Il welfare tra scambio politico, clientelismo e voto di scambio di Valentina De Luca* XXIX Convegno SISP Università della Calabria, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali - Arcavacata di Rende (Cosenza) 10 - 12 settembre 2015 * Dottoranda di ricerca Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali UNICAL [email protected] 1. Introduzione I sistemi politici democratici sono esposti a varie pratiche di ricerca del consenso elettorale. La distribuzione di benefici e incentivi materiali tanto secondo logiche a carattere universalistico (a tutti i cittadini), quanto collettivo ma categoriale (a classi o gruppi determinati) o anche selettivo, individualistico e particolaristico, solo per accennare a possibili tipologizzazioni, ne rappresenta una. La circostanza per cui “un soggetto politico il quale ha beni da distribuire è pronto a scambiarli col consenso che un altro soggetto è in grado di dare o ritirare” (Pizzorno, 1993: 204) di certo non è estranea alla costituzione dei sistemi di welfare. Le politiche pubbliche non sono mai ‘neutre’ e tanto meno lo sono quelle sociali. Al contrario, queste, non rappresentando solo l’oggetto di un’attività politica, istituzionale e di governo ma costituendo un campo specifico di interazione tra Stato e cittadinanza sono un terreno, forse privilegiato, degli scambi politico-elettorali. Di fatti, che le politiche sociali siano molto significative in termini di consenso politico, è questione comune a tutti i Paesi che hanno sviluppato sistemi di welfare importanti. Pure la manipolazione a scopi elettorali delle prestazioni sociali lo è. Non di meno però, il rapporto tra cittadini e spazio pubblico, così come fra potere pubblico e individui e tra questi e istituzioni, partiti politici e welfare state (come insieme di diritti, doveri, risorse) assume tratti concreti molteplici e peculiari. Lo sviluppo e il consolidamento dei sistemi di welfare state si è definito all’interno dei (ed in interazione con i) processi di modernizzazione economica, politica e sociale occidentali ed è in relazione al farsi di questi processi, date condizioni di contesto preesistenti ed esiti variabili, che si configurano differenti rapporti tra istituzioni, diritti, politica, società. Varie sono dunque le forme, i significati e i farsi concreti della politica, cosi come differentemente scritte, attuate e fruite sono le politiche e variamente gestita è la significatività che, le politiche di welfare, hanno ai fini di consenso. Infine, le stesse “modalità attraverso cui si realizzano i singoli welfare state e il contenuto specifico dei diritti sociali che garantiscono, costruiscono modelli di cittadinanza diversi” (Saraceno, 2014: 910). È dunque interessante guardare ai complessi legami tra stato, diritti e cittadinanza, al configurarsi dei rapporti tra politica, welfare e società. Questo a maggior ragione se, come in Italia, serve a meglio comprendere alcune caratteristiche degli stessi sistemi di welfare. Il modello di stato sociale italiano può essere studiato in relazione a come le forme di scambio in politica si sono declinate, tanto nel contesto socio-economico, istituzionale, politico e partitico nazionale che nei differenti contesti locali, influenzando i processi di definizione e fruizione delle politiche di welfare. La creazione di un ‘political welfare market’, incentrato sulla distribuzione categoriale di risorse in cambio di consenso politico, non è una peculiarità italiana ma ha assunto in Italia, durante tutto il periodo storico della cosiddetta Prima Repubblica, tratti peculiari. Diversi fra i più importanti studiosi italiani di politiche sociali (Castellino, 1976; Ascoli, 1984; Ranci, 2004; Ferrera, 2012) hanno sottolineato che l’'uso smodato' della legislazione sociale nella competizione elettorale si è spesso tradotto in una subordinazione dei meccanismi di funzionamento del welfare alle logiche dello scambio politico elettorale. Peculiari sono state le dinamiche dello scambio politico attorno al welfare che si è contraddistinto per la poca trasparenza e la difficoltà ad individuare con chiarezza gli estremi del contraccambio e la posta in gioco, condizione, questa, che ha permesso di eludere le esigenze di responsabilità, sostenibilità, programmazione delle politiche. Anche per queste ragioni il welfare italiano si è definito come una variante debole del modello continentale occupazionale: esasperatamente frammentato e categoriale ma pure scarsamente imparziale. Un sistema distorto, 1 poco equo e poco efficiente dal punto di vista funzionale e distributivo (Ferrera, 1984), centrato sulle prestazioni monetarie e non sui servizi, squilibrato e insostenibile dal punto di vista finanziario. Ma è corretto parlare di un unico modello di welfare nazionale? Non del tutto, dato che, nel mezzogiorno d’Italia, dove la clientela contribuì a caratterizzare i processi di modernizzazione politica, si consolidò, nei fatti, una ‘variante clientelare’ del sistema di welfare particolaristico nazionale. Un sistema di welfare, con un settore dei servizi residuale, centrato sull’attribuzione particolaristica e non imparziale di benefici concessi ai singoli in quanto tali e sulla personalizzazione del consenso dato e ottenuto. Il sistema clientelare ha potuto definirsi, nel corso dei processi di modernizzazione del Mezzogiorno, come sistema centrale di regolazione sociale dei mutamenti, il che gli permise di influenzarli nelle forme, nei modi e nei contenuti. In particolare, nel Mezzogiorno, la clientela ha contribuito a caratterizzare il sistema politico giocando un ruolo chiave in termini di condizionamento e spesso sostituzione dello stesso (Fantozzi, 1993) il che ha comportato una trasposizione sul piano politico, nel sistema politico, dei bisogni riproduttivi e dei meccanismi di funzionamento della relazione clientelare ed un'incorporazione, nel welfare, delle esigenze di scambio tra patroni e clienti. Lo scambio clientelare ha rappresentato per molti cittadini meridionali un sistema efficace al fine di reperire risorse e per questo, una strategia d’azione coerente con il contesto economico, sociale e culturale e sostanzialmente utile (Piselli, 2001). Il welfare è stato una fonte essenziale al fine di reperire quei beni che allo scambio erano