Intervista ad Antonella De Simone
(Direzione Generale Brioni)
Atelier Brioni, Roma, ottobre 2008
A cura di Isabella Orefice
Lei conosce il progetto Archivi della Moda del ’900? Che
cosa ne pensa?
Il passato è la radice del futuro, è un’ottima idea. L’Italia
rimane la nazione capitale della moda e, in questo momento,
siamo davvero i primi nella moda femminile e in quella
maschile. La moda da uomo ebbe origini in Inghilterra:il
nostro attuale abito nasce dalla cultura della nobiltà inglese.
Erano i nobili di campagna ad avere l’esigenza di vestirsi in
modo rigido, con impermeabili e con colori scuri. Oggi la moda
italiana maschile sartoriale ha surclassato la tradizione di Savile
Row1.
E il vostro archivio storico? 2
Noi abbiamo un progetto di archivio straordinario, perché il
marchio Brioni è stato fondato nel 1945 da mio nonno e dal suo
socio. Sono quattro persone ad occuparsi dell’archivio. Sarebbe
davvero auspicabile trovare un archivista, una persona
specializzata che ci aiuti a catalogare, a suddividere una
notevole massa di materiale. Stiamo già lavorandoci da circa
due anni e siamo a buon punto. È stato un lavoro immenso che
vorremmo digitalizzare per renderlo accessibile. Brioni è storia,
non è nata l’altro ieri.
Immagino che avrete conservato bozzetti, fotografie,
corrispondenza. Ci narri la sua storia.
1
Storica via londinese, sede dei più importanti laboratori sartoriali del mondo.
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Brioni nasce nel 1945 ad opera di mio nonno, che era un sarto abruzzese.
In Abruzzo è nato un ramo della sartoria italiana. L’altro è a Napoli.
Dall’Abruzzo viene, ad esempio, Caraceni. Mio nonno nasce a Penne, in
provincia di Pescara; molto giovane va prima a Milano, poi, per motivi di
salute, a Roma, e qui inizia a lavorare insieme a Gaetano Savini, suo futuro
partner presso Satos, che era un negozio di abbigliamento in via del Corso.
I due diventano amici: mio nonno, il sarto, l’altro, il direttore del negozio.
Quest’ultimo, un vulcano di energia, ricco di interessi e di attitudini. Un
pierre ante litteram, una persona incredibile che già nei primi anni della
nostra storia ha fatto un main special register, una sorta di newsletter di
quel tempo: una cosa incredibile. Questi due amici dai comuni obiettivi
lasciano Satos nel 1945 e, subito dopo la guerra, fondano in via Barberini
un negozietto di cui conservo la foto nella mia camera: due sole vetrine e
sopra la sartoria, per cui il luogo diventa subito un atelier da uomo, di alta
moda. Loro hanno subito puntato in alto. Poi, gli anni Cinquanta e i primi
approcci con il mercato avvenuti tramite attori americani di fama. Erano i
momenti della “dolce vita” e quindi tutte le star del Cinema venivano a
Roma da Hollywood. Possiedo la foto di mio nonno con Henry Fonda e
con John Wayne, e con tutti quelli che oggi consideriamo dei miti. Venire
a Roma da Brioni era per loro una tappa obbligata, per cui la fama di
Brioni nacque prima in America, a Hollywood che non in Italia. I grandi
clienti si lasciavano prendere le misure, ma erano talmente tanti che presto
si giunse ad avere tanti laboratori sparsi per Roma. Fu così che mio nonno
ebbe un idea geniale: trasformare questa attività assolutamente artigiana e
manuale in una realtà “industriale” e cioè trasferire tutti i passaggi della
lavorazione dell’abito a Penne, in Provincia di Pescara, dove affittarono un
appartamento. Qui reclutarono per il lavoro quaranta persone di cui una
ventina di amici suoi con cui giocava a carte d’estate. Ma erano amici
sarti, perché a Penne la tradizione era tale per cui, nel 1960, un paese di
pastori si era ormai trasformato in un paese di sarti.
2
L’archivio Brioni è stato dichiarato «di interesse storico particolarmente importante» nel settembre
2009. [Link ad articolo «Il Giornale»:
http://www.ilgiornale.it/roma/larchivio_brioni_dichiarato_di_notevole_interesse_storico/20-042010/articolo-id=439106-page=0-comments=1]
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Perché questo cambiamento?
