somministreranno i Missionari a tutte queste
altre contrade. Là c’è Hon‑Kong, là Calcutta, più in là Madagascar. Questi e più altri avranno case, studi
e noviziati.
Don Bosco ascoltava guardando ed esaminando; poi disse: ‑ $ dove trovare tanta gente, e come inviare
Missionari in quei luoghi? Là ci sono i selvaggi che si nutrono delle carni umane; là ci sono gli eretici, là i
persecutori, e come fare?
‑ Guarda, rispose la pastorella, mettiti di buona volontà. Vi èuna cosa sola da fare: raccomandare che i miei
figli coltivino costantemente la virtù di Maria.
‑ Ebbene, sì, mi pare d’aver inteso. Predicherò a tutti le tue parole.
‑ eguárdati dall’errore che vige adesso, che è la mescolanza di quelli che studiano le arti umane, con quelli
che studiano le arti divine, perchè la scienza del cielo non vuol essere con le terrene cose
Mentre Don Bosco raccontava, i tre ascoltatori esclamarono a più riprese: ‑ Oh Maria, Maria! ‑ Il Santo,
quand’ebbe finito, disse: ‑Quanto ci ama Maria! ‑ Parlando poi di questo sogno con Don Lemoyne a
Torino, prese a dire con tranquillo, ma penetrante accento: ‑ Quando i Salesiani saranno nella Cina _e
si troveranno sulle due sponde del fiume che passa nelle
vicinanze di Pechino!... Gli uni verranno alla sponda sinistra
dalla parte del grande Impero, gli altri alla sponda destra dalla
parte della Tartaria. Oh! quando gli uni andranno incontro
agli altri per stringersi la mano!... Quale gloria per la nostra
Congregazione!... Ma il tempo è nelle mani di Dio!
Il medesimo Don Lemoyne nel mandare copia del sogno a
monsignor Cagliero scriveva il 23 aprile a proposito della
parte ivi rappresentata da Don Rua, vicario di Don Bosco, e da
Giuseppe Rossi, provveditore generale: « Io come interprete
noterò: Don Rua è la parte spirituale sopra pensiero, Rossi
Giuseppe la parte materiale pur essa imbrogliata. L’avvenire
deve consolare l’uno e l’altro ». E così realmente fu.
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PROGRAMMA
DELLA SOLENNITA’
7 DICEMBRE 2014
ore 20.45 in chiesa
ACCADEMIA DELL’IMMACOLATA
Segue festa in oratorio
8 DICEMBRE 2014
SOLENNITA’ DELL’IMMACOLATA
Ore 10.30: S. Messa solenne.
Rinnovo promessa dei salesiani
cooperatori, presentazione del
CPP, presentazione del consiglio
dell’oratorio, accoglienza nuovi
chierichetti e del nuovo gruppo canto.
Ore 12.00: Cerchio mariano
e festa in piazza
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