necessari. Le scelte politiche alla base dell’edificazione del sistema italiano di previdenza e assistenza sociale, contribuendo a caratterizzarlo come frammentato e particolaristico, consentirono e forse favorirono, in un contesto caratterizzato da marginalità economica, legalità debole e pubblica amministrazione permeabile, questa rifunzionalizzazione delle relazioni di scambio clientelare al suo interno. Soprattutto però, la pratica della distribuzione e dell’accesso clientelare a queste risorse pubbliche, radicatasi in particolar modo nel Mezzogiorno, è stata legittimata e tollerata anche perché portatrice di un senso complessivo per il sistema nazionale: politicamente ‘utile’, apparentemente sostenibile nel breve periodo dal punto di vista economico, ‘socialmente desiderata’ perché palliativa dei disequilibri causati dal divario economico nord-sud. 2. Uno sguardo al passato: indennità previdenziali agricole e clientelismo politico nel mezzogiorno d’Italia. Nelle regioni meridionali e segnatamente in Calabria, la pratica di utilizzare prestazioni previdenziali ed assistenziali come risorsa all’interno di relazioni di scambio di natura clientelare, ha assunto, durante tutti gli anni della cd. Prima Repubblica, una dimensione sistemica. In particolar modo le indennità previdenziali a tutela del lavoratore agricolo dipendente sono state oggetto di una attività di distribuzione quasi indiscriminata e, soprattutto, distorta perché ripiegata in senso particolaristico e clientelare. La previdenza sociale agricola ha acquisito, soprattutto negli anni ’60 e ’70, una significatività politica, economica e sociale che, chiaramente, non gli è del tutto propria. ‘Dall’alto’, nel momento della formulazione normativa, il settore previdenziale agricolo veniva disciplinato al fine di consentirne (più o meno manifestatamente) il suo utilizzo come strumento distributivo e assistenziale per le aree del Mezzogiorno. ‘Dal basso’, nelle pratiche di gestione e nelle modalità di fruizione delle risorse, la previdenza sociale agricola, diveniva oggetto di una manipolazione delle regole ampliamente tollerata. 2 Percepire le prestazioni di disoccupazione, maternità, malattia formalmente riservate alla categoria dei braccianti agricoli (e al compimento di dati requisiti) anche qualora le indennità, a rigore e formalmente, non dovessero spettare era, a parere degli intervistati1: “una cosa quasi ‘totale’, normale, diffusissima’” Sindacalista 2 che configurava la percezione delle indennità previdenziali come fosse, “un diritto acquisito da tutti” Sindacalista 3. Così, attraverso la previdenza sociale agricola si realizzava un imponente (quanto improprio) trasferimento di reddito sotto forma assistenziale, una implicita e mascherata politica dei redditi che dava sostegno economico a migliaia di persone spesso (ma non sempre) di fatto disoccupate o precarie. Il ‘come’, è noto: lavorare in agricoltura per un certo numero di giornate consentiva (e consente) di ottenere le indennità previdenziali di disoccupazione, malattia ed eventualmente di maternità. Nel corso degli anni’60, ’70, ’80, tramite assunzioni fittizie o, più spesso, attribuendo al lavoratore un numero di giornate di lavoro non fedelmente rispecchiante la realtà o ancora, contrattualizzando parenti e amici (e scambiandosi ‘il favore’ tra vicini), un’ importante quota di popolazione rurale otteneva l’accesso alle prestazioni. Oltretutto, dai primi anni ‘60 e sostanzialmente fino al 1985, una quota (maggioritaria) di bracciantato agricolo meridionale non aveva necessità, al fine di percepire le indennità previdenziali, di soddisfare il requisito legato al numero di giornate agricole lavorate: è la nota vicenda degli elenchi a validità prorogata2. Elenchi di lavoratori agricoli che, come racconta un ex dispendente SCAU3 poi ispettore INPS, da poco in pensione: “a Rossano venivano chiamati gergalmente ‘u rollu’, cioè ‘u munzieddru’, il mucchio, per indicare che era una ammucchiata di gente, che c’erano i nomi di chiunque”. Ispettore INPS 1 1 Il materiale qui presentato è parte di un più ampio lavoro di ricerca dottorale. Le dichiarazioni riportate sono contenute nelle diverse interviste semistrutturate che sono state rivolte, dopo aver effettuato un campionamento a scelta ragionata, ad attori chiave del sistema (politici, rappresentanti sindacali, magistrati, dipendenti INPS, ispettori di vigilanza INPS, braccianti agricoli, medici). In particolare alcuni di essi sono stati scelti per la loro conoscenza storica dei fatti oggetto di studio, altri, per via del loro attuale coinvolgimento professionale o personale diretto nelle questioni che qui interessano. 2 La prima previsione legislativa dei cosiddetti elenchi a validità prorogata è contenuta nella Legge 322 del 1963. Questa normativa si proponeva di tamponare la situazione di vuoto che si era venuta a creare a seguito della Sentenza della Corte Costituzionale N°65 del 1962 (che dichiarò l'illegittimità del sistema presuntivo di accertamento contributivo di cui agli Art. 4 e 5 del RD 1949 del 1940, rimasto ancora all'inizio degli anni ’60, il principale metodo di verifica contributiva in campo agricolo nel Mezzogiorno). L’Art. 1 della Legge 322/1963 sanciva che “nelle Province in cui, alla data del 25 giugno 1962, era in vigore il sistema di accertamento dei contributi agricoli unificati basato sull'impiego medio presunto di manodopera per ettaro-coltura, gli elenchi nominativi dei lavoratori in vigore dovessero costituire, sino alla fine dell'annata agraria 1964-65 e salvo nuova diversa disciplina legislativa della materia, titolo valido per il conseguimento da parte dei lavoratori, alle prestazioni”. Questo comportava che tutti gli iscritti negli elenchi agricoli validi nel 1962 erano nella possibilità di mantenere le posizioni previdenziali relative all'annata 1960/1961 ottenendo dunque, le dovute indennità al di là della dimostrazione effettiva del lavoro agricolo reso e in maniera svincolata dai relativi versamenti contributivi. Il dato singolare si rileva non tanto nella prima previsione normativa e cioè nel fatto che in via eccezionale alcuni operai agricoli non avessero necessità di certificare giornate lavorative al fine di ricevere le prestazioni nella misura prevista per la categoria di appartenenza ma nel fatto che, questa misura transitoria, sia stata sostanzialmente confermata (attraverso successive e continue proroghe) fino al 1983, quando, la Legge 638, sancì la cessazione di ogni effettività del regime di iscrizione negli elenchi a validità prorogata a partire dal 31- 12-1985. 