Rassegna Stampa N 81
30/07/2010
Per queste ragioni questo ufficio di Presidenza considera le posizioni dell'On.
Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della
Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del
Popolo della Libertà".
"Di conseguenza viene meno anche la fiducia del PdL nei confronti del ruolo
di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha
vinto le elezioni. L'Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ha inoltre
condiviso la decisione del Comitato di Coordinamento di deferire ai Probiviri
gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio".
Documento dell' ufficio di presidenza del Pdl
Dieci ore di resa dei conti Tra i corridoi della Camera di Luca Telese
Pdl, si sbaracca. Nasce "Futuro e Libertà per l'Italia" Berlusconi vede Bossi. Bersani:
«Premier in Aula» Da Unità.it
Si scannano, ma per il Tg1 va tutto bene di Toni Jop
Negli Stati Uniti va in scena La truffa delle polizze vita di Matteo Cavallito
Arriva il Csm degli avvocati. Il Pd vota con il foglietto di Enrico Fierro
Migranti stagionali, piccole Rosarno crescono di Franz Baraggino
Le carceri, i suicidi l’indifferenza di tanti e Alfano che non vede di Lodato/Camilleri
''Palermo come Beirut'' di Simona Sgroi*
Onu: l'accesso all'acqua diritto umano fondamentale di Paolo Tosatti
L'Aquila Day, 31 luglio da violapost.wordpress.com
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Dieci ore di resa dei conti Tra i corridoi della Camera di Luca Telese
30 luglio 2010
Bee-ep, bee-ep, bee-ep. bee-ep! E alla fine arriva il grande giorno della resa dei conti, con l’aria
dei grandi eventi, il cicalino che suona per chiamare al voto i deputati, l’aula che ribolle, il
giardino che si affolla di capannelli, e i grandi leader che sfilano come saette. Arriva il grande
giorno della resa dei conti con i tamburi che rullano, i domatori che brandiscono cerchi di
fuoco, e i finiani che se ne vanno dal Pdl, un popolo in diaspora, costretti a formare un nuovo
gruppo da un documento che Silvio Berlusconi ha voluto duro, durissimo, spietato:
sospensione per tre di loro (con in testa Italo Bocchino) e dura reprimenda per il presidente
della Camera. Curiosa, la politica: il documento ancora non c’è, anzi, è in fase di scrittura, ma
tutti ne parlano, tutti lo pesano, lo valutano.
I boatos dicono che fino all’ultimo le colombe dell’entourage hanno consigliato a Berlusconi di
essere prudente o magnanimo. E che lui non ne ha voluto sapere: “Li voglio fuori!”. Ha vinto la
linea dei falchi, come Giorgio Stracquadanio, l’uomo del Predellino, che ieri passeggiava per
il Transatlantico serafico e ieratico: “Io a Berlusconi ho dato un solo consiglio: se vuoi che il
centrodestra si salvi devi espellere il tumore dal corpo del Pdl”. Solo che i finiani resteranno
nella maggioranza, numericamente pesanti, e quindi essenziali. Bocchino, che di tutta
l’operazione è stato uno dei principali registi, arriva anche lui tranquillo, come se andasse ad
una scampagnata tenendo per mano le due figlie: “Hanno voluto esserci, vengono in ufficio al
gruppo”. Che cosa succede? “In realtà è semplice: se nel documento ci sarà una sola parola di
censura per Fini noi faremo un nostro gruppo, autonomo, nel centrodestra, e – a parte la fiducia
– contratteremo il nostro sostegno sui singoli temi”.
Un altro gruppo di maggioranza come la Lega o come l’Mpa di Lombardo. Ma al premier
conviene? Non sono in pochi ad essere scettici su questo. Ad esempio Marcello De Angelis,
uno dei cervelli della corrente alemanniana, uno che sta a metà fra i seguaci del presidente della
Camera e gli ortodossi del Pdl: “Io non andrò a fare il gruppo – spiega – ma questa via
disciplinare finisce per rafforzare Fini. Sono partiti con l’idea che nessuno lo avrebbe seguito,
adesso c’è il dubbio che altri potrebbero seguirlo”.
E infatti, per tutto il pomeriggio ci si chiede se questa cronaca di una morte annunciata possa
prevedere un altro copione, un colpo di scena. De Angelis aspetta novità da Niccolò Ghedini
che fa la spola tra Berlusconi e l’aula. Parla anche Alessandra Mussolini, un’altra che
resterebbe nel Pdl: “Per me Fini è la mamma e Berlusconi il papà. Però devo dire che questa
divisione è una follia, ci indebolisce tutti”: Dà anche le percentuali, a La Zanzara: “La colpa è
al 60% di Berlusconi e al 40 di Fini”. Su un divanetto c’è Enzo Raisi, un altro della lista nera.
Gli chiedi se saranno davvero in trenta a seguire Fini. Lui si mette a battere l’appello sulla
punta delle dita: “Io, Granata, Lo Presti, Barbareschi, Menia, che è amico di Fini e anche se ha
dei dubbi ci sarà perché è una bella persona, Briguglio, Della Vedova…”. Ancora Bocchino:
“Ci sono dei nomi che teniamo coperti: avrete delle sorprese”. Nel giardinetto Flavia Perina
fumatrice accanita sospira: “Non capisco la vostra sorpresa. Ma capisco quella dei
berlusconiani nello scoprire che ci sono persone che non sono politicamente in vendita.
