ISSN 0031-3130
PERIODICO DELLA RESISTENZA
E DEGLI EX COMBATTENTI
7
ANNO LIX
18 LUGLIO 2010
3,00
Poste Italiane spa - Spedizione in a.p.
D.L. 353/03 (conv. L. 46/04)
art. 1, comma 2, DCB - Filiale di Roma
patria indipendente l 28 gennaio 2005 l 1
Sommario
3
l Il punto, di Wladimiro Settimelli
5
l Lettere al direttore
ATTUALITÀ DELLA RESISTENZA
Editore
Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
(A.N.P.I.)
Sede legale
Via degli Scipioni, 271 - 00192 Roma
7
di Andrea Liparoto
9
Collaborano:
Fulvia Alidori - Mirella Alloisio - Ivano Artioli Gemma Bigi - Elena Bono - Marco Cecchini Avio Clementi - Massimo Coltrinari - Serena
D’Arbela - Georges de Canino - Primo De
Lazzari - Daniele De Paolis - Filippo Giuffrida Sergio Giuntini - Enzo Guidotto - Orsetta
Innocenti - Andrea Liparoto - Stefano Lodigiani - Aladino Lombardi - Luciano Luciani Luca Madrignani - Natalia Marino - Ilio Muraca - Paolo Papotti - Guido Petter Antonella Rita Roscilli - Luca Sarzi Amadè Pietro Scagliusi - Leoncarlo Settimelli - Daniele Susini - Ivano Tajetti - Walkiria Terradura - Alfredo Terrone - Tiziano Tussi - Federico Vincenti
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Periodica Italiana
Questo numero è stato chiuso
il 16 luglio 2010
2 l patria indipendente l 18 luglio 2010
l Una mattina mi son svegliata...,
di Daniela Morozzi
Direttore responsabile
Wladimiro Settimelli
In redazione
Gabriella Cerulli, Adriana Coppari
l Una straordinaria mobilitazione del mondo della cultura.
Scrittori, attori, registi: “In nome della democrazia ci iscriviamo all’ANPI”,
LA FESTA
11
l Una cronaca in diretta sui giorni alla Mole di Ancona.
Girare, cercare, abbracciarsi tutti noi fratelli dell’ANPI,
di Ivano Tajetti
15 l Arrivati anche dal Belgio e dalla Germania.
I giovani dell’ANPI e l’antifascismo militante,
di Filippo Giuffrida
17 l Uno straordinario Forum sulle diverse esperienze.
Il museo della Resistenza tra evocazione e partecipazione,
di Fulvia Alidori
20 l Un incontro sulla memoria e il dovere di rispettare i fatti.
Attenzione alla “controstoria” per falsificare la verità,
di Daniele Susini
21 l Un intenso e appassionato dibattito.
La Costituzione: insegnare e fare “pedagogia civile”,
di Mattia Stella
23 l “Antifascismo, Democrazia: lavori in corso e prospettive”.
E le donne? Erano e sono sempre in prima fila,
di Monica Minnozzi
25 l Le testimonianze di chi c’era.
Raccontare, raccontare ancora, tutti seduti allo stesso tavolo,
di Paolo Papotti
L’ANPI E INTERNET
27 l La lettera di commiato del fondatore del sito www.anpi.it
Dopo 10 anni Dario Venegoni lascia l’incarico di webmaster
STORIA
29 l Fu l’inizio dell’assalto alle tradizioni slovene della città.
90 anni fa i fascisti incendiarono a Trieste la “Narodni dom”,
di Milan Pahor
35 l Due animali che seguirono le sorti della Brigata “Camicia Rossa”.
Sì certo, “atipici”, ma partigiani. Il cavallo “Sauro” e il cane “Mondiale”
TELEVISIONE E SOCIETÀ
40 l Una vergogna nazionale della quale non si occupa nessuno.
Senza limiti lo sfruttamento dei bambini in televisione,
di Leo Donati
CINEMA
42 l Agorà: la sfida del pensiero contro l’oscurantismo,
di Serena D’Arbela
RUBRICHE
37 l Libri
I-XX l Cronache
l mare d’Ancona non c’entra proprio
nulla, ma è stato un bagno. Un bagno
che ha fatto bene al cuore, all’umore,
all’anima: al raziocinio e a quel tanto di ribellismo e di non sopportazione che si
muove dentro il cuore e sale facilmente alla bocca tra urla e improperi. Sto parlando
di noi, della nostra Festa nazionale e mi
trovo subito circondato da un mucchio di
pensieri che mi riappacificano con il mondo: c’è, eccome, una Italia migliore, una
Italia pulita e onesta, una Italia capace di
costruire, una Italia positiva, una Italia fatta di bella gente che si affanna nel fare quotidiano, senza cercare o pretendere nulla,
una Italia che ti abbraccia e ti giudica fratello, compagno, amico, un democratico,
un legalitario e un antifascista, solo per
averti visto girare, chiacchierare, guardare e
partecipare a dibattiti e incontri dentro la
Mole Vanvitelliana nei giorni della Festa
nazionale dell’ANPI. Era una Italia a volte
giovane e fresca, piena di curiosità, di speranze, di affetto e di rispetto. Altre volte,
era una Italia antica: quella che aveva sempre avuto una sola parola da dare e che si
era ritrovata ad avere il coraggio di salire in
montagna e crepare per la libertà se questo
era necessario. Magari lo aveva fatto dopo
aver camminato con sofferenza e dolore
nelle steppe russe coperte di neve o nella
sabbia dei deserti africani, dopo aver visto
morire amici e commilitoni per colpa delle
guerre fasciste.
Lo so, corro il rischio della retorica e del
populismo da quattro soldi. Ma non me ne
importa un bel nulla: lasciatemi parlare ancora di noi, della nostra festa e di quelli che
si incontravano nei meandri della Mole
Vanvitelliana. Gente semplice, brava che ne
ha viste di tutti i colori. E quelli che portavano pochi anni sulla schiena, bellissimi,
generosi, attivi e sempre di corsa. Saranno
in prima fila nelle grandi lotte del futuro,
saranno in prima fila nel difendere la Costituzione, la democrazia e la libertà. Ci possiamo contare, ne sono certo.
Sì, è vero, mi sono ritrovato anche con il
cuore in mano e senza essere in grado di
dire più una parola, io che sono chiacchierone di nascita. È stato quando un gentilissimo signore mi ha porto la mano e mormorato con la voce tremula e bassa come se
si sentisse in colpa: «Sono l’unico superstite della strage…». Non ho capito bene il
nome: forse la Benedicta, una di quelle di
Monte Sole o di un’altra parte d’Italia.
Ho voluto farlo subito sedere, ma non ci
sono riuscito. Abbiamo solo scambiato
quattro chiacchiere formali sull’oggi, sulla
I
politica, sul governo. Mi sono vergognato
di questa povera Italia. Certo che mi sono
vergognato. Lui seppe scegliere e ora aveva
il diritto di vivere in un mondo migliore, in
una Italia più bella e invece si ritrova a
combattere contro la “legge bavaglio” di
Berlusconi, contro un gruppo di trafficoni,
magari condannati per aver collaborato con
la mafia o per aver messo le mani sui soldi
pubblici. Si ritrova a combattere, insieme a
tutti noi, contro le prepotenze, contro i
ministri che mandano a picchiare i terremotati, contro i farabutti che vengono arrestati per bancarotta fraudolenta, dopo
aver fatto fallire una azienda e aver messo
sul lastrico migliaia di famiglie, contro i
bugiardi e gli ipocriti che contrattano posti governativi importanti nel corso di una
cena a casa di un giornalista viscido e ruffiano.
Lo ripeto: mi sono vergognato per questo
Paese diventato impresentabile e addormentato dalle televisioni, dalle “veline” e
dalle “velone”, dalle storie d’amore e di
fisco di un Briatore, dagli slogan imbecilli
del ministro del turismo signora Brambilla,
dalle decisioni “irrevocabili”e ridicole nei
confronti della cultura, dal non trattare con
le regioni e i comuni e dal mancato ascolto
dei militari, dei poliziotti e dei carabinieri
da parte dei vari ministri. A sinistra, intanto, si continua a litigare.
Potevo, io, a quel superstite di una strage
nazista, spiegare qualcosa di questa situazione vergognosa e aiutarlo a riconoscere il
Paese per il quale aveva combattuto riuscendo a rimanere vivo per caso? Non ci
sono riuscito. Ho solo farfugliato qualche
frase consolatoria. Lo avrò sicuramente deluso e me ne scuso. Lui aveva conosciuto
un’altra Italia e io soltanto questa: quella di
oggi. Posso solo immaginare la sua delusione e la sua tristezza. Ma è stato gentile e
non ne ha fatto parola. Poi l’ho visto uscire
verso un corridoio per visitare il resto della
Mole. Mi è parso di nuovo ombroso e
chiuso, ma forse era solo il mio senso di
colpa.
Nei giorni della Festa ho cercato di vedere
e di capire le tante persone di ogni regione
d’Italia che erano ad Ancona. Per questo
dico: ne valeva la pena. È stato, per tutti e
non solo per me, un salutare bagno di onestà e di limpidezza, di concretezza, di capacità e di fantasia politica, ma anche di fantasia senza altri aggettivi.
Se le feste nazionali dell’ANPI servissero
anche soltanto a questo (e cioè ad uno
straordinario abbraccio collettivo) sarebbe
un buon motivo per organizzarle.
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 3
Quasi dimenticavo di raccontarlo:
mentre ero seduto al bancone della nostra rivista, l’ANPI di Sassoferrato mi ha fatto avere la ristampa anastatica di un vecchio e prezioso libretto dal titolo: “Cuori
Partigiani”, scritto da Biagio Cristofaro un colto combattente per la
libertà, prima militare e poi salito
in montagna, curato, ora, da Alvaro Rossi, con una introduzione di
Ruggero Giacobini e una nota di
Angelo Verdini. Leggetelo, vi prego. Lo stile è quello retorico dell’epoca e il taglio è quello “antico”
dei classici, ma a suo modo è un
capolavoro della letteratura resistenziale. Le storie di Ughino il pastore, di Cardona il comandante,
del tenente Enzo, di Ferruccio e
del medico di paese ucciso dai fascisti perché aiutava i partigiani, sono davvero straordinarie e Cristofaro racconta ogni battaglia e la
storia di ogni morto, con grandissima umanità e passione civile. Si
sente ad ogni riga: quella era la
“sua gente”, la gente che amava e
stimava e con la quale aveva deciso
di lottare per la libertà.
* * *
E le critiche alla Festa di Ancona?
Potrebbero essere molte, moltissime. Intanto la partecipazione: c’erano molti meno partigiani e antifascisti che non a Casa Cervi per la
prima Festa. Inoltre, dentro la città, non era stato fatto abbastanza
per spiegare e pubblicizzare la manifestazione. Si poteva fare davvero molto di più e sarebbe stato anche bene. All’interno della Mole,
tutto è apparso dispersivo e rari i
cartelli di indicazione che annunciavano i diversi avvenimenti.
Troppi i dibattiti e gli incontri che,
alla fine, si accavallavano e davano
l’impressione di una scarsa partecipazione agli uni e agli altri. Assurda la mancanza di posti di ristoro,
bar e punti d’incontro collettivi e
la mancanza di un “nodo” centrale
della festa. Belle, bellissime alcune
delle mostre, ma piazzate lungo
corridoi e sale introvabili. Peccato,
peccato davvero. Mi fermo qui…
W.S.
ANPI: i nuovi iscritti e la Festa
Copertina e controcopertina di questo numero estivo sono dedicate a due
importanti avvenimenti che ci riguardano molto da vicino: la conferenza
stampa che si è tenuta nella sede nazionale dell’ANPI, a Roma, nel giugno
scorso e la seconda Festa nazionale dell’Associazione partigiani che si è
svolta, sempre nel giugno scorso, ad Ancona. Lo ripetiamo: paiono due
iniziative che riguardavano la nostra associazione, ma in realtà si è trattato
di avvenimenti che hanno investito tutto il Paese, in un momento difficile di
attacco alla democrazia e alla Costituzione.
La conferenza stampa era stata chiesta da donne e uomini di cultura,
associazioni e intellettuali, per aderire ufficialmente e pubblicamente
all’Associazione partigiani: un gesto di assoluta e totale lealtà, secondo gli
intervenuti, alla democrazia, alle istituzioni e alla Costituzione, con l’appoggio
diretto e immediato all’organizzazione di coloro che si batterono per una
Italia libera e unita e che la ottennero anche a costo della vita.
Alla conferenza stampa, affollatissima, erano presenti la scrittrice Dacia
Maraini, Concita De Gregorio, direttore de l’Unità, Moni Ovaia, Simona
Marchini, Giancarlo De Cataldo,
Beppe Sebaste, Fabrizio Gifuni, Marisa Ombra, registi, autori, attori di teatro
e di cinema e i nostri partigiani. Poi le adesioni: da Marco Paolini, a
Dario Fo e Lidia Ravera. Alla presidenza Armando Cossutta, vicepresidente
vicario dell’ANPI che ha parlato di occasione unica per unire gli italiani in una
battaglia collettiva. Nel montaggio di copertina, appunto, una veduta della
Presidenza e poi i vari personaggi al microfono, nel corso del loro intervento.
Nella controcopertina, una panoramica su una delle tante manifestazioni
della seconda Festa nazionale dell’ANPI che si è svolta ad Ancona all’interno
della Mole Vanvitelliana dal 24 al 27 giugno. È stata, come nel corso
della prima Festa, l’occasione di dibattiti, concerti, incontri, conferenze,
presentazioni di libri e di iniziative delle ANPI di tutta Italia. Sono stati migliaia
i partigiani, gli antifascisti e i democratici che hanno preso parte alla Festa
con passione e partecipazione. Tanti gli stand, le iniziative grandi e piccole,
i libri e le pubblicazioni esposte, le magliette messe in vendita e la
presentazione dei prodotti tipici di ogni regione d’Italia. Ampia e variegata
anche la partecipazione di moltissime organizzazioni della società civile.
Nessuno si è risparmiato perché la Festa riuscisse nel migliore dei modi.
4 l patria indipendente l 18 luglio 2010
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lettere
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Chi era il prigioniero
con la moto inglese?
Buongiorno.
Quella di cui scrivo è una battaglia persa in
partenza. E tuttavia, quali battaglie varrà la
pena combattere, se non proprio quelle perse in partenza? (che con quelle già vinte a
priori son capaci tutti). E allora racconto
questa storia, che è solo un inizio, una speranza di incipit, e il finale è imprendibile, per
ora, e di mistero.
Questi i fatti.
Firenze, primi di giugno 2010, dalle parti di
viale Redi. Un uomo di circa 90 anni racconta la sua storia. Militare durante la Seconda guerra mondiale, nel 1942 viene fatto
prigioniero dagli inglesi a Tobruk, sulla costa della Cirenaica (Libia orientale). Internato dapprima in un campo inglese in Kenia, è
successivamente trasferito in India, dove rimarrà per 4 anni. Dopo l’8 settembre gli
viene concesso (come ad altri prigionieri che
aderiscono all’armistizio badogliano) di
svolgere alcune mansioni di fiducia all’interno del campo di prigionia e nei dintorni.
Per gli spostamenti ha a disposizione una
Royal Enfield, antica marca motociclistica di
origini britanniche. La moto è una 350 militare a valvole laterali, e non perde mai un
colpo. L’uomo di Tobruk ricorda quegli anni lontani, e gli si velano gli occhi. Tornano
in mente volti, nomi, vite intere. E anche la
vecchia Royal Enfield a valvole laterali. Di
quelle motociclette, costruite ora in India,
avrebbe desiderio di vederne circolare ancora qualcuna su strada.
Alcuni appassionati delle Royal Enfield hanno notizia di questa storia, e vorrebbero rintracciare quell’uomo, che tanto ha visto e
tanto potrebbe raccontare, per realizzare il
suo piccolo sogno: raggiungerlo a Firenze e
salutarlo con il rombo che gli è stato così familiare durante una parte eccezionale della
sua vita. Gli indizi però sono pochissimi:
l’uomo potrebbe essere nato intorno agli
Anni 20 e risiedere attualmente a Firenze,
mentre il campo di prigionia in India potrebbe essere stato – ma è una supposizione
– quello di Yol ai confini con il Tibet, dove
furono internati 10.000 prigionieri italiani
catturati sui vari fronti e trattenuti dal 1941
al 1946 (ma esistevano anche altri campi di
prigionia, nel subcontinente).
Tra le storie poco conosciute di quei diecimila di Yol, c’era anche, ad esempio, quella
di Lido Saltamartini, anch’egli catturato a
Tobruk. Saltamartini era riuscito a costruire
una minuscola macchina fotografica di recupero utilizzando «una scatola metallica di sigarette Waltham’s, lo stagno ricavato da un
tubetto di dentifricio “McLeans”, l’unico di
stagno tra gli altri di piombo, la candela avu-
ta in prestito dal Cappellano con promessa
solenne di restituzione immediata al rientro
in Italia, il cannello ferruminatorio ricavato
da una scatola di salsicce di soia, una lente
minuta (4 mm)». I negativi (2.000, di cui
500 andati perduti) delle foto che hanno
documentato quegli anni di prigionia venivano nascosti dentro sigarette svuotate del
tabacco e dentro tubetti di dentifricio. Dopo
50 anni le foto sono poi state raccolte in un
libro dall’associazione benefica “10.000 in
Himalaya” fondata da Saltamartini in favore
dei bambini sordociechi.
Abbiamo scritto dell’anziano prigioniero a
distretti militari, ad associazioni di ex combattenti e prigionieri di guerra, al museo diffuso della Resistenza, a organi di stampa locali e nazionali, a istituzioni e amministrazioni.
Pochissime, per ora, le risposte. Tra quelle
giunte, la pronta mail di Matteo Renzi, giovane sindaco di Firenze, che cercherà di far
incrociare i pochi dati forniti con gli archivi
anagrafici della città. Certo, il campo di ricerca rimane vastissimo. Chi ci darà una mano? È una battaglia pacifica persa in partenza. Io ci leggo anche della poesia, anche se
nascosta tra i pistoni.
E sì, ho una Royal Enfield.
Grazie per l’attenzione e per l’eventuale aiuto. Saluti
(Flaviano - per e-mail)
Ancora sul 25 aprile
a Roma
Caro Direttore,
ho letto sul n. 5 di Patria, al quale sono abbonato da anni, e voglio esprimere il mio
apprezzamento per la tua lucida e seria
“consueta chiacchierata mensile”, perché
espone con chiarezza le ragioni che hanno
indotto l’ANPI di Roma ad invitare le Istituzioni locali alla celebrazione del 25 aprile
a Porta San Paolo, luogo simbolo della Resistenza, non solo romana.
Condivido quando tu affermi «mi stupisco
che qualcuno si meravigli che l’ANPI scelga
sempre le Istituzioni…» da sempre l’ANPI
di Roma (come le ANPI di tutta Italia) ricorda il 25 aprile con i rappresentanti delle
Istituzioni, le associazioni della Resistenza, i
perseguitati politici dal fascismo, i deportati nei campi di sterminio, gli internati militari nei campi di prigionia tedeschi, i familiari delle vittime delle stragi nazifasciste, i
partigiani della Brigata ebraica e con gli antifascisti, tutti.
Questo lungo elenco per ricordare a coloro
che hanno inscenato la “gazzarra” contro la
nuova Presidente della Regione Lazio che,
in piazza, erano presenti tutti gli appartenenti alle associazioni sopracitate, oltre a
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 5
migliaia di antifascisti, che in maniera civile e democratica hanno
espresso il proprio dissenso verso la
neo-Presidente del Lazio, con fischi
e slogan non violenti, consci di avere davanti a loro una persona che
non ha avuto remore ad associarsi
con i fascisti di “Casa Pound”, per
vincere le elezioni regionali.
