89° anno
LXXXIX
N. 3
Marzo
2010
in cruce gloriantes
MENSILE DELL’AZIONE CATTOLICA TICINESE
Verso la gioia
della Pasqua
In questo
numero:
2
Quando non si educa
ma si perverte
3
“Fai diventare l’AC
la causa della tua vita”
5
Incontriamo le persone
là dove vivono
7
L’editoriale:
Un mondo di novità
11
Il digiuno e il valore
perduto del sacrificio
13
L’antico e il nuovo
14
Divertentissima
tradizione
16
Il teologo risponde
dal presidente
L’aberrante campagna di Stop AIDS sui mini profilattici
Quando non si educa ma si perverte
Le campagne di Stop AIDS Svizzera suscitano scalpore e diffusa indignazione, ma l’ultima trovata di
questi “esperti” è estremamente grave e va condannata e respinta al
mittente: l’imminente distribuzione
di «mini profilattici» a 12-14enni,
resasi necessaria – sempre secondo
loro – a causa dell’importanza di
“proteggersi” perché molti ragazzi
sarebbero già attivi sessualmente.
L’“allarme” è stato dato dalla
Commissione federale per l’infanzia e la gioventù (CFIG) che l’anno
scorso ha commissionato un sondaggio svolto on-line dall’Università di Basilea, che ha coinvolto 1449
ragazzi e giovani dai 12 ai 20 anni
nella Svizzera romanda e tedesca.
Per Stop AIDS Svizzera lo studio
solleva un’urgenza e occorre quindi
distribuire il “mini preservativo” a
tutti i ragazzi tra i 12 e i 14 anni.
Tuttavia se trasformiamo in numeri le percentuali di questo sondaggio scopriamo che solo nove
12-13enni hanno dichiarato di non
essersi “protetti” e sulla base di
questi dati irrisori vorrebbero coinvolgere in questa campagna tutti i
coetanei svizzeri!
Siamo ormai in balia di queste
politiche discutibili e fuorvianti,
ma dobbiamo evitare il peggio
(questi signori “esperti” in sessualità vorrebbero lanciare questa campagna con spot TV e manifesti, oltre che a azioni nelle scuole) perché
è intervenuta di recente la CFIG
con direttive che dovranno essere
poi assunte dalle istituzioni politiche e sociali, volte a promuovere
una “vera” educazione sessuale fin
2 Spighe Marzo 2010
dalla scuola dell’infanzia (sic!), con
delle attività modulari gestite non
dai docenti titolari ma da “esperti
di pedagogia sessuale” appositamente formati (da chi? come? con
quali contenuti?).
Possiamo già intuire quali bei messaggi veicoleranno questi esperti di
Stop AIDS.
E il ruolo dei genitori? “Fondamentale”, “basilare” – a parole –
ma poi si specifica che non potranno influenzare le scelte dello Stato
e quindi della scuola, non potranno esonerare i figli da queste “lezioni”, neanche per motivi religiosi o
culturali, e dovranno essi stessi
“perfezionarsi” con corsi o colloqui
mirati.
Siamo di fronte a un’impostazione totalmente ideologica, totalitaristica, in quanto non rispettosa di
diritti basilari come ad esempio la
responsabilità educativa dei genitori – che viene impunemente scavalcata – e la tutela dei minorenni.
Siamo d’accordo sulla necessità di
svolgere una vera educazione in
questo campo – bisogna colmare
alcune importanti lacune – ma qui
come dimostrano le squallide “campagne” di Stop AIDS si vuole prima imporre già in tenerissima età
un modello di sessualità perversa e
animalesca che si basa sulla cosiddetta prevenzione e sulla distribuzione a tappeto di preservativi (“fai
quello che vuoi ma proteggiti”) a
scapito di una sana e completa educazione, capace di integrare anche
l’educazione all’affettività e di aiutare gli adolescenti a scoprire con
gradualità la propria identità ses-
suale maschile e femminile. Invece
che proporre modelli perversi
l’emergenza sembra essere ben diversa: è la “solita” sfida o emergenza
educativa, e con questi signori il
tutto si complica, perché con questa ideologia l’educazione passa a
senso unico da un palloncino di
plastica – adattato a tutte le misure
– ma incapace a rispondere alle domande più autentiche e vere.
Auspichiamo – sentendo anche
gli scritti e i pensieri della gente
comune – che le autorità politiche
del nostro Cantone sappiano reagire e non accettare simili perversioni nelle nostre scuole.