Abbiamo una cultura politica, sappiamo farla”.
Arriva Gianfranco Paglia, l’ex parà in sedia a rotelle: “Perché vado? Semplice, perché non è
un tradimento: restiamo nella maggioranza”. Adolfo Urso, che parla su un divanetto ad Anna
La Rosa: “L’unica sorpresa possibile è se ci sarà una conciliazione. Io tifo per una
conciliazione”. Anche lui è pronto a fare il gruppo? Sorriso sornione: “Saremo in 35… Alla
cena di Barbareschi questa sera”. Ci gioca su, il viceministro. Ma mica tanto: Berlusconi al
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compleanno di Rotondi, lui alla cena dei ribelli. E Raisi: “Ma perché tutti questi conti?
Guardate chi sorride. Cioè noi”. Però c’è anche qualcun altro che sorride nel giardinetto. È Pier
Ferdinando Casini, seduto su una panchina e circondato dai suoi. C’è Savino Pezzotta che
inveisce contro Marchionne, c’è Angelo Sanza che dice, come se confessasse un peccatuccio:
“Pier, ho fatto un comunicato pro Vendola…”. Casini li prende in giro: “Purtroppo, al contrario
di Berlusconi, non ho più io i probiviri. Non vi posso espellere”. Ma ride sotto i baffi, Casini,
perché la nascita del nuovo partito fa crescere il valore del suo gruppo parlamentare.
È vero che il premier ha incontrato i centristi con il mal di pancia: Tanoni, la Melchiorre,
persino Villari. Ma questo piccolo calciomercato – e nel centrodestra lo sanno tutti – non tiene
in piedi un governo. Allora glielo chiedi a Casini: “A novembre entrate nella maggioranza?”.
Sorride: “Sei pazzo? A novembre facciamo il governissimo”. E intanto – bee-ep, bee-p – si
vota, c’è da nominare Vietti al Csm, ed ecco anche lui, con la pochette in tasca, nel crocchio
dell’Udc. Arriva Giancarlo Lehner, fedelissimo berlusconiano, e la butta lì: “Ragazzi, non
avete capito nulla: questi qui, quando li cacciamo fuori, si dissolvono”.
Sarà. Ma se nasce un gruppo parlamentare di 33 persone, con quattro sottosegretari, un ministro
e un presidente della Camera peserà eccome. Infatti persino Andrea Ronchi, titubante fino
all’ultimo, ha messo la sua firma preventiva. Come restare nel Pdl se ci fossero provvedimenti
disciplinari? Come abbandonare Fini? E come sopravvivere in un partito monarchico?
Bocchino allarga le braccia: “In realtà è stata proprio questa tentazione monarchica a farci
raccogliere consensi”. Il giorno vola, alle nove arriva il documento dei berlusconiani, si arriva
alla resa dei conti con i falchi che vincono e le colombe azzurre che si domandano se alla fine il
Cavaliere non abbia regalato un partito a Fini con un errore politico. Bee-ep, Bee-ep, bee-ep.
dal Fatto Quotidiano del 30 luglio 2010
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/30/dieci-ore-di-resa-dei-contitra-i-corridoi-della-camera/45700/
Pdl, si sbaracca. Nasce "Futuro e Libertà per l'Italia" Berlusconi vede Bossi. Bersani:
«Premier in Aula» Da Unità.it
Conferenza stampa lampo di Fini: «Berlusconi illiberale» - VIDEO INTEGRALE
Una dichiarazione-lampo di poco meno di cinque minuti, due cartelle e mezzo dattiloscritte,
lette davanti a decine di telecamere schierate e a una sala gremita di giornalisti lasciati senza
alcuna possibilità di rivolgere domande: così Gianfranco Fini ha replicato alla «scomunica»
ricevuta ieri sera dall'Ufficio di presidenza del Pdl confermando di non avere alcuna intenzione
di dimettersi da presidente della Camera e accusando Silvio Berlusconi di avere una concezione
«non propriamente liberale della democrazia». L'ex leader di An si è presentato nella sala
dell'Hotel Minerva puntuale alle 15. Ad attenderlo, oltre ai cronisti c'era tutto il gruppo di
deputati che ha deciso di prendere la strada del gruppo autonomo: la maggior parte di loro
schierati in piedi, alla sua destra, lo hanno atteso tra sorrisi, battute e foto ricordo, salutando con
un caloroso applauso il suo arrivo. «Ieri sera in due ore, senza la possibilità di esprimere le mie
ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare...», ha esordito il
presidente della Camera che per l'occasione indossava una cravatta rossa, inedita rispetto a
quelle color pastello che in genere sfoggia. Fini ha citato testualmente i «capi d'imputazion» nei
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suoi confronti contenuti nel documento approvato ieri dall'Ufficio di presidenza del Pdl e poi ha
attaccato: «La concezione non propriamente liberale della democrazia che l'onorevole
Berlusconi dimostra di avere emerge anche dall'invito a dimettermi».
