In viaggio verso Cracovia...
Cracovia è stata la capitale della Polonia fino al fine del 16th secolo, quando la capitale venne
spostata a Varsavia. Al giorno d'oggi Cracovia è la quarta città della Polonia, ma tutti i polacchi la
considerano la capitale culturale del paese. La famosissima università Jagellonian, il castello di
Wawel, e una delle più grandi piazze antiche d'Europa sono tutte contenute in uno dei meglio
conservati centri storici d'Europa. La città vecchia di Cracovia è diventata monumento mondiale
preservato dall'Unesco.
Pochi minuti a piedi a sud della città vecchia, separata dalla Via Jozefa Dietla, si trova il vecchio
distretto di Kazimierz. Fino al 1880 la Dietla era un affluente della Vistola e Kazimierz era un'isola.
Questo era meglio conosciuto come il quartiere ebraico di Cracovia. La cultura ebraica ha reso
l'intera città più ricca, fino a quando durante al seconda guerra mondiale tutta la comunità ebraica di
64,000 individui fu deportata nei vicini campi di concentramento incluso Auschwitz. Alla fine della
guerra solo 6000 ritornarono. Quello che è rimasto della comunità ebraica di Cracovia è
testimoniato dalle numerose sinagoghe che sono state preservate e restaurate.
UNA ESPERIENZA
Il modo migliore per arrivare a Cracovia (Krakow in polacco) è farlo con i propri mezzi, sfatando
l'angosciante e martellante “Turista Fai da Te?” che nella gran parte dei casi rappresenta l'unico
modo per conoscere a fondo una città e più un generale un Paese, una cultura.
Arrivando da sud, dopo aver attraversato i bellissimi monti Tatra al confine tra la Slovacchia e la
Polonia, Cracovia appare all'improvviso. La strada supera una collina, le ultime propaggini della
catena montuosa appena superata e la città appare in lontananza, adagiata sul fondo di una piccola
conca.
L'arrivo notturno è il più suggestivo, offrendo la romantica immagine di migliaia di piccole luci
tremanti all'orizzonte, somiglianti a un luminoso miraggio nell'oscurità della campagna.
Seguendo la direttrice che porta nel centro città si viene sorpresi dall'apparizione del castello del
Wawel.
La leggenda della fondazione della città narra che proprio in questo punto, sulla collina Krakus
dominante una piccola ansa della Vistola, il leggendario Krak, principe e capo di una tribù slava,
uccise con uno stratagemma il terribile drago che imperversava nel villaggio poco distante. Tale
villaggio si sviluppò successivamente nella città che conosciamo.
In realtà quello che si sa di Cracovia, come del resto della Polonia, non è molto. Forse non tutti
sanno che nel 2000 è stata insignita, insieme ad altre otto città, del titolo di “Capitale europea della
cultura”. Il merito va alle numerose manifestazioni e festival che vi si svolgono con grande
frequenza, regalando piacevoli sorprese ai visitatori in tutti i periodi dell'anno.
L'arte e la cultura sono di casa, lo si avverte passeggiando negli stretti vicoli del centro storico ricche
di sontuosi palazzi e residenze di nobili e principi.
Si ha la stessa sensazione passeggiando nel quartiere universitario, il più antico della Polonia e tra i
più antichi di tutta Europa. Qui hanno studiato Copernico, Karol Wojtyla, la poetessa Szymborska
premiata con il premio Nobel per la Letteratura nel 1996 e altri illustri studiosi che le hanno fatto
guadagnare l'appellativo di “Atene polacca”, come veniva chiamata nel '500.
Tra gli altri appellativi vi è anche “Roma del Nord” a causa del gran numero di chiese e monasteri
che si trovano all'interno del centro storico, oggi interamente pedonale.
Tutto questo ha fatto sì che l'Unesco nel 1978 inserisse Cracovia nel Patrimonio Mondiale
dell'Umanità.
L'itinerario di visita può iniziare proprio dal Wawel, dopo aver abbandonato qualunque mezzo di
locomozione per immergersi in pieno nell'atmosfera tipica di Cracovia, fatta di piccoli spazi, scorci
da scoprire con calma, esplorandola con la vivace ed eccitata curiosità del bambino che si aggira in
un luogo fatato.
Cracovia non può essere definita in altro modo, sospesa com'è tra passato e presente, permeata in
ogni angolo delle vestigia di un passato glorioso, quando la città fiorì lungo la via dell'ambra, in
direzione del Baltico e ora in fase di nuova valorizzazione e riscoperta.
La collina del Wawel è uno dei gioielli polacchi e da secoli è occupata da un complesso che ospita
alcuni edifici importantissimi.
Primo fra tutti il palazzo reale, sede storica dei re nella lunga parentesi che vide Cracovia capitale di
un regno che nel periodo di maggior splendore si estendeva dal mar Baltico al mar Nero, includendo
territori oggi spartiti tra Germania, Lituania, Ucraina e Bielorussia.
Oggi il palazzo ospita un museo che espone splendidi arazzi, il tesoro della corona (purtroppo
decimato da continue scorrerie, furti e cessioni effettuate nei momenti di difficoltà), insegne reali e
mobili antichi.
Il passato qui si mescola alla storia moderna, quando nel 1939 il governatore generale nazista Hans
Frank insediò, grazie alla sua posizione strategica, la sede del governatorato polacco. Fu anche per
questo che la città non ebbe distruzioni massicce durante la Seconda Guerra mondiale, caso quasi
unico nella devastata Polonia. Il ricordo della successiva liberazione da parte dei sovietici nel 1945
si legge soltanto in un solo piccolo monumento in un parco dimenticato all'esterno dell'antica cinta
muraria.
All'interno del Wawel si trova un altro grande richiamo storico-architettonico: la gotica cattedrale di
San Venceslao. Le forme esterne lasciano intuire la complessa storia di questa costruzione,
risultante da molte ricostruzioni e annessioni di precedenti chiese.
La cattedrale ha fatto da cornice per secoli ai principali avvenimenti delle casate reali polacche:
incoronazioni, matrimoni, funerali. Per questo motivo l'interno ospita i tumuli di regnanti e dei
rispettivi familiari e altri capolavori.
La torre campanaria può essere visitata e il consiglio è di non perdere questa opportunità. Infatti,
oltre al fantastico panorama sulla zona del Wawel e della vicina città vecchia, è possibile ammirare
Zygmunt, la più grande campana della Polonia pesante oltre 10 tonnellate. La leggenda vuole che il
celibe in cerca di moglie che accarezza i 350 kg del battaglio, trovi consorte entro pochi mesi.
Uscendo dal castello dalla parte che si affaccia sulla Vistola si scende nel piccolo parco alla base
della collina dove si trova la grotta del leggendario drago sconfitto da Krak. Il suo spirito continua a
vivere grazie a una statua d'acciaio che emette una poderosa fiammata a intervalli regolari.
Accanto all'ingresso del Wawel inizia l'antica Via Reale, ricca di monumenti e notevoli edifici storici,
che porta direttamente nel cuore pulsante della città vecchia: la Piazza del Mercato (Rynek
Glowny).
Questa è una delle piazze medievali più grandi d'Europa, con i suoi 200 metri di lato che
racchiudono un'infinità di tesori.
L'edificio al centro dello sterminato quandrato cattura immediatamente lo sguardo. È lo skiennice,
l'antico mercato dei tessuti. Attraversando una delle porte che si affacciano sulla piazza ci si ritrova
improvvisamente immersi nell'animato bazar ospitato all'interno, proiettati in una atmosfera
medievale, fatta da antiche cancellate in metallo che racchiudono i diversi settori del mercato,
enormi lampadari pendenti da un soffitto decorato con gli stemmi delle città polacche, e che
diffondono una luce soffusa sulle antiche botteghe dalle facciate intagliate nel legno.
Tornando all'esterno, a metà strada con la splendida chiesa gotica di Santa Maria Vergine
Assunta, si incrocia la grande statua di Adam Mickiewicz, il più grande poeta romantico polacco.
La chiesa di Santa Maria è uno dei protagonisti del grande cambiamento avvenuto in Polonia da
dieci anni a questa parte. Ospita giornalmente funzioni cui la popolazione partecipa in massa ed è il
principale centro di culto della città.
La sua forma cattura immediatamente l'occhio. Come uno scherzo rinascimentale, le due torri che
incorniciano la facciata sono differenti l'una dall'altra per stile e altezza. Quella di sinistra, la più alta,
è coronata da un complicato gioco di otto piccole torri che terminano in una cupola dorata. Da qui
ogni giorno, alle 12, si diffondono le note dell'inno mariano suonate da un trombettiere in costume
che cessa improvvisamente l'esecuzione.
L'origine di questa tradizione affonda nella storia, in uno dei molti periodi tormentati della città.
Durante il medioevo Cracovia era vittima delle incursioni delle orde tartare e durante una sortita la
sentinella in cima al campanile riuscì ad avvistare le avanguardie nemiche e dare l'allarme. Dopo
pochi istanti fu trafitto alla gola da una freccia, ma la città riuscì ugualmente a salvarsi e da allora
quell'avvenimento è rievocato giornalmente.
L'interno è ricco di opere d'arte, tra cui il più grande altare ligneo gotico d'Europa.
A lato della chiesa inizia la bellissima via Florianska, ricca di edifici e locali storici per la borghesia,
la nobiltà e la cultura cracoviane.
Al fondo della via si apre la porta di San Floriano. Questo è uno degli angoli più caratteristici della
città, grazie all'esposizione permanente di dipinti eseguiti da pittori di strada.
La porta fa parte di quella che un tempo era la cinta muraria della città, guarnita con quasi 50 torri,
ora ridotte a tre. Poco oltre si erge la massiccia mole del barbacane, un bastione difensivo coevo
delle mura.
Si possono descrivere decine e decine di altri tesori nascosti nella città, come il museo
Czartoryskich che annovera tra le sue opere d'arte la famosa “Dama con l'ermellino” di Leonardo
da Vinci, dalla storia travagliata, e il “Paesaggio con il buon samaritano” di Rembrandt.
Oppure il singolare teatro Slowacki, costruito secondo il modello dell'Opera di Parigi.
Proseguendo all'inteno della città vecchia ci si imbatte nel quartiere universitario, dove si può
ammirare il cortile e le arcate tardogotiche del Collegium Maius che costituiscono il cuore
dell'università Jagellonica. All'interno del museo storico è esposto il prezioso mappamondo in oro
del 1510 con la prima rappresentazione dell'America e nella vicina biblioteca vi sono migliaia di
incunaboli, decine di migliaia di antiche stampe tra cui l'originale manoscritto di Copernico, del
1543, “De revolutionibus orbium coelestium”.
La storia dell'università annovera in egual numero periodi fiorenti e decadenti. L'ultimo di questi
risale all'occupazione nazista, quando i tedeschi chiusero l'ateneo deportando in massa i
professori. Le lezioni proseguirono clandestinamente nelle case di intellettuali fino alla liberazione.
Tornando nella piazza del mercato, nell'angolo opposto alla chiesa di Santa Maria si erge solitaria la
torre del Municipio, ultimo baluardo rimasto dell'antico edificio crollato all'inizio del XIX secolo.
Cracovia offre diverse attrattive anche all'esterno della città vecchia.
Un piacevole spunto è offerto dal quartiere ebraico, che vide deportare la sua comunità negli anni
bui dell'invasione nazista. Per questo motivo Spielberg ambientò qui parte del suo famosissimo
Shindler's List. Oggi sono rifioriti negozi e locali all'insegna della cultura yiddish e all'interno della
vecchia sinagoga è ospitato il museo dell'Olocausto.
Un altro angolo trascurato dagli itinerari standard è il quartiere industriale Nowa Huta,
letteralmente Nuova Fonderia. Questo quartiere, costruito subito dopo la fine della Seconda Guerra
mondiale per creare un forte insediamento operaio in una città come Cracovia, ritenuta troppo
intellettuale e borgese, è in tipico stile sovietico e ospita la bellissima Arka Pana (Arca del Signore).
La prima pietra di questa chiesa, proveniente dal sepolcro di San Pietro e regalata da papa Paolo
VI, fu posta nel 1965 da Karol Wojtila. Le forme moderne simboleggiano una nave e all'interno sono
ospitate numerose opere d'arte originali e uniche nel loro genere.
Quelli descritti sono solo alcuni dei moltissimi tesori nascosti da quello che davvero è un piccolo
scrigno, fino a poco tempo fa lontano eppure in realtà molto vicino a noi..
Verità e bellezza,
fraternità e tolleranza
nella storia di Cracovia
Costituzione pastorale
Gaudium et Spes
Sulla chiesa nel mondo contemporaneo
Costituzione dell'uomo.
Unità di anima e di corpo, l'uomo sintetizza in sé, per la stessa sua condizione corporale, gli elementi del
mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in
libertà il Creatore . Non è lecito dunque disprezzare la vita corporale dell'uomo.
Al contrario, questi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché
creato da Dio e destinato alla risurrezione nell'ultimo giorno.
E tuttavia, ferito dal peccato, l'uomo sperimenta le ribellioni del corpo.
Perciò è la dignità stessa dell'uomo che postula che egli glorifichi Dio nel proprio corpo e che non
permetta che esso si renda schiavo delle perverse inclinazioni del cuore.
L'uomo, in verità, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e a considerarsi più che
soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana.
Infatti, nella sua interiorità, egli trascende l'universo delle cose: in quelle profondità egli torna, quando fa
ritorno a se stesso, là dove lo aspetta quel Dio che scruta i cuori là dove sotto lo sguardo di Dio egli
decide del suo destino. Perciò, riconoscendo di avere un'anima spirituale e immortale, non si lascia
illudere da una creazione immaginaria che si spiegherebbe solamente mediante le condizioni fisiche e
sociali, ma invece va a toccare in profondo la verità stessa delle cose.
Dignità dell'intelligenza, verità e saggezza.
L'uomo ha ragione di ritenersi superiore a tutto l'universo delle cose, a motivo della sua intelligenza, con
cui partecipa della luce della mente di Dio.
Con l'esercizio appassionato dell'ingegno lungo i secoli egli ha fatto certamente dei progressi nelle
scienze empiriche, nelle tecniche e nelle discipline liberali Nell'epoca nostra, poi, ha conseguito
successi notevoli particolarmente nella investigazione e nel dominio del mondo materiale.
E tuttavia egli ha sempre cercato e trovato una verità più profonda.
L'intelligenza, infatti, non si restringe all'ambito dei soli fenomeni, ma può conquistare con vera
certezza la realtà intelligibile, anche se, per conseguenza del peccato, si trova in parte oscurata e
debilitata. Infine, la natura intelligente della persona umana può e deve raggiungere la perfezione.
Questa mediante la sapienza attrae con dolcezza la mente a cercare e ad amare il vero e il bene; l'uomo
che se ne nutre è condotto attraverso il visibile all'invisibile.
L'epoca nostra, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza per umanizzare tutte le
sue nuove scoperte. È in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini
più saggi. Inoltre va notato come molte nazioni, economicamente più povere rispetto ad altre, ma più
ricche di saggezza, potranno aiutare potentemente le altre.
Col dono, poi, dello Spirito Santo, l'uomo può arrivare nella fede a contemplare e a gustare il mistero del
piano divino.
Dignità della coscienza morale.
Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve
obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento
opportuno risuona nell'intimità del cuore: fa questo, evita quest'altro.
L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell'uomo, e
secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove
egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità.
Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento
nell'amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per
cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita
privata quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i
gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità.
Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per
questo essa perda la sua dignità.
Ma ciò non si può dire quando l'uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza
diventa quasi cieca in seguito all'abitudine del peccato.
Grandezza della libertà.
Ma l'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà.
I nostri contemporanei stimano grandemente e perseguono con ardore tale libertà, e a ragione. Spesso
però la coltivano in modo sbagliato quasi sia lecito tutto quel che piace, compreso il male.
La vera libertà, invece, è nell'uomo un segno privilegiato dell'immagine divina.
Dio volle, infatti, lasciare l'uomo “ in mano al suo consiglio ” che cerchi spontaneamente il suo Creatore
e giunga liberamente, aderendo a lui, alla piena e beata perfezione.
Perciò la dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e
determinato da convinzioni personali, e non per un cieco impulso istintivo o per mera coazione esterna.
L'uomo perviene a tale dignità quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine
mediante la scelta libera del bene e se ne procura con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti.
Questa ordinazione verso Dio, la libertà dell'uomo, realmente ferita dal peccato, non può renderla
effettiva in pieno se non mediante l'aiuto della grazia divina.
Ogni singolo uomo, poi, dovrà rendere conto della propria vita davanti al tribunale di Dio, per tutto quel
che avrà fatto di bene e di male.
Tratto da "Cerca la Pace"
di Jean Vanier
Possiamo lasciarci sedurre dalla pubblicità e pensare che per essere felici dobbiamo acquistare e
utilizzare i prodotti che essa ci esalta. La televisione vive di pubblicità Possiamo anche lasciarci sedurre
da partiti politici influenti che ci promettono più denaro e meno tasse! Chi detiene il potere può
manipolarci in modo sottile e giocare con la nostra debolezza e le nostre fragilità per indurci a pensare
come lui. Possiamo essere preda dell'illusione. La felicità non proviene dall'esterno, dalle cose che
possediamo o dal potere del nostro gruppo, ma dall'interno, da ciò che vi è di sacro in noi. Ci illudiamo
così facilmente pensando di essere il centro del mondo, o, al contrario, di non valere nulla.
Immaginiamo così in fretta che, se appartenessimo a un dato gruppo o guadagnassimo di più,
saremmo più felici. Tutti noi possiamo lasciarci sedurre da falsi profeti che ci promettono la felicità Ma
quando ci lasciamo prendere da queste illusioni, perdiamo molto in fretta il nostro centro e rimaniamo
paralizzati dalla collera o dalla disperazione. Anche la depressione può sommergerci. Ci vergogniamo
di esserci lasciati prendere dalle illusioni fino a provare vergogna anche di esistere.
La felicità consiste nell'accettare e scegliere la vita, non nel subirla di malavoglia. La felicità arriva
quando noi scegliamo di essere quello che siamo, di essere noi stessi qui e ora; quando scegliamo la
vita così com'è, con le sue gioie, le sue sofferenze e i suoi conflitti. La felicità consiste nel vivere e
cercare la verità, con altri, in comunità, e nell'essere responsabili della nostra vita e di quella degli altri.
Consiste nell'accettare il fatto che siamo limitati, ma possiamo entrare in una relazione personale con
l'Infinito, e scoprire questa verità universale che trascende tutte le culture: ogni persona è unica e sacra.
Non cerchiamo solo di essere ciò che altri vogliono che noi siamo o di rispondere alle aspettative della
nostra famiglia, dei nostri amici o della società. Abbiamo scelto di essere quelli che siamo, con tutta la
bellezza ma anche con tutte le debolezze che sono insite in noi. Non evadiamo dalla realtà per vivere in
un mondo d'illusioni, di sogni o di incubi. Diventiamo presenti alla realtà e alla vita e dunque liberi di
vivere secondo la nostra coscienza, il nostro santuario interiore, dove l'amore abita in noi e dove
vediamo gli altri per quello che sono in profondità. Non lasciamo soffocare la luce della vita in noi e non
la soffochiamo negli altri. Al contrario, il nostro desiderio più grande è che la loro luce brilli.
La pace del cuore è qualcosa di molto personale che sorge dall'intimo del nostro essere.
Presuppone una maturità interiore e la realizzazione di opere di giustizia e di misericordia e di atti
d'amore. Sopraggiunge quando viviamo in armonia con la nostra famiglia o la nostra comunità, o in un
momento sereno di riflessione e di accettazione interiore. Il filosofo tedesco Josef Pieper parla dei
momenti di gratuità come di istanti in cui possiamo essere soli con "il silenzio che è un presupposto alla
percezione della realtà; solo il silenzio ascolta".
Date le continue pressioni pubbliche, dobbiamo essere vigilanti e coscienti delle influenze ostili che
avviliscono la nostra dignità. Una tra le trappole più insidiose è l'odio verso di sé la gratuità è possibile
solo quando abbiamo realizzato l'unità in noi. Abbiamo la propensione a lavorare troppo: è una
scappatoia, un modo per cercare di giustificare la nostra esistenza. C'è solo una giustificazione alla
nostra esistenza: il fatto che Dio ci ama. Abbiamo paura a rilassarci e a "mollare la presa" perchè non
abbiamo fiducia nell'amore. Allora, manteniamo sempre il controllo, siamo sempre di fretta temendo
che, se rallentassimo, ci troveremmo di fronte a noi stessi. Non è esagerato affermare che il
fondamento di ogni gioia, di ogni felicità e di ogni creatività è l'umile accettazione di se stessi. Questa
accettazione di noi stessi è il fondamento della libertà e della santità» e, aggiungerei, della pace del
cuore. Pieper prosegue affermando che, per giungere a questo silenzio interiore. «nulla può sostituire
la preghiera e la riflessione. Dobbiamo ascoltare la supplica di Dio. . l'ascolta e sappi che io sono Dio "».
La pace può stabilirsi non solo quando abbiamo rinunciato al nostro desiderio di acquisire cose o una
posizione, ma quando ì nostri desideri più profondi sono soddisfatti. La pace è il frutto di una relazione
personale con l'Eterno. Non siamo soli. Dio, dolce e umile, è con noi, veglia su di noi e ci guida. Nella
misura in cui ci abbandoniamo e accordiamo fiducia all'amore, siamo liberati dalle barriere e dai muri
che ci tengono prigionieri della paura, dei pregiudizi e del senso di colpa. Siamo pieni di una gioia
nuova, di una vita nuova, la vita stessa dell'amore. Sperimentiamo una nuova forza: la pace che sgorga
dalla presenza tenera e amorevole di Dio. Non abbiamo più bisogno di metterci alla prova; possiamo
essere noi stessi, con tutta la nostra fragilità, la nostra vulnerabilità e la nostra debolezza. Così come
siamo, abbiamo un valore agli occhi di Dio.
Etty Hillesum aveva un senso profondo del valore di ogni persona come "dimora" di Dio. Mentre si
trovava a Westerbrook, aspettando insieme ad altri Ebrei il momento della deportazione ad Auschwitz,
scriveva nel suo diario che il suo unico desiderio era aiutare gli altri a scoprire il tesoro della propria
umanità, a comprendere che ognuno è chiamato a diventare "dimora" di Dio.
