a cura della Redazione 38 Carlo De Carli, centenario della nascita L’architettura del Sacro Monte Per celebrare il centenario della nascita di Carlo De Carli (19101999) – architetto, designer, docente nella disciplina di Architettura degli Interni presso la Facoltà di Architettura di Milano, preside della stessa negli anni 1965-68, intellettuale impegnato e direttore della rivista “Interni” – la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano promuove una serie di iniziative volte a ripercorrerne l’opera professionale e il pensiero in riferimento, in particolar modo, al suo contributo in campo culturale e pedagogico. Una mostra, aperta alla città e in particolare agli studenti dell’ultimo anno delle scuole medie superiori per i quali verranno organizzate visite guidate di orientamento universitario e di introduzione all’architettura e al design, si aprirà nel gennaio 2011 presso lo spazio mostre della Facoltà di Architettura Civile in via Durando 10 e, contemporaneamente, presso la Triennale di Milano si svolgerà un convegno cui sono invitati a partecipare studiosi delle Facoltà di Architettura e del Design del Politecnico e di altre Facoltà italiane. Parallelamente, a cura di Gianni Ottolini, verrà pubblicato, nell’ambito della collana diretta da Antonio Monestiroli dedicata alla Scuola di Milano ed edita da Electa, un volume monografico su Carlo De Carli. Successivamente, in occasione del Salone Internazionale del Mobile del 2011, un volume più consistente raccoglierà gli interventi del Convegno e un più ampio apparato iconografico sull’opera dell’architetto. La mostra, pensata come itinerante, fra il Può il patrimonio storico, artistico, naturale dei Sacri Monti rappresentare, oltre che un’eredità da custodire e preservare, anche l’occasione per attivare tra gli enti preposti alla sua gestione e le scuole di architettura sinergie virtuose volte alla conoscenza e alla valorizzazione del territorio? Un gruppo di studenti e di professori della Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, in collaborazione con la Riserva Naturale Speciale del Sacromonte di Varallo ed il Comune di Ossuccio, hanno assunto questo quesito a tema di ricerca. Il progetto, lungi dall’essere concluso, ha avuto una sua prima formalizzazione nel semina- 2011 e il 2012 raggiungerà diverse sedi universitarie italiane, con il contributo dei rispettivi Ordini professionali. Ad ognuna delle tappe i promotori milanesi dell’iniziativa si confronteranno con i docenti e i ricercatori locali. I temi su cui si intende focalizzare l’attenzione della mostra e del Convegno riguardano alcuni momenti nevralgici nell’attività di Carlo De Carli. In primo luogo il periodo della presidenza della Facoltà di Architettura negli anni della “contestazione” con il suo impegno per il rinnovamento degli studi a fronte delle rivendicazioni studentesche. Un secondo momento riguarderà la partecipazione di De Carli (insieme a Fontana, Radice, Attilio Rossi e Zanuso) alla Giunta Esecutiva della X Triennale del 1954 dedicata alla “unità delle arti” e il suo ruolo nella Giunta dell’XI e nei successivi sviluppi della stessa Triennale. Una terza sezione, infine, si occuperà della sua promozione del rinnovamento della produzione mobiliera in Italia. Alcune parole chiave, sintesi del pensiero dell’architetto, costituiranno l’ossatura portante del percorso espositivo. Fra queste: • continuità fra architettura e natura, concetto che De Carli stesso spiega efficacemente nel 1944, scrivendo che “la casa non è un oggetto posato sul terreno, ma di ogni cosa intorno è la continuazione”; • spazio primario, da lui definito come “lo spazio della nascita delle cose e degli uomini”, che si traduce in Architettura nel comprendere e “cercare di illuminare le ragioni della loro nascita”; • le unità di architettura, ovvero unità spaziali da porre in relazione con altre in architettura e quindi nello spazio abitato, come pure nella progettazione degli elementi di arredo. L’allestimento della mostra milanese, più ampia di quella itinerante, sarà a cura di Pierluigi Cerri e comprenderà foto d’epoca e attuali delle architetture realizzate da De Carli, disegni originali, modelli di architetture, elementi di arredo originali e ricostruiti, e un video. Martina Landsberger rio di studi e nella mostra svoltisi, presso il Campus Bovisa, dal 26 aprile al 25 maggio 2010. I Sacri Monti sono percorsi devozionali composti da sistemi di cappelle e realizzati in Europa tra il XVI ed il XVII secolo: in Italia furono costruiti lungo l’arco pedemontano tra Lombardia e Piemonte. Sul piano politicoreligioso, nell’ambito della Controriforma cattolica, i Sacri Monti furono pensati come dei sistemi difesa contro l’incalzare, da nord, delle eresie luterane e calviniste. Frutto dell’integrazione fra costruzione, pittura, scultura ed architettura del paesaggio, i Sacri Monti di Varallo Sesia ed Ossuccio, insieme ad altri, sono stati dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Lezioni di storia milanese Proseguendo il ciclo di incontri dell’anno scorso,”I Giorni di Milano”, anche quest’anno la chiesa di Santa Maria delle Grazie in corso Magenta a Milano, diventa teatro di un ciclo di dieci lezioni – curate dalla casa editrice Laterza – che intendono ripercorrere le vicende storiche che hanno segnato la storia della città. Dal 21 aprile fino al 30 giugno 2010, ogni mercoledì sera, alle 21.00, dieci diversi studiosi raccontano al pubblico dieci differenti momenti del secolo scor- so: ognuno di essi fa riferimento a una data precisa. Si parte con la rivolta del 1898 repressa nel sangue da Bava Beccaris per arrivare al 1992, anno dell’inchiesta di Tangentopoli. Gli interventi di Simona Colarizi, Mario Isnenghi, Giovanni Sabbatucci, Vittorio Gregotti, Piero Melograni, Alberto Melloni, Alberto Martinelli, Aldo Grasso, Vittorio Vidotto, Sergio Romano si incentrano sul tema della costruzione dell’identità milanese. I periodi attraversati, oltre alla rivolta di fine secolo, riguardano co e la “Milano da bere” e della TV commerciale, il periodo delle stragi, per arrivare, infine, al tramonto della prima Repubblica. Rimozione storica Il monumento a Sandro Pertini - protagonista della Resistenza partigiana e settimo Presidente della Repubblica Italiana (dal 1977 al 1985) – fu progettato nel 1988 dal milanese Aldo Rossi – maestro dell’architettura contemporanea e primo italiano a vincere il Premio Pritzker nel 1990. L’architettura commemorativa fu ideata per essere situata in uno spazio pubblico di Milano (città medaglia d’oro della Resistenza e sede del comando partigiano che, con l’insurrezione generale del 25 aprile, nel ‘45, segnò la Liberazione dal nazi-fascismo). Situata attualmente in via Croce Rossa – tra via Manzoni e via Dei giardini, in corrispondenza della fermata MM Montenapoleone – la fontana monumentale di Aldo Rossi, a seguito di una polemica sollevata a mezzo stampa, vorrebbe essere trasferita altrove per essere sostituita da un cubo nero di tre piani, con base di 20 metri per 20 che dovrebbe ospitare una galleria d’arte, una libreria e un caffè. La polemica sulla rimozione dell’opera nasce da una lettera aperta di Cecilia Fornasieri, lettrice del “Corriere della Sera” – che il 22 aprile scorso definisce il monumento di Rossi “scultura orrenda degna di essere demolita” e si propaga rapidamente. In un’intervista del 5 giugno su “Il Giorno”, il presidente del Consiglio di zona 1 Goren Monti dichiara il “sogno di spostare il cubo di Pertini”, ed ecco che, finalmente, spunta il vero beneficiario dell’iniziativa, che si aggiunge al coro della protesta: Niccolo Cardi, socio di Barbara Berlusconi e Martina Mondadori, proprietario della Cardi Black Box Gallery (attualmente in corso di Porta Nuova). Cardi aspira ad una sede più centrale per la sua galleria d’arte, tuttavia, trattandosi di un opera commemorativa inserita in uno spazio pubblico, l’amministrazione non può accettare se non vuole abdicare al proprio ruolo di garante delle istanze collettive in favore della speculazione economica privata. Non sorprende però che i nuovi poteri abbiano trovato facilmente il favore delle autorità pubbliche (la proposta ha ricevuto inizialmente la disponibilità del sindaco Moratti e dell’Assessore alla cultura Finazzer Flory). Da capitale etica e intellettuale d’Italia Milano, infatti, è diventata passerella della moda e della finanza. Se storicamente, in ogni epoca, il pensiero do- possibile: gli onesti sono perseguitati, gli stolti danno lezione, i prepotenti deliberano… ciononostante qualcuno ancora s’indigna e protesta. Il 16 giugno Emilio Battisti ha pubblicato un appello su “la Repubblica” contro lo spostamento del monumento, e in poco tempo ha raccolto numerose e autorevoli adesioni. Per firmare: www. petizionionline.it/petizione/appello-per-salvare-il-monumento-a-sandro-pertini-di-aldo-rossi/1503. A