«Non mi dimetto»
La terza carica dello Stato ha spiegato che non ha nessuna intenzione di farlo perché «il
presidente deve garantire il rispetto del regolamento e la imparziale conduzione della attività
della Camera, non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto». Questo, rileva Fini, «è
noto a tutti», tranne a Berlusconi che «dimostra una logica aziendale, modello amministratore
delegato-consiglio di amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le
istituzioni». Il presidente della Camera, infine, avverte che il sostegno al governo non sarà
scontato: i finiani «lo sosterranno lealmente ogni qual volta agirà davvero nel solco del
programma elettorale» mentre «non esiteranno a contrastare scelte dell'esecutivo ritenute
ingiuste o lesive dell'interesse generale». Finito di leggere la dichiarazione, tra gli applausi dei
suoi, Fini si è alzato senza concedersi alle domande dei numerosi giornalisti presenti.
«Futuro e libertà»
I finiani hanno costituito un gruppo autonomo alla Camera, che si chiamerà «Futuro e Libertà
per l'Italia». Il nome del gruppo è stato formalizzato presso gli uffici della Camera, cui sono
state anche consegnate le 33 richieste di adesione da parte dei deputati che hanno deciso di
seguire Gianfranco Fini.
Berlusconi convoca il Pdl
Nuovo vertice questa sera a palazzo Grazioli per discutere della situazione politica alla luce
della costituzione del gruppo parlamentare «Futuro e libertà» di Gianfranco Fini. Ma il
Cavaliere prima rilancia con un videomessaggio ai promotori della Libertà: «Per due anni ,
mentre il Governo affrontava con successo sfide difficilissime, prima fra tutte la crisi
economica più grave dal 1929, riuscendo a tutelare le famiglie e le imprese e a portare l'Italia
fuori dalle difficoltà meglio di tutti gli altri paesi europei, altri all'interno della nostra
formazione politica remavano contro». «È accaduto infatti che alcuni eletti dal Popolo della
Libertà, sempre sostenuti purtroppo dall'onorevole Fini - prosegue - hanno lavorato in modo
sistematico per svuotare, rallentare, bloccare il nostro lavoro. Peggio, hanno offerto una sponda
ai nostri nemici: all'opposizione, ai settori politicizzati della magistratura, a certa stampa, ai
peggiori giustizialisti, accreditando in questo modo un'immagine falsa e diffamatoria del
Popolo della Libertà. Prenda esempio da Pertini - conclude Berlusconi -. Si dimetta».
30 luglio 2010
http://www.unita.it/news/italia/101885/pdl_si_sbaracca_nasce_futuro_e_libert_per_litalia_berlusconi_vede_b
ossi_bersani_premier_in_aula
Si scannano, ma per il Tg1 va tutto bene di Toni Jop
La manovra è passata, il premier ha deciso di cuocere Fini e i suoi, il dado è tratto: è il
momento di usare il lanciafiamme per sterilizzare i dubbi dell'opinione pubblica, serve uno
specialista per convincere il paese che tutto va bene nonostante il macello politico e sociale. E
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che ci vuole? Giacca, cravatta, bella pelle, tocca a Minzolini guadagnarsi il pane e anche il
salame, dal ponte del Tg1 che gli italiani pagano per avere notizie, per sapere e non perché
propini loro i placebo scaduti del governo. Così, ecco la linea della morfina ben descritta ieri
sera dal direttore nel suo editorialino. «Il divorzio che si sta consumando nel Pdl almeno un
elemento positivo lo determina: la chiarezza. E in questo momento c'è bisogno di chiarezza,
non di tatticismo esasperato». «Non ci sono stati sconquassi», aggiunge, in occasione del
passaggio della manovra economica, come invece è avvenuto altrove in Europa.
“Misure impopolari ma necessarie”, spiega davanti a qualche milione di italiani esterefatti e
senza lavoro, per il resto, aggiunge con aria da bulletto, il nostro paese “è un modello” che Der
Spiegel ha positivamente segnalato. Sui giornali, lamenta seccato, la insulsa corsa alle ipotesi
istituzionali basata sulla scommessa della decadenza anticipata del governo e della
maggioranza che lo sostiene. “La solita cappa mediatica”, sfiata mettendo in scena una
pazienza giunta al limite, che non tiene conto di quanto di buono questo governo ha fatto a
cominciare dalla lotta alla criminalità organizzata in un paese afflitto da una “deriva
giustizialista”. Il governo, azzarda, è solido, è il sistema ad essere logorato, sì, beato lui. Riesce
perfino a sostenere che la spaccatura tra il premier e Fini sia salutare e positiva perché – ma lo
dice solo ora, dopo aver avuto conferma delle esecuzioni – porta chiarezza. Difficile inventarne
di meglio.
30 luglio 2010
http://www.unita.it/news/italia/101876/si_scannano_ma_per_il_tg_va_tutto_bene
Negli Stati Uniti va in scena La truffa delle polizze vita di Matteo Cavallito
30 luglio 2010
I familiari dei soldati americani uccisi in Iraq e in Afghanistan stanno subendo una colossale
truffa “legalizzata” da parte di quelle compagnie assicurative che sono responsabili della
gestione delle polizze vita dei militari. Lo rivela in esclusiva l’agenzia Bloomberg che ha
pubblicato i risultati di un’inchiesta di David Evans. La vicenda ha svelato i dettagli di un
sistema infallibile. Misteriosi extra profitti capaci di riempire le casse delle compagnie
escludendo al contempo i parenti delle vittime. Un metodo, ha evidenziato Bloomberg, che
risulta tuttora efficace grazie anche alle carenze legislative e regolamentari che caratterizzano il
settore assicurativo Usa.
Il meccanismo si basa su un inganno lucido e collaudato. Proprio come quello subito dalla 52
enne Cindy Lohman, un’infermiera di Great Mills, Maryland. Nell’agosto del 2008 suo figlio
Ryan perde la vita in Afghanistan lasciando ai suoi familiari la liquidazione della sua
assicurazione sulla vita: 400 mila dollari. Distrutta dal dolore, Cindy non ha certo voglia di
valutare il modo migliore per impiegare la cifra. Non vuole toccare il denaro che le spetta,
preferisce lasciarlo “in deposito”. E’ probabile che la Prudential Financial, la compagnia che
gestisce le polizze presso il Department of Veterans Affairs, contasse proprio su questo.
A due settimane dalla morte di Ryan, la Lohman riceve una lettera e un libretto degli assegni.
Scopre che la liquidazione è stata trasferita su un cosiddetto retained-asset account, un conto
soggetto a interesse, e che potrà essere ritirata in ogni momento. Tutto nella norma, ma quando
Cindy prova ad utilizzare parte della somma, gli assegni vengono sistematicamente rifiutati. Il
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motivo? Semplice. I soldi non sono direttamente disponibili in quanto non presenti,
materialmente, su un normale conto bancario. In attesa di restituirli, la compagnia li aveva
investiti sul mercato ottenendo un rendimento netto del 4,8%, quasi cinque volte tanto
l’interesse premio (1%) versato sul conto.
Ma la beffa non finisce qui. Essendo escluso dal circuito delle banche, quel denaro non può
nemmeno essere coperto dalla Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), l’ente federale
di garanzia sui depositi. Se una serie di investimenti sbagliati avessero trascinato la Prudential
alla bancarotta, la famiglia di Ryan si sarebbe trovata senza un centesimo.
La Prudential, ovviamente, non è l’unica compagnia abituata a perpetrare il raggiro. Il colosso
MetLife, specializzato nelle polizze del personale civile federale, ha creato un conto dal nome
apparentemente rassicurante: Total Control. I beneficiari delle polizze ricevono un interesse
premio dello 0,5% annuo, una miseria anche rispetto al tasso abitualmente applicato dagli
istituti di credito. La cifra complessiva depositata sui conti delle compagnie assicurative si
aggira sui 28 miliardi di dollari e non c’è dubbio che i ritorni generati dal sistema siano
potenzialmente enormi. Il solo ramo delle assicurazioni sulla vita controlla negli Usa circa 300
milioni di polizze gestendo, contemporaneamente, assets complessivi per 4.600 miliardi di
dollari.
Secondo alcuni economisti, il sistema dei conti violerebbe una norma risalente al 1933 che
impedisce a qualsiasi soggetto di accumulare depositi di tipo bancario senza autorizzazione
federale. Ad oggi, tuttavia, le compagnie non sono state trascinate in tribunale e, nel contesto
attuale, possono contare su un’ampia libertà di movimento. La maxi riforma finanziaria firmata
da Barack Obama lo scorso 21 luglio, non contiene alcuna norma sulla gestione delle
liquidazioni assicurative. La Fdic, contemporaneamente, continua a non avere alcuna
responsabilità nella copertura del denaro. Un’informazione che nei contratti delle polizze,
ovviamente, non compare mai
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/30/negli-stati-uniti-va-in-scenala-truffa-delle-polizze-vita/45562/
Arriva il Csm degli avvocati. Il Pd vota con il foglietto di Enrico Fierro
30 luglio 2010
Eletti gli 8 membri laici. Vietti verso la vicepresidenza, B ringrazia. Ignazio Marino si infuria:
tutto deciso a tavolino. L'Idv: la solita lottizzazione
È finita come doveva finire. È finita come sempre l’elezione degli otto membri laici che
dovranno completare il nuovo Consiglio superiore della magistratura. Con un grande accordo
tra maggioranza e opposizione. “Spartitorio e lottizzatorio”, denunciano Idv ma anche settori
dello stesso Pd. Perfettamente “costituzionale”, per Dario Franceschini, il capo dei deputati
democratici.
Il lotto
Gli otto “laici”, cinque tra Pdl e Lega, tre all’opposizione, due al Pd e uno all’Udc, sono:
Filiberto Palumbo, l’avvocato che ha assistito il suo collega Ghedini nella difesa di
Berlusconi per l’inchiesta Trani-Agcom; l’ex presidente della Consulta Annibale Marini; il
costituzionalista Niccolò Zanon; l’avvocato di Bossi e di altri dirigenti della Lega, Matteo
Brigandì, e Bartolomeo Rinaldi, consigliere giuridico del ministro Angelino Alfano. Tutti per
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il centrodestra. Il Pd ha puntato sul costituzionalista Glauco Giostra e sull’ex senatore e
storico avvocato di D’Alema e di altri dirigenti del Pci-Pds-Ds, Guido Calvi. Infine Michele
Vietti, destinato ad occupare il seggio più importante di Palazzo dei Marescialli.
Tutti nomi che già circolavano ieri mattina. E che inducono un deputato del Pd a fare una
considerazione amara: “Come si vede, anche questa volta abbiamo votato leggendo liberamente
da un foglietto”.
Vendette
Nel Pdl questa elezione è stata l’ennesima occasione per regolare i conti con i finiani, che si
sono visti respingere la candidatura del siciliano Nino Lo Presti (avvocato ed ex parlamentare).
A bloccare l’unico nome proposto dal presidente della Camera, sarebbe stato Berlusconi in
prima persona, ormai avviato sulla strada della soluzione finale con l’ex co-fondatore e i suoi
uomini. Ad Ignazio La Russa, invece, è toccato il compito di scrivere l’epitaffio sulla lapide
della candidatura dell’ex amico e camerata: “L’essere finiani c’entra poco, abbiamo deciso di
scegliere persone di alto profilo e laicità. Lo Presti aveva un profilo troppo politico”. “Falso –
ha replicato l’interessato – ero stato avvisato della mia esclusione da Ghedini e dal ministro
Alfano. E in quanto all’autorevolezza e alle competenze per me parla la mia storia, inviterei il
ministro La Russa a dargli una lettura”.
Il dopo Mancino
Ma gli occhi sono tutti puntati sulla scelta di Michele Vietti, l’uomo che Casini, con l’accordo
di Pd e Pdl, ha designato alla successione di Nicola Mancino. Una scelta obbligata per Anna
Finocchiaro e Dario Franceschini, che i due capigruppo hanno giustificato con la vittoria nelle
elezioni per la componente togata del Consiglio delle correnti più moderate della magistratura.
“Non possiamo consegnare il vertice di un’istituzione così importante ad un uomo di
Berlusconi”, è stato il leit motiv di Andrea Orlando, il responsabile Giustizia del Pd, che in
questi giorni ha condotto la trattativa con gli altri partiti sul nome di Vietti. Dell’ex
parlamentare centrista, in passato già membro del Csm, si ricorda il sostegno dato alla
depenalizzazione sul falso in bilancio e alla legge sul legittimo impedimento, un passato che
nel segreto dell’urna ha pesato. Vietti, infatti, avrebbe totalizzato meno voti di quelli che pure si
aspettava.
Come previsto, giornata di scintille tra Ignazio Marino e i vertici del Pd. Il senatore, che nei
giorni scorsi aveva raccolto le firme di 40 parlamentari sotto un appello che chiedeva
trasparenza nelle nomine e la scelta di figure indipendenti e di alto profilo, ha votato scheda
bianca contestando le scelte del suo partito. “Il Pd – ha dichiarato – commette un errore quando
riconduce tutto alle solite culture, il Pci e la Dc. E invece dovrebbe dare l’idea di guardare al
futuro e fare come in Europa, dove i candidati vengono auditi per poterne verificare le
competenze”.
Così fan tutti?
Così non è andata. Col capogruppo alla Camera, Dario Franceschini, che ha respinto ogni
tentativo di discussione: “Si è sempre fatto così, scegliendo tra un nome di provenienza
cattolica e uno dell’area laica e socialdemocratica”. Alla fine della riunione dei gruppi
parlamentari al senatore Marino che annunciava di votare scheda bianca, è arrivata la secca
risposta del segretario Bersani: “Giostra e Calvi hanno un solo titolo, l’autorevolezza.
L’assemblea ha deciso e non si possono accettare posizioni difformi”. Che però ci sono state
con il voto contrario di Marino e del deputato Bachelet e l’astensione dei due vicecapogruppo
al Senato, Felice Casson, e alla Camera, Rosa Calipari.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/30/arriva-il-csm-degli-avvocatiil-pd-vota-con-il-foglietto/45748/
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Migranti stagionali, piccole Rosarno crescono di Franz Baraggino - 30 luglio 2010
La chiamano ‘Grotta Paradiso‘. È il rudere malridotto di un casolare nell’agro lucano che
negli ultimi mesi ha ospitato decine di braccianti africani del Burkina Faso. Ad agosto gli
stagionali impiegati nei campi saranno più di un migliaio, ma nessuno è in grado di offrire loro
una sistemazione dignitosa. E a qualcuno torna in mente Rosarno, la cittadina calabrese dove
lo scorso gennaio scoppiò la rivolta dei migranti impegnati, in condizioni disumane, nelle
campagne.
Siamo a Palazzo San Gervasio (provincia di Potenza), comune di quattromila anime dove ogni
anno arrivano centinaia di africani, ma anche romeni e bulgari, per la raccolta dei pomodori.
“La situazione è preoccupante”, ha detto Ivano Strizzolo (Pd), vice presidente della
commissione Schengen – Europol – Immigrazione, che un paio di settimane fa ha incontrato
i rappresentanti delle istituzioni locali per trovare una soluzione condivisa al problema.
“La visita della commissione non ha sbloccato la situazione”, spiega Bernardo Bruno
dell’Osservatorio Migranti Basilicata, che denuncia: “Comune e Regione, ancora una volta,
arriveranno impreparati all’appuntamento con i braccianti”.
E’ andato deserto anche il bando del Comune per l’affidamento della gestione del centro
di accoglienza, unica alternativa ai rifugi di fortuna come ‘Grotta Paradiso’. A dirlo è il vice
sindaco di Palazzo, Paolo Palumbo, che dichiara: “Il centro quest’anno non aprirà, non ci sono
le condizioni igieniche e di sicurezza”. Anche i centomila euro che la Regione ha stanziato
all’inizio di luglio per il recupero della struttura rimarranno inutilizzati. I braccianti
cercheranno riparo nelle vecchie masserie abbandonate. “Ma a fine luglio”, spiega Palumbo,
“sono già tutte piene”. La verità è che un piccolo comune non può accogliere da solo centinaia
di persone. Ciò nonostante comuni limitrofi e imprenditori agricoli fanno orecchie da mercante.
Peraltro, nella stessa delibera con cui la Regione assegnava i fondi, si precisava che gli
stagionali, per usufruire del centro, dovevano dimostrare di aver fatto domanda al centro per
l’impiego di Lavello, a 24 chilometri da Palazzo San Gervasio. “Nessuno di loro percorrerà
quel tragitto a piedi”, tuonano dall’Osservatorio Migranti. “È un’assurdità burocratica degna
di chi non ha mai sviluppato un progetto concreto”.
Proprio nel centro di accoglienza, a febbraio, si erano accampati abusivamente i braccianti del
Burkina Faso. Chiuso per ordinanza del sindaco, il centro è stato sgomberato dai carabinieri.
Come testimoniano i volontari dell’Osservatorio, i migranti in questione erano tutti regolari e
molti di loro già con un contratto in mano. La denuncia che pende sulle loro teste è per
violazione di ordinanza pubblica e occupazione aggravata di edificio pubblico. Se verranno
giudicati colpevoli, rischiano l’espulsione. Ma per ora la vera condanna è quella di dover vivere
in luoghi disumani come grotte e masserizie abbandonate.
In difesa dei malcapitati, il Centro di documentazione Michele Mancino insieme ad alcuni
cittadini di Palazzo San Gervasio, ha presentato un esposto alla procura di Melfi, sostenendo
che i braccianti hanno “agito in stato di necessità” e denunciando l’inadempienza di istituzioni
e enti locali, causa di una vera e propria “riduzione in schiavitù”.
Intanto agosto è alle porte. I rifugi di fortuna come ‘Grotta Paradiso’ si riempiono di stagionali,
regolari e non, che per qualche mese, per venti euro al giorno (caporali permettendo), vivranno
in condizioni disumane. E l’incubo di Rosarno torna a fare paura.
Guarda il video dell’Osservatorio Migranti Basilicata sulle condizioni di vita dei lavoratori
stagionali
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/30/migranti-stagionali-piccole-rosarno-crescono/45803/
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Le carceri, i suicidi l’indifferenza di tanti e Alfano che non vede di Lodato/Camilleri
Chef Camilleri di Saverio Lodato
Camilleri, dall'inizio dell'anno nelle carceri, e nel più spaventoso disinteresse, quasi 40 detenuti
si sono tolti la vita. Per l'«Associazione Ristretti Orizzonti», dal ‘60 ad oggi, l'incremento dei
suicidi è del 300%. Statistica da brivido che il ministero della Giustizia non commenta. Il
cappio al collo è consuetudine. Da Roma a Siracusa, da Milano a Ragusa, da Torino a Lametia
Terme, da Padova a Piacenza a Reggio Emilia, da Varese a Como, da Brescia a Venezia a
Ancona a Frosinone, si moltiplicano i casi di autolesionismo estremo. I suicidi non hanno nulla
in comune. Uno era ergastolano. Uno sarebbe uscito per buona condotta. Uno si è impiccato
poco prima di tornare in libertà. Uno perché lo stavano estradando. Uno era Rom. Uno
napoletano. Uno albanese. Tutti sanno che in questo momento nelle carceri sono rinchiuse
68.000 persone ma che la capienza prevista è di un massimo di 43.000. Ad appesantire il
bilancio nero, una cinquantina di casi in cui gli agenti hanno evitato il tragico epilogo. Cosa
non si è detto e scritto sulle carceri italiane. Che erano poche, e ne andavano costruite altre. Che
erano troppe, e bisognava depenalizzare. Spalancare le porte o buttare la chiave? E ora?
Riprenderanno le visite dei parlamentari di ogni colore. Non crede?
Mi pare che alla notizia del suicidio di un detenuto, uno dei tanti, alcuni giornali abbiano
riportato il nobile commento di un deputato della Lega: "uno di meno". Poteva un leghista
smentirsi? Naturalmente ci sono state le solite sdegnate reazioni, si è ripetuto insomma quello
stanco rituale tutto italiano di accuse e controaccuse destinato a finire come una bolla di
sapone. Perché il problema delle carceri in Italia non è stato seriamente affrontato da nessun
governo. E certo non può essere risolto in modo definitivo con sfoltimenti momentanei dovuti
ad amnistie, indulti, depenalizzazioni che, tra l'altro, hanno troppe controindicazioni. Il fatto
certo è che mentre le carceri scoppiano, manca la volontà politica di porvi rimedio. Si ricorda,
caro Lodato, che il ministro Alfano, tra un lodo e l'altro, aveva sbandierato tempo addietro un
suo piano-carceri? Mi sa dire dov'è andato a finire? E qui c'è da chiedersi il perché di questa
non volontà. L'opinione pubblica, ammesso che esista, si dimostra poco interessata al problema.
Agli italiani, so di dire una spiacevole verità, importa sempre meno delle difficoltà altrui, la
loro sensibilità negli ultimi decenni si è molto appannata. Fatte le dovute eccezioni,
naturalmente. Non si sono ribellati alla disumana legge sui respingimenti indiscriminati, alla
legge che fa dell'emigrato clandestino un reo, figurati quanto gliene importa se in cella si sta un
po' strettini. Da parte loro, i politici si sentono al sicuro: a forza di leggine, norme, regolamenti,
non si darà che rarissimamente il caso che uno di loro vada a finire dietro le sbarre. Sono
sempre così decisi a far quadrato davanti alle richieste della magistratura, così granitici nella
difesa della casta da far invidia al sindacato del tempo di Di Vittorio. Ora mi chiedo: quando
una cella che potrebbe contenere al massimo quattro detenuti ne contiene otto, viverci dentro
minuto dietro minuto per mesi e mesi e anni e anni, non diventa impresa disumana? Siamo così
attenti che gli animali degli zoo abbiano buone condizioni di vita nelle loro gabbie e ce ne
freghiamo di quello che avviene nelle carceri? Credo che l'esistenza quotidiana dei detenuti in
un carcere sovraffollato somigli molto a un'insopportabile forma di tortura. La quale tortura, se
non sbaglio, non è un reato contemplato dal nostro codice. Ed ecco spiegato perchè il governo
Berlusconi, visto e considerato come vengono trattati i detenuti in Italia, ha dichiarato di non
avere nessuna intenzione d'introdurlo. Accà nisciuno è fesso!
25 luglio 2010
http://www.unita.it/rubriche/camilleri/101650
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''Palermo come Beirut'' di Simona Sgroi*
30luglio 2010
In ricordo del magistrato Rocco Chinnici, 27 anni dopo.
Cielo terso e azzurro,uno di quelli che solo la Sicilia sa regalare in piena estate,aria già tiepida
alle prime ore del mattino presagio di una torrida e torbida giornata. Via Pipitone Federico, in
un noto quartiere residenziale si sente piacevole la calma delle assolate mattine palermitane: la
città è semivuota. Il magistrato Rocco Chinnici, nel suo appartamento al terzo piano, si è alzato
di buon ora, come del resto faceva ogni mattina, e sta lavorando alle sue carte nello studio, con
la finestra del balcone aperta. Già le otto, la via è più animata, il portiere, Li Sacchi, ha aperto
la portineria; passa qualche vettura. Arriva la blindata di Chinnici, l'Alfasud dei Carabinieri
della scorta, con a bordo il maresciallo Trapassi e l'appuntato Bartolotta. C'è anche una
gazzella dei Carabinieri che da qualche tempo, a causa delle sempre più pesanti minacce al
Giudice, deve rinforzare la sorveglianza. Un saluto affettuoso ai familiari e poi giù per le
scale.
Una giornata qualsiasi, quel 29 luglio, sono le otto e dieci. Una devastante esplosione scuote
ferina l'intero isolato. La 126, imbottita di tritolo è fatta esplodere con un comando a distanza
nell'istante in cui Chinnici, per salire sulla blindata, è obbligato a passarvi accanto. Palermo
come Beirut, titoleranno i giornali. Ma questa immagine non rende abbastanza. Sul selciato, tra
le carcasse delle automobili, si distinguono a stento i corpi privi di vita. Oltre Rocco Chinnici,
Mario Trapassi, Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi. Nell'auto di servizio, Giovanni
Paparcuri, parzialmente protetto dalla blindatura. Decine di feriti e tra questi due bambini. Era
la preoccupazione maggiore, per Rocco, di poter coinvolgere in un eventuale attentato un
familiare, un passante, un uomo della scorta. Infissi divelti, intonaci scollati, asfalto fratturato.
Una ferita profonda alla coscienza civile cittadina, anche a quella parte usualmente indifferente
o convinta che, in fondo, chi ha questa sorte se la vada un po' a cercare. Uno scenario
impensabile in un paese civile. Eppure destinato a ripetersi. Altre due volte: 23 maggio 1992
Giovanni Falcone, 19 luglio 1992 Paolo Borsellino.
Rocco Chinnici è nato a Misilmeri (PA) il 19 gennaio del 1925. Dopo essere stato pretore a
Partanna, viene trasferito al tribunale di Palermo presso l'ufficio istruzione. Convinto assertore
del metodo collaborativo dei magistrati, li esorta a unire le loro competenze e carteggi. Riesce
a fare emergere un gruppo particolarmente capace, che annovera Giovanni Falcone ma anche
un "emarginato" Paolo Borsellino. Ottiene molti successi giudiziari nel campo delle indagini
sul traffico di droga, ma il suo merito maggiore è essere arrivato a un passo dall'arresto dei
cugini Salvo, che di fatto gestivano la parte economica dei proventi mafiosi attraverso una
esattoria che controllava praticamente tutta l'economia isolana. Il suo metodo investigativo lo
porta anche a un passo da mandanti ed esecutori di due efferati omicidi di mafia, quello di Pio
La Torre (30 aprile 1982) segretario regionale del Pci e quello di Piersanti Mattarella (6
gennaio 1980), presidente della Regione. Conduceva indagini molto mirate in un'epoca in cui
non c'era antimafia né metodi di ricerca scientifica adeguati. Rocco Chinnici un precursore del
pool antimafia per lo Stato, un magistrato scomodo per Cosa nostra.
*Corleone Dialogos
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/29993/48/
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Onu: l'accesso all'acqua diritto umano fondamentale di Paolo Tosatti - 30 luglio 2010
BENI COMUNI. Storica risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni unite. La
proposta è stata presentata dalla Bolivia ed è passata con il voto favorevole di 122 Paesi,
nessun contrario e 41 astensioni.
«L’accesso all’acqua potabile è un diritto umano fondamentale». Non è una scritta su uno
striscione di uno dei migliaia di comitati che in tutto il mondo si battono per veder riconosciuta
a ogni essere umano la possibilità di bere, lavarsi, cucinare e curarsi. È la parte centrale della
storica risoluzione approvata la notte scorsa dall’Assemblea generale delle Nazioni unite dopo
più di 15 anni di dibatti e scontri all’interno della comunità internazionale. Un documento, che,
seppure come tutte le decisioni dell’organo plenario non è giuridicamente vincolante,
rappresenta un indubbio passo in avanti per il diritto internazionale e un’importante conquista
di principio per la lotta che in molte parti del pianeta organizzazioni, associazioni, sindacati e
movimenti hanno ingaggiato contro le politiche di privatizzazione dei servizi idrici intraprese
da governi e autorità locali.
La proposta è stata presentata dalla Bolivia, ed è passata con il voto favorevole di 122 Paesi,
nessun contrario e 41 astensioni. Nel testo si afferma che «l’accesso a un’acqua potabile pulita
e di qualità, e a servizi sanitari di base, sono un diritto dell’uomo, indispensabile per il pieno
godimento del diritto alla vita». Per questo gli Stati e le organizzazioni internazionali sono
invitati a impegnarsi per fornire aiuti finanziari e tecnologici ai Paesi in via di sviluppo, e ad
«aumentare gli sforzi affinché tutti nel mondo abbiano accesso all’acqua pulita e a installazioni
mediche primarie». Il riconoscimento dell’accesso all’acqua potabile come diritto umano
fondamentale rappresenta un passo decisivo per affrontare la questione sempre più urgente
della mancanza di risorse idriche per centinaia di milioni di persone. Secondo le stime delle
Nazioni unite, ogni anno un milione e mezzo di bambini sotto i cinque anni muore per malattie
legate alla carenza d’acqua o di strutture igieniche. Nella risoluzione si ricorda che ancora oggi
nel mondo 884 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, e che 2,6 miliardi
vivono in condizioni igienico-sanitarie insufficienti. In seno al documento l’Assemblea
generale ha dunque confermato il proprio impegno a ridurre della metà, entro il 2015, la
porzione di popolazione mondiale che non ha possibilità di accedere alle risorse potabili.
Negli ultimi decenni, con il rapido sviluppo della popolazione mondiale, la gestione pubblica
del servizio idrico ha spesso incontrato notevoli difficoltà per una cronica mancanza di
investimenti e interventi di manutenzione degli impianti. Il risultato è che un crescente numero
di Paesi ha affidato la gestione del servizio a grandi società private. In queste circostanze il
finanziamento degli investimenti decisi contrattualmente fra governo e gestore è stato ottenuto
generalmente tramite considerevoli incrementi delle tariffe sulla vendita dell’acqua, che hanno
determinato in più parti del pianeta, dall’America Latina all’Australia, passando per l’Europa,
una forte conflittualità fra la società civile e le compagnie private, portando in alcuni casi a
vere rivolte contro la privatizzazione delle risorse idriche.
Per queste ragioni l’Assemblea generale ha accolto con favore la richiesta avanzata dal
Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite, che ha chiesto che ogni anno l’esperta Onu
sulle questioni de diritti umani collegati all’acqua, Catarina de Albuquerque, consegni alla
stessa Assemblea una relazione sul tema. Nel documento de Albuquerque dovrà indicare i
principali problemi nella concreta applicazione del diritto all’acqua potabile, le carenze
registrate nei servizi igienico-sanitari e il loro impatto sul raggiungimento degli Obiettivi di
sviluppo del millennio.
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Nelle intenzioni del Consiglio questo strumento rappresenterà un’ulteriore possibilità di
favorire il dialogo e il confronto tra i governi, il settore privato, gli enti locali, le organizzazioni
della società civile e le istituzioni accademiche per la soluzione di un problema da cui dipende
il futuro più immediato del pianeta.
Tratto da: terranews.it
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/29996/48/
L'Aquila Day, 31 luglio da violapost.wordpress.com
Sabato 31 luglio, ore 15, a L’Aquila (concentramento in piazza D’Armi) si terrà una
manifestazione nazionale per riportare l’attenzione su tragedia dimenticata, su cui si consuma
tanta propaganda ma che vede una realtà, quella dei territori colpiti dal sisma, in uno stato di
abbandono da parte dello Stato.
Il popolo viola aderisce e supporta la manifestazione degli aquilani, diversi i pullman che
raggiungeranno l’Aquila sabato 31 luglio. Ecco un primo elenco.
Salerno con tappa a Napoli
Reggio Emilia con tappa a Bologna
Roma
Trieste
Diversi i gruppi Facebook dedicati alla manifestazione
Siamo tutti Aquilani con oltre 25.000 iscritti
L’Aquila Day con oltre 12.000 invitati confermati
Il giorno degli Aquilani
Il popolo viola L’Aquila, attivissimo nell’organizzazione della manifestazione
Per informazioni chiamare Enza Blundo (339.7724597) Per chi va all’Aquila il 31 luglio.
Ecco i contatti per chi richiede posti: con
tende Francesco 3332256935 – con sacchi a pelo Enza 3397724597 ospitalità nelle case Alfio 3452712735 – Prenotazioni Bed and
Breakfast: Stefania 32002450
Tratto da: violapost.wordpress.com
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/29949/78/
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Rassegna Stampa N 81 30/07/2010 Per queste ragioni