Ordine di Bergamo tel. 035 219705 www.bg.archiworld.it Presidenza e segreteria: [email protected] Informazioni utenti: [email protected] Ordine di Brescia tel. 030 3751883 www.bs.archiworld.it Presidenza e segreteria: [email protected] Informazioni utenti: [email protected] Ordine di Como tel. 031 269800 www.co.archiworld.it Presidenza e segreteria: [email protected] Informazioni utenti: [email protected] Ordine di Cremona tel. 0372 535411 www.architetticr.it Presidenza e segreteria: [email protected] Ordine di Lecco tel. 0341 287130 www.lc.archiworld.it Presidenza e segreteria: [email protected] Informazioni utenti: infolecco@archiworld. Ordine di Lodi tel. 0371 430643 www.lo.archiworld.it Presidenza e segreteria: [email protected] Informazioni utenti: [email protected] Ordine di Mantova tel. 0376 328087 www.mn.archiworld.it Presidenza e segreteria: [email protected] Informazioni utenti: [email protected] Ordine di Milano tel. 02 625341 www.ordinearchitetti.mi.it Presidenza: [email protected] Informazioni utenti: [email protected] Ordine di Pavia tel. 0382 27287 www.pv.archiworld.it Presidenza e segreteria: [email protected] Informazioni utenti: [email protected] Ordine di Sondrio tel. 0342 514864 www.so.archiworld.it Presidenza e segreteria: [email protected] Informazioni utenti: [email protected] Ordine di Varese tel. 0332 812601 www.va.archiworld.it Presidenza e segreteria: [email protected] Informazioni utenti: [email protected] Lodi Graham Rust terrà a battesimo il primo Festival internazionale del Trompe l’oeil Primaluce, associazione no-profit con sede in Lodi che si occupa di divulgazione culturale, in collaborazione con il Comune di Lodi e con il patrocinio di Regione, Provincia e Camera di Commercio di Lodi, Touring Club Italia, Wall Street Institute, Banca Popolare di Lodi e Azienda di Promozione Turistica del Lodigiano, organizza il primo Festival internazionale del Trompe l’oeil (tecnica che consente di‘ingannare l’occhio dello spettatore disegnando decori, paesaggi, oggetti che appaiono tridimensionali). Collaborano il Liceo artistico Piazza e l'Istituto sperimentale Vegio ad indirizzo linguistico. Il Festival, che avrà una durata di tre giorni (da venerdì a domenica), il 30 e 31 maggio e l’1 giugno, ha come fulcro l’esposizione di Trompe l’oeil, dipinti su tela o con riproduzione fotografica in grande formato di opere murali, realizzati da artisti contemporanei in tutto il mondo. Alla rassegna espositiva sono affiancati un concorso a tema che coinvolgerà gli artigiani-artisti, una serie di eventi collaterali e una mostra mercato del settore del decoro e dell’arredo casa. A presiedere la giuria del Trompe l’Oeil Festival sarà Graham Rust, inglese, uno dei maggiori esponenti dell’arte del Trompe l’oeil. Rust deve la sua fama internazionale alle grandiose composizioni murali che decorano diverse residenze in Gran Bretagna, Europa e America. Ai suoi lavori, che compaiono anche in molte pubblicazioni famose, sono state dedicate mostre in tutto il mondo. La sua opera più importante rimane “La Tentazione” dipinta nell’arco di più di 10 anni per Ragley Hall in Inghilterra. Rust, oltre a presiedere la giuria del Festival, terrà anche una conferenza sulla sua vasta esperienza nell’arte del trompe l’oeil, dialogando con il pubblico. Sono già una sessantina gli artigiani-artisti specializzati nel Trompe l’oeil, residenti negli Stati Uniti, in sudamerica, e in tutta Europa (in particolare, oltre all’Italia, Inghilterra, Francia, Germania, Austria) che hanno risposto entusiasti all’invito. Primaluce estende l’invito a partecipare all’evento a tutti gli artigiani-artisti specializzati nel trompe l’oeil. La manifestazione è completamente gratuita per gli artisti che partecipano al concorso. È prevista anche una sezione “fuori concorso… artisti nel mondo”. La manifestazione è aperta anche a tutti coloro che, a vario titolo, si occupano di rendere più belli e accoglienti una abitazione o un edificio pubblico: decoratori, aziende specializzate nei complementi d’arredo, pittori, operatori specializzati nelle vetrate artistiche, negozi di belle arti, architetti specializzati nell’arredo-casa, editori di riviste specializzate. Maggiori informazioni sul sito: www.trompeloeilfestival.com o scrivendo a: [email protected]. Primaluce ha sede in via Magenta 27, a Lodi. Informazioni: Paola De Benedetti, tel. 333-3940640. Il progetto Il Trompe l’oeil Festival si propone di creare un evento di carattere internazionale che sia momento di scambio tra culture e offra ai giovani un’ampia vetrina di natura artistica, culturale, economica. Il Festival intende inoltre legare la propria immagine alla città di Lodi e al Lodigiano, utilizzando e promovendone i luoghi d’arte, gli spazi espositivi, le piazze. Il festival avrà infatti carattere itinerante, in quanto gli artisti saranno collocati lungo un percorso che coinvolge le principali e più caratteristiche vie del centro storico di Lodi, nonché la “cittadella” del Bipielle City creata da Renzo Piano. In questo modo il pubblico può seguire un itinerario alla scoperta degli artisti, dei diversi metodi pittorici (trompe l’oeil a soggetto paesaggistico, d’interno, su oggettistica) e del centro storico di Lodi. Gli artisti-espositori Al Trompe l’oeil festival sono chiamati a partecipare artisti internazionali specializzati nell’arte del trompe l’oeil. All’evento potranno partecipare gratuitamente (senza alcun onere a proprio carico se non le spese di segreteria, trasporto, permanenza) gli artisti che prenderanno parte al concorso a tema. Una giuria qualificata di esperti del settore valuterà i lavori in base a criteri definiti per regolamento. I lavori saranno realizzati su tela (formato max 1 metro x 2) o altro supporto con tecniche e colori a discrezione dell’artista per consentire, nell’arco di 3 giorni, di portare a compimento l’opera. Agli artisti verrà assegnato, gratuitamente, uno spa- zio dove potranno esporre le proprie opere (su tela e con riproduzione fotografica di opere murali). È prevista una sezione “fuori concorso… artisti nel mondo”. La mostra-mercato Il Trompe l’oeil festival sarà affiancato da una mostra mercato del settore. Sono chiamati ad esporre decoratori, pittori, colorifici (negozi o grossisti), negozi di belle arti, architetti specializzati nell’arredo-casa, editori che propongono riviste specializzate. Questi ultimi, così come gli architetti, possono coinvolgere il pubblico fornendo consulenze sull’arredo casa. Gli eventi collaterali Sono in programma alcuni eventi collaterali: Incontro con l’artista/personaggio; Incontro con l’architetto specializzato; Il Trompe l’oeil nella storia; Il trompe l’oeil in vetrina. Inoltre, venerdì 30 maggio, ore 21.00, Bipielle City: conferenza di Graham Rust "Come nasce un trompe l'oeil" (è consigliata la prenotazione); sabato 31 maggio, ore 15.00, Bipielle City: conferenza di Francesca Fadalti (Miriam sas) su bioarchitettura. Primaluce è una associazione senza fine di lucro, fondata a Lodi nel maggio del 2002, che si occupa di divulgazione culturale. Promuove, a livello locale, un coro di bambini, corsi di trompe l’oeil, mosaico, fumetto. Tra i fondatori di Primaluce, un’artista diplomata alla Accademia di Belle Arti di Brera e specializzata nel Trompe l’oeil, una giornalista professionista iscritta all’Albo Regionale, un’esperta di marketing aziendale e di lingue. Nella realizzazione dell’evento sono coinvolti gli studenti delle scuole superiori del Lodigiano (in particolare gli istituti artistico e linguistico), altre associazioni professionali e culturali cittadine. Laura De Benedetti 41 Informazione Dagli Ordini Milano a Informazione 42 Deliberazioni del Consiglio 127 seduta di Consiglio del 10.3.2003 Domande di prima iscrizione presentate nel mese di gennaio 2003 (n. 89 di cui n. 62 architetti unicamente l.p. e n. 27 architetti che svolgono altra professione): 13484, Aimi, Francesca, 23.10.1975, Milano; 13518, Andreoni, Laura Francesca Maria, 10.06.1977, Milano; 13509, Astori, Silvana, 2.8.1966, Milano; 13511, Bassi, Pierpaolo, 23.4.1970, Milano; 13460, Battisti, Barbara,17.1.1973, Paderno Dugnano; 13524, Bernasconi, Roberto, 27.7.1976, Cuggiono; 13477, Bertolesi, Simone, 31.3.1973, Milano; 13456, Biasi, Danilo, 19.07.1969, Milano; 13473, Bodria, Simona, 24.6.1976, Milano; 13508, Bonafini, Nicoletta, 14.3.1969, Verona; 13498, Borrelli, Francesco, 21.05.1976, Milano (PT)*; 13532, Bortolotto, Luca, 14.6.1961, Nogara; 13528, Canini, Fabio, 11.6.1971, Milano; 13449, Capozzolo, Stefano Dario Christian, 17.09.1972, Milano; 6850, Caputo, Carmine, 7.12.1964, Rionero in Vulture; 13515, Carpini, Stefania Michela, 14.1.1974, Genova; 13455, Casera, Anna Luisa, 22.06.1975, Quartu Sant’Elena; 13531, Castiglione, Beatrice, 20.11.1971, Milano; 13445, Chinese, Cristina, 20.7.1973, Castellanza; 13510, Citterio, Elisabetta Priscilla, 2.11.1973, Milano; 13464, Comotti, Marco, 17.7.1966, Milano; 13474, Corbetta, Stefano Carlo, 1.4.1971, Giussano; 13471, Crevatin, Barbara, 26.03.1965, Trieste; 13468, D’Agostino, Lorenzo, 9.6.1976, Rho; 13516, Dal Ferro, Alessandro, 29.1.1973, Milano; 13481, De Francesco, Paola, 21.01.1969, Milano; 13533, Della Ragione, Daniela, 7.9.1968, Napoli; 13534, Di Battista, Rosanna, 29.6.1964, San Giovanni Rotondo; 13519, Di Ciano, Maryse, 20.5.1974, Oostende; 13480, Dossena, Alessandro, 20.4.1971, Abbiategrasso; 13535, Farinaro, Domenico, 25.7.1964, Aversa; 13478, Favia, Roberta, 18.10.1976, Milano; 13482, Ferrario, Federico, 20.5.1976, Monza; 13448, Flores D’arcais, Marzia, 19.5.1972, Roma; 13506, Furno, Paola, 16.9.1971, Caserta; 13483, Gagliardi, Deborah, 23.11.1971, Milano; 13501, Galbiati, Chiara Maria, 26.1.1975, Milano; 13486, Galli, Claudia, 28.2.1974, Cernusco sul Naviglio; 13488, Garofalo, Rosaria, 15.3.1972, Monza; 13500, Gervasoni, Lucia, 8.9.1974, Monza; 13493, Gironi, Michela, 13.6.1974, Cernusco S. Naviglio; 13497, Gurrado, Fabrizio, 2.8.1975, Milano; 13520, Incarbone, Carmelo, 6.5.1969, Gela; 13502, La Iacona, Barbara, 18.2.1974, Milano; 13479, Lasagna, Maria Luisa, 1.5.1976, Milano; 13507, Lavazza, Isabella, 1.4.1975, Legnano; 13485, Lo Vetro, Marco Luigi Leopoldo, 9.11.1972, Milano; 13476, Lucchin, Barbara, 1.8.1972, Como; 13467, Macias Valdezate, Aurora, 1.3.1971, Baracaldo; 13503, Mancini, Andrea, 9.12.1974, Taranto; 13459, Mangione, Paolo Claudio, 10.12.1970, Baden-Baden; 13458, Marasco, Enrico, 2.8.1968, Lamezia Terme; 13450, Marchisio, Roberta Giada Bruna, 11.10.1975, Milano; 13489, Marenghi, Andrea, 14.5.1974, San Secondo Parmense; 13523, Mariani, Azzurra Cristiana, 28.2.1976, Saronno; 13452, Marinoni, Elena, 5.11.1966, Milano; 13536, Nepote, Cristina, 15.8.1968, Vercelli; 13451, Oldini, Alessandro Antonio, 28.3.1972, Milano; 13443, Ondini, Eleonora, 4.10.1971, Desio; 13496, Oreni, Daniela, 12.7.1976, Milano; 13525, Papa, Rita, 30.5.1958, Nova Milanese; 13462, Parmeggiani, Fabio Giuseppe Marcello, 12.4.1971, Milano; 13527, Pasquini, Marta Silvia Mia, 16.3.1975, Milano; 13492, Pastore, Gaetano, 10.9.1970, Fermignano; 13522, Patrizio, Mark, 3.5.1972, Toronto; 13447, Pavone, Fabrizio, 29.8.1963, Messina; 13521, Pergami, Silvia, 17.6.1975, Bergamo; 13465, Perosi, Giovanni, 14.10.1976, Melzo (PT)*; 13487, Perotta, Riccardo, 25.1.1970, Legnano; 13530, Petani, Gian Carlo, 5.7.1974, Milano (PT)*; 13537, Piantanida, Luigi, 10.5.1951, Varese; 13463, Pigliafreddo, Claudia, 27.1.1973, Milano; 13454, Pinto, Antonio Ottavio, 27.2.1973, Milano; 13505, Polazzini, Eugenia, 15.4.1975, Canelli; 13517, Polimeno, Cristina, 29.01.1978, Milano; 13475, Pozzolini Gobbi, Massimo, 10.4.1968, Milano; 13453, Re, Tiziana Germana Lidia, 8.6.1961, Milano; 13512, Reccanello, Sonia Olivia, 18.11.1961, Milano; 13469, Rovati, Silvio, 9.12.1962, Milano; 13470, Rovelli, Roberto Romildo, 13.6.1973, Seregno; 13529, Sabbadini, Raffaele Riccardo, 22.6.1971, Milano; 13444, Sala, Federica, 15.10.1974, Milano; 13526, Sallemi, Giovanni, 9.9.1964, Limbiate; 13490, Scarano, Susanna, 24.7.1973, Milano; 13514, Scaravaggi, Andrea, 11.9.1973, Milano; 13538, Scarcelli, Vincenzo, 28.5.1967, Napoli; 13491, Scianna, Francesca, 6.11.1968, Milano; 13495, Serati, Luigi, 16.4.1948, Albairate; 13446, Stillittano, Michele, 11.4.1973, Reggio Calabria; 13472, Teora, Chiara Marina, 26.06.1970, Milano; 13494, Tortorelli, Davide, 17.9.1972, Roma; 13461, Vallardi, Giovanna, 23.7.1973, Milano; 13513, Varisco, Sergio, 3.4.1970, Gorgonzola; 13499, Vertola, Sara, 13.5.1975, Milano; 13466, Viscione, Angela, 13.3.1970, S. Martino Valle