In realtà è una lunga e interessante storia: Cortona è un paese vicino Penne
e si dice che tale Gianpaolo Tosti fosse andato alla corte di Edoardo VII di
Inghilterra, e che fosse diventato famosissimo come musicista e quindi
ricco. Si vestiva alla corte inglese e quando gli abiti diventavano vecchi li
mandava ai parenti poveri in Abruzzo. Non si sa se questa è storia o
leggenda ma praticamente la tradizione sartoriale abruzzese si basa su una
fantaleggenda: tuttavia gli storici che ne danno conto in un mirabile libro
dedicato ai sarti di Abruzzo ipotizzano che gli abitanti locali, smontando
gli abiti, avessero scoperto i segreti dell’arte sartoriale inglese. Ma
comunque è storia reale quella di mio nonno che lavorava con i suoi 22
amici e che questi conducevano botteghe di sartoria.
Quindi, ognuno ne aveva una?
Avevano la botteguccia o utilizzavano il salone di casa, e il lavoro
consisteva in questo: ad esempio, il contadino tal dei tali doveva sposarsi
ed era l’occasione in cui finalmente si faceva fare il vestito che gli veniva
confezionato in un giorno. In genere questo abito era nero e il contadino se
lo portava fino alla tomba. Si sposava indossando quell’abito, lo metteva
quando partecipava ai matrimoni d’altri o in diverse occasioni, anche per i
funerali, finché non veniva sepolto con quello stesso vestito. In effetti, il
lavoro di sartoria non era un gran business… Ma che succede, allora, di
questi sarti che avranno avuto negli anni Sessanta 40 o 50 anni? Sono stati
straordinari, perché hanno accettato di entrare nella nuova realtà di Brioni.
Il lavoro si specializza e viene addirittura chiamata un’azienda svedese
specializzata nella formazione delle catene di montaggio per
l’abbigliamento. Non si poteva definirla fabbrica: mio nonno la ha sempre
voluta chiamare grande sartoria. Infatti, la grande sartoria consiste nel
razionalizzare tutte le fasi della lavorazione. Quindi, un sarto faceva
davvero tutto dalla a alla z, con un solo ragazzo che lo aiutava. Ma ogni
singola fase della lavorazione veniva eseguita da una persona diversa. Mio
nonno ha creato una cosa straordinaria, una vera e propria catena di
montaggio sartoriale. Noi ancora non abbiamo macchine e attualmente
abbiamo 1.086 persone che lavorano solo per l’abito da uomo. Una
persona prende tra le mani il tessuto, lo piega in due, vi pone sopra il
cartamodello e lo disegna a mano con il gesso da sarto, che è cerato.
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Un’altra persona si occupa soltanto del taglio, un altro fa solo il puntino
del reverse, un altro fa solo il “buchetto” dell’asola…
Quindi si specializza in un segno…
Ognuno di loro lavora su due o tre passaggi, quindi immagini il livello
della specializzazione:questo il segreto dell’abito Brioni.
Come ha fatto a convincere tutti a lavorare in questo modo?
Con la formazione. Abbiamo, all’interno della nostra fabbrica, una scuola
di sartoria perché noi dobbiamo davvero garantirci sarti altamente
professionali per mantenere il valore delle tradizioni della creazione a
mano. Abbiamo fondato la scuola nel 1985 in cui formiamo, ogni quattro
anni, 20-22 persone delle quali tre o quattro diventano maestri sarti gli altri
vengono inseriti nelle diverse fasi della lavorazione. Una dozzina di anni
fa c’è stato il primo passaggio generazionale, perché ovviamente i nostri
“vecchi” sarti erano andati in pensione. Ma nel frattempo, ne avevamo
creati degli altri. Basti pensare che il nostro maestro sarto ha 37 anni:
Angelo Petrucci maestro sarto di Brioni, il capo modellista, disegnatore
che viaggia in tutto il mondo e fa i vestiti per personalità come Bush ed
altri capi di Stato. Può immaginare…
Quindi la scuola come un fiore all’occhiello?
Sì, il cambio generazionale è avvenuto, ma conservando la tradizione,
anche per la donna che ricama. Per cui se lei va a Penne trova di tutto:
quello rasato, quello con gli orecchini. Fantastico! Inoltre, la scuola è
patrocinata dalla comunità economica.
È aperta a tutti i giovani che vogliono partecipare o vi sono selezioni?