«Ti prometto, sì, ti prometto, Dio mio, che cercherò di trovare una ,"dimora" e un tetto per Te nel maggior
numero possibile di case. Ci sono tante case disabitate, dove ti farò entrare come ospite d'onore»,
scrisse.
Etty Hillesum conosceva il segreto: la bellezza di ogni persona consiste nel fatto che è chiamata a
diventare dimora dell'Infinito. Allora la paura della morte e di ciò che è limitato non è più un tormento.
Etty ebbe questa intuizione in una situazione di infelicità assoluta. Dalle realtà più orribili e più atroci può
nascere una visione nuova, più profonda; dal cuore delle tenebre può sorgere la luce.
«Ci sono persone (gli Ebrei prigionieri) che cercano di proteggere il loro corpo, il quale tuttavia è solo più
il ricettacolo di mille angosce e di mille odi. Dicono: 'Io non cadrò nelle loro grinfie (dei nazisti)!".
Dimenticano che nessuno è mai sotto le grinfie di nessuno finché è fra le tue braccia. Questa
conversazione con te, Dio mio, comincia a ridarmi un po'dì calma».
Diventiamo artefici di pace quando ci lasciamo disarmare, quando prendiamo coscienza del fatto che
ognuno di noi è unico e, per riprendere le parole di Etty Híllesum, portato nelle braccia di Dio. Non siamo
soli e non abbiamo bisogno di essere i più forti e i migliori. Abbiamo il nostro posto nel cuore dell'umanità
e nel cuore di Dio. Siamo destinati a vivere e a portare la pace. Diventare pienamente umani significa
diventare consapevoli di ciò che siamo nel profondo del nostro essere, della nostra sete d'infinito, e
scoprire che possiamo trovare l'Infinito, l'Eterno, dentro di noi, nel nostro santuario interiore. Questa
vita con Dio è in noi come una sorgente d'acqua viva spesso coperta da molta sporcizia e macerie,
nascosta dietro una barriera di paura.
Il nostro bisogno di essere purificati
Queste barriere o questi muri racchiudono la nostra angoscia, ma anche ciò che vi è di più bello in noi.
Abbiamo bisogno di essere purificati dal nostro bisogno di dividere il mondo, la società, i gruppi e gli
individui tra "buoni" e "cattivi", ritenendo il nostro gruppo, il nostro paese, la nostra religione, il nostro
ceto sociale come l'élite, il migliore. Soprattutto, siamo chiamati ad abbandonare le nostre pulsioni e a
essere purificati dalla nostra sete di potere, di ammirazione e di avere ragione. I nostri muri fatti di
paure, di pregiudizi e di odio devono scomparire a poco a poco perché noi diventiamo liberi da questi
vincoli che ci impediscono di aprirci a una nuova conoscenza dell'Infinito e degli altri.
Ma il percorso che conduce all'umiltà, alla pace e alla giustizia è una battaglia lunga e difficile, come
esprime così bene il patriarca Atenagora di Costantinopoli nel suo testo:
'Io sono disarmato"
"Bisogna combattere la guerra più dura, che è la guerra contro se stessi. Bisogna arrivare a disarmarsi.
Io ho combattuto questa guerra per lunghi anni, ed è stata terribile. Ma ora, sono disarmato. Ormai non
ho più paura di nulla, perché l'Amore scaccia la paura. Sono disarmato della volontà dì aver ragione, di
giustificarmi screditando gli altri. Non sto più in guardia, gelosamente ripiegato sulle mie ricchezze.
Accolgo e condivido. Non tengo particolarmente alle mie idee, ai miei progetti. Se me ne si presentano
di migliori, o piuttosto, non migliori ma buoni, accetto senza rimpianti. Ho rinunciato al comparativo. Ciò
che è buono, vero, reale per me è sempre il meglio. Per questo non ho più paura. Quando deponiamo le
armi, se ci espropriamo, se ci apriamo al Dio-Uomo che fa nuove tutte le cose, allora Egli cancella il
passato negativo e ci rende un tempo nuovo in cui tutto è possibile".
Questo cammino per far emergere noi stessi, la nostra persona più profonda, con la consapevolezza di
ciò che siamo e della nostra missione, è un percorso lungo. È la storia di una vita, che può richiedere
molte lotte. Tutti dobbiamo lavorarvi! Gesù raccontò la parabola del chicco dì grano, per spiegare che le
nostre pulsioni psicologiche sono chiamate a morire perché, quando sarà giunto il tempo, possiamo
vivere pienamente e portare molto frutto. Abbiamo bisogno di tempo, del lavoro della grazia e dell'aiuto
di persone sagge per diventare abbastanza umilì e trasformati, per diventare una dimora per l'amore e
per l'Infinito, e perché le acque vive dell'amore e della compassione sgorghino dal cuore del nostro
essere. Tutti abbiamo bisogno di essere purificati per diventare, come scrisse Etty Hìllesum nel suo
diario: "un balsamo versato su tante ferite''.
Questa purificazione non può essere opera nostra, frutto del nostro sforzo o della nostra volontà. É una
realtà più profonda, che si manifesta quando accogliamo certi avvenimenti che possono ferirci o
stroncarci; si stabilisce con l'aiuto di uomini e donne saggi e si completa tramite un dono di No che ci
conduce verso una pienezza di vita e di libertà. Il cammino verso la pace e la speranza è preparato da
una famiglia unita e aperta e tramite il radicamento in una cultura, in una fede e in una comunità che ci
portano la sicurezza, ci formano e ci preparano a procedere, rafforzano la nostra coscienza personale e
ci aiutano a scoprire chi siamo. Abbiamo bisogno di modelli, di un padre e di una madre spirituali che
siano saggi e liberi e che ci chiamino a crescere in libertà, saggezza e compassione e ad aprirci a chi è
diverso da noi. Vivremo avvenimenti imprevisti, lutti, sofferenze, complicazioni, insuccessi, gioie e
successi, e incontri inattesi. Siamo chiamati a vivere pienamente ognuno di questi avvenimenti
secondo la nostra coscienza, senza lasciarci sommergere dalla vita e dal dolore per le disgrazie.
So quanto anch'io ho ancora bisogno di essere purificato. Di fronte a persone che mi mettono in
questione o la cui angoscia e il cui comportamento disturbato risvegliano l'angoscia nel mio intimo, ho
sperimentato la collera e la violenza che abitano in me. Vi sono ancora in me barriere e paure che
m'impediscono di essere aperto e di avere compassione per certe persone.
Quando mi sento perduto, mi rivolgo a questi profeti di pace, sconosciuti e misconosciuti, che seminano
granelli di pace nel nostro mondo. Hanno percorso questa lunga strada verso l'accettazione di se stessi
e la purificazione, riconoscendo ciò che è sacro e universale. Penso a coloro i quali nutrono la speranza
e l'amore nei cuori, che trovano la pace e la condividono in piccole comunità attraverso il mondo, e
ricordo che ognuno di noi può cambiare, che di fronte all'isolamento, all'angoscia, al terrore e alla
violenza, vi sono persone, come voi e me, che possono liberare un torrente d'amore che cambierà il
mondo.
Il mistero del male:
l'orrore dello sterminio
La sorte dei gemelli
di Auschwitz
I bambini gemelli che arrivavano ad Auschwitz da tutta Europa venivano selezionati da Mengele in
persona appena scesi dai treni. Mengele si aggirava lungo le fila dei prigionieri gridando "Zwillinge
heraus!" ("Fuori i gemelli"). Una volta isolati dai propri genitori i bambini venivano marchiati come gli altri
prigionieri ma con un numero speciale al quale spesso veniva aggiunta la sigla "ZW" (per "Zwillinge").
Una volta arrivati alle baracche che avrebbero dovuto ospitarli per prima cosa venivano esaminati e
misurati dalla testa alla punta dei piedi. Se anche fosse mancato il minimo particolare il medico addetto
alla misurazione (solitamente un prigioniero) sarebbe stato punito.
Venivano richieste loro informazioni sulla famiglia secondo un formulario preparato dal professor
Verschuer cui poi venivano spediti i fascicoli. A differenza di tutti gli altri prigionieri ai gemelli era
consentito di mantenere i capelli lunghi per diversi giorni dopo l'esame. Dopo essere stati selezionati
sulla banchina dei treni erano sottoposti ad una doccia per poi essere condotti nell'ambulatorio medico.
Gli esami iniziavano dalla testa che veniva misurata accuratamente anche per più giorni.
Successivamente erano sottoposti ad un esame completo ai raggi X in tutto il corpo. Solitamente poi
era applicato loro una specie di tubo al
naso che insufflava nei polmoni un gas
provocando una tosse violenta.
L' es pettorato era rac c olto ed
esaminato. Seguiva poi una fase nella
quale i bambini erano fotografati con
particolare attenzione ai capelli e ai peli
delle ascelle. Per questo motivo erano
costretti a rimanere immobili per molte
ore con le braccia alzate.
Il giorno successivo erano svegliati di
mattina presto e condotti in una stanza
nella quale vi era un tino con acqua
calda e una serie di tavole. Dapprima
erano costretti ad immergersi nel tino e
poi, venivano legati ad una tavola in
modo che i capelli ricadessero
all'esterno. Una parte dei capelli veniva
strappata in modo da estrarne anche la
radice. Dopo questa operazione erano
reimmersi nel tino parecchie volte e
l'operazione veniva ripetuta diverse
volte. Infine, quando il numero di capelli
raccolti era stata ritenuta sufficiente, i
bambini erano completamente rasati, depilati e nuovamente fotografati.
La fase successiva consisteva nel praticare clisteri di due litri dolorosissimi. In diversi giorni venivano
sottoposti ad esami rettali e gastrointestinali senza alcuna anestesia. Solitamente, a causa delle urla di
dolore, venivano imbavagliati.
Il giorno successivo era la volta di un doloroso esame urologico con prelevamento di tessuti dai reni,
dalla prostata e - nei maschi - dai testicoli. Dopo tre settimane di esami i due gemelli venivano uccisi
simultaneamente con un'iniezione al cuore; i cadaveri venivano dissezionati e gli organi interni inviati al
professor Verschuer all'Istituto di ricerca biologico-razziale di Berlino.
Questa orribile trafila rappresentava la norma ma Mengele stava conducendo sui gemelli studi suoi in
relazione a progetti condotti da Verschuer e dai suoi collaboratori. Uno di questi riguardava le anomalie
dell'apparato visivo. A Berlino se ne occupava la dottoressa Karin Magnussen. Mengele si interessava
particolarmente alla eterocromia, uno scoloramento dell'iride dell'occhio causato da atrofia del
pigmento. Questa patologia presenta e comporta una colorazione dell'iride chiara, blu acqua ad un solo
occhio. Mengele si interessava ai casi di eterocromia soprattutto nei gemelli.
Il suo obiettivo era trovare il modo di influire sul colore degli occhi trasformandoli da scuri ad azzurri. Per
far questo iniettava nell'iride metilene blu. Il risultato erano atroci sofferenze, cecità e nessun
cambiamento. È interessante notare che questi esperimenti non avevano alcuna base scientifica.
Dopo l'eliminazione dei gemelli i loro occhi venivano espiantati e inviati a Berlino alla dottoressa
Magnussen.
A Berlino Verschuer ed il suo assistente, il biochimico Gunther Hillmann, si interessavano allo studio
delle proteine del sangue e inseguivano il sogno di riuscire a trovare una differenza sostanziale tra il
sangue degli ebrei e quello degli ariani. Per questo Mengele si impegnava nell'operare prelievi di
sangue da inviare a Berlino. Spesso il prelievo di sangue era totale e terminava soltanto con la morte
del bambino.
Altra "passione" di Mengele era lo studio di una malattia chiamata "Noma" (una cancrena che
aggredisce il viso). Quando Mengele si accorse che i bambini zingari venivano particolarmente colpiti
se ne interessò immediatamente. Credeva che questa particolare esposizione alla malattia fosse
dovuta a predisposizione razziale. Il Noma colpisce particolarmente soggetti in precarie condizioni di
alimentazione e, quindi, era chiaro che l'insorgere della malattia era dovuto alle condizioni del campo.
La malattia colpisce gli angoli delle labbra, le guance, e le gengive provocando ulcerazioni va via più
vaste e orribili. Mengele, anziché curare i bambini, lasciava che la malattia proseguisse il suo corso
prelevando con il bisturi campioni di tessuto da studiare. Quando lo studio era terminato i bambini
venivano "pietosamente" avviati alle camere a gas.
La punta di gemelli che arrivarono tra le mani di Mengele si verificò con l'enorme afflusso di ebrei
deportati dall'Ungheria. A disposizione di Mengele vi erano anche 400 persone contemporaneamente.
Su queste persone la fantasia criminale di Mengele si sbizzarisce: trasfusioni incrociate di sangue di
tipo differente tra i gemelli, esperimenti sul midollo osseo e altri orribili, quanto inutili, studi pseudo
scientifici.
L'orco e i bambini
Il 9 gennaio 1945 Heissmeyer iniziò gli esperimenti con i bambini. Il professor
Quenouille aveva compreso che cosa aveva intenzione di fare e pochi giorni prima
aveva cercato di sterilizzare parte delle colture di batteri che sarebbero stati utilizzati
per infettare i bambini.
L'inoculazione della tubercolosi fu abbastanza rapida: Heissmeyer asportava parte
della pelle dei bambini sotto l'ascella destra e praticava una incisione a croce,
inoculava i batteri e applicava un cerotto. Si trattava di aspettare che la malattia
cominciasse il suo orribile lavoro.
Il 19 febbraio 1945 tutti i bambini sono apatici, febbricitanti, presentano ulcere e
accusano forti pruriti. Heissmeyer procede con una ulteriore inoculazione della
malattia, questa volta ancora più robusta.
Heissmeyer tentava di stimolare una risposta immunitaria. Prima faceva ammalare i
bambini e poi somministrava "tubercolina" nella convinzione che si sarebbe
verificata una reazione del sistema immunitario. Per verificare la portata della
risposta immunitaria Heissmeyer pensò di asportare i linfonodi della regione
ascellare: se la teoria era giusta i linfonodi avrebbero dovuto produrre degli anticorpi.
Il 3 marzo 1945 alle 19.00 i bambini vennero condotti in sala operatoria. I bambini
vennero fatto spogliare e fatti sdraiare su di un tavolo operatorio su un fianco. Ad
operare è un medico cecoslovacco prigioniero, il dottor Bogumil Doclik. Per
l'anestesia vennero usate iniezioni di novocaina. Doclik fece delle incisioni di cinque
centimetri e asportò la ghiandola linfatica all'altezza della ascella. L'intera
operazione dura un quarto d'ora circa, quella sera furono 9 i bambini operati. La sera
successiva si completò l'opera.
Le ghiandole linfatiche venivano messe in bottigliette piene di formalina, etichettate
con il nome dei bambini e consegnate a Heissmeyer. Dopo una settimana i bambini
vennero nuovamente portati in sala operatoria e i tamponi furono rimossi. Dopo
un'altra settimana vennero asportate tutte le ghiandole ascellari.
Heissmeyer partì per la clinica di Hohenlychen e consegnò le ghiandole al suo
collega Hans Klein per l'esame.
Il 12 marzo 1945 Klein diede il suo responso: nelle ghiandole linfatiche dei bambini
non era stato riscontrato alcun anticorpo contro la tubercolosi. L'esperimento di
Heissmeyer era fallito: i bambini ora non servivano più.
S. Massimiliano Kolbe
Tratto dal libro: RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book
Oggi siamo di fronte a un volto luminoso, davanti al quale tutti, anche i non credenti, si inchinano volentieri e di cui tutti
parlano con venerazione; S. Massimiliano Kolbe. Il fatto che egli abbia offerto la sua vita ad Auschwitz, riscattando con
la sua carità e il suo martirio la dignità dell'uomo oppresso, basta ad attirargli tutte le simpatie.
Ma noi vogliamo piuttosto imparare a comprendere quel suo gesto così decisivo sullo sfondo di tutta la sua esistenza:
la sua vocazione, gli ideali coltivati, l'infaticabile operosità, la " ostinata " missionarietà, perfino ciò che a qualcuno
potrebbe sembrare " eccessivamente integrista ", e che esprime invece la integralità della sua fede. Per non correre il
rischio di staccare artificialmente la sua morte dalla sua vita.
P. Massimiliano Kolbe fu figlio del suo tempo e della sua terra: nacque nel 1894 in un paesino polacco, da genitori che
gestivano un piccolo laboratorio di tessitura. Morì a 47 anni, nel 1941 ad Auschwitz. Entrò nel seminario dei francescani
conventuali nel 1907, a tredici anni; novizio a 16 anni (1910).
Dal 1912 al 1919 studia filosofia e teologia a Roma. Laurea in filosofia nel 1915 e laurea in teologia nel 1919. Si
interessa di fisica e di matematica e giunge fino a progettare nuovi tipi di aerei ed altre apparecchiature.
A Roma assiste a una processione di anticlericali-massoni che vanno a celebrare Giordano Bruno inalberando uno
stendardo nero su cui Lucifero schiaccia S. Michele Arcangelo. In piazza S. Pietro vengono distribuiti volantini in cui si
dice che " Satana deve regnare in Vaticano e il Papa dovrà fargli da servo ".
Il giovane Massimiliano ha una concezione cavalleresca della vita, al modo degli antichi cavalieri medioevali: ma la sua
dama è la Madonna. Si convince che è iniziata " l'Era dell'immacolata " quella in cui Maria dovrà, come dice la Genesi,
schiacciare la testa del serpente.
Scrive: "Bisogna seminare questa verità nel cuore di tutti gli uomini che vivono e vivranno fino alla fine dei tempi e
curarne l'incremento ed i frutti di santificazione; bisogna introdurre l'Immacolata nei cuori de gli uomini affinché Ella
innalzi in essi il trono del Figlio suo e li trascini alla conoscenza di Lui e li infiammi d'amore verso il Sacratissimo Cuore
di Gesù ".
Da parte sua ha una devozione totale e gentile: chiama la Madonna con i nomi più teneri e familiari, come solo i
polacchi sanno fare, profondamente convinto che i cristiani devono diventare " cavalieri dell'Immacolata ", e fonda una
associazione. È la " Milizia dell'immacolata " di cui abbiamo gli statuti autografi. Le prime parole che riguardano il fine
dell'associazione sono queste: "Cercare la conversione dei peccatori, degli eretici, degli scismatici, dei giudei ecc. e
soprattutto dei massoni (parola sottolineata due volte); e soprattutto la santificazione di tutti sotto il Patrocinio e con la
mediazione della Beata Maria Vergine ".
Accennavo all'accusa di integrismo che oggi P. Kolbe si tirerebbe addosso da parte di molti cristiani benpensanti e
schifiltosi. Infatti la Milizia dell'immacolata non ha affatto un programma spiritualistico, non descrive tanto una " opzione
religiosa " ma una scelta globale.
Eccola: "Con l'aiuto di Dio dobbiamo fare in modo che i fedeli Cavalieri dell'immacolata si trovino dappertutto, ma
specialmente nei posti più importanti come:
a) l'educazione della gioventù (professori di istituti scientifici, maestri, società sportive);
b) la direzione dell'opinione delle masse (riviste, quotidiani, la loro direzione e diffusione, biblioteche pubbliche,
biblioteche circolanti, conferenze, proiezioni cinematografiche);
c) le belle arti: scultura, pittura, musica, teatro.
I militi dell'immacolata divengano in ogni campo i primi pionieri e guide nelle scienze (scienze naturali, storia,
letteratura, medicina, diritto, scienze esatte ecc.).
Sotto il nostro influsso e sotto la protezione dell'Immacolata sorgano, si sviluppino i complessi industriali, commerciali,
le banche.
In una parola la Milizia impregni tutto e in uno spirito sano guarisca, rafforzi e sviluppi ogni cosa alla maggior gloria di
Dio, per mezzo dell'immacolata e per il bene della comunità ".
La realizzazione di questo progetto? Semplicemente incredibile per le possibilità di un uomo.
Nel 1927 inizia a costruire dal nulla un'intera città a circa 40 km da Varsavia. Lui ne parla come di una futura seconda
Varsavia. Chiama la città " Niepokalanow ": città dell'immacolata.
In pochi anni ecco descritta la prima realizzazione: " Una vasta area libera per la costruzione di una grande basilica
dell'immacolata,..
Un complesso-editoria (che comprendeva): la redazione, la biblioteca, la tipoteca, il laboratorio dei linotipisti, la
zincografia con i gabinetti fotografici, le tipografie..., ed ancora i vari reparti della legatoria, dei depositi e delle
spedizioni.
L'ala sinistra... comprendeva, in fabbricati distinti, la cappella, l'abitazione dei religiosi, il postulandato, il noviziato, la
direzione generale, l'infermeria e, alquanto distanziata, la grande centrale elettrica. E poi, sparsi un po' dovunque, le
officine dei fabbri e dei meccanici, i laboratori per i falegnami, per i calzolai, per i sarti, nonché le grandi rimesse per i
muratori e il corpo dei pompieri.
Ma non è ancora finito: c'erano il parco macchine, la piccola stazione ferroviaria con il binario di raccordo con quella
pubblica e statale; previsto anche l'aeroporto con quattro velivoli e un progetto di stazione radio trasmittente.
Dovunque grossi tronchi d'albero, depositi di legname, tubi e materiale edilizio di vario genere ".
La capacità di Massimiliano Kolbe di trascinare gli altri dietro questo suo ideale cavalleresco è data da queste cifre:
dopo una decina di anni o poco più a Niepokalanow vivono 762 religiosi: 13 sacerdoti, 18 chierici, 527 religiosi conversi,
122 giovani aspiranti sacerdoti, 82 giovani aspiranti religiosi conversi.
Quando Massimiliano Kolbe, tornando sacerdote da Roma, aveva rimesso piede in Polonia la Provincia francescana
contava poco più di un centinaio di religiosi. I religiosi di Niepokalanow devono essere poverissimi ma avere a
disposizione quanto di meglio c'è sul mercato: dall'aereo alle rotative ultimo modello.
I frati di Massimiliano sono capaci di tutto: dall'organizzare il corpo dei pompieri a prendere il brevetto di pilota, a
studiare per diventare direttore d'orchestra in modo da poter curare personalmente la registrazione di dischi, a
imparare i sistemi di regia cinematografica.