seguito della sollevazione di architetti (tra cui il presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Milano), intellettuali, critici e società civile, le autorità hanno fatto marcia indietro. Così, Martin Luther King facendo il coro al motto latino etiam omnes ego non (benché tutti, io no), diceva “il pericolo non è il clamore dei violenti, ma il silenzio degli onesti”. Irina Casali Vincolo alla Lavanderia Termale di Baciocchi Sul numero 9/10 di AL del 2007 Antonio Conte aveva dato notizia di una raccolta di firme, allora in corso, per la salvaguardia dell’edificio della Lavanderia Termale di Acqui Terme che Mario Baciocchi (Fiorenzuola d’Arda 1902 - Milano 1974) ha 39 OSSERVATORIO ARGOMENTI la rivoluzione futurista, le origini del fascismo, l’inaugurazione della Triennale, la rinascita del dopoguerra, il boom economi- minante è quello della classe dominante, chi detiene il potere economico è in grado di orientare (o disorientare) la cultura: i cittadini privi di strumenti critici si riempiono di “luoghi comuni”, e con ciò contribuiscono anche a svuotare i luoghi di senso. Siamo un popolo con poca memoria, che nonostante l’immane patrimonio storico, artistico e culturale prodotto nei secoli – o proprio per il fatto di averlo sotto gli occhi quotidianamente – si concede di disdegnarlo. I monumenti sono lo strumento che una civiltà si dà per commemorare gesta e personaggi importanti, perchè chi non la conosce la storia è condannato a ripeterla. Dietro la voglia di modernità tout court, che grida all’abbattimento di monumenti, si nasconde l’ignoranza e con essa il pericolo della barbarie. È vero, viviamo nel Paese dei paradossi, in un teatro dell’assurdo permanente. Qui tutto è OSSERVATORIO ARGOMENTI 40 realizzato nel 1940. L’edificio, a distanza di tre anni, continua a versare in cattive condizioni, ma il pericolo di una sua demolizione, pare essere scongiurato. La domanda di richiesta di vincolo redatta, allora, dalla sezione acquese di Italia Nostra, è stata infatti accettata con parere favorevole del Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Piemonte, ingegnere Francesco Pernice. La Lavanderia oggi è notificata: non si potrà quindi realizzare al suo posto alcun piano di lottizzazione. Non resta che augurarsi che un progetto di recupero e riutilizzo dell’edificio possa, ora, essere messo a punto al più presto, onde evitarne un ulteriore degrado. “architettiverona” compie 50 anni La rivista quadrimestrale dell’Ordine degli Architetti PPC di Verona nel 2009 ha compiuto cinquant’anni e, per festeggiarsi, ha pensato di dedicare un numero a questo evento. È uscito, infatti, abbastanza recentemente, il numero speciale 84 di “architettiverona”. Come spiega la Redazione in apertura della rivista, “architettiverona” – di cui si sottolinea il fatto di essere il frutto di un impegno assolutamente volontaristico – nonostante sia passata attraverso una serie di vicissitudini che, in alcuni casi, ne hanno compromesso la regolarità di pubblicazione, ha sempre cercato di mantenere uno sguardo aperto e attento sulla realtà della città e della sua provincia, con l’obiettivo di “fare a Verona quello che ‘Architettura’ faceva a Roma e ‘Casabella’ a Milano, cercando con la nostra capacità culturale e critica di portare all’attenzione dei veronesi, forse un po’ distratti, come la città si stesse trasformando attraverso processi urbanistici strategici per il suo futuro (…)” (Luigi Calcagni, Luciano Cenna, Gli inizi). Attraverso l’individuazione di tre serie di numeri – di cui vengono riportate le copertine – il numero si propone di ripercorrere la propria storia riproponendo, per ognuna delle serie, i temi, e le questioni che, allora, erano stati individuati come caratterizzanti i singoli numeri e di conseguenza ripercorrere la storia della città degli ultimi 50 anni. Dreamlands a Parigi La Grande Galleria del Centre Pompidou di Parigi è occupata, fino al 9 agosto, dalla mostra “Dreamlands”, curata da Didier Ottinger, vice direttore del Museo Nazionale d’Arte Moderna e Quentin Bajac, curatore della sezione fotografica dello stesso Museo. Obiettivo dell’esposizione è rappresentare come le grandi fiere internazionali – Expo – i parchi a tema, le ricostruite realtà dei luna park, abbiano, in alcuni casi, influenzato la progettazione della città e il suo uso. Un grande, e labirintico, percorso multimediale, si snoda attraverso circa 300 opere (foto, dipinti, maquette, film, oggetti di design, ecc.) che ripercorrono l’intero ‘900 per arrivare fino ai nostri giorni. Il titolo della mostra, Dreamlands, fa riferimento al grande parco di divertimenti inaugurato a Coney Island nel 1904 (e distrutto da un incendio nel 1911) e, secondo quanto affermato da Rem Koolhas nel suo Delirious New York, emblema della spettacolarizzazione che ha reso “mitica” la città di New York. Parallelamente la mostra si rivolge ad un altro libro altrettanto importante e particolarmente “a tema”, dedicato alla città “ludica” per eccellenza, Learning from Las Vegas, scritto nel 1972 da Robert Venturi e Denise Scott Brown. Il percorso espositivo prende avvio con l’Esposizione Universale di Parigi del 1889, quella che si identifica nella costruzione della Torre Eiffel. Seguono alcune immagini relative al parco di Coney Island e la documentazione del padiglione La rêve de Venus che Salvador Dalì realizza per la Fiera Internazionale di New York del 1939. Si passa poi, alla sezione che raccoglie i progetti degli Archigram, a quella dedicata alla New York di Koolhaas – qui compaiono due dipinti di Depero dedicati alla rappresentazione dei grattacieli della città. L’attualità si mostra attraverso una serie di scene di parchi di “mondi in miniatura” – soprattutto quelli cinesi – attraverso un video del 2003, Streamstyle di Pierre Huyghe, ambientato in un villaggio la cui forma e struttura ricalca quelle proprie all’esperienza del New Urbanism americano, arrivando fino alla contemporanea Dubai e al progetto Epcot (Experimental Prototipe Community of Tomorrow) concepito da Walt Disney nel 1950, e realizzato nel 1982: un grande parco tematico dedicato alla tecnologia. a cura di Manuela Oglialoro L’opera di costruzione di un’ampia rete di canali, creati con finalità di navigazione e di irrigazione, ed inizialmente anche di difesa, soprattutto in riferimento alla Cerchia interna di Milano, iniziò in Lombardia nel XII secolo e si protrasse per più di sette secoli. All’interno della pianura racchiusa tra i fiumi Adda e Ticino, si sviluppò il sistema complesso dei Navigli lombardi, primo fra i quali è il Naviglio Grande, chiamato da Carlo Cattaneo “il più antico e il patriarca di tutti i canali europei”, iniziato nel 1177, che deriva le sue acque dal Ticino, in zona Tornavento, e arriva fino a Milano. Alla sua costruzione fece seguito la realizzazione del Naviglio di Bereguardo nel 1420, del Martesana nel 1457, di Paderno nel 1777, di Pavia nel 1819, e del Villoresi nel 1881. Questi interventi sulla rete idrografica si tradussero in un disegno di riorganizzazione territoriale che produsse vantaggi di tipo economico, consentendo lo sviluppo dell’agricoltura, dei trasporti e dei commerci, modificando altresì la struttura del paesaggio stesso della pianura lombarda ed imprimendole dei segni distintivi. Dal quadro di queste azioni risultò quella che fu la forma del territorio milanese e lombardo quasi fino al secondo dopoguerra. Questi paesaggi d’acqua, frutto di un equilibrato rapporto tra ingegneria idraulica e arte di costruire il territorio, furono sempre ammirati da viaggiatori e studiosi di ogni tempo. Già nella seconda metà del XIX secolo, con l’avvento del trasporto su rotaia iniziò la decadenza di questo imponente disegno idraulico che aveva reso l’area milanese e lombarda un formidabile esempio in tutta l’Europa di organizzazione economica fondata sulla costruzione sapiente di una civiltà dell’acqua e che in pratica aveva permesso la navigazione dal Lago Maggiore fino al Po, realizzando l’ambizioso progetto di collegare Milano al Mare Adriatico. Parallelamente diventano di chiara lettura i successivi cambiamenti intervenuti nel XXI secolo nel paesaggio agrario e urbano determinati dallo sviluppo dell’urbanizzazione e dalle diverse scelte in tema di mobilità e trasporti: la chiusura dei Navigli a Milano, lo sviluppo della viabilità su gomma, sono solo alcuni dei fattori che provocarono la perdita di importanza delle vie d’acqua fino al loro progressivo abbandono. Si percepisce allora l’importanza di tutelare l’importante risorsa territoriale costituita dall’insieme dei corpi idrici artificiali e valorizzare il patrimonio rappresentato dalle diverse forme di paesaggio createsi intorno ai corsi d’acqua, diffonderne la conoscenza, conservandone la memoria e l’utilità. In