leggi, scrivi e condividi le tue 10 righe dai libri http://www.10righedailibri.it tracce Collana diretta da Matteo B. Bianchi Ago Panini L’erba cattiva © 2012 Indiana Editore srl via Argelati 33 20143 Milano ISBN 978-88-97404-03-3 L’erba cattiva a Jacques e Camille “This isn’t flying, this is falling with style!” buzz lightyear, Toy Story 1 Paul Simonon e il Tannhäuser Ero pronto a essere corrotto. Ero debole, adolescente e vulnerabile. I miei avevano fatto di tutto per tenermi lontano dal rock, ma non dalla musica. Perché nella musica ero immerso fin da piccolo. Sono cresciuto con la testa adagiata fra cuscini armonici, tra Schubert e Mahler, Bach e Mozart, Monteverdi e Vivaldi, con spruzzate di Stravinskij e Luigi Nono per non dimenticarsi nessuno. E siccome la musica non basta ascoltarla, ma bisogna anche suonarla, eccomi iscritto alla corte di un rinomato maestro sudamericano per imparare a suonare il flauto traverso. Che odiavo, almeno quanto odiavo il rinomato maestro. Arrivato al liceo ero un outsider, l’unico che con il walk man ci sentiva Čajkovskij. Poi, lungo la strada che facevo tutti i santi giorni per andare a scuola, ha aperto un negozio di chitarre elettriche. E in vetrina, oscena, sensuale, colorata, stava una Fender Stratocaster, azzurra carta da zucchero. Bellissima. E per non farsi mancare nulla, dietro la Strato azzurra c’era un enorme poster con la copertina di London Calling dei Clash. Quella con Paul Simonon che sfascia il basso. Fermai la bici. Fermai il tempo. Fermai i miei quattordici piccoli anni. La bellezza iconoclasta di quel poster e quella Strato azzurra stavano lì a dirmi, senza troppi mezzi termini: sfascia tutto e ricomincia da qui. Eccola, la corruzione che mi spettava di diritto. 7 Per essere ulteriormente diverso dagli altri, oltre a farcirmi le orecchie con Mahler e compagnia bella, i miei mi avevano iscritto alla sezione di tedesco. Tedesco? Ma come tedesco? Chi è che si iscrive a tedesco? Io. Ma perché? Be’, ovviamente per Mozart, Beethoven, eccetera. Così, ero uno dei pochi adolescenti italiani le cui orecchie non erano in grado di capire una sola sillaba di inglese (avrei almeno potuto fare francese, che ne so, almeno Serge Gainsbourg che scopava con Jane Birkin, quello avrei potuto sentirlo e capirlo, e invece no). Tedesco. E quindi i Clash erano una band con un nome figo, ma cosa volesse dire Clash mica lo sapevo. Provare a chiederlo a casa era inutile: i miei genitori avrebbero snobbato la domanda con un sorriso. Loro non si occu pavano di musica “bassa”. La musica “alta” bastava e avanzava. E di musica “alta” si parlava, di essa si disquisiva, si confrontavano esecuzioni e edizioni, come se la stragrande maggioranza della popolazione ne conoscesse naturalmentei percorsi, le opere, gli autori. La minoranza, a casa mia, era chi ascoltava musica “leggera”. Quindi, sperare di trarre qualche informazione sui Clash a casa era un lavoro assolutamente inutile. Ricordo che qualche anno più tardi Nena, una mia fidanzata, assistette a una filippica di mio padre su quando era ancora ingegnere alla Siemens ma si sentì costretto a licenziarsi in quanto non poteva più, cito, «sopportare di lavorare con gente che non conoscesse il Tannhäuser». La cosa al momento passò liscia, ma più tardi la fidanzata in questione mi disse «certo che gli ingegneri conoscono un sacco di strumenti tecnici strambi». Capite? Per mio padre l’opera di Wagner era di dominio pubblico. A casa nostra, parlare del Tannhäuser era come a casa di un arbitro parlare di fuorigioco. Meno male che poi Roy, alla fine di Blade Runner, dice «e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser»: così, chi non conosce l’opera wagneriana ma conosce mio padre può pensare che il motivo del licenziamento volonta8 rio fosse legato alla (certamente grave) non conoscenza della famosa scena. Quindi sono partito dal dizionario italiano-inglese, come se dovessi tradurre la Stele di Rosetta. Clash 1. clash /klæʃ/ I. nome 1. (confrontation) confronto, m.; 2. fig. (disagreement) conflitto, m.; 3. sport (contest) scontro, m.; 4. (contradiction) conflitto, m.; contrasto, m.; 5. a ~ of interests, un conflitto di interessi; 6. a personality ~, un conflitto di personalità; 7. (inconvenient coincidence) there’s a ~ of meetings, c’è una concomitanza di riunioni; 8. (noise) (of swords) clangore, m.; 9. a ~ of cymbals, un suono o frastuono di piatti; 2. clash /klæʃ/ I. verbo transitivo 1. (bang) chiudere rumorosamente, sbattere [bin lids]; 2. battere [cymbals]; II. verbo intransitivo 1. (meet and fight) [armies, groups] scontrarsi; 2. fig. (disagree) [leaders] scontrarsi, essere in disaccordo; 3. to ~ with sb. (fight) scontrarsi con qcn.; 4. (disagree) essere in disaccordo con qcn. (on, over, su); 5. (be in conflict) [interests, beliefs] essere in conflitto; 6. (coincide) [meetings] coincidere; 7. (not match) [colours] stonare; 8. (bang) [bin lids] chiudersi rumorosamente, sbattere; Per farla breve: lo scontro! E uno scontro effettivamente avvenne, proprio davanti al negozio di musica qualche giorno dopo, contro una portiera 9 aperta mentre ero in bici. Feci un volo di una decina di metri. Atterrai sulla schiena. Non mi ruppi niente. Non andò così per il flauto traverso, che stava nello zaino. E per la mia bicicletta rossa, che da quel giorno avrebbe avuto per sempre la forcella storta. Chi aveva aperto la portiera, preoccupatissimo, era il proprietario del negozio di musica. Ero lì, sdraiato a terra, con lo zaino aperto, il flauto fracassato e tutte le sue chiavi sparse sull’asfalto. Il padrone del negozio, Davide, temendo di avermi ammazzato, sorrise quando vide che mi rialzavo. Mi fece entrare nel negozio per riprendermi un attimo. E lì la mia vita cambiò. Davide si offrì di darmi un flauto nuovo. Io mi accorsi che lui non capiva nulla di flauti, e vendetti il mio come il lascito di uno zio flautista. Davide era ancora scosso dal mancato omicidio, per quanto preterintenzionale. Senza indugio proposi: una chitarra elettrica al posto del mio flauto fracassato. Io avrei voluto la Fender, ma lui mi diede un’imitazione Ricken backer. La nascosi a casa, dietro il mio armadio. La maggior parte degli adolescenti della mia età nascondeva i giornaletti porno, io nascondevo una chitarra. E un’anima. Un’anima rock. Il flauto dissi che mi era stato rubato. E presi il coraggio a quattro mani per dire che non mi piaceva affatto il maestro sudamericano, e che ero stufo. Mia madre ci rimase male. Ci teneva che facessi il flautista (e che studiassi tedesco e che amassi Mozart e gli altri, e finissi il classico). A parte l’amore per Mozart, credo di averla delusa su tutta la linea. Di nascosto in camera mia ascoltavo a volume bassissimo la radio. Cercavo trasmissioni di rock. Non capivo nulla, ma avevo bisogno di rock. Ascoltavo qualsiasi cosa, senza criterio, gusto o logica. E provavo a strimpellare qualcosa sulla chitarra. Rubai (per sentirlo più “mio” e forse più sexy e proibito) un libro di accordi di canzoni che non conoscevo assolutamente ma che aveva un cannone in copertina. Era For Those About to Rock, degli AC/DC. 10 Un pomeriggio, tornato da scuola, trovai la mia chitarra in mezzo al salotto. E nessuno in casa. I miei l’avevano scoperta, l’avevano messa lì in mezzo e se n’erano andati per lasciarmi macerare. O forse inventare una scusa. A cena, riunione di famiglia: temevo che si sarebbero arrabbiati, che avrebbero collegato il flauto rubato alla chitarra arrivata, cosa per me lampante. Nulla di tutto ciò: la chitarra passò in secondo piano, rispetto alle bugie. Temevano che io avessi paura di loro. E io temevo di deluderli. Alla fine, un po’ libro Cuore, la chitarra venne accolta in casa. E io feci un passo decisivo versola musica. 11 2 A ripetizione di rock Non sono mai stato un secchione. Mettermi a imparare gli accordi uno a uno, in maniera sterile, mi annoiava a morte. Quindi ecco finalmente un compagno di classe, ripetente, cui di solito non mi avvicinavo (anzi, diciamo la verità, lui non avvicinava me che ero un ragazzino), che un giorno arriva con la “pezza” degli AC/DC sul giubbotto di jeans. La pezza era quella roba che si cuciva nella parte romboidale del giubbotto di jeans, sulla schiena. E la pezza era sempreil nome di un gruppo. E contemporaneamente anche una bandiera. Come a dire, a me piace questa roba qui, voi fatevi i cazzi vostri. Mi feci coraggio. Anche a te piacciono gli a ci di ci? Lui mi guardò, indeciso se mandarmi a quel paese oppure illuminarmi. Eisidisì. Si scrive come hai detto tu, ma si pronuncia eisidisì. Salvatore Magazzù, quindi, sapeva l’inglese! Conosceva gli AC/DC (eisidisì). E aveva la faccia cattiva del ripetente. Che ripetente, già di suo, è un termine che ti bolla. Se sei ripetente o sei scemo o sei balordo. In un istante Salvatore Magazzù mi aveva dimostrato, non senza un inevitabile sapore da Che Guevara della Bovisa, che si può essere bocciati anche sapendo un sacco di cose, tipo l’inglese in una sezione di tedesco. Questo pensiero mi salvò il culo non poche volte l’anno (terribile) successivo. Di colpo, Salvatore “Che” Magazzù era diventato il mio eroe. E come tutti gli eroi mi faceva anche un po’ paura. Lo 12 avevo sempre visto in fondo alla classe. Qualcuno diceva persino che fumava. C’è una sorta di strano razzismo nei confronti del ripetente. Come se il ripetere un anno sia la chiara avvisaglia di una vita buttata, in cui problemi e delusioni risulteranno appuntamenti fissi. Salvatore, semplicemente, non era troppo interessato alla quarta ginnasio, e si faceva i cazzi suoi. Sapeva tutto degli AC/DC. Suo fratello maggiore gli aveva fatto scoprire i dischi, e gli aveva raccontato di un concerto (chissà se era vero) cui aveva assistito non si sa dove. Piano piano l’intervallo divenne lezione di AC/DC. Salvatore aveva un sacco di foto. Me le faceva vedere e mi spiegava. Con fare fraterno mi iniziava ai misteri del rock and roll. Il tutto senza aver sentito ancora una nota. Però l’immaginario era già tutto lì. In principio quindi furono Angus e la sua chitarra, e poi i cannoni sulla copertina, il fratello di Angus, che stava sempre lì e gli voleva bene. Le corna, che vogliono dire una cosa diversa dalle corna quando le fai per strada o dici a uno «tieni le corna!». E poi il cantante, Bon Scott, morto soffocato dal vomito. Che botta. Soffocato dal vomito. Tornai a casa dopo quella lezione di AC/DC, e sul tram non pensai ad altro che alla morte per vomito di Bon Scott. Poveraccio. Chissà come si sta male. Anche perché per me vomitare è più o meno la cosa peggiore che mi possa capitare. La morte di Bon Scott mi colpì moltissimo. Soprattutto quando realizzai che era morto soltanto un anno prima. L’amicizia con Salvatore ovviamente venne notata dalla prof che odiavo sempre di più. Non andavo (ancora) male a scuola. La paura dell’istituzione mi faceva tenere i voti a un livello dignitoso. Però la prof non vedeva bene l’amicizia col “ripetente”. Lo comunicò a mia madre. Fortunatamentemio padre disse senza mezzi termini che la prof era una stronza e che non è affatto detto che i ripetenti siano brutte frequentazioni. E che (la prof ) era di sicuro fascista. Punto. 13 Il passo successivo fu raccontare timidamente a Salvatore che avevo una chitarra. Dire che suonavo la chitarra era ancora un passo troppo grande. Però già possederla era un bel colpo. E mi invitò a casa sua. Ovviamente con la chitarra. Sul tram facevo la mia porca figura, con la chitarra sulle gambe, senza custodia. Mi guardavano tutti, e io cercavo di avere la faccia adatta. Mi sedetti in fondo. Due ragazzine carinissime si sedettero vicino. Ovviamente non ci parlammo, ma io feci di tutto per farmi notare con certe (credo pietose) espressioni da musicista intento a trovare l’ispirazione. Facevo pling plong sulle corde con aria annoiata, guardando fuori. In realtà guardavo nel riflesso del vetro cosa stavano facendo le ragazzine. Mi stavano fissando, o forse no. Scesero prima di me. Le guardai allontanarsi. Una, quella più carina, si girò. E forse sorrise. La stanza di Salvatore era enorme, almeno tre volte più grande della mia. Suo padre era un professore universitario e la mamma una pittrice. In camera, Salvatore aveva appeso un enorme poster di Angus. Sbrigammo la pratica-compiti in mezz’ora, tralasciando quasi tutto. Salvatore faceva i calcoli su cosa la prof avrebbe potuto chiedere l’indomani, e aveva un quaderno dell’anno prima con quasi tutte le versioni più o meno già fatte. Mi insegnò a evitare il dovere a favore di studi più interessanti e pratici. Peccato che i miei, di calcoli, a differenza di quelli di Salvatore, non erano quasi mai esatti, e la prof mi chiedeva sempre quello che avevo evitato di fare il giorno prima. Poi passammo alla chitarra. All’inizio Salvatore rimase deluso. La mia era una chitarra da rockabilly, e non la Gibson “diavoletto” di Angus. Non sapevo minimamente cosa o chi fosse un rockabilly, ma la faccia di Salvatore era inequivocabile. Ci rimasi malissimo. Fammi sentire. E io strimpellai più o meno quello che mi ricordavo degli accordi di For Those About to Rock, che però, siccome non 14 avevo mai sentito, suonavo male, con ritmo e soprattutto intenzione totalmente fuori luogo. Ma l’hai mai sentita? Certo! Davvero? Be’… Sì o no? Be’… no. Nella stanza c’era un giradischi di quelli che andavano di moda allora. Salvatore si chinò, cercò tra i dischi. C’era di tutto, ricordo le copertine che giravano, così diverse da quelle della Archiv e della Deutsche Grammophon che c’erano a casa mia. Erano colorate, diseguali e distoniche l’una dall’altra. Non conoscevo quasi nessuno degli artisti. Signori e signore, tenetevi forte. Ecco For Those About to Rock. Prese il disco con serenità. E lo mise su. Mi tremarono le gambe. Ora. Provate a fare pulizia totale di tutta la musica che avete ascoltato finora. Tutta. Mozart non fa parte di questa categoria. E immaginatevi un ragazzino con una finta Ricken backer in mano che viene investito in pieno da For Those About to Rock. Inizia Angus, semplice, poi la batteria, la cassa, che tiene il quattro, poi la chitarra di Malcolm (il fratello di Angus) e poi la voce gracchiante di Brian Johnson. Le parole, incomprensibili. La musica che invade la sala con il pavimento di legno della casa di Salvatore. Il volume, fortissimo, che fa vibrare i vetri. Salvatore che sorride nel vedere la mia faccia. E il primo ritornello. Urlato, epico, potentissimo. For those about to rock! We salute you! Dio mio, la tremarella. Non assomigliava a niente che avessi sentito prima. Era potente anche Wagner, era affascinante anche Stravinskij, era epico anche Mahler, ma questo, santodio, era un’altra cosa. Poi arriva l’assolo di Angus. Nemmeno uno dei migliori, ho scoperto dopo. Però quel suono acido mi taglia la pancia, e Salvatore agita la testa, battendo i piedi come Angus. Senza fiato. Poi la musica si ferma. Manco faccio in tempo a girarmi verso Salvatore per chiedergli se finisce così, che: Fire! grida Brian Johnson, e, cazzo, sparano i cannoni, quelli del mio 15 libretto trafugato. Quei cannoni sparano davvero. Che botta! Poi il ritornello riprende, e si ripete svariate volte, mentre Angus ci suona sopra e quell’altro grida Shoot, shoot! e i cannoni sparano ancora. We salute you! We salute you! E il finale con i cannoni che sparano ancora, e ancora. Fire! Silenzio. Le mie orecchie avevano perso la loro verginità. Per sempre. Io non dovevo essere lì, non dovevo ascoltare quella roba. Io dovevo essere a ripassare un minuetto di Benedetto Marcello, invece che sentirmi le orecchie doloranti. Io dovevo crescere lontano da lì. E invece c’ero finito dentro. Mani, piedi, orecchie, cervello e tutto quello che resta. Come mai avrei potuto resistere? Come avrei potuto resistere al suono di Angus, alla batteria che pesta, alla voce che gracchia? E infatti non lo feci, solo che la mia chitarra non andava bene. Gli accordi più o meno erano quelli, ma il suono, quello non aveva proprio senso. Senza il volume, senza l’amplificatore, senza il distorsore (altra nuova scoperta), la chitarra non serviva praticamente a niente. Il pomeriggio successivo andai con Salvatore al negozio di Davide, che fu contento di vedermi. Sano, per lo meno. Gli chiedemmo se potevo provare un amplificatore. Lui sorrise con quella faccia che poi ho visto fare tante volte al pusher quando ti vende il fumo. Sa che ti rifarai vivo. Sa che hai preso la strada. Sa che quello è un punto di non ritorno. Scendemmo nella sala prove che stava sotto il negozio. Un antro misterioso che puzzava di umido, come tutte le sale prova frequentate negli anni. Davide mi diede un cavo. Mi diede un distorsore. Collegò la chitarra al cavo, il cavo al distorsore, e il distorsore, con un altro cavo, a un amplificatore enorme. Un Marshall! Lo accese. Io avevo la chitarra al collo, avevo un plettro degli AC/DC che aveva portato Salvatore, dicendomi che era un vero plettro di Angus trovato da suo fratello alla fine del concerto. 