P. Massimiliano Kolbe che fonda, e dirige per i primi anni, questa enorme comunità, e ne resta sempre l'animatore, è
descritto così:
" Era tenace, ostinato, implacabile... Era un calcolatore nato: calcolava e raffrontava senza posa, valutava, fissava,
combinava bilanci e preventivi. Se ne intendeva di tutto: di motori, di biciclette, di linotype, di radio; conosceva quello
che costava poco e quello che costava molto; sapeva dove, come e quando era opportuno comperare… Non c'era
sistema di comunicazione troppo veloce per lui, il veicolo del missionario, diceva spesso, dovrebbe essere l'aereo
ultimissimo modello ".
La vita dell'intera comunità, invece, da P. Massimiliano Kolbe è descritta e spiegata con queste parole:
"La nostra comunità ha un tono di vita un pochino eroico, quale è e deve essere Niepokalanow se veramente vuole
conseguire lo scopo che si prefigge, vale a dire non solo di difendere la fede, di contribuire alla salvezza delle anime,
ma con ardito attacco, non badando affatto a se stessi, conquistare all'immacolata un anima dopo l'altra, un avamposto
dopo l'altro, inalberare il suo vessillo sulle case editoriali dei quotidiani, sulla stampa periodica e non periodica, sulle
agenzie di stampa, sulle antenne radiofoniche, sugli istituti artistici e letterari, sui teatri, sulle sale cinematografiche, sui
parlamenti, sui senati, in una parola dappertutto sulla terra; inoltre vigilare affinché nessuno mai riesca a rimuovere
quei vessilli.
Allora cadrà ogni forma di socialismo, di comunismo, di eresie, gli ateismi, la massoneria e tutte le altre simili
stupidaggini che provengono dal peccato... Così io mi immagino Niepokalanow ".
In questa nuova " città " sì stampano otto riviste per parecchie centinaia di migliaia di copie. (La maggiore tra esse, " Il
cavaliere dell'Immacolata ", tocca in quegli anni il milione di copie. P. Massimiliano prevede traduzioni in italiano,
inglese, francese, spagnolo e latino).
Lui vi abiterà pochissimi anni. Già nel 1930 è in Giappone dove
fonda dal nulla una città analoga e la chiama " Il giardino dell'immacolata ".
Un autore che è critico verso l'opera di Kolbe scrive:
"Mirava né più ne meno che a conquistare il mondo. Per questo andò a convertire i 'pagani' in Giappone; per questo
ampliava incessantemente le sue editrici,
fondava monasteri, sognava piani per
estendere a tutto il mondo la Cavalleria
dell'immacolata.
Tutte queste opere, concepite su scala
gigantesca, le creò quasi dal nulla. Senza un
soldo in tasca, questuando incessantemente
col proverbiale saio rappezzato. Era un
fenomeno di energia e di talento organizzativo.
Intraprendeva ogni iniziativa letteralmente con
le proprie mani. Mescolava la calce e portava i
mattoni nel cantiere, lavorava alla cassa di
composizione in tipografia. A Nagasaki
intraprese l'edizione della versione locale de 'Il
Cavaliere dell’Immacolata' senza sapere una
parola di giapponese...".
E durante l'edificazione della filiale giapponese
" dormiva in una soffitta coprendosi col cappotto
".
La sua Milizia dell'Immacolata, nel 1939,
contava 800.000 iscritti.
" Noi, diceva P. Kolbe, abbracceremo il mondo
intero" e aveva piani che riguardavano l'india e il
mondo arabo.
Nel 1932, quando costruiva Niepokalanow
decise che fosse piccolo un solo ambiente: il
cimitero, perché diceva: " prevedo che le ossa
dei miei frati saranno disperse in tutto il mondo ".
Qual era dunque il suo ideale? Eccolo:
"Bisogna inondare la terra con un diluvio di
stampa cristiana e mariana, in ogni lingua, in ogni luogo, per affogare nei gorghi della verità ogni manifestazione di
errore che ha trovato nella stampa la più potente alleata; fasciare il mondo di carta scritta con parole dì vita per ridare al
mondo la gioia di vivere ".
La teologia di P. Kolbe era radicale e senza mezzi termini. Ecco come la sintetizza un suo biografo:
"Si ostinò a credere, a dire, a scrivere che la verità è una sola, quindi un solo Dio, un solo Salvatore, una sola Chiesa; gli
uomini, tutti gli uomini, di conseguenza, sono chiamati ad aderire ad un solo Dio, ad un solo Salvatore, ad una sola
Chiesa.
A quell'ideale consacrò e immolò la sua vita di missionario della penna, come amava definirsi". Questo fu l'uomo su cui
si abbatté la furia nazista. Sapeva ciò che gli aspettava. Aveva tanti amici che lo avvertivano di tutto. La Gestapo gli fece
sapere addirittura che avrebbe gradito una sua opzione per la cittadinanza germanica se si fosse iscritto nella lista
degli oriundi tedeschi, dato il suo cognome e le sue origini (nonostante che il cognome della madre fosse
evidentissimamente polacco).
Fu arrestato una prima volta assieme ad alcuni suoi frati.. Li confortava con queste parole: " coraggio, andiamo in
missione ". In un primo tempo là Città dell'Immacolata fu adibita a ospedale con un ufficio della Croce Rossa. Pian
piano si riempiva di rifugiati e di scampati, accolse 2000 espulsi dalla Polonia e alcune centinaia di ebrei. I tedeschi
cominciarono a considerarla come un campo di concentramento.
Liberato una prima volta, P. Kolbe riorganizzò la città per la sopravvivenza di tutti i rifugiati organizzando infermeria
farmacia, ospedale, cucine, panetteria, orto e altri laboratori. il 17 febbraio 1941 viene arrestato per la seconda volta.
Dice: " Vado a servire l'immacolata in un altro campo di lavoro ". Il nuovo campo di lavoro è quello di Auschwitz. Tutta
l'energia di questo uomo fisicamente fragilissimo (malato di tisi, con un solo polmone) è ora messa a confronto con la
sofferenza più atroce. Una sofferenza che lo colpisce sistematicamente, come gli altri e più degli altri, perché
appartiene al gruppo dei preti, quello che per odio e maltrattamenti è accomunato agli ebrei.
Diventa il n. 16670. Comincia tirando carri di ghiaia e di sassi per la costruzione di un muro del crematorio: un carro che
doveva essere tirato sempre correndo. Ogni dieci metri una guardia con un bastone garantisce la persistenza del
ritmo. Poi a tagliare e trasportare tronchi d'albero. A lui, perché prete, toccava un peso due o tre volte superiore a quello
dei suoi compagni. Lo vedono sanguinare e barcollare. Non vuole che gli altri si espongano per lui. " Non vi esponete a
ricevere colpi per me. L'immacolata mi aiuterà, farò da solo ".
Quando lo vogliono portare all'ospedale del campo, se ne ha la forza, indica sempre qualcun altro che, a suo parere, ha
più bisogno di lui: " io posso aspettare. Piuttosto quello lì... ".
Quando lo mettono a trasportare cadaveri, spesso orrendamente mutilati, e ad accatastarli per l'incenerimento, lo
sentono mormorare pian piano: "Santa Maria prega per noi" e poi: "Et Verbum caro factum est " (Il Verbo si è fatto
carne).
Nelle baracche qualcuno la notte striscia verso di lui in preda all'orrore e si sente dire lentamente, pacatamente, come
un balsamo: " l'odio non è forza creativa; solo l'amore è forza creativa".
Oppure parla, dell'immacolata: "Ella è la vera consolatrice degli afflitti. Ascolta tutti, ascolta tutti! ". Gli ammalati lo
chiamano: " il nostro piccolo padre ".
Poi venne quel giorno in cui un detenuto del blocco 14 riuscì a Fuggire. Padre Kolbe era stato assegnato a quel blocco
solo da pochi giorni. Per tre ore tutti i blocchi vennero tenuti sull'attenti. Alle 9, per la misera cena, le file vengono rotte. Il
blocco 14 dovette stare immobile mentre il loro cibo veniva versato in un canale.
Il giorno dopo, il blocco rimase tutto il giorno allineato immobile, sulla piazza: guardati, percossi, digiuni, sotto il sole di
luglio: distrutti dalla fame, dal caldo, dall'immobilità, dall'attesa terribile. Chi cadeva veniva gettato in un mucchio ai
bordi del campo. Quando gli altri blocchi tornarono dal lavoro si procedette alla decimazione: per un prigioniero fuggito
dieci condannati a morte nel bunker della fame. Un condannato al pensiero della moglie e dei figli grida. A un tratto il
miracolo. P. Massimiliano esce dalla fila, si offre in cambio di quell'uomo che nemmeno conosce. Lo scambio viene
accettato. Il miracolo per intercessione di P. Kolbe, Dio lo compie in quell'istante.
Dobbiamo veramente ricostruire ciò che avvenne. Non molti poterono udire. Ma tutti ricordano un particolare... Kolbe
uscì dalla fila e si diresse diritto, " a passo svelto " verso il Lagerfuehrer Fritsch, allibito che un prigioniero osasse tanto.
Per il Lagerfuehrer Fritsch i prigionieri erano solo dei numeri.
P. Kolbe lo costrinse a ricordare che erano uomini, che avevano una identità. "Che cosa vuole questo sporco polacco?
". "Sono un sacerdote cattolico. Sono anziano (aveva 47 anni). Voglio prendere il suo posto perché lui ha moglie e figli".
La cosa più incredibile, il primo miracolo di Kolbe e attraverso Kolbe fu il fatto che il sacrificio venisse
accettato. Lo scambio, con la sua affermazione di scelta e di libertà e di solidarietà, era tutto ciò contro cui il
campo di concentramento era costruito. Il campo di concentramento doveva essere la dimostrazione che "
l'etica della fratellanza umana " era solo vigliaccheria. Che la vera etica era la razza, e le razze inferiori non
erano "umane". Il principio umanitario secondo l'ideologia nazista era una menzogna giudeo-cristiana. Nel
campo dì concentramento si dimostrava che l'umano è ciò che di più esterno c'è nell'uomo, una maschera che
può essere levata a volontà.
" I campi di concentramento costituivano un frammento del dibattito filosofico definitivo " (Szczepanski).
Che Fritsch accogliesse il sacrificio di Kolbe e soprattutto accogliesse lo scambio (avrebbe dovuto almeno
decidere la morte di ambedue) e quindi il valore e l'efficacia del dono, fu qualcosa di incredibile. Era infatti un
gesto che dava valore umano al morire, che rendeva il morire non più soggezione alla forza ma offerta
volontaria. Per Fritsch o fu un lampo di novità o fu la totale cecità di chi non credeva più che quella gente
avesse alcun significato storico. Di fatto non c'era nessuna speranza umana che quel gesto oltrepassasse i
confini del campo di concentramento.
Né P. Kolbe poteva umanamente pensare a una qualsiasi eco storica del suo gesto. Ma P. Kolbe riuscì a dimostrare
fisicamente che quel campo era un Calvario. E non mi riferisco a una immagine simbolica. Mi riferisco a una Messa.
Da quel giorno, da quella accettazione, il campo possedette un luogo sacro. Nel blocco della morte i condannati
vennero gettati nudi, al buio, in attesa di morire per fame. Non venne dato loro più nulla, nemmeno una goccia d'acqua.
La lunga agonia era scandita dalle preghiere e dagli inni sacri che P. Kolhe recitava ad alta voce. E dalle celle vicine gli
altri condannati gli rispondevano.
"L'eco di quel pregare penetrava attraverso i muri, di giorno in giorno sempre più debole, trasformandosi in sussurro,
spegnendosi insieme al respiro umano. Il campo tendeva l'orecchio a quelle preghiere. Ogni giorno la notizia che
pregavano ancora faceva il giro delle baracche. L'intorpidito tessuto della solidarietà umana ricominciava a pulsare di
vita. La morte che lentamente veniva consumata nei sotterranei del tredicesimo blocco non era la morte di vermi
schiacciati nel fango. Era un dramma e rito. Era sacrificio di purificazione " (Szczepanski).
La fama di ciò che avveniva si sparse anche negli altri campi di concentramento. Ogni mattina il bunker della fame
veniva ispezionato.
Quando le celle si aprivano quegli infelici piangevano e chiedevano del pane; chi si avvicinava veniva colpito e ributtato
violentemente sul cemento.
P. Kolbe non chiedeva nulla non si lamentava, restava in fondo seduto, appoggiato alla parete. Gli stessi soldati lo
guardavano con rispetto. Poi i condannati cominciarono a morire; dopo due settimane erano vivi solamente in quattro
con P. Kolbe. Per costringerli a morire, il 14 agosto, venne fatta loro una iniezione di acido fenico al braccio sinistro. Era
la vigilia di una delle feste mariane che Massimiliano amava di più: l'Assunta, a cui cantava sempre volentieri quella
lauda popolare che dice: " Andrò a vederla, un dì! ".
" Quando aprii la porta di ferro, è il suo carceriere che racconta, non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo.
Ancora appoggiato al muro. La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti e concentrati in un
punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai ". Giovanni Paolo Il, predicando ad Auschwitz, ha detto: "
In questo luogo che fu costruito per la negazione della fede, della fede in Dio e della fede nell'uomo, e per calpestare
radicalmente non soltanto l'amore ma tutti i segni della dignità umana, dell'umanità, quell'uomo (il P. Kolbe) ha riportato
la vittoria mediante l'amore e la fede". P. Kolbe ha dimostrato, in forza della sua fede, che l'uomo può creare abissi di
dolore ma non può evitare che essi siano inabitati dal Crocifisso e dal mistero del Suo amore sofferente, che si
riattualizza, che autonomamente e con forza inarrestabile decide di farsi " presene ". Fu soprattutto per questa
decisione di Cristo che Fritsch, contro se stesso, dovette " accettare " lo scambio.
Due sono gli insegnamenti che ci restano contemplando il volto di P. Kolbe: uno torna dal suo martirio alla sua vita,
l'altro va dalla sua vita al suo martirio.
Nel primo insegnamento P. Kolbe ci dice che rispondere alla disumanità con l'offerta e il sacrificio di sé non è la risposta
di chi non sa fare altro, di chi si rassegna e cede all'oppressore, di chi attende tutto dall'al-di-là e perciò può subire. P.
Kolbe ha dato la vita, accettando di morire, dopo che aveva spese tutte le sue energie per la costruzione di un mondo
diverso, di un mondo nuovo, di un centuplo quaggiù. Il martirio non fu una fuga devota. Fu la pienezza della sua energia
vitale.
Nel secondo insegnamento P. Kolbe ci dice che la stoffa di cui sono fatti i martiri non è quella di chi nella sua vita si è
divertito col pluralismo e con l'irenismo ad ogni costo, anche se li chiama " dialogo " ed " ecumenismo ".
Esiste certamente un modo giusto di considerare questi valori (che è il modo della carità, non della perdita di identità),
ma tante volte essi sono soltanto usati per preservarsi, per non dovere " dare la vita ".
P. Kolbe definiva la fede con una nettezza impressionante, e con altrettanta decisione la propagandava e la voleva
incarnare in tutti gli spazi della vita culturale e sociale; e seppe avere tanta carità da essere il primo " martire della carità
". Proprio con questo titolo, mai utilizzato prima, è stato canonizzato da Giovanni Paolo lI
Ma chi, in nome di una pretesa carità cristiana, annacqua la fede e la rende culturalmente inincidente e irrilevante nella
storia è sicuro d'avere proprio quella carità che abilita a dare la vita?
Questa è la domanda seria che discrimina tutti gli atteggiamenti dei cristiani e li giudica. La fede e la carità esigono,
ambedue, forza e decisione, e crescono assieme con lo stesso coraggio.
Irradiava bontà
"Andavo a trovarlo tutte le volte che ero a Teresin e trascorrevo tre o quattro ore con lui, perché mi
affascinava, irradiava bontà. Ognuno, penso, sentiva di essere felice per il solo fatto di essere con
lui. Si sentiva che pensava pochissimo a se stesso, che faceva sempre delle rinunce. Ma non era
un uomo triste. Tutt'altro! Era un uomo allegro. Non so dire quale fosse il suo titolo, ma non cercava
mai di fare colpo. Se mai è esistito un uomo che non aveva orgoglio, quello è stato Padre
Massimiliano. La sua amicizia era una benedizione."
(Principe Giovanni Drucki-lubecki, donatore del terreno su cui sorge Niepokalanów la città-convento
fondata da San Massimiliano Kolbe)
Viveva in una gioia costante
Si recava molte volte al giorno da gesù eucarestia, al tabernacolo. Diceva: "Qui sta la nostra forza,
qui è la nostra sorgente di santificazione". Il frutto di questa intensa vita spirituale si manifestava
con una gioia costante. Quando le cose a Niepokalanów andavano bene, gioiva con ognuno di noi
e ringraziava con tutto il cuore l'Immacolata per le grazie ricevute attraverso la sua intercessione.
Quando le cose andavano male, era felice lo stesso e diceva sempre: "Perché dovremmo essere
tristi? Non sa forse l'Immacolata tutto quello che sta succedendo?" E la vita di padre Massimiliano,
nonostante le sofferenze e le molte difficoltà, era come irradiata da un'atmosfera di gioia".
(Fra' Luca Kuskba, compagno di Padre Kolbe a Niepokalanow)
La vetta più alta dell'amore
Fu uno shock enorme per tutto il campo, ci rendemmo conto che qualcuno tra di noi, in quella
oscura notte spirituale dell'anima, aveva innalzato la misura dell'amore fino alla vetta più alta. Uno
sconosciuto, uno come tutti, torturato e privato del nome e della condizione sociale, si era prestato
ad una morte orribile per salvare qualcuno che non era neanche suo parente. Migliaia di prigionieri
si convinsero che il mondo continuava ad esistere e che i nostri torturatori non potevano
distruggerlo. Più di un individuo cominciò a cercare questa verità dentro di sé, a trovarla e a
condividerla con gli altri compagni del campo. Dire che padre Kolbe morì per uno di noi o per la
famiglia di quella persona sarebbe riduttivo. La sua morte fu la salvezza di migliaia di vite umane. E
in questo, potrei dire, sta la grandezza di quella morte. E finché vivremo, noi che eravamo ad
Auschwitz, piegheremo la nostra testa in memoria di quello che è accaduto. Quella fu una scossa
che ci restituì l'ottimismo, che ci rigenerò e ci diede forza; rimanemmo ammutoliti dal suo gesto, che
divenne per noi una potentissima esplosione di luce capace di illuminare l'oscura notte del
campo…".
(Giorgio Bielecki, prigioniero ad Auschwitz)
La formula della santità
Quando nel 1937 andò a Roma per festeggiare il ventesimo anniversario della Milizia
dell'Immacolata, fece un breve incontro con i novizi e parlò della necessità per ognuno di noi di
essere soldati spirituali...
Disse ai giovani francescani che la santità non è così difficile... Andò alla lavagna e con mano sicura
tracciò a sinistra un grande V e a destra una piccolissima v e poi, unendole come in una
soprannaturale equazione algebrica (V = v), aggiunse: "Quando la nostra volontà sarà conforme
alla volontà di Dio, allora noi saremo santi".
(Quirico Pignalberi, uno dei sette fondatori della Milizia dell'Immacolata)
Uomo di profonda e costante preghiera
Malgrado i suoi impegni, Padre Massimiliano era uomo di profonda e costante preghiera. Era sua
abitudine stare inginocchiato per molto tempo... prima di prendere decisioni importanti
oppure...davanti a situazioni difficili. Infinite volte alzava gli occhi all'Immacolata, della quale aveva
una piccola statua sul suo tavolo. Amava la Madonna e riponeva un'assoluta fiducia nella sua
intercessione.
(Padre Stryczny)
Aveva un cuore di madre
Per qualche tempo dormii accanto a lui. Una volta mi svegliai durante la notte perché mi resi
improvvisamente conto che qualcuno mi stava coprendo dolcemente i piedi. Aprii gli occhi e ….
Cosa vidi? Era Padre Massimiliano! Ogni volte che ricordo questo episodio mi salgono le lacrime
agli occhi. Mi sembrava infinitamente affettuoso, come poteva esserlo la più tenera delle madri.
Oltre a questo, mi resi anche conto che egli dava segretamente una larga parte della sua razione di
pane al frate che più dagli altri soffriva per il poco cibo. E le nostre razioni erano così piccole che
solo uno con il cuore veramente grande poteva privarsi di una parte di esse
(Fra' Juraszek - Dal libro: "Massimiliano Kolbe- Il santo di Auschwitz", pag. 110)
Due corone: una bianca e una rossa
Ho sempre saputo che Padre Massimiliano Kolbe sarebbe morto martire, grazie ad un evento
straordinario avvenuto nella sua fanciullezza...
Una volta fece qualcosa che non mi piacque e gli dissi: "piccolo mio, non so cosa ne sarà di te". Poi
non feci più caso a quello che avevo detto. Mi accorsi ben presto che mio figlio stava cambiando...
In casa avevamo un piccolo altare nascosto, dove spesso lui si rifugiava... .era sempre raccolto,
serio e pregava con le lacrime agli occhi.
Gli domandai, un giorno: "cosa c'è che non va?" Lui tutto tremante mi disse: "Quando mi hai detto cosa ne sarà di te? - ho pregato ardentemente la Madonna di dirmi cosa ne sarebbe stato di me. La
Vergine Madre mi è apparsa tenendo in mano due corone, una bianca ed una rossa. Mi ha
guardato con amore e mi ha chiesto se le volevo. Quella bianca significava che sarei rimasto puro e
quella rossa che sarei diventato un martire. Ho risposto di sì che le volevo. Allora la Vergine mi ha
guardato teneramente ed è scomparsa".
Lo straordinario cambiamento del mio ragazzo testimoniò la verità dell'evento. Pensava
continuamente a questo... Mi parlava con un volto splendente del suo desiderio di morire martire.
(Maria Dabrowskai, mamma di san Massimiliano)
Dal Vaticano, 8 Dicembre 2003
GIOVANNI PAOLO II
“Diventare” piccoli e “accogliere” i piccoli: sono questi due aspetti di un unico
insegnamento che il Signore rinnova ai suoi discepoli in questo nostro tempo.
Solo chi si fa “piccolo” è in grado di accogliere con amore i fratelli più “piccoli”.
3. Sono molti i credenti che cercano di seguire fedelmente questi insegnamenti
del Signore. Vorrei qui ricordare i genitori che non esitano a farsi carico di una
famiglia numerosa, le madri e i padri che, invece di additare come prioritaria la
ricerca del successo professionale e della carriera, si preoccupano di trasmettere
ai figli quei valori umani e religiosi che danno senso vero all’esistenza.