L’Azione Cattolica Ticinese porterà avanti questa battaglia e farà
di tutto affinché questo squallore
non contamini i nostri bambini e
adolescenti.
Davide De Lorenzi
dalla diocesi
Ricordando il Vescovo Eugenio Corecco nel 15° anniversario di morte
“Fai diventare l’AC la causa della tua vita”
Quindici anni fa, il 1° marzo 1995,
ci lasciava il Vescovo Eugenio Corecco. Il tempo che passa a volte diventa uno spazio che allontana fino
a trasformare in oblio; ma altre volte è una finestra che si apre su un’altra dimensione e rafforza le tracce,
la consistenza, la presenza. Con il
Vescovo Eugenio la distanza sembra
proprio “lavorare” su un ricordo
sempre più vivo e fondato sull’essenziale, capace di gratitudine per averlo conosciuto ma anche disposto ad
una matura volontà di comprensio-
ne e anche di imitazione. Leggendo
l’ultimo numero della rivista dell’Associazione amici di Eugenio Corecco si coglie la ricchezza di un’eredità
che possiamo definire profetica, capace di dirci qualcosa di importante
ancora oggi. Tra queste pagine troviamo anche il bellissimo intervento di Roberto Stefanini, “Come Eugenio ci ha educato alla fede”,
pubblicato anche da Spighe nel mese di marzo del 2009.
L’Azione Cattolica “rinata” è tra
le ricchezze di questa “eredità”: a
partire dal congresso del 1989 Eugenio Corecco aveva dedicato un’attenzione straordinaria nel rilancio
di un’associazione su cui in pochi
avrebbero scommesso, lui che oltretutto proveniva dall’esperienza di
una vita nel movimento di Comunione e Liberazione. Questo è straordinario, perché significa avere
un’intuizione di Chiesa davvero
grande, dove tutti devono contribuire a edificare il tessuto ecclesiale,
nel solco dei documenti conciliari.
Molte cose sono state ricordate,
molte cose sono state dette, ma forse
in pochi hanno sottolineato in questi anni il fatto che il Vescovo Eugenio non solo abbia “rifondato” l’AC,
ma che aveva con essa un legame
forte e appassionato: basti ricordare
che durante l’ultimo anno di vita a
Lourdes, come confidato a un amico, aveva chiesto la grazia della guarigione o almeno qualche anno di
vita per poter seguire due sue “creature”, l’allora neonata Facoltà di Teologia e l’Azione Cattolica. Si tratta
di un segno importante, non solo
perché dimostra il suo attaccamento
alla nostra associazione, ma anche
perché aveva capito che la rinata
AC aveva ancora bisogno di crescere e di essere ben indirizzata. Dopo
la sua morte, 15 anni fa, posso dire
con occhio più da testimone che da
distaccato cronista, che il Signore
attraverso il sacrificio del Vescovo
Eugenio ha donato un’immensità di
grazia, chiaramente tangibile se
guardiamo alle vocazioni che sono
sbocciate, alla famiglia (e quanti figli!) e alla vita consacrata. Offrendo la sua sofferenza nella malattia e
Marzo 2010 Spighe 3
la sua stessa vita (“la tua grazia vale
più della vita”) ha imitato Cristo
che ha dato la vita per i suoi amici, e
se ancora oggi l’AC esiste e va avanti è anche frutto di questa grazia.
L’altra faccia della medaglia è che
questa eredità verso l’AC non è forse
stata colta nella sua interezza, per
almeno due fattori: il primo è che
senza il suo pastore il gregge si è un
po’ disperso, per molti motivi; come
responsabili diocesani abbiamo cercato di portare avanti questa eredità
anche con gli altri vescovi successori, Giuseppe prima e Pier Giacomo
dopo, come lo stesso Vescovo Eugenio ci ammonì nel 1994: “Dovete
essere attaccati al Vescovo non perché sono io, ma anche a chi verrà
dopo di me, è una cosa che va oltre
la persona”. Un’altra mancanza sopraggiunta è che in Diocesi – all’infuori della nostra associazione e specialmente tra i sacerdoti – non si è
più realmente riflettuto sulla presenza e il ruolo dell’AC, non si è approfondito il carisma che le è proprio, non si è promossa con la stessa
forza e la stessa convinzione. Abbiamo dovuto aspettare fino all’ultima
lettera pastorale del Vescovo Pier
Giacomo, che finalmente ha lanciato un chiaro messaggio che ora
dev’essere colto da tutti: “l’AC non è
un’aggregazione ecclesiale tra le altre, ma un dono di Dio e una risorsa
per l’incremento della comunione
ecclesiale”.