questa luce meritano attenzione alcune iniziative di studio e di pianificazione che tendono a rivalutare la ricchezza costituita dal sistema dei Navigli caratterizzato, non solo da storici corsi d’acqua ma anche da aree di grande interesse paesisticoambientale e da territori agricoli ben conservati. La valorizzazione dei Navigli Alla fine degli anni ‘90 si segnala una ripresa dell’attenzione per l’insieme dei Navigli milanesi e pavesi che nel 2004 conduce a due importanti iniziative: la realizzazione del Master Plan dei Navigli promosso, dalla Regione Lombardia in collaborazione con il Politecnico di Milano, allo scopo di pianificare il recupero e la valorizzazione dell’intero complesso dei Navigli lombardi e la creazione della Società Consortile dei Navigli lombardi (SCARL), come unico ente rappresentativo dei soggetti istituzionali esistenti all’interno della realtà di questo ecosistema. Più recentemente, nel 2008, la Giunta regionale lombarda ha avviato le procedure per predisporre il Piano Territoriale d’area dei Navigli lombardi, ai sensi della LR 12/05, un progetto di sviluppo che riguarda i Navigli Grande, Pavese, Bereguardo, Paderno e Martesana e che interessa 51 comuni, compreso Milano, quattro province (Milano, Pavia, Varese e Lecco) e tre parchi regionali (Ticino, Agricolo Sud Milano e Adda Nord). Il Piano d’area ha il compito di sviluppare e di cogliere tutte le opportunità dei progetti territoriali di rilevanza regionale che hanno effetti e ricadute sul sistema dei Navigli: dalle grandi opere infrastrutturali alla sfida di Expo 2015, per proporre un progetto di città e di territorio che sia un concreto esempio di sostenibilità. (Regione Lombardia e Politecnico di Milano – Master Plan dei Navigli - Milano 2004 - in: www.naviglilive.it/ cd1/Indice.ht). Attualmente il PTRA è in fase di definitiva approvazione da parte della Regione. Le attività di tipo analitico e conoscitivo per allestire il Piano Territoriale d’area dei Navigli lombardi sono state affidate dalla Società SCARL al Centro Studi PIM. Tale attività è consistita in una prima fase finalizzata a preparare una specifica cartografia di supporto alla formulazione delle proposte progettuali che caratterizzano la proposta di Piano, e contestualmente alla individuazione di alcune priorità strategiche all’interno dell’obiettivo più generale del PTRA che consiste nella valorizzazione e riqualificazione del sistema dei Navigli. Cartografia e analisi Gli elaborati cartografici della fase di analisi hanno considerato il sistema insediativo e la storia dei Navigli, il sistema paesistico-ambientale e i beni storico-architettonici, i progetti, le proposte di trasformazione e gli elementi di criticità, attraverso una serie di tavole in scala 1.25.000 estese a tutto il territorio dei 51 comuni interessati dal sistema dei Navigli, corrispondente all’ambito del PTRA Navigli lombardi, La seconda fase di lavoro ha avuto come oggetto l’individuazione di: due principali filoni strategici, il primo a carattere fruitivo culturale, comprendente gli aspetti storico-architettonici e paesaggistici, la mobilità dolce, la navigabilità, la ricettività, il secondo a carattere progettuale, comprendente gli ambiti di degrado e dismissione produttiva, e le proposte di trasformazione (Centro Studi PIM - Piano Territoriale Regionale d’area Navigli Lombardi. Attività di Consulenza nel Processo di Piano – Fase 2 – Milano, mar- 41 zo 2010, in: www.pim.mi.it). La ricerca si è sviluppata in modo più articolato intorno a sette ambiti specifici relativi alle aree interessate dai vari Navigli, per ciascuno dei quali sono state redatte delle schede in cui vengono indicate le vocazioni e i caratteri dei luoghi oltre all’approfondimento progettuale per gli interventi operativi. Le tavole relative alla cartografia di Piano sviluppano i diversi temi progettuali e operativi individuati dal PTRA: valori e identità paesistico – ambientali, fasce di tutela, sistema rurale e relazioni con il paesaggio e l’ambiente, rete ciclabile, aree dismesse e in trasformazione, Expo 2015, azioni di approfondimento, navigazione, attrattività, sintesi progettuale. Nelle ipotesi progettuali vengono evidenziati gli aspetti relativi alle possibilità di fruizione turistica dell’insieme ambientale offerto dalla rete dei Navigli, inclusa la possibilità di ripristinare la navigazione, la creazione di itinerari ciclabili in grado di congiungere le aree di interesse paesistico e ambientale con i centri urbani minori e i capoluoghi. Inoltre le proposte riguardano politiche di conservazione e valorizzazione del patrimonio storico culturale che si è sviluppato intono a questi luoghi. La prospettiva del recupero mira a creare integrazione tra aree di pregio e aree compromesse dall’urbanizzazione per migliorare in generale la qualità degli insediamenti compresi nell’area del Piano. M. O. osservatorio storie locali Riqualificazione del sistema dei Navigli lombardi a cura di Antonio Borghi 42 Conversazione con Lorenzo Castellini e Beniamino Saibene Da oltre 15 anni esterni propone interventi sulla città di Milano infiltrandosi nei suoi spazi più o meno frequentati e trasformandoli attraverso il coinvolgimento di gruppi di persone, dalle poche unità che attraversano la metropoli in bicicletta alle diverse migliaia di cinefili che affollano le proiezioni del Milano Film Festival. I vostri progetti non hanno una vera e propria committenza, ma rispondono ad esigenze concrete, anche se in modo provocatorio ed ironico. Qual è l’orizzonte verso cui vi state muovendo? La nostra intenzione non è provocare, ma soddisfare delle esigenze individuali coinvolgendo persone su questioni che ci stanno a cuore rispetto al vivere nella città. All’inizio avevamo vent’anni e stavamo riflettendo sull’opportunità di migrare verso altre realtà che sembrava potessero offrire di più: Londra, Parigi, Rotterdam, Berlino, Barcellona... Poi ci siamo chiesti: Milano cosa ci può offrire? Perché non fare a Milano quello che immaginiamo di poter fare in altre città? In poco tempo abbiamo scoperto che questa città ha molto da offrire. Da allora il nostro modo di pensare e di lavorare non è cambiato. Rileggo progetti di quindici anni fa che sembrano scritti adesso. Analizzare i bisogni della città, scoprire le opportunità che può offrire e farle emergere: questo è il nostro modo di procedere. I temi sono l’utilizzo degli spazi pubblici, l’ospitalità, il dialogo tra culture diverse e il design come forma di creatività a servizio delle persone. Col tempo siamo riusciti a creare una struttura in grado di inventare l’economia dei nostri progetti oltre le logiche del mercato. In questo momento esterni è un gruppo di circa venti persone, con ruoli precisi che rispondono alle varie fasi del progetto: ideazione, promozione, grafica, comunicazione, organizzazione, produzione, ecc. A questo nucleo si sommano una serie di collaborazioni per esigenze più complesse e circoscritte. Molti tra i vostri temi di ricerca sono anche temi chiave dell’Expo, come quello della “ruralità”. Da alcuni anni siete impegnati nel recupero della Cascina Cuccagna, che è ormai un cantiere ben avviato. Negli anni abbiamo portato avanti progetti di ricerca e monitoraggio di quello che succedeva nelle cascine intorno a Milano, iniziando dalla cascina nell’area dell’ex Sieroterapico dove vivevano circa 50 famiglie di ogni etnia, secondo un modello di convivenza molto interessante. Un’altra esperienza l’abbiamo fatta in una cascina dietro al Parco Lambro gestita in modo esemplare da una famiglia di agricoltori. Queste esperienze hanno preceduto il progetto della Cascina Cuccagna, avviato concretamente dopo l’incontro con Sergio Bonriposi. Insieme a lui e ad altri soggetti (info su www.cuccagna.org) è nata la determinazione di rilevare la gestione della cascina e di restituirla ai milanesi. Abbiamo vinto il bando comunale che la concede in affitto a canone agevolato per vent’anni e prevede che venga ristrutturata e resa agibile a spese del conduttore. Bonriposi è la figura di riferimento per questo progetto, è molto affezionato alla cascina, la anima dei suoi ricordi di quando la frequentava fin da bambino e trasmette a tutti la sua volontà di vederla rivivere. Noi ci diamo da fare concretamente raccogliendo fondi, promuovendo e gestendo il cantiere di restauro e immaginando le destinazioni che saranno ospitate dalla cascina a restauro ultimato. Entro il 2011 nel suo complesso sorgeranno orti e serre didattici, una bottega a filiera corta, una trattoria, un’agenzia per il turismo agricolo-territoriale, spazi per ospitalità temporanea, laboratori, ecc. con oltre 4000 mq a disposizione della città. Queste attività serviranno anche a saldare i debiti con le banche che ci hanno anticipato parte dei circa 3 milioni e mezzo di euro che servono per il restauro. è