La contestazione era prevedibile,
ma il lancio di oggetti vari, compreso un fumogeno proprio NO!
Gli autori di questi gesti (inconsciamente?) hanno reso un bel servizio
alla destra politica, cancellando uno
splendido 25 aprile in una piazza
gremita e un palco con 72 musicisti
e la grande Giovanna Marini, con le
sue canzoni impegnate.
In merito a chi dà lezioni di antifascismo, voglio ricordare che i Partigiani, quelli veri, hanno combattuto
contro il nazifascismo proprio perché l’Italia finalmente avesse delle
Istituzioni democratiche, dando anche la vita perché noi, oggi, potessimo stare liberamente in piazza a
Porta San Paolo, con partigiani, antifascisti e rappresentanti delle Istituzioni democratiche.
Quanto accaduto il 25 aprile deve
certamente far riflettere, perché,
purtroppo, oggi nel nostro Paese a
rappresentare le Istituzioni, ad ogni
livello, non ci sono solo persone a
noi gradite. È proprio per rispetto
verso i partigiani morti perché l’Italia fosse un Paese regolato da una
Costituzione, per tutti garanzia di
democrazia e libertà, che dobbiamo
accettare (con grande amarezza) la
presenza di persone sicuramente
sgradite. Questa è la Democrazia…
Tra le tante riflessioni da fare e che
faremo, (in rispetto di chi era in
piazza e che civilmente ha contestato) una riguarda chi ha deciso di
non votare mai e a prescindere, perché contrario a vivere con delle regole
o perché ritiene inutile votare, non
riconoscendosi nei partiti presenti
nelle liste elettorali, e rinunciando ad
uno dei primi diritti democratici… il
voto, assumendo un atteggiamento
di rifiuto… al pari del Presidente del
Consiglio che rifiuta la Costituzione
perché di impedimento a decidere a
suo piacimento, ritenendola, così
com’è, pertanto: obsoleta, “una palla di ferro” e inutile!
Dobbiamo intenderci, non si vogliono rappresentanti istituziona6 l patria indipendente l 18 luglio 2010
li perché sgraditi, però quando si
deve decidere i rappresentanti
istituzionali ad ogni livello, non
ci si reca a votare.
Anche chi non vota… permette
l’elezione degli “Alemanno e Polverini” del caso!
Per chiudere questa mia “chiacchierata” con te caro Direttore, voglio
solo ricordare che quanto accaduto
a Roma il 25 aprile, è stato vergognoso… perché tirare uova marce
contro il palco, che rappresenta i
partigiani, e colpire il comandante
partigiano della Brigata Garibaldi
Massimo Rendina e il compagno
Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma… sicuramente è stato
più vergognoso che vedere sul palco
rappresentanti delle Istituzioni a noi
non graditi!
(Ernesto Nassi - ANPI Roma)
Il 25 aprile
unico punto
di riferimento
Più il nostro Paese regredisce socialmente e culturalmente, più il 25
aprile diventa un punto di riferimento e di partenza per ogni premessa democratica.
Mai, anche nei momenti più oscuri
e pericolosi della Repubblica, è venuto meno il senso dell’unità e della solidarietà nazionale. E nessuno
avrebbe potuto, fino a qualche tempo fa, solo supporre lo stato di degrado in cui viviamo, allorché tra
egoismo di classe, cesarismo, populismo deteriore e fascismo televisivo
prevaricante, si deviano e si contaminano le coscienze, allontanandole
dalle regole tipiche della pratica democratica.
Nulla sembra, al momento, possa
essere fatto per arginare tale deriva.
Né sembra efficace l’azione svolta
dalla politica, anche da quella attualmente all’opposizione. La quale,
non in possesso di un progetto alternativo di risposta democratica, in
un’ansia di rimonta, si convince
sempre più di perseguire le pulsioni
più negative della destra al potere.
Dimenticando in particolare il Mezzogiorno d’Italia, i suoi problemi e
la loro soluzione in chiave decisamente nazionale.
È stato un amaro 25 aprile 2010,
senza prospettive e con un pauroso
ritorno all’indietro. Ciò dovrebbe
indurre più che mai uomini e donne
d’Italia a fermarsi un attimo ed a riflettere non poco su quello che siamo oggi nella gran parte, su quello
che eravamo ieri. E da dove proveniamo e dove vogliamo realmente
andare.
Eppure la risposta è a portata di
mano: veniamo tutti, vincitori e vinti, da quel 25 aprile 1945.
Le mosse di un Paese finalmente libero dalla dittatura, pacificato pur
se distrutto ed in ginocchio, unito
di nuovo dalle Alpi alla Sicilia, vengono da quella data. Da quelle speranze, dai troppi lutti, dal sangue
fraterno versato, dalla voglia irrefrenabile di ricostruire.
Mentre scrivo si apprende di pasti
negati nel ricco Nord a bambini indigenti. Si ha notizia di un sindaco
leghista, che vieta alla banda del
paese di suonare “Bella ciao”, trattandosi di una composizione musicale non istituzionale. Il tutto in nome di una formalità senza senso,
che nasconde vuoto interiore, estesa
faziosità, estraneità al significato
profondo del 25 aprile. Per arrivare
poi, il suddetto sindaco a “vietare il
divieto” e non essere in tal modo
sommerso dal senso del ridicolo.
Questo, perché, nella sostanza, si è
estranei al concetto di una storia comune ed all’idea stessa del bene comune, mentre si preferisce rintanarsi in un ridotto quasi disumano,
asfittico e strapaesano. Costoro non
possono amare il 25 aprile, ma non
possono impedire il nostro credo di
libertà.
Nonostante il dileggio e la rimozione costante da parte di ben individuabili raggruppamenti politici di
destra, riguardo alla ricorrenza della
Liberazione, essa incombe ammonitrice, con il suo straordinario peso
morale, sulla società italiana. Unica
cometa da seguire per un non più
rimandabile riscatto etico e morale.
Quindi, in questi momenti di dolore e di preoccupazione, chi ha a
cuore il bene della democrazia, scopre necessariamente di dover ancora
una volta essere “resistente”. Nel
senso di battersi con l’arma della parola e della memoria, con tanta voglia di futuro, oltre il buio di questi
giorni.
Ce la faremo. Viva il 25 aprile! Viva
la Costituzione Repubblicana! Viva
l’Italia unita e solidale!
(Lino D’Antonio - Napoli)
Attualità della Resistenza
Una straordinaria mobilitazione del mondo della cultura
Scrittori, attori, registi:
“In nome della democrazia ci iscriviamo all’ANPI”
S
di Andrea Liparoto
Una affollatissima
Conferenza stampa
nella sede centrale
a Roma.
“La Resistenza
non solo memoria
del passato
ma esercizio
del presente”.
Un appello raccolto
in tutta Italia
Il Vicepresidente Nazionale vicario Armando Cossutta con l’attore Fabrizio
Gifuni.
ono tanti, appassionati, preoccupati per la deriva antidemocratica in
corso nel Paese, indignati. Sono
professionisti della fantasia civile, una
fantasia che hanno deciso di mettere a
disposizione del Paese, iscrivendosi all’ANPI. Così decine e decine di artisti
hanno risposto all’input di Dacia Maraini e Concita De Gregorio sottoscrivendo
una sorta di atto di fede “laica” che è anche una forte assunzione di impegno per
il futuro: «MI ISCRIVO ALL’ANPI
PERCHE’ LA RESISTENZA NON SIA
SOLO MEMORIA DEL PASSATO MA
ESERCIZIO DEL PRESENTE».
Lo hanno fatto pubblicamente lunedì 21
giugno nel corso di una conferenza
stampa tenutasi a Roma nella sede nazionale dell’Associazione dei Partigiani. A
presiedere, oltre alla stesse Maraini e De
Gregorio, due vice presidenti nazionali
dell’ANPI: Armando Cossutta (Vicario)
e Marisa Ombra.
«Siamo qui perché sentiamo il dovere di
prendere posizione, occorre un forte atto
di volontà di difesa della Costituzione». A
esordire è Dacia Maraini che racconta
anche di quando durante una cena “di
lavoro” con la direttrice de l’Unità Con-
cita De Gregorio nacque l’idea appunto
di chiamare a raccolta gli artisti per sostenere i partigiani e gli antifascisti nella
loro battaglia per la democrazia.
Quei partigiani oggi pessimisti «perché
quella luce del futuro che vedevano più di
60 anni fa quando si batterono con le armi» – è la stessa De Gregorio a parlare –
«oggi non riescono minimamente ad intravederla». «Per questo vogliamo esserci,
per far passare il nostro messaggio nei luoghi mediatici dove fa fatica a passare, per
una battaglia di civiltà» – prosegue la
direttora de l’Unità – «perché è molto importante che il contenuto di senso delle parole sia traghettato da un tempo ad un
altro tempo».
Corrono in sala parole di profonda responsabilità, testimonianze d’impegno,
proposte operative, corrono analisi e
spunti di bella intelligenza e nobile sensibilità. Moni Ovadia la prende alta e forte: «Dobbiamo considerare la Resistenza
come un evento sacrale, che inaugura una
sacralità laica con dei testi fondamentali:
la Costituzione e i diritti universali dell’uomo. Ciò va al di là di destra e sinistra.
L’ANPI avrà un futuro se ci collochiamo
in una prospettiva transgenerazionale
ma soprattutto di valori che non possono essere negoziati perché appunto sacri ed eterni».
Quindi, una proposta
piena di costruttiva
suggestione: «Il prossimo 25 aprile non sia
fatto solo dei soliti discorsi: facciamolo iniziare la notte del 24
nelle case, nelle piazze
dove spezzeremo il pane della libertà. Poi si
proseguirà con le celebrazioni fino al Primo
Maggio, perché i diritti dei lavoratori sono
consustanziali alla Resistenza».
Il richiamo a scendere
in strada arriva anche
da Simona Marchini,
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 7
figlia e nipote di partigiani decorati: «Vengo
da lì, da quella coscienza civile. Invito tutti
ad impegnarsi nel territorio, con iniziative
concrete, ma insieme,
dobbiamo fare rete attiva per aiutare a far
rinascere la sensibilità
delle persone disorientate, degradate da
quello che vivono e vedono. Amici c’è da ricominciare da capo, occorre un vero e proprio
neoumanesimo». ParoParla il regista Giuliano Montaldo; alle sue spalle Moni Ovadia. Al tavolo della presidenza Dacia Maraini,
le che nascono da una
Armando Cossutta e Concita De Gregorio.
provata esperienza di
“militanza” sociale: «A
Roma, nel quartiere S. Basilio» – Cataldo – «è la mitopoiesi. Noi abNoi, che assistiamo da anni, in un
continua l’attrice – «ho fatto aprire
crescendo di impotenza e sconcerto,
biamo abbandonato i simboli, conuna scuola di musica con 450 bamalla trasformazione in leggi dello
siderando il Risorgimento una robini che vuol dire 450 famiglie!
Stato di tutti i trucchi necessari al
ba vecchia, la patria superata, il
Dobbiamo coinvolgere sentimentalPresidente del consiglio (e alla crictermine “compagno” obsoleto, lamente o non cambierà nulla».
ca di disonesti che godono della sua
sciando il campo ad un’altra mitoGiuliano Montaldo dal canto suo poiesi desacralizzata. Recuperare
protezione) per sottrarsi alla Legge
invita a resistere contro l’imbecilli- tutto questo è fondamentale e in
e al giudizio dei cittadini.
tà, Beppe Sebaste si dichiara pron- questa sede della memoria tale reNoi, che non riusciamo più a ricoto a farsi “testimone”, mentre Fa- cupero ha proprio il senso di una
noscerci in alcun partito, nemmeno
brizio Gifuni fa una dichiarazione proposta forte per il futuro».
nel Pd, perché ingessato dalle cautecommossa: «Sono orgoglioso di
Lidia Ravera manda nella stessa le, dalle rendite di posizione, dalle
prendere questa tessera e ne sento
giornata un messaggio di spietata lentezze e dalle ambiguità ormai
una profonda responsabilità».
denuncia e viva appartenenza: connaturate all’esercizio della
Qualcuno traccia percorsi decisivi: «Noi, che crediamo nei valori
“professione politica”.
«Uno dei punti migliori di sfondaNoi che crediamo di riconoscere, nel
espressi dalla Costituzione e siamo
mento contro i nemici della Costiberlusconismo trionfante, una forben decisi a difenderla da chi la
tuzione» – a parlare è Giancarlo De soffre perché troppo democratica.
ma inedita e pericolosa di totalitarismo, noi, che non vogliamo cedere alla rassegnazione e all’indifferenza, ci iscriveremo,
tutti insieme, con gioia,
con convinzione, alla
Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.
Contro l’oblio del sacrificio di chi ci ha regalato questa democrazia, per difenderla e
migliorarla».
L’atmosfera è di belle
e grandi speranze,
l’ANPI potrà contare
su nuove forze oneste
e in grado di costruire
massa civile e attivare
consapevolezze e coscienze ribelli e profondamente “partigiane”.
Ad intervenire sono
Una panoramica della sala.
anche loro, chi la Resi8 l patria indipendente l 18 luglio 2010
Attualità della Resistenza
mo dimenticata, accantonata e lasciata alla destra e allora da qualche tempo quando incontro bambini, persone ricordo una cosa: provate a pensare cosa sarebbe stato in
Italia il 25 aprile se non ci fosse stata la Resistenza. Saremmo stati solo un popolo sconfitto. La Resistenza ci ha restituito dignità, onore.
Ci ha messo in grado di essere qualcosa di importante e valoroso davanti al mondo».
Non mancano affondi e ringraziamenti: «In questo Paese nessuno è
più autorevole: la classe dirigente,
la politica, gli unici che hanno autorità sono gli artisti e quindi la
vostra adesione ha un significato e
una importanza straordinaria per
la nuova Resistenza».
Un’adesione che ha un significato
“storico” per Armando Cossutta,
un’occasione unica per unire gli
italiani, combatterne frustrazione
e sfiducia, dare una svolta.
Al termine della Conferenza, strette di mano, sorrisi, racconti, progetti. La sensazione comune è
quella della possibilità di una forte
e incisiva partenza. Perché, lo diciamo con Marco Paolini, l’ANPI
«non è un’associazione storica di ex
qualcosa; è una sfida al presente,
alla rassegnazione e al conformismo».
E da oggi, ancora di più.
Una mattina mi son svegliata…
scappò terrorizzata mentre lui dietro le gridava: “No, io uomo! No
paura...”.
O di mia madre. Voleva fare il medico. Impossibile, troppo tardi per
chi arrivava in città già grande,
quasi analfabeta e doveva lavorare
per vivere. Ma lei voleva leggere e
scrivere e ci è riuscita, a modo suo.
Mentre lavorava a servizio, ha fatto le serali poi, incinta di mia sorella, ha dato gli esami “insieme ai
bambini di quinta”. Dice sempre:
“un po’ mi vergognavo”. Infine
aveva preso il diploma d’infermiera riuscendo a diventare caposala.
Un lavoro che ha amato tanto, ottenuto con morsi e sudore. Non
ha fatto il medico, ma poco importa, ha fatto il massimo per le
possibilità che aveva. Per anni ha
medicato anche il marito di sua sorella, mio zio Mario. Fistola polmonare, un buco nella schiena, ricordo del campo di concentramento da cui, per fortuna, riuscì a
tornare. Era un metro e ottanta
d’uomo e mentre la statura, si sa,
non cambia – può curvarsi, ma
non cambia – il peso sì. E al ritorno era poco più di 40 kg. Sono
pochi. Sua madre, come è accaduto a tante madri, non lo riconobbe
quando gli aprì la porta.
Uomo di rara ironia. Lo prendevamo sempre in giro per la sua
dispensa colma di riserve: biscotti,
pelati, caramelle, pasta. Tutto in
abbondanza. Sempre. “Non si sa
mai”, diceva. E Mario lo sapeva
che non si sa davvero mai!
O ancora di mio padre. Quando
stenza l’ha fatta. «Io sono stata una
di quelle 35.000 donne che si batterono per la libertà» – inizia così
Marisa Ombra – «La nostra scelta è
stata prima che politica, morale di
fronte all’insensatezza di quello che
stava accadendo soprattutto dopo
l’8 settembre: sentimmo la necessità
di non stare alla finestra, di fare
qualcosa. Oggi non è insensato
quello che sta accadendo, ha un senso molto preciso, devastante, e a
maggior ragione è fondamentale
esserci e resistere. Ogni volta che
prendo in mano Patria indipendente, davanti a questa testata ho un
senso di disagio perché la parola patria per moltissimo tempo l’abbia-
Ecco il testo della bella lettera che l’attrice fiorentina DANIELA
MOROZZI ha inviato alla nostra Fulvia Alidori, dell’ANPI di Firenze, tra i curatori di una raccolta di pareri e opinioni sull’Associazione dei Partigiani e sul suo ruolo nella società, in una situazione
politica così difficile e complessa.
Daniela Morozzi, scelta spesso dal regista Virzì, è stata protagonista di molte fiction televisive e tutti la ricordano in “Distretto di
Polizia”, per la sua carica di umanità e simpatia.
na mattina mi son svegliata
ed è stato impossibile rinunciare ad aprire il computer e
scriverti, cara Fulvia.
Me lo avevi chiesto con grande generosità un po’ di tempo fa, ma il
lavoro, la famiglia ... sai, il tempo
corre veloce e io no. Io sono lenta.
Per natura e a volte per scelta.
Avrei voluto farlo subito, credimi.
Mi ero emozionata davanti alla richiesta dell’ANPI, di esprimere un
pensiero sulla Resistenza. Bastavano due righe di adesione, è vero.
Ma io non volevo due righe, volevo dirvi qualcosa che mi corrispondesse profondamente, per
contenuto e forma. E non riuscivo
a capire cosa.
Perché leggere e dire ANPI mi
portava alla mente tante immagini
e ricordi di bambina. Troppi. E
non sapevo quale scegliere.
Potevo iniziare dai miei nonni,
contadini, nativi di un minuscolo
paese di confine tra l’Emilia e la
Toscana chiamato Filigare, di
quando raccontavano delle barrette di cioccolata distribuite dagli
americani così dolci da far sognare
U
un mondo migliore. Di mia zia
Bruna, che mentre badava le pecore, trovò una bomba inesplosa. La
prese per giocarci – perché è così
che fanno i bambini – e le scoppiò
tra le mani. Viva per miracolo, ha
un corpo pieno di cicatrici e centinaia di schegge che ormai convivono dentro di lei. Un corpo,
nonostante tutto, delizioso e femminile da sempre.
O ancora della miniera, dove mia
madre, i suoi 9 fratelli e i miei
nonni, insieme agli altri contadini
e alle famiglie del posto, si rifugiarono quasi un mese per ripararsi
dai bombardamenti tedeschi. Lì a
mio zio Franco, un bambino timido e dolce, vennero le croste in testa dove sotto covavano colonie di
pidocchi. Si ammalò di meningite,
rischiando la vita e portandone ancora oggi i segni.