3 Lo SCAU, Servizio Contributi Agricoli Unificati, è un ente pubblico istituito nel 1941 e soppresso 1994 (Legge 724, art. 19). Le sue competenze sono state interamente attribuite all’INPS a partire dal 1 luglio 1995. 3 Si trattava, a parere degli intervistati, di una manipolazione delle regole d’accesso alle prestazioni tollerabile perché coinvolgeva, in genere, la fascia più debole della popolazione, gente che aveva comunque ‘a che fare’ con la terra: “era questione di versare i contributi alla parentela, di fare scambi di assunzioni. Il proprietario, il capofamiglia, il padre, il nonno, coltivavano davvero il piccolo terreno e poi ‘versavano’ le giornate alle mogli, ai nipoti. Era anche un modo per far prendere la pensione. Non solo era tollerabile, forse addirittura aveva elementi condivisibili, data la povertà generale del territorio” Sindacalista 4. La fruizione di prestazioni previdenziali agricole (e la loro utilizzazione come moneta di scambio politico-clientelare) era una pratica piuttosto condivisa sul piano sociale e legittimata, almeno in parte, anche sul piano politico-istituzionale. La pressoché totale assenza di controlli lo testimonia e, secondo gli intervistati, sottendeva una vera e propria scelta politica. L’utilizzazione impropria delle politiche previdenziali in agricoltura serviva a sostenere ed integrare redditi, di per se insufficienti, nelle aree di ‘irrisolvibile’ ristagno economico e disagio occupazionale del Mezzogiorno: “in passato c’erano molte persone a prendere le indennità, magari non tutte realmente operai agricoli…ma c’era un accordo tra tutti: tra le istituzioni, lo Stato, gli organi di controllo eccetera. Era una formula assistenziale”. Ispettore 1 Secondo uno dei responsabili della federazione sindacale agricola FLAI, CGIL di Corigliano Calabro: “la manica del legislatore e del pagatore è stata molto, molto larga. Era un’altra Italia, c’era stato il boom, c’erano risorse per tutti, ed era un altro Sud, con gente davvero povera. Forse anche per questo le istituzioni hanno lasciato correre, la percezione indebita era tollerata, molto tollerata, c’era anche una scelta politica chiara in questo” Sindacalista 4. L’accessibilità ‘a maglie larghe’ dei benefici previdenziali agricoli poteva dirsi, secondo molti, compensativa dei tanti diritti che lo Stato non era in grado di garantire ai suoi cittadini. È chiaro che, questo scollamento tra le politiche formali e le funzioni manifeste delle stesse e la loro utilizzazione concreta trovava, già a monte, nella fase di produzione delle politiche, una legittimazione latente. Altrettanto palese è che si nutriva della estrema frammentarietà e precarietà organizzativa del sistema4. Spesse volte, in sostanza, le norme che regolavano l’accesso alle prestazioni previdenziali agricole si qualificavano come ‘norme d’evasione’ (Sgroi, 1996) ed, anche per questo, l’utilizzazione impropria e clientelare delle prestazioni, in genere, riusciva a non ricadere nell’illegalità. A gestire l’accesso alle prestazioni erano designati, a diverso titolo, numerosi attori 4 Il sistema previdenziale e del lavoro agricolo era organizzato in maniera macchinosa e frammentaria. Basti pensare che erano fra loro disconnesse le attività di riscossione e verifica contributiva (attribuite allo SCAU), quelle di collocamento (spettanti agli Uffici di collocamento e per certi aspetti, alle Commissioni agricole Comunali), quelle di verifica dei requisiti d’accesso ai benefici previdenziali (attribuite alle Commissioni comunali e allo SCAU che esercitava un controllo di legittimità), quelle di erogazione del beneficio (INPS). 4 istituzionali. Una pletora di intermediari, ciascuno dei quali, da una posizione privilegiata poteva ‘concedere’ le indennità come si trattasse di un favore, di una risorsa personale elargita anche qualora, del tutto o in parte, non fosse dovuta. La distribuzione di sussidi e indennità diveniva così mezzo di costruzione e di consolidamento del consenso elettorale secondo modalità tipicamente clientelari. Al fine di ottenere i benefici previdenziali si faceva ricorso a legami di solidarietà di tipo parentale ed amicale. Soprattutto, vista la disciplina organizzativa del sistema previdenziale agricolo e di quello di collocamento, era indispensabile ricorrere alla mediazione e all’aiuto di una pluralità di attori (i proprietari terrieri, i responsabili dei servizi di collocamento pubblico, i membri delle Commissioni agricole comunali, i dipendenti dei patronati, dello SCAU e dell’INPS, i medici di base). In questo modo, il controllo dei sistema (di una parte di esso o di una tappa del percorso) diveniva importante fonte di un potere clientelare che poteva anche essere gestito secondo logiche categoriali e di appartenenza politica. Come racconta, intervistato, un dipendente INPS, avvocato e membro sindacale, ora in pensione: “tu avevi necessità dell’amicizia di qualcuno che poteva intervenire. Questi avevano una certa colorazione politica che poi veniva fatta pesare, eccome! alle elezioni. (…) Per quanto riguarda il clientelismo, nei fatti permeava l’intero sistema. Da quando mi affacciavo per la prima volta al mercato del lavoro, che dovevo farmi il libretto, a quando poi mi mettevo negli elenchi dei lavoratori agricoli, fino a che poi venivo avviato, infine andavo dal medico. Insomma se io ero pronto alle chiamate del collocatore o del sindacalista o del sindaco per votare o anche per manifestare potevo stare tranquillo”. Significativo anche quanto afferma un ex dipendente dello Servizio Contributi Agricoli Unificati, poi ispettore INPS: “I collocatori erano un centro di potere tipico della Democrazia Cristiana e lo SCAU era un carrozzone che serviva per raccogliere voti (…). Questa previdenza sociale a pioggia era nei fatti un modo per garantirsi dei consensi, per incanalarli. Ne giovavano non solo un partito politico ma un po’ tutti a livello di rappresentanza e di forza”. Ispettore 1 Nelle parole di un sindacalista, allora membro delle Commissioni agricole Provinciali: “ognuno aveva i suoi e si creavano accordi clientelari: io ne metto (ndr. negli elenchi degli ammessi a godere dei benefici previdenziali) due-tre dei miei; tu due- tre dei tuoi. (…) L’attività patronale nella gestione dei rapporti dei lavoratori con gli enti previdenziali rappresentava una cinghia di trasmissione notevole per il consenso”5. Sindacalista 3 Le relazioni clientelari che si sostanziavano attraverso uno scambio di risorse di welfare contro consenso sociale e politico apparivano come dotate di stabilità e legittimità interna: forse perché ancora dotate di un contenuto di appartenenza e reciprocità, oltre che di razionalità di scopo; forse perché il sistema funzionava ‘senza intoppi’ in presenza di un ingente e stabile flusso di risorse da distribuire. In ogni caso, assai spesso, la relazione politico-elettorale fondata su voto utile contro consenso utile si nutriva di questa capacità di distribuire a masse di clienti risorse di welfare. 5 Sulla questione di come, gestire le pratiche di accesso alla previdenza sociale agricola, avesse inciso fortemente, in particolar modo nella decade dei ’70, sui tassi di sindacalizzazione e sulle dinamiche della rappresentanza sindacale si veda Fantozzi (1993) e Pugliese (1984). 5 Questa rete di relazioni di scambio clientelare contribuiva fortemente a modellare gli assetti della rappresentanza politica e sindacale meridionale. Il ‘welfare clientelare’ fu una risorsa di consenso per la politica meridionale e per la politica nazionale. I rapporti di scambio patrono-cliente erano per lo più agganciati alle logiche di funzionamento e alle esigenze di consenso dei più ampi contesti politici e partitici nazionali. Lo scambio clientelare nel welfare vedeva coinvolte forze politiche e sociali diverse ed era connotato contemporaneamente da elementi di personalismo e di categorialità: “in passato succedeva che le persone che avevano poco e niente avevano la possibilità di ricevere qualche soldo di previdenza sociale e che i collocatori o i sindacalisti facevano riferimento ad alcuni politici e partiti. Non è che si compravano pacchetti di giornate di lavoro, era clientelismo inteso proprio come scambio di favori e di voti, attraverso la figura del collocatore e delle commissioni”. Ispettore 1 Nel contesto sociale, economico e politico dell’Italia della Prima Repubblica, lo scambio clientelare, ha rappresentato una strategia con una sua logica che, integrata sistemicamente, è sembrata un’opzione efficace per gli individui a effetto di ottenere risorse e ha funzionato come sistema di organizzazione stabile del consenso politico e di mediazione dei rapporti tra centro e periferia. In tempi di abbondanza di risorse pubbliche disponibili le prestazioni previdenziali agricole sono divenute merce di uno scambio clientelare diffuso e popolare con esiti specifici in termini di aumento dei consumi e di integrazione politica e sociale. Fino a quando le reti clientelari sono state in grado di acquisire risorse statali da distribuire a grandi masse di clienti questo sistema ha funzionato veicolando elementi, seppur impropri, di redistribuzione, di fidelizzazione, di aggregazione e di sintesi. Un sistema a suo modo efficace ma con un costo altissimo in termini di corretto gioco della rappresentanza politica, che ha alterato le dinamiche del consenso e dell’accountability verticale ed ha influito sui criteri di selezione e riproduzione della classe politica e amministrativa. Una strategia politica che ha intrappolato il Mezzogiorno in logiche di dipendenza (Costabile, 2009) e di sviluppo senza autonomia (Trigilia, 1992; 2012). Un sistema con un suo equilibrio funzionale che ha però contribuito a distorcere il legame tra cittadini, diritti, istituzioni. 3. Illegalità, voto di scambio e previdenza sociale agricola in provincia di Cosenza. Ad ottobre 2012 un’inchiesta della Procura della Repubblica di Rossano (CS) condotta dalla Guardia di Finanza di Cosenza e denominata ‘Senza Terra’ ha smascherato una frode di notevole entità ai danni dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale6. Il caso giudiziario ricostruito nell'Inchiesta Senza Terra è estremamente significativo. L’indagine ha delineato i meccanismi di un sistema fraudolento strutturato e ha descritto vicende che non sono per niente isolate, né episodiche. Al contrario, i fatti di cui all’indagine, sono rappresentativi di un modus operandi criminale collaudato e radicato in tutta la Calabria ma diffusosi in particolar modo nella zona della sibaritide7. 6 La quantità di denaro indebitamente sottratta alle casse dell’Istituto è stimata in circa undici milioni di Euro. Non è pensabile, in questa sede, procedere ad una disamina puntuale che dia conto della quantità di inchieste ed operazioni condotte dalle diverse forze dell’ordine che hanno, dal 2012 ad oggi, in Calabria, attenzionato pratiche fraudolente volte alla percezione indebita di prestazioni previdenziali agricole. Difatti, il fenomeno, appare in tutta la sua rilevanza, pur se, a titolo meramente esemplificativo, ci si limiti a riferire degli episodi fraudolenti di cui ha dato notizia la stampa locale, con riguardo ai soli comuni di Corigliano Calabro, Rossano e Cassano allo Ionio e nel solo periodo 7 6 A seguito dell’inchiesta, gli inquirenti hanno scoperto l’operatività nella zona agricola della Piana di Sibari di un gruppo delinquenziale organizzato in maniera stabile e capace di agire capillarmente al fine di carpire illegalmente le prestazioni previdenziali legate alla cumulazione, in qualità di operaio agricolo, di almeno centodue giornate lavorative in un biennio. Nella vicenda giudiziaria sono stati coinvolti imprenditori agricoli, personale di un ente di patronato, consulenti del lavoro, commercialisti, amministratori locali, dipendenti pubblici, politici e migliaia di falsi braccianti agricoli (occorre però segnalare che il caso è ancora sub judice). Al fine di percepire indebitamente le prestazioni previdenziali agricole erano state istituite cooperative agricole di servizio prive di qualunque capacità tecnico operativa, finanziaria, patrimoniale. Le cooperative indagate in seno all'operazione Senza Terra sono 25, gli indagati 92 e le posizioni