un luogo bellissimo e nonostante i limiti di spesa il restauro è a regola d’arte, senza compromessi, attuato secondo criteri di bioarchitettura e risparmio energetico (il riscaldamento sarà idrogeotermico), seguendo le linee guida del programma europeo Green building. Tutto il progetto viene gestito con la massima trasparenza, sul sito è pubblicato l’ammontare della spesa e via via l’elenco dei donatori, in modo che ognuno possa giudicare ciò che è stato fatto dal Consorzio. Grazie alla passione e alla disponibilità della squadra di restauratori che vi lavora il cantiere è accessibile in qualsiasi momento ed è molto frequentato. Ad esempio il martedì pomeriggio ospita un piccolo mercato di prodotti agricoli provenienti da altre cascine milanesi, segno che le attività ospitate dalla cascina saranno legate all’agricoltura e al consumo consapevole dei prodotti della pianura padana. Da non molto siete stati coinvolti in una rete che promuove il recupero delle cascine milanesi in vista dell’Expo (www. cascinemilano2015.org). Significa che sarete coinvolti anche nei progetti di riqualificazione annunciati dal Comune? Siamo stati contattati da Multiplicity come riconoscimento del nostro impegno negli anni passati. Il Comitato Cascine prenderà sede proprio all’interno della Cuccagna e speriamo che da qui nascano progetti concreti per la valorizzazione di questo patrimonio. Dopo aver recuperato una cascina di 2.000 mq coperti più altrettanti di cortile e giardino senza un euro di sovvenzioni pubbliche, siamo pronti a recuperarne altre, magari col sostegno del Comune o della Società di gestione dell’Expo, mettendo a disposizione la nostra esperienza e quella delle persone che hanno collaborato al progetto. Il lavoro di censimento delle cascine svolto da Multiplicity può essere una base molto utile. Non bisogna dimenticare che delle circa cinquanta cascine di proprietà del Comune, almeno la metà sono date in affitto e utilizzate in vario modo. C’è gente che lavora e produce da decenni, tutelando il paesaggio a costo di fare il giro con l’aratro intorno alle lottizzazioni che ogni tanto gli piombano addosso. Bisogna premiare chi lavora bene e dargli i mezzi per lavorare meglio. Aldilà della conservazione del paesaggio e delle attività rurali è necessario far nascere nuove attività che rendano queste realtà sostenibili sul lungo periodo. Qualche settimana fa abbiamo visitato la Cascina Follazza in via Gattinara, un mulino isolato in un groviglio di strade e interessato dal prolungamento della metropolitana verso Assago. Nonostante tutto questo mulino è ancora un gioiello, ma visto che ormai è scomparso il contesto in cui era nato, bisogna dargli un nuovo senso. Parliamo adesso dell’ospitalità, altro tema chiave dell’Expo sul quale lavorate da tempo. Il primo passo è stato quello di chiedere ai milanesi di ospitare chi ne aveva bisogno mettendogli a disposizione uno spazio di un metro per due. Una richiesta a prima vista elementare, ma che invece ha reso necessarie molte spiegazioni per chiarire cosa intendevamo per ospitalità. Non la camera con bagno privato, e nemmeno il divano letto in soggiorno, ma un qualsiasi spazio di un metro per due dove poter dormire per una notte. La richiesta era: hai uno spazio libero di due metri per uno? Sicuramente ce l’hai e quindi ce lo devi dare! Questa era la nostra visione per Milano “città più ospitale del mondo”. Se sei pronto ad ospitare uno straniero di passaggio probabilmente vorrai raccontargli qualcosa della tua città, del tuo quartiere, gli dirai dove fare colazione o andare a cena, o a comprare quello che gli interessa, contribuendo all’economia del vicinato. Un passo successivo è stato quello di utilizzare l’ospitalità come modo per far incontrare persone interessate ad allargare i propri orizzonti culturali o professionali. Ti interessa parlare quella lingua? Conoscere chi fa il tuo mestiere in un altro paese? Vorresti conoscere quella determinata città? Noi ti mettiamo in contatto con l’ospite che fa per te. Anche questa modalità funziona molto bene, chi la pratica è soddisfatto e l’anno dopo la ripete. Il sistema è basato su un sito internet (www. bedsharing.org) e funziona in abbinamento ad un evento che crea una domanda chiaramente caratterizzata. L’esperienza più completa e più complessa in tema di ospitalità è stata la creazione di un luogo attrezza- to dove ospitare un determinato numero di visitatori di una manifestazione. Ogni anno abbiamo localizzato questa “casa” in un luogo diverso utilizzando spazi “rubati” all’arte contemporanea come Assab One e Ventura XV, spazi dismessi come i Magazzini della stazione di Porta Genova o Base B o all’opposto trasformando luoghi di per sé molto vivi come il Campus Bovisa del Politecnico con l’allestimento di 100 e a volte anche 200 posti letto in un unico grande spazio, in una struttura modulare con spazi per 3-4 persone e spazi comuni. Una specie di labirinto per orientarti nel quale all’ingresso ti viene data una piantina con indicato il tuo posto letto. Negli spazi comuni viene segnalato il tuo arrivo: chi sei, da dove vieni, cosa fai, che lingua parli, che progetti stai portando avanti, cosa sei venuto a fare a Milano, ecc., e ti viene data occasione di presentare il tuo lavoro. Altrimenti te ne puoi stare per i fatti tuoi e utilizzare le attrezzature per il tuo lavoro. Ci aspettavamo di ospitare studenti, invece sono arrivati anche professionisti a cui va benissimo una sistemazione low cost con la possibilità di sfruttare al massimo la breve permanenza in città. Abbiamo realizzato la casa dei designer, la casa dei registi e la casa degli stilisti. Un grosso sforzo, con costi consistenti per cui chiediamo dai 40-45 euro per una sola notte fino a un minimo di 20 euro per pernottamenti di 10 notti. Un prezzo accessibile che non fa concorrenza agli albergatori. È una esperienza che ha avuto grande successo, molti ospiti ritornano e si ritrovano anno dopo anno, da sei anni a questa parte. Anche questa esperienza la cediamo ad altre realtà, in forma di un kit fai da te. La nostra ambizione è quella di concretizzare queste “case”: creare una realtà stabile che offra a giovani in viaggio per lavoro una occasione di scambio e di conoscenza reciproca per tutto l’anno. Un progetto su cui investire anche in vista dell’Expo del 2015. Passiamo al tema della mobilità e di come si muoveranno i milioni di visitatori dell’Expo sulle già congestionate infrastrutture milanesi. Anche a questo proposito avete progetti in corso? Il Public Design Festival affronta al suo interno vari aspetti del vivere quotidiano nella città e la mobilità è tra questi. Da anni documentiamo percorsi urbani ed extraurbani con diversi mezzi di trasporto. Abbiamo attraversato la città in lungo e il largo a piedi, in bicicletta, in carrozza o con un asino, elementi di una mappa che propone un modo diverso di fruire lo spazio urbano. Qualche settimana fa siamo partiti in bicicletta da Porta Genova, abbiamo percorso l’Alzaia del Naviglio Grande fino a Ronchetto sul Naviglio e da qui abbiamo attraversato il Parco delle Risaie alla scoperta delle sue cascine. Dopo due chilometri sullo sterrato abbiamo incrociato il Naviglio pavese lungo il quale siamo rientrati a Porta Genova. Questo modo di affrontare la città la rende più vicina, a misura d’uomo e ti fa acquisire la consapevolezza che se parti da qui (in via Paladini, ndr) puoi arrivare in Piazza San Babila in dieci minuti in bicicletta, in un quarto d’ora in autobus e con un asinello in quaranta minuti. Queste esperienze di percorsi urbani modificano la percezione dello spazio e della città. A nostro parere è necessaria una rieducazione alla città che parta dalla conoscenza dei propri spostamenti come un momento che non va annullato, ma vissuto nel miglior modo possibile dedicandogli il tempo necessario. Ci piacerebbe raccogliere questi tragitti in una sorta di guida dove siano descritti i principali modi di muoversi quartiere per quartiere. Chi si muove in bicicletta, e per fortuna sono sempre di più anche grazie al progetto di Bike-sharing del Comune e nonostante la clamorosa mancanza di piste ciclabili in città, sa che per attraversare Milano basta mezz’ora. Se si estendes- se il Bike-sharing a tutta la città e si convincessero i milanesi ad utilizzarlo in massa avremmo risolto tutti i nostri problemi di mobilità. Parlando di mobilità si finisce sempre a parlare di infrastruttura, come se il problema potesse essere risolto solo attraverso nuovi mezzi e arterie di trasporto. Il vostro è un approccio diverso. Il nostro lavoro è basato sulle persone e sulla città. La città è lo strumento che ci ha permesso di avvicinare tante persone e questa è l’essenza del nostro lavoro. È il ribaltamento della logica di avere tutto a casa propria. Oggi si crede di dover avere tutto nelle mura domestiche, tutto passa attraverso la tivù e gli altri mezzi di comunicazione. Ogni spostamento è vissuto come un problema da risolvere nel più breve tempo possibile. Noi partiamo dal presupposto che si vive in una città e che la città ci può dare tutto quello di cui abbiamo bisogno. Solo se non la si utilizza o se la si utilizza in modo improprio la città non funziona o funziona male. Il prossimo passo di questa riscoperta degli spazi urbani è il “progetto Transumanza”, l’attraversamento di Milano con una mandria di bovini da sud verso i pascoli del nord in primavera e viceversa a settembre, come si faceva regolarmente qualche decina di anni fa. I contadini portano le loro mucche in città e nel corso di alcune tappe fanno il formaggio, il cosiddetto “primosale”, mostrando la loro cultura e la loro abilità ai loro clienti cittadini. Stiamo parlando con gli allevatori per mettere insieme una mandria con almeno cinquanta capi adulti, venti vitelli, i cani, i cavalli e le capre; poi bisognerà ottenere i permessi e trovare i soldi per coprire le spese. In definitiva che cosa vi aspettate che possa significare l’Expo per Milano. Molti dei nostri progetti nascono dal desiderio di appropriarci di spazi inutilizzati di cui la città è molto ricca. Nel 2004 durante il Salone abbiamo occupato piazza Freud, un lembo di terra davanti alla stazione Garibaldi che è stato inghiottito dall’attuale cantiere della Città della Moda. Lì abbiamo allestito il progetto “Città in rivoluzione”, una sorta di mappa delle nostre iniziative che avevano a che fare con lo spazio pubblico. C’erano spazi dedicati ai percorsi sperimentali, all’ottimizzazione della mobilità o al bed sharing di cui parlavamo prima, c’era uno spazio dedicato alla spiritualità (di qualsiasi natura), uno dedicato all’accoglienza (un chiosco che forniva a tutti un “permesso di soggiorno”), una agenzia immobiliare che promuoveva spazi pubblici senza scopo di lucro, un pubblico intrattenitore, la possibilità di una escursione panoramica ed altre cose ancora in un luogo splendido, un grande spazio aperto come a Milano ce ne sono pochi. Basta poco per creare uno spazio pubblico: basta saperlo riconoscere, rimetterlo a posto, tenerlo pulito e dargli una funzione. A questo scopo lo stesso anno abbiamo proposto un calendario secondo il quale il centro della città si sarebbe spostato verso i quartieri di periferia, dove si trovano molti spazi abbandonati in attesa di essere rivitalizzati. Il progetto si chiamava “Movimento centrifugo” e, attraverso un programma di comunicazione, una segnaletica specifica ed eventi dedicati, trasferiva il centro della città in un altro quartiere trasformando gli spazi attraverso le persone e le situazioni. Questo è il nostro modo di interpretare la città, di viverla e farla diventare come la vorremmo. Questo è quello che ci auguriamo possa accadere con l’Expo: la trasformazione della città attraverso una miriade di piccoli interventi a basso costo, con l’obiettivo di far vivere gli spazi pubblici e migliorare la qualità della vita. OSSERVATORIO CONVERSAZIONI 43 a cura di Roberto Gamba 44 Una “città della musica” per Viadana (Mantova) dicembre 2008 – maggio 2009 Il concorso di idee è riferito alla realizzazione di un’area multifunzionale da destinare a servizi, denominata “Città della Musica”, in località San Pietro, a Viadana, in via Baghella, su una superficie di mq. 19.525. L’area si trova vicino al centro abitato, è facilmente raggiungibile con percorsi ciclo-pedonali dal centro, e in auto dalla circonvallazione. La struttura dovrà ospitare una scuola di musica (300 studenti), una struttura coperta per manifestazioni e concerti (500 posti), parcheggi (300 auto), spazi commerciali a servizio della struttura; sistemazione del verde e dei percorsi ciclabili e pedonali di collegamento. Il bando prevede un importo dei lavori non superiore ai € 3.000.000. 1° classificato Studio OB3 architetti (Stra - Venezia): Ottorino Boesso, Sergio de Gioia, Fabrizio Michielon, Marco Broccardo La genesi progettuale consiste nella contestualizzazione territoriale cosa che presume il mantenimento dei tratti tipici del luogo. Si tratta di un complesso scorporato nei volumi, nelle funzioni, che riprende, e reinterpreta, le forme classiche dell’architettura rurale. Da un blocco monocellulare si dividono più corpi, si separano, slittano in diverse direzioni, creano un complesso aperto e concatenato col verde pubblico. L’obbiettivo è conservare i segni tipici del territorio quali i canali e i filari alberati, articolando in maniera organica e poco invasiva l’intervento. L’apertura diretta della sala sul parco, ove è stato ricavato un sinuoso anfiteatro, sottolinea l’atavico rapporto tra musica e paesaggio. Ai blocchi laterali è riservata la contestualizzazione e il rapporto con l’esistente, assumendo di riflesso i tratti rurali del luogo. Il risultato porta a una reinterpretazione delle ampie e lunghe falde classiche dei caseggiati di campagna. Il colore dell’intonaco è stato scelto in modo da essere delicato e diafano come il contesto rurale mentre le essenze lignee devono permettere un’opportuna acustica alla sala. Il sito di progetto ha suggerito l’elaborazione di un’architettura compatta, dove sono labili i confini tra interno ed esterno, spazio costruito e spazio verde. L’analisi degli elementi compositivi della tipica cascina rurale lombarda ha comportato la loro reinterpretazione in funzione alle finalità attese. La Città della Musica è una forma chiusa che disegna, un vuoto interno, uno spazio raccolto, un chiostro protetto, ma con ampie vedute che si appropriano del paesaggio circostante con l’intenzione di tramutarlo in sfondo caratteristico dell’opera. Il rapporto tra interno ed esterno è mediato dal vuoto della grande piazza che diventa luogo per concerti e manifestazioni all’aperto, perno centrale attorno al quale si organizza la vita dei visitatori. 3° classificato Giorgio Santagostino (Milano), Monica Margarido collaboratori: Olga Chiaramonte, Fabrizio Volpe La nuova scuola è pensata come un complesso di forma quadrata. Ai tracciati dei campi e alla regolarità dei pioppeti si rifà la costruzione dell’edificio e il disegno dello spazio esterno a partire da una griglia geometrica di 5m x 5m. Tutto il lotto di progetto si mostra all’esterno come un nuovo pioppeto, all’interno del quale è ritagliata una grande radura in cui si trova la scuola. I volumi, che ospitano le diverse funzioni, sono racchiusi da un perimetro unitario uniforme, una pelle costituita dall’accostamento di listelli di legno. L’intervallo tra una doga e l’altra crea effetti di chiaro-scuro, variabile di lato in lato, a seconda che siano sovrapposti ad una superficie opaca, vetrata o ad un vuo- to e a seconda della qualità della luce naturale, dell’uso di quella artificiale, dell’ora del giorno. L’accesso del pubblico al complesso avviene da una piazza coperta a doppia altezza. Un primo volume a nord ospita l’amministrazione della scuola, mentre a sud si accede a una grande hall, comune alla scuola di musica e all’auditorium. Gli altri volumi al piano terra sono adibiti al commercio. Salendo al primo piano, si trovano gli spazi riservati alla scuola di musica e quelli di supporto tecnico alle attività dell’auditorium. 45 OSSERVATORIO CONCORSI 2° classificato Simona Avigni (Casalmaggiore - Cremona), Alessio Bernardelli collaboratore: Matteo Vecchi 46 Coniglio contro Sisifo Marco Ermentini Architettura Timida. Piccola enciclopedia del dubbio Nardini, Firenze, 2010 pp. 96, € 18,00 Gli architetti razionalisti radunati attorno alla rivista “Quadrante” - diretta da Pier Maria Bardi e Massimo Bontempelli - definivano “arrogante” l’architettura diversa da quella, la loro, fondata sulla ragione, la chiarezza e la proprietà delle forme e dei contenuti, sul rifiuto di elementi decorativi superflui. Insomma, l’architettura razionalista. Arrogante era l’edilizia “del mercato immobiliare”, diremmo ora, ma anche una parte dell’architettura del Novecento milanese d’autore, persino la Ca’ Brütta di Colonnese e Muzio, se, eretta in basi ad altissimi indici di sfruttamento fondiario, era costata la distruzione di “uno dei più romantici giardini della Milano ottocentesca” (Piero Bottoni). Ora, nel nostro tempo dai tanti valori morali perduti, l’arroganza e, come ci insegna l’incantevole libretto di Marco Ermentini, l’intolleranza e la violenza, spesso la stupidità, contraddistinguono buona parte dell’architettura e del restauro. Come comportarsi, da bravi architetti, se non al contrario? Ermentini ha fondato con il filosofo Andrea Bortolon e l’artista Aldo Spoldi nel 2000 all’Accademia di Brera la SAA (Shy Architecture Association), movimento per l’architettura timida che auspica “un modo più discreto di situarci nella realtà utilizzando la non violenza