Penso con grata ammirazione a coloro che si prendono cura della formazione
dell’infanzia in difficoltà e alleviano le sofferenze dei bambini e dei loro familiari
causate dai conflitti e dalla violenza, dalla mancanza di cibo e di acqua,
dall’emigrazione forzata e da tante forme di ingiustizia esistenti nel mondo.
Accanto a tanta generosità si deve però registrare anche l’egoismo di quanti non
“accolgono” i bambini. Ci sono minori che sono feriti profondamente dalla
violenza degli adulti: abusi sessuali, avviamento alla prostituzione, coinvolgimento
nello spaccio e nell’uso della droga; bambini obbligati a lavorare o arruolati per
combattere; innocenti segnati per sempre dalla disgregazione familiare; piccoli
travolti dal turpe traffico di organi e di persone. E che dire della tragedia dell’AIDS
con conseguenze devastanti in Africa? Si parla ormai di milioni di persone colpite
da questo flagello, e di queste tantissime sono state contagiate sin dalla nascita.
L’umanità non può chiudere gli occhi di fronte a un dramma così preoccupante!
4. Che male hanno fatto questi bambini per meritare tanta sofferenza? Da un
punto di vista umano non è facile, anzi forse è impossibile rispondere a
quest’interrogativo inquietante. Solo la fede ci aiuta a penetrare in un così
profondo abisso di dolore. Facendosi “obbediente fino alla morte e alla morte di
croce” (Fil 2,8), Gesù ha assunto su di sé la sofferenza umana e l’ha illuminata
con la luce sfolgorante della risurrezione. Con la sua morte
ha vinto per sempre la morte.
5. Con la semplicità tipica dei bambini noi ci rivolgiamo a Dio chiamandolo, come
Gesù ci ha insegnato, “Abba”, Padre, nella preghiera del “Padre nostro”.
Padre nostro! Ripetiamo frequentemente, nel corso della Quaresima, questa
preghiera, ripetiamola con intimo trasporto. Chiamando Dio “Padre nostro”,
avvertiremo di essere suoi figli e ci sentiremo fratelli tra di noi. Ci sarà in tal modo
più facile aprire il cuore ai piccoli, secondo l’invito di Gesù: “Chi accoglie anche
solo uno di questi bambini in nome mio, accoglie me” (Mt 18,5).
Con tali auspici, invoco su ciascuno la benedizione di Dio per intercessione di
Maria, Madre del Verbo di Dio fatto uomo e Madre dell’intera umanità.
La storia di Samuele
Siamo una famiglia da quasi 23 anni e siamo stati benedetti da innumerevoli doni.
I più preziosi sono indubbiamente i nostri quattro figli: Francesco quasi 22 anni, Martino
18, Monica 13 e Samuele ( ad oggi avrebbe 6 anni ).
E' proprio del nostro ultimo figlio che vogliamo portare testimonianza, egli è stato ed è
tuttora un dono di Dio e della sua mirabile Provvidenza.
Un dono che ci ha cambiato la vita, l'ha resa Vita, indubbiamente più vera ed essenziale.
L'esperienza è avvenuta nell'arco di un anno, (dall'Agosto del 1998 all'Agosto del1999)
ed oggi è viva non solo per l'incancellabile ricordo, ma soprattutto perché l'assenza di
Samuele è sempre più sostanziata di presenza e ci pone alla Sua Presenza ogni giorno.
In un Pellegrinaggio in Polonia al Santuario di Jasna Gora a Czestochowa, poniamo la
nostra disponibilità ad una nuova vita nelle mani di Maria SS ; mai avremmo pensato
dove ci avrebbe condotto.
Già dal primo esame ecografico ( 28 Dicembre Santi Innocenti ) si evidenziano seri
problemi cardiaci, cerebrali ed anomalie della crescita.
Inizialmente rifiutiamo di fare quegli esami che potrebbero mettere a rischio la vita di
nostro figlio, nella convinzione di accoglierlo come Dio lo ha pensato per noi.
Poi gli interrogativi aumentano e sembra che ci sia la speranza di poterlo aiutare mentre
è ancora in grembo; così ci sottoponiamo all'esame della mappa cromosomica per poi
sapere se ci saranno terapie possibili.
L'attesa degli esiti è durissima e dobbiamo rispondere agli interrogativi degli altri figli
(all'epoca 16, 12 e 7 anni ) che avvertono la nostra tensione.
Poi arriva la diagnosi senza appello alla speranza : malformazione cromosomica,
sindrome rarissima, non ereditaria quindi assolutamente imprevedibile e senza speranza
di vita, forse pochi mesi.
E' come una pugnalata alle spalle, i medici non sanno dirci l'evoluzione di questa
patologia che vuole portarsi via il nostro bambino prima ancora che possiamo vederlo e
abbracciarlo.
Prima della sua nascita l'unica prospettiva è la sua morte. E' troppo per noi sentiamo che
stiamo per soccombere alla paura e alla disperazione.
Con l'avvento dell'aborto terapeutico i bambini come il nostro "non possono nascere",
non c'è spazio in questo frenetico mondo tutto teso all'apparenza e all'efficienza .
Chi potrà aiutarci?
Ci avvertono che la gravidanza difficilmente arriverà a termine, con tutte le intuibili
conseguenze per il bambino. la patologia porterà complicazioni alla gestazione, ma non
si sa come e quando.
Sentiamo che da soli non possiamo farcela, decidiamo così di aprirci ai nostri amici e
fratelli che condividono la nostra stessa vocazione alla famiglia.
Crediamo nella forza della condivisione che necessita di gesti concreti per generare
veramente "fortezza ".
La nostra famiglia decide di aprirsi così com'è in questo momento: debole, fragile,
confusa, disorientata, che cerca forza nella fede come un naufrago cerca uno scoglio a
cui aggrapparsi.
La risposta è sorprendente: tanti si prodigano per aiutarci in mille modi, ognuno secondo
la sua sensibilità, ogni amico o fratello come sa e riesce e noi siamo così letteralmente
salvati dalla disperazione e dalla paura del futuro.
La gravidanza prosegue al di là delle aspettative, ma con difficoltà perché questa
patologia produce una eccessiva quantità di liquido amniotico e conseguentemente vari
disturbi.
Ma il nostro bambino resiste ancora.
Decidiamo allora di dargli un nome ancora in grembo, è un figlio chiesto e ottenuto da
Dio, un figlio che dice "Eccomi, ci sono, sono pronto a seguire la mia chiamata", un figlio
che invita anche noi a rispondere " Eccoci, è il nostro momento di sofferenza e di prova,
ma vogliamo essere pronti".
Un figlio così si chiamerà Samuele, sarà questo il nome dell'Eccomi.
E' stata la risposta del piccolo Samuele della scrittura alla chiamata di Dio e vogliamo
che sia anche la nostra.
In questa nuova fiducia la gravidanza procede e, al di là di ogni più ottimistica
aspettativa, giunge fino al termine del nono mese.
Sembra impossibile che Samuele sia ancora vivo, eppure egli è qui e ogni giorno
pronuncia il suo " eccomi".
Quante volte lo abbiamo battezzato ancora in grembo con il nostro amore, dicendogli che
lo avremmo amato comunque, per poco o per tanto anche contro tutti.
Samuele nasce con enorme sofferenza il 15 Maggio e la sua vita è già in pericolo.
E' un miracolo che sia sopravvissuto al parto, ma ora soffre e sembra che ogni attimo sia
l'ultimo.
Viene battezzato con urgenza per nostra richiesta e le ore e poi i giorni sono intrisi di
sofferenza.
Lo vediamo lottare per la vita, lui che fatica a respirare; lo vediamo riprendersi ad ogni
crisi cardiaca, lui che non riesce ad alimentarsi da solo.
Eppure giorno dopo giorno conquista tutti: medici e infermieri.
Più soffre più lo amiamo, più è in difficoltà più ci facciamo forza per alleviarlo.
Cresce un pochino e i suoi fratelli ora fanno il tifo per portarlo a casa.
Certo siamo pazzi, ma vogliamo portarlo a casa!
Vogliamo che veda la luce del sole e senta i rumori e le voci della sua famiglia, vogliamo
che percepisca che nella nostra casa si è creato uno spazio per lui, soprattutto nei nostri
cuori.
Ci attrezziamo come un reparto di Neonatologia e dopo un mese il 16 giugno lo portiamo
a casa.
Sappiamo che ce lo portiamo per morire, ma Samuele fa parte di questa nostra famiglia e
deve goderne tutto l'affetto, anche se per poco.
Da quel giorno Gesù in persona è entrato nella nostra casa, sotto forma di una piccola
bianca ostia, innocente ed immacolata.
La Presenza Reale è qui e fa della nostra casa un Santuario e della nostra famiglia un
Tabernacolo.
Sembra impossibile, perché l'impegno è notevole, ma sono giorni di Paradiso.
Tutti vengono a portarci aiuto e se ne vanno ricchi di quella misteriosa ricchezza che
nasce solo dalla Croce.
Lo vediamo soffrire e nel prestargli le cure necessarie sappiamo che non risolveranno
nulla, eppure è meraviglioso compiere gesti veramente gratuiti, senza un minimo di
umano ritorno.
Il suo silenzio è più eloquente di ogni parola.
Ha parlato molto senza mai dire nulla ed ha insegnato come i migliori maestri senza
essere sapiente.
Abbiamo imparato ad accettare il nostro compito non con rassegnazione, ma con amore.
La nostra vita ha conosciuto un'intensità in quei giorni che non dimenticheremo mai.
Nei momenti di maggiore drammaticità e sofferenza c'era nel nostro cuore una profonda
gioia.
Sembra che le due cose non possano sussistere insieme, perché questo mondo ci ha
lungamente mentito dicendoci che gioia è piacere, che gioia è avere e possedere.
Abbiamo scoperto che gioia è essere nel cuore di Dio e Samuele ci ha portato proprio lì.
Samuele morirà il 13 Agosto, al compimento del terzo mese, dopo aver ricevuto anche il
sacramento della Cresima per mano di un nostro caro amico sacerdote.
Così, nella pienezza dei doni dello Spirito, ha raggiunto il cuore di Dio, dove speriamo e
crediamo ci tenga un posto.
Siamo una famiglia come tante che è stata benedetta da questo dono e che, per la grazia
del sacramento, è riuscita a vivere nella speranza.
Il dolore si può superare perché la grazia e la forza ci vengono elargite al momento
opportuno e al di là delle nostre umane possibilità.
Siamo stati certamente segnati da questa esperienza, noi e i nostri figli, perché la
sofferenza innocente ci provoca profondamente, ma ne ringraziamo ogni giorno Dio
perché non potendo dare giorni alla vita di Samuele, abbiamo imparato a dare Vita ai
giorni.
Emanuela e Giovanni Picchi con Francesco, Martino e Monica.
Noi cannibali, figli di Medea
di Oriana Fallaci
Il progetto di reinventare l' Uomo in laboratorio, trasformarlo in un prodotto da vendere come una
bistecca o una bomba. Il proposito di sostituirsi alla Natura, manipolare la Natura, cambiare anzi
sfigurare le radici della Vita, disumanizzarla massacrando le creature più inermi e indifese. Cioè i nostri
figli mai nati, i nostri futuri noi stessi, gli embrioni umani che dormono nei congelatori delle banche o
degli Istituti di Ricerca. Massacrarli riducendoli a farmaci da iniettare o da trangugiare, oppure facendoli
crescere quel tanto che basta per macellarli come si macella un bove o un agnello, poi ricavarne tessuti
e organi da vendere come si vendono i pezzi di ricambio per un'automobile. Tutto ciò mi ricorda il Mondo
Nuovo di Huxley, sì, l'abominevole mondo degli uomini Alfa e Beta e Gamma, ma soprattutto mi ricorda
le oscenità dell' eugenetica con cui Hitler sognava di creare una società costituita soltanto da biondi con
gli occhi azzurri. Mi ricorda i campi di Auschwitz e di Mauthausen, di Dachau e di Birkenau dove, per
affrettare la produzione della razza ariana ossia intensificare i parti gemellari delle bionde con gli occhi
azzurri, il dottor Mengele conduceva gli esperimenti sui bambini gemelli. Grazie all'illimitata libertà di
ricerca concessagli da Hitler li martirizzava, li assassinava, a volte li vivisezionava. Dunque bando alle
chiacchiere e alle ipocrisie: se al posto di Birkenau e Dachau eccetera ci metti gli Istituti di Ricerca gestiti
dalla democrazia, se al posto dei gemelli vivisezionati da Mengele ci metti gli embrioni umani che
dormono nei congelatori, il discorso non cambia. Non a caso, quando otto anni fa gli inglesi crearono la
pecora Dolly, invece di esaltarmi ebbi un brivido d'orrore e dissi: “ Siamo fritti. Qui ci ritroviamo con una
società fatta di cloni. Qui si torna al nazismo ” . Frankenstein e i loro mecenati ( giuristi, giornalisti,
editorialisti, attrici, filosofi, grilli canterini, membri dell'Accademia dei Lincei, politici in cerca di voti,
medici in cerca di gloria) non vogliono sentirselo dire quel “ Siamo fritti, qui ci ritroviamo con una società
fatta di cloni, qui si torna al nazismo ” . Quando porti il discorso su Hitler e sul nazismo, su Mengele,
fanno gli offesi anzi gli scandalizzati. Cianciano di pregiudizi, protestano che il paragone è illegittimo.
Poi nel più tipico stile bolscevico ti mettono alla gogna. Ti chiamano bigotto, baciapile, servo del Papa e
del Cardinale Ruini, mercenario della Chiesa Cattolica. Ti dileggiano con le parole retrogrado
oscurantista reazionario e posando a neo illuministi, a progressisti, avanguardisti, ti buttano in faccia le
solite banalità. Strillano che non si può imporre le mutande alla Scienza, che il Sapere non può essere
imbrigliato, che il Progresso non può essere fermato, che i fatti sono più forti dei ragionamenti, che il
mondo va avanti malgrado gli ottusi come te. Come me. Con burattinesco sussiego dichiarano che
l'embrione non è un essere umano: è una semplice proposta di essere umano anzi di essere vivente, un
semplice grumo di cellule non pensanti. Con pagliaccesca sicurezza proclamano che non ha un'anima,
che l'anima esiste se esiste il pensiero, che la sede del pensiero è il cervello, e il cervello incomincia a
svilupparsi due settimane dopo che l'embrione si è attaccato all'utero materno. O che un feto
incomincia a pensare solo all'ottavo o nono mese di gravidanza, che secondo San Tommaso d'Aquino
fino al quarto mese siamo animali e quindi tanto vale proteggere gli embrioni degli scimpanzé. E inutile
obiettare che San Tommaso d'Aquino visse nel 1200, che di genetica se ne intendeva quanto io mi
intendo di ciclismo e di pugilato. Inutile replicare che ripararsi dietro il sillogismo Cervello Pensiero
Anima uguale Umano è una scemenza. Un'offesa alla logica. Anche gli animali hanno un cervello,
perbacco. Anche gli animali hanno un pensiero. Ergo, stando a quel sillogismo, anche loro dovrebbero
avere un'anima ed essere considerati umani. Inutile osservare, infine, che sulla formazione del cervello
anima non sappiamo un bel nulla. Neanche ciò che si sapeva sull'atomo quando Enrico Fermi scisse
quello dell'uranio 235 e scoprì che il suo nucleo misura un centomiliardesimo di millimetro eppure può
disintegrare in un lampo città come Hiroshima e Nagasaki. E se l'infinitamente piccolo contenesse
molto di più dell'infinitamente grande? E se il cervello anima dell'embrione misurasse ancor meno di un
centomiliardesimo di millimetro e la miopia morale ( nonché intellettuale) non riuscisse a individuarlo? E
se di conseguenza l'embrione pensasse, soffrisse come soffriamo noi quando Zarqawi ci taglia la testa
col suo coltello halal? * * * Il fatto è che le loro affermazioni mai suffragate da prove sono teorie e basta,
presunte certezze per convenienza e opportunismo spacciate come assolute certezze, punti di vista
sbandierati nel presuntuoso miraggio di ricevere un Nobel al quale senza alcun pudore e senza alcun
merito ambiscono fortissimamente. Sono un dogma che non vale più del mio. Anzi vale assai meno del
mio che è privo di calcoli, di convenienze, di opportunismi.
Qual è il mio? Bè, è quello che esprimo in Lettera a un bambino mai nato , libro che incomincia con
queste parole: “ Stanotte ho saputo che c'eri. Una goccia di vita scappata dal nulla ” . È quello che ribadii
nell'intervista al Foglio quando i neoilluministi e progressisti e avanguardisti approvavano la condanna
a morte di Terri Schindler o se vuoi Terri Schiavo. ( Secondo loro, colpevole di non aver più un pensiero,
di non aver più un'anima, di non poter assistere ogni domenica alla Messa che ha nome Partita di
Calcio. Oh sì: a mia volta senza aver le prove che Fermi fornì sul nucleo dell'atomo, io credo che fin dal
momento in cui lo spermatozoo feconda l'ovulo e la cellula primaria diventa due cellule poi quattro poi
otto poi sedici insomma prende a moltiplicarsi, noi siamo ciò che saremo. Cioè esseri umani. Forse non
ancora persone, visto che una persona è il risultato dell'essenza innata e delle esperienze acquisite
dopo la nascita: ma di sicuro un essere umano. L'embrione che sboccia nell'ovulo d'un pidocchio è un
pidocchio. L'embrione che sboccia nell'ovulo di un cane è un cane. ( L'esempio del cane lo porta anche
monsignor Sgreccia). L'embrione che sboccia nell'ovulo di un elefante è un elefante. L'embrione che
sboccia nell'ovulo di un essere umano è un essere umano e non me ne importa nulla che stavolta la mia
opinione coincida con quella della Chiesa Cattolica. Non me ne importa nulla nemmeno dell'astuto
ricatto cioè della loro promessa di guarire il diabete, la distrofia, l' Alzheimer, la sclerosi multipla di
Stephen Hawking. ( Il grande cosmologo che da decenni vive in carrozzina e ciondola peggio d'un fiore
appassito). Come dissi nell'intervista al Foglio , non me ne importerebbe nemmeno se le staminali
servissero a guarire il mio cancro anzi i miei cancri. Dio sa se amo vivere, se vorrei vivere più a lungo
possibile. Sono innamorata, io, della vita. Ma a guarire i miei cancri iniettandomi la cellula d'un bambino
mai nato mi parrebbe d'essere un cannibale. Una Medea che uccide i propri figli. ( “ Donna maledetta,
aborrita dagli Dei, da me, dall'intero genere umano. Crepa, essere osceno, assassina dei tuoi figli ” le
dice Euripide attraverso Giasone). Me ne importa ancor meno del fatto che i Frankenstein e i loro
mecenati mi espongano al ludibrio con le accuse retrograda oscurantista reazionaria bigotta baciapile
serva del Vaticano. Tanto con loro non serve neanche spiegare perché un'atea ( sia pure atea cristiana)
non può esser bigotta, non può essere baciapile eccetera. O perché una laica che s'è sempre battuta
per la giustizia e la libertà non può esser retrograda, oscurantista, reazionaria. E aggiungo: davvero
non v'è limite all'incoerenza dei voltagabbana. Un tempo gli odierni cultori del cannibalismo urlavano
che era crudele sacrificare gli animali nei laboratori. E ne convengo. ( Ho visto cose atroci nei laboratori.
Una volta a New York ho visto togliere il cuore a una cagnolina, sostituirlo col cuore di un maialino, e poi
piazzarlo sotto il naso della povera creatura per vedere se lo riconoscesse. Lei l'ha riconosciuto e s'è
messa a mugolare disperatamente. Un'altra volta a Chicago ho visto togliere il cervello a una piccola
scimmia. Da viva, visto che il cervello doveva restar vivo attraverso un'irrorazione di sangue. Si
chiamava Libby, e mentre la legavano al lettuccio operatorio mi fissava come se implorasse il mio aiuto.
Infatti mi vergognai. Vomitai e il Frankenstein di turno, un noto ricercatore, mi chiese stupito: “ Why,
perché? La credevo meno schizzinosa. Less squeamish. Libby non ha mica un'anima ” ) . Piangevano
anche sui topi usati per sperimentare i farmaci, quei parolai. Li definivano martiri e per difenderli
inscenavano bellicosi cortei simili a quelli dei pacifisti che la pace la vogliono da una parte e basta. Ora
invece accettano che le cavie siano i nostri figli mai nati, sacrificati come la cagnolina di New York e
come Libby. Accettano che le cellule di queste nuove cavie vadano ad arricchire le ditte farmaceutiche il
cui cinismo supera quello dei mercanti d'armi, accettano che gli embrioni vengano squartati come bovi
nelle macellerie per ricavarne tessuti e organi da vendere come si vendono i pezzi di ricambio per
un'automobile. Accettano che tutto ciò miri a realizzare il Mondo Nuovo di Huxley, a farci diventare
uomini Alfa o Beta o Gamma o Dio sa cos'altro. Campioni di salute e di bellezza ma senza cervello o
mostri intelligentissimi ma senza braccia e senza gambe? ( A proposito: nei laboratori di ricerca un'altra
volta ho visto un uccello che chissà perché, suppongo per divertirsi, avevano fatto nascere senza le ali.
Sembrava una palla fatta di piume e basta. E mi guardava con certi occhi che al confronto i Prigioni di
Michelangelo cioè le quattro statue con la testa o gli arti ancora inseriti dentro la pietra, sembrano
creature felici...). E va da sé che ormai le cavie siamo anche noi. Una donna che subisce l'estrazione di
un ovulo è certamente una cavia. Una che per restare incinta se lo fa impiantare, lo stesso. Grazie a una
scienza che è sempre più tecno scienza, grazie a una medicina che è sempre più tecno medicina,
quindi sempre più disumana, siamo cavie perfino nei casi estranei alla fecondazione artificiale. Quando
mi sottopongo a una radioterapia, per esempio, specialmente in America non vedo esseri umani.
Intuisco che i medici e i tecnici stanno da qualche parte, sì. Forse al di là del vetro che separa la loro
stanza dalla stanza nella quale mi trovo con le apparecchiature e basta. Ma di loro non mi giunge
neanche la voce. Non mi parlano mai. Perfino quando ricevo l'ordine di trattenere il respiro, è una
macchina che parla. La riproduzione di una voce umana. E mi sento sola come un embrione nel
congelatore, indifesa come una cavia alla mercé d'un ricercatore. La medesima cosa, quando devo
riempire i moduli che servono ad arricchire le statistiche su i metodi di cura, le sopravvivenze, i decessi.