L’AC Giovani festeggia in questi
mesi il 20° di ri-nascita (auguri!):
proprio vent’anni fa un primo gruppo di giovani iniziava a trovarsi, a
formarsi, per poi partire nell’anno
seguente con l’AC Ragazzi. Ora appare di fondamentale importanza
rilanciare l’AC nel territorio, nelle
parrocchie e nelle zone pastorali,
appena create dal Vescovo Pier
Giacomo (e già tentate da mons.
Corecco). Il lavoro è enorme ma
ognuno di noi può dare il proprio
contributo, abbiamo fiducia in questo progetto e seguiamo le indicazioni del Vescovo!
Quando ero a scuola reclute il
Vescovo Eugenio mi scrisse, in risposta a una mia lettera: “fai diventare l’AC la causa della tua vita”. In
molti hanno sentito le stesse parole,
alcuni sono rimasti fedeli a questa
chiamata, altri hanno scelto altre
strade, ma alla fine davvero la grazia (di Dio) conta più della stessa
vita (nostra).
Dodo
Invito ai ragazzi in gamba: ci vediamo il 1° Maggio
Dopo lo straordinario successo delle ultime edizioni,
ritorna la grande festa del Primo Maggio.
Quest’anno l’appuntamento è a Giubiasco, al Mercato coperto.
La giornata inizia alle 9.30 e si conclude alle 16.00.
Alla festa sono invitati tutti i ragazzi e i bambini, con i loro genitori.
Ma la manifestazione – con giochi, canti, merenda e un momento di preghiera insieme –
è rivolta in modo particolare ai gruppi parrocchiali, alle catechiste e ai catechisti,
e ai sacerdoti che si occupano di giovani e ragazzi.
Lo slogan che ci unisce quest’anno è “Mani per tutti… tutti per mano”.
Venite a scoprirlo! Più mani ci saranno più sarà divertente!!!
4 Spighe Marzo 2010
lettera pastorale
Il futuro della parrocchia: quali obiettivi si vogliono raggiungere?
Incontriamo le persone là dove vivono
Una parrocchia potrebbe funzionare benissimo con le forze che ha.
In fondo, basta un parroco che dice Messa e amministra i sacramenti,
qualche catechista per i bambini di
Prima Comunione e della Cresima,
qualche volenterosa donna che tenga pulita e decorosa la chiesa.
È il minimo indispensabile. E quasi
tutte le parrocchie, grazie a Dio, ce
l’ha ancora.
Questa visione di parrocchia è
quella classica, che “tiene” nonostante le difficoltà e offre quei servizi che permettono ad una persona di
considerarsi buona cristiana.
C’è però un altro modello di parrocchia che mi piace immaginare.
È una parrocchia fatta di credenti,
convinti che non basta essere bravi
per andare in Paradiso, ma che occorre fare uno sforzo in più affinché
tutti quanti ci possano andare. Convinti che quel bene prezioso che
possiedono – cioè la fede – non serve a nulla se lo si tiene per sé, ma
occorre condividerlo con gli altri.
Compresi quelli che pensano di poterne fare a meno.
Cristiani convinti che nel paese o
nel quartiere in cui abitano ci sono
molte persone sole, senza contatti o
rapporti sociali, senza significative
relazioni ed esperienze interpersonali. Oppure, uomini e donne –
spesso giovani “single” – alla ricerca
di un senso da dare alla propria vita.
Un senso che vada oltre il semplice
vivere quotidiano, fatto di lavoro,
tempo libero, ozio, divertimento.
Tutte persone da incontrare, ma
che in parrocchia (cioè nelle strutture della parrocchia…) non verranno mai. Eppure il messaggio del
Vangelo è rivolto anche a loro. Anzi, soprattutto a loro. E la parrocchia
– avanguardia della Chiesa sul territorio, punto avanzato della comunità cristiana, testa di ponte del Vangelo – deve incontrare innanzitutto
loro, non rivolgere principalmente il
suo sguardo e la sua struttura organizzativa all’interno dell’ormai sempre più ristretto gruppo di fedeli devoti, come invece oggi fa dedicando
ad essi la maggior parte delle sue risorse.
La costruzione e il consolidamento della comunità dei fedeli (che
spesso è appunto limitata ai “fedeli
devoti”) è importante, necessaria.