Dopo la scuola dell’obbligo i giovani motivati hanno l’opportunità di
passare le nostre selezioni. Ora li dobbiamo a prendere a 16, dico «li
dobbiamo» un po’ mal volentieri, perché i grandi sarti ritengono che la
manualità migliore si apprende meglio in tenera età. Gli allievi studiano
per quattro anni.
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Questi giovani hanno la garanzia di un eventuale lavoro?
Finora possiamo dire che sono entrati tutti da noi, ed è sicuro che noi ne
abbiamo bisogno.
Come avviene la selezione?
Si tratta di giovani della Regione Abruzzo, dove la tradizione della sartoria
fa sì che ci sia una lista d’attesa per entrare. Molti padri di questi ragazzi
lavoravano già da noi. Ne inseriamo venti e, dopo quattro anni, ce ne
saranno due o tre che studieranno ancora cinque o sei anni per diventare
sarti. Gli altri li applichiamo alle diverse fasi della lavorazione che
comunque sono delicatissime per noi. Quindi, la nostra è una scuola di
sartoria in generale, non escono solo maestri sarti. Infatti, ad esempio,
abbiamo in ogni reparto di lavorazione l’addetto che controlla e verifica la
perfezione di ogni prodotto. Tutti entrano da noi. Mi pare che ci furono
soltanto due casi per cui ciò non accadde: uno che si ammalò e un altro che
è andato a vivere all’estero.
La scuola rimane a Penne ?
È all’interno della nostra azienda. Fortuna ha voluto che è stata costruita
l’autostrada per cui, con due ore e un quarto, io sono a Penne e ci vado in
continuazione. Soprattutto con la Stampa,con i nostri clienti, che almeno si
rendono conto del perché devono pagare così caro un vestito e poi perché
è una cosa bellissima da vedere. Conservo la foto nel mio archivio di come
era questa sartoria negli anni Quaranta e Cinquanta. Noi abbiamo creato
una specie di prét-à-porter a Penne con abiti fatti tutti a mano, che però
oggi si possono trovare anche pronti in negozio.
Quindi sono abiti fatti su taglia?
Assolutamente su taglia, che poi è molto personalizzata: noi abbiamo una
rete di 500 negozi multimarca che vanno da Neiman Markus ad
Harrods,alla piccola boutique di Saint Moritz. Abbiamo poi una rete retail
monomarca di circa 70 negozi. Tutti questi negozi all’inizio della stagione
fanno un ordine, ma si tratta di un ordine personalizzato. Significa che noi
facciamo un modello per Harrods e un altro per Neiman Marcus o un
modello particolare per il negozio di Tokio, e ciò dipende dalle
caratteristiche individuali dei clienti, dalla conformazione fisica. Ad
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esempio, i giapponesi sono decisamente diversi dagli occidentali, hanno un
rapporto differente fra le gambe il busto.
Lei viaggia molto?
Sì, abbastanza,prevalentemente in Europa. Va detto anche che, oltre
all’ordine stagionale, c’è l’ordine speciale. Ciò significa che noi abbiamo
un archivio di modelli di cartone ancora di tutti i nostri clienti speciali. Ad
esempio, un cliente ci telefona da Los Angeles e dopo tre settimane noi gli
mandiamo il vestito. Oltre a questo noi abbiamo una sartoria a Roma e una
sartoria a Milano, dove è possibile avere il sarto che fa tre o quattro prove.
Voi ogni stagione decidete una linea da portare avanti?
Noi abbiamo un ufficio stile che ogni stagione studia una nuova
collezione: una in estate e una in inverno. C’è un cambiamento molto
relativo, ma stiamo attenti al trend del momento, alla silhouette, ai colori.
Ci sono poi gli stili classici che si ripetono, perché il cliente esige
assolutamente questa nostra classica ripetizione.
E al femminile?
Abbiamo il 10% della nostra produzione al femminile che è sempre
esistita. In archivio ho una foto di Ava Gardner che dice «To my favourite
tailor Brioni». Anche la linea femminile, sempre piuttosto classica, si è
affermata prima con il tailleur, ma adesso abbiamo un ufficio stile dedicato
alla donna. Per quanto riguarda la donna, noi abbiamo una storia che inizia
nel 1945, conserviamo bozzetti da donna meravigliosi e oggi la nostra
produzione è molto ricercata. Anche se Brioni è nato come moda da uomo,
e questa è stata anche la nostra forza. Per quanto riguarda poi gli altri
elementi dell’abbigliamento dagli anni Novanta abbiamo inglobato nel
nostro gruppo dei laboratori che lavoravano a mano, delle piccole aziende
che lavoravano come noi, ma senza un’apertura internazionale. Parlo di
Burini, per quanto riguarda le camice, oppure di Ciceri, un laboratorio che
forniva le camicie a Herbert von Karajan ed era il fornitore ufficiale delle
camicie da sera di Casa Savoia, è nato nel 1897 ed ha più di 100 anni di
storia: un marchio prestigiosissimo, che siamo onorati di avere con noi.
Non abbiamo mai fatto fare nulla all’esterno, ma abbiamo acquisito
all’interno del gruppo queste realtà, quindi abbiamo la camiceria, la
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camiceria classica e sportiva, il leisurewear per il tempo più libero e
rilassato, abbiamo le cinte, l’abbigliamento in pelle. Anche l’intimo lo
facciamo attraverso Ciceri.
Quanto personale avete oggi ?
Il totale del gruppo è 1.700 persone, che lavorano all’interno del nostro
gruppo quindi una grande realtà.
In che rapporti siete con l’Accademia nazionale dei sartori?
L’Accademia nazionale dei sartori ha sede a Roma, noi ne siamo soci e
sponsorizziamo il loro premio Forbici d’oro dedicato ai giovani sarti, che
si tiene ogni due anni. Da qualche tempo, è entrato nell’associazione il
nostro maestro sarto Angelo Petrucci. Una cosa bellissima che abbiamo
fatto l’anno scorso al Royal College di Londra, e che proseguiamo, è un
master post laurea per i futuri designer della moda da uomo. È l’unico
istituto di moda di Londra ad avere la sezione uomo, quindi ci hanno
chiesto una sponsorizzazione. L’anno scorso abbiamo adottato 14 dei loro
studenti mandando i nostri sarti a Londra per tenere le lezioni e quindi gli
studenti sono venuti a Penne nella nostra scuola di sartoria. Un’esperienza
veramente incredibile: solo tre erano inglesi, gli altri venivano da Hong
Kong, dalla Cina, dall’India a studiare al Royal College che è uno dei più
prestigiosi istituti di design al mondo, e quindi sono venuti da noi.
Abbiamo attribuito loro un tema: lo smoking, che è il nostro capolavoro.
Pensi che per realizzare un nostro abito ci vogliono dalle 18 alle 40 ore,
ma per lo smoking ce ne impieghiamo 40. Abbiamo chiesto agli studenti
come poteva essere, secondo loro, lo smoking del futuro e abbiamo fornito
noi i tessuti. Poi hanno portato alcuni sketch e i nostri sarti li hanno
realizzati. Da questo è stato creato un Premio a Milano durante la
settimana della moda, con una giuria internazionale, formata dal presidente
di Neiman Marcus e dal direttore di «GQ» fra gli altri. Il tema di
quest’anno è la travel jacket, perché Brioni è stato il primo a creare la
giacca travel con tutte le tasche esterne e interne per viaggiare in modo
ideale. I giovani pensano, e hanno ragione, che in effetti nel mondo della
moda maschile ci sia più spazio che non in quello della moda femminile.
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Lei comunica un grande entusiasmo.
È sentito, non è niente di falso, comunico una realtà, vera, che chi vuole
può venire a verificare!
Una realtà bellissima…
Sì, bellissima, ad esempio porterò due giornalisti, uno da Los Angeles e
uno da Ginevra, a Penne, e so già che poi vi torneranno entusiasti.
In quali Paesi siete in maggiormente presenti?
Gli Stati Uniti sono il nostro maggiore mercato anche se, più o meno, pari
all’Italia, il terzo è diventato la Russia, seguita dalla Germania,
dall’Inghilterra, dalla Francia fino ad arrivare al Giappone. Abbiamo anche
negozi a Nuova Delhi, a Bombay e Pechino. Insomma siamo un po’ diffusi
in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, il nostro target è molto alto, per cui noi
non siamo toccati più di tanto dalle crisi in genere. Il nostro prodotto,
senz’altro caro, ha in sé tutto il valore di quello che costa, anzi pensi
addirittura che, a volte, i giornalisti vengono e mi dicono: «Il suo vestito
non è caro», perché può costare come un altro che ha un grande valore di
griffe e viene fatto in Cina completamente a macchina. Quindi, è una bella
cosa da comprare, oltretutto più invecchia e più è bello, ed è vero, perché,
vede quella gonna? Avrà, penso 15 anni. Dico sempre che il nostro vestito
è bello, perché i materiali di cui ci forniamo, solo a Biella dal top dei top,
sono dei materiali naturali meravigliosi.
Noi inseriremo, infatti, nel nostro progetto un seminario a Biella,
perché cerchiamo e vogliamo trovare le radici di quell’artigianato che
ha fatto grande l’Italia.
A Biella c’è la materia prima più bella di Italia, infatti ci riforniamo per il
90% lì, poi per il resto abbiamo un minimo di lana dall’Inghilterra, un po’
di lino dall’Irlanda e la seta a Como.
Il nostro progetto vede la sua nascita e il suo lancio a Firenze, nella
Sala Bianca.
Dove Brioni ha messo, per la prima volta nella storia, l’uomo sulla
passerella: il nostro Angelo Vittucci è entrato nello scenario della Sala
Bianca nel 1952, con l’organizzazione di Giovan Battista Giorgini, che è
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stato quello che ha dato l’apertura mondiale alla moda italiana, soprattutto
maschile. Al tempo, la moda maschile era un po’…, non dico trascurata,
ma meno considerata, perché è la donna la prima che si veste. In realtà
oggi l’uomo tiene moltissimo all’abbigliamento. Nella storia i grandi sarti
sono da donna e vestono pure loro gli uomini, per carità, ad eccezione di
Chanel. Tuttavia, noi a Firenze abbiamo festeggiato il nostro
cinquantesimo anniversario, non nella Sala Bianca, ma a Palazzo Corsini.
Pensi che Brioni tra gli anni Cinquanta e Sessanta ha organizzato più di
400 sfilate nel mondo, sfilate sulle navi, sugli aerei. I due soci storici erano
così grandi entrambi e talmente complementari… Mio nonno ha portato
l’arte, ha portato l’Abruzzo a riconoscersi nella nobiltà della tradizione
artigiana e a un altissimo il livello della qualità. L’altro, invece, ha portato
tutto quello che oggi gli uffici stampa ormai fanno, e così ha diffuso il
nome di Brioni nel mondo. Questo sono stati i grandi pregi di queste
persone, quindi, i due erano assolutamente complementari.
Parliamo di Roma e di Milano, oggi.
Roma sta nel nostro cuore, le famiglie originarie fondatrici erano di Roma,
ma a Milano noi abbiamo una sede enorme, che prende un intero palazzo. I
buyer3 vengono a Milano, i principali giornalisti vanno a Milano, a Milano
si organizzano cose incredibili e adesso si pensa al progetto della città
della moda. Tornando a Roma, penso ancora al Cinema. Il nostro rapporto
con il cinema è pazzesco perché dagli anni Cinquanta con Hollywood,
abbiamo creato i vestiti di James Bond per cinque film, abbiamo vestito
attori di tutti i generi, adesso vestiamo Tom Hanks per Angels and
Demons, abbiamo un bel rapporto con il cinema, che dobbiamo anche
implementare.
Avete pubblicazioni sulla vostra storia?
Assolutamente sì: nel 1995 abbiamo fatto i nostri 50 anni, se vuole le
faccio recapitare questo libretto che peserà 30 Kg…. Vi è tutta la storia di
buyer ‹bàië› s. ingl. [der. di (to) buy «comprare»] (pl. buyers ‹bàië∫›), usato in ital. al masch. – Compratore,
acquirente. Nel linguaggio comm., indica la persona che, in grandi magazzini e negozî di confezioni,
soprattutto di abbigliamento femminile, ha l’incarico di provvedere all’approvvigionamento delle merci. Nel
linguaggio econ., l’espressione buyer’s market ‹bàië∫ màakit› (propr. «mercato del compratore») indica un
mercato in cui la domanda è più forte dell’offerta e quindi il prezzo è soprattutto determinato dalla prima.
[Vocabolario Treccani online www.treccani.it]
3
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Brioni, dall’origine al 1995. Vede? Questa è la travel jacket del 1964, ecco
questo è mio nonno con Henry Fonda, questa è una sfilata che abbiamo
fatto nell’acqua nel 1954. New York: il lusso ha l’ardire di buttare lo
smoking nell’acqua, perché non lo recuperi più, e così i nostri modelli
erano nell’acqua. Poi, qui vediamo i bozzetti, e questo è John Wayne, ma
ne abbiamo a quintali di queste foto. In occasione del nostro
cinquantesimo anniversario abbiamo presentato questo libro, un evento
pazzesco a Palazzo Corsini con una Mostra dei capi storici. Pensi, c’è
l’abito del 2000, perché nel 1960 si immaginava un futuro mostruoso,
tuttavia abbiamo vinto il concorso del Comune di Roma per quell’abito del
2000. Vede ancora in questo libro un vestito di Frank Sinatra e poi tutto
quello che abbiamo fatto in quegli anni per tutto quello che riguarda il
tennis, la vela, lo sci, guardi, persino una divisa da sci che a vederla fa
ridere, ma erano le cose del momento, vede il golf… Poi abbiamo un
rapporto incredibile con il polo perché il nostro nome viene fuori dall’isola
di Brioni nel Nord Adriatico: questi due soci si mettono insieme e: «Come
la chiamiamo questa azienda?». La chiamano Brioni, perché Brioni
all’epoca era l’isola più elegante al mondo, era l’icona dell’eleganza ed era
il primo posto dove è stato giocato il polo nel 1922. Isola che era italiana
ma la abbiamo persa ed è diventata l’isola di Tito. Noi ancora
sponsorizziamo un torneo di polo a Saint Moritz. Poi vede, tutte le
immagini del colore… Brioni è stato il primo nella moda maschile a
introdurre il colore. Lo dico sempre quando vado a Londra: «L’Inghilterra
è la culla della moda da uomo, ma voi come lo facevate questo vestito?
Nero, triste…». Brioni fa questa collezione nel ’57 ma guardi che colori,
viola, rosa… Il nostro archivio storico di capi è a Penne, infatti abbiamo
l’idea di farci un museo, guardi che vestiti che abbiamo! Si può
immaginare nel ’57 un vestito rosso o con il gilet rosa, poi la pelliccia,
perché abbiamo fatto di tutto… Questo è Peter Sellers che ha sopra la testa
il lampadario che c’è sotto in negozio, veniva da noi a farsi le pellicce.
Vede, questi sono tutti abiti nostri: nel 1960, lo smoking con il visone, e
poi gli anni Settanta con la sperimentazione e la rottura dei canoni classici
della moda … e poi questi sono tutti capi che noi facciamo ancora, per
africani, texani, arabi, perché il valore aggiunto di Brioni è poter fare tutto
perché tutto è fatto a mano e quindi lei può chiedere quello che vuole sul
suo abito, qualsiasi cosa, un collo particolare, una particolare leggerezza in
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cashmere, velluto, seta, o le lane extrafine che vanno di moda adesso.
Quindi noi siamo capaci di fare una tasca con 50 plissettature, con i
soffietti, c’è una lavorazione pazzesca, vede? Poi c’è l’extra lusso con il
filo d’oro, il cashmere, la vicuña. Ad esempio, adesso abbiamo un tessuto
per un vestito costa 30mila euro. Non c’è limite alla fantasia umana e alla
capacità.
Il lusso non scompare nella crisi generale?
Qual è il vero lusso, poi? Il lusso che proponiamo noi non è il lusso
dell’apparenza: è il lusso di saper esprimere al meglio quello che sei.
L’importante è che non sia solo apparenza, ma che ci sia una
corrispondenza con la forza che hai dentro. Secondo me quello è il vero
lusso, se puoi avere i mezzi per esprimerti al massimo, sei tu che fai la
moda, la moda non la devono fare gli altri, la devi fare tu…
È possibile vedere l’archivio per quantificare?
È un archivio con moltissimo materiale fotografico, la maggior parte è
dedicata alla collezione uomo; poi c’è un’altra parte che è dedicata alla
collezione donna; un’altra ancora, interessante, che riguarda i documenti,
ci sono i cartellini, i programmi. I fondatori di Brioni sono morti, mio
nonno è morto nel 1981 – aveva 75 anni – e l’altro verso i 78; però ci
siamo noi e, a parte noi, ci sono 1.700 persone che lavorano insieme a noi.
Pensi cosa sarebbe avere un archivio pubblico dove gli studenti possano
prendere le idee; sarebbe una cosa bellissima e molto importante quando il
reparto tessile è uno dei primi in Italia, è uno degli unici che resiste, sono
quattro o cinque e la moda è uno dei più importanti, tessile di
abbigliamento, quindi perché non creare una documentazione?
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