a cura della Redazione
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Carlo De Carli, centenario della nascita
L’architettura del Sacro Monte
Per celebrare il centenario della
nascita di Carlo De Carli (19101999) – architetto, designer,
docente nella disciplina di Architettura degli Interni presso la
Facoltà di Architettura di Milano,
preside della stessa negli anni
1965-68, intellettuale impegnato e direttore della rivista “Interni” – la Facoltà di Architettura
Civile del Politecnico di Milano
promuove una serie di iniziative volte a ripercorrerne l’opera
professionale e il pensiero in riferimento, in particolar modo, al
suo contributo in campo culturale e pedagogico. Una mostra,
aperta alla città e in particolare
agli studenti dell’ultimo anno
delle scuole medie superiori per i
quali verranno organizzate visite
guidate di orientamento universitario e di introduzione all’architettura e al design, si aprirà nel
gennaio 2011 presso lo spazio
mostre della Facoltà di Architettura Civile in via Durando 10 e,
contemporaneamente, presso
la Triennale di Milano si svolgerà
un convegno cui sono invitati a
partecipare studiosi delle Facoltà di Architettura e del Design
del Politecnico e di altre Facoltà
italiane. Parallelamente, a cura di
Gianni Ottolini, verrà pubblicato,
nell’ambito della collana diretta
da Antonio Monestiroli dedicata
alla Scuola di Milano ed edita
da Electa, un volume monografico su Carlo De Carli. Successivamente, in occasione del
Salone Internazionale del Mobile
del 2011, un volume più consistente raccoglierà gli interventi
del Convegno e un più ampio
apparato iconografico sull’opera dell’architetto. La mostra,
pensata come itinerante, fra il
Può il patrimonio storico, artistico, naturale dei Sacri Monti
rappresentare, oltre che un’eredità da custodire e preservare,
anche l’occasione per attivare
tra gli enti preposti alla sua gestione e le scuole di architettura
sinergie virtuose volte alla conoscenza e alla valorizzazione del
territorio?
Un gruppo di studenti e di professori della Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di
Milano, in collaborazione con
la Riserva Naturale Speciale
del Sacromonte di Varallo ed
il Comune di Ossuccio, hanno
assunto questo quesito a tema
di ricerca.
Il progetto, lungi dall’essere
concluso, ha avuto una sua prima formalizzazione nel semina-
2011 e il 2012 raggiungerà diverse sedi universitarie italiane,
con il contributo dei rispettivi
Ordini professionali. Ad ognuna
delle tappe i promotori milanesi
dell’iniziativa si confronteranno
con i docenti e i ricercatori locali.
I temi su cui si intende focalizzare l’attenzione della mostra e
del Convegno riguardano alcuni
momenti nevralgici nell’attività di
Carlo De Carli. In primo luogo il
periodo della presidenza della Facoltà di Architettura negli
anni della “contestazione” con
il suo impegno per il rinnovamento degli studi a fronte delle
rivendicazioni studentesche. Un
secondo momento riguarderà
la partecipazione di De Carli (insieme a Fontana, Radice, Attilio
Rossi e Zanuso) alla Giunta Esecutiva della X Triennale del 1954
dedicata alla “unità delle arti” e
il suo ruolo nella Giunta dell’XI e
nei successivi sviluppi della stessa Triennale. Una terza sezione,
infine, si occuperà della sua promozione del rinnovamento della
produzione mobiliera in Italia.
Alcune parole chiave, sintesi del
pensiero dell’architetto, costituiranno l’ossatura portante del
percorso espositivo. Fra queste:
• continuità fra architettura e
natura, concetto che De Carli
stesso spiega efficacemente nel
1944, scrivendo che “la casa
non è un oggetto posato sul terreno, ma di ogni cosa intorno è
la continuazione”;
• spazio primario, da lui definito
come “lo spazio della nascita
delle cose e degli uomini”, che si
traduce in Architettura nel comprendere e “cercare di illuminare
le ragioni della loro nascita”;
• le unità di architettura, ovvero
unità spaziali da porre in relazione con altre in architettura e
quindi nello spazio abitato, come
pure nella progettazione degli
elementi di arredo.
L’allestimento della mostra milanese, più ampia di quella itinerante, sarà a cura di Pierluigi Cerri e comprenderà foto d’epoca e
attuali delle architetture realizzate da De Carli, disegni originali,
modelli di architetture, elementi
di arredo originali e ricostruiti, e
un video.
Martina Landsberger
rio di studi e nella mostra svoltisi, presso il Campus Bovisa, dal
26 aprile al 25 maggio 2010.
I Sacri Monti sono percorsi devozionali composti da sistemi di
cappelle e realizzati in Europa
tra il XVI ed il XVII secolo: in Italia furono costruiti lungo l’arco
pedemontano tra Lombardia
e Piemonte. Sul piano politicoreligioso, nell’ambito della Controriforma cattolica, i Sacri Monti
furono pensati come dei sistemi
difesa contro l’incalzare, da
nord, delle eresie luterane e calviniste. Frutto dell’integrazione
fra costruzione, pittura, scultura
ed architettura del paesaggio, i
Sacri Monti di Varallo Sesia ed
Ossuccio, insieme ad altri, sono
stati dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
Lezioni di storia milanese
Proseguendo il ciclo di incontri dell’anno scorso,”I Giorni di
Milano”, anche quest’anno la
chiesa di Santa Maria delle Grazie in corso Magenta a Milano,
diventa teatro di un ciclo di dieci
lezioni – curate dalla casa editrice Laterza – che intendono
ripercorrere le vicende storiche
che hanno segnato la storia della città.
Dal 21 aprile fino al 30 giugno
2010, ogni mercoledì sera, alle
21.00, dieci diversi studiosi raccontano al pubblico dieci differenti momenti del secolo scor-
so: ognuno di essi fa riferimento
a una data precisa. Si parte con
la rivolta del 1898 repressa nel
sangue da Bava Beccaris per
arrivare al 1992, anno dell’inchiesta di Tangentopoli.
Gli interventi di Simona Colarizi,
Mario Isnenghi, Giovanni Sabbatucci, Vittorio Gregotti, Piero
Melograni, Alberto Melloni, Alberto Martinelli, Aldo Grasso,
Vittorio Vidotto, Sergio Romano
si incentrano sul tema della costruzione dell’identità milanese.
I periodi attraversati, oltre alla
rivolta di fine secolo, riguardano
co e la “Milano da bere” e della
TV commerciale, il periodo delle
stragi, per arrivare, infine, al tramonto della prima Repubblica.
Rimozione storica
Il monumento a Sandro Pertini
- protagonista della Resistenza
partigiana e settimo Presidente
della Repubblica Italiana (dal
1977 al 1985) – fu progettato nel 1988 dal milanese Aldo
Rossi – maestro dell’architettura
contemporanea e primo italiano
a vincere il Premio Pritzker nel
1990. L’architettura commemorativa fu ideata per essere situata in uno spazio pubblico di Milano (città medaglia d’oro della
Resistenza e sede del comando
partigiano che, con l’insurrezione generale del 25 aprile, nel
‘45, segnò la Liberazione dal
nazi-fascismo).
Situata attualmente in via Croce
Rossa – tra via Manzoni e via
Dei giardini, in corrispondenza
della fermata MM Montenapoleone – la fontana monumentale di Aldo Rossi, a seguito di
una polemica sollevata a mezzo
stampa, vorrebbe essere trasferita altrove per essere sostituita
da un cubo nero di tre piani,
con base di 20 metri per 20 che
dovrebbe ospitare una galleria
d’arte, una libreria e un caffè.
La polemica sulla rimozione
dell’opera nasce da una lettera
aperta di Cecilia Fornasieri, lettrice del “Corriere della Sera” –
che il 22 aprile scorso definisce
il monumento di Rossi “scultura
orrenda degna di essere demolita” e si propaga rapidamente.
In un’intervista del 5 giugno su
“Il Giorno”, il presidente del
Consiglio di zona 1 Goren Monti
dichiara il “sogno di spostare il
cubo di Pertini”, ed ecco che,
finalmente, spunta il vero beneficiario dell’iniziativa, che si
aggiunge al coro della protesta:
Niccolo Cardi, socio di Barbara
Berlusconi e Martina Mondadori, proprietario della Cardi Black
Box Gallery (attualmente in corso di Porta Nuova).
Cardi aspira ad una sede più
centrale per la sua galleria d’arte, tuttavia, trattandosi di un
opera commemorativa inserita
in uno spazio pubblico, l’amministrazione non può accettare
se non vuole abdicare al proprio
ruolo di garante delle istanze
collettive in favore della speculazione economica privata. Non
sorprende però che i nuovi poteri abbiano trovato facilmente il
favore delle autorità pubbliche
(la proposta ha ricevuto inizialmente la disponibilità del sindaco Moratti e dell’Assessore alla
cultura Finazzer Flory).
Da capitale etica e intellettuale
d’Italia Milano, infatti, è diventata passerella della moda e
della finanza. Se storicamente,
in ogni epoca, il pensiero do-
possibile: gli onesti sono perseguitati, gli stolti danno lezione, i
prepotenti deliberano… ciononostante qualcuno ancora s’indigna e protesta. Il 16 giugno
Emilio Battisti ha pubblicato
un appello su “la Repubblica”
contro lo spostamento del monumento, e in poco tempo ha
raccolto numerose e autorevoli
adesioni. Per firmare: www.
petizionionline.it/petizione/appello-per-salvare-il-monumento-a-sandro-pertini-di-aldo-rossi/1503.
A seguito della sollevazione di
architetti (tra cui il presidente
dell’Ordine degli Architetti PPC
di Milano), intellettuali, critici e
società civile, le autorità hanno
fatto marcia indietro.
Così, Martin Luther King facendo il coro al motto latino etiam
omnes ego non (benché tutti, io
no), diceva “il pericolo non è il
clamore dei violenti, ma il silenzio degli onesti”.
Irina Casali
Vincolo alla Lavanderia Termale di Baciocchi
Sul numero 9/10 di AL del 2007
Antonio Conte aveva dato notizia di una raccolta di firme, allora in corso, per la salvaguardia
dell’edificio della Lavanderia
Termale di Acqui Terme che
Mario Baciocchi (Fiorenzuola
d’Arda 1902 - Milano 1974) ha
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OSSERVATORIO ARGOMENTI
la rivoluzione futurista, le origini
del fascismo, l’inaugurazione
della Triennale, la rinascita del
dopoguerra, il boom economi-
minante è quello della classe
dominante, chi detiene il potere
economico è in grado di orientare (o disorientare) la cultura: i
cittadini privi di strumenti critici
si riempiono di “luoghi comuni”,
e con ciò contribuiscono anche
a svuotare i luoghi di senso.
Siamo un popolo con poca memoria, che nonostante l’immane patrimonio storico, artistico
e culturale prodotto nei secoli
– o proprio per il fatto di averlo
sotto gli occhi quotidianamente – si concede di disdegnarlo.
I monumenti sono lo strumento
che una civiltà si dà per commemorare gesta e personaggi
importanti, perchè chi non la
conosce la storia è condannato
a ripeterla.
Dietro la voglia di modernità tout
court, che grida all’abbattimento di monumenti, si nasconde
l’ignoranza e con essa il pericolo della barbarie.
È vero, viviamo nel Paese dei
paradossi, in un teatro dell’assurdo permanente. Qui tutto è
OSSERVATORIO ARGOMENTI
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realizzato nel 1940. L’edificio,
a distanza di tre anni, continua
a versare in cattive condizioni,
ma il pericolo di una sua demolizione, pare essere scongiurato.
La domanda di richiesta di vincolo redatta, allora, dalla sezione acquese di Italia Nostra, è
stata infatti accettata con parere favorevole del Soprintendente per i Beni Architettonici
e Paesaggistici del Piemonte,
ingegnere Francesco Pernice.
La Lavanderia oggi è notificata:
non si potrà quindi realizzare al
suo posto alcun piano di lottizzazione.
Non resta che augurarsi che un
progetto di recupero e riutilizzo
dell’edificio possa, ora, essere
messo a punto al più presto,
onde evitarne un ulteriore degrado.
“architettiverona” compie 50 anni
La rivista quadrimestrale dell’Ordine degli Architetti PPC di Verona nel 2009 ha compiuto cinquant’anni e, per festeggiarsi, ha
pensato di dedicare un numero
a questo evento.
È uscito, infatti, abbastanza recentemente, il numero speciale
84 di “architettiverona”.
Come spiega la Redazione in
apertura della rivista, “architettiverona” – di cui si sottolinea
il fatto di essere il frutto di un
impegno assolutamente volontaristico – nonostante sia
passata attraverso una serie di
vicissitudini che, in alcuni casi,
ne hanno compromesso la regolarità di pubblicazione, ha
sempre cercato di mantenere
uno sguardo aperto e attento
sulla realtà della città e della
sua provincia, con l’obiettivo
di “fare a Verona quello che
‘Architettura’ faceva a Roma e
‘Casabella’ a Milano, cercando con la nostra capacità culturale e critica di portare all’attenzione dei veronesi, forse un
po’ distratti, come la città si
stesse trasformando attraverso processi urbanistici strategici per il suo futuro (…)” (Luigi
Calcagni, Luciano Cenna, Gli
inizi). Attraverso l’individuazione di tre serie di numeri – di
cui vengono riportate le copertine – il numero si propone di
ripercorrere la propria storia riproponendo, per ognuna delle
serie, i temi, e le questioni che,
allora, erano stati individuati
come caratterizzanti i singoli
numeri e di conseguenza ripercorrere la storia della città
degli ultimi 50 anni.
Dreamlands a Parigi
La Grande Galleria del Centre
Pompidou di Parigi è occupata,
fino al 9 agosto, dalla mostra
“Dreamlands”, curata da Didier
Ottinger, vice direttore del Museo Nazionale d’Arte Moderna
e Quentin Bajac, curatore della
sezione fotografica dello stesso
Museo.
Obiettivo dell’esposizione è rappresentare come le grandi fiere
internazionali – Expo – i parchi
a tema, le ricostruite realtà dei
luna park, abbiano, in alcuni
casi, influenzato la progettazione della città e il suo uso.
Un grande, e labirintico, percorso multimediale, si snoda
attraverso circa 300 opere (foto,
dipinti, maquette, film, oggetti di
design, ecc.) che ripercorrono
l’intero ‘900 per arrivare fino ai
nostri giorni.
Il titolo della mostra, Dreamlands, fa riferimento al grande
parco di divertimenti inaugurato a Coney Island nel 1904
(e distrutto da un incendio nel
1911) e, secondo quanto affermato da Rem Koolhas nel suo
Delirious New York, emblema
della spettacolarizzazione che
ha reso “mitica” la città di New
York. Parallelamente la mostra
si rivolge ad un altro libro altrettanto importante e particolarmente “a tema”, dedicato alla
città “ludica” per eccellenza,
Learning from Las Vegas, scritto nel 1972 da Robert Venturi e
Denise Scott Brown.
Il percorso espositivo prende
avvio con l’Esposizione Universale di Parigi del 1889, quella
che si identifica nella costruzione della Torre Eiffel. Seguono alcune immagini relative al parco
di Coney Island e la documentazione del padiglione La rêve
de Venus che Salvador Dalì realizza per la Fiera Internazionale
di New York del 1939. Si passa
poi, alla sezione che raccoglie
i progetti degli Archigram, a
quella dedicata alla New York di
Koolhaas – qui compaiono due
dipinti di Depero dedicati alla
rappresentazione dei grattacieli
della città.
L’attualità si mostra attraverso
una serie di scene di parchi di
“mondi in miniatura” – soprattutto quelli cinesi – attraverso
un video del 2003, Streamstyle di Pierre Huyghe, ambientato in un villaggio la cui forma e
struttura ricalca quelle proprie
all’esperienza del New Urbanism americano, arrivando fino
alla contemporanea Dubai e al
progetto Epcot (Experimental
Prototipe Community of Tomorrow) concepito da Walt Disney
nel 1950, e realizzato nel 1982:
un grande parco tematico dedicato alla tecnologia.
a cura di Manuela Oglialoro
L’opera di costruzione di un’ampia rete di canali, creati con finalità di navigazione e di irrigazione, ed inizialmente anche di
difesa, soprattutto in riferimento
alla Cerchia interna di Milano,
iniziò in Lombardia nel XII secolo e si protrasse per più di sette
secoli.
All’interno della pianura racchiusa tra i fiumi Adda e Ticino, si
sviluppò il sistema complesso dei Navigli lombardi, primo
fra i quali è il Naviglio Grande,
chiamato da Carlo Cattaneo “il
più antico e il patriarca di tutti i canali europei”, iniziato nel
1177, che deriva le sue acque
dal Ticino, in zona Tornavento,
e arriva fino a Milano. Alla sua
costruzione fece seguito la realizzazione del Naviglio di Bereguardo nel 1420, del Martesana
nel 1457, di Paderno nel 1777,
di Pavia nel 1819, e del Villoresi
nel 1881.
Questi interventi sulla rete idrografica si tradussero in un disegno di riorganizzazione territoriale che produsse vantaggi di
tipo economico, consentendo
lo sviluppo dell’agricoltura, dei
trasporti e dei commerci, modificando altresì la struttura del
paesaggio stesso della pianura
lombarda ed imprimendole dei
segni distintivi. Dal quadro di
queste azioni risultò quella che
fu la forma del territorio milanese e lombardo quasi fino al
secondo dopoguerra. Questi
paesaggi d’acqua, frutto di un
equilibrato rapporto tra ingegneria idraulica e arte di costruire il territorio, furono sempre
ammirati da viaggiatori e studiosi di ogni tempo.
Già nella seconda metà del
XIX secolo, con l’avvento del
trasporto su rotaia iniziò la decadenza di questo imponente
disegno idraulico che aveva
reso l’area milanese e lombarda un formidabile esempio in
tutta l’Europa di organizzazione
economica fondata sulla costruzione sapiente di una civiltà dell’acqua e che in pratica
aveva permesso la navigazione
dal Lago Maggiore fino al Po,
realizzando l’ambizioso progetto di collegare Milano al Mare
Adriatico. Parallelamente diventano di chiara lettura i successivi cambiamenti intervenuti nel
XXI secolo nel paesaggio agrario e urbano determinati dallo
sviluppo dell’urbanizzazione e
dalle diverse scelte in tema di
mobilità e trasporti: la chiusura
dei Navigli a Milano, lo sviluppo
della viabilità su gomma, sono
solo alcuni dei fattori che provocarono la perdita di importanza
delle vie d’acqua fino al loro
progressivo abbandono.
Si percepisce allora l’importanza di tutelare l’importante risorsa territoriale costituita dall’insieme dei corpi idrici artificiali
e valorizzare il patrimonio rappresentato dalle diverse forme
di paesaggio createsi intorno
ai corsi d’acqua, diffonderne la
conoscenza, conservandone la
memoria e l’utilità.