lavorative contestate almeno 4000. Le aziende attenzionate facevano tutte capo direttamente o indirettamente ad una cerchia individuabile di persone che rappresentavano uno “stabile presidio territoriale” per la compravendita di “pacchetti di giornate lavorative”8 che venivano venduti in cambio di soldi o in cambio di specifico impegno elettorale. Quello che emerge dall'inchiesta è che le prestazioni previdenziali agricole erano al centro di un sistema illegale governato, non casuale né fortuito, che vedeva coinvolti attori molteplici e che era foriero di notevoli interessi economici e politici. C’erano sulla scena, in primis, gli amministratori, i gestori di fatto, i soci delle false cooperative agricole. I legami scoperti sono vari. Innanzitutto nella compagine societaria e rispetto agli operai ipoteticamente contrattualizzati: gli amministratori, i rappresentanti legali, i responsabili di fatto di una cooperativa erano soci, committenti, falsi braccianti per un’altra e viceversa; i componenti di uno stesso nucleo familiare avevano interessi in più di una cooperativa e i lavoratori ipoteticamente impiegati facevano ‘transumanza’ da una cooperativa all’altra fino al ‘casuale’ raggiungimento annuo delle 'famose' cinquantuno giornate. Spesso una cooperativa appariva la prosecuzione di un’altra (di solito queste aziende hanno una vita breve, circa tre anni). Alcune prove documentali false, definite dalla Procura ‘identiche e trasmigranti’, erano riutilizzate più volte: una sorta di bagaglio di strumenti documentali illeciti ad appannaggio del gruppo. Ed è, secondo la Procura, nella produzione e nella trasmissione di queste documentazioni che giocavano un ruolo di primo piano alcuni dottori commercialisti, consulenti del lavoro, consulenti contabili. Dopo aver artatamente creato i requisiti d’accesso, le prestazioni venivano richieste all'ente erogatore per tramite di un patronato, sempre lo stesso: proprio l’ex responsabile di quell’ente sembra aver ricavato, dal sistema fraudolento di cui sopra, notevoli benefici politici. Nell’inchiesta sono rimasti coinvolti anche alcuni funzionari pubblici, dipendenti compreso tra il 2014 e l’anno in corso. Questa una breve disamina: a maggio 2014, nell’ambito di indagini coordinate dalla procura della Repubblica di Castrovillari (CS), sono stati denunciati 30 soggetti quali ideatori, organizzatori ed esecutori di truffe aggravate ai danni dell’Inps, ed individuati circa 3000 falsi braccianti agricoli con un danno per l’Istituto di circa 13 milioni di euro; a gennaio 2015 la Guardia di Finanza ha indagato 476 persone accusate di aver percepito oltre 1 milione di euro di indennità non spettanti e un imprenditore agricolo accusato di predisporre le false documentazioni necessarie; a marzo 2015 altre tre denunce, sempre nella zona della Sibaritide, e l’accusa è di aver cagionato danni all’Istituto previdenziale quantificati in circa 450 mila euro. Ed ancora: ad aprile 2015, a Cassano (CS), sono stati denunciati 175 falsi braccianti e il danno è calcolato in oltre 700 mila euro; a giugno 2015, la Guardia di Finanza di Rossano (CS) denuncia 132 persone accusate di aver cagionato un danno all’INPS di 450 mila euro; a luglio 2015, sempre nella medesima zona del cosentino, la Guardia di Finanza ha prodotto 800 denunce ed individuato 3000 false giornate lavorative in agricoltura ipotizzando un danno all’Istituto previdenziale di circa 3 milioni di euro; a fine agosto 2015, le Fiamme Gialle di Cosenza hanno denunciato un imprenditore agricolo della Sibaritide e 176 persone accusate di aver sottratto all'Inps circa 650 mila euro di prestazioni previdenziali a seguito della dichiarazione di rapporti di lavoro agricoli fittizi su terreni inesistenti. 8 in corsivo stralci ottenuti dalla lettura dell’Informazione di Garanzia e dei Verbali di Interrogatorio, Procura della Repubblica di Rossano. 7 INPS e dipendenti comunali. Sono stati poi individuati circa 4000 falsi braccianti, percettori di indebiti vantaggi economici di tipo previdenziale9. Come racconta un ispettore INPS (oggi in pensione ma allora coinvolto direttamente nel lavoro di ispezione che poi è confluito, dal punto di vista giudiziario, nell'inchiesta Senza Terra): “nel 2009, fu per la prima volta affrontato questo fenomeno con la specificità di cui c'era bisogno. Perché si era fatto osservare alla sede centrale INPS che c'era una forte criticità su questo territorio. Si iniziò quindi con una prima verifica che poi si allargò man mano fino a scoprirsi che (…) il fenomeno aveva assunto delle rilevanze tragiche. Non pensavamo nemmeno noi di trovare quel mondo di malaffare, di intrecci e di collusioni del quale onestamente scoperchiammo solo la punta dell’iceberg”. Ispettore INPS 3 Il fenomeno al centro dell'indagine aveva raggiunto sul territorio dimensioni (quantitative ma pure caratteristiche di 'qualità criminale') davvero impressionanti. Nei racconti di un operaio agricolo della zona: “l'INPS per anni è stata un Eldorado. Poi la situazione è sfuggita di mano, il bicchiere era troppo pieno e così hanno chiuso la cassaforte: quando però era stata già svaligiata”. Bracciante 1 Ed in effetti, l'impressione di chi ha lavorato a quelle prime indagini era quella di: “tentare di svuotare il mare con un bicchiere” Ispettore 4. Quello che è emerso da quella prima, più articolata, inchiesta viene oggi costantemente confermato dalle numerose operazioni di polizia di cui, quasi quotidianamente, la stampa locale da’ notizia. Attorno alle prestazioni previdenziali agricole si è strutturato, in particolar modo (ma non in via esclusiva) nell'area della sibaritide, un gioco pienamente illegale che vede numerose persone coinvolte, varie altre conniventi. In riferimento ai fatti legati all'Inchiesta Senza Terra, un ispettore INPS racconta: “abbiamo scoperto un intreccio incredibile, una frode organizzata a tavolino che coinvolgeva un numero di persone impressionante. (…) Il sistema si fondava sulla benevolenza di patronati, sindacati, consulenti, commercialisti, di gente che aveva conoscenze informatiche: insomma, visure catastali falsificate, carte di identità false, mancanza di controlli degli enti preposti. Si è capito che c'erano professionisti che nella zona si occupavano di tutto e che tutti lo sapevano: se vuoi risolto il problema della cooperativa vai da P., vai da S.”. Ispettore 3 9 Un ruolo, presumibilmente esterno all’organizzazione ma comunque deontologicamente discutibile, è da assegnare ad alcuni medici di base i quali, andando incontro alla necessità dei braccianti di massimizzare i vantaggi possibili legati alla posizione previdenziale agganciata, produssero nel solo 2009 e nella sola area del rossanese, circa centomila certificati di malattia per una spesa previdenziale di circa trenta milioni di Euro. 8 Un gruppo di professionisti si era sostanzialmente specializzato nella realizzazione della truffa, diverse persone agivano stabilmente da referenti per chiunque volesse, a vario titolo, ‘entrare nell’affare’: “chi voleva avere un diritto senza che questo fosse tale, senza che spettasse realmente, sapeva già dove rivolgersi. C’era già chi ti assumeva, la cooperativa, il personaggio che si occupava delle domande di disoccupazione e che ti diceva quando e come prenderti la malattia. Questo sistema è durato anni”. Sindacalista 4 Di fatti pare che, in quel territori, tutti sapessero e che, anche coloro i quali ricoprivano specifici ruoli istituzionali avessero deciso di disinteressarsi alla questione, sebbene, la presenza di forti illegalità fosse evidente. Quando, nel 2009, a seguito dei primi verbali ispettivi consegnati, l'allora direttrice INPS decise di sospendere l'erogazione delle prestazioni si è generato il caos più totale. Basti pensare che la dirigente in questione, dopo aver subito un vero e proprio linciaggio ed essendo costantemente vittima di vessazioni e minacce, è stata posta sotto tutela delle forze dell'ordine. La sede territoriale dell’INPS è stata ripetutamente presa d'assalto. Qualcuno aveva rotto un ‘perfetto’ equilibrio sociale, aveva sfidato le regole di un sistema che si regge(va) sull’illiceità e che sull’illegalità basa(va) economia, rapporti e relazioni sociali. Gli ispettori INPS che in quel periodo si sono occupati delle indagini per conto dell'Istituto avevano la sensazione che il loro lavoro fosse inviso dai più: “noi trovavamo porte chiuse da tutte le parti. Siamo stati criticati duramente anche dai sindacati. Infondo, siamo stati avversati anche da una parte dell'INPS: eravamo quelli che rompevano le scatole, perché, voglio dire, c'erano mogli di colleghi che erano negli elenchi!”. Ispettore 3 I responsabili della sede locale del patronato EPAS10 (poi coinvolti nelle indagini) sono stati in prima linea nell’organizzazione di violente manifestazioni. La direttrice della sede INPS competente sul territorio veniva accusata, a mezzo stampa, di: “aver messo in ginocchio l’economia della sibaritide”. Ex direttrice INPS Cosa ancor più emblematica, come racconta un ispettore INPS: “quando c'è stata l'occupazione della strada 106, con a capo non solo C. ma anche il sindaco con tanto di fascia, ho personalmente ricevuto una telefonata da parte della direzione INPS di Cosenza. Il contenuto era di minaccia: si comunicava che la direzione era sottoposta a numerose pressioni politiche e scocciature. Dissero che avrebbero potuto addebitarci le conseguenze di quello che facevamo dato che era una iniziativa nostra (…). Guarda non si spiega altrimenti: interessi economici ed interessi politici, ed evidentemente c'era chi doveva dare conto”. Ispettore 3 10 EPAS - Ente di Patronato e di Assistenza Sociale. L’Ente è promosso dal Sindacato F.N.A. (Federazione Nazionale Agricoltura) che è un sindacato autonomo aderente alla CONFSAL (Confederazione Sindacati Autonomi Lavoratori). 9 L'Inchiesta Senza Terra ha messo fortemente in evidenza come gli ideatori e responsabili della gestione del sistema fraudolento abbiano, da questo, ricavato vantaggi elettorali. Gestire un sistema così strutturato, volto alla attestazione di giornate di lavoro agricolo mai in effetti lavorate e alla percezione indebita di quantità di denaro, consente di strutturare attorno a sé una ampia rete di relazioni utile in periodo elettorale. E chiaro cioè che, oggi come in passato, amministrare un fortissimo, sostanziale, 'ammortizzatore sociale' è utile a fini politici dato che, le prestazioni previdenziali, posso essere ‘elargite’ in cambio di consenso elettorale. Nel caso specifico legato all’inchiesta Senza Terra la quasi totalità delle prestazioni erano chieste, come abbiamo già sottolineato, attraverso il lavoro di intermediazione di un unico patronato. Secondo gli inquirenti, la sede zonale del patronato EPAS funzionava da collettore di richieste illecite di prestazioni previdenziali. Ai responsabili dell’Ente patronale è stato attribuito, dalla Procura, il ruolo di anello di congiunzione tra gestori delle false cooperative, falsi braccianti e INPS. L'Ente patronale pareva agire come: “un franchising, con i collettori di domande nei paesini e i referenti sul territorio per la vendita pacchetti di giornate agricole”. ex direttrice INPS Sicuramente la gestione del patronato non era ortodossa: è acclarata l’iscrizione indebita negli elenchi degli Operai agricoli a Tempo Determinato di dipendenti, volontari, parenti e amici dei responsabili dell’Ente. In aggiunta , sembra che il patronato venisse utilizzato in maniera strategica al fine di ottenerne utilità elettorali. Una delle impiegate del patronato era la compagna dell’uomo politico che dal sistema sembra aver ricavato maggiori benefici. La donna in interrogatorio afferma che: “si chiedeva sempre il voto a chi veniva in patronato (...) perché la gente era in dovere di farlo allorché il patronato fa il favore di istruire una pratica e di far ottenere le indennità e di intervenire per la gestione di ogni problematica”11. In particolare la vicenda posta all’attenzione dalla procura è relativa all’elezione, come consigliere provinciale, dell’ex responsabile della sede zonale dell’EPAS. Sebbene occorra dire che su questa vicenda non si sia ad oggi addivenuti ad una verità giudiziaria, la carriera politica dell'ex responsabile patronale desta qualche sospetto se letta alla luce dei fatti emersi dalle indagini. Già eletto a giugno del 2009 come Consigliere Comunale (comune di Corigliano Calabro), a fine luglio dello stesso anno è eletto come Consigliere Provinciale nel Collegio Corigliano 1, nelle liste dell' UDC e ottenendo 2.267 voti di preferenza. Il numero di voti ottenuti lo colloca come 5° Consigliere eletto (su 36 componenti del Consiglio Provinciale). Probabilmente mera coincidenza ma, anche la sorella del succitato consigliere provinciale, pure ella poi indagata nell’ambito dell’indagine Senza Terra, è risultata eletta nel 2009 alle comunali di Corigliano. Questa ha quindi ricoperto la carica di assessore e dunque, di componente di quella giunta, a guida Straface, poi sciolta, nel giugno del 2011, per forme di ingerenza della criminalità organizzata. La questione è chiaramente esplicitata dalle parole di un sindacalista della zona: 11 Cfr. Verbale di Interrogatorio di Persona Sottoposta ad Indagini, Procura della Repubblica Presso Tribunale di Rossano. 