Avrei potuto parlare anche di mia
zia Maria, una donna piccola e
svelta, di quel giorno quando,
prendendo come d’abitudine l’acqua alla fonte, vide il primo “omo
nero” della sua vita: un soldato
americano. Cominciò a urlare e
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 9
guardava Berlinguer gli brillavano ingenuità ha detto “Gli fanno fare
gli occhi.
il referendum, fa ridere. Così non
Una volta, ero piccola, avevo la si sentiranno neanche in colpa”. E
febbre e lui mi regalò una Barbie ha ragione. Ma che cosa deve vohawaiana. Era mulatta! A caso, for- tare una persona che non lavora da
se, ma la scelse così. Sarebbe da anni? Che deve votare una persona
dirlo al figlio di Bossi che si vanta che vive in una terra disastrata, in
di giocare con il computer al tiro al mano alla camorra.
clandestino! A mia sorella invece, Possiamo esprimere giudizi? Io
intellettuale già da piccola, ricordo non riesco e non voglio. Sospendo
che comprò un libro:
l’Emile di Rousseau.
Bello eh! Solo che a
dieci anni è dura leggerlo. Lei però lo
conserva ancora, come non potrebbe! Mi
commuove pensarci,
ci compravano i libri
perché sapevano che
erano
importanti,
nonostante per loro
fossero spesso inaccessibili. Neanche oggi mio padre sa chi è
Rousseau. Ma noi lo
sappiamo, questo per
lui conta. Questo per
me e per mia sorella
conta.
L’attrice Daniela Morozzi.
Partigiani del quotidiano, partigiani di un pensiero!
il giudizio su questi operai e voLa certezza che un mondo miglio- glio rivolgere le mie istanze all’opre poteva esistere e che loro avreb- posizione, ai Sindacati, a me stesbero contribuito a crearlo. E non sa. Dovevamo essere tutti a Pomisi chiedevano: “ma io che cosa gliano con quegli operai, per loro
posso fare?”. E avevano ragione! e per rispetto a chi ha combattuto
Che domanda è? Sapevano che perché il lavoro avesse il senso che
dovevano vivere onestamente, con deve avere: rendere l’uomo libero.
dignità, rispetto per sé e per gli al- Vedi, Fulvia, come accade! Quantri. Osservare il mondo, guardare do si comincia a parlare di “resichi ti è vicino con il coraggio di di- stenza” non si finisce più.
re “Guarda, se posso..., se hai bi- E poi i ricordi si fanno affiorare e
sogno, bussa siamo qui”. Erano uno sembra più importante delbravi cittadini, semplicemente. E i l’altro. Niente di nuovo, tra le albravi cittadini fanno un Paese mi- tre cose. Storie così ne abbiamo
gliore.
sentite a migliaia. Sono le storie di
Hanno vissuto così, davvero! Da tanti: cambiano i luoghi, i particosempre.
lari, le intensità, ma sono le storie
Oggi, non sopporto di vederli degli uomini e delle donne che
delusi.
hanno combattuto per dare una
Alle ultime elezioni non potevano democrazia al nostro Paese.
neanche vedere quelle due o tre Ma una mattina mi son svegliata
trasmissioni, per capire meglio chi ed è questo piccolo aneddoto che
votare. Non sopporto di vederli volevo raccontarti.
offesi così da una classe politica la Premetto che durante il mio ulticui peggiore colpa è quella di aver mo spettacolo, Articolo Femminidimenticato.
le, regaliamo Bella Ciao a Miriam
Guardando gli operai di Pomiglia- Makeba, morta, come sai, a Cano – una delle storie più dolorose stelvolturno. Una versione del
di questi ultimi tempi, per me – brano che il grande musicista con
mio padre, ottant’anni, quasi con cui collaboro, Stefano Cocco Can10 l patria indipendente l 18 luglio 2010
tini, ha reso davvero unica.
Io ho un bimbo di appena due anni e mezzo. E fin da piccolo la
sera per addormentarlo – reduce
dalle prove e dal mio attaccamento
a questa canzone popolare che ho
sempre trovato bellissima – gliela
cantavo come ninna nanna, senza
alcun intento pedagogico. Sorpresa, una mattina capisco che la sa
tutta a memoria, come
del
resto
le altre canzoncine
che via via ha imparato.
Pochi giorni fa eravamo a Orbetello in un
ristorante (sto girando là una fiction per
la Rai). E Filippo ha
cominciato a cantarla
a voce sostenuta. Era
bello e divertente, ma
esagerava un po’ con
il volume, allora gli
dicevo di fare piano,
per non disturbare gli
altri ospiti.
Due signori accanto a
noi sorridevano. E
lui, sessant’anni forse,
distinto, con gli occhi azzurri, ad
un certo punto mi dice “Lo lasci
cantare, è da piccoli che si diventa
partigiani”. Mi sono sembrate parole dolci e bellissime.
Mi permetto di fartene dono, a dimostrazione di quanto sia importante l’esistenza della vostra Associazione.
Vi ringrazio inoltre perché con il
vostro lavoro permettete ai nostri
figli di sapere da dove vengono per
diventare nuovi Partigiani.
Ti abbraccio e ti invio, se riesco, il
pezzo di Saviano che recito in teatro insieme ai grandi musicisti con
cui collaboro, potrai sentire la versione di Bella Ciao e mi farà piacere sapere cosa ne pensi.
Grazie Fulvia. E scusa il ritardo.
Con il cuore
Daniela Morozzi
P.S. - Questa lettera l’avevo già
scritta. Il 1° luglio ero in Piazza
Navona per la manifestazione contro la “legge bavaglio”. Il Segretario dell’ANPI di Roma ha invitato
tutti a cantare per non dimenticare
proprio “Bella Ciao”. Mi ha fatto
un grande piacere.
La Festa
Una cronaca in diretta sui giorni alla Mole di Ancona
Girare, cercare, abbracciarsi
tutti noi fratelli dell’ANPI
di Ivano Tajetti
Il piacere di ritrovarsi,
conoscersi, ascoltare
le mille storie
partigiane. I dibattiti
e gli incontri.
La raccolta per un
archivio delle vicende
individuali.
Compagni e amici che
ti pare di conoscere
da sempre.
Dare una mano e un
aiuto a tutti gli altri.
Sentirsi bene con chi
ti è vicino
ilano, Ancona… aria nuova, respiro…! Mercoledì 23 giugno
ore 14.00 varco per la prima volta la grande porta in muratura della settecentesca Mole Vanvitelliana… spazi
enormi, struttura austera che denota ancora l’architettura militare-ospedaliera.
Nell’immensa piazza interna s’aggirano
minuscole figure che entrano in antri,
porte, buchi neri… Formichine laboriose, carichi di scatole, apparecchiature,
cartelli, i primi sorrisi, i primi abbracci,
respiro a pieni polmoni… e divento immediatamente formichina… la ricerca
affannosa di un martello, i cartelli da appendere, mi invento “writer” mi sento
subito a casa, sono tra amici e fratelli,
una spirale di colori, di profumi, di voci
e musica mi coinvolge in pieno... Un saluto particolare alle compagne della
Lombardia, che in un giorno solo hanno
già montato lo stand e le ben sei mostre
portate.
Ritrovo Luca (Medici) dell’ANPI ATM
di Milano, e con lui mi dedico alle ultime sistemazioni delle loro foto, nei saloni immensi del piano superiore della
Mole, corro a comprare bottiglie di vino
ed una tovaglia a quadretti bianca e rossa. Paolo (Papotti), il mio “fratello” mi
coinvolge nel progetto “Seduti allo stesso
M
tavolo” e come non esserne entusiasta
dopo
l’esperienza
di
“Arturo”
(http://arturofilm.blogspot.com) tutto
quello che riguarda memoria, testimonianze video, riprese e audio… mi fa
sentire quasi un regista “esperto”!
Arriva sera ed anche a cena sono con gli
amici, tutti in trattoria vicino alla Stazione, le “bimbe belle” della segreteria nazionale, il direttore di “Patria” e Nazareno Re “il capo” della Festa. Rivedo e
saluto con immenso piacere Raimondo
Ricci (e la sua ombra, il caro Paolo), il
Presidente, che come di consueto mi dispensa perle di saggezza e buonumore.
Giovedì, sveglia presto, appuntamento
con Peppino che da trent’anni cura come una figlia la Mole tra allestimenti, ristrutturazioni e restauri, affascinato, mi
faccio raccontare un mucchio di belle
storie su Ancona; con lui appendo otto
cartelli della mia sezione, otto display
che raccontano la storia di una piccola
fetta della periferia milanese dal 1944 ad
ora, di cui vado particolarmente fiero,
anche perché ci sono parecchie mie radici tra quelle parole, tra quelle foto.
Un’altra bella parete bianca si riempie di
storie, uomini, ideali… Sembra tutto
bello, mi aggiro curioso tra le ampie sale, basta sostare un attimo e subito si notano le sofferenze, i sacrifici, il sangue e
le lacrime che ogni figura ci ricorda. Ecco la memoria che
molti hanno dimenticato, ecco
volti e documenti, che ci riportano a tremende realtà, razzismo, fascismo, nazismo, storie
di deportazione, resistenza, liberazione e poi la storia del
dopoguerra con speranze e sogni che purtroppo ancor oggi
speriamo e cerchiamo. Tanti
ragazzi e ragazze che ci hanno
lasciato solo un nome, una foto… piccole storie che tutte insieme hanno fatto la grande
storia, quella della nostra democrazia, quella della nostra
Repubblica. Ecco il rosso sangue, l’inchiostro con cui è stata
scritta la nostra Costituzione.
Inizia la festa, mi lascio travolpatria indipendente l 18 luglio 2010 l 11
gere completamente da incontri,
approfondimenti, forum, mi muovo tra gli stand, felice come un
bimbo, saluto vecchi amici e me
ne faccio di nuovi. Compagni che
non conoscevo diventano immediatamente amici di lunga data, ci
riconosciamo subito, basta un sorriso, una parola, ci si confida impegni ed aspettative; sono sicuramente avvantaggiato, negli ultimi
anni ho spedito comunicazioni ed
e-mail a nome ANPI Barona a
mezza Italia, basta dire chi sono e
da dove arrivo e si stringono mani,
in qualche caso si aprono bottiglie
e si mangiano pezzi di formaggio.
La bella piazza interna alla Mole è
inondata dal sole, le Autorità
esprimono gioia per la nostra presenza ci dicono benvenuti: Ancona, in questi giorni, sarà con noi.
Raimondo taglia un nastro e le
bandiere tricolori sugli spalti si
agitano mosse dalla brezza marina.
Programma intenso, gli spazi ampi, seguire tutto è impossibile, inizio ad attaccare cartelli un po’
dappertutto, cerco di indirizzare il
traffico ed indicare orari e luoghi
di incontro, trasporto scatole e generi di conforto, aiuto l’apertura
della libreria e dei bar interni.
Una pausa e mi ritrovo seduto su
di un gradino con un bicchiere in
mano, a chiacchierare dei problemi della nostra Milano con Daniele Biacchessi e il solo parlarne mi
fa venire tristezza, purtroppo nella
mia città non si vivono dei bei momenti… devo alzarmi e correre di
nuovo tra la folla, di nuovo tra gli
amici.
Rubo un’ora nella sala dagli alti
soffitti sorretti da travi secolari
ascoltando e imparando la nostra
Costituzione, ancora all’ordine del
giorno, troppi gli attacchi che la
nostra bella Carta fondante in
questi ultimi anni sta subendo. E
dove, se non tra di noi, se ne deve
parlare, attualizzare e difendere! Il
tempo di una doccia, due fotografie al sole che si spegne sul mare, la
musica dei Gang e le riflessioni di
Daniele Biacchessi mi accompagnano verso il meritato riposo. È
notte e mentre l’Italia discute e si
interroga su una partita di calcio,
io tento di addormentarmi leggendo un libro, che oggi mi hanno regalato, una toccante testimo12 l patria indipendente l 18 luglio 2010
nianza di Gualfardo
Rombolini (L’altra
faccia della Resistenza. Dietro il filo
spinato) una nuova
conoscenza di questo giorno che sta
svanendo e che mi
ha
notevolmente
impressionato
e
suggestionato. Nel
pomeriggio al tavolo con la tovaglia
bianca e rossa, avevo
avuto l’onore di
parlare con lui, di riprendere la sua storia, di piangere
guardando parole
scritte con un lapis
su un vecchio diario
rubato tanti anni fa
ad una brigata nazista in Germania.
Una storia vera di un uomo semplice, un diario terribile che dovrebbe essere letto a tutti quelli
che dimenticano o fingono di dimenticare, che tutto stravolgono e
falsificano. Mi sono preso l’impegno (con onore) di parlarvene, di
scriverne su Patria a lettura conclusa. Devo chiudere il libro, non
riesco a dormire il racconto trasformerebbe il mio sonno in un
incubo.
Venerdì mattina, 25 giugno, il sole splende, mi aggiro per il porto,
oggi c’è sciopero generale… l’ha
proclamato la CGIL in tutta Italia,
in tutte le maggiori città ci sono
cortei di lavoratori che protestano
contro la manovra economica del
governo, ancora una volta pagano
solo i lavoratori… Può essere che
allora tutte queste barche siano
qui ora a dondolare all’ancora, per
lo sciopero; niente pesca stamani,
niente lavoro. In centro d’Ancona
c’è manifestazione, lo so per certo,
una nostra delegazione è partita
con le bandiere, mi sembra che ci
sia anche qualche Partigiano, come al solito in prima fila, e quasi
mi vergogno, io qui che giro per il
porto e loro in piazza, mi viene in
mente mio padre, che in fabbrica
mi prendeva in giro… “avanti c’è
sciopero, fuori… e mi raccomando
in manifestazione, niente bar,
niente casa a dormire, se tu sapessi
quante volte sono sceso in piazza io
L’inaugurazione della Festa con il taglio
del nastro da parte del Presidente dell’ANPI, Raimondo Ricci e del Sindaco di
Ancona Fiorello Gramillano.
dal dopoguerra a ora”. Quanti ricordi ed erano solo gli Anni Ottanta… ora papà non c’è più, siamo nel 2010 e vedo ancora i suoi
compagni, gli operai, i Partigiani
che scendono in piazza, possibile
che in questa Italia, nulla sia cambiato! Dalla Liberazione, sessantacinque anni di lotte, per diritti sacrosanti, come il lavoro, lo studio,
la sanità, l’eguaglianza, la libertà.
Oggi, ancora oggi. Sciopero.
Per farmi perdonare, mi offro volontario come autista, cercano
qualcuno per andare all’aeroporto
a prendere le delegazioni straniere
che arrivano dalla Francia e dal
Belgio. Pronti, via! Un micro corteo d’auto, io prendo la Punto di
Nazareno, che, mi sa che oltre ad
essere ventiquattrore su ventiquattro disponibile per la Festa, ha
messo al lavoro amici e famiglia, e
se ci fosse stato bisogno avrebbe
fatto un forum anche a casa sua!
Non faccio in tempo a tornare,
che squilla il cellulare “ciao sono
Pif, sto arrivando, mi vieni a prendere in stazione?”. Una corsa in auto con Chiara e Giacomo e Pif è in
giro per la Festa, vuole conoscere
tutti, continuo a presentargli gente. Finge di non sapere nulla e, co-
me al solito, fa il “marziano” ma
intanto registra ed assimila. Sono
contento che sia venuto a trovarmi, ed è anche giusto, è o non è
iscritto ANPI? E poi, detto tra noi,
da Milano a questa Festa ne sono
arrivati veramente pochi! Osservo
di nascosto, chi… quando lo riconosce, fa la faccia sorpresa, e sembra pensare… “ma questo che ci fa
qui?” e poi fotografie e risate a tutto andare… io scherzando chiedo
cinque euro a foto per la sezione
della Barona.
Presentazioni ed incontri, gli faccio vedere tutte le mostre, lo porto a qualche dibattito, incontra
qualche Partigiano, lui insiste,
vuole conoscere il Presidente Ricci, da tempo sa che ad ottobre ci
sarà un’iniziativa particolare tra lui
e Raimondo… (ora non posso dirvi altro, altrimenti che sorpresa sarebbe…) poi vuole conoscere Ottavio Terranova è di Palermo come lui, poi (e non so se posso dirvelo) il prossimo anno vuole fare
un film in Sicilia sulla mafia, e secondo me, la consulenza di Ottavio gli sarà preziosa.
Un’altra sorpresa, baci ed abbracci
con Eugenio (Merico) e Paolo
(Enrico Archetti Maestri) degli Yo
Yo Mundi, due compagni veri!
Un gruppo musicale, per me, tra i
migliori in Italia, il loro concerto
stasera sarà come al solito “indimenticabile”.
Squilla di nuovo il cellulare, il mio
amico (un altro… a questo punto
direte ma quanti amici hai Ivano?)
il mio “capo” Claudio Superchi segretario Provinciale Flai-CGIL di
Milano e sua moglie mi stanno
cercando. Un’allegra comitiva si
aggira nella Mole, risate, battute,
curiosità e chiacchiere ma dopo
tutto, è o non è una Festa? Un
Mojito al baretto sul porto, un andirivieni di personalità: Bebo Storti, Armando Cossutta, Andrea Liparoto (grazie, Andrea… grazie di
cuore per quello che fai), Carlo
Smuraglia, Antonio Pizzinato con
la gentile signora. Di corsa a mangiare una pizza e poi “Mai morti”,
lo spettacolo di Bebo e il concerto
degli Yo Yo Mundi. Assorto nella
musica, mi guardo intorno, osservo le pietre e le mura e immagino
la Mole agli inizi dell’800, il popolo, i soldati, cavalli e cani, le onde
del mare che cullano antichi velieri, le fiaccole accese che allungano
ombre tremolanti e nell’angolo un
liuto che porta sonorità di paesi
lontani che fanno eco alla dirompente realtà di un’indimenticabile
ed attuale Bella ciao degli Yo Yo
Mundi: quanta storia… quante
memorie dimenticate.
Si chiudono cigolando i vecchi
portoni della Fortezza è ora di
dormire.
Sabato inizia bene… passo come
tutte le mattine davanti al muro
bianco, proprio lì appena sopra,
davanti alla Mole, “Ancona, ai caduti ed ai martiri della Resistenza” cerco di partecipare a tutti i
forum in programma, peccato che
alcuni si sovrappongono ad altri e
decidere dove andare è sempre un
problema… tutto è interessante,
tutto è formazione, in ogni sala è
un piacere ascoltare gli oratori. Vi
è poi sempre la possibilità d’intervenire. Ogni mezz’ora… un’ora,
corro giù all’area visione video, ho
promesso a Paolo (Papotti) che
stamani curo io il programma, il
cambio dei dvd, in questi quattro
giorni ne proietteremo circa quaranta giunti da tutta Italia, l’importanza della testimonianza, di
fermare per sempre voci ed immagini sta diventando sempre più linea guida per i programmi a venire dell’Associazione, e questo primo passo di un archivio centrale è
proprio una bella “idea”. Tra una
corsa e l’altra un panino al piccolo
bar vicino allo stand Lombardia,
Angela (Persici), Isa (Ottobelli),
Ornella (Ravaglia), da ottime
“standiste”, hanno presidiato l’area, si può dire, giorno e notte,
costruito relazioni e gettato basi
per belle prospettive in divenire.
Saluto Pif, parte… entro sera deve
essere a Torino per MTV. Inseguo, Giovanni (Baldini) “il genio
dell’informatica ANPI” per fargli
inserire in agenda la “costruzione”
di un’applicazione per IPhone,
IPad. Mi piacerebbe un App. ANPI da poter scaricare gratuitamente sui telefonini e sui nuovi sistemi
portatili… Finalmente, stremato,
Giovanni acconsente, ci lavorerà
sopra anche se ora la priorità è il
nuovo sito ANPI, tra l’altro presentato in anteprima proprio in
questi giorni qui alla festa (ecco…
un incontro… che mi sono perso!).