Ma non può diventare esclusiva. Deve, al contrario, essere destinata e finalizzata all’annuncio che è rivolto
al di fuori di essa, a tutti coloro che
di essa non ne fanno parte. O perché
insensibili e allergici a tutto ciò che
la tradizione della Chiesa cattolica
richiama; o perché non hanno reali
occasioni di incontro.
Spesso, infatti, quanto la parrocchia organizza non è quello che loro
cercano per avvicinarsi ad essa.
Queste persone chiedono un incontro concreto, faccia a faccia, con
qualcuno che sappia dire loro parole
vere sulla propria vita. Parole di conforto, quando è necessario, parole di
gioia e di speranza quando sono nella tristezza, parole di senso quando si
ritrovano a vivere del nulla.
La parrocchia come una famiglia
Tutte le persone che abitano in
quel territorio che chiamiamo parrocchia fanno parte della stessa famiglia. Il parroco è un buon padre,
ma da solo può ben poco. Ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a raggiungere tutti quei componenti della famiglia che in casa non si fanno
più vedere. Perché il lavoro li tiene
lontani, perché pensano che ormai
Marzo 2010 Spighe 5
non ci sia più niente di attraente
che li possa avvicinare, perché sono
ammalati, perché molto più semplicemente vivono altrove le proprie
amicizie, il proprio tempo libero, i
propri interessi.
Ma quello che conta – per chi è
cosciente che si vive in una famiglia
– è che tutti i suoi componenti siano felici. Anche coloro che per mille ragioni sono lontani. E i figli che
stanno più vicino al padre, devono
preoccuparsi anche di quei fratelli e
di quelle sorelle che “prendono la
casa come un albergo”, usando della
parrocchia solo quei servizi che ancora “tengono” (funerale, battesimo, matrimonio, prima comunione
e cresima…).
Oppure di quegli altri ai quali,
della loro famiglia di origine, non
importa più niente. E magari si
comportano come quel figlio che
aveva chiesto la sua parte di eredità, disperdendo e dilapidando il
proprio gruzzolo estorto, pensando
di trovare così la felicità alla quale
si aspira.
un serio esame di coscienza sul perché esiste, su chi siano i suoi destinatari, su quali obiettivi si intende
raggiungere. La seconda, un’approfondita riflessione su come raggiungere questi scopi. Detto in termini
di mercato, serve una sistematica
analisi di marketing, con tanto di
strategie, obiettivi, destinatari, risorse, target.
Naturalmente, ma non c’è neppure bisogno di chiarirlo, sapendo di
avere tra le mani un dono che è patrimonio inestimabile. Una perla
preziosissima. Un tesoro che, più è
suddiviso e condiviso, più è capace
- paradossalmente - di rendere felice
il maggior numero di persone.
Io credo che quando oggi si parla
di parrocchia, alla Chiesa siano necessarie un paio di cose. La prima,
Luigi Maffezzoli
II matrimonio ed i separati
Ho letto lo scritto riguardante separati e divorziati su “Spighe” del mese di febbraio e vorrei esprimere un mio
pensiero. Premetto che io sono stato assieme alla mia povera moglie scomparsa un anno fa senza mai aver avuto
problemi di separazione, questo sicuro non per merito nostro, ma penso per grazia di Dio.
Abbiamo iniziato il nostro vivere nella nuova famiglia come alla scuola dei nostri genitori recitando sempre
alla sera le preghiere assieme.
Così avviata la nostra unione rispettandosi l’un l’altra da sostenerci vicendevolmente quando uno aveva problemi come capita a tutti nella vita. Anche durante la malattia di mia moglie (alzheimer) durata diversi anni ci siamo in certo qual modo capiti da poter convivere assieme fino alla fine e scomparve dopo tre giorni di ricovero in
casa per anziani.
Per addentrarsi all’attuale situazione del 50% dei matrimoni che finiscono con la separazione, senza togliere
niente agli sforzi che si fanno affinché i separati possano risposarsi ancora in Chiesa, ritengo che non è sufficiente
farlo come “portafortuna” in quanto penso essere poi il vissuto che deve orientarsi al rispetto reciproco, da infondersi fiducia uno nell’altro da raggiungere un grado d’affetto che possa durare tutta la vita.
Molte persone vedove che hanno vissuto diversi decenni in coppia si sentono a parlare del proprio coniuge
scomparso con amore come se parlassero della propria madre.