Moduli nei quali sono un semplice numero. Il numero di un prodotto dalla cui etichetta manca soltanto la
data di scadenza. Chi in buona fede favorisce il mondo nuovo si ripara sempre sotto l'ombrello delle
parole Scienza e Progresso. Forse le più abusate dopo le parole Amore e Pace. Ma sull'interpretazione
della parola Progresso, anzi sul concetto del cosiddetto Progresso, i pareri discordano. E diventa
sempre più difficile stabilire di che cavolo si tratti. Per Giordano Bruno era l' astronomia copernicana.
Per Voltaire, l'affinarsi delle arti e dei costumi. Per Kant, il Diritto che sostituisce la Forza. Per Darwin,
l'evoluzione biologica. Per Marx, il crollo del sistema capitalistico. Per i miei trisnonni il telegrafo, il treno,
la nave a vapore, l'illuminazione a gas, la monarchia costituzionale. Per i miei bisnonni l' illuminazione
elettrica, il termometro, la vaccinazione antivaiolosa di Pasteur, il radio di Madame Curie, la democrazia
senza il suffragio universale. Per i miei nonni l'automobile, l'aereo, il telefono, la radio di Guglielmo
Marconi, la penicillina, il suffragio universale senza il voto alle donne. Per i miei genitori il voto alle
donne, l'aria condizionata, la lavapiatti, la Tv, la lambretta, la repubblica. Per il mio mondo i trapianti
degli organi, le astronavi, i viaggi sulla Luna e su Marte, i maledetti computer, i maledetti telefonini e il
maledetto Internet con cui puoi calunniare chi vuoi e rubare il lavoro altrui senza finire in galera. Nonché
gli strombazzatissimi Diritti Umani che però non includono i diritti umani di chi come me va
controcorrente, e i diritti umani dei bambini. Diritti calpestati col lavaggio cerebrale della scuola, coi
maltrattamenti, i rapimenti, gli assassinii magari compiuti dalle Medee che i propri figli li uccidono a
martellate o affogandoli nelle vasche da bagno e nelle piscine. Questo senza contare i bambini
pedofilizzati nei collegi e nelle sagrestie, o stuprati e strangolati poi sepolti vivi come Jessica Lundman.
Bè, vogliamo metterci anche l' olocausto degli embrioni umani nel discutibile elenco d'un Progresso che
al novanta per cento dei casi si basa sui successi della tecnologia non della morale? A quanto pare, sì. E
pazienza se eravamo più progrediti quando eravamo più ignoranti, più ammalati, più poveri, più umani,
sicché la morte di un figlio nato o non nato ci riempiva di strazio. Cristo! Ha ragioneRatzinger ( grazie,
Santità, d'aver sempre il coraggio di dire pane al pane e vino al vino) quando scrive che il Progresso non
ha partorito l'Uomo migliore, una società migliore, e incomincia a essere una minaccia per il genere
umano. Quanto alla Scienza, mioddio. Da giovane mi inchinavo alla Scienza con la stessa devozione
che i musulmani hanno per il Corano. Lo stesso ossequio che hanno per Maometto. Volevo diventare
uno scienziato, e per questo mi iscrissi a Medicina. Del resto ancor oggi per la Scienza ho un istintivo
rispetto, una passione che nemmeno i Frankenstein riescono a spengere. E sarei un'imbecille se
negassi che l' umanità è andata avanti anche grazie a lei. Sai, anche a me piace andare sulla Luna e su
Marte. Anzi mi piace assai più di quanto piaccia agli avanguardisti. Anche a me piace usare il telefono,
la radio, l' aereo, la Tv. E se per il momento sono ancora viva lo devo alla Medicina che sia pur
facendomi spesso sentire un embrione nel congelatore, una cavia alla mercé d'un ricercatore, mi ha
curato e mi cura. Però... Però la Scienza è come il fuoco. Può fare un gran bene o un gran male. Come il
fuoco può scaldarti, disinfettarti, salvarti, oppure incenerirti. Distruggerti. Come il fuoco, spesso fa più
male che bene. E il motivo è proprio quello che, come il fuoco, non si pone problemi morali. Per lei tutto
ciò che è possibile è lecito. Lascia perdere la retorica: di scrupoli la Scienza ne ha sempre avuti pochini.
Di rimorsi, ancor meno. Si è sempre arrogata il diritto di fare ciò che voleva fare, che vuol fare perché si
può fare. E facendolo non s'è mai chiesta se ciò fosse giusto. Peggio: come una bagascia che vende il
suo corpo, s'è sempre venduta al miglior offerente. Ha sempre rincorso i premi Nobel, la sua vanità, il
suo delirio di onnipotenza, la sua brama di sostituirsi alla Natura. ( Ratzinger dice “ sostituirsi a. QUI
STANNO VINCENDO I FRANKENSTEIN L'Occidente è ammalato di un cancro morale, intellettuale e
morale.
Ma il Bene e il Male non sono opinioni. Sono realtà obiettive, concretezze che ci distinguono ( o
dovrebbero distinguerci) dagli Zarqawi e dagli altri animali. Tutti lo dissero, tutti. Il Comitato
Internazionale di Bioetica dell'Unesco, la United States Bioethics Commission, il Consiglio per l'Etica e
Bioetica della Commissione Europea, per esempio. Nonché l'Organizzazione Mondiale della Sanità e
le varie Accademie Nazionali di Medicina. Per la nascita della prima bambina concepita in provetta, la
bambina inglese, lo stesso. Per l'eutanasia, pure. Per l'attuale olocausto degli embrioni, idem. Prese di
posizione, veti, condanne. Ma poi tutti presero a chiudere gli occhi. A tenere il piede in due staffe, ad
avanzar compromessi che in realtà erano consensi. È la loro strategia. Il loro modo di essere Politically
Correct. All'inizio gridano allo scandalo, dichiarano che certe cose offendono la decenza. Poi
incominciano a farfugliare che bisogna rifletterci meglio, che le scoperte scientifiche non si possono
cancellare, che indietro non si può tornare, e si rimangiano le prese di posizione. Si rimangiano i veti, si
rimangiano le condanne. Addirittura si rendono complici del delitto. Sempre col pretesto della
terapeutica, s'intende... L'ultimo esempio è italiano. Viene dal Comitato Nazionale di Bioetica che lo
scorso maggio concesse parere favorevole all'uso delle staminali isolate dai feti abortiti. “ L'uso del
tessuto fetale ricavato dall'interruzione volontaria della gravidanza e il suo utilizzo a scopi scientifici o
terapeutici non si configura come bioeticamente illecito ” . Impegnandosi a non mettere mano sul “
materiale fresco ” , ( un bambino appena abortito lo chiamano “ materiale fresco ” come il pesce fresco),
e spiegando che ciò non sarebbe comunque necessario perché migliaia di cellule fetali sono
crioconservate in una banca milanese, i nostri staminalisti potranno dunque intrugliare senza scrupoli e
senza imbarazzi. E pazienza se sanno benissimo che la cosa è un incentivo all'aborto, pardon,
all'interruzione volontaria della gravidanza. ( Nel linguaggio Politically Correct si dice così). Pazienza se
sanno altrettanto bene che per molte donne e molte coppie il commercio dei figli abortiti è un business
assai redditizio. Pensa al “ turismo procreativo ” sul quale molti paesi europei o vicini all'Europa si
arricchiscono come Cuba e la Thailandia si arricchiscono sul turismo sessuale. ( Per cinquemila o
settemila euro, l'Ucraina offre il biglietto del viaggio, l'albergo di prima classe vitto incluso, la guida
turistica nonché l'ovocita. E quando sbarchi all'aeroporto non passi neanche la dogana). È redditizio
anche il business degli spermatozoi. Insieme agli ovuli congelati, le banche occidentali traboccano di
sperma congelato. In entrambi i casi merce che viene dall'Ucraina, dalla Romania, dall'Albania, dalla
Slovenia, dalla Corea, dai paesi più poveri del continente asiatico. Però viene anche dalla Svizzera,
dalla Norvegia, dalla Grecia, da Malta, dal Portogallo, dalla Spagna. In particolare da Barcellona, città
nella quale vivono molte immigrate provenienti dall'Europa dell'Est. Ne traboccano soprattutto le
banche inglesi. Non a caso il Parlamento Europeo ( bontà sua) ha rivolto un monito all'Inghilterra dove il
mercato fiorisce vergognosamente con gli ovuli che vengono dalle cliniche rumene. In massima parte,
ovuli venduti a mille o duemila euro la dozzina dalle zingare Sinti o Rom. E nel libro più inquietante che
abbia letto su questo tema, La vita in vendita , gli autori Christian Godin e Jacques Testart raccontano
che in Europa gli ovuli delle ragazze bionde e longilinee ( di solito modelle) costano molto di più. Almeno
quindicimila euro ciascuno. * * * Garantiscono figli da concorso di bellezza, capisci? Figli su misura,
selezionati, scelti sul menù dell'eugenetica e della biotecnologia. A tal proposito Godin racconta d'aver
trovato su un sito Internet quest'annuncio: “ Cercasi ovulo bello e intelligente che venga da una
studentessa molto sportiva e allieva d'un college molto rinomato ” . .. Ed ora dimmi se queste ricerche
per cui i promotori del referendum invocano la libertà illimitata non sono associabili coi campi di Dachau
e Birkenau ed Auschwitz e Mauthausen. Dimmi se queste ricerche in apparenza fatte per guarire le
malattie in realtà non puntano a qualcosa che assomiglia molto all'hitleriano sogno d'una società
composta soltanto di biondi con gli occhi azzurri. Dimmi se col pretesto della terapeutica la Scienza e il
Progresso non contemplano un mondo di super uomini e super donne da fabbricare nei laboratori. (
Super per modo di dire, visto che il premio Nobel dottor Kary Mullis propone di clonarci col Dna
proveniente da famosi atleti e rockstar...). Eppure i sessanta membri del nostro Comitato Nazionale di
Bioetica hanno concesso la suddetta autorizzazione quasi all'unanimità. Solo un voto contrario ed uno
astenuto. Peggio: tra di loro v'erano parecchi cattolici e tra i cattolici v'era monsignor Elio Sgreccia,
presidente della Pontificia Accademia delle Scienze nonché vescovo e autorità molto ossequiata nel
campo della Bioetica. Ho fatto un balzo, a leggere la notizia. E sia pur sapendo che il suo era stato un
voto molto sofferto, mi son detta: possibile?!? Non fu Wojtyla a dire per primo che a un embrione si deve
il medesimo rispetto che si deve a un bambino nato o ad una qualsiasi persona? Alla Scienza che vuole
sostituirsi perfino ai legislatori cede anche la Chiesa, ormai? Cardinal Ruini ed altri cardinali a parte, non
c'è rimasto che Ratzinger a tener duro? “ La scienza non può generare ethos ” ha scritto Ratzinger nel
suo libro Europa . “ Una rinnovata coscienza etica non può venire dal dibattito scientifico ” . Dio ” ) .
Il coraggio della fede:
Giovanni Paolo II
«Non abbiate paura!
Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati,
i sistemi economici come quelli politici.
I vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo.»
(Papa Giovanni Paolo II)
Karol Józef Wojtył
a nacque il 18 maggio 1920 a Wadowice, nel sud della Polonia, terzo figlio di Emilia, nata
Kaczorowska (1884) e di Karol Wojtył
a senior (1879) ex-ufficiale dell'esercito asburgico. Da giovane veniva
chiamato dagli amici e dai familiari Lolek.
Sua madre, Emilia, morì nel 1929 per malfunzionamento renale ed una malattia cardiaca congenita. La
reazione del figlio fu molto contenuta, e quando seppe della notizia disse soltanto: Era la volontà di Dio. Suo
fratello maggiore, Edmund, noto anche come Mundek, morì nel 1932 per una scarlattina contratta, all'età di
26 anni, da un paziente. La sorella Olga, invece, era morta poco dopo la nascita nel 1914 prima ancora,
dunque, che Karol nascesse. Dopo la morte della madre Emilia, suo padre, un uomo molto religioso, si
impegnò con tutte le forze per poter far studiare il figlio Karol.
La sua gioventù venne segnata da un intenso rapporto con l'allora folta e viva comunità ebraica di Wadowice.
Università
Nell'estate del 1938 Karol Wojtyła e suo padre lasciarono Wadowice per trasferirsi a Cracovia, dove si
iscrisse alla Università Jagellonica nel semestre autunnale. Nel suo primo anno studiò Filologia, Lingua e
Letteratura Polacca. Prese anche lezioni private di francese.
Lavorò come bibliotecario volontario, e fece l'addestramento militare obbligatorio nella legione Accademica.
Alla fine dell'anno accademico 1938-1939, impersonò il ruolo di Sagittarius nell'opera fiabesca The
Moonlight Cavalier, prodotta da una compagnia teatrale sperimentale. Iniziò nel frattempo lo studio delle
lingue, che lo portò poi a conoscere e parlare 11 idiomi diversi: polacco, sloveno, russo, italiano, francese,
spagnolo, portoghese, tedesco, ucraino e inglese, oltre ad un'ottima conoscenza del latino ecclesiastico.
La Seconda Guerra Mondiale
La casa natale di Wojtyła a Wadowice
Nel settembre del 1939 la Germania invase la Polonia e la nazione fu occupata prima dalle forze naziste e poi
da quelle sovietiche. Allo scoppio della guerra, Karol e suo padre fuggirono verso l'est da Cracovia assieme a
migliaia di altri Polacchi. A volte si rifugiarono dentro delle fosse, per nascondersi dai velivoli della Luftwaffe.
Dopo avere camminato per 200 chilometri seppero dell'invasione russa della Polonia e furono obbligati a
ritornare a Cracovia.
Nel novembre, 184 accademici della Università Jagellonica furono arrestati e l'università venne chiusa. Tutti i
maschi abili furono costretti a lavorare. Nel primo anno di guerra Karol lavorò come fattorino per un
ristorante. Questo lavoro leggero gli permise di continuare gli studi e la carriera teatrale e di mettere in pratica
atti di resistenza culturale. Intensificò inoltre lo studio del francese.
Dall'autunno del 1940 Karol lavorò per quasi quattro anni come manovale in una cava di calcare. Il padre
morì nel 1941. Nel 1942, entrò nel seminario clandestino diretto dal cardinale Sapieha, arcivescovo di
Cracovia.
Il 29 febbraio 1944, tornando a casa dal lavoro nella cava, fu investito da un camion tedesco, perse
coscienza e passò due settimane in ospedale. Riportò un trauma acuto, numerose escoriazioni e una ferita
alla spalla. Secondo Testimone della Speranza, la biografia scritta da George Weigel, questo incidente e la
sopravvivenza ad esso sembrarono a Wojtyla una conferma della propria vocazione religiosa.
Nell'agosto 1944 iniziò la rivolta di Varsavia e il 6 agosto, il "lunedì nero", la Gestapo perquisì la città di
Cracovia deportando i giovani maschi per evitare un'analoga sollevazione. Quando la Gestapo perquisì
casa sua, Wojtyla riuscì a scampare alla deportazione nascondendosi dietro una porta e fuggì
nell'Arcivescovato, dove rimase fino a guerra finita. La notte del 17 gennaio 1945 i tedeschi abbandonarono
la città. I seminaristi recuperarono il vecchio seminario, ridotto in rovine. Karol e un altro seminarista si
offrirono volontari per tagliare a pezzi e portare via montagne di escrementi gelati.
Carriera ecclesiastica
Karol Wojtyła venne ordinato sacerdote il 1 novembre, 1946, dall'Arcivescovo di Cracovia, il cardinale Adam
Stefan Sapieha. Subito dopo egli si trasferì a Roma per proseguire gli studi teologici presso "l'Angelicum"
(Pontificio Ateneo di San Tommaso d'Aquino). Nella tesi di dottorato, che prese in esame la dottrina della
fede in San Giovanni della Croce, Wojtyła pose l'accento sulla natura personale dell'incontro dell'uomo con
Dio. Ritornato in Polonia nell'estate del 1948, la sua prima missione pastorale fu nel paesino di Niegowić, a
venticinque chilometri da Cracovia. Nel marzo 1949 fu trasferito nella parrocchia di San Floriano a Cracovia.
Insegnò etica all'Università Jagellonica della città e successivamente all'Università Cattolica di Lublino. Nel
1958 fu nominato vescovo ausiliario di Cracovia, e quattro anni dopo assunse la guida della diocesi quale
Vicario Capitolare.
Il 30 dicembre 1963 papa Paolo VI lo nominò Arcivescovo di Cracovia. Sia come vescovo prima che come
arcivescovo poi Wojtyła partecipò al Concilio Vaticano II, contribuendo ai documenti per la stesura del
Dignitatis Humanae e del Gaudium et Spes, due dei documenti storici più importanti ed influenti prodotti dal
concilio.
Fu creato cardinale il 26 giugno 1967 da papa Paolo VI. Nell'agosto del 1978, dopo la morte di Paolo VI,
partecipò al conclave che si concluse con l'elezione di Albino Luciani, il cardinale Patriarca di Venezia, che
divenne papa Giovanni Paolo I. Avendo appena 65 anni Luciani era considerato un Pontefice giovane in
confronto ai suoi predecessori. Tuttavia Wojtyła, che ne aveva 58, avrebbe potuto aspettarsi di partecipare
nuovamente ad un conclave prima di raggiungere gli ottant'anni (età massima per i cardinali per partecipare
all'elezione del pontefice), ma certo non si aspettava che il suo secondo conclave si sarebbe tenuto così
presto. Invece il 28 settembre 1978, dopo solo 33 giorni di pontificato, Giovanni Paolo I morì. Nell'ottobre
1978 Wojtyła fece ritorno in Vaticano per prendere parte al secondo conclave in meno di due mesi.
Il secondo Conclave del 1978
Qualcuno pensa che la sua nomina, come quella del suo predecessore, fu frutto di un compromesso: il
conclave, infatti, vide una netta divisione tra due candidati particolarmente forti: il cardinale Giuseppe Siri,
arcivescovo di Genova, votato dalla parte dell'ala conservatrice, ed il cardinale Giovanni Benelli, arcivescovo
di Firenze, molto vicino a papa Giovanni Paolo I e sorretto dall'ala più riformista del Collegio dei Cardinali. Nei
primi ballottaggi Benelli arrivò a nove voti dall'elezione. Tuttavia Wojtyła si assicurò l'elezione come
"compromesso" tra le due candidature opposte, in parte grazie al supporto ottenuto da cardinali come Franz
König ed altri che aveva precedentemente appoggiato Siri.
Il 16 ottobre 1978, all'età di 58 anni, Wojtyła succedette a papa Giovanni Paolo I.
L'annuncio della sua elezione (l'Habemus papam) fu dato alle ore 18:45 dal cardinale Pericle Felici. Pochi
minuti più tardi il nuovo papa si presentò alla folla riunita in piazza San Pietro, affacciandosi dalla loggia che
sovrasta l'ingresso della basilica. Nel suo breve discorso egli si definì come il nuovo Papa chiamato da molto
lontano e superò subito le diffidenze degli italiani, che vedevano per la prima volta da lungo tempo un
pontefice straniero, dicendo se mi sbaglio mi corigerete!, frase rimasta famosa e che provocò l'applauso dei
presenti. Al termine egli impartì la prima benedizione Urbi et Orbi che fu trasmessa in mondovisione
Il giorno seguente il nuovo Pontefice celebrò la messa insieme al Collegio cardinalizio nella Cappella Sistina.
Il 22 ottobre iniziò solennemente il ministero Petrino, quale 263° successore dell’Apostolo Pietro.
Il 5 novembre il Papa visita Assisi, per venerare San Francesco, Patrono d'Italia e si reca anche alla Basilica
di Santa Maria sopra Minerva in Roma, per venerare la tomba di Santa Caterina da Siena, Patrona d'Italia. Il
12 novembre Giovanni Paolo II prende possesso, come Vescovo di Roma, della cattedra di San Giovanni in
Laterano e il 5 dicembre compie la prima visita alle parrocchie della Diocesi di Roma: San Francesco Saverio
nel quartiere della Garbatella.
Attentati subiti
Le guardie del corpo sostengono il Papa dopo il tentativo di assassinio da parte di Mehmet Ali Ağca in Piazza
San Pietro il 13 maggio 1981
La profezia di san Pio da Pietrelcina sull'elezione di Wojtyła al soglio pontificio aveva anche un'altra parte: il
frate di Pietrelcina aveva anche predetto che il suo pontificato sarebbe stato breve e sarebbe finito nel
sangue. Una profezia che è stata vicina a avverarsi quando il 13 maggio 1981 subì un attentato che quasi lo
uccise da parte di Mehmet Ali Ağca, un killer professionista turco, che gli sparò due colpi di pistola in piazza
San Pietro, pochi minuti dopo che egli era entrato nella piazza per un'udienza generale, colpendolo
all'addome.
Papa Wojtyła è però sopravvissuto all'attentato, ed il suo papato è diventato addirittura il terzo più lungo della
storia.
Due giorni dopo il Natale del 1983, Giovanni Paolo II volle andare in prigione per incontrare il suo attentatore
e dargli il suo perdono. I due parlarono da soli per lungo tempo, e la loro conversazione è rimasta ancora oggi
privata. Il Papa disse poi dell'incontro: Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e
che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui. L'attentatore venne in seguito
condannato all'ergastolo dalla giustizia italiana per attentato a Capo di Stato estero. Nel 2000, il Presidente
della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli concesse la grazia: Ali Agca viene perciò estradato dall’Italia e
giunse in Turchia, nel carcere di massima sicurezza di Kartal, nel quale stava scontando la pena di dieci anni
di reclusione per l'assassinio del giornalista Abdu Ipekci, avvenuto nel 1979.
Alcuni documenti scoperti negli archivi Sovietici e resi pubblici nel marzo 2005 supportano la tesi che
l'attentato sia stato commissionato dall'Unione Sovietica ([1] - [2]).
Dai documenti risulterebbe che il KGB, in collaborazione con la Polizia della Germania Orientale (Stasi),
avesse programmato l'attentato appoggiandosi ad un gruppo terroristico bulgaro di Roma, che a sua volta si
sarebbe rivolto ad un gruppo turco radicale.
Le motivazioni che avrebbero portato l'URSS ad un gesto del genere, non sono state chiarite.