In questa luce meritano attenzione alcune iniziative di studio e
di pianificazione che tendono a
rivalutare la ricchezza costituita
dal sistema dei Navigli caratterizzato, non solo da storici corsi
d’acqua ma anche da aree di
grande interesse paesisticoambientale e da territori agricoli
ben conservati.
La valorizzazione dei Navigli
Alla fine degli anni ‘90 si segnala
una ripresa dell’attenzione per
l’insieme dei Navigli milanesi e
pavesi che nel 2004 conduce
a due importanti iniziative: la realizzazione del Master Plan dei
Navigli promosso, dalla Regione Lombardia in collaborazione
con il Politecnico di Milano, allo
scopo di pianificare il recupero
e la valorizzazione dell’intero
complesso dei Navigli lombardi e la creazione della Società
Consortile dei Navigli lombardi
(SCARL), come unico ente rappresentativo dei soggetti istituzionali esistenti all’interno della
realtà di questo ecosistema.
Più recentemente, nel 2008, la
Giunta regionale lombarda ha
avviato le procedure per predisporre il Piano Territoriale d’area
dei Navigli lombardi, ai sensi
della LR 12/05, un progetto di
sviluppo che riguarda i Navigli
Grande, Pavese, Bereguardo,
Paderno e Martesana e che interessa 51 comuni, compreso
Milano, quattro province (Milano, Pavia, Varese e Lecco) e tre
parchi regionali (Ticino, Agricolo
Sud Milano e Adda Nord).
Il Piano d’area ha il compito di
sviluppare e di cogliere tutte le
opportunità dei progetti territoriali di rilevanza regionale che
hanno effetti e ricadute sul sistema dei Navigli: dalle grandi
opere infrastrutturali alla sfida
di Expo 2015, per proporre un
progetto di città e di territorio
che sia un concreto esempio
di sostenibilità. (Regione Lombardia e Politecnico di Milano
– Master Plan dei Navigli - Milano 2004 - in: www.naviglilive.it/
cd1/Indice.ht).
Attualmente il PTRA è in fase di
definitiva approvazione da parte
della Regione. Le attività di tipo
analitico e conoscitivo per allestire il Piano Territoriale d’area
dei Navigli lombardi sono state
affidate dalla Società SCARL al
Centro Studi PIM. Tale attività è
consistita in una prima fase finalizzata a preparare una specifica cartografia di supporto
alla formulazione delle proposte
progettuali che caratterizzano
la proposta di Piano, e contestualmente alla individuazione di
alcune priorità strategiche all’interno dell’obiettivo più generale
del PTRA che consiste nella
valorizzazione e riqualificazione
del sistema dei Navigli.
Cartografia e analisi
Gli elaborati cartografici della
fase di analisi hanno considerato il sistema insediativo e
la storia dei Navigli, il sistema
paesistico-ambientale e i beni
storico-architettonici, i progetti,
le proposte di trasformazione e
gli elementi di criticità, attraverso una serie di tavole in scala
1.25.000 estese a tutto il territorio dei 51 comuni interessati
dal sistema dei Navigli, corrispondente all’ambito del PTRA
Navigli lombardi,
La seconda fase di lavoro ha
avuto come oggetto l’individuazione di: due principali filoni
strategici, il primo a carattere
fruitivo culturale, comprendente
gli aspetti storico-architettonici
e paesaggistici, la mobilità dolce, la navigabilità, la ricettività,
il secondo a carattere progettuale, comprendente gli ambiti
di degrado e dismissione produttiva, e le proposte di trasformazione (Centro Studi PIM
- Piano Territoriale Regionale
d’area Navigli Lombardi. Attività
di Consulenza nel Processo di
Piano – Fase 2 – Milano, mar-
41
zo 2010, in: www.pim.mi.it). La
ricerca si è sviluppata in modo
più articolato intorno a sette
ambiti specifici relativi alle aree
interessate dai vari Navigli, per
ciascuno dei quali sono state
redatte delle schede in cui vengono indicate le vocazioni e i
caratteri dei luoghi oltre all’approfondimento progettuale per
gli interventi operativi.
Le tavole relative alla cartografia
di Piano sviluppano i diversi temi
progettuali e operativi individuati
dal PTRA: valori e identità paesistico – ambientali, fasce di
tutela, sistema rurale e relazioni
con il paesaggio e l’ambiente,
rete ciclabile, aree dismesse e
in trasformazione, Expo 2015,
azioni di approfondimento, navigazione, attrattività, sintesi
progettuale.
Nelle ipotesi progettuali vengono
evidenziati gli aspetti relativi alle
possibilità di fruizione turistica
dell’insieme ambientale offerto
dalla rete dei Navigli, inclusa la
possibilità di ripristinare la navigazione, la creazione di itinerari
ciclabili in grado di congiungere
le aree di interesse paesistico e
ambientale con i centri urbani
minori e i capoluoghi. Inoltre le
proposte riguardano politiche di
conservazione e valorizzazione
del patrimonio storico culturale che si è sviluppato intono a
questi luoghi. La prospettiva del
recupero mira a creare integrazione tra aree di pregio e aree
compromesse dall’urbanizzazione per migliorare in generale la qualità degli insediamenti
compresi nell’area del Piano.
M. O.
osservatorio storie locali
Riqualificazione del
sistema dei Navigli
lombardi
a cura di Antonio Borghi
42
Conversazione con
Lorenzo Castellini e
Beniamino Saibene
Da oltre 15 anni esterni propone interventi sulla città di
Milano infiltrandosi nei suoi
spazi più o meno frequentati
e trasformandoli attraverso il
coinvolgimento di gruppi di
persone, dalle poche unità
che attraversano la metropoli in bicicletta alle diverse
migliaia di cinefili che affollano le proiezioni del Milano
Film Festival. I vostri progetti
non hanno una vera e propria
committenza, ma rispondono
ad esigenze concrete, anche
se in modo provocatorio ed
ironico. Qual è l’orizzonte verso cui vi state muovendo?
La nostra intenzione non è
provocare, ma soddisfare delle
esigenze individuali coinvolgendo persone su questioni che ci
stanno a cuore rispetto al vivere
nella città.
All’inizio avevamo vent’anni e
stavamo riflettendo sull’opportunità di migrare verso altre realtà
che sembrava potessero offrire
di più: Londra, Parigi, Rotterdam, Berlino, Barcellona... Poi ci
siamo chiesti: Milano cosa ci può
offrire? Perché non fare a Milano
quello che immaginiamo di poter
fare in altre città? In poco tempo
abbiamo scoperto che questa
città ha molto da offrire. Da allora
il nostro modo di pensare e di lavorare non è cambiato. Rileggo
progetti di quindici anni fa che
sembrano scritti adesso. Analizzare i bisogni della città, scoprire
le opportunità che può offrire e
farle emergere: questo è il nostro
modo di procedere.
I temi sono l’utilizzo degli spazi
pubblici, l’ospitalità, il dialogo tra
culture diverse e il design come
forma di creatività a servizio delle persone. Col tempo siamo
riusciti a creare una struttura in
grado di inventare l’economia
dei nostri progetti oltre le logiche
del mercato. In questo momento esterni è un gruppo di circa
venti persone, con ruoli precisi
che rispondono alle varie fasi del
progetto: ideazione, promozione,
grafica, comunicazione, organizzazione, produzione, ecc. A questo nucleo si sommano una serie
di collaborazioni per esigenze più
complesse e circoscritte.
Molti tra i vostri temi di ricerca sono anche temi chiave
dell’Expo, come quello della “ruralità”. Da alcuni anni
siete impegnati nel recupero
della Cascina Cuccagna, che
è ormai un cantiere ben avviato.
Negli anni abbiamo portato
avanti progetti di ricerca e monitoraggio di quello che succedeva nelle cascine intorno a
Milano, iniziando dalla cascina
nell’area dell’ex Sieroterapico
dove vivevano circa 50 famiglie
di ogni etnia, secondo un modello di convivenza molto interessante. Un’altra esperienza
l’abbiamo fatta in una cascina
dietro al Parco Lambro gestita
in modo esemplare da una famiglia di agricoltori. Queste esperienze hanno preceduto il progetto della Cascina Cuccagna,
avviato concretamente dopo
l’incontro con Sergio Bonriposi.
Insieme a lui e ad altri soggetti
(info su www.cuccagna.org) è
nata la determinazione di rilevare la gestione della cascina e di
restituirla ai milanesi. Abbiamo
vinto il bando comunale che la
concede in affitto a canone agevolato per vent’anni e prevede
che venga ristrutturata e resa
agibile a spese del conduttore.
