digital magazine | luglio/agosto 2013 | n. 105/106
camera
obscura
R e t t e pa r a l l e l e
sommario
turn on – p. 4
Luminal
Smith Westerns
tune in – p. 8
Camera Obscura
Mount Kimbie
Tempelhof
drop out – p. 20
Thurston Moore
rearview mirror – p. 108
Sixto Rodriguez
recensioni – p. 42
rubriche – p. 118
live report
gimme some inches
campi magnetici
classic album
cinema
#105 / 106
giugno
Direttore
Edoardo Bridda
Direttore Responsabile
Antonello Comunale
Ufficio Stampa
Alberto Lepri
Coordinamento
Gaspare Caliri
Progetto Grafico
Nicolas Campagnari
Redazione
Alberto Lepri, Antonello Comunale, Fabrizio Zampighi,
Gabriele Marino, Gaspare Caliri, Giulia Antelli, Massimo Rancati, Riccardo Zagaglia,
Stefano Solventi, Stefano Pifferi, Teresa Greco,
Staff
Tommaso Iannini, Alessandro Liccardo, Alessia Zinnari, Andrea Napoli, Andrea Forti,
Antonio Pancamo Puglia, Antonio Laudazi, Davide Nespoli, Nino Ciglio,
Lorenzo Cibrario, Federico Pevere, Giulia Antelli, Giulia Cavaliere, Giulio Pasquali,
Luca Falzetti, Marco Braggion, Marco Masoli, Marco Boscolo, Mirko Carera,
Nino Ciglio, Sarah Venturini, Stefano Galliazzo, Stefano Gaz, Enrica Selvini
Copertina
Camera Obscura (foto: Anna Isola Crolla)
Guida spirituale
Adriano Trauber (1966-2004)
SentireAscoltare // online music magazine
Registrazione Trib.BO N° 7590 del 28/10/05
Editore: Edoardo Bridda
Copyright © 2013 Edoardo Bridda.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione totale o parziale, in qualsiasi forma, su qualsiasi supporto e con qualsiasi mezzo,
è proibita senza autorizzazione scritta di SentireAscoltare.
Volevamo indagarlo, quell’Amatoriale Italia con cui i Luminal si ripresentano ai blocchi
di partenza. Terzo disco, ma in realtà un voltar pagina bello e buono, come ci spiega
anche Carlo Martinelli
Luminal
Distruggere per costruire
I Luminal non sono più i Luminal. Non lo sono nel
suono - quanto mai lontano, quello dell’ultimo
Amatoriale Italia (2013), dallo stile messo in mostra nei precedenti Canzoni di tattica e disciplina
(2008) e Io non credo (2011) - e non lo sono per
una formazione stabilizzatasi in terzetto “sbilenco”
voce, basso distorto e batteria (Carlo Martinelli,
Alessandra Perna, Alessandro Commisso), dopo
l’abbandono di Alessandro Catalano e Alessandro
Pieravanti. Distruggere per costruire. Fuori da una
wave elegante, cantautorale, raffinata e dentro
un mood nero e invischiato con una contemporaneità che fa saltare i nervi, tra sbalzi umorali
improvvisi, minimalismo post punk tesissimo, testi
melmosi col vizio dell’invettiva. Nessun compromesso, insomma, e lontani da un passato del
gruppo che a sentire Carlo Martinelli (voce, chitarra) proprio di compromessi si era ampiamente
cibato: «C’erano grosse differenze caratteriali e di
gusto. Riuscivamo a funzionare trovando una specie
di limbo in cui nessuno potesse sentirsi minacciato,
nonostante nessuno stesse facendo davvero quello
che voleva. Oggi invece c’è un’unità d’intenti piuttosto sorprendente, per cui ad ogni idea folle ne arriva
una più folle di risposta, invece di un rifiuto. Il disco
è nato anche così, rilanciando in continuazione su
scelte radicali».
Le scelte radicali di cui si parla rientrano nei suoni
scheletrici del disco, ma ancor più in un impianto
testuale che decide consapevolmente di sporcarsi
le mani affrontando senza filtri tematiche condivise e attuali. Quello che a prima vista potrebbe
sembrare allora un ammiccare al “quartierino
social” - altri, prima della band romana, hanno scoperto le potenzialità comunicative di testi “inseriti”
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nelle dinamiche giovanili “internettare” e non, vedi
alla voce Lo stato sociale, L’officina della camomilla, I cani e via dicendo - in Amatoriale Italia diventa invece finzione letteraria, romanzo neorealista aggiornato ai ritmi forsennati della modernità,
senza amorevoli velleità pasoliniane da mettere in
mostra e ben calati nel cinismo desolante dei giorni nostri. Si utilizza lo stesso linguaggio frantumato della realtà che si prende di mira - internet, gli
hipster, i social network, la scena indie, la televisione, gli orrori quotidiani -, ma lo si fa attraverso
scelte musicali che non hanno nulla di edonista
o ammiccante. Suoni semmai violenti, squallidi e
urticanti, che agiscono quasi da antidoto, svesten-
do quel link tematico - un hic et nunc che racconta
la scena musicale, ma anche il Paese - di ogni
possibile accezione positiva: «Crediamo che questo
sia il lavoro che deve fare un disco punk, nonostante
i Luminal non facciano punk in senso stretto. Creare
un senso di straniamento forte e reale, fare orrore,
costringere a guardare il baratro ad occhi aperti
mentre ti ci butti dentro». E dell’operato delle band
che invece scelgono coscientemente di cavalcare
questo tipo di approccio comunicativo, cosa si
può dire? «Il problema non è fare un disco molto
contestualizzato, il problema è se poi il medesimo disco non fa nient’altro che raccontare cose irrilevanti
con un vago cinismo giocoso.
 Capisco che il
nostro disco superficialmente possa sembrare simile,
ma è perfettamente antitetico ad un’operazione del
genere nella sua natura profonda».
Siamo d’accordo. A pensarci bene tutto questo
discorso si inserisce perfettamente nella diatriba,
nostro malgrado sempre più attuale, sul ruolo che
dovrebbe avere la musica indipendente: intrattenimento e specchio per un pubblico in cerca di un
identità da fotografare con l’onnipresente smartphone o arte sfuggente, coraggiosa e creativa,
come nell’era pre-internet?: «C’è ancora (poco) spazio per l’arte nella musica. Per quanto mi riguarda,
i più grandi capolavori sono brani che sono riusciti
ad essere entrambe le cose. Nel rock non ce ne sono
pochi, ma penso soprattutto ad Aretha Franklin,
Wilson Pickett, Stevie Wonder e a un mondo in cui
le capacità tecniche erano mostruose e al servizio di
menti geniali e del pubblico.
 Noi al momento facciamo musica di “trattenimento”, ma l’obiettivo
è riuscire a fare entrambe le cose». In questo senso,
allora, qual è il “potere mistico dell’arte” di cui si
parla in Carlo Vs. il giovane hipster? «E’ quella forza
incomprensibile ed assoluta tramite la quale qualcosa creato da un altro essere umano riesce ad innalzarti da questo pianeta pieno di miseria, disperazione, morte e noia. E’ una delle pochissime ragioni per
cui valga davvero la pena vivere».
Tutto questo è l’ultimo disco dei Luminal. Assieme
ad ascolti personali che - parola di Martinelli vanno da Talking Heads, PIL, Gang Of Four, The
Sound, Chameleons e tutto il post-punk più artsy
e dark a Dalla, Paoli, Tenco, Graziani («In Amatoriale Italia c’è moltissimo Gaber nei testi, e qualche
vago eco di Battisti in qualche melodia»). Noi leggiamo anche un sentore CCCP in quel declamare
reiterato e pungente, ruvido e monocromatico,
ma il front man della formazione romana ci tiene a mettere i puntini sulle “i”, pur confermando
l’attualità del messaggio della band emiliana: «In
realtà no, anche se si tratta a mio avviso del miglior
gruppo punk/rock/quello che ti pare, della storia italiana. C’è un pezzo come Grande madre Russia che è
una loro presa in giro, e un altro paio di pezzi come
Dio ha ancora molto in Serbia per me, che sono più
dichiaratamente punk e possono sembrare ricalcati
su di loro (anche se in realtà il gruppo più “copiato”
da Amatoriale Italia sono i Mclusky). I Cccp sono
attuali nel 2013 non per le “tematiche” ma perché
sono, per tornare al discorso di cui sopra, a modo
loro un’opera d’arte. Più attuali di loro sarebbero i
primi Disciplinatha [i primi due dischi dei Luminal
sono stati prodotti da Cristiano Santini, leader dei
Disciplinatha, ndr] sicuramente meno immediati,
pop e per certi aspetti incompiuti, ma a mio avviso
molto più intelligenti».
Il messaggio è chiaro: nulla, con i Luminal, è quel
che sembra e tutto è perennemente in divenire.
Soprattutto in un presente che sembra vissuto
dalla band giorno per giorno, senza una progettualità a lungo termine e con la stessa irruenza
che si coglie nei suoni dell’ultimo lavoro. Del resto
lo sottoscrive anche Martinelli stesso a fine intervista: «Non abbiamo idea di come sarà un prossimo
disco dei Luminal. Se ci sarà». Più chiaro di così.
Fabrizio Zampighi
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Dall’urgenza DIY alla magniloquenza pop in sole tre mosse. La fulminante ascesa di tre
ambiziosi enfant prodige.
Smith Westerns
Studiando da popstar
Sono così lontani i tempi della HoZac per gli
Smith Westerns (al secolo Cullen Omori, il fratello
Cameron e l’amico Max Kakacec) che sembra di
trovarsi di fronte a un’altra band. Anche fisicamente. Quando nel 2008 i tre registrarono i primi
singoli per l’etichetta cittadina, erano ancora degli
imberbi liceali a cui qualche fratello maggiore aveva appena fatto ascoltare Nuggetts, provocandone il repentino invaghimento per il garage dei
60s. L’omonimo album di debutto, Cullen e Max
lo pubblicarono quando ancora stavano frequentando l’ultimo anno di superiori. Neanche due
anni dopo le intuizioni pop degli esordi venivano
messe in bella calligrafia e irrorate di una lucente
patina psichedelica. Dye It Blonde rappresentava la scoperta dei 70s, di un universo languido e
opalescente, del guitar pop nella sua espressione
più alta, quella che ciclicamente paga pegno al
songwriting di John Lennon e Alex Chilton. Sì,
perché i tre non hanno mai noscosto la statura
della loro ambizione. Così, se il disco d’esordio
li aveva portati in giro per gli States con quello
scherzo della natura di NoBunny, Dye It Blonde
aveva alzato le mire da popstar e li aveva mandati
a scuola da gente come MGMT, Belle & Sebastian e Florence & The Machine. Tutti act con cui,
dal 2010 in poi, hanno condiviso i palchi di mezzo
mondo. E’ da qui che partiamo per farci raccontare
da Cullen Omori lo stato di salute della band.
Fra tutte le cose che vi sono successe negli
ultimi tre anni, quali sono state quelle che vi
hanno fatto crescere di più, come persone e
come artisti?
Sicuramente andare in tour. Girare, fare concerti
è il modo migliore per sviluppare le tue capacità
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come musicista, ma anche per vedere il mondo e
crescere come persona. Mi sembra che in questi
anni abbiamo avuto parecchi successi e qualche
fallimento, ma credo che tutto questo, in qualche
modo, ci abbia fatto maturare molto velocemente.
L’album precedente vi vedeva alle prese, per la
prima volta, con un sound molto influenzato
dai 70s. Mi sembra che la stessa cosa possa dirsi di Soft Will, benché i due dischi siano molto
differenti...
E’ vero, Dye It Blonde è stato il disco che ci ha
presentato per le prima volta a un gran numero
di persone. E’ successo tutto molto in fretta. Ad
un certo punto ci siamo ritrovati ad esibirci a un
livello molto più alto di quello che avevamo sperimentato con il primo album. Credo che questa
maggiore esposizione ci abbia aiutato a diventare
musicisti migliori ed è qualcosa che in Soft Will si
sente. Inoltre, vedere gente molto coinvolta in un
tuo disco, come è successo con Dye It Blonde, è
qualcosa che ti ispira moltissimo.
Ormai la vostra musica ha veramente poco a
che vedere con quella dei vostri primi singoli...
cos’è cambiato nel vostro approccio creativo?
La maggiore confidenza maturata con gli strumenti ci permette di essere più rilassati riguardo
al lato musicale in senso stretto e ci ha permesso
di dedicare una maggiore attenzione ai testi. Su
Soft Will c’è più pena e disillusione, che canzoni
d’amore.
In che senso?
Con Dye It Blonde io lavoravo per lo più al formato
della love song. Ho scritto canzoni che all’apparenza erano canzoni d’amore, ma per me affrontavano problemi come il desiderio e la disperazione.
Per Soft Will, volevo che i testi fossero più confessionali e riflessivi. Molte delle parole hanno a che
fare con la disillusione che deriva da un successo
come quello di Dye It Blonde e al doversi adattare
a tutto quello che abbiamo vissuto come singoli
individui e come band.
Quando parli di maggiore confidenza, intendi
anche una maggiore padronanza delle tecniche di regisrazione?
Vedi, il rapporto con lo studio di registrazione è
qualcosa a cui ci stiamo ancora abituando. L’album di debutto lo abbiamo registrato nello studio
che avevamo attrezzato in cantina, e a dire il vero,
anche i demo degli altri dischi li abbiamo registrati in cantina. Con Soft Will, però, abbiamo iniziato
ad abituarci all’idea di essere una band da studio
e a prenotarlo per il tempo che ci sembrava più
appropriato. Per Dye It Blonde abbiamo avuto solo
trenta giorni per registrare, sovraincidere e mixare
il disco. Abbiamo fatto tutto molto di corsa. Con
Soft Will abbiamo avuto il tempo per dare le sfu-
mature che volevamo a tutte le parti dell’album.
C’è un mood sottilmente psichedelico che
attraverso tutto Soft Will (mi viene in mente un
pezzo come XXIII)...
Il merito di quella canzone è quasi tutto di Max.
Voleva creare un pezzo che fosse un continuo
crescendo. Lui ama stratificare gli strumenti uno
sull’altro. E’ una specie di tema ricorrente in tutti
i nostri album. Per XXIII gli abbiamo dato carta
bianca.
Cosa pensi sia rimasto dell’approccio DIY degli
esordi?
Penso che ci abbia insegnato a non farci troppi
problemi nel correre rischi. La nostra carriera fino
ad ora è stata caratterizzata da tentativi ed errori,
per fortuna non di fronte al pubblico più vasto.
Per questo credo che aver iniziato come band DIY
sia stato molto formativo per noi.
Da quello che mi hai detto all’inizio, sembra
chiaro come per voi la cosa principale rimanga
quella di suonare dal vivo. Ora che il vostro
disco è frutto di un più attento lavoro di studio,
sarà più difficile portare la vostra musica on
stage?
Di solito scriviamo e registriamo le nostre canzoni
senza pensare davvero a come renderle dal vivo.
Proprio per questo, nell’ultimo periodo, abbiamo
speso molto tempo a lavorare sulla loro resa live,
in modo da farle suonare più simili al disco possibile.
Siete andati in tour con band molto differenti
tra loro e mi viene da chiederti se c’è qualche
artista che sentite particolarmente vicino..
Ognuno di essi ha qualcosa che ci affascina. Ma
tutti quanti possiamo dire di essere grandi fan dei
MGMT.
State già pensando al futuro?
Per il momento l’unica cosa che abbiamo in testa
è “tour...tour...tour”.
Diego Ballani
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Camera Obscura
Rette parallele
Desire Lines è il quinto album della band di Glasgow. Abbiamo incontrato i Camera
Obscura per discutere delle vicende che hanno preceduto e reso possibile il disco. E
non solo...
testo: Nino Ciglio
La voce al telefono della receptionist dell’Orlando
Hotel di Los Angeles è calda, sexy. Mi chiede le
credenziali come se fosse una segreteria registrata
e mi invita a restare in attesa. Sono le 11 a.m. a LA
e i Camera Obscura - neanche a farlo a posta - si
trovano in qualche camera oscura di un albergo di
West Hollywood, all’alba di uno dei tanti concerti
del tour americano. I loro rapporti con gli She &
Him di Zoey Deschanel e M Ward si sono fatti
tanto stretti da decidere di fare una tournée spalla
a spalla in giro per gli States. Un’ occasione ghiotta per il collettivo di Glasgow, per sperimentare
audience sempre più vaste.
La voce di Gavin Dunbar (basso, chitarra e altre
diavolerie della band) è assonnata, calda, ma
incredibilmente signorile; il suo accento scozzese croce e delizia dei suoi intervistatori internazionali
- accompagna il tiepido saluto. Gli chiedo del tour
americano, dell’accoglienza e del calore del pubblico, se ha notato differenze con quello europeo.
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“Beh - mi risponde - siamo stati molto fortunati: in
America suoniamo in locali più grandi con un pubblico più numeroso, ma le persone sono fantastiche
ovunque andiamo. Abbiamo fatto solo uno show e
qualche registrazione per le radio locali”.
Desire Lines - il quinto album in studio della band
scozzese - è appena uscito, confermando l’esplosione twee-pop di My Maudlin Career (2009), ma
raffinando sensibilmente le tecniche di songwriting di Tracyanne Campbell, tanto da essere - per
certi versi - più vicino a Let’s Get Out Of This Country (2006), il loro lavoro più apprezzato. Desire Lines
spicca per la velata malinconia di fondo, per le
storie d’amore straziante che contiene, per quel
simpatico contrasto di gioia e dolore che solo i
Camera Obscura sanno creare. Dalle webzine
europee è arrivato un tiepido apprezzamento,
mentre in America “è difficile capirlo bene.. è uscito
solo da una settimana; le persone sembrano molto
eccitate o così sembra”. Mi mostro curioso riguardo
© anna isola crolla
il significato del titolo: tutti gli album precedenti avevano questa sorta di trasparenza, erano
espliciti fin dal titolo, ma qui - e l’ascolto dei testi
non smentisce questa teoria - mi pare che ci sia
qualcosa di vagamente più introspettivo: “a dir
la verità, la canzone Desire Lines è venuta prima:
ci sembrava un titolo adatto. Credo che una delle
spiegazioni sia che le linee in questione sono quelle
che percorriamo nelle nostre vite, questi binari che
assomigliano a rette parallele, a.. desire lines”.
Ma le loro linee non sembrano affatto rette parallele, neanche si avvicinano alle forme dei binari.
Prima di arrivare alla registrazione del disco,
infatti, i Camera Obscura, hanno dovuto confrontarsi con problemi enormi, che avrebbero portato
allo scioglimento qualsiasi altra band. Qualcosa di
magico, però, ha permesso a questi non-più-tanto-ragazzi scozzesi di mantenere intatto il nucleo
nevralgico e trovare nuova linfa per risorgere.
Nel 2011 viene diagnosticato un cancro a Carey
Lander (organo e voce), Kenny McKeeve (chitarra,
mandolino, voce) diventa padre nel 2012, Nigel
Baillie (tromba, percussioni) entra ed esce dalla
line up per problemi personali. Come se non bastasse, Tracyanne è incinta di sei mesi, ma nessuno
riesce a tenerla lontana dai palcoscenici. Insomma, dopo il 2009 di My Maudlin Career c’erano tutte le carte in regola per una separazione a lungo
termine, ma è arrivato solo uno hiatus di quattro
anni: “per il tour di My Maudlin Career siamo stati
in giro veramente tanto. Un anno e mezzo è - per
certi versi - troppo per star lontani da casa, eravamo
molto stanchi. Volevamo tutti prenderci una pausa e
rifiatare. Carey non stava molto bene e ci è sembrato
giusto, anche nei suoi confronti, prenderci del tempo
affinché stesse meglio e si rimettesse a lavorare..”.
È in momenti come questo che viene fuori l’indole
della grande band, forse troppo a lungo relegata
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alla corrente del revivalismo spicciolo, all’ombra di
un’ondata di pop che ci ha fatto conoscere band
del calibro di Belle & Sebastian, She & Him, Pastels, Au Revoir Simone, per citarne solo alcune.
Era necessario rinascere, c’era bisogno di una
svolta. Per questo, di comune accordo, i Camera
Obscura hanno deciso di abbandonare la collaborazione con il produttore Jari Haapalainen, che
li ha portati alla ribalta, e imboccare binari nuovi,
diversi. Lasciando da parte lo scenario svedese
dei precedenti due dischi, registrati in fretta nello
studio scandinavo di Haapalainen, per Desire Lines
la band si è affidata alle cure di Tucker Martine a
Portland, Oregon. “Credo che ogni volta che facciamo materiale nuovo, vogliamo sempre progredire
rispetto a quello che abbiamo fatto in precedenza.
Avendo già registrato due dischi con Jari, volevamo
un cambiamento, perché pensavamo che non sarebbe stato bello fare una trilogia di album che suonassero troppo simili.. non ci avrebbe stimolato e forse
non sarebbe piaciuto nemmeno ai nostri fan”.
La soluzione si chiama appunto Tucker Martine e arriva, come si affretta a riferire Gavin, dai
suggerimenti sapienti di un M Ward - partner
musicale della reginetta hipster Zoey Deschanel
negli She & Him - particolarmente esaltato dopo
aver ascoltato i provini del disco. Per le rifiniture
c’è il tocco malinconico della voce di Neko Case e
quello rock di Jim James dei My Morning Jacket.
A quanto pare i Camera Obscura hanno chiuso il
capitolo scandinavo per aprirne uno americano,
che come base operativa ha Portland, una delle
città più vive musicalmente di tutti gli States: “sì, a
Portland abbiamo avuto più tempo rispetto a quello
che passavamo in Svezia. Ma ogni volta che andiamo a registrare, siamo sempre in studio in studio..
non abbiamo molto tempo libero! Eppure Portland
ha delle caratteristiche simili a Glasgow: non so, la
cultura ad esempio! È stato fondamentale per noi
vedere qualche faccia nuova. È un posto che ispira!”.
Da Glasgow a Stoccolma, da Stoccolma a Portland: quando si tratta di scegliere i luoghi, sembra
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che i Camera Oscura puntino alle mecche del
rock senza tanti fronzoli.
La mia conversazione con Gavin si diluisce col
passare dei minuti. Con insistenza e tenacia, tiene
a sottolineare come Desire Lines sia il frutto di una
continua sfida per alzare il coefficiente di difficoltà rispetto alle precedenti uscite, ma soprattutto
per scrollarsi di dosso etichette semplicistiche e
rivalutare se stessi, definitivamente, come veri
musicisti: “tutto quello che è successo ci ha dato un
punto di partenza per lavorare più duramente su noi
stessi e anche tempo in più per concepire un lavoro
migliore. Eravamo tutti ispirati per fare uscire il disco
nel migliore dei modi possibili”. Timidamente, mi
sporgo facendogli notare come - a mio parere Desire Lines non sia l’album più triste dei Camera
Obscura. Fin troppo a lungo, infatti, si è parlato
della loro vena malinconica e infelice; Tracyanne
ha finito col rispondere “sì” a tutti coloro che le
chiedevano se lei fosse una persona infelice. Forse
Desire Lines è solo il più maturo, il più introspettivo
album della band: “Si, è il più maturo certamente.
Musicalmente è quello che ci ha dato la possibilità
di far del nostro meglio e Tucker è stato bravissimo
ad assicurarsi che ognuno si impegnasse al 100%”.
Dal punto di vista dei testi, sono state avanzate
molte critiche riguardo l’uso della voce di Tracy: il
fatto che sia così adolescenziale - da sembrare una
teenager in pena d’amore - farebbe risultare poco
credibili i testi profondi e intimi che canta, soprattutto nell’ultimo disco: “credo che Tracy scriva tante
cose diverse.. molte persone pensano che quello che
scrive siano semplici canzoni d’amore straziante. Ma
non credo che si possa dire solo questo di noi: siamo
molte cose insieme e Tracy scrive di svariati argomenti, di molte storie differenti”.
Per sopperire alla mancanza di singoli tratti dall’ultimo album (“Do It Again è una sorta di singolo, ma
non siamo riusciti a renderlo “fisico”. Break It To You
Gently dovrebbe essere un’uscita in sette pollici. Penso che il problema sia che ci sono solo pochi rivenditori di vinili e possiamo venderlo solo in tour, ma così
può arrivare solo a poche persone”), Gavin racconta le avvincenti gesta della composizione delle
titletrack Desire Lines: “abbiamo fatto un mucchio
di versioni prima di approdare a quella definitiva:
c’è quella soul, quella country, quella pop. C’è una
versione in cui abbiamo provato a farla velocizzata
e nessuno riusciva ad andare a tempo! [ride, ndr]
Sembrava un pezzo disco! Terribile.. alla fine abbiamo optato per la versione delicata”. Io direi malinconica.. “[Sogghigna, ndr] Credo che una delle cose
che ci piace fare sia rendere le nostre canzoni molto
serie o tristi dal punto di vista dei testi, ma poi, una
volta alzato il volume e prestato orecchio alla musica, ci piace restituire una semplice canzone pop: non
sembra più così triste!”
Desire Lines è inoltre il secondo album che la band
ha registrato sotto la label 4AD, dopo essere stata
Elephant/Merge per tutti i precedenti album. Una
scossa che non si può certo sottovalutare, in vista
dell’approccio più internazionale (leggi: americano) che stanno portando avanti: “all’inizio abbiamo venduto principalmente in UK e siamo diventati
popolari in alcuni paesi d’Europa. Poi in America
abbiamo venduto quaranta mila copie e suonato in
venue molto più grandi, per nulla competitive con
quelle in UK. 4AD ha una fantastica reputazione nel
panorama mondiale contemporaneo e abbiamo
pensato che passare a questa etichetta avrebbe potuto aumentare in qualche modo le vendite. In più,
ci sono sembrate persone fantastiche, ci seguivano
da tempo e ci siamo subito fidati..”.
Non solo business, dunque, ma qualcosa di molto
simile. D’altronde, come si notava in sede di recensione, sembra che Glasgow sia la culla ideale
per macchine da palcoscenico di un certo calibro,
con qualità altissime e spesso esportate in tutto il
globo: Teenage Fanclub, Orange Juice, Pastels,
Belle & Sebastian, Aztec Camera, mentre qui
in Italia facciamo fatica a risalire la china: “[Ride,
ndr] molte persone direbbero che, dal momento che
piove sempre a Glasgow, le persone stanno in casa e
hanno più tempo per essere creative. Non so, tradi-
zionalmente è sempre stato così..”. Potrebbe essere
qualcosa nelle tubature dell’acqua...”potrebbe,
c’è da sempre una lunga tradizione di rock band e
le persone che si mettono a suonare oggi possono
contare già su questo: in qualche modo vengono
ispirati. Se un tempo era il punk, recentemente sembra che il pop stia avendo la meglio (ne siamo un po’
orgogliosi)”.
Parlando di bilanci, provo a stuzzicare un po’
Gavin. È difficile che in una band attiva da quasi
quindici anni, con una leader così carismatica
come Tracyanne Campbell, non si sia mai creata
una sorta di gerarchia, una catena di comando:
“Gerarchia? [ride di gusto, ndr] Quando arriva il
momento di fare un disco, Tracy porta le canzoni
e ci prepariamo tutti per la registrazione. Ognuno
cerca di metterci del proprio, di imprimere il proprio
marchio sulla canzone, sull’arrangiamento. Cerchiamo di far sentire la nostra forza. Siamo amici,
molto spesso ci viene naturale lavorare in gruppo
dopo così tanti anni. Ancora non ci odiamo!”. Ecco
svelato il segreto delle rette parallele, delle linee
della vita. Con il semplice intento di fare buon
pop, i Camera Obscura stanno movimentando
il panorama europeo e girano l’America a fianco
degli She & Him, incrementando sensibilmente semmai ce ne fosse stato il bisogno - il loro raggio
d’azione. Le linee del desiderio scrivono le amicizie e le rendono impermeabili agli agenti atmosferici esterni, sia che si tratti di semplici (e continui) mutamenti di line up, sia che si tratti di gravi
malattie: “abbiamo praticamente iniziato a suonare
insieme. Stiamo crescendo come buoni amici che si
preoccupano a vicenda. Non siamo solo dei partner
musicali. Siamo amici, di un’amicizia duratura e lo
saremo ancora per molto tempo! Stare così tanto
tempo insieme, lavorare insieme, ti rende quasi una
famiglia!”.
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Mount Kimbie
Maturità istantanea
I retroscena del nuovo album, il tour con Squarepusher, la possibile collaborazione
con James Blake e la personale opinione sulla “new wave of garage”: il duo
londinese si racconta a SA
testo: Massimo Rancati
Ci piacerebbe raccontarvi che un album come
Cold Spring Fault Less Youth, in fondo, ce lo aspettavamo, ma la verità è che temevamo le conseguenze del passaggio da Hotflush Recordings a
Warp e che i Mount Kimbie finissero per reiterare
il discorso inaugurato con il Maybes EP (2009)
e, di fatto, chiuso con Crooks & Lovers (2010). In
quest’ultimo caso il duo londinese avrebbe infatti
certamente portato a casa un successo facile sulla
fanbase, ma anche commesso una sorta di suicidio artistico. Perché si può essere escatologi ma
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fino ad un certo punto, specie se la stessa materia
prediletta - il “post-dubstep” - ha visto il proprio
ciclo volgere al termine, ha detto un po’ tutto
quello che c’era da dire attraverso il saccheggio
di ulteriori escatologi che diremmo “imitatori” e
alla sovrapposizione del filone soulstep. Confessiamo, insomma, di essere stati uomini di poca
fede prima di ritrovarci nuovamente stregati da
Kai Campos e Dominic Maker, appunto in balia
di quel Cold Spring Fault Less Youth che abbiamo
chiamato “prova istantanea di maturità”.
I Kimbie hanno preso le dovute distanze dai precedenti lavori, hanno dato la struttura che mancava al proprio sound, hanno pensato in prospettiva
live ed infine osato, variegando all’estremo la propria proposta. Hanno, in definitiva, portato al livello successivo la versatilità che li aveva resi celebri,
ma il vero cambiamento sta tutto nella acquisita,
enorme, consapevolezza nei propri mezzi.
Una consapevolezza che su disco si rivela nei passaggi, agilissimi e sempre riusciti, dall’ambient alle
produzioni praticamente hip-hop, dal post-glo a
jam strumentali praticamente post-rock; che live
diventa totale empatia con il pubblico, per il quale
i due distruggono Carbonated con drop vicini al
brostep, se l’hanno visto smaniare per la house
esplosiva di Made To Stray; che in sede di intervista
- li abbiamo incontrati al Node Festival di Modena
- vede eclissata la timidezza con cui erano soliti
relazionarsi con la stampa a favore, addirittura,
di un certo snobismo, che è quello proprio di chi
si sente nella “Premier League” dell’elettronica
inglese e che, diciamolo, i Mount Kimbie possono
permettersi.
Avete detto che i vostri gusti musicali e il modo
in cui volete suonare sono molto mutati in
questi due anni e mezzo da Crooks & Lovers.
Quali ascolti, dischi, artisti o persino eventi di
vita vissuta hanno influenzato la direzione che
avete intrapreso con il nuovo album e che vi ha
portato - credo lo si possa dire - il più lontanto
possibile dagli stilemi post-dupstep che avevano contrassegnato il Maybes EP?
Dominic Maker: Credo che la maggiore influenza
sia venuta dal fatto che siamo stati in giro per
parecchio tempo a suonare dal vivo: quello ha
senz’altro avuto un impatto sul mindset con cui
siamo entrati in studio. Ma, in tutta onestà, per
questo nuovo album abbiamo provato a distanziarci il più possibile da qualunque cosa potesse
virtualmente essere un’influenza. Abbiamo speso
parecchio tempo cercando di trovare unicamente
il sound che volevamo accadesse su questo disco
e l’abbiamo fatto “per conto nostro”, senza davvero prestare attenzione a musica o altre influenze
esterne.
Cold Spring Fault Less Youth suona molto meno
“off-kilter” dei vostri lavori precedenti ed ogni
traccia mostra una struttura vera e propria.
Era questo l’obiettivo principale che volevate
conseguire?
Kai Campos: Non lo chiamerei “obiettivo”, nè
scopo. Parlerei piuttosto di naturale progressione.
Voglio dire, abbiamo solo maturato più confidenza nei nostri mezzi, in ciò che facciamo e ci siamo
semplicemente ritrovati troppo in là nel nostro
percorso artistico per poter continuare a suonare
per vaghezza, a lasciare idee deliberatamente
vaghe su disco come avevamo fatto su Crooks &
Lovers. Possiamo ora permetterci di essere molto
più audaci e di scrivere canzoni con una struttura
adeguata, e così abbiamo fatto.
Avete percepito un qualche tipo di pressione o
di ansia da prestazione passando da Hotflush
Recordings a Warp? Come è l’ambiente lì?
KC: In realtà no, anche perchè abbiamo iniziato
a lavorare sul nuovo disco molto tempo prima di
firmare con Warp. Siamo stati, anzi, senza alcun
record deal per la maggior parte della lavorazione
di Cold Spring Fault Less Youth. Ma non abbiamo
percepito alcun tipo di aspettativa o pressione dai
ragazzi della label, nemmeno dopo aver firmato
con loro: ci sono sembrati soltanto genuinamente
interessati a quello che stavamo facendo e nulla di
più. L’ambiente in Warp è...
DM: ...divertente.
KC: Sì, le uniche cose differenti che in qualche
modo abbiamo avvertito sono quelle relative ai
loro livelli di stampa e distribuzione, ai loro scopi
come etichetta che guardano ovviamente “più
in grande”. Ma davvero, si tratta di un atmosfera
piacevole, in generale.
Lo scorso ottobre siete stati in tour in Nord
America assieme a Squarepusher. Ci direste
qualcosa di quell’esperienza?
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DM: Tom (Jenkinson, ndr) è davvero cool, assolutamente un personaggio. E poi, come sai, è anche
un’istituzione, un pioniere nel campo dell’elettronica e quindi è stata un’esperienza davvero interessante. Ma la cosa migliore in assoluto è stato
il fatto che, essendo accostati a Squarepusher,
eravamo consapevoli di che genere di pubblico
avremmo fronteggiato ogni sera e, dal canto suo,
ogni audience che abbiamo incontrato era al corrente di chi fossimo, di cosa stessimo facendo sul
palco, e in generale estremamente ricettivo. Una
cosa che non si è verificata, per esempio, quando
siamo stati opening act per The xx a Milano nel
2010...
Siete il genere di artista che continua a produrre e a sviluppare le proprie tracce anche quando è in tour? Lo chiedo perchè vi ho già visti
dal vivo un paio di volte [prima di stasera] e
le vostre canzoni non suonano mai allo stesso
modo nei loro abiti live. Direste quindi che,
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per quanto vi riguarda, c’è sempre in atto una
perpetua operosità volta al continuo miglioramento ed, infine, al perfezionismo?
KC: Sì, possiamo decisamente dire così. Sai, suonando dal vivo ti ritrovi ogni volta in un ambiente
completamente differente, ogni location “suona”
differente da quella in cui ti sei esibito la volta
prima ed è raro che tutto funzioni alla perfezione.
Stare sul palco finisce insomma per farti comprendere meglio il tuo sound, e noi ci appoggiamo
frequentemente a questo fatto per concentrarci
su cose che avremmo potuto fare ma che non
abbiamo magari avuto il tempo di mettere in atto
precedentemente, sul correggere i refusi [che ci
sono scappati in studio] e così via.
Per Cold Spring Fault Less Youth vi siete anche
assicurati il featuring vocale che chiunque
vorrebbe avere sul proprio disco. Dico questo
perchè praticamente ogni artista che ho intervistato negli ultimi mesi ha definito King
Krule come “uno dei più incredibili talenti in
circolazione” o come “l’act con cui vorrebbero
davvero collaborare”. Come siete finiti a lavorare con lui? Come è il ragazzo dal vostro punto
di vista?
KC: È davvero giovane, energico, pieno di idee e
felice di provare cose differenti. La collaborazione
con lui è venuta fuori abbastanza casualmente: è
un nostro fan, come noi lo siamo dei suoi lavori
sotto moniker Zoo Kid, in quel periodo vivevamo nella stessa area di Londra e ci ha chiesto se
poteva passare in studio e dare un ascolto a ciò
a cui stavamo lavorando. Si è quindi portato via
qualche bozzetto di cui era entusiasta e, dopo
un po’, è tornato da noi con le strofe attorno alle
quali abbiamo poi costruito assieme le canzoni.
Non eravamo particolarmente interessati ad avere
un featuring sul disco in un primo momento, ma
con Archy (Marshall, ndr) si è rivelato un processo
semplice e naturale. È stata, in generale, un’esperienza davvero positiva.
Le due tracce realizzate assieme ad Archy possono essere anche viste come la vostra prima
candidatura a papabili producer hip-hop...
DM: Sì, parecchia gente ha detto che [su quei brani] King Krule praticamente rappa, ma.. diamine,
noi pensavamo stesse soltanto cantanto! (ride)
KC: Scherzi a parte, non sei il primo che ci fa notare questa prospettiva di lettura. Ma, per quanto ci
riguarda, non abbiamo minimamente concepito
quelle due tracce come produzioni hip-hop.
Per cui direste di non essere interessati a produrre hip-hop?
DM: Io lo sono.
KC: Certo che lo siamo!
Oh, bene. Avete quindi in mente un artista hiphop o R&B che vorreste produrre a tutti i costi?
KC: Beyoncé?
DM: Sì, Beyoncé. È una belva.
Made To Stray è il primo pezzo a firma Mount
Kimbie che possa stare su un dancefloor. Prendendo spunto da questo, volevo chiedervi: vi
sentite in qualche modo connessi al comeback
della house e delle produzioni in 4/4 che si sta
verificando in Inghilterra?
KC: Diciamo che, in particolare per questo disco,
ci siamo davvero disconessi dal resto del mondo,
ci siamo imbozzolati in studio. Per cui credo che
possa essere stato un’influenza nella maniera in
cui le cose che senti in sottofondo possono essere
un’influenza, e qualunque cosa succeda a Londra
è probabilmente un’influenza per noi. Ma non abbiamo cavalcato questa cosa del comeback della
house intenzionalmente.
Ho anche sentito parlare, in giro per la rete, di
una certa “new wave of garage” che vedrebbe
coinvolti producer quali Disclosure, Huxley ed
in generale l’intera RinseFM. Direste che si tratta di una corrente-movimento vera e propria?
KC: Ma per piacere! È robaccia priva di gusto.
DM: Ci hanno fatto scandagliare la UK Dance
Chart quando eravamo a New York e siamo rimasti
sorpresi da quanto simili fossero tutte le canzoni
in top 10. Non ne avevamo sentita nessuna prima
di allora, non vi avevamo mai prestato attenzione.
Ed ecco, siamo finiti a mostrare l’età indicata sulle
nostre carte d’identità ai ragazzi con cui eravamo
seduti in quell’occasione: tutta questa roba a noi
suona soltanto come musica vecchia per gente
vecchia. (ride)
So che probabilmente vi siete stancati di
ritrovarvi quasi sempre questa, come ultima
domanda, ma devo comunque chiedervelo: la
tanto chiacchierata, possibile, futura, collaborazione in studio tra voi ed il vostro amicone
James Blake è ancora possibile?
DM: Tutto è possibile (ride). Abbiamo in realtà
già scritto una traccia assieme qualche tempo
fa. Non è insomma qualcosa che non vogliamo
assolutamente fare, siamo ancora amici molto
stretti. È solo che, artisticamente, una collab non è
attualmente una priorità nè per noi, nè per lui. Ma
siamo consapevoli che, prima o poi, succederà.
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Tempelhof
© janine billy
From Ambient
To Disco
In occasione del nuovo EP su Hell Yeah abbiamo intervistato il duo formato da
Luciano Ermondi e Paolo Mazzacani. L’ennesima conferma dell’alta qualità
dell’elettronica da dancefloor italica
testo: Marco Braggion
Esce fra una settimana il nuovo EP dei Tempelhof
City Airport. Il duo mantovano formato da Luciano
Ermondi e Paolo Mazzacani ritorna a pubblicare
un disco sull’etichetta italiana che negli ultimi mesi ha riportato la luce su suoni freschi ed
ancorati alla tradizione, come l’ottimo album dei
Crimea X Another.
L’EP è stato patrocinato, con due remix d’eccezione, da Fabrizio Mammarella e dai Margot. A una
settimana dalla pubblicazione ufficiale, che anticipa il full length in uscita entro l’anno, abbiamo
parlato di passato, presente e futuro con la band.
Qui sotto l’intervista in esclusiva per SA.
Ciao ragazzi come state?
Bene, grazie.
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Rispetto al vostro esordio We Were Not There
For The Beginning, We Won’t Be There For The End
avete cambiato molto il vostro suono. È stata la
liaison con la Hell Yeah a influenzarvi in questo
senso?
L’esordio è uscito a fine 2009, ma la distanza di
cui parli, effettivamente, la avvertiamo anche noi.
Diciamo che in parte può essere dipesa dal cambio di label, ma solo in parte, nel senso che siamo
entrati in contatto con Peedoo e con la sua Hell
Yeah a seguito di un remix che facemmo, un paio
di anni fa, per Ajello. Il fatto di doverci confrontare
con un progetto dance, che aveva una sua grammatica molto distante dalla nostra, ci ha pemesso
di sperimentare su suoni e strutture che prima
non ci appartenevano. Al primo remix ne sono
seguiti molti altri su Hell Yeah, come quelli per
Crimea X, Maxime Dangles, Confusional Quartet,
Luminodisco, Margot, e una certa attitudine si
è consolidata. Per dirla tutta, già da tempo bazzicavamo su territori differenti dai nostri esordi,
che erano più marcatamente ambient-shoegaze,
quindi, probabilmente, ci siamo incontrati nel
momento giusto.
Dall’EP del 2012 cosa è cambiato su Hell Yeah?
Ci avete preso gusto a stare con loro?
Semplicemente abbiamo iniziato a credere in un
progetto comune e a pianificare il futuro immediato con l’uscita di questo nuovo EP, City Airport,
al quale seguiranno una compilation dei remix
fatti per artisti Hell Yeah e la pubblicazione del
nostro nuovo album, in programma per fine settembre.
Ci potreste dare qualche anticipazione sul disco? Ascoltando il nuovo EP sembra che vi piaccia stare dietro la consolle da DJ. Dove l’avete
registrato? Chi ve l’ha prodotto?
Mah... a dire il vero, Luciano è l’unico, tra i due,
che è anche DJ, mentre io non so neanche mettere due dischi a tempo! Il clubbing non ci è,
ovviamente, sconosciuto, ma neanche così affine,
siamo più attratti da altre forme di elettronica,
però ci diverte. L’EP ha preso forma dirigendosi
più verso il dancefloor, anche grazie ai remix di
Mammarella e dei Margot, dei quali andiamo
molto fieri. Credo che Tempelhof sia una creatura
un po’ sfuggente dal punto di vista stilisco, forse di
difficile catalogazione. Ci piace frequentare territori musicali differenti e ci annoiamo facilmente a
replicare gli stessi stilemi. City Airport è un pezzo
uscito da una session di registrazione di circa sette, otto mesi fa. Ci siamo chiusi nel nostro studio e
abbiamo inziato a lavorare con synth e sequencer
analogici, inseguendo un suono un po’ più balearico. City Airport è la traccia meglio riuscita di quella session, solare, ma non realmente “happy”, con
un’oscurità latente piuttosto marcata... o almeno
noi l’avvertiamo. Dunga ha una carica molto UK
house, insieme suonavano pefettamente, così
abbiamo deciso di confenzionare un EP a modo
nostro “estivo”. La produzione è interamente curata da noi, siamo degli autarchici da quel punto di
vista, ci piace fare tutto in casa.
L’EP sembra essere molto easy, nel senso di
ascoltabile, solare, summer. Il disco sarà tutto
così o ci sarà qualche momento più meditativo
ambient?
Credo che il disco rappresenterà al meglio l’evoluzione naturale del suono Tempelhof. È un ritorno
alle origini, per certi versi. Per certi altri è qualcosa
di totalmente inedito. È come se, dopo il disco
di esordio ci fossimo presi un periodo sabbatico,
durante il quale fare esperienze diverse, anche
molto lontane da noi stessi. Il tipo di viaggio al ritorno dal quale sei una persona diversa, migliore,
più consapevole e matura. Quindi, per rispondere
alla tua domanda, nel disco ci saranno numerosi
momenti meditativo-ambient, che si ricollegano
al passato, ma che guardano al mondo con occhi
diversi.
Com’è iniziata la collaborazione con Fabrizio
Mammarella? Lui è un mostro della italo house
che sa sempre sorprendere per freschezza e
popness. Come l’avete conosciuto? Avete lavorato con lui anche per il full length? Suonate
con lui?
Io non l’ho mai incontrato di persona, mentre
Luciano l’ha conosciuto perchè metteva i dischi
dopo un live dei Crimea X. Ricordo che mi parlò
del suo set in termini entusiastici, l’aveva colpito il
suo eclettismo, la sua capacità di mischiare tracce
differenti con una naturalezza disarmante, dalla
balearic all’acid house. Entrambi amiamo molto la
sua musica, sia nella versione live Clap Rulez che
nelle vesti di Telespazio e, quando Peedoo ci ha
ventilato la possibilità di remixare un suo pezzo,
abbiamo immediatamente accettato. Il risultato
gli è piaciuto molto e, alla prima occasione, ci ha
reso il favore. Ovviamente speriamo di poter lavo-
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rare di nuovo con lui in futuro.
Stanno tornando molto di moda le sonorità
vecchie, sia nordiche (vedi Todd Terje, Crimea
X) o Seventies (vedi Daft Punk). Anche il vostro
sound mi sembra old fashioned, però più electro 80/90. Mi confermate quest’impressione?
Credo che, soprattutto in alcuni remix e, qua e là
nelle produzioni, traspaia una vena riconducibile
alla new wave, quindi più ‘80s che ‘90s, dovuta al
nostro background, al fatto che entrambi veniamo dal rock e che spesso amiamo ricorrere a
strumenti più “classici” come chitarra e basso, oltre
che ai sintetizzatori e alle drum machine. Quando
la musica è, per così dire, “suonata”, è piuttosto naturale trovare riferimenti nel passato. L’hardware,
a differenza del sofware, ha quel livello di geniale imperfezione al quale è difficile rinunciare e
usando molti strumenti vintage, concedi al suono
di mostrare fieramente la propria età anagrafica
e di marchiare indelebilmente le tue produzioni.
Si tratta di una scelta stilistica che credo valga per
noi, come per Crimea X, dei quali siamo amici e
con i quali condividiamo l’amore per l’analogico.
Per quanto riguarda i Daft Punk, immagino che
non ci sia la medesima buona fede...
Nei vostri viaggi in giro per l’Europa avete sentito differenze nel pubblico inglese e in quello
italiano?
Non abbiamo mai fatto mistero della passione
che abbiamo per l’Europa e, in particolare, per
l’Inghilterra. Il fatto di aver pubblicato il nostro
primo lavoro per una label di Newcastle, la Distraction records, ci ha inevitabilmente segnato.
I primi show da quelle parti sono stati una rivelazione. Hanno una passione, una curiosità, un rispetto per i musicisti che da noi è piuttosto rara e
non scontano alcuni atteggiamenti provinciali alla
Ecce Bombo, del tipo “mi si nota di più se vengo o
se non vengo?”... insomma ci siamo capiti, senza
volerla fare troppo lunga, gli ambienti sinceri in
Italia esistono, ma non sono certo la maggioranza.
Quali sono gli artisti che avete ascoltato di più
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nell’ultimo periodo?
Ultimamente ascoltiamo molta roba di label come
la Warp, l’Apollo Records, Rhythm & Sound, Tectonic, band come Sinner Dc, Boards of Canada,
Demdike Stare, Recondite, ma anche artisti molto
diversi tra loro per epoca e attitudine come Legowelt, i Low, Brian Eno, Dead Can Dance, Durutti
Column... ma la lista eccederebbe lo spazio!
Invece con i Margot com’è andata? Ho letto
che sono di Border Community. Come li avete
conosciuti?
Con i Margot è andata più o meno come con
Mammmarella. C’era e c’è grande stima nei loro
confronti per il fatto di essere riusciti a entrare nel
roster di una label che amiamo profondamente
come Border Community, soprattutto per le prime cose di Nathan Fake e Luke Abbott. Abbiamo
remixato una loro traccia, 4 Aggressive Young Boys,
uscita per Hell Yeah, un lavoro del quale andiamo
molto fieri e, all’atto di pensare a un artista che
potesse remixare i nostri pezzi, la scelta è caduta
immediatamente su di loro. Il tutto è accaduto
con la regia di Peedoo che cura il management di
entrambi..
Ho letto che avete remixato fra gli altri Ajello,
Crimea X, Confusional Quartet. Tante cose emiliano-romagnole insomma. Voi di dove siete?
Che cosa vi attrae dell’Emilia in termini musicali? Ci sono altri luoghi in Italia che vi piacciono per le vibrazioni? Dove state meglio?
Noi siamo di Mantova, ultimo triste avamposto
lombardo che guarda già all’Emilia. Per varie
ragioni, non solo strettamente musicali, abbiamo
bazzicato spesso da quelle parti, abbiamo amici,
musicisti e non, abbiamo storie personali che ci
hanno portati a frequentare quei luoghi. Diciamo
che con gli emiliani e i romagnoli c’è un certo
feeling! In generale siamo stati molto bene anche
a Senigallia, in certi ambienti milanesi e abbiamo
un rapporto speciale con Rovereto e i roveretani...
Avete in mente di suonare in tour quest’estate?
Se sì, dove?
Ho visto che avete suonato anche con i Metro
Area. Il vostro suono mi sembra influenzato
in qualche modo anche dalla loro proposta. Vi
sentite vicini a loro?
Non in senso stretto, anche se loro sono stati
certamente tra le cose migliori che potessero
accadere alla dance dell’ultima decade. Abbiamo
suonato con Darshan Jesrani a Londra, lui è un
tipo molto interessante e piacevole, con il quale
abbiamo scoperto di avere numerose affinità, ma
sinceramente non vedo altri punti di contatto.
Quali sono i progetti per il futuro?
Ora c’è City Airport EP, a luglio uscirà la compilation di remix di cui ti dicevo e a fine settembre,
il nuovo album del quale potrei già accennarti il
titolo, ma forse è meglio attendere...
© janine billy
Suoneremo sicuramente il 27 e il 29 giugno, ad
Ancona e al Wunder festival di Teramo e ci auguriamo di riuscire a suonare il più possibile in giro.
L’attività live per noi è fondamentale.
Ho letto che avete anche una storia importante
come videomaker. Nel live userete video vostri? Continuate a produrli?
Diciamo che oltre ai due Tempelhof che suonano,
ce n’è un terzo, il misterioso Sorry Boy, che si occupa della parte video. C’è da sempre un rapporto
strettissimo tra audio e video nel progetto, sia per
quanto concerne i visual che utilizziamo live, che
per montaggio e regia dei video clip. Sorry Boy ha
questa straordinaria attitudine vintage e visionaria
che ci ha impressionato da subito e che crediamo
rappresenti alla perfezione il nostro suono.
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Vita sonica
thurston m
Testo: Tommaso Iannini
20
moore
Un percorso artistico a tutto
tondo e un discorso di vita e vite
parallele riguardo a una delle
leggende viventi del rock
Il discorso su Thurston Moore non può che cominciare dalla scena
di New York in cui si è formato come musicista, e dai Sonic Youth.
Non si può nemmeno immaginare la guitar band più originale e
influente degli anni ‘80 in un’altra città che non sia la sua metropoli. I semi del sound del quartetto sono quasi tutti nel rock urbano
della Grande Mela, quello di Velvet Underground e Television, del
punk e della no wave, e in quel clima di compenetrazione reciproca tra il linguaggio del rock (e, perché no, del jazz), l’avanguardia
musicale, le arti visive e la cultura pop (intesa sia come Andy Warhol
che come Madonna). Ed è sempre a New York che personaggi come
Rhys Chatham e Glenn Branca hanno creato uno spazio comune tra
la musica colta contemporanea e il rock, da cui è partita proprio la
ricerca dei Sonic Youth sui timbri delle chitarre e il loro espressivo
detuning.
Non si può parlare quindi di Moore senza trattare del gruppo che
ha formato e di cui ha condiviso la leadership insieme a Kim Gordon e Lee Ranaldo. Da un lato Thurston e il suo “gemello” sonico
Lee hanno reso nuovamente cool la chitarra elettrica nel decennio
dei sintetizzatori e della musica di plastica di MTV, preparando
il terreno per il boom del grunge; dall’altro Thurston e Kim sono
stati una specie di istituzione familiare per gli appassionati di rock
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alternativo. La notizia del loro recente divorzio è stata qualcosa di
più e di diverso dal solito gossip: per molti si è trattato chiaramente
di un fatto quasi “affettivo”, come se si fosse separato qualcuno che
si pensava di conoscere da sempre e non una coppia qualsiasi del
mondo dello spettacolo. Del resto i Sonic Youth come gruppo sono
stati decisamente superiori alla somma delle loro parti, un mix di
personalità differenti che contribuivano alla riuscita dell’insieme - la
voce femminista di Kim, le sperimentazioni di Ranaldo e il piglio
da rocker impenitente ma con una marcia in più del nostro protagonista, senza dimenticare Steve Shelley, che ha concorso a dare
una svolta al suono della band dopo il suo ingresso a metà anni
‘80 - acquistando qualcosa in più proprio dall’accostamento con gli
altri. Le linee di chitarra di Thurston e Lee sono così complementari l’una all’altra che è quasi impossibile separarle e considerare il
singolo apporto nell’economia dei pezzi. Anche senza Kim Gordon,
il cui approccio da non musicista al basso assicurava un contributo
che un professionista non avrebbe saputo dare, il gruppo sarebbe
stato un’altra cosa. Fare musica ha più spesso a che vedere con una
misteriosa alchimia che non con un’operazione matematica esatta.
In questo caso, la pietra filosofale sono le accordature e i timbri, così
poco convenzionali da riscuotere l’ammirazione di chi, come Blixa
Bargeld, per sua ammissione non amava le chitarre. Pensiamo a
quanti chitarristi sono più dotati tecnicamente ma non sono ricono-
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scibili al primo ascolto. Se c’è una lezione che due guitar heroes così
atipici ci hanno insegnato, è proprio nella relativa semplicità delle
diteggiature rispetto al modo geniale di accordare - o meglio scordare - e preparare i loro strumenti. Ed è una lezione assolutamente
punk: reinventare il linguaggio della chitarra rock poteva essere
un’operazione alla portata di tutti, non soltanto di solisti virtuosi.
Per creare il proprio suono, è più importante essere teste pensanti
che mostri di tecnica.
Spos e rò Pat t i Sm i t h
Thurston Joseph Moore nasce il 25 luglio 1958 a Coral Gabbles, ma
cresce nella tranquilla Bethel, in Connecticut, a 100 miglia dalla sua
città di elezione, New York. Quella tra il ragazzo di provincia e la
Grande Mela è una vera storia d’amore, cominciata a distanza, tra le
pagine delle riviste rock e le fantasie di adolescente, proseguita con
le prime trasferte per i concerti al CBGB’s su uno scassato maggiolino Volkswagen e culminata dopo due anni di sogni e progetti;
sullo sfondo l’escalation della scena punk, capace di esercitare tanta
presa su un immaginario artistico ed esistenziale ancora in formazione. Thurston viene da una famiglia che asseconda i suoi interessi
musicali. Suo padre George, scomparso prematuramente per un
tumore al cervello, è un professore di musica e filosofia e anche un
compositore dilettante. Suo fratello maggiore, Gene, sembra un
chitarrista più dotato di lui; Alex Foege nella biografia Il caos incalza
(Tarab 1995) racconta che aveva sequestrato la chitarra, costringendo Thurston a suonarla di nascosto. All’inizio del 1977, Moore
viene a scoprire che l’amico J.D. King, un ragazzo conosciuto in un
negozio di dischi, si è trasferito a New York per formare una band.
Un paio di mesi dopo lo stesso King lo chiama invitandolo a raggiungerlo e a entrare nel suo gruppo. Con una Fender Stratocaster
lasciatagli dal fratello come regalo d’addio e poco altro, il giovane
Moore parte alla volta della Big Apple.
Sistemato in una specie di monolocale sulla Tredicesima Strada, il
diciannovenne si immerge a capofitto nella movida punk di New
York: cerca di impressionare Richard Hell - con cui collaborerà anni
dopo nel progetto Dim Stars -, vede da vicino Sid Vicious e fantastica di formare una band insieme a lui, ha un “breve incontro” con
Lydia Lunch, che vive anche lei sulla Tredicesima. All’inizio non gli
piace Lydia, che ha osato criticare la sua musa Patti Smith e i suoi
adorati Television; poi, un giorno «la vidi sulla banchina del treno
L sulla First Avenue. Mi precipitai a tutta birra giù per le scale e oltre i
tornelli e quasi la travolsi, lei mi guardò con occhi spalancati e io prose-
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guii oltre. Molti anni dopo io e Lydia diventammo buoni amici e lei mi
confessò che in quel periodo era ossessionata dai ragazzi bianchi alti e
pelle e ossa e tutt’e due avevamo un’età e uno stile di vita in cui poteva
accadere chiaramente qualcosa di pazzesco. Chissà cosa sarebbe successo se fossi diventato l’amante di Lydia quando avevo diciott’anni»
(scrive lui in Alabama Wildman, Leconte, 2005). Più di Lydia, e al di
là del sogno segreto di sposare Patti Smith, a quel tempo lo ossessiona una ragazza svedese che abitava nel suo stesso palazzo, ma
che in realtà sta con un altro e non passa con lui più di un weekend
tenendosi pure in pegno il suo cappotto.
L’esperienza nei Coachmen non dura molto. La band suona un “garage rock progressivo” ispirato da Velvet Underground, Talking Heads, Modern Lovers e Television e registra poche canzoni prima di
sciogliersi. Non basta per placare l’ansia di Thurston, alla ricerca di
un nuovo modo di suonare, che svincoli la chitarra rock dalle solite
radici rhythm and blues e la indirizzi verso qualcosa di totalmente
punk. «Non volevo più suonare i soliti accordi dal Re al Do al Sol, così
un giorno cominciai a suonare velocissimo su e giù per il manico saltellando qua e là, molto ritmicamente». I primi esperimenti con questo nuovo stile nascono durante le jam con Stanton Miranda, una
musicista che in quel periodo suona anche in un progetto tutto al
femminile con Christine Hahn (ex Static) e una ragazza californiana
che ha da poco lasciato Los Angeles, attratta dalla scena artistica di
New York. «Disse che la sua migliore amica era una bellissima artista
di nome Kim.. Portava gli occhiali da sole con le lenti sollevabili e aveva
un pastore australiano di nome Egan. Si faceva la coda da un lato e
indossava un completo con camicetta e pantaloni a righe bianche e
blu. Aveva dei bellissimi occhi e il più bel sorriso che avessi mai visto,
era molto sveglia e sembrava possedere un’intelligenza sensibile/spirituale» (Alabama Wildman). Tra i due nasce subito un’intesa, anche se
il nostro spilungone all’inizio sembra piuttosto timido; poi una sera
la va a trovare nel nuovo appartamento. Tutto quello che ha Kim
sono una chitarra e un cuscino. La chitarra, oltretutto, è passata da
più mani, lasciata dal precedente proprietario nel loft di un amico
dove viveva anche Kim. Thurston quella sera suona quello strumento malandato e i due, finalmente, si baciano. Si lasceranno dopo
trent’anni e più di venti LP insieme.
New Yo rk d ic e no
Dopo qualche mese nella grande metropoli, Thurston si rende
conto che l’onda è passata. Il punk newyorchese ha perso molta
della verve sovversiva che lo animava agli esordi, mentre dall’altra
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parte dell’oceano arriva l’eco dei punk inglesi. Nel frattempo in città
è sorta un’altra scena, più audace, dirompente e votata a fare tabula
rasa delle convenzioni del rock. La no wave vuole davvero fare
piazza pulita di tutti i cliché. Quasi una diretta conseguenza di un
approccio senza compromessi, i pochi gruppi che ne fanno parte
sono destinati a sciogliersi nel giro di un paio d’anni e a lasciare
poche tracce discografiche del loro passaggio. Tracce comunque
profonde. La musica dei gruppi no wave prende spesso la piega
di una cacofonia stonata e amelodica; formalmente, non presenta
i classici accordi che il punk stesso usava per creare melodie e si
propone in tutto e per tutto come una sorta di antirock, anche se
suonato con i suoi stessi strumenti. Una vera propria decostruzione
del linguaggio rock, e, se vogliamo, una sublimazione dello stesso
approccio punk, che passa però attraverso le stesse armi di sempre,
gli immancabili chitarra, basso e batteria, tutt’al più con l’aggiunta
di un sax impazzito (vedi James Chance e i Contortions) o di ta-
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stiere analogiche. Quel che conta è che l’approccio alla chitarra di
queste band è decisamente poco ortodosso e amatoriale, anche
per i canoni rock di fine anni ‘70. Bypassando l’istrionismo tra James
Brown e free jazz dei Contortions, prendiamo, ad esempio, il modo
totalmente naif di usare la slide e l’estremismo sonoro dal sapore
infantilista di Lydia Lunch, gli sviluppi percussivi e atonali del chitarrismo dei Mars e l’approccio altrettanto percussivo ed eccentrico
di Arto Lindsay nei DNA. Nell’ottica Sonic Youth, brani come Freud
in Flop dei Teenage Jesus & The Jerks, Helen Forsdale dei Mars e Size
dei DNA sono piccole pietre miliari che con il senno di poi ci indicano la strada verso il gruppo di Thurston Moore. Nella prima, Lydia
Lunch si produce in un alternate picking velocissimo con la destra
mentre con la sinistra tiene il cilindro di metallo slide pressoché
fisso sull’ultimo tasto, praticamente a ridosso del pick-up. Il brano
dei Mars presenta un giro armonico con quattro accordi pennati
in sedicesimi, vera quintessenza protosonica, e gli interventi noise
della seconda chitarra. Nel pezzo dei DNA, ultimo brano di No New
York, lo strumming monocorde dal suono ostinato e metallico di un
Arto Lindsay, alle prese con una dodici corde volutamente scordata
sopra un giro di basso sincopato, anticipa i primi esperimenti targati
gioventù sonica. Per carpire le vere premesse al sound dei Sonic
Youth nella no wave, tuttavia, dobbiamo rivolgere lo sguardo alla
parallela scena di SoHo (ignorata da No New York, che si concentrava soltanto su quattro band del Lower East Side). I gruppi di SoHo
appartengono a un milieu più vicino alle gallerie d’arte che ai club, e
infatti suonano spesso in ambienti alternativi come loft e appunto,
gallerie. In questo contesto operano i Theoretical Girls, gli Static e i
Gynecologists, e soprattutto i personaggi che li guidano.
Cl ass ic i s m o p un k
«Rhys [Chatham] cominciò a pizzicare il Mi basso a vuoto con una serie
di pennate in giù (scoprii più tardi che la chitarra aveva un’accordatura
specifica, non convenzionale). Poi entrarono anche Glenn [Branca] e
David [Rosenbloom], mentre Warton [Tiers] batteva un tempo di otto
ottavi sul piatto. Il ritmo diventava più sostenuto, intanto che alla nota
iniziale si aggiungevano, una dopo l’altra, le altre corde. Nessuno ha
mai schiacciato un tasto della chitarra, si sentivano soltanto questi
accordi aperti vibranti di chitarre scordate il cui volume cresceva di intensità fino a diventare assordante. [..] Stava succedendo qualcosa che
non riuscivo a capire. I tre chitarristi non facevano che pizzicare solamente corde vuote con il plettro, ma nel campo sonoro sopra le nostre
teste succedevano cose straordinarie. Gli ipertoni danzavano intorno
26
alle note, si animavano sempre di più, trasformando il gruppo in un’orchestra di gamelan, poi in un coro di voci, e rimbalzando come palline
da ping pong sulle note basse e minimaliste di un accordo rock [..] Sono
rimasto come in estasi, ascoltando quella musica strana [..]. Dico strana perché da una parte era rock e familiare. Ma aveva anche un’altra
qualità: c’era qualcosa in più. Era anche arte. Il brano era Guitar Trio
di Chatham, che mi ha iniziato a un nuovo e sorprendente mondo di
musica che stava nascendo a sud della Quattordicesima strada nella
lower Manhattan. Non avevo mai sentito niente di simile, eppure era
come se fosse stato sempre dentro la mia testa; ora era finalmente lì,
davanti a me».
L’epifania che coglie Lee Ranaldo al concerto dei Meltdown, un
progetto di Rhys Chatham in cui figurava anche Glenn Branca, fa
sentire ancora oggi il suo riverbero sulla musica dei Sonic Youth,
intrecciandosi in maniera indissolubile al percorso del suo - dovremmo dire ex - fratellino sonico Thurston Moore. Il resoconto di
quel concerto è contenuto nel libretto di An Angel Moves Too Fast to
See, un box antologico di Chatham. Guitar Trio è un brano strumentale a cui Rhys aveva iniziato a lavorare nel 1976, cercando di creare
una melodia sul solo Mi basso a vuoto con gli ipertoni della nota
fondamentale, a cui gli altri chitarristi aggiungono, a una a una, le
altre note di un accordo di Mi maggiore. Rhys Chatham era partito
da Boulez, Maderna e Varèse per appassionarsi al minimalismo alla
fine degli anni ‘60. Già collaboratore di La Monte Young, rimane
folgorato da un concerto dei Ramones al CBGB’s, che gli apre una
nuova prospettiva: integrare il rock nel suo progetto musicale.
«Mentre li ascoltavo, mi sono reso conto che, da minimalista, avevo più
cose in comune con questa musica di quanto immaginassi. Ero attratto
dalla pura energia e dalla potenza grezza, ma anche dalle sequenze di
accordi, che non erano lontane da alcuni esempi di process music che
ascoltavo in quel periodo». La cosa paradossale è che per un compositore colto, formato in ambienti d’avanguardia, le armonie da
tre accordi tre dei Ramones, snobbate da certi rocker con la puzza
sotto il naso, potevano risultare più complesse delle sue composizioni, che vertevano su un unico accordo. Guitar Trio è la prima
composizione di Chatham per un gruppo rock con tre chitarre, due
accordate standard e la terza con tutte le corde sul Mi basso, dalla
prima all’ultima; negli anni è rimasto una sorta di classico della no
wave, celebrato anche nel recente album Guitar Trio is My Life a cui
partecipano Thurston Moore e Lee Ranaldo. La seguiva sulla stessa
falsariga Drastic Classcism, rendendo ancora più aspro il suono delle
chitarre accordate a piccoli intervalli dissonanti e alzando il ritmo
27
a 120 bpm; l’effetto ricorda le ripetizioni cicliche di Steve Reich e
Terry Riley unite a una scarica di adrenalina assicurata dalle chitarre
elettriche, da un ritmo motorik e dalle rullate della batteria. Rhys
Chatham ha poi sviluppato ulteriormente le sue idee in Die Donnergötter e An Angel Moves Too Fast to See, allargando l’organico delle
chitarre (che arrivano a cento come nel più recente e monumentale
A Crimson Grail) organizzando le composizioni in movimenti come
moderne sinfonie.
A differenza di Chatham, che aveva una formazione musicale colta,
Branca viene dal teatro d’avanguardia, il Bastard Theater, prima
ancora di formare i Theoretical Girls (insieme al tastierista Jefffrey
Lohn e al batterista Warton Tiers) e gli Static (con la sua ragazza Barbara Ess al basso e Christine Hahn alla batteria). Dalle lezioni introduttive che Rhys Chatham ha fatto ai suoi musicisti, Branca impara
a sviluppare i concetti della serie armonica e degli ipertoni nelle sue
prime composizioni: uno studio sulla dissonanza nel rock chiamato
coerentemente Dissonance, la reinterpretazione del minimalismo in
chiave rock di Lesson n. 1 (che inizia con un pattern à la Terry Riley
per sovrapporre una seconda linea melodica e aumentare il ritmo
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in un irresistibile crescendo) e la trasfigurazione della musica classica nel contesto di una band di chitarre multiple di The Spectacular
Commodity. Branca propone una musica classica per ensemble di
chitarre elettriche con settaggi di corde e intonazioni specifiche per
dividere i rispettivi ruoli come le voci di un coro (baritono/soprano/
tenore). Uno step ulteriore è raggiunto da Branca nella composizione di sinfonie a partire dalla Symphony n. 1 (Tonal Plexus) del 1981
per otto chitarre, tromba, sassofono, corno e pecussioni. Il primo
movimento si sviluppa da una nota di Mi sostenuta e da un accordo
di Mi maggiore (più o meno le stesse premesse di Guitar Trio), il secondo imita la musica gamelan con la scelta di particolari timbri di
chitarre accordate e “preparate”, mentre il terzo e il quarto ritornano
a un accordo ripetuto di Mi maggiore, su cui edificano una monumentale architettura di cluster, dissonzanze e ipertoni generati dalla
stessa nota prodotta con diverse accordature e dai volumi degli amplificatori portati all’estremo. In quelle otto chitarre, due sono nelle
mani di Thurston Moore e Lee Ranaldo.
Giov e n t ù s on i ca
Dopo lo scioglimento del suo primo gruppo, Thurston Moore forma
una band insieme alla tastierista Ann de Marinis e all’ex batterista
dei Coachmen, Dave Keay, a cui si aggiunge anche Kim Gordon, che
la forte personalità rende una presenza creativa nel gruppo, con un
quid particolare che va ben oltre le sue doti rudimentali di bassista
e cantante. Il complesso si chiama in principio Male Bonding, poi
Red Milk e The Arcadians, prima di scegliere il nome definitivo, per
cui Thurston si ispira a Fred “Sonic” Smith, chitarrista degli MC5, e
all’artista reggae Big Youth. Il 14 gennaio del 1981, quando i Sonic
Youth si chiamano ancora The Arcadians, Lee Ranaldo e il suo sodale David Linton si uniscono a loro per una jam al CBGB’s. Nel 1981
proprio Moore ha il compito di organizzare una rassegna musicale
di nove serate al White Columns, una galleria d’arte alternativa che
ospita anche concerti. Nasce così il Noise Fest, a cui partecipano
tra gli altri Glenn Branca, Rhys Chatham, i Built on Guilt dell’artista
Robert Longo e altre formazioni dell’underground newyorchese tra
cui Dog Eat Dog (da non confondere con l’omonimo gruppo crossover di qualche anno dopo), Mofungo e Chinese Puzzle. Il concerto
dei Sonic Youth è il canto del cigno della primissima formazione,
con Richard Edson alla batteria e Ann De Marinis che ha già deciso
di lasciare la band. Le cose si stanno mettendo nello stesso modo
anche per Lee Ranaldo con il suo gruppo, i Plus Instruments. È
proprio durante il Noise Fest che Kim Gordon ha modo di parlargli
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e di suggerirgli di suonare con Thurston. Meno di una settimana
dopo Thuston, Kim e Lee provano insieme al White Columns. I primi
concerti dei Sonic Youth mark II sono senza batteria, prima del ritorno di Edson in formazione. Non male, perché Moore, quando non
suona in contemporanea chitarra e rullante, ne approfitta insieme
a Ranaldo per trasformare le chitarre in strumenti a percussione,
colpendole con tubi e oggetti metallici o con le bacchette della
batteria. La presenza di una seconda chitarra in luogo delle tastiere
dà una sterzata al suono e anche alle ambizioni del gruppo, che nei
mesi successivi comincia, anche se a livello ancora embrionale, a
sviluppare il proprio stile.
Tra il dicembre del 1981 e il gennaio del 1982 i Sonic Youth registrano il loro EP di debutto per la Neutral, l’etichetta fondata da Glenn
Branca e Josh Baer, proprietario del White Columns. È un disco che
oggi appare piuttosto diverso dai successivi, anche perché l’unico
in cui il quartetto adotta le accordature standard. I cinque brani
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mostrano le influenze sia di certo post-punk britannico coevo (in
particolare dei PIL), sia del reggae e dell’avant-dance newyorchese,
come si evince anche dai poliritmi di Edson, impegnato in parallelo
con una band di quel genere, i Konk. Sarà l’ultima prova del batterista, oggi più conosciuto come attore per le sue parti in Stranger
than Paradise di Jim Jarmusch e Fa’ la cosa giusta di Spike Lee. Il brano di punta del mini album è The Burning Spear, vecchio cavallo di
battaglia rimasto anche nelle più recenti scalette dal vivo. Comincia
con un accordo ripetuto di Mi e una serie di suoni percussivi, ottenuti da Thurston battendo con una bacchetta da batteria su un’altra bacchetta infilata tra le corde al dodicesimo tasto, dove entra
la figura di basso di Kim, ispirata ai dischi di reggae su cui si stava
esercitando a casa, in particolare il primo dei Black Uhuru. Lee - che
nelle ultime versioni in concerto suona una più tranquilla chitarra
appoggiata per terra e percossa con le bacchette come se fosse uno
xilofono - interviene con un trapano elettrico passato attraverso un
pedale wah wah. L’EP continua con I Dream I Dream, duetto tra le
voci di Kim e Lee, il groove ipnotico di She Is Not Alone e il vortice di
percussioni tribali e chitarre con effetti raga di I Don’t Want to Push
It, per cui Moore ricorda di essersi ispirato ai Can; quindi si chiude
sulle note dello strumentale The Good and the Bad, che deve il suo
effetto trance allo strumming frenetico di singoli accordi tipico
del linguaggio chitarristico di Branca e Chatham, e in cui Thurston
suona il basso.
L a c on fusio ne i ncalza
Rimasti senza Edson, i Sonic Youth reclutano attraverso un annuncio Bob Bert, batterista dallo stile più grezzo. A dire il vero anche
la musica dei Sonic Youth evolve verso un sound più aggressivo;
anche se il loro approccio rimane decisamente più arty e i loro
tempi più lenti, i quattro lasciano filtrare l’influenza dell’hardcore,
nuovo baluardo dell’estremismo rock dopo la fine del punk e della
new wave. All’interno del gruppo, è proprio Thurston il più convinto sostenitore del movimento; oltre alla musica, a colpirlo sono
l’attivismo indipendente e la capacità di fare “gruppo” che ispira
quella scena, in cui le band si autoproducono e promuovono con
pochi mezzi attraverso le fanzine e una fitta rete di contatti in tutti
gli Stati Uniti. Alla fine del 1982, il nostro milita anche brevemente
in un gruppo hc, gli Even Worse. Dopo un faticoso tour insieme agli
Swans, un altro gruppo di New York emerso dal sottobosco post no
wave (Gira era una vecchia conoscenza di Kim Gordon dai tempi
della California), i Sonic Youth licenziano Bob Bert e lo rimpiazzano
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per l’album Confusion is Sex con Jim Sclavunos, superiore tecnicamente ma non così adatto. Sclavunos, che si era fatto le ossa da
autodidatta con i Teenage Jesus & The Jerks, è un musicista del giro
di Lydia Lunch. Anche Thurston in questo periodo ha modo di frequentare Lydia, suonando nel suo album In Limbo. Inaspettatamente, il gruppo deciderà poi di richiamare Bert per registrare la ritmica
di Making the Nature Scene e di reintegrarlo nella band.
Nel primo vero album della loro carriera, terminato grazie al finanziamento di una facoltosa coppia di amici svizzeri, i Sonic Youth
creano un concept sonoro che svilupperanno negli anni fino a farne
il proprio marchio di fabbrica. In un sound più ruvido, ottenuto da
un otto piste nello studio di Wharton Tiers (l’EP era stato registrato
su un lussuoso 24 piste), le figure atonali e percussive di chitarre
scordate ad arte, gli strimpellii metallici, i rombanti bordoni e gli
accordi dissonanti dominano la scena sin dall’iniziale She’s in A Bad
Mood. The World Looks Red è registrata da Moore ancora con la
tecnica del cosiddetto “terzo ponte”, una bacchetta delle batteria
infilata sotto le corde della chitarra (gli risponde Ranaldo suonando
allo stesso modo con un cacciavite). La quasi title-track Confusion Is
Next è divisa grossolanamente in tre parti, in pratica una sequenza
dei diversi punti di riferimento del quartetto: si passa dalla no wave
(una cantilena allucinata alla Teenage Jesus & The Jerks) a un fallout
chitarristico che la lancia in velocità verso l’hardcore, o meglio la
versione Sonic Youth di quel nuovo punk che sputa fuoco e fiamme
in giro per gli Stati Uniti. La cacofonica I Wanna Be Your Dog registrata dal vivo, con un assolo al limite del free jazz, irrompe dopo
l’esperimento di field recording di Freezer Burn (nella cella frigorifera
di un negozio di alimentari), il brano più “concettuale” insieme a Lee
Is Free, una composizione di Ranaldo a base di loop.
Anche se non ha ancora un songwriting rifinito, Confusion Is Next
offre indicazioni importanti per il futuro sviluppo dei Sonic Youth,
a partire dalle fantasiose accordature che qui fanno il loro debutto
in studio. La scelta di accordare le chitarre su note molto diverse
dal classico Mi-La-Re-Sol-Si-Mi, senza cui non si possono neppure
immaginare sonorità “alla Sonic Youth”, è un retaggio della vecchia
collaborazione con Branca e d’altra parte una scelta quasi obbligata, un modo di fare di necessità virtù di fronte ai limiti tecnici dei
propri strumenti, chitarre economiche che perdevano facilmente la
giusta intonazione, ma che con gli opportuni accorgimenti erano in
grado di creare tonalità inedite e un orizzonte nuovo sotto il profilo
timbrico e armonico. Dai limiti tecnici ed economici e dalla voglia
di creare un nuovo punk - un’ansia tipicamente no wave - nasce
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la piccola rivoluzione copernicana che avrebbe rivoltato come un
calzino il suono del rock indipendente e della stessa chitarra rock,
facendola suonare come un altro strumento nella mani della “gioventù sonica” all’alba dei primi anni Ottanta.
Sot to un a cat t i va lun a
Appena dopo l’uscita dell’album, Moore e Ranaldo sono cooptati
proprio da Branca per l’organico di esecutori della sua Symphony n.
4 in vista di una tournée in Europa. I due chitarristi ne approfittano
per 1) cercare contatti nelle città dove suonano per organizzare un
successivo tour europeo dei Sonic Youth 2) occuparsi dell’accordatura delle chitarre di tutto l’ensemble, trasformando quel lavoro
meccanico in uno “studio sul suono”. Dopo quel tour le strade dei
Sonic Youth e del loro mentore si divideranno in modo più o meno
definitivo. Moore e Ranaldo rimangono in Europa, dove li raggiungono Kim e, in un secondo tempo, Bob. I Sonic Youth suonano i loro
primi concerti europei ottenendo anche qualche buona recensione,
nonostante la data di Londra sia un fallimento totale. La Zensor,
un’etichetta tedesca, accetta di pubblicare nel vecchio continente
i due dischi precedenti e un nuovo EP di inediti, Kill Your Idols, che
contiene il brano omonimo (poi ribattezzato I Killed Christgau with
my Big Fucking Dick in seguito alla polemica con il critico del Village
Voice) insieme a Brother James e Early American e propone una sorta di hardcore sonico imbottito di accordi-drone e rumori.
Ancora in pieno trip con l’hardcore - è in questo periodo che pubblica la fanzine Killer - Thurston Moore comincia a sperimentare
nuove soluzioni. Come racconta David Browne nella biografia
Goddbye 20th Century, Moore inizia ad accordare il Mi grave e il La
in Fa#, ottenendo dei riff bassi dal suono decisamente più rock, a
cui aggiunge una seconda linea melodica «che trasformava in una
sinuosa frase di chitarra solista» finendo poi per combinare i due
motivi, secondo un metodo di composizione ripreso da un manuale
per pianoforte. Questa nuova, piccola, epifania si fa sentire subito
nell’economia del suono della band. Bad Moon Rising si nota innanzitutto per il feeling da rock song di almeno due brani, in cui tra l’altro è usata proprio l’accordatura Fa#-Fa#-Fa#-Fa#-Mi-Si con le due
corde più gravi all’unisono (idem le due centrali ma un’ottava più
in alto; vedi la parte dedicata nel sito www.sonicyouth.com). Dopo
l’intro arpeggiata, Brave Men Run (In My Family) esplode in una
vampata di accordi dissonanti che formano una progressione molto
orecchiabile e incisiva, al cospetto di un corpo centrale più statico - aperto da un arpeggio metronomico che si dirada in rintocchi
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sparsi di armonici acuti e rumori, a punteggiare il monologo di Kim
Gordon - e del finale in cui Thurston si mette a grattugiare le corde
oltre il ponte ottenendo uno scampanellio metallico e monotono.
L’altro pezzo più “rotondo” è ovviamente il death rock “stonato” di
Death Valley ‘69, con una crepitante frase che funziona come un riff
e due potenti accordi a sostenere una strofa e un ritornello; diversamente da Brave Men Run, queste parti ritornano alla fine del brano,
dopo un climax centrale giocato sul duetto tra le voci di Thurston
Moore e Lydia Lunch e sulle reminescenze mansoniane del testo
- messe in belle evidenza anche dal videoclip di Richard Kern -,
piccola epopea splatter divisa tra la controcultura e il ventre molle
dell’America. Ma il disco annovera come suoi veri capolavori due
brani più lenti e sfrangiati, in cui il rumore e le sonorità collaterali
delle chitarre raggiungono toni quasi mistici: Society Is A Hole, tor-
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pido inno al potere ipnotico dei bordoni e al picchiettio vitreo degli
armonici, e I Love Her Time, altra lenta litania dove le chitarre sono
soprattutto rumore modulato tra feedback, larsen e suoni fortuiti;
qui Thurston armeggia con la bacchetta della batteria, la fissa come
nuovo ponte e la sposta da un capo all’altro della tastiera, facendola
sgusciare sotto le corde con glissati da pelle d’oca.
Né Moore né Ranaldo sono mostri di tecnica chitarristica “classica”
(anche se il tremolo picking così fluido e forsennato richiede molta
abilità alla mano destra), ma con la spregiudicatezza e l’interazione
chimica delle rispettive parti raggiungono un grado d’inventiva
sconosciuto alla maggioranza dei chitarristi rock. Lavorando in
studio con Martin Bisi per budget infimi (una caratteristica di tutto
il loro periodo indipendente), si cimentano anche con i primi overdub. Le due facciate di Bad Moon Rising si presentano come due
grandi movimenti musicali; i Sonic Youth creano delle “dissolvenze”
tra un brano e l’altro imitando un’abitudine che avevano già nei
concerti dal vivo, quella di diffondere attraverso altoparlanti alcuni nastri preregistrati per coprire i tempi morti spesi ad accordare
gli strumenti; così si spiega anche il frammento di Not Right degli
Stooges che compare tra Society Is A Hole e I Love Her All the Time.
La prima pausa precede proprio i colpi di bacchetta che preparano
Death Valley ‘69, un particolare piuttosto significativo se vogliamo
considerarla la “canzone” in cui la materia prima del complesso, dal
beat primitivo di Bert, al basso istintuale di Gordon, alle evoluzioni
rumor-armolodiche dei due chitarristi, è compattata in un inedito
disegno hard rock. L’album pubblicato dalla Homestead di Gerard
Cosloy rappresenta un momento di svolta per i primi Sonic Youth e
allo stesso tempo di transizione tra il post no wave e l’indie rock dei
lavori successivi.
L’a m or e ca p ovo lto
A proposito di indie rock, la scena musicale indipendente americana si è nel frattempo emancipata dall’hardcore puro quanto
dalla new wave e ha riabbracciato in nuove forme anche il rock
del passato. Nel 1984 Zen Arcade degli Hüsker Dü e Double Nickels
on the Dime dei Minutemen hanno sdoganato il concept album e
il doppio 33 giri presso la generazione post hardcore, rendendolo
nuovamente attuale, sulla spinta di una creatività senza confini
a cui i tempi frenetici e il dettato di pura foga dell’hc andavano
irrimediabilmente stretti. Con Let It Be i Replacements hanno avuto
la nonchalance di riprendere un titolo dei Beatles per quello che è
probabilmente il loro capolavoro, II dei Meat Puppets ha reinven-
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tato il country rock partendo dal punk mentre i Black Flag hanno
pubblicato ben sei dischi tra live, album ed EP, in cui riportano in
auge gli anni ‘70 dell’hard rock e addirittura della fusion.
Il 1985 è un anno di cambiamenti per i Sonic Youth. Inizia con un
memorabile show in pieno deserto al festival Gila Monster Jamboree e prosegue con il nuovo tour europeo, il terzo della loro carriera,
in cui suonano dal vivo di spalla ai Bad Seeds. In Europa trovano
un’etichetta disposta a pubblicare i loro dischi per il mercato del
vecchio continente. Paul Smith fonda la Blast First! apposta per
licenziare sul suolo inglese Bad Moon Rising, creando il marchio
con cui arriverà in Europa la musica di altre band indie rock americane come Big Black, Butthole Surfers, Band of Susans, Dinosaur
Jr. e Afghan Whigs (e con cui licenzierà live Walls Have Ears, sorta
di bootleg semiufficiale dei Sonic Youth di cui si occupa personalmente, senza neppure avere il benestare della band). Nello stesso
anno si consuma anche quello che a lungo rimarrà l’ultimo cambio
di formazione. Al posto di Bob Bert entra Steve Shelley, ex batterista
dei Crucifucks, un gruppo hardcore del Michigan, tassello mancante per la formazione definitiva dei Sonic Youth. Durante il tour
americano i quattro hanno modo di dividere il palco con i gruppi
più interessanti delle varie scene locali, come Laughing Hyenas, Die
Kreuzen, Rites of Spring, Minutemen, Scratch Acid e Green River,
contribuendo ad ampliare la rete di relazioni del rock indipendente
americano, convincendo i Dinosaur Jr. a passare insieme a loro alla
SST, di cui da tempo Moore e compagnia sono dei ferventi ammiratori, e indirizzando Butthole Surfers, Big Black e gli stessi Dinosaur
verso la Blast First di Paul Smith per la distribuzione in Europa. A J
Mascis presentano anche Wharton Tiers, futuro produttore di You’re
Living All Over Me, disco fondamentale per l’indie americano degli
anni ‘80 e anche per capire l’evoluzione degli stessi Sonic Youth in
un momento cruciale della loro carriera.
Nel 1986 Moore, Ranaldo, Gordon e Shelley pubblicano per i tipi
SST Evol, un disco che pur non rinnegando le sonorità sperimentali
alla base del loro stile, contiene materiale più melodico e tradizionale, con riferimenti in particolare al rock psichedelico di cui Kim
Gordon ma soprattutto Lee Ranaldo, deadhead convinto, erano stati
ascoltatori ed estimatori. Spinti dalla ritmica più quadrata e diretta
di Steve Shelley, i sonici continuano a sfruttare i loro tipici accordi
aperti, così eccentrici e dissonanti, con i quasi onnipresenti bordoni di Fa# sulle due corde più gravi, ma cominciano a svilupparli
in armonie più lineari e ci costruiscono sopra melodie cantabili,
riservando alle digressioni rumorose il ruolo che nel rock “norma-
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le” spetta agli assoli di chitarra. È così nell’iniziale Tom Violence e in
Starpower, addirittura un brano “pop” per gli standard a cui la gioventù sonica aveva abituato i suoi ascoltatori (a scanso di equivoci,
le accordature aperte sono anche una consuetudine della musica
folk e psichedelica, quindi non c’è alcuna contraddizione o novità
nell’usarle per canzoni melodiche), ed è così in Green Light, con cui
i Sonic Youth si candidano seriamente a eredi dei Velvet Underground quale gruppo simbolo del rock urbano di New York (Velvet
che stavano a La Monte Young, uno dei padri del minimalismo,
come Moore i suoi compagni a Glenn Branca, che del minimalismo
è stato uno dei figli, per quanto controverso). Non che manchino
brani più vicini alla vecchia maniera come Shadow of a Doubt, memorabile per il bisbiglio sensuale di Kim Gordon, o In the Kingdom
#19, in pratica la prova generale dei Ciccone Youth con Mike Watt
al basso (per la prima volta su un disco dopo la morte di D. Boon.).
Una sintesi di queste tendenze si trova nel pirotenico finale di Expressway to Yr. Skull (indicata anche con i titoli Madonna, Sean and
Me e The Crucifixion of Sean Penn), che inizia con un accordo reiterato di Moore su cui zampillano i fraseggi di Ranaldo (accordatura
Mi-Sol#-Mi-Sol#-Mi-Sol# per entrambi i chitarristi) per trasformarsi
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in un sognante folk psichedelico, poi in una potente escursione modale e, dulcis in fundo, in un ambient noise rarefatto per un finale
da cui, sul palco, scaturiscono spesso deraglianti improvvisazioni
ai confini del collasso acustico. Se Neil Young, uno piuttosto ferrato
sull’argomento, l’ha definita la miglior canzone per chitarra di tutti i
tempi, avrà sicuramente avuto le sue ragioni per farlo.
Mad onn a , S e an e i o
Il percorso dei Sonic Youth sembra a questo punto una progressione inarrestabile destinata a farli balzare agli onori delle cronache,
ben al di fuori dei circoli dell’underground. Loro stessi ne sono
consapevoli. Sister è un’ulteriore tappa di avvicinamento al bersaglio grosso. Certo il fatto che i quattro si accostino a strutture
rock più consuete non fa cessare di colpo la loro alterità. Semmai
il confronto con la forma canzone la esalta. Il noise rock melodico
di Sister non è quindi una contraddizione in termini; il punk da cui
erano partiti esce rivitalizzato da questa cura al cortisone a base di
microtonalità e ipertoni da feedback, armonici sfavillanti, glissati a
tutta tastiera e un parossistico tremolo picking. Le partiture di Mo-
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ore e Ranaldo comprendono, è vero, più accordi e parti diteggiate e
meno free noise, e la ripartizione dei ruoli si avvicina a uno standard
dove il primo è più spesso la chitarra ritmica e il secondo la solista.
È altrettanto vero che se li si ascolta splittati sui due canali stereo come loro consuetudine, anche in Sister Moore va sullo speaker di
destra e Ranaldo a sinistra - ci si accorge che le loro parti sono spesso speculari, parallele o comunque complementari. Thurston Moore
si dedica più spesso alla ritmica perché è il cantante principale (il
gruppo, non dimentichiamocelo, ha tre voci soliste) e perché il beat
delle canzoni di Sister è mediamente più rapido - nel punk rock atonale e pieno di adrenalina di Catholic Block e Stereo Sanctity e nella
cover di Hotwire My Heart dei Crime, ma anche nei midtempo tribali
di Pipeline/Kill Time (con Ranaldo alla voce) e White Cross e nei brani
più lenti, che hanno comunque un’andatura sostenuta; è il caso di
Schizophrenia, che porta la scrittura obliqua dei Sonic Youth e lo
stesso genere noise rock, distillandone ogni elemento, dagli accordi
aperti agli armonici e al ronzio dissonante, verso una limpidezza
melodica che vale come una prova del nove per le velleità della
band. Pipeline contiene il primo duetto vocale tra Thurston e Kim e
un raro caso in cui i Sonic Youth usano il sintetizzatore e il Moog.
Uno spin-off dell’album diventa l’EP Master Dik. Nel brano che lo
intitola, Thurston si reinventa come The Royal Tuff Titty, sorta di
alter ego rap, e la band suona su un collage di brani dei Kiss. Il retro
contiene cover piuttosto strane, spezzoni di interviste e montaggi
di nastri. La stessa idea viene espansa sull’album dei Ciccone Youth,
in una sorta di parodia dadaista della musica degli anni ‘80. Il titolo
rimanda a un vecchio progetto della band, un remake integrale del
Doppio Bianco dei Beatles rimasto in sospeso e accantonato dopo
che i Pussy Galore, in cui suonava una vecchia conoscenza, Bob
Bert, si erano ispirati all’idea fare la stessa cosa con Exile on Main
Street dei Rolling Stones. Per sua natura il Whitey Album è un disco
frammentario, con buoni spunti e molti divertissement. In ogni
caso, è destinato a uscire dopo il disco in studio dei Sonic Youth che
si presenta come il più ambizioso e formalmente compiuto.
San t i tà st ereo f on i ca
Registrato ai Green Street Studios con Nick Sansano, un ingegnere
del suono che aveva lavorato con i Public Enemy, Daydream Nation
ripete la stessa impresa di Hüsker Dü e Minutemen: riempire quattro facciate di vinile con il post punk più ambizioso degli anni ‘80 e
avvicinarlo alla statura dei classici della musica rock. I brani hanno
una struttura più lunga e complessa, che mette ordine nel brillante
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caos del primo periodo con una razionalità che si potrebbe definire,
non a torto, progressiva. Se Sister ha dato compattezza al repertorio
attraverso un formato rock, il doppio LP rende questo stesso formato rock più ampio e poliedrico. Una delle influenze più evidenti
è in realtà quella dei Dinosaur Jr., nella loro riuscita combinazione
di rock classico, rumore bianco, riff potenti e parti melodiche. Agli
assoli e alla valanga di effetti di Mascis, che arricchiscono di nuova vitamina forme riprese dall’acid rock come dal punk, dal folk e
dall’heavy metal (per la loro musica i Dinosaur parlavano di loud
psychedelic rock e ear bleeding country), i Sonic Youth rispondono
con un loro punk evoluto e dinamico, una sorta di garage rock armolodico dove la semplicità apparente delle diteggiature è il frutto
di una ricerca sonora che ha recuperato lo spirito degli anni ‘60 dei
Velvet Underground e di Nuggets, insieme allo sperimentalismo
krautrock e all’atonalità no wave.
Daydream Nation raggiunge un equilibrio millimetrico tra gli aspetti
più spigolosi, urticanti e discordanti dell’arte dei sonici e dei loro
accordi stranianti ma dal feeling ugualmente rock, riuscendo a
ingabbiarli entrambi felicemente negli schemi di una forma canzone più strutturata. Il modo in cui sono costruiti i pezzi armonizza le
spinte centrifughe delle dissonanze e delle fughe rumoristiche con
le forme chiuse e la circolarità di intro, riff, strofe e ritornelli, risolve
gli uni negli altri, trasformando l’uragano sonoro in una tempesta
perfetta imbrigliata in partiture geometriche, tenuta sotto pressione da un ritmo incalzante e sostenuta dall’ispirazione e da una
varietà e solidità di scrittura che attestano la raggiunta maturità.
Teenage Riot somma l’assalto chitarristico più spedito e fluente con
una impeccabile struttura verse/chorus/verse. Silver Rocket dilata
di vibrazioni noisy in un punk rock suonato alla velocità della luce.
The Sprawl e Cross the Breeze fondono riff chitarristici di un abrasivo
minimalismo e di una forza dirompente con studiati incastri ritmici
e parti strumentali melodiche. Total Trash contiene una piccola sinfonia noise da cui riparte il tema principale, dove un paio di album
prima si sarebbe tutto dissolto in una rumoreggiante nebulosa. Per
chiudere il disco in bellezza, i Sonic Youth prendono tre brani dalla
stessa tonalità (The Wonder, Hyperstation e Eliminator Jr.) e li fondono in un’unica trilogia. Intanto si è esaurito il rapporto con la SST,
perché, frustrati dalle carenze organizzative, che rendono difficile
addirittura reperire i dischi (si racconta che i negozi preferissero
tenere le copie di importazione della Blast First!), ma soprattutto
dai ritardi o dai mancati pagamenti, i Sonic Youth abbandonano
l’etichetta californiana. Per licenziare Daydream Nation la Blast First!
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apre un ufficio a New York e affida la distribuzione americana alla
Enigma, legata alla Warner Bros. Promosso con tour che porta i
Sonic Youth anche in Unione Sovietica e in Giappone, il doppio LP
erode ulteriormente la barriera che li separa dal mondo del mainstream. L’approdo su una major, ormai, è solo questione di tempo.
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Recensioni
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l u g l i o
Genere: avant pop
Che l’esperienza degli Hot Chip sia finita o messa
indeterminatamente in stand-by, non spetta a
noi sentenziarlo. Quello che salta all’occhio è
però un progressivo allontanarsi, un esponenziale “distrarsi” dei componenti della band londinese: Joe Goddard, impegnato già dal 2009 con
i The 2 Bears, ha pubblicato recentemente Be
Strong, Al Doyle e Felix Martin (rispettivamente tastiera e chitarre) si sono fatti strada con il
progetto electro pop New Build e Alexis Taylor
- quasi in sordina - ha dato alle stampe il terzo
album degli About Grop. La line up dell’off shoot
di Taylor è però la cosa più appetitosa del progetto che rischia di essere il più interessante del post
(?) Hot Chip e che non a caso ha stuzzicato quelli
della Domino per la produzione: a fiancheggiarlo, infatti, c’è il batterista Charles Hayward dei
mai dimenticati This Heat, John Coxon degli
Spiritualized e Spring Heel Jack e Pat Thomas,
tastierista jazz di una certa fama.
Between The Walls è, dunque, il terzo album di
questa mega band che ha tutta l’aria di voler
camuffare l’ego altisonante dei suoi componenti
piastrellando di ceramiche jazz e psichedeliche
una manciata di canzoni genuinamente pop. C’è
però qualcosa da dire riguardo questo terzo lavoro: mentre i precedenti due album erano concepiti come one day recording e dunque subivano
il fascino imprescindibile dell’improvvisazione,
Between The Walls pare il più cauto, il più attento
ai particolari, in una parola: il più pop. Sebbene
si apra con una scarica adrenalinica e percussiva
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di Hayward e contenga in più brani dei pattern
rumoristici per nulla indifferenti, sembra di essere
di fronte ad un’opera riflessiva, che cerca negli
incavi delle sue deviazioni una sperata pace
interiore. Giocano a suo favore, quindi, le note
black della voce suadente di Taylor, i lick spezzati
dell’hammond di Thomas, le visioni epilettiche
della chitarra percossa di Coxon.
Non è un caso dunque se ad aprire le danze
(dopo l’introduzione rumoristica a cui si accennava) sia un brano scritto dal compositore pop per
eccellenza, Burt Bucharach. Walk On By entra ed
esce dai padiglioni auricolari con la stessa facilità
con cui lo fa l’originale, solo che qui ruggiscono le
dissonanze della tastiera, stridono le note acute
della sei corde, culminando in un outro psychokraut da far rabbrividire i Pink Floyd. Con passaggi lenti e visionari, Between The Walls si rivolge
a volte verso lo strumentale caotico e orgiastico
di certa psichedelia anni Settanta (Love Because,
Untitled), altre volte verso la ballad bizzarra, che
suona quasi come un lemmario degli Hot Chip in
slow motion, senza rinunciare (quasi) mai ai giochetti elettronici (Words, Make The World Laugh,
Nightlife/Sinking, If You Can’t Love Me).
Le cose migliori arrivano nel mezzo, quando salvo stravaganze dell’ultim’ora e digressioni
tanto virtuose quanto poco digeribili - gli About
Group si equilibrano su un genere più stabile, fra
l’avant e il pop. Il singolo ossessivamente panico All Is Not Lost (con dietro una certa ideologia
ambientalista, come dimostra anche il videoclip)
e la folk ballad I Never Lock That Door (“For you, my
love, no keys required”) esemplificano questa tendenza stabilizzante di un genere e di una band
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a g o st o
About Group - Between The Walls
(Domino, Luglio 2013)
che, passata dall’improvvisazione pura (e forse da
uno status di divertissement extra curriculare) ad
uno stile più classico, tenta di imporsi con tutta la
sua autorevolezza.
(7.2/10)
Nino Ciglio
Enrica Selvini
Baths - Obsidian (Anticon, Maggio
2013)
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Genere: glitch-pop
Un paio d’anni fa, in occasione del live d’apertura
del Node Festival di Modena, chi scrive ha avuto
la fortuna di conoscere di persona Will Wiesenfeld - “l’orso” dietro al moniker Baths - e ricorda
nitidamente come già allora era solito descrivere
la propria musica: songwriting da prospettiva
elettronica.
Cerulean era uscito worldwide da poco meno di
dodici mesi, e quella definizione restava aliena
a un lavoro più suonato che cantato, comunque
perfettamente incardinato - al pari del Drift di
Nosaj Thing - nella nuova scena beat losangelina che mimava i tessuti ritmici Fly-Lotusiani e li
metteva al servizio di dream-glo e glitch-hop. La
medesima definizione, invece e al contrario, è più
che aderente a questo Obsidian, album scaturito
dal fastidio per l’essere malamente etichettato
come dj col feticismo da MPC e dal desiderio di
esibirsi dal vivo con full-band; dall’amore sguaiato per gli Azeda Booth (gente da lyrics malate
tipo “You’re old, sick, lonely, dying, your children
hate you”) e dalle frequentazioni (documentate via Twitter) con Grimes e Blood Diamonds;
da un lungo periodo di segregazione costretto
dall’aver contratto l’escherichia coli (quindi speculare a quello volontario che ha portato proprio Claire Boucher a Visions) con tanto di studi
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Genere: cantautori
La canzone popolare italiana e gli chansonnier
francesi incontrano lo scazzo naif di Bugo in Tesi
di redenzione, primo full-length di Alessandro
Romeo. Uno scarto dalla logica e dal senso comune, parabole dalla metrica imprevedibile dove
l’osservazione delle piccole tragedie quotidiane
si mescola a un immaginario bohémien, delicatamente ironico e genuino.
L’atmosfera da bar parigino di Amantide, overture
vicina allo Yann Tiersen più “cinematografico” e a
un certo Paolo Conte, viene momentaneamente
abbandonata in un La Casona - secondo brano
del disco - che corre caracollante tra stacchi da
cabaret e un’aura tragicomica che emoziona
e diverte senza alcuna forzatura. Notevole la
ballata Zoo, toccante nelle aperture, metafora
di vita e reminiscenze di mattanza in un delirio
onirico che ci riporta allo status di animali metropolitani, e la fischiettante Quando sono giù, dove
rieccheggia il Bugo della prima ora. Si fa strada
l’eclettismo alla Beck nella mescolanza di generi
che intercorrono tra Karrina, allegro swing da sala
da tè, e Siamo tutti stanchi, sorta di canto IntiIllimano che sogna (e sognando, dimentica) una
rivolta esausta e terribilmente attuale, ma la cui
coda potrebbe fare da sottofondo musicale a una
qualsiasi balera emiliana. Non si perde di vista la
tradizione d’oltralpe, che torna a farsi sentire in
Puzza di pesce, canzone che risponde alla domanda: può davvero un ritornello recitare, funzionando, “è dalla testa che puzza il pesce”? Rallegra la
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r e c e n si o n i
Alessandro Romeo - Tesi di
redenzione (New Model Label,
Aprile 2013)
risposta, positiva nel caso di Romeo.
Disco accattivante questo Tesi di redenzione, dove
un cantato figlio del De Gregori più dylaniano
cede il passo, nei suoni, a trovate costantemente in bilico tra cantautorato low-fi e tradizione,
contribuendo a fare di questo esordio sulla lunga
distanza un lavoro piacevole e fresco, per un
autore dotato di un naturale anticorpo verso la
banalità e la retorica.
(7/10)
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Genere: Techno
Nata come una serata berlinese per promuovere la dubstep e i suoi producer, SUB:STANCE è diventato, lungo l’ultimo lustro, un contenitore molto più
ampio che ha accolto un variegato spettro di bass producer.
L’attenta programmazione curata da Paul Rose (aka Scuba / SCB) e Paul
Fowler (Spymania Records) ha finito così per diventare un barometro privilegiato delle tendenze del dopo dubstep, in primis le convergenze con
house e techno che hanno caratterizzato le produzioni di una grossa fetta di produttori, da Martyn a
Pearson Sound passando per Mount Kimbie, senza dimenticare il crescente e trasversale interesse per
le sonorità tipicamente berghainiane legate alla techno.
Prorpio quest’ultimo aspetto risulta dominante nell’ultima compila targata SUB:STANCE, che vede
Rose presente con entrambi gli alias più una serie d’accoliti a partire dall’amico - e vecchia conoscenza della serata - John Osborn più altri noti producer quali Trevino (ovvero Marcus Kaye) da Manchester, Addison Groove e Appleblim, entrambi da Bristol e l’olandese Martyn (ovvero Martijn Deykers),
tutta gente che non ha certo bisogno di presentazioni.
Le track di questo doppio vinile sono tutte exclusive, il livello è molto buono e non manca nemmeno
una piccola bomba da dancefloor, ovvero la tech-house Closer firmata SCB, né un’ottima zampata
bass-tech di un inedito Addison Groove (Forgiven) che sicuramente fa pandant con le ultime produzioni Scuba. Quest’ultimo però, a sorpresa, si concede le convergenze del caso con Ikonika, tra
esplorazioni synth, funk, electro 80s e post-garagismi che possiamo intendere pure come la postpurple di Joker (altro producer che ha presenziato alla serata).
Con un Martyn-garanzia in chiusura (l’acido tribal Memory Hole) e la solida deepness di Trevino (Tracer), abbiamo tra le mani sette colpi a segno per un 2013 all’insegna della techno.
(7.3/10)
Edoardo Bridda
dedicati agli anni bui del Medioevo, alla Peste
Nera, a differenti versioni - anche in graphic novel
- dell’Inferno di Dante.
Dimenticatevi dunque dell’azzurro populismo da
American Apparel e del lovely bloodflow, qui Baths canta di “thoughts of mortality tormenting me”
neanche fosse Jamie Stewart e si fa altrettanto
“dark” musicalmente, arrivando persino a toccare
- in Earth Death - l’industrial di stampo Nine Inch
Nails. A livello di arrangiamenti vi è, inoltre, un
indiscutibile passo in avanti rispetto a Cerulean,
sia quanto a complessità ed articolazione che,
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all’opposto, quanto a concisione.
È vero che la resa della proposta vacilla se (in
Ironworks ed Incompatible) le elettroniche si
ritirano e Wiesenfeld si improvvisa balladeer pur
possedendo meno della metà del carisma e della
presenza del Sufjan Stevens di The Age Of Adz
(altro paragone immediato). Lo è ugualmente
che, quando si allineano il cantare da Avey Tare
minore e le melodie frammentate tra glitcherie
e pianoforte classico (Worsening, No Past Lives)
o sbucano centratissime quadrature pop (Miasma Sky, No Eyes, Phaedra), ci si trovi di fronte al
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a g o st o
AA. VV. - SUB:STANCE / 072008 072013 (, Luglio 2013)
migliore dei Baths: quello che cambiando coraggiosamente pelle ha trovato la propria identità
ed è ora in grado di disarmare. Il prossimo disco
- azzardiamo - potrebbe ambire allo status di
essential.
(7.2/10)
Massimo Rancati
Benga - Chapter II (Sony, Maggio
2013)
Genere: nu pop step
E così finalmente esce il tanto temuto Chapter II. Il
producer più atteso sulla lunga distanza nel 2008
con quello che è stato uno degli album chiave
del dubstep, Diary of an Afro Warrior, si riaffaccia
sul mercato con la pelle nu dopo che una serie di
singoli e esibizioni live ne hanno delinato direzioni e sguardi non proprio confortanti.
Comprensibilissimo come Benga - e parallelamente Skream, nel 2012 - abbia voluto prendere
distanze esplicite dal dubstep, altrettanto da
manuale la mossa della joint venture con i Magnetic Man che, precedentemente (2010), inten-
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Fabrizio Zampighi
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Genere: pop
Col senno di poi, la Beatrice Antolini del 2013
avrebbe potuto pubblicare solo un disco come
Vivid. Ovvero abbracciare il pop, dopo aver recitato il ruolo della scheggia impazzita ai tempi di
Big Saloon, dell’artista avventurosa in A Due e
della musicista dall’immagine solida in Bioy. Già
quest’ultimo ci era parso un esempio piuttosto
eloquente di come l’estetica della marchigiana
stesse cercando un’identità fortemente contestualizzata, in quel caso legata a suoni riconducibili a un funk 80s (il Prince di We Are Gonna Leave,
ad esempio) quando non a un immaginario “tribale” piuttosto personale (elaborazione moderna
e luccicante di una riscoperta - anche a livello
internazionale - di certe cadenze terzomondiste).
Il primo cambiamento evidente in Vivid sta
proprio nella quasi totale assenza - se si eccettua
un singolo come Pinebrain o il funk di Now - di
quelle percussioni così invadenti ma, nell’ottica
della formula antoliniana, anche così riconoscibili. Tutto è molto lineare, si parli del reggae/dub di
Open o delle trombe tra Cuba e Oriente di Vertical
Love, del mid-tempo sognante di Vibration 7 o
dei toni riappacificati e solari di My Name Is An
Invention. Una calma che stride con le nevrastenie ritmiche del passato e che potrebbe lasciare
presagire una condizione di serenità personale
ritrovata. Almeno a giudicare da alcune recenti
dichiarazioni in cui la diretta interessata parla di
dimensione privata da preservare e di una situazione sentimentale stabile.
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r e c e n si o n i
Beatrice Antolini - Vivid (Qui Base
Luna, Maggio 2013)
C’è poi la questione della “progettualità totale”
che da sempre contraddistingue il lavoro della
bella Beatrice: già ai tempi dell’intervista che le
facemmo, la Nostra sottolineava la ferma volontà
nel conseguire risultati tangibili con la propria
musica, il che nella pratica - concludiamo noi significa far corrispondere immagine, identità e
prodotto (Bowie docet). In questo l’artista è sempre stata brava e l’impressione che attualmente
l’intenzione dell’Antolini sia concorrere in quella
categoria di primedonne in bilico tra indie e
mainstream pop di ultima generazione è forte. In
questo senso, allora, il problema potrebbe essere
quello di mostrare mezzi solidi, forte creatività e
un visione a 360 gradi tra generi e musiche, elementi che, a dire il vero, in questo disco ancora
non ci sembrano sufficientemente sviluppati.
Tutte ipotesi, certo. La sostanza, invece, è un
Vivid che rimane comunque un buon lavoro, pur
non mostrando i suoni blindati, coesi, potenti
e personali del passato. Le porte che si aprono,
insomma, fanno entrare una luce piacevole, ma
anche uno spiffero fastidioso e potenzialmente
dannoso.
(6.6/10)
Edoardo Bridda
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Black Sabbath - 13 (Vertigo,
Giugno 2013)
Genere: metal
Le prime sessions di 13 risalgono a una decina
d’anni fa, quando il progetto fu poi accantonato per gli impegni di Ozzy Osbourne. Nel 2011
arrivò la notizia della reunion della line-up originale e per il nuovo album Tony Iommi parlò di un
ritorno alle origini.
Logico, e non si può dire che non sia stato di
parola. L’inizio di End Of The Beginning è una
citazione sfacciata della celeberrima Black Sabbath in cui Osbourne, Iommi e Butler fanno in
pratica il verso a se stessi. Poi il riffone centrale
è più lento e sinuoso di quello “originale” e il
pezzo diventa un po’ più articolato; questo però
non serve a cancellare l’impressione di un autoplagio, né la sensazione generale che quanto ci
capita oggi tra le mani sia una bella collezione
di cliché sabbathiani, intavolata con abilità dalle
sapienti di mani di Rick Rubin. Quando alla fine di
Dear Father si sentono la pioggia e le campane a
morto, beh, l’impressione diventa praticamente
una certezza.
Ciò non toglie che 13 sia un disco curato nella
struttura dei pezzi, nella componente melodica
e anche nell’aspetto pop di certi tipici riff. Il lento
ed epico singolo God Is Dead ne è la dimostrazione. C’è una patina moderna, ma manca un po’
del ruvido sapore di blues sparato con il cannone
e tagliato con l’accetta che si respirava nei primi
solchi del gruppo di Birmingham. Per il resto le
sfumature del suono classico sono rispettate
nell’ampiezza del loro spettro: l’esempio più
lampante è la psichedelica Zeitgeist, una ballatona figlia della vecchia Planet Caravan. Se la forma
è salva, la sostanza ricorda che questa reunion di
tre quarti della line-up storica, resa monca della
defezione di Bill Ward (al suo posto un Brad Wilk
dei Rage Against The Machine che fa il suo dovere), ha un valore puramente celebrativo.
Questo LP è un tributo al blasone dei Black
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deva allargare gli orizzonti all’edm stellestrisce
a suon di memorabilia rave e featuring ritagliati
per le chart britanniche (vedi il singolo con Katy
B e oltre). E poi il percorso verso un’accessibilità su vasta scala del proprio sound, il sogno di
un ragazzo che dal quartiere passa alla nazione
abbandonando i dj set carbonari per i live con
la “band” e le solitarie macho-step con i feat. dei
grimer proteinizzati del caso (vedi la brutta esibizione al Primavera Sound del 2012).
Ma ora? Ora c’è l’uomo che ti guarda dalla copertina di quest’album, seduto come una sorta
di Napoleone, completo nero, camicia, cravatta,
spolverina e un capello arancione che dà, di fatto,
il colore all’album: una promettente Yellow in
apertura (un ring tra felpato funk, 80s e brandelli
Benga) e un numero da soffitta come Forefather
(con Kano) aprono a una tracklist che eredita,
liofilizzandolo (serializzandolo?) il Benga trademark di sempre. Condendolo, tra l’altro, con tutto
un portato di fallimenti melodici per le classifiche
(vedi Smile o Choose 1, roba da far rimpiangere
anche la Katy B più di serie B oppure Higher, tentativo di risposta alla hit della Sandé) e strumentali come Click and Tap (un aborto di Girl Unit?)
o I Will Never Change (drop music - nel senso del
disco di Eno - per dubstepper?) che dovrebbero
far risaltare la vena brit sperimentale del lavoro e
invece altro non sono che innocui riempitivi.
Nella testa di Benga, quest’album avrebbe dovuto coniugare l’elettronica UK con quella US sotto
una manciata di singoli da chart affidati a piccole
star o starlette, vedi Charli XCX. Quel che abbiamo sottomano invece è una copia in varechina
dello stesso Benga che non guarda né avanti, né
indietro, ma rimane sospeso a metà del guado
senza voler scontentar nessuno e perciò scontentando tutti.
(5.5/10)
C
M
Y
CM
MY
CY
CMY
K
Genere: fusion
I Brainkiller tornano con la consueta verve guascona, la stessa che avevano messo in mostra in
The Infiltration tre anni fa e che aveva permesso
loro di giocare col jazz in maniera intelligente,
pur rimanendo accessibili e trasversali ai generi.
Con Colourless Green Superheroes i Nostri
svolazzano tra prog epidermico (The Vindicators
Returns, ma anche i cambi di tempo di Scribble)
e controtempi morbidi tra dub e easy listening
acusmatiq8.0_partner_stampa.pdf
1
05/07/13
(Empty Words, con il feat.
alla
voce 09.28
di Coppe’),
Fabrizio Zampighi
Venerdì26Luglio
Sabato27Luglio
Domenica28Luglio
ore15sala bianca workshop: Sintesi Sonora
e Controllo in Puredata, tenuto da Leonardo Gabrielli,
in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria
dell'Informazione, Università Politecnica delle Marche.
ore15-19sala bianca tavola rotonda " Lo
strumento elettronico marchigiano:
passato, presente, futuro"
ore21sala bianca live: IOIOI
ore19sala bianca performance di conclusione del
workshop
ore20sala bianca apertura dell'installazione
AN di Canenero
sonora e visiva 24:
ore21cinema live: Keinreverb
ore21.30cinema live: Deeproject
ore21.15cinema live: Alberto Boccardi
ore22 e ore24teatro studio
"Annusavamo fiori di fibra ottica"
ore22corte live: Gianpaolo Antongirolami
+ Paolo F. Bragaglia sax + electronics
ore22.45corte live: Mika Vainio (FI)
spettacolo teatrale/performance di musica elettronica.
ore22.15cinema live: Springintgut (DE)
ore23lazzabaretto live: Stèv
ore22cinema live A/V: Ur.L.O. Urbino
Laptop Orchestra
ore23lazzabaretto live: Agostino Maria
Ticino trio
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Brainkiller - Colourless
Green Superheroes (Rare Noise
Records, Aprile 2013)
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r e c e n si o n i
Tommaso Iannini
svisate à la Wayne Shorter rimbrottate da un
timido Sud America (Top Of The World) e funk sui
generis (Noodlin), senza sentire minimamente la
fatica. Ai tempi della recensione del precedente
disco parlammo di un “non luogo” riferendoci
all’immaginario dei Brainkiller, ed è ancora così:
Brian Allen, Jacob Koller e Hernan Hecht - rispettivamente trombone ed effetti, tastiere, pianoforte e rhodes, batteria - passano da brani con un
tema ripreso e sviluppato in puro stile jazzistico
a impalcature traballanti di minimalismo e aperture inaspettate (Orange Grey Shades), da parentesi nevrotiche in cui i suoni diventano semplice
ritmo (Plates) a certe sciccherie kraut / 8 bit fatte
artigianalmente con pianoforte, batteria e poco
altro (Labratorio).
Un trip non troppo audace nella palette espressiva e nell’intensità, è vero, ma assai ben calibrato e
divertente.
(6.7/10)
l u g l i o
Sabbath, un prodotto ben confezionato che però
non aggiunge o toglie nulla alla loro storia. O
almeno nulla che sia nuovo o veramente sopra la
media.
(5.8/10)
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l u g l i o
Genere: house
Dario ‘Blatta’ Aiello e Ignazio ‘Inesha’ Aronica partono nel 2006 su Mantra Vibes con vari singoli dal suono meticcio word-housey à la Noze, professando
il loro verbo ai party mensili Mad In Sicily. In pochi anni sfondano su etichette internazionali come Dim Mak, Kitsuné, Lektroluv, Mental Groove, Bad Life
e Crux con un groove personale, che taglia il post minimal con il fidgeting,
restando però ancorato a fresche coordinate mediterranee/Italo. Una miscela esplosiva, una macchina da ritmo contagiosa apprezzata più negli Stati Uniti, in Francia e in Germania che in patria.
Oggi arrivano finalmente al full Surface Tension. Per cercare una via interpretativa c’è da premettere
almeno che i due provengono da mondi alieni al dancefloor: le coordinate musicali pre-B&I sono infatti l’electrojazz e l’hip-hop. Due universi che collidono e generano una cornucopia di ricordi applicati proprio sul full.
Il disco parte bene con la bomba (osannata tra gli altri da Vice) We Don’t Know, che riporta alla mente
le atmosfere di certa classicità french tagliata con inserti e crescendi acido-fidget, il tutto condito da
un’ottimo savoir faire clubbistico in produzione. Tanto per capirsi il richiamo è alle atmosfere electro
di fine 2010s, riletture di un certo Felix Da Housecat con lo zampino di molta Ed Banger. In questo
si ritrovano anche gli stab della successiva (e autoironica nel titolo) Too Many Glowsticks con il feat.
dell’amico Doc Trashz, cinque minuti di puro trip da dancefloor senza scampo. Roba da rave smascellato post-Chemical Brothers (vedi in questo anche Like Nobody Else). Si passa poi ad un omaggio
agli anni ‘90 di Moby, CRX e dell’UK più illuminata (James Lavelle) con il feat. di Keith & Supebeatz
in In The Air. Un ammicco pure all’urban electro-pop-soul con la cover da passare in radio dei TV On
The Radio (Staring At The Sun con il featuring vocale di Patrick Benifei dei Casino Royale). Il giochino
compattissimo con i Fare Soldi (Malavoglia), booty e L.A. al punto giusto del truzzo, l’inasprimento
dei toni con le seghe taglienti di Tamburi che rimescolano il rave con il fidgeting, l’Interlude 90 à la
Robert Miles, la resa dei conti con Mr. Oizo in Ghostbuster (pezzo con il drop più convincente), l’avvicinamento a Marco Carola e alla scuola napoletana in Obsolete e la bella chiusa hypno in Ode To Kate. Blatta e Inesha esordiscono sulla lunga distanza con un disco compatto, che rielabora il passato più
prossimo con uno stile personale e con singoli mai banali, pronti per l’uso da consolle, freschi ma non
a scadenza immediata. Insieme a Riva Starr, Fare Soldi e a pochi altri conterranei, manifestano un
interesse per l’house che viaggia per conto proprio, con un occhio di riguardo per la melodia, intrecciata a puntino con un dosato gusto per il ritmo, sempre a puntino con drop e beat curatissimi. Mad
in Sicily again? Yes, please.
(7.4/10)
Marco Braggion
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a g o st o
Blatta & Inesha - Surface Tension (Bad Life, Luglio
2013)
Marco Boscolo
Capital Cities - In a Tidal Wave of
Mystery (Capitol, Giugno 2013)
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a g o st o
Genere: synth pop
Se l’equazione estate = divertimento giustificasse
uscite discografiche destinate all’intrattenimento
spicciolo, i Capital Cities avrebbero sicuramente
una collocazione di rilievo.
I due californiani party-oriented Ryan Merchant
e Sebu Simonian, dopo varie esperienze (poco
fortunate e perlopiù locali) nel 2008 si incontrano grazie ad un annuncio su Craigslist e danno
vita al progetto synth-dance Capital Cities. Una
gavetta avara di soddisfazioni fino al classico
colpo di fortuna che può cambiare - anche solo
per qualche mese - la propria sorte artistica: sul
finire del 2012 la loro Safe and Sound, contenuta
nell’omonimo EP pubblicato l’anno prima, inizia
a ricevere airplay radiofonico prima nelle radio
californiane e poi su tutto il territorio a stelle e
strisce, attirando così le attenzioni della major di
turno (la Capitol Records). Alla base dell’astuzia melodica di un brano come
Safe and Sound gioca probabilmente un ruolo
fondamentale il passato da jingle-maker di Sebu
Simonian: beat uptempo volutamente jumpinducing, synth protagonista e dimensione tanto
da club, quanto - appunto - da spot tv. Rimane il
dubbio: è tutto frutto delle fredde teorie orientate al business o di un vero e naturale istinto per le
killer-track?
Difficile trovare una risposta tra le dodici tracce
che compongono l’album di debutto In a Tidal
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Genere: Indie pop
Citando a memoria: Teenage Fanclub, Orange
Juice, Pastels, Belle & Sebastian, Aztec Camera. Capisaldi dell’indie pop degli ultimi trent’anni,
tutti emersi nel fermento culturale della capitale
economica della Scozia, Glasgow. Prima o poi
qualcuno dovrà spiegarci che cosa c’è lì di speciale, da dove si tragga tanta linfa creativa da incanalare in canzoni dall’airplay perfetto. C’è tutto
l’artigianato nobile di costruire melodie agrodolci
che stiano in equilibrio tra pianto e gioia, tra
malinconia e un timido tuffo al cuore. A queste
band, e a tutte quelle che stiamo dimenticando
in questo momento, bisogna anche aggiungere
anche i Camera Obscura, che con il quinto album
della carriera si confermano pure loro maestri del
genere.
Lasciamo da parte gli sterili paralleli con la band
di Stuart Murdoch che hanno riempito le pagine
della stampa internazionale: i Camera Obscura
di Tracyanne Campbell non sono i fratelli minori
di nessuno. Lo dimostra l’eleganza formale degli
album precedenti e lo dimostra anche questo
Desire Lines, che fin dal titolo si infila in quel
pertugio tra gioia e dolore che rappresentano le
storie d’amore. All’apertura orchestrale dell’Intro fa seguito il manifesto di questa raccolta di
brani, This Is Love (Feels Allright): ritmi languidi e
testo ambiguo (ma questo amore, poi, basterà?)
che fanno venire in mente la fragilità di un’altra
grande interprete di queste sfumature di sentimenti: Tracey Thorn. Tutto il disco, tranne due
uptempo che potrebbero essere dei singoli killer
(Do It Again, I Missed Your Party), è giocato su toni
riflessivi, quasi autunnali. Risaltano la maturità
espressiva della Campbell e la coesione artistica
di tutta la band. Struggente la torch ballad della
titletrack (dove fa capolino anche un organo ad
omaggiare i sempre amati 70s), praticamente
perfetto l’ennesimo omaggio a Paul Simon di
Every Weekday (prestate attenzione alle linee di
chitarra praticamente world) e da playlist di fine
anno anche il soft rock di Break It to You Genlty.
In Desire Lines ci sono idee, capacità e tutto il
mestiere, per un album pop da mandare in loop.
Ma soprattutto, trattandosi di pop appunto, ci
sono le melodie e le canzoni. Gradito ritorno.
(7.2/10)
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Camera Obscura - Desire Lines
(4AD, Giugno 2013)
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Genere: ambient, drone
Qualche anno fa, quando scrissi il monografico su queste pagine a proposito delle prime registrazioni di Mike Sandison e Marcus Eoin, evidenziavo
quanto il vero succo della poetica dell’allora collettivo risiedesse nella
rappresentazione della nostalgia, del ricordo e della perdita, attraverso installazioni fatte di musica e video ispirate dal National Film Board of Canada,
ovvero da quei famosi documentari dai quali tutta la vicenda BOC ha preso il via.
Nel 2013, vederli tornare dopo le colorate incursioni di The Campfire Headphase e Geogaddi con un
videoclip da deserti dopo bomba H e un titolo come Reach For The Dead, dà l’impressione che tutto, attraverso un movimento ellittico durato tutti i Duemila, torni all’idea iniziale, a quest’enigma di
diciassette episodi, come ai vecchi tempi.
C’è molto del pensoso immaginario del clip nel nuovo lavoro, a partire da Gemini e White Cyclosa, e
s’avverte contestualmente che i BOC sono tornati a casa con spirito e umori differenti dai 90s. Del
resto, come ogni loro album, anche Tomorrow’s Harvest assorbe dalla contemporeaneità spunti e
modalità operative: The Campfire Headphase faceva tesoro di alcuni fermenti folktronici - introducendo le chitarre - mentre qui, più mimeticamente, l’approccio si traduce in una maturata resa del suono,
diciamo, suonato. Nell’anno dei Daft Punk, il duo punta su una ricognizione à la Oneohtrix Point
Never e krauterie di ritorno, con gli occhi puntati sui pad invece delle batterie programmate e i break
(che comunque non mancano). Così le tastiere sono uber 70s e accarezzano qualcosa tra droni, cosmiche, un pizzico di thrilling hauntologico e della sana ripetizione di stampo minimalista (Jacquard
Causeway, Collapse, Semena Mertvykh oltre al trittico iniziale).
Le chitarre sono praticamente assenti - evidenti solo in New Seeds e usate “dronicamente” in stile
Kranky nel singolo - e pure il lavoro sui field recording si fa accessorio (sostanzialmente ha il ruolo
d’impolvere la produzione). Misuratissimi anche i dialoghi alieni e i caratteristici off pitch che fecero la
fortuna di Music Has The Right To Children (Split Your Infinities). E’ chiaro come il duo voglia tornare
ai cari temi non calcando troppo sull’immaginario sci fi e, anzi, concentrandosi su un piano sequenza
più adulto e distaccato. Come dire, osservazioni dallo spazio sulla deriva dell’uomo sulla Terra e non
viceversa (la radio trasmission per voci distorte e ambient di Telepath). Perso il colore e le orchestrazioni di The Campfire Headphase atterriamo così anche dalle parti del marchio BOC più storicizzato
(Cold Earth) e, dunque, alle nottate all’Hexagon Sun (Sick Times, Sundown), peraltro in filo rosso con
una delle tracce più emblematiche e laterali di quel lavoro, Slow This Bird Down. Cambia l’angolazione
però, che è quella dei tempi malati in cui viviamo e degli sguardi su un pianeta al collasso, come in un
negativo di Random Access Memories.
Dunque il mistero è tornato nelle produzioni di Mike Sandison e Marcus Eoin e questo è gran un bene
(Palace Posy). Oltre l’effetto euforia suscitato della caccia al tesoro numerologica che ha investito la
promozione dell’album a partire dallo scorso Record Store Day (e ricordiamolo: i Nostri con cabale e
Fibonacci hanno un conto aperto con i fan già dai tempi di Geogaddi) e il trepidante ascolto dell’album svelato in streaming live mondiale lo scorso 3 giugno su You Tube, ciò che abbiamo tra le mani -
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Boards Of Canada - Tomorrow’s Harvest (Warp
Records, Giugno 2013)
e nelle orecchie - è un album che accarezza la grandezza di alcuni storici gioielli, fatto da gente che gli
scatti con la Lomo li faceva molto prima che Instagram ci invadesse i telefonini.
La vertigine c’è ed è dietro l’angolo; l’assenza equivale all’astinenza di un suono costruito da chi non
cerca i brividi, ma sa ancora dare dipendenza. Reach For The Dead è questa grande traccia BOC, la
leggerezza di una Nothing Is Real con gli archi-sample in tensione a spostarsi come sedie nella stanza,
New Seeds (il suono più kraut rock mai generato) è un’altro grandissimo brano e gli episodi finali una
spendida chiusura di una già solida scaletta. Tomorrow’s Harvest, in pratica, è l’appuntamento con la
storia rispettato. Come To Dust, daddy.
(7.5/10)
Riccardo Zagaglia
Cassegrain - Tiamat (Prologue
Music, Marzo 2013)
Genere: Techno
Cassegrain è il progetto di Alex Tsiridis e Hüseyin
Evirgren mentre Tiamat è il primo full dopo alcune uscite brevi, tra cui il pregevole split con Tin
Man per Killekill e due EP su Prologue (sempre
per l’etichetta di Monaco, in formato doppio 12”).
Meno sperimentale e più canonico rispetto ai
lavori precedenti, il disco non perde l’attenzione
primaria per il suono cupo e l’andamento uniforme, ovvero il solito oscuro e criptico ambito dub
techno che ci riporta, fondamentalmente, all’arcaica riflessione Basic Channel.
La deepness come materia tedesca, a questi livelli,
rimanda alle antiche memorie del passato (e presente) glorioso di Moritz Von Oswald e Porter
Ricks (e, diversamente, anche dello stesso Köner
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a g o st o
dell’intero progetto. Nessun processo alle intenzioni però, questo è pop nella sua accezione
più concreta. Siamo pronti a scommettere sulla
loro imminente esplosione su larga scala e se le
sfumature nu disco saranno la colonna sonora
dell’estate 2013 lo dovremo in parte anche ad un
album come questo.
(6/10)
/
Wave of Mystery, idealmente poco più che l’arricchimento quantitativo dell’EP di due anni fa.
Oltre a Safe and Sound ritroviamo infatti Patience
Gets Us Nowhere Fast, la sfacciataggine dancey
di I Sold My Bed, But Not My Stereo, Center Stage
e Love Away. Non solo disco-pop da spiaggia,
ma anche tanto groove synth-80s, tocchi funky
(Center Stage e guestata di Andre3000 a testimoniare) e fiati filtrati ovunque a creare situazioni in
ottica fun&epicness.
Si ha la sensazione di essere di fronte a una americanizzazione delle idee pop di stampo french,
che si parli dei primi Phoenix o dei Daft Punk di
R.A.M. Chartreuse flirta con la slow-disco da intorto fine ‘70, mentre Tell Me How To Live presenta
addirittura un inserto latin che riporta diretti alla
fine degli anni ‘90. Riferimenti temporali precisi
raccontati con ironia (“like Michael Jackson Thriller, like Farrah Fawcett Hair”) e furbizia. Stereotipi
portati all’estremo (l’electro-funk di Origami,
scandito ovviamente con la vocina effettata in
modalità j-pop) e una varietà stilistica che convive serenamente con una proposta tutto sommato riconoscibile e con i propri tratti distintivi, per
quanto grossolani.
Nulla forse è efficace quanto Safe and Sound ma
in In a Tidal Wave of Mystery la quantità di filler
rasenta lo zero, tanto quanto l’apporto artistico
l u g l i o
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Edoardo Bridda
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producono un disco di calibratissime atmosfere e
con pochi proclami in calce, come statisticamente dovrebbe accadere più spesso a chi gioca con
le zone oscure. Gli ambienti sullo sfondo sono il
cuore del lavoro, tanto da sembrare sullo sfondo
quando sono in realtà in primo piano (e che il
paesaggismo è interiore si noterà ad ascolto concluso). Sì, è sempre dub techno, ma fatta in modo
attualissimo e impeccabile.
(7.6/10)
Michele Ferretti
Corrado Meraviglia - L’occasione
(La Fame Dischi, Maggio 2013)
Genere: canzone d’autore
Dopo l’esordio Parlo sempre con le persone sbagliate e l’EP Ho tappato tutti i buchi con la carta
assorbente, il cantatutore savonese - ma anche
regista e blogger - Corrado Meraviglia torna
con L’occasione, sophomore che prosegue lungo i
binari di una canzone d’autore sporcata da riverberi rock di matrice Nineties.
Lasciati da parte gli afflati maggiormente sperimentali del debutto - dove non mancavano
strizzate d’occhio a post-rock e synth pop - il
musicista si inserisce definitivamente nel canone
della canzone d’autore, attraverso un percorso
che attinge tanto alla vocalità roca e incombente
di un Rino Gaetano, quanto all’ermetismo lirico
di un Paolo Benvegnù. Le undici tracce de L’occasione, tuttavia, faticano a smarcarsi dai modelli
di riferimento, non riuscendo a creare un passaggio sonoro che, se non del tutto personale, riesca
perlomeno a costruire una formula riconoscibile:
a partire dall’intro piano-voce della title-track,
tutti i brani del disco alternano atmosfere pacate
e confidenziali - ad esempio nella nenia acida
di Sam o nella quiete acustica di Lampione - al
piglio energico di chitarra e batteria, come mostrano anche Vacanza e Luccica, uniti a un certo
gusto per la ballad elettrificata (Le mie manie).
Il mood sognante e disilluso che colora tutto
r e c e n si o n i
in solitaria), in puro spirito dub, tra ampie camere
d’eco e riverberi soffocati. Come prevedibile, le
ambientazioni sono, nonostante la ballabilità,
lontane dall’intrattenimento frivolo e venate di
toni cupi eppure non opprimenti. Lo schema
strutturale del lavoro è fortemente influenzato
da un approccio esplorativo in fatto di suoni che,
come conseguenza, porta al delinearsi di quadri
sì obnubilati ma che partecipano dell’oscuro
come una continua scoperta.
Pubblicato poco prima del lavoro lungo del compagno di etichetta Echologist, Tiamat ha tutte le
forze del sudafricano e forse qualche spunto in
più, se comunque alla produzione meno cristallina e più dura dell’altro (con qualche sforzo, si
potrebbe dire che lui abbia una profondità no
wave) stavolta invece si “risponde” con materiale
in grado di prendere una varietà di direzioni più
articolata e, complessivamente, di suonare meno
ruvido, meno oltranzista.
Apre le danze il viaggione Taiga, un ondeggiare
liquido ed un solido infrangersi delle onde con
qualche spunto industriale educato, per proseguire con il tribalismo distante di Joule, in linea
idealmente affine a Dino Sabatini (uno sciamanesimo metafisico), meno sabbioso e più levigato
nel formalismo della ripetizione tradizionalmente
techno. Le strutture grossomodo sono sempre
quelle previste dal genere: excursus simil-progressivo, crescendo (armonico o per stratificazione) e ambienti definiti dalla prima battuta in poi,
mai alterate ma seguite e sviluppate tendenzialmente in climax. Siano i grumi sintetici di Turn
Aside che spostano la banda sonora o gli echi e i
delay della title track, si rintracciano alla pari tutti
esempi ugualmente riusciti di connubio tra una
forma e una sostanza che, nella sua prevedibilità,
assume le forme del classico più che del derivativo. Perché deriva non c’è, ma solo esplorazione.
Mentre larga parte dell’intrattenimento da ballo
lotta per accaparrarsi un posto definitivo tra le
fila delle eminenze grigie del dancefloor, i due
r e c e n si o n i
Genere: psy-drone/SW USA
Ci sono dischi che nascono e si sviluppano in un
contesto preciso, tanto incanalati negli stereotipi
che essi incorporano quanto incredibilmente
MARTEDÌ 2 LUGLIO
VENERDÌ 19 LUGLIO
GIOVEDÌ 4 LUGLIO
LUNEDÌ 22 LUGLIO
SABATO 6 LUGLIO
GIOVEDÌ 25 LUGLIO
DOMENICA 7 LUGLIO
SABATO 27 LUGLIO
LUNEDÌ 15 LUGLIO
MERCOLEDÌ 31 LUGLIO
MERCOLEDÌ 17 LUGLIO
GIOVEDÌ 1 AGOSTO
a g o st o
Date Palms - The Dusted Sessions
(Thrill Jockey, Luglio 2013)
/
Giulia Antelli
perfetti nel loro intento descrittivo.
The Dusted Sessions degli americani Date Palms è
uno di quelli. Marielle Jacobsons (violino, flauto)
e Gregg Kowalsy (tastiere) ne sono i principali
artefici, mentre Michael Elrod (tanpura), Ben
Bracken (basso) e Noah Phillips (chitarra) costituiscono il nuovo e fondamentale trio di supporto.
Sette tracce che hanno il compito di trasformare
le cuffie in uno strumento di immersione multisensoriale. Le coordinate geografiche del nonluogo sono quelle del Southwest degli USA: il
deserto non concede tregua, il sole sembra non
calare mai e all’orizzonte prendono forma pseudo
allucinazioni dovute al calore. In questo panorama The Dusted Sessions ha un ruolo ingannevole.
L’inganno inteso come effetto placebo di una
distorsione audio-visiva che tranquillizza, rilassa
e che porta a riappacificarsi con madre natura
ma che fa fuggire solo mentalmente dalla “reale”
l u g l i o
l’album si esprime attraverso testi volutamente
frammentati e introspettivi, che, nonostante si distacchino da una generale tendenza verso il semplice racconto della quotidianità (peraltro, già
sentita troppe volte tra gli autori di casa nostra),
non riescono a formare una base narrativa convincente fino in fondo. Il risultato sono brani in
cui predominano una certa ripetitività nei suoni e
nelle parole e una certa vaghezza nei contenuti, e
che non riescono ad imporsi in maniera definitiva
sull’ascoltatore. (5.5/10)
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SALMO
JONATHAN WILSON
PATTI SMITH - "HORSES"
DEVENDRA BANHART
THE SKATALITES
TRICARICO
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/
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Genere: synth-pop
Il primo After Dark usciva nell’agosto del 2007 ma, per moltissimi e alla
meglio, è rimasto un segreto celato fino ad almeno quattro anni dopo. Ci
sono infatti voluti il Themes For An Imaginary Film targato Symmetry (2011,
vociferato d’essere la “lost soundtrack” di Drive), il Kill For Love dei Chromatics (2012) e il conseguente, indotto ripescaggio di massa per generalizzare
l’evidenza: la compilation di Italians Do It Better aveva precorso l’avvento di quel nuovo filone d’elettronica fatta a pop che ha seguito a ruota la OST del sopracitato film cult con Ryan Gosling (e che
vedeva coinvolti, non a caso, proprio Chromatics e Desire).
Un elettropop, dunque, permeato di nostalgia per gli 80s, che fonde l’italo-disco con cinematiche
synth notturne, metropolitane ed immensamente romantiche, che scintilla, si accende in miccia, mai
esplode. Un elettropop che, dal canto suo, la label americana da sempre griffa per dilatazione (After
Dark e Kill For Love duravano entrambi un’ora e venti, Themes For... addirittura due ore e quaranta), oltre che con allusioni wave e post-punk, cantato prevalentemente al femminile (ma sempre emotivamente distaccato) e firma trasversale dei sintetizzatori - “stabbati”, arpeggiati, spiraliformi - del “capoccia” Johnny Jewel. Un elettropop che, visti anche i successi casalinghi degli ultimi diciotto mesi, trova
ora tempi maturi per erigersi definitivamente a manifesto di un’era (ancora in corso).
After Dark 2, naturalmente, supera in tutto e per tutto il predecessore. Il roster dell’etichetta - qui al
gran completo - non è mai risultato tanto efficace nell’amalgamarsi ad unica entità, pur senza rinunciare ai tratti distintivi dei singoli. L’estetica IDIB, del resto, si è così raffinata negli anni da far sparire
l’effetto label sampler del primo volume a favore di un lavoro che possiede piena dignità d’album tout
court.
Fanno ovviamente da padroni - con rispettivamente tre e quattro pezzi - Chromatics (Cherry e Looking For Love sono già classici di repertorio) e Glass Candy (l’euforia da hippie in tutina da aerobica
della Ida No di Warm In The Winter è il migliore degli inviti ad abbandonarsi all’ascolto), ma le lodi si
sprecano anche per gli “act minori”. Si va dalle sempre fascinose strumentali di Symmetry e Mike Simonetti (Heart Of Darkness, The Magician) all’appropriazione e riuscitissima trasfigurazione del glo-fi
ad opera dei Desire (Tears From Heaven), dalla piano-house che ammicca a Bowie dei Twisted Wires
(Half Lives) all’evocativo spoken su droni di Farah (Into Eternity) fino al tocco french degli ex-Kitsuné
Appaloosa (Fill The Blanks) e al numero a firma Mirage (Let’s Kiss), col Johnny Jewel solista a brandire
forte il vocoder.
È proprio in quest’ultima occasione che After Dark 2 va persino oltre lo status comunque “compendiale” e trova ulteriore ruolo attivo nel panorama musicale dell’annata in corso: quello di alternativa “indie” al Random Access Memories dei Daft Punk. Un’alternativa - quantomeno per chi scrive - migliore.
(7.5/10)
Massimo Rancati
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a g o st o
Chromatics/Glass Candy - After Dark 2 (Italians Do
It Better, Maggio 2013)
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r e c e n si o n i
a g o st o
Genere: folk wave
Strano personaggio, questo Daughn Gibson,
poco più che trentenne dalla Pennsylvania, già
batterista degli stoner Pearls And Brass, all’esordio in solitario lo scorso anno con un All Hell per
il quale si scomodarono similitudini intriganti,
tipo un Johhny Cash nella ragnatela post-moderna di Nicolas Jaar. E in effetti, a sentire quegli
scheletri folk dall’aura androide ed il vocione baritonale, la similitudine sembrava particolarmente azzeccata. Il qui presente sophomore segna
però uno scarto netto, di quelli che fanno saltare
il banco delle aspettative. Resta l’acchito country,
come una radice che non vuol saperne di marcire, però una stratificazione di innesti palpitanti
e balzani fanno sbocciare undici tracce che fai
fatica ad ingabbiare nelle coordinate standard.
Crude e farneticanti, allucinate e languide, guardano agli 80s più fascinosi e cupi, impastano
effetti sintetici e pedal steel, esotismi posticci e
fantasmi da pub, romanticismo tignoso e attitudine cinematica. Il passo turgido d’un Cave
si spampana tra rarefazioni Sylvian (You Don’t
Fade), la wave glassata dei Tears For Fears fa a
strattoni col ghigno Sister Of Mercy (The Sound
Of Law), uno pseudo trip-hop tenta di ipotizzare
versioni fumettistiche dei Morphine (The Pisgee
Nest), mentre altrove si consuma una relazione
platonica tra Sakamoto e Brian Ferry (Franco).
Certo, di fronte ad una All My Days Off - immaginatevi Chris Isaak ipnotizzato dai Cousteau - si
consolida il sospetto che possa trattarsi di una
furbata indie-pop studiata a tavolino, una strategia di bizzarrie pensose e dandysmo problematico con malcelate ambizioni radiofoniche.
Tuttavia, non puoi fare a meno di sentirci dentro una febbre d’insoddisfazione, una smania di
senso da conquistare attraverso un linguaggio
complesso, inconsueto, perciò sfuggente. Che
ti spiazza quando credi di averlo in pugno. Vedi
/
Riccardo Zagaglia
Daughn Gibson - Me Moan (Sub
Pop, Luglio 2013)
l u g l i o
situazione desolante: il caldo, il sole e il deserto
sono ancora lì. Un’oasi immaginaria.
Le iniziali suggestioni indiane e spirituali aprono
Yuba Source Part I - primo di tre passaggi influenzati da un viaggio lungo il fiume Yuba (Sacramento Valley) - e diventano l’atmosferico tappeto
per il commovente violino di Marielle Jacobsons.
I paesaggi sonori che scorrono lungo la triade
Yuba (Source Part I, Source Part II e Reprise) si situano a metà strada tra alcune cose dei Godspeed You! Black Emperor e il masterpiece Laurens
Walking della colonna sonora di Straight Story di
David Lynch. Lunghi slow-burning meditativi di
grande impatto evocativo in una catarsi di psichedelia seventies che sublima in droni cosmici.
In situazioni così drammaticamente arse e aride
stonano forse alcuni modernismi (i tastieroni
effettati della breve Six Hands To The Light) che
non si plasmano perfettamente con il restante
set strumentale, decisamente più crudo e asciutto. Altre volte invece riescono a portare varietà e
vitalità agli eterni landscape color ambra: in Night
Riding the Skyline il basso corposo e distorto, il
più unico che raro accompagnamento di batteria
(estremamente echizzata) e il lavoro psy sui tasti
donano sfumature inedite, meno contemplative
rispetto al resto dell’opera e in particolare rispetto alla conclusiva, pressoché ambientale, Exodus
Due West.
La prorompente cinematicità di The Dusted Sessions ha due limiti, rintracciabili nell’incostante
attrattività all’interno dei 44 minuti di musica e
nella sua stessa rigida natura di mood-music. È
infatti un disco che riesce a rendere al 100% solo
in determinate situazioni, riuscendo comunque a
svolgere il proprio compito immersivo anche ad
un livello meno trascendente.
(6.9/10)
/
l u g l i o
Genere: Uk garage
Prepariamoci ad abbassare i finestrini e ad alzare il volume dell’autoradio
perché finalmente “habemus” il disco dell’estate. Settle, l’atteso esordio dei
chiacchieratissimi Disclosure, è finalmente tra noi e sembra candidarsi fin
da subito a feticcio definitivo del pop britannico più spiccatamente danzereccio.
Non è un caso se la coppia di giovanissimi producer inglesi sono riusciti ad
avere ospiti nello stesso disco tutto il meglio della vocalità brit contemporanea, dal rodatissimo Sam
Smith, passando per le reginette nu soul Jessie Ware ed Eliza Dolittle fino al veterano Jamie Woon.
In poche parole, Settle è sì un disco da cantare, ma possibilmente nei dancefloor.
L’esordio dei Disclosure non è però solo un sofisticato zuccherino pop, ma anche il traguardo più
avanzato di quel calderone sonoro chiamato garage; è dai trionfi di Quentin Harris e Dennis Ferrer
infatti che non si sentiva nulla di così fresco in questo ambito e, come in una gara a staffetta, questa
volta il passaggio di consegna passa all’Inghilterra.
Se parliamo di garage e Albione, però, è inevitabile considerare Settle anche come ultimo tassello di
quel continuum garage-UK inaugurato da pionieri come Artful Dodger, Dj Pied Piper, Zed Bias o
El-B poi articolatosi nelle declinazioni stradaiole dei vari The Streets, Audio Bullys o Dizzee Rascal
fino alle più recenti derive broken beat isolazioniste di Burial.
La formula musicale usata dal duo è in realtà molto semplice e fondamentalmente si traduce in una
perfetta fusione tra l’euforia timbrica tipica del 2-step con il feeling strutturale della deep-house in
salsa Defected / Strictly Rhythm. Le bassline e lo swing delle tracce sono sempre orgogliosamente
UK, ma ogni scusa è buona per tributare l’enfasi clubbistica chicagoana.
Questo è ben chiaro fin dallo start con l’ossessività del sample vocale in When A Fire Starts To Burn
che si sfoga in aperture degne dei Deep Dish, ma anche nel morbido andamento di F For You o nella
balearica Defeated No More in cui Ed Mc Farlane vocalizza con la stessa esuberanza di Benjamin
Diamond. Il bipolarismo garage tra intelligence inglese e istintività statunitense permea tutto il
disco; brani come Voices (feat. Keabie) sembrano quasi prodotti da Quentin Harris mentre in January
Jamie Woon “micioneggia” quanto un Vikter Duplaix d’annata.
La vera inglesità però è tutta concentrata nei singoli già pubblicati prima dell’uscita del disco, che si
parli della fortunatissima (perfino sui network italiani) Latch appositamente terzinata per l’identità
canora di Sam Smith ma con pulsazione tipicamente post-dubstep o dell’educato clash tra Basement Jaxx e Nightcrawlers in White Noise (feat. Aluna George). Jessie Ware e l’emule Hannah Reid
dei London Grammar incantano rispettivamente sul Chicago-jackin’ condito dalle stridule bassline di
Confess To Me e sul mid-tempo in cassa dritta di Help Me Lose My Mind, mentre You & Me suona come
un vero e proprio tributo al 2-step più classico con Eliza Dolittle intenta a giostrare la sua voce tra
metriche “shuffolate” e sample cheap tipici del genere. I fratelli Lawrence non si fanno mancare nulla,
nemmeno un pezzo tirato e spazza pista come Stimulation che chiude il cerchio con del puro pragmatismo Solid Groove.
In definitiva Settle non delude affatto e cresce dopo ripetuti ascolti, soprattutto grazie all’impatto
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r e c e n si o n i
a g o st o
Disclosure - Settle (Universal, Giugno 2013)
di una produzione asciutta ma allo stesso tempo molto raffinata. Alla lunga probabilmente, l’unico
difetto è l’uniformità timbrica che i nostri hanno deciso di dare ad ogni traccia del disco ma, in realtà,
questa scelta sembra dettata dalla volontà di ribadire costantemente un albero genealogico preciso
nelle proprie coordinate stilistiche. Se inquadriamo Settle nel suddetto continuum garage anche le
sferzate più paradossalmente revivalistiche qua e là nel disco appaiono dunque come manifestazioni
musicali orgogliosamente anglosassoni.
In questi tempi ipercinetici fatti di novità ad ogni costo, questa consapevolezza di essere eredi di un
passato (seppur recente) può rappresentare un valore non da poco, soprattutto da parte di artisti
anagraficamente così giovani.
Full album stream [via The Guardian]
(7.5/10)
David Lynch - The Big Dream
(Sunday Best, Luglio 2013)
Genere: desert blues
La scelta di Lykke Li per I’m Waiting Here (bonus
track messa in coda al disco) si specchia con quella di Karen O per Pinky’s Dream, che apriva Crazy
Clown Time. Il gioco di specchi non finisce qui,
ma è la metafora a reggere l’impianto discorsivo
attorno a The Big Dream, secondo album di un
David Lynch musicista dallo stile estremamente
riconoscibile.
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a g o st o
Stefano Solventi
La Ballad of Hollis Brown cantata da Nina Simone, poi passata tra le corde di Bob Dylan, nelle
mani di Lynch diventa un incrocio tra So Glad e
Noah’s Ark del primo album. È questo il prototipo
dichiarato del “moderno blues dei bassifondi” che
Lynch intende esplicitamente percorrere e reinaugurare con The Big Dream. Come dice Nina,
Hollis è poverissimo, ha cinque figli e tutti nella
sua famiglia patiscono la fame. Punto. Storie ossificate, asciugate non dal poeta ma dal traghettatore di storie popolari in un formato (la canzone)
popolarmente fruibile.
L’operazione è vecchia come il blues e come il
r’n’r, come ci avvisa lo stesso Lynch. Aggiungiamo
noi che in Crazy Clown Time c’erano già questi
prototipi, sviluppati in maniera ottima se non eccellente. Era già una prassi consolidata. Del blues
riprendeva l’idea di costruire standard, da modulare in mille versioni, che parlano sempre delle
stesse figure (retoriche), degli stessi personaggi
che oggi ci sono e domani non ci sono più.
Il paesaggio è l’altra chiave. Lynch costruisce
macchine celibi perfette per naufragare nel deserto immaginario dell’estremo Sud degli States,
non quello reale ma quello immaginato da David
e percorso (con la Dodge di Pinky) nell’esordio
/
come The Right Signs proietti il timbro à la Ian
Curtis in un fosco scenario electro-kraut prima
di sgranare vampe psych quasi desertiche, o
come nella conclusiva Into The Sea la tenerezza
agrodolce d’un Moz s’immischi a chimere errebì
Jaar e marchingegni post-folk O’Rourke. E’ uno
di quei lavori insomma che sembrano arrivare al
termine di una fase, di una scena, di un’epoca. A
raccogliere i detriti, a spacciare voglia di ricostruire. Spesso per opportunismo, a volte per necessità. La differenza, va da sé, è sostanziale. Ma distinguerla non sempre è facile: come in questo caso.
(6.7/10)
l u g l i o
r e c e n si o n i
Dario Moroldo
/
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Genere: cosmic-noise
Non hanno mai subito le scelte altrui i Fuck Buttons, ma sapere che Slow
Focus è il primo album completamente prodotto in casa dal duo, nel suo
Space Mountain studio, è questione interessante. Lo è sapendo quanto
Andrew Hung e Benjamin John Power tengano alla dimensione prossemica e alla natura fisica della produzione dei bottoni. In qualche modo ce li
immaginiamo produrre così come eseguono, uno di fronte all’altro (in realtà dicono di fare davvero così), con se stessi come alter ego l’uno dell’altro a recepire il messaggio arcano prodotto dalle macchine analogiche.
Ho detto alter ego ma avrei fatto meglio a dire pubblico. I Fuck Buttons hanno fatto del rumore
accessibile e prevedibile (senza giudizio di valore) nelle progressioni soniche una bandiera, una
formula, perché sono i primi fruitori della bellezza del suono che producono.
Incuriosisce scoprire che i due ci presentino Slow Focus come un disco in cui “it almost feels like
the moment your eyes take to readjust when waking, and realising you’re in a very unusual and not a
particularly welcoming place. We like to think that we create our own new landscapes, and with this
it’s a very alien one”. Mescolando trama e intreccio, in queste parole troviamo l’immagine prodotta
dai diretti interessati per tradurre un’impressione all’ascolto, che avremmo reso linguisticamente
dicendo che i Fuck Buttons non hanno più un copione. Forse non ce l’hanno mai avuto? E’ la domanda con cui si potrebbe chiudere la recensione, per ammettere alcuni puntini non messi sulle “i”
delle valutazioni sui passi precedenti di Hung e Power.
In realtà la risposta è sì, così come affermativamente risponderemmo alla domanda circa l’attualità
e l’efficacia - e sono passati cinque anni - di Street Horrrsing. La capacità di costruire temi-melodie
elementari ma efficaci è qui intatta (plateale in Year Of The Dog) ed è parte del talento dei Fuck
Buttons. Poi c’è il tempismo (l’altra faccia della medaglia della prevedibilità) e il rumore bianco, che
tutto mangia e tutto vomita (vomitava) tra le urla filtrate.
L’output era inequivocabilmente psichedelico, un output che in Slow Focus manca, o almeno non
emerge più dal rumore, dalla distorsione, che impallidisce al confronto delle due prove precedenti.
C’è oggi quello che dicevamo non esserci mai stato nei Fuck Buttons, ossia la sofisticazione esplicita. Non compositiva, l’approccio è ancora quello del reiterare minimalista, ma quella che va oltre
la riconoscibilità immediata, la capacità di sposare un gusto dominante. Recuperano complessità
e perdono forse immediatezza e piglio pop, a un primo ascolto. Riprendono - perfettamente a loro
agio in questo 2013 - il passato elettronico che va prima degli ultimi trent’anni, alle radici europee
delle narrazioni sintetiche. Filologicamente, lo fanno senza voci umane, semmai con le tastiere di
Vangelis in Year Of The Dog, apocalittica e riuscitissima traccia, una delle migliori risposte degli ultimi anni alla domanda: qual è la via non banale al revival del retrofuturismo? Tastiere che, quando
si sposano a volumi altissimi e alle distorsioni cui i due ci hanno abituati, vanno al bersaglio scientificamente (The Red Wing) ed esprimono la grandezza oltre che la complessità di quel sound, che
al terzo ascolto è inequivocabilmente FB. Non tutti i numeri brillano: Stalker è un po’ trascinata, così
come lo sono quelle cavalcate cosmiche su tastiera, ma poi arriva ancora una volta la distorsione, il
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r e c e n si o n i
a g o st o
Fuck Buttons - Slow Focus (ATP Recordings, Luglio 2013)
muro di rumore biancastro.
È la loro arma, la versione meló del pollo dei Monty Python. I Fuck Buttons conoscono bene i trucchi del mestiere, ma oggi vivono nei dettagli e saranno per questo amati più che per le sberciate
noise.
(7.4/10)
Deafheaven - Sunbather
(Deathwish inc., Giugno 2013)
Genere: post black metal
La sensazione finale ascoltando il secondo fulllength dei Deafheaven è la stessa di quella
iniziale, ovvero: i Deafheaven tentano la via del
metal-hipster, il che concretamente significa ben
poco ma aiuta a capire in che territorio cerca di
muoversi questa band californiana. Il senso del
loro essere sta nel gioco delle contrapposizioni,
della serie: siamo duri ma vogliamo emozionare,
suoniamo metal ma facciamo l’artwork rosa, non
Stefano Gaz
Echologist - The Mechanics Of Joy
(Prologue Music, Maggio 2013)
Genere: Techno
Caposcuola della seconda mandata techno dub
(si trasferisce a NY dal Sud Africa quando l’entità
Basic Channel inizia a dare alle stampe i primi
lavori), Brendon Moeller è attivo sia con i moni-
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a g o st o
Gaspare Caliri
ci mettiamo il chiodo ma dei bei maglioncini
magari anche colorati, e così via.
La traduzione in musica di questa cosa è ovviamente un gioco tra le linee, anzi fondamentalmente una linea: mischiare il cantato growl e
certo drumming black metal con il vecchio postrock 90’s sognante e struggente. Un gioco che
per la verità riesce bene, che si allarga in qualche
occasione come nel contrasto noise/acustico
di Please Remember, presentandosi dunque più
estremo e variegato rispetto alla concorrenza (i
Palms di Chino Moreno e Isis ad esempio), con
una buona tenuta anche negli episodi da dieci/
dodici minuti.
Ma la spinta dei Deafheaven si esaurisce qui. Qua
e là c’è chi reputa Sunbather tra i migliori dischi
dell’anno, ma si fa fatica a capirne i motivi: non
c’è nessun discorso di ricerca ma solo l’ennesimo
tentativo di far convivere mondi diversi e apparentemente distanti, ed è una questione forse più
estetica che musicale perché alla fine il campo
rimane post metal.
(6.6/10)
/
con piglio sanguigno, viscerale, in The Big Dream
con meno impatto. È come se prima fosse un’esigenza, e oggi già più un gioco, un divertissement, uno stomachion.
Le ossa desertiche di The Big Dream sono certo
ottimo strumento di alienazione (già dall’iniziale
title-track, poi ancora con l’inquietante e sensuale
I Want You), sono asciutte e dirette (Star Dream
Girl, memore dei White Stripes), semplici ed
efficaci (Last Call, Cold Wind Blowin’). Risentono
però di quella che potremmo definire “retorica del sophomore”: quando per raccontare un
secondo album si esprime a parole quello che in
realtà avrebbe già spiegato il disco precedente.
Fuori dalle auto-caricature volontarie e involontarie (Sun Can’t Be Seen No More), non è affatto un
dramma.
(7.1/10)
l u g l i o
r e c e n si o n i
Gaspare Caliri
Michele Ferretti
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a g o st o
/
l u g l i o
Editors - The Weight Of Your Love
(Pias, Luglio 2013)
Genere: Rock
Non deve essere stato facile comporre The
Weight Of Your Love se si pensa che in un quadriennio - dal 2005 al 2009, ovvero la distanza
che intercorre tra In This Light And On This Evening
e questo lavoro - gli Editors avevano prodotto la
loro intera discografia, ovvero due più che onesti
album revival wave (nonostante in queste pagine
siano stati oggetto di aspre critiche) prima della
controversa svolta synthpop. Di questo fatto gli
Editors non hanno mai nascosto i motivi, menzionandoli in ogni intervista o documentario: la
decisione di allontanare Chris Urbanowicz è stato
il culmine di un triennio caratterizzato dall’impossibilità di produrre materiale di qualità e da
rapporti tesi tra il chitarrista - autore delle linee
melodiche più impresse nella mente dei fan,
letteralmente sconvolti dallo split - e il resto della
band, quest’ultima trovatasi a margine di uno dei
live più sentiti (il Werchter, famoso per il cliccatissimo video del fanboy di No Sound But The Wind)
a compiere una scelta radicale. L’autunno porta
alla rifondazione: la nuova lineup con due ingressi in luogo di una partenza, infonde linfa vitale,
ed ecco The Weight Of Your Love prendere forma
in un battito di ciglia.
È A Ton Of Love - perfetta per i cori nelle arene
come per jingle in spot televisivi - il singolo scelto
per anticipare i contenuti del disco, brano che,
al pari di Papillon nella scorsa uscita, si trova alla
traccia tre: un modo per “lanciare” l’ascoltatore
dopo un inizio circospetto con la Depeche Modeiana The Weight e Sugar, forse l’unica assieme
a Two Hearted Spider a rievocare memorie del
recente passato elettro-pop della band. Ed è qui
che gruppo cronicizza quella difficoltà nel tenere
viva l’attenzione nell’ascoltatore iniziata accentuata in ITLAOTE e replicata qui a suon di imitazioni dei Coldplay (What Is This Thing Call Love,
falsetto incluso), parentesi southern rock USA
r e c e n si o n i
ker Echologist e Beat Pharmacy, sia come label
owner della Steadfast, etichetta per la quale ha
rilasciato alcuni - relativamente recenti - lavori.
The Mechanics Of Joy esce dunque su Prologue, attentissima etichetta bavarese che, tra gli
altri, ha pubblicato gli italiani Voices From The
Lake, Giorgio Gigli, Claudio PRC, Dino Sabatini, scelta che da una parte pare completarne
il catalgolo e dall’altra fa risaltare quello che, di
fatto, è uno dei lavori più lungimiranti di ricerca
technoide degli ultimi anni.
La Prologue non è certo l’unico esempio di etichetta techno virtuosa (pensiamo alla Zooloft di
Obtane) ma l’integralità futuristico-attualistica di
quest’album non poteva arrivare in un momento
migliore. In mezzora circa, Moeller fornisce un tetralogo di movimenti dubby e ultrasaturi di bassi,
alleggeriti da lievi incursioni citazionistiche (Incunabula in Crossing Over, per dire, ma il gioco dei
richiami è, in verità più vasto). Per riferirsi proprio
alle parole del producer: il senso dell’operazione è creare musica accessibile all’esperienza e ai
trascorsi di vita tramite musica di genere, dunque
storicizzata e condivisibile, e su questa base infondere l’inesauribile profondità del 4/4, e in pratica,
la techno nel suo portato più totale. Dagli accartocciamenti sotto i levare assassini di More Instinct
alla vorticosa sintesi della titletrack, il disco - niente di nuovo sotto il sole - gode dell’intramontabilità strutturale di un sistema di riferimenti musicali.
La techno è viva e l’attualità delle ristampe Type
dei Porter Ricks o il buon corso della Avian
Records di Shifted e Ventress ne sono gli esempi. Echologist, con una durata anomala per i suoi
canoni (lungo per un singolo standard, corto per
un full lenght) e giocando di volta in volta con
pochissimi elementi, guida l’ascoltare in un percorso contemplativo che, partendo dal corpo (nel
senso di body), lo supera. E non serve aggiungere
altro.
(7.2/10)
Genere: Pop
Neanche due anni dopo il buon esordio Last
Summer, torna la frangetta imbronciata dell’indie pop ad allettarci con le sue caramelle sonore
agrodolci, così lontane dal crogiolo proteiforme
dei Fiery Furnaces eppure della (ormai defunta?)
band fraterna in qualche modo conseguenza
diretta. Ci senti infatti un ribollire di mille cose
sotto la pelle disinvolta, appassionata e blasé di
queste canzoni aggrappate a turbamenti sentimentali in differita (per la cui scrittura si è fatta
aiutare dal cantautore e scrittore inglese Wesley
Stefano Solventi
Francesco De Gregori - Sulla
strada (Edel, Novembre 2012)
Genere: Cantautore
Con quel titolo avrebbe potuto essere uno dei
suoi innumerevoli dischi live (dieci dal ‘90 in poi):
ma uno l’aveva pubblicato l’anno scorso, quel
Pubs & Clubs che azzardava qualche arrangiamento nuovo e qualche gioco meta-musicale, risultando così più interessante e motivato di altri.
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a g o st o
Eleanor Friedberger - Personal
Record (Merge, Maggio 2013)
/
Andrea Forti
Stace, meglio conosciuto come John Wesley
Harding). Per dire, se la opening I Don’t Want To
Bother You stuzzica tepori soul affacciati sui 70s,
la successiva When I Knew potrebbe essere una
trepidazione Smiths strigliata Velvet Underground, mentre Echo Or Encore si permette un
languore bossa cisposo e You’ll Never Know Me
scozza plastica e calore come una mestizia Stevie
Nicks serigrafata Alanis Morrisette.
Malgrado rischi di sembrare dispersiva, Eleanor
è semmai una tipetta elusiva, che ama svicolare,
che ci è quando ci fa, con l’estro nascosto sotto
una bambagia di disincanto che però lo annusi
da lontano un chilometro. Se ha un talento, e
ce l’ha, è la capacità di spacciare per canzonette
trame che invece nascondono una polpa ben
strutturata, talora azzardando con naturalezza
intrugli audaci, come l’errebì stomp caramelloso
di Tomorrow Tomorrow d’improvviso avvampato
di psichedelia barrettiana, oppure le Go-Go’s
sbarazzine strattonate The Clean di Stare At The
Sun, per non dire del bocciolo folk indolenzito
trapiantato nel terriccio sintetico 80s della conclusiva Singing Time.
Se il doppio senso del titolo volesse alludere ad
un superarsi facendo la propria cosa, lo diremmo
vagamente velleitario e persino infingardo. Ma
proprio per la disarmante capacità di prenderti
per il bavero fuggendo alla presa, Personal Record resta un disco delizioso.
(6.9/10)
l u g l i o
(The Phone Book) frutto delle session di registrazione a Nashville con l’artefice del successo dei
Kings Of Leon Jacquire King, e una orecchiabile Formaldehyde che plasma i delay di chitarra
- ridondanti in The Back Room e An End Has A
Start - in ariose melodie pseudo dreamgaze. Ma
è Nothing a destare i maggiori interrogativi: l’idea
di inserire a metà opera un brano completamente composto da archi è coraggiosa, ma fa nascere
interrogativi sul perché si sia deciso di stravolgere qualcosa che solo qualche mese prima la band
aveva suonato live con la propria strumentazione, dando vita a una delle anteprime più riuscite
del gig.
Sembra davvero che si sia voluto fare tabula
rasa degli Editors anni Zero, spostando la deriva
“chitarrocentrica” (prima) e “synthcentrica” (poi)
dell’epoca Urbanowicz su un prodotto frutto
del lavoro e dell’equilibrio di una band intera
ma dall’identità solo abbozzata. Sarà il prossimo
lavoro, su cui i Nostri dicono di volere iniziare a
lavorare a breve, a dirci se potremo affezionarci
ancora a loro oppure fermarci ad ammirarli live,
dimensione in cui il leader Tom Smith da sempre
dimostra di essere un cavallo di razza.
(5.5/10)
/
l u g l i o
Genere: hip hop
Kanye il Divino. Arrabbiato, complicato e sorprendente come non riesce a
fare a meno di essere. A tre anni da My Beautiful Dark Twisted Fantasy,
il disco che ha riscosso più successo e generato adulazione da parte della
critica, West decide di cambiare le carte in tavola e tornare con un album
radicalmente differente. Vestendo gli ormai abituali panni dell’anti-eroe,
parafulmine instancabile di trend e controversie, Kanye mette da parte il massimalismo, le orchestrazioni e i numeri ad effetto visti in Watch The Throne per inseguire ambizioni di minimalismo, come lui
stesso le ha definite. Per riuscirci, attinge da figure di riferimento quali Daft Punk e Rick Rubin per
co-produrre alcune tracce e supervisionare il lavoro, rifugiandosi proprio negli studi di Rubin per le
ultime, frenetiche settimane di lavorazione. Fasi cruciali nelle quali il guru-producer è riuscito a dare
al materiale un suono più coeso e strutturato, portando Yeezy ad un traguardo al fotofinish.
Certo, West non è nuovo a funamboleschi numeri di trasformazione, come l’electropop impomatato di
808s & Heartbreak, ma in pochi avrebbero potuto immaginare che Yeezus avrebbe virato così violentemente verso elementi finora estranei al mainstream hip-hop, come l’acid house, la glitch e l’industrial.
Quello che fino a ieri veniva distribuito su etichette come Anticon o Warp entra adesso su grande scala
nel mercato Def-Jam. La dichiarazione d’intenti è infatti quella di allargare i punti d’accesso dell’hip hop
a certa EDM, proveniente soprattutto dal versante UK, con le figure di Evian Christ ma soprattutto il
tocco Glasgow di Hud Mo a spiccare tra i co-crediti. La strategia di non-promozione sposa quindi uno
stile spoglio e oscuro, di sottrazione (anche dal pubblico) con l’assenza di artwork, singoli o video di
lancio, affidandosi a sessantasei proiezioni di brani su edifici sparsi in varie città del mondo.
Da una parte è il solito Kanye che parla di fama, sesso e mercantilismo - a volte in modo del tutto rozzo e infantile, scambiando spesso razzismo per classismo, riempiendo i brani di versi comici come “in
a french-ass restaurant, hurry up with my damn croissants!” -, dall’altra c’è un Kanye nuovo e feroce, che
serve sul piatto beat crudi e una manciata di versi urgenti. Gli elementi tirati in ballo nei primi quattro
pezzi sono quantomeno destabilizzanti: c’è l’elettronica ad alta frequenza di On Sight prodotta dai
Daft Punk ma praticamente un omaggio ai pioneri dell’acid house Phuture, anche loro da Chicago;
c’è lo schiaffo industrial di Black Skinhead (Beautiful People, anyone?), tra urla primordiali e un generale senso d’angoscia, atmosfere fumose a-la Nine Inch Nails e tribalismi claustrofobici, dove Kanye
si dipinge come l’anti-eroe - “I’m aware I’m a wolf, as soon as the moon it” - neanche fosse Tyler, The
Creator. I caldi soul beats di Late Registration non sono mai stati così lontani.
Sulla stessa lunghezza d’onda ossessiva-compulsiva, ma con molta più magniloquenza - tra Death
Grips e Aphex Twin - ci sono I’m A God e New Slaves: “you see there’s leaders and there’s followers, but
I’d rather be a dick than a swallower”, ripete West, le provocazioni vagamente politiche e l’animosità
viscerale sono elementi stimolanti di un disco a tutti gli effetti sperimentale. “I am a God, even though
I’m a man of God” racchiude il Kanye West più irriverente, quello delle boutade ai Grammys, agli MTV
Music Awards e in TV contro il presidente Bush, un uomo incline alla gaffe ma che è pronto a lottare
per quello che sente di meritare: il podio alto nella classifica dei trend setter del pop moderno.
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r e c e n si o n i
a g o st o
Kanye West - Yeezus (Def Jam Recordings, Giugno
2013)
/
Questo è invece il nuovo album di inediti, dopo il
poco ispirato Per brevità chiamato artista (2008).
In realtà il titolo è insieme una probabile risposta
agli annunciati ritiri di Fossati e Guccini (e in
questo caso suona come “(ancora) sulla breccia”),
sia la sintesi tematica della raccolta: al suo centro
c’è infatti proprio la strada, come luogo colmo di
significati e metafora polivalente esplorata nella
sua varietà.
Il brano omonimo in apertura è già un primo
assaggio, un campionario di umanità e situazioni
varie condotto sulle consuete vie folk-rock alla
Dylan (ma anche alla Green On Red, volendo),
con una verve che da subito annuncia un’altra
ispirazione rispetto al precedente. Ma - e qui sta
uno dei principali pregi del disco - quello del
pezzo iniziale è l’unico omaggio alla suddetta
consueta maniera dylaniana: il resto della scaletta
infatti, pur in uno stile comunque riconoscibile,
azzarda suoni e produzione nuovi assecondando
una penna in vena di divagazioni.
Se infatti restano alcuni “lenti” in stile classico,
questi sono il bell’orgoglio operaio di Passo d’uomo e l’autoritratto, splendido, di Guarda che non
sono io, uno di quei pezzi da canone nobile che
compaiono spesso anche nei dischi tardi. Qui la
strada è quella in cui l’artista, colto in un momento di vita privata, si confronta con il fan - ma soprattutto con l’idea distorta che l’ammiratore ha
di lui: niente rancori, solo un avviso a non illudersi, rivolto senza snobismo né distacco in un pezzo
il cui posto tra i classici non lo toglierà neanche
un ritornello con vaghe assonanze Renga.
Il resto svaria nell’omaggio esplicito all’immaginario di inizio ‘900 di Belle Epoque, in cui la strada è quella in cui passeggia un Dino Campana
giovane militare mentre intorno a lui passeggiano “le troie” (sic: niente scorrettezza sessista,
solo mimesi del linguaggio della categoria e
dell’epoca), condotta con un passo swing sornione vagamente Vecchio frack; nell’altra riflessione
sull’artista di Omero al cantagiro, tra ritmi, ance
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a g o st o
r e c e n si o n i
Luca Falzetti
l u g l i o
Nella seconda parte del disco (e qualcuno gioirà) si riaffaccia il soul, con il sampling del manifesto
Strange Fruit nella versione di Nina Simone, l’omaggio al C-Murder di Down 4 My Niggaz e gli inserti
prepotenti di R U Ready, cortesia del nuovo pupillo Hudson Mohawke - metà del duo TNGHT - preferito a Salva e RL Grime che avevano invece remixato Mercy lo scorso anno. Si va avanti con questi
umori praticamente fino alla fine, con Justin Vernon che arriva qua e là ad aprire, chiudere o a intersecare le tracce (notevole lo scambio in I’m In It), tra qualche battuta evitabile sulla vagina asiatica
(sweet and sour sauce?), i soliti vocalizzi con l’auto-tune distorto (Blood On The Leaves), gli accenni trap
e gli interventi brevissimi di Chief Keef, Travi$ Scott, Kid Cudi e Frank Ocean, per quello che altrimenti
è un disco in solitaria per Kanye, rispetto alle corpulente ospitate di ...Dark Twisted Fantasy.
Sulla falsariga di quello che abbiamo visto recentemente dal vivo, c’è da dire che il personaggio West
anche in versione studio si conferma respingente a certi cliché, sempre meno disposto a scendere a
compromessi. Yeezus è compatto, fluisce spedito, sicuro e divertente fino al finale, dove West tira fuori
dal cilindro un vecchio numero dei suoi, un sample di Bound dei Ponderosa Twins Plus One, facendo intuire che, nonostante il tempo passi, il beatmaker di Chicago ossessionato dal soul è sempre lì,
nascosto dietro qualche maschera.
(7.5/10)
/
l u g l i o
Genere: afro-jazz-core
Il comeback targato Mombu - in realtà passo numero tre, se si considera
la riedizione/rilettura dell’esordio omonimo col titolo Zombie o addirittura quattro, se prendiamo in esame l’esperienza Spaccamombu - è un
tour de force afro-grind che, se possibile, amplifica il portato del duo MaiZitarelli. Ci pensa l’opener Niger a mettere subito sui binari giusti il disco:
il sax baritono del primo che si sdoppia e si contorce alla maniera di un
Colin Stetson in solo, rimanendo sospeso nelle sue reiterazioni circolari fino a quando entra in gioco
la batteria del secondo, vero e proprio tornado (afro/poli)ritmico che carica ancor di più la tensione
del pezzo e inaugura quelle schermaglie da interplay estremo, quelle prove di forza strumentali, che
segneranno tutto l’album. C’è un senso di follia che pervade tutto il lavoro, incentrato com’è su una
forzatura formale di stilemi provenienti da mondi altri e in apparenza distanti, che i due riescono a
(ri)unire. E il terreno di ricompattamento funziona, fondendo un approccio che si direbbe da metal
estremo, quasi da grind senza chitarre - quella occasionale di Cinghio in Mighty Mombu rievoca quella
di Spaccamonti nel citato In The Kennel, ma è l’animo dei due ad essere “metal” dentro, tanto che non
è un caso che escano per una label estrema come la Subsound - con l’altra grande suggestione, quella africana, declinata in forme tradizionali (il cantato di Mbar Ndiave in Carmen Patrios) o di rottura (lo
sciamano posseduto nel vortice metal della citata Mighty Mombu). Si fa un grosso parlare di musiche
estreme, di elettronica oscura, di psichedelia pesante. Ci si diverte a giocare di rimandi e riferimenti,
a trovare spunti, citazioni o eredità. Beh, nel caso dei Mombu, vale tutto perché tutto convive naturalmente, pur se sempre portato allo stremo delle forze dei singoli strumenti, in un continuo faccia
a faccia possente e devastante, quasi da sfida all’ultimo sangue. E in questo duello scintillante il duo
non perde mai la bussola della composizione, né si abbandona al parossismo rumoroso fine a se
stesso, ma anzi costruisce paesaggi sonori di una tale ricercatezza mista a forsennata violenza - di Mai
sappiamo, ma la screziatura delle ritmiche di Zitarelli è encomiabile - che si rimane a bocca aperta. E
tutto con una strumentazione che dire ridotta all’osso è poco.
Sono una realtà grossa ormai i Mombu e, con tutti i distinguo del caso, è ora di dirlo: hanno le spalle
larghe per reggere il peso dell’eredità vacante degli Zu.
(7.4/10)
Stefano Pifferi
e plettri tex-mex; o il valzer leggero, vagamente
Italia anni ‘50, di Showtime; nel calypso di Ragazza del ‘95, anch’essa viaggiatrice (tra le solite citazioni disinvolte, vedi già il titolo dell’album); per
chiudere con un’altra ballata, Falso Movimento,
corteggiamento leggero e romantico ma al contempo adulto, come insegna da anni Leonard
64
Cohen (musa meno dichiarata rispetto a Dylan,
ma quasi altrettanto importante).
Se, come recita la title track, “dev’essere strada”,
essa continua con passo dalla rinnovata energia.
(7.2/10)
Giulio Pasquali
r e c e n si o n i
a g o st o
Mombu - Niger (Subsound, Maggio 2013)
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Genere: indie-pop
Chissà come può essere, una festa organizzata
da Stephin Merritt, una delle figure più argute
e talentuose dell’indie-pop americano. Forse la
musica non sarebbe la più adatta per ballare,
nonostante i synth in libertà che colorano le
tredici canzoni di Partygoing - terzo album della
sua creatura Future Bible Heroes (uno dei vari
progetti del cantautore, dai Magnetic Fields ai
6ths) - ma in compenso incontreremmo ospiti
che vanno da un Gesù Cristo che esorta i bambini
a non bere acqua (“cause water’s mostly piss!”) e a
preferire ad essa lo champagne (perché renderà
pure la vita più breve, ma non ci farà dire mai
no all’amore) fino a David Bowie e al satanista
Aleister Crowley.
Attenzione, però, a non lasciarsi ingannare: conoscendo quel volpone di Merritt, potrebbe essere
l’ultima festa cui partecipare prima di tentare il
suicidio (Let’s Go To Sleep And Never Come Back). E
infatti più di un indizio fa capire che quest’opera,
che arriva a un solo anno di distanza da Love At
The Bottom Of The Sea dei Magnetic Fields e ben
undici anni dopo Eternal Youth, è ancora una
volta colma di riflessioni sull’amore e la sua perdita, sulla vita e sulla morte, con i soliti trucchi e
affascinanti vezzi di repertorio: la voce cavernosa
di Stephin si alterna a quella educata di Claudia
Gonson, mentre Chris Ewen (un tempo nei Figures On A Beach) architetta soundscape sintetici né
troppo lo-fi né eccessivamente patinati. Andare a
un party può sempre spingerci a lasciare da parte
le preoccupazioni (Sadder Than The Moon) e farle
affogare nell’alcol (A Drink Is Just The Thing); se
poi è in un’altra città meglio ancora, nessuno ci
conosce e possiamo rimescolare le carte (A New
Kind Of Town). Potremmo immaginare una soirée
del regista John Waters oppure a casa di Mink
Stole per il suo compleanno, entrare come DJ
e andare via con un clown (Living, Loving, Part-
ygoing), o captare i discorsi (“La vita è dura per i
bambini oggi, devono programmare tutto. Devono
usare i computer anche solo per cantare!”) di chi
ha paura di mandare i figli a scuola per paura
del bullismo, o non li porta in chiesa perché
non vengano molestati dai preti. La soluzione?
Facile: Keep Your Children In A Coma finché sono
adolescenti (e si potrà stare tranquilli). Non serve
neppure fare sfoggio di ciò che abbiamo - d’altronde i tempi sono quelli che sono (“Can’t afford
the children, can’t afford the rent / all our money
stolen, all our future spent”). Anzi, è meglio iniziare
a risparmiare e scavarsi pure la fossa da soli (Digging My Own Grave).
L’amore? Love Is A Luxury I Can No Longer Afford,
giura un mesto Stephin Merritt che pochi minuti
prima giocava a indossare i panni di un diavolo dominatore, dalla voce robotica, sulla spalla
dell’amica-manager Claudia in How Very Strange
- il brano più claustrofobico del disco, quasi un
omaggio a quei Depeche Mode che trent’anni fa
prendevano appunti ascoltando gli Einstürzende
Neubauten. Altrove, il synth-pop di Ewen guarda
più agli Human League (antico amore di Merritt,
ça va sans dire) e agli Erasure della metà degli
anni Novanta (quelli di Run To The Sun e Fingers
And Thumbs) e accompagna, stridente, il cinismo
spietato delle liriche.
Insomma, Merritt ne ha combinata un’altra delle
sue: ha vestito da filastrocche elettroniche canzoni talvolta tanto morbose e disperate da non far
intravedere una via d’uscita, e la sua festa eccentrica, nonostante la presentazione, è più vicina
alle serate in discoteca dei Soft Cell in Bedsitter
(si balla, ci si sballa, ci si diverte, ma tanto poi si
torna a sbattere contro l’amara realtà) che non al
marvellous party (rispolverato dai Divine Comedy) di Noel Coward. Partygoing sigilla una trilogia - non è un caso che arrivi nei negozi anche
un box che include l’album e tutto il materiale
precedentemente registrato come Future Bible
Heroes - e ci consegna un artista maturo, sagace,
l u g l i o
r e c e n si o n i
Future Bible Heroes - Partygoing
(Merge, Giugno 2013)
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l u g l i o
Genere: midwest emo/postrock
Quando mi sono imbattuto in An Autobiography degli Old Gray pensavo
di aver trovato l’album emo&dintorni dell’anno. Mi sbagliavo: l’altrettanto
autobiografico Whenever, If Ever, il disco di debutto The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die, ha fatto crollare le mie certezze.
Originari del Connecticut, i The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die (da qui
in avanti TWIABPAIANLATD) sono qualcosa di più degli ultimi abili revivalisti della scena midwest
emo di metà anni ‘90. Dopo la classica e sudata gavetta tra demo ed EP (Formlessness del 2010 non
passò inosservato), i TWIABPAIANLATD arrivano all’esordio lungo su Topshelf Records in formazione
allargata - ora sono in otto - con tutta la voglia di compiere quel passo decisivo che nella copertina
d’impatto coming-of-age prende le sembianze del tuffo che separa il mondo dell’adolescenza da
quello dei “grandi”.
C’è il classico sapore agrodolce delle twinkly guitar, c’è il retrogusto cinematico del post-rock (l’opener
blank #9) che sempre più spesso dimostra poter essere un ottimo alleato dell’emo nel ricreare visioni
nostalgiche (“I stared out a lake off the highway in the West Virginia mid-day and it was perfect”), ci sono
i richiami lo-fi/indie dei primi Modest Mouse nell’inno Gig Life (qui presente in una versione meno
minimal rispetto al primo demo quasi interamente acustico), una grande (talvolta troppo) coralità e
soprattutto una visione d’insieme votata alla completezza strutturale più che all’urgenza emotiva.
Chiariamoci: l’aspetto emozionale è certamente parte integrante della formula dei TWIABPAIANLATD ma è impossibile non rimarcare una complessità strumentale che, attraverso stratificazioni e
ottimi inserti di violoncello, riesce sempre a raggiungere il climax dove serve, che sia al termine di un
crescendo o l’esplosione di un chorus liberatorio (emblematica Heartbeat in The Brain nel suo riassumere le varie influenze della band). Anche un brano come Fightboat, che rischia di sfiorare pericolosi
territori upbeat-emo anni zero, riesce a sorprendere grazie ad un utilizzo di fiati imprevedibile e per
certi versi innovativo. Dettagli che, uno sull’altro, costruiscono l’impalcatura atmosferica di tracce
come Ultimate Steve, realizzate giocando sui diversi layer che piano piano riempiono il suono.
Trentacinque minuti di enorme dinamicità all’interno di un flusso sonoro (You Will Never Go To Space
inizia dove finisce Pictures of a Tree That Doesn’t Look Okay) che non annoia mai, anche nei transitori
frangenti post-rock. A Whenever, If Ever non manca nulla per entrare nel cuore degli appassionati
del genere - sia quelli che hanno vissuto sulla propria pelle l’epoca dei SDRE, Cap N’ Jazz e American
Football, sia i nuovi adepti - ma anche di chi ha un debole per le sonorità di Explosions In The Sky e
Mono. Dischi come questo dimostrano che con intelligenza, personalità e gusto è possibile scacciare
qualsiasi critica legata alla natura derivativa della proposta. (7.2/10)
Riccardo Zagaglia
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r e c e n si o n i
a g o st o
The World Is a Beautiful Place and I Am No Longer
Afraid to Die - Whenever, If Ever (Giugno 2013)
ma che sta iniziando ad autocitarsi e a risultare
più prevedibile di quanto vorremmo.
(6.7/10)
Alessandro Liccardo
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a g o st o
Fabrizio Zampighi
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Genere: pop
“Giro, vedo gente, mi muovo e faccio cose, perché
ho le vene artistiche, diciamo varicose”: sta tutta
qua l’anima dei Galleria Margò, formazione nata
tra Milano, Varese e Bologna che comprende Antonio Sarubbi, Stefano Re, Tony Santelia e Marco
Paradisi. Un restare in bilico tra amabile presa
per i fondelli della “scena” e di un microcosmo
quotidiano (un approccio, in fondo, à la Jocelyn
Pulsar) e un volerci rientrare per vie traverse in
quella stessa scena e in quella stessa quotidianità
(alla maniera dell’ultimo Edipo, seppur con uno
stile musicale diverso). Tanto che in Paga tu si
finisce per replicare filologicamente l’immaginario estetico de I Cani - imitazione o sfottò? -, per
un disco d’esordio che comunque si appropria
di un linguaggio cantautorale leggero ma non
insipido, oltre che venato da una electro-pop ad
ampio spettro.
Tra recuperi baustelliani prima maniera (Dovessi
mai) e certi Blur d’annata annusati da lontano
(Glitter), Fuori tutto mostra una band affiatata, ma
che riesce a rendere di più quando si allontana
da tematiche giovanili in stile Mi-ami per scendere un minimo in profondità. Qualche buona idea
e una musica orecchiabile, insomma, partorite da
una personalità artistica che tuttavia non riesce
a spiccare come dovrebbe - viste anche le buone
capacità di scrittura - tra le proposte sul genere
che escono a getto continuo. Fossimo alle pagelle di fine anno, scriveremmo “si impegnano, ma
potrebbero fare di più”.
(5.9/10)
Genere: blues-folk
C’è chi affibbia alla sua musica definizioni come
“haunted americana” o aggettivi come “dusty”.
Certo è che Teresa Maldonado aka Georgia’s
Horse pianta radici forti e ben riconoscibili in
un certo Sud-Ovest americano. Un EP (Shepherd
Ep) e un disco d’esordio (The Mammoth Sessions)
pubblicati nel 2009 a cui la critica riconosce
meriti e debiti formali nei confronti di Will Oldham, Smog ma anche P.J. Harvey: tanto basta
alla musicista per creare un piccolissimo culto e
arrivare - sempre su Fire Records - al qui presente
Weather Codes.
Un disco che conferma quanto di buono si è
ascoltato in passato su queste frequenze, rinnovando un’estetica diy da “buona la prima” (quattro anni fa la stessa Maldonado dichiarava a The
Quietus: “Non ho idea di come potrei fare a registrare in modo professionale. So come schiacciare
questi bottoni: record, rewind, stop e un paio di altre
cose”), un suono spettrale e languido su un parco
strumenti elementare (chitarra, pianoforte, qualche batteria e poco altro, raramente suonati tutti
assieme), una malinconia crepuscolare e lentissima. La stessa che con l’introduttiva Apple mette
su un blues sporco e narcotico da manuale che
recupera la prima P.J. Harvey intinta nel Mississippi, in A Long Ride Home e A Brick Hard Heart celebra la Cat Power pre-svolta Sun, in brani come
Westlake ruba batterie The Jesus & Mary Chain
indirizzandole verso le catarsi dello Springsteen
più minimale, in The Bullet Sinks abbozza un’Anna Calvi dimessa ed ectoplasmatica.
C’è tutto il sud rurale americano nei quattordici
brani di Weather Codes, reinterpretazione personale di un isolamento da grandi spazi che è
noncuranza estetica, geometrie ripetitive, blues
bianco (Fancy non è poi così lontana da certe
cose dei nostri, ultimi, Comaneci), ossessioni
giovanili per la religione riconvertite in un mood
l u g l i o
r e c e n si o n i
Galleria Margò - Fuori tutto
(Rocketman Records, Aprile 2013)
Georgia’s Horse - Weather Codes
(Fire Records, Giugno 2013)
sospeso à la 16 Horsepower (in brani come Strep
Throat, anche se con i toni dimessi e meno teatrali di una resa senza appello). Disco denso e dal
fascino irrequieto, insomma, e tutto da scoprire.
(6.9/10)
Fabrizio Zampighi
/
l u g l i o
Genere: guitar solo
Lo dice il nome stesso scelto da Bianchetti - già
chitarra apprezzata nel giro Capossela ma non
solo - per questo primo volume: di appunti si
tratta. Di annotazioni, bozzetti, scritture asincrone e fermacarte sul flusso creativo. Un po’ alla
maniera dello Strings opera di Stefano Pilia (e
made in Musica Moderna) di qualche tempo fa,
Bianchetti va di registrazione casalinga, pochi
ospiti (Carlo Atti al sax e Davide Garattoni al basso, su tutti) e la giusta strumentazione di base (la
chitarra, e poc altro) per elaborare un lavoro che
è work in progress e insieme stato della (sua) arte.
Giocoforza il tutto risulta eterogeneo, frammentato, spezzettato e incostante com’è giusto che
sia dato che si segue il flusso creativo dell’artista: umorale e ondivago, fluttuante e mortifero,
capace di impennate e retromarce. Capace di
assorbire input tra i più disparati nel corso del
decennio abbondante in cui ha collezionato gli
sketch finiti poi in questo primo volume e su cui
ha lavorato a forza di sovraincisioni (fa eccezione
Mena per tampura e voce femminile, frutto di
un improvviso getto creativo in quel di Lisbona):
fingerpicking e canti africani (Marili, Vulvia e Flouferlanf estrapolate da un oscuro lavoro ghanese e
ripensate da Bianchetti), improvvisazioni introspettive e rarefazioni, stasi ambientali e barocchismi etno-jazz, jazz leggero e cinematografico
(The Red Duke) e molto altro ancora.
Un lavoro “strano”, trasversale e particolare nel
suo permettere all’ascoltatore di addentrarsi
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Stefano Pifferi
Gogol Bordello - Pura Vida
Conspiracy (ATO, Luglio 2013)
Genere: etno-punk
Scorrendo qua e là le pagine web che lo riguardano, l’impressione che si ha considerando un
personaggio come Eugene Hutz dei Gogol
Bordello è quella di trovarsi davanti una sorta di
Jovanotti dell’etno-punk. In altre parole, un ragazzo fortunato. Azzardato? Forse, ma chiariamo
subito il motivo di un tale accostamento: dopo
aver girato l’Europa in lungo in largo in seguito
al disastro di Chernobyl, l’arrivo in America - la
terra promessa, anche e soprattutto per i musicisti - e la successiva nascita dei Gogol Bordello ne
hanno fatto una figura quasi mitica, una sorta di
Strummer ucraino con l’aria finto stralunata e i
baffi che nascondono un ghigno sornione.
Come il Lorenzo nazionale, però, Hutz è sicuramente uno che sa vendersi bene, e che, ancora
meglio, conosce esattamente cosa ci si aspetta
da lui. Insomma, se il primo ha definitivamente
assunto la posa del rassicurante pater familias
che scala le classifiche a suon di ninne nanne, allo
stesso modo il secondo ha capito già da tempo
che giocare allo straniero mattacchione rende, e
non poco. E così, la vera fatica per il recensore è
avvicinarsi all’ultimo lavoro dei Gogol Bordello
scrollandosi di dosso l’immagine del frontman
nei panni del gipsy che piace a Madonna, cercando di ascoltare questo Pura Vida Conspiracy
per quello che semplicemente è: dodici brani di
etno folk-rock sporcati quel tanto che basta per
apporre l’etichetta - seppur un po’ stiracchiata
r e c e n si o n i
a g o st o
Giancarlo Bianchetti - Appunti
Mozurk Vol. 1 (Brutture
Moderne, Aprile 2013)
nel cuore del percorso creativo del suo autore,
ma benvenuto proprio per questa sua apertura.
Difficilmente capita di potersi infilare nel gabinetto d’autore, e questo è il caso. Approfittarne
non farà male, ma anzi regalerà inattese pieghe e
solide sorprese.
(7/10)
Genere: garage rock
Colori pastello, suggestioni nostalgiche e
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r e c e n si o n i
a g o st o
GRMLN - Empire (Carpark
Records, Giugno 2013)
/
Giulia Antelli
un’asciutta scenografia basata su melodie dreamy e chitarre dal sapore jangly-retro. Così il giovanissimo Yoodoo Park - in arte GRMLN - si era
presentato lo scorso autunno tramite il biglietto
da visita chiamato Explore EP. Ecco: ora fate tabula rasa.
A pochi mesi di distanza GRMLN - ormai in formato band con l’aiuto del fratello Tae San e del
batterista Keith Frerichs - debutta ufficialmente
su formato lungo con Empire, un lavoro stilisticamente agli antipodi rispetto all’EP. L’attitudine
wasted-youth tipicamente californiana - che ben
maschera le origini giapponesi - prende il sopravvento: gli arpeggi agrodolci lasciano il posto a
sporchi power chords e le malinconiche Summer
Nights diventano festosi Summer Days.
Una scelta ben precisa avvertibile fin dalle prime
note dell’iniziale Teenage Rhytm. Due accordi in
croce ed un apporto melodico che non ha nulla
da invidiare ai successi targati Wavves, influenza
piuttosto evidente lungo buona parte delle nove
- brevi - tracce, registrate e mixate in soli 5 giorni. L’impianto DIY va a colpire un timbro vocale
spesso trasfigurato da filtri e stratificazioni - e qui
viene in mente Dead Gaze - che non fanno altro
che aumentare l’inclinazione sguaiata del GRMLN
2.0. Sarebbe forse troppo facile scambiare i ritmi
punk-pop di Blue Lagoon o gli abusati riff di 1993
per suoni provenienti da un gruppo di adolescenti chiusi in qualche garage della Bay Area, ma
in verità in breve tempo brani come Do You Know
How It Feels? rivelano una natura pop che farebbe comodo a parecchie rock band in cerca di un
riscontro radiofonico.
Il rischio di inciampare in soluzioni tanto immediate (il chorus di Hand Pistol) quanto di effimero
destino è sempre in agguato, ma Yoodoo Park
- con un po’ di fatica - riesce a farla franca apportando quelle variazioni sul tema che avrebbero
aiutato il piuttosto monotono Explore: lo strumming acustico dell’indie-pop di Coastal Love, il
giro di chitarra preso in prestito dagli anni ‘50 di
l u g l i o
- di punk. Chiariamo: non che Pura Vida Conspiracy sia un brutto disco. I brani scorrono via
che è un piacere, a partire dall’opening We Rise
Again, con l’intro a mo’ di haka e l’ormai consueto
potpourri linguistico che già dai tempi di Santa
Marinella contraddistingue il repertorio della
band; stesso discorso per la successiva Dig Deep
Enough, con l’acustica tex-mex a far da contraltare all’urlo negro di Hutz. Gli stessi echi latini che
si ritrovano in Malandrino, un pezzo che, programmaticamente, sintetizza tutta la direzione
dell’album, nonché la stessa ragione sociale del
gruppo: un rock ultradiretto e furbetto in cui le
suggestioni balkan e mariachi del violino e delle
percussioni aggiungono ad ogni brano di una
patina (pseudo) folk.
La stessa formula delle prove precedenti - con
l’occhio ancora strizzato a Clash e Pogues - ma
che non basta a convincere che la bandiera
gitana, dopo l’effetto novità degli esordi, non sia
soltanto l’emblema di un esotismo forzato, per di
più già visto e rivisto; perfino l’inglese meticcio
e un po’ sbruffone del frontman, infatti, finisce
per essere l’ennesimo espediente teso a ribadire che i Gogol Bordello sono l’ideale carovana
della tracotanza scalmanata del global punk (Lost
Innocent World) come del romanticismo sghembo a metà strada tra blues e ballo di San Vito (The
Other Side of Rainbow).
Brani senz’altro godibili che non mancheranno
di animare feste e caciare estive, diretti - ahinoi più ai cultori del rock da falò in spiaggia che agli
amanti della musica balcanica, perché, diciamocelo, la musica balcanica sta proprio da un’altra
parte.
(6.2/10)
Cheer Up e soprattutto la conclusiva Dear Fear,
traccia che non avrebbe sfigurato nella compilation Punk Goes Acoustic (2003) nella sua indole
a metà strada tra spleen esistenziale e momento
corale da falò sulla spiaggia.
Breve, diretto e dal peso specifico praticamente
nullo, Empire è sicuramente un episodio minore nell’attuale stagione discografica, ma mette
in luce due caratteristiche di Yoodoo Park che
potrebbero tornare utili in futuro: imprevedibilità
stilistica e un genuino istinto melodico.
(6.1/10)
Riccardo Zagaglia
/
l u g l i o
Genere: Soul
Il primo disco dopo quattro anni segna una
svolta parziale per Sean Tillman: approdato
all’etichetta di Casablancas e messa su una vera
band che lo segue anche live, il provocatore in
mutande sembra voler privilegiare il musicista
rispetto al personaggio. Non che non lo fosse
anche prima (benché suoni strano sapere che ha
fatto il percussionista in tour per i Neon Neon),
ma questo nuovo disco sembra intraprendere un
discorso magari non d’avanguardia, ma almeno
con un idea più strutturata e compiuta di prima.
Siamo sempre al gioco sulla black music, qui
esplorata come in un catalogo: il doo wop (Lady
You Shot Me), lo stomp (Don’t Make Me Hit You),
il funky (Late Night Morning Light), lo Studio 54
(Prisoner, con Fabrizio Moretti), le ballatone da
girl band (Restless Leg) ecc.. Una vetrina che si
mimetizza bene all’interno del soul/r’nb revival
recente: se Amy ripercorreva Aretha, Charles
Bradley visita i secondi anni ‘60, The Excitements sostanzialmente pure e Nick Waterhouse
va invece più indietro, il nostro spazia, ottenendo coerenza sia grazie al fatto di affidarsi ad un
gruppo, sia con una produzione deliberatamente
lo-fi, con un tocco personale dato da insertini di
70
Giulio Pasquali
Henrik Schwarz/Marcel
Dettmann/Marcel Fengler MASSE (Ostgut Ton, Giugno 2013)
Genere: Ambient, techno
Tre sound diversi esplorati da altrettanti coreografi, ognuno parte di uno stesso linguaggio,
della medesima catarsi. Al centro un evento organizzato al Berghain di Berlino con i ballerini dello
Staatsballett Berlin. Dunque Henrik Schwarz, e le
due coppie Marcel Dettmann / Frank Wiedemann
e DIN (ovvero Efdemin e Marcel Fengler) alle
prese con questo Masse per l’etichetta OstGut
Ton (che del famoso locale, è il braccio discografico).
Apre i lavori una sezione di sei brani, la parte più
metafisica e astratta dell’intera tracklist. Il materiale è affidato a uno Schwarz che, a discapito
della discreta fama come dj e produttore deep, si
cimenta nella tessitura di paesaggi sottilissimi e
rarefatti dove, al posto del beat, rimbalzano echi
di vaghi panorami elettroacustici, talvolta anche
poetici ma, in generale, (almeno ad un ascolto
che prescinda dalla visione dello spettacolo di
danza) piuttosto gratuiti. When Things Are Difficult è il momento più interessante: una leggerissima cassa s’incrocia a un gommoso synth bass e
varie diramazioni tra droni di plastica e violini che
iniziano a seguire un andamento ritmico tanto
prevedibile quanto liberatorio.
A Dettmann e Wiedemann è affidato un trittico
r e c e n si o n i
a g o st o
Har Mar Superstar - Bye Bye 17
(Cult Records, Maggio 2013)
chitarra distorta e/o di synth affogati nell’impasto
sonoro generale.
Il risultato è anche divertente, poi però qualche
testo incappa nelle solite scivolate nel cattivo
gusto, e www sembra una copia di un pezzo di
per sé già ultraclassico come la Last Kiss ripresa a
un certo punto anche dai Pearl Jam.
Si gioca, insomma, ma seppur tra alti e bassi, lo si
fa un po’ più sul serio.
(6.5/10)
Genere: drone folk
Esiste un punto di contatto tra la psichedelia
desertica made in Earth, il solipsismo westernisolazionista del Neil Young di Dead Man, i vuoti
pneumatici e astratti di certe derive post-(ma
molto post)-metal come i Sunn O))) e forme folk
stranianti per drammaticità e visionarietà? La risposta è affermativa e assume le sembianze di un
Stefano Pifferi
iamamiwhoami - bounty
(Cooperative Music, Giugno 2013)
Genere: electro art pop
Prima l’idea, poi la sua realizzazione a 360°: il pro-
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r e c e n si o n i
a g o st o
Henryspenncer - Canyons (Trips
Und Traume, Aprile 2013)
/
Michele Ferretti
francese poco più che trentenne, Valentin Fèron,
che dopo aver trafficato con alcuni dei generi
su citati in altri progetti e formazioni, non disdegnando anche i panorami da colonna sonora, si
trasfigura ora sotto la sigla Henryspenncer.
Ed è una trasfigurazione matura e consapevole,
quella che disegna un album nero pece in cui
ad alternarsi sono pochi ed essenziali strumenti - chitarra acustica ed elettrica, qualche botta
di moog qua e là, una batteria (quando presente) elettronica - capaci però di creare paesaggi
tanto visionari quanto cinematici. Inclinandosi
ora verso le derive più mistiche ed esoteriche del
folk, ora giocando di alternanze e riempiendo di
epica elettricità i vuoti (il crescendo di Nebula),
altrove dimostrando una cerca predilezione per
reiterazioni e stratificazione di cifre chitarristiche
o giocando con svisate acustiche di derivazione psych-bluesy e lancinanti solo di armonica
(Canyons) che ne accentuano la resa visiva/visionaria, il nostro dimostra sagacia e aderenza ad un
canone latamente riconoscibile.
O ancora, rinverdendo l’onnipresente fascino
dell’oscurità dronica, tratteggiando paesaggi lunari infestati da occulti spiriti ancestrali (la lunga
nenia ancestrale Mirages) o rievocando quella
latente tendenza alla desertificazione interiore
cui accennavamo in partenza (una Eclipse deadwestern classicissima nel suo andazzo evocativo),
le atmosfere si fanno diradate, solitarie, inquiete
e a tratti minacciose (il doom celato nella conclusiva Sarah) dicendo molto dello spessore e della
variegata gamma espositiva del proprio autore.
Uno splendido outsider per ascolti solitari e notturni.
(7.2/10)
l u g l i o
della durata complessiva di venticinque minuti
circa, in pratica, un Minuetto. Gusto dancefloor
per entrambi qui, modalità meno estreme di
quelle di Schwarz per qualcosa di più trad club,
dove i bass clamorosi della techno diventano tanti piccoli accenti adatti per movimenti leggeri e
di piccoli passi. Il loro Martellato è forse l’episodio
più sorprendente dell’intero disco, mentre l’ossimoro Spiritoso è uno dei più profondi e meglio
riusciti.
DIN è il blocco più oscuro di tutto il pacchetto:
aperte le danze con un’introduzione pianistica e
neoclassica, scoprono il vaso le atmosfere oscure
(né più né meno che coi soliti stantii cliché dei
drone) dei rumori in lontananza, del beat ultralento nel quale non si rintraccia frequenza oltre i
250 hz, il tutto con un discreto e seducente gusto
per il climax e senso estetico. Qui e lì un po’ di
percussività à la Cut Hands (Variation) e paesaggi
IDM (Division).
Difficile capire quale sia il valore complessivo e la
coerenza dell’opera intera, senza il relativo spettacolo di danza. Le produzioni in scaletta, tuttavia, ognuna con una distinta personalità e intuizioni anche brillanti, concorrono per un risultato
pregevole. Non tutto è sullo stesso piano, beninteso. Sicuramente laborioso l’excursus sonoro di
Henrik Schwarz ma, nel complesso, l’ascolto è
consigliato.
(6.7/10)
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a g o st o
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l u g l i o
più corposi - vagamente Machine Gun dei Portishead - di ; john. Nota a margine: caso vuole che
buona parte dei dodici milioni di visualizzazioni
del video di y sia il risultato della commistione tra
l’autocomplete del motore di ricerca e la pigrizia
di utenti che si fermano alla lettera y nel digitare
youtube.
Se è vero che conoscevamo già tutto di bounty,
è anche vero che qui si tratta di collezionismo:
poco importa se i risultati commerciali dell’operazione targata Cooperative saranno inferiori
rispetto all’incredibile hype generato viralmente
via Youtube tre anni or sono: chi ha tra le mani
una copia fisica di kin non può rinunciare all’acquisto di bounty, sotto tutti gli aspetti il suo
completamento simbiotico. Qui per Jonna Lee
e il fido producer Claes Björklund si conclude la
prima parte di carriera a nome iamamiwhoami.
Ripetere l’accaduto, sia a livello di modalità che di
realizzazione, sarà difficile. Staremo a vedere.
(6.9/10)
Riccardo Zagaglia
Ikonika - Aerotropolis
(Hyperdub Records, Luglio 2013)
Genere: House, 80s, steps
E’ il 2010 quando Ikonika pubblica l’esordio Contact, Love, Want, Have. Il dubstep classico, inabissatosi lentamente nel biennio precedente inizia
a prendere parecchia acqua negli scafi e da quel
punto in poi diventa chiaro che la fase successiva
è o il revisionismo o la mutazione con la prima a
tradursi in un ripensamento della battuta spezzata lungo il continuum ardkore e la seconda a
significare un tuffo nei continuum culturali del
dancefloor, techno in primis (2562, Scuba, Untold, Martyn, Pinch) ma anche house (Falty Dl, Joy
Orbison).
In convergenza c’era la footwork, grande scommessa di quei mesi (e terreno più elitario oggi),
di lato, a destra, i vari futuri pensati alle tastiere
(l’album di Kuedo nel 2011 che ci porterà a quello
r e c e n si o n i
getto iamamiwhoami oltre ad essere fortemente
contestualizzato nell’attuale ecosistema mediatico internet-centrico, è anche uno dei case-study
più interessanti a livello di marketing applicato
alla discografia.
Multimedialità all’insegna del non detto, del
lasciato intendere, del mistero controllato. L’operato targato iamamiwhoami per il momento
è delimitato nell’arco temporale che va dal 4
dicembre 2009 (primo video caricato sul proprio
canale) al 5 giugno 2012 (videoclip di goods),
periodo in cui la mente Jonna Lee ha collezionato qualcosa come venti milioni di visualizzazioni
su Youtube. Da allora un processo a ritroso, prima
con la release dell’album kin e poi con la raccolta-prequel intitolata bounty.
Se kin si concentrava sui singoli brani pubblicati
nei primi mesi del 2012, bounty fa invece perno
sulla sequenza di tracce rilasciate online dal 14
Marzo 2010 al 31 luglio 2011: b, o, u-1, u-2, n, t, y, ;
john e clump.
L’astrazione dell’art-pop attraverso l’elettronica di
stampo svedese (The Knife) era chiara fin dalle
prime battute disordinate di b, ma è stato forse
con la successiva o che il talento - in quel momento ancora d’identità enigmatica - di Jonna
Lee ha iniziato a convincere anche chi all’epoca
provava scetticismo nei confronti di un progetto
ambizioso e per certi versi artistoide. Protagonisti
i ritmi electropop ed una grande intelligenza nel
saper dosare sperimentazione e melodia, ma non
solo. Ad esempio l’accoppiata u-1 e u-2 - benché
non rappresenti uno dei passaggi più riusciti del
lavoro - mette in luce la versatilità stilistica: da un
lato le atmosfere haunting dell’ambient-pop u-1
e dall’altro le derive clubbing di u-2.
Tra gli episodi migliori abbiamo l’ondeggiare
inizialmente subacqueo e poi cadenzato di t, il
dream synthetico di n e i due capitoli che possono forse vantare un appeal tendente al pop,
nonostante gli oltre sei minuti di lunghezza: i
minimali risvolti electro-Eighties di y - e i beat
Il Maniscalco Maldestro - ...solo
opere di bene (Maninalto, Maggio
2013)
Genere: Art rock
A pochi mesi dalla pubblicazione di un Ogni
cosa al suo posto che aveva celebrato la rinascita
dopo la crisi, e superata qualche incomprensione
critica di chi non ha tanto digerito gli esperimenti
elettronici di quell’album (comunque sempre
misurati e di gusto, oltre che presenti anche sul
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r e c e n si o n i
a g o st o
Edoardo Bridda
/
arriva puntuale. Sara riesce a suonare leggera, avvincente e intelligente senza che tutte le tastiere
analogiche e i cliché videoludici la ignottano in
un mare di sterile citazionismo tanto più che la
tracklist esplora lo spettro di possibilità offerto
dai soliti trituratissimi Ottanta (e fine Settanta)
elettronici affrontati questa volta di petto sia a
livello della molteplicità delle possibilità melodiche sia tecniche. Oltre al consueto trademark
fusioneggiante da crack intro diffuso a prezzemolo (Eternal Mode, Lights Are Forever), in Aerotropolis troviamo della sana esplorazione di stampo
retro-futuristico à la Planet Mu (Completion V3,
Cryo, Backhand Winners) decisamente maturata rispetto agli antipasti offerti dall’esordio,
dell’house che è anche un po’ electro che è anche
un po’ space funk e tanto di primo feat. vocale
(Jessy Lanza in Beach Mode (Keep It Simple)), synth
pop / techno d’antan (Mr Cake e oltre), un pizzico di abstract trap dalle parti di Zomby (Mega
Church con il feat di Optimum) e una buona
manciata di ghetto rhythm (Manchego, You Won’t
Find It There) il tutto rotondo, colorato e dotato di
un bello scarto dinamico rispetto dall’esordio. E’
quanto basta per parlare di un album da tenere in considerazione tra le uscite dell’anno pur
senza numeri che spiccano su altri. Pur senza che
ci sia il bisogno di sentir sganciare la bomba per
alzar il voto.
(7.1/10)
l u g l i o
di Mu-Ziq di quest’anno), in mezzo la bolla del
post-dubstep, etichetta che se non piglia tutto,
di certo è la più comoda da usare (Blake, Floating
Points) e di lato, a sinistra, il grande fermento
wonky (il post-Dilla), l’aquacrunk e il purple
sound, i ritmi sincopati, l’elettro-funk, l’amore per
l’8 bit (vedi anche uno obliquo come Zomby), le
fregole fusion (vedi FlyLo) e, in generale, la fissa
per l’intero spettro delle analogiche e un ritorno
continuo agli 80s che appartiene un po’ a tutti.
All’interno di questo ricamo arriva Ikonika sulla
lunga distanza con il suo UK Funk venato dubstep e un forte immaginario videogame. Con lei
però è un po’ come tornare nei pieni Duemila della scena 8bit ma anche come mettere un piede in
una zona franca tutta virtuale dove puoi trovarci
della vintage ebm come idm, dei landscape bladerunneriani come spirte, frattali e altre cianfrusaglie 80s, tutte rigorosamente in ordine sparso
senza che la retromania prenda mai (completamente) il sopravvento.
E così Sara Abdel-Hamid diventa subito un caso.
La formula pur non facilissima, piace e affascina e, nel frattempo, la producer spazia e si fa
conoscere sia come dj sia come label manager
fondando assieme a Optimum la Hum + Buzz.
Per quest’ultima esce un EP nel 2012 che è l’unica
nuova musica in un’annata piuttosto silenziosa.
Le nuove tracce introducono ritmi più serrati e
aggressivi e dunque un personale avvicinamento al citato dancefloor tra house, techno e acid.
Come dichiarato a Resident Advisor la producer
è stufa di tutta una serie di modalità del fare
elettronica, compresa l’estetica 8bit che l’ha resa
famosa. Si ritira in studio. Ascolta un bel po’ di
“classic house and a little bit of techno and a lot
of old ghetto tunes” e sforna Aerotropolis cercando, nel contempo, di mautrare una visione senza
rinunciare a un sano e giocoso bisogno d’escapismo a bassa risoluzione.
La conferma del talento della producer in
quest’incastro di vecchie e nuove tecnologie
74
a g o st o
/
l u g l i o
un altro richiamo Battistiano - diremmo quindi
“uggiosa”.
Un disco con una forte unità se non tematica
almeno d’umore per quanto riguarda i testi, che
musicalmente rivela finezze e ricerche in modo
graduale, ben armonizzato nei passaggi tra un
pezzo e l’altro, perfino nei contrasti e nelle opposizioni; soprattutto, un disco che con gli ascolti
attenua l’impressione che l’immediatezza e la
spontaneità abbiano chiesto pedaggio alla raffinatezza.
(7.1/10)
Giulio Pasquali
Iron Tongue - The Dogs Have
Barked, The Birds Have Flown
(Neurot, Maggio 2013)
Genere: southern metal
Disco insolito per la Neurot, questo debutto degli
Iron Tongue. Insolito perché non siamo di fronte
all’ennesimo doom metal apocalittico, ma a un
disco southern. C’è da credere che gran parte del
merito sia riconducibile al cantante Chris “CT”
Terry (già in seno alla Neurot con i Rwake), uno
davvero appassionato in materia tanto da aver
firmato qualche anno fa un documentario sulla
scena southern metal dal titolo Slow Southern
Steel.
The Dogs Have Barked, The Birds Have Flown
è un debutto non proprio calibrato: c’è qualche
passaggio a vuoto e una certa ridondanza in queste sette tracce. E’ un disco che ha anima però.
C’è una buona dose di blues nella musica degli
Iron Tongue, quel blues che spesso è lo stesso dei
Lynyrd Skynyrd perché l’iniziale Even After potrebbe essere la loro Simple Man 2013, ma che in
ogni caso gode di buona personalità sfoderando
incroci tra chitarre steel e batterie doom (Moon
Unit), sporcando il metal di 7 Days con del grunge
‘90s a là Alice in Chains per poi rifinire, di nuovo,
nel basso Lynyrd con Lioness raggiungendo uno
dei momenti più alti del disco.
r e c e n si o n i
precedente), il quartetto volterrano rientra in studio sull’onda dell’entusiasmo ritrovato e in venti
giorni registra un nuovo disco.
L’impressione iniziale è che lo slancio abbia generato un approccio più diretto e “semplice” rispetto
alle consuete sperimentazioni dei Nostri: la follia
è sempre al suo posto, ma lo sguardo satirico,
stralunato e surreale lascia spazio anche a un po’
più di incazzatura vera, su un tappeto musicale
più quadrato del solito. Si veda ad esempio la coppia iniziale di brani,
col punk-hard di Cervelli in fuga e i passaggi tra
Primus e boogie di Briciole (dove però a metà la
tensione cala, su uno stacco tra ambient, lirica e
morbidezze di violino), l’hard rock quadrato del
satirico singolo Al diavolo, con le declamazioni
da predicatore disturbato e le citazioni argute (il
tema di Pinocchio o i versi “gli economisti in coro:
/ Chi ha preso il mio tesssoro?”) o magari il rock
abbastanza classico di La valigia di cartone. E
segue i binari consueti del gruppo anche il misto
satira sociale/canzone d’amore di Piove (costruita
a partire dal dannunziano “Piove su di noi”, che
già Pelù riprese ai tempi di Louisiana).
Ma in Niente d’importante si riparte mescolando
a tavoletta ragtime e Balcani, per proseguire tra
strofe Buscaglione - allievi di Paolo Conte e
un ritornello gipsy punk; si rilegge la battistiana
Nessun dolore tra electrofunk e esplosioni hard; si
azzarda la ballata dagli echi Pacifico di Parole; si
swinga blues in 2/4 con echi anni ‘30 (o di certo
Rondelli) in Confessioni di un italiano medio; si
mescola rabbia, electro, funk e noise in Declino
lento, uno dei centri tematici del disco, ma anche
nell’appello di Non sento niente, con la sua apertura impertinente di piano e un ritornello che
strapazza l’idea di cantabilità.
Il lento finale su piano elettrico di Resto qui non
ha nulla di quella malinconia leggera del quasi
omonimo brano di Capossela, è solo un affidare
i titoli di coda a una canzone più di scoramento
che d’amore, con quella “vita mai spesa” che è
Dunque la sostanza è questa: si prende il blues,
si taglia il country del southern rock e ci si sbatte
dentro il metal. Pazienza se rimane un ascolto più
legato al popolo southern che a quello heavy:
The Dogs Have Barked, The Birds Have Flown
è comunque un buon debutto.
(6.9/10)
Stefano Gaz
(6.6/10)
/
Fabrizio Zampighi
Jonny Blitz - Musica per
chi lascolta la prima volta
(Autoprodotto, Maggio 2013)
Genere: pop/rock
Una volta tanto lasciamo da parte le inquietudini del cantautorato, spogliamo il rock di quella
spocchia intellettuale che ultimamente sembra
essere la posa preferita di molti gruppi nostrani,
vecchi e nuovi, e puntiamo le orecchie verso una
band e il suo esordio con quella leggerezza che
la musica dovrebbe sempre avere. Stiamo parlando dei romani Jonny Blitz e del loro Musica per
chi l’ascolta la prima volta: nove brani in perfetto
equilibrio tra irruenza rock and roll e orecchiabilità pop.
Già dal titolo del disco, come dalle parole con
cui si presenta il gruppo (“quattro amici al bar
che suonano la musica che vorrebbero ascoltare, nella speranza che raggiunga le orecchie più
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a g o st o
Genere: rock
Con il fuoriuscito Bill Ryder-Jones avviato verso
una carriera solista di tutto rispetto e per certi
versi anche coraggiosa - all’attivo ottime uscite
come If... e l’ultimo A Bad Wind Blows In My Heart
-, anche il James Skelly front-man dei Coral decide che è arrivato il momento di lavorare in autonomia. E così, accantonata per qualche tempo la
parabola artistica della band inglese, il Nostro se
ne esce con un Love Undercover che spariglia un
po’ le carte senza rivoluzionare poi molto.
Innanzitutto rimane intatta e ben in vista la vena
pop della band madre - non disperino i fan di
vecchia data, qui c’è pane per i loro denti -, poi
si aggiusta il tiro per seguire passioni giovanili
mai sedate: il suono R&B nero anni Sessanta, ma
anche tutto l’immaginario classic rock americano
dei Seventies. Da questa copula senza protezioni
nasce un disco rotondo e formalmente impeccabile, presentato da un trittico d’apertura che
toglie il fiato: la You’ve Got It All scritta a metà con
Paul Weller è un beat Motown su soul bianco
trascinante, Do It Again è un boogie-blues con
tanto di slide guitar che più classico non si potrebbe, Here For You ricorda il Van Morrison
meno psichedelico e più melodico. Il resto della
tracklist non è sullo stesso livello, pur suonando
godibile e mostrando qualche buona intuizione
in una Sacrifice che porta dritto a Tom Petty &
The Heartbreakers, nel reprise The Coral di Sear-
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James Skelly & The Intenders Love Undercover (Skeleton Key,
Giugno 2013)
chin’ For The Sun e I’m A Man (con qualche aggiustamento a tema, ovvero una ritmica country nel
primo caso e certe trombe mariachi nel secondo),
in una You And I che non sarebbe dispiaciuta agli
Eagles più ispirati e in una Turn Away a metà
strada tra gli Stones di Some Girls e l’Eric Clapton
di Wonderful Tonight.
Bei suoni, belle melodie, qualche ottimo brano,
un notevole potenziale FM, ma soprattutto la voglia di fare propria, con un lavoro certosino, una
calligrafia che nel caso di James Skelly non lascia
molto spazio all’immaginazione. È tutto qua, Love
Undercover, e sono tutti qui i suoi difetti. Il più
grosso, il fatto che sulla lunga distanza, a guardarlo con un piglio un po’ smaliziato, non mostri
sbavature da manifattura artigianale, attriti o
magari personalizzazioni che ne garantiscano
una certa vitalità. Tutto troppo prevedibile? Forse
sì, ma in giro c’è decisamente di peggio.
Giulia Antelli
Kalabrese - Independent Dancer
(Compost Records, Maggio 2013)
Genere: house, disco
Altro che neo-partigiani sbarbatelli, chiedetelo
al veterano Sacha Winkler, in arte Kalabrese,
cosa vuol dire essere un vero Independent Dancer.
Perché il titolo del suo nuovo attesissimo lavoro,
uscito a distanza di ben sei anni dall’osannato
debutto che demolì a colpi di fusion le barriere
tra indie ed elettronica, Rumpelzirkus, è un atte-
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l u g l i o
stato d’indipendenza a dir poco masochistico. E i
contenuti non sono da meno, considerando che,
incredibile ma vero, l’album non si muove di un
passo rispetto al precedente, guardandosi bene
dall’apportare elemento di novità alcuno. Quando ovunque la smania di sperimentare a tutti i
costi sembra aver preso il sopravvento sull’autenticità, trovare il coraggio di fermarsi, semplicemente mantenendo inalterato il proprio stile,
è roba da sovversivi. Eppure, che indipendenza e
coerenza facciano rima, il nostro Erlend Øye elvetico lo dà fin da subito per scontato, puntando
su ciò che in assoluto fa la differenza tra un vero
artista e i mille emuli-aspiranti-a: la capacità di
rendere la sua musica riconoscibile a occhi chiusi,
inconfondibile anche per l’orecchio meno allenato. Peculiarità questa che oggi è dono di pochissimi alfieri del genere come lui, James Murphy,
Nicolas Jaar, e non ultimo Kindness (World You
Need A Change Of Heart ne è la prova).
Non a caso, ognuno di essi rientra tra i (numerosi)
conclamati punti di riferimento del disco (basti
pensare che a Murphy Kalabrese ha aperto il
tour nel 2012), affiancati ai contributi dei tanti
preziosi collaboratori: dal caldo e sensuale timbro
folk-funky di Sarah Palin in Purple Rose e Fresh
And Foolish - da non confondersi con la leggendaria originale, al falsetto del mentore/collega
A. C. Kupper sulla dub-linea di synth disco di Let
The Good Time Roll - fino all’epico assolo blues di
Khan su Desperate Man, pezzo tra l’altro incluso in uno dei suoi podcast proprio da Jaar. Non
dimenticando le strizzatine d’o(re)cchio ai generi
vintage più disparati: non solo blues, jazz e funk,
ma anche nu-bossanova (Stone On Your Back),
afro-swing (Wazka), cosmic-disco (Silhtal). Citazioni mai troppo approfondite, bensì metabolizzate con una compiaciuta vena di sussiegosa superficialità, mantenendo un insieme di indubbia
qualità, calibrato e confortevole, in cui manca il
picco, al pari della caduta; e agli scimmiottamenti
belli e buoni, si preferiscono essenziali rifiniture
r e c e n si o n i
disparate, anche quelle a punta”) è chiaro che la
maggiore preoccupazione di Marco Santoro e
soci sia soprattutto quella di divertirsi a colpi di
chitarra elettrica e melodie contagiose, riuscendo
a intercettare l’orecchio dell’ascoltatore in una
manciata di ascolti. L’impeto rock di Perlomeno
mostra come, senza prendersi troppo sul serio,
sia possibile coniugare immediatezza radiofonica
e sostanza dei contenuti, anche a livello di testi:
è il caso di Tsunami - uno dei pezzi più riusciti del
lotto -, che mette insieme romanticismo d’autore
e storie da bar sport, attraverso un solido tappeto
sonoro costruito su chitarra e batteria e la buona
vocalità del frontman.
I modelli di riferimento attingono tanto al rock
danzereccio in aria Strokes quanto al brio lirico dei Perturbazione, anche se non mancano
nè un certo gusto per gli inserti electro, come
mostra Centro, né la capacità di mettere insieme
jingle frizzanti, con brani divisi tra freschezza pop
(Estate) e atmosfere da aperitivo in spiaggia (Isola) à la Nobraino, altro esempio di quel rock da
balera condito da una dose massiccia d’ironia. Un
buon risultato per una band la cui unica pretesa
sembra essere quella di divertirsi e far divertire,
libera dalla disperata ricerca di uno stile proprio
e per questo senz’altro riconoscibile: il giusto mix
tra immediatezza e cura negli arrangiamenti, in
attesa di vederli in azione sul palco. (7/10)
Genere: synth-pop
Il secondo album dei Kisses è co-prodotto da
Pete Wiggs (Saint Etienne) e Tim Larcombe
(Lana Del Rey, Sugababes) e la pulizia del suono,
qui al netto di riverberi salvagente e spurie lo-fi
“da cameretta”, è l’unico vero séparé dal The Heart
of the Nightlife del 2010.
Non c’è infatti da farsi fuorviare dai toni scalati
in minore - leggi: raffreddati - dei sintetizzatori:
Kids in L.A. resta, tanto quanto il predecessore, un
album profondamente estivo. Magari soltanto da
fascia oraria più avanzata nelle giornate a bor-
Massimo Rancati
Kodaline - In a Perfect World
(RCA, Giugno 2013)
Genere: pop-rock
Avevamo lasciato i Kodaline alle prese con un
omonimo EP di debutto inoffensivo nei suoi
quattro passaggi a rischio zero e ben descrittivi di
uno spettro sonoro - per quanto ben presentato abbastanza limitato.
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Kisses - Kids in L.A. (Splendour
Records, Maggio 2013)
/
Sarah Venturini
do piscina, comunque incardinato nell’estetica
dell’ascendente Cascine per cui esce in America
(si guardi al Young Hunger di Chad Valley) e, di
riflesso, influenzato dal pop nordico.
L’amore per la Scandinavia, peraltro, non si rileva
unicamente nei mutuati tratti ricorrenti (bassline
à la New Order, languori disco ‘80, chitarre d’indole laid-back e sfumature tropical), ma anche
e soprattutto nel cantato di Jesse Kivel che, per
caratterizzazione timbrica ed intenzioni, sarà probabilmente la cosa più vicina a Jens Lekman che
avremo modo di ascoltare quest’anno.
È dunque un enorme peccato che il nostro riesca
a replicare la leggerezza spigliata del songwriting
del Maestro svedese in un unico episodio (Funny
Heartbeat) mentre la narrazione delle vicende
dei suoi personaggi - quelli di un nuovo The O.C.
scaturito dall’attualizzazione del Less Than Zero di
Bret Easton Ellis - per il resto non brilla, né coinvolge. Sul lato prettamente strumentale, viceversa, Kids in L.A. dà costante, discreta soddisfazione
e rilancia la proposta sia quando ingrana il groove
killer (The Hardest Part), sia quando indovina
delle azzeccate variazioni sul tema (le mimiche
R&B di Huddle, lo sfarfallio dei cori al vocoder di
Zinzi Edmundson in Air Conditioning). Va a finire,
insomma, registrando comunque un progresso
nel repertorio del duo: le canzoni da qualche
memorabilità, sommando le appena menzionate a quella Bermuda che attendeva compagnia,
salgono a quota cinque. (6.2/10)
l u g l i o
stilistiche che alla personalità del disco non tolgono nulla, anzi contribuiscono a sottolinearne
maggiormente i contorni distintivi.
Ma lo spauracchio dell’esercizio di stile è dietro
l’angolo. E verso la fine, l’album pecca di eccessiva indulgenza, cadendo vittima della prosopopea dei suoi tredici brani, di cui la metà lunghi
più di sei minuti. Ad un certo punto, l’impressione è che si esaurisca in sé stesso, piuttosto che
giungere ad una naturale conclusione. Anche se
in fondo è proprio questo il suo bello. Brillante
e stimolante, come tutte le scommesse che si
rispettino, Independent Dancer si può permettere
pure di diventare irriverente, persino irritante. Di
certo, è un disco avvolto in un pacchetto piuttosto impegnativo da scartare: non va da nessuna
parte, perché è già esattamente lì, non facendo
altro che soffermarsi allo specchio, gongolante. E
se l’artwork in copertina ce lo presenta come una
specie di redivivo maestro di sonnambulismo TaiChi, non facciamoci ingannare: Kalabrese ama
ballare da solo, non preoccupandosi in nessun
modo di invitarci a farlo. A noi la scelta se seguirlo dunque. Nel segno dell’indipendenza, sempre
e comunque.
(6.9/10)
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so buone parole - ad alzare il livello delle composizioni o anche solo a risvegliare un ascoltatore
probabilmente già sopito. L’insipida triade Big
Bad World, All Comes Down e Talk in questo senso,
è il colpo di grazia.
Se anche il brano di punta dell’album - che rimane All I Want - ha probabilmente già stancato i
più, è facile intuire che un disco come In a Perfect World dovrà aggrapparsi a qualsiasi strategia di marketing per non finire in breve tempo
nel - meritato - dimenticatoio.
(4.7/10)
Riccardo Zagaglia
Kode9 - Rinse 22: Kode9 (Rinse,
Maggio 2013)
Genere: Elettronica UK
Kode9 nel 2013. Le solite sovrapposizioni bastarde, i tagli secchi, il bass che stordisce spugnoso
come una botta di qualche droga veloce, l’elettrobricolage eminentemente brit, quindi ok la
uk bass e lo uk funk e tutto come da tradizione
pirate radio, la bandiera sventola e il ritmo che
segue le onde sull’asta.
Si parte, anzi ci si mette comodi, con le tribute del
caso all’Hyperdub hero Burial con Truant, poi un
funky tastierato in bassa risoluzione con Theo
Parrish che male non fa (Kites On Pluto), souldubstep e carezze sotto le coperte con Morgan
Zarate e Roses Gabor. Un intermezzo con un
fantasmatico Lee Scratch Pery “secret agent”.
Dopodiché c’è l’ottovolante bass, funk, future
garage, purple sound o Vice Versa.
Aperto da Terror Danjah & Champion (Stone
Island), in samba, un bel blocco intermittente di
808 trappista e HH via gusto Glasgow (c’è anche il
singolo di Rustie di quest’anno, Triadzz) come grime, lo stesso Kode9 ci si mette (Uh) e Kuedo da
incanto nel girar raggi di biciclette in malinconia
fluo (Mirtazapine). E piccola bombetta: Dexplicit
con Wave Machine.
Parte finale: il muro molle del footwork con una
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I sogni da stadio di Steven Garrigan e compagni
iniziarono molti anni prima quando, nel 2007,
parteciparono a You’re a Star, una sorta di X
Factor irlandese. All’epoca si chiamavano 21 Demands e riuscirono a raggiungere un successo,
pur sempre circoscritto al territorio locale, grazie
al singolo Give Me A Minute. A sei anni di distanza
provano a dare lo slancio definitivo alla seconda
fase di carriera con l’album di debutto a nome
Kodaline intitolato In a Perfect World.
Dopo un EP che aveva principalmente il compito
di mostrare al mondo le peculiarità stilistiche della band, per In a Perfect World le strade percorribili erano due: lasciare che un flusso compositivo
meno cauto donasse sfumature imprevedibili alla
loro proposta o agire con il freno a mano perennemente tirato cercando di risultare il più possibile appetibili al grande pubblico.
Chiaramente, trattandosi di un disco pubblicato
da una major, si è scelto di seguire la seconda
direzione. Un incrocio tra un trasporto emozionale tendente all’epico (un po’ Tom Odell e un po’
Dry The River) e una magniloquenza così strappalacrime da risultare pedante, oltre che noiosa.
Già dalla prima traccia (One Day) si avverte una
stanchezza compositiva e la mancanza di un
appeal che vada oltre una melodia radiofonica
che lungo la durata del disco fatica comunque
ad emergere. E’ proprio qui che va forse a cadere
il “E allora ben vengano i Kodaline”, azzardato in
riferimento alle ultime debacle artistiche di Muse
e Coldplay.
Tra distese pop-rock da soap opera (Brand New
Day, tra Coldplay e Snow Patrol) troviamo
tattiche folkish che puzzano di plastica nella loro
non autenticità - i Mumford & Sons in confronto, sembrano sporchi camionisti del Texas - pur
riuscendo a centrare l’obiettivo in un paio di
occasioni, soprattutto nei saliscendi armonici di
Love Like This. Si peggiora nella seconda metà
del disco dove più che mai i Nostri faticano - se si
esclude Pray, brano per il quale avevamo già spe-
bella all star di storici pionieri del genere: un Dj
Rashad a dominare il mix sia in solo che in combutta con i compari chicagoani di sempre tipo
DJ Spinn e DJ Manny. C’è spazio anche per un
pizzico di dubstep subito sfumato in coda soulbalearica, giusto un Addison Groove con Sam
Binga (11th), sempre roba fresca messa dentro
un ring di stepping chicagoani spalmati di glassa
ghetto house. Con Let It Go in uscita, traccia 38,
se ne esce stonati, stonatissimi, come dopo una
championship di Vindaloo al ristorante indiano,
ma col sorriso giallo della maglietta.
(7/10)
Edoardo Bridda
r e c e n si o n i
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/
Genere: Rock
Dopo aver reintegrato Piero Pelù (con tanto di
cancellazione dei dischi con “Cabo” dal canone,
ovvero dalla discografia del sito ufficiale), e dopo
aver pubblicato un live con inediti e un nuovo
album col figliol prodigo, è tempo di retromania
anche per i fiorentini. Anch’essi infatti si gettano
nella formula “Tour in cui il grande/i grandi X
suonano lo storico album Y” e dopo il concerto in
cui riproponevano 17 Re, dedicano una tournée
al loro periodo anni ‘80, ricostruendo anche, per
quanto possibile, la formazione originale .
Quel periodo lo chiamano la “Trilogia del potere” , ma di fatto consiste nel periodo veramente
fecondo e interessante della band, prima della
repentina svolta che, con la sola tappa di Pirata, li
vide mollare l’indie e la ricerca per passare armi e
bagagli ad un remunerativo rock muscolare, con
tanti saluti anche al raffinato equilibrio con cui
Pelù si manteneva tra follia, grottesco e arguzia.
Tutto ciò è arcinoto, e il commento che verrebbe
da fare è che finalmente l’abbiano capito anche
loro cos’è che vale davvero all’interno della loro
opera.
In realtà le canzoni di quel periodo non hanno
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Litfiba - Trilogia 1983-1989 (Sony,
Marzo 2013)
mai smesso di suonarle, e anche in Stato Libero di
Litfiba, il live che celebrava il rientro di Piero, non
mancavano brani dell’epoca. Ma il nuovo stile
abbracciato dalla band a partire da El Diablo si ripercuoteva anche sui nuovi arrangiamenti live di
quel repertorio, con risultati talvolta agghiaccianti (vedi la versione di Eroi nel vento conservata,
purtroppo, nell’antologia Sogno Ribelle insieme a
una Ci sei solo tu spietatamente intamarrita).
Ora si torna a formazione e repertorio d’epoca in
modo più organico, ma accanto alla domanda se
fosse necessario l’ennesimo live, non mancano
i timori di chi vorrebbe tornare a sentirli ma ha
paura di finire a sentire versioni imbolsite delle
canzoni di una stagione magica (anche se le versioni di Stato.. in generale non erano tremende,
e oltretutto riguardavano per lo più brani esclusi
da questo disco).
Già con l’iniziale Eroi nel vento, però, si sente che
l’atmosfera è un’altra: è quella dell’epoca, quella
di un universo musicale che pur nell’articolazione
tra la gioventù di Desaparecido, la compiutezza
di 17 Re e i primi scricchiolii del pur notevole
Litfiba 3, possedeva un’unità che lo separa dalla
fase successiva. Si cerca anche di tornare a versioni simili a quelle del tempo, con variazioni
probabilmente messe a punto per lo più in quel
periodo, mentre i brani mettono in sequenza una
selezione cronologica (a parte il finale con Resta e
Tex) che include anche qualche gradito recupero
dai singoli coevi (Transea, Versante Est, Elettrica
danza: a proposito, a quando un’edizione seria su
cd, invece dello stillicidio con cui ne compare una
ogni tanto su una qualche antologia?).
Certo, non manca la ruggine: un po’ l’età, un po’
Pelù che arranca (ma a inizio tour è anche normale, e succedeva anche nel primo live Aprite i
vostri occhi solo che lì era la fine della tournée la
causa della stanchezza) con venti anni di coattate
che qualche traccia la lasciano - e questo è pur
sempre il gruppo che solo l’anno scorso ha alzato
l’asticella del suo ridicolo col singolo Lo Squalo.
Giulio Pasquali
Lui sono io - Storia di una corsa
(Brutture Moderne, Maggio 2013)
Genere: cantautorato
Un altro tassello va ad aggiungersi a quel mosaico brulicante che è oggi il cantautorato italiano:
parliamo del duo Lui sono io - formato dai roma-
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gnoli Federico Braschi a voce e chitarra e Alberto Amati al basso - che debutta con Storia di una
corsa. Braschi lo avevamo già incontrato all’esordio solista con Tra le nuvole e l’asfalto, che vedeva
dietro la produzione nomi del calibro di Antonio
Gramentieri, Diego Sapignoli e Franco Naddei.
Gli stessi che ritroviamo in Storia di una corsa,
come ritroviamo la stessa formula di un pop-rock
a metà strada tra Guccini e Cesare Cremonini,
risultato di un ideale percorso che affonda le
radici tanto nelle riflessioni umbratili del trovatore bolognese quanto nella leggerezza pop dell’ex
leader dei Lunapòp. E sarà anche forse per la
provenienza geografica del duo, certo è che non
manca un’inclinazione al classic rock nostrano,
debitrice ad altri due corregionali, Vasco Rossi
e Ligabue, anche se, fortunatamente, limitato ai
tempi che furono.
Il panorama di riferimento, dunque, è quello
di una canzone che mescola quiete d’autore e
riverberi elettrificati, oltre a citazioni letterariomusicali che uniscono Lucio Battisti a Le Luci
della centrali elettrica: siamo di fronte ad una
scrittura che parte dal grigio disilluso della vita di
provincia per arrivare ai sogni post-adolescenziali
di due ragazzi poco più ventenni, come sono
appunto Braschi e Amato, con gli occhi e il cuore
rivolti a un orizzonte vagheggiato e irraggiungibile.
Le iniziali Brutti sogni e Un altro treno, infatti,
introducono l’ascoltatore ad un pop-rock melodico e riflessivo in cui la chitarra elettrica alza il
piglio di un ritmo spesso sottotono, mentre Via
Stalingrado, omaggio alla roccaforte della musica
live in Italia (ovviamente l’Estragon di Bologna),
prosegue con il racconto di un’inquietudine malinconica che torna a più riprese in tutto l’album.
Brani in cui l’attenzione e la cura per gli arrangiamenti non riescono a conciliarsi con la volontà di
fotografare il vivere quotidiano attraverso i testi,
questi ultimi focalizzati soltanto su atmosfere
intime e personali, con il rischio di scadere nella
r e c e n si o n i
Ma è tutto ridotto al minimo; qui prevale la
magia e il trasporto del viaggio, anche se i pezzi
del terzo fanno venire qualche sospetto di campionamento (alcuni passaggi strumentali sono
veramente uguali) e in generale si patisce un po’
una piccola mancanza di amalgama tra gli strumenti - in parte responsabilità di un Ghigo che
continua a far suonare troppo metallici e staccati
alcuni distorsori, in parte già un difetto di Litfiba
3, anche se qui non siamo a quei livelli (patologici, nella differenza col bollente, perfetto impasto
sonoro del doppio): Santiago come coesione è
quasi meglio in questo live che nell’originale.
Al netto di ciò, il concerto funziona: funziona il
batterista Luca Martelli che sostituisce la buonanima di Ringo De Palma, funzionano il tiro de
La preda, la versione più essenziale di Ballata, gli
stop and go tra rock e oriente di Ferito (che finalmente non si mescola più a Tex, allungata per
dare spazio alle gigionate del cantante), anche
l’epica Gira nel mio cerchio o una Ci sei solo tu
restituita ai suoi giusti, eleganti tocchi in controtempo.
Per cui sì, serviva un altro live, come biglietto da
visita del tour in vista delle date estive, perché
le versioni delle vecchie canzoni sono migliori di
quelle proposte negli ultimi venti e passa anni,
perché un vero live come si deve dopo Litfiba
3 non l’avevano ancora fatto, e soprattutto per
rassicurare gli amanti di quella fase attratti dalle
prossime date ma timorosi di un bagno di sangue: il biglietto si può comprare, se è così, sarà
bello.
(7/10)
retorica dolciastra di matrice battistiana delle
bionde trecce e degli occhi azzurri.
E non bastano neppure le incursioni quasi punk,
ad esempio nell’irruenza sfilacciata di 3 e 40, o le
svolte acustiche della conclusiva Domani, per far
decollare un album che non riesce a smarcarsi
dai binari di un genere ormai classico, saturo di
tentativi indecisi tra l’emulazione e l’imitazione, e
in cui la sudditanza verso la lezione dei grandi rischia troppo spesso di oscurare intuizioni e slanci
personali. (5.8/10)
Giulia Antelli
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Fabrizio Zampighi
/
Genere: post-punk
È ormai evidente come una certa tipologia di
canzone indie italiana sia fin troppo legata a
un’attualità sempre più contingente. Un meccanismo pericoloso, perché se da un lato testi che
parlano di “facebook”, “twitter”, “hipster” o di qualsiasi altro riferimento a un consumismo tematico
contemporaneo e condiviso favoriscono un’identificazione immediata, dall’altro sminuiscono il
prodotto discografico inteso come opera d’arte
facendolo invecchiare a velocità supersonica. Nel
magma di produzioni che latita in questo limbo
culturale esistono però alcune eccezioni, come il
terzo disco dei Luminal.
Amatoriale Italia ha tutto l’aspetto di un patto
col Diavolo: farsi contaminare volontariamente
da quel mondo e dall’orrore del quotidiano, per
abbracciare una catarsi che possa portare oltre. Il
messaggio è ridotto ai minimi termini: post-punk
imbarbarito, apparentemente disinteressato al
valore artistico o alla cura formale, claustrofobico
quanto può esserlo l’universo da cui trae linfa.
Uno sputo sul marciapiede che non lascia margine alla bellezza e che diventa uno sfogo incasinato e senza filtri. Basso distorto e violento, batteria
e voci che vomitano testi sconnessi, rabbia di
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Luminal - Amatoriale Italia (Le
Narcisse, Maggio 2013)
frustrazione. Abbiamo detto che la regola cui si
accennava inizialmente non vale per i Luminal
ed è vero. Soprattutto perché la band romana ha
dimostrato di saper scrivere certe canzoni “nobili”
già ai tempi di Canzoni di tattica e disciplina.
Qui Carlo Martinelli, Alessandra Perna e Alessandro Commisso (gli unici rimasti in formazione)
sospendono (si fa per dire) il giudizio, si sporcano
le mani con qualcosa che non è materia loro e
se ne escono con un album intransigente, alieno, imperfetto. Una sorta di finzione letteraria,
di saggio neorealista oltraggioso e aggiornato
all’Anno Domini 2013.
Vanno letti in quest’ottica brani come C’è vita
oltre Rockit, Blues maiuscolo del maniaco su Facebook, Stella era una ballerina e stava sempre giù,
Giovane musicista italiano vecchio italiano, Carlo
vs il giovane hipster: universi personali che collidono con una socialità “internettara” ostentata,
accogliente solo in apparenza, per poi cortocircuitare con una realtà ancor più terrificante. A titolo
d’esempio, la violenza carnale di Una casa in campagna, ma anche il punk tesissimo di Lele Mora
o un’iniziale Donne (du du du) che altro non è se
non un elenco di starlette e personaggi pubblici
femminili di discutibile valore.
Non si tratta della solita critica sociale un po’ fine
a se stessa. Semmai di uno sguardo dal ciglio del
precipizio, prima di lanciarsi nel vuoto. Tra riferimenti CCCP (Dio ha ancora molto in Serbia per
me) e barlumi Massimo Volume (L’aquila reale), ci
si perde nei toni disturbanti di un Amatoriale Italia lontano dalla poesia ma che è anche materia
da interpretare. Lo si veda come un’opera ingenua, furba o - e noi rientriamo in questa categoria
- come un confrontarsi con il cinismo opportunista oggi imperante, non ci si potrà comunque
esimere dall’approcciarlo senza riflettere. Che
l’obiettivo dei Luminal fosse proprio questo?
(7.1/10)
/
l u g l i o
Genere: techno
Impegnato al Bergain fin dal primo giorno, ma
decisamente meno hypato di colleghi come
Marcel Dettmann o Ben Klock, Marcel Fengler è
comunque un dj da non sottovalutare all’interno del roster del famoso locale berlinese. Il suo
Berghain 05, uscito nell’agosto del 2011, ha giustamente catturato i riflettori di Resident Advisor
tanto che in quell’occasione il recensore di turno,
che parlava di un set a base di house, techno, garage, electro e sperimentale, specificava quanto a
caratterizzare il missato del producer fosse più la
coerenza che la volontà di distinguersi.
Le produzioni del tedesco in 12’’ su Ostgut Ton,
caratterizzate da un approccio sostanzialmente
techno tra atmosfere urban e punte di darkness,
ne seguono la filosofia: basso profilo e buona
qualità media, un filo rosso che ora ci porta a un
primo album lungo che, fin dal titolo - Fokus - ne
è l’esatta prosecuzione in termini di immaginario
e rigore, soltanto con un’angolazione prettamente ambient.
Fengler, dunque, dilata e amplifica il dettaglio:
High Falls è puro electrorama di stampo 70s con
soli contrappunti di bass e synth desolanti à la
Pan American, idem Liquid Torso che è ancor più
pacifica e à la HDADD; Dejavu approfondisce il
lato più techno dei Boards Of Canada mentre,
sul lato più looptronico, una top track come Jaz
riprende in mano l’Old School house immergendola in umori non lontani dalle produzioni
Deepchord (evidenti anche nell’iniziale Break
Through). Gli episodi più immaginifici e fors’anche i più interessanti sono quelli giocati attorno
a luccichii e torbide etniche minimali come King
Of Psi, Distant Episode e Sky Pushing, mentre la più
carenata Mayria, con gli snare sporchi e la cadenza industrial à la Pan Sonic, introduce scurissime
voci dalle parti di Andy Stott.
Salvo qualche epiodio più quadrato (le citate Jazz
82
e Sky Pushing o una Trespass dalle parti di Sandwell District) Fokus è dunque un mix aperto al
tratteggio di landscape, umoralità misuratissime
e non ultimo qualche tratto melodico appena accennato come da tradizione fengleriana, l’ennesima testimonianza di un uomo che vuol rimanere
perennemente fuori fuoco per dare il massimo
risultato ai propri ascoltatori. Anche ora che li fa
sdraiare in poltrona (sobri).
(7/10)
Edoardo Bridda
Mark Ernestus - Presents JeriJeri - 800 Per Cent Ndagga (Honest
Jon’s Records, Giugno 2013)
Genere: world
Registrato tra Dakar, Parigi e Berlino, questo
album è l’ennesimo esperimento produttivo a
base di musica africana (ricordiamo almeno Mali
Music, 2002, e DRC Music, 2011) concepito nel
grembo dell’imprint di Damon Albarn. Stavolta
l’head del progetto è il guru della techno berlinese Mark Ernestus (metà della Basic Channel), che
ha lavorato a stretto contatto con Jeri-Jeri, ensemble di percussionisti locali diretto dal maestro
Bakane Seck. La cartella stampa spiega come la
ndagga del titolo, o mbalax, sia la musica tipica
della cultura griot (la cultura orale che si trasmette di generazione in generazione) del Senegal e
del Gambia, una dance music densa, stratificata
e fortemente percussiva che è la colonna sonora
di tutti i giorni, basata sulle trame poliritmiche di
sabar e tamas (tipi di tamburi) e aperta a suoni
più occidentali e moderni come chitarre e bassi
elettrici e marimba. Questo album non sposta nulla e nulla aggiunge
al già ricchissimo mosaico terzomondista postcoloniale postmoderno e tutto quello che volete
che si è andato costruendo in occidente a partire dagli anni Ottanta (vedere tutta una serie di
fenomeni convergenti tipo WOMAD, My life in the
bush of ghosts, Graceland, la (ri)scoperta di Fela
r e c e n si o n i
a g o st o
Marcel Fengler - Fokus (Ostgut
Ton, Giugno 2013)
Genere: Footwork
Il nome di Mark Pritchard compare da svariati
anni nelle pubblicazioni di Planet Mu, Hyperdub,
Deep Medi Musik, Big Dada (e oltre), ma mai nulla di progettuale o sulla lunga distanza, piuttosto
roba di singoli (e ricordiamo il bel ? / The Hologram), centellinati eppì e più che altro collabroazioni (Wiley, Steve Spacek, Om’mas Keith). Ora le
cose sembrano muoversi nella direzione opposta
e la mente dietro l’alias Harmonic 313 e i progetti Global Communcation (con Tom Middleton) e
Africa Hitech (con Steve Spacek) ha deciso di far
uscire tre eppì propedeutici a un album lungo
che sarà pubblicato su Warp ma di cui oggi ancora non sappiamo né titolo, né dati tecnici precisi.
Ghosts EP è tutto ciò che è dato sapere. Il primo dei tre lavori sulla media distanza che, per
chi segue da vicino lo spettro elettronico UK,
non rappresenterà certo una novità: in sostanza
Pritchard, sulla spinta di Planet Mu e più recentemente di Hyperdub, dopo un rivelatore mix
per lo show di Kode9 sull’emittente radio Rinse.
FM dello scorso 10 giugno, ha deciso di provare
Edoardo Bridda
Matias Aguayo - The Visitor
(Comeme, Giugno 2013)
Genere: techno
Nato a Santiago del Cile (nel ‘73) e trasferitosi
poi in Germania (doppiando in questo i passi del
leggermente più vecchio Ricardo Villalobos),
Matias Aguayo è diventato, a cavallo tra anni
Novanta e Duemila, uno dei poster boy della vita
notturna di Colonia (come dj, pr e organizzatore
di eventi). All’attivo tanti progetti di collab come
produttore (Cinnamon e Zimt, con il co-fondatore della label Kompakt Michael Mayer; Closer
Musik, con Dirk Leyers) e feat soprattutto come
vocalist (Discodeine, Ice Cream dei Battles),
Matias si diverte oggi facendo la spola tra Buenos
Aires e Parigi, continuando a tenere vivo a modo
suo lo spirito utopico della techno.
Fa le sue gig (in solo o con Marcus Rossknecht,
a nome Broke!), pubblica dischi (Are You Really
Lost, 2005, e Ay Ay Ay, 2009, su Kompakt), fonda
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a g o st o
r e c e n si o n i
Mark Pritchard - Ghosts EP
(Warp Records, Giugno 2013)
/
Gabriele Marino
qualcosa di footwork e presentarlo come traccia
in streaming in anteprima. In tracklist poi troviamo della drum’n’bass come l’abbiamo sentita
da Zomby e Andy Stott, del ragga funk dalle
parti dei citati Africa Hitech e infine della grime e
synthdelia 70s che a qualcuno ricorderà Ikonika,
oltre che l’estetica Gangsta rap. Tutto scontato? Al contrario, nulla è banale quando c’è mr.
Pritchard in produzione: Ghosts nella footwork ci
infila dell’HH, Duppies nella d’n’b ci fa ronzare il
mitico hover sound di Second Phase e bordoni da
d’n’b arena altezza ‘95, Get Wild pastura le tastierine vintage 80s bilanciando, alla 808, footwork,
dubstep e grime; Manabadman riprende certi
discorsi intrapresi con Spacek puntando però a
un ghetto sound chicagoano (e di lì torniamo alla
footwork che è, se vogliamo, l’MCD dell’operazione). E’ quanto basta per aver già voglia d’ascoltare altro materiale.
(7/10)
l u g l i o
Kuti ecc.); e non riesce neppure a scavalcare la
natura settaria e di genere del progetto. E però,
ritmicamente, è una vera goduria. Ampio spazio
agli strumenti, sotto ai cantati che hanno sempre come un sapore rituale, in un trionfo di bassi
profondi (echeggia il dub di zio Mark) ma soprattutto di intriganti intricate trame percussive, che
si rincorrono, si sovrappongono, a creare una
afro fusion forse anche artificiale ma comunque
convincentissima, e che avvince (Xale, il fuoco
afrofunk che cova sotto una brace (non)reggae), e che a tratti sfonda addirittura il tetto del
prog (Casamance), ma proprio tipo fossero Fela +
Napoli Centrale. (7/10)
Gabriele Marino
Matthew Herbert - The End Of
Silence (Accidental, Luglio 2013)
Genere: Concreta
Di Matthew Herbert e del suo approccio assieme
concettuale e politico alla musica, il lettore di SA
sa già molto se non tutto. Fondamentale è il campionamento, vitale la sua manipolazione e ripetizione e dunque naturali s’innescano i legami con
la cultura elettronica in cui il musicista britannico
è stato immerso fin dall’esperienza rivelatrice,
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a g o st o
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l u g l i o
comunitaria, e non meno rivoluzionaria dei Rave.
Nelle sue produzioni, i primi amori, techno e
(micro)house, hanno finito così per scivolare nella
cosiddetta contemporanea, nel noise e nell’industrial e così nessuna sorpresa se, da lungo tempo,
analizziamo una già corposa discografia fatta di
case study dove uno o più spunti presi dalla realtà
(o da uno specifico avvenimento) si trasformano
in opere d’arte basate sulla manipolazione di
sample scelti per l’occasione.
L’idea per The End Of Silence parte da una registrazione sul campo del multimedia journalist
Sebastian Meyer a Ras Lanuf, in Libia, effettuata
mentre viene sganciata una bomba da un aereo
dell’aviazione pro-Gaddafi. Sul blog di Meyer
potete ascoltare e vedere una foto scattata quel
giorno, mentre nei tre componimenti del nuovo album di Herbert troverete un intellegibile
quartetto (Matthew Herbert accompagnato Sam
Beste, Tom Skinner, Yann Seznec) intento a “congelare la storia, premere pausa, esplorare l’interno
del suono” al fine di “cercare di comprendere perché
sia così spaventoso quando non ho mai sentito una
bomba dal vivo”.
Ancora una volta Herbert riesce nel difficile
obiettivo di realizzare un discorso musicale che
convive e si compenetra col portato concettuale. Certo, non ci troviamo davanti alla vertigine
malheriana di ReComposed ma, senz’altro, al
pari di un One Pig, qui abitano tutti i consueti
funzionali trucchi herbertiani alla decomposizione dell’attimo: Part 1 è, assieme, come certe cose
di Mika Vainio (quindi ambient, isolazionismo,
noise, glitch) ma anche un balletto sopra l’attesa o il presagio, Part 2, attraverso una vorticosa
struttura a collage tra ritmo, intermissioni e stasi
(dunque ritmiche techno, clangori industrial),
entra nel discorso bellico evitando facili trappole
pro-futuriste (leggi esaltazione della guerra e
delle macchine), Part 3, infine, torna alla “lateralità”, un indolente e - perché no - sbarazzino refrain
all’”organo” viene pian piano inghiottito da rico-
r e c e n si o n i
una label che intende programmaticamente
unire l’astrazione krauta e la concretezza latina
(Cómeme, distribuita Kompakt). Ma soprattutto,
dal 2006, si inventa questi specie di flash mob
dance chiamati Bumbumbox, happening collettivi portati in giro nelle principali città del sudamerica (Buenos Aires, Rio de Janeiro, Asuncion, San
Paolo, Medellin, Santiago), animati da uno spirito
festaiolo genuino e cosmopolita, 50% cazzone
50% orgiastico.
E’ lo spirito che ritroviamo in The Visitor, un
disco che è tanto cupo (la palette delle produzioni, virate al violaceo e al nero pelle metallizzato),
quanto cialtrone (i cantati sgraziati ed ebeti che
sono il suo marchio di fabbrica), la perfetta colonna sonora di una notte picaresca tra i budelli
più stretti, affollati e sudati, vissuti come la boiler
room del caso. Matias mette assieme techno e
ritmi latini (Llegò El Don, Aonde, El Camaròn) in un
mixone spinto (Levantate Diegors è così ottusa
da essere industrial) che alla fine ha molto della
glitterbeat e dell’electroclash, con punte spiazzanti tra lo psichedelico (Dear Inspector è Animal
Collective ma addirittura John Lennon) e la new
wave versante grottesco (nella lunga robotica
cavalcata conclusiva A Certain Spirit, Residents e
Devo). Zarro e compiaciuto, The Visitor funziona
alla grande: è perfetto per sentirsi male bene tra
le calli.
(7.1/10)
noscibili schegge del campione.
Herbert, specialmente nell’ultimo espisodio, è
andato oltre la rappresentazione del prima, del
dopo e del mentre. C’è senz’altro un interessante
intorno d’osservazioni mediate dalla tecnologia
che entrano in gioco nella narrazione, ed è su
questo piano che la musica acquista i giusti scarti
rispetto all’idea iniziale e ai suoi risvolti più ovvi.
(7/10)
Edoardo Bridda
a g o st o
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Genere: electronica
Ed è arrivato pure il turno di Maya Jane Coles.
Dopo innumerevoli ep, remix e mixati d’eccezione (una vera e propria investitura in questo senso
il Dj Kicks di sua mano) la dj londinese più chiacchierata degli ultimi anni esce allo scoperto con
un vero e proprio disco e una manciata di ospiti
di prim’ordine come Tricky, Miss Kittin o Karin
Park. Comfort, diciamolo subito, non è un disco che
sbalordisce in termini creativi rispetto al sound
a cui ci ha abituato finora la giovane produttrice
inglese; come ben sappiamo, i giri in cui ha sempre bazzicato Maya, sono quelli della penombra
super cool di Jamie XX e soci e, come da programma, le coordinate stilistiche del disco non
potevano non essere riconducibili a quella verve
techno-spleen immediatamente percepibile sin
dall’omonima traccia d’apertura del disco.
Il “comfort” della Coles è effettivamente il medesimo di molti altri giovani artisti inglesi a lei
contemporanei (Jessie Ware e Julio Bashmore per non andare troppo lontano), ovvero,
quello di una precoce restaurazione di sonorità e
mood che hanno composto il pantheon elettronico inglese in bassa battuta dei primi’90; stiamo
parlando dei nati sotto il segno di Tracey Thorn e
Lisa Stansfield, il trip-hop bristoliano e le plastiche nere del primissimo electroclash.
l u g l i o
r e c e n si o n i
Maya Jane Coles - Comfort (I Am
Me, Luglio 2013)
I numeri di Comfort vengono così snocciolati
in euro vignette come Easier To Hide e Burning
Bright (al microfono, dagli Hercules & Love
Affair, Kin Ann Focman), in cui è onnipresente
lo spettro degli Everything But The Girl più
elettronici, o in tracce più down-tempo in cui
la nostra sembra anche trovare la dimensione
canora ideale, come per esempio nella narcolettica Dreamer, passando per pezzi come Fail From
Grace o When I’m In Love che, affidate ad altre voci
ospite, rilasciano fascinazioni tipicamente mezzaniniane.
Immancabili sono i wavismi elettronici accostabili
ai compagni di sbronze XX in brani come Blame
(feat Nadine Shah), Stranger o la conclusiva e
stralunata Come Home, in cui viene riassunta
tutta l’epica del decadentismo post after-party
made in London.
Ma cosa balleranno mai dunque, questi nuovi
clubber dalla lacrima facile? Maya sembra essere dell’idea che la prima ondata di electro-clash
(The Hacker, Blackstrobe e Dj Hell per intenderci), tolto il glam e l’enfasi transgender, sia ancora
un’ottima fonte di ispirazione, ed così che in Everything la personalissima cruenza vocale di Karin
Park sembra sposarsi con il tentativo di ridare
vita ad una Plastic Dreams 2.0 con l’accompagnamento dei Tiefschwarz; oppure, è la stessa veterana Miss Kittin ad unirsi coralmente alla Coles
in Take A Ride, ma sempre restando dentro quella
bolla produttiva anti-glitter che piacerebbe a
Burial e che ritroviamo anche nell’inaspettato
mantra alla Rockie Robertson del caro vecchio
Tricky per l’onirica WaitForYou.
Insomma, visti gli ospiti ed i presupposti il risultato poteva essere eccellente, eppure Comfort è
un disco che anche dopo parecchi ascolti lascia
con l’amaro in bocca. Stabilito il fatto che con
una tracklist del genere, gli intenti della nostra
non potevano che essere Pop, rimane la constatazione che al disco mancano proprio scrittura
e personalità vocale. Se da un lato la raffinata e
minimale produzione di Comfort trasmette prima
di tutto un mood emotivo, dall’altra non si capiscono le reali finalità della Coles; nell’attesa che
Maya decida definitivamente se occuparsi di dancefloor o delle sue canzoni non resta che provare
ad accontentarci della freddezza di Comfort.
(6.5/10)
Dario Moroldo
/
l u g l i o
Genere: alt rock
Nel panorama retromaniaco dell’ultimo decennio
c’è stato poco spazio per revivalismi alternative
rock a stelle e strisce degni di nota. Una scena,
quella dell’US alt-rock, incapace di rinnovarsi e
purtroppo ancora oggi appesantita da macigni
post-grunge e dagli stereotipi tamarrock tanto
cari a certe emittenti radio.
In uno scenario di questo tipo i californiani Middle Class Rut fungono da scheggia impazzita,
sguazzano nella generale mediocrità e vincono facile andando a pescare a piene mani da
un preciso territorio di riferimento non troppo
battuto negli ultimi due lustri: quello dei Jane’s
Addicition. Tra i punti di riferimento più influenti
della seconda metà degli anni ‘80, Perry Farrell e
compagni in fin dei conti non hanno mai avuto
dei veri eredi, dei figliastri, qualcuno che generasse un’immediata associazione stilistica. In poche
parole: dei “nuovi Jane’s Addiction”.
L’attitudine free e provocatoria dei primi Jane’s
fatica ad emergere tra i solchi di Pick Up Your
Head, secondo album dei Middle Class Rut, ma
il riff-o-rama (a tratti di scuola Rage Against The
Machine), il drumming potente e variegato di
Sean Stockham e soprattutto il timbro vocale di
Zack Lopez (spesso in multi-layer) non possono
sfuggire al facile paragone.
Se Aunt Betty è l’anthem perfetto che Farrell
non scrive da anni, non si può essere altrettanto
entusiasti per la restante tracklist. Non tanto per
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Riccardo Zagaglia
Mike Parker - Lustrations
(Prologue Music, Giugno 2013)
Genere: Techno
Sono passati dodici anni da quando un allora
piuttosto giovane ragazzo statunitense (da Buffalo, NY) si presentò sulle scene con una intrigante - e già discretamente a fuoco - pubblicazione
sulla lunga distanza fatta di quadratissima techno
music dal titolo Dispatches. E proprio con quella
il producer lanciava definitivamente la Geophone, un’etichetta attiva già da qualche anno con
la quale ha continuato a pubblicare proprie cose
e sporadiche produzioni di altri (recentemente
anche un 12” con Voices From The Lake e Stanislav Tolkachev).
Quello che è successo nel frattempo, dal 2001
ad oggi e, in parte, anche prima del 2001, è stato
r e c e n si o n i
a g o st o
Middle Class Rut - Pick Up Your
Head (, Giugno 2013)
Born Too Late - che va a parare in zona Nine Inch
Nails/Filter - o la psichedelia a grana grossa di
Leech, ma per i passaggi piuttosto incolori senza
capo né coda (la titletrack e Dead Eye, probabilmente una grower) e per l’ostinata ripetizione di
una formula tanto derivativa quanto comunque
immediatamente identificabile: le strofe - vagamente Beastie Boys - di Sing While You Slave,
Wather Vein e No More sono un po’ delle Aunt
Betty revisited.
Non bastano le interessanti soluzioni di Stockham, un pezzo da novanta - Aunt Betty - e un
grande lavoro in studio (sono necessari 5 elementi per ricreare live lo stesso impatto) per rendere Zack Lopez e Sean Stockham i nuovi rocksaviours. A piccole dosi però Pick Up Your Head
è capace di regalare un possente tiro headbang e
scosse adrenaliniche oggigiorno piuttosto difficili
da scovare. Aggiungeteci nostalgici sentori caratteristici della California di 20-25 anni fa e capirete
perché, soprattutto tra i fan del genere, i Middle
Class Rut potrebbero trovare parecchi consensi.
(6/10)
Michele Ferretti
Miles Kane - Don’t Forget Who
You Are (Columbia Records,
Giugno 2013)
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a g o st o
Genere: brit-pop
Miles Kane si mette alla prova per la seconda
volta e tenta di bissare il discreto successo ottenuto con l’album d’esordio Colour Of The Trap.
Ci riesce a metà, perché il protetto di NME avrebbe decisamente potuto fare di meglio, considerando il buon debutto con i Rascals e la riuscita
- per quanto didattica - 60’s experience nei Last
Shadow Puppets con il più noto amico Alex
Turner.
La sua eleganza estetica è pregevole così come la
cura del dettaglio, ma non basta un bell’abito per
fare un gran disco. Sembra una dannata profezia,
l’immagine di copertina: un elegantissimo Miles
di fronte a un banco di salumi e formaggi. Cool a
metà.
Quello del sophomore album Don’t Forget Who
You Are è un repeat a livello di forma, già intuibile nel rinnovato supporto di alcuni nomi intoccabili del pop inglese: se Colour Of The Trap
vantava la partecipazione di Noel Gallagher (My
Fantasy), Don’t Forget Who You Are può fregiarsi della penna del compagno Alex Turner - metà
dei brani nascono dalla loro intesa - e dell’esperta
firma di Paul Weller, evidente nel pianoforte e
nelle note di coda di Fire In My Heart, così come
nella graffiante You’re Gonna Get It. Ci sono poi
un canto alla Liam Gallagher - perché male che
vada, piace comunque - e rimembranze compositive di derivazione lennoniana. Per non parlare
degli incontri e delle chiaccherate XTC-iastiche
vissute - e tutta l’influenza che ne è conseguita
/
r e c e n si o n i
lo si potrebbe prendere per stalinista, ovvero
luciferino-amministrativamente solido, se se ne
leggono i codici totalizzanti del regime e le buone (ottime?) intenzioni.
(7.1/10)
l u g l i o
l’estendersi di una serie incredibile di uscite corte
ad affiancare il lavoro di dj e video artista. Dischi
che hanno delineato una fisionomia produttiva
che, occhi su Belleville (Detroit), vuole inserirsi in
traiettoria techno senza abbassarsi a cavalcare un
qualche revival. Secondo il vecchio adagio della
techno plasmatasi come fusione del funky e della
black music nord(afro)americana con la dark
electro europea - in primis i Kraftwerk -, Parker è
strutturalmente, tra i contemporanei, uno dei più
vicini alla sua forma autenticamente filologica.
Così intransigente nella sua astrazione da rasentare la burocrazia o, quantomeno, la postulazione
di un paradiso razionale e razionalista.
In dodici tracce ciascuna recante il titolo di
Lustration seguito dal numero corrispettivo e da
una indicazione panoramica tra parentesi (da
Atlantic a Megalith, per capirci), un Bpm da leggerissimo uptempo, l’andamento costante senza
una sosta né un breakdown, e quindi abbracciando un’estrema sottocultura di “resistenza sotterranea”, abbiamo quindi uno statement politico
secco, non vezzoso né spettacolare (cosa che invece, ad esempio, il breakdown è), così come lo è
la chiarezza teorizzata in ogni singolo passaggio
(produzione, artwork, immaginario). Un lavoro di
trasparenza dunque, dove il tenebroso è riflesso
dell’ipnotismo e dell’abbaglio dalla luce del sole,
sotto la quale accade l’inevitabile.
Rispetto alle ultime acquisizioni o uscite Prologue, Lustrations è il meno bassy oriented, il meno
profondo a livello di suoni e il meno dub. Non a
caso, se Echologist e Cassegrain sono filiazioni
Basic Channel, Mike è invece discendente diretto
di Juan Atkins e del Jeff Mills di Cyclone. Sicuramente adatto ad essere ballato, ascolto indicato
anche per i generici amanti dell’elettronica, è un
album d’attivismo efficace e al passo coi tempi,
anche se dall’oltranzismo di cui sopra emerge
sicura una radicalità che può risultare tetra,
accrescendo così ancora il fascino del lavoro in
questione. Questo futurismo, simbolicamente,
Alessandro Rabitti
Nima Marie - Woollen Cap
(Orange Home Records, Maggio
2013)
Genere: folk, cantautorato
Dopo Come Back, EP datato 2008, Nima Marie
esordisce sulla lunga distanza con Woollen Cap,
album di dieci brani collocabili sotto l’etichetta
del folk-rock.Il debut della cantautrice monzese
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a g o st o
/
l u g l i o
si presenta come l’ultimo esempio di una lunga
tradizione di cantautorato al femminile che da
Joan Baez e Joni Mitchell in poi - fino ad arrivare alle odierne Cat Power, Joan As A Police
Woman e Feist - si è inserita anche tra le pieghe
della nostra canzone d’autore.
Dunque, l’immaginario di riferimento di questo Woollen Cap è tutto a stelle e strisce, con un
occhio strizzato tanto alle amazzoni del fem-folk/
rock sopracitate, quanto ai modelli maschili - gli
immancabili Neil Young e Bob Dylan -, con in
più un certo gusto per la melodia pop che rimanda all’esordio di un’altra ex paladina del songwriting statunitense (ma poi convertita alla logica
del mainstream), Alanis Morissette.
Già dall’iniziale You Know I Do si presagisce un
piglio solare e trasognato che ritorna lungo
tutto il disco, con brani costruiti sull’intreccio
tra chitarra acustica e una vocalità percorsa da
una romantica dolcezza, scevra da ogni afflato
rock e orientata invece verso la levità del folkpop: le stesse atmosfere che si ritrovano in pezzi
come Blowin’ Too High e Eyes Shut, altri esempi di
cantautorato in bilico tra la placidità della ballad
e l’orecchiabilità delle melodie. Orecchiabilità di
sapore soprattutto Nineties, come mostrano il
malinconico chiaroscuro di A brighter Dawning o
il tenue crescendo di Forgive Me, il tutto sorretto
da quell’impianto folk/country che è presente in
ogni brano del disco, ad esempio nella title track
o in Country Road.
L’autrice monzese pecca forse per un’eccesiva
linearità nelle singole composizioni che rende il
disco a tratti troppo monocorde, seppur piacevole per gli amanti del cantautorato folk al femminile. (6.5/10)
Giulia Antelli
r e c e n si o n i
- con Andy Partridge, “un genio” nelle parole di
Kane.
Preceduto da due EP - la pretenziosa e orchestrale First of My Kind, seguita da una classicissima
british corale Give Up qualche settimana prima
dell’uscita del disco - Don’t Forget Who You Are
nasce diretto: un pop+britrock fautore di ritmi
effervescenti (Better Than That, la title-track o la
conclusiva Darkness In Our Hearts), che vira sul
cantautorale in canzoni quali Out Of Control e la
sopracitata Fire In My Heart, senza però disdegnare le chitarre indie rock in passaggi distorti come
quelli di Tonight e Give Up, raggiungendo addirittura punte hard rock in You’re Gonna Get It.
Miles Kane gioca facile: rientrando in un genere inflazionato come il britpop, se ne posiziona
esattamente al centro, non distante da un certo
modo di intendere il rock’n’roll di Oasis o Kasabian. Le chitarre richiamano tipiche atmosfere
di metà anni ‘90, ma nemmeno si allontanano
dal percorso evolutivo di band come gli Arctic
Monkeys. Se un focus attento sui brani più acustici rivela un immaginario che spazia tra Noel
Gallagher e Richard Ashcroft, a livello macro è
l’influenza ‘60 stile Kinks a predominare.
Ed ecco che, preso lo spunto necessario dai suoi
più vari riferimenti, Miles ha percorso una strada
già battuta e sicura realizzando un prodotto comunque valido, orecchiabilissimo tanto nei pezzi
più lenti quanto in quelli più frenetici. Per lasciare
qualcosa ai posteri, però, è ancora troppo poco.
(6.8/10)
a g o st o
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/
Fink e soci ci sono sempre stati in abbondanza)
e le melodie pure. La titletrack, complice Anna
Calvi, sarebbe stata perfetta per Top of the Pops,
non avesse, il glorioso show, chiuso da qualche
Genere: Pop, rock
tempo. La voce baritonale di Fink colpisce anche
Vabbé: se anche gli “sbarbi hipsterici” si mettono
quando si atteggia a uomo vissuto (Lifetime) o a
a fare o, meglio, tentare un concept... Così almeromanticone oltre il limite del diabete (una One
no a sentire i Fink e soci responsabili del videoMore Night quasi in salsa Wet Wet Wet), e il tiro
clip di There Will Come a Time, quest’ultimo sorta
praticamente pronto per lo stadio di All Throudi teaser di un vero e proprio film (fantascienza
gh The Night e Now Is Exactly The Time non si fa
sociale stile anni Settanta, direbbe il critico
esperto di cinema) in cui l’adolescenza viene con- disprezzare.
Noi giornalisti qui a lamentarci della scarsa prosiderata pericolosa e dannosa per la società, al
punto da decidere di rinchiudere i teenager su di fondità del pop. Loro in tour nel mondo a godersi
il successo e la pecunia. Nel mezzo, un milione di
un’isola-carcere (ok, se vi viene in mente almeno
ascoltatori che mandano a memoria canzoncine
un centinaio di film avete ragione: non è un’idea
innocue o poco più che anche noi che scriviamo,
originale...).
in fondo, fatichiamo a scacciare dalla testa. Fate
Il film dovrebbe essere la spina dorsale degli
show del tour promozionale. Nulla di nuovo sotto un po’ i vostri conti.
(6.5/10)
il sole, in uno scimmiottamento della tradizione
dei film musicali UK, dai Beatles agli Who, che,
Marco Boscolo
mentre tutta la critica (con rare eccezioni) è concentrata sulla demolizione della loro immagine,
Oblivians - Desperation (In The
ci fa risultare i Noah And The Whale più simpatici. Red Records, Giugno 2013)
In fondo proprio loro hanno raggiunto il disco
Genere: garage punk
di platino con il precedente, onesto, album di
Desperation segna il ritorno sulle scene degli
artigianato pop e ora si possono permettere di
Oblivians, band storica nella marcificazione
investire la visibilità e il danaro della produzione
blues rock’n’roll targata ‘90, al pari dei vari Gories,
in un progetto un po’ più ambizioso. Pazienza se
Blues Explosion e Doo Rag. E’ passata una vita
le idee sono quelle che sono: in fondo, con molto da allora: sedici anni dall’ultimo disco ...Play 9
meno, i coetanei Mumford and Sons hanno
Songs With Mr Quinton e diciassette dal fonconquistato anche l’America...
damentale Popular Favorites, dove il cuore del
Rispetto al 2009, gli accenti springsteeniani si
rock’n’roll imbastardito punk batteva più forte
fanno ancora più evidenti e i synth vengono
che mai.
messi da parte in favore di un uso più professioDesperation riparte proprio da lì e si stoppa
nale degli archi e di un suono ancor più smacsubito: c’è la musica di sempre, un compendio
catamente pop-rock: dall’hypsteria del revival
dello storico Oblivians, dei Reigning Sound
folk all’hyp praticamente mainstream. Il modello e dell’amore ultradichiarato per i Ramones.
non è più quello estetico/estetizzante di un
Proprio niente di nuovo quindi ma, è questa la
Brian Eno pop per le masse, ma una versione
notizia, i fratellini Oblivian dimostrano di avere
appena meno sputtanata dei Coldplay. Detto
ancora con sé il fuoco del rock’n’roll. Come da
questo, visto che sempre di pop si tratta, qui gli
tradizione troviamo brani da due minuti velohook appiccicosi ci sono eccome (e nei dischi di
ci e velocissimi, con questi ultimi che si fanno
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Noah and the Whale - Heart Of
Nowhere (Mercury Records,
Maggio 2013)
a g o st o
/
il grigio metropolitano o il nero ottundente della
notte; c’è il gusto per le dilatazioni ambient più
scure e disturbanti, haunted il giusto ed evocative nella norma; c’è la ricercatezza di un suono
che si fa immaginario ora astratto, ora terribilmente materiale (la techno minimale di Dourado,
l’estasi in negativo di Zimmer).
Erano considerati emergenti del giro (ehm) dubstep londinese in virtù di traffici col giro Mala. In
realtà sono un progetto maturo che aspettiamo
al varco del full length.
(6.5/10)
Stefano Gaz
Stefano Pifferi
Old Apparatus - Compendium
(Sullen Tone, Giugno 2013)
oOoOO - Without Your Love
(Nihjgt Feelings, Luglio 2013)
Genere: dark-electro
Come suggerisce il nome stesso, Compendium è
una compilation che seleziona dai numerosi EP
rilasciati dalla misteriosa sigla made in UK Old
Apparatus. Segnalati in una delle migliori videocompilation di SA come “chicche dalla blogosfera” il trio (o almeno dovrebbe esserlo, vista la
scarsità delle info) si segnala come una delle più
varie ed interessanti proposte d’oggi, in virtù di
una personale rielaborazione delle musiche elettroniche degli ultimi anni.
Zero punti d’appoggio, arrangiamenti con varietà
estrema pur con omogeneità di fondo, musica
centrifuga in senso etimologico, priva di centri
stabili ma che dall’assenza di evidenze si muove
per sondare cupezze e oscurità atmosferiche che
si sedimentano tra gothicismi vari - l’eco di label
come Blackest Even Black o Tri-Angle è evidente
- e ipotesi di elettronica contemporanea, ritmata ed industriale, isolazionista e minacciosa. C’è
la profondità del dub a fornire una scheletrica
architettura ai pezzi, una tavolozza di colori ampia e ovviamente eterogenea - nei numerosi ep
che formano questa compila ci sono anche i tre
a nome di ognuno dei responsabili, sul modello
dei Kiss prima e dei Melvins dopo - che vira verso
Genere: witch, rnb
Sembra passata una vita da quando i primi produttori witch house iniziarono a spuntare sul web
mentre la Tri Angle aveva all’attivo una manciata
di artisti e Balam Acab come unica release fisica.
Eppure non sono trascorsi neanche tre anni.
oOoOO, producer di San Francisco allora sconosciuto, se ne uscì di lì a poco per l’etichetta di
Brooklyn con un perfect pop albore fortemente
innovativo sulle spinte ipnagogiche dell’epoca,
affermandosi come uno dei pionieri delle sonorità drag. Dopo un paio di EP, arrivati al 2013
con quella fiamma witch (in senso stretto) sempre più fioca, oOoOO ovvero Chris Dexter si trasferisce sull’isola di Bozcaada in Turchia e fonda la
Nihjgt Feelings, etichetta che debutta con questo
primo full-length.
Sotto un’ottica banalmente modaiola Without
Your Love può essere facilmente classificato
come un lavoro fuori tempo massimo. Questo
secondo la ragione - non sempre condivisibile
- per cui una manifestazione musicale culturale
dalla forte comunicatività dovrebbe necessariamente spegnersi alla stessa velocità nella quale
brucia. Le stesse produzioni witch, ferme ormai
da tempo, in chiave post- sembrano definitiva-
90
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l u g l i o
preferire: Woke Up In A Police Car, Fire Dectector,
Run For Cover, sono schegge che hanno ancora
il fascino dell’irresistibile, e lo stesso dicasi per la
chiusa crampsiana Mama Guitar. Il resto viaggia
nello standard, nel loro standard che è energetico e sexy come ogni buon rock’n’roll dovrebbe
essere, accontentando tanto i fan quanto chi ama
i figliocci ‘00 Black Keys in primis. Insomma fa
piacere riavere in pista gli Oblivians perché assolvono un bisogno di sicurezza: sai cosa ti aspetti e
non ti becchi la fregatura.
(6.8/10)
Genere: brit songwriting
Spiace un po’ considerare che, se questa recensione non contenesse i nomi Bonehead e Oasis,
probabilmente non salterebbe fuori da nessun
motore di ricerca. Non fosse “il nuovo gruppo
di...”, difficilmente qualcuno mostrerebbe altri-
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a g o st o
Parlour Flames - Parlour Flames
(Cherry Red Records, Maggio
2013)
/
Davide Nespoli
menti interesse verso una band chiamata Parlour
Flames (caminetti? Salotti in fiamme?), tanto
più che si tratta di canzoni terribilmente fuori
moda, inglesi fino al midollo, ironiche e malinconiche come potrebbero uscire dalla penna di un
Ray Davies dopo una ciucca triste, o un Robyn
Hitchcock preda di certe suburbane depressioni
morrisseyane. Che poi è esattamente il motivo
per cui ci piace questo disco; ma tant’è. Per cui ci
tocca - non l’avremmo mai pensato - ringraziare
il redivivo Paul “testa ossuta” Arthurs, fosse anche
solo per aver prestato la sua fama pregressa di
ex-compare dei Gallagher alla causa di Vinny
Peculiar (al secolo Alan Wilkes), un tizio che già
dal nome merita di entrare nel pantheon dei nostri idoli istantanei. Di fatto, Parlour Flames non è
altro che una vetrina per il suo - ehm - peculiare
songwriting: poeta, performer e cantautore da
Salford, è il misconosciuto titolare di una nutrita
discografia che lo ha visto di volta in volta affiancato da vecchi membri di Smiths, Auteurs, Aztec
Camera e Fall. Considerata la compagnia che si
è scelto stavolta (oltre all’”ossuto” chitarrista, coresponsabile di quasi tutti gli strumenti, figurano
nel disco nient’affatto celebrati sodali di Badly
Drawn Boy, I Am Kloot e Cherry Ghost), quest’album/progetto è la celebrazione e al contempo
la massima espressione della serie B del pop di
Manchester. Nel senso più nobile e romantico
del termine, s’intende: eroi non celebrati che si
sono “bruciati” i loro quindici minuti di gloria, ma
continuano a suonare e a vivere il loro sogno da
(non troppo) belli perdenti.
Vinny in questo disco canta anzitutto della sua
città (la programmatica Manchester Rain, cui
manca solo la voce di Moz), di come sia diventata
nel tempo covo di rockstar in disgrazia (viene
in mente, a scorrere i versi, la smithsiana Paint A
Vulgar Picture), tracciando ritratti spesso in soggettiva. Come nella desolata Never Heard Of You,
al cui ormai decaduto protagonista viene negato
l’ingresso in un club, o nella sbruffona I’m In The
l u g l i o
mente essersi spostate dalle forme letteramente
più “dubsteppare” di Holy Other alla nuova dark
ambient cavernosa e monolitica di marca Raime
o all’abstract trap sulla scia Girl Unit. A ribadirlo
pare proprio la stessa Tri Angle con le recenti
pubblicazioni di The Haxan Cloak e di un indeito
Evian Christ in salsa field recording, irriconoscibile dal nu-r’n’b di Kings and Them.
Se non altro questo full-length riassume tutta
l’essenza oOoOO andando persino oltre le fondamenta gettate in passato. Le due parti del disco,
pur mantenendo il mood, variano nelle modalità
compositive in maniera considerevole. Se nel lato
A primeggia un oOoOO più classico e vistosamente pop - pur sempre filtrato da quella scena
di Montreal che lui stesso ha influenzato, nonché
della ex collaboratrice Butterclock - e il singolo
Stay Here (ft. M.L.), voltando il disco si scopre una
chiave prevalentemente strumentale. Vengono
infatti rispolverati e ripuliti i bassi alla codeina
“choppati” dei Salem (The South) e le ritmiche
witch-step (Mouchette), pur sempre alla ricerca di
un’attitudine moderna che attinge dai più recenti
e oscuri trend post-witch - sopra citati - e persino
dalla sinuosità di Andy Stott (Misunderstood).
Chris Dexter, con qualche trovata degna di nota,
è capace di dare ancora emozioni, rilanciandosi
con un progetto discografico ambizioso in una
location insolita, supportato da “devoti” musicofili
locali.
(6.9/10)
Band, celebrazione tragicomico-parodistica della
r’n’r way of life. O ancora la rassegnata malinconia
della conclusiva Too Soon The Darkness (adesso è
il fan-amico che ricorda l’ex rockstar, il giorno del
suo funerale) meditabonda e solenne alla Roger
Waters; al punto che se non ci fosse lo humour
brutale, il tocco sarcastico alla Jarvis Cocker, il
pop contagioso di episodi come Sunday Afternoon e lo sfrontato ma irresistibile laddismo di Pop
Music, Football & Girls lo diresti a tratti l’equivalente discografico di un The Wrestler. Non è certo un
caso che Vinny per la sua uscita più importante si
sia affiancato a te che sei il loser più loser di tutti,
vero Bonehead?
(7/10)
/
l u g l i o
Pecore elettriche - Ogni santo
giorno (Phonarchia, Maggio
2013)
Genere: rock
È il rock venato di blues dell’America più profonda che fa da protagonista in Ogni santo giorno,
il nuovo lavoro - dopo “l’italianizzazione” del
nome - di Pecore Elettriche, in evidente omaggio a Philip K. Dick.
Le coordinate sono chiare già dall’apertura, con
quell’ Ultima notte a Londra che, tra declamazioni
alla Capovilla e dinamiche in puro stile Queens
of The Stone Age, sancisce da subito sound e
poetica della band: voce roca, testi dissacranti
che si concentrano su cliché alla portata di tutti,
tra il Natale obbligato in famiglia, il peso delle
aspettative parentali, Facebook, la precarietà sul
lavoro e la voglia di fuga. Tanti piccoli slogan che
incorniciano la vita dei giovani, di ieri e di oggi,
toccandone le debolezze pur senza riuscire davvero a varcare i confini della generalizzazione.
Il disco procede in bilico tra rock americano classico, blues polveroso alla Stones e qua e là echi
dei Malene Kuntz che furono (Strana la gioia).
Discorso a sé merita Giovani vecchi, figlia del Nick
92
Enrica Selvini
Peter Jefferies - The Last Great
Challenge In A Dull World (De
Stjil, Giugno 2013)
Genere: Lo-Fi
Peter Jefferies, ovvero: dell’essere sempre fuori
sincrono con il resto del mondo. Andò così negli
80s con il post-punk della band fondata a metà
con il fratello Graeme, The Kind of Punishment,
che dopo tre album propriamente detti tra l’84 e
l’87 vide crescere la propria fama di culto quando
si sciolse. Graeme si trasferì in UK, mentre Peter
preferì rimanere nella natia Nuova Zelanda a
insegnare musica. Non smise però mai di coltivare una propria strada musicale, un percorso
originale fatto di collaborazioni con tutti quelli
che contavano nella terra dei kiwi e una discografia che si è interrotta nel 2001 dopo sette dischi
propriamente detti.
The Last Great Challenge è il terzo della serie o
il vero e proprio debutto solista, dato che le
prove precedenti erano accreditate anche ad altri
musicisti titolari. Probabilmente è quello meglio
riuscito nella costruzione di una poetica lo-fi
avanguardistica del tutto personale. E il disco a
cui i cultori hanno guardato nel corso di questi
anni. Siamo nel 1991, la piccola gloria del passato
definitivamente alle spalle e Peter che raccoglie i
r e c e n si o n i
a g o st o
Antonio PancamoPuglia
Cave più claustrofobico e oscuro del periodo di
Prayers On Fire - The Birthday Party - ma anche
Non salutano più e Tramontana che, complici gli
arrangiamenti vicini allo psychobilly dei Cramps,
rappresentano forse gli episodi più interessanti
del disco.
Ogni santo giorno è un album che non lascia dubbi sulla preparazione tecnica dei Nostri, tra virate
blues, stoner e accenni di puro rock’n’roll, ma che
non sempre raggiunge il giusto compromesso
tra un cantato a tratti ripetitivo e la controparte
strumentale, accattivante e ricchissima di spunti.
(6.5/10)
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l u g l i o
noise che negli ultimi anni ci ha attraversato le
vene riciclandosi e trasformandosi ogni volta in
forme nuove.
Capita così che una poco più che ventenne americana ci (ri)vomiti in faccia tutto quel malessere,
quella angoscia pressante, quella repressa violenza che ci affonda fin dall’urlo che inaugura la via
crucis del dolore in Milkweed/It Hangs Heavy. Non
è questione di ciò che è la musica di Pharmakon
- lunghi droning maleodoranti, beat minimali e
scuri come una notte senza fondo, un esporsi lirico e vocale da far drizzare i peli, assimilabile per
sensazioni ad una Lunch post-industriale - quanto di come è. Densa, imputridita, fastidiosamente oscena. Ossessiva e ossessionante, lacerata,
psichicamente malata, com’è intuibile dall’immaginario evocato sin dalla scelta del nome o dalle
tematiche affrontate.
A questo proposito, così la biondina definisce la
propria ricerca: “Loss. Losing everything. RelinquiMarco Boscolo shing control. Complete psychic abandon. Blind
leaps of faith into the fire, walking out unscathed.
Crawling out of the pit”. Forse ci stai riuscendo
Pharmakon - Abandon (Sacred
bene, Margaret. O forse ci stai trascinando tutti
Bones, Giugno 2013)
dentro quel baratro da cui in fondo non vogliaGenere: noise
mo uscire.
Se a 22 anni pubblichi un disco del genere con
una copertina del genere, hai dei grossi problemi. (7/10)
Ma tra quei grossi problemi non c’è sicuramente
Stefano Pifferi
l’incapacità di sintetizzare in musica i tuoi problemi, dato che Abandon - beh, solare anche il titolo, Pinch/Adrian Sherwood - Bring
non c’è che dire - è la perfetta rappresentazione
Me Weed (On-U Sound, Giugno
musicale dei problemi di Margaret Chardiet.
2013)
Ironie becere a parte, con Pharmakon, al debutto Genere: dub
su una sempre più eterogenea Sacred Bones, ci si Nemmeno il tempo di dire che il secondo album
ritrova a parlare di musica in termini di disgusto
di The Orb & Lee “Scratch” Perry è qualcosa di più
e disagio, come si faceva un tempo in cui hipste- di un vuotare i cassetti delle fortunate session del
rie varie e poserismi da quattro soldi non erano
primo lavoro The Orbserver in the Star House
di moda e quando si trafficava col rumore o col
che ci troviamo di nuovo in famiglia con il primo
nichilismo su pentagramma, lo si faceva in malavoro collaborativo tra Adrian Sherwood (inutile
niera seria. Parliamo dei tempi dei primi Swans
ricordarlo: l’uomo che ha fatto della contiaminanero pece, dell’harsh industrial primigenio, del
zione dub la propria vita, oltre che il fondamento
fastidio a-musicale dei Throbbing Gristle, del
di tanta Uk Bass) e Pinch (Tectonic label manager,
propri umori musicali in quattordici episodi eterogenei. Si va da un a-cappella cantato di fronte
allo specchio mentre è intento in altre faccende
(Domestica) a punkettoni senza sostegno ritmico
che ricordano i Big Audio Dynamite (Chain of
Reaction), pur trovando spazio anche per urgenze strumentali al pianoforte (Likewise), esperimenti tra ballad e ambiente à la Brian Eno (The
House of Wearingness, While I’ve Been Waiting),
slacker rock appena meno avariato (la titletrack)
e folk apocalittico che ricorda tanto il passato
scuro della band in condivisione col fratello,
quanto esperienze come Death In June (On an
Unknonw Beach). Su tutto una voce più declamata che cantata, che qualcuno paragona a quella
di John Cale.
Materiale registrato in autonomia su un quattro
piste domestico, che questa ristampa rimette
giustamente in circolazione. Culto vero.
(7.5/10)
Edoardo Bridda
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a g o st o
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l u g l i o
Riva Starr - Hand In Hand (Self
records, Giugno 2013)
Genere: House
Riva Starr al secondo full-length. Dal 2010 di un If
Life Gives You Lemons, Make Lemonade che aveva
sbancato su molte classifiche house internazionali, Stefano Miele è cresciuto, grazie anche a
collaborazioni con Fatboy Slim e Beardyman,
remix per Gossip, Marina and the Diamonds,
Manu Chao, Dennis Ferrer, Major Lazer, Azari &
III, puntatine su mondi esotici e apprezzamenti
da guru del calibro di Gilles Peterson. Il DJ e produttore napoletano si svicola quasi del tutto dal
verbo house e punta su un orizzonte più personale, staccandosi per un lungo e prolifico istante
dal dancefloor, coltivando un savoir faire che riassume i migliori prodotti della scuola britannica in
fregola big beat, pur conservando nella composizione un deciso marchio di fabbrica “starresco”:
melodie cantabili, produzione che punta sulle
frequenze medio basse per riscaldare l’ambiente
e ritmi in uptempo per movimentare il gioco.
Grazie alla collaborazione con Russell Searle,
voce della band ormai estinta di Wakefield The
Research, Riva costruisce un orizzonte di visioni
blues in slow motion à la Santana (Columbine
Sept Heures), lounge visionaria (Detox Blues),
rock vintage Sixties (Am I Not Alone), tango-cumsaudade (la comparsata di Carmen Consoli in No
Man’s Land), swing desertici (sorprende l’interpretazione di Vinicio Capossela in Si è spento il
sole), un reggaettino ballabile pop (Bob Andy in
The Care Song) e la chiusa pseudoreggaeton con
Roots Manuva (We Got This Ting).
L’accostamento alla decompressione ricorda i primi esperimenti dub dei Massive Attack (DubLife
non a caso con il featuring di Horace Andy), ma
si sposta anche sulla nuova scuola urban della
Ninja (ottima Speech Debelle in Ghosts); per
finire e movimentare il discorso resta sempre la
carica uptempo balcanica à la Nôze del debutto
(la titletrack).
r e c e n si o n i
prime mover dubstep, promulgatore di reggae
e dancehall fin dall’esordio sulla lunga distanza, Underwater Dancehall, e figlio artistico di
Bristol tanto quanto l’uomo dietro alla mitoligica
On-U Sound).
I due, conosciutisi dal vivo al Fabric, hanno prima
iniziato a mettere le mani sul mixorama (vedi il
Resistance Mix del luglio 2012, con la versione
Pinch Sherwood - feat. Andy Fairley - della Swish
del primo, oppure Run Them Away di Bim Sherman rivista dalla coppia) e poi sono passati alle
produzioni. Adrian ha chiesto l’aiuto di Rob per
la sua Effective (che, ricontestualizzata dubstep,
cambia nome in In Full Effect) e la traccia è rientrata in un re-work EP di Survival & Resistance
chiamato Recovery Time. La soddisfazione reciproca per quel lavoro ha infine portato a questo
Bring Me Weed, un 12’’ che strategicamente esce
giusto quattro giorni prima dell’esibizione dal
vivo al Sonar di Barcellona (la prima in assoluto
dei due risale a non più di due mesi fa al SonarSound Tokyo e, a testimonianza, ci sono già i tubi
che dicono molto di più delle parole).
Bring Me Weed riavvolge il nastro delle produzioni
Pinch all’altezza di una classic dubstep non calligrafica ma comunque riconoscibilissima (materia
già perfettamente collaudata nei levare smaltati
d’effettistica techno dub). Su questa base, Adrian
mette tutto il classico On-U Sound più una certa
dose di humour che viene poi sottratta nel Weed
Psychosis Mix, una versione essenziale, tribale e
scura dell’originale dove tornano i passi lugubri
delle produzioni bristoliane del 2006, ma anche
della cinematica sherwoodiana in sintonia con
Survival & Resistance. Completa il 12’’ il radio edit
della traccia omonima, la più patersoniana del
lotto. Aspettiamo il long playing.
(7/10)
L’approccio di Mele è simile a quello che aveva
usato Moby nel 1999 in Play: prendere gli stereotipi musicali di stili black e riarrangiarli con altre
finalità. Qui la blackness viene mutuata con la
chill, il feeling urban/blues e la produzione UK. Il
giochino sembra semplice, ma pochi riescono a
convincere. Riva Starr ce la fa, anche se alle volte
strizza un po’ troppo l’occhiolino all’immediatezza e al pop. Commerciale sì, ma con stile.
(7/10)
Marco Braggion
Fabrizio Zampighi
Genere: Pop, elettronica
In patria pare che la chiamino semplicemente
“la regina norvegese dell’electro-pop”. La stampa
internazionale, specialmente quella più attenta
alle voci femminili che vengono dal nord, l’ha
già definita “sirena” in occasione del primo disco,
Crux, pubblicato nel 2011. All’iconografia scandivana appartengono sicuramente le immagini
promozionali e la copertina di questo secondo
disco, pubblicato originariamente nel settembre
del 2012 e ora supportato da un intenso tour internazionale. Sandra Kolstad ricorda vagamente
la Annie Lennox degli 80s, con quel capello corto
(seppur biondo) e la figura algida. E i riferimenti
a quella decade e al sound degli Eurythmics non
sono così fuori luogo ,visto che la matrice principale di questo materiale sonoro è electro-pop
aggiornato agli anni Dieci del nuovo millennio.
Ovviamente, scrivendo di Nord Europa, non pos-
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a g o st o
Sandra Kolstad - (Nothing Lasts)
Forever (, Settembre 2012)
/
Genere: avant-pop-dreamy
Potremmo sintetizzare in maniera brusca definendo Rebecca Foon - ovvero chi si nasconde
dietro la sigla Saltland - la Sigur Rós del violoncello. Paragone surreale eppure calzante, ad
ascoltare le texture dreamy, ambient e persino
psichedeliche alla base di un disco d’esordio
comunque in linea - per lo meno in termini di
immaginario - con l’approccio dilatato di quei
Thee Silver Mt. Zion in cui la Foon suona. Per
capirci, mentre una collega di strumento come
Julia Kent lavora in totale autarchia e pubblica
un Character minimalista e sperimentale, la Foon
opta per un’opera corale, estremamente stratificata, che riesce ad essere anche un disco di
canzoni, testi e linee vocali comprese.
Quel che è certo è che la corte di personaggi di
cui Rebecca si è circondata al momento di incidere ha avuto un notevole peso specifico nell’ottica
del suono del disco, e non si può ridurre a mera
comparsa: in primis il Jamie Thompson (Unicorns, Esmerine) chiamato al programming, alle
percussioni e al signal processing e poi il sax di
Colin Stetson in Golden Alley e I Thought It Was
Us, il basso di Mishka Stein, le chitarre di Laurel
Sprengelmeyer, il violino di Sara Neufeld e Alex
Chow e l’apporto di Mark Lawson (già al lavoro
l u g l i o
r e c e n si o n i
Saltland - I Thought It Was Us But
It Was All Of Us (Constellation
Records, Maggio 2013)
con Arcade Fire) in fase di registrazione e di missaggio. Impossibile citare tutto l’armamentario
messo in campo: tra kalimba, tromba, glockenspiel, arpa, dulcimer, tastiera, batteria, è tutto un
ubriacarsi di sfumature e di livelli capaci di creare
un magnetismo sonoro da manuale.
Se l’eredità del gruppo madre Thee Silver Mt.
Zion la si coglie soprattutto nel crescendo esplosivo di I Thought It Was Us, il carattere suggestivo
ed estremamente free form del suono spunta
da ogni angolo: dal droning di archi alla base di
Unholy al deserto di sale di But It Was All Of Us e
al folk sciamanico di Colour The Night Sky. Con il
violoncello che, nonostante la generale ricchezza di dettagli musicali, mantiene il timone della
parte ritmica dando vita a un disco sospeso e
immaginifico, sognante e indeterminato, in puro
stile Constellation.
(7.1/10)
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Marco Boscolo
Sigur Rós - Kveikur (XL, Giugno
2013)
Genere: alt-rock
Chi ha avuto la costanza di seguire quello che si
scrive dei Sigur Ròs su queste pagine da quasi quindici anni a questa parte saprà quanto li
abbiamo apprezzati e perché. Volendo riassumere nel minor numero di parole possibile, la
loro apparizione ci sembrò la possibilità che
nel rock potesse ancora albergare una bellezza
misteriosa. Romantici, fiabeschi, onirici, potenti,
impetuosi, eterei, cinematici: potevi ricondurre la
loro cifra espressiva alla dream-wave, al noise o
più comodamente al post-rock, però restava un
irriducibile elemento di auto-referenzialità, ed era
proprio questo il cuore della loro proposta.
Non ce li vedevi ad interagire col circo del
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rock’n’roll, non te li immaginavi - per dire - ad interpretare una cover. Potevano benissimo essere
spuntati da una grotta di chissà quale ghiacciaio,
ignorando chi fossero Dead Can Dance, My Bloody Valentine o Godspeedyou! Black Emperor,
forti del loro hopelandic e delle loro litanie languide e selvagge. Una prodigiosa ucronìa sonora,
di quelle che quando capitano senti che la tua
fissazione rock è del tutto giustificata. Tuttavia,
come era prevedibile, il successo - mai becero ma
in costante espansione - ha finito per cambiarli,
contagiandoli di normalità e rendendoli un po’
icona di se stessi. Ahiloro, ahinoi, film già visto un
milione di volte.
Pochi mesi fa l’uscita dal gruppo di Kjartan
Sveinsson, tastierista e principale responsabile
degli arrangiamenti orchestrali, ci è stata raccontata come un avvenimento morbidissimo,
fisiologico. Ma ascoltando questo settimo album
Kveikur - appena un anno dopo l’ambient interlocutorio di Valtari - qualche retropensiero sorge
spontaneo, visto come determini una svolta decisa per il sound della band (che, particolare non
da poco, si è autoprodotta). Distorsioni sintetiche, chitarre, percussività arrembante. Suggestioni industrial e tribalismo urbano, ammiccamenti
post-wave ed emotività tumultuosa. Ingredienti
che tutto sommato ben si combinano col retaggio espressivo, atmosferico e iconografico dei
Sigur passati, producendo un mainstream alternativo (scusate l’ossimoro) di sicura efficacia.
Notevole la verve e buona l’ispirazione per canzoni più concise del solito (solo la opening Brennisteinn - bradipa e robotica come gli Smashing
Pumpkins di Adore al ralenti - si avvicina agli otto
minuti, il resto viaggia sulla media dei cinque),
tra le quali spiccano il danzereccio ammaliante di
Ísjaki, la quiete amniotica (piano e archi) di Var, la
suadente post-folktronica di Yfirborð e il tumulto
da Coldplay surgelati di Stormur. Va meno bene
con Bláþráður, dove la ricetta (ballata apprensiva
+ tavolozza di effetti artico/androidi + tumulto
r e c e n si o n i
sono mancare i riferimenti anche a Björk: ma, più
che citazioni, si tratta di alcuni modi di articolare
la voce e costruire le linee melodiche che dopo
l’arrivo sulla scena dell’artista islandese sono diventate diffusissime. Manca invece tutto il riferimento arty, mentre di spinge di più su synth che
si tingono di blues e soul, ovviamente sbiancato
e cybernetico, ma pur sempre tinta dell’anima.
Rispetto a proposte scandinave come The Concretes, che si rifacevano con piglio nostalgico alla
stagione europop figlia degli Abba, la giovane
norvegese sembra avere studiato anche la lezione moderna - The Knives su tutti - e alla monotonia della cassa in 4/4 preferisce ritmi spezzati,
non disdegnando anche collaborazioni con l’hip
hop artist norvegese Son of Light.
Potrebbe essere una Madonna moderna o, per
certi versi, una M.I.A. senza il meticciato bangla
(ma la street culture non le sembra così congeniale). Per il momento è (già) un’artista capace
di pop da club da tenere in considerazione. Cosa
diventerà da grande è ancora presto per dirlo.
(6.5/10)
percussivo) mostra la corda dell’artificio, mentre
la title track un po’ ti irrita e un po’ ti avvince coi
suoi goticismi cibernetici da Depeche Mode in
avaria.
Insomma, cosa dire: seppellito il film che ci eravamo fatti del quartetto islandese, resta da fare
i conti con questo accattivante trio alt-pop-rock
solo un po’ più esotico della norma. Un tempo ti
chiedevi da dove sbucavano, oggi al massimo ti
domandi da dove esca quel certo suono (neanche troppo spesso, a dire il vero). E gli spot inesorabili attendono di farsene impollinare.
(6.3/10)
Stefano Solventi
Smith Westerns - Soft Will (Mom
And Pop, Giugno 2013)
Genere: classic pop-rock
Crescere, maturare e trovare la propria strada.
Dopo l’omonimo esordio, zoppicante e ancora
decisamente immaturo (erano praticamente dei
teenager), gli Smith Westerns sono riusciti a
superare in agilità il classico ostacolo del secondo
album post-hype con l’interessante Dye It Blonde, addirittura nominato Best New Music da un
Pitchfork particolarmente in buona.
Specialità della casa, un gusto retromaniaco
radicato negli anni ‘70 colmo di sfumature: dallo
scanzonato glamorama garage (già alla base di
certo indie rock americano anni zero) agli inni
britpop, passando per le dirette melodie di stampo power pop.
Non fatevi fuorviare dal terzo cambio di label
(dalla Fat Possum alla Mom+Pop) nel giro di tre
album: sebbene l’intero concept artistico del
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r e c e n si o n i
Filippo Papetti
/
Genere: freak hop pop
Gli Smania Uagliuns sono la risposta concreta
a un improbabile quanto non richiesto quesito:
può esistere oggi un filo conduttore che collega
la Basilicata a Detroit (o a Chicago, Atlanta, o che
altro)? Un trio che è una delle incarnazioni più
freak della storia del rap in Italia, con un suono unico, mutuato da innumerevoli influenze
ma forgiato da un’ispirazione autentica e da un
provincialismo - nel senso più nobile e antiglobalizzante del termine - che ha portato i tre a un
notevole livello di originalità e stile, nelle musiche come nelle liriche. Giusto per suggerire una
direzione, siamo dalle parti dei Sa-Ra o degli
Outkast più colorati.
Già i nomi possono suggerirvi qualcosa: Enzo
“The Agronomist”, Gennaro “Pastor Flava” e
Gianni “The Old Dirty Trumpet”. Un mix alieno di
hip hop psichedelico, cultura rurale e armonie
pastose. Una roba tipo la colonna sonora di una
partita a carte tra George Clinton e il loro nonno.
Troglodigital è il loro secondo disco, a quattro
anni dal bellissimo Rural Chic Revolution, che li ha
fatti conoscere in giro e ha ottenuto un buon successo di pubblico e critica (hanno vinto l’Arezzo
l u g l i o
Smania Uagliuns - Troglodigital
(Reddarmy, Giugno 2013)
Wave nel 2009). A differenza del primo, questo
è un album più concentrato sulle canzoni, caratterizzate da strutture meno hip hop, con grande
attenzione sugli incisi e sui ritornelli.
Un pregio e un difetto. Parto dall’ultimo: troppa
carne al fuoco. I brani talvolta appaiono complicati e poco fluidi; The Agronomist ha un grande
talento produttivo, ed è anche un ottimo musicista e conoscitore della musica, ma il salto di
qualità vero può e deve farlo lavorando in sottrazione. Il pregio è che oggi in molti sanno suonare
bene, in molti sanno rappare bene, e in molti
sanno produrre anche buoni beats. Pochissimi
però hanno un linguaggio personale. Gli Smania
Uagliuns ce l’hanno. Ed è storto, rozzo, saporito
e originale. Nel rap hanno fatto passi da gigante
e nei cantati non li batte nessuno. Speriamo che
in molti seguano la loro via. Ce ne vorrebbero a
dozzine, di Smania Uagliuns.
(7/10)
Riccardo Zagaglia
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l u g l i o
Splashh - Comfort (Kanine,
Luglio 2013)
Genere: psy garage rock
Quando nasce un gruppo di quattro elementi
provenienti da tre nazioni diverse ci sono alte
probabilità che il risultato finale sia perlomeno
curioso. Prendete gli Splashh: Sasha Carlson
(voce e chitarra, ex Colours e The Coshercot Honeys/Brain Slaves) e Jacob Moore (batteria, ex
The Checks) vengono dalla Nuova Zelanda, Toto
Vivian (chitarra e synth) dall’Australia e Thomas
Beale (basso) dall’Inghilterra, anche se la loro
base operativa è poi la solita Londra, tanto che le
menzioni del caso arrivano da NME
A proposito di UK, segnaliamo doverosamente
una pessima reinterpretazione di I Get Along dei
Libertines per il decennale di Up The Bracket
e la partecipazione al Field Day e al Liverpool
Sound City, come dire, i ragazzi si stanno facendo
le ossa e quel che abbiamo in quest’album è un
garage sound che dal vivo non dispiace. Comfort
come confortevole dunque, senza complicazioni
né grosse pretese, anche se molte di queste melodie armoniose e ripetitive, le chitarre distorte e
riverberate, i giri basso tipici dell’era grunge e la
voce effettata, da qualche parte colpiscono e non
siamo qui certo a calar la mannaia.
Venendo al disco, Headspins, già dalle primissime
battute, sembra un pezzo random della discografia dei Pixies (diciamo Debaser, diciamo Monkey
Gone To Heaven); segue l’ottimo singolo pre-release di Comfort, All I Wanna Do, à la Jesus And
Mary Chain in acido. Con Vacation le chitarre si
fanno surf mentre So Young - uno dei momenti
migliori del disco - concede spazio a un riff affabile, chitarra elegante e batteria pulsante tutta
da ballare a testa bassa (immaginate il miglior
Wavves). L’altra ispirazione dichiarata - quella dei
New Order - trova conferma nella linea di basso
e nelle situazioni eteree della discreta Lemonade.
Fresco e derivativo come la stragrande maggioranza delle uscite di questi anni, Comfort è il
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terzo album Soft Will sembri affermare il contrario, siamo di fronte ad una band tutt’altro che alla
frutta. Arrivato esausto alla fine del lungo tour
post Dye It Blonde, il gruppo di Chicago guidato
dai fratelli Omori si è preso un periodo di relax
per tornare in studio fresco, riposato e con l’intenzione di completare un necessario processo di
maturazione.
Così è stato: gli Smith Westerns oggi non sono
più una band di ragazzini con la chitarra in mano
e con poche idee in testa, ma credibili compositori di ariose pop-rock songs. Con un Chris Coady
(Beach House, Wavves...) ancora una volta in
cabina di regia, Soft Will suona come un disco di
esperti musicisti middle-aged amanti dell’equilibrio e con una repulsione per gli eccessi. Un songwriting all’apparenza semplice che sicuramente
fatica ad impressionare un orecchio alla ricerca
del nuovo o di un immediato coinvolgimento,
ma che in realtà riesce a giocare egregiamente le
proprie carte nell’arrangiamento, nei giochi a due
tra tastiere e chitarra e nelle armonie corali.
C’è qualcosa dei compianti Girls di Father, Son,
Holy Ghost nella capacità di suonare classici tra
malinconiche ballad per crooner (Cheer Up e la
sognante White Oath) e nello strumming acustico
virato psy della pinkfloydiana e strumentale XXII,
così come è possibile trovare anche richiami ai
Beatles del secondo periodo e al tocco di Spector nel progressivo spostamento verso coordinate temporali vicine ai Sixties. Forse privo della
vitalità sbarazzina dei primi tempi e di standout
track in grado di far svoltare una carriera (anche
se il livello medio è piuttosto elevato), Soft Will è
comunque il loro lavoro più coeso e dalla direzione meglio definita.
Gli Smith Westerns hanno smesso di voler essere cool a tutti i costi e, a conti fatti, ci abbiamo
guadagnato un po’ tutti.
(7/10)
tipico esordio di belle speranze dove non mancano gli episodi troppo indulgenti (Lost Your Cool)
e le canzoni senza la giusta convinzione (Strange
Fruit). Chi vivrà, e sopravviverà, vedrà.
(6.9/10)
Alessandro Rabitti
The Drones - I See Seaweed (MGM
Records, Maggio 2013)
Genere: hard blues
Havilah è stato un punto di non ritorno per
Gareth Liddiard. Su quell’album, l’australiano non
si limitava ad affondare le braccia fino ai polsi nei
recessi waitsiani e nella polpa macilenta del Nick
Cave più luciferino. C’era un’epicità trasfigurata
di chi risorge dopo aver toccato il fondo, di chi ha
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Alessandro Liccardo
/
Genere: indie, alt-rock
Non sono ancora riusciti a sfondare sul serio, i
Boxer Rebellion, nonostante l’impegno profuso
e l’inserimento di alcune loro canzoni in colonne
sonore di film e serie TV (da One Tree Hill a Grey’s
Anatomy). Incidono per una piccola etichetta ma
hanno grandi ambizioni, e lo si percepisce dalla
produzione opulenta del quarto album Promises,
che giunge a due anni di distanza da The Cold
Still e dopo una raccolta in due volumi di lati B
e rarità; come nel precedente lavoro, anche qui
si alternano momenti di elettricità (con un uso
più deciso di tastiere e ritmiche ballabili rispetto
al passato) ad altri contraddistinti da un mood
cinereo, e sul vassoio abbiamo un frullato di alternative rock che suona adulto senza essere bolso e
pulsioni più genuinamente indie, in un disco che
cerca (e spesso riesce) a dare un colpo al cerchio
e uno alla botte shakerando i Keane e i National,
gli ultimi U2 e gli Snow Patrol.
Promises è la naturale conseguenza di quanto
abbiamo ascoltato e apprezzato in The Cold
Still. La barra non è stata spostata troppo, e con
ordine e dovizia di particolari si ritrovano tutti i
punti di forza della proposta della band di Nathan Nicholson: Diamonds, il singolo di traino,
è una Step Out Of The Car più eterea e spaziosa,
ricca come al solito di riverberi, sostenuta da una
batteria robusta e impreziosita da una sei-corde
fluttuante che opera in perfetta armonia con pad
tastieristici efficaci e ariosi, mentre Fragile ci invita
a ballare con le lacrime agli occhi, come se fosse
l’ultimo giorno del mondo. Si parte con synth
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The Boxer Rebellion - Promises
(Absentee, Maggio 2013)
rubati ai Depeche Mode di My Secret Garden,
poi avvertiamo Nathan che canta in un angolo,
quasi chiuso in gabbia, mentre lo spazio attorno
si colma man mano che la canzone va avanti fino
a raggiungere un climax tanto urgente quanto liberatorio - e questo avviene in molti nuovi brani,
come New York (con tribalismi à-la-Bastille che
entrano a sorpresa a stemperare la malinconia).
Bono e The Edge restano nel pantheon dei Boxer
Rebellion, e la cosa è particolarmente evidente in
Take Me Back (un tentativo riuscito di riscrivere la
loro Magnificent meglio degli U2 stessi), e resistono anche i feticci coldplayani in brani come Low,
You Belong To Me e Keep Moving.
Non c’è un suono fuori posto, eppure quelli che
in un primo momento sembrano punti di forza si
dimostrano grandi limiti: qual è lo stile dei Boxer
Rebellion? “Che musica fanno?”. Ancora non si è
in grado di dare una risposta precisa senza tirare
in ballo i padri più o meno nobili, e dieci anni
dopo l’esordio inizia ad essere un problema non
da poco. Spesso la folla di strumenti e di effetti
speciali nasconde carenze compositive di pezzi
che, spogliati, mostrano ritornelli deboli e testi
sui generis. Promises è un disco di cui ci si può
innamorare facilmente al primo ascolto, ma che
può già stancare al terzo: il rischio di tramutarsi in
una versione giusto un po’ più interessante degli
Young The Giant è dietro l’angolo e le promesse,
alla fine, sono state mantenute solo in parte.
(6.4/10)
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Diego Ballani
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Thundercat - Apocalypse
(Brainfeeder, Luglio 2013)
Genere: funk / space
Stephen Bruner cresce come artista a sé, lasciandosi alle spalle un debutto che non avevamo
potuto non bastonare per la semplice ritagliorama di produzioni funk’n’fusion che era, una
cosa senza pepe, senza guizzi, addirittura senza
neppure sfoggio di expertise. La base è la stessa,
(electro)funk-soul ‘80, l’area di riferimento ovviamente pure (siamo sullo stesso scaffale di FlyLo,
Badu, Sa-Ra ecc.), ma qui c’è molta meno tentazione jazz sbandierata e tanta più cantabilità pop,
meno brandelli di - wannabe - prog black e 2.0 e
più linearità espositiva. Meno esercizi produttivi
buttati un po’ lì e tante più canzoni costruite con
criterio insomma.
E finalmente, se anche gli strumentali (The Life
Acquatic, Seven) e le jam (Lotus and the Jondy,
ottima) sono più stringati, più compiuti (esemplare Tron Song, coi suoi saliscendi baduani e la
ritmica wonky lotusiana) e soprattutto più funzionali alla scaletta. E se ci sono tanti ottimi pezzi
che non sono altro che l’ennesimo esempio di
come la generazione di artisti black nati a cavallo
tra anni Settanta e Ottanta abbia assimilato e
fatto propria la musica che sentiva in culla o in
tinello, Prince come sempre sopra tutti.
Doverosa la dedica allo scomparso Austin Peralta (A Message for Austin / Praise the Lord / Enter the
Void), con quel taglio tutto americano dei tributi
(vedere, per esempio, quello che aveva confezionato Georgia Anne Muldrow per Michael
Jackson), tra sincerità e paillettes, commozione e
kitsch.
(6.9/10)
Gabriele Marino
Tom Odell - Long Way Down
(Columbia Records, Giugno 2013)
Genere: piano-pop
A livello mainstream, l’Inghilterra cantautora-
r e c e n si o n i
visto l’inferno e torna a parlarne con fare messianico. La band costruiva il suo heavy blues brullo,
in cui si intravedevano oasi di pura beatitudine.
Da altezze così elevate si poteva solo cadere. I
See Seaweed ha il pregio di attutire la caduta.
Spinge la formula Drones alle estreme conseguenze, perdendo di vista il fragile equilibrio fra
grazia e angoscia del precedente lavoro. I brani
lunghi, molto lunghi, esaltano la vena narrativa
del leader a discapito della musicalità. A far funzionare il tutto è la personalità di Liddiard, uno
che sembra vivere ogni parola che canta - lo senti
nella voce che si rompe per la disperazione, in
quei lamenti che lasciano la gola secca.
Miracolosamente, la magia arriva quasi sempre.
Magari quando il suono della chitarra sommerge
la voce affranta e la consola con un assolo distorto, ai limiti del caos (They’ll Kill You). Oppure
quando la band inscena il teatrino claudicante di
The Grey Leader, la cui lugubre litania finisce per
liquefarsi in un bollente finale rumorista. Mancano gli squarci di luce, una Oh My che stemperi
l’atmosfera e che allenti la morsa allo stomaco.
Nel finale la band colpisce ancora più duro. Prima
con Laika, la cui struttura “progressiva” e le cui
aperture di archi le conferiscono le fattezze di
un musical grottesco. Poi con i nove minuti della
conclusiva Why Write A Letter That You’ll Never
Send, un ottovolante emotivo in cui Liddiard
descrive l’inferno sulla terra con tono millenaristico, fino a giungere all’amara constatazione
che “we’re animals who can’t help doing what all
animals do”.
Si arriva in fondo con l’affanno, ma poco importa:
i Drones di I See Seaweed sono una delle realtà
australiane più estreme e coraggiose. Seguirli anche nei recessi più tenebrosi del loro songwriting
resta un gesto di fede nel rock e nella sua capacità ineguagliabile di descrivere l’apocalisse.
(7/10)
r e c e n si o n i
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Riccardo Zagaglia
/
passaggi piano e voce (Long Way Down, I Think It’s
Going to Rain Today) quanto nei brani più dinamici (in zona Starsailor), vicini ad un certo modo di
intendere il pop inglese fermo al post-Parachutes. Si allontanano leggermente dai binari balladry gli accenti Veilsiani di Till I Lost e Supposed To
Be: strofa sulla falsariga di Lay, Lady, Lay e chorus
vagamente riecheggiante Bowie.
L’estro non manca - pur non avvicinandosi al
colpo di genio del primo Ben Folds - e dalla sua,
oltre all’età, Odell può sicuramente vantare doti
canore interessanti - in Sense scatta il confronto,
blasfemo, con Jeff Buckley - ma il risultato complessivo di Long Way Down è fin troppo stantio
e pulito ( il “My skin is rough but it can be cleansed”
di Can’t Pretend suona quasi come un manifesto).
Talmente innocuo da non lasciare traccia.
In quanto cantautore nessuno si aspetta da lui
chissà quali innovazioni (proprio dieci anni fa
usciva un elogio alla semplicità come O di Damien Rice), ma almeno qualcosa di più di una
manciata di canzoni che “se mi capitano durante
uno zapping radiofonico non cambio necessariamente stazione”.
(5.5/10)
l u g l i o
le ormai da anni riesce a sopravvivere grazie a
nomi, a parte rare eccezioni, perennemente in
bilico (chi più e chi meno) tra vero talento per il
songwriting pop e sonorità sfacciatamente da
classifica: dagli anni Zero targati James Blunt,
James Morrison e Paolo Nutini agli anni Dieci di Ben Howard e Ed Sheeran (quest’ultimo
esploso anche negli USA) abbiamo assistito ad
un continuo ricambio di facce pulite - ma sempre
con qualche sassolino nella scarpa - in grado di
mettere d’accordo madri e figlie.
Nel 2013, se tutto va come previsto, dovrebbe
essere il turno di Tom Odell. Classe 1990, nato
nel West Sussex e fin da piccolo appassionato
di pianoforte, Odell ha visto aumentare le proprie quotazioni mediatiche mese dopo mese:
dall’inclusione nella lista BBC Sound of 2013 fino
alla vittoria ai Brit Awards nella categoria “Critics’
Choice” (negli ultimi anni ci sono passat Adele,
Florence & The Machine, Emeli Sandè, Jessie J...
ovvero i principali nuovi bestseller del made in
UK).
I due singoli radio-friendly - Hold Me e Another
Love, contenuti nell’EP Songs From Another
Love - sono bastati per trasformare il biondo
piano man nell’ennesima nuova promessa del
pop inglese - nonostante risultati per il momento
migliori in territori mitteleuropei - e per creare attorno all’album di debutto quella classica
attesa (spesso arma a doppio taglio) destinata
agli esordi da grandi numeri. Long Way Down,
pubblicato via Columbia e posticipato per una
release il più possibile internazionale, è un dieci
tracce che viaggia in acque sicure dalla prima
all’ultima nota. Colonna sonora ideale per le ultime inquadrature in slow motion - artificialmente
commoventi - di qualche teen drama, la musica di
Tom Odell è alla perenne ricerca dell’emozione.
Odell - che tra un mesetto aprirà per i Rolling
Stones ad Hyde Park - sembra onesto nella sua
fragilità dai tratti romantici, ma rischia spesso di
eccedere nell’ostentare intensità: lo fa tanto nei
UK Decay - New Hope For The Dead
(Rainbow City, Maggio 2013)
Genere: art punk
Non mi fingerò l’esperto di UK Decay che non
sono. Per anni le mie compilation punk / postpunk prevedevano l’inclusione del loro singolo
For My Country, ma a parte quello e qualche
ascolto distratto di For Madmen Only, il combo
di Luton è stato per me una landa largamente
inesplorata.
Secondo album in assoluto, primo dopo trentadue anni. Vengono in mente i Mission Of Burma,
capaci di rinvigorire una carriera estinta da decenni, grazie a un mix di intelligenza e tempismo.
Sì, perché nel frattempo il mondo ha compiuto
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travviene a una delle regole d’oro del rock. Può
un gruppo realizzare l’album più affascinante e
focalizzato ad oltre trent’anni dall’esordio? Gli UK
Decay sono pronti a scommettere di sì.
(7.1/10)
Diego Ballani
Vår - No One Dances Quite Like My
Brother (Sacred Bones, Maggio
2013)
Genere: synth wave
A formare i Vår sono quattro ragazzi schizzati fuori
dalla fucina dark danese: c’è Elias Bender Rønnenfelt degli Iceage (ed ecco spiegato un certo hype
intorno al combo), poi Loke Rahbek dei Sexdrome,
Kristian Emdal dei Lower e un Lukas Højland che
pare ancora non poter sfoggiare alcuna coolness
da underground semisconosciuto. Pazienza, si
farà. Tornando a No One Dances Quite Like My
Brothers, è bene dire che non propone chissà
quali novità, infilandosi dritto dritto in quel filone - chiamatelo come volete - dark-synth-coldminimal wave di ispirazione ‘80s, a cui etichette
newyorchesi come Sacred Bones e Wierd records
stanno dando nuovo lustro. E in questo contesto
la marcia in più dei Vår sta in una certa varietà e
freschezza della proposta. Da una parte si tira a
lucido il nero classico: la wave in 4/4 di The World
fell, l’industrial dei Coil che torna senza neanche
tanto trucco (Hair like Feathers) e obbligatoriamente desolazioni d’amore curtisiano (gli echi lontani
di Katla). Il resto viaggia nei colori lascivi del synth
pop (Begin to Remember), nei meticci neofolk nati
con la complicità di Sean Rogan in fase di produzione (Into distance che incrocia i Bauhaus con
le cavalcate western Cult of Youth) per finire con
l’ambient industrial della title track e Boy, episodi
di facile digestione ma comunque capaci di creare
un certo effetto sorpresa.
Dunque un bel debutto per i Vår, debutto che
trova anche la giusta tensione emotiva con
un romanticismo algido e appassionato, in cui
r e c e n si o n i
parecchi giri, ha generato gruppi come gli Art
Brut, che al furore declamatorio di Steve Abbot
devono tutto o quasi; infine si è riassestato sulle
coordinate che avevano favorito la nascita di
band come i Decays.
Così, nel 2008, il gruppo si è riunito (per la seconda volta) e dopo un tour tutto sommato soddisfacente si è sentito pronto a ritornare in studio. Il
risultato è un album moderno, spietato e urgente
come se fosse suonato da ventenni cresciuti
ascoltando Wire, PIL... e UK Decay, va da sé. Sono
sicuro che per molti la cosa puzzerà di stantio,
ma fidatevi, non è così. Le ragioni sono tante. Su
tutte, una congiuntura politica e sociale che non
è certo delle più felici e che da sola è in grado di
giustificare i toni apocalittici tanto cari alla band.
Le parole d’ordine sono le solite: l’ipocrisia della
religione, il vizietto imperialista degli USA, l’ingiustizia sociale diffusa. Tutti temi trattati con un’arguzia e una virulenza polemica che non teme
di suscitare rancori (vedi gli attacchi caustici di
Heavy Metal Jews). A livello squisitamente musicale poi, colpisce la carica esplosiva e la ferocia
controllata di brani come Shake ‘em Up, un’opener Punk con la “P” maiuscola che ci predispone
subito ottimamente nei confronti del disco. I suoni sono puliti e potenti, ma hanno bordi taglienti
e un cinismo che non si trova nelle nuove produzioni. Merito di una band che con la maturità ha
ispessito il proprio carattere e che accanto a pezzi
in linea con la sua migliore produzione (il talking
sarcastico di Next Generation????, il drumming tribale di Revolutionary Love Song), può permettersi
coraggiose variazioni sul tema.
Dal funk bianco espressionista di Woman With
a Black Heart, alla filastrocca industrial di Killer,
passando l’hip hop su trame gotiche di Shout, i
Decays mostrano una versatilità e un entusiasmo
che lasciano interdetti. La preghiera blasfema di
Drink, accompagnata da violino e da lugubri note
di basso, assesta il colpo finale e fornisce l’argomento decisivo a favore di un album che con-
affiorano con sincerità (il disco è stato registrato nell’arco di una settimana) gioventù e dolori
esistenziali. Saranno mica quattro nuovi giovani
Werther?
(7.3/10)
Stefano Gaz
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Enrica Selvini
/
Genere: rock
Dopo il fortunato esordio targato 2011 Siamo
pur sempre animali che vedeva la partecipazione
di Appino, Gianluca Bartolo e Francesco Motta
(rispettivamente deus ex machina di The Zen
Circus, Il pan del diavolo e Criminal Jokers) i
Venus In Furs tornano con BRA! (Braccia rubate all’agricoltura), EP di sei tracce su supporto
Key-Play. Il quartetto toscano non sposta di
molto le coordinate musicali rispetto al passato,
continuando su un garage-rock venato di blues
con più di un debito verso i 70’s (emblematica la
opening track Leggings), evidenti rimandi ai più
recenti Black Keys (Braccia rubate all’agricoltura)
e, qua e là, intrecci vocali che riportano alla mente certo revival goliardico à la Eagles of Death
Metal (Nel Nome del Padre).
Poco più di quindici minuti per sei brani freschi,
diretti, ma senza particolari sorprese, non fosse
per la brevissima Nel blues dipinto di blues (divertissement a cappella che ci trasporta dai bassifondi dell’anima a quelli di New Orleans) e per Via
del Cappello, ballata metropolitana dal retrogusto
marlenekuntziano. Resta un EP da ascoltare a
tutto volume, che si fa bandiera di un’invettiva
dai toni accesi, rivolta a bersagli forse troppo
stereotipati (e abusati: dal figlio di papà al finto
alternativo, passando per il clero) con un uso
delle parole che, per quanto pungente, fatica a
scalzare la retorica del già sentito.
(6/10)
Genere: industrial, techno
Il full length della criptica coppia di producer
Shapednoise (italiano di base berlinese) e
Violet Poison, autore anonimo con già all’attivo
un’uscita per la fernowiana Hospital Productions,
è sicuramente da annoverare già in partenza
tra le più notevoli prestazioni del 2013 in chiave
di un ripensamento dark e industrial del suono
dancefloor.
Se negli anni precedenti questo matrimonio si
celebrava sotto le suggestioni delle metriche
proto-(dub)-step (Shackleton, Demdike Stare
e Stott in certe sue declinazioni), accade ora invece che sia il quarto technoide a dominarne gli
orizzonti. Pertanto si verifica qui quello che, in un
certo senso, si è lasciato presagire già da alcuni
annunci e da una manciata di uscite negli ultimi
mesi. La determinazione dei due (meno inclini di
altri all’autocompiacimento) è significativa per il
taglio fondamentalmente quadrato e da maratona, più fluido e meno stilemicamente situazionale rispetto ai colleghi Prurient o Feral Love
(ma non solo), e, quindi, per la definizione di una
dimensione più propriamente ballabile.
Il disco, otto brani per quaranta minuti circa, pur
se votato alla ripetività techno, ha un suo respiro
(la finale Anesthesia è del tutto priva del beat)
che, nel contempo, esclude le digressioni interiorizzate cerebralmente alla Fernow come anche
le lapidazioni iconoclaste e violentissime di uno
Swanson, per dire. Non ci si dissocia tuttavia,
alla fine dei conti forse per inerzia, dalla reiterata
retorica misticheggiante della notte, visto che
leggendo le esigue note incluse nel gatefold si
rintracciano elementi per ricondurre il tutto a
una sua poetica. Elementi, tra l’altro, già emersi in molti dei mostri sacri del filone (la quarta
di copertina del solito Prurient, come anche la
fondamentale e sloganistica contestualizzazione
del lavoro sul sound per altri italiani a Berlino, i
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r e c e n si o n i
Venus In Furs - Bra! Braccia
rubate all’agricoltura
(Phonarchia, Aprile 2013)
Violetshaped - Violetshaped
(Violet Poison, Marzo 2013)
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Michele Ferretti
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Visage - Hearts And Knives (Blitz
Club Records, Maggio 2013)
Genere: synth-pop, new wave
Mancava giusto lui all’appello. Dopo il ritorno dei
Devo, dei Cars, dei Blondie di Deborah Harry,
dei Magazine di Howard Devoto e persino di
band minori come i Men Without Hats (lo scorso
anno) e i Johnny Hates Jazz (un mese fa), Steve
Strange è tra gli eroi della stagione new romantic e di quell’epopea raccontata da Boy George
con il musical Taboo che reincontriamo con maggior affetto; sarà perché è un vero sopravvissuto,
come abbiamo appreso dalla sua autobiografia
Blitzed!, ma anche perché nei primi anni Ottanta
ci consegnò due gioiellini - Visage, con quella
Fade To Grey immancabile in una retrospettiva del
decennio che si rispetti e che è stata spesso saccheggiata, da Kylie Minogue in Like A Drug così
come da Kelly Osbourne in One Word (e, di riflesso, dal ‘nostro’ Tiziano Ferro in Stop! Dimentica) e
The Anvil - che hanno funzionato da blueprint per
una miriade di artisti nati proprio in quel tanto
amato quanto vituperato periodo.
Il new romantic è stato sempre un affare di cuori
palpitanti e coltelli, un vulcano d’amore (a volte
felice, più spesso tormentato) in una gelida cella
di silicone, una fascinazione per il futuro a suon
di tastiere e batteria elettronica e un rifugio nel
passato grazie a melodie incisive, senza tempo.
Ed è proprio nel luogo del delitto che i Visage
ritornano, con un album dalla lunga gestazione (Hearts And Knives), dopo ventinove anni di
silenzio; è un synth-pop ortodosso, quello che
Steve Strange, Steve Barnacle, Robin Simon (un
tempo il chitarrista degli Ultravox! e dei Magazine) e Lauren Duvall offrono con questo nuovo
disco che riprende il discorso dal punto esatto in
cui fu interrotto. Sembra un lost album del 1985,
per quanto fedelmente sono stati ricreati suoni e
atmosfere: niente soft synth, niente suoni moderni e affilati come lame, evitata come la peste
la compressione dinamica e la loudness war (da
r e c e n si o n i
Dadub). Ad ogni modo, il disco, techno e oscuro
nella sua estetica distopica/post-cyber - dance
music sempre filtrata dal noise e dal glitch più incompromissorio che non manca di episodi altri -,
è pure dotato di incursioni breakcore al limite del
citazionismo (Hecate, il vecchio Lustmord, riecheggiano nelle parti semiconclusive, in Spectral
Nightdrive ad esempio), come dell’industrial più
ebm-oriented (Clock Dva su tutti, visto il gusto
dei Violetshaped per la retro-elettronica). I suoni,
nella loro plasticità più che sinteticità, sembrano
un bell’approfondimento della direzione di ricerca di Silent Servant, per quanto con una evidente
attenzione per l’arrangiamento meno articolata e
senz’altro meno incline alla tessitura di melodie.
Lo sforzo è votato piuttosto alla costruzione di
una cappa di isolamento funzionale alla identificazione dell’immaginario che può essere, ad ogni
buon conto, un po’ ostica per una digestione
trasversale.
L’album, di fatto, ha un suo peso e una sua forza
specifica, se già dalle prime battute sembra di
assistere ad una specie di miracolo. L’ascoltatore,
probabilmente impressionato dall’incedere iniziale, può credere di trovarsi di fronte alla conclusiva concrezione del suono dark techno, che è la
sua ballabilità completa. Una prospettiva secolarizzata e approfondita rivela invece risultati differenti, senza che se ne diminuisca l’importanza: un
disco sì dotato di spessore indiscutibile, ma che
forse ha soprattutto il merito di rivelare l’intrinseca debolezza di uno schema compositivo che al
beat non sa accompagnare che scenari alla Akira.
I quali, annientati dalla loro stessa ripetizione ad
libitum, si esauriscono di significato e diventano
inoffensivi.
(6.9/10)
Alessandro Liccardo
Waxahatchee - Cerulean Salt (Don
Giovanni records, Marzo 2013)
a g o st o
Genere: Indie
Se nei 70s avevi vent’anni e volevi emozioni forti,
ti mettevi sulla strada per una vita raminga sulle
tracce di tutti gli hobo e i Neal Cassady che avevi
in testa. Un’idea di vita che si specchia anche
nella musica di quegli anni, vedi un Lester Bangs
che segue tour infiniti in giro per gli States. Se i
vent’anni, invece, li vivi oggi e dentro di te alberga ancora uno spirito rock indomito e primigenio, però, quella vita non ha più molto senso:
troppe le componenti digitali, le connessioni
quotidiane e troppo poche le terre da esplorare
alzando il pollice lungo la statale. Quel mito 70s
diventa allora un feticcio fragile, da andare a
scandagliare attraverso la lente d’ingrandimento
del rock 90s: storie di teenage angst, vite vissute,
sofferenze sputate tra i denti, dolenze cosmiche
sporcate della polvere di una strada immaginata.
Si inserisce in questo contesto la fin qui breve
parabola di una Katie Crutchfield - in arte Waxahatchee, vent’anni o poco più - che dall’Alabama
arriva a Philadelphia per registrare in casa (ovviamente vissuta in condivisione con la sorella
gemella e il resto della band) il secondo disco.
Cerulean Salt è uscito a inizio marzo negli States
e la Crutchfield è osannata come la nuova musa
del rock. Le vendite di aprile, sempre negli USA,
confermano la crescente attenzione attorno
alla chanteuse dell’indie-mondo a stelle e strisce.
Gli elementi per fare il salto da una misconosciuta realtà indie a un act capace di portare su di sé
le luci della ribalta ci sono tutte: la carica reazionaria di un mix musicale post-grunge à la Pearl
Jam decaduti, il tocco riot grrrl (humus urbano
dal quale emerge la stessa Crutchfield) di una
/
r e c e n si o n i
quasi concomitante, di una raccolta della Spectrum/Universal potrebbe darci ragione.
(6.6/10)
l u g l i o
oltre dieci anni un vero cruccio per gli audiofili
più intransigenti). E’ un’elettronica morbida, quella che ci accompagna durante le dieci canzoni,
che quando può evita l’autoplagio (anche se è
emozionante riascoltare la stessa drum machine
usata per Fade To Grey, la Roland CR 78, in She’s
Electric) e strizza l’occhio alla new wave tutta, ai
Japan moroderiani di Life In Tokyo nell’opener
Never Enough e agli Human League nel primo
singolo Shameless Fashion, quasi il rovescio della
medaglia di Night People dall’ultima fatica della
band di Philip Oakey.
Molti gli ospiti coinvolti durante le registrazioni,
da Dave Formula (Magazine) e Michael MacNeil
(ex-Simple Minds) alle tastiere ad altri veterani
come Rusty Egan e Midge Ure. E’ una batteria
vera, quella che ascoltiamo in otto brani su dieci,
e ad emergere il più delle volte sono i riff chitarristici di Simon e il basso pulsante di Barnacle
(mentre la voce di Steve Strange resta sempre un
tantino anonima); c’è molto Martin Rushent produttore alla cui memoria, non a caso, è dedicato il disco - in On We Go e nell’obliqua Lost In
Static, così come un piacevole aroma di Hot Chip
e di Cut/Copy pervade il secondo singolo Dreamer I Know. Mancano solo una palla specchiata
ed ecco che si fa sentire la voglia di scendere in
pista da ballo, con il make-up che cola sul viso,
durante il quattro quarti di I Am Watching (vicino
più che mai a Sensation Nation e All Out Of Love
dei riuniti Soft Cell di Cruelty Without Beauty),
mentre è una rabbia punk che si fa strada in Diaries Of A Madman.
Con Hearts And Knives Steve Strange mette in
piedi una dichiarata operazione nostalgia, che si
regge grazie a una manciata di buone canzoni
ma che a volte tentenna a causa di una produzione stranamente raffazzonata, che non permette
al lavoro di spiccare seriamente il volo. Tuttavia, è
molto probabile che quanto abbiamo tra le mani
sia sufficiente per far tornare i Visage al centro
dell’attenzione degli addetti ai lavori - e l’uscita,
105
a g o st o
/
l u g l i o
Marco Boscolo
Zomes - Time Was (Thrill Jockey,
Aprile 2013)
Genere: ritual music
Entrano in studio e diventano un duo, gli Zomes. Ad Asa Osborne si affianca in pianta stabile
quella che era stata un collaboratrice veramente
estemporanea. Hanna Olivegren è una cantante
svedese che, vuole la leggenda, sia stata presentata all’ex Lungfish dai compagni di merende
Skull Defekts e sia salita all’improvviso sul palco
di Zomes durante il festival New Perspectives in
Svezia.
Le colorite note di cronaca per una volta, però,
sono l’esatto corrispettivo sonoro di Time Was,
album numero due per Thrill Jockey e sforzo
collettivo che ci dice di una alienata fusione di
elementi opposti che si intersecano alla perfezione. L’ibrido tra l’asettico e cosmico procedere
dei synth di Osborne già apprezzati all’epoca di
106
Earth Grid e la suggestiva, ammaliante, ritualistica voce della svedese, sono una sorta di rielaborazione in chiave nera del dream pop alla Cocteau Twins et similia appoggiato sulle lande più
visionarie e stordenti del revival neo-kosmische
(chiamiamolo così per comodità) senza scadere
in panegirici moan-wave.
Vengono in mente i Moon Duo a 32 giri e i
Velvet nerovestiti - più per comunione d’intenti che per effettivi risultati - alle prese con un
sabba nero pece, ma insieme sempre ascetico
e sognante (Monk Bag), così come esperienze
estetiche ed estatiche misconosciute ma non
per questo meno incisive (gli Urdog, seppur più
tradizionalmente “rock” e deraglianti ma sempre
trainati dal sacro fuoco rituale), perché a guidare
le fila del neo-duo è più un immaginario che uno
specifico suono, come sarebbe comprensibile
vista l’esiguità delle forze in gioco. È l’ipnosi, la
ricerca dell’alterità e della devianza della coscienza che si espande verso l’ascoltatore un po’ come
i semicerchi concentrici dell’artwork, regalandoci un album splendido ed elegante, ipnotico e
sognante. L’ennesima dimostrazione di come da
quella fucina che furono i Lungfish escano fuori
alcune delle cose “psych” più entusiasmanti del
lotto.
(7/10)
Stefano Pifferi
r e c e n si o n i
voce roca ed espressiva quanto basta, l’attenta
alternanza di pezzi più muscolari (sebbene mai
troppo) a ballad acustiche da cantare con il cuore
in gola.
Peccato che non vi si ritrovi segno di un ritornello, anthemico o meno, che si ricordi. Era in
fondo anche questo a rendere grandi brani di
band degli anni Novanta come i già citati Pearl
Jam, gli Screaming Trees, gli Afghan Wigs, solo
per dire di alcuni che hanno lasciato un segno.
Ma non convincono nemmeno i paragoni con PJ
Harvey (che negli anni si è scelta un percorso
in direzione diversa dalla reazione rock), ma
anche di un’artista tutto sommato sottovalutata
come Kirstin Hersh o dalla solidità delle Sleater
Kinney. Se la ragazza si farà, è tutto da vedere. Per il momento non riesce a trovare una via
d’uscita a un sentimento di devozione probabilmente sincero, ma che sembra condannarla a un
vicolo cieco.
(6/10)
Le molte vite di
Sixto
Rodriguez
Una carriera schiacciata
dal peso dell’insuccesso
mentre altri continenti
lo acclamavano come
star del folk rock.
A sua insaputa. In un
documentario premio
Oscar, l’incredibile storia
di Sixto Rodrìguez. Testo: Stefano Solventi
108
un altro flop, quello definitivo. Rodríguez getta la
spugna e scompare dalle scene. Intanto però Cold
Fact ha attraversato l’oceano, è arrivato non si sa
bene come in Sudafrica dove in breve diventa un
album di culto, censurato dal regime razzista del
National Party e anche per questo colonna sonora
Non sono pochi i momenti memorabili di Searclandestina di quanti anelavano libertà di espresching For Sugar Man, il documentario di Malik
Bendjelloul vincitore di una pletora di premi, dalla sione e la fine dell’apartheid.
fiera delle vanità indipendenti del Sundance al tri- Due generazioni di sudafricani credono ad una
pudio patinato dell’Oscar. In particolare, a colpirmi leggenda dalle origini oscure, che vorrebbe Rodríè stata l’espressione di certi volti, illuminati da una guez addirittura morto suicida sul palcoscenico
(con un colpo di pistola? Si è cosparso di benzina
specie di stupefatta rassegnazione. Come nella
scena in cui il produttore Steve Rowland mette sul e poi dato fuoco?). Ma nel 1997 un fan - il gioielpiatto Cause, la traccia finale di Coming For Reali- liere Stephen “Sugar” Segerman - ed il giornalista
ty, sottolinenadone l’intensa, devastante tristezza. musicale Craig Bartholomew Strydom decidono
di saperne di più e con loro sorpresa, dopo fru“Come è possibile”, esclama con palpabile sconstranti cortocircuiti e vicoli ciechi apparentemente
certo, “che uno capace di scrivere canzoni tanto
belle sia stato completamente ignorato?”. O come senza soluzione, decidono di aprire un sito, The
quando la figlia minore di Rodríguez, Regan, riferi- Great Rodriguez Hunt, globalizzando così la loro
sce di come malgrado tutto l’hype improvviso suo “caccia”. E’ la svolta: un giorno ricevono l’e-mail di
una donna che sostiene di essere Eva, una delle
padre si ostini a vivere una vita modesta, “molto
modesta”, quasi a suggellare un destino da percor- tre figlie di Rodrìguez, nella quale li informa che
rere fino in fondo. Infine e soprattutto c’è lui, Sixto Sixto è vivo e vegeto, ha appeso la chitarra al
chiodo e lavora come manovale a Detroit. In preRodríguez, palesemente a disagio di fronte alla
da all’euforia si mettono in contatto con lui e gli
telecamera, quando alla richiesta di spiegazioni
circa il motivo per cui decise di arrendersi così pre- comunicano che dalle loro parti è un idolo delle
masse.
sto, di mollare il sogno folk rock e rassegnarsi ad
una vita di lavoro duro e anche durissimo, rispon- Tutto il resto è favola: organizzano un tour sudafricano di sei date, ovviamente esaurite, che si rivela
de: “non si può sfuggire alla realtà”.
un trionfo. Finalmente, dopo uno iato di un quarto
di secolo, Sixto Rodríguez torna a congiungersi
Caten a d i ev e n t i (n egat iv i )
con il se stesso che avrebbe voluto - che avrebbe
E’ una pellicola destinata a lasciare un segno profondo, Searching For Sugar Man. Una storia pazze- dovuto - essere. E’ un happy ending, certo, ma il
sca proprio perché vera. Per quei tre o quattro che documentario di Bendjelloul preferisce fermarsi
dalle parti d’una sospensione agrodolce, ti lascia
non ne abbiano ancora sentito parlare, possiamo
con la sensazione che nulla potrà essere davvero
riassumere così: nel 1970 Sixto Díaz Rodríguez,
riparato. Anche se forse il messaggio vero è un
un manovale di Detroit neanche trentenne figlio
altro, ovvero che in realtà non c’è molto da ripadi un immigrato messicano, pubblica Cold Fact,
rare perché ciò che è stato infranto è solo il circo
un album di folk rock tra il cantautorale e l’acido
illusorio del successo, mentre ciò che conta davche viene apprezzato dagli addetti ai lavori ma
non ottiene il benché minimo successo. Ci riprova vero - l’arte e la vita - ha compiuto i passi giusti.
l’anno successivo con Coming From Reality, ma è Rodríguez infatti vive la fama tardiva come un
“And you can keep your symbols of success/Then I’ll
pursue my own happiness/And you can keep your
clocks and routines/Then I’ll go mend all my shattered dreams/Maybe today, yeah/I’ll slip away”
109
110
gradevole accidente, non se ne serve per stravolgere (in meglio) la propria esistenza. Continua ad
abitare nella casa di sempre. Ha l’aspetto di chi è
stato logorato dalla vita. Si muove con evidente
difficoltà. E’ un bohemienne discreto, non conosce
arroganza, parla con una modestia inscalfibile
dissimulando una saggezza tenace.
La cosa che più intristisce è che fatichi a riconoscervi l’autore di quelle vecchie canzoni così
intrise di lirismo e disincanto, così aspre eppure
delicate. E neppure avverti traccia di quel fuoco
che lo portò a mettersi in corsa per la poltrona
di sindaco di Detroit negli anni Ottanta, guadagnando l’ennesimo inappellabile insuccesso. Da
questa catena di sconfitte pubbliche sembra che
sia uscito schiantato, sminuito, ridotto a più miti
consigli. Spinto a ritirarsi nella dignitosa pienezza
di una vita di basso profilo, sacrificando il talento
e spezzandosi la schiena per garantire il miglior
futuro possibile alle tre figlie. “Non si può sfuggire
alla realtà”.
Cold Fact: ro m an t ic i sm o e as p r e z za
Ma al netto della struggente peculiarità di questa
vicenda, e dell’inevitabile portato di drammatizzazione cui pure il documentario non rinuncia,
musicalmente di cosa stiamo parlando? Merita
davvero Sixto Rodríguez tanto tardivo riconoscimento? Detto che un ascolto distaccato non è facile, soprattutto dopo aver visto il film, la risposta
non può che essere: sì. Cold Fact ed il pur minore
Coming From Reality sono due dischi molto buoni, con momenti di vera e propria grandezza folk
rock. Dentro puoi sentirci l’invettiva laconica - in
forma talking blues - e visionaria di Bob Dylan,
il ciondolio acido di un Arthur Lee, l’attitudine
soul insidiosa del Van Morrison più morbido, il
caracollare asprigno di Donovan, l’irrequietezza
trattenuta a stento degli Animals e lo strascicato
languore d’un José Feliciano.
Un po’ crooner e un po’ beatnik - uno dei principali
motivi di suggestione sta proprio nel non farti
intendere dove finisca l’uno e inizi l’altro - ti mette
alle corde con uno sguardo dal basso che sa porsi
su un piedistallo di solennità precaria, forte di uno
scarto umorale, poetico e culturale - a tratti persino morale - che gli consente di guardare la realtà
negli occhi, descriverne le mancanze e invitarla a
compiere un salto di qualità. Possiamo forse criticare certe eccessive caratterizzazioni acid-rock,
espedienti modaioli che tentano di aggrapparsi
alle vibrazioni dell’epoca impataccando di trovate
bizzarre il tenore trepido del sound, il quale tuttavia può vantare proprio per questo una vaghezza
differita, vintage e lunatica, preda di un blando
intossicamento lisergico che non gli fa perdere il
polso della situazione.
Come raccontano gli stessi Dennis Coffey e Mike
Theodore, produttori di Cold Fact (Sussex, marzo
1970, 8.0/10), conobbero Rodríguez grazie alla
soffiata di un amico: lo videro in concerto, solo
con la sua chitarra, e malgrado tenesse le spalle al
pubblico evidenziando uno “stage fright” di livello
allarmante, ne intuirono le potenzialità. All’epoca
Sixto aveva già conosciuto qualche delusione: nel
1967 il suo 45 giri di debutto I’ll Slip Away (a nome
Rod Riguez) era stato un totale buco nell’acqua.
Ma Theodore e Coffey decisero di fare le cose per
bene, affiancandogli un team di ottimi session
man, tra i quali soprattutto il bassista Bob Babbitt, già nelle glorie cittadine Funk Brothers e
al lavoro con Temptations, Marvin Gaye e Jimi
Hendrix. Ne uscirono dodici pezzi (due dei quali
firmati dal paroliere e compositore Gary W. Harvey) che dipingono un ritratto desolato della vita
al tempo della metropoli, posto che la Motor City
rappresentava all’epoca uno degli scenari più
alienanti d’America, come avevano già avuto premura di narrare - ognuno a loro modo - MC5, The
Stooges ed Alice Cooper tra gli altri.
Il taglio dolente e amaro di Sugar Man (rivolta ad
un pusher come potrebbe un Lou Reed in vena
di abbandono), il lirismo fiabesco di Gommorah
(A Nursery Rhyme), lo stillicidio rapsodico (se-
111
gnatamente dylaniano) di This Is Not a Song, It’s
an Outburst: Or, the Establishment Blues, la falsa
spensieratezza di I Wonder e la spietata disamina
di Crucify Your Mind sono i momenti migliori di
una scaletta che forse inciampa solo con la tirata
Only Good for Conversation, corpo estraneo hard
psych che sembra pagare gratuitamente dazio al
trend dell’epoca. Se colpisce la scrittura, l’efficacia
asciutta e l’intensità delle melodie, a lasciare stupefatti è la maturità della voce di Sixto, interprete
capace di modulare romanticismo e asprezza,
tepore speranzoso e cupo j’accuse, mantenendo una difficile statura da “cronista partecipe”,
allo stesso tempo distaccato e profondamente
coinvolto. Una dimensione espressiva intrigante,
magnetica, degna dei grandi cantastorie del folk
rock (tipo quelli già citati sopra).
Proprio questo piglio rende quasi insostenibile la
forza di versi come “And you claim you got something going/Something you call unique/But
I’ve seen your self-pity showing/As the tears rolled
down your cheeks” (Crucify Your Mind) e tutt’altro che retorico l’impegno di Establishment Blues
(“Woke up this morning with an ache in my head/I
splashed on my clothes as I spilled out of bed/I
opened the window to listen to the news/But
all I heard was the Establishment’s Blues”) o Rich
Folks Hoax (“Talking ‘bout the rich folks/The poor
create the rich hoax/And only late breast-fed fools
believe it”). Con tutto ciò, toccherà alla graziosa I
Wonder, una stomp ballad dall’incedere spensierato ed il cuore indolenzito (“I wonder about the
love you can’t find/And I wonder about the loneliness that’s mine”) diventare il pezzo-simbolo di
Rodríguez, ovviamente - ahilui - fuori dagli States.
Coming From Reality: secondo tentativo e resa
Come detto, tanta qualità lascerà indifferenti i
compatrioti, fenomeno per il quale si possono
ipotizzare diverse spiegazioni. In prima istanza tanto per togliersi subito un dente scomodo - potremmo tirare in ballo il fattore razziale: può sembrare azzardato, certo, ma nel Paese che esaltava il
112
talento dei Marvin Gaye e dei James Brown senza
rinunciare peraltro a circoscriverli nel recinto della
black music, probabilmente non era così scontato
che si desse credito ad un musicista meticcio in un
ambito “bianco” come quello cantautorale. Limitandosi invece agli aspetti musicali, altro fattore
di insuccesso può essere individuato nel piccolo
ma significativo ritardo rispetto all’evolversi dei
gusti in quel convulso periodo: da un lato occorre
considerare la specificità di Detroit, dalla quale ci
si attendeva roba forte e acida, mentre più in generale era tramontata la stagione dei menestrelli
sensibili dal piglio letterario.
Il nuovo decennio strizzava l’occhio ai sussulti
hard (per non dire proto-heavy), alla formidabile
baracconata del glam, ai fermenti acidi organizzati
in sempre più strutturate architetture progressive.
Oltre a questo, ci sono senz’altro aspetti più basali
e per certi versi imponderabili, forse una certa
superficialità in fase promozionale della Sussex,
magari la stessa ritrosia di Rodríguez a prestarsi
nel ruolo di performer. Fatto sta che Cold Fact nel
firmamento sonoro statunitense fece l’effetto di
una meteora in pieno giorno: stupefacente, ma
solo per quei pochissimi che se ne accorsero. Tra
questi ci fu Steve Rowland, ex attore hollywoodiano trasferitosi a Londra sulla scorta dell’entusiasmo per la scena musicale britannica, divenuto
quindi musicista (nei Family Dogg assieme ad
Albert Hammond) e produttore (aveva lavorato
con i Pretty Things e coi The Herd di Peter Frampton).
Una vecchia volpe con agganci di un certo livello
insomma, che si mise in testa di dare impulso alla
carriera dell’incompreso talento di Detroit. Alla
fine del 1970 lo portò con sé a Londra, gli mise a
disposizione una band di livello - tra cui il percussionista di Donovan Tony Carr, il tastierista Phil
Dennys (Cat Stevens e Bee Gees) e soprattutto il
chitarrista Chris Spedding, noto per i suoi trascorsi con Jack Bruce e Mike Gibbs dei Nucleus, più
avanti al lavoro con Roxy Music e Roy Harper
nonché produttore dei primi demo targati Sex Pistols... - ed un mese di sala d’incisione (gli storici
Lansdowne Studios, le cui mura videro le gesta di
Animals, Rod Stewart, Marianne Faithfull e Uriah
Heep tra i molti altri) che fruttarono il sophomore
Coming From Reality (Sussex, novembre 1971,
7.2/10).
Tolta l’asprigna Heikki’s Suburbia Bus Tour - sorta
di affresco rugginoso sulla fine dell’epoca hippie
- ed il folk-psych resinoso (vagamente Traffic) di
Climb Up On My Music, l’acidità resta sottotraccia per fare posto ad un languore disincantato e
talora fin troppo accomodante. Ferma restando
la padronanza evidenziata nell’esordio, affiora un
retrogusto di mestiere in To Whom It May Concern (aromi soul e sbuffi jazz, archi da Love Boat e
wah wah discreto) e in una Halfway Up the Stairs
- “la prima traccia che abbia mai scritto”, sosterrà
qualche anno più tardi - che l’overdose di archi e
gli espedienti di chitarra non salvano da una certa
insulsaggine. Questa nuova più rilassata versione
di Rodríguez non manca tuttavia di mettere a
segno momenti di assoluto pregio, come quella I
Think Of You che esala svenevolezza da mariachi
bacharachiano (permettendosi romanticismo
basale del tipo “Now these thoughts are haunting
me/Of how complete I used to be/And in these times that we’re apart/I’ll hear this song that breaks
my heart/And think of you”), una Silver Words che
bazzica trepidazioni bucoliche Nick Drake (stordendoti con iperboli sentimentali del tipo: “But
oh if you could see/The change you’ve made in
me/That the angels in the skies/Were envious and
surprised “), mentre It Started Out So Nice predica
soffice apocalisse (“Now in the third millennium
the crowded madness came/Crooked shadows
roamed through the nights”) come un Lou Reed
stregato da fremiti Caetano Veloso.
Se A Most Disgusting Song e Cause razzolano tra
guittezza e letteratura con lirismo disincantato un
po’ Waits e un po’ Van Morrison, tocca a Lifestyles
- introdotta dallo strumentale (chitarra e violino)
113
Sandrevan Lullaby - la parte di cuore dell’opera, col
suo aggirarsi grave e palpitante da Tim Hardin
preda di allucinazioni Dylan (“Idols and flags are
slowly melting/Another shower of rice/To pair it
for some will suffice/The mouthful asks for second
helpings” ). Nel complesso è insomma un altro
buon disco, più affabile del precedente - rispetto
al quale è indubbiamente minore - ma che tra le
righe sa raccontare il deteriorarsi delle dinami-
114
che umane, sociali e interpersonali nel fermento
suburbano.
Tuttavia, citando un inconsolabile Rowland, “non
accadde niente”. Le vendite furono così scarse da
indurre la Sussex a stracciare il contratto. Rodríguez decise di non insistere, chiuse i sogni nel cassetto e tornò a rompersi la schiena come operaio
edile: c’era una famiglia, delle figlie cui riservare
un abbozzo di futuro, il migliore possibile.
Com pa rt i m e nti stagn i
qualcosa di simile, in un altro pianeta-isola come
l’Australia, dove nel 1976 la Blue Goose Music
Intanto però Cold Fact aveva varcato l’oceano,
pensò di smerciare le migliaia di copie di Cold Fact
atterrando - come un virus o una specie animale
rimaste invendute in un magazzino newyorkese
aliena - in un paese lontano. Leggenda vuole che
della Sussex. Il risultato fu più che lusinghiero una ragazza avesse portato con sé il vinile ragposizione numero 23 delle classifiche di vendita,
giungendo il suo fidanzato in Sudafrica: verità?
nelle quali stazionò per un anno intero - consideLeggenda? Conta ben poco, anzi niente. Fatto è
rato soprattutto come il Continente Nuovo non
che la realtà non ammette camere stagne, nepfosse certo l’ultimo arrivato dal punto di vista
pure quando - un quarto di secolo prima della
rock, vedi i contemporanei o imminenti exploit
diffusione di internet - le distanze e le barriere
di gente come AC/DC, Radio Birdman, The Saints,
politiche potevano giustificarle. Per colmo d’ironia, proprio l’isolamento provocato dall’apertheid The Triffids, The Go-Betweens, Midnight Oil, The
Church, Hoodoo Gurus e ovviamente Nick Cave.
creò in Sudafrica una situazione ideale perché un
La carriera di Rodríguez ebbe quindi un sussulto: disco come Cold Fact ottenesse il successo fallito
in patria. Una sorta di seconda chance senza le fre- alla pubblicazione di At His Best (Blue Goose, giunetiche mattane della moda e con l’identità ibrida gno 1977, 7.0/10) - un best of contenente tre pezzi
inediti incisi nel ‘72, Can’t Get Away, Street Boy e
di Sixto vissuta come un valore aggiunto, sorta di
una I’ll Slip Away rimessa a nuovo - seguì due anni
proiezione ideale dell’aspirazione post-razzista di
un popolo desideroso di affrancarsi dalle angherie più tardi un tour nella terra dei canguri da cui fu
tratto anche un album dal vivo (Rodríguez Alive
del National Party.
- Blue Goose, 1981, 6.3/10). Tanto per quantificaLe canzoni di Sixto divennero la colonna sonora
re, il concerto del marzo ‘79 al Regent Theatre di
e la distrazione di chi voleva gettare alle ortiche i
Sydney si svolse davanti a 12.000 persone, soltanlaccioli della censura e del rigido moralismo afrito 3.000 in meno di quelle che accorsero alla data
kaans, nonché punto di riferimento e ispirazione
per tante band sudafricane a venire. Nel volgere di di febbraio del pubblicizzatissimo Blondes Have
pochi anni il disco venne ristampato e venduto in More Fun World Tour della superstar mondiale
centinaia di migliaia di esemplari, e più o meno lo Rod Stewart. Insomma, le cose in terra australiana si stavano mettendo piuttosto bene, tanto che
stesso accadde a Coming From Reality (furbescamente ribattezzato After The Fact). Tutto ciò sen- la tournée fu replicata nell’81, con i Midnight Oil
a fare da band di supporto.
za che nessuna royalties arrivasse nelle tasche di
un ignaro Rodrìguez: forse Clarence Avant, il boss Ma a quel punto qualcosa si spense, oppure dipende dal punto di vista - qualcos’altro si accese
della Sussex, avrebbe bisogno di un esamino di
coscienza... Come dirà Segerman a Rodríguez nel nella vita di Sixto. Altre istanze presero il sopravvento: si laureò in filosofia, decise - con fare un po’
suo primo, emozionatissimo contatto telefonico,
donchisciottesco - di tentare la carriera politica, si
per i sudafricani era un idolo assoluto, senz’altro
lasciò prendere dalle esigenze della vita e accan“più famoso di Elvis”.
tonò quel sogno che non lo ripagava come avrebBendjelloul è abile nel raccontarci questa vicenbe sperato. Non si può sfuggire alla realtà.
da di nemesi positiva restando in equilibrio tra
asciuttezza da non-fiction e lirismo evocativo,
concedendosi la “licenza poetica” di omettere un
Cate na di e ven ti (favo re voli)
capitolo significativo, ovvero che nel frattempo
Non le si può sfuggire neppure quando decide
- fine anni Settanta - a Sixto era già acacaduto
di restituire il maltolto. Dal 1998 Sixto è tornato
115
ad essere Rodrìguez senza smettere di essere se
stesso. E’ stato riscoperto in patria e nel mondo, i
suoi concerti sono spesso sold-out, le apparizioni
televisive si sono ovviamente moltiplicate dopo
l’uscita del film. Pare che abbia una trentina di
canzoni pronte, composte in queste lunghe quattro decadi, e che sia in trattativa con Rowland per
realizzare l’album del clamoroso ritorno sugli scaffali. Una vicenda la cui fine coincide con un nuovo
inizio, come ogni favola che si rispetti. Difficile restare indifferenti, ma non tanto per questa nemesi da Cenerentola folk-rock: la sua storia ci colpisce
perché mette il dito su diverse piaghe. Inannzitutto fa luce sul fatto che il successo nel rock è
spesso soggetto a leggi non inerenti il talento,
semmai ad un incrocio di situazioni eterogenee
che, mosse da un innesco strettamente musicale,
coinvolgono aspetti promozionali, iconografici,
sociali, persino politici. Da proiettarsi talora in un
quadro di situazioni “altre” del tutto casuali.
E’ il vecchio gioco del “what if...?”: le combinazioni imponderabili di fattori contrapposte alla
determinazione, al genio, all’intuizione. Le porte
scorrevoli del destino. A tal proposito, l’esordio
cinematografico come regista di Tom Hanks, il
poco più che simpatico That Thing You Do! del
1996, ci propone una parabola significativa: se il
batterista dei debuttanti Oneders non si rompesse
il braccio per un giochetto stupido a poche ore
da un pop-contest cittadino, la band non avrebbe
potuto contare sulla carburazione beat ai tamburi dell’occasionale sostituto, il carismatico Guy
Patterson, che di fatto trasforma una canzonetta
mielosa in una intrigante fast-ballad. E se il talent
scout Phil Horace non fosse passato da quelle
parti col suo camper-ufficio rimanendone colpito,
non li avrebbe presentati al manager della PlayTone Mr. White, il quale quindi non li avrebbe mai
accolti sotto la propria ala plasmandone i modi e
l’aspetto, trasformandoli così in una macchina da
intrattenimento col singolo in top ten nel giro di
poche settimane. Se alla base di tutto c’è un’in-
116
tuizione melodica piuttosto azzeccata, è però la
catena di eventi favorevoli a farne un fenomeno
da classifica.
Fuori dal paradigma di celluloide, ascoltando
pezzi come Sugar Man o Crucify Your Mind sembra
quasi incredibile che fino a poco tempo fa non
fossero considerati dei classici al livello di un The
Needle And The Damage Done o una Reason To Believe. Ma per una serie di circostanze tanto sfortunate quanto comuni, non ce ne eravamo accorti.
O almeno l’emisfero occidentale rock non aveva
ritenuto di dover prestare loro attenzione. Se oggi
lo fa, è solo per una catena di eventi favorevoli
dal passo molto più lungo e complicato del solito.
Viene da ipotizzare - ed è un pensiero vertiginoso
- che la storia del rock nasconda cento, mille tesori
del genere, in attesa solo di essere (ri)scoperti.
Casomai, il web renderà tutto più semplice (con
Rodrìguez è andata così). Il rock ha un grande futuro dietro le spalle, e non è mai stato tanto vicino
dal realizzarsi. Tr acc e lu nghe e p rofo n de
Ma tutto ciò - e qui veniamo ad un’altra piaga - è
anche una specie di specchio che ci mostra quello
che siamo diventati. Perché la vicenda di Sixto appartiene ad un’altra concezione di mondo, di vita,
di vivere il tempo e condividere le emozioni. Tra
le altre cose, ci induce a riflettere sul complesso e
squilibrato rapporto tra il successo e la “normalità”: la vicenda di Sixto, un individuo che ha fallito
molti appuntamenti con la realizzazione di un suo
possibile sé mentre questa accadeva altrove a sua
insaputa, ci dimostra quanto le due dimensioni la fama e la vita - possano seguire piani autonomi
o almeno non necessariamente correlati. Suggerendoci che forse il successo non è che un’accidente della normalità.
Dell’uomo Sixto Rodríguez ammiriamo l’esistenza
generosamente banale, condotta mentre il suo
avatar rapiva l’immaginario di migliaia di persone,
addirittura accompagnandole in un percorso di
affrancamento politico che ha segnato la fine dello scorso secolo. In ragione di ciò è lecito sospettare - ed è motivo di grande sollievo - che il rock
continui ad avere valore non “grazie a” ma nonostante tutto l’apparato di hype, le liturgie promozionali e commerciali, la cadenza delle produzioni,
il cascame critico. La musica può vivere ancora - in
pieno terzo millennio - ad altezza d’uomo. Può
benissimo presentarsi come evento espressivo
d’eccellenza sbocciando in un contesto di normalità, sporcandosi le mani con la vita comune.
E’ un aspetto da tenere in debita considerazione
visti gli scenari paventati da più parti, i più estremi
dei quali addirittura ipotizzano la scomparsa del
professionismo musicale. Scenari oramai non più
futuribili, nei quali anzi ci troviamo già immersi
fino ai capelli.
Rispetto ai quali c’è un altro messaggio, forse il più
importante, che possiamo distillare dalla storia
di Rodrìguez: la possibilità che la musica - il (folk)
rock - possa lasciare una traccia lunga e profonda,
indifferente alle modalità percettive che stiamo
mettendo a punto nello tsunami del “big data”.
Deliziosamente immersi come siamo nella pratica
costante del social, ci stiamo abituando all’idea
che non sia possibile non sapere, che ogni frutto
dell’umana esigenza di esprimere debba necessa-
riamente trovare sbocco e pubblico grazie alla capillare struttura di condivisione, resa immanente
dalla pandemia di smartphone e tablet. Ed è una
solenne - e forse un po’ fedifraga - illusione, perché il profetico quarto d’ora di gloria warholiano si
è realizzato come struttura fenomenica ancora più
effimera, una messinscena di gloria autoreferenziale che svanisce dopo un rapido giro di “like”.
Il passo lungo di Sixto Rodríguez invece è una
parabola di persistenza artistica capace di sopravvivere alle leggi capricciose della società-spettacolo (di cui i social network sono la più attuale
mutazione), persino oggi che la rete sembra
essersi invaghita della sua figura. Certo, questa
Rodrìguez-mania presto si affievolirà, ma le sue
canzoni hanno già sfidato il tempo e continueranno a farlo. Mentre ci illudiamo di dovere e potere
controllare tutto il flusso delle informazioni e dei
gusti, la vita accade ugualmente. Invitandoci a
porci tra le altre cose una domanda: siamo uomini
o smart citizen? Siamo carne e neuroni per pasturare il data mining o vogliamo concedere ancora
possibilità all’accadere caotico, alle motivazioni
svincolate dall’opportunismo, all’armonia random
degli eventi concreti? Oppure, se preferite: si può
sfuggire alla realtà? A questa domanda Sixto Rodrìguez ha già risposto, in molti bellissimi modi.
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Johnny Marr
live report
Bolognetti Rocks
Bologna
02 Luglio 2013
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La cosa che più ha intrigato i fan, dall’uscita di The Messenger in poi, è stata quella di vederlo alla
prova del palco, di quel palco su cui spesso ha sofferto - parole sue - d’emozione precoce
La musica, si sa, è matematica. Nel senso che è fatta di note e le note hanno caratteristiche
accomunabili a quelle dei numeri come, ad esempio, la ricorsività. In queste pagine, discutendo di The Messenger, il primo vero disco solista di Johnny Marr, si diceva che l’album è ciò di
più vicino a un disco degli Smiths che un fanatico possa ritrovarsi fra le mani. Questo è certamente vero proprio perché la musica è matematica e, da quando Marr, dopo aver provato
le sperimentazioni più strampalate e aver vissuto al di là dell’Atlantico, ha finalmente deciso
di rimettersi a fare il Johnny Marr, il suo stile è apparso riconoscibile fin dalle prime note. Si
trattava di un ritorno alla pre-wave, con strizzate d’occhio non indifferenti a quel brit pop che
anche lui ha contribuito a edificare. La cosa che più ha intrigato i fan, dall’uscita di The Messenger in poi, è stata quella di vederlo alla prova del palco, di quel palco su cui spesso ha sofferto
- stando alle sue stesse dichiarazioni - d’emozione precoce.
Ma la musica è matematica, ahinoi, solo per quanto riguarda l’architettura melodica, le note,
appunto, gli arrangiamenti e l’orchestrazione. È inutile in questa sede, soffermarci sulla potenza catartica e sublime che il binomio Marr - Morrissey ha concepito nei pochi anni di attività
degli Smiths. Basti ricordare come la coppia abbia sostanzialmente trovato un felice connubio
fra l’intellettualità filosofica (e contemporaneamente popolare, prettamente working class) e
l’appiglio catchy dei lick, dei riff della Jaguar di Marr. Ed è dunque inutile ribadire come questo
sia un aspetto mancante e irrimediabile dei live di Marr. Come lo è altresì una performance
vocale d’alto livello. Ci ha provato, è vero, e per certi aspetti, è migliorato esponenzialmente.
Ma la voce è lo strumento meno matematico di tutta la musica ed è anche questo, per forza
di cose, un aspetto lacunoso di un live di Marr. Se a tutto questo si aggiunge la povertà di un
impianto non certo impeccabile, il claustrofobico palco che ha castrato i movimenti del quarantanovenne chitarrista mancuniano e l’overdose di fumo da palcoscenico che ha infettato le
prime file, si intuisce perché questo Marr al Bolognetti Rocks ci abbia convinto solo fino a un
certo punto.
Intendiamoci, l’entusiasmo c’era tutto. Sia da parte del pubblico, che da parte degli artisti: e lo
testimoniano i ripetuti aggiustamenti dei brani in setlist, finalizzati a tenere più alto il fervore.
C’era lo stile di un Marr sempre più giovane, con camicia di raso, qualche tatuaggio (ebbene
sì!) e - alla faccia dell’estate italiana - giacca di velluto smeraldo. C’era la bontà di un personaggio, la cui leggenda non ha offuscato l’umiltà, né l’animo ribelle o l’indole da gentleman. C’era
quella chitarra mostruosamente riconoscibile, che non a caso porta la sua firma sul manico,
con i movimenti sonori, le escursioni up & down sui tasti, gli arpeggi che hanno ridefinito uno
stile e gli sono valsi il premio Godlike Genius di NME. Ma c’erano soprattutto le canzoni: quelle
live report
di The Messenger, perfettamente eseguite a partire dall’iniziale The Right Thing Right, passando per l’anthem Generate! Generate! e il nuovissimo singolo New Town Velocity, per finire alla
battagliera e anti-tecnologica I Want The Heartbeat.
Poi, naturalmente, le cover (se così vogliamo chiamarle) meritano un discorso a parte. Come
detto, l’argomento della voce regge fino a un certo punto, perché, da una parte si intuivano
sensibili miglioramenti e adattamenti personali ai brani degli Smiths eseguiti, dall’altra come
spesso succede, quando l’acustica non rende giustizia al concerto, la prima cosa a venire meno
è sempre la voce. Qualcuno dirà per fortuna. A torto, però: l’idea di piazzare There’s A Light That
Never Goes Out come quinto brano è stata azzeccata, benché (dopo How Soon Is Now) sia il
pezzo più problematico per le corde vocali di Johnny Fucking Marr. Still Ill ha rappresentato
la vera sorpresa: ci voleva un brano così (famoso ma non sputtanato) per accendere gli animi
dei fan più radicali; tra l’altro, il brano non è stato eseguito in nessuna delle date europee di
questo tour (già, neanche in UK!), il che fa onore al pubblico del Bolognetti. Bella, infine, la
scelta di ripescare - fra le immense possibilità di repertorio - due brani degli Electronic, band
nata dal sodalizio con Bernard Sumner dei New Order e mai sbocciata propriamente. I Fought
The Law dei Crickets - resa famosa da Bobby Fuller Four, Johnny Cash e dai Clash di Joe
Strummer - è stata dedicata alla città che recentemente ha intolato il parco Nord proprio “Parco Joe Strummer”, salvo poi far esplodere gli animi più freak del parquet della venue.
Johnny è vivo, si diceva in recensione. Johnny, che è tornato dall’America, abbandonando una
vita avviata con i due figli al seguito, con il solo scopo di partorire questo The Messenger. Lui,
che, se non bastasse l’aspetto a ricordarcelo (inutile dire che è vegano, corridore abituale, ecc),
si sente sempre più giovane e lo spiattella in faccia a tutti abbracciando le sue chitarre. Anche se
l’emozione precoce è cosa vecchia sul palco per lui, la musica è matematica per tutti. Ma ciò non
ci vieta un briciolo di esaltazione adolescenziale e d’emozione che, di certo, non è mancata.
Nino Ciglio
NOfest!
Spazio211
Torino
dal 21 al 23 Giugno 2013
L’ultima edizione del NOfest! va di best of... e va da sè che “sangue, sudore e lacrime” sia una sorta
di ideale sottotitolo a posteriori
Sangue, sudore e lacrime. Il festival degli umori inonda la sua ultima edizione con una sorta di
“best of” del quinquennio di attività e ci saluta, anche se speriamo ci si ripensi, con una edizione col botto. Splendida la location dello Spazio 211, come al solito in grado di affrontare
le bizzarrie di un inizio estate a dir poco nordico tra rilassante zona esterna e concerti indoor;
grandissima la partecipazione non solo degli addetti ai lavori - avvistati banchetti delle miglio-
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live report
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ri label italiane come Boring Machines, Fratto9, Subsound, Escape From Today per dirne alcune - ma di una folla varia e interessata; perfetto il timing democratico che mette sullo stesso
piano tutti i partecipanti senza headliner o “gruppi spalla”. Il NoFest è una festa, un momento
per rincontrarsi, per scambiarsi chiacchiere e sorrisi mentre si ascoltano molte delle più interessanti band italiane. E il segreto è proprio nella facilità di rendere semplici le cose complesse.
Della serie, gestiteli voi 42 gruppi.
Sangue, sudore e lacrime, dicevamo. Sangue, innanzitutto, che scorre a fiotti dalle nostre orecchie in una edizione tra le più estreme e violente mai organizzate. A scorrere sul palco, invero
bollente - da qui il riferimento al secondo umore, quel sudore a nastro che ci ha accompagnato praticamente in ogni performance vista nello spazio indoor - glorie locali e formazioni che
ritornano al NoFest come gradito omaggio pronte ad incendiare lo Spazio a suon di cateratte
noise, esplosioni punk in ogni salsa e pesantezze heavy a più non posso, col giusto spazio per
sperimentazioni, stramberie e orizzonti a 360°.
L’inaugurazione del venerdì è affidata a Last Minute To Jaffna e (r) aka Fabrizio Modonese
Palumbo (Larsen) in coppia con l’elettronica di Daniele Pagliero aka LoDevAlm. Set diversi
ma entrambi cullanti e ipnotici: più rock i primi, seppur circolari e acustici; più sperimentale
l’accoppiata dei secondi tra chitarra ed elettronica, stasi e trip. Ottima l’interazione tra gli strumenti e perfette le atmosfere create, molto intime e visionarie. La maniera migliore per entrare
nel vivo del festival. Il “Canalese noise” dei Treehorn e soprattutto gli agguerriti Marnero scaldano poi le orecchie degli astanti a randellate & poesia, mentre agli Zeus!, mai come ora pronti a superare a destra l’ovvia stella polare di riferimento named Lightning Bolt, spetta il premio
“violenza”. Chirurgici, malati, devastanti, folli ed autoironici sono uno spettacolo della natura.
L’insana unione X-Marillas, facile trovare i nomi coinvolti, raddoppia la follia delle band madre
ed è esattamente la somma dei singoli progetti: colori, poesia dell’assurdo, pop caleidoscopico
in modalità free, devasto col sorriso perenne stampigliato in faccia. A chiudere i local heroes
Movie Star Junkies. Non c’è bisogno di presentazioni né di discussioni: prendete il blues,
prendete i Bad Seeds, prendete i Gun Club, insomma mischiate la musica del diavolo con la
sensualità del crooning ma mettetelo in mano a dei punk e avrete un concerto intensissimo e
feroce; anche se loro non saranno mai soddisfatti, il live è stato micidiale.
Il sabato il tempo è clemente, i bambini scorrazzano per il prato e noi entriamo col sole perché
la giornata è intensa, sovrapposizioni incluse. Segnalazioni pomeridiane per I Fasti e Il Buio,
con i primi a giocare di poesia urbana e questi ultimi quadrati e potenti, seppur con molte
cose da dire. Il nostro protetto Johnny Mox poi ci sorprende con un settetto dal nome fantastico, The Moxsters Of The Universe, che lo accompagna nella seconda parte del suo set: se
abbiamo apprezzato il reverendo meets human beatbox in piedi sulla sua grancassa, la sorpresa è tanta al vedere il tribalismo virato hard&heavy quasi stoner con deliri ed echi da War Pigs
sabbathiana messo in scena da una congrega di pazzoidi. Persi per strada Dogs For Breakfast
e Space Aliens From Outer Space, rimaniamo basiti dalla violenza sprigionata dagli Ornaments. Post-rock in modalità Sunn O))), (maci)lento, denso, materico al punto da far grondare
le orecchie di sangue rappreso. Molto intenso anche il live dell’altro local hero Paolo Spaccamonti, chitarrista sfaccettato e poliedrico che sulla falsariga di Johnny Mox suddivide il set in
live report
due parti: dapprima in solo, intento a creare visioni con la sua chitarra cinematica e malinconicamente sensuale; poi con la big band formata da due 3quietmen Ramon Moro alla tromba
e Dario Bruma alla batteria più Marco Piccirillo al contrabbasso, ci deliziano con numeri di alta
scuola. Prima di abbandonarci al delirio spaccaossa del gran finale, passaggio dovuto nella
Death Room per saggiare l’ala più sperimentale e ostica con ?Alos, Lili Refrain e Mai Mai Mai.
Se Lili vola verso lo spazio partendo da solide basi metal e una notevole capacità di tenere il
palco e Mai Mai Mai ribadisce le buone impressioni di supporto a Vatican Shadow, è ?Alos a
sorprendere: metà concerto voce e chitarra, metà performance tra il teatrale e l’esoterico che
ci dicono di una crescita costante e di un allargamento dei confini che ci riserveranno sicure
sorprese in futuro.
Mentre all’aperto la Tacuma Orchestra intrattiene un pubblico da record, dentro la sala ci
si prepara all’apoteosi con le mazzate screamo dei La Quiete, con quelle ideologicamente
schierate della Fuzz Orchestra e infine con quelle in modalità mazzettata sui denti grind’n’roll
dei 5 Stronzi Romani aka Inferno, scioltisi ma riformati per quest’occasione. I krautismi tribali
della Squadra Omega accompagnano gli astanti verso la fine di una giornata ottima creando
un ponte che lega le comuni tedesche dei 70s all’alterità mediorientale. Set organizzato senza
soluzione di continuità, come visto al recente Thalassa e dunque conferma alla grande.
La domenica il tempo è decisamente inclemente e lo spostamento del palco outdoor è obbligatorio, creando sovrapposizioni ma mai casini. Così ci gustiamo il muro sonoro dei romani Lento, mai così spessi e dall’alto tasso di densità specifica. Non è un caso che spacchino
all’estero: hanno il tiro e nulla da invidiare a formazioni osannate solo dai malati di esterofilia.
A seguire, mentre sotto la pioggia, in brache di tela e busta di plastica a coprire l’effettistica, si
esibisce il fenomeno Gull (batteria e chitarra suonate insieme come una evoluzione folle del
one man band), noi ci infiliamo nel mondo colorato dei Jealousy Party. Stavolta in duo, Mat
Pogo e Roberta WJM screziano suoni, centrifugano parole, smontano e smostrano immaginari a suon di calembour improbabili e surreali, fratture ritmiche, echi di debordante free-jazz
cagnaresco e lucida visionarietà. Sorpresa? No, ennesima conferma.
Perdendoci gli Uochi Toki sappiamo che il rammarico sarà al solito alto, ma i Luminance Ratio
nella Death Room ci ripagano con un set in un unico movimento in cui smontano e rimontano
noise, manipolazioni elettroniche, elettroacustica materica e quant’altro, per una mezzora di
sognante deliquio. Giusto il tempo di una birra e il maelstrom ricomincia: un Nicola Manzan
aka Bologna Violenta in ottima forma va di digital hc meets cyber-grind all’ennesima potenza
seguito a ruota da Bachi Da Pietra. Da ribattezzare “da metal” alla luce della violenza straight
in your face che Dorella/Succi ci sbattono in faccia. Corna in alto e pogo acceso ci dicono che la
svolta “dura” è stata ben recepita dai fan anche della prima ora. Coi Tons si ridiscende nei miasmi delle musiche lente e dal peso specifico elevatissimo, mentre i nostri favoriti Mombu ci
fanno capire ancora una volta perché sono una delle formazioni più intense in circolazione. Variazioni poliritmiche a velocità folli più sax baritono che sembra un elefante per composizioni
psichedeliche e trascendenti. La vera “purification throught pain”. Chiudono le glorie locali Titor
con qualcosa che non è un concerto, ma un riconoscimento. Un ritrovarsi che non necessariamente deve trasformarsi in un addio, nonostante le lacrime copiose che rigano i volti di coloro
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che il NOfest! lo hanno creato e cresciuto. Non è ciò che vogliamo e sicuramente non è ciò che
si meritano i tanti che hanno partecipato a vario titolo all’ultimo NOfest!: le lacrime è giusto
che scorrano, perché stanno a significare l’attaccamento di tutti quelli che si sono sbattuti per
la propria passione e che, vista l’aria da cani bastonati che ha accompagnato tutti verso casa,
ha contagiato chiunque abbia varcato il cancello dello Spazio211. Ma dal nostro punto di vista,
lievemente più lucido perché meno coinvolto, situazioni come quelle del NOfest! rappresentano il senso ultimo del partecipare a un mondo, quello dell’underground, che regala gioie e
soddisfazioni perché percettibilmente umano. Un mondo in cui si fa il punto della situazione
musicale italiana, in cui si creano incroci e traiettorie e dove è possibile confrontarsi a livello
umano. Senza filtri o barriere.
Parafrasiamo, perciò, lo slogan di quest’anno col sorriso sulle labbra che ci ha accompagnati
per la intera tre giorni: che questa del “2000ecredici” fosse l’ultima edizione, c’abbiamo creduto. Adesso sotto con l’organizzazione della prossima.
live report
Stefano Pifferi
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Field Day Festival 2013
Victoria Park
Estero/Altro
25 Maggio 2013
Il Field Day Festival presso Victoria Park di Mile End a Londra: il nostro report
Anche quest’anno è partita la stagione circense dei festival, la quale ci accompagnerà per tutta
la primavera e l’intera estate. Ma davvero ci divertiamo a stare in mezzo a decine di migliaia di
persone? Davvero vogliamo fare code stratosferiche sotto il sole per una birra? Davvero vogliamo stare a 200 metri dal palco? Una lotta continua: bibite, panini, sigarette, bagni - oh mio
Dio, i bagni, che delirio - il caldo, i tamarri che spingono, le ragazze che ti passano davanti con
nonchalance trascinandosi decine di amiche per mano, la calca che ti soffoca. Niente sfugge
alla folla: tutti fatti che si abbracciano, pupille enormi, sorrisi ebeti, urla e pianti.
Secondo questo copione trito e ritrito, si è svolto sabato 25 maggio 2013 il Field Day presso
Victoria Park di Mile End a Londra. Anzi, nel più totale rispetto di questo plot scadente, alla fine
il Field Day è stato un festival che ha lasciato un po’ di amaro in bocca, sia per le scelte musicali
che per i problemi di cui sopra. Quattro tendoni più un grande palco centrale, ciascuno assegnato alle realtà cittadine più rilevanti: i ragazzi dello Shacklewell Arms - meraviglioso pub di
Dalston - hanno offerto uno show indie rock, con, tra gli altri, Dark Dark Dark, Fucked up, Do
Make Say Think, Toy e Wild Nothing; Eat your own ears, la crew più potente al momento, ha
gestito il palco principale con una programmazione però altanelante: Four Tet, Everything
Everything, Bat for Lashes, Animal Collective e la prezzemolina dell’estate 2013 Solange. A
“pompare” le casse hanno pensato i bassi del tendone della Bugged Out! con una line-up tutta
garage e le chitarre del tendone di Last FM con (da segnalare) Chvrches, Savages, Daughter,
live report
Kurt Vile, e Django Django. Ancora due tendoni: Bleep con la sua elettronica cupa e schizofrenica e la Red Bull Academy tutta house storta e deviata, in bilico tra trend e pacchianate.
Considerata la line-up ampia e, soprattutto, considerato che molti artisti di primo piano sono
stati fatti suonare in contemporanea, abbiamo deciso di concentrarci soltanto su alcuni set.
Rudi Zygadlo è stata forse la novità più fresca di questo Field Day, live set jazzato, blues, ma
con innesti elettronici, come una versione più black e acid-jazz di James Blake. Una line up
classica: tastiere e voci, batteria jazzatissima e Rudi alle macchine, il tutto con un risultato
soprendente.
Il pomeriggio assolato è trascorso all’insegna dell’indie pop e dello speed garage, attualmente
i due generi musicali più in voga a Londra. I Chvrches si sono candidati a nuova alternativa ai
Purity Ring, ma musicalmente non hanno convinto del tutto, soprattutto nel singolo Recover.
Nonostante tutto, tendone pieno e nell’aria un vago odore da copertina NME, assieme a un
synth-pop etereo con bassi gonfi e rimandi alla fine degli anni ‘80 forse fin troppo abusati.
How To Dress Well, nello stage gestito dalla crew di Bleep, è stato uno dei concerti migliori,
grazie ad un live con macchine e violino, oltre che alla meravigliosa voce di Tom Krell. La versione live di & It was U ha avuto davvero del magico.
Sul versante garage, la Bugged Out! ha letteralmente devastato i timpani degli astanti con un
programma di tutto rispetto: partiti con Seth Troxler, Jacques Greene, Ben Ufo, Daphni, si è
poi proseguiti con Disclosure, Julio Bashmore e TNGHT. Del primo lotto, il dj set di Daphni
è stato una spanna sopra tutti gli altri, con un mix di africanismi e disco fatto di personalità e
cultura musicale. Gli altri, Troxler escluso, hanno offerto un’ora ciascuno di speed garage dalle
forti tinte anni ‘90. Stop & go improvvisi, tastiere post-acide, vocal femminili sono stati il punto
di forza dei set di Jacques Greene (con un ottimo cameo di How to Dress Well alle voci) e di
un Ben Ufo che definire violento, dal punto di vista dei suoni, è dire poco.
Sempre sullo stesso palco, verso le 19, sono arrivati i due fratelli meraviglia di questa stagione
musicale, ovvero i Disclosure, dall’alto dei loro 18 e 21 anni. Dal nuovo singolo When A Fire
Starts To Burn - con il quale hanno aperto il live -, passando per White Noise, U & Me, F For You
e tutti gli altri brani del loro debutto Settle, i due giovani hanno decisamente convinto con
un live suonato (due tastiere, un basso e due laptop) e variegato. A seguire Julio Bashmore davvero di livello - e una pessima esibizione di TNGHT.
Per quanto riguarda il main stage, forse lo spettacolo peggiore dell’intera giornata è stato
quello di Bat For Lashes. La musicista inglese infatti, pur essendo molto popolare, non ha
offerto uno show degno dei propri compari di stage ed anzi ha deluso le aspettative: come
una versione più sofisticata di Tori Amos, la pianista inglese si è presentata accompagnata da
una band di quattro elementi (basso, batteria, tastiere/programming, violoncello) su arrangiamenti vagamente orientaleggianti, piuttosto molli e senza mordente. Ad ammaliare, invece,
ha pensato un Four Tet sempre una spanna sopra tutti, il quale ha praticamente suonato per
intero l’ultimo album Pink inframmezzando momenti di cassa dritta con gorgheggi jazzati di
gran classe. Ad impreziosire il tutto, una pioggia di giganteschi palloni colorati dal back-stage,
macchine e laptop per un’ora di meravigliosa musica elettronica. A seguire sullo stesso palco,
gli Animal Collective, head-liner della serata. Alla band americana sembra sempre manca-
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re qualcosa che la renda davvero meritevole della fama acquisita nel circuito indipendente.
Sospesi tra rumorismi all’acqua di rose e un suono comunque riconoscibile, i newyorkesi non
hanno esaltato.
L’area di Last FM ha regalato due tra le performance migliori di questo Field Day, ovvero
Mount Kimbie e Django Django, i primi così attesi da guadagnarsi la palma di realtà più
trendy del festival, i secondi così bravi da lasciare a bocca aperta. Il duo di Londra formato da
Dominic Maker e Kai Campos rappresenta una delle novità più eccitanti di questa primavera
musicale 2013 e sul palco di Last Fm ha proposto per intero il nuovo ottimo Cold Spring Fault
Less. Melodia e UK bass di pregevole fattura, con quel tanto di cantato che non guasta . A chiudere col botto hanno pensato i Django Django con un infuocato show degno della migliore
Beta Band. Da vedere.
Infine, due menzioni speciali: Tim Burgess e Mulatu Astatke. L’ex Charlatans sempre alle
prese con un caschetto impeccabile e una ricerca della perfetta melodia smithiana; il grande
maestro etiope in gran spolvero: otto musicisti sul palco per un’ora di afro jazz da manuale.
live report
Lorenzo Cibrario
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Optimus Primavera Sound 2013
dal 30 Maggio al 01 Giugno 2013
L’edizione 2013 sarà ricordata come l’anno della svolta in tutti i sensi che una manifestazione di
questo tipo si porta appresso, a cominciare dalle 75.000 presenze
Chiudevo il live report sulla prima edizione dell’Optimus Primavera Sound dell’anno scorso
con l’inutile proposito “ci sono delle oasi, rubiamole”. E come spesso succede non ci siamo
fatti ladri d’idee, noi italiani, solo osservatori, come al solito. Eppure ci rimettiamo in cammino, come ogni anno, sempre di più, verso la penisola iberica, in sella a questo freddo squarcio
primaverile; chi verso i fasti sempre più roboanti del Primavera Sound Festival (qui il live report
dell’ultima edizione), chi invece verso la deliziosa e minuta appendice lusitana. E la seconda
edizione di Oporto non delude, fra piccoli indizi di quel che sarà negli anni a venire, sia chiaro
materiale per i cronisti più puntigliosi, come l’introduzione del Palco Pitchfork, la soppressione
della domenicale passerella finale presso la meravigliosa Casa della Musica, e ancora, l’estensione sempre più invadente dell’area VIP, oltre a mille altri particolari di un’organizzazione che
sfiora la maniacalità - e ben venga tutto questo.
E ancora, la line up con headliner da competizione in comune con la consociata basca (Nick
Cave and the Bad Seeds, Blur, My Bloody Valentine, in ordine di apparizione nella tre giorni) a differenza dell’edizione 2012, più variegata e ben distribuita - se l’anno scorso all’orario
aperitivo c’era Jason Pierce con i suoi Spiritualized quest’anno c’è Neko Case, con tutto il
rispetto per quest’ultima. L’edizione 2013 sarà ricordata come quella della svolta, dunque, in
tutti i meravigliosi sensi che una manifestazione di questo tipo si porta appresso, a cominciare
live report
dalle 75.000 presenze diluite nei tre giorni. A fare da contorno a tutto ciò il solito Parque de la
Ciudade, luogo incantevole e ben collegato con il centro città (vedi la pista ciclabile appena
rinnovata), uno scenario che - vista la maestosità e le possibilità logistiche dello spazio e la disponibilità dell’amministrazione di Oporto - lascerà sedurre gli organizzatori verso un percorso
di crescita che s’intuisce inarrestabile, con gli ovvi pro e gli inevitabili contro. Proseguiamo in
ordine sparso.
Gli Sfiorati. I Fuck Buttons - penalizzati dall’orario quasi mattutino e dalla location, l’ATP Stage,
luogo suggestivo attorniato da boschetti ma che mal s’addice al duo inglese - si riscoprono volenterosi e feroci, ma, troppe volte, troppo pronti nel disperdersi tra lungaggini psicotroniche
piacevolmente estenuanti inizialmente ma alla lunga noiosette, si salvano i cavalli da battaglia di un lustro fa, vedi l’invereconda Bright Tomorrow, un incendio doloso. O i Local Natives,
premiati con il palco principale, l’Optimus, ma vittime predestinate dell’unica atmosfera di cui
sono capaci - gonfiata e curatissima - e sostanzialmente incapaci di distinguersi, nonostante
il taglio dei capelli. Stesso discorso per i Wild Nothing, volenterosi certo, ma senza mordente
e bisognosi di una sferzata (l’ultimo EP Empty Estate, in questo senso, sembra beneaugurante), altrimenti belli e pronti a sprofondare nel mare magnum delle band retromani cadute in
disgrazia: monomaniaci. Gli Explosions in The Sky regalano ciò che l’anno scorso ci avevano
negato all’ultimo (dolorosissimo forfait dell’ultima ora), fedeli alla linea come non mai, non
serve aggiungere altro: un’odissea, in tutti i sensi.
Stesso discorso per i Fucked Up, pronti ad offrire al loro pubblico ciò che vuole, ovvero sudore tra i corpi e acidità tra gli accordi. Menzione speciale per i The Drones (in sostituzione di
Rodriguez), autori - secondo il sottoscritto - di una delle migliori interpretazioni dell’intera tre
giorni. Una River of Tears glaciale, maestosa nel fare ombra all’intero pomeriggio lusitano, perfetta sintesi del loro acid blues assolato; il resto è maniera, e che maniera. Infine, l’unico vero
sfiorato, quel Daniel Johnston capace sotto il sole cocente di confondere le lacrime di tutti.
Un cantato che si fa rincorsa, piegato sul leggio quasi a mangiarli quei versi perché affamato,
e poi ammorbidito dall’incredibile affetto dei presenti; un omone incapace di cose normali, a
prima vista fragile come uno dei suoi versi, e invece, dopo un’ora di set, invincibile nonostante gli occhi bassi perenni. Pura sofferenza e magnificenza per tutti, chissà per lui. Meglio non
indagare.
Caos Calmo. I Deerhunter si rivelano. E regalano il miglior live dell’intera tre giorni. Intabarrati
nella loro immobilità e dal freddo che contraddistingue la prima serata, deliziosi quando si
affievoliscono in appena nate litanie pop (vedi T.H.M o), violentissimi e mai irrequieti quando
s’asserragliano in trincea come nella conclusiva e inarrestabile Monomania, perla dell’ultimo
omonimo disco. A condire il tutto un Bradford Cox particolarmente vispo e volumi infiniti. In
una frase, la più bella dicotomia del rock indipendente attuale, sempre rincorrendo ogni possibile sfumatura. Le Savages poi. Una presenza scenica fotografata - a dir poco - da Corbijn, un
set di mezz’ora che è corda tesa fra quattro soldatesse new wave, scure ed emozionate come
mai. Bocche aperte e scatti a tratti epilettici, tra le prime file. La voce si sparge, il Pitchfork Stage si riempie all’inverosimile, gli occhi sbarrati a fronte della doppietta iniziale, Shut Up + I Am
Here. Le Savages sono forma e sostanza. Se si rivoluzioneranno ad ogni scatto, diventeranno
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live report
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delle istituzioni nere, da incorniciare, capaci di farci dimenticare il passato da cui hanno preso
a piene mani. Si salvano, a differenza dei sopraccitati Local Natives e Wild Nothing, i Grizzly
Bear, che, nonostante i problemi tecnici - voce inesistente che manco Kevin Shields, batteria
a sommergere il tutto che nemmeno gli Om - regalano a un pubblico sterminato un set eterogeneo e pulsante, tra slanci vitali (Sleeping Ute) e redenzioni (l’allucinata Yet Again) che sanno
di preghiera comune per i ventimila accorsi.
Sullo stesso piano, ad un passo dalla perfezione formale, i Liars, voraci come non mai, così
consapevoli da lasciare fuori dalla scaletta i pesi massimi della loro carriera per concentrarsi
sull’ultimo WIXIW. A chiudere il delirio in falsetto di Brats e un inedito dal sapore cosmico,
quasi sognante. E ora i mostri assoluti. Nick Cave uccide il Festival già il primo giorno. Un live
infuocato, inginocchiato verso i devoti, a caccia di peccatori (eufemismo) tra le prime file. Un
best of - a parte tre pezzi dall’ultimo, l’ottimo Push the Sky Away - capace di racchiudere in
un’ora e mezza l’essenza dell’autore australiano. Un Cave esagitato, scenico ai limiti dell’onnipotenza, sorretto magnificamente da una band che suona da (o con?) Dio (l’assenza di Mick
Harvey, surclassata da un Warren Ellis che per una volta punta al sodo, riempiendo i vuoti, dosandosi con cura). Il tutto rimanendo credibile, credendoci, e non è poco. Chi l’avrebbe detto:
originale.
La coscienza del passato. Cosa dire del live post-reunion dei Blur che non sia già stato detto?
L’opposto di ciò che è stato appena argomentato per Nick Cave. L’obiettivo è lo stesso: regalare
uno scorcio approfondito del proprio repertorio, soprattutto in chiave festival, dove i tempi sono
strettissimi e il pubblico eterogeneo. Premettiamo, a voler essere diffidenti su tutto, qui non si
mette in dubbio il grado di coinvolgimento dello show, a tratti emozionante, vivo, per nulla svogliato, sarebbe impossibile col repertorio della band inglese. Il problema semmai non è il cosa,
ma il come, l’atteggiamento della band, la predisposizione. Con i quattro inutilmente esagitati, lo
spettacolo sa di presa in giro, di divertimento forzato e inutilmente sopra le righe. I Blur sul palco
non danno l’impressione di divertirsi, non emerge nessuna verità, quasi fingono di emozionarsi,
di divertirsi. Una celebrazione vuota, e chiudiamola qui questa piccola polemica.
La reazione del pubblico? E’ tutto un indistinto riverbero di corpi, affamato, e, appena finisce
tutto, un po’ vuoto. Un ricordo, ecco. Il ricordo di una celebrazione. Ci sono reunion e reunion.
E i My Bloody Valentine? Inesistenti, la voce un ricordo, a rendere il tutto a tratti monotono e
fuori tempo massimo. Una lunga coda dove nulla si distingue e ad emergere è la maniacalità
di un ritorno live che dopo l’uscita dell’ultimo disco, non ha più nulla da trasmettere se non la
fedele rappresentazione di un mondo irraggiungibile, passato, mai resuscitato, come la colonna sonora di un sogno.
Inclassificabili le Breeders. Sorridenti e ben disposte le due sorelline, è vero, ma poco convincenti, fra stonature inqualificabili e pose ingessate. Il pubblico sembra comunque apprezzare,
come d’altronde il live dei Dead Can Dance, raffinatissimo e invincibile, ma alla lunga estenuante nella sua maestosità ri-costruita, irraggiungibile, che mai stringe lo stomaco. Altra cosa
i Dinosaur Jr., travolgenti come non mai. Una seconda giovinezza. Ad avercene. Stesso discorso per gli Swans, ancor più vicini alla proposizione di un live definitivo, anzi, alla definizione di
apocalisse applicata al live. Nessuna seconda giovinezza, qui, si tratta di rinascita. Epocali.
In conclusione, le vecchie glorie - quasi tutte - se non al macero, in ricovero preventivo, e le
nuove leve sugli scudi, pronte al grande passo. E le ancor più piccole realtà che sorprendono
per freschezza (Melody’s Echo Chamber), attitudine (Glass Candy), già manifestata grandezza (James Blake). Il resto è ai limiti della perfezione, indistintamente, completamente. L’anno
scorso chiudevo l’articolo parlando di futuro (per l’Optimus Primavera Sound), di speranza (riflessa, per l’Italia). E quest’anno, come sintetizzare il tutto? Qui il presente è grandioso (e come
potrebbe essere altrimenti, nel 2014 ci sono i Neutral Milk Hotel..). Gli altri emigrano, il tempo
di un weekend.
Federico Pevere
live report
Vatican Shadow, Mai Mai Mai
Teatro Lo Spazio
Roma
30 Maggio 2013
Dominick Fernow aka Prurient scende a Roma col progetto Vatican Shadow: malattia technoindustrial per un set dal sapore antico, quello dei rave spaccaorecchie di un tempo
Parti per un concerto e ti ritrovi praticamente in un rave. Non che la sorpresa fosse tale, a dirla
tutta. I trascorsi di Dominick Fernow come Prurient li conoscevamo già e quelli della prolifica
(re)incarnazione come Vatican Shadow pure. C’è però sempre spazio per l’inatteso, quando si
incastrano una serie di cose.
Andando con ordine, il Teatro Lo Spazio è una sala polivalente - un po’ club, un po’ teatro, un
po’ spazio per performance e/o concerti - proprio sotto la basilica di San Giovanni: cosa che
stavolta ha poco a che vedere col solito concertone del primo maggio ma molto col moniker
scelto da Fernow per le sue uscite à la Muslimgauze degli ultimi anni. Il fatto poi che la serata
prevedesse uno spettacolo teatrale dal titolo 33 di cui parte della scenografia era una gigantesca croce bianca, e qui i più attenti saranno giunti alle logiche conclusioni, non fa che ingigantire ancor di più il mix di sacro e profano protagonista della serata.
Tempo zero e il piccolo teatro diviene una sala per concerti, con Mai Mai Mai pronto in consolle: il progetto in solitaria di un noto agitatore dell’underground romano prevede travisamento d’ordinanza, macchine, nastri e visuals per fiumane di suoni droning scuri e malleabili,
pronti a spostarsi verso lande industrial, storture harsh o panorami da neo-elettronica rituale e
fluttuante. Notevole.
In attesa di un Fernow leggermente sovrappeso, Rawmance aka Matèo Montero parte di djset scuro e acido, ottimo in sé e non solo come preparazione del terreno. L’ospite più atteso
sale sul palco all’una di notte abbondante e mette in scena una bomba di concerto in cui il
piatto forte della casa si inspessisce e irrobustisce deflagrando quasi da subito sull’onda delle
epilessie sceniche del suo autore. Spettacolo nello spettacolo, animale da palco, isterico e
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spigoloso Fernow ci sorprende per la teatralità feroce con cui tratta la materia musicale - sì, ok,
la storia a.k.a. Muslimgauze è lì, evidente, lo sappiamo, ma c’è molto altro, specie in sede live e se stesso come parte integrante di quella rappresentazione. Ossessiva, meccanica, catartica.
Sfasata, triturata, etimologicamente eccentrica.
Sopra, però, dicevamo di incastri e rave. È la consistenza del suono di Vatican Shadow a colpirci, con quella cassa dritta da disarmo post-industriale ipnotica e violenta oltre ogni aspettativa
per noi abituati all’idea di un set altrettanto malato ma su versanti più ambient. Più liquido e
meno materico quale invece è l’ora di devasto cui ci sottopone l’uomo in nero: cassa dritta, voragini da subwoofer, apocalisse techno, pulviscolo industriale, ambientazioni oscure e immaginario da rave dei tempi andati, tra capannoni industriali dismessi e sfattume da no future. Bei
tempi quelli, bel presente questo. Stasera ha vinto Fernow.
Stefano Pifferi
live report
The Postal Service
Brixton Academy
Estero/Altro
20 22:00:00 Maggio 2013
Descrivere un live dei Postal Service non è affatto semplice. Ci abbiamo provato con la data alla
Brixton Academy di Londra
Descrivere un live dei Postal Service non è affatto semplice. Non perché la band abbia offerto chissà quale complicato spettacolo o perché la musica sia così colta da necessitare un alto
livello di analisi, ma solo perchè il gruppo, con un unico album all’attivo - ormai dieci anni fa,
questa l’occasione del concerto - e con una musica così legata ai primi anni 2000, rischia costantemente l’effetto nostalgia. Sì perchè lo spleen emozionale da teenager depresso per amore, “necessario” per apprezzare la band di Tamborello (Dntel) e Gibbard (Death Cab for Cutie),
è ormai un lontano ricordo per alcuni e un normale essere umano, a dieci anni di distanza
dalla prima release di Give Up, dovrebbe esserne uscito fuori.
A tratti poco convincente, il live è stato molto semplice: Tamborello ai laptop, Gibbard alla
chitarra, voce e a tratti batteria, Jenny Lewis dei Rilo Kiley alle tastiere/basso/percussioni e vibrafono, il tutto per quarata minuti di musica. La scaletta ha seguito pari passo il disco, iniziando con The District Sleeps Alone Tonite per terminare con Natural Anthem, intervallata dai due
brani nuovi pubblicati su Pitchfork. A seguire come b-sides, Against All Odds e gli altri lati B dei
7’’. I brani non sono stati cambiati di una virgola rispetto alle loro controparti su disco, annullando ogni effetto sorpresa e dando l’impressione di un noioso effetto playback.
Detto questo, è innegabile che i Postal Service abbiano gusto per le melodie. Brani come
Brand New Colony e We Will Become Silhouettes rimarranno per sempre anthem da cantare a
squarciagola.
Lorenzo Cibrario
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Master Musicians Of Bukkake, Mombu, Macelleria Mobile Di
Mezzanotte
live report
Init
Roma
07 Giugno 2013
Notte all’insegna del rituale nero con la congrega Master Musicians Of Bukkake: deserto, esoterismo, psichedelia, trance ritualistica e molto altro...
Serata all’insegna della lettera M in quel dell’Init. A sfilare sul palco una tripletta assai strana in
apparenza ma in realtà ben assortita: gli americani Master Musicians Of Bukkake e i romani
Mombu e Macelleria Mobile Di Mezzanotte. A dirla tutta i Mombu, ultimi in ordine di tempo
ad essere aggiunti al bill, sono anche i primi costretti a rinunciare causa guasto al furgone di
ritorno dalla data di Milano, guarda caso per colpa di un Manicotto. La bellezza o la maledizione delle M non impedisce però a Luca Mai e Antonio Zitarelli di raggiungere il locale in tempo
per unirsi a una jam finale letteralmente devastante, di cui parleremo più avanti.
Andando con ordine, però, tocca a Macelleria Mobile Di Mezzanotte inaugurare la serata nel
palco esterno dell’Init: con eleganza e oscurità, il trio sax/voce/macchine imbastisce il solito
soundtrack-cabaret apprezzato nell’ultimo Black Lake Confidence tra Badalamenti in acido e
rimasugli di asperità industriali, Buscaglione noir e lounge del dopo-bomba, atmosfere malate
e torve alla Twin Peaks e una certa predilezione per i passaggi ipnotici. Da amalgamare ma
ottimi al solito.
È poi la volta dei Master Musicians Of Bukkake. Un bordone ascetico ci accoglie insieme a
una devastante nuvola di fumo a ricordarci che oblio e trascendenza saranno le coordinate
della successiva ora e mezza. I sei (sì, sei - doppia batteria, chitarra, basso, elettronica, voce e
ammennicoli vari - ma ce ne accorgiamo ben oltre la metà del live, causa fumo alla Sunn O))))
entrano in scena come al solito bardati e nascosti e iniziano un rituale a furia di candelabri e
teste di cervo, ipnosi collettiva e sabbath strumentale senza soluzione di continuità per un’ora
piena in cui trasportano l’audience alla catarsi. Saremo banali, ma l’immagine (o l’immaginario) che più spesso ci viene in mente rimanda a quello dello Jodorosky dei classici El Topo o La
Montagna Sacra: trascendenza e deserto, trip alieni e devianze sessuali, raga tribali e pulviscolo spacey. Non si intravedono le venature prog che segnano trasversalmente l’upcoming Far
West dato che nella psichedelia del sestetto in sede live c’è più muscolarità e sudore e meno
devianza mentale, come avviene nelle due lunghe jam che chiudono il live con l’aggiunta del
sax di Luca Mai e dell’extra drumming - e siamo a tre! - di Antonio Zitarelli. Un vero e proprio
tour de force di reiterazioni e crescendo che assume le sembianze doomy care ad alcuni dei
compagni di merende dei MMOB, ma che qui, complice un intero set al di sopra di ogni più rosea aspettativa, induce il pubblico alla trance definitiva. La testa di cervo è riposta sull’altarino,
il candelabro spento, il baccanale terminato. Andiamo in pace, ma senza sapere bene dove.
Stefano Pifferi
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De La Soul
live report
The Forum
Estero/Altro
08 Maggio 2013
Con i De La Soul non sbagli mai: una carica soul funky tecnicamente ineccepibile e stilisticamente
sempre valida
Al The Forum di Kentish Town, mercoledì 8 maggio 2013, il pubblico accorso per il concerto
dei De La Soul è così eterogeneo da rendere bene l’idea stessa della band statunitense. Musica Rap per tutti, divertente funky dai ritmi hip hop che raccoglie consensi dal pubblico gansta,
come da quello più dedito al pop da classifica. Questa è infatti la musica dei De La Soul: un mix
di hit da MTV e di rap da denuncia sociale su basi soul (appunto), funky e rock.
Il celeberrimo trio newyorkese, seguito da una band in tutto e per tutto funky munita di
sezione fiati e percussioni, ha incendiato il Forum con un ritmo colorato e vincente, facendo
ballare nuove leve di ventenni insieme a fan della prima ora. Idealmente diviso in due parti, il
concerto ha mostrato una band fisicamente invecchiata (Pasemaster Mase con tanto di bastone e Trugoy The Dove munito di sgabello dietro ai piatti) ma che non intende mollare il colpo
in quanto ad energia e presenza scenica. Infatti, ad una prima parte con band al completo e
polistrumentisti afro in stile concerto di Prince o Steve Wonder, è seguita una seconda (migliore) decisamente più hip hop con solo voci, piatti e scratch, in cui tutta la summa compositiva
del trio è uscita fuori.
Ogni hit, che ormai da trent’anni viene macinata dalla band, è stata proposta con o senza
strumentisti: 3 Feet High and Rising, De La Soul is Dead e The Grind Date sono stati riproposti
quasi per intero. Una versione quasi post rock di 3 Is a Magic Number, il puro funk di Ring Ring
Ring (Ha Ha Hey) - recentemente tornata in auge perché “coverizzata” dal nuovo fenomeno pop
anglosassone Little Mix -, una versione soul di Feel Good Inc. dei Gorillaz e una potentissima
Breakadown sono stati i momenti migliori di questo live.
A seguire un set in vinile di Trugoy The Dove in cui una carrellata di hit black degli inizi degli anni ‘90 ha ancora una volta sancito il ritorno del rap come revival musicale più cogente.
Musicisti come Asap Rocky, Frank Ocean, Kendrick Lamar e Chance The Rapper sono soltanto
alcuni dei nomi di punta di questa scena; i De La Soul sembrano ricordarci i numi tutelari e i
padri spirituali.
Lorenzo Cibrario,
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Grizzly Bear
live report
Alcatraz
Milano
28 Maggio 2013
Dai palchi di Primavera e Coachella fino a Milano: un raffinato show coinvolgente solo in parte.
Un nutrito pubblico all’Alcatraz di Milano per l’unica data italiana dei Grizzly Bear, quartetto
formatosi a Brooklyn nel 2002 che ha avuto il riconoscimento internazionale grazie all’ottimo
Veckatimest e all’ammirazione di Sua Santità Johnny Greenwood. Ora la band dei polistrumentisti Edward Droste, Daniel Rossen, Chris Taylor e Christopher Bear porta in tour sui più
prestigiosi palchi internazionali (Primavera Sound, Coachella) il nuovo album Shields, uscito
il settembre scorso dopo un periodo di iniziative solistiche (CANT e l’EP Silent Hour/Golden
Mile) e una colonna sonora per il film Blue Valentine. Alle 20.30 puntuali si entra.
Neanche il tempo di gustarsi un cocktail che comincia subito il (brevissimo) set di Connan
Mockasin, stralunato pop psichedelico neozelandese che nelle terre natie ha aperto gli show
di Radiohead e Charlotte Gainsbourg e che ora accompagna la band di Brooklyn per qualche
data del tour. Sul palco questo “Syd Barrett delle Terre di Mezzo” è accompagnato da Ross Walker al basso e da Seamus Ebbs alla batteria: lo spettacolo è intrigante e gradevole, anche se la
proposta musicale non è esattamente memorabile e qualche sbadiglio si fa largo prepotente
tra il pubblico, considerata anche l’attesa che c’è per gli headliner. Come si diceva poc’anzi,
tanta è la curiosità per la resa live del nuovo Shields, lavoro più compatto e coeso del precedente (con un’inedita componente rock), prodotto pregevole condito dall’inserimento di trame chitarristiche slowcore alla Spirit Of Eden dei Talk Talk ma che in termini compositivi risulta
un gradino sotto il suggestivo elettro/folk sperimentale di Veckatimest. Leggendo le tracklist
dei concerti di questo tour si presuppone che il repertorio dell’esibizione verterà comunque
proprio su questi due album e Yellow House sarà rappresentato solo da Knife.
Inoltrandosi nel cuore dello show, balza subito all’occhio lo splendido allestimento di un palco
arredato con tante piccole lanterne colorate, una scenografia particolarmente adatta al set dei
newyorkesi. È interessante anche la disposizione della band, che si presenta al pubblico in formazione a cinque - ai synth, dallo scorso anno, c’è anche il turnista Aaron Arntz - e con la batteria
messa a lato, sull’estrema sinistra. Un assetto “democratico”, da cui non emerge alcuna particolare
leadership. Forse in virtù del fatto che manca una figura particolarmente carismatica? Diciamo
che il frontman - se così si può chiamare - Ed Droste non è un animale da palcoscenico, ma
d’altra parte chi viene a un concerto di questo tipo non si aspetta certo un Iggy Pop. Una cosa
è certa, però: la voce l’hanno tutti. Lo si capisce sin dall’attacco di Speak in Rounds/Adelma, intro
che ha il compito di calare gli spettatori nelle acque sinuose e raffinate dello psych/folk elettroacustico dei Grizzly Bear. Neanche il tempo di iniziare e i nostri cacciano in scaletta tre pezzi da
novanta come Sleeping Cute, Cheerleader (da Veckatimest) e soprattutto Yet Again, il singolo
più efficace di Shields: forse il momento che regala le emozioni più grandi. In generale, sono
sorprendenti le armonie vocali arzigogolate, intricatissime ed eseguite con una perizia tecnica
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live report
impeccabile. È abbastanza evidente il tributo pagato a un disco come Pet Sounds, capolavoro dei
Beach Boys, e la vicinanza stilistica a realtà contemporanee come il cantautore Sufjan Stevens
o ai cuginetti inglesi Fleet Foxes.
Dopo aver calato gli assi, l’esibizione scorre liscia, senza troppi sussulti e per la verità, senza neanche troppe emozioni, fatta eccezione per l’ottima Gun-Shy. La band, per stessa ammissione
(plausibile, visti i recenti impegni) del cantante Ed Droste, è stanca e lo dichiara apertamente
al microfono. Ciò nonostante, nessuno sbaglio di tipo tecnico o esecutivo, nessuna minima
imperfezione si registra da questo punto di vista. In particolare, una nota di merito va al bassista, Chris Taylor, che oltre a cantare perfettamente, suona sax e clarinetto e ha una presenza
scenica nettamente migliore degli altri.
Nel corso dello spettacolo, tuttavia, emergono difetti abbastanza lampanti: gli arrangiamenti
oltremodo barocchi ed eccessivi rendono di difficile l’ascolto e problematico l’immergersi totale del pubblico nelle fascinose composizioni. È una musica che nel contesto live solo a tratti
esplode nel vigore di emozioni viscerali, rimanendo a volte incastrata in cervellotici intellettualismi abbastanza tipici di questo alternative pop americano. Bisogna aspettare il loro unico
(significativo) successo commerciale (Two Weeks) per risalire la china, oggettivamente un pezzo pregiato di manifattura pop da veri fuoriclasse. Roba da enciclopedie per gli anni a venire,
e non è un caso che il brano sia stato scelto come jingle per svariate campagne pubblicitarie o
come soundtrack di altrettanti lungometraggi importanti.
Band e pubblico si risvegliano da un sonno che durava da troppo tempo. Applausi sentiti e
meritati. I Nostri, avvertita la ritrovata sintonia creatasi con il pubblico, azzeccano la chiusura
dello spettacolo con un set finale più intimista, raffinato, ma al tempo stesso coinvolgente. E
allora vai di sensazionali voci a cappella e chitarre acustiche, fino ad arrivare al vortice sonoro
esplosivo e ammaliante di Sun in Your Eyes, uno dei loro apici compositivi. È il colpo di coda
che risolleva le sorti di uno show di un’ora e mezza abbondante fino a quel momento interessante solo per metà. Uscendo dal locale di Via Valtellina c’è ancora spazio per una birra e si ha
tempo di rielaborare il tutto. Manca un po’ di cuore, negli show di questi Grizzly Bear. Peccato,
perché la stoffa c’è e il talento pure. Per ora ci accontentiamo di un concerto comunque gradevole e suonato alla perfezione.
Roberto Vivaldelli
Carter Tutti, Lorenzo Senni, Raime, Morphosis, Crono
Museo della Scienza (Milano)
Milano
25 22:00:00 Maggio 2013
In una location prestigiosa come il Museo della Scienza e della Tecnica “Leonardo Da Vinci”, Savana Machines è l’occasione giusta per S/V/N/ di fare il salto di qualità con Raime e Chris & Cosey.
Fin dal momento dell’annuncio, la quarta edizione del S/V/N/ Festival aveva tutta l’aria del
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live report
banco di prova per la giovane organizzazione. Sul campo da circa un anno, ma tutt’altro che
inesperta, Savana si sta affermando sempre di più come l’alternativa valida alla Milano dei
venditori di fumo e del divertimento vuoto fine a se stesso. Il merito principale non sta tanto
nella novità della proposta, quanto nell’aver contestualizzato quasi-urbanisticamente quei
preziosi micro-ambienti legati al circuito Hundebiss, giusto per fare un esempio, o allo spazio
O’ (ancora vivo grazie al crowdfunding), in una solida organizzazione dal forte richiamo mediatico, dotata di una capacità di coinvolgimento su scala più ampia.
Complice il loro contributo nella rivalutazione dell’ex casa discografica CGD (ora Buka), altrettanto rilevante è stata l’abilità nell’inserirvi nomi dallo spessore artistico consistente - come i
vari Demdike Stare ed Andy Stott - e di aver fatto respirare spesso e volentieri un clima da
club mitteleuropeo.
Dalla passione per il recupero e il riutilizzo degli spazi urbani nasce un concept legato al museo e al “rapporto uomo-macchina nella sua evoluzione-involuzione storica a partire dall’ambito
della musica elettronica fino all’arte figurativa”, ovvero Savana Machines. Una volta definita la
line up e ottenuti i permessi per l’installazione in una location prestigiosa e inconsueta come
il Museo della Scienza e della Tecnica “Leonardo Da Vinci”, si capisce che la rassegna sarà
l’occasione giusta per Savana di fare il salto di qualità in termini di credibilità.
Dopo un promoting meno sobrio del solito e notevoli aspettative tra il pubblico, arriva il momento di darsi appuntamento al padiglione Olona, in zona Sant’Ambrogio.Ad accoglierci, ora
aperitivo, troviamo una lecture con Baffo Banfi, sorta di icona del prog nostrano ed ex tastierista de Un Biglietto per l’Inferno. L’artista ci introduce al principio fondante della serata con una
nostalgica conversazione sulla personale esperienza nel mondo della musica, tra sintetizzatori
e sale di registrazione.L’esperienza uditiva prende corpo nel momento in cui la platea viene
introdotta nella Sala Transatlantico Biancamano, pista da ballo del natante arredata con il
gusto degli anni Trenta. Qui possiamo ammirare Lorenzo Senni, compositore già noto per
i progetti Stargate e One Circle, in una riproposizione live dell’ultimo lavoro Quantum Jelly
prodotto per Editions Mego. Senni, Red Bull alla mano e bomber “Stargate” di rito, si lascia
andare al ritmo, galvanizzato dall’effetto mantrico delle sue impeccabili sequenze arpeggiate. Il fondatore dell’etichetta Presto!? si scopre sempre di più artista poliedrico. Basti pensare
alla varietà offerta nelle sue ultime esibizioni milanesi, dalla stratosferica jam di tre ore al Nike
Stadium al set nu-style destrutturato di qualche giorno prima all’Istituto Svizzero. Vuoi per la
territorialità del musicista, vuoi per la resa ad alta definizione del suono, la prova di Senni nel
suo piccolo risulta un momento particolarmente sentito e autentico.
Come già accennato, la resa acustica nella piccola stanza è ottimale. Nemmeno il tempo di una
pausa e arriva il turno del produttore discografico (via Morphine Records) italo-libanese Morphosis. Accompagnato da una ricca strumentazione, Rabih Beaimi, veneto d’adozione, propone
un live corposo e stratificato, completamente analogico e modulare, artigianalmente noise, fatto
di cambi di ritmo e fascinazioni free jazz. Beaimi ci concede una prova di livello, forse un po’ corta
ma concentrata, scatenando un applauso scrosciante e dandoci appuntamento all’after organizzato al Q21, dove lo ritroveremo in veste da disc jockey.Alle 10 apre lo Spazio Navale Polene,
al piano sotterraneo, una location tanto insolita quanto azzeccata per una tripletta di live ad alta
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tensione elettrica. Calcio d’inizio per Crono, già organizzatore di serate nel meneghino e da poco
debuttante, tramite la tedesca Correspondant, con il 12” EP Palazzo d’Inverno. Che l’artista milanese abbia una piccola ossessione per l’architettura e le geometrie novecentesche è palesato
dai visual per solo bianco e nero: minimalisti in primis, rapidamente cangianti e mutanti quando
serve. Per lui un’intro in crescendo, angosciosa ed eccitante, con tanto di sermone sulla sopravvivenza alla guerriglia urbana scandito dall’inconfondibile voce di Giovanni Lindo Ferretti, per un
sapore quasi industriale. Ancora un ottimo brano dai risvolti figurativi prima di atterrare su lande
più note e familiari: la seconda parte del set è appannaggio di una tech-house rilucente come i
colori dell’opera di Sokurov cui Palazzo d’Inverno si ispira.
Totale cambio di cromia con il passaggio del testimone ai britannici Raime. Assurti all’onore
delle cronache grazie a un piccolo capolavoro come Quarter Turns Over A Living Line, il duo
di casa Blackest Ever Black è creatore di un sound apparentemente monolitico ma al contempo fitto di vibrazioni, echi e rimbalzi sottopelle. Un pastone di puro cemento armato dove si
incontrano industrial e dub, ambient, drone e minimalismo tribale. Supportati da visual degni
del Terrence Malick di The Tree of Life, il live set si dimostra più irruento e vigoroso rispetto alle
registrazioni su disco, più diretto e umano, senza però perdere un’oncia di quello strutturalismo stratificato che è, tra le altre componenti, la forza del duo londinese. Senza mai fendere
la coltre di nebbia che avvolge le creazioni sonore, Joe Andrews e Tom Halstead passano da
remoti echi jungle a stasi ambient color piombo, da partiture ritmico-meccaniche a picchi
rumoristici che mettono a dura prova la tenuta dell’impianto di una venue non avvezza alle assurde frequenze cu viene sottoposta. Nota di merito per Mr. Halstead, che copre la famigerata
Mela del suo Mac con un brandello di nastro adesivo (nero, ça va sans dire); piccoli dettagli che
però rivelano una rigorosa attitudine da disciplina urbana. Quando la classe non è acqua, ma
scolo di fabbrica (in senso più che buono, ottimo).
Gran finale con la star couple dell’evento a.k.a Chris & Cosey. L’imprescindibile influenza di due
(al secolo Chris Carter & Christine Carol Newby) è ben nota anche al di fuori del circuito sotterraneo, così come lo sono gli anni di militanza nei Throbbing Gristle e la creazione del concetto stesso di industriale in ambito musicale e artistico tout court. Ritrovarli in forma smagliante
trenta e più anni dopo gli esordi, dunque, sorprende piacevolmente; di più, ad ascoltarli suonare quel che fanno da sempre si capisce ancor meglio quanto a fondo abbiano sedimentato
le basi poste dall’eccentrica alcova dello Yorkshire. C’è spazio per rispolverare vecchie hit degli
anni ‘80, da album come Songs Of Love & Lust e TechnØ Primitiv, e per brani nuovi tra cui l’ottimo singolo Coolicon. Ma ciò che davvero ammalia è vederli così naturalmente ed intrinsecamente al passo coi tempi; anzi, al di sopra dei cicli e delle mode, diacronici e sincronici insieme.
Circolari nella musica quanto nel suo significato, nelle forme quanto nella non-deperibilità del
prodotto (per una volta il termine trova una perfetta assegnazione di senso). Sodali e fedeli a
quelle macchine il cui rapporto con il genere umano è poi il tema portante di questa quarta
edizione del festival S/V/N/.E’ quasi l’una e il padiglione Olona inizia a svuotarsi ma, per gli irriducibili del clubbing, la festa continua al Q21, in zona Loreto. All’after, supportato dai ragazzi
di Crimewave, un susseguirsi di dj set non stop prolunga l’evento fino al mattino, con le selezioni di Modz Wayne (dj di Neoma), Morphosis (in primis) e G-Amp + Giesse. Tra il pubblico
vengono avvistati anche i Raime in libera uscita che, complice qualche cocktail di troppo, si
scoprono estremamente rilassati e facilmente approcciabili.
Savana centra ancora una volta il bersaglio, rimanendo al passo con i tempi e affermandosi
come il fiore all’occhiello dell’organizzazione culturale nostrana legata alla musica. Accendendo molte speranze per la prossima stagione, l’augurio è quello che si continui su questo
standard etico e artistico, senza perdere la bussola nell’intricata palude di promoter milanesi.
Davide Nespoli, Andrea Napoli
Alt-J
live report
Brixton Academy
Estero/Altro
16 Maggio 2013
L’acclamata band di Leeds si è dimostrata ancora immatura, alle prese con un successo acquisito
troppo velocemente. Riferimenti nobili, ma non abbastanza struttura per poterli gestire
All’interno della cornice del O2 Brixton Academy, una finta villa italiana con tanto di alberi di
rame e ferro battuto (sic), si è svolto giovedì 16 maggio 2013 l’attesissimo live degli Alt-J. Il live
si è aperto con due anonimi gruppi di supporto, il primo dagli Stati Uniti, (Hundreds Water)
piuttosto scialbo nei riferimenti a Dirty Projectors e Animal Collective, e il secondo dalla Nuova
Zelanda (Princess Chelsea), con un’esibizione un pelo al di sopra della media, con più carattere e con una chiara estetica electro pop che per lo meno ha intrattenuto a dovere.
Quando alle 21.30 gli Alt-J si sono presentati sul palco in formazione classica (chitarra e voce,
tastiere e voce, batteria e basso) seguiti da quattro violoncelli, la sensazione di stare per assistere ad una possibile pacchianata era palpabile. Asciuttezza e rigore sono sempre stati due
canoni nobilissimi e necessari nella migliore new wave, per cui ci si aspetterebbe da chi suona
questo genere di rispettarne quantomeno gli stilemi. Apparentemente, gli Alt-J sembrano
asciutti e la loro esibizione pare sia pianificata, scarna e rigorosa, ma la sensazione che si prova
ascoltando la band dal vivo è piuttosto di una mancanza di suono e pienezza nell’esecuzione.
Per assurdo, la band di Leeds riesce ad essere drammatica ed epica, e allo stesso tempo a proporre un suono a cui sembra mancare un quid. Brani come Breezeblocks e Tasselate (che pure
son buoni brani), tratti da An Awesome Wave, dal vivo risultano piuttosto vuoti, perdendo quel
finto nervosismo studiato che è un pò il marchio di fabbrica della band. Va detto comunque, a
parziale discolpa dei musicisti, che con un solo disco all’attivo e con la mezz’ora scarsa di live
a cui abbiamo assistito non si possono avere sufficienti elementi per dare un giudizio definitivo. Si dovrà probabilmente aspettare un secondo disco per capire la direzione che i giovani di
Leeds desidereranno intraprendere. Due i momenti da sottolineare: una cover di Slow di Kylie
Minogue e un’ottima Fitzpleasure che sembrava uscita direttamente dai Dalis Car.
Lorenzo Cibrario
135
My Bloody Valentine
live report
Estragon
Bologna
27 Maggio 2013
136
Una grande band noise e psichedelica, per un live-evento che però non raggiunge più lo status di
assoluto
Quando li vedemmo, quella volta a Barcellona, si era compiuto il miracolo, di quelli (dieci nella
vita) che potremmo chiamare live assoluti. Nessuno credeva davvero nel ritorno di MBV, forse
neanche i MBV stessi, in coscienza.
Kevin e soci erano ascetici, come si confà a chi sta suonando un live di quel tenore. Il contesto
era acusticamente ideale, da audiofili, l’Auditori sotto l’edificio di Herzog e De Meuron, al Forum, durante il Primavera Sound coevo alla reunion. Tale poteva essere: riprendere un discorso
lì dov’era e richiuderlo per sempre. I tappi erano consegnati all’ingresso, e pur mettendoli nelle
orecchie, i volumi erano intollerabili. La coda, il celebre reattore dei live di MBV, fece il deserto:
nessuno riuscì a sopportare la mezz’ora di decollo finale, straziante per i timpani.
Il punto è l’assoluto, quel concerto che è un evento nella vicenda non solo artistica ma culturale, esistenziale, dell’ascoltatore. L’assoluto è quel momento che crea uno scarto, che cambia
il fruitore; dopo, qualcosa è diverso. Al netto dell’impianto nemmeno paragonabile dell’Estragon di Bologna, e del pubblico forse a tratti più smaliziato dalla recente uscita di mbv, poche
cose di questo concerto hanno ricordato quello statement musicale intatto, perfetto.
Di certo i My Bloody Valentine di oggi sono meno intransigenti, non solo per i volumi. Il live di
Bologna ha dimostrato un’attenzione verso il pubblico che prima, nella distanza siderale tra
quello e la concentrazione dei musicisti, non sembrava possibile. Ci siamo abituati a pensare i
MBV suonare per sé, anzi per un’estasi concentrata solo sul proprio rito del rumore, massimalista. Oggi il concerto è una carrellata sulla carriera della band, diciamo dagli EP fine Ottanta
(e viene voglia di riascoltarli) al terzo disco. Non è più l’espansione del monumento Loveless.
Il reattore di cui sopra è sostenibile e limitato nel tempo, compreso in You Made Me Realise. Di
conseguenza il finale non è più infinito, ma segue il copione della chiusura dell’ultimo album
(Wonder 2, unico pezzo di mbv che non impallidisce di fronte alla produzione precedente). Il
suono è roboante ma meno stratificato (fa eccezione To Here Knows When, estatica come sempre), centrato sulla chitarra protagonista, quella sì micidiale per effetti, a volte impressionante
per potenza e presenza (Only Shallow).
Più che le voci - al solito basse, quasi nascoste, e forse più del solito, un sussurro nel maelstrom
(ma quello è marchio di fabbrica, acuito dall’impianto del locale) - stranisce però uno Shields
che domina la scena con la propria seicorde, senza evidentemente essere credibile, come star vedi la banalizzazione / caricatura di Come In Alone, di fatto asciugata attorno alla chitarra.
Stringendo il discorso, si è sentito nel live bolognese la questione dell’adattamento, che nei
live precedenti (scorrere Youtube per credere) era pressoché assente, ossia si è percepita la
distanza tra lo studio e il palco. Come se il secondo fosse un sottoprodotto del primo. I My Blo-
ody Valentine sono diventati un’eccellente rock band psichedelica e noise, da tradizione. Come
per le grandi band, ogni concerto è un evento, ma ripetibile, non L’evento. L’assoluto è distante
perché non esistono le distanze, nell’assoluto.
Gaspare Caliri
Peter Murphy
live report
Magazzini Generali
Milano
27 Maggio 2013
Il ritorno di Mr. Moonlight
Il cameo di Peter Murphy in Eclipse, secondo capitolo della saga vampiresca adolescenziale
di Twilight, ha lasciato perplessi molti ma, a giudicare dal pubblico riunito per la data milanese del “Mr. Moonlight Tour”, non ha scoraggiato nessuno. Del resto, non è difficile capire cosa
abbia spinto il regista a chiedere a Murphy di interpretare uno dei vampiri originali nel film: il
cosiddetto “padrino del goth” conserva tutt’oggi quell’allure misteriosa, sensuale e gelida che
ha contribuito a scolpire i suoi Bauhaus nella storia.
La performance di Milano non deve essere interpretata come una reunion dei Bauhaus. Murphy ha messo in chiaro che il gruppo, punta di diamante della dark wave, si è sciolto nel 2008
e non ci saranno ripensamenti a riguardo. Ma, in fin dei conti, buona parte delle canzoni dei
Bauhaus porta la sua firma. Consideriamolo allora un regalo per i fan, anche perché chi è
accorso ai Magazzini Generali questo lunedì sera si aspetta più che altro una carrellata di pezzi
storici della band, e non sarà deluso. Il nome del tour, infatti, è simbolico e riprende Who Killed
Mr. Moonlight, quinta traccia di Burning From The Inside. Dopo due anni di tour da solista con il
suo album Ninth, Murphy ha deciso di resuscitare Mr. Moonlight per il 35mo anniversario dei
Bauhaus e di portare in tour quel che resta di un pezzetto di storia del post-punk più oscuro
degli Eighties. Il concerto milanese si apre con una sorpresa: una preview del nuovo disco di
Murphy, Lion, previsto per il 2014 e registrato con Mark Gemini Thwaite alla chitarra, Emilio
China al basso e Nick Lucero alla batteria. Da questo assaggio si capisce ben poco: sembra che
Murphy abbia deciso di accantonare lo sperimentalismo e adagiarsi su un sound più confortevole e sicuro, più commerciale rispetto ai suoi lavori precedenti, ma è ancora presto per tirare
le somme.
Dell’età, Murphy ha estrapolato gli aspetti positivi: la scioltezza e la sicurezza maturati in anni
e anni di esperienza sui palchi, la presenza scenica richiesta dal suo ruolo, la giusta dose di teatralità e di distacco da un pubblico che si aspetta proprio questo. Il leader dei Bauhaus si presenta in completo, camicia e polsini ornati di lustrini trash che però su di lui hanno l’effetto di
antichi ornamenti stokeriani. I Magazzini non sono la location ideale per un live che andrebbe
gustato in un’atmosfera più intima, in cui sarebbe sicuramente più semplice tuffarsi in questo
137
live report
138
revival post punk; ma è difficile non essere conquistati dall’aura magnetica e algida dell’uomo
che si muove impercettibilmente sul palco come un’ombra scura.
La band se la cava egregiamente nel riprodurre un repertorio dal sound ormai tanto inconfondibile da non essere poi così semplice da ricreare. Emilio China passa con disinvoltura dal
basso al violino, mentre Lucero segue diligentemente gli insegnamenti di Kevin Haskins, restituendo un’energia e un’intensità che di poco differiscono da quelle originarie della band di
Northampton. Murphy attinge da tutti gli album dei Bauhaus, regalando anche qualche chicca
personale come una intensissima A Strange Kind of Love. Il pubblico, all’inizio un po’ assopito, si
risveglia con pezzi come Double Dare, Silent Hedges e Stigmata Martyr, per poi esplodere con
colonne portanti dell’impero Bauhaus del calibro di Bela Lugosi’s Dead, Dark Entries e She’s in
Parties.
Chi temeva di trovare un Peter Murphy stanco, fiaccato dall’età e dai suoi ultimi guai con la
giustizia, è stato felicemente smentito: il padrino del Goth è ancora in grado di smuovere gli
animi. La voce del vampiro della dark wave riesce ancora a penetrare nel profondo e a toccare
corde rimaste nel buio per molto tempo. Il rischio è quello di affogare in un’atmosfera forse
fin troppo amarcord, scivolare in una nostalgia malinconica che finisce per essere un po’ fine a
se stessa. Ma non è il momento per interrogarsi sul significato dei revival come quelli del tour
di Mr. Moonlight. Nell’epoca della retromania, per citare Simon Reynolds, sarebbe un discorso
fin troppo complesso. Quello che importa è che stasera Murphy ha regalato una pressoché
impeccabile serie di cover della sua stessa creatura, oltre a chiudere in bellezza con un’apprezzabile e prevedibile versione di Ziggy Stardust di Bowie. I fan dei Bauhaus possono considerarsi
più che appagati; la curiosità degli estimatori di Murphy è stata solleticata dalla preview di
Lion; la dark wave, per una notte, è tornata a brillare, paradossalmente più luminosa che mai.
Eugenia Durante
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G i m m e S o m e I n c h e s #39
Nastri e vinili a volontà in questo numero estivo.
Si parla di Father Murphy e Panicsville, X-Marillas e Spettro Family, Luca Sigurtà e Giulio Aldinucci, tra gli altri
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La Yerevan Tapes è una label bolognese geograficamente e ideologicamente vicina alla Avant! che
non perde occasione per far parlare di sé. La scoperta di Gianni Giublena Rosacroce o le nuove
uscite targate Cannibal Movie le dobbiamo all’etichetta che ruba il nome alla capitale armena,
mentre stavolta tocca soffermarsi su una tape, formato preferito a quelle latitudini, a nome Father
Murphy. Un nome, una sicurezza quello del trio veneto, anche e soprattutto quando sperimenta come in Orsanti, They Call Them, tape one-side in cui si procede di (pseudo)colonna sonora in
modalità cut-up Burroghsiano attraverso cui riassemblare alcune musiche preparate per i lavori
di video-animazione di Luca Dipierro. Ne esce qualcosa di al solito oscuro ma straniantissimo per
le atmosfere malate che riesce ad evocare. Il gioco dei silenzi, gli echi, i rumorismi rituali ed estatici
così come gli ossianici rimbombi di piano o le percussioni lontane, rimandano ad un mondo notturno, posseduto, costituito di incubi surreali e presenze minacciose. Roba giusta per un esorcismo
del reverendo, no?
Sempre sul versante tape, segnalazione d’obbligo per il rientro di Giulio Aldinucci, il cui Tarsia ci
aveva positivamente colpito. Ennesimo rappresentate della new wave dell’elettronica di ricerca
italiana - da segnalare pure l’esperienza londinese della folta rappresentanza PIARS lo scorso mese
- Aldinucci ha in sé un certo gusto per le dinamiche ambientali che definiremmo psicogeografiche.
Archipelago, tape in sciccosissima confezione cartonata edita da Other Electricities, non si discosta
dal noto, elaborando field recordings e soundscapes provenienti dalle sue terre coi suoni prodotti
dalla sua strumentazione. Così le campagne del la Val d’Orcia generano le folate ventose di Aria,
in Short Circuit riecheggiano i boschi senesi filtrati con un mellotron e i synth scontornano i suoni
catturati dalla finestra dello studio dell’autore nella lunghissima R’n’R Through Broken Headphones.
C’è su tutto, al solito, un senso di vaghezza e sfumatura che ci lascia sempre in un limbo da immaginario sfocato e trasognante. L’antico sopravvive nel nuovo, il quotidiano si trasfigura e Aldinucci fa
di nuovo centro.
Passando ai pezzi di vinile, cominciamo dal più piccolo. La formula X-Marillas è più di un indizio
per comprendere chi vi si celi dietro e che le promesse corrispondono esattamente a ciò che viene
offerto. Follia in modalità pop surrealista per X-Mary + Camillas, coi primi che apportano un
maggior peso strumentale al totale mentre i secondi la propria, storta idea di cantautorato. Così tra
i coretti di Sapone, la denuncia sociale all’epoca del social network in Tu Sei Pazza, l’aggro-punk di
#39
G i m m e S o m e I n c h e s disagio familiare Non Voglio Essere Come Mio Zio ci scorre il mondo a colori di due delle formazioni
più fuori di testa del paese.
Aumentando i giri, cambiano totalmente le atmosfere. Ritroviamo infatti Spettro Family che col
10” La Famiglia Spettro su TUR/RUR si rilancia come prime mover del “cinematic horror revival”.
Passaggi lugubri e ossessioni da reparto psichiatrico (Psichiatria Primo Piano), Goblinerie assortite
(il piano reiterato di Oltretomba), soundtrack per malinconici b-movie immaginari (Crit) convivono
con un lato B in cui si fa più evidente l’influenza transilvanica, complice anche un suggestivo viaggio compiuto nelle lande del conte Vlad, che incupisce ancor di più il tutto verso lande decadenti e
polverose. Ne riparleremo.
Nello split 12” pubblicato da Fratto9 e Kinky Gabber, troviamo invece uno dei più validi rappresentanti del noise nostrano, Luca Sigurtà, intento a dividersi una facciata - l’altra è serigrafata
da Sanair - con l’americano Andy Ortmann aka Panicsville. Hookers del nostro va di astrattismo
elettroacustico elaborando trame ritmiche post-industrial minacciose nel crescendo della prima
parte tanto da sfiorare l’harsh, e “aperte” nella seconda, in cui si notano contatti con le evanescenze
ambient dell’ultimo Bliss. Sullo stesso lato, Paura Nella Città Dei Morti Viventi Panicsville omaggia, ça
va sans dire, Lucio Fulci tra samples vocali, elettronica analogica, atmosfere oniriche, urla sgraziate,
organi haunted, per una rendition del film in oggetto condensata in visionaria brevità. Se è vero
che la lingua batte dove il dente duole (o dove l’hype monta, per essere più prosaici), torniamo ad
occuparci dell’alcova danese che fa capo alla Posh Isolation, piccola ma famigerata label di Copenaghen attorno alla quale gravitano nomi piuttosto noti da qualche anno a questa parte (primi su
tutti gli Iceage, ma anche Vår, Sex Drome e Lust For Youth). L’etichetta gestita da Loke Rahbek è ben
nota per sfornare periodicamente batch di tapes e vinili ad alto grado di molestia e disagio. Anche
nelle ultime settimane, quindi, non poteva mancare la consueta infornata di uscite per sonorità in
puro bianco & nero. Tra le diverse pubblicazioni meritano il nostro plauso i Rose Alliance, ovvero il
nuovo progetto solista di Hannes Norrvide, già main-man dei sopracitati Lust For Youth. Non sazio
di rilasciare dischi per synth e drum machine su etichette come Sacred Bones, il giovane svedese
di stanza a Copenaghen ha dato i natali a questo creatura ancora più caustica e feroce. Seconda
tape, dopo il primissimo split con Croatian Amor, Scandinavian Pictures consta di tre pezzi per venti
minuti totali a base di techno industriale come va da qualche tempo: cassa dritta sotto cumuli di
macerie, polvere e fuligine. Da tenere d’occhio.
Altra piacevole scoperta, quei Rat-Alarm sulla cui essenza nulla ci é dato sapere. Tape di debutto,
questo omonimo nastro va ad arricchire la galassia di quel sound in scala di grigio di cui accennavamo poc’anzi. Sei brani, spesso strumentali, che per vizi e virtù ricordano Solar Flare, prima fatica
dei fratelli maggiori LFY: synth e noise, pad e riverberi, ritmicità e monotonia, ma già lo sapete.
Ultimo anello della catena, ma più che altro un ponte che collega la capitale a danese a Milano, l’LP
(one-sided, a dire il vero) che la meneghina A Dear Girl Called Wendy (già rea di diverse uscite al
limite del rumore criminale) ha appena pubblicato proprio a mister Rahbek, sotto il moniker intuitivo LR. Cinque brani per questo Brother che rappresentano, per stessa ammissione dell’etichetta,
il materiale più scuro e maggiormente votato al power electronics che il giovane Loke abbia finora
concepito. Un viaggio profondo e introspettivo dove non rimane spazio per scuse e auto-indulgenze. Provate Head of Man per fugare ogni dubbio!
Stefano Pifferi
141
Verdena
C A MPI M A G NETICI #22
Solo un grande sasso (Black Out, Settembre 2001)
“Ma che cazzo ci ha chiesto questo?” Si può pensare che cominci qui, nella sala stampa di un lontano Heineken Jammin’ Festival, con questa cruda reazione di smarrimento alla domanda di un
noto giornalista, la parabola di uno dei più importanti e controversi gruppi italiani degli ultimi anni.
I Verdena (al secolo Roberta Sammarelli, Alberto e Luca Ferrari) nell’estate del 1999 hanno appena
pubblicato il singolo Valvonauta e si apprestano ad affrontare il palco di Imola. È in questo contesto che Mario Luzzato Fegiz pone ai tre una domanda sulla “scena hip-hop italiana”, scatenando la
reazione - più imbarazzata che strafottente - del più giovane dei fratelli Ferrari. Ed è proprio in quel
“ma che cazzo” che si può riassumere l’anima della band orobica: selvatica, guidata dalla volontà di
assecondare le proprie inclinazioni senza interessarsi troppo alle possibili reazioni degli ascoltatori
(o interlocutori: in quel caldo pomeriggio del 1999, Mario Luzzato Fegiz non reagì benissimo).
Per convincersi della tendenza autarchica dei Verdena, basta pensare alla loro discografia: dopo i
primi due dischi i Nostri si affidano anche in studio al frontman Alberto Ferrari. Se il rock senza fronzoli de Il Suicidio Dei Samurai denota ancora margini di crescita, con Requiem assistiamo alla maturazione definitiva dell’ensemble bergamasca, che con il doppio Wow tocca il proprio Zenit creativo,
tra virate stoner, aperture psichedeliche e ballate pop di stampo classico.
Tralasciando l’omonimo esordio del 1999, è però sul secondo disco della discografia verdeniana che ci si concentra: quel Solo un grande sasso che per l’ultima volta li vede prodotti da mani
aliene (quelle di Manuel Agnelli) e si pone come crocevia di quanto la band saprà fare da qui
in poi. La tua fretta è già un chiaro guanto di sfida: affidare l’apertura del secondo disco a chitarra acustica, voce e mellotron, per un gruppo che sembrava solo spingere sull’acceleratore, pare
una netta dichiarazione d’intenti. Spaceman, primo singolo, traccia la via: chitarre stratificate, echi
Motorpsycho, riff Seventies e nessun ritornello killer; a farsi strada sono semmai le tastiere, che
impreziosiscono e compattano il suono della band. E se Cara prudenza e Buona risposta rivelano
ancora legami col passato, le cavalcate Nova, 1000 anni con Elide e Centrifuga mettono in luce una
nuova tendenza a divagare tra certo post-rock strumentale à la Mogwai e i già citati Motorpsycho,
veri ispiratori del disco. Stupisce Nel mio letto, ballata pianistica tra Lennon e gli Sparklehorse,
così come la conclusiva Meduse e tappeti, acusticheggiante affogato di delay e feedback; nel mezzo, il singolo Miami Safari e la notevole Onan, sorta di Vortex Surfer casalinga. Vertice artistico ed
emotivo del disco è Starless, con un riff debitore - oltre che verso il già citato trio norvegese - degli Smashing Pumpkins di Billy Corgan. A sfavore del disco gioca forse una certa tendenza alla
divagazione e una produzione che spinge troppo sulle chitarre, a tratti sommergendo una batteria
che, nei seguenti lavori, diventerà l’architrave su cui costruire dinamiche e strutture imprevedibili.
Registrato presso le Officine Meccaniche di Milano, Solo un grande sasso è un calcio ben assestato
al Seattle sound, a chi voleva i Verdena figliocci fuori tempo massimo dei Nirvana, ma anche a tutti
quelli che speravano nel reiterarsi del “teen spirit” e del pop-rock virato al grunge dell’esordio.
Enrica Selvini
142
Half Japanese
c l ass i c a l b u m
1/2 Gentlemen / Not Beasts (Fire Records, Giugno 2013)
Il documentario The Band that Would Be King comincia con la voce di Jad Fair che ricorda come
«non fossimo proprio una garage band, suonavamo nel soggiorno di casa..» e una semplice didascalia. «Uniontown, Maryland, 1977. Jad e David Fair hanno formato gli Half Japanese nella loro cameretta. Non sapevano suonare un singolo strumento, ma nonostante tutto hanno registrato uno dei
più grandi dischi della storia.. ». C’è poco altro da aggiungere.
Il disco di cui si parla è l’esordio 1/2 Gentlemen/Not Beasts, un triplo LP pubblicato nel 1981
dalla Armageddon, da tempo fuori catalogo e ora fiore all’occhiello della ristampa di tutta la
discografia curata dalla Fire. Le 50 tracce originali diventano 68 sul triplo CD e addirittura 86 sul
quadruplo LP. C’è soltanto da sbizzarrirsi nel riascoltare questo classico del primitivismo rock e
dell’outsider music americana, che ai tre accordi del punk sostituiva una provocatoria estetica
del “non accordo”, qui trascritta nero su bianco nel saggio di Jad Fair How To Play Guitar incluso
nel libretto del CD. Altro che i prontuari per chitarristi in ventiquattr’ore, sentite quante chicche
concentrate in poche righe: «Ho imparato da solo a suonare la chitarra. È facilissimo quando capisci
la scienza che sta alla base. Le corde più fini hanno i suoni più acuti, e le più spesse i suoni più gravi. Se
schiacci una corda più vicino alla paletta avrai un suono più basso[..] Puoi imparare i nomi delle note
e a conoscere gli accordi che usano gli altri ma è piuttosto limitante [..] Se li ignori le possibilità diventano infinite e puoi imparare in un giorno [..] È la tua chitarra e puoi farci quello che vuoi. Io preferisco
usare corde di spessori diversi per avere più varietà, ma mio fratello le monta tutte dello stesso spessore, così non si deve preoccupare troppo. Qualsiasi corda pizzichi sarà quella giusta perché sono tutte
uguali [..] L’accordatura è un concetto ridicolo [..] La chitarra è la tua e soltanto tu puoi decidere come
farla suonare». Quest’approccio tra l’aleatorio, il tautologico e il dadaista è lo stesso che sottende
tutti i cinquanta brani del disco originale, che con estro regressivo degno dell’art brut di un Dubuffet trascinano il rock dell’assurdo di Captain Beefheart e la naiveté delle Shaggs nei meandri
di una no wave casalinga a bassa intensità nichilista - No More Beatlemania, I Love Oriental Girls e
Battle of the Bands sono la risposta del Midwest a No New York - dove la chitarra è principalmente un clang monocorde accompagnato da percussioni scoordinate e amatoriali, canto piatto e
melodie liofilizzate, dal pulsare di qualche congegno elettronico e, all’occorrenza, da lancinanti
larsen. Jad Fair era uno pronto per la lo-fi dieci anni prima della lo-fi, era Daniel Johnston prima
del sorry entertainer (ascoltate Girls Like That), suonava econo come e prima dei compagni Minutemen (I Ta Nasi Si Na Mi Eee), decorticava il blues prima dei Pussy Galore (School of Love) e filosoficamente era proiettato addirittura oltre le scordature dei Sonic Youth. Per non parlare delle
citazioni esibite in modo provocatorio (Funky Broadway Melody), e delle cover irriconoscibili di
Bob Dylan, Springsteen e Velvet Underground, indice - tra i tanti - di un atteggiamento pre-postmoderno. Ristampa meritatissima, da tempo non si vedeva l’ora.
Tommaso Iannini
143
Into Darkness – Star Trek
cinema
J.J. Abrams (USA, 2013)
144
“Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di strani nuovi mondi alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà,
fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima”..
L’Enterprise è tornata, per la dodicesima volta sul grande schermo, con il sequel del riavvio
della saga, ripartita nel 2009 (Star Trek - Il futuro ha inizio), sempre ad opera di J. J. Abrams. Il
genietto della TV americana non ha bisogno di tante presentazioni, parlano da sole le serie
televisive, da Felicity ad Alias e Lost, fino a Fringe e alle numerose sceneggiature e puntate al
cinema.
Into Darkness - Star Trek vede il capitano Kirk (Chris Pine) allontanato dal comando dell’astronave e dal suo primo ufficiale Spock (Zachary Quinto) per non aver rispettato le regole della
Federazione (salvando Spock, ha violato la Prima Direttiva della Federazione, Non interferire
con lo sviluppo di una cultura aliena..). Ma servirà tutta la sua esperienza e abilità (e infatti verrà
richiamato) per far fronte ad un pericolo imminente: bisogna neutralizzare Khan (già presente
nella saga originale e nel film Trek II - L’ira di Kahn, qui interpretato dall’algido Benedict Cumberbatch), un umano modificato geneticamente e poi congelato per evitare che i superpoteri
acquisiti facciano danno; risvegliatosi, Khan vuole scongelare altri suoi 72 simili e minaccia la
flotta.
J. J. Abrams, sempre coadiuvato dagli sceneggiatori Orci e Kurtzman, realizza un film velocissimo e dal gran ritmo, che come il precedente gioca molto con l’ironia; Abrams infatti si rifà
palesemente alle lezioni di George Lucas e Steven Spielberg piuttosto che a quelle del creatore della serie originale Gene Roddenberry, e a uno come Robert Zemeckis, da cui prende sense of humour e avventure spazio-temporali. Il 3D rende bene questo senso di velocità
soprattutto in esterni, dove un’estrema vertigine sembra rendere i paesaggi molto mobili e
squadrati.
Alla base ci sono come sempre le relazioni tra i personaggi, l’umanità che tanto interessa
all’autore: in questo caso in primis l’amicizia tra Kirk e Spock, le loro diversità e complementarietà, il freddo e calcolato Primo Ufficiale a confronto con l’irruento Capitano; entrambi cambieranno nel corso del film, Spock sperimentando umanità e amicizia, il secondo arrivando
a patti con la sua emotività e imparando il senso del sacrificio per il bene comune. Seguono,
nel capitolo rapporti umani, tutta una serie di circostanze collaterali (il contrastato rapporto
padre-figlia tra la dottoressa Marcus e il padre, ammiraglio che presiede l’Alto consiglio della Flotta Stellare, il dolore per la perdita di un secondo padre da parte di Kirk con la morte
dell’ammiraglio Pike, le schermaglie tra Spock e la fidanzata Ahura).
Rispetto al primo film, in Into Darkness - Star Trek Abrams abbassa il tono e sdrammatizza di
più, laddove Star Trek - Il futuro ha inizio era molto giocato anche sulla tensione, sulle scelte
morali dei protagonisti e sull’impianto della storia in fieri, da sviluppare nel prequel. Qua sembra dirci che in fondo trattasi di avventura allo stato puro.
Avventura che manicheisticamente comunque contrappone bene e male e diventa una sorta
di metafora degli USA vs. il cattivo di turno. Imperialismo rules. Sempre e ancora una volta.
La levità vera di un maestro come Spielberg e suoi epigoni latita alquanto. Resta il divertissement dell’avventura per l’avventura. Con ancora con un cameo del vecchio Spock, Leonard
Nimoy, che suggerisce alla versione giovane di se stesso di cercare le risposte nella storia della
serie.
Teresa Greco
145
sentireascoltare.com
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