verso le cose” (p. 74). Gli architetti devono conoscere con amorevolezza gli edifici, essere pazienti, delicati, desistenti, lenti come Bartleby lo scrivano del racconto di Melville. “Preferisco di no” diceva di fronte a certi ordini che non corrispondevano al suo modo di stare al mondo in maniera silenziosa, riservata, nascosta. Il carattere dell’architetto o del restauratore si modelli non su quello di Sisifo, potente, astuto e fraudolento, ma su quello del coniglio, delicato, riflessivo e leale. Un armamentario di cento lemmi, termini singoli o brevi titoli, ognuno dotato di un’immagine, illustrativa o traslata, ci guida lungo un’“enciclopedia del dubbio” che ci offre invece le basi di una serena certezza. Minime narrazioni, intelligenti contestazioni, amare e dolci ironie, fulminanti paradossi: tutto si tiene, come le stratificazioni dell’anti-restauro perorato da Ermentini, per approdare alla regola ultima della “rivoluzione timida”: applicare la “metanoia” e la “cairologia”, ossia “convertirsi a un rapporto più cordiale e armonioso con i sistemi naturali” (p. 71), trovare la misura e il momento giusti, opportuni. Lodovico Meneghetti La forza di un’idea Nicola Navone, Bruno Reichlin (a cura di) Il Bagno di Bellinzona di Aurelio Galfetti, Flora Ruchat-Roncati, Ivo Trümpy Mendrisio Academy Press, Mendrisio, 2010 pp. 218, € 35,00 In uno dei suoi numerosi disegni Le Corbusier ritrae l’acquedotto romano di Pont du Gard; a fianco scrive: “il a fait le paysage” mettendo in evidenza come un’architettura possa rendere leggibile il paesaggio: costruendosi “in opposizione” ad esso, infatti, l’acquedotto rende comprensibile, svela, il carattere e le peculiarità del luogo in cui si colloca. La stessa frase – “ha costruito il luogo” – potrebbe essere posta ad epigrafe della sezione fotografica del bel volume che Nicola Navone e Bruno Reichlin dedicano all’illustrazione del progetto per il Bagno di Bellinzona di Aurelio Galfetti, Flora RuchatRoncati e Ivo Trümpy. Il progetto, volendo definirne il senso e il carattere principale, si riassume nella realizzazione di un grande manufatto infrastrutturale, - una sorta di promenade architecturale - che, in quota, taglia l’area pianeggiante che separa il centro abitato di Bellinzona dal corso del Ticino. Il progetto consiste nella realizzazione di una grande passerella in cemento armato, alta sei metri da terra, lungo la quale, a quota zero, nella natura, vengono a distribuirsi gli elementi necessari alla definizione del Bagno: la piscina per i tuffi, l’olimpionica, quella per i bambini e per chi impara a nuotare e la vasca per chi, invece, non nuota. Detto così la passerella potrebbe apparire come un elemento inutile del sistema. Al contrario, essa risulta la “colonna vertebrale” della composizione, non solo dal punto di vista funzionale – l’accesso al Bagno nel suo complesso, come pure agli spogliatoi, avviene, infatti, solamente da questo percorso – ma soprattutto per la rappresentazione dell’idea che sta alla base del progetto: la costruzione di un “edificio” (la passerella, appunto) capace di mettere in relazione gli altri elementi “forti” - le piscine - distribuiti nel territorio secondo una precisa logica. La passerella è pensata come una vera e propria architettura, composta di parti e piani differenti necessari alla realizzazione dei servizi richiesti – spogliatoi, zona ristorante, ecc. Tutto ciò senza mai tradire un principio gerarchico che vede appunto nel percorso aereo l’elemento fondativo del progetto a dimostrazione di come la forza di un’idea e la sua continua messa a punto sia elemento determinante alla riuscita di un progetto. Martina Landsberger Punti di vista Maria Letizia Gagliardi La misura dello spazio Contrasto, Roma, 2010 pp. 304, € 21,90 Ventisei fotografi d’architettura, per lo più architetti, si raccontano ripercorrendo la loro storia, al fine di indagare il complesso fenomeno della comunicazione dell’architettura – informazione complessa – attraverso la fotografia – mezzo di comunicazione –; un processo dunque che vede la compartecipazione del fotografo, che “manifesta un pensiero”, e dell’osservatore, che usa la fotografia come strumento di conoscenza: “viviamo l’architettura, la vediamo, ma non riusciamo a osservarla se non di fronte a una fotografia”. Il libro è una sorta di “tavola rotonda” all’interno della quale ventisei fotografi sono chiamati a confrontarsi sul loro lavoro. La struttura è quella dell’intervista: diciotto domande mettono a confronto diversi modi di pensare, di vedere, di fotografare. Per rompere il ghiaccio, un suggerimento è quello di leggere, tutte di fila, le risposte alla domanda “cos’è la fotografia?”. Fatto ciò, acquisita un’infarinatura, è possibile proseguire nella lettura integrale delle risposte alle successive domande che affrontano due nuclei tematici: uno sulla fotografia (tecniche, strumenti, influenze, formazione, ecc.) ed uno sull’architettura. In quest’ultima parte ci si domanda quanto sia importante conoscere l’opera da fotografare e quanto sia importante esperire, tornando più volte sul posto, quell’architettura, quella città o quegli spazi; quale sia il ruolo del fotografo nei confronti dell’architettura impressa su pellicola: se nel momento dello scatto il suo ruolo coincida con quello del critico o se si limiti invece a registrare e documentare la realtà, oggettiva o soggettiva. I fotografi sono chiamati inoltre a riflettere sulla nota affermazione di Bruno Zevi secondo cui la fotografia sarebbe una lettura parziale della realtà, mancando la dimensione temporale; e per contro ci s’interroga sulla possibilità di fotografare l’istante dell’architettura secondo gli insegnamenti di Cartier-Bresson. Una riflessione, infine, che vale la pena di tenere in considerazione, anche in quanto architetti, riguarda il rapporto tra il prodotto fotografico, l’immagine, e il fare architettura: quanto, e se, la fotografia su carta patinata abbia influito ed influisca sulla progettazione del manufatto architettonico. Un libro interessante, ben fatto, illustrato con le fotografie degli intervistati, che offre agli architetti importanti spunti di riflessione. Cecilia Fumagalli Caroline Patey (a cura di) John Soane. Per una storia della mia casa. Primo abbozzo Sellerio, Palermo, 2010 pp. 132, € 15,00 La casa editrice Sellerio ha recentemente pubblicato, per la prima volta in traduzione italiana, Per una storia della mia casa. Primo abbozzo (titolo originale Crude Hints towards an History of my House), il manoscritto dell’architetto neoclassico John Soane sulla sua casa londinese di Lincoln’s Inn Fields. La data di redazione (agosto e settembre 1812), intermedia tra il momento dell’acquisto dell’unità al n. 12 e l’edizione della conclusiva Description of the House and Museum (1832), corrisponde al momento di maturazione del progetto. Lo straordinario interesse per questa “brutta copia” sta quindi nell’essere una testimonianza diretta del procedimento creativo a partire dalla stessa struttura testuale, in cui la stratificazione delle note, impaginate in primo piano, a sinistra, e l’interrogativo centrale del testo sull’origine tipologica dell’edificio, nell’ipotesi della futura rovina, portano alla luce i cardini della composizione. La sovrapposizione claustrofobica dei frammenti architettonici (John Summerson, primo curatore della Casa nel dopoguerra, parlava di “arredi funerari”), evocante la compresenza di tempi storici e architetture, con cui la struttura logica sommerge la struttura reale dell’edificio, si affianca, nella cupola della Breakfast Room, nei pannelli mobili della Picture Room, alla ricerca analitica di effetti spaziali d’ingrandimento e dilatazione nel tentativo d’incorporare l’universo visibile. Con la preziosa notazione ulteriore della direttrice Helen Dorey siamo condotti, a fronte alla polisemia della Casa-Museo-Accademia, nel cuore della vita stessa di Soane: i contrasti e il sofferto isolamento accademico, inevitabile conseguenza della libertà di giudizio, il superamento delle norme edilizie con la facciata a logge in pietra bianca di Portland, che anticipa di un secolo il fronte dalla casa di Perret in rue Franklin, la volontà di costruire un exemplum che superi la delusione per la rinuncia dei figli all’architettura (oggi così infrequente…). Come scrisse allora l’amico Isaac D’Israeli: “(…) più rari sono coloro che hanno scoperto, una volta terminata la costruzione delle loro Casa, ammesso che una simile Casa possa mai essere considerata finita, che avevano costruito un Poema”. Il titolo di questo Poema, che si comporrà nel secolo a venire, sulle linee di questo “primo abbozzo”, sarà “Modern Architecture”. Stefano Cusatelli Vivere insieme Michele Costanzo Leonardo Ricci e l’idea di spazio comunitario Quodlibet Studio, Macerata, 2009 pp. 80, € 14,00 Il