Alcuni suggeriscono che i Sovietici temessero l'influenza che un Papa polacco poteva avere sulla stabilità
dei loro paesi satelliti dell'Europa Orientale, in special modo la Polonia. Altri, inoltre, accusano fazioni interne
al Vaticano, in particolar modo la cosiddetta massoneria libera che si opponeva a Wojtyła e all'Opus Dei. Lo
stesso Ali Ağca non ha mai voluto rivelare in modo chiaro la verità, ma ha spesso suggerito di aver avuto aiuti
dall'interno del Vaticano. Comunque tutte queste informazioni devono essere considerate ipotesi, perché ad
oggi non sono state comprovate le circostanze e le motivazioni dell'attentato. Lo stesso Ağca ha spesso
cambiato versione sulla dinamica della preparazione dell'attentato.
Un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede analizza l'attentato, mettendolo in relazione
con l'ultimo dei Segreti di Fatima. Inoltre il bossolo del proiettile sparato da Alì Agca, per volere del Papa, è
stato incastonato nella corona della statua della Vergine a Fatima. L'attentato è avvenuto nel giorno della
ricorrenza della prima appartizione della Madonna ai pastorelli di Fatima. Il Pontefice era convinto che fu la
mano della Madonna a deviare quel colpo e a salvargli la vita.
Da notare che ci fu anche un altro tentativo di assassinio di Giovanni Paolo II, avvenuto il 12 maggio 1982 a
Fatima. Un uomo tentò di colpire il papa con una baionetta, ma fu fermato dalla sicurezza. L'uomo, un
sacerdote spagnolo di nome Juan María Fernández y Krohn, si opponeva alle riforme del Concilio Vaticano II
e definiva il papa un "agente di Mosca". Fu condannato a sei anni di prigione e quindi espulso dal Portogallo.
I problemi di salute
Essendo il più giovane papa eletto dai tempi di papa Pio IX nel 1846 (eletto papa a 54 anni), Giovanni Paolo II
iniziò il suo pontificato in ottima salute. Era un uomo relativamente giovane che, diversamente dai suoi
predecessori, faceva abitualmente escursioni, nuotava e sciava. Tuttavia, dopo oltre venticinque anni sul
seggio papale, un attentato ed un gran numero di traumi fisici, la salute di Giovanni Paolo cominciò a
declinare. Fu vittima di un tumore al colon che gli venne rimosso nel 1992, si slogò una spalla nel 1993, si
ruppe il femore nel 1994 e subì l'appendicectomia nel 1996.
Nel 2001 venne stabilito nel corso di una visita ortopedica che, come alcuni osservatori internazionali
sospettavano da tempo, Giovanni Paolo II soffriva del Morbo di Parkinson. Ciò venne ufficialmente
confermato dal Vaticano nel 2003. Oltre all'evidente tremore alla mano, cominciò a pronunciare con difficoltà
più frasi di seguito, e vennero notati anche alcuni problemi uditivi. Soffriva anche di un'artrite acuta al
ginocchio destro, che aveva sviluppato in seguito all'applicazione di una protesi, per cui camminava molto
raramente in pubblico. Nonostante questi disagi, continuò a girare il mondo. Disse di accettare la volontà di
Dio che lo faceva Papa, e così rimase determinato a rimanere in carica fino alla morte, o finché non sarebbe
diventato mentalmente inabile in maniera irreversibile. Coloro che lo hanno incontrato dicono che, sebbene
provato fisicamente, è sempre stato perfettamente lucido.
Nel settembre 2003, il cardinale Joseph Ratzinger, spesso considerato la "mano destra" del Santo Padre,
disse dovremmo pregare per il Papa, sollevando serie preoccupazioni circa lo stato di salute del Pontefice.
Morte
Il 1° febbraio 2005 fu ricoverato all'Ospedale Gemelli di Roma fino al 10 febbraio; successivamente fu
costretto a saltare gran parte degli impegni previsti per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute. Il 27 marzo,
giorno di Pasqua, apparve alla finestra su piazza San Pietro per poco tempo. Il cardinale Angelo Sodano
lesse il messaggio Urbi et Orbi quando il Papa benedisse la folla di mano sua. Tentò di parlare ma non vi
riuscì.
Il 30 marzo, mercoledì, il Papa apparve alla finestra su piazza San Pietro per poco tempo. Tentò di parlare ma
non vi riuscì. Fu l'ultima volta che si mostrò in pubblico prima di morire.
Si spense il 2 aprile 2005 dopo due giorni dal peggioramento del suo stato di salute dovuto ad un'infezione
dell'apparato urinario. I funerali si sono svolti sei giorni dopo in Piazza San Pietro ed ad essi hanno
partecipato molti capi di stato e di governo e rappresentanti di tutte le religioni oltre ad una folla di alcuni
milioni di fedeli.
Il 28 aprile successivo, il Santo Padre Benedetto XVI ha concesso la dispensa dal tempo di cinque anni di
attesa dopo la morte, per l’inizio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II. La
Causa è stata aperta ufficialmente il 28 giugno 2005 dal Cardinale Camillo Ruini, Vicario Generale per la
diocesi di Roma.
La vita di Giovanni Paolo II
alla luce della fede
Terza giornata oggi del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Polonia. Il Papa, che ieri è
giunto a Cracovia accolto dal grande entusiasmo dei giovani, che ha voluto salutare in
serata dalla finestra del Palazzo arcivescovile, ha fatto tappa stamane a Wadowice, città
natale di Giovanni Paolo II. Poi ha visitato i Santuari di Kalwaria e della Divina
Misericordia. Questa sera la veglia con i giovani a Cracovia. Ma diamo subito la linea al
nostro inviato Sergio Centofanti
Grande accoglienza e grande affetto anche qui a Wadowice per Benedetto XVI
applauditissimo per le sue parole in polacco. Il Papa ha espresso la sua “grande
commozione” per essere venuto nel luogo di nascita di Giovanni Paolo II, “nella città della
sua infanzia e della sua giovinezza”. “Wadowice –ha detto - non poteva mancare” nel
percorso del pellegrinaggio in terra polacca sulle orme del suo predecessore. E’ entrato
nella casa di Karol: un modesto appartamento al primo piano, proprio accanto alla
Basilica della Presentazione di Maria. Ha sostato di fronte alla culla, alla foto della madre,
morta quando il piccolo Wojtyla aveva 9 anni: poi nella Basilica si è fermato dinanzi al
fonte battesimale così caro a Giovanni Paolo II
Cita il poeta tedesco Goethe: “Chi vuole comprendere un poeta, dovrebbe recarsi nel suo
paese”. Così per comprendere la vita e il ministero di Giovanni Paolo II, “era necessario
venire nella sua città natale”. Lo stesso Papa Wojtyla confessò che qui, a Wadowice, “è
cominciato tutto: è cominciata la vita, è cominciata la scuola, gli studi, è cominciato il
teatro… e il sacerdozio”:
“Giovanni Paolo II, tornando a quegli inizi, si riferiva spesso ad un segno: quello del fonte
battesimale, che egli circondava di particolare venerazione nella chiesa di Wadowice”.
‘A questo fonte battesimale – diceva Giovanni Paolo II - mi fu concessa la grazia di
divenire figlio di Dio, e di ricevere la fede nel mio Redentore e fui accolto nella comunità
della sua Chiesa’ ”. In queste parole – ha detto il Papa - è “racchiusa la chiave per
comprendere la coerenza della sua fede”, il “radicalismo” della vita cristiana e il “desiderio
della santità” di Karol Wojtyla. “C’è qui – ha aggiunto - la profonda consapevolezza della
divina grazia, del gratuito amore di Dio per l’uomo, che mediante il lavacro con l’acqua e
l’effusione dello Spirito Santo” ci introduce “nella moltitudine dei suoi figli redenti dal
Sangue di Cristo. Ma c’è anche la consapevolezza che il battesimo che giustifica è … una
chiamata ad aver cura della giustizia scaturita dalla fede. Il programma più comune di una
vita autenticamente cristiana si riassume nella fedeltà alle promesse del santo
Battesimo. La parola d’ordine del presente pellegrinaggio: ‘Rimanete saldi nella fede’ –
ha sottolineato - trova qui la sua concreta dimensione che si potrebbe esprimere con
l’esortazione: “Rimanete saldi nell’osservanza delle promesse battesimali”. Quindi
Benedetto XVI ha sottolineato il rapporto di Giovanni Paolo II con la parrocchia:
“Il mio grande predecessore indicava la Basilica di Wadowice e la parrocchia nativa come
un luogo di particolare importanza per lo sviluppo della sua vita spirituale e della
vocazione sacerdotale che stava rivelandosi in lui”
“Quanto bene, quante grazie – diceva Papa Wojtyla - ricevetti in questo tempio e in
questa comunità parrocchiale”. Per questo – ha ricordato Benedetto XVI – Giovanni
Paolo II “circondava di così grande premura le comunità parrocchiali. Nello spirito della
stessa sollecitudine - ha aggiunto – chiedo “ai Vescovi polacchi di fare il possibile affinché
la parrocchia polacca sia realmente una ‘comunità ecclesiale’ e una ‘famiglia della
Chiesa’ ”. Infine Benedetto XVI ricorda una specifica “caratteristica della fede e della
spiritualità di Giovanni Paolo II”
“Lui stesso ricordò più volte il profondo attaccamento degli abitanti di Wadowice all’effigie
locale della Madonna del Perpetuo Soccorso e l’usanza della preghiera quotidiana
dinanzi ad essa degli studenti del ginnasio di allora”.
“Qui – ha detto il Papa – arriviamo “alle sorgenti della convinzione che nutriva Giovanni
Paolo II – la convinzione circa l’eccezionale posto occupato da Maria nella storia della
salvezza e in quella della Chiesa. Da essa scaturiva anche la convinzione circa il posto
eccezionale che la Madre di Dio aveva nella sua vita, una convinzione che si esprimeva
nel “Totus tuus” colmo di dedizione. Sino agli ultimi istanti del suo pellegrinaggio terreno –
ha affermato Benedetto XVI - egli rimase fedele a questo affidamento”.
E davanti alla Effigie della Madonna del Perpetuo Soccorso, Benedetto XVI ringrazia
ancora una volta Dio per il pontificato di Giovanni Paolo II e chiede a tutti i polacchi di
accompagnarlo “con la stessa preghiera” con cui hanno circondato il loro “grande
Connazionale”.
Dopo Wadowice il Papa si è recato nel Santuario mariano di Kalwaria Zebrzydowska,
dedicato alla Passione di Gesù e alla Madonna Addolorata, celebre per la sua suggestiva
Via Crucis tra i boschi, lunga 15 km, e meta di pellegrinaggi del giovane Wojtyla. E’ uno
dei cuori pulsanti della spiritualità dei polacchi. Benedetto XVI si è fermato a pregare nella
cappella della Madonna. Decine di migliaia di persone le persone sono accorse al
Santuario per salutarlo con canti e tanti applausi. La folla lo ha voluto salutare anche in
tedesco col grido di “Wir lieben dich”, “noi i amiamo”.
Subito dopo si è recato a Lagiewniki, nel Santuario della Divina Misericordia, fondato
dopo che Santa Faustina Kowalska ha ricevuto la rivelazione di Gesù misericordioso. Qui
il Papa ha avuto un incontro toccante con alcune centinaia di malati. Quindi ha detto:
“In questa circostanza stiamo davanti a due misteri: il mistero della sofferenza umana e il
mistero della Divina Misericordia. Ad un primo sguardo questi due misteri sembrano
contrapporsi. Ma quando cerchiamo di approfondirli alla luce della fede, vediamo che
essi si pongono in reciproca armonia. Ciò grazie al mistero della croce di Cristo”.
Come ha detto qui Giovanni Paolo II,‘la croce ‘è il più profondo chinarsi della Divinità
sull’uomo... La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose
dell’esistenza terrena dell’uomo’ . “Voi, cari malati, segnati dalla sofferenza del corpo o
dell’animo - ha detto Benedetto XVI - siete i più uniti alla Croce di Cristo, ma nello stesso
tempo i più eloquenti testimoni della misericordia di Dio. Per vostro tramite e mediante la
vostra sofferenza Egli si china sull’umanità con amore. Siete voi che, dicendo nel silenzio
del cuore: ‘Gesù, in te confido’, ci insegnate che non c’è una fede più profonda, una
speranza più viva e un amore più ardente della fede, della speranza e dell’amore di chi
nello sconforto si mette nelle mani sicure di Dio. E le mani di coloro che vi aiutano nel
nome della misericordia siano un prolungamento di queste grandi mani di Dio”. Il
pontefice ha abbracciato alcuni piccoli malati. Ha pregato davanti al quadro di Gesù
misericordioso, dal cui cuore escono due raggi, uno rosso, l’altro pallido, segno dei
Sacramenti dell’Eucaristia e del Battesimo.
E del primato dell’amore misericordioso il Papa ha parlato anche nel Santuario mariano
di Czestochowa, dove si è recato nel pomeriggio di ieri per incontrare i religiosi e i
rappresentanti dei movimenti ecclesiali. “Dio è amore” – ha detto – “questa verità su Dio è
la più importante, la più centrale”. Il Papa dopo aver pregato dinanzi alla celebre
Immagine della Madonna Nera, ha invitato a farsi guidare da Maria che insegna a entrare
in contatto col mistero di Dio, mistero – ha detto – che non dobbiamo “pretendere” di
comprendere perchè “significherebbe volerlo circoscrivere nei nostri concetti” e così
“perderlo”:
“Lei ci insegna a pregare. E’ Lei ad indicarci come aprire le nostre menti e i nostri cuori alla
potenza dello Spirito Santo, che viene a noi per essere da noi portato al mondo intero”.
Abbiamo bisogno di silenzio e di raccoglimento – ha proseguito - “per sottometterci alla
sua scuola, affinché Lei ci insegni come vivere di fede, come crescere in essa, come
rimanere in contatto con il mistero di Dio negli eventi ordinari, quotidiani della nostra vita”:
“La fede, infatti, è un contatto col mistero di Dio, perché credere vuol dire,
«abbandonarsi» alla verità stessa della parola del Dio vivo, sapendo e riconoscendo
umilmente quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi”.
Da Cracovia, Sergio Centofanti, Radio Vaticana.
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
DURANTE LA MESSA
PER GLI OPERAI DI JASNA GORA
Czestochowa, 6 giugno 1979
Jasna Gora è diventata la capitale spirituale della Polonia, alla quale giungono i pellegrini da tutte le
parti del patrio suolo, per ritrovarvi l’unità con Cristo Signore mediante il cuore di sua Madre. E non
soltanto dalla Polonia, ma anche d’oltre frontiera. L’immagine della Madonna di Jasna Gora è diventata
in tutto il mondo segno dell’unità spirituale dei Polacchi. Essa è anche, direi, un segno di
riconoscimento della nostra spiritualità e, in pari tempo, del nostro posto nella grande famiglia dei popoli
cristiani radunati nell’unità della Chiesa. Mirabile è infatti quel regnare della Madre mediante la sua
effigie in Jasna Gora: il regnare del Cuore sempre più necessario al mondo, il quale tende ad esprimere
tutto mediante freddi calcoli e fini puramente materiali.
Arrivando come pellegrino a Jasna Gora, desidero di qui unirmi cordialmente con tutti coloro che
appartengono a questa comunità spirituale, a questa grande famiglia estesa su tutta la terra polacca e
oltre le sue frontiere. Desidero che noi tutti c’incontriamo nel cuore della Madre. Mi unisco mediante la
fede, la speranza e la preghiera con tutti quelli che non possono venire qui. Mi unisco, particolarmente,
con tutte le comunità della Chiesa di Cristo in Polonia, con tutte le Chiese diocesane, con i loro Pastori,
con tutte le parrocchie, con le famiglie religiose maschili e femminili.
In modo particolare mi rivolgo a voi, che siete oggi qui venuti dalla Slesia e da Zaglebie Dabrowskie.
Entrambe queste terre, entrambe queste regioni della Polonia antica e odierna mi sono vicine. La
ricchezza della Polonia attuale è in buona parte legata alle risorse naturali, di cui la Provvidenza ha
dotato queste terre, e ai grandi cantieri di lavoro umano, che son sorti qui durante gli ultimi secoli.
Storicamente, sia la Slesia che Zaglebie – e in particolare la Slesia – sono sempre rimaste in stretta
unione con la sede di San Stanislao. Come antico metropolita di Cracovia, desidero esprimere la mia
particolare gioia per questo nostro incontro, che oggi si attua ai piedi di Jasna Gora. Sono stato sempre
vicino col cuore alla Chiesa di Katowice che porta alla vita cattolica di Polonia, nel suo insieme,
particolari esperienze e valori.
Soprattutto l’esperienza dell’enorme lavoro. Le ricchezze della terra, sia quelle che appaiono
alla sua superficie come quelle che dobbiamo ricercare nel profondo della terra, diventano
ricchezze dell’uomo solo a prezzo del lavoro umano. È necessario questo lavoro – lavoro
multiforme, dell’intelletto e delle mani – perché l’uomo possa compiere la magnifica missione
che il Creatore gli ha affidato, missione che il libro della Genesi esprime con le parole:
“Soggiogate e dominate (la terra)” (Gen 1,28). La terra è affidata all’uomo, e, attraverso il lavoro,
l’uomo la domina. Il lavoro è anche la dimensione fondamentale dell’esistenza dell’uomo sulla
terra. Per l’uomo il lavoro non ha soltanto un significato tecnico, ma anche etico. Si può dire che
l’uomo “assoggetta” a sé la terra quando egli stesso, col suo comportamento, ne diventi
signore, non schiavo, ed anche signore e non schiavo del lavoro.
Il lavoro deve aiutare l’uomo a diventare migliore, spiritualmente più maturo, più responsabile,
perché egli possa realizzare la sua vocazione sulla terra, sia come persona irripetibile, sia nella
comunità con gli altri, e soprattutto in quella fondamentale comunità umana che è la famiglia.
Unendosi insieme, l’uomo e la donna, proprio in questa comunità, il cui carattere è stato
stabilito dallo stesso Creatore sin dagli inizi, danno vita a nuovi uomini. Il lavoro deve rendere
possibile a questa comunità umana di trovare i mezzi necessari per formarsi e per mantenersi.
La ragione d’essere della famiglia è uno dei fondamentali fattori che determinano l’economia e
la politica del lavoro. Questi ultimi conservano il loro carattere etico, quando prendono in
considerazione i bisogni della famiglia e i suoi diritti. Mediante il lavoro l’uomo adulto deve
guadagnare i mezzi necessari per il mantenimento della propria famiglia. La maternità deve
essere trattata nella politica e nell’economia del lavoro come un grande fine e un grande
compito di per se stesso. Con essa è legato infatti il lavoro della madre, che partorisce, che
allatta, che educa, che nessuno può sostituire. Nulla può sostituire il cuore di una madre, che in
una casa sempre è presente e sempre aspetta. Il vero rispetto del lavoro porta con sé una dovuta
stima per la maternità, e non può essere altrimenti. Da ciò dipende anche la salute morale di
tutta la società.
I miei pensieri e il mio cuore si aprono ancora una volta a voi, uomini del duro lavoro, ai quali la
mia vita personale e il mio ministero pastorale mi hanno legato in vari modi. Vi auguro che il
lavoro che eseguite non cessi d’essere la sorgente della vostra forza sociale. Grazie al vostro
lavoro, siano forti i vostri focolari! Grazie al vostro lavoro, sia forte tutta la nostra Patria!
E perciò rivolgo ancora una volta il mio sguardo verso la laboriosa Slesia e Zaglebie: verso gli
altiforni, verso i camini delle fabbriche; ed è una terra di grande lavoro e di grande preghiera.
L’una e l’altra strettamente congiunte nella tradizione di questo Popolo, il cui saluto più comune
è espresso dalle parole “Szczesc Boze” (Dio vi aiuti), parole che collegano e riferiscono il
pensiero di Dio al lavoro umano.
Mi conviene oggi benedire la Divina Provvidenza, ringraziandola perché in questa terra l’enorme
sviluppo dell’industria – sviluppo del lavoro umano – è andato di pari passo con la costruzione delle
chiese, con l’erezione delle parrocchie, con l’approfondimento e il rafforzamento della fede. Perché lo
sviluppo non ha implicato la scristianizzazione, la rottura di quella alleanza, che nell’anima umana
devono concludere lavoro e preghiera, secondo il motto dei benedettini: “Ora et labora”. La preghiera,
che in ogni lavoro umano apporta il riferimento a Dio Creatore e Redentore, contribuisce nello stesso
tempo alla totale “umanizzazione” del lavoro. “Il lavoro esiste... affinché si risorga” (C. K. Norwid).
L’uomo appunto, che per volere del Creatore è stato chiamato, sin dall’inizio, perché soggiogasse la
terra mediante il lavoro, è stato creato altresì ad immagine e somiglianza di Dio stesso. Egli non può in
altro modo ritrovare se stesso, confermare chi egli sia, se non cercando Dio nella preghiera. Cercando
Dio, incontrandosi con lui mediante la preghiera, l’uomo deve necessariamente ritrovare se stesso,
essendo simile a Dio. Non può ritrovare se stesso altrimenti se non nel suo Prototipo. Non può,
attraverso il lavoro, confermare il suo “dominio” sulla terra, se non pregando contemporaneamente.
Carissimi Fratelli e Sorelle! Uomini del duro lavoro di Slesia, di Zaglebie e di tutta la Polonia! Non
lasciatevi sedurre dalla tentazione che l’uomo possa pienamente ritrovare se stesso
rinnegando Dio, cancellando la preghiera dalla sua vita, rimanendo soltanto lavoratore,
illudendosi che i soli suoi prodotti possano riempire i bisogni del cuore umano. “Non di solo
pane vive l’uomo” (Mt 4,4). Lo dice colui che conosce il cuore umano, e ha fatto sufficienti prove
di avere cura dei bisogni materiali. “La preghiera del Signore”, contiene anche l’invocazione per
il pane. Ciononostante, non di solo pane vive l’uomo. Rimanete fedeli alle esperienze delle
generazioni, che hanno coltivato questa terra, che hanno riportato alla superficie i suoi nascosti
tesori, con Dio nel cuore, con la preghiera sulle labbra. Conservate quella che è stata la sorgente
della forza dei vostri padri e dei vostri avi, delle vostre famiglie, delle vostre comunità! “La
preghiera e il lavoro” diventino nuova fonte di forza in questa generazione e anche nei cuori dei
vostri figli, nipoti e pronipoti. Vi dico: “Szczesc Boze”: Dio vi aiuti!
BEATIFICAZIONE DI MADRE TERESA DI CALCUTTA
OMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
Giornata Missionaria Mondiale
Domenica 19 ottobre 2003
“Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10,44). Queste parole di Gesù ai discepoli,
risuonate poc’anzi in questa Piazza, indicano quale sia il cammino che conduce alla “grandezza”
evangelica. E' la strada che Cristo stesso ha percorso fino alla Croce; un itinerario di amore e di
servizio, che capovolge ogni logica umana. Essere il servo di tutti!
Da questa logica si è lasciata guidare Madre Teresa di Calcutta, Fondatrice dei Missionari e delle
Missionarie della Carità, che oggi ho la gioia di iscrivere nell’Albo dei Beati. Sono personalmente grato
a questa donna coraggiosa, che ho sempre sentito accanto a me. Icona del Buon Samaritano, essa si
recava ovunque per servire Cristo nei più poveri fra i poveri. Nemmeno i conflitti e le guerre riuscivano a
fermarla.
Ogni tanto veniva a parlarmi delle sue esperienze a servizio dei valori evangelici. Ricordo, ad esempio, i
suoi interventi a favore della vita e contro l’aborto, anche in occasione del conferimento del Premio
Nobel per la pace (Oslo, 10 dicembre 1979). Soleva dire: “Se sentite che qualche donna non vuole
tenere il suo bambino e desidera abortire, cercate di convincerla a portarmi quel bimbo. Io lo amerò,
vedendo in lui il segno dell’amore di Dio”.
Non è forse significativo che la sua beatificazione avvenga proprio nel giorno in cui la Chiesa celebra la
Giornata Missionaria Mondiale? Con la testimonianza della sua vita Madre Teresa ricorda a tutti che la
missione evangelizzatrice della Chiesa passa attraverso la carità, alimentata nella preghiera e
nell’ascolto della parola di Dio. Emblematica di questo stile missionario è l’immagine che ritrae la nuova
Beata mentre stringe, con una mano, quella di un bambino e, con l'altra, fa scorrere la corona del
Rosario.
Contemplazione e azione, evangelizzazione e promozione umana: Madre Teresa proclama il Vangelo
con la sua vita tutta donata ai poveri, ma, al tempo stesso, avvolta dalla preghiera.
"Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore" (Mc 10, 43). È con particolare emozione che oggi
ricordiamo Madre Teresa, grande serva dei poveri, della Chiesa e del Mondo intero. La sua vita è una
testimonianza della dignità e del privilegio del servizio umile. Ella aveva scelto di non essere solo la più
piccola, ma la serva dei più piccoli. Come madre autentica per i poveri, si è chinata verso coloro che
soffrivano diverse forme di povertà. La sua grandezza risiede nella sua abilità di dare senza calcolare i
costi, di dare "fino a quando fa male". La sua vita è stata un vivere radicale e una proclamazione audace
del Vangelo.
Il grido di Gesù sulla croce, "Ho sete" (Gv 19, 28), che esprime la profondità del desiderio di Dio
dell'uomo, è penetrato nell'anima di Madre Teresa e ha trovato terreno fertile nel suo cuore. Placare la
sete di amore e di anime di Gesù in unione con Maria, Madre di Gesù, era divenuto il solo scopo
dell'esistenza di Madre Teresa, e la forza interiore che le faceva superare sé stessa e "andare di fretta"
da una parte all'altra del mondo al fine di adoperarsi per la salvezza e la santificazione dei più poveri tra i
poveri.
"Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt
25, 40). Questo passo del Vangelo, così
fondamentale per comprendere il
servizio di Madre Teresa ai poveri, era
alla base della sua convinzione, piena di
fede, che nel toccare i corpi deperiti dei
poveri toccava il corpo di Cristo. Era a
Gesù stesso, nascosto sotto le vesti
angoscianti dei più poveri tra i poveri, che
era diretto il suo servizio. Madre Teresa
pone in rilievo il significato più profondo
del servizio: un atto d'amore fatto agli
affamati, agli assetati, agli stranieri, a chi
è nudo, malato, prigioniero (cfr Mt 25, 3436), viene fatto a Gesù stesso.
Riconoscendolo, lo serviva con totale
devozione, esprimendo la delicatezza
del suo amore sponsale. Così, nel dono
totale di sé a Dio e al prossimo, Madre
Teresa ha trovato il suo più alto
appagamento e ha vissuto le qualità più
nobili della sua femminilità. Desiderava
essere un "segno dell'amore di Dio, della
presenza di Dio, della compassione di Dio" e, in tal modo, ricordare a tutti il valore e la dignità di ogni
figlio di Dio, "creato per amare ed essere amato". Era così che Madre Teresa "portava le anime a Dio e
Dio alle anime", placando la sete di Cristo, soprattutto delle persone più bisognose, la cui visione di Dio
era stata offuscata dalla sofferenza e dal dolore".]
5. “Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Madre Teresa ha
condiviso la passione del Crocifisso, in modo speciale durante lunghi anni di “buio interiore”. E’ stata,
quella, una prova a tratti lancinante, accolta come un singolare “dono e privilegio”.
Nelle ore più buie ella s’aggrappava con più tenacia alla preghiera davanti al Santissimo Sacramento.
Questo duro travaglio spirituale l’ha portata ad identificarsi sempre più con coloro che ogni giorno
serviva, sperimentandone la pena e talora persino il rigetto. Amava ripetere che la più grande povertà è
quella di essere indesiderati, di non avere nessuno che si prenda cura di te.
6. “Donaci, Signore, la tua grazia, in Te speriamo!”. Quante volte, come il Salmista, anche Madre Teresa
nei momenti di desolazione interiore ha ripetuto al suo Signore: “In Te, in Te spero, mio Dio!”.
Rendiamo lode a questa piccola donna innamorata di Dio, umile messaggera del Vangelo e infaticabile
benefattrice dell’umanità. Onoriamo in lei una delle personalità più rilevanti della nostra epoca.
Accogliamone il messaggio e seguiamone l’esempio.
Vergine Maria, Regina di tutti i Santi, aiutaci ad essere miti e umili di cuore come questa intrepida
messaggera dell’Amore. Aiutaci a servire con la gioia e il sorriso ogni persona che incontriamo. Aiutaci
ad essere missionari di Cristo, nostra pace e nostra speranza. Amen!
Gesù, confido in te
La Divina Misericordia
VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA
DEDICAZIONE DEL SANTUARIO
DELLA DIVINA MISERICORDIA
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
Kraków-Łagiewniki Sabato,17 agosto 2002
"O inconcepibile ed insondabile Misericordia di Dio, Chi Ti può adorare ed esaltare in modo degno?
O massimo attributo di Dio Onnipotente, Tu sei la dolce speranza dei peccatori"
(Diario, 951 - ed. it. 2001, p. 341).
Carissimi Fratelli e Sorelle!
Ripeto oggi queste semplici e sincere parole di Santa Faustina, per adorare assieme a lei e a tutti voi il
mistero inconcepibile ed insondabile della misericordia di Dio. Come lei, vogliamo professare che non
esiste per l’uomo altra fonte di speranza, al di fuori della misericordia di Dio. Desideriamo ripetere con
fede: Gesù, confido in Te!
Di questo annuncio, che esprime la fiducia nell’amore onnipotente di Dio, abbiamo particolarmente
bisogno nei nostri tempi, in cui l’uomo prova smarrimento di fronte alle molteplici manifestazioni del
male. Bisogna che l’invocazione della misericordia di Dio scaturisca dal profondo dei cuori pieni di
sofferenza, di apprensione e di incertezza, ma nel contempo in cerca di una fonte infallibile di speranza.
Perciò veniamo oggi qui, nel Santuario di Łagiewniki, per riscoprire in Cristo il volto del Padre: di Colui
che è "Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione" (2 Cor 1, 3). Con gli occhi dell’anima
desideriamo fissare gli occhi di Gesù misericordioso per trovare nella profondità di questo sguardo il
riflesso della sua vita, nonché la luce della grazia che già tante volte abbiamo ricevuto, e che Dio ci
riserva per tutti i giorni e per l’ultimo giorno.
Fratelli e Sorelle! Mentre dedichiamo questa nuova chiesa, possiamo porci la domanda che travagliava
il re Salomone, quando stava consacrando come abitazione di Dio il tempio di Gerusalemme: "Ma è
proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno
questa casa che io ho costruita!" (1 Re 8, 27). Sì, a prima vista, legare determinati "spazi" alla presenza
di Dio potrebbe sembrare inopportuno. Tuttavia bisogna ricordare che il tempo e lo spazio
appartengono interamente a Dio. Anche se il tempo e tutto il mondo possono considerarsi il suo
"tempio", tuttavia ci sono tempi e luoghi che Dio sceglie, affinché in essi gli uomini sperimentino in modo
speciale la sua presenza e la sua grazia. E la gente, spinta dal senso della fede, viene in questi luoghi,
sicura di porsi veramente davanti a Dio presente in essi.
Con questo stesso spirito di fede sono giunto a Łagiewniki per dedicare questo nuovo tempio, convinto
che esso sia un luogo speciale scelto da Dio per spargere la grazia della sua misericordia. Prego
affinché questa chiesa sia sempre un luogo di annuncio del messaggio sull’amore misericordioso di
Dio; un luogo di conversione e di penitenza; un luogo di celebrazione dell’Eucaristia, fonte della
misericordia; un luogo di preghiera e di assidua implorazione della misericordia per noi e per il mondo.
Prego con le parole di Salomone: "Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica. Signore mio
Dio; ascolta il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza dinanzi a te! Siano aperti i tuoi occhi notte
e giorno verso questa casa... Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo. Ascolta la
supplica del tuo servo e di Israele tuo popolo, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali dal luogo
della tua dimora, nel cielo; ascolta e perdona!" (1 Re 8, 28-30).
"È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità; perché il
Padre cerca tali adoratori" (Gv 4, 23). Quando leggiamo queste parole del Signore Gesù nel Santuario
della Divina Misericordia, ci rendiamo conto in modo tutto particolare che non ci si può presentare qui se
non in Spirito e verità. È lo Spirito Santo, Consolatore e Spirito di Verità, che ci conduce sulle vie della
Divina Misericordia. Egli, convincendo il mondo "quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio" (Gv 16,
8), nello stesso tempo rivela la pienezza della salvezza in Cristo. Questo convincere quanto al peccato
avviene in una duplice relazione alla Croce di Cristo. Da una parte lo Spirito Santo ci permette,
mediante la Croce di Cristo, di riconoscere il peccato, ogni peccato, nell’intera dimensione del male,
che in sé contiene e nasconde. Dall’altra lo Spirito Santo ci permette, sempre mediante la Croce di
Cristo, di vedere il peccato alla luce del mysterium pietatis, cioè dell’amore misericordioso e indulgente
di Dio (cfr Dominum et vivificantem, 32).
E così il "convincere quanto al peccato" diventa al tempo stesso un convincere che il peccato può
essere rimesso e l’uomo può di nuovo corrispondere alla dignità di figlio prediletto di Dio. La Croce,
infatti, "è il più profondo chinarsi della Divinità sull’uomo [ÿ]. La Croce è come un tocco dell’eterno
amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo" (Dives in misericordia, 8). Questa
verità verrà sempre ricordata dalla pietra angolare di questo Santuario, prelevata dal monte Calvario, in
un certo modo dal di sotto della Croce sulla quale Gesù Cristo ha vinto il peccato e la morte.
Credo fermamente che questo nuovo tempio rimarrà per sempre un luogo dove le persone si
presenteranno davanti a Dio in Spirito e verità. Verranno con la fiducia che assiste quanti umilmente
aprono il cuore all’azione misericordiosa di Dio, a quell’amore che anche il più grande peccato non può
sconfiggere. Qui, nel fuoco dell’amore divino, i cuori arderanno bramando la conversione, e chiunque
cerca la speranza troverà sollievo.
"Eterno Padre, Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del tuo dilettissimo Figlio e Nostro
Signore Gesù Cristo, per i peccati nostri e del mondo intero; per la Sua dolorosa Passione, abbi
misericordia di noi e del mondo intero" (Diario, 476 - ed. it. p. 193). Di noi e del mondo intero... Quanto
bisogno della misericordia di Dio ha il mondo di oggi! In tutti i continenti, dal profondo della sofferenza
umana, sembra alzarsi l’invocazione della misericordia. Dove dominano l’odio e la sete di vendetta,
dove la guerra porta il dolore e la morte degli innocenti occorre la grazia della misericordia a placare le
menti e i cuori, e a far scaturire la pace. Dove viene meno il rispetto per la vita e la dignità dell’uomo,
occorre l’amore misericordioso di Dio, alla cui luce si manifesta l’inesprimibile valore di ogni essere
umano. Occorre la misericordia per far sì che ogni ingiustizia nel mondo trovi il suo termine nello
splendore della verità.
Perciò oggi, in questo Santuario, voglio solennemente affidare il mondo alla Divina Misericordia. Lo
faccio con il desiderio ardente che il messaggio dell’amore misericordioso di Dio, qui proclamato
mediante Santa Faustina, giunga a tutti gli abitanti della terra e ne riempia i cuori di speranza. Tale
messaggio si diffonda da questo luogo nell'intera nostra amata Patria e nel mondo. Si compia la salda
promessa del Signore Gesù: da qui deve uscire "la scintilla che preparerà il mondo alla sua ultima
venuta" (cfr Diario, 1732 - ed. it. p. 568).
Bisogna accendere questa scintilla della grazia di Dio. Bisogna trasmettere al mondo questo fuoco
della misericordia. Nella misericordia di Dio il mondo troverà la pace, e l’uomo la felicità! Affido questo
compito a voi, carissimi Fratelli e Sorelle, alla Chiesa che è in Cracovia e in Polonia, e a tutti i devoti della
Divina Misericordia che qui giungeranno dalla Polonia e dal mondo intero. Siate testimoni della
misericordia!
Dio, Padre misericordioso,
che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,
e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,
Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.
ChinaTi su di noi peccatori,
risana la nostra debolezza,
sconfiggi ogni male,
fà che tutti gli abitanti della terra
sperimentino la tua misericordia,
affinché in Te, Dio Uno e Trino,
trovino sempre la fonte della speranza.
Eterno Padre,
per la dolorosa Passione e la Risurrezione del tuo Figlio,
abbi misericordia di noi e del mondo intero!
Amen.
Parole del Santo Padre prima della Benedizione:
Alla fine di questa solenne liturgia desidero dire che molti dei miei ricordi personali sono legati a questo
luogo. Venivo qui soprattutto durante l’occupazione nazista quando lavoravo nel vicino stabilimento
Solvay. Ancora oggi ricordo la via che porta da Borek Fałęcki a Dębniki. La percorrevo tutti i giorni
andando a lavorare in diversi turni, con le scarpe di legno ai piedi. Allora si portavano quelle. Come era
possibile immaginare che quell’uomo con gli zoccoli un giorno avrebbe consacrato la basilica della
Divina Misericordia a Łagiewniki di Cracovia?
Mi rallegro per la costruzione di questo bel tempio dedicato alla Misericordia Divina. Affido al Cardinale
Macharski e a tutta l’Arcidiocesi di Cracovia e alle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia la
cura materiale e soprattutto quella spirituale di questo santuario. Che questa collaborazione nell’opera
della diffusione del culto di Gesù Misericordioso dia frutti benedetti nei cuori dei fedeli in Polonia e in
tutto il mondo.
Dio Misericordioso benedica abbondantemente tutti i pellegrini che vengono e verranno qui in futuro.
Dal diario di Suor Faustina
Il Signore aveva scelto Suor Faustina come segretaria e apostola della Sua misericordia per trasmettere,
mediante lei, un grande messaggio al mondo.
Nell'Antico Testamento mandai al Mio popolo i profeti con i fulmini. Oggi mando te a tutta l'umanità con la Mia
misericordia. Non voglio punire l'umanità sofferente, ma desidero guarirla e stringerla al Mio Cuore
misericordioso.
Gesù ha affidato a questa religiosa semplice, senza istruzione, ma forte e infinitamente fiduciosa in Dio, una
grande missione: il messaggio della Divina Misericordia rivolto al mondo intero.
Sei la segretaria della Mia misericordia: ti ho scelta per questo incarico in questa vita e in quella futura…per
far conoscere alle anime la grande misericordia che ho per loro ed esortarle alla fiducia nell'abisso della Mia
misericordia.
La missione di Santa Faustina consiste nel ricordare una verità di fede da sempre conosciuta, ma
dimenticata, riguardante l'amore misericordioso di Dio per l'uomo
Sappi, figlia Mia, che fra Me e te c'è un abisso incolmabile, che separa il Creatore dalla creatura, ma questo
abisso viene livellato dalla Mia Misericordia.
T'innalzo fino a Me, non perché abbia bisogno di te, ma unicamente per la Mia Misericordia ti dono la grazia di
unione. Dì alle anime che non pongano ostacoli nel proprio cuore alla Mia Misericordia, la quale ha un grande
desiderio di operare in esse.
La Mia Misericordia agisce in tutti i cuori che le aprono la porta; sia il peccatore che il giusto hanno
bisogno della Mia Misericordia. La conversione e la perseveranza sono grazie della Mia Misericordia. Le
grazie della Mia Misericordia si attingono con un solo recipiente e questo è la fiducia.
Più un'anima ha fiducia, più ottiene. Sono di grande conforto per Me le anime che hanno una fiducia illimitata,
e su tali anime riverso tutti i tesori delle Mie grazie. Sono contento quando chiedono molto, poiché è Mio
desiderio dare molto anzi moltissimo. Mi rattrista invece se le anime chiedono poco, comprimendo i desideri
dei loro cuori.
Scrivi: sono tre volte santo ed ho orrore del più piccolo peccato.
Non posso amare un'anima macchiata dal peccato, ma quando si pente, la Mia generosità non ha limiti verso
di lei. La Mia Misericordia l'abbraccia e la perdona. Con la Mia Misericordia inseguo i peccatori su tutte le loro
strade ed il Mio Cuore gioisce quando essi ritornano da Me. Dimentico le amarezze con le quali hanno
abbeverato il Mio Cuore e sono lieto per il loro ritorno.
Dì ai peccatori che nessuno sfuggirà alle Mie mani.
Se fuggono davanti al Mio Cuore misericordioso, cadranno nelle mani della Mia giustizia. Dì ai peccatori
che li attendo sempre, sto in ascolto del battito del loro cuore per sapere quando batterà per Me. Scrivi
che parlo loro con i rimorsi di coscienza, con gli insuccessi e le sofferenze, con le tempeste ed i fulmini; parlo
con la voce della Chiesa, e, se rendono vane tutte le Mie grazie, comincio ad adirarMi contro di essi,
abbandonandoli a se stessi e dò loro quello che desiderano.
- Gesù: «Anima peccatrice, non aver paura del tuo Salvatore. Io per primo Mi avvicino a te, poiché so
che tu da sola non sei capace di innalzarti fino a Me. Non fuggire, figliola, dal Padre tuo. Cerca di
parlare a tu per tu col tuo Dio misericordioso, che desidera dirti parole di perdono e colmarti delle Sue
grazie. Oh, quanto Mi è cara la tua anima! Ti tengo scritta sulle Mie mani. Sei rimasta incisa nella ferita
profonda del Mio Cuore».
- l'anima: “Signore, sento la Tua voce che m'invita ad abbandonare la cattiva strada, ma non ho né la forza né
il coraggio”.
- Gesù: «Sono Io la tua forza. Io ti darò la forza per la lotta».
- l'anima: “Signore, conosco la Tua santità, ed ho paura di Te”.
- Gesù: «Perché hai paura, figlia Mia, del Dio della Misericordia? La Mia Santità non M'impedisce di
essere misericordioso con te. Guarda, o anima, che per te ho istituito un trono di Misericordia sulla
terra, e questo trono è il tabernacolo e da questo trono di Misericordia desidero scendere nel tuo
cuore. Guarda, non Mi sono circondato né da un seguito né da guardie, puoi venire da Me in ogni
momento, in ogni ora del giorno voglio parlare con te e desidero elargirti le Mie grazie».
- l'anima: “Signore, ho paura che non mi possa perdonare un così gran numero di peccati, la mia miseria mi
riempie di terrore”.
- Gesù: «La Mia Misericordia è più grande delle tue miserie e di quelle del mondo intero. Chi ha
misurato la Mia bontà? Per te sono disceso dal cielo in terra, per te Mi sono lasciato mettere in croce,
per te ho permesso che venisse aperto con la lancia il Mio Sacratissimo Cuore ed ho aperto per te una
sorgente di Misericordia. Vieni ed attingi le grazie da questa sorgente con il recipiente della fiducia.
Non respingerò mai un cuore che si umilia; la tua miseria verrà sprofondata nell'abisso della Mia
Misericordia. Perché mai dovresti litigare con Me sulla tua miseria? Fammi il piacere, dammi tutte le
tue pene e tutta la tua miseria ed io ti colmerò con i tesori delle mie grazie».
- l'anima: «Hai vinto, Signore, con la Tua bontà il mio cuore di pietra. Ecco che m'avvicino con fiducia ed
umiltà al tribunale della Tua Misericordia, assolvimi Tu stesso per mano del Tuo rappresentante. O Signore,
sento che è discesa la grazia e la pace nella mia povera anima. Sento che la Tua Misericordia, Signore, è
penetrata in me da parte a parte.
Mi hai perdonato più di quanto io osassi sperare, più di quanto fossi in grado di immaginare. La tua bontà ha
superato ogni mio desiderio. Ed ora T'invito nel mio cuore presa da gratitudine per tante grazie. Ho sbagliato
come il figliol prodigo andando fuori strada, ma Tu non hai cessato di essermi Padre. Moltiplica con me la Tua
Misericordia, poiché vedi quanto sono debole».
- Gesù: «Figlia, non parlare più della tua miseria, perché io non la ricordo più. Ascolta, figlia Mia,
quello che desidero dirti: stringiti alle Mie ferite ed attingi dalla Sorgente della Vita tutto ciò che il tuo
cuore può desiderare. Bevi a piene labbra alla Sorgente della Vita e non verrai meno durante il
viaggio. Fissa lo sguardo allo splendore della Mia Misericordia e non temere i nemici della tua
salvezza. Glorifica la Mia Misericordia».
- Gesù: «Anima immersa nelle tenebre, non ti disperare, non è ancora perduto tutto. Parla col tuo Dio,
che è l'amore e la Misericordia in persona».
Ma purtroppo l'anima rimane sorda al richiamo di Dio e s'immerge in tenebre ancora maggiori.