Bonriposi è la figura di riferimento per questo progetto, è molto
affezionato alla cascina, la anima dei suoi ricordi di quando
la frequentava fin da bambino e
trasmette a tutti la sua volontà
di vederla rivivere. Noi ci diamo
da fare concretamente raccogliendo fondi, promuovendo e
gestendo il cantiere di restauro e
immaginando le destinazioni che
saranno ospitate dalla cascina a
restauro ultimato. Entro il 2011
nel suo complesso sorgeranno
orti e serre didattici, una bottega a filiera corta, una trattoria,
un’agenzia per il turismo agricolo-territoriale, spazi per ospitalità temporanea, laboratori, ecc.
con oltre 4000 mq a disposizione della città. Queste attività serviranno anche a saldare i debiti
con le banche che ci hanno anticipato parte dei circa 3 milioni e
mezzo di euro che servono per il
restauro. è un luogo bellissimo e
nonostante i limiti di spesa il restauro è a regola d’arte, senza
compromessi, attuato secondo
criteri di bioarchitettura e risparmio energetico (il riscaldamento
sarà idrogeotermico), seguendo
le linee guida del programma
europeo Green building. Tutto
il progetto viene gestito con la
massima trasparenza, sul sito
è pubblicato l’ammontare della spesa e via via l’elenco dei
donatori, in modo che ognuno
possa giudicare ciò che è stato fatto dal Consorzio. Grazie
alla passione e alla disponibilità
della squadra di restauratori che
vi lavora il cantiere è accessibile in qualsiasi momento ed è
molto frequentato. Ad esempio
il martedì pomeriggio ospita un
piccolo mercato di prodotti agricoli provenienti da altre cascine
milanesi, segno che le attività
ospitate dalla cascina saranno
legate all’agricoltura e al consumo consapevole dei prodotti
della pianura padana.
Da non molto siete stati coinvolti in una rete che promuove
il recupero delle cascine milanesi in vista dell’Expo (www.
cascinemilano2015.org). Significa che sarete coinvolti anche
nei progetti di riqualificazione
annunciati dal Comune?
Siamo stati contattati da Multiplicity come riconoscimento del
nostro impegno negli anni passati.
Il Comitato Cascine prenderà
sede proprio all’interno della
Cuccagna e speriamo che da
qui nascano progetti concreti
per la valorizzazione di questo
patrimonio. Dopo aver recuperato una cascina di 2.000 mq
coperti più altrettanti di cortile e
giardino senza un euro di sovvenzioni pubbliche, siamo pronti
a recuperarne altre, magari col
sostegno del Comune o della
Società di gestione dell’Expo,
mettendo a disposizione la nostra esperienza e quella delle
persone che hanno collaborato
al progetto. Il lavoro di censimento delle cascine svolto da
Multiplicity può essere una base
molto utile. Non bisogna dimenticare che delle circa cinquanta
cascine di proprietà del Comune, almeno la metà sono date in
affitto e utilizzate in vario modo.
C’è gente che lavora e produce
da decenni, tutelando il paesaggio a costo di fare il giro con
l’aratro intorno alle lottizzazioni che ogni tanto gli piombano
addosso. Bisogna premiare chi
lavora bene e dargli i mezzi per
lavorare meglio. Aldilà della conservazione del paesaggio e delle
attività rurali è necessario far nascere nuove attività che rendano
queste realtà sostenibili sul lungo
periodo. Qualche settimana fa
abbiamo visitato la Cascina Follazza in via Gattinara, un mulino
isolato in un groviglio di strade e
interessato dal prolungamento
della metropolitana verso Assago. Nonostante tutto questo
mulino è ancora un gioiello, ma
visto che ormai è scomparso il
contesto in cui era nato, bisogna
dargli un nuovo senso.
Parliamo adesso dell’ospitalità, altro tema chiave dell’Expo
sul quale lavorate da tempo.
Il primo passo è stato quello di
chiedere ai milanesi di ospitare
chi ne aveva bisogno mettendogli a disposizione uno spazio di
un metro per due. Una richiesta
a prima vista elementare, ma che
invece ha reso necessarie molte
spiegazioni per chiarire cosa intendevamo per ospitalità. Non
la camera con bagno privato, e
nemmeno il divano letto in soggiorno, ma un qualsiasi spazio
di un metro per due dove poter
dormire per una notte. La richiesta era: hai uno spazio libero di
due metri per uno? Sicuramente
ce l’hai e quindi ce lo devi dare!
Questa era la nostra visione per
Milano “città più ospitale del
mondo”. Se sei pronto ad ospitare uno straniero di passaggio
probabilmente vorrai raccontargli qualcosa della tua città, del
tuo quartiere, gli dirai dove fare
colazione o andare a cena, o a
comprare quello che gli interessa, contribuendo all’economia
del vicinato. Un passo successivo è stato quello di utilizzare
l’ospitalità come modo per far
incontrare persone interessate
ad allargare i propri orizzonti culturali o professionali. Ti interessa
parlare quella lingua? Conoscere chi fa il tuo mestiere in un altro paese? Vorresti conoscere
quella determinata città? Noi ti
mettiamo in contatto con l’ospite che fa per te. Anche questa
modalità funziona molto bene,
chi la pratica è soddisfatto e
l’anno dopo la ripete. Il sistema è
basato su un sito internet (www.
bedsharing.org) e funziona in
abbinamento ad un evento che
crea una domanda chiaramente caratterizzata. L’esperienza
più completa e più complessa
in tema di ospitalità è stata la
creazione di un luogo attrezza-
to dove ospitare un determinato
numero di visitatori di una manifestazione. Ogni anno abbiamo
localizzato questa “casa” in un
luogo diverso utilizzando spazi
“rubati” all’arte contemporanea
come Assab One e Ventura XV,
spazi dismessi come i Magazzini
della stazione di Porta Genova
o Base B o all’opposto trasformando luoghi di per sé molto vivi
come il Campus Bovisa del Politecnico con l’allestimento di 100
e a volte anche 200 posti letto in
un unico grande spazio, in una
struttura modulare con spazi per
3-4 persone e spazi comuni.
Una specie di labirinto per orientarti nel quale all’ingresso ti viene
data una piantina con indicato il
tuo posto letto. Negli spazi comuni viene segnalato il tuo arrivo:
chi sei, da dove vieni, cosa fai,
che lingua parli, che progetti stai
portando avanti, cosa sei venuto
a fare a Milano, ecc., e ti viene
data occasione di presentare il
tuo lavoro. Altrimenti te ne puoi
stare per i fatti tuoi e utilizzare
le attrezzature per il tuo lavoro.
Ci aspettavamo di ospitare studenti, invece sono arrivati anche
professionisti a cui va benissimo
una sistemazione low cost con
la possibilità di sfruttare al massimo la breve permanenza in
città. Abbiamo realizzato la casa
dei designer, la casa dei registi
e la casa degli stilisti. Un grosso
sforzo, con costi consistenti per
cui chiediamo dai 40-45 euro per
una sola notte fino a un minimo di
20 euro per pernottamenti di 10
notti. Un prezzo accessibile che
non fa concorrenza agli albergatori.
È una esperienza che ha avuto
grande successo, molti ospiti ritornano e si ritrovano anno dopo
anno, da sei anni a questa parte. Anche questa esperienza la
cediamo ad altre realtà, in forma
di un kit fai da te. La nostra ambizione è quella di concretizzare
queste “case”: creare una realtà stabile che offra a giovani in
viaggio per lavoro una occasione di scambio e di conoscenza
reciproca per tutto l’anno. Un
progetto su cui investire anche in
vista dell’Expo del 2015.
Passiamo al tema della mobilità e di come si muoveranno
i milioni di visitatori dell’Expo
sulle già congestionate infrastrutture milanesi. Anche a
questo proposito avete progetti in corso?
Il Public Design Festival affronta al suo interno vari aspetti del
vivere quotidiano nella città e la
mobilità è tra questi. Da anni documentiamo percorsi urbani ed
extraurbani con diversi mezzi di
trasporto. Abbiamo attraversato
la città in lungo e il largo a piedi,
in bicicletta, in carrozza o con un
asino, elementi di una mappa
che propone un modo diverso
di fruire lo spazio urbano. Qualche settimana fa siamo partiti
in bicicletta da Porta Genova,
abbiamo percorso l’Alzaia del
Naviglio Grande fino a Ronchetto sul Naviglio e da qui abbiamo
attraversato il Parco delle Risaie
alla scoperta delle sue cascine.
Dopo due chilometri sullo sterrato abbiamo incrociato il Naviglio pavese lungo il quale siamo
rientrati a Porta Genova. Questo
modo di affrontare la città la rende più vicina, a misura d’uomo e
ti fa acquisire la consapevolezza
che se parti da qui (in via Paladini, ndr) puoi arrivare in Piazza
San Babila in dieci minuti in bicicletta, in un quarto d’ora in autobus e con un asinello in quaranta minuti. Queste esperienze
di percorsi urbani modificano la
percezione dello spazio e della
città.
A nostro parere è necessaria una
rieducazione alla città che parta dalla conoscenza dei propri
spostamenti come un momento
che non va annullato, ma vissuto
nel miglior modo possibile dedicandogli il tempo necessario. Ci
piacerebbe raccogliere questi
tragitti in una sorta di guida dove
siano descritti i principali modi
di muoversi quartiere per quartiere. Chi si muove in bicicletta,
e per fortuna sono sempre di
più anche grazie al progetto
di Bike-sharing del Comune e
nonostante la clamorosa mancanza di piste ciclabili in città,
sa che per attraversare Milano
basta mezz’ora. Se si estendes-
se il Bike-sharing a tutta la città
e si convincessero i milanesi ad
utilizzarlo in massa avremmo
risolto tutti i nostri problemi di
mobilità.
Parlando di mobilità si finisce sempre a parlare di infrastruttura, come se il problema potesse essere risolto
solo attraverso nuovi mezzi e
arterie di trasporto. Il vostro
è un approccio diverso.
Il nostro lavoro è basato sulle
persone e sulla città. La città è
lo strumento che ci ha permesso di avvicinare tante persone e
questa è l’essenza del nostro lavoro. È il ribaltamento della logica di avere tutto a casa propria.