saggio di Michele Costanzo illumina la cifra della vita e dell’opera di Leonardo Ricci (Roma, 1918 – Venezia, 1994) mostrando come queste siano tenute insieme da un pensiero utopico radicato nella passione per l’uomo e per il ruolo dell’architettura come “servizio”. Se L’uomo è per natura un animale politico, come diceva Aristotele, il suo essere si radica in una dimensione collettiva. L’architetto, uomo tra gli uomini, “medium” e non fine in sè, è chiamato, sostiene Ricci, a “dare il meglio di se stesso” ma solo “dopo essere partito dagli altri”, dalla loro “verità e realtà”, per costruire il luogo della vita, che è relazione, socialità, spazio condiviso. L’illustrazione delle opere più eloquenti di Ricci – tra cui il centro Agape a Prali in val Pellice (1946-1948), il villaggio di Monterinaldi sulle colline fiorentine (1949-1961) e il villaggio valdese Monte degli Ulivi a Riesi (1963-1966) – si affianca a citazioni e note biografiche che restituiscono l’audacia teorica e la capacità realizzativa di un architetto che si è confrontato in modo coerente al senso della propria vocazione, umana e professionale, senza mai scinderle. Così come nella concezione di uno spazio fluido, in cui “nulla vi è di separato e straniero”, dove le diverse funzioni comunicano naturalmente, per non alienare la persona, così Ricci ha tenuto uniti in modo “organico” il cosa, il come e il perché della propria azione creatrice. Figlio di un ingegnere e di un’attivista della chiesa valdese, originariamente “ateo”, Ricci si avvicina al cristianesimo “eretico” attraverso il pastore Tullio Vinay che lo coinvolge in due progetti per la sua comunità religiosa. Grazie a queste esperienze Ricci darà esemplare sostanza ai propri principî architettonici. La “forma non si sviluppa al di fuori di un contenuto, agendo in se stessa e di per se stessa”, né “nasce da presupposti astratti e teorici di stile, ma spontanea e diretta dalla realtà interna dell’oggetto stesso”. L’architettura e l’urbanistica “sono il frutto collettivo di una dinamica della società”; questa non può essere indagata dall’esterno, misurata in statistiche ed espressa in “uomini-tipo”, ma “è importante riesaminare alla base gli atti di esistenza umana” per “vedere gli atti nel loro farsi”. Ricci propone “un’architettura esistenziale relazionale nata dall’atto dell’esistere, prolungamento dell’esistenza stessa”. Irina Casali Il nobile mestiere Silvia Milesi (a cura di) Mauro Galantino. Opere e progetti Electa, Milano, 2010 pp. 240, € € 65,00 “Credo che tutto questo sia costato a Galantino non poco, ma certo non ha spento in lui né il rigore dei principî né la passione per il nostro nobile mestiere”. Così Vittorio Gregotti conclude la sua presentazione al libro che raccoglie il lavoro di Mauro Galantino, architetto milanese che, formatosi a Firenze, ha studiato in Francia e lavorato con Henri Ciriani e poi con lo stesso Gregotti. L’apprezzamento è evidentemente riferito alla coerenza ed alla costanza con cui Galantino persegue gli obiettivi del suo lavoro, permeato della lezione dei maestri del moderno ma continuamente verificato con i problemi del progetto, in una costante analisi dei rapporti con i luoghi e delle conseguenze spaziali generate dall’intervento architettonico. Il libro, a cura di Silvia Milesi che in uno scritto-dialogo strutturato per differenti temi introduce alla lettura del lavoro di Galantino, contiene anche un saggio critico di Kenneth Frampton che si sofferma in particolare su alcuni progetti evidenziandone le ragioni compositive. Ma la pubblicazione nel complesso è sostanzialmente strutturata sulla illustrazione dei progetti e sulle loro descrizioni che non sono, come spesso accade in analoghi libri, semplici estratti delle relazioni, ma scritti redatti per questa occasione dall’autore. Parlando dei diversi progetti, i testi descrivono progressivamente – quasi in forma di autobiografia scientifica – una certa idea sull’architettura, sul mestiere, mai accademica e sempre volta a fare del progetto un momento risolutivo di questioni precisamente individuate. Ne emergono alcune questioni di grande interesse, proprio in rapporto ad un possibile dibattito sulla condizione del mestiere dell’architetto. In primo luogo il ruolo del disegno inteso come momento costitutivo del progetto, ad esempio con il ricorrente e sapiente uso della sezione prospettica quale strumento di controllo dei rapporti spaziali. E poi la costante fiducia nella modalità del concorso di progettazione, con una assidua partecipazione a rilevanti occasioni concorsuali; la rinuncia, anche in questi casi, all’uso di suadenti rappresentazioni virtuali lontane dalle reali proposte progettuali; il progetto inteso come parte di una ricerca che, organicamente, comprende studio, insegnamento e pratica professionale. In questo senso il libro racconta una esperienza di esemplare coerenza. Maurizio Carones 47 OSSERVATORIO LIBRI Una casa, una vita a cura di Sonia Milone 48 Rapsodia Scarpiana Scarpa e Il Palazzetto, una rapsodia architettonica Omaggio ad Aldo Businaro Treviso, Centro Carlo Scarpa – Archivio di Stato di Treviso 27 febbraio 2010 – 29 maggio 2010 “Io sono un uomo di Bisanzio, che è giunto a Venezia attraverso la Grecia”. Il metodo eideti- co di Scarpa passa attraverso le sue parole ricordate da Aldo Businaro, amico e mecenate, in un’estate del 1976. Un’amicizia nata nel 1969 durante un viaggio in Giappone e raccontata attraverso le vicende della seicentesca villa il Palazzetto del committente, un complesso architettonico situato nella campagna di Monselice per il quale, a partire dal 1971, Scarpa progetta diversi elementi sperimentando modi espressivi ed usi dei materiali che altrove avrebbe utilizzato in più ampia scala .Un racconto prezioso, curato da Guido Pietropoli, in scena a Treviso presso il Centro Carlo Scarpa in una mostra organizzata nell’ambito delle attività di conservazione e valorizzazione dell’archivio, prodotta dal MAXXI con il CISA Palladio e dalla Regione Veneto. In uno spazio allestito dalla sensibilità colta di Umberto Riva i disegni originali di Scarpa, (di proprietà del Ministero per i Beni e le attività culturali fondazione MAXXI) conservati presso il Centro e arricchiti da una collezione di Fabrizio Zuliani, docu- mentano la ricerca della forma dell’opera aperta della corte dominicale della villa. Gli ingressi, il muro di cinta, l’aia e la scala esterna, il berceau e la sistemazione della barchessa nord si materializzano in schizzi su fogli che vengono approfonditi su cartoncini e interrogati in varianti su carta velina: il progettare sul- Teatro la carta come la realizzazione dell’architettura di un’opera, resa con materiali Il Teatro del Mondo edificio diversi. Una maquette della villa mostra singolare. Omaggio ad Aldo Rossi Venezia, Ca’ Giustinian 10 febbraio – 31 luglio 2010 l’aia realizzata da Scarpa con la scala e il muro da lui progettati ma costruiti, nel 2006, dal figlio Tobia con qualche modifica, una vicenda documentata anche dalla proiezione del film di Riccardo De Cal. La gentile competenza di Miriam Ferrari, una delle allestitrici della mostra, ci guida verso l’album dei rilievi architettonici, il catalogo della mostra dedicata al Palazzetto che si tenne a Tokyo nel 1993, scritti e fotografie originali che ritraggono il professore e Aldo Businaro. Nel portico del convento che ospita il Centro la “rapsodia architettonica” prosegue attraverso le fotografie delle opere realizzate, immagini e forme finali della prima idea di Scarpa per l’aia: “una grande goccia che si allunga per separarsi da una parte di sé duplicandosi”. Matteo M. Sangalli Entrare nel Portego di Ca’ Giustinian (vedi foto di Giulio Squillacciotti, courtesy La Biennale di Venezia) è di per sé un’esperienza teatrale: un’“aula” rettangolare, disposta, come è tipico dei palazzi veneziani, perpendicolarmente al canale, con il lato corto che si apre sulla laguna a inquadrare la chiesa della Salute e la punta della Dogana. Da qui, 30 anni fa, si sarebbe potuto intravedere, ormeggiato proprio davanti alla Dogana, il Teatro del Mondo che Aldo Rossi aveva realizzato per la Biennale del 1979 per i settori Architettura e Teatro diretti da Paolo Portoghesi e Maurizio Scaparro. Il progetto di Rossi consisteva in un piccolo volume galleggiante, “una zattera, una barca: il limite o confine della costruzione di Venezia”, scriveva Rossi, che intendeva ripercorrere la tradizione dei teatri sull’acqua - “teatri del mondo” si chiamavano - che Venezia amava realizzare in occasioni di feste o di celebrazioni di grandi eventi. Rossi lavora in analogia con la storia e costruisce un oggetto completamente differente, ma ugualmente, se non più, teatrale di quelli della tradizione. Diversamente dal Bucintoro, il Teatro del Mondo si innalza verso il cielo. In esso, contrariamente