16 E proprio come un fratello grande che ti lascia da solo ben sapendo che tipo di cazzata stai per combinare, Davide disse:non fatevi male. E uscì. Per un attimo, il silenzio attutito della sala prove puzzolente di muffa ci fece venire un brivido nella pancia. Sei in piedi su una scogliera. Un salto di dieci metri. Anche di più. Ti giri, guardi i tuoi amici: cazzo fai, non salti? Metto le dita per fare un bel barrè di Fa. Guardo Salvatore che sorride, ma forse ha fifa anche lui. E do la mia prima plettrata. Che è come il primo bacio, il primo tiro di sigaretta, il primo tiro di canna, il primo sorso di whisky, il primo bacio sulle tette. O forse tutto questo messo insieme. Il Marshall grida una cosa pazzesca, che viene dalla mia finta Rickenbacker. Fa paura. È un suono violento, potente, pieno. Un suono che ci riempie le orecchie, gli occhi, la pancia. Forse ci muove anche i capelli. Un solo accordo, di Fa. Salvatore mi guarda. Io sorrido. La scuola stava finendo e i miei voti stavano peggiorando. Non abbastanza da farmi bocciare (quello è successo l’anno seguente), ma abbastanza da farmi prendere latino a settembre. Avevo in mente solo Angus. Mi pareva sublimare tutti i miei eroi del passato. Era tosto come l’Uomo Ragno, cattivo come Goblin, matto come Lex Luthor, forte come Hulk. Sudava, scalpitava. Insomma: era ribelle. Suonava la chitarra. Da ribelle. E lo stavo diventando anch’io. Era giunto il momento. Le cose non potevano più essere come prima. Avevo scoperto il fuoco, la potenza. Era quasi come aver scoperto il sesso. Quel pomeriggio, in tram, mentre tornavo a casa con la finta Rickenbacker sulle gambe, avevo ben chiara la sensazione di aver scoperto quello che per una buona parte della mia vita avrei considerato, semplicemente, candidamente, intensamente, tutto. 17 3 Passi da gigante In rapida successione: estate passata a Santa Margherita a fare il “ribelle”, senza fidanzata. Esame di latino a settembrepassato per un pelo. Ripresa scolastica disastrosa. Salvatore sparito in un’altra scuola. Scoperta, grazie a Sergio del Feltrinelli, della discografia integrale di Iron Maiden, Black Sabbath, Deep Purple, Motörhead e Metallica (appena nati). Scoperta della politica a scuola (prevalentemente da spettatore). Scoperta della Claudia (solo baci) e delle tette della Claudia. Scoperta di altri effetti sonori come il wah wah e il flanger nella sala prove di Davide. Scoperta dell’inglese (autodidatta). Scoperto che a scuola si può anche non andare. Scoperta del cinema di giorno (prevalentemente per chi non va a scuola). Scoperta di Blade Runner, di tutto 007, di Arancia Meccanica, Guerre Stellari visto e rivisto, Alien visto in tre diverse sedute perché mi fa troppa fifa. Scoperto a copiare dalla sempre più odiata prof di italianolatinogreco. Scoperta che due (il numero) sulla pagella esiste. Scoperta del sistema per falsificare la firma sulle pagelle disastrose. Scoperta della fatica di raccontare un sacco di balle. Scoperta di Transex, un negozio di dischi in centro, dove si incontrano i metallari. Scoperta, quindi, di essere un metallaro. Scoperta di Van Halen, che mi fa venire in mente che forse la chitarra elettrica è una cosa inarrivabile. Però insisto e miglioro, anche se i miei assoli fanno schifo (soprattutto perché a casa suono sempre senza amplificatore). Capelli lunghi, ovviamente. Definitiva sostituzione dei poster giovanili con quelli dei concerti heavy metal stac18 cati dai muri della città. Primo concerto della mia vita: Motörhead, e giovanissimi Metallica di supporto. Acquisto di un amplificatore da chitarra costruito da Sergio del Feltrinelli con le istruzioni della rivista «Nuova Elettronica». Suono terribile, ma per me meglio del muro di Marshall. Lite spaventosa con il vicino di casa che sostiene di non riuscire a lavorare a causa del mio amplificatore. Spostamento dell’amplificatore (e quindi praticamente della mia stanza) in cantina. Inevitabile bocciatura a fine anno, con conseguenze familiari opposte: mia madre non mi parla praticamente più per tre anni, mio padre dice «non ti hanno capito». Estate passata in punizione a lavorare in una libreria dove leggo trecento libri e mi diverto da matti. Poi di nuovo a Santa Margherita, sempre più ribelle per gli standard locali ma niente a che vedere con i ribelli veri. I capelli lunghi d’estate fanno comunque la loro porca figura. Dimenticata Claudia per Martina. Dimenticata Martina per Samantha con la acca. Ripresa scolastica: ufficialmente ripetente. Nuova prof ancora peggio della prima, che esordisce con «i ripetenti non mi piacciono». Scuola saltata a piè pari praticamente fino a Natale. I miei decidono di farmi cambiare istituto: l’Itsos di Milano. La scuola dove insegna mio padre. La scuola dei cretini, secondo mia madre. E lì rinasco. Scopro che andare a scuola è divertentissimo. Il primo giorno, dopo la pausa natalizia, c’è assemblea. Il secondo c’è una gara di trial non autorizzata dove vince chi arriva al terzo piano, davanti all’ufficio della preside. Immagino sospensioni ed espulsioni. La preside esce dall’ufficio e ride. Le materie sono fotografia, cinema, psicologia delle masse, informatica, finalmente inglese, e poi storia, economia, scienza e tecnica, arte e italiano. Uno strano professore scapigliato che somiglia a Italo Calvino e si chiama Campagna ci legge Leopardi, quasi come faceva mio padre quando ero piccolo e io immaginavo che Leopardi fosse, alla stregua di Salgari, uno scrittore d’avventure. D’altronde, con quel nome… 19 E, incredibilmente, sto bene. Ma bene davvero. La scuola è libera, aperta. Si dà del tu ai professori, e non bisogna alzarsi in piedi quando entrano. Se non te la senti puoi uscire. Alla fine il responsabile sei tu. E in classe ci stai ben volentieri. Mi sveglio volentieri, prendo la bici con la forcella storta e vado a scuola presto. Faccio colazione con un panino al salame che costa pochissimo nella posteria davanti. Si parla di tutto. Si gioca con la macchina fotografica, con i pennarelli, si vedono i film. Per una lezione di storia andiamo al cinema a vedere Il mondo nuovo di Scola, per una lezione di italiano andiamo a vedere Kaos dei fratelli Taviani. Ci sono freak, punk, rasta, skinhead (original, sia ben chiaro), mod e psychobilly. Gente “normale”: non pervenuta. Ma chi è che è davvero “normale”? Un giorno c’è di nuovo assemblea. Mozione: occupazione. Si vota. Occupazione all’unanimità. «Però si viene a scuola» si dice dal palco. Il giorno dopo la scuola è praticamente deserta, non più di una trentina di persone. Si decidono le attività alternative. Nasce un gruppo di studio sui Clash, di cui io, al di là del famoso poster illuminante, non so nulla. Mi iscrivo. In classe viene appeso un poster con i quattro Clash che imparo a conoscere: Joe Strummer (da quel momento, e per sempre, uno dei miei massimi eroi, non solo musicali), Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon, che già si faceva le pere, come viene subito specificato. Parlano Luca e Paolino, due della classe accanto alla mia. Andiamo in sala ascolto (che in realtà è la sala audio della sezione di lingue) e ascoltiamo per intero, senza parlare mai, tutta la cassetta di London Calling. La reazione che ho è diversa da For Those. All’inizio forse non capisco, però leggo i testi, mi prendono: «Perché Londra sta affondando e io, io vivo in riva al fiume…». Chissà cosa vuol dire. Però mi piace. Luca e Paolino mi prendono per mano e Milena (la Mila), una tipa strana, diversa dalle ragaz20 zine che di solito mi piacciono, mi spiega il valore politico dei Clash. Mi racconta dei conflitti. Della Londra dell’epoca, dei ghetti giamaicani. Arriva Guns of Brixton. Il ritmo, reggae (come mi spiega la Mila) mi avvolge. Sento una musica diversa da quella che ascolto di solito. «Che fine farai? Freddato sul marciapiede o in attesa nel braccio della morte?