Caudina; 13504, Vitti, Andrea, 1.7.1974, Trento; 13457, Zorza, Fabio Battista, 2.12.1974, Manerbio. * (Legenda: PT Pianificatore Territoriale) Iscrizioni per trasferimento da altro Albo: Luca Bortolotto da Verona; Carmine Caputo da Imperia; Daniela Della Ragione da Napoli; Rosanna Di Battista da Foggia; Domenico Farinaro da Caserta; Cristina Nepote da Vercelli; Luigi piantanida da Varese; Vincenzo Scarcelli da Caserta. Cancellazioni su richiesta: Stefania Codecasa; Emilio Magi Braschi (**); Roberto Marassi; Sandro Migliarini Cancellazioni per decesso: Giorgio Capolla (dec. il 13.11.02); Federico Confalonieri (dec. il 03.01.03); Patrizia Pagani (dec. il 05.01.03); Cesare Scarponi (dec. il 22.01.03). Cancellazioni per trasferimento ad altro Albo: Valentina Giannini a La Spezia (26.02.03); Michele Lovotti a Sassari (26.02.03); Giovanni Marin a Verona (13.01.03). Rilascio n. 8 nulla osta per trasferimento ad altro Albo: Marcello Bergamaschi a Bergamo; Daniela Bertoletti a Torino; Renata Bosco a Novara; Luigi Cansella a Grosseto; Francesco Ricchiuto, Anna Agnese Rossatti, Claudio Venerucci a Como; Elisabetta Rossi a Lecco. Inserimento nell’Albo d’Onore: (**) Emilio Magi Braschi. Lettere [email protected] Un esame rigoroso Nota rivolta ad Antonio Monestiroli su La metopa e il triglifo. Nove lezioni di architettura Convenzione con l’Ospedale San Raffaele Presso la segreteria di via Solferino 19 si può consultare l’elenco delle prestazioni, e il listino, relativi alla convenzione tra l’Ordine degli Architetti della Provincia di Milano e l’Ospedale San Raffaele (www.sanraffaele.org e www.puntiraf.it). La convezione offre agli iscritti e ai loro famigliari l’utilizzo di tutte le sue strutture a condizioni agevolate. Per ulteriori informazioni telefonare ai numeri 02 2643.2084 / 2073, oppure scrivere a: [email protected] Convenzione con “Il Sole 24 Ore” L’Ordine degli Architetti di Milano e “Il Sole 24 Ore” hanno stipulato una convenzione che consente agli iscritti di usufruire di condizioni speciali di abbonamento ai prodotti e ai servizi del gruppo editoriale. La convenzione è valida fino al mese di Luglio 2003 e comprende lo sconto del 10% sull’abbonamento alle riviste “Edilizia e Territorio”, “Ambiente & Sicurezza” e “Consulente Immobiliare”. Lo sconto del 20% verrà invece applicato per l’accesso alle banche dati e software. Ulteriori informazioni possono essere richieste chiamando il Servizio Clienti allo 02 3022 5670 oppure scrivendo all’indirizzo e-mail: [email protected] Offerta di stage Si informa che presso l’Ufficio Stage del Politecnico di Milano è stata presentata da parte della Consulta una offerta di stage per un posto di collaboratore alla Redazione di “AL”. L’offerta è rivolta a laureandi e laureati (al massimo da 18 mesi). Per informazioni consultare il sito dell’Ufficio Stage del Politecnico (http://www.polimi.it/stage) oppure telefonare in Redazione. La copertina del volume. 1. Continuità dell’esperienza classica La tua triade tipizzazione/costruzione/forma vale quanto più la si unisca alla diade natura/storia. Circa il tipo, tuttavia, vedi le considerazioni di Giancarlo Consonni: “ […] il tipo è diventato una sorta di buco nero che molto ha assorbito del discorso sull’architettura. […] troppo spesso il discorso sul tipo tralascia di distinguere quando il termine sta a indicare l’esito di una classificazione, quando è il riconoscimento di un organismo prodotto da processi storico-sociali, quando vuol essere l’indicazione di una regola ordinatrice dei tessuti urbani, o quando, ancora, in continuità con l’etimo greco, sta per impronta, inizio, matrice” (1). La cinquina (3+2) di cui sopra può costituire una buona difesa dal radicalismo per così dire “tipico”. Il discorso consonniano, poi, convince me, e probabilmente anche te, laddove evolve in: “lontano da queste secche [l’autore] riporta l’architettura all’esperienza diretta” (2) – sottolineatura odierna. Dovremmo ritrovarci se peroro l’ulteriore avanzamento teorico logico spirituale affermando che è sempre necessaria, dell’esperienza, l’organizzazione (3). Insomma natura/storia risolvono la parte aperta, non asfit- 2. Otto definizioni di architettura Se valgono i presupposti di cui sopra, le triade e diade, eccetera: dove noi moderni troveremmo, dentro l’esaustivo promemoria delle otto definizioni, il miglior nutrimento? Laddove, penso, l’architettura definita raduna a sé il massimo di realtà, appropriatezza (adeguatezza), espressione (lecorbusieriana commozione, p. 21).Trascorro utilmente da Boullée a L-C, ai filosofi, ma mi soffermo un po’ su Loos, Mies, Schelling (che ti illumina, scrivi, più di tutti). Intanto di Loos dobbiamo accettare l’ambiguità (o il mistero), un non so che di inquietante. Meraviglioso il noto pezzo sul bosco e il tumulo in Parole nel vuoto (5). Ma una pagina prima leggiamo l’altrettanto noto: “la casa non avrebbe niente a che fare con l’arte, e l’architettura non sarebbe da annoverare fra le arti? Proprio così. Soltanto una piccolissima parte dell’architettura appartiene all’arte: [appunto] il sepolcro e il monumento” (6). Ma come, ci domandiamo spontaneamente, proprio quell’hegeliana, fondamentale, umana “casa” a cui siamo tanto legati? Per Loos l’abitazione, troppo appartenente alla comodità dell’uomo, è perciò conservatrice dunque opposta all’arte, rivoluzionaria per definizione (7). Poi approfondiamo: se la casa losiana fosse una metafora? Le case di Loos, le case reali, sono per noi monumenti, dunque effettiva architettura secondo Loos, dunque non-“casa”, dunque arte. Non ho mai dubitato che l’architettura fosse arte, tutto il mio libro citato è permeato, posso dirlo, da questa convinzione-dimostrazione. E perché insisto tanto sul rapporto musica/architettura, architettura/musica? Perché la musica, probabilmente, è la più alta, difficile, oltreché misteriosa, delle arti (anche Kandinskij lo sosteneva e Klee vi faceva continuo riferi- mento, anche suonando il violino ogni mattina): per elevare l’architettura al posto che le spetta, purtroppo irraggiungibile dall’architettura contemporanea quasi tutta vuoi incolta, vuoi arrogante, vuoi in ogni caso bassezza, insomma non-arte. Per ridurre l’aggettivazione protestataria a un solo concetto, direi architettura finta, fuori della realtà (termine e sua sostanza che ti stanno a cuore) (8) dell’architettura e dell’arte e della natura. Schelling/Mies: connetti utilmente “metafora della costruzione” a “espressione esatta” (p. 27). Ragiono cercando di tenere conto di tutta la seconda parte del tuo argomentare: voglio unire espressione esatta miesiana a, come in fondo proponi, schellinghiana “rappresentazione dell’atto costruttivo” (idem), e ricuperiamo Boullée/architettura-arte, guarda caso: così alla fine conta, a mio giudizio, l’espressione-rappresentazione, ma non nell’angolo limitato della pura rappresentazione dell’architettura di se stessa o dell’architettura in sé: non esiste infatti un sé dell’architettura fuori del sé dell’artefice primo, l’architetto (e di tanti altri nel caso, per esempio, delle grandi cattedrali medievali): dunque l’espressione va intesa anche come espressione dell’artista (9). Lo stesso Mies ha realizzato, col monumento a Karl Liebnecht e Rosa Luxemburg, forse la più alta architettura espressionista del Novecento: “espresse il sentimento con assoluta chiarezza, senza ricorso a metafore e impiegando la sincerità naturale del muro di mattoni a vista” (10) (sottolineatura odierna di parole presenti identiche o simili nel tuo testo). Per concludere serve il riferimento a Lukáks quando scrivi “nella forma della casa, nella sua architettura quindi, l’uomo manifesta se stesso” (p. 24); vale a dire esprime, tal quale l’artefice. Oggi una casa accortamente progettata dall’architetto per persone o gruppi sociali conosciuti, ed edificata, dovrebbe consistere nell’espressione esatta, oltre che del suo valore, del sé dell’architetto e del sé dei destinatari (individuo o famiglia o collettività che siano), anzi il primo risultato dipende dagli altri due. 3. Questioni di metodo Un’altra triade fruttuosa per la discussione, tema/luogo/tipo. Da subito, sapendo quanto conti in uno specifico ambiente culturale la questione del tipo già sollevata, osservo che, a parte l’avvertimento di Consonni, ancora una volta la difesa verso una forma di fissazione ossessione irragionevole la vedo prodursi nel tuo testo mediante, da un lato, il rifiuto della separazione o indipendenza del tipo rispetto al problema complesso (e costruzione completa) dell’architettura, dall’altro l’accoglienza nel doppio grembo del tema e del luogo. Sarebbe impossibile un alto risultato architettonico senza dapprima la “conoscenza del tema”, 43 A. Monestiroli, Una facciata a Pescara, 1991. ossia un forte impegno conoscitivo assicurato dall’analisi rivelatrice. La quale, in tutti i campi dell’architettura, dell’urbanistica, dell’interno dell’edificio, praticata secondo la dovuta intensità e con la mente già rivolta alla meta concreta, a mio parere e anche a tuo (da come so non solo da questo libretto) è annodata stretta al progetto; anzi ne è parte intima. Poi, è il riferimento al luogo che fa definitiva giustizia di pericolose riduttività. Condivido lo sviluppo dell’argomentazione specialmente laddove approda al riconoscimento della conquista storica e, al contrario, della perdita attuale di un’architettura rapportata a, e anche identificatrice di, luoghi naturali. Ci ritroviamo lungo il filo che si dipana da William Morris e collega attraverso tempi e luoghi tanti architetti e urbanisti, i migliori di Europa, Urss, Usa. Essi hanno criticato la città industriale ottocentesca e prospettato la costituzione di un nuovo equilibrato rapporto fra gli insediamenti e la campagna o gli spazi naturali, riscoperto la necessità di instaurare una relazione vitale fra l’uomo e la natura (oggi è tutto all’incontrario). Natura “nuovo contesto”, scrivi (p. 32), e ti rifai a Hilberseimer. La data del suo libro, 1963, va sottolineata: data-nodo importante di quel filo delle idee ormai disteso, poiché è l’anno in cui l’ottantenne maestro, autore quarant’anni prima del modello quasi metafisico di città verticale, fa sebbene in ritardo autocritica: demanda al decentramento, tema a cui dedica un capitolo (Il decentramento) di Entfaldung einer planungsidee, la soluzione del problema della città invivibile, rifacendosi idealmente addirittura al traliccio insediativo di Kropotkin, l’anarco-comunista russo anch’egli legato a quel filo. Le “piccole cittadelle ben identificate” (p. 32) non sono altro che le piccole comunità-luogo kropotkiane spaziate nella campagna e ben collegate (tutti gli autori appesi a quel filo propongono il policentrismo insediativo avverso alla mostruosità urbana). Il ritorno al problema del tipo obbligante l’”atteggiamento rifondativo” (p. 34) mi concede una precisazione. Occorre collocare accanto ai tuoi tre tipi, corte, torre e aula, la destinazione funzionale. Mi spiego: ospedale, abitazione, scuola, tribunale, uffici generici e così via: quasi ogni caso può esprimersi mediante l’una o l’altra delle tre dette e altre maniere di dar forma al tema. Mies fa basse le abitazioni come la Farnsworth, testimonianza eccezionale di inserimento dell’architettura nella natura (l’allievo Philip Johnson con la Glass House, inoltre dotata di patio-corte, ne fa omaggio). Ma non meno significativo, in un’altra sfera, l’apporto degli Lake Shore Apartaments che, noti, osservano la natura circostante, come “un’unica stanza sospesa tra lago e cielo” (p. 50 lez. IV). Poi con il Seagram di uffici ci presenta un raro esempio, per un grattacielo, di umanesimo e naturalità, tali da esaltare, direi aumentare, il bel paesaggio urbano della Park Avenue (oggi perduto). Circa la funzione collegata al tipo, non mi stancherei di ripetere l’avviso ai giovani di non seguire le due strade facili ma sbagliate: l’una delle funzioni tranquillamente esportate nelle forme, l’altra, forse peggiore, delle forme a piacere che se ne infischiano della funzione (qui anticipo un tuo successivo approccio). Ti seguo nel nutrire di realtà la triade TeLT attraverso l’atto costruttivo e nel descrivere però i limiti, anzi la non-architettura dico io, della pura tecnica pretendente ad architettura (non diversamente dalla formula: funzione ➝ forma). Possiamo parlare propriamente di architettura in mancanza di costruzione avvenuta? La mia risposta è no, come mi sembra essere la tua, trasparente dal testo. Resta aperto il discorso riguardo al rapporto fra disegno-progetto (o Informazione tica cioè, del tipo-logos. A questa stregua sarei cauto a estrapolare grande Loos contro Jugendstil/naturalismo, perché se guardiamo a Sezession, la viennese madre più pura, ci si staglia per esempio un Hoffmann (vedi già il gruppo di ville sulla Hohe Warte fra 1901 e 1904) che, nonché non cedere a naturalismi, a floreale “ingenuo” (vedi VI lezione, p.106), pare indicarci la reductio ad unum di pensiero e sentimento, di storia e natura (4). L’ultimo capitolo del libro citato (scuserai un po’ di autoriferimento), Ragione e sentimento nell’architettura e paesaggio dei maestri, volge tutto in tale direzione. Non è casuale l’intrattenimento su Mies, oltre ai tre altri evangelisti L-C, Wright, Aalto, pur tanto diversi nelle loro forme (non sempre!), per non dire del legame dell’originario Mies col Wright maestro. D’altra parte non dobbiamo dimenticare che il movimento Sezession/Jugendstil/Art Nouveau/Liberty cosituisce la prima rivoluzione contro l’eclettismo e lo storicismo imperanti. Informazione 44 anche teoria) e realizzazione. Mi viene in mente una curiosità che ho annotato molti anni fa. Per Julius Schlosser il vero grande architetto artista rivoluzionario è il Brunellesco perché usava ogni metodo per verificare a priori il risultato reale e saliva attivo sulle impalcature della costruzione. Al contrario l’Alberti affettava la sua astensione dal cantiere, si disinteressava dell’esecuzione (11). Quindi sarebbe stato meno architetto-artista del primo; eppure era anche pittore, aveva scritto il De pictura, riscoperto il rapporto teorico con la natura, come ricordi nella seconda lezione. L’ultimo tuo passo metodologico su decoro/ornamento, decorazione/convenienza mi è consono. Spero che altri non credano che la “forma appropriata” losiana appartenga solo … a Loos. Alcuni continuano a coltivare l’equivoco che la nudità e la presunta semplicità siano sinonimo di architettura moderna, architettura giusta in quanto priva di ornamento. La forma appropriata, la convenienza, appartengono anche, per limitarmi a un unico esempio per me di speciale efficacia, ai migliori della Scuola di Amsterdam degli anni Dieci-Venti: De Klerk, Kramer, La Kropoller. La loro architettura del mattone a vista ricca di arditezze figurative esprime davvero decoro conveniente nella sua complicatezza, vale a dire decorazione intrinseca all’effettualità intima della costruzione, non affatto orpello appiccicato. 4. Le forme e il tempo. L’esempio di Mies Nella quarta lezione buona parte dell’argomentazione trova rispondenza nella discussione fin qui. Riguardo alla questione della funzione (destinazione funzionale) e del tipo, una volta affermata, con Mies, la via del realismo (o, direi, della verità/realtà), mi sembra importante il tuo chiarimento che è bene rivolgere ai sordi funzionalisti kleiniani sopravvissuti (ce ne sono?), ma anche agli ignoranti superstiti del postmoderno (ho già osservato quanto se ne freghino delle funzioni i cultori dell’esercizio formalistico a piacere). Il chiarimento proviene dal legame istituito fra alcune parole e i loro significati: conoscenza–funzione–valore–obbligo; poi particolarità–generalità. Agli studenti va insegnato questo: l’obbligo di conoscere la funzione, l’obbligo (la capacità) di non fermarsi alla medesima (come fanno i funzionalisti), ma di lavorare su tutti i segmenti della linea ferrata riuniti infine nell’unica tratta (ecco la tua generalità) che conduce alla stazione del valore. Non diversamente, la guida di Mies da questo punto ti permette ulteriori chiarimenti o conferme su temi già toccati. Luogo, tipo, identità, sistema, città, quindi tecnica e costruzione, precipitano in quello che per me è il luogo mentale sensoriale reale: il rapporto con la natura. Qui occorre attenzione: l’analogia tra forme naturali e forme architettoniche non c’entra nulla con l’esplicita imitazione. Perciò è giusta la specificazione che l’analogia viga “tra il rapporto di necessità delle forme naturali rispetto alla vita e quello che va ricercato tra forme e vita in architettura” (p. 61). Forse vi è un certo intrico in quest’ultima locuzione, ma la si consideri chiedendo semmai due garanzie: che la necessità non generi confusioni col necessarismo deterministico; che tale formula si riferisca anche ad architetti che espongono forme naturalistiche imitative in apparenza ma che invece, viste e ascoltate nella loro interiorità funzionale, costruttiva, estetica, designano originale architettura identitaria, unica. Penso, per esempio, ancora a Gaudí e, fra l’altro, ai pilastroni loricati — come in grandi pini còrsi — di Parco Güell, ma anche a molti particolari di Wright e di altri numerosi bravi autori, olandesi e no. D’altronde su decoro/convenienza ci siamo già intesi. A tale proposito: è opportuno, specialmente nel dialogo con gli studenti, evitare equivoci circa semplicità, semplificazione delle forme, in Mies, chiarezza. La semplicità è il contrario di semplicismo mentre la semplificazione è il processo per raggiungere la semplicità nel senso di (lo scrivi, p. 45) chiarezza. Conquistare la semplicità, che in principio e in fine è sorella della sincerità identitaria, ovvero autenticità artistica, è molto difficile, è maledettamente complicato. Il continuo riferimento a Mies van der Rohe parrebbe deporre a favore di una relazione fra semplicità e nudità. Ciò che non può essere vero in esclusiva. Il mondo è pieno di manufatti “nudi”, semplicissimi alla vista e all’esame che non sono approdati ad alcun valore architettonico. Sul progetto di Mies per la casa nella campagna o nella natura ho scritto: “La limpidezza delle forme, limpide come l’aria lontana dalla città e come la coscienza dell’artista quando ricerca il vero col proprio operare, la permeabilità fra spazi interni ed esterni: sono le componenti essenziali di una chiara pacifica identificazione dell’architettura nella natura” (12). Quando praticavo l’architettura sono stato più vicino a Perret e a Wright, e all’arte muraria degli olandesi. Anche questi altri grandi hanno raggiunto lo scopo impiegando il corpo vestito anziché nudo e spesso decoro esplicito. Si è scritto del Seagram come un tempio (13), ma lo si è scritto anche della Maison Carré di Aalto (14). Il Partenone, coerente tua citazione, presenta “il partito decorativo […] che ci fa riconoscere quest’opera fra tutte” (p. 59), dunque il decoro le assegna il primato dell’identificazione, il titolo di capolavoro dei capolavori. 5. L’arte di costruire la città La lettura di questa lezione mi ha suscitato speciale interesse, forse sorpresa. Premetto che mi son trovato a sguazzare felicemente nella mia acqua, quella in cui mi sono già brevemente bagnato quando sono stato stimolato nel terzo capitolo dal tuo riferimento a Hilberseimer e al suo modello kropotkiniano policentrico. Tengo conto della data della conferenza, 1994, e anche di quella della lezione al Poli del 1991. In ogni caso sento come una specie di entusiasmo (accetta che ti dica: mirabile ma un po’ tardivo) nell’affermazione, anzi nella scoperta, sul piano di alcuni riferimenti storici, della straordinaria vitalità e perciò ineluttabilità di rilancio oggi di un modello territoriale basato sui rapporti uomo natura, città campagna, residenzialità spazio-aperto, e così via: in una sola parola sul policentrismo quale forma di salvezza per la metropoli e per l’intero spazio regionale: assetto territoriale che del resto è un dato storico reale e in qualche modo sopravvivente benché gravemente malato. Lungi da me l’intenzione di farti lezione, è solo un promemoria che ti invio: nel nostro ambiente architettonico-urbanistico il tema in causa e le relative rivendicazioni teoriche e progettuali mi appartengono da vent’anni, da molto prima se non ci si fissa sulla pubblicistica ufficiale. Ci siamo detti che “nessuno legge nessuno” (salvo eccezioni). Credo che, circa i problemi territoriali e inerenti modelli insediativi, ti sia confrontato soprattutto con gli epigoni di D’Angiolini per lo più in merito agli aspetti infrastrutturali, forse con qualche altro urbanista non protagonista del tema in esame. Così decido di segnalarti in nota una piccola bibliografia relativa al personale lungo processo di interpretazione storica e prospettiva progettuale, anche nella didattica (15). Il primo saggio editato è del 1983. La questione periferia a scala extra milanese poi, l’hinterland, l’ho individuata molto tempo fa. La locuzione pubblica nuova periferia della metropoli appare in un “QD” del 1987. Ora ridipano completa, per comodità di comprensione fra noi, la successione delle personalità storiche appese a quel filo cui ho accennato nel commento alla terza lezione (tema, ripeto, il decentramento e il policentrismo) e che è il filo del discorso sviluppato fin dal primo testo in nota e ancora ripreso nell’ultimo in corso di uscita sui “Quaderni”: Engels — Morris — Kropotkin — Howard (sul quale ti soffermi utilmente) — Lenin — “urbanisti” e “disurbanisti” sovietici (specie Ginzburg e Barsc), ricordando con loro l’impegno in sito almeno di Ernst May e Hannes Mayer — Miliutin — Taut (il lato ritenuto utopico dell’ Auflösung, ma conosciamo che il lato pragmatico delle Siedlungen non è una vera contraddizione) e finalmente l’ultimo arrivato Hilberseimer. Inoltre non dobbiamo dimenticare, in veste puramente teoretica, Geddes e Mumford. Quanto alle realizzazioni pionieristiche, alla rivoluzione da te descritta avversa alla città industriale ottocentesca e centrata sulla compenetrazione fra città e campagna, su insediamenti periferici e spazi aperti, sull’identificazione di campagna e paesaggio, mi sento in pieno accordo quando scrivi che la costruzione della nuova città, quella, per esemplificare, dei quartieri berlinesi tautiani e dei francofortesi di May, che tutti abbiamo visitato, i maestri l’hanno intesa come opera d’arte. A questo punto il rilievo che “a distanza di cinquant’anni [?] se ne considerano solo i risultati negativi” (p. 71) e la comune sofferenza causata dalla crescita irragionevole della città e da decentramenti privi di senso, di “un disegno chiaro e condiviso” (idem), potrebbero mitigarsi ricordando le politiche, i progetti e le attuazioni dal dopoguerra fuori d’Italia (per questa potremmo rimandare al fallito tentativo rappresentato dal Piano intercomunale milanese, versione Giancarlo De Carlo, 1963): almeno i casi seguenti: New Towns inglesi, attuazione del piano “delle cinque dita” a Copenaghen coi relativi satelliti distaccati, Town Sections di Stoccolma, Villes Nouvelles francesi. Conosciamo le critiche, ma certi risultati, sebbene parziali, restano vivi; li ho verificati al vero. Cosa fare per la metropoli milanese e la nuova periferia l’ho scritto A. Monestiroli, Concorso per il quartiere delle Halles a Parigi, 1979. 6. La metopa e il triglifo. Rapporto fra costruzione e decoro nel progetto di architettura Questa lezione mi pare più di altre per così dire vera e propria, rivolta ai giovani che possono trarne profitto in due direzioni: la prima, un arco di informazioni critiche utili in generale per imparare a volgersi alla storia dell’architettura con occhi e sensi aperti; la seconda, per verificare di poterlo fare partendo da una questione specifica: in questo caso decoro in connessione con costruzione e, vorrei secondariamente, tipo. Inoltre sul tema o su un tema analogo mi sono già pronunciato in diversi punti precedenti. Ora nel testo c’è materia aggiunta abbondante, direi più massivo sostegno della tesi centrale: convenienza necessità obbligo dell’autentica decorazione, carattere non superfluo, al contrario del mero ornamento ingannevole come l’orpello (similoro). Se un giovane acquisirà coscienziosamente la classifica di tre posizioni, il primato all’analogia, un discreto secondo posto (come capitava sempre al ciclista Belloni) all’allegoria, un mediocre terzo all’ornamento tuttavia non sottoposto, vorrei, ad altezzoso disprezzo, può darsi che imbrocchi la strada buona dell’architettura. La lezione offre poi agli studenti ma anche a giovani architetti attivi su percorsi diversi dal tuo, valide ragioni per difendersi o distaccarsi da ogni tecnicismo e storicismo (18): soprattutto il primo oggi è pericoloso visto l’imperversare degli entusiasmi davanti ai miracolistici eccessi tecnologici, dovendo essere il secondo sepolto sotto le macerie del postmodernismo (che forse respira ancora nel triste epigonismo di provincia se non anche in qualche esplosione insensata in opere di presunti grandi). Ti ringrazio per le belle citazione da Perret. A lui, fra altri, allora si guardava. Egli però, a mio giudizio, non si arrestò nella ricerca del senso moderno dell’architettura e relativa rappresentazione: per esempio nei blocchi residenziali a tre piani su portico con negozi al pianterreno nella ricostruzione di Le Havre. È vero che i piloni diventano a sezione circolare come colonne a partire dal primo piano e, poligonali al pianterreno, presentano un breve disegno di attacco alla trave: ma ciò è colpevole? basta per spingere indietro il povero Perret? Non reputo equa, entro ai tuoi rilievi su storicismo e tecnicismo, la liquidazione in tre righe di Art Nouveau quale “scuola che risolve in naturalismo ingenuo la questione del linguaggio” (p. 106). Ho già interloquito a questo proposito. So che non si può applicare il “se …” alla storia; eppure: se non ci fosse stata la Sezession viennese (e via con altre denominazioni), movimento davvero rivoluzionario contro l’eclettismo storicista, fuori di mimesi florealistiche ingenue o convinte; se non avessero eretto i loro “monumenti” protagonisti o personaggi dal movimento influenzati, quali Hoffmann, Horta, Mackintosh, Olbrich, Van de Velde, maestri del decoro indispensabile (e Wright?): forse il corso dell’architettura nel primo quarto del secolo Ventesimo sarebbe stato tanto tortuoso da impedire il tempestivo avvento (cioè prima del nazismo) di quella che continuo a denominare seconda rivoluzione dell’architettura moderna. 7. Cinque note sullo stile Stile, vocabolo “pericoloso” ha detto qualcuno. “Cinque note”, dunque scala pentatonica (antiche melodie scozzesi, ebraiche, extraeuropee…, Dvorák in un quartetto, persino Puccini nella Turandot), la quale, in quanto scala, parrebbe A. Monestiroli, Concorso per la sistemazione urbanistica della Spreeinsel a Berlino, 1993. condurre a una meta in alto. No invece, giacché tutte le note nel sistema equabile temperato e modernamente nella dodecafonia hanno la medesima importanza, sono indipendenti. Così le tue le intendo autonome benché nell’ultima l’amore miesiano sembri proporre uno stile appunto miesiano come vetta, coronamento. Anche in questa lezione varrebbe innanzitutto lo scopo prettamente didattico, destinatari studenti di filosofia e studenti di architettura. Gli studenti devono essere chiamati non a scegliere la nota preferita né a farne una miscela cremosa, ma a porre le note l’una vicino all’altra e a tenerle da canto per valersene nella ricerca del vero al momento del progetto reale e nella realizzazione dell’arte. Riformulerei per mio promemoria e per un bigino le cinque note mediante le seguenti tracce minimaliste postweberniane: • 1 Stile ➝ Kunstwollen (Riegl). La volontà, direi la coscienza di volere perseguire l’essenziale-ideale (Winkelmann), vale a dire il centro dell’arte, dipende oggi dal saper impiegare appieno lo spirito e il corpo per ascoltare, consiglia lo psicoterapeuta James Hillmann, gli echi del mondo che danno essi informazioni su cosa accettare — la bellezza, il “Grande Represso”, il tabù di oggi — e cosa detestare — la bruttezza titanica, la vera nemica che “ha odore, ha sapore, colpisce gli orecchi, le membrane, i globi oculari, le dita” (19). (Curiosità: un refuso nel testo, Kunstvollen con la v anziché la w, evita la volontà e ci indirizza al dolce aggettivo kunstvoll, ingegnoso, artistico, letteralmente pieno d’arte). • 2 Stile ➝ Colonna (Hegel, Schelling, Piero della Francesca, Raffaello, Mozart, Goethe). Solidità. Equilibrio: per conquistarlo in architettura, occorrerebbe “un alto esercizio di stile” (p. 123). Vale anche, circa l’educazione e l’istruzione degli uomini e degli architetti, il rovescio: senza un proprio goethiano equilibrio spirituale e corporeo non si può raggiungere alcuno stile, al massimo una cosa atona priva della forma responsoria della melodia colonnare. • 3 Stile ➝ Eternità/Variabilità (Anima/Corpo). Particolarità e generalità (Baudelaire); passaggio dal particolare al generale, dal concreto all’astratto (Lukáks): così si raggiungerebbe lo stile: forma generale, direi assoluta al posto di astratta, non modificabile? Ogni architetto dotato quando progetta un’opera anche “piccola” vorrebbe che riuscisse a esprimere un valore universale; è naturale che pochi e oggi nessuno vi riescano. A proposito di forma stabile e definitiva e, invece, di “decadenza” di ogni stile “garanzia di progresso” p. 128): tua digressione sulla variazione (Mondrian, Bacon, Bach). Le numerose metamorfosi, trasformazioni del famoso albero di Mondrian (in questo caso meglio detto che variazioni) a partire da una figura naturalistica fino ai qua- dri ritenuti astratti di tralicci e barre nere con zone di colori netti, approdano, guarda caso, a De Stijl: per me sono già rappresentazione architettonica (e gli undici passaggi litografici del toro di Picasso che lo scompone man mano fino all’astrazione?) (20). Mi chiedo: è l’ultima rappresentazione la meta alta, la cima che potrebbe designare lo stile (non raggiunto a tuo parere) o il valore non risiede proprio nell’intero processo, ogni forma del passaggio unita alle altre in una ossimorica unicità delle differenze? Di sicuro dobbiamo valutare in questo senso le sei versioni baconiane, che illustri, della figura papesca: quella iniziale non si trasforma man mano in un’altra diversa fino all’astrazione, ognuna delle cinque successive alla prima è una variazione; tutte e sei sono equivalenti, l’insieme esprime il grande valore dell’opera se non (lo neghi ancora) lo stile definitivo pronto a decadere in seguito. Eccomi alle Variazioni Goldberg. Scrivi, dopo aver citato il Glenn Gould grande esecutore per il quale esse sono musica senza culmine finale (è vero): “ma lo stile è possibile solo come risoluzione” (p. 131). Per me le trenta variazioni (equivalenti) comprensive dei nove canoni e l’aria al primo e al trentaduesimo posto, identica, tutto si raduna sotto l’orizzonte, davvero orizzontale, dello stile di Bach a quel momento vissuto, a cinquantasette anni d’età. La montagna Bach l’aveva già scalata da un bel pezzo, vi risiedeva sulla vetta: nessuna scivolata o caduta in vista: morì lì otto anni dopo. Infine: come inseriresti nel discorso la verità o il mistero delle due famose interpretazioni del pianista a distanza di diciassette anni, tanto diverse, la seconda allo spirare della vita appena cinquantenne? • 4 Stile ➝ ”Ripetizione servile” come trash. Stile ➝ Ordine. Allora: “ordine fra le cose” necessario; altrimenti, interpreto, la confusione, il disordine impediscono la riconoscibilità dell’arte, dello stile. Oppure anche ordine quale ordini dell’architettura classica che, possibili metafore anzi sentimento e non ripetizione insensata, aiuterebbero a risalire la china verso il tempio e uno stile condiviso? • 5 Razionalismo/Costruzione-tecnica e Novecento/Tradizione-storia (Persico). Che sia un gravissimo errore l’aver separato e separare oggi i due mondi è lampante. Ho già discusso su tecnicismo e storicismo. La symbiosis fra costruzionetecnica e tradizione-storia è la condizione per giungere a uno stile condiviso del nostro tempo. Riponi speranze solo nell’esempio di Mies van der Rohe. Riprendo dal principio: i maestri sono riusciti a fondere ratio e sentimento, vale a dire tecnica e natura e storia (umana, non storia delle forme). Aggiungo alla miesiana Neue Nationalgalerie di Berlino da te citata tre opere moderne, che riterrai fortemente contraddittorie a quella, per me simboliche: Notre Dame du Haut 45 Informazione per l’ultima volta nel saggio più recente. • Piazza. Abbiamo le stesse preoccupazioni. Per parte mia non nascondo un grave (cioè pesante) rimpianto specialmente del genere Agorà. Persistono in tutta Europa straordinarie piazze a recinto; ma la piazza in senso pieno materiale e sociale è forse un bene perduto impossibile da recuperare, a causa della società che abbiamo costruito (16). • Residenza. Non troverai altro più convinto alleato di me riguardo a tale tema-problema (17). A. Monestiroli, Progetto per il Palazzetto dello sport di Limbiate, 1998. Informazione 46 di L-C (che secondo te, al contrario, “segna la separazione fra natura, tecnica e storia” — nona lezione, p.168), il Solomon Guggenheim Museum di Wright, la Scuola di Architettura a Otaniemi di Aalto. Ognuna non avrà potuto designare lo stile condiviso di un epoca né tantomeno potrà farlo ora per il futuro. Ma ognuna, dotata di equilibrio tra funzione, tecnica e forma (in una parola bellezza) ha accresciuto di senso il luogo pubblico: l’architettura accoglie le persone e queste ne ricevono, come da tutta la grande arte, impulso di crescita spirituale, vale a dire di moralità. 8. Il tetto e il recinto. Descrizione di alcuni miei progetti Mi accingo a svolgere questo ottavo punto senza intraprendere una vera critica ai tuoi ventidue progetti qui descritti e parzialmente raffigurati. Non posso farlo in uno scritto estemporaneo che è in sostanza una lettera, insolita per lunghezza, ma tale per tipo di scrittura. Né forse te la attendi, giacché la critica architettonica all’interno del nostro ambiente, universitario e/o professionale, non esiste. Come “nessuno legge nessuno” così nessuno esercita la critica: intendo quella consueta nelle altre arti (benché in buona parte controllata dai padroni del mercato — le maggiori gallerie o i maggiori giornali coi loro esperti). Per non parlare delle riviste di architettura, che hanno dimenticato il loro compito peculiare, del quale la storia ci offre esempi elevati: ricordo Rogers e il duro scontro con Banham nel 1959, ovvero scontro fra “Architectural Review” e “Casabella continuità”. Non esiste altresì comunità di architetti, non c’è discussione, non si fanno cose insieme salvo le minimalia di gruppetto scolastico o professionale. Si obietterà: si sono realizzate mostre pubbliche di lavori eseguiti dagli appartenenti a un dipartimento, a una facoltà, a un gruppo professionale. Purtroppo quasi mai si sono pensate e discusse collettivamente. Ognuno portava il suo prodotto, qualcuno allestiva, i prodotti schierati non provocavano alcun confronto. Nessuno ha mai osato esprimere un giudizio sui singoli e sull’insieme, se non nel proprio salotto, peraltro spettegolando invece che giudicando, credo. Esco dalla divagazione e, ora smen- tendomi, credo di poter offrire uno sprazzo di pensiero sull’insieme della tua esposizione e su qualche particolare. La strada che percorri nel progetto architettonico latu sensu appare chiara. Si notano le ascendenze o le dichiari. Si capisce dove vorresti arrivare, cosa pretendi di ottenere. L’insistenza del richiamo esplicito o implicito a Loos e a Mies van der Rohe e, lateralmente, a L-C, pervade tutte le lezioni esaminate, ma qui e nella successiva diviene prima scelta assoluta, esclusiva, una bandiera. È lo studio di questi ascendenti che ha indirizzato la tua opera fuori della strada affollata da un’architettura “arrogante” (parola usata dai razionalisti per l’“altra” architettura). Per evitare interpretazioni zoppe, ingiustamente caricate sui modelli, conviene recuperare tutte le formule significanti già considerate e discusse: T/C/F + N/S (tipo/costruzione/forma + natura/storia) e Te/L/T (tema/luogo/tipo), e T/C/D (tipo/costruzione/decorazione) alla quale riservi la conclusione della presente lezione. Come si vede, il termine che non manca mai è T, tipo: il punto fisso della ricerca la quale accetta il rischio della fissazione. Invece mi interessa mettere in rilievo ciò che dalla descrizione dei progetti (o di alcuni di essi) emerge quale generalità concettuale e materiale su cui richiamare, vorrei dire obbligare, l’attenzione prioritaria degli studenti: il luogo (L), punto nodale e imprescindibile della necessità architettonica (ne ho già scritto). Progettare un luogo e rapportarsi al paesaggio pare l’obiettivo principale. “Il più evidente degli elementi costanti in progetti diversi è il prato, che è quasi sempre presente come elemento che definisce il luogo” (p.143): il prato, intendi, metafora della natura. Attenzione però: usando la locuzione necessità dell’architettura spero di non ingenerare equivoci: la necessità dell’architettura comprende anche l’obbligo di non ergersi, in determinate condizioni spaziali, di oikos, precostituite. Il vero architetto deve accorgersi quando lo spirito del luogo (della natura, del paesaggio) non chiama, vuole vivere senza conoscere estranei, nell’intangibilità dell’oikos. Banale questa osservazione? Forse; ma so che oggi ogni architetto pur di realizzare una propria opera non si esimerebbe dal costruirla entro il recinto colonnare berniniano di Piazza San Pietro. Il prato nel progetto sullo spazio delle perdute Halles parigine, con le relative cortine che denomini “sponde” edilizie, rappresenterebbe il modo nuovo di realizzare la piazza nella città contemporanea. Ugualmente nel progetto per la Spreeinsel di Berlino. Due soluzioni chiare. D’altronde l’Explanade fra l’École militaire e la Tour Eiffel, anzi fino al Trocadero valicata la Senna, è lì ad ispirarci una volta decisi a cimentarci con la vastità se non la grandeur. Il tuo progetto parigino è cento volte migliore di quello realizzato (non era difficile, dirai, vista l’offensiva realtà odierna). Il gran prato, il largo canale guidato dalle sponde sicure, se realizzato, i parigini, penso, l’avrebbero accolto bene, magari invitandoti a studiare il problema di indispensabili alberature (dove, come) per ritrovarvisi sotto d’estate e per rendere più parigino il complesso. Tuttavia: perché quella coppia di “torri” (così le chiami) accanto a Saint-Eustache? Perché la volontà di “misurarsi”, e in quel modo, con la chiesa? Con quale diritto decidiamo che vecchi monumenti siano lì in trepida attesa del nostro bisogno di paragone, e della miglior vita che siamo convinti di offrirgli? Giudicherai strana questa mia improvvisa irruzione a causa di un particolare. Ti spiego: temo la diffusione di un bacillo penetrato oggi nell’anima degli architetti: l’ho etichettato desiderio di grattacielo, altresì annidato nelle stanze delle amministrazioni pubbliche, che spinge a infettare molti luoghi del mondo (21). (Annoto appena che non ci si può riparare dietro l’esempio della Tour). Quanto al progetto berlinese e alla giustapposizione del tuo nuovo “castello” all’Altes Museum di Schinkel essendo mediatore il prato: per condividere senza perplessità l’imponenza costituita dal gran corpo centrale dell’edificio padre affiancato dai quattro figli a due a due (tutta la famiglia alta una ventina di piani) non basta ricordare che lì c’era il vecchio castello. Scrivi che “il rapporto [del nuovo fabbricato] con l’Altes Museum ha la stessa importanza che ha avuto per Schinkel il rapporto con il vecchio castello” (p. 149), rapporto che lui ha esercitato con grande modestia. Ma per te il castello era il palazzo e tu potevi fare Schinkel!! 9. La forma disunita. Sei architetti del Novecento A questo punto della lunga lettera tanto lontano dall’inizio dovrei usare il telegrafo, ma potrò usarlo solo in parte perché sono chiamato a ripetermi. • 1 Le Corbusier. Notre Dame du Haut segnerebbe “la separazione fra natura, tecnica e storia” e la sua “forma unica” parrebbe riferirsi “solo alla natura” (p.169). Sento questo capolavoro diversamente. Riguardo al tuo argomentare complessivo delle lezioni per me vale ciò che rivendichi in par- ticolare nella terza ma che sostiene tutto il discorso: il compito della grande architettura è di designare un luogo una volta per sempre (se il luogo chiama): la cappella di Ronchamp l’ha svolto. Perciò non poteva diventare un “prodotto” ripetibile, non un “tipo”. NDdH fu un punto di svolta per il maestro, un impulso decisivo verso l’umanitarismo: raggiunto qui realizzando il tempio in cima alla china dove la natura, la tecnica (con le grandi balene di cemento armato) e la storia (ivi compresa tutta la propria d’architetto e di uomo) si incrociano. • 2 Loos, dici, “ha misurato il suo linguaggio con le forme storiche dell’architettura” (p. 170). Vero, ma appunto per questo in esso è penetrata la natura se è questa l’origine dell’antico monumento eretto. La tecnica, poi, deve vivere dentro l’architettura, esservi intrinseca, non deve essere esibita così da umiliarla nel tecnicismo. • 3 Mies. “Le forme della costruzione e le forme tecniche come forme del suo tempo” (p.170) non le sento estranee al profumo della storia e al retaggio naturale. Cosa è il Seagram-tempio se non l’uno e trino di tecnica storia natura? “Umanesimo e naturalità, questo è il Seagram”, ho scritto (22), sapendo che l’umanesimo ama la storia. So che le connessioni univoche da te istituite relative ai tre maestri non le intendi esclusive; la mia estensione di riferimenti, se così posso esprimermi, sarà per te scontata. Ma resta quel titolo La forma disunita a provocare come un’aporia, quando a me la forma in quei tre maestri suona assolutamente unita (idem a te, mi pare, se considero il contesto didattico complessivo). Circa i tre protagonisti, a tuo giudizio, dell’ultimo terzo del “secolo breve” (Hobsbawn) adotto il puntillismo verbale: • 4 Aldo Rossi (il compagno di comuni battaglie culturali in tempi lontanissimi, l’acuto e generoso critico di opere del terzetto novarese): una nuova classicità; un’alta conoscenza storica della città riversata nella volontà di assegnare un valore universale anche alla singola architettura “piccola” (rivedi in 7.3). E questo soprattutto nel “primo” Rossi). • 5 Frank O’Gehry: “forme organiche” della natura (p. 172)? O forme disorganiche? Del resto la natura è anche caos. Gehry, almeno quanto al Guggenheim di Bilbao di cui presenti uno schizzo, parrebbe propagandare un nuovo espressionismo intenso e provocatorio. Un’opera del monacense Hermann Finsterlin, il modello per un mausoleo, 1919, mi è parsa, vedendone l’immagine, un capostipite del decostruttivo museo (23). • 6 Norman Foster: sorpresa per la tua citazione quale riferimento alla “tecnica e alla sua logica interna” (p.172). Ecco un architetto contemporaneo tipico rappresen- Lodo (Lodovico Meneghetti) Milano, 10 febbraio 2003 Note 1. G. Consonni, Oltre la composizione (recensione al mio: Architettura e paesaggio. Memoria e pensieri) di prossima pubblicazione in “Quaderni” del Dipartimento di progettazione dell’architettura. 2. Ivi. 3. Cfr. il mio Architettura e ..., cit. p. 64. 4. E a Monaco, nello scorcio del secolo quando vi si radunarono fior di artisti il contrario che “ingenui”, la battaglia comune nello Jugendstil non aveva di mira proprio lo storicismo e l’eclettismo? E non c’era quell’eccezionale Atelier Elvira attivo fin dal 1897 per dare alla nuova arte un compito dinamico, non subalterno all’ottocentismo cadaverico? Poi, a continuare l’opposizione, verranno l’espressionismo, Die Brücke, Der Blaue Reiter, ecc. 5. Cfr. A. Loos, Architettura (1910), in Id., Parole nel vuoto (Ins Leere gesprochen. Trotzdem, Herold, Wien-München 1962), Adelphi, Milano 1972, p. 255. 6. Ivi, pp. 253-54. 7. Cfr. ivi, p. 253. 8. Vedi il tuo L’architettura della realtà, da te cit., a p. 12, ma anche il precedente da cui in parte derivato Realtà e storia dell’architettura, Clup, Milano 1977. 9. Unire rappresentatività ed espressione ci rimanda, pare ovvio, a Gaudí. Scrive Lara-Vinca Masini: “La lezione attiva, vitale di Gaudí sta nella sua inesauribile, ansiosa ricerca di espressività, in questo suo aver voluto risolvere, nell’esperienza quotidiana dell’architettura, la funzione rappresentativa dell’architettura stessa”, in L’arte del Novecento. Dall’espressionismo al multimediale. 1, (Giunti, Firenze 1989), L’Espresso, Milano 2003, p. 41. 10. Architettura e …, cit., p. 64. 11. Cfr. J. Schlosser, Xenia. Saggi sulla storia dello stile e del lin- guaggio nell’arte figurativa, Laterza, Bari 1938, pp. 25-26. 12. Architettura e …, cit. p. 98. 13. M. Manieri Elia, L’architettura del dopoguerra in USA, Cappelli, Rocca San Casciano 1966, pp. 4243. 14. G. Veronesi, Une maison de Aalto en Ile de France, in “Zodiac 6”, maggio 1969, pp. 24 e 26. 15. Vedi i miei: Dimensione metropolitana. Contributo a una didattica di storia e progetto del territorio, Clup, Milano 1983; Didattica dei primi anni. Un corso di urbanistica unitario sotto diversi aspetti, in “QD”, n. 5, luglio 1987, pp. 83-92; Paesaggio agrario e periferia metropolitana (con O. Valli), in C. Capurso (a cura di), L’origine, la trasformazione e l’uso del territorio, Cieds, Rozzano 1987, pp. 75-83; Ricerca e progetto nella periferia della metropoli, ed E. Bosio, Progetti di spazi nei margini della metropoli, in “QA”, n. 16, marzo 1984, pp. 154-181; Periphéreia kai Metrópolis. Una lezione semplice, di prossima uscita nei “Quaderni”. 16. Vedi il mio Uno spazio perduto e non ritrovato, prefazione a M. Farina, Sulla mia strada piazze, catalogo della mostra di fotografie, Politecnico Bovisa, 1998, pp. 5-7. 17. Vedi il mio Il progetto urbanistico della residenza a partire dalla questione delle abitazioni, dispensa a.a. 1994-95, Dip. 2, n. 137; in alternativa ridotta Riparliamo di abitazioni?, in “Urbanistica informazioni”, n. 140, marzo-aprile. 1995, pp. 63-68. 18. Mi permetto di ricordare qui la personale esperienza degli anni Cinquanta e Sessanta. Rivendico l’equità fra storia e tecnica delle architetture di allora, specialmente quelle note per le murature di mattoni a vista o per i pannelli prefabbricati su apposito disegno. 19. Cfr J. Hillmann, Politica della bellezza, Moretti&Vitali, Bergamo 1999, p. 67. 20. Cfr. Architettura e ..., cit. pp. 17-18. 21. Ho visto sui giornali alcune soluzioni per la ricostruzione di Ground Zero. Che triste mancanza di idee, che ovvietà a sfornare grattacieli, che gioco di modellini informatici, soprammobili privi di interiorità da ingrandire mille volte (questo principio, G. Z. a parte, nutre oggi tutta l’architettura, specialmente quella di edifici alti e altissimi: l’oggetto studiato e rappresentato in scala 1:1000, 1:500, appunto un soprammobile, diventa, mediante l’impiego delle tecnologie e delle squadriglie monodisciplinari, edificio vero, ma in realtà nonarchitettura, costruzione priva di senso). 22. Architettura e …, cit., p. 95. 23. Vedi in L. Vinca Masini, cit, fig. 288 a p. 116. 24. Cfr. L. Gibello, La ballata delle icone urbane, in “Il giornale dell’architettura”, n. 4, febbraio 2003, p. 13. 1. Lettera ai neolaureati. Professione e progetto nel dopoguerra Premessa Un po’ di storia di una esperienza vissuta in quegli anni, ma che trova riscontri anche oggi, e qualche cosa da dire che la scuola spesso non dice. Nei rapporti cliente, architetto, impresa, prodotto, nel dopoguerra italiano, parlerò per prima cosa del laureando di allora del quale vorrei fare una descrizione, tanto per ricordarlo, così come era. Aveva il vestito un po’ consumato, scarpe Vibram, il più delle volte cravatta a farfalla, come Gropius, perché non si impigliasse nelle righe parallele o nell’allora moderno tecnigrafo. Era armato di Manuale dell’Ingegnere, regolo calcolatore, e Graphos un tiralinee tedesco per inchiostro di china, che non funzionava mai. Pieno di speranze e con grande voglia di emergere. Non sapeva ancora che sarebbe divenuto un protagonista della ricostruzione. La scuola di architettura si svolgeva al vecchio Politecnico, quello di colore grigio con gli obelischi, con gli stessi docenti di ingegneria, con molti esami scientifici non troppo pertinenti, perché insegnati in modo astratto, come chimica e mineralogia. Eravamo in tempo di guerra. Nella piazza Leonardo da Vinci, ora intasata di automobili erano allineate soltanto biciclette. Tanto per raccontarvi il clima di quel periodo, un mio amico studente di ingegneria, in possesso di un giornaletto sovversivo, durante una retata dei fascisti repubblichini al Politecnico, fu costretto a mangiarselo. Per non spaventarvi troppo, dirò che anche il “Corriere della Sera” in quei tempi era formato da un solo foglio di due facciate ripiegate in mezzo. Sulla scuola facevano le picchiate gli aerei da caccia in collaudo che decollavano dall’aeroporto di Taliedo. Questa era l’immagine dell’ambiente del futuro architetto, prima dell’avvento dell’informatica e della politica nel suo lavoro. Ora, i giovani, hanno i capelli rasati a zero, il dolce vita o la camicia nera, scarpe da tempo libero, sono vestiti alla moda proposta dai grandi stilisti. Dopo mezzo secolo cambia il modo di vestire e quello di gestire un progetto. Non sopravvaluto i vecchi tempi e ammiro l’organizzazione degli attuali studi anche se ritengo che sia il singolo Maestro a portare avanti l’architettura. Il grande australiano, che lavora da solo, Glenn Murcutt vincitore del Pritzker Architecture Prize, ce lo insegna. Parlando di edilizia, “l’idea-progetto” è al centro del nostro lavoro. La si può far coagulare in due, tre persone, non di più. Gli altri dello studio possono migliorarlo dal punto di vista tecnologico, ma non concettuale. Ecco perché i giovani guardano con rispetto anche a quanto realizzammo noi. Il grande interesse per le mostre tardive dei lavori di Gigi Caccia Dominioni, a Verona, e di Vico Magistretti, a Genova, lo dimostrano. Il giovane architetto, improvvisatore Appena laureato, uscito dalla Facoltà di Architettura, poteva trovarsi nella felice condizione di progettare e dirigere i lavori di un condominio di 250/350 locali del costo aggiornato di circa 10.000.000 euro o dollari, assumendosi tutte le responsabilità del caso a cominciare da quelle statiche per finire alla ottimizzazione del rapporto tra costi e benefici. Qualcuno,opportunamente, non sentendosi sicuro, rifiutava la D.L. Iasciandola agli ingegneri. I limiti della scuola di Architettura, a parte quelli tecnologici, erano parecchi. Ne citerò solo due. Il primo che non preparava all’approccio economico nei riguardi del progetto; il secondo che non teneva conto del rispetto dell’ambiente, inteso anche solo come rapporto tra una costruzione e l’altra. Ognuno cercò di mettere in risalto la propria capacità di progettazione indipendentemente dal contesto che lo circondava. Il caso più normale era di chiudere, nella cortina prospiciente una via, un vuoto lasciato dalle bombe e chiuderlo in modo originale. Eccezioni a questi lìmiti ce ne furono sia tra i docenti che tra i professionisti. Rogers con Enrico Freyrie, Milano, casa in viale Papiniano/via Calco. 47 Informazione tante, insieme a molti altri, dell’edilizia (nonarchitettura) arrogante, del tecnicismo spropositato inutile, del disprezzo verso la città esistente Inoltre i suoi grattacieli sono del tipo di cui alla nota 21. Eppure, a darmi ragione circa l’assenza della critica architettonica, chi si è sollevato contro il great gherkin (il grande cetriolo), la sede Swiss Re nella city londinese? O il gigantesco idroponico vegetale dovremmo assegnarlo, oltre che alla logica della tecnica, alle buone forme della natura? E il nostro ci riserva altro: vedi il progetto per il centro di Liverpool di fronte alla baia formata dalla foce del Mersey: non lo salva la comune oscenità divisa con le altre tre proposte, di Alsop, Cullinan, Rogers (24). Scusa questa insofferenza avversa a un architetto ritenuto grande. Non sentirti coinvolto per averlo citato. Informazione 48 Enrico Freyrie, Milano, sopralzo in via Appiani. le sue lezioni e la rivista Casabella, e Caccia Dominioni con gli edifici di corso Europa e con Milano San Felice, per primi fiutarono il rispetto dell’ambiente. Appena laureati noi operammo in momenti in cui la città era fortemente distrutta dai bombardamenti e c’era la necessità assoluta di abitazioni (ne mancavano 15.000). Pensate che molte famiglie erano costrette a coabitare, come in Russia. Due famiglie nello stesso appartamento con un unico bagno ed un’unica cucina. I professionisti erano pochi. Gli architetti un centinaio contro gli undicimila di oggi e oberati dal lavoro. Si lavorava però, con fiducia reciproca tra l’architetto e il cliente. Nulla a che fare con il rapporto con i produttori d’oggi, amministratori delegati di finanziarie, o industriali, o sarti illustri, con sedi in tutto il mondo con i quali il contatto avviene mediante la trasmissione di dati e disegni via e-mail e non è facile. Non è facile neppure col cliente privato, spesso con mentalità poco democratica. La composizione tipo dello studio professionale, allora, con qualche eccezione era: • grande capo o grandi capi (due o tre) di cui uno particolarista. (Famosi gli studi associati B.B.P.R, Asnago e Vender, Figini e Pollini, il padre del famoso pianista, Monti G.P.A., Vito e Gustavo Latis, Mangiarotti e Morassutti); • disegnatori, per lo più geometri, ma anche, come dai Monti, ex lattonieri. Piero Monti era un uomo generoso, un giorno si presentò a lui un lattoniere con le mani tagliuzzate per il suo lavoro. Gli propose di divenire disegnatore. Lui accettò subito e per venti anni fu con lui; • segretarie o mogli armate di macchina da scrivere con carta carbone e carta velina che non permettevano di ricavare più di tre copie oltre l’originale. Niente fotocopiatrici o fax. La collaborazione portata dalla moglie poteva dar adito a qualche difficoltà. Mi raccontava l’ing. Castelli, della omonima impresa, che la sua, in una descrizione dei lavori aveva scritto “fornitura e posa di porcelline,” anziché di putrelline, perché non aveva fatto studi specifici. La segretaria induceva a qualche pettegolezzo. Qualcuno dei miei colleghi quando la segretaria era nella sua stanza, accendeva una luce rossa perché nessuno potesse entrare. La letteratura di quegli anni ricorda “veline “ famose e bellissime e visite interessate ai loro capi da parte dei giovani colleghi, con motivi futili; • gli specialisti con i quali collaboravamo erano sostanzialmente solo gli ingegneri calcolatori, i nostri angeli custodi, raramente geologi ed esperti di giardini. Nella mia lunga carriera più di un volta dovetti costruire su terreni infidi, palificandoli. Ripensandoci, come avrò fatto, così inesperto, a rendermene conto? Quasi mai utilizzavamo consulenti come impiantisti, esperti di spazi di prevenzione incendi, di colori, acustici, dell’illuminazione, della qualità, della sicurezza, della accessibilità. Che cosa ci chiedeva il cliente? Prima di tutto, quanto sarebbe costata l’opera e poi l’ammontare della parcella. Successivamente, la data di consegna del lavoro. In via secondaria l’estetica del prodotto, ma a quella supplivamo noi. Adesso è la stessa cosa, ma supportata da ben altri elementi verificabili con penalità ben definite e assicurazioni contro danni ed errori. Per rispondere alle esigenze bisognava saper fare ciò che la scuola ci aveva insegnato solo sommariamente. Dopo aver impostato il progetto si doveva presentare: • un computo metrico estimativo. Quantità e prezzi unitari per le varie categorie; • un programma dei tempi di consegna dei lavori; • una stima del costo del terreno secondo la sua costruibilità; delle opere esterne; degli oneri e allacciamenti; degli interessi bancari; delle parcelle dell’architetto e del calcolatore con il disciplinare d’incarico; delle spese varie, come il servizio vendita, la pubblicità ecc.; degli utili. A questo punto bisognava aggiungere l’I.G.E. (imposta generale entrata) corrispondente alla attuale I.V.A. Da questo derivava il prezzo di vendita a metro quadrato. La prenotazione degli appartamenti in costruzione, molto diffusa in quei tempi, naturalmente, abbassava gli interessi bancari. La collaborazione con pittori e scultori Scultori e pittori furono e sono determinanti per il successo di un lavoro, come avvenne per Le Cor- busier che collaborò con Lipchitz e Léger. Appena dopo il 1947-48, noi giovani frequentavamo con grande interesse le cineteche che proiettavano “La corazzata Potémkin” di Eisenstein e i film francesi di Duvivier, di Marcel Carné e altri registi francesi. Frequentavamo anche il Piccolo Teatro di via Rovello progettato da Rogers e diretto da Strehler e Grassi. Tenevamo riunioni con i pittori e scultori Cassinari e Morlotti,Crippa e Dova,Treccani, Alik Cavaliere, Vedova, Chighine, Sambonet e tanti altri, che ci immersero in una atmosfera particolarmente ricca di risonanze, di rapporti,di ritmi, di luci ed ombre. A Milano qualche architetto riuscì a far collaborare artisti con notevoli risultati. Mi riferisco a Gigi Caccia con Corrado Corradi che gli disegnava i pavimenti in mosaico veneziano, Zanuso e Menghi con Lucio Fontana per il palazzo per uffici in via Senato ed il cinema Arlecchino, e molti altri, compresi i Monti GPA e io stesso con una statua di Cosentino nell’atrio di Via Calco, angolo viale Papiniano. C’è poi un condominio sui Navigli in cui la facciata è percorsa da motivi astratti, credo di Dova. Ma una vera collaborazione in toto non c’è mai stata. Mi viene in mente un magnifico progetto di Burri in Sicilia, a Gibellina. La sommità di una collina rivestita di cemento bianco, lavorata con i cretti riproducenti gli antichi sentieri. Un progetto che tenne conto di due realtà. Quella dei contadini siciliani che, con il sole battente, si accucciano all’ombra come gli arabi. Nel nostro caso dentro i cretti. E poi la similitudine nel progetto con i cretti o fessure o spaccature veri, quelli provocati nei terreni argillosi dalla siccità. Un progetto che quasiasi architetto vorrebbe aver fatto o al quale vorrebbe aver collaborato. Salvatore Fiume progettò, ma poi non fece, una città in Africa, con volumi ad imitazione dei mezzibusti o isole, dei suoi primi quadri. Probabilmente gli mancò il supporto di un architetto e non riuscì nel suo intento. Ceroli realizzò in una chiesa della Costa Smeralda un soffitto pieno di angeli tra le capriate di legno ed una porta-scultura all’ingresso. Andreani a Monterosso, alle Cinque Terre, progettò un club nautico dal quale emergeva, verso il mare, un muscoloso Atlante che reggeva il mondo, una sfera di circa un metro e mezzo di diametro. Ho detto reggeva, perché il mondo cadde sulla spiaggia ed ora non c’è più. Personalmente sono del parere che la collaborazione tra professionisti e altri soggetti come scultori, pittori, registi, compositori musicali, vedi Renzo Piano nei suoi auditori musicali con Berio, porti a migliori risultati per il confronto critico tra i soggetti. Mi stupisce sempre la libertà di questi artisti, maggiore della nostra, per il senso del volume del colore molto spinto. I rapporti con la clientela e la personalità dei clienti I rapporti con la clientela erano, e penso lo siano ancora, facilitati da amicizie, pubbliche relazioni, conoscenze politiche, o direzione di riviste.Tutti i grandi direttori di riviste come Gio Ponti, Rogers, Gregotti ci insegnano quanto sia importante questa esperienza. Cene, spettacoli, estati passate insieme, rendevano e rendono amici i clienti. Anche le amicizie con gli architetti, che dovrebbero essere considerati concorrenti,contano. Infatti, la prima cosa che fa un cliente è chiedere informazioni ad un vostro collega. E i primi clienti sono, generalmente, gli amici. Coltivateli. Fate informazione. Portateli alle mostre di architettura (Triennale, con il nuovo atrio di De Lucchi) o pittura (alla collezione Panza di Biumo vicino a Varese). Fate viaggi mirati in luoghi interessanti come Parigi per vedere gli ultimi interventi, a Londra, a Bilbao, a Barcellona. Per la prima volta ammireranno opere di Jean Nouvel, di Norman Foster, di Herzog e De Meuron, di Calatrava, di O’Gehry. Oppure a Milano, una visita ai negozi dei grandi sarti. Vedranno progetti di Tadao Ando da Armani, di Chipperfield da Dolce e Gabbana, a Lodi una grande opera di Renzo Piano, a Como la sede del giornale “La provincia di Como” di Botta. Raccontate loro cosa è l’architettura e quale architettura è da praticarsi oggi. Istruiteli. Fate con loro i viaggi culturali spesso promossi dagli Ordini o dai Collegi. Guidateli su internet. Le prime volte rifiuteranno tutto, poi se ne innamoreranno. Allora discutete, incoraggiateli a scovare da soli altri interventi. Ma poi entreranno nell’atmosfera e vi daranno l’incarico di realizzare la loro casa, la loro villa, il loro negozio, il loro show-room in modo ben indirizzato. Se avete già costruito opere prime importanti fatele vedere. Per mia esperienza non mostrate mai arredamenti, perché il cliente o meglio nel novanta per cento dei casi la cliente, crede di poter fare da sé. Allora, posta di fronte a un progetto realizzato, non si riconosce in ciò che vorrebbe. Se invece la conducete poco per volta al risultato finale crederà di aver fatto lei il progetto. Mi capitò, ad una inaugurazione di un appartamento in Via Manzoni a Milano, di sentir dire dalla mia cliente, che non mi vedeva perché era di spalle, che l’aveva fatto lei. Io l’avevo progettato firmato, presentato in Comune, fatta la Direzione dei lavori, disegnato i mobili, emesso una giusta parcella. Ma lei diceva quelle cose, convinta. Ci credeva proprio. Un inciso: tanto valore ha il cliente quanto il fornitore. Se non avete esperienza in merito, affiancatevi ad uno studio già in attività per farvi passare l’elenco dei fornitori. Qualcuno mi disse, ma non ci giurerei, che Vico Magistretti, grande designer di mobili con cattedra a Londra, si è stancato di lottare con le signore e non finisce gli appartamenti. Li delega direttamente ai suoi clienti o ad arredatori anche perché una casa deve esprimere la personalità della famiglia che la abita. I produttori di allora erano velocissimi manipolatori di cifre, avevano I rapporti con l’impresa I rapporti con l’Impresa erano continui, direi giornalieri, e difficoltosi. Un’impresa, per funzionare, deve avere buone conoscenze tecniche, una corretta contabilità, un giusto capitale, mezzi edili come gru, scavatrici, autocarri ecc., un servizio acquisti efficiente, fornitori seri, e un facile, diplomatico rapporto con la D.L. All’epoca di cui stiamo parlando, gli autocarri, nei cantieri, erano Dodge a benzina, ex militari senza possibilità di ribaltamento e con portata molto limitata. La sabbia e la ghiaia arrivavano dal Ticino, o su barconi trascinati da cavalli, o trattori, o solo spinti dalla corrente fino alla Darsena di Milano che allora mi pare fosse il settimo porto in Italia per movimento dei materiali. Le comunicazioni con l’impresa avvenivano con la lingua italiana che era spesso contaminata dal milanese. Un mio collaboratore di Curacao (Antille olandesi) aveva imparato ad apostrofare i muratori con “Bulgher” (Bulgari, gente imprecisa), per dar loro una mossa. La cosa mi divertiva molto, essendo lui di lingua madre olandese. Ma chi erano gli impresari tipo? Forzatamente, data la grande richiesta, erano capomastri o capomuratori che facevano il salto di qualità improvvisandosi manager senza strutture e senza capitali e con un bagaglio culturale da quinta elementare. Il loro ufficio era una stanza. Se a fine settimana non arrivava dal cliente l’acconto, i lavori languivano o si fermavano. Qualche volta avevano il figlio laureato ed allora le cose andavano meglio perché il rapporto era più facile. Ma, in fondo, lavoravano bene. Certo non c’è paragone con i cantieri attuali estremamente organizzati e con l’uso di strutture tecnologicamente avanzate allora impossibili da trovare. A distanza di cinquanta anni le costruzioni di questi impresari, anche senza alcuna manutenzione, hanno resistito abbastanza bene al passare del tempo. La qualità nella progettazione La qualità della progettazione dipese dagli insegnamenti del Politecnico, dalla cultura architettonica del progettista direi anche solo cultura soprattutto storica, e dalla abilità innovativa nelle strutture dell’ingegnere calcolatore, oltre che dalla legislazione che dava forma ai manufatti. Devo dire che persone di grande cultura, abituate a vivere in appartamenti o ville storiche, furono molto facilitate nel loro compito. Era giusto progettare nell’alveo della scuola funzionale o razionale? Direi di sì, perché ogni architettura è figlia del suo tempo. Quello che creò forti contrasti ambientali fu il dover costruire proprio tra il già costruito per serrare gli isolati. Farò ora, degli esempi di forme derivate dal Regolamento edilizio. Mi scuso di portare, come esempi, miei progetti a Milano. Farò l’esempio del sopralzo di Via Appiani e degli stabili di via Rubens e Via Calco. In via Appiani il R.E. prescriveva arretramenti. Le forme del primo arretramento sono dovute al R.E e risolte ai lati, con travi a ginocchio. Il legame con la parte neoclassica già esistente lo ricavai progettando il secondo piano del sopralzo con copertura a timpano quando il Post Modern non aveva ancora fatto la sua apparizione. Parlando di strutture, lo stabile di Via Rubens che precede quello di via Papinano angolo via Calco, ne ha una banale. Infatti le mensole di facciata si innestano perpendicolarmente sulle travi che corrono lungo i muri di facciata. Tale soluzione diviene corretta in Papinano progettata insieme ai Monti GPA, dove è perpendicolare ai corpi di fabbrica. La mensola deriva direttamente dalla trave trasversale ed i solai corrono paralleli alla via. Ogni opera si poteva riferire facilmente ad una scuola di progettazione. Oggi le cose sono diverse. Non c’è più una progettazione unitaria Esiste, invece, una dicotomia tra la scuola colta post-razionalista che si allaccia, reinterpretandola, alla tradizione, e quella più libera presente soprattutto alla esposizione Next a Venezia, più difficile per noi da capire ed interpretare benché di grande fascino. Conclusioni Vorrei dire che il mercato edilizio, a differenza di oggi, era sano, onesto e meno politicizzato, ma improvvisato. Pochissimi i concorsi, e naturalmente nessuno tra i privati. Salvo rari casi non c’erano architetti prestati alla politica, né sindaci compiacenti né imprese corrotte, né funzionari disposti a concedere permessi chiedendo tangenti. Va tuttavia detto che la parte buro- 49 Informazione grande intuito, difficoltà a leggere i disegni, attenzione ai costi, soprattutto chiedendo la compressione degli spazi delle piante degli appartamenti. Rifiutavano, per ragioni di spesa, i consulenti, ricercavano imprese le più economiche possibili anche se senza uno staff organico o capitali, con il pericolo dei fallimenti. Il rapporto con loro, dal punto di vista culturale,era difficile. Pensate invece a un rapporto con letterati, musicisti, antiquari, scultori, registi. Quale vantaggio si sarebbe dato al progettista con la loro collaborazione. Chi allora progettò per gli Emiri Arabi fu in seria difficoltà perché con una scuola razionalista povera di composizione e di materiali, non riuscì a proporre progetti adatti alle esigenze fastose di questi clienti. A me chiesero l’arredo di una stanza da letto principesca per il Duca di Spoleto o altro rappresentante del re Vittorio Emanuele III, a Tirana, in Albania. Ne trovai una possibile da Quarti, una vecchia ditta abituata a lavorare per gli architetti accademici, ma il viceré, intelligentemente, non andò mai in Albania e non acquistò la camera. Recentemente il rappresentante di un Emiro mi chiese un arredamento a scatola chiusa, quindi disegnato, fatto realizzare e pagato da me, per spedirlo in Arabia Saudita dove poteva anche essere rifiutato. Vi dirò che non accettai e non me ne pento. Enrico Freyrie, casa in via Calco. cratica era assai inferiore a quella attuale e il lavoro, di conseguenza molto facilitato. Il professionista era il perno di tutto. Teneva i rapporti personalmente, con tutte le parti in gioco. Era un deus ex machina, una figura carismatica con notevole prestigio, tanto che nel film “L’avventura”, di Antonioni, figurava come grande fascinatore anche di donne. Gli ingegneri, che erano surclassati, si presero poi la rivincita come capigruppo di grandi società di ingegneria. Non ho detto, ma non è questa la sede adatta, che furono gli anni della speculazione edilizia che, in qualche modo, ha deturpato la zona centrale di Milano togliendole quel tessuto particolare che prevedeva vie strette di origine medioevale, ma l’affaccio delle case su magnifici, nascosti giardini ora in parte costruiti. Non c’era una facciata e un retro, ma due facciate, una rivolta verso la via e l’altra verso il giardino, e il fianco disadorno era coperto dalla casa che seguiva. A proposito di questo tema riferirò che cosa pensasse Carlo Emilio Gadda delle costruzioni della sua epoca che è molto vicina alla nostra: “Per attingere alla ragione profonda della bruttezza, dividere il mondo in due nella facciata e nel retro, è l’idea fissa di taluni costruttori milanesi. Il lustro della facciata, l’abominazione del retro (...) non una casa fosse pari in altezza alla casa contigua, specie nei nuovi fori e vie nuove (...) I muri scialbati e senza finestre si levassero ovun- que conferendo alla città urbanizzata la sua fisionomia architettonica”. Il sistema verde dentro la cerchia dei Navigli costituito dal Parco, dai Giardini pubblici e da quelli della villa Reale, fu realizzato tra la fine del’700 e il principio dell’800. Nello stesso periodo, sotto gli Austriaci ed i Francesi, la nobiltà milanese realizzò palazzi importanti. Stendhal, innamorato di quella Milano dei primi anni dell’800, godeva i panorami offerti dai Navigli ed i Giardini Pubblici e privati. Le vie Brera, Manzoni, Bigli, Borgonuovo, Gesù, S. Andrea, Cappuccio, la Crocetta e tante altre lasciavano spazi verdi. Purtroppo, in qualche caso, queste aree verdi furono da noi compromesse. Nonostante tutto, in qualche piano di zona e in interventi nel tessuto della vecchia Milano, i nostri colleghi realizzarono cose pregevoli e anche nel campo architettonico non tutto fu da censurare. Architetti come quelli precedentemente citati e tanti altri fanno già parte della storia del razionalismo italiano. Avendo solo ricordato certi amici, mi rendo conto di aver dimenticato Gentili, Bottoni, Mucchi, Gandolfi, Viganò, Diotallevi e Marescotti, Perogalli e Mariani, Ratti e Bacicalupo, Sgrelli, Donatelli, Luigi Moretti, Minoletti, Tilche e tanti altri che pure nella ricostruzione hanno avuto un ruolo molto importante. Enrico Freyrie Milano, marzo 2003 Stampa 50 Rassegna a cura di Manuela Oglialoro Informazione Architettura Architettura nel mondo. Rinascimento italiano (dal “Corriere della Sera” del 20.3.03) Sono parecchi i progetti di italiani inaugurati recentemente che fanno parlare di una sorta di “Italian Renaissance” che porta amministratori pubblici e magnati privati di ogni parte del mondo ad affidarsi sempre più spesso a progettisti italiani. Dall’Inghilterra all’Australia, da Shangai a Lisbona, dall’Etiopia alla Germania una piccola geografia dei progetti made in Italy sparsi per il mondo: Renzo Piano sta lavorando alla London Bridge di Londra, al Museo Klee di Berna, e a Lisbona; Vittorio Gregotti progetta uno stadio in Marocco e due nuove città in Cina, Massimiliano Fuksas sta lavorando al centro esposizioni di Angouleme in Francia, alle Twin Tower di Vienna e ad Hong Kong; altri progetti sono di Mario Bellini in Australia, Guido Canali a Francoforte, Antonio Citterio ad Amburgo, Alessandro Anselmi in Francia, Claudio Lazzarini e Carl Pickering in Francia, Australia e Luigi Caccia Dominioni sta creando una Chiesa per i Padri Salesiani in Etiopia. Brevetti Un brevetto unico per tutta l’Europa. Una trattativa duarata 30 anni. Costi dimezzati per registrare le invenzioni (dal “Corriere della Sera” del 4.3.03) Via libera al “brevetto europeo”. Le imprese grandi e piccole ma anche i ricercatori o semplici cittadini, potranno proteggere invenzioni e nuovi prodotti con una specie di “patente” valida in tutta Europa. Il costo delle pratiche sarà dimezzato. La commissione europea prevede che, con l’unificazione delle procedure, si scenderà fino a 25mila euro. Le nuove regole, però, avranno efficacia non prima del 2010, quando sarà costituita una Corte per la tutela dei brevetti in Lussemburgo, con piena giurisdizione sui contenziosi sorti in tutto il territorio dell’Unione. Edilizia Agli italiani piace la casa ecologica. In vetrina a Bologna le tendenze innovative dell’architettura d’interni (da “Edilizia e Territorio” del 17-22.3.03) Quattro stili di vita rappresentati da quattro prototipi di abitazione allestiti nel cuore della Fiera. Quest’anno “Saiedue Living” mette in vetrina le tendenze più innovative, attraverso la realizzazione di quattro diverse tipologie di case: “la casa del lusso”, “la casa del benessere”, “la casa della seduzione”, e la “casa pied-a-terre”. I quattro prototipi offrono un’anticipazione del futuro prossimo del design abitativo e concretizzano i dati di una ricerca che “Saidue Living” ha commissionato alla società Lexis, che ha esplorato i trend dell’architettura d’interni con metodologie psicolinguistiche, qualitative e quantitative. I risultati mettono in luce che agli italiani piacerebbe vivere in case bio-ecologiche. Debutta in Italia il cemento verde. Ha la proprietà di assorbire il Pm 10 (da “Edilizia e Territorio” del 17-22.3.03) Arriva il cemento “mangia smog”. Prodotto da Italcementi, il cemento modificato con il biossido di titanio, capace di trasformare in composti non nocivi elementi inquinanti come il Pm 10, sarà testato su una strada di Bergamo ripavimentata dalla Magneti. Il monitoraggio dei dati è affidato all’Arpa della Lombardia. Hinterland Monza, l’ex fabbrica diventa “casa ecologica”. Ristrutturati secondo i princìpi della bioarchitettura mille metri quadrati della tessitura Frette (dal “Corriere della Sera” del 7.3.03) L’edificio di 1001 metri quadrati costruito alla fine dell’Ottocento lungo il Lambro, proprio a ridosso del Monastero delle Grazie Vecchie, rappresenta uno degli interventi di restauro più importanti realizzati in Lombardia in base ai princìpi della bioarchitettura. Nei grandi saloni ha trovato posto il centro benessere “Colori di luce” con un ambulatorio medico, negozio, ristorante e sala per concerti e conferenze. L’architetto Carlo Zanella, uno dei curatori del progetto spiega: “Siamo partiti due anni fa con l’analisi dei campi elettrici dell’area e abbiamo trovato una situazione ottima, poi abbiamo fatto studi sull’acqua. La vicinanza del fiume è un elemento molto positivo secondo la filosofia del Feng Shui, ma sull’impianto idrico abbiamo dovuto mettere dei filtri e dispositivi energizzanti per riportare l’acqua di città ad una situazione naturale”. Gorgonzola rifarà il lungonaviglio. Accanto al canale sorgerà una torre con terrazza panoramica (da “Italia Oggi” del 19.3.03) Il concorso per la sistemazione di spazi pubblici in due ambiti urbani a Gorgonzola, bandito dall’Amministrazione comunale, chiedeva idee per interventi da attuare, secondo le previsioni di piani particolareggiati, in un’area industriale centrale dismessa e lungo il Vicolo Corridoni, posto lungo il Naviglio Martesana. Nel primo caso l’elemento centrale è la creazione di una nuova piazza, e nel secondo l’elemento di novità è la ridefinizione degli spazi aggettanti sul lungonaviglio. Infrastrutture Milano-Treviglio, via al raddoppio della linea. Accordo Regione-Ferrovie: verranno abbattute le 28 palazzine di Vignate che sorgono sul tracciato (dal “Corriere della Sera” del 22.2.03) Dopo trentatré anni di attesa, sta per aprire il cantiere per il quadruplicamento della linea ferroviaria Milano-Treviglio. La Regione lo ha annunciato: “Entro aprile prenderanno il via i lavori – ha dichiarato l’assessore alle Infrastrutture e alla Mobilità, Massimo Corsaro – che si concluderanno nel dicembre 2005.” Il cantiere procederà per lotti, secondo un piano di lavori da definire, lungo i 22,5 chilometri che separano Milano da Treviglio. Milano Variante al P.R.G. su 270mila mq “bombardati” (da “Edilizia e Territorio” del 10-15.2.03) In pieno centro a Milano ci sono ancora zone che mostrano i segni dei bombardamenti subiti dalla città nella seconda guerra mondiale. La Variante al Prg approvata in via definitiva dal Consiglio comunale del capoluogo lombardo il 3 febbraio (dopo l’adozione nel marzo 2001), mette le basi per il recupero di 270mila metri quadrati di queste aree. La variante interviene risolvendo un problema lasciato aperto nel 1980 dal Piano regolatore, che prevedeva un lungo iter burocratico con programmi di inquadramento e successivi Piani particolareggiati per quelle zone denominate B2, tra cui appunto l’area in questione che comprende una superficie di 270.000 mq circa, e che va da via Torino ai dintorni dell’Università Cattolica (in particolare lo slargo delle Cinque Vie, via Gorani-Brisa, via Torino-Palla-Lupetta, via Zecca Vecchia). Milano ridisegna le aree degradate. Raffica di varianti al P.R.G. del 1980 sulle zone storiche B2 (950 ettari) (da “Edilizia e Territorio” del 24.2 - 1.3.03) Il Comune di Milano ha come obiettivo per il 2003 di recuperare e riqualificare le sue zone storiche degradate, le zone denominate B2, e lo fa attraverso una serie di va- rianti al Piano regolatore. Si tratta di 147 aree, diffuse in ordine sparso per tutto il territorio del capoluogo lombardo che complessivamente occupano 950 ettari e che rivestono notevole importanza storica per la persenza di resti romani, antiche cascine, facciate ottocentesche, ricordi del periodo fascista, ruderi dei bombardamenti del 194344. Sono zone con una forte identità storica, con una proprietà molto frammentata e soprattutto in stato di abbandono. Un insieme eterogeneo, il cui denominatore comune è dato da motivi storici a cui si affiancano i borghi esterni alle mura spagnole, i nuclei rurali di antica formazione e anche quei tessuti a carattere misto formatisi in età più recenti. A oltre vent’anni dall’adozione del P.R.G., ancora 19 zone B2 non hanno il P.I.O. approvato, quindi il 13% delle zone di recupero è senza un vero regime urbanistico. Progetti Un centro per ricerca alla Fiera. Gae Aulenti: giusto liberare l’area ma le Palazzine Liberty vanno conservate (dal “Corriere della Sera” del 22.2.03) Nel 2005 la Fiera se ne andrà a Rho-Pero, non prima di aver venduto l’area della vecchia Fiera. Ci sono 440.000 metri quadri da riattribuire, dei quali 180.000 resteranno alla Fiera. I restanti, 130.000 metri quadrati saranno a verde e 130.000 ripartiti tra residenze e servizi. Nuove torri, la gara finisce tra gli insulti. Scontro tra i finalisti per la ricostruzione del World Trade Center. L’accusa: “idea stalinista”. La replica: “inno alla morte” (dal “Corriere della Sera” del 26.2.03) Era iniziata come la sfida architettonica, urbanistica e culturale del secolo: i 407 migliori studi d’architettura del mondo in gara tra loro per il privilegio di ridisegnare - anche gratis – le torri di New York distrutte dall’attentato dell’11 settembre 2001. Ma a pochi metri dal traguardo la nobile gara si è impantanata nel fango. I due finalisti si sono lanciati delle accuse a vicenda: Libeskind, il cui elaborato “Gardens of the world” sarebbe in vantaggio, ha denigrato il progetto dello studio VinolySchwartz, “Think”, definendolo “due scheletri protesi nel cielo”. In risposta il progetto Libeskind è stato definito “un edificio staliniano nel cuore di una capitale dell’Europa comunista ai tempi della cortina di ferro”. a cura di Antonio Borghi La nuova alba di Milano “La pubblicità è l’anima del commercio e pretendere di farne a meno equivarrebbe a voler abolire il tempo buttando via gli orologi” (Henry Ford). Se ne sono accorte anche le nostre città inaugurando una nuova stagione di marketing territoriale che per altro, sotto forme diverse, è sempre esistito. Per definire meglio questo ambito citiamo Boris Podrecca che sul “Corriere della Sera” del 19 febbraio rispondeva ad alcune domande di Pierluigi Panza: “Quali sono i limiti del marketing in architettura?”. “Noi viviamo il passaggio tra era meccanica ed era liquida, telematica. Questa nuova era lavora con un marchio, con una identità artificiale. È una cultura del commento, e anche la città diventa commento. Ma questo valore dell’interpretazione è ormai la nostra realtà, la nostra posizione. E anche la città si deve vendere come immagine. Ma ciò va coniugato alla costruzione fisica della città, che non deve rimanere solo ‘marchio’. Non dobbiamo costruire Las Vegas in tutto il mondo, ma coniugare una spina dorsale fisica-animale del territorio alla sua promozione”. L’occasione per l’intervista era data dalla fiera Progetto città, seconda mostra dell’Architettura, dell’Urbanistica, delle Tecnologie e dei Servizi per lo Sviluppo del Territorio, organizzata da Gestione Fiere, società del gruppo Compagnia delle Opere. Una manifestazione molto ampia e interessante, l’occasione per vedere tutti in una volta i maggiori progetti urbani che insistono sull’area milanese a Rogoredo, Rho-Pero, Bovisa, Bicocca, nelle aree Falck come in quelle del Sieroterapico e in quelle della Fiera, a Porta Vittoria, in viale Bodio, IULM, Bocconi, eccetera. Sullo sfondo di questi grandi pro- getti, presentati con professionalità e dispiego di mezzi dai rispettivi developer, i timidi sforzi delle amministrazioni locali di tenerli insieme: qua una quota di edilizia convenzionata e là un parco urbano con asilo, per dare almeno l’impressione che ci sia un governo di queste trasformazioni di cui il capitale privato è il motore immobile. Oltre alla Fiera nei primi mesi dell’anno si è dato un fiorire di pubblicazioni dedicate a Milano che ho sfogliato trovando molti spunti interessanti. In concomitanza con una mostra all’Urban Center è stata presentata fuoricentro milano itinerari d’architettura, pubblicazione dedicata ai quartieri Isola, Bicocca, Niguarda e Bruzzano. Si tratta di un censimento del tessuto edilizio e di alcune emergenze architettoniche, una iniziativa senz’altro lodevole, con due vistose lacune. Una è l’assenza di disegni, delle planimetrie che permetterebbero di comprendere meglio i rapporti tra gli edifici e gli spazi circostanti. L’altra è la sconcertante nota introduttiva di Carlo Castellaneta. “Per quasi mezzo secolo, dalla fine della guerra agli anni Novanta, le nostre periferie sono rimaste immutate, suburbi fumiganti di ciminiere, campi agricoli abbandonati a se stessi, fabbriche cinte da alti muraglioni, cancelli da cui entravano o uscivano, dall’alba al tramonto, solitari operai in bicicletta come nei quadri di Mario Sironi. Nessuno prima d’ora si era dedicato a un’analisi sistematica della periferia nord di Milano sotto il profilo architettonico (…). La ragione sta nel fatto che la periferia ha subito dal dopoguerra a oggi un progressivo disinteresse da parte dei cittadini e delle istituzioni, che l’ha condannata a una crescita casuale e disordinata, favorendo sempre più lo sviluppo monocentrico della metropoli.” Letto questo non si può leggere oltre e si è tentati di riporre il libro nel contenitore per la raccolta dif- Piazza Duca D’Aosta, Milano (foto: A. Borghi). ferenziata, ma sfogliandolo vi si trovano anche molte fotografie e notizie utili per una visita ai quartieri, per cui vale la pena tenerlo. Un’altra iniziativa dedicata alla nostra città è Quartieri Milano, anch’essa una mostra e una pubblicazione, che testimoniano di una stagione straordinaria delle periferie milanesi. “I quartieri pubblici realizzati a Milano negli anni Cinquanta nell’ambito del programma INA Casa o dallo IACP, trattandosi di progetti quasi ideologici, suscitano differenti livelli di interesse: per quello che hanno rappresentato nella storia delle idee di città in un periodo storico eccezionale per Milano e l’Italia in generale, ma soprattutto per quello che sono materialmente oggi, per come hanno espresso e tradotto in forme una carica innovativa affrontando una riflessione sulla dimensione dell’abitare che oggi appare dimenticata”. La mostra, curata e prodotta dal Gruppo A12, è supportata da un buon apparato critico e riesce ad andare al di là della catalogazione istituendo un rapporto diretto con la Milano di oggi. “I quartieri esplorati in questo progetto, non più avamposti di una colonizzazione civile dei margini della città ma già inglobati in un vasto territorio esteso caratterizzato da una urbanizzazione debole e diffusa, materializzano una serie di valori alternativi a quelli propri dello sviluppo urbano attuale”. A questo proposito nella pubblicazione troviamo un lucido e spietato contributo di Paolo Fareri: “Al confronto con quel periodo, le realizzazioni in corso oggi a Milano invitano a qualche riflessione. Parti importanti della città si sono tradotte in un modello replicato case più uffici più supermercato che appare al tempo stesso qualitativamente debole, incapace di leggere le risorse che quei luoghi offrono e di interpretare uno scenario di sviluppo futuro fuori da una logica puramente quantitativa. Il segno più forte di questi interventi finisce per essere il mar- chio di una catena di distribuzione: siamo a Milanolunga. Di fronte alla povertà progettuale di oggi è utile chiedersi cosa possiamo imparare dall’esperienza di allora”. Piazze per Milano è invece il titolo della documentazione edita dal gruppo editoriale Il Sole24Ore e curata da Comune di Milano, Assessorato Lavori Pubblici, Assessorato Sviluppo del Territorio, Ufficio Concorsi di Progettazione e In/Arch. All’interno troviamo anche contributi di autorevoli firme, in breve la classica montagna che ha partorito otto topolini, i progetti vincitori dei concorsi sulle piazze di periferia, cinque del duemila e tre dello scorso anno, iniziativa meritevole e progetti per la maggior parte dignitosi che testimoniano di quanta strada ci sia ancora da fare per raggiungere l’eccellenza, perché, come afferma Italo Rota nell’intervista di Pierluigi Salvadeo “Il concorso è l’ultimo atto di un iter complesso che potremmo definire anch’esso progettuale. I primi attori e le prime decisioni sono come sempre di natura politica, tecnica ed economica e analogamente al progetto di architettura prevedono la messa in atto di strategie funzionali alla riuscita del concorso. Lo strumento del concorso è pertanto interessante, ma bisogna che esso sia ben organizzato e ben preparato. (…) Le città europee economicamente e culturalmente più avanzate hanno saputo da tempo darsi l’organizzazione necessaria, hanno prodotto i piani per gli investimenti e nominato gli urban manager capaci di mettere in atto strategie e procedure”. Un ultimo cenno e nulla più merita la raccolta di immagini pubblicata dalla Fondazione Trussardi Panorama Milano, a cura di Massimiliano Gioni. Il libricino è in distribuzione gratuita presso il bookshop di Marino alla Scala e si definisce con involontaria comicità Un’antologia di sguardi: geografia del presente e mappa della memoria. 51 Informazione Riletture