Viene proprio da pensare che avevano ragione i nostri avi quando dicevano “chi prega si salva e chi non prega
si danna”. Pertanto anche se si arrivasse a potersi sposare in Chiesa più volte (la samaritana che incontrò Gesù al
pozzo aveva avuto cinque mariti) l’insoddisfazione e la solitudine sarebbero difficili da eliminare quando dovesse
mancare quella Carità cristiana che deve far sentire i coniugi come fratello e sorella veri, in cammino assieme per
tutta la durata della vita.
Giacomo Gianolli
6 Spighe Marzo 2010
quaresima
L’astinenza va vissuta sempre nella condivisione
Il digiuno e il valore perduto del sacrificio
“Questo è il digiuno che voglio, dice il Signore: sciogliere le catene inique, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo ... dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo...”
La mia generazione, cresciuta in
un’epoca ancora di cristianità, era
educata umanamente e cristianamente a “fare sacrifici”. Si era invitati sovente, soprattutto dalla Chiesa,
a privarsi di qualcosa, a sacrificare
qualcosa, a “fare fioretti”, come si diceva. Negli anni del dopoguerra, in
cui molti vivevano in condizione di
fame e miseria, “fare sacrifici” non
era per costoro un’opzione, ma semplicemente la condizione toccata loro in sorte. Ma quell’invito ossessionante alla privazione, sovente
svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i
frutti, creò di fatto una reazione di
rigetto: nessuno volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli, soprattutto nell’ora
del boom economico.
La Chiesa in occidente, così precisa nel prescrivere astinenza dalle
carni e digiuni – al venerdì, durante
la quaresima ma anche alla vigilia
delle grandi feste – si adeguò ai nuovi tempi, così che oggi il digiuno è
rimasto come precetto per i cattolici
solo per l’inizio della quaresima – il
Mercoledì delle ceneri – e per la sua
fine, il Venerdì santo, giorno della
memoria della passione e morte di
Gesù Cristo. Sì, la mia generazione è
di fatto responsabile della mancata
trasmissione alle nuove generazioni
del valore del sacrificio. Ora, se non
siamo capaci di comunicare la serietà del valore del sacrificio, ci ritroveremo con nuove generazioni incapa-
ci di intravedere un orizzonte di
bene comune e di speranza, vedremo
rarefarsi gli uomini e le donne pronti
a dedicare tempo, mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione,
per la crescita di una convivenza pacifica, per l’affermarsi di valori e
principi degni dell’uomo. Mancanza
grave, in verità, perché il sacrificio è
una cosa seria: è il privarsi di un bene, l’astenersi da una possibilità in
vista di un bene più grande. Spendere le proprie energie, fino al gesto
estremo di sacrificare la vita stessa è
possibile e doveroso se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà. Non dimentichiamo, ad esempio, che se noi oggi godiamo della
libertà e della democrazia è grazie a
quanti hanno sacrificato la propria
vita per conquistarle e difenderle.
Così, quando la Chiesa chiede di
digiunare il Venerdì santo non lo fa
per alimentare una sterile “mortificazione”, ma perché sa che il rapporto che ogni essere umano ha con
il cibo è qualcosa di decisivo, sa che
l’oralità va disciplinata, che la voracità favorisce l’aggressività e il narcisistico soddisfacimento dei propri
istinti. È opera di umanizzazione far
sì che l’istinto – che ci accomuna alle bestie – sia trasfigurato in desiderio, in un anelito che tiene conto
degli altri ed è consapevole dell’esigenza della condivisione di quanto
ci fa vivere, a cominciare dal pane e
dal cibo. Occorrerebbe far capire
questo significato profondo del digiuno in un’epoca in cui si è perso il
senso stesso del mangiare come atto
di comunione, di condivisione. Si
capirebbe così anche la dimensione
sociale del digiuno, rimarcata con
forza già dai profeti: “Questo è il digiuno che voglio, dice il Signore:
sciogliere le catene inique, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni
Marzo 2010 Spighe 11
giogo ... dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri,
senza tetto, vestire uno che vedi nudo... “ (Isaia 58,6-7).
Quando oggi si viene invitati
all’astinenza, sarebbe bene viverla
anche da tante realtà che ci condizionano e che ci distraggono dal vedere il bisogno dell’altro e dalla solidarietà con chi soffre: perché non
pensare a un sano digiuno dal trop-
po parlare, dalla dissipazione del
non fermarsi mai a pensare, dall’invadenza pervasiva della televisione,
magari anche dall’ottundimento del
comunicare il nulla con una miriade
di messaggini – come suggerito un
po’ sbrigativamente da qualche ufficio di pastorale giovanile... Certo,
chi fa inviti in questo senso deve anche saper motivare i sacrifici richiesti, deve farne emergere le ricadute
positive su chi li vive e sugli altri, altrimenti si ottiene ancora una volta
l’effetto contrario: si dissolve il significato autentico del sacrificio banalizzandolo a una pratica estemporanea e curiosa.
Non si dimentichi infine che
quando la Chiesa chiede il digiuno
in determinati giorni, invita i cristiani a viverlo simultaneamente e
tutti insieme, invita cioè ad assumere personalmente un sacrificio carico
di una oggettività che gli viene da
un vissuto comunitario. Se ciascuno
assecondasse le proprie bizzarrie e
stravaganze nello scegliere il “sacrificio”, sostituendo una prassi condivisa con quanto lui trova più facile o
attraente, si ricadrebbe ancora una
volta nella logica del “fai da te” che
tanto danno sta procurando alla nostra società odierna e ai suoi valori
un tempo condivisi.
Enzo Bianchi (La Stampa)
La meglio Gioventù
I giovani hanno avuto da sempre un ruolo fondamentale nella vita dell’Azione Cattolica. Giovani furono i fondatori; giovani furono coloro che diedero vita alle iniziative più importanti; in tempi più recenti, furono i giovani
a ridar vita ad un’associazione che molti davano già per scomparsa.
Ora l’Azione Cattolica Ticinese ha pubblicato nella collana “I Quaderni dell’Azione Cattolica” un importante
contributo offerto dai giovani alla vita dell’associazione. Il Quaderno ripercorre la storia della Gioventù Cattolica
Ticinese dalle sue origini, con la nascita della Società dell’Avvenire e dell’Unione della Gioventù Cattolica Ticinese, fino alla sua fondazione avvenuta il 3 ottobre 1909.
Si attraversa poi la vicenda di questo ramo giovanile dell’Azione Cattolica Ticinese fino alla sua scomparsa alla
fine degli anni Sessanta. In appendice viene pubblicato un interessantissimo documento: l’elenco di tutti i membri dei Comitati centrali della GCT dalla sua fondazione fino all’ultima presidenza guidata da Ettore Cavadini.
Il libretto citato, realizzato da Davide De Lorenzi e Luigi Maffezzoli, si intitola Giovani di AC (1909-1968) nel
centenario della Gioventù Cattolica Ticinese, Quaderni di Azione Cattolica, ottobre 2009, pag. 42.
È in vendita presso il Segretariato dell’Azione Cattolica Ticinese al prezzo simbolico di 2 franchi (più spese
postali se richiesta la spedizione). Per quantitativi superiori alle 20 copie la spedizione è gratuita.
12 Spighe Marzo 2010
quaresima
Ripartiamo dalla conversione che lo Spirito opera in noi
L’antico e il nuovo
Ogni volta uguale eppure sempre
nuovo il cammino della Quaresima.
Identico ha sempre il gesto semplice e austero delle ceneri sul capo
per aprire il cammino della conversione: ce la propone l’Unico, che
non smette di offrire la sua comunione a tutti e ciascun uomo. Anche la Via Crucis dell’Uomo dei dolori è quella di sempre, per tenere
fisso il nostro sguardo su Colui che
per amore ha pagato lasciandosi dilaniare, fino al sacrificio della vita
intera e alla morte.
E così le parole bellissime della
Santa Scrittura, riascoltate giorno
per giorno nella messa, e le letture
forti dalle quali ci lasciamo raggiungere la domenica: Gesù tentato
e vittorioso, e poi Gesù trasfigurato,
e ancora gli incontri trasformanti
del Cristo: Gesù è acqua viva con la
Samaritana al pozzo di Sichar; è luce per il cieco guarito nel Tempio di
Gerusalemme; è vita e risurrezione
per l’amico Lazzaro risuscitato da
morte. Acqua, luce e vita è l’Unico
per noi. Il Vangelo di sempre è vero
oggi, come i segni semplici e forti
della Quaresima.
Ma come ci trova, quest’anno,
questo tempo uguale e sempre nuovo? Respiriamo anche noi un’aria di
sfiducia nella novità autentica: le
giovani generazioni “sì dice” hanno
perduto i valori di riferimento; il
contesto sociale e il lavoro è segnato da una crisi di cui non si vede lo
sblocco; si registra una corruzione
dilagante.
Eppure noi vogliamo essere di
quelli che credono nella forza dei
segni di speranza, piccoli e forti co-
me il granello di senapa di cui parlava Gesù:
il più piccolo tra tutti i semi, che
diventa però la pianta più grande e
ristoratrice. Per questo non smettiamo di tenere gli occhi aperti su una
realtà che ha molte più sfumature, e
colorate, rispetto al grigio costante
di cui ci parlano i media.
Vogliamo essere di quelli ancora
convinti che una foresta che cresce
non farà mai rumore come l’albero
che cade.
Condividiamo con tanti la paura
del futuro: è diffusa l’idea che finiremo invasi e soggiogati da persone
provenienti da altri paesi, culture e
religioni; oppure sommersi dai rifiuti di una società che si autodistrugge o dalle acque degli oceani che
sembrano salire inesorabilmente...
Eppure noi, incoraggiati anche dagli aironi tornati nelle nostre campagne, continuiamo ostinatamente
a credere che il futuro buono e felice è consegnato ai nostri progetti e
alle nostre mani.
Ed è un futuro possibile. Non siamo neppure immuni dal virus pervasivo della critica che getta fango:
gli altri, soprattutto se stanno da
una parte politica diversa, sono
sempre corrotti e sporchi e prevaricatori. Dalla nostra parte stanno la
verità e la giustizia incontaminate.
Noi vogliamo essere piuttosto di
quelli che trovano libertà e forza
nel riconoscere i propri errori, e trovano pace e gioia nell’apprezzare il
bene compiuto da altri. In questo
contesto “nuovo” sprigiona la propria novità la Quaresima “antica”.
Ripartiamo da noi stessi, dalla
conversione che lo Spirito di Dio
vuole operare in noi, discretamente
e con forza lasciamo che il Regno di
Dio inizi e ricominci da noi. Non
crediamo alla sfiducia, alla paura, al
cinismo, ma scommettiamo sulla
possibilità che il nostro rinnovamento, anche segnato da fatica e
caduta, sarà un contributo decisivo
per il rinnovamento della nostra
società.
È Quaresima: tempo propizio per
cogliere che dal giorno del Battesimo
fiorisce in noi, come per le gemme
che gonfiano i rami, la vita nuova.
Giuseppe Pesenti
Responsabile: Luigi Maffezzoli
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Marzo 2010 Spighe 13
famiglie di AC
Carnevale alla Montanina di Camperio: immagini di una settimana di festa
Divertentissima tradizione
Un altro carnevale è passato e,
come ogni anno, la Montanina ha
aperto le sue porte alle famiglie, in
mezzo alle bellissime montagne innevate della Valle di Blenio. Ormai
è un’occasione immancabile che ci
permette di incontrare tante persone con cui, dopo tanti anni, si sono
instaurati buonissimi rapporti, e
naturalmente i nuovi arrivati sono
sempre ben accetti.
Come ogni anno ci siamo divertiti tantissimo, condividendo tante
magnifiche esperienze sia nell’accogliente casa, che ormai è diventata
anche un po’ nostra, sia sulla neve:
14 Spighe Marzo 2010
anche chi non scia trova il modo di
divertirsi perché il clima che si respira nella casa riesce a rendere
davvero piacevole la permanenza.
Ma dove saremmo andati senza le
care signore che ogni anno ci assistono? Non finiremo mai di ringraziare tutto lo “staff ufficiale” della
Montanina, che con un’infinita pazienza riesce a rispondere a tutte le
nostre esigenze, dal possibile pranzo
al sacco alle leccornie preparate per
pranzo e per cena…
Il programma della “settimana
bianca” segue ormai da tempo un
percorso abbastanza preciso, che di
sicuro, però, non cade mai nella
monotonia: come dimenticare la
serata del carnevale, in cui bambini
e adulti si travestono e si divertono
tra balli e sfilate? Come non vedere
l’ora di sperare di vincere qualche
premio alla tombolata di metà settimana e di partecipare al “giocone”
organizzato dai ragazzi? Senza naturalmente tralasciare l’atteso torneo
di ping pong, in cui si spera sempre
in una svolta del risultato finale,
che da sempre vede come vincitori i
ragazzi contro i papà, o la seratafilm, amata da bambini e genitori.
Insomma, andare alla Montanina
è per me, come credo per molti altri, una settimana fantastica di svago e di riposo da vivere con molte
altre persone, ma è anche un’occasione per condividere con gli altri la
propria fede.