10 “io che gestisco la prestazione fasulla, so che da te avrò tre, quattro voti come minimo. E allora, quelli che tenevano in mano le redini di questo sistema sapevano già numericamente con quanti voti di preferenza andavano a governare. Che magari... una andava a fare l’assessore comunale in una città qualunque, per esempio Corigliano e uno andava a fare il consigliere provinciale in una città qualunque, per esempio Cosenza”. Sindacalista 4 Dunque la pratica clientelare appare ancor oggi vitale ed utile al fine di ottenere preferenze elettorali. Eppure, il consenso politico ottenuto tramite la distribuzione impropria di risorse di welfare, sembra più frutto di una (spesso poco duratura) capacità di “micro- imprenditorialità politica” (Brancaccio, 2013: 7) radicata in uno spregiudicato aggiramento delle norme, che l'esito di un'attività distribuzione di risorse, impropria ma legittimata, gestita secondo logiche clientelari ma non prive di elementi di categorialità e integrata in più ampie logiche di formazione del consenso elettorale. La vicenda Senza Terra racconta di come, la capacità di inserirsi quale anello di in un sistema illegale, consentendo di distribuire indebitamente benefici previdenziali, frutti ad un candidato un certo consenso elettorale. Qualcosa di molto dissimile a quella distribuzione sistematica e inopportuna ma ampiamente tollerata, che coinvolgeva, in maniera strutturata, molteplici attori nei diversi livelli politico istituzionali. In quel caso, lo scambio fra prestazioni e consenso elettorale pareva determinare importanti esisti in termini di costruzione e di consolidamento del consenso elettorale su base locale e non solo. Diversamente, dall’analisi di questa vicenda, sembra emergere piuttosto la centralità di pratiche personalistiche di voto di scambio. La prassi clientelare appare ancor oggi vitale ed utile al fine di ottenere preferenze elettorali e allo scopo di ottenere vittorie politiche che rappresentano, però, un esito meramente personale ed una conquista abbastanza effimera. Dunque, le relazioni di scambio elettorale clientelare sono ancora presenti ma appaiono trasformate: anzitutto quando si avvalgono di prestazioni di welfare, è perseguendole illegalmente che le ottengono. In secondo luogo il clientelismo politico si definisce sempre più spesso come una spoliazione dei servizi pubblici ad opera di privati al fini di ottenerne profitto economico o controllo del mercato politico. Gli esiti di indagine confluiti nell'inchiesta Senza Terra mostrano senza tema di essere smentiti che le prestazioni previdenziali agricole sono oggi al centro di complessi sistemi di truffa organizzati al fine di carpirle del tutto illegalmente. Sembra che il welfare nel Mezzogiorno sia sempre meno ‘semplicemente’ clientelare e sempre più criminale. In altre parole sembra essersi definita una trasposizione da forme di ‘legalità debole’ (La Spina, 2005), di illegalità non palese, di manipolazione e applicazione selettiva delle norme, a forme di ‘illegalità forte’, ossia di violazione esplicita, dolosa, illecita e dunque sanzionabile, di norme penali. L'obiettivo rimane il medesimo: l'accesso alle prestazioni previdenziali agricole e la gestione di queste risorse al fine di ottenerne vantaggi che siano economici, elettorali o di consenso sociale. Nei racconti di un ispettore INPS: “prima il fenomeno delle percezioni indebite delle prestazioni previdenziali agricole era molto esteso ma limitato principalmente alla questione delle assunzioni tra parenti. Le implicazioni erano diverse, principalmente di favori e contro-favori, e molto relative rispetto a quelle degli ultimi anni. Sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo. Prima era un fatto di favori e di sopravvivenza, quasi un fenomeno artigianale, adesso è un fenomeno criminale”. Ispettore 3 11 E se secondo il responsabile di zona della federazione agricola FLAI, CGIL di Corigliano Calabro: “qui non si parla più del contadino che assume la figlia e che magari chiede il favore al collocatore, qui stiamo parlando di una cosa che travalica tutto questo. Più braccianti assunti con la cooperativa più soldi”; Sindacalista 4 un ex ispettore INPS oggi in pensione, appare, paradossalmente, nostalgico quando afferma che: “gli imbrogli del passato erano più ingenui, lavoravi 30 giornate e ne dichiaravi 51. Forse avevano qualcosa di comico rispetto ad adesso. Ora tutto è passato tutto nelle mani della delinquenza: negli anni novanta, il sistema è andato strutturandosi come sistema delinquenziale organizzato”. Ispettore 1 In un ‘welfare più povero’ costretto a regolare (e a vigilare) i canali d’accesso alle risorse anche le strategie clientelari di accesso alle prestazioni, che prima erano frutto di una manipolazione informale, ricorrono più di frequente “alla casetta degli attrezzi illegali” (Sgroi, 1996: 60). Così gli scambi clientelari che si avvalgono di risorse di welfare sono oggi sempre meno capaci di non ricadere nell'illegalità. In effetti paiono intravedersi dei cambiamenti nell'essenza stessa della relazione clientelare. Lo scambio clientelare, qualora presente, funziona basicamente come un rapporto diadico strutturato su base individuale e personalistica. Nei fatti legati all'inchiesta oggetto di questa analisi, il nodo centrale del sistema fraudolento consisteva nella compravendita di pacchetti di giornate lavorative, lo scambio era quindi principalmente monetario. La pratica di fornire il proprio appoggio elettorale in cambio dell'ottenimento delle