… Devi fare i conti con le pistole di Brixton». La forza morbida di quel pezzo, mista a una violenza sociale diffusa ma affascinante in quanto londinese, mi entra dentro. La Mila lo rimette su. Mi dice che devo capirlo, e che per essere un metallaro non sono un coglione. Un po’ ci resto male. Però la Mila continua, mi dice che i metallari sono maschilisti e qualunquisti. E a me viene in mente Girls Got Rhythm di Angus e soci e un po’ mi sento in colpa. Dice che lei non potrebbe mai stare con un metallaro. Io non capisco se lo dice perché le piaccio (la cosa mi pare impossibile) o per principio. Dice che i metallari non hanno coscienza politica, non partecipano alla lotta, pensano solo alla figa (detto da una ragazza non lo avevo mai sentito, e la cosa mi lascia di stucco) e alle moto. Per lo meno sul lato motociclistico e politico mi sento fuori categoria. Ho la bici, e mi sa che comincio pure ad avere una coscienza politica. La Mila parla mentre i Clash suonano. Io ascolto la Mila e mi piacciono i Clash. O forse il contrario. White Riot chiude il cerchio: c’è tutta la furia che incomincio a sentirmi dentro. Alla fine del laboratorio sui Clash i risultati sono: Londra eletta unico posto vivibile al mondo, io definitivamente, profondamente, sentitamente anarchico, perdutamente innamorato della Mila e sostanzialmente non più metallaro; la cassetta di London Calling viene mangiata dal registratore della sala audio, e si decide, per motivi politici, musicali, sociali, culturali (e qualsiasi altro motivo va bene) che serve una band. I volontari (non ci voleva molto) siamo io e 21 Paolino alle chitarre, Luca alla batteria, al basso Cesare (un tipo strambo, che dice di essere mod), con un bellissimo basso Rickenbacker (vero) come quello di Lemmy dei Motörhead, e che trova bellissima (sulla parola, mica l’ho mai fatta vederea nessuno) la mia imitazione Rickenbacker. Decidiamo di fare una prova. Venerdì. È lunedì. Manca il cantante. E il nome. 22 4 Kolchoz Le band sono principalmente di tre tipi. A) La band con il leader: generalmente c’è uno che ha talento, e sa scrivere canzoni, testi e musica. Il tizio in questione spesso suona la chitarra, è bello, e dopo un po’ di anni manda tutti a quel paese, fa il progetto solista e si gode la bella vita. Pochissime eccezioni a questa regola sono rappresentate da U2 e Rolling Stones, dove più o meno il leader non se ne è (quasi) mai andato e la band è ancora quella. O dai Nirvana, dove il leader si è sparato, ma fin lì la band era insieme. B) La band familiare (modello Oasis, o AC/DC, ma anche Tokio Hotel): due tipi hanno talento (di solito uno più dell’altro), sono fratelli, vengono da un posto mediamente squallido, hanno fatto la gavetta, trovato gregari educati. Di solito la cosa finisce con una litigata spaventosa tra i fratelli e la band in pezzi, con buona pace dei gregari che ripiombano (non che ne fossero mai usciti) nell’anonimato. C) La band kolchoz. Dice l’enciclopedia: kolchoz è l’abbreviazione di коллективное хозяйство, kollektivnoe chozjajstvo, che in russo significa “azienda collettiva” agricola. Erano cooperative agricole nelle quali i contadini lavoravano collettivamente la terra condividendo anche strumenti e macchinari. La band kolchoz divide tutto. La musica si scrive insieme, il look si decide insieme, i testi si decidono insieme, tutti hanno lo stesso peso, tutti parlano e ascoltano, e la voce che esce è la voce della comunità. La band kolchoz è la band più bel23 la. La band kolchoz è di tutti, e ciascuno dei membri la ama e l’aiuta a crescere. La band kolchoz è un inferno. La band kolchoz è un casino da cui generalmente non emerge quasi nulla di buono, e alla fine si finisce per pestarsi. Nella band kolchoz c’è sempre qualcuno che tenta un colpo di mano (in nome della band, s’intende) per portare la nave sana e salva in porto. Generalmente il colpo di mano fallisce e la nave naufraga, o rimane allegramente in balìa della tempesta. Dopo aver ben riflettuto, io, Luca, Paolino e Cesare, non essendo musicisti di talento (escludendo quindi la soluzione A) e non essendo fratelli (niente soluzione B) ci gettiamo a capofitto sulla terza tipologia. Su una cosa infatti siamo d’accordo: i Clash. Da lì si parte, senza discussione. Su tutto il resto, ciascuno ha la propria (indiscutibile, inamovibile) idea. Come sul nome. Taxi Driver. Figo! Fa schifo. È di destra. Perché di destra? I tassisti sono di destra, si sa. E De Niro? Cazzo c’entra De Niro? Hai visto il film? Quale film? Lasciamo perdere. Insane. Molto punk! Ma che, siamo un gruppo punk? Be’, scusa i Clash che fanno? Ma va’, il punk è un’altra storia. E poi io al Virus non ci vado, una volta mi hanno pure menato. Vabbè, però il nome è figo, no? A me sembra una tisana. Ma no, dai. No Moss. Cosa? Ma che roba è? Merda. Ma no, dai, è la seconda parte del detto inglese «A rolling stone gathers no moss». Quindi? Be’, la prima parte se la sono presa i Rolling Stones. Noi ci prendiamo la seconda. E secondo te la seconda sta lì da tutto quel tempo perché? Be’, perché nessuno ci ha mai pensato. No, sta lì perché solo un coglione chiamerebbe una band No Moss. Harditi. Cosa? Be’, tipo hard, come hard. E Arditi, cioè, tipo arditi. Chiarissimo. Non ho capito. È un gioco di parole tra hard e arditi. Ah. Non male. Ma non è un po’ di destra? Boh, cosa? Il termine ardito. Ma ar dito, alla romana? Come ar gabbio, o ar fiume? O ar culo? 24 No, ardito come ardito. Ah, ardito come ardito. Però con la acca, che fa hard. Ma tipo hard rock? Anche. No, noi non siamo metallari. Tu lo sei. Io lo ero, cazzo. Sì, ho capito, ma hard sta anche per hard core, che è punk ma non troppo. Harditi. Boh. Mettiamo ai voti. Cesare? Oh, alzi la mano o no? Sto rollando, aspe’. Paolino? Mah. Luca? Di brutto. Be’, io l’ho proposto. Quindi Harditi? Cesare? Sì, ok. La prima decisione kolchoz è presa: siamo gli Harditi. Ora, sotto col cantante. Guido, un amico, ha un Macintosh e una fotocopiatrice nell’ufficio del padre, e questo fa di lui un grafico. Gli chiediamo aiuto col volantino. Lui pensa alla grafica, noi al testo, che risulta semplice più o meno come scrivere un comunicato delle BR. Dunque, gli Harditi. Aspetta. Cosa? Perché gli Harditi? Be’, sennò cosa? Non so, secondo me Harditi e basta fa più figo. Ma che dici, scusa, i Clash c’hanno la i davanti, i Rolling Stones. Pure, gli U2 hanno la gli. Come gli Harditi. Boh, a me non convince. A voi? Mi dissocio. Cazzi tuoi. Dai, vai avanti. Allora, gli Harditi cercano cantante per. Aspetta. Cosa? Non è meglio dire cosa facciamo? Di che? Di musica. Ah. E cosa facciamo? Be’, i pezzi dei Clash. Ok, aspetta, ricomincio. Gli Harditi, gruppo che fa i pezzi dei Clash… No, dai. Cosa? Così fa cagare. Ok. Gli Harditi, gruppo che… Mi dai una sigaretta? No, ho il pacchetto nuovo e mi deve durare, scrivi che facciamo punk, che fa molta scena. Ma noi facciamo punk? Aggiungi più cose. Ok, facciamo così: gli Harditi, gruppo punk, rock, ska, reggae, e ci metto pure hard, che cazzo. Ma hard che? Hard rock o hard core? Hard e basta, e chi vuole capisce quello che vuole capirci. Bell’idea. Fanculo. Ok: gli Harditi, gruppo punk, rock, ska, reggae, hard cercano cantante. Audizioni in via… Aspetta. Cosa? Uomo o donna? Cosa? Il cantante, uomo o donna? Cazzo, mica ci avevo pensato. Uomo, direi. Perché? Be’, Joe Strummer è maschio. Quindi? Quindi cosa? Uomo o donna? Uomo! 25 Donna! Diomiodiomiodiomio. Cioè, magari una donna ci sta bene. Se poi è anche figa. Sai chi non è male? Chi? La Mila… Ma canta? Non so se canta, però io andrei a vederla volentieri. Ma dai. Oh, secondo me mettere solo uomo è una cazzata. Ma io non metto solo uomo, metto cantante, che è sia maschile che femminile. Il cantante è maschile, la cantante è femminile. Ma la cazzo di parola cantante è sempre uguale, o sbaglio? Metti cantante e tra parentesi anche donna. Ti piace la Mila? Ma va’. Ti piace di brutto la Mila? Manofiguratinonèche… Ti piace. Be’, scusa, mica è brutta. Direi di no. Ti piace. Un po’. Anche a me. Però mettici che non vogliamo metallari. Perché? Perché sono quasi sempre un po’ pirla e poco profondi. Ma tu non sei metallaro? Oh, io ero metallaro, ma adesso non più. E cosa sei? Be’, tipo punk. Tipo punk? Sì, tipo punk però senza cresta. Ti fanno il culo, i tuoi? Ma va’, figurati. Sì, figurati. Che canzone mettiamo? Dove? Nel volantino, bisognerà dire che canzone fare, così i cantanti sanno cosa cantare. Che ci scrivo? Guns of Brixton. Io non la so. Imparala. È reggae, non va bene. London Calling? Uhm, troppo molle. Molle? Minchia, è bellissima. White Riot? Boh, mah, hmmm. Magnificent Seven. Boh. Minchia no, dai, dura un’ora. Should I Stay or Should I Go? Yes. Ok, a me va bene. A me no. Dai Paolino, è tardi.Vabbè. Alla fine il testo approvato da tutti è: gli Harditi, gruppo punk, rock, ska, reggae, hard cercano cantante (anche donna). No metallari. Preparare Should I Stay or Should I Go. Audizioni in via Maddalena 7 venerdì, ecc ecc. Cinquanta volantini fotocopiati, che fanno la loro figura. Li appendiamo all’Itsos, al Feltrinelli, al Leonardo. 26 5 Cantanti Un dettaglio non trascurabile è che noi non abbiamo mai suonato insieme. E io non ho mai suonato con nessuno. La sala prove di Davide è prenotata per quattro ore: tre per le audizioni, una per “ripassare”. Appena entrato, Luca comincia a suonare la batteria. Fortissimo. Provando tutti i piatti, facendo tremila rullate. Davide corre giù per le scale, gridando. Cominciamo male, ragazzi la porta va sempre chiusa. Questa cosa di suonare subito, fortissimo, con la porta aperta è una costante di tutti i batteristi con cui ho suonato, ovunque e comunque. Il batterista non può resistere, è un istinto primordiale. Io, che sono quello che ha prenotato, e anche ormai un po’ amico di Davide, mi trovo nel ruolo del cazzo di cercare di far rispettare le regole. Tra cui quella di non fumare. Mi giro, e tutti fumano. Tre sigarette su quattro, subi to, all’istante. Oh. Eh? Spegni la sigaretta, non si può fumare. Io non suono senza fumare. Oh, hai capito, non si può fumare, c’è il cartello. Paolino prende un pennarello dalla tasca e scrive fuck the system sul cartello. Ti basta? E allora fuma, cazzo ti devo dire. Attacco la chitarra, il distorsore e il flanger al Marshall. E salta subito la luce. Luca continua a suonare, fortissimo. Torna Davide, si incazza per le sigarette, per il cartello, riattac ca la luce, richiude la porta. Tutti ricominciano a fumare all’istante. 27 One (batticuore, ma faccio finta di niente), two (mi asciugo le mani sui pantaloni), three (sono emozionatissimo…), four! Delirio. Un casino pazzesco, una specie di fango sonoro emerge dai nostri ampli. Il pezzo arriva faticosamente alla fine, somigliando davvero poco alla versione originale. Arriva Davide. C’è un tipo che chiede di voi. Io devo lavorare, non è che sono qui a farvi il segretario. Sì sì, scusa, salgo io. Il tipo è un fricchettone con il poncho, i capelli lunghissimi e una borsa con una tracolla più lunga dei capelli. Si chiama Kamalesh. In realtà si chiama Silvano, ma si è cambiato nome. È più grande di noi. Ciao Luca, ciao Kamalesh, ciao Paolino, Kamalesh, lui è Cesare. Uè. Uè. Che fate qui? Noi? Aspettiamo cantanti. Io non sono un cantante. Ah. Imbarazzo. Però se volete vi canto qualcosa. Boh, vabbè. La sai Should I Stay or Should I Go? Kamalesh ride. Minchia, ancora quella roba lì suonate? Noi ci sentiamo un po’ sfigati, e lui tira fuori una canna già rollata. Luca ricomincia a suonare. Kamalesh accende, nonostante il casino. Facciamo Should I Stay or Should I Go. Noi un po’ meglio. Kamalesh rimane con il microfono e la canna in mano. Sembra sempre che stia per cantare e non canta mai. Vabbè, buona fortuna. A me ’sta musica fa schifo. Non li conoscete i Marillion? A noi i Marillion fanno schifo. E il primo è andato. Arriva Rino. Avrà trent’anni. A noi sembra Mosè. Scusa, dove hai visto il volantino? All’Itsos. Ma tu vai ancora all’Itsos? Faccio il supplente di ginnastica. Però canto. La musica è la mia vera storia. Dai, attacca. Onetwothreefour. Viene fuori una marmellata media. Rino canta con la voce impostata, che non ha niente a che vedere con quella acida di Mick Jones. Noi facciamo schifo, ma ab28 biamo la spocchia di dirgli che ci fa schifo. Lui non la prende male. Esce. Livia. Ha la voce più bassa di Barry White, ma è donna. Non brutta ma per niente attraente, la faccia nascosta dai capelli. Vestita grigio topo, maglione largo che nasconde (se esiste) qualsiasi tipo di forma. Assolutamente antifemminile. Sono donna. Si vede. Nessun problema, vero? No. Nessun problema. E mi fa schifo il pubblico. In che senso? Quand’ero piccola mia madre mi ha iscritto allo Zecchino d’Oro e io da allora odio tutti, odio il pubblico. Se volete canto, ma non vi guardo, e se mi prendete non guardo nemmeno il pubblico. Ma scusa, perché canti se ti fa schifo tutto? Perché mi piace cantare. Cominciamo? Onetwothreefour. Bordello, ma fino in fondo. Livia canta rivolta verso l’angolo. Si tiene un dito nell’orecchio per sentire la sua voce che è un’ottava sotto quella di Mick Jones, e, al di là del casino, per capire quello che dice, il che è praticamente impossibile. Finisce il pezzo. Silenzio. Io canto così, va bene? Ora vado. Ciao. Ciao. Esce. Ci guardiamo. Paolino è entusiasta. Gli altri no. Si apre la porta. La tipa che usciva mi ha detto che eravate qui. Tipa strana. Mi sa che è lesbica. Ciao, sono Elvis. Voi? Elvis? Tutti a bocca aperta. Il tipo ha detto Sono Elvis? Come hai detto che ti chiami? Elvis. Sì, ma il nome vero? Elvis. Dai. Oh, cazzo ti devo dire, mio padre mi ha chiamato così. Non cominciate anche voi, che sono diciott’anni che mi rompono i coglioni con ’sto nome. Sei un cantante? Boh, non so. Canto, canticchio in moto. Mi piace. La sai Should I Stay or Should I Go? Ho tirato giù le parole dalla cassetta. Dunque: Elvis Morello, questo il suo nome intero, vive a Bruzzano, vicino al cimitero. Ha i capelli biondi, un naso enorme, ad aquila, è magrissimo, ha le clipper blu ai piedi e un giubbotto di pelle. E gli occhi azzurri. Dice un sacco di 29 cazzate, fa ridere e ha la patente da pochissimo. Guida una 126 verde. Fuma una sigaretta dietro l’altra. Io non ci provo nemmeno a dirgli che non si può fumare. In fondo si chiama pur sempre Elvis. Onetwothreefour. Niente. Stavolta non viene fuori niente. Ci fermiamo subito. Tutti tranne Elvis, che in totale trance agonistica va avanti a cantare. Ha il testo trascritto. Letteralmente. Daliniugottalemminò, sciudaisteiorsciudaigò. Eccetera. Canta male, ma con un certo stile, si dimena come un ossesso con l’asta che balla, gli occhi chiusi. Fa la sua figura. Oh, mi fate sapere? Vi do il numero. C’è la segreteria. Dite prima che è per Elvis, che sennò mia madre li cancella, i messaggi. Sì. Ok. Oh, davvero, fatemi sapere. Sì, ma tu dove vai? A scuola, intendi? Io mica vado a scuola, faccio il meccanico. Vabbè, ti telefoniamo noi. Ciao. Cià. Esce. Ci guardiamo. In battuta tutti e quattro parliamo: figoyeahsembraZanardichicazzoèZanardiunofighissimocazzodicièunosfigato. In metropolitana, alla stazione Cadorna scendiamo per cambiare. Domani telefoniamo a Elvis, allora. Ok. Elvis. Verso casa. Le orecchie mi fischiano. Ho la mia imitazione Rickenbacker tra le gambe. I capelli lunghi. Probabilmente puzzo un po’, tra sudore e umido. Guardo fuori, le poche luci che corrono nel tunnel. Poi mi guardo intorno: gente che torna a casa, coppiette, mamme con bambini. Cazzo, io suono. Io ho una band. 30 6 Revolution rock Il rock è di sinistra. Il rock di destra sostanzialmente non esiste. Gli Harditi sono un gruppo di sinistra. Per essere ancora più chiari, ci ispiriamo ai Clash. Però il nome sembra, in qualche modo, di destra. Visto, te lo dicevo io che sembrava di destra, ma va’, allora perché ci chiedono sempre se siamo fascisti? Boh, forse per i tuoi capelli corti? Cazzo vuoi, gli skin veri sono di sinistra, guarda i Redskins… Insomma, ci capita di dover specificare la faccenda, quindi per essere chiari chiediamo a Guido di aggiungere nel logo qualcosa dichiaratamente di sinistra. Prima versione: Harditi, con la A di anarchia dopo la H. Chiaro, ma non un granché, visivamente. Seconda versione, stella rossa sulla I finale. Non male. Terza versione: punto esclamativo rosso, con stella come punto a fine parola. Harditi!. Fantastico. Tutti (incredibilmente) d’accordo, anche perché nello studio del padre di Guido entra sua sorella piccola, che è bellissima e quindi ci distraiamo tutti. Due mesi dopo l’occupazione che porta indirettamente alla nascita degli Harditi! c’è un’altra assemblea. Voto all’unanimità: occupazione. Oh, però seria, da domani non stiamo tutti a farci le canne, ma in classe, a fare i gruppi di studio. Ok? Ok. Il giorno dopo a scuola è il solito deserto. Noi decidiamo di usare quelle ore per fare prove aperte. Durante una di queste, arriva la Mila. Io la vedo. Lei mi guarda. È la prima volta che vede (e inevitabilmente) sente gli Harditi!. Noi stiamo facendo Should I Stay, il nostro cavallo di battaglia. Finisce. 31 Faccio finta di non darle attenzione, lei si accende una sigaretta e si siede. Noi parlottiamo. Ciao Mila. Ciao. Ciao. Cià. C’è occupazione anche all’Hajech, andiamo? Tram. Io e la Mila (gli altri hanno deciso di farsi i cazzi loro). Cerchiamo di essere punk, ci sediamo per terra, senza biglietto. Io ho un po’ fifa, perché ricordo una multa presa sul tram alle medie, che per me era stata un’onta. Però non lo do a vedere. Mi siedo, allungo le gambe, con gli anfibi Doc Martens tutti slacciati, che già mi sembra di essere provocatore così. La gente attorno sostanzialmente ci ignora. Comunque noi siamo contenti. O per lo meno, io sono contento. Contento di quel giorno di sole, con la luce che batte sui vetri del tram. Contento del rumore del tram. Contento di Milano che oggi mi piace. Contento della Mila che mi piace tantissimo. Non capisco se è bella. Certe volte di profilo mi pare la cosa più bella del mondo, altre volte mi sembra bruttina. Ha sempre un maglione tutto slabbrato con sotto una magliettina. E non porta il reggiseno, si vede benissimo. Non ha le tette grosse, come la Claudia. Però mi sembrano allegre. È femminile, si tira su i capelli con una matita, o un pennello, dipende. Si trucca solo gli occhi, con la matita nera. Gli occhi sono azzurri. Forse con un lieve strabismo. Mi piace. Ha una sigaretta in mano. Fumare in tram sarebbe molto punk, però alla fine non lo fa. Quel gesto di debolezza mi piace e me lo ricordo per un bel po’ di tempo. Siamo appoggiati alla parete, le gambe tirate su. Per un attimo le ginocchia si toccano. Io me ne accorgo benissimo. Lei non lo so. Irrigidisco la gamba, lasciando il ginocchio a contatto con il suo, e lei non sembra irrigidirsi. È naturale. Come vi chiamate? Harditi!, con il punto esclamativo e la stella, specifico. Ride. Fa ridere? Ma Ar Diti, come ar gabbio o ar fiume, in roma32 naccio? No, Arditi come arditi, gesto ardito, coraggio, però con la acca di hard e il punto esclamativo con la stella. Ma non è una roba un po’ fascista, il gesto ardito? Ma no, perché? In fondo è una bella parola italiana, c’è il coraggio, la voglia di fare. Le ginocchia continuano a toccarsi. E voi cosa volete fare? Musica. E basta? Silenzio. E tu cosa vuoi fare? Le ginocchia si toccano. A me quel tu pare intimo, mi pare davvero rivolto a me, cosa che effettivamente, logicamente, e soprattutto semplicemente, è. Siamo noi due sul tram. C’è altra gente, ma non sta al nostro livello (tecnicamente siamo i soli seduti a terra). Quel tu mi pare un passo verso di me. Be’, io vorrei fare, essere un musicista, credo, per poter dire quello che mi va, per fare quello che voglio. E cosa ti va di fare? Questa volta mi guarda. Ora è bellissima. Le ginocchia si toccano, lei sorride, ha girato la testa verso di me. Ha forse un sorriso. Forse ce lo vedo io. Bocca secca. Lingua appiccicata al palato. Oddiochedomandadifficile. Be’ (ma voglio essere “intenso”, politico, serio, non mi va di dirle che vorrei darle un bacio più di ogni altra cosa al mondo, anche perché non ho baciato tantissime tipe, e lei sarebbe comunque la prima dell’Itsos, la prima che mi piace un casino, e soprattutto, visto come è sciolta e disinibita, la prima con cui la chance di andare a letto ci sarebbe veramente, e la cosa mi intriga e mi terrorizza, visto che non ho mai fatto l’amore con nessuna, e soprattutto penso che sia una cosa importantissima, che non vada fatto a caso, e mentre penso queste stronzate penso che non sono un ciellino e che certamente la Mila non è ciellina e che quindi che male c’è ad andare a letto? Ma poi so che mi innamorerei, e se lei mi ama, ma come fa ad amarmi lei che sa così tante cose, che è così seria, politica, come fa ad amare un ex metallaro, quindi magari le dico che la voglio baciare e lei pensa che io sia un maschilista), vorrei scrivere dei pezzi per… 33 Controllore! La Mila schizza in piedi, io ci metto mezzo secondo di più. Lei ha visto il controllore salire dalla porta davanti. Sappiamo entrambi che quindi ce ne sono almeno altri due. Uno in divisa e uno in borghese. Lei salta giù come una gazzella, io quasi. La mia borsa resta impigliata. Il controllore già salito mi vede. Ehi! Io giro lo sguardo, vedo l’altro in divisa, giù alla fermata, che ha preso la Mila. Tiro la borsa, la tracolla si spezza da una parte ma la borsa viene. Scendo veloce. Ehi, fermo! Dov’è quello in borghese? La Mila si dimena. Mi piace. Alla velocità della luce sono giù. Mi ferma per un braccio quello in borghese. Biglietto. Ma molla! Oddio, ho strattonato un controllore. Non lo avevo mai fatto. È il primo vero gesto “ribelle” che faccio nella mia vita. Prendo la Mila per un braccio. È libera. Corri! Corro. Corriamo, i controllori ci guardano. Guardo le stringhe sciolte delle All Star alte della Mila. Spero che non s’impiglino. Invece s’impigliano. Cade. Mi fermo. Quasi morto, ma provo a controllare il respiro. La Smemoranda della Mila si è aperta sparpagliando foto e altro sul marciapiede. Non si è fatta niente, ride. Rido anch’io. Sei pazzo! Perché? Mi hai quasi staccato un braccio! Non volevo che ti portassero via! Figurati, mica mi arrestavano. Controllo il fiato. Lei sorride. Mi prende la mano, per tirarsi su. Grazie, scemo. La prossima volta scatta prima. Rido. Le raccolgo la Smemo. Una pagina aperta con commenti politici, un volantino di Democrazia Proletaria. Poi una polaroid con lei che fa la scema, e un’altra, credo, del suo inguine e delle sue mutande. Mi manca il fiato, per la corsa e per la polaroid. La vuoi? Lei ride. Io (imbarazzatissimo) rido. Che fiato, per correre. Facevo canottaggio. Metropolitana, allegri. Meno punk, ci sediamo, ma usiamo comunque due biglietti stratimbrati che la Mila ha nella Sme34 mo. Scendiamo vicino all’Hajech. Entriamo. Mila conosce il mondo intero, mi presenta. Ciao, ciao, lui suona. Sì? Davvero. Tipo? Mah, i Clash. Fighi. Sì, be’, abbastanza. Ma fate cose vostre? No, non ancora. In aula magna c’è un sacco di gente, molti fumano nonostante sia vietato. Ci accovacciamo da qualche parte. Io vorrei toccare di nuovo le ginocchia della Mila, lei fa come se niente fosse. Si toglie il maglione e la maglietta si alza sulla pancia. Perdo il senso della realtà. C’è un tipo che parla in un microfono di quelli che usano i preti la domenica. Parla di diritto allo studio, di scuola allo sfascio. Parla di un ministro dell’Istruzione pessimo. Parla di una riforma scolastica fascista. Dice che è incazzato nero perché nessuno racconta davvero cosa sta succedendo. Dice che i giornali non ascoltano la voce degli studenti, la tv e la radio ci ignorano. La mozione proposta è quella di una lettera ai principali giornali, redatta da un comitato di lotta per il diritto allo studio, che spieghi la situazione. Ma non c’è molto entusiasmo. La platea si fa i fatti propri. Il tipo si spazientisce. Avete idee migliori? Non so perché mi viene in mente, tanto per cambiare, Joe Strummer. Mi batte il cuore. Non so come mai, ma mi alzo in piedi. E alzo la mano per intervenire. Chi sei? Sono dell’Itsos. Sei sicuro? Certo che sono sicuro. Di solito quelli dell’Itsos preferiscono fumarsi pure il gatto piuttosto che partecipare alla vita politica. La platea ride. È vero, l’Itsos ha la fama della scuola di fattoni e fancazzisti. E il tipo ci tiene alla sua lettera ai giornali. Il tipo è uno della FGCI. Fa il figo. Lo chiamano il Tama. Guardo la Mila. Non so se mi sorride, ma mi sembra di sì. Mi si attutisce l’udito, forse mi gira la testa. Ma che cazzo mi è venuto in mente? Cammino. Ho il cuore a mille, vedo la Mila tra la folla. Mi guarda. Io non la guardo. Guardo la platea. Prendo il microfono. Mani sudate. Non so cosa dire. 35 E quindi dico: revolution rock! Ora, certamente non è un’idea clamorosa, ma nelle mie successive frequentazioni politiche ho capito che meno l’idea è clamorosa, più fa casino, e meglio funziona. Dilla forte e dilla chiara. Banalissimo, però efficace. Il tipo della FGCI mi guarda. Non ha capito cos’ho detto, o cosa voglio dire. Capisco che me la devo giocare, e a memoria recito: «Fracassate i posti dove siete e unitevi al nuovo battito. Questa musica schiaccerà la nazione, questa musica provoca una sensazione. Dì a tua mamma, dì a tuo papà, che andrà tutto bene. Lo senti? Non ignorarlo, andrà tutto bene. Revolution rock!» Abbasso il microfono. E alzo il pugno. Il tempo si dilata di nuovo. Vedo la Mila. Vedo la platea. Vedo il tizio accanto a me che mi guarda. Poi la platea, incredibilmente, applaude. Un concerto! grida qualcuno. Un grande concerto! ripete il Tama che si appropria delle parole del tipo in mezzo al pubblico. Sì, ecco la proposta: un grande concerto con tutte le band di Milano, contro la Falcucci e la riforma dello studio, per la nostra libertà e il nostro futuro! La platea scoppia. Il Tama mi abbraccia! La Mila sale sul palco, prende il microfono e grida: revolution rock! Al ritorno, in metropolitana, la Mila mi guarda in modo diverso. Lo sapevo che non eri un cazzone metallaro, chi cazzo pensava che saresti salito su quel palco a gridare «revolution rock» e ad alzare il pugno? Non ho gridato, dai. Secondo me sì. L’ho fatto per caso. Non fare il modesto. Davvero! Scemo. Sant’Agostino. La Mila salta in piedi. È la sua fermata. A domani,“compañero”. E mi saluta col pugno alzato mentre scende. La vedo sulla banchina. Penso: girati, guardami. Non lo fa. A Sant’Ambrogio scendo. Chiamo Luca a casa. Abbiamo un concerto! 36 7 One, two, three, four! In rapida successione, il concerto per far capire chi siamo e cosa vogliamo noi studenti incazzati passa dal Parco Lambro in stile Woodstock (tre giorni di musica e altro, dieci gruppi al giorno, si dice che vengano i Litfiba), a due giorni al Sempione (viene Jo Squillo), mentre il coordinamento di Democrazia Proletaria litiga con quello della FCGI. L’organizzazione passa quindi nelle mani di Mario, un amico di Guido, che ha finito il linguistico in una scuola più o meno per casi umani, ma è simpatico e ci propone di gemellare il concerto con la festa della Croce Verde di Corsico. Cast: i Sonoros, che suonano musica folk, gli Skat Kat, che fanno ovviamente ska, Lallo & The Bats che fanno rockabilly, gli Harditi! e i Carta Da Culo (giuro) che fanno demenziale. Jo Squillo, non pervenuta. La Mila gestisce la raccolta fondi all’Itsos e coordina la raccolta negli altri istituti. È brava e finisce sempre per appiccicarsi con chi dice che i fondi non servono per un concerto ma per comprare il fumo. Alla fine in cassa ci saranno circa seicentomila lire. Sessantamila lire a scuola. La Croce Verde vuole il concerto di sabato pomeriggio, prendere o lasciare, dice Mario. Così sfuma la voglia di suonare per un giorno intero (ma i gruppi presenti non sarebbero mai stati in grado di fornire così tanta musica) e soprattutto sfuma il concetto originale: tutte le scuole di Milano unite in un unico grande evento. Però noi andiamo avanti, duri e puri. Soprattutto per la musica. Il repertorio degli Harditi! comprende White Riot, Should I Stay, Guns of Brixton e London Calling. 37 In totale quattro pezzi, che alla velocità di Luca non fanno più di dieci, dodici minuti al massimo. In teoria dobbiamo suonare almeno mezz’ora. Quindi… Ho scritto un pezzo. Cosa? Un pezzo. E perché? Mica vorremo fare sempre solo pezzi dei Clash. Perché? Perché cosa? Che cazzo ti è venuto in mente di scrivere un pezzo? Ero lì, e l’ho fatto. E come si chiama ’sto pezzo? Mami. Come? Risata generale, io mi incazzo. Mami come Mamy, in inglese, con la ipsilon. Ah, Mamy, come la mamma. Minchia, hai scritto una canzone per la mamma? Ma no… Dai, fa’ sentire. Suono. È ska. Le parole non ci sono. Al microfono dico solo «Mamy Mamy Mamy Mamy let me go». Che cagata. Scrivine una tu. Non è pessima, dai. Però, la mamma… Be’? Ho capito, cazzo, non potevi scrivere qualcosa sull’apartheid? Mi è venuta così, magari possiamo cambiare il testo. Tanto non c’è. Cosa? Il testo, mica è un testo mamamamamama. Com’è che fa? Riattacco, Luca ci suona sopra. Paolino sbuffa, Cesare trova una roba che sembra una linea di basso. Elvis fa la scena di quello che gli viene da vomitare, ma poi ci si mette anche lui. Mamy Mamy Mamy Mamy let me go. Così nasce la nostra prima canzone: Mamy (e non Money, come propone Luca, visto che l’hanno già fatta i Pink Floyd). Il giorno del concerto, io non ho dormito. Un po’ pensando alla Mila, un po’ pensando al rock and roll. Arriviamo a Corsico: non c’è niente di meno rock and roll del posto dove siamo. Il palco è da balera, il luogo architettonicamente brutale. C’è Mario, tutto felice. Nella sua macchina (e sopra, e di fianco, legato con le corde) sta un impianto che mi sembra una roba da concerto di Vasco a San Siro. Assolutamente sproporzionato per l’evento. Però almeno quelloè davvero rock. E chi lo monta? Cosa? L’impianto. Sarà mica più difficile di uno stereo. Hai le istruzioni? Sfigati quelli che leggono le istruzioni. 38 Arriva la Mila, con uno striscione chiaro: FALCUCCI TROIA È ORA CHE TU MUOIA. Guarda la piazzetta, guarda me. Capisco… Sfigato. È mezzogiorno e nel piazzale deserto fa un caldospaventoso. Speriamo che venga qualcuno. Speriamo non venga la pula. Speriamo non vengano gli skin. Speriamo venga la sorella di Guido. Paolino mi guarda storto, come fosse colpa mia se questa cosa è venuta male. Ma almeno io ci ho provato, mi dico. In realtà mi sa che ho fifa. Quelli della Croce Verde di Corsico s’incazzano con Mario per via dello striscione della Mila, la Mila si incazza con Mario per via dello striscione della Croce Verde di Corsico. C’è tensione. Quelli della Croce Verde sono persone semplici, ma hanno l’aria di chi mena: ambulanzieri tosti, che si fanno un baffo di una banda di stronzi come noi. Cerchiamo di fare i duri, Paolino con la cresta è il nostro uomo di punta, ma in realtà ha fifa anche lui. Alla fine patteggiamo di togliere il MUOIA dallo striscione della Mila, che mi guarda male. Osservo i due striscioni messi uno accanto all’altro, la frase che si compone crea un nonsense degno del miglior Frank Zappa. Lo slogan recita: FALCUCCI TROIA È ORA CHE TU SOSTIENI LA CROCE VERDE DI CORSICO. Comincia il soundcheck. Il tipo che fa i suoni, un amico di Mario, si chiama Skizzo. Il soprannome deriva dal fatto che è ipercinetico. Luca comincia a suonare fortissimo tutti i pezzi, Cesare ha il cavo rotto, io infilo il jack nell’ampli della Scuola Radio Elettra e parte un super fischio. Skizzo urla. Elvis non c’è. La Mila mi guarda, io guardo lei, Paolino spara a palla un accordo col distorsore. Tiro uno strillo nel microfono. Skizzo abbassa il volume dell’impianto di colpo. Mi fa segno che sono uno stronzo. Provo a tirare le fila e penso: perché tocca a me fare ’sta cosa? Oh, dai, facciamo un pezzo. Avete rotto il cazzo, sfigati! 39 Cazzo vuole l’ambulanziere? Fate un pezzo dei Doors! Che ha detto l’ambulanziere? Vuole un pezzo dei Doors. Oh, a noi i Doors fanno cagare! Bravi, bella gente che siete. Scendiamo senza aver provato niente, litigando furiosamente tra di noi. Tocca ai Bats provare. Mi giro e vedo che i fan dei Bats sono già lì, sotto un sole spaventoso. Saranno una cinquantina. Sono arrivati durante il nostro cosiddetto soundcheck. I Bats sono vestiti da rockabilly. I fan dei Bats sono vestiti allo stesso modo: le ragazzine da Happy Days, i tipi si pettinano e profumano di brillantina Linetti. I Bats suonano benissimo. Noi facciamo i duri e puri e quindi diciamo che ci fanno schifo, perché suonano musica inutile, senza impegno politico, eccetera. Cerco la Mila con lo sguardo. Sta ballando, tutta allegra. E vedo anche che ha una canottiera e basta, e vedo anche che la canottiera è parecchio trasparente, e vedo anche che ci sono diversi ragazzotti che le guardano le tette, e uno di questi ragazzotti sono io. I Bats, nonostante facciano i duri (e Gallina, il chitarrista, lo è veramente) sono disciplinatissimi. Provano una versione riarrangiata di Azzurro, di Paolo Conte, che spacca. Il sole cala un po’. In teoria il concerto dovrebbe cominciare tra un’oretta. Il piazzale è deserto. Mario gesticola parlando con il responsabile della Croce Verde di Corsico, un tipo enorme con la faccia da ex comunità, di quelli che non gliela mandi a dire. Da lontano non sembra sia contento della scelta musicale. Poi arriva il pubblico: tutta la popolazione over settanta di Corsico. Arrivano con le sedie. Si sistemano come se dovessero assistere a una rappresentazione teatrale. Hanno facce vere. Gente che lavora o ha lavorato. Gente rispettabile. Gente che da brava, appena arriva, versa un sostegno alla Croce Verde. Gente che probabilmente la Falcucci non sa chi sia, ma certamente gente che non ama troppo la paro40 la TROIA che ancora campeggia sullo striscione della Mila, sopra il palco. Io mi avvicino al palco e alla Mila, che ora indossa una giacchetta di jeans sopra la canottiera. Che dici, lo abbassiamo? E rinunciare alla lotta? Be’, non so se è la situazione… Ma che stai dicendo, ti pare che è un mese che parliamo di questo raduno e poi, siccome ci vengono i nonnetti di Corsico, abbandoniamo i nostri ideali, le nostre ragioni? Non so, forse non capiscono. Guarda che questa è gente che si è fatta il culo dalla mattina alla sera, gente che sa cosa vuol dire la prevaricazione del potere. Mila è infiammata. Ci crede. O finge di crederci. E ci credo anch’io. Poi arrivano “i nostri”. Un centinaio di studenti. Io penso che sono pochi. La Mila pensa che sono molti. Paolino teme che arrivino gli skin. C’è anche il Tama, quello della FGCI, che alla fine si è lavato le mani della faccenda durante i vari scazzi con DP. La Mila gli va incontro. Cazzo ci fai qui? Volevo vedere. Vai a casa, ci hai lasciato a piedi. E ho fatto bene, direi. Ma vaffanculo. Bello slogan: FALCUCCI TROIA È ORA CHE TU SOSTIENI LA CROCE VERDE DI CORSICO. Incisivo. Arrivo anch’io. Uè. Uè! Tutto qua? Arriveranno, arriveranno (bluffo). Ma a te non ti ci vogliamo, borghese. Ma come parla la tua tipa? (Io mi emoziono). Non sono la sua tipa. Mi fate ridere. Ma chi cazzo sei tu per guardarci dall’alto in basso? Siete degli sfigati, senza la FGCI non c’è la massa. Avete un pubblico che la scuola, se l’ha fatta, l’ha smessa da almeno cinquant’anni. Cosa volete che gliene freghi della nostra protesta? Guarda che voi della FGCI siete degli stronzi. Perché, secondo te la gente di Corsico non può capire la nostra protesta? Fate pena. Oh, modera i termini. Vedo che la Mila mi guarda. Le mie parole sono uscite forte. Le ha sentite anche Gallina, che sta bevendo una birra 41 con una tipa vestita da Happy Days. E si avvicina. Io continuo. Il tipo della FGCI mi sta sul cazzo, ma soprattutto mi piace il modo in cui mi guarda la Mila. Sai che c’è? Noi siamo puri, semplici, e diretti, mica come voi, che sembrate un partito in miniatura. Oh, moderati. Ma chi sei tu per venire qui a dirci di moderarci? Ha ragione, vaffanculo. Tieni a bada la tua tipa. Non sono la sua tipa, cazzo. Sono una compagna vera, e ora tu ti levi dai coglioni. Io me ne resto qua, a farmi quattro risate, tra i vecchietti di quest’ospizio. La Mila gli si butta addosso. Io faccio per fermarla, afferran dola da dietro. Inevitabilmente le tocco le tette. Non so se lei se ne accorge. La scanso, e vado verso il tipo. Cazzo c’è, vuoi fare a botte come i tuoi amici fascisti? Chi sono i miei amici fascisti? Lo sanno tutti che i rockabilly sono fasci. Ma questo lo sente anche Gallina, che non gradisce. E interviene con il suo fare schietto. Ohcoglionecazzovuoi? Il Tama secondo me ha fifa, ma fa l’uomo. Dai, togliti dai piedi. Vai fuori dai coglioni tu. Mi faccio sotto, il Tama mi spinge, vado indietro, inciampo nella borsa della Mila e mettendo giù la mano mi taglio con il coccio di una bottiglia. Sanguino, però gli salto addosso. Stavolta va giù lui e per la prima volta nella mia vita mi viene da tirare un pugno a qualcuno. Però il Tama è più astuto ed esperto (e anche più grande) e mi molla un calcio quasi nelle palle. Solo che non calcola Gallina, che lo solleva in piedi, come se non avesse peso, gli dice ancora: hairottoicoglionilasciastareimieiamici. Il Tama gli fa il dito. E sbaglia. Gallina gli tira uno schiaffo come quelli di Bud Spencer, che credevo ci fossero solo nei film. È uno schiaffo composito, che parte dalle gambe, si sviluppa lungo la colonna vertebrale, si distende nel braccio, prende aria nella mano e fa 42 uno s-ciock che non avevo mai sentito. Il Tama caracolla a terra. Sembra uno di quei giocattoli di legno da bambini, con il bottone sotto, che quando lo schiacci perde forza. Il Tama ci guarda dal basso in alto. Io ho accanto la Mila, che mi appoggia un braccio sulla spalla, Gallina è in piedi e la ragazzina Happy Days è arrivata anche lei. Fasci. Stronzo. Ci rivediamo. Come no. Vi faccio il culo. Ho visto. Non ha mai preso uno schiaffo così. Tanti anni dopo l’ho rivisto in tv, faceva il leccaculo del Presidente inguaiato da una serie di problemi di mignotte (alcune minorenni). La tirata era tutta incentrata sul valore sacro della famiglia, che il presidente è una brava persona, che mai avrebbe «pagato una donna», e via di seguito. Il Tama, dopo aver militato (si fa per dire) all’interno di diversi schieramenti politici, era approdato a fare il servo. Faceva quello che va in chiesa, che l’opposizione è fatta di odio, che i giudici sono comunisti. Ho pensato che forse Gallina doveva dargliele più forte. Ho spento la tv e sono andato in camera, ridendo. Oh, ma davvero hai fatto a botte? È arrivato Elvis, la Mila mi sta fasciando la mano. Riesci a suonare? La Mila è di nuovo dolce come in tram. Tutto a posto, solo un coglione della FGCI che è venuto a prenderci per il culo. L’hai menato? Ma no. Sì. Testata? Ma va’. Cartella in faccia? Ma no, io… Il tipo aveva un vetro per tagliarlo. Gli ha dato un calcio nei coglioni, e gli è saltato addosso, si sono pestati, però il tipo si è dato, come un coniglio. È stato bravissimo. È la Mila che parla, mentre mi fascia la mano. Io sto da dio, e meno male che non c’è Gallina a smentire. Veramente punk. Ho guadagnato punti agli occhi di Elvis. E forse an43 che agli occhi della Mila. Tocca a noi. Mario ha noleggiato anche qualche luce, che ci punta in faccia nonostante ci sia ancora il sole. Vai! Forza Harditi! È la Mila. Forse la amo, forse mi ama. Non vedo niente. Sento la chitarra che se ci passo le dita sulle corde fa squiiiiiiiit. Vedo Luca, che è emozionato, vedo Paolino che ha fifa, vedo Elvis. One, two, three, four: White Riot, velocissima. Pessima esecuzione. Però forte di volume, ed Elvis fa una scena pazzesca. Sul palco non si capisce niente, dalle spie esce la voce di Elvis distortissima e stonatissima, il basso in overdrive, un fischio continuo. I vecchietti superstiti fuggono. White riot, I wanna riot, white riot, I riot on my own! Finita. Davanti a noi il gelo. Mi pare un istante infinito. One more! È Mario che grida. Qualcuno allora batte le mani, la Mila ride e batte le mani anche lei, uno strano applauso stitico comincia. Oh, gli è piaciuta un casino! Davvero! Troppo punk. Vai Elvis! Bella Paolino! Vai Luca! Siamo improvvisamente una band. Le persone che ho accanto sono le migliori del mondo, miei fratelli per sempre. Il palco è una cosa meravigliosa. Suonare è una cosa meravigliosa. Su quel palco, in quel primo concerto, ci sentiamo così. Semplicemente, quasi, i Clash. Should I Stay! Vai! È il nostro cavallo di battaglia, e quello è il nostro errore. Siamo convinti di saperla. E invece sbagliamo tutto. E andiamo nel panico. Quando un pezzo parte dal vivo è impossibile fermarlo. Ed è un problema tuo se ti accorgi che andrà a sbattere, fracassandosi contro un muro. E poi il miracolo rock and roll ci salva. La spia davanti a Elvis prende fuoco, le luci noleggiate da Mario scoppiano. Io con gli occhi mi rendo conto che tutto l’impianto è collegato a una piattina di quelle che la nonna usa per attacca44 re il ferro da stiro in tinello, che ovviamente non regge il carico e si sta sciogliendo, facendo cortocircuito, attaccata con un giro di scotch sulla base del canestro che sovrasta la scena e regge lo striscione nonsense. Elvis prende una birra e la rovescia dentro la spia. Dal palco si capisce che ha paura. Da sotto il palco sembra un gesto superpunk. I quattro gatti rimasti applaudono. La Mila sorride. Noi facciamo quelli che non si può suonare in queste condizioni. Io sollevo la chitarra sulla testa, tenendola con una sola mano. E con l’altra, in automatico, rifaccio il pugno, come all’assemblea dell’Hajech. La spia nonostante la birra brucia, come quella davanti a me e quella davanti a Luca. Arriva la Croce Verde di Corsico con gli estintori, e la cosa finisce in una nuvola di fumo: grande tempismo, molto pratica, e certamente molto punk. Scendiamo dal palco. Noi sappiamo che l’incendio dell’impianto ci ha salvati, quelli della Croce Verde di Corsico sanno che siamo dei coglioni. Grandissimi! La Mila mi guarda, io la guardo. Ti fa male la mano? Non tanto. Allora dammela. Ci prendiamo per mano. 45