Per quanto mi riguarda, è già partito il conto alla rovescia per il
prossimo febbraio… arrivederci
all’anno prossimo!
Chiara Frisoli
Marzo 2010 Spighe 15
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il teologo risponde
Omelie: meglio essere desiderati che sopportati
Caro don Sandro,
hanno fatto rumore qualche tempo fa le critiche rivolte dal segretario della
Conferenza Episcopale Italiana, mons. Mariano Crociata, sulla qualità scadente
di tante omelie domenicali. Parlando a un convegno sulla liturgia, ha definito
una “poltiglia” insulsa, quasi una “pietanza immangiabile” e comunque “ben
poco nutriente” buona parte delle omelie pronunciate ogni domenica dai pulpiti.
Le sue critiche sono state rilanciate da “L’Osservatore Romano” e dalla Radio
Vaticana. C’è chi ha ripescato una battuta di Joseph Ratzinger quand’era
cardinale: “Il miracolo della Chiesa è di sopravvivere ogni domenica a milioni di
pessime omelie”. I sacerdoti si rendono conto di questa distanza che esiste tra chi
predica e chi ascolta? Come possono migliorare le loro omelie?
L’omelia durante l’eucaristia ne è
parte integrante. Anche nei giorni
feriali il celebrante deve spiegare la
Scrittura che proclama, anche se i fedeli sono solo due o tre.
La Parola di Dio aiuta l’assemblea a
diventare il corpo di Cristo. Noi riceviamo ciò che siamo. L’assemblea feriale aiuta il celebrante a parlare con
semplicità della Scrittura che ha proclamato (a volte difficile) e che lui ha
prima meditato. Sarebbe certo molto
bello se le letture domenicali venissero preparate con un gruppo di volontari. Il parroco ne trarrebbe un enorme vantaggio. Devo ammettere che la
riflessione di ogni fedele illumina e
arricchisce. Ricordo che come giovane docente avevo invitato gli allievi a
preparare un’omelia per i fedeli su di
un dogma cristiano. Spesso il tono
stentoreo e la complessità della pre16 Spighe Marzo 2010
sentazione mi avevano lasciato allibito. E notavo che anche dopo la correzione i predicatori in erba non
cessavano di essere aulici e altisonanti. Un parroco dovrebbe sempre chiedere alla mamma, alla sorella, a un
amico, se si è fatto capire. I membri
dell’Azione Cattolica dovrebbero essere i primi a comunicare al parroco
le loro impressioni, positive e negative. Qualora si celebrasse una Messa
per un piccolo gruppo si potrebbe prevedere un’omelia partecipata, alla
quale i presenti diano un breve apporto personale. Se vogliamo farci capire
dobbiamo pensare che ci rivolgiamo
ad alunni delle scuole medie e non a
laureati; dobbiamo anche sapere che
possiamo
ritenere
l’attenzione
dell’uditorio per poco più di 5 minuti.
Se conserviamo uno stile colloquiale
è più facile mantenersi in contatto
con i fedeli. Si noterà che quando si
narra un piccolo esempio, tutti drizzano le orecchie! Non si sarà mai abbastanza semplici. Anni fa avevo auspicato in una conversazione televisiva
che i nostri obiettori di coscienza (disposti a servire la comunità senza armi) venissero inviati a compiere opera di civilizzazione nel terzo mondo e
non già spediti in prigione. In una famiglia si era capito: si inviino i nostri
comunisti in Russia (!) e ne era nata
una disputa accesa. Io penso che tutti
noi predicatori avvertiamo se siamo
seguiti o se si è formato un muro impalpabile ma greve tra noi e i fedeli.
Questo muro è un allarme di estrema gravità! Come annunciatori della
Parola siamo chiamati a conoscere
sempre meglio la Sacra Scrittura e a
preparare la predica svolgendo un
unico punto, un’unica riflessione,
consegnando ad ogni fedele un pensiero chiaro che lo illumini, lo sproni
e lo conforti. L’omelia è questo discorso piano e semplice che si fa in famiglia. Il prete (cioè il più anziano per
saggezza e bontà) comunica sé stesso e
Gesù medesimo in un annuncio che
dovrebbe essere atteso dai fedeli, che
forse potrebbero anche rimanere un
po’ male per la sua brevità. Meglio essere desiderati che sopportati!
don Sandro Vitalini
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2010_03_marzo - Azione Cattolica Ticinese