- Gesù la chiama di nuovo: «Anima, ascolta la voce di tuo Padre misericordioso».
Nell'anima si sta preparando una risposta: “Per me non c'è più Misericordia”. Ed essa precipita in tenebre
sempre più fitte, in una specie di disperazione che le fa pregustare in certo modo l'inferno e la rende
completamente incapace di avvicinarsi a Dio.
Gesù per la terza volta parla all'anima, ma l'anima è sorda e cieca, incomincia a consolidarsi nell'ostinazione
e nella disperazione. Allora incominciano in certo qual modo a sforzarsi le viscere della Misericordia di Dio e,
senza alcuna cooperazione da parte dell'anima, Iddio le dà l'ultima grazia. Se la disprezza, Iddio la lascia
ormai nello stato in cui essa stessa vuole stare per l'eternità. Questa grazia scaturisce dal Cuore
misericordioso di Gesù e colpisce l'anima con la sua luce e l'anima incomincia a comprendere lo sforzo di
Dio, ma la conversione dipende da lei.
Essa sa che quella grazia è l'ultima per lei e se mostra un piccolo cenno di buona volontà - anche il più piccolo
- la Misericordia di Dio farà il resto. - «Qui agisce l'onnipotenza della Mia Misericordia; felice l'anima che
approfitta di quella grazia».
- Gesù: «Che grande gioia riempie il Mio cuore quando ritorni da Me. Vedo che sei molto debole,
perciò ti prendo fra le Mie braccia e ti porto nella casa del Padre Mio».
- l'anima, come se si risvegliasse: “È mai possibile che ci sia ancora Misericordia per me?” domanda piena di
spavento.
- Gesù: «Proprio tu, bambina Mia, hai il diritto esclusivo alla Mia Misericordia. Permetti alla Mia
Misericordia di operare in te, nella tua povera anima, fa' entrare nell'anima i raggi della grazia, essi vi
porteranno luce, calore e vita».
- l'anima: “Però al solo ricordo dei miei peccati sono presa dalla paura e questa paura tremenda mi spinge a
dubitare della Tua bontà”.
- Gesù: «Sappi, o anima, che tutti i tuoi peccati non Mi hanno ferito così dolorosamente il cuore come
la tua attuale sfiducia. Dopo tanti sforzi del Mio amore e della Mia Misericordia, non ti fidi della Mia
bontà».
- l'anima: “O Signore, salvami Tu, altrimenti perisco. Sii il mio Salvatore. O Signore, non sono capace di dire
altro, il mio povero cuore è a pezzi, ma Tu, Signore...”.
Gesù non permette all'anima di terminare la frase, ma la solleva da terra, dall'abisso della sua miseria e in un
attimo l'introduce nella dimora del proprio Cuore, mentre tutti i peccati sono scomparsi in un batter d'occhio,
un fuoco d'amore li ha distrutti. «Eccoti, o anima, tutti i tesori del Mio Cuore, prendi tutto quello che ti
serve».
- l'anima: “O Signore, mi sento inondata dalla tua grazia, sento che è entrata in me una vita nuova, ma
soprattutto sento il Tuo amore nel mio cuore; questo mi basta. O Signore, glorificherò l'onnipotenza della Tua
Misericordia per tutta l'eternità. Incoraggiata dalla Tua bontà, Ti esprimerò tutto il dolore del mio cuore”.
- Gesù: «Dì tutto, bambina Mia, senza alcuna riserva, poiché ti ascolta un Cuore che ti ama, il Cuore
del tuo migliore amico».
- l'anima: “Signore, ora vedo tutta la mia ingratitudine e la Tua bontà. Tu m'inseguivi con la Tua grazia e io
rendevo vani tutti i Tuoi sforzi; vedo che mi spettava il fondo stesso dell'inferno per aver sperperato le tue
grazie”.
Gesù interrompe le parole dell'anima e dice: «Non rivangare la tua miseria, sei troppo debole per
parlare, guarda piuttosto il Mio Cuore pieno di bontà, assorbi i Miei sentimenti e procura di acquistare
la mitezza e l'umiltà. Sii misericordiosa con gli altri, come Io lo sono con te e quando ti accorgi che le
tue forze diventano deboli, vieni alla sorgente della Misericordia e rafforza la tua anima e non verrai
meno lungo il tuo cammino».
- l'anima: “Ormai comprendo la Tua Misericordia, che mi ripara come una nube luminosa e mi conduce alla
casa del Padre mio, salvandomi dall'orribile inferno che avrei meritato non una, ma mille volte. O Signore,
non sarà sufficiente per me l'eternità, per esaltare degnamente la Tua sconfinata Misericordia e la
compassione che hai avuto per me”.
MESSA ESEQUIALE PER IL DEFUNTO
ROMANO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
OMELIA DELL'EM.MO
CARD. JOSEPH RATZINGER
Piazza San Pietro
Venerdì, 8 aprile 2005
"Seguimi" dice il Signore risorto a Pietro, come sua ultima parola a questo discepolo, scelto per pascere
le sue pecore. "Seguimi" – questa parola lapidaria di Cristo può essere considerata la chiave per
comprendere il messaggio che viene dalla vita del nostro compianto ed amato Papa Giovanni Paolo II,
le cui spoglie deponiamo oggi nella terra come seme di immortalità – il cuore pieno di tristezza, ma
anche di gioiosa speranza e di profonda gratitudine.
Questi sono i sentimenti del nostro animo, Fratelli e Sorelle in Cristo, presenti in Piazza S. Pietro, nelle
strade adiacenti e in diversi altri luoghi della città di Roma, popolata in questi giorni da un’immensa folla
silenziosa ed orante. Tutti saluto cordialmente. A nome anche del Collegio dei Cardinali desidero
rivolgere il mio deferente pensiero ai Capi di Stato, di Governo e alle delegazioni dei vari Paesi. Saluto
le Autorità e i Rappresentanti delle Chiese e Comunità cristiane, come pure delle diverse religioni.
Saluto poi gli Arcivescovi, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i fedeli tutti giunti da ogni
Continente; in modo speciale i giovani, che Giovanni Paolo II amava definire futuro e speranza della
Chiesa. Il mio saluto raggiunge, inoltre, quanti in ogni parte del mondo sono a noi uniti attraverso la
radio e la televisione in questa corale partecipazione al solenne rito di commiato dall’amato Pontefice.
Seguimi – da giovane studente Karol Wojtyła era entusiasta della letteratura, del teatro, della poesia.
Lavorando in una fabbrica chimica, circondato e minacciato dal terrore nazista, ha sentito la voce del
Signore: Seguimi! In questo contesto molto particolare cominciò a leggere libri di filosofia e di teologia,
entrò poi nel seminario clandestino creato dal Cardinale Sapieha e dopo la guerra poté completare i
suoi studi nella facoltà teologica dell’Università Jaghellonica di Cracovia. Tante volte nelle sue lettere ai
sacerdoti e nei suoi libri autobiografici ci ha parlato del suo sacerdozio, al quale fu ordinato il 1°
novembre 1946. In questi testi interpreta il suo sacerdozio in particolare a partire da tre parole del
Signore. Innanzitutto questa: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché
andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga" (Gv 15, 16). La seconda parola è: "Il buon pastore offre
la vita per le pecore" (Gv 10, 11). E finalmente: "Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi.
Rimanete nel mio amore" (Gv 15, 9). In queste tre parole vediamo tutta l’anima del nostro Santo Padre.
E’ realmente andato ovunque ed instancabilmente per portare frutto, un frutto che rimane. "Alzatevi,
andiamo!", è il titolo del suo penultimo libro. "Alzatevi, andiamo!" – con queste parole ci ha risvegliato da
una fede stanca, dal sonno dei discepoli di ieri e di oggi. "Alzatevi, andiamo!" dice anche oggi a noi. Il
Santo Padre è stato poi sacerdote fino in fondo, perché ha offerto la sua vita a Dio per le sue pecore e
per l’intera famiglia umana, in una donazione quotidiana al servizio della Chiesa e soprattutto nelle
difficili prove degli ultimi mesi. Così è diventato una sola cosa con Cristo, il buon pastore che ama le sue
pecore. E infine "rimanete nel mio amore": Il Papa che ha cercato l’incontro con tutti, che ha avuto una
capacità di perdono e di apertura del cuore per tutti, ci dice, anche oggi, con queste parole del Signore:
Dimorando nell’amore di Cristo impariamo, alla scuola di Cristo, l’arte del vero amore.
Seguimi! Nel luglio 1958 comincia per il giovane sacerdote Karol Wojtyła una nuova tappa nel cammino
con il Signore e dietro il Signore. Karol si era recato come di solito con un gruppo di giovani appassionati
di canoa ai laghi Masuri per una vacanza da vivere insieme. Ma portava con sé una lettera che lo
invitava a presentarsi al Primate di Polonia, Cardinale Wyszyński e poteva indovinare lo scopo
dell’incontro: la sua nomina a Vescovo ausiliare di Cracovia. Lasciare l’insegnamento accademico,
lasciare questa stimolante comunione con i giovani, lasciare il grande agone intellettuale per
conoscere ed interpretare il mistero della creatura uomo, per rendere presente nel mondo di oggi
l’interpretazione cristiana del nostro essere – tutto ciò doveva apparirgli come un perdere se stesso,
perdere proprio quanto era divenuto l’identità umana di questo giovane sacerdote. Seguimi – Karol
Wojtyła accettò, sentendo nella chiamata della Chiesa la voce di Cristo. E si è poi reso conto di come è
vera la parola del Signore: "Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la
salverà" (Lc 17, 33). Il nostro Papa – lo sappiamo tutti – non ha mai voluto salvare la propria vita, tenerla
per sé; ha voluto dare se stesso senza riserve, fino all’ultimo momento, per Cristo e così anche per noi.
Proprio in tal modo ha potuto sperimentare come tutto quanto aveva consegnato nelle mani del Signore
è ritornato in modo nuovo: l’amore alla parola, alla poesia, alle lettere fu una parte essenziale della sua
missione pastorale e ha dato nuova freschezza, nuova attualità, nuova attrazione all’annuncio del
Vangelo, proprio anche quando esso è segno di contraddizione.
Seguimi! Nell’ottobre 1978 il Cardinale Wojtyła ode di nuovo la voce del Signore. Si rinnova il dialogo
con Pietro riportato nel Vangelo di questa celebrazione: "Simone di Giovanni, mi ami? Pasci le mie
pecorelle!" Alla domanda del Signore: Karol mi ami?, l’Arcivescovo di Cracovia rispose dal profondo del
suo cuore: "Signore, tu sai tutto: Tu sai che ti amo". L’amore di Cristo fu la forza dominante nel nostro
amato Santo Padre; chi lo ha visto pregare, chi lo ha sentito predicare, lo sa. E così, grazie a questo
profondo radicamento in Cristo ha potuto portare un peso, che va oltre le forze puramente umane:
Essere pastore del gregge di Cristo, della sua Chiesa universale. Non è qui il momento di parlare dei
singoli contenuti di questo Pontificato così ricco. Vorrei solo leggere due passi della liturgia di oggi, nei
quali appaiono elementi centrali del suo annuncio. Nella prima lettura dice San Pietro - e dice il Papa
con San Pietro - a noi: "In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo
teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Questa è la parola che egli
ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è
Signore di tutti" (Atti 10, 34-36). E, nella seconda lettura, San Paolo - e con San Paolo il nostro Papa
defunto – ci esorta ad alta voce: "Fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona,
rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi" (Fil 4, 1).
Seguimi! Insieme al mandato di pascere il suo gregge, Cristo annunciò a Pietro il suo martirio. Con
questa parola conclusiva e riassuntiva del dialogo sull’amore e sul mandato di pastore universale, il
Signore richiama un altro dialogo, tenuto nel contesto dell’ultima cena. Qui Gesù aveva detto: "Dove
vado io voi non potete venire". Disse Pietro: "Signore, dove vai?". Gli rispose Gesù: "Dove io vado per
ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi" (Gv 13, 33.36). Gesù dalla cena va alla croce, va alla
risurrezione – entra nel mistero pasquale; Pietro ancora non lo può seguire. Adesso – dopo la
risurrezione – è venuto questo momento, questo "più tardi". Pascendo il gregge di Cristo, Pietro entra
nel mistero pasquale, va verso la croce e la risurrezione. Il Signore lo dice con queste parole, "…
quando eri più giovane... andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti
cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi" (Gv 21, 18). Nel primo periodo del suo pontificato il Santo
Padre, ancora giovane e pieno di forze, sotto la guida di Cristo andava fino ai confini del mondo. Ma poi
sempre più è entrato nella comunione delle sofferenze di Cristo, sempre più ha compreso la verità delle
parole: "Un altro ti cingerà…". E proprio in questa comunione col Signore sofferente ha
instancabilmente e con rinnovata intensità annunciato il Vangelo, il mistero dell’amore che va fino alla
fine (cf Gv 13, 1).
Egli ha interpretato per noi il mistero pasquale come mistero della divina misericordia. Scrive nel suo
ultimo libro: Il limite imposto al male "è in definitiva la divina misericordia" ("Memoria e identità", pag.
70). E riflettendo sull’attentato dice: "Cristo, soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla
sofferenza; l’ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo ordine: quello dell’amore…E’ la
sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell’amore e trae anche dal peccato una
multiforme fioritura di bene" (pag. 199). Animato da questa visione, il Papa ha sofferto ed amato in
comunione con Cristo e perciò il messaggio della sua sofferenza e del suo silenzio è stato così
eloquente e fecondo.
Divina Misericordia: Il Santo Padre ha trovato il riflesso più puro della misericordia di Dio nella Madre di
Dio. Lui, che aveva perso in tenera età la mamma, tanto più ha amato la Madre divina. Ha sentito le
parole del Signore crocifisso come dette proprio a lui personalmente: "Ecco tua madre!". Ed ha fatto
come il discepolo prediletto: l’ha accolta nell’intimo del suo essere (eis ta idia: Gv 19, 27) – Totus tuus. E
dalla madre ha imparato a conformarsi a Cristo.
Per tutti noi rimane indimenticabile come in questa ultima domenica di Pasqua della sua vita, il Santo
Padre, segnato dalla sofferenza, si è affacciato ancora una volta alla finestra del Palazzo Apostolico ed
un’ultima volta ha dato la benedizione "Urbi et orbi". Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa
sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice. Sì, ci benedica, Santo Padre. Noi
affidiamo la tua cara anima alla Madre di Dio, tua Madre, che ti ha guidato ogni giorno e ti guiderà
adesso alla gloria eterna del Suo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
La presenza di Maria
Il santuario di Czestochowa
LA MADONNA NERA IN POLONIA
Da 600 anni il monastero dei padri Paulini, a Czestochowa, dove si trova il quadro
della Madonna nera, è un luogo di pellegrinaggio.L’immagine originale era un’icona
bizantina del 500, che si trovava a Costantinopoli. La leggenda narra che: il quadro
era stato distrutto durante la conquista di Costantinopoli dai Turchi nel 1433. Sono
rimaste tante coppie di cui una è su “Jasna Gòra”. Un’altra, chiamata “Salus populi
romani” si trova nella cappella Paulina della basilica romana Santa Maria
Maggiore.Nel 1384 il principe Wladyslaw Opolczyk ha regalato una delle coppie al
monastero che nel 1430 è stato derubato e il quadro della Madonna è stato tagliato
con la spada sul viso dell’immagine.I padri Paulini hanno portato il quadro a Cracovia
dove i pittori del re Wladyslaw Jagiello l’hanno ristrutturato.Comunque questo era
realizzato in uno stile proprio del 500.Dal 700 il quadro era, di solito, coperto con
diversi abiti preziosi. Nel 1810 Papa Pius X ha regalato, alla Madonna e al suo
bambino due corone d’oro. La Madonna nera è il tesoro più grande del monastero
non solo per la cultura
polacca ma anche
nell’arte e per la storia.
All’inizio del 700 il
monastero è stato
cambiato in struttura
militare. Da oggi è un
esempio di palazzo
costruito in una fortezza
militare. Nel 1655 il
monastero era stato
invaso dagli Svedesi.
La protezione di “Jasna
Gòra” e la vittoria dei
polacchi è diventata un
simbolo, un miracolo
della Madonna. Dopo
questo avvenimento, il
re Jan Kazimierz affidò
il suo paese nelle mani
della Madonna e la
incoronò regina della
Polonia.Da oggi “Jasna
Gòra” è un luogo in cui il
popolo polacco prega
chiedendo aiuto nei
momenti difficili e in cui
si celebrano anche
manifestazioni
politiche.
GIOVANNI PAOLO II e MARIA:
primo tentativo di capire una presenza
Presentazione del volume Totus Tuus.
Il magistero mariano negli scritti di Giovanni Paolo II
Istituto Veritatis Splendor, 14 giugno 2005
La presenza di Maria nel pontificato di Giovanni Paolo II può essere considerata da due punti di vista. Il
primo più oggettivo e formale consiste nella considerazione dei contenuti del suo magistero
mariologico. È l’approccio propriamente teologico che tiene conto di tutti i criteri interpretativi dei testi
del magistero pontificio. Il secondo punto di vista è più soggettivo ed esistenziale. Esso considera la
presenza mariana nella biografia spirituale di K. Woitila-Giovanni Paolo II. Presenza che non si riduce
alla sua personale devozione mariana, ben nota a tutta la Chiesa, ma denota la collocazione che Maria
ebbe nell’itinerarium mentis in Deum che fu proprio di K. Woitila-Giovanni Paolo II.
Questa sera avremo due apporti, dopo questa mia breve riflessione, che si muoveranno
rispettivamente il primo dentro alla riflessione teologica, il secondo nella considerazione più soggettivaesistenziale.
Da parte mia vorrei pormi alle … spalle di ambedue gli approcci: nel punto da cui si dipartono. Individuo
e colloco questo punto di partenza nella risposta alla seguente domanda: come e perché la figura di
Maria entra nella vita interiore di K. Woitila-Giovanni Paolo II?
La risposta a questa domanda è difficile perché è difficile la risposta ad una domanda ancora più
profonda, da cui dipende: quale è la chiave interpretativa radicale della biografia spirituale di K. WoitilaGiovanni Paolo II? Proverò dunque ad abbozzare un cammino di questo genere, distribuendo questa
mia breve riflessione in due punti. Nel primo tenterò una risposta alla seconda domanda; nel secondo
cercherò di rispondere alla prima.
1. Giovanni Paolo II ha intitolato uno dei suoi scritti autobiografici nel modo seguente: "Alziamoci ed
andiamo".
Queste sono le parole che Gesù, secondo l’evangelista Matteo, rivolge agli apostoli addormentati nel
Getzemani, nel momento in cui Cristo, dopo una lotta interiore che lo porta fino a sudare sangue, entra
nella sua passione redentrice dell'uomo [cfr. Mt 26,46]. Gli apostoli, anche Pietro, si erano
addormentati. Predicando gli Esercizi Spirituali a Paolo VI, il card. K. Woitila aveva detto [citando quasi
alla lettera Pascal]: "la preghiera nell’Orto degli ulivi continua" e quindi aveva esortato il successore di
Pietro ad essere con Cristo, col Cristo "Redemptor hominis", nella sua passione per ri-creare l’uomo
distrutto dal peccato. Non bisogna dormire; Pietro deve alzarsi ed andare con Cristo nel momento in cui
Egli introduce il mistero della Redenzione nel mistero della Creazione e dice: "ecco io faccio nuove tutte
le cose".
Nel dramma "Raggi di paternità", K. Woitila scriveva: "o umanità, che puoi essere realizzata fino al tuo
limite più alto, o annientata fino a quello più basso! Quale distanza c’è fra questi due limiti? L’io e le
metamorfosi di tanti uomini. È questo che ho sempre davanti" [in Tutte le opere letterarie, Bompiani ed.,
Milano 2001, pag. 889]. Il dramma dell’uomo è "recitato" fra questi due limiti. Giovanni Paolo II non
vuole dormire. Vuole essere con Cristo vicino ad ogni uomo perché questi ritrovi se stesso nell’unico
luogo dove può trovarsi: in Cristo.
La chiave interpretativa unitaria
della biografia spirituale di Giovanni
Paolo II è dunque la seguente?
Collocarsi dentro all’atto redentivo
di Cristo per essere con Lui e in Lui
servo della redenzione dell’uomo?
Se così fosse, Giovanni Paolo II si
trova nella compagnia di tutti i
grandi mistici del XX secolo, il
secolo della vergogna e
dell’omicidio perché fu il secolo del
deicidio organizzato: Teresa del
Bambino Gesù, Gemma Galgani,
Silvano del Monte Athos, Padre Pio,
Teresa Benedetta Stein, Faustina.
Uomini e donne che hanno portato il
peso della miseria umana perché
hanno visto la misericordia di Dio:
chiamati a "dimorare nell’inferno
senza disperazione".
2. Ho cercato di abbozzare
un’interpretazione della biografia
spirituale di Giovanni Paolo II. È
dentro a quest’esperienza profonda
del mistero della Redenzione che la
presenza Dio Maria diventa
imprescindibile, direi inevitabile: "Maria è nella storia della salvezza fin dall’inizio e vi rimarrà fino alla
fine" [K. Woitila, Segno di contraddizione, Gribaudi ed., Milano 2001, pag. 191].
Esiste un legame misterioso ma reale fra la persona di Maria e le origini dell’uomo, perché proprio
all’origine del mistero della redenzione furono pronunciate in riferimento a Lei le parole riguardanti la
donna [cfr. Gen 3,15]. "Redemptoris mater" essa è invocata perché la libertà dell’uomo che cade, possa
risorgere: "succurre cadenti surgere qui curat populo". Maria è collocata nello spazio segnato dai due
limiti di cui parlava "Raggi di paternità". Il Redentore dell’uomo non ha voluto introdurre il mistero della
redenzione nel mistero della creazione senza la co-operazione della donna.
La vicinanza a Cristo è necessariamente vicinanza a Maria e la vicinanza a Maria introduce più
profondamente nel mistero della redenzione. Nel suo cammino verso l’uomo; nel suo camminare sulla
"via che è l’uomo", Giovanni Paolo II non poteva non essere con Maria, "Remptoris mater". Il suo
Testamento spirituale, sguardo retrospettivo sulla sua vita, è scandito dal "totus tuus": un’appartenenza
a Cristo per Mariam che genera un’appartenenza all’uomo, ad ogni uomo affidato sulla Croce alla
maternità di Maria.
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Libretto - Figli della Luce