Oggi si crede di dover avere tutto nelle mura domestiche, tutto
passa attraverso la tivù e gli altri
mezzi di comunicazione. Ogni
spostamento è vissuto come
un problema da risolvere nel
più breve tempo possibile. Noi
partiamo dal presupposto che si
vive in una città e che la città ci
può dare tutto quello di cui abbiamo bisogno. Solo se non la si
utilizza o se la si utilizza in modo
improprio la città non funziona o
funziona male.
Il prossimo passo di questa riscoperta degli spazi urbani è il
“progetto Transumanza”, l’attraversamento di Milano con una
mandria di bovini da sud verso
i pascoli del nord in primavera
e viceversa a settembre, come
si faceva regolarmente qualche
decina di anni fa. I contadini portano le loro mucche in città e nel
corso di alcune tappe fanno il
formaggio, il cosiddetto “primosale”, mostrando la loro cultura
e la loro abilità ai loro clienti cittadini. Stiamo parlando con gli allevatori per mettere insieme una
mandria con almeno cinquanta
capi adulti, venti vitelli, i cani, i
cavalli e le capre; poi bisognerà
ottenere i permessi e trovare i
soldi per coprire le spese.
In definitiva che cosa vi
aspettate che possa significare l’Expo per Milano.
Molti dei nostri progetti nascono
dal desiderio di appropriarci di
spazi inutilizzati di cui la città è
molto ricca. Nel 2004 durante il
Salone abbiamo occupato piazza Freud, un lembo di terra davanti alla stazione Garibaldi che
è stato inghiottito dall’attuale
cantiere della Città della Moda.
Lì abbiamo allestito il progetto
“Città in rivoluzione”, una sorta
di mappa delle nostre iniziative
che avevano a che fare con lo
spazio pubblico. C’erano spazi
dedicati ai percorsi sperimentali,
all’ottimizzazione della mobilità o
al bed sharing di cui parlavamo
prima, c’era uno spazio dedicato alla spiritualità (di qualsiasi
natura), uno dedicato all’accoglienza (un chiosco che forniva
a tutti un “permesso di soggiorno”), una agenzia immobiliare
che promuoveva spazi pubblici
senza scopo di lucro, un pubblico intrattenitore, la possibilità
di una escursione panoramica
ed altre cose ancora in un luogo splendido, un grande spazio aperto come a Milano ce ne
sono pochi.
Basta poco per creare uno
spazio pubblico: basta saperlo
riconoscere, rimetterlo a posto, tenerlo pulito e dargli una
funzione. A questo scopo lo
stesso anno abbiamo proposto
un calendario secondo il quale
il centro della città si sarebbe
spostato verso i quartieri di
periferia, dove si trovano molti
spazi abbandonati in attesa di
essere rivitalizzati.
Il progetto si chiamava “Movimento centrifugo” e, attraverso
un programma di comunicazione, una segnaletica specifica
ed eventi dedicati, trasferiva
il centro della città in un altro
quartiere trasformando gli spazi attraverso le persone e le situazioni.
Questo è il nostro modo di interpretare la città, di viverla e
farla diventare come la vorremmo. Questo è quello che ci auguriamo possa accadere con
l’Expo: la trasformazione della
città attraverso una miriade di
piccoli interventi a basso costo, con l’obiettivo di far vivere
gli spazi pubblici e migliorare la
qualità della vita.
OSSERVATORIO CONVERSAZIONI
43
a cura di Roberto Gamba
44
Una “città della musica” per Viadana
(Mantova)
dicembre 2008 – maggio 2009
Il concorso di idee è riferito alla
realizzazione di un’area multifunzionale da destinare a servizi,
denominata “Città della Musica”,
in località San Pietro, a Viadana,
in via Baghella, su una superficie di mq. 19.525. L’area si trova
vicino al centro abitato, è facilmente raggiungibile con percorsi
ciclo-pedonali dal centro, e in
auto dalla circonvallazione.
La struttura dovrà ospitare una
scuola di musica (300 studenti),
una struttura coperta per manifestazioni e concerti (500 posti),
parcheggi (300 auto), spazi commerciali a servizio della struttura;
sistemazione del verde e dei percorsi ciclabili e pedonali di collegamento. Il bando prevede un
importo dei lavori non superiore
ai € 3.000.000.
1° classificato
Studio OB3 architetti
(Stra - Venezia): Ottorino
Boesso, Sergio de Gioia,
Fabrizio Michielon, Marco
Broccardo
La genesi progettuale consiste
nella contestualizzazione territoriale cosa che presume il mantenimento dei tratti tipici del luogo.
Si tratta di un complesso scorporato nei volumi, nelle funzioni,
che riprende, e reinterpreta, le
forme classiche dell’architettura rurale. Da un blocco monocellulare si dividono più corpi,
si separano, slittano in diverse
direzioni, creano un complesso
aperto e concatenato col verde
pubblico.
L’obbiettivo è conservare i segni
tipici del territorio quali i canali e
i filari alberati, articolando in maniera organica e poco invasiva
l’intervento. L’apertura diretta
della sala sul parco, ove è stato
ricavato un sinuoso anfiteatro,
sottolinea l’atavico rapporto tra
musica e paesaggio.
Ai blocchi laterali è riservata la
contestualizzazione e il rapporto
con l’esistente, assumendo di
riflesso i tratti rurali del luogo. Il
risultato porta a una reinterpretazione delle ampie e lunghe
falde classiche dei caseggiati di
campagna.
Il colore dell’intonaco è stato
scelto in modo da essere delicato e diafano come il contesto
rurale mentre le essenze lignee
devono permettere un’opportuna acustica alla sala.
Il sito di progetto ha suggerito
l’elaborazione di un’architettura
compatta, dove sono labili i confini tra interno ed esterno, spazio
costruito e spazio verde.
L’analisi degli elementi compositivi della tipica cascina rurale
lombarda ha comportato la loro
reinterpretazione in funzione alle
finalità attese.
La Città della Musica è una forma chiusa che disegna, un vuoto
interno, uno spazio raccolto, un
chiostro protetto, ma con ampie
vedute che si appropriano del
paesaggio circostante con l’intenzione di tramutarlo in sfondo
caratteristico dell’opera.
Il rapporto tra interno ed esterno è mediato dal vuoto della
grande piazza che diventa luogo per concerti e manifestazioni
all’aperto, perno centrale attorno
al quale si organizza la vita dei
visitatori.
3° classificato
Giorgio Santagostino
(Milano), Monica Margarido
collaboratori: Olga
Chiaramonte, Fabrizio Volpe
La nuova scuola è pensata
come un complesso di forma
quadrata. Ai tracciati dei campi
e alla regolarità dei pioppeti si
rifà la costruzione dell’edificio e
il disegno dello spazio esterno a
partire da una griglia geometrica
di 5m x 5m.
Tutto il lotto di progetto si mostra
all’esterno come un nuovo pioppeto, all’interno del quale è ritagliata una grande radura in cui si
trova la scuola.
I volumi, che ospitano le diverse
funzioni, sono racchiusi da un
perimetro unitario uniforme, una
pelle costituita dall’accostamento di listelli di legno.
L’intervallo tra una doga e l’altra
crea effetti di chiaro-scuro, variabile di lato in lato, a seconda che
siano sovrapposti ad una superficie opaca, vetrata o ad un vuo-
to e a seconda della qualità della
luce naturale, dell’uso di quella
artificiale, dell’ora del giorno.
L’accesso del pubblico al complesso avviene da una piazza
coperta a doppia altezza.
Un primo volume a nord ospita
l’amministrazione della scuola,
mentre a sud si accede a una
grande hall, comune alla scuola
di musica e all’auditorium. Gli
altri volumi al piano terra sono
adibiti al commercio.
Salendo al primo piano, si trovano gli spazi riservati alla scuola di
musica e quelli di supporto tecnico alle attività dell’auditorium.
45
OSSERVATORIO CONCORSI
2° classificato
Simona Avigni
(Casalmaggiore - Cremona),
Alessio Bernardelli
collaboratore: Matteo Vecchi
46
Coniglio contro Sisifo
Marco Ermentini
Architettura Timida.
Piccola enciclopedia del dubbio
Nardini, Firenze, 2010
pp. 96, € 18,00
Gli architetti razionalisti radunati attorno alla
rivista “Quadrante” - diretta da Pier Maria
Bardi e Massimo Bontempelli - definivano
“arrogante” l’architettura diversa da quella,
la loro, fondata sulla ragione, la chiarezza e
la proprietà delle forme e dei contenuti, sul
rifiuto di elementi decorativi superflui. Insomma, l’architettura razionalista. Arrogante era
l’edilizia “del mercato immobiliare”, diremmo
ora, ma anche una parte dell’architettura
del Novecento milanese d’autore, persino la
Ca’ Brütta di Colonnese e Muzio, se, eretta
in basi ad altissimi indici di sfruttamento fondiario, era costata la distruzione di “uno dei
più romantici giardini della Milano ottocentesca” (Piero Bottoni). Ora, nel nostro tempo
dai tanti valori morali perduti, l’arroganza
e, come ci insegna l’incantevole libretto di
Marco Ermentini, l’intolleranza e la violenza, spesso la stupidità, contraddistinguono
buona parte dell’architettura e del restauro.
Come comportarsi, da bravi architetti, se
non al contrario?
Ermentini ha fondato con il filosofo Andrea
Bortolon e l’artista Aldo Spoldi nel 2000
all’Accademia di Brera la SAA (Shy Architecture Association), movimento per l’architettura timida che auspica “un modo più
discreto di situarci nella realtà utilizzando la
non violenza verso le cose” (p. 74). Gli architetti devono conoscere con amorevolezza
gli edifici, essere pazienti, delicati, desistenti,
lenti come Bartleby lo scrivano del racconto
di Melville. “Preferisco di no” diceva di fronte a certi ordini che non corrispondevano
al suo modo di stare al mondo in maniera
silenziosa, riservata, nascosta. Il carattere
dell’architetto o del restauratore si modelli non su quello di Sisifo, potente, astuto e
fraudolento, ma su quello del coniglio, delicato, riflessivo e leale.
Un armamentario di cento lemmi, termini
singoli o brevi titoli, ognuno dotato di un’immagine, illustrativa o traslata, ci guida lungo
un’“enciclopedia del dubbio” che ci offre invece le basi di una serena certezza. Minime
narrazioni, intelligenti contestazioni, amare e
dolci ironie, fulminanti paradossi: tutto si tiene, come le stratificazioni dell’anti-restauro
perorato da Ermentini, per approdare alla
regola ultima della “rivoluzione timida”: applicare la “metanoia” e la “cairologia”, ossia
“convertirsi a un rapporto più cordiale e armonioso con i sistemi naturali” (p. 71), trovare la misura e il momento giusti, opportuni.
Lodovico Meneghetti
La forza di un’idea
Nicola Navone, Bruno Reichlin (a cura di)
Il Bagno di Bellinzona
di Aurelio Galfetti,
Flora Ruchat-Roncati, Ivo Trümpy
Mendrisio Academy Press, Mendrisio, 2010
pp. 218, € 35,00
In uno dei suoi numerosi disegni Le Corbusier ritrae l’acquedotto romano di Pont du
Gard; a fianco scrive: “il a fait le paysage”
mettendo in evidenza come un’architettura
possa rendere leggibile il paesaggio: costruendosi “in opposizione” ad esso, infatti,
l’acquedotto rende comprensibile, svela, il
carattere e le peculiarità del luogo in cui si
colloca.
La stessa frase – “ha costruito il luogo”
– potrebbe essere posta ad epigrafe della sezione fotografica del bel volume che
Nicola Navone e Bruno Reichlin dedicano
all’illustrazione del progetto per il Bagno di
Bellinzona di Aurelio Galfetti, Flora RuchatRoncati e Ivo Trümpy.
Il progetto, volendo definirne il senso e il carattere principale, si riassume nella realizzazione di un grande manufatto infrastrutturale, - una sorta di promenade architecturale
- che, in quota, taglia l’area pianeggiante
che separa il centro abitato di Bellinzona dal
corso del Ticino.
Il progetto consiste nella realizzazione di una
grande passerella in cemento armato, alta
sei metri da terra, lungo la quale, a quota
zero, nella natura, vengono a distribuirsi gli
elementi necessari alla definizione del Bagno: la piscina per i tuffi, l’olimpionica, quella
per i bambini e per chi impara a nuotare e la
vasca per chi, invece, non nuota. Detto così
la passerella potrebbe apparire come un elemento inutile del sistema. Al contrario, essa
risulta la “colonna vertebrale” della composizione, non solo dal punto di vista funzionale – l’accesso al Bagno nel suo complesso,
come pure agli spogliatoi, avviene, infatti,
solamente da questo percorso – ma soprattutto per la rappresentazione dell’idea che
sta alla base del progetto: la costruzione di
un “edificio” (la passerella, appunto) capace
di mettere in relazione gli altri elementi “forti”
- le piscine - distribuiti nel territorio secondo una precisa logica. La passerella è pensata come una vera e propria architettura,
composta di parti e piani differenti necessari
alla realizzazione dei servizi richiesti – spogliatoi, zona ristorante, ecc. Tutto ciò senza
mai tradire un principio gerarchico che vede
appunto nel percorso aereo l’elemento fondativo del progetto a dimostrazione di come
la forza di un’idea e la sua continua messa a
punto sia elemento determinante alla riuscita di un progetto.
Martina Landsberger
Punti di vista
Maria Letizia Gagliardi
La misura dello spazio
Contrasto, Roma, 2010
pp. 304, € 21,90
Ventisei fotografi d’architettura, per lo più
architetti, si raccontano ripercorrendo la
loro storia, al fine di indagare il complesso
fenomeno della comunicazione dell’architettura – informazione complessa – attraverso
la fotografia – mezzo di comunicazione –;
un processo dunque che vede la compartecipazione del fotografo, che “manifesta
un pensiero”, e dell’osservatore, che usa la
fotografia come strumento di conoscenza:
“viviamo l’architettura, la vediamo, ma non
riusciamo a osservarla se non di fronte a una
fotografia”.
Il libro è una sorta di “tavola rotonda” all’interno della quale ventisei fotografi sono
chiamati a confrontarsi sul loro lavoro. La
struttura è quella dell’intervista: diciotto domande mettono a confronto diversi modi di
pensare, di vedere, di fotografare.
Per rompere il ghiaccio, un suggerimento
è quello di leggere, tutte di fila, le risposte
alla domanda “cos’è la fotografia?”. Fatto
ciò, acquisita un’infarinatura, è possibile
proseguire nella lettura integrale delle risposte alle successive domande che affrontano due nuclei tematici: uno sulla fotografia
(tecniche, strumenti, influenze, formazione,
ecc.) ed uno sull’architettura. In quest’ultima
parte ci si domanda quanto sia importante
conoscere l’opera da fotografare e quanto
sia importante esperire, tornando più volte
sul posto, quell’architettura, quella città o
quegli spazi; quale sia il ruolo del fotografo nei confronti dell’architettura impressa
su pellicola: se nel momento dello scatto il
suo ruolo coincida con quello del critico o
se si limiti invece a registrare e documentare
la realtà, oggettiva o soggettiva. I fotografi
sono chiamati inoltre a riflettere sulla nota
affermazione di Bruno Zevi secondo cui la
fotografia sarebbe una lettura parziale della
realtà, mancando la dimensione temporale;
e per contro ci s’interroga sulla possibilità
di fotografare l’istante dell’architettura secondo gli insegnamenti di Cartier-Bresson.
Una riflessione, infine, che vale la pena di
tenere in considerazione, anche in quanto
architetti, riguarda il rapporto tra il prodotto
fotografico, l’immagine, e il fare architettura:
quanto, e se, la fotografia su carta patinata
abbia influito ed influisca sulla progettazione
del manufatto architettonico.
Un libro interessante, ben fatto, illustrato
con le fotografie degli intervistati, che offre
agli architetti importanti spunti di riflessione.
Cecilia Fumagalli
Caroline Patey (a cura di)
John Soane. Per una storia della mia
casa. Primo abbozzo
Sellerio, Palermo, 2010
pp. 132, € 15,00
La casa editrice Sellerio ha recentemente
pubblicato, per la prima volta in traduzione italiana, Per una storia della mia casa.
Primo abbozzo (titolo originale Crude Hints
towards an History of my House), il manoscritto dell’architetto neoclassico John Soane sulla sua casa londinese di Lincoln’s
Inn Fields. La data di redazione (agosto e
settembre 1812), intermedia tra il momento
dell’acquisto dell’unità al n. 12 e l’edizione
della conclusiva Description of the House
and Museum (1832), corrisponde al momento di maturazione del progetto. Lo straordinario interesse per questa “brutta copia”
sta quindi nell’essere una testimonianza
diretta del procedimento creativo a partire
dalla stessa struttura testuale, in cui la stratificazione delle note, impaginate in primo
piano, a sinistra, e l’interrogativo centrale
del testo sull’origine tipologica dell’edificio,
nell’ipotesi della futura rovina, portano alla
luce i cardini della composizione. La sovrapposizione claustrofobica dei frammenti
architettonici (John Summerson, primo curatore della Casa nel dopoguerra, parlava di
“arredi funerari”), evocante la compresenza di tempi storici e architetture, con cui la
struttura logica sommerge la struttura reale
dell’edificio, si affianca, nella cupola della
Breakfast Room, nei pannelli mobili della
Picture Room, alla ricerca analitica di effetti spaziali d’ingrandimento e dilatazione nel
tentativo d’incorporare l’universo visibile.
Con la preziosa notazione ulteriore della direttrice Helen Dorey siamo condotti, a fronte
alla polisemia della Casa-Museo-Accademia, nel cuore della vita stessa di Soane: i
contrasti e il sofferto isolamento accademico, inevitabile conseguenza della libertà di
giudizio, il superamento delle norme edilizie
con la facciata a logge in pietra bianca di
Portland, che anticipa di un secolo il fronte
dalla casa di Perret in rue Franklin, la volontà
di costruire un exemplum che superi la delusione per la rinuncia dei figli all’architettura
(oggi così infrequente…). Come scrisse allora l’amico Isaac D’Israeli: “(…) più rari sono
coloro che hanno scoperto, una volta terminata la costruzione delle loro Casa, ammesso che una simile Casa possa mai essere
considerata finita, che avevano costruito
un Poema”. Il titolo di questo Poema, che
si comporrà nel secolo a venire, sulle linee
di questo “primo abbozzo”, sarà “Modern
Architecture”.
Stefano Cusatelli
Vivere insieme
Michele Costanzo
Leonardo Ricci e l’idea di spazio
comunitario
Quodlibet Studio, Macerata, 2009
pp. 80, € 14,00
Il saggio di Michele Costanzo illumina la cifra della vita e dell’opera di Leonardo Ricci
(Roma, 1918 – Venezia, 1994) mostrando
come queste siano tenute insieme da un
pensiero utopico radicato nella passione
per l’uomo e per il ruolo dell’architettura
come “servizio”. Se L’uomo è per natura un
animale politico, come diceva Aristotele,
il suo essere si radica in una dimensione
collettiva. L’architetto, uomo tra gli uomini,
“medium” e non fine in sè, è chiamato, sostiene Ricci, a “dare il meglio di se stesso”
ma solo “dopo essere partito dagli altri”,
dalla loro “verità e realtà”, per costruire il
luogo della vita, che è relazione, socialità,
spazio condiviso. L’illustrazione delle opere più eloquenti di Ricci – tra cui il centro
Agape a Prali in val Pellice (1946-1948), il
villaggio di Monterinaldi sulle colline fiorentine (1949-1961) e il villaggio valdese Monte
degli Ulivi a Riesi (1963-1966) – si affianca
a citazioni e note biografiche che restituiscono l’audacia teorica e la capacità realizzativa di un architetto che si è confrontato
in modo coerente al senso della propria
vocazione, umana e professionale, senza
mai scinderle.
Così come nella concezione di uno spazio
fluido, in cui “nulla vi è di separato e straniero”, dove le diverse funzioni comunicano
naturalmente, per non alienare la persona,
così Ricci ha tenuto uniti in modo “organico” il cosa, il come e il perché della propria
azione creatrice.
Figlio di un ingegnere e di un’attivista della chiesa valdese, originariamente “ateo”,
Ricci si avvicina al cristianesimo “eretico”
attraverso il pastore Tullio Vinay che lo
coinvolge in due progetti per la sua comunità religiosa. Grazie a queste esperienze
Ricci darà esemplare sostanza ai propri
principî architettonici. La “forma non si sviluppa al di fuori di un contenuto, agendo
in se stessa e di per se stessa”, né “nasce da presupposti astratti e teorici di stile,
ma spontanea e diretta dalla realtà interna
dell’oggetto stesso”. L’architettura e l’urbanistica “sono il frutto collettivo di una
dinamica della società”; questa non può
essere indagata dall’esterno, misurata in
statistiche ed espressa in “uomini-tipo”,
ma “è importante riesaminare alla base gli
atti di esistenza umana” per “vedere gli atti
nel loro farsi”.
Ricci propone “un’architettura esistenziale
relazionale nata dall’atto dell’esistere, prolungamento dell’esistenza stessa”.
Irina Casali
Il nobile mestiere
Silvia Milesi (a cura di)
Mauro Galantino. Opere e progetti
Electa, Milano, 2010
pp. 240, € € 65,00
“Credo che tutto questo sia costato a Galantino non poco, ma certo non ha spento in
lui né il rigore dei principî né la passione per
il nostro nobile mestiere”. Così Vittorio Gregotti conclude la sua presentazione al libro
che raccoglie il lavoro di Mauro Galantino,
architetto milanese che, formatosi a Firenze,
ha studiato in Francia e lavorato con Henri
Ciriani e poi con lo stesso Gregotti. L’apprezzamento è evidentemente riferito alla
coerenza ed alla costanza con cui Galantino
persegue gli obiettivi del suo lavoro, permeato della lezione dei maestri del moderno ma
continuamente verificato con i problemi del
progetto, in una costante analisi dei rapporti
con i luoghi e delle conseguenze spaziali generate dall’intervento architettonico.
Il libro, a cura di Silvia Milesi che in uno
scritto-dialogo strutturato per differenti temi
introduce alla lettura del lavoro di Galantino,
contiene anche un saggio critico di Kenneth
Frampton che si sofferma in particolare su
alcuni progetti evidenziandone le ragioni
compositive. Ma la pubblicazione nel complesso è sostanzialmente strutturata sulla
illustrazione dei progetti e sulle loro descrizioni che non sono, come spesso accade
in analoghi libri, semplici estratti delle relazioni, ma scritti redatti per questa occasione
dall’autore. Parlando dei diversi progetti, i
testi descrivono progressivamente – quasi in
forma di autobiografia scientifica – una certa
idea sull’architettura, sul mestiere, mai accademica e sempre volta a fare del progetto
un momento risolutivo di questioni precisamente individuate.
Ne emergono alcune questioni di grande
interesse, proprio in rapporto ad un possibile dibattito sulla condizione del mestiere
dell’architetto. In primo luogo il ruolo del
disegno inteso come momento costitutivo
del progetto, ad esempio con il ricorrente e
sapiente uso della sezione prospettica quale
strumento di controllo dei rapporti spaziali.
E poi la costante fiducia nella modalità del
concorso di progettazione, con una assidua
partecipazione a rilevanti occasioni concorsuali; la rinuncia, anche in questi casi, all’uso
di suadenti rappresentazioni virtuali lontane
dalle reali proposte progettuali; il progetto inteso come parte di una ricerca che, organicamente, comprende studio, insegnamento
e pratica professionale. In questo senso il
libro racconta una esperienza di esemplare
coerenza.
Maurizio Carones
47
OSSERVATORIO LIBRI
Una casa, una vita
a cura di Sonia Milone
48
Rapsodia Scarpiana
Scarpa e Il Palazzetto,
una rapsodia architettonica
Omaggio ad Aldo Businaro
Treviso, Centro Carlo Scarpa –
Archivio di Stato di Treviso
27 febbraio 2010 – 29 maggio
2010
“Io sono un uomo di Bisanzio,
che è giunto a Venezia attraverso la Grecia”. Il metodo eideti-
co di Scarpa passa attraverso
le sue parole ricordate da Aldo
Businaro, amico e mecenate,
in un’estate del 1976. Un’amicizia nata nel 1969 durante un
viaggio in Giappone e raccontata attraverso le vicende della
seicentesca villa il Palazzetto
del committente, un complesso
architettonico situato nella campagna di Monselice per il quale,
a partire dal 1971, Scarpa progetta diversi elementi sperimentando modi espressivi ed usi dei
materiali che altrove avrebbe
utilizzato in più ampia scala .Un
racconto prezioso, curato da
Guido Pietropoli, in scena a
Treviso presso il Centro Carlo
Scarpa in una mostra organizzata nell’ambito delle attività di
conservazione e valorizzazione
dell’archivio, prodotta dal MAXXI con il CISA Palladio e dalla
Regione Veneto.
In uno spazio allestito dalla sensibilità colta di Umberto Riva i
disegni originali di Scarpa, (di
proprietà del Ministero per i
Beni e le attività culturali fondazione MAXXI) conservati presso
il Centro e arricchiti da una collezione di Fabrizio Zuliani, docu-
mentano la ricerca della forma
dell’opera aperta della corte dominicale della villa. Gli ingressi,
il muro di cinta, l’aia e la scala
esterna, il berceau e la sistemazione della barchessa nord si
materializzano in schizzi su fogli che vengono approfonditi su
cartoncini e interrogati in varianti
su carta velina: il progettare sul- Teatro
la carta come la realizzazione dell’architettura
di un’opera, resa con materiali
Il Teatro del Mondo edificio
diversi.
Una maquette della villa mostra singolare. Omaggio
ad Aldo Rossi
Venezia, Ca’ Giustinian
10 febbraio – 31 luglio 2010
l’aia realizzata da Scarpa con la
scala e il muro da lui progettati
ma costruiti, nel 2006, dal figlio
Tobia con qualche modifica,
una vicenda documentata anche dalla proiezione del film di
Riccardo De Cal.
La gentile competenza di Miriam Ferrari, una delle allestitrici della mostra, ci guida verso
l’album dei rilievi architettonici, il
catalogo della mostra dedicata
al Palazzetto che si tenne a Tokyo nel 1993, scritti e fotografie
originali che ritraggono il professore e Aldo Businaro.
Nel portico del convento che
ospita il Centro la “rapsodia architettonica” prosegue attraverso le fotografie delle opere realizzate, immagini e forme finali
della prima idea di Scarpa per
l’aia: “una grande goccia che
si allunga per separarsi da una
parte di sé duplicandosi”.
Matteo M. Sangalli
Entrare nel Portego di Ca’ Giustinian (vedi foto di Giulio Squillacciotti, courtesy La Biennale
di Venezia) è di per sé un’esperienza teatrale: un’“aula” rettangolare, disposta, come è tipico
dei palazzi veneziani, perpendicolarmente al canale, con il lato
corto che si apre sulla laguna a
inquadrare la chiesa della Salute
e la punta della Dogana. Da qui,
30 anni fa, si sarebbe potuto
intravedere, ormeggiato proprio
davanti alla Dogana, il Teatro
del Mondo che Aldo Rossi aveva realizzato per la Biennale del
1979 per i settori Architettura
e Teatro diretti da Paolo Portoghesi e Maurizio Scaparro.
Il progetto di Rossi consisteva in
un piccolo volume galleggiante,
“una zattera, una barca: il limite
o confine della costruzione di
Venezia”, scriveva Rossi, che
intendeva ripercorrere la tradizione dei teatri sull’acqua - “teatri del mondo” si chiamavano
- che Venezia amava realizzare
in occasioni di feste o di celebrazioni di grandi eventi.
Rossi lavora in analogia con la
storia e costruisce un oggetto
completamente differente, ma
ugualmente, se non più, teatrale
di quelli della tradizione. Diversamente dal Bucintoro, il Teatro del Mondo si innalza verso
il cielo. In esso, contrariamente
a quanto accadeva nella tradizione, si può entrare, lo spazio
è chiuso e può, deve, essere
vissuto al suo interno. Rossi
costruisce una doppia teatralità: quella che il nuovo edificio
ancorato nella laguna instaura
con la città e quella invece che
si vive, da spettatori seduti sulle
sue ripide gradinate. “Stando
il Teatro sull’acqua si poteva
vedere dalle finestre e fuori il
passaggio dei vaporetti e delle
navi come se si fosse stati su
un’altra nave, e queste altre navi
entravano nell’immagine del teatro costituendone la vera scena
fissa e mobile”, scriveva allora
Rossi. La piccola mostra ripercorre l’avventura di questo “gioiello” dell’architettura effimera,
esponendo materiali provenienti
da diverse istituzioni (ASAC,
Fondazione Aldo Rossi MAXXI
Museo nazionale delle arti del
XXI secolo, Teche RAI e privati).
Si tratta in larga parte di fotografie, disegni, scritti autografi di
Rossi, una riproduzione originale
dell’edificio e la sfera in rame che
stava sulla cuspide della sua copertura. A tutto ciò si aggiunge
un poetico “cartone animato” in
cui si narra del viaggio del teatro,
dall’arrivo in laguna fino all’approdo a Dubrovnik.
Martina Landsberger
Una seducente
avanguardia
Archizoom 1966-1974
Mendrisio, Galleria
dell’Accademia di Architettura
6 maggio – 6 giugno 2010
La Galleria dell’Accademia di
Architettura di Medrisio ospita
la mostra Archizoom 19661974. Dall’onda pop alla superficie neutra, curata da Roberto Gargiani. È rappresentata
l’esperienza del gruppo Branzi,
Corretti, Deganello, Morozzi,
Bartolini – formatosi alla facoltà
di architettura di Firenze tra il
1959 e il 1963 – che con Superstudio ha costituito l’avanguardia dell’“architettura radicale”
italiana. Il distacco temporale
ci consente oggi di osservare
un’evoluzione progressiva che
convenzionalmente procede da
avanguardia a utopia, toccando
tutti i punti del percorso. L’esordio è con i progetti scolastici di
una megastruttura urbana da
Stefano Cusatelli
Sondrio: omaggio
a Nervi
Pier Luigi Nervi.
L’architettura molecolare
Sondrio, Galleria Credito
Valtellinese e MVSA,
Palazzo Sassi de’ Lavizzari
15 aprile – 20 giugno 2010
Pier Luigi Nervi nasce a Sondrio per sbaglio, essendo figlio
del direttore dell’ufficio postale
cittadino; vi compie le scuole
dell’obbligo e gli studi classici
fino alla maggiore età, quando
si iscrive alla Facoltà di Ingegneria alla Sapienza in Roma.
Muore ne 1979 dopo una straordinaria carriera che lo condurrà, attraverso la sperimentazione di pionieristiche tecniche di
costruzione – l’invenzione del
ferro-cemento, la modellazione del calcestruzzo armato per
strutture a doppia calotta, l’introduzione di rivoluzionari sistemi di completamento dei getti in
opera in condizioni di estrema
difficoltà – alla notorietà internazionale. In stretto parallelismo
biografico, un caleidoscopio visivo proietta il visitatore nel vivo
dei progetti e delle realizzazioni
dell’architetto-ingegnere, attraverso il loro allestimento cronologico: dal periodo 1927-40,
nell’ambito dell’impresa fondata
con il cugino - la Nervi Bartoli
S.A.-, fra le quali spiccano lo
Stadio di Firenze, gli Hangar di
Orvieto e Orbetello, il Palazzo
delle Esposizioni di Torino fino
a quelli dell’immediato dopoguerra: il Palazzetto dello Sport
all’EUR, il Palazzo del Lavoro a
Torino per Italia ’60 e poi ancora
i progetti americani quali la bus
station di New York e la Chiesa di St. Mary a San Francisco,
per concludersi con il progetto
di concorso per il Ponte sullo
Stretto di Messina (1968).
Ma sono le fotografie, riprodotte
con inediti salti di scala rispetto
ai documenti originali, a mostrarci alcune novità assolute,
come ad esempio l’impronta
neorealista del sistema Nervi e
l’accento ironico del suo modus
progettuale lontano dalle costrizioni e dai pragmatismi dell’ingegneria strutturale.
Quanto alla prima, è utile sottolineare come l’autarchia del Ventennio e le carenze economiche
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del periodo post-bellico hanno
fatto di Nervi un formidabile
“adattatore” di metodi costruttivi semplici, quasi rurali, all’interno di modelli teorici complessi;
di qui l’idea, in ogni costruzione,
di prefabbricare l’impianto strutturale primigenio, trasportandolo in cantiere per articolarvi le
strutture secondarie: tramature,
orditi, céntine, vetri-cortina.
L’ironia invece emerge dall’os-
servazione attenta delle tavole
di progetto, dagli schizzi redatti
nelle estati passate a Cortina
o sul litorale romano dove un
asino poteva farsi unità di misura, così come il manico di un
secchio o il giogo di un aratro
suggerivano la forma: l’accesso
illogico per l’articolazione logica
del processo compositivo.
Il SALe nel Castello
di Legnano
secondo le intenzioni dell’amministrazione, attraverso una
oculata politica di acquisizioni
e donazioni dovrebbe creare la
base per una collezione del XXI
secolo.
L’edificio espositivo, all’interno
del complesso del Castello, si
sviluppa in due ali che sono state restaurate con differenti tipologie di intervento, determinate
dalle condizioni di degrado. Un
intervento conservativo ha interessato l’ala sud-est, nobile
residenza di campagna, mentre la fatiscente ala nord-ovest
è stata ripensata attraverso un
progetto più complesso dall’architetto Luigi Ferrario. L’ala,
in fase di ultimazione, è stata
chiusa con coperture in vetro
sorrette da leggere strutture in
acciaio, un nuovo organismo
architettonico che, sulla base
di un modulo geometrico, ha
inglobato il torrione la chiesa e
tre nuovi padiglioni: reception
con scala, ballatoi e ascensore,
uffici ed aula per l’esposizione
delle tre grandi tele del Previati
il trittico della battaglia di Legnano. Un progetto di restauro
selezionato tra le opere italiane
per l’European Union Prize for
Contemporary
Architecture
- Mies van der Rohe Award
2009.
“Ovunque è Legnano” recita
l’inno di Mameli, così a pochi
giorni dal Palio ripercorriamo il Sempione e ci fermiamo al Castello di San Giorgio
per completare il percorso di
S.A.Le. (Spazi Arte Legnano),
iniziato con Palazzo Leone da
Perego. Inserito nell’area verde dell’Olona che circonda il
Parco Castello, a pochi passi
dal centro, il “Castrum Sancti
Georgi” nasce sui lacerti di un
convento – denominazione del
XIII secolo dovuta alla presenza
in questi luoghi di un convento di Agostiniani con annessa
chiesetta di S. Giorgio – che i
Visconti avevano trasformato
in casa-torre. Nel XV secolo
viene eretto il torrione e le altre
fortificazioni. Battaglie e incendi
ne hanno segnato distruzioni
e stratificazioni per tutto il XVI
secolo, mentre dal 1792 e fino
agli anni Sessanta l’intero complesso è stato trasformato in
azienda agricola. La storia del
lungo recupero inizia nel 1973
quando il Castello viene acquistato dal Comune. I lavori sono
ancora in fase di ultimazione
ma, dal 2006, con la mostra
“Goya. I capolavori incisi” il
maniero è diventato la seconda sede espositiva cittadina.
Nel 2008 viene aperto il nuovo spazio, “Doveva accadere”
dedicato alle esposizioni di
giovani artisti, un progetto che,
Leo Guerra
Matteo M. Sangalli
Castello di San Giorgio
Legnano, viale Pietro Toselli
www.spaziartelegnano.com
OSSERVATORIO MOSTRE
70.000 abitanti nella campagna
fiorentina ispirata a Tange e con
una proposta per la facoltà di
architettura di Firenze che evoca Le Corbusier. La vera fondazione ideologica si ha, però,
con l’introduzione nel design del
contributo della Pop Art, con il
divano Superonda e il mobilecontenitore Rampa, cui fanno
eco in architettura i progetti del
Parco Territoriale e del Centro
Culturale di Prato (1967). La
pluralità dei rivolgimenti si alimenta attraverso le fonti più
diverse, da Bob Dylan all’evocazione “liberatoria” di un kitsch
“afro-tirolese”, all’esplorazione
architettonica, nelle due versioni del progetto per la chiesa di
Zingonia, involucro high-tech
anglosassone o impianto costruttivista, e nel concorso per
il Centro dell’Artigianato nella
Fortezza da Basso (1968), qui
esposti (impropriamente) come
“Razionalismo esaltato”.
La trasposizione onirica del realismo dell’avanguardia diviene
manifesta nei fotomontaggi urbani, dove la logica della megastruttura è estremizzata nel
tentativo di rianimare una città
che nel passaggio all’utopia diviene la No-stop city: una maglia continua, elaborata a partire
dal progetto per l’università di
Firenze (1970-71), climatizzata,
attrezzata e in gran parte sotterranea, destinata a sostituire la
città della storia, quale speranza
di redenzione dal consumo.
Nel confronto con il presente,
tuttavia, più che l’esame puntuale delle ragioni di coerenza e
d’inverosimiglianza del passato,
conta la prevalenza assordante
di una seducente avanguardia, per tanti aspetti tributaria
a queste esperienze, e al loro
peccato originale di assassinio
della tradizione, e la scomparsa
silenziosa di quel futuro possibile, il nostro, che Ernesto Rogers
chiamava “utopia della realtà”.
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