indennità, pur presente, era eventuale e comunque, garantita sulla base di un rapporto di breve durata e limitato, nei contenuti di senso e nella sostanza, al mero scambio. A guidare le azioni dei 'patroni' e dei 'clienti' è dunque essenzialmente una valutazione razionale di massimizzazione del profitto, volta alla soddisfazione di interessi materiali ed a breve termine. Non paiono ravvisarsi quegli elementi di affettività, paternalismo e deferenza, fedeltà e fiducia, tipici dello scambio clientelare. Un processo di secolarizzazione ed economicizzazione della relazione clientelare che è sempre più costruita attorno a una logica strumentale e utilitaristica, scevra da elementi di appartenenza e reciprocità. Si può dunque parlare di una ‘variante corrotta del clientelismo’(Robles Egea, 2011) per alludere a come la pratica clientelare poggi, oggi, su relazioni tendenzialmente estemporanee, individualistiche e quasi contrattuali, basate sulla circolazione del denaro, oltre che, più esplicitamente inserite all'interno di un 'fatto' illegale. Il clientelismo, nei mutati contesti odierni, non si presenta più come uno strumento di integrazione sociale e politica, capace di garantire una (se pur relativa, dipendente, discontinua e impropria) attività di redistribuzione delle risorse. Di conseguenza, sembra limitata, oggi, pure la sua capacità di mobilitare ed organizzare stabilmente il consenso elettorale coniugando personalismo e categorialità. 12 4. Conclusioni La relazione di scambio clientelare si inserisce in rapporto sistemico nei concreti contesti storici, economici, istituzionali, politici e sociali e per questo mostra una capacità camaleontica: la sua natura è flessibile. Il fatto che la relazione clientelare si sviluppi come attività di mediazione fra istituzioni e cittadini e che lo scambio abbia come riferimento favori collegati alle risorse statali, induce che, le sue forme e i suoi modi si trasformino al mutare delle coordinate di contesto in cui si inserisce. Il clientelismo si presenta come una modalità di ottenimento e fissazione del potere e del consenso e come una strategia dal basso di ottenimento delle risorse. Per questo esso va compreso all'interno della cornice del sistema economico (quantità di risorse disponibili) e del modo in cui si organizzano i rapporti politici alla ricerca di una redistribuzione e distribuzione delle risorse stesse. L’utilizzazione impropria delle prestazioni di welfare, radicatasi in particolar modo nel Mezzogiorno, fu a lungo legittimata e tollerata poiché portatrice di un senso complessivo per il sistema nazionale. Nel corso degli anni ’90 l’emergere di inedite opportunità di integrazione economica e politica e il definirsi di nuovi vincoli di natura finanziaria, hanno contribuito ad esplicitare l’insostenibilità di questo paradigma. Ma a venire progressivamente meno sono stati pure quegli assetti politici nazionali che erano la premessa e la cornice all’interno della quale si svolgevano le attività di distribuzione politico-clientelare di risorse di welfare. In questo modo hanno avuto avvio una serie di processi di sottrazione delle risorse pubbliche, di riadattamento istituzionale, di taglio e ricalibratura della protezione sociale. La perdita di forza distributiva delle istituzioni pubbliche si è tradotta in una diminuzione delle risorse stabilmente e legalmente disponibili allo scambio clientelare. Questa drastica riduzione di risorse si è combinata a processi di mutamento delle logiche di rappresentanza e di indebolimento delle identità partitiche e al definirsi di nuove dinamiche politiche di mediazione degli interessi. Tutto questo, ha messo in crisi il clientelismo e le sue possibilità di rispondere ai bisogni distribuendo risorse ed ha eroso la sua capacità di organizzare il consenso coniugando categorialità e particolarismo. Tali mutamenti si sono innestati in quei processi di secolarizzazione ed economicizzazione della relazione clientelare che le hanno sottratto stabilità e legittimazione interna. Di conseguenza, è apparsa definitivamente indebolita l'idoneità delle reti clientelari ad agire regolazione sociale, così come più difficile è divenuto mantenere gli scambi e le posizioni di potere e di vantaggio ad essi connesse, senza ricorrere ad una ricerca illegale di spazi d’azione e risorse. Questo si è tradotto in un allargamento dell'area dell'illegalità nel welfare: in quel welfare che per lungo tempo era stato fonte privilegiata di risorse da distribuire secondo logiche politiche e clientelari e che, oggi, è bersaglio di attività illegali tese a rendere, quella distribuzione e i vantaggi che ne derivavano, ancora, in qualche modo, possibile. Al contempo, la centralità che le forme di ‘illegalità forte’ (La Spina, 2005) hanno acquisito, dipende pure dal tipo stesso di regolazione agita dal sistema clientelare: dai suoi effetti collaterali, dai suoi costi sommersi, dalle conseguenze che genera nel medio-lungo periodo. Il clientelismo, come modalità ricorrente di rapporto con la cosa pubblica, ha definito un processo di erosione della legalità che si è protratto per molti decenni entrando nel cuore dell’azione istituzionale promuovendo una concezione personalistica ed ambigua dei servizi e degli spazi collettivi. L’accesso clientelare alle prestazioni di welfare ha contraddetto il primato della legge e lo ha fatto mostrandosi quale strumento efficace, al fine di reperire risorse e costruire reti di protezione, anche in contesti formalmente regolati dal diritto. Questo ha concorso a generare un modello di funzionamento delle istituzioni e di giustificazione del potere sostanzialmente differente dall’ideale democratico. Il sistematico utilizzo 13 clientelare di beni e risorse pubbliche ha contribuito a sfumare i confini tra formale ed informale, privato e pubblico, diritto e favore, legale ed illegale. Non meraviglia, dunque, che la rottura degli equilibri del sistema di manipolazione clientelare abbia lasciato il posto ad una appropriazione sempre più corrotta, vicina a fenomeni di privatizzazione e dichiaratamente illegale, delle residue risorse pubbliche. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI − − − − − − − − − − − − − − − − − − − − − − − Ascoli U. 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