a quanto accadeva nella tradizione, si può entrare, lo spazio è chiuso e può, deve, essere vissuto al suo interno. Rossi costruisce una doppia teatralità: quella che il nuovo edificio ancorato nella laguna instaura con la città e quella invece che si vive, da spettatori seduti sulle sue ripide gradinate. “Stando il Teatro sull’acqua si poteva vedere dalle finestre e fuori il passaggio dei vaporetti e delle navi come se si fosse stati su un’altra nave, e queste altre navi entravano nell’immagine del teatro costituendone la vera scena fissa e mobile”, scriveva allora Rossi. La piccola mostra ripercorre l’avventura di questo “gioiello” dell’architettura effimera, esponendo materiali provenienti da diverse istituzioni (ASAC, Fondazione Aldo Rossi MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Teche RAI e privati). Si tratta in larga parte di fotografie, disegni, scritti autografi di Rossi, una riproduzione originale dell’edificio e la sfera in rame che stava sulla cuspide della sua copertura. A tutto ciò si aggiunge un poetico “cartone animato” in cui si narra del viaggio del teatro, dall’arrivo in laguna fino all’approdo a Dubrovnik. Martina Landsberger Una seducente avanguardia Archizoom 1966-1974 Mendrisio, Galleria dell’Accademia di Architettura 6 maggio – 6 giugno 2010 La Galleria dell’Accademia di Architettura di Medrisio ospita la mostra Archizoom 19661974. Dall’onda pop alla superficie neutra, curata da Roberto Gargiani. È rappresentata l’esperienza del gruppo Branzi, Corretti, Deganello, Morozzi, Bartolini – formatosi alla facoltà di architettura di Firenze tra il 1959 e il 1963 – che con Superstudio ha costituito l’avanguardia dell’“architettura radicale” italiana. Il distacco temporale ci consente oggi di osservare un’evoluzione progressiva che convenzionalmente procede da avanguardia a utopia, toccando tutti i punti del percorso. L’esordio è con i progetti scolastici di una megastruttura urbana da Stefano Cusatelli Sondrio: omaggio a Nervi Pier Luigi Nervi. L’architettura molecolare Sondrio, Galleria Credito Valtellinese e MVSA, Palazzo Sassi de’ Lavizzari 15 aprile – 20 giugno 2010 Pier Luigi Nervi nasce a Sondrio per sbaglio, essendo figlio del direttore dell’ufficio postale cittadino; vi compie le scuole dell’obbligo e gli studi classici fino alla maggiore età, quando si iscrive alla Facoltà di Ingegneria alla Sapienza in Roma. Muore ne 1979 dopo una straordinaria carriera che lo condurrà, attraverso la sperimentazione di pionieristiche tecniche di costruzione – l’invenzione del ferro-cemento, la modellazione del calcestruzzo armato per strutture a doppia calotta, l’introduzione di rivoluzionari sistemi di completamento dei getti in opera in condizioni di estrema difficoltà – alla notorietà internazionale. In stretto parallelismo biografico, un caleidoscopio visivo proietta il visitatore nel vivo dei progetti e delle realizzazioni dell’architetto-ingegnere, attraverso il loro allestimento cronologico: dal periodo 1927-40, nell’ambito dell’impresa fondata con il cugino - la Nervi Bartoli S.A.-, fra le quali spiccano lo Stadio di Firenze, gli Hangar di Orvieto e Orbetello, il Palazzo delle Esposizioni di Torino fino a quelli dell’immediato dopoguerra: il Palazzetto dello Sport all’EUR, il Palazzo del Lavoro a Torino per Italia ’60 e poi ancora i progetti americani quali la bus station di New York e la Chiesa di St. Mary a San Francisco, per concludersi con il progetto di concorso per il Ponte sullo Stretto di Messina (1968). Ma sono le fotografie, riprodotte con inediti salti di scala rispetto ai documenti originali, a mostrarci alcune novità assolute, come ad esempio l’impronta neorealista del sistema Nervi e l’accento ironico del suo modus progettuale lontano dalle costrizioni e dai pragmatismi dell’ingegneria strutturale. Quanto alla prima, è utile sottolineare come l’autarchia del Ventennio e le carenze economiche 49 del periodo post-bellico hanno fatto di Nervi un formidabile “adattatore” di metodi costruttivi semplici, quasi rurali, all’interno di modelli teorici complessi; di qui l’idea, in ogni costruzione, di prefabbricare l’impianto strutturale primigenio, trasportandolo in cantiere per articolarvi le strutture secondarie: tramature, orditi, céntine, vetri-cortina. L’ironia invece emerge dall’os- servazione attenta delle tavole di progetto, dagli schizzi redatti nelle estati passate a Cortina o sul litorale romano dove un asino poteva farsi unità di misura, così come il manico di un secchio o il giogo di un aratro suggerivano la forma: l’accesso illogico per l’articolazione logica del processo compositivo. Il SALe nel Castello di Legnano secondo le intenzioni dell’amministrazione, attraverso una oculata politica di acquisizioni e donazioni dovrebbe creare la base per una collezione del XXI secolo. L’edificio espositivo, all’interno del complesso del Castello, si sviluppa in due ali che sono state restaurate con differenti tipologie di intervento, determinate dalle condizioni di degrado. Un intervento conservativo ha interessato l’ala sud-est, nobile residenza di campagna, mentre la fatiscente ala nord-ovest è stata ripensata attraverso un progetto più complesso dall’architetto Luigi Ferrario. L’ala, in fase di ultimazione, è stata chiusa con coperture in vetro sorrette da leggere strutture in acciaio, un nuovo organismo architettonico che, sulla base di un modulo geometrico, ha inglobato il torrione la chiesa e tre nuovi padiglioni: reception con scala, ballatoi e ascensore, uffici ed aula per l’esposizione delle tre grandi tele del Previati il trittico della battaglia di Legnano. Un progetto di restauro selezionato tra le opere italiane per l’European Union Prize for Contemporary Architecture - Mies van der Rohe Award 2009. “Ovunque è Legnano” recita l’inno di Mameli, così a pochi giorni dal Palio ripercorriamo il Sempione e ci fermiamo al Castello di San Giorgio per completare il percorso di S.A.Le. (Spazi Arte Legnano), iniziato con Palazzo Leone da Perego. Inserito nell’area verde dell’Olona che circonda il Parco Castello, a pochi passi dal centro, il “Castrum Sancti Georgi” nasce sui lacerti di un convento – denominazione del XIII secolo dovuta alla presenza in questi luoghi di un convento di Agostiniani con annessa chiesetta di S. Giorgio – che i Visconti avevano trasformato in casa-torre. Nel XV secolo viene eretto il torrione e le altre fortificazioni. Battaglie e incendi ne hanno segnato distruzioni e stratificazioni per tutto il XVI secolo, mentre dal 1792 e fino agli anni Sessanta l’intero complesso è stato trasformato in azienda agricola. La storia del lungo recupero inizia nel 1973 quando il Castello viene acquistato dal Comune. I lavori sono ancora in fase di ultimazione ma, dal 2006, con la mostra “Goya. I capolavori incisi” il maniero è diventato la seconda sede espositiva cittadina. Nel 2008 viene aperto il nuovo spazio, “Doveva accadere” dedicato alle esposizioni di giovani artisti, un progetto che, Leo Guerra Matteo M. Sangalli Castello di San Giorgio Legnano, viale Pietro Toselli www.spaziartelegnano.com OSSERVATORIO MOSTRE 70.000 abitanti nella campagna fiorentina ispirata a Tange e con una proposta per la facoltà di architettura di Firenze che evoca Le Corbusier. La vera fondazione ideologica si ha, però, con l’introduzione nel design del contributo della Pop Art, con il divano Superonda e il mobilecontenitore Rampa, cui fanno eco in architettura i progetti del Parco Territoriale e del Centro Culturale di Prato (1967). La pluralità dei rivolgimenti si alimenta attraverso le fonti più diverse, da Bob Dylan all’evocazione “liberatoria” di un kitsch “afro-tirolese”, all’esplorazione architettonica, nelle due versioni del progetto per la chiesa di Zingonia, involucro high-tech anglosassone o impianto costruttivista, e nel concorso per il Centro dell’Artigianato nella Fortezza da Basso (1968), qui esposti (impropriamente) come “Razionalismo esaltato”. La trasposizione onirica del realismo dell’avanguardia diviene manifesta nei fotomontaggi urbani, dove la logica della megastruttura è estremizzata nel tentativo di rianimare una città che nel passaggio all’utopia diviene la No-stop city: una maglia continua, elaborata a partire dal progetto per l’università di Firenze (1970-71), climatizzata, attrezzata e in gran parte sotterranea, destinata a sostituire la città della storia, quale speranza di redenzione dal consumo. Nel confronto con il presente, tuttavia, più che l’esame puntuale delle ragioni di coerenza e d’inverosimiglianza del passato, conta la prevalenza assordante di una seducente avanguardia, per tanti aspetti tributaria a queste esperienze, e al loro peccato originale di assassinio della tradizione, e la scomparsa silenziosa di quel futuro possibile, il nostro, che Ernesto Rogers chiamava “utopia della realtà”.