Ore 12,45 tramite il cellulare, vado in diretta nazionale sul network
di Radio Popolare, nel programma
“Sidecar”…racconto la festa, le
migliaia di persone che ci sono, ed
invito a venirci a trovare, il week
end è appena iniziato, e qui da
noi, con noi, mille iniziative, spettacoli, incontri, Antifascismo che
sprizza da tutti i pori.
Passo dallo stand di Patria, quello
della segreteria Nazionale, il sorriso delle “bimbe belle” mi fa sempre
molto piacere. L’ennesimo Mojito
al solito bar sul mare, con i soliti
“amici” milanesi, ma stavolta si
aggregano anche i fiorentini.
Ore 20.00, sotto “gli archi” di
un’Ancona semideserta… un panino, e via… non mi voglio perdere
il concerto di Alessio Lega. Non lo
conoscevo molto, anche se a dir il
vero, avevo scaricato da Internet
tutto il suo lavoro “Amore e Resistenza” (sul suo sito, Alessio ha dato la possibilità a tutti di scaricarlo
gratuitamente, una operazione rara nel mondo commerciale della
musica) ora dal vivo, rimango affascinato da sonorità, gestualità, ma
soprattutto da pensieri e parole
che Alessio e i suoi due musicisti ci
propone.
Tocca a Simone Cristicchi, che
nella veste inedita d’attore, recita
un poema epico: la solitudine e la
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 13
disperazione di chi sopravvive, un bel monologo sulla guerra, per la
precisione sulla campagna di Russia… “Li Romani in Russia”. Affascinato, guardo lo spettacolo sui gradini della
bella struttura centrale
della piazza interna alla
Mole, vicino a me Fulvia
(Alidori), Daniele (Susini) e Filippo (Giuffrida).
Fulvia, un eterno sorriso; Daniele, mai fermo;
Filippo, calma e professionalità… tre delle tante “formichine”… della
Festa. Mi sento in simbiosi con loro, mi sembra di conoscerli da una
vita, ho quasi l’impressione che spesso quando
si parla della “nostra”
ANPI, abbiamo senza
bisogno di comunicarceUn “totem” per indicare la varie manifestazioni.
lo, idee e progetti simili… tutti presumo, anzi ne sono immensi ricordi. Vorrei baciarla,
certo, nel nostro vivere quotidia- ora, adesso… mentre scrivo, cosa
no, continuamente pensiamo e che comunque spesso, e con noagiamo da “Partigiani” ! Con tan- tevole “faccia tosta” ho fatto, sia
ti, molti, in questi giorni, ho senti- con lei, che con l’adorabile Marisa
to questa simbiosi, questa empatia, Ferro.
questa voglia di fare, senza secon- Il dovere chiama: Antonio Pizzinato è sopra una sedia a svitare
di fini e “programmi elettorali”.
Il mattino di domenica, rivedo pannelli. Come non rimboccarsi le
tutti i miei compagni, oltre che dal maniche! Si comincia a smontare
vivo anche nel bel video che Otta- lo stand della Lombardia, e poi
vio ci ha portato dalla Sicilia, ritor- con Giovanni (Galantucci) staccano con emozione e nostalgia al re i cartelloni della Mostra, imbalprimo Maggio di Portella della Gi- lare, inscatolare, e correre – per
nestra, vorrei di nuovo stringermi sfuggire alla malinconia che coa tutti loro, ancora compiutamen- mincia a farsi sentire – giù in piazte ripenso alle parole, al pensiero za centrale, dove farmi subito suggestionare dai discorsi finali: Mardi Luciano Guerzoni… “la nuova
stagione dell’ANPI” in questi gior- tin Schulz, Enrico Panini, Armanni ne ho visto la fatica, ma ne ho do Cossutta.
sentito la gioia della costruzione.
La Festa è finita, ma migliaia di
In questa bella realtà, mi fanno un persone in questi giorni qui ad
immenso piacere i complimenti di Ancona, hanno ancora una volta
Carla (Argenton) che ha appena dimostrato che l’ANPI c’è! È
visto la mostra ANPI Barona, e mi un’Associazione viva, propositiva,
dice sorpresa “ma non sapevo che
che ha a cuore i problemi di queanche tu sei figlio di…”. È un ono- sta Italia da tanto tempo, e per anre, non per me, ma per mio padre, cora tanto tempo cercherà di risoli miei zii, mio nonno, è un im- verli… compagni disposti a dare
menso piacere, raccontare le mie tutto, anche l’impossibile perché
radici, il mio “dna”. È bello rac- così ci ha insegnato chi questa Ascontare il perché del mio “amore”
sociazione l’ha costruita… Partiverso l’ANPI… e poi a lei, proprio giani e Partigiane, che anche in
a lei, che porta nella sua carne, questi giorni, ancora qui ad Anconella sua pelle, memorie, storie e na, hanno suggerito, consigliato,
14 l patria indipendente l 18 luglio 2010
raccontato, indirizzato…
Tra loro vi sono ancora
molti che non hanno dimenticato i loro vent’anni… ancora si sentono
ribelli, e con questo spirito, abbracciano noi
“giovani”.
Molti di loro stanno già
pensando al Congresso
Nazionale del prossimo
anno: sarà un successivo
momento per capire,
analizzare, costruire, vedere un’ANPI attuale e
soprattutto fiera della
sua storia ma anche del
suo futuro.
I dati li confortano, tanti gli iscritti, tanti i giovani, e quando tra ulteriori quattro anni per il
Congresso del 2015,
purtroppo, probabilmente molti di loro non ci
saranno più, partiranno
per le montagne, con un
sorriso tra le labbra e una canzone
da fischiettare, certi d’aver sino in
fondo fatto il loro dovere, certi
d’aver lasciato l’Associazione in
buone mani.
Quello che ci aspetta nel 2011 a
Torino sarà un Congresso eccezionale, darà le ali alle nuove generazioni, e la voglia di rendere concreta la nuova stagione da tutti noi
sentita e respirata anche grazie a
questa Festa. In questa Italia sempre più “vecchia” ancora una volta
l’ANPI farà da avanguardia propositiva.
Vi saluto, care compagne, cari
compagni, amiche, amici, fratelli e
sorelle, madri e padri… un triste
treno per Milano mi aspetta…
Respiro per l’ultima volta il mare,
mi riempio gli occhi di colori, di
sole.
Mi sono divertito, ho passato dei
bellissimi giorni, eravamo tanti,
eravamo belli, siamo tanti, siamo
belli, ho cercato di scrivere emozioni, so di aver dimenticato molti
nomi, fatti, situazioni, ve ne chiedo perdono.
A presto, prestissimo… sono con
tutti voi, un forte abbraccio, grato
a tutta questa formazione continua che questa Festa mi ha regalato, un bagaglio prezioso che conserverò per sempre.
La Festa
Arrivati anche dal Belgio e dalla Germania
I giovani dell’Europa
e l’antifascismo militante
di Filippo Giuffrida
Intorno a loro una
grande attenzione.
Il Mediterraneo
mare di pace.
Le Repubbliche
ex jugoslave
e l’Albania.
La tutela
della memoria.
L’intervento
di Martin Schulz
Al Forum sull’Antifascismo Europeo, da sinistra,
il parlamentare europeo
Martin Schulz, Anna Colombo, Luciano Guerzoni
e Filippo Giuffrida.
oxane, Katleen, Emilie ed i due
Florian si aggirano tra gli stand
della Festa tra il meravigliato ed
il commosso. Dopo i loro interventi al
Forum dei Giovani Antifascisti sono diventati delle “star”, la Rai vuole intervistarli, qualcuno chiede addirittura una
foto ricordo, manca che si mettano a firmare autografi e poi potremmo crederci
a Cannes.
Vengono dal Belgio, dalla Germania e
sono stati i protagonisti, assieme ad una
decina d’altri ragazzi, del pomeriggio di
sabato 26 giugno, raccontando le loro
esperienze nel percorso della memoria e
nell’antifascismo militante. Eravamo partiti dal titolo d’una bella esposizione che
si tenne tempo fa in Belgio, Avevo vent’anni nel ’45, domandandoci cosa spinga chi ha conosciuto il fascismo solo dai
racconti dei nonni, e da qualche sporadica esperienza scolastica, a dirsi antifascista. Sono, per fortuna, ancora in tanti a
poterci spiegare perché avere 20 anni nel
’43 ed essere antifascista fu una scelta logica; alla seconda Festa nazionale dell’ANPI volevamo sapere cosa vuol dire
avere 20 anni nel 2010 ed essere antifascista.
Ecco la sfida.
R
Mettere assieme ragazze e ragazzi di lingue diverse, di culture diverse, con esperienze diverse ed ascoltarli. Dar loro modo di dirsi, di dirci, perché. Ad Ancona ci
siamo riusciti, abbiamo ascoltato i giovani antifascisti d’Europa discutere delle
loro realtà con Martin Schulz, Luciano
Guerzoni, Nazareno Re ed Anna Colombo.
Ma cominciamo con ordine, perché la
giornata dedicata all’antifascismo in Europa è stata un crescendo, che ha visto
svilupparsi in una logica successione gli
argomenti trattati dal Forum dedicato
all’Adriatico Mediterraneo, mare di pace; le preoccupazioni e le realtà delle Associazioni Antifasciste e Partigiane di
molti Paesi europei; l’esempio di uno
Stato in cui la tutela della Memoria ed il
suo insegnamento sono compiti di un
ente pubblico sino all’incontro con i giovani. Se il forum di venerdì si è concluso
con la constatazione che per far sparire il
punto interrogativo sul futuro della convivenza dei popoli nell’area dove nacque
la civiltà, occorre rafforzare la presenza
dell’Europa, e delle Istituzioni Europee,
il Forum dell’Antifascismo di sabato
mattina si è aperto con le esperienze delle Repubbliche ex jugoslave e dell’Albania. Dopo l’incontro di Durazzo (vedi Patria del novembre
2009) la seconda Festa nazionale di Ancona è stata l’occasione per ribadire l’impegno
delle compagne e dei compagni dell’altra sponda dell’Adriatico nella tutela della memoria ed il loro impegno quotidiano.
È toccato ad Heinz Siefritz
aprire il capitolo Unione Europea, con un passaggio logico
nel suo duplice ruolo di rappresentante ufficiale della FIR,
la Federazione Internazionale
dei Resistenti e dell’associazione tedesca VVN-BdA. Michel
Jaupart, Amministratore Generale dell’Istituto belga dei Veterani (INIG), ha poi introdotto un importante capitolo del
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 15
Forum, illustrando il ruolo istituzionale dell’INIG nei percorsi della memoria e descrivendo nei dettagli, con il supporto dell’amico Jean Cardoen, le varie azioni messe in
atto con l’ausilio degli strumenti classici, quali la presenza
nelle scuole e la redazione di
supporti pedagogici, e con un
intelligente uso delle nuove
tecnologie, quali il progetto
Live & Remember, che vede la
creazione di una pagina internet per ogni caduto nella guerra di Liberazione.
La consegna della Medaglia
della Libertà del Regno del
Belgio a Nazareno Re ed al vostro articolista ha poi fatto da
cerniera al successivo intervento di Jean Cardoen – responsabile del dipartimento Memoria
e Comunicazione all’Istituto –
che ha illustrato due progetti
internazionali che coinvolgeranno l’ANPI negli anni a venire: la nuova edizione della
Mappa Europea dei Campi di
Concentramento, Detenzione
e Transito – incentrata sull’Europa del sud e dell’est – ed il
Treno della Memoria, che porterà 1.000 giovani europei ad
Auschwitz nel 2012.
A Jean va un particolare ringraziamento per l’impegno profuso nell’organizzazione dei Forum e per la volontà d’ampliare la cooperazione con l’ANPI.
16 l patria indipendente l 18 luglio 2010
I giovani che hanno partecipato al Forum sull’Antifascismo Europeo. Dall’alto: Štefan Čok (ANPI Trieste), Florian Gutske (VVN-BdA, Germania)
Gli interventi dalla sala hanno
concluso questa prima parte
del Forum, che si è riaperto nel
pomeriggio con l’incontro
“dei” e “con” i Giovani Antifascisti, avviato dall’intervento di
Martin Schulz.
L’on. Schulz, che i lettori di
Patria hanno conosciuto non
solo attraverso lo spiacevole incidente di qualche anno fa con
il nostro presidente del Consiglio, ma anche nell’intervista
pubblicata nel maggio 2009,
ha ricordato l’esperienza di suo
padre, soldato della Wehrmacht tornato dalla campagna
di Russia e dalla prigionia in
Inghilterra in una Germania
sconfitta, per ritrovare la moglie ed un bimbo nascosti in
una cantina di un palazzo distrutto, e le sue parole di qualche anno fa: «Non so esattamente cosa stai facendo al Parlamento Europeo, ma so che lo
stai facendo perché quello che è
successo non si ripeta mai più!».
Martin ci ha poi raccontato
dell’impegno dell’Europa contro i totalitarismi ed il revisionismo, esortando i giovani a
continuare a vegliare contro il
nazifascismo strisciante che ancora oggi rappresenta un pericolo reale.
La proiezione del cortometraggio sugli scioperi del comparto siderurgico belga nel periodo dell’occupazione nazista,
realizzato dai ragazzi della
scuola superiore di Liegi e
trasmesso dalla prima rete
televisiva francofona, ha
poi dato inizio alla parte
dei giovani.
Roxane Banken, Katleen
Pieters, Emilie Tilquin e
Florian Delvenne (nella foto in basso) ci hanno raccontato la genesi del progetto, le loro interviste ai
sindacalisti ed agli operai
che organizzarono e parteciparono agli scioperi, il
supporto ricevuto dai professori Fedrigo e Duym,
che li accompagnavano ad
Ancona, e l’impegno di
una serie di registi belgi
che si sono prestati alla realizzazione del film.
La Festa
Il triste confronto con l’attuale
situazione del nostro Paese, ed in
particolare con le scelte redazionali di Rai Uno, non è sfuggito ai
presenti. Immaginare un progetto
pedagogico che coinvolga i ragazzi delle superiori di una città italiana sino a portarli alla realizzazione
d’un film trasmesso in prima serata dalla rete ammiraglia della televisione pubblica pare un’utopia …
È toccato a Florian Gutsche, giovane rappresentante della VVNBdA introdurre l’attualità dell’impegno nella lotta al neofascismo in
Germania, illustrando la campagna
NoNPD, contro il Partito Nazional-Democratico tedesco.
Florian ci ha parlato dell’importanza dell’informazione e della sua
manipolazione, di come privare un
partito neofascista dell’accesso ai
finanziamenti pubblici ed ai rimborsi elettorali sia un modo per
lottare contro il neonazismo, della
mobilitazione internazionale contro gli scellerati raduni di Dresda e
Colonia, in cui le città si sono ritrovare unite, forze politiche, sindacali, lavoratori sotto un’unica
bandiera: Nazi Raus!
L’evocazione della manifestazione
di Colonia, dove i ristoranti avevano affisso sulla porta cartelli che
dicevano “Non serviamo nazisti in
questo locale”, ed i tassisti rifiutavano di trasportare neofascisti sui
loro veicoli ha concluso l’intervento di Florian, che ha lasciato la
parola dapprima a Stéfan, e poi a
Daniele, Fulvia, Andrea. Un susseguirsi di voci diverse ma unite nelle stesse convinzioni.
“Sono antifascista... perché sono
fatto così, non ci posso fare nulla!”
sarà certamente poco “politically
correct” e di certo non esaurisce
né spiega i vari motivi che portano
chi ha vent’anni nel 2010 a riconoscersi nell’ANPI e nelle varie as-
sociazioni europee che assieme all’ANPI lavorano per un’Italia ed
un’Europa migliore, ma è una frase pronunciata dal palco d’Ancona, che ha una forte valenza evocativa e che ci aiuta, almeno in parte,
ad avvicinarci ai nostri giovani.
Il Forum dei Giovani Antifascisti
europei si è chiuso con le conclusioni di Anna Colombo (ANPI
Belgio) precedute da un dettagliato intervento di Luciano Guerzoni, Segretario Nazionale ANPI,
che ha presentato l’Associazione ai
delegati esteri sottolineandone
l’attualità dell’impegno e la necessità di lavorare in Europa e con
l’Europa per meglio rispondere alle sfide odierne.
L’esperienza dei Forum europei
ha aperto una strada che l’ANPI si
prepara a percorrere assieme alle
forze vive del nostro tempo, gli
Antifascisti Europei ed i Giovani.
Grazie ragazzi!
Uno straordinario Forum sulle diverse esperienze
Il museo della Resistenza tra
evocazione e partecipazione
di Fulvia Alidori
a seconda Festa nazionale ha ospitato l’incontro ANPI e Musei della Resistenza: tra memoria e cittadinanza. L’evoluzione del concetto di
museo da evocazione a partecipazione, il
cui intento era mostrare le capacità narrative dei musei e la
loro aderenza alla
realtà.
L’occasione
non era solo per i musei della Resistenza ma
anche per i luoghi della memoria.
Se un museo è il luogo della rappresentazione di un fatto, dell’ANPI è la massima
sensibilità per tutelare
proprio i musei storici, per tenerli, come
direbbe una brava
nonna, da conto.
Non ci siamo limitati
a narrare dell’esperienza italiana. Abbiamo infatti invitato il
L
Memorial de la Shoah di Parigi, la più
antica istituzione di questo tipo, nata nel
1943, nella Francia di Vichy, esempio di
Resistenza e sguardo volto al futuro,
dando così un respiro internazionale al
Forum, lo stesso che ha investito la gran
parte degli incontri della Festa.
Abbiamo chiamato ad intervenire il Museo Casa Cervi, luogo della prima Festa
nazionale, per sancire un simbolico passaggio di testimone, il Museo diffuso
della Resistenza di Torino, esempio di
stretto legame al tema dei diritti dell’uomo, il Parco Storico di Monte Sole,
dell’area di Marzabotto, in cui l’educazione alla cittadinanza passa attraverso la
storia e la cura del proprio ambiente, la
Fondazione ex Campo Fossoli, testimonianza della partecipazione dell’Italia
fascista al sistema concentrazionario,
perché spesso si crede che i campi di
concentramento siano stati solo un fatto
del nazismo, e infine il Museo audiovisivo di Massa Carrara e La Spezia, un
museo di due città e di due province,
con le difficoltà amministrative che ciò
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 17
comporta, e che pure è stato capace di esprimere un allestimento all’avanguardia con l’uso di nuove
tecnologie.
La prima sorpresa è stata ricevere
da tutti loro una risposta positiva
ad intervenire, anzi se devo dirla
tutta, ognuno ha espresso, a modo
suo, l’apprezzamento per avere
un’occasione di confronto. Ciò
che fa pensare che i confronti fra
gli esperti di questo settore non
siano cosa di tutti i giorni.
La scelta di questi sei esempi non
ha voluto snobbare tutti gli altri,
perché il Forum è solo l’inizio di
un progetto più ampio, che mira al
coinvolgimento di tutti i musei
storici. Sei esempi molto diversi
tra loro ma uniti da una passione:
la conservazione e la valorizzazione della memoria. Tema vitale per
l’ANPI, soprattutto ora che i nostri partigiani se ne vanno. Giovanni Destri, Presidente dell’Assemblea Legislativa della Provincia
di La Spezia, raccontando del Museo audiovisivo, ha ricordato proprio il suo ideatore, il partigiano
Paolino Ranieri, morto a 90 anni
lo scorso 3 giugno, nello stesso
giorno in cui 10 anni prima nasceva il museo.
L’ennesima sorpresa: un uomo di
80 anni che, prima di tutti, immagina e realizza un museo senza cimeli ma fatto della sola forza del
racconto delle parole, fissate nelle
immagini. Un uomo della generazione della penna e del calamaio,
che vede lontano e che capisce,
meglio di noi, di essere nella società dell’immagine.
Il confronto sull’evoluzione del
concetto di Museo storico è argomento rilevante. Esso, infatti, a
nostro parere, diviene, ogni giorno di più, oltre che luogo di memoria e di conoscenza anche luogo di relazione e di educazione alla cittadinanza. Evoluzione che investe anche la nostra Associazione.
Quante volte ci siamo sentiti dire
che la Resistenza va attualizzata e
che non sono più sufficienti le
commemorazioni! Che cosa rende
un luogo, con la sua idea generatrice, vivo? Penso che la risposta
sia la partecipazione e il senso di
appartenenza.
Le sole commemorazioni possono
bastare fino a che avremo l’ultimo
18 l patria indipendente l 18 luglio 2010
se avesse significato in sé. Marzia
Luppi, Direttore della Fondazione
ex Campo Fossoli, ci ha parlato di
questo, e ha anche posto il problema della formazione delle competenze degli operatori museali.
Il legame con il territorio è per il
Parco Storico di Monte Sole la caratteristica principale. Il Parco è
un’ampia area protetta che abbraccia la maggioranza dei luoghi coinvolti nell’eccidio di Marzabotto.
Il museo è uno spazio aperto nel
quale insistono luoghi che sono
stati teatro della strage: case, chiese, borghi. Un connubio storiacura ambientale, tema dei nostri
tempi e che tocca da vicino la sensibilità dei più giovani. Di questo
ci ha parlato Anna Salerno, responsabile dell’area storica di
Monte Sole.
Ennesima sorpresa il contributo
attivo del pubblico dopo un dibattito lungo tre ore: proposte conpartigiano, perché ognuno di loro
è segno della Resistenza, la incarna, hai l’idea della Resistenza davanti a te, in carne e ossa. È come
descrivere un profumo con il fiore
della sua essenza in mano. Ma
quando non ci saranno più? Dobbiamo imparare a colmare l’assenza con l’educazione a una nuova
cittadinanza, fatta di pace, di libertà e di giustizia e di conoscenza
degli strumenti democratici attraverso cui concretizzare questi
ideali.
Il museo luogo di conoscenza, di
relazione, di educazione e di confronto, un Forum di multiculturalità, più che un tempio, come ha
sostenuto Guido Vaglio, Direttore
del Museo diffuso della Resistenza
di Torino.
Il museo luogo di volontà e di impegno, come quello di Isaac
Schneersohn, che nella clandestinità dell’aprile 1943, creò il Centro di documentazione ebraica
contemporanea (CDJC), divenuto
nel 2005 Mémorial de la Shoah, e
la cui attività è fortemente legata
alla Scuola, perché è lì che nasce
l’identità e si consolida ed è lì che
per la prima volta, da soli, senza la
famiglia, ci confrontiamo con gli
altri e sviluppiamo il senso della
nostra autonomia. Di questo ci ha
parlato il prof. Olivier Lalieu, re-
sponsabile del Servizio dei luoghi
della memoria e dei viaggi studio
per il Mémorial de la Shoah, che
alla fine del suo intervento ha posto il quesito: se l’obiettivo dei
musei storici è sempre stato quello
di denunciare le conseguenze del
nazismo e del fascismo, nonché di
lottare contro il riaffermarsi di
queste ideologie, occorre chiedersi
se il discorso che queste istituzioni
promuovono debba essere in grado anche di evocare in maniera più
ampia i diritti dell’uomo, col rischio però di confondere situazioni e contesti di natura diversa, di
snaturare la riflessione a causa di
una politicizzazione controproducente. La scelta del Mémorial de la
Shoah volge a promuovere un approccio storico degli eventi e a
trarne un messaggio civico il più
ampio possibile, capace di coinvolgere la maggior parte delle persone. Spetta al pubblico, alla comunità educativa, trarre le proprie
conclusioni e dedurre i propri
messaggi educativi al termine di
una riflessione rispetto alla quale
devono essere i veri protagonisti.
Ha invitato al rigore storico, ad
una fedeltà filologica direi, senza
farsi distrarre dalla storia spettacolarizzata, una scelta cioè in cui è la
comunicazione in sé importante e
non la cosa comunicata. Concetto
ripreso e condiviso sia da Marzia
Luppi, Direttore della Fondazione
ex Campo Fossoli, che da Paola
Varesi, Direttore del Museo Casa
Cervi.
Il museo “discorso” spiega ciò che
è esposto e si apre al territorio, divenendo laboratorio di ricerca e di
didattica della storia e consentendo al pubblico di essere sempre di
più parte attiva del racconto museografico. Di questo ci ha parlato
Paola Varesi, ponendo l’accento
sul museo promotore di una cittadinanza consapevole e pronta a
condividere i saperi.
Poi la storia della Fondazione ex
Campo Fossoli e il recupero di un
luogo, nel centro della città di
Carpi, che è il Museo-monumento
al deportato politico e razziale con
la cerimonia, a cui parteciparono
migliaia di persone. Il recupero segnò la volontà politica di riacquisire una dimensione pubblica al racconto dei testimoni di fenomeni
come la deportazione, per anni argomento tabù. Inoltre l’importanza del sito storico del Campo di
Fossoli, le cui baracche furono in
uso fino al 1970, e della rilevanza
della contestualizzazione di un oggetto e di un luogo, tema oggetto
di riflessione, perché la tendenza,
oggi, è scindere l’azione dal luogo
e dal tempo in cui si svolge, come
pur rimanendo ognuno con la sua
specificità e autonomia, un riferimento per lavorare insieme.
Considerare l'ANPI disponibile a
valorizzare il lavoro dei musei, nell'ottica che l’unione fa la forza anche per ovviare ai tagli alla cultura
portati avanti dal governo.
Un’ANPI collettore di idee, luogo
accogliente e ricettivo per i musei,
una sentinella attenta alla loro evoluzione, che traduce il tutto in incontri periodici strutturati, allargandoli, ovviamente, ad ogni realtà museale, su temi specifici, che
potrebbero essere: la didattica della storia, l'uso dei nuovi linguaggi
comunicativi, la suggestione dei
nuovi allestimenti museali, lo studio della legislazione museale e la
questione legata alle risorse economiche, la semantica dei musei, le
relazioni con le associazioni, la
questione delle competenze degli
operatori museali. Gli incontri po-
Una delle tante, e interessantissime, mostre nei locali della Mole. In alto: un particolare del
cortile interno della Mole.
crete, come quella d’inserire nel sito dell’ANPI nazionale un “luogo” per i Musei, proposta del Presidente del Sistema museale di Ancona, o come la richiesta di consigli a Monte Sole da parte di un
rappresentante ANPI di Arcevia
per realizzare il parco storico a
Monte Sant’Angelo, o come l’invito da parte di un socio ANPPIA
a riflettere sulla gestione museale
con l’utilizzo di contratti a progetto, simbolo della precarietà del sistema lavoro della nostra epoca.
Ma le questioni saranno oggetto
di prossimi incontri, perché alla fine, per conto dell’ANPI, ho proposto il progetto Musei che consiste nel considerare l’Associazione,
trebbero tenersi a rotazione in
musei diversi, sarebbe un’ANPI
itinerante che studia e conosce
sempre più i territori. Ultima sorpresa: l’accoglienza unanime e entusiasta a questa proposta.
Un’unione ANPI- Musei e luoghi
della memoria, suggellata dall’incontro informale e fuori programma tra il Presidente nazionale dell’ANPI Raimondo Ricci, sopravissuto a Mauthausen, con il prof.
Lalieu.
Un’unione ANPI- Musei e luoghi
della memoria, dove ognuno si
prende cura dell’altro e insieme
partoriscono un bambino sempre
più forte e con gli occhi colmi di
futuro.
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 19
La Festa
Un incontro sulla memoria e il dovere di rispettare i fatti
Attenzione alla “controstoria”
per falsificare la verità
di Daniele Susini
L’uso politico
del “raccontare”
per equiparare tutto.
Gli interventi di
Nicola Tranfaglia,
Dianella Gagliani,
Alessandra Longo
e Andrea Liparoto
uso politico della storia non è una
novità di questi ultimi anni o meglio del periodo della cosiddetta
Seconda Repubblica. Questa è la conclusione a cui si è giunti durante i lavori del
forum Storia, Memoria, Comunicazione Revisionismo: dovere storiografico
o uso politico della storia? che ha avuto
come ospiti Dianella Gagliani dell’Università di Bologna, Nicola Tranfaglia storico, Andrea Liparoto dell’ufficio stampa
ANPI Nazionale, Daniele Susini responsabile gruppi ANPI su Facebook. Le
conclusioni, a sintesi di quanto emerso,
sono state affidate a Alessandro Pollio
Salimbeni, membro del Comitato Nazionale ANPI. Questi ospiti sono stati
tutti coordinati da Alessandra Longo,
giornalista di Repubblica e amica dell’ANPI, che ha elegantemente gestito
l’incontro introducendo con competenza la materia in oggetto, riuscendo fin
dalla sua introduzione a rivolgere questa
riflessione al presente.
I relatori, come la professoressa Gagliani
e il professor Tranfaglia hanno dato un
taglio storico-scientifico ai loro interventi, presentando due relazioni che hanno
spiegato come fin dall’immediato dopoguerra i revisionisti storici di professione
furono attivi nel cercare di creare una
“controstoria fascistizzata”, e ancora,
L’
20 l patria indipendente l 18 luglio 2010
semplificando l’analisi della storia della
Resistenza, attraverso ardite quanto smaliziate operazioni pseudo-scientifiche e
pseudo-storiche.
La contrapposizione storica tra le due
memorialistiche è stata affrontata dalla
professoressa bolognese che attraverso la
presentazione di alcuni titoli di testi che
parlano di quel periodo storico con la visione fascista o repubblichina, tendono
un inganno che sta nel far intendere al
lettore che non esiste una verità storica
accertata, data dai fatti, dai valori in campo o dall’analisi storica, ma che esiste
esclusivamente una verità di parte dovuta per l’appunto alla faziosità della parte
rappresentata.
È stato facile intuire come questi siano
stati i primi tentativi per cercare di parificare la storia, quella partigiana e quella
repubblichina, ma la storia non si usa per
fini politici, la storia serve a fare luce sul
passato, nella maniera più oggettiva possibile e non deve creare “equilibri politici” dell’oggi.
Il professor Tranfaglia ha tracciato una
analisi sull’aspetto più politico di questa
discussione, in quanto alcune correnti
neofasciste e conservatrici hanno da
sempre operato in maniera convinta e interessata questo tentativo di revisionismo
storico nei riguardi delle vicende dei partigiani.
I nemici della Resistenza sanno benissimo che sminuire i suoi valori e gli eventi
sono passi fondamentali per cambiare
l’ordine che si è creato dopo la fine della
guerra, basato sui cardini del binomio
Repubblica e Costituzione. Con questo
punto di partenza non si possono non
trovare somiglianze con il negazionismo
di matrice antisemita, che come il nostro
revisionismo, non nega tout cout l’evento Shoah o Resistenza che sia, ma ne trova le crepe, i punti di discrasia, minimizzandone i numeri e la sua portata storica,
con il celato intento non di far emergere
studi più precisi e aggiornati, ma per l’appunto negarne il valore assoluto e permettere una rivalsa del pensiero fascista.
L’aspetto politico è stato anche al centro
della discussione del capo dell’ufficio
stampa dell’ANPI nazionale, Andrea Li-
La Festa
paroto – che ha giustamente esposto la mole di lavoro e il compito
che ha l’ANPI in questa battaglia
di verità e giustizia – utilizzando
l’esempio della vicenda sul disegno
di legge 1360, sulla parificazione
pensionistica tra partigiani e repubblichini, in una franca analisi di
quello che è avvenuto. È stato giusto ricordare come anche i partiti
che provengono da una storia antifascista, si siano resi addirittura copromotori di quella scellerata legge, che solo attraverso l’impegno
dell’ANPI e della sua gente si è
bloccata, costringendo il presidente del consiglio ad una frettolosa
ritirata su questa tematica e, per
quanto ipocrite, tentando anche
considerazioni e valutazioni del
tutto favorevoli all’antifascismo.
Questa grande discussione fatta di
analisi, considerazioni e valutazioni, ha un problema pratico: quello
della divulgazione attraverso i
mezzi di comunicazione, classici e
più moderni. L’ANPI ha voluto
dare un taglio sopratutto legato alla contemporaneità, la trasmissione di idee attraverso le forme più
moderne, che sono i social network, Facebook e Twitter in testa,
ma internet più in generale. A dare delle indicazioni e delle valutazioni in tal senso sono stati chiamati Daniele Susini e Michele Urbano, rispettivamente responsabile
social network e webmaster del sito www.anpi.it.
L’impressione generale che hanno
esposto i due esperti è che l’ANPI
è fortemente interessata a qualificarsi nelle nuove forme di comunicazione. Avere allo stesso tavolo,
esperti storici e esperti delle nuove
comunicazione ha trasmesso, a
colpo d’occhio, l’attuale dimensione dell’Associazione, giovani e
anziani, partigiani e antifascisti,
tutti radicati nella tradizione, ma
proiettati nella contemporaneità.
L’ANPI sta vincendo le sue scommesse “multimediali” essendo presente su tutti i maggiori social network e con il suo sito internet. La
grande scommessa comunicativa
attraverso questi strumenti è la
qualità, una qualità che deve confrontarsi sui limiti di questi strumenti, che si possono riassumere
nella parola sintesi. Tutto deve essere sintetico, veloce e intuibile,
mentre invece i fatti da raccontare
che ci riguardano vanno in direzione totalmente opposta, poiché
hanno bisogno di tanto tempo e
spazio. La comunicazione dell’ANPI non può prescindere da
queste nuove forme di comunicazione, e sta qui la nostra sfida: coniugare tradizione e modernità.
L’incontro è finito con la presentazione della nuova veste grafica
del sito internet dell’ANPI, da
parte del Web e Net Master del sito, Michele Urbano e Giovanni
Baldini che hanno illustrato, facendole vedere, le sezioni storiche
e quelle dell’attualità. Il nostro sito è stato potenziato nella struttura visiva, nella rapidità d’accesso
alle news, che si integra con l’intera comunicazione web e diventa
strumento non solo per il nazionale ma anche per i singoli comitati
provinciali e locali.
Siamo sulla buona strada, non siamo soli, siamo con la parte migliore d’Italia.
Facciamolo sapere a tutti.
Un intenso e appassionato dibattito
La Costituzione: insegnare,
e fare “pedagogia civile”
di Mattia Stella
ella giornata di venerdì 25 giugno
alla Festa nazionale dell’ANPI, si
è tenuto il dibattito dal titolo
“La Costituzione non è un optional:
il dovere dell’insegnamento”.
All’incontro hanno partecipato Raimondo Ricci, Presidente Nazionale dell’ANPI, Sandra Bonsanti, Presidente dell’associazione “Libertà e Giustizia”, Luisella
Pasquini, Presidente Istituto Storico delle Marche, Mattia Stella, dell’associazione “Giovani per la Costituzione”, i lavori sono stati coordinati da Ivano Artioli,
Presidente ANPI Ravenna.
Il dibattito è stato particolarmente intenso e ricco di spunti e proposte di lavoro.
Sandra Bonsanti, si è soffermata sul lavoro di “pedagogia civile” svolto dall’associazione “Libertà e Giustizia”, ha ricor-
N
dato l’appello lanciato da Gustavo Zagrebelsky “rompiamo il silenzio” ed ha
ripercorso con grandissima intensità ed
emozione la straordinaria battaglia referendaria del 2006.
La Bonsanti ha giustamente ricordato
che proprio grazie al lavoro svolto dall’associazione “Salviamo la Costituzione,
aggiornarla non demolirla” presieduta
dal Presidente Emerito della Repubblica
Oscar Luigi Scalfaro, è stato avviato un
intenso lavoro di divulgazione della Costituzione italiana, lavoro che vide unite
tutte insieme le migliori forze politiche,
sindacali, sociali, culturali e associative
del Paese. In conclusione di questo ricordo ha rimarcato il ruolo fondamentale svolto dall’Associazione Nazionale
Partigiani d’Italia, rappresentato all’interno del comitato referendario da Raipatria indipendente l 18 luglio 2010 l 21
mondo Ricci e Marisa Ferro. La
Bonsanti ha infine lanciato l’appello promosso da Zagrebelsky e
Onida per modificare la legge elettorale per l’elezione dei parlamentari, sottolineando che l’attuale
legge elettorale è la principale causa dello stato di degrado della democrazia italiana.
Immediatamente dopo è intervenuta Luisella Pasquini che ha spiegato le origini e le funzioni degli
Istituti storici ed ha illustrato tutte
le attività poste in essere dall’Istituto marchigiano, ponendo particolare attenzione al lavoro di collaborazione con le scuole di ogni
ordine e grado. Inoltre ha ricordato la recente istituzione dell’insegnamento della materia “cittadinanza e Costituzione”, illustrando
le modalità applicative con cui si
stanno approcciando le scuole del
territorio marchigiano, denunciando al contempo il rischio che l’inserimento di questa nuova materia
di insegnamento non ottenga il
giusto spazio all’interno della programmazione scolastica.
Successivamente è intervenuto
Mattia Stella, fondatore dell’associazione “Giovani per la Costituzione” e componente del direttivo
dell’ANPI di Roma. Stella ha descritto tutti i progetti realizzati
dall’associazione, ed ha rimarcato
l’esigenza di creare un circuito virtuoso che metta in collegamento il
22 l patria indipendente l 18 luglio 2010
mondo della scuola con
il mondo dell’informazione e dei “new media”, affinché il messaggio della Costituzione arrivi attraverso più
canali, in particolare attraverso gli strumenti
di comunicazione che
sono
maggiormente
utilizzati dalle nuove
generazioni. Infine, in
relazione all’insegnamento della storia nella
scuola primaria, ha suggerito all’ANPI e agli
Istituti Storici di avanzare la proposta di modificare gli attuali programmi scolastici affinché il programma di
storia della scuola primaria affronti anche le vicende legate alla lotta di Resistenza partigiana e alla nascita della Costituzione.
Numerosi sono stati gli interventi
del pubblico. Sono state illustrate
le pregevoli iniziative promosse
dall’ANPI di Venezia che ha avviato un lavoro già con la scuola dell’infanzia, di diverse realtà della
Toscana, di Palermo, del circolo
ANPI del quartiere Centocelle di
Roma.
A conclusione dei lavori, l’intervento del Presidente Nazionale
Raimondo Ricci: cinquanta minuti
di una intensità unica. Ricci ha
ripercorso con una magistrale
chiarezza espositiva gli ultimi
65 anni della storia d’Italia,
collegando con un filo logico
estremamente chiaro i diversi
momenti tragici che hanno segnato la storia del nostro Paese.
Il Presidente dell’ANPI ha ricordato il ruolo storico della
Resistenza, sia in chiave culturale che politica, sottolineando
come lo spirito della Resistenza
e della Liberazione si sia poi
trasfuso nella Carta Costituzionale, che ad oggi continua a
rappresentare il codice genetico fondamentale della Repubblica italiana, nonostante i continui attacchi che provengono
da forze reazionarie, populiste
e illiberali.
Dal complesso degli interventi
è stato possibile desumere alcune
direttive guida da utilizzare nel lavoro quotidiano di divulgazione e
diffusione della Costituzione.
In primo luogo tutti hanno sottolineato come l’ANPI costituisca il
principale soggetto culturale nell’insegnamento della Costituzione. Da questo punto di vista, gli
interventi dal pubblico hanno
esplicitamente proposto all’Associazione di dotarsi di un luogo
permanente di confronto tra le diverse realtà e modalità concrete di
sviluppo dei progetti sulla Costituzione.
In secondo luogo si è messa in evidenza l’assoluta qualità del lavoro
promosso nei diversi territori, soprattutto l’elemento comune ai diversi interventi progettuali risiede
nella volontà di costruire reti di
soggetti associativi e culturali che
insieme portano avanti delle elaborazioni con le scuole.
Infine è stato ancora una volta ricordato come non si possa chiedere solo alla scuola di farsi carico di
questo lavoro di insegnamento
della Costituzione, un impegno di
tale importanza deve essere portato avanti in raccordo con tutti i
soggetti attivi nel campo dell’informazione, affinché la circolazione della conoscenza passi attraverso una molteplicità di canali allargando così la base dei destinatari
del messaggio valoriale, culturale e
politico della nostra Costituzione
repubblicana.
La Festa
“Antifascismo, Democrazia: lavori in corso e prospettive”
E le donne? Erano e sono
sempre in prima fila
di Monica Minnozzi
el pomeriggio di sabato 26 giugno, alla Festa, si è svolto il Forum
nazionale delle donne dell’Associazione “Donne, Antifascismo, Democrazia – Lavori in corso e prospettive”.
Un incontro che ha rappresentato una
delle tante tappe del dibattito che il Coordinamento Femminile ha voluto stimolare all’interno dell’Associazione.
L’obiettivo del progetto, da subito, è
stato quello di ricostruire e trasmettere
la consapevolezza del percorso storico
che le donne hanno compiuto nel contesto del processo democratico del nostro
Paese. C’era necessità di sollecitare una
discussione non relegata al solo mondo
femminile, rivolta in particolare alle giovani generazioni e che coinvolga l’intera
Associazione in uno sforzo culturale e
politico ad ogni livello, anche territoriale.
N
La parole d’ordine è “fare rete”, perché
l’unione fa la forza. Fare rete tra realtà,
tra esperienze ed anche tra generazioni.
Il rapporto tra donne, antifascismo e democrazia nella nostra storia è inscindibile: nei momenti costitutivi, di costruzione dello Stato democratico e di sviluppo
sociale e civile, le donne sono state soggetto attivo, protagoniste di grandi movimenti, sollecitatrici e promotrici del
cambiamento e dell’evoluzione sociale e
civile del Paese.
Ne sono esempi la loro partecipazione
determinante alla Resistenza, la conquista del voto, l’apporto dato alla Costituente, l’impegno nella ricostruzione del
Paese, il movimento di emancipazione, il
femminismo.
Momenti, questi, tra loro diversi, ma caratterizzati dalla partecipazione attiva,
dalla assunzione di responsabilità, dalla
ricerca di un modo autonomo delle donne di stare nella democrazia, con propri
obiettivi e forme di partecipazione.
Il Forum della Festa – ideato e presieduto da Eletta Bertani con la fattiva e preziosa collaborazione di Marisa Ferro della Segreteria nazionale – ha rispecchiato
a pieno quelle che sono alcune delle fondamentali tematiche che s’intrecciano
con la questione femminile.
Dopo la relazione introduttiva del Coordinamento, esposta da Monica Minnozzi, giovane consigliera ANPI Marche e
membro del Coordinamento Nazionale
Femminile, si sono avvicendati gli interventi di Celestina Tinelli, componente
del Consiglio Superiore della Magistratura; Vera Lamonica, Segretario Confederale CGIL; Catia Iori, sociologa della
comunicazione; Alberto Leiss, giornalista e scrittore, e Marisa Ombra, partigiana e Vice Presidente Nazionale ANPI.
Il punto d’avvio non poteva che essere la
nostra Costituzione, con un’attenta analisi (anche giurisprudenziale) che ha illustrato quante e quali sono state le vicende che hanno investito la condizione
femminile italiana dal dopoguerra ad oggi. Sono seguiti contributi molto attuali
sulle problematiche del lavoro e sociali,
nel loro complesso, in riferimento a
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 23
quelli che potremmo individuare
come gli attuali “modelli” femminili. L’intervento di Leiss ha indubbiamente offerto un punto di
vista innovativo ed ha, soprattutto,
fatto capire quanto la questione
femminile sia in realtà altrettanto
questione maschile, specie sul tema della violenza contro le donne.
L’intervento di Marsia Ombra
non ha potuto che costituire il naturale anello tra: donne, antifascismo e giovani generazioni nell’ottica della nuova consapevolezza
femminile che prenda imprescindibilmente ispirazione dalle preziose
esperienze che hanno preceduto le
donne di oggi.
L’iniziativa è stata molto partecipata, anche con una ricca serie di
interventi – per numero e, soprat-
L’appello dell’ANPI
ha già 1.400 firme
Ha superato le 1.400 firme l’appello “Sono Italiano, di Costituzione” che l’ANPI ha lanciato sul suo sito in occasione
della seconda Festa nazionale svoltasi ad Ancona.
Per non contare i soggetti collettivi come associazioni culturali,
politiche e sezioni ANPI (l’elenco su www.anpifesta.org e
www.anpi.it). Un appello a dichiararsi – con nome e cognome –
fedele alle radici civili del proprio Paese, Resistenza e Costituzione, contro gli attacchi e i tentativi di stravolgimento che queste
stanno subendo quasi quotidianamente.
Qualche prezioso volenteroso ha fatto di più e invitiamo a seguire il suo esempio. La sezione ANPI di Barco (Ferrara) ha raccolto ben 535 firme con dei banchetti in piazza: tra queste quelle
del Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, degli on. Dario Franceschini e Alessandro Bratti. L’appello non chiude, quindi, i battenti con la fine della Festa. Chi vuole aderire può farlo inviando una
e-mail a [email protected]. Un popolo che resiste e cresce. E
che l’ANPI incontrerà presto con iniziative pubbliche.
tutto, per contenuti – che Carla
Nespolo, del Comitato Nazionale
dell’ANPI, nonché Presidente dell’Istituto Storico di Alessandria, ha
saputo riassumere nelle sue conclusioni.
Quel che è indubbiamente emerso
è che oggi c’è bisogno di parlare
di donne e noi dell’ANPI vogliamo essere presenti in questo dibattito con il nostro peculiare punto
di vista.
C’è la necessità e l’urgenza di contrastare le involuzioni sociali e di
combattere una vera e propria battaglia culturale attorno al ruolo e
alla immagine della donna nel nostro Paese, senza lasciare spazi alla
retorica.
24 l patria indipendente l 18 luglio 2010
La Festa
Le testimonianze di chi c’era
Raccontare, raccontare ancora
tutti “seduti allo stesso tavolo”
di Paolo Papotti
E Giovanna parla
delle vessazioni
fasciste
contro gli slavi.
Il racconto
del partigiano
Renato Lori
preso
dalla commozione.
Un grande
archivio nazionale
con tante,
tante testimonianze
«N
on potevo non essere antifascista! Dalle nostre parti, i fascisti, ci hanno fatto cambiare e
italianizzare anche il nome». Così, Giovanna Stanka Hrovatin, comincia il sua
racconto, la sua storia, la sua vita da antifascista. Rimangono impresse nella mia
memoria, la durezza, la severità e la dignità di Giovanna che, nel raccontare le
vessazioni fasciste, assume quasi un
aspetto grave, teso, arrabbiato. Tuttavia
è difficile collegare questi sentimenti ancora vivi di resistenza vissuta, agli occhi
azzurri e dolcissimi di Giovanna, e a quel
suo modo semplicemente colto di parlarci di storia. Della nostra storia. Quando
Giovanna ricorda che, oltre alle preoccupazioni per sé era preoccupata anche per
la madre che, malgrado tutti i pericoli, la
sosteneva in queste azioni, si interrompe, le luccicano gli occhi, quasi mi chiede scusa. Ci prendiamo la mano e, con
un cenno del capo mi fa capire che è tutto a posto. E riparte il racconto. Chi
porta addosso i segni del fascismo ha ancora la forza di arrabbiarsi, la dignità nell’esprimere sentimenti e, nello stesso
tempo, lo slancio per investire nel futuro, per andare avanti. A quattordici anni
questa donna nascondeva messaggi, viveri ed armi e faceva collegamento tra la
città ed i gruppi partigiani perché «Non
potevo non essere antifascista!».
«L’aria era veramente nuova. Alla celebrazione del primo maggio del 1945, ho
vissuto la libertà negli occhi delle persone,
solo allora ci siamo resi conto di quello che
avevamo compiuto». A questo punto, a
Renato Lori, si spezza la voce, si commuove. Dopo averci raccontato le vicende partigiane che lo hanno visto protagonista di una grande stagione di lotta, si
commuove quando parla del dopo,
quando realizza il senso di tutte le fatiche nella possibilità di festeggiare in libertà.
Renato comincia, dopo l’8 settembre,
l’attività partigiana, rifiuta la chiamata
della Repubblica Sociale Italiana, si consegna solamente dopo l’arresto dei suoi
genitori. Quindi riesce a scappare, raggiunge i partigiani, entra nella gloriosa
47a Brigata Garibaldi. La sua ostinazione
a continuare l’attività partigiana e a non
Partigiani e giovani davanti a una bottiglia di vino e intorno ad un tavolo da cucina: chi racconta, chi ascolta e fa domande.
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 25
Il prof. Umberto Carpi, che ha svolto la Lectio Magistralis sul tema “Verso il 150° dell’Unità d’Italia: dal I al II Risorgimento. A destra: i tre
oratori del comizio di chiusura della Festa, Enrico Panini (CGIL nazionale), Armando Cossutta e il deputato europeo Martin Schulz. In basso:
partigiani e antifascisti alla manifestazione di chiusura.
indietreggiare davanti a nulla era
data dalla volontà di onorare la
morte del suo amico Marco, di 17
anni, ucciso in combattimento.
Quando Renato parla della sua
esperienza, non usa il criterio dello
storico, non fa solo esercizio cronologico dei fatti e delle azioni.
Non usa il criterio dell’eroe; ci
parla del quotidiano, della voglia
di scherzare come quando, per
gioco, lui ed altri compagni tirarono una cuscinata al comandante
della brigata, pensando fosse un
altro compagno. Renato è preciso
e puntuale perché ci parla di sé,
delle sue paure, delle sue ansie,
delle sue soddisfazioni, dei suoi
sentimenti. Renato ci parla alla pari. Come i grandi maestri che non
insegnano solamente, ma accompagnano a capire, a riflettere, ad
elaborare.
Giovanna e Renato ci hanno parlato di venti mesi della loro vita tutti coniugati al futuro, che doveva
essere migliore. Tutto questo, sia
26 l patria indipendente l 18 luglio 2010
per Giovanna, sia per Renato, è
comprensibile perché si vedono i
gesti, gli sguardi, si leggono le
pause o si sente la veemenza del
racconto.
Ecco perché abbiamo registrato
tutto: perché anche gli sguardi ed i
gesti diventino un patrimonio, una
memoria che, insieme al racconto,
insieme ai fatti e alle azioni diventa coinvolgimento completo. C’è
un senso di completezza umana
nel mettere insieme parole, gesti e
azioni che diventa vivere. Spesso
per capire bisogna vivere, proprio
per questo dobbiamo cogliere, capire e registrare. È necessario lasciare traccia, anche di questo.
“Seduti allo stesso tavolo” ha significato tutto questo. Costruire le
condizioni perché il confronto avvenisse nel modo più semplice
possibile in un contesto conviviale
e accogliente che permettesse uno
scambio sereno e sincero. Fuori
dall’ufficialità, ma profondamente
immerso nell’intimo delle persone.
Questo si è realizzato ad Ancona.
Nella semplicità di un tavolo da
cucina: apparecchiato con bicchieri e vino, sopra una tovaglia a quadretti bianchi e rossi.
Nella seconda Festa nazionale dell’ANPI i partigiani, le staffette, i
patrioti hanno raccontano di sé
con intorno tanti ragazzi ad ascoltare: il tutto è stato filmato ed andrà a comporre l’archivio documentale nazionale delle voci di chi
fece la Resistenza contribuendo in
modo importante a liberare il Paese dal nazifascismo.
L’obiettivo: tramandare la memoria. Assicurarla al futuro.
Anche per questo continueremo,
in forme organizzate che comunicheremo, a raccogliere e filmare le
testimonianze, per andare ad ampliare l’archivio documentale che è
iniziato ad Ancona, e per dare e
darci la possibilità a tutti di capire,
riflettere ed elaborare anche l’intimo di quelle esperienze partendo,
oltre che dal racconto, anche dai
gesti e dagli sguardi.
Ancona ha rappresentato, insieme
alle testimonianze, anche un momento importante di documentazione filmata. Cinquantacinque fra
docufilm, documentari, immagini
sono stati proiettati in moto continuo durante la Festa. Anche questi
documenti, prodotti dai vari comitati provinciali, dalle sezioni e dagli istituti storici di competenza,
andranno a far parte di un grande
archivio che diventerà patrimonio
dell’Associazione, dei suoi iscritti.
Il lavoro è tanto, l’entusiasmo non
manca. Anche col progetto di documentazione l’ANPI conferma il
grande impegno nell’assicurare la
memoria al futuro.
L’ANPI e Internet
La lettera di commiato del fondatore del sito www.anpi.it
Dopo 10 anni Dario Venegoni
lascia l’incarico di webmaster
La sfida che attende i nuovi responsabili
non è solo tecnologica.
«Continuerò a seguire questa mia
carissima creatura, luce dei miei occhi,
pur dai nuovi incarichi che mi è capitato
di assumere in seno all’ANED,
l’Associazione degli ex deportati nei
campi nazisti».
uesta è la prima volta – e sarà anche l’ultima – in
cui mi rivolgerò in prima persona a tutti i nostri lettori. Dopo un decennio di lavoro per il sito Internet
dell’ANPI, è venuto il tempo, per me, di passare la mano. Ho
chiesto quasi un anno fa alla Presidenza dell’ANPI di sollevarmi dall’incarico di responsabile di questo sito, e questo
cambio ora può realizzarsi, all’indomani della seconda Festa
nazionale dell’ANPI di Ancona.
Sembra passato un secolo da quando Tino Casali mi affidò
l’incarico di fondare un sito che rappresentasse la voce dell’ANPI in rete. Non erano molte, allora, le organizzazioni “serie” a utilizzare questo strumento. Il web non aveva ancora
la pervasività e la diffusione planetaria di oggi; le mail erano
ben lungi dal sostituire la posta tradizionale; di fibre ottiche
ancora non si parlava e si utilizzavano modem da 54 Kb/s
che rendevano problematico anche il semplice download
della più piccola immagine (e guai a parlare di files audio o
video!).
Il sito dell’ANPI nazionale è nato il 25 aprile 2000. La grafica della home page era esattamente la stessa del giugno
2010, e testimoniava delle nostre ambizioni: il sito si ripro-
Q
Dario Venegoni.
metteva di essere non solo e non tanto vetrina dell’attività
dell’associazione, ma una fonte di informazione importante
per le nuove generazioni sui temi della Resistenza, del fascismo, della Seconda guerra mondiale, sui quali – già allora –
si andava infittendo l’offensiva revisionistica.
L’idea attorno alla quale ho costruito 10 anni fa questo sito
era quella che vi fosse grande spazio in Internet per una informazione seria, autorevole, di prima mano, sui temi che ci
sono cari, anche se ancora solo pochissime organizzazioni
simili alla nostra utilizzava questo strumento. Di qui la scelta di non fondare un “portale” ma un “sito”; non una vetrina
di quanto c’era in rete (anche perché c’era pochissimo: persino Wikipedia non esisteva ancora), ma un mezzo di informazione e di documentazione (sulla Resistenza, ma più in
generale sul fascismo e la guerra) nuovo, autonomo e originale. Corollario di non poco conto, non avremmo copiato
niente dall’esterno, ma prodotto in proprio tutti i nostri contenuti, con l’obiettivo di affermarci come fonte autorevole e
autonoma.
Quando il sito andò online dietro la “facciata” della home
page si trovavano non più di una trentina di pagine. Conscio
della povertà dei contenuti avevo trovato un escamotage per
rendere evidente un continuo aggiornamento del sito: in home page, alla voce “Accadde oggi”, ogni giorno pubblicavo
un anniversario degno di nota per quella specifica data, attingendo da un archivio di avvenimenti notevoli per ogni
giorno dell’anno redatto appositamente da Alessandra Lombardi. Sapevo di caricarmi in quel modo – in assenza di software più duttili, oggi largamente disponibili – del compito di
aggiornare ogni giorno se non altro quella parte del sito. E
così avvenne, giorno dopo giorno, estate e inverno, feriali e
festivi compresi… Fino a che quello spazio non si rivelò funzionale alla pubblicazione di notizie d’attualità, che finalmente cominciavano ad arrivare, tanto che il nome della rubrica è stato cambiato in “Accade oggi”.
In questo decennio il sito è enormemente cresciuto, grazie
alla collaborazione di un piccolissimo gruppo di giornalisti
che hanno lavorato con me, prestando gratuitamente la
propria opera. Nessuno si offenderà, spero, se in questa
circostanza mi limito a fare un nome solo, per tutti: quello di
Nando Strambaci, “arruolato” fin dall’inizio per scrivere
“qualche biografia” di partigiani. In un decennio ne ha scritte oltre 2.500, ben 500 delle quali solo nell’ultimo anno: un
lavoro enorme, fatto con pazienza, rigore e amore che ha
portato a comporre sul nostro sito la più vasta galleria di
combattenti dell’antifascismo e della Resistenza esistente in
rete. Adesso che cedo questa responsabilità, Strambaci potrà scrivere anche la scheda di mio padre Carlo Venegoni,
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 27
antifascista, condannato dal Tribunale Speciale, incarcerato,
chiuso in un campo di concentramento fascista, deportato in
un lager nazista: non potendo scrivere le schede di tutti i
combattenti della Resistenza, fin qui glielo avevo vietato
(scusa, papà!).
Vorrei ringraziare in questa occasione i dirigenti dell’ANPI
che per dieci anni mi hanno rinnovato la propria fiducia, lasciandomi piena libertà di iniziativa. Non ho mai avuto un
solo motivo di contrasto, nessuna ingerenza nel mio lavoro
di direttore responsabile di questo strumento di comunicazione. Ad Arrigo Boldrini, a Tino Casali, a Raimondo Ricci e a
tutti i compagni che si sono succeduti alla Presidenza e alla
Segreteria nazionali dell’ANPI il mio più sincero ringraziamento, che vorrei estendere alle compagne e ai compagni
dell’apparato di Roma e ai moltissimi iscritti con i quali sono entrato in contatto in questo periodo.
Il mio più grande rammarico è stato quello di non avere potuto completare la digitalizzazione del libro Aula IV, pubblica28 l patria indipendente l 18 luglio 2010
to diversi anni fa a cura dell’ANPPIA, con la raccolta delle
principali sentenze del Tribunale Speciale fascista. La pubblicazione di quel libro in versione digitale è stata bloccata
parecchi anni fa dalla stessa ANPPIA, che manifestò il proposito – purtroppo non realizzato – di gestire in proprio quel
progetto. Peccato, non riesco a dire altro: quei nomi di strenui oppositori del fascismo condannati dal regime a lunghissime pene detentive meriterebbero di essere conosciuti dalle nuove generazioni, e la rete sarebbe un ottimo strumento
per raggiungere quel risultato.
Oggi questo sito si appresta a voltare pagina. Il rinnovamento tecnologico – che già si imponeva da diversi anni, e che
solo considerazioni di carattere economico hanno fin qui rimandato – sarà reso possibile dall’impegno e dalle capacità di un nuovo netmaster, Giovanni Baldini. Michele Urbano
mi sostituirà come responsabile politico-giornalistico, con
l’ausilio finalmente di una vera redazione, che fin qui è mancata.
La sfida che attende i nuovi responsabili, ovviamente, non è
solo tecnologica. Tutt’altro. In questi ultimi 15 anni si è passati da un Parlamento nel quale la stragrande maggioranza
degli eletti aveva nella Resistenza e nell’antifascismo le proprie radici a un nuovo Parlamento, nel quale tali radici sono
negate apertamente da una vastissima maggioranza, alla
quale si oppone una minoranza che su questi temi appare –
se posso dirlo – quantomeno distratta.
Contemporaneamente, il trascorrere degli anni ha falcidiato
drammaticamente la schiera dei partigiani e dei resistenti, i
quali al contrario un decennio fa erano ancora tra i protagonisti attivi della vita nazionale. Una nuova leva di antifascisti
si avvicina ora all’ANPI, mentre si moltiplicano, tra le forze
della maggioranza, le tentazioni di rivalutare apertamente il
fascismo, di attentare all’unità nazionale, di stravolgere la
Costituzione repubblicana dando il via a una legislazione
tendenzialmente razzista, xenofoba, antidemocratica.
Non si tratta quindi oggi per noi di dire le cose di sempre
con un mezzo nuovo, quanto piuttosto di declinare in modo
nuovo i valori la cui custodia ci è stata affidata dalla generazione dei partigiani e dei resistenti.
Si tratta di parlare in modo diverso dal passato a generazioni che crescono in un mondo che non è più quello dei nostri
padri.
Questa è la sfida che il sito, rinnovato, si troverà ad affrontare nei prossimi mesi e anni. In questo impegno io continuerò a seguire questa mia carissima creatura, luce dei miei
occhi, pur dai nuovi incarichi che mi è capitato di assumere
in seno all’ANED l’Associazione degli ex deportati nei campi
nazisti.
Alla nuova redazione del sito i miei più affettuosi auguri. Un
arrivederci di cuore alle migliaia di lettori che mi hanno
scritto: ho fatto il possibile per rispondere sempre in tempi
rapidi a tutti; mi scuso se in rari casi non ci sono riuscito. Alle centinaia di migliaia di visitatori che in questi anni ci hanno letto e seguito un saluto affettuoso: continuate a starci vicino, c’è sempre più bisogno dell’intelligenza e dell’impegno
di tutti!
Dario Venegoni
Storia
Fu l’inizio dell’assalto alle tradizioni slovene della città
90 anni fa i fascisti incendiarono
a Trieste la “Narodni dom”
di Milan Pahor
Una minoranza
attiva e forte
che Mussolini
e i suoi
non potevano
tollerare.
Gli altri saccheggi
e le persecuzioni
del ventennio.
Il cambio dei nomi
imposto per legge
La sede del “Narodni
dom” in una cartolina
d’epoca.
Sono trascorsi novanta anni da quando le
squadracce fasciste di Trieste e dei dintorni,
incendiarono in città il “Narodni dom”, centro di vita e di attività culturali, sportive,
bancarie e di previdenza degli sloveni. Ma i
fascisti non si accontentarono: distrussero
anche negozi, studi di avvocati, magazzini,
oltre ad aggredire persone e personaggi.
Non fu che l’inizio della persecuzione nazista e mussoliniana contro la minoranza slovena di Trieste e contro gli slavi in generale.
Ripercorriamo quei fatti e quegli avvenimenti con una ampia cronaca in diretta di
Milan Pahor.
lla fine del secolo XIX e agli inizi
del XX il movimento nazionale
degli sloveni di Trieste raggiunge
il culmine. La pietra miliare di questo
processo è rappresentata dall’imponente
edificio del “Narodni dom” nel cuore
della città, allora in passato situato in
Piazza Caserma 2, oggi in via Filzi 14.
Finito di costruire nel 1904. Indubbiamente, il “Narodni dom” è il simbolo
della rinascita nazionale, politica, economica e culturale degli sloveni di Trieste.
A
L’intero movimento, inoltre, poggiava
su capacità imprenditoriali consolidate e
su di una grande potenza economica.
L’operazione si svolge dapprima nell’ambito politico nazionale sloveno,
quindi investe anche la sfera economica.
Nel 1900 viene costituita la società “Narodni dom”, quindi nel 1901 segue l’operazione finanziaria dell’istituto di credito sloveno “Tržaška posojilnica in hranilnica” (Cassa Triestina di Mutui, Prestiti e Risparmio). La costruzione dell’edificio viene avviata nel 1901 con l’acquisto del terreno edificabile e viene portata a termine nell’agosto del 1904.
L’intera operazione si conclude, quindi,
nel giro di quattro anni: un successo indiscutibile anche da questo punto di vista. Lo stabile del “Narodni dom” è realizzato sul progetto del noto architetto
Max Fabiani. I lavori vengono eseguiti
da una ditta slovena triestina di costruzioni “Martelanc”.
Ci si aspetterebbe che l’inaugurazione
del “Narodni dom” fosse un momento
di grande gioia per gli sloveni di Trieste,
un momento di pubblica manifestazione
della propria nazionalità. Ed invece non
fu così. Le varie parti del palazzo vengono progressivamente inaugurate e destinate alla loro funzione, ma senza alcuna
cerimonia centrale. Perché? La risposta ci
viene data da un articolo apparso sul
quotidiano sloveno di Trieste Edinost
(Concordia o Unità) il 29 ottobre 1904:
«(…) Da qualche tempo a questa parte,
gli sloveni di Trieste si attengono alla
saggia politica di evitare festeggiamenti
chiassosi che portavano spesso a scontri
con l’elemento italiano, ma si limitano
alla soddisfazione di testimoniare, con
l’apertura stessa del “Narodni dom”, la
propria presenza a Trieste».
Così il 24 agosto 1904 si trasferisce nei
nuovi propri locali l’istituto di credito
TPH, mentre il 12 ottobre 1904 è la
volta dell’albergo, del ristorante e del
caffè.
Per capire il tutto possiamo ancora una
volta citare le idee espresse da un cronista del giornale Edinost di Trieste nell’articolo pubblicato il 24 ottobre 1904:
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 29
Un’altra immagine del “Narodni dom”. Questa volta dopo l’incendio fascista.
«(…) Oggi, in questo giorno così
solenne per gli slavi di Trieste non
possiamo non ricordare il nostro
architetto professore dottore Fabiani, la cui opera desta ammirazione non solo tra gli slavi di Trieste, ma anche tra coloro che slavi
non sono, per la originalità e la
monumentalità dello stile: al tempo stesso, non possiamo non ricordare la nostra impresa di costruzioni “Martelanc”, la cui esemplare e
precisa esecuzione del progetto suscita lodi ed ammirazione sia tra gli
slavi, sia tra i non slavi. Per tutta la
città si sente un solo, unanime
commento: così a Trieste non si
era ancora costruito (…)».
Il 10 dicembre 1904 ha luogo
l’inaugurazione dei locali occupati
dalla “Slovanska čitalnica” (Sala di
lettura slava), mentre il 15 dicembre viene inaugurata la grande sala
centrale con l’intervento canoro di
un celebre coro russo. L’8 gennaio 1905, infine, ha luogo la première dello “Dramatično društvo”
(Società filodammatica).
A questo punto viene da chiedersi
come la parte italiana veda il sorgere del “Narodni dom” e come
ne colga i molteplici significati. A
titolo illustrativo riportiamo alcuni
30 l patria indipendente l 18 luglio 2010
passi del libro Italia d’oltre confine
– Le province italiane d’Austria,
scritto da Virginio Gayda e pubblicato nel 1914:
«(…) Il centro di tutto il movimento sloveno di Trieste è il Narodni dom (Casa nazionale). È come un quartiere generale, un secondo Municipio autonomo, impiantato a Trieste per la esigua minoranza slava, la sede di tutte le
Associazioni, il punto di partenza
di tutte le agitazioni, il punto di
raccordo di tutti gli altri Narodni
dom, sparsi per la Venezia Giulia,
nelle regioni insidiate o conquistate dagli slavi. (…) Occupa un intero palazzo a tre piani, che fronteggia una piazza, nel cuore di Trieste. Gli sloveni l’hanno voluto lì,
perché tutti i forestieri lo vedessero. (…) Il Narodni dom è una curiosa forma di aggregazione politica, tipica degli slavi, che si trova in
ogni centro importante e rappresenta già un’evoluzione della così
detta “Čitalnica” (Sala di lettura).
(…) Così si tengono unite le forze
nazionali, perché non vengano
perdute. È una rete fittissima di
piccoli punti, incrociati con una
pazienza meravigliosa. Il Narodni
dom di Trieste sta al vertice di
questa piramide associativa, che
solleva tutti gli sforzi verso la città
di mare. (…)».
Alcune notizie sul “Narodni dom”
le abbiamo già date tra le righe.
Inoltre bisogna partire dalla considerazione principale che il “Narodni dom” era un centro multifunzionale di concezione moderna. Insomma era all’epoca all’avanguardia nell’intera Europa.
Univa in uno stabile diverse esigenze e scopi. Il tutto si capisce
meglio parlando della suddivisione
interna del “Narodni dom”.
Pianterreno. La parte che guarda
sulla Piazza Caserma: un caffè
(sulla parte sinistra dell’ingresso
principale), un ristorante (sulla
parte destra dell’ingresso principale).
Via Galatti: la tipografia “Edinost”.
Via Geppa: l’albergo “Balkan”.
All’interno del pianterreno la palestra della società ginnica slovena
“Sokol” (Il falco).
Primo piano. Piazza Caserma: l’istituto di credito sloveno TPH,
“Slovanska čitalnica” (Sala di lettura).
Primo e secondo piano su Via Galatti: la redazione del giornale slo-
veno Edinost, la sede della Società
politica slovena “Edinost”, “Glasbena matica” (Centro musicale
sloveno), “Delavsko podporno
društvo (Società operaia di mutuo
soccorso), “Dramatično društvo”
(Società filodrammatica), “Slovensko planinsko društvo (Club alpino sloveno).
Terzo e quarto piano su Via Galatti: studi di avvocati, uffici ed appartamenti.
Tutta la parte su Via Geppa: albergo “Balkan” con 40 stanze, al primo piano ristorante dell’albergo.
Nella parte interna: al pianterreno
la palestra del “Sokol” (Il falco),
inoltre dal pianterreno una scalinata interna (sia da destra sia da sinistra) portava al primo piano alla
sala grande centrale con loggione.
Da questa descrizione sommaria si
capisce il progetto moderno ed
ambizioso dell’architetto Max Fabiani. Nel palazzo convivevano le
istituzioni culturali ed economiche. Nello stesso tempo potevano
svolgersi più iniziative, giacché
l’architetto aveva progettato e costruito 3 ingressi (uno principale e
due laterali) con diverse scalinate e
corridoi interni. L’idea del progetto “Narodni dom” si reggeva sul
presupposto che lo stabile doveva
autofinanziarsi attraverso tutte le
attività che vi erano concentrate.
Non si potevano aspettare sovvenzioni statali o comunali. L’unico
ente che poteva intervenire (anche
finanziariamente) era il proprietario del “Narodni dom” che era un
istituto di credito sloveno:
“Tržaška posojilnica in hranilnica”
(TPH) ossia Cassa di Mutui, Prestiti e Risparmio di Trieste.
Per capire meglio la questione del
“Narodni dom” di Trieste bisogna
portare il discorso qualche decennio indietro. Parliamo della primavera del 1848 conosciuta anche
come “la primavera dei popoli
d’Europa”. I movimenti nazionali
di molti Stati europei intrapresero
una lotta politica e culturale.
L’onda di questi avvenimenti scosse anche la città di Trieste. Si ebbero moti italiani e sloveni. A noi
ora interessa la parte slovena e slava della città. Nell’autunno del
1848 si costituisce a Trieste la prima vera associazione politica e culturale slovena e slava nella città.
Portava il nome “Slavjansko supportare la costruzione del padruštvo” (Società slava). Nella so- lazzo del “Narodni dom”. Nel
cietà operavano insieme gli slove- 1905 la crescita economica sloveni, croati, serbi, cechi, slovacchi, na arriva al culmine con la costitupolacchi che vivevano ed operava- zione di una banca slovena “Jano nella città mediterranea. Cerca- dranska banka” (Banca Adriatica),
vano di portare avanti richieste po- costituita come una società per
litiche e culturali (problema della azioni. Non a caso il suo battesilingua, scuola, uffici statali, rico- mo si tenne nei locali del “Narodnoscimento nazionale, ecc.). Nel ni dom” a Trieste.
1849 riuscirono a pubblicare an- Accanto alla crescita politica ed
che un giornale intitolato Slavjaneconomica si ha anche una crescita
ski Rodoljub (il Patriota Slavo): si culturale, scolastica e sportiva. Intrattava del primo giornale in lin- somma si trattava di una rinascita
gua slovena e croata stampato a complessiva degli sloveni di TrieTrieste. In tutto uscirono 6 nume- ste. Si sviluppa una fitta rete di cirri. La società operò per otto anni. coli culturali, cori, filodrammatiNel 1861 sulle ceneri della prece- che amatoriali. Nel 1882 nasce la
dente si costituì la “Slavjanska società ginnica “Sokol” di Trieste.
čitalnica” (Sala di lettura slava), Nel primo decennio del XX secolo
che dal 1904 in poi trova sede nel praticamente ogni rione triestino
palazzo del “Narodni dom”. Gli ed ogni paese del Comune di Trieanni successivi non furono propizi ste ebbe la sua società ginnica “Soad altre iniziative slovene e slave a kol”, praticamente era nato il moTrieste. Le autorità asburgiche vimento sportivo sloveno a Trienon gradivano altre attività e ne ste.
proibivano la costituzione. Si do- Una questione molto spinosa era
vette aspettare fino al 1874, quan- la questione scolastica. Le autorità
do si costituì “Politično društvo comunali triestine (in mano al parEdinost” (Società politica e cultu- tito liberaldemocratico italiano)
rale “Edinost”). L’8 gennaio 1876 non permettevano nell’ambito del
esce il primo numero del giornale territorio della città la costituzione
Edinost. Nel 1879 si costituisce delle scuole pubbliche elementari
“Delavsko
podporno
društvo (Società di mutuo
soccorso). Tutte queste
organizzazioni trovarono
poi la loro sede negli spazi
del “Narodni dom”.
Nel 1880 nasce la prima
cooperativa
economica
slovena di Trieste denominata
“Gospodarsko
društvo” nel rione triestino di Servola (Škedenj in
sloveno). Negli anni successivi praticamente ogni
rione cittadino di Trieste
(San Giovanni, Roiano,
Barcola, San Giacomo,
Rozzol, Santa Maria Maddalena) e i paesi limitrofi
alla città ebbe una sua cooperativa economica, rivendita o spaccio. Da questa fitta rete nacque nel
1891 un grande istituto di
credito sloveno, su base
cooperativa, la “Tržaška
posojilnica in hranilnica”.
In pochi anni crebbe di
Partigiani “titini” davanti al “Narodni dom”.
molto e fu in grado di
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 31
La sede ristrutturata e le due targhe poste all’ingresso.
slovene. Le scuole comunali slovene elementari c’erano soltanto nei
paesi sloveni che facevano parte
del Comune di Trieste (Opicina,
Prosecco, Contovello, Santa Croce, Basovizza ecc.). Per ovviare alla decisa opposizione comunale ed
all’evidente discriminazione si
scelse la strada della scuola privata
slovena. Così si giunse alla costituzione della Società dei Santi Cirillo e Metodio con il preciso intento di aprire asili nido e scuole elementari slovene nella città di Trieste. Il progetto parte nel 1887 nel
rione di San Giacomo e si estende
poi a tutta la città. La vetta di questa rete di scuole slovene in città
venne raggiunta nel 1912, quando
proprio nel rione di San Giacomo
venne inaugurato uno stabile di 5
piani: l’edificio scolastico della società dei Santi Cirillo e Metodio.
Per inciso possiamo dire che il palazzo esiste ancora oggi, ora è la
sede del quotidiano sloveno di
Trieste Primorski dnevnik (Il quotidiano del Litorale).
Avendo presente tutto questo, si
32 l patria indipendente l 18 luglio 2010
capisce il progetto “Narodni
dom” di Trieste, come un
centro di molte
attività e facilmente visibile
anche dai forestrieri. Il “Narodni
dom”
inoltre rappresentava la presenza slovena e
slava nella città
di Trieste. Possiamo aggiungere che il “Narodni dom” significava il raggiungimento di un livello di tacito riconoscimento della forte ed attiva esistenza di una
minoranza slovena accanto alla
maggioranza italiana nella città di
Trieste.
Il “Narodni dom” ebbe una vita
attiva e significativa dal 1904 al
1920, in tutto 16 anni. Precisamente la sua esistenza inizia il 24
agosto 1904 e finisce nel rogo del
13 luglio 1920.
Il 13 luglio 1920 rimarrà nella memoria collettiva degli sloveni di
Trieste (e non solo) per sempre.
La stessa sorte degli sloveni è toccata ai croati e ad altre persone di
origine jugoslava o slava. Quel
giorno ci fu il rogo doloso del
“Narodni dom” in seguito all’attacco intenzionale delle squadre
fasciste. Tutto ciò succedeva con il
tacito assenzo delle autorità pubbliche. L’incendio del “Narodni
dom” fu l’episodio fondamentale
della giornata del 13 luglio 1920.
Però il rogo bisogna inserirlo in
un discorso più ampio. Le squa-
dracce fasciste quel giorno attaccarono ben 21 diversi obiettivi nel
centro della città. Tutto ebbe inizio con il raduno delle squadre fasciste e nazionaliste (di circa 2.000
persone) nella centralissima Piazza
Unità d’Italia. L’adunata ebbe inizio alle ore 18.00. Dopo i comizi
e i discorsi incendiari le squadre si
riversarono per il centro della città
e la misero a soqquadro. Le colonne avevano gli obiettivi prefissati
ed inquadrati, infatti imperversarono fino alle ore 24.00. Essi rappresentavano la presenza slovena,
croata e slava. La polizia non intervenne, tutto si svolse con il preciso intento di colpire la presenza
slovena e croata nella città. Non
bisogna dimenticare che dopo il
1918 all’interno del Regno d’Italia vivevano da 550 a 600.000 mila sloveni e croati nella Venezia
Giulia. Circa 330.000 erano sloveni, il rimanente croati.
Possiamo quasi parlare di una notte di San Bartolomeo riguardante
gli sloveni e croati. Il cittadino sloveno già allora percepì la forza fascista, non ebbe bisogno di aspettare l’ottobre 1922, cioè la presa
di potere da parte del Partito Nazionale Fascista.
Nella relazione della Commissione
storico-culturale italo-slovena (luglio 2000) possiamo leggere:
«(…) Nel luglio del 1920, l’incendio del Narodni dom, la sede delle
organizzazioni slovene di Trieste,
non fu così che il primo, clamoroso atto di una lunga sequela di violenze: nella Venezia Giulia come
altrove in Italia la crisi dello stato
liberale offrì infatti campo libero
all’aggressività fascista, che si gio-
vò di aperte collusioni con l’apparato dello Stato, qui ancor più forti che altrove, come conseguenza
della diffusa ostilità antislava. Le
“nuove province” d’Italia nascevano così con pesanti contraddizioni
tra principio di nazionalità, ragion
di stato e politica di potenza, che
minavano alla base la possibilità
della civile convivenza tra gruppi
nazionali diversi». Questa è la comune posizione degli storici italiani e sloveni che hanno scritto insieme la loro relazione finale.
Riporto anche alcuni passi del Memorandum del 1° settembre 1920
che la Società politica “Edinost”
consegnò al Presidente del Consiglio dei Ministri Giovanni Giolitti:
«Il giorno 13 luglio 1920 i giornali nazionalisti triestini Il Piccolo,
L’Era Nuova e La Nazione riportavano un proclama del Fascio
Triestino di Combattimento dove
si invitava la popolazione per le
ore 18 ad un comizio in Piazza
dell’Unità esortandola ad una
energica reazione per i fatti di Spalato col motto che “è finito il tempo del buon italiano”. Al comizio
stesso l’avvocato Giunta, segretario del Fascio di Combattimento
pronunciava un discorso che culminava con le parole: “occhio per
occhio, dente per dente” e reclamava l’applicazione della legge del
taglione contro gli slavi di Trieste;
altri oratori emisero il grido: “fuoco al Narodni dom” e questo grido venne accolto dalla folla e ripetuto. Gli organi della pubblica sicurezza non interruppero gli oratori e non fecero nulla per impedire loro di aizzare ancora di più gli
animi della folla già troppo eccitata dai giornali locali».
Questa è soltanto una piccola parte del Memorandum di molte pagine.
Da diverse fonti successive ai fatti
del 13 luglio 1920 è possibile ricostruire tutto il percorso fatto dalle
squadre fasciste. Ecco l’elenco dei
tragici attacchi:
1. L’incendio del “Narodni dom”
di Trieste in Piazza Caserma 2.
2. Lo studio e l’appartamento
dell’avvocato Kimovec in
Piazza Oberdan 5.
3. La locanda “Al gallo” in Piazza Oberdan 6.
4. Il caffè “Il Commercio” in via
XXX Ottobre 18.
5. La filiale della “Ljubljanska
kreditna banka” (Banca di
Credito di Lubiana) in via
XXX Ottobre 11.
6. Lo studio dell’avvocato Josip
Vilfan in via XXX Ottobre 13.
7. La sede della “ Splošna hranilnica” (Cassa Generale di Risparmio) in via Torre Bianca 39.
8. La scuola popolare privata
della Comunità ortodossa serba di Trieste in via Bellini.
9. Lo studio degli avvocati Matej
Pretner e Henrik Okretič in
via Machiavelli 15.
10. Lo studio degli avvocati Josip
Abram e Josip Agneletto in
via Genova 11.
11. La sede centrale della “Jadranska banka” (Banca Adriatica)
all’angolo della vie San Niccolò 9 e Cassa di Risparmio 5.
12. La sede della “Hrvatska štedionica” (Cassa di Risparmio
Croata) in Piazza della Borsa
3.
13. La ditta di spedizioni “Balkan”
sulla riva Nazario Sauro 14.
14. Gli uffici e l’appartamento del
delegato del Regno dei serbi,
croati e sloveni in Piazza Venezia 1.
15. La libreria e cartoleria del sig.
Jaka Štoka in via Milano 37.
16. La sede della ditta Franz
& Kranz in via Machiavelli 32.
17. Il magazzino del commerciante Andrej Perko in via San
Niccolò 3.
18. L’osteria “Makarska” in via
San Lorenzo.
19. Il negozio di Josip Stančič in
Piazza Vecchia 5.
20. Il negozio dei liquori del sig.
Drago Štoka in via Battisti 29.
21. La tipografia del quotidiano
sloveno Edinost in via San
Francesco 20.
Nella pagina 9 del Memorandum
della Società politica “Edinost”
troviamo le seguenti parole:
«(…) Le devastazioni suddette
vennero eseguite susseguentemente una dopo l’altra dalle ore 18 e
3/ sino alle ore 24 dallo stesso
4
gruppo di dimostranti almeno
quelli susseguenti all’assalto del
“Narodni dom”, eccettuato l’assalto alla liquoreria che venne eseguito da un altro gruppo. Perciò
gli organi della pubblica sicurezza
avrebbero facilmente potuto prevenire la devastazione. Durante
l’assalto a ben 21 case, dove si trovavano uffici e negozi slavi, le autorità di pubblica sicurezza non arrestarono neppure uno dei dimostranti devastatori limitandosi ad
arrestare qualche individuo che
approfittava dell’occasione per rubare. Ciò venne confermato dagli
stessi giornali. (…)».
Nella memoria collettiva degli sloveni di Trieste è rimasto indelebile
l’incendio del “Narodni dom”.
Quando si parla del 13 luglio
1920 vi si accenna sempre, il resto
rimane un po’ nell’ombra. La
giornata sarà sempre ricordata come la data dell’incendio fascista
del “Narodni dom” di Trieste, la
distruzione del simbolo della presenza slovena e slava nella città.
lo storico e pubblicista Mimmo
Franzinelli così descrive l’incendio
del “Narodni dom” (Squadristi,
Milano 2003): «(…) La dichiarazione di guerra si ebbe il 13 luglio
1920 con l’assalto all’Hotel Balkan, sede triestina delle associazioni slavofile, la cui stessa esistenza
era percepita dal comandante dei
fascisti come una minaccia. Era
questo un edificio massiccio, squadrato e di orribile gusto, con l’aspetto più di una caserma che di
un albergo: di fronte ai bassi edifici militari della piazza Oberdan.
Aveva l’aria di un colosso gonfio
di tradimento e di minaccia. Il palazzo fu assediato, sottoposto al tiro di catapulte improvvisate e finalmente espugnato. Dopo circa
un’ora le fiamme divamparono ed
in breve il tetro edificio non fu che
un braciere ardente, dove furono
distrutte l’insidia e la minaccia. E
la città sfilò davanti alle rovine incandescenti con l’anima leggera ed
il respiro come chi è stato tolto da
un incubo (…)».
Conclusione.
Le proteste slovene non servirono
a nulla. Non si aprirono inchieste,
non si fecero verifiche, non si incominciarono dei processi. Il segnale lanciato fu forte e chiaro. La
comunità slovena e croata della
Venezia Giulia fu condannata, doveva assimilarsi o sparire. Le successive leggi e decreti distrussero
con violenza tutta la infrastruttura
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 33
slovena e croata: organizzazioni,
scuole, circoli, istituti, enti, cooperative ed altro. Fu colpita anche la
singola persona: con decreto vennero con forza cambiati migliaia e
migliaia di nomi e cognomi.
Nel 1927 il duce Mussolini organizzò un incontro con i podestà
delle “nuove province”. Fu deciso
che doveva sparire tutto quello
che era ancora riuscito a sopravvivere di sloveno e croato nella Venezia Giulia ed Istria. Allora nel
primo autunno del 1927 nacque il
movimento antifascista sloveno,
detto anche il primo antifascismo
in Europa. La lotta antifascista degli anni Venti e Trenta del XX secolo si tramutò poi nella lotta di
Liberazione nazionale durante la
Seconda guerra mondiale.
Ancora alcune parole sul “Narodni
dom”.
Il proprietario, la “Tržaška posojilnica in hranilnica”, si dovette tenere le macerie del
palazzo. In quel clima ostile non esistevano speranze di ricostruzione. L’istituto di credito sloveno in un certo
momento dovette
decidere cosa fare.
Si decise di sopravvivere come istituto
di credito
e così nel
1924 il
palazzo del “Narodni dom” fu
venduto ad una immobiliare italiana. Negli anni seguenti divenne Albergo Regina.
Dopo la fine della Seconda guerra
mondiale e la Liberazione si pose
di nuovo la questione del “Narodni dom”. Gli sloveni di Trieste reclamarono la restituzione del palazzo. Le autorità italiane, le autorità angloamericane, la comunità
internazionale furono irremovibili.
La questione fu per tutti chiusa a
doppia mandata. Nessun accordo
bilaterale od internazionale contemplava la questione.
Gli sloveni di Trieste e della Regione Friuli-Venezia Giulia insistettero. Uno spiraglio fu aperto con la
legge numero 38 del 23 febbraio
2001 (Norme per la tutela della
minoranza linguistica slovena della
regione Friuli-Venezia Giulia),
approvata dai due rami del
parlamento italiano.
L’articolo 19 della
citata legge recita: «1. La
casa di
Una veduta del “Narodni dom” dopo la ricostruzione, nel dopoguerra.
34 l patria indipendente l 18 luglio 2010
cultura “Narodni dom” di Trieste –
rione San Giovanni – costituita da
edificio e accessori è trasferita alla
regione Friuli-Venezia Giulia per
essere utilizzata, a titolo gratuito,
per le attività di istituzioni culturali
e scientifiche di lingua slovena.
Nell’edificio di Via Filzi 14 a Trieste, già “Narodni dom”, e nell’edificio di Corso Verdi, già “Trgovski
dom”, di Gorizia trovano sede istituzioni culturali e scientifiche sia di
lingua slovena (a partire dalla Narodna in študijska knjižnica - Biblioteca degli studi di Trieste) sia di
lingua italiana compatibilmente
con le funzioni attualmente ospitate nei medesimi edifici, previa intesa tra Regione e Università degli
studi di Trieste per l’edificio di Via
Filzi, e tra Regione e Ministero delle finanze per l’edificio di Corso
Verdi di Gorizia. (…)».
Un piccolo passo avanti è stato
compiuto nel 2004 e successivamente nel 2006 con l’acquisizione
di 3 spazi nel pianterreno dello stabile del “Narodni dom” da parte
della Biblioteca slovena di Trieste,
che ha ricevuto in comodato gratuito l’uso degli spazi dall’Università di Trieste, giacché dal 1997 l’edificio del “Narodni dom” è diventato la sede della Scuola Superiore
di Lingue Moderne dell’Università
di Trieste.
Questa è anche la situazione del
2010. La menzionata istituzione
culturale slovena (Biblioteca - Narodna in študijska knjižnica) gestisce gli spazi. Nella sala conferenze e
mostre si svolge attualmente una
forte attività culturale che intende
promuovere l’interscambio tra le
varie componenti culturali, religiose ed etniche, presenti nella città di
Trieste.
Nel dicembre 2004 (nel centesimo
anniversario della costruzione del
“Narodni dom”) è stata posta sul
frontespizio dello stabile una targa
a ricordo dal Rettore dell’Università di Trieste.
Il testo italiano dice: «Costruito su
disegno dell’architetto Max Fabiani. Centro della vita culturale ed
economica slovena di Trieste. Incendiato dall’intolleranza nazionalista il 13 luglio 1920. Il NARODNI DOM rivive oggi nella coscienza di una nuova comune casa
europea. 1904-2004».
Storia
Due animali che seguirono le sorti della Brigata “Camicia Rossa”
Sì certo, “atipici”, ma partigiani.
Il cavallo “Sauro” e il cane “Mondiale”
di Pietro Roberto
Comoretto
Il normanno
bruciato in una casa
dove i fascisti
straziarono
un gruppo
di combattenti.
I rastrellatori
seguivano
l’abbaiare del lupo
per trovare
la Brigata.
Con grande dolore
venne soppresso
Un cavallo normanno.
Riceviamo dalla redazione di www.radiomaremmarossa.it questa storia bella e inconsueta che volentieri pubblichiamo.
ogliamo ricordare Sauro e Mondiale, cavallo e cane partigiani che
seguirono un lungo tratto delle vicende della III Brigata Garibaldi “Camicia Rossa” condividendo le sorti della
formazione e la triste fine di alcuni partigiani. Per loro un posto speciale nelle
praterie della Libertà.
Dai ricordi del partigiano Fosco Sorresina (1):
«… due amati, fedeli ed intelligenti animali facevano parte dell’organico a pieno
titolo: si trattava di un grosso cavallo normanno e di un cane lupo.
Il cavallo, che durante gli spostamenti
trainava un pesante barroccio, si adattava anche alla soma e per il colore del suo
pelo venne battezzato Sauro».
Per confermare l’attaccamento verso il
cavallo partigiano, riportiamo la cronaca
della sua liberazione dopo che i fascisti
repubblichini lo avevano requisito e mostrato a mo’ di trofeo e monito per le
strade di Prata:
«… Durante la permanenza dei parti-
V
giani a Prata, Sauro era custodito da un
collaboratore in un podere fuori le mura
chiamato l’Aina …
I fascisti, venuti a conoscenza della presenza della bestia, vennero dal comando
di Massa Marittima, lo prelevarono consegnandolo a due uomini del paese presi a
caso, lo spazzino Balestri e il minatore
Atineo Sanesi. Venne dato loro l’ordine
preciso e categorico di fare passeggiare tutta la notte quel cavallo per le vie del paese
senza consegnarlo a nessuno, pena gravissimi guai se non si fossero attenuti agli ordini ricevuti.
Si trattava di una sciocca spavalderia a
mo’ di sfida contro i partigiani. Intanto i
due malcapitati impauriti e tremolanti
iniziarono, contro voglia, la ridicola passeggiata: la gente era incuriosita, i ragazzi avevano fatto un lungo codazzo e i passi di Sauro rimbombavano per le strette
viuzze di Prata.
Ben presto nostri collaboratori giunsero al
comando per informare dell’accaduto,
L’allarme fu immediato, tutti in un attimo fummo pronti, gli ordini furono
drastici: “Colpire i fascisti e recuperare il
cavallo”.
In un batter d’occhio scendemmo dalla
montagna, il dislivello ci facilitava la
corsa … e appena giunti
al cosiddetto Ponte Primo
sulla strada provinciale,
in una curva fatta a U
molto stretta a circa 500
metri dal paese, il comandante Chirici ordinò
al tenente Gallistru di
prendere due uomini,
raggiungere il paese e
sparare contro i fascisti
…».
Nel frattempo una Balilla, carica di fascisti in fuga, riesce a passare attraverso il fuoco degli uomini di Gallistru e dell’appostamento degli altri partigiani, nonostante
gli indiani Daras e Jachiris la inseguissero facendo fuoco per quasi un
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 35
Sauro e quindi era la
persona che non si separava mai da questi
due animali, Mondiale non era più il
docile animale che
tutti si conosceva. Infatti diventò irascibile e molte ore del giorno le passava ad abbaiare.
Col capitano avevamo cercato più volte
di allontanarlo da
noi, affidandolo ai
contadini della zona,
Un cane lupo come Mondiale, protagonista del racconto.
ma questo dopo poche
ore riappariva.
chilometro. Gomme a terra, tutta E così, non avendo la forza di uccibucherellata, con un solo fascista derlo, decidemmo di rischiare e di
ferito, l’auto riuscì ad arrivare a tenerlo, pur sapendo che i poderi
Massa Marittima.
Poggione, Poggio Carlo, Serra a
«… Liberammo quindi il cavallo
Paganico e Poggio ai Buoi erano
che, cavalcato da persona che ne
stati oggetto di visita da parte dei
aveva dimestichezza, prese la via
fascisti repubblichini in cerca di
della montagna e scomparve …».
noi partigiani; a quanto si seppe in
seguito dai nostri informatori era«Sauro poi, purtroppo, morì bruno già sulle tracce del cane …».
ciato quando i fascisti dettero fuoco
Questi, infatti, è un ottimo punto
per rappresaglia al podere di Camdi riferimento per i rastrellamenti
po al Bizzi presso il Frassine e lo
fascisti: i militi, che raramente osarinchiusero dentro la stalla, subito
vano addentrarsi nella macchia e
dopo aver finito a pugnalate ed innei forteti, avevano a quanto pare
fierito sui cadaveri dei partigiani
ormai individuato
Silvano Benedici, Pio Fidanzi,
questo abbaiare.
Otello Gattoli, Remo Meoni e del
«Dopo il colloquio
catanese Salvatore Mancuso con
avuto con il grupuna gamba spezzata. A quest’ultipo di Zazzeri, avmo il fascista “M. della fattoria di
venuto nella seconVecchienne” infilerà il pugnale in
da quindicina del
bocca aprendogli tutta la faccia e
marzo ’44, io e il
dicendogli “Noi si mangia il pane,
Chirici nel corso
te mangia questo!”» (2).
del nostro trasferiMondiale era invece il cane lupo, mento nella zona
mascotte della formazione, docile prescelta (bosco del
e intelligente, l’unico fortunato Caglio), passamche durante gli spostamenti non mo dal Poggiarello
a prelevare il cane
doveva trasportare niente.
Dal diario di un altro partigiano lasciato in conse(3), Mauro Tanzini, ecco tratteg- gna al carissimo
Bardelloni (boscagiato il carattere sensibile di Mondiale evidentemente provato dalla iolo di Monteroscomparsa di alcuni partigiani e tondo Marittimo),
dopo di che prosedell’inseparabile cavallo:
guimmo nel nostro
«… Il cane, dopo il tragico fatto di
cammino.
sangue del Campo al Bizzi (16 febNei pressi del pobraio 1944), venne preso in consedere Puntone fumgna dal comandante Chirici.
mo avvistati da
Venendogli a mancare la compaun gruppo di mignia dei partigiani, soprattutto
liti repubblichini e
quella di Fulvio Guarguaglini che
in questa località
era il partigiano addetto al cavallo
36 l patria indipendente l 18 luglio 2010
avvenne la fine del nostro amatissimo Mondiale.
Prima di decidermi ad ucciderlo si
sentì gridare: “È il cane dei partigiani, arrendetevi”. A questo punto
per Mondiale fu la fine: gli sparai
due colpi di rivoltella. Questo fatto
mi sconvolse molto poiché fu una
triste ma necessaria decisione».
A Sauro e Mondiale.
Oh … intelligenti e fedeli amici,
fra i monti nevosi e verdi vallate
ci seguiste fino alla morte!
Queste memorie,
dedicate ai vostri bellissimi nomi,
annoverati fra i Caduti per la Libertà,
siano segno di dovuta reverenza.
(Fosco Sorresina,
partigiano combattente)
Note
(1) Dal libro di Fosco Sorresina “Camicia Rossa, dal Frassine alle Murate” ANPI Grosseto.
(2) Testimonianza citata in: Carlo
Groppi “La piccola banda di Ariano”
pag. 170 - Ed. Il Chiassino 2003.
(3) Mauro Tanzini teneva un diario
durante la sua attività partigiana, manoscritto che andò perduto e che fu
riscritto dallo stesso nel 1960.
libri
GIOVANNI ROMEO
Amori proibiti
I concubini tra Chiesa
e Inquisizione
Editori Laterza, pagg. 256, euro 18,00.
NICCOLÒ DEL RE
Monsignor
governatore
di Roma
Libreria Editrice Vaticana, pagg. 240, euro
25,00.
oncubini, adulteri, fornicatori –
insomma, amori proibiti – a Napoli, la città (allora) più popolosa
d’Italia, tra ’500 e ’600, precisamente
dal 1563 al 1656. Vale a dire: dalla fine
del Concilio di Trento – con cui la Chiesa varò una politica feroce e
regressiva – alla rivolta di
Masaniello, clamorosa illusione di un popolo spremuto
e affamato.
Perché Napoli? Perché Napoli, con il suo “regno” era
vista da Roma come il maggior focolaio di eresie nella
Penisola. E l’autore è, non a
caso, Giovanni Romeo, che
al suo attivo ha una carrellata
di volumi sulle pagine più
buie della Chiesa a Napoli (la
città dove insegna).
È infatti con la Controriforma che la Chiesa entra con
forza tra le lenzuola, dei
prìncipi come dei braccianti,
dei laici come degli ecclesiastici. Il motivo (pretesto?) è
appunto quello di stabilire se
ciò che avviene è rispettoso
delle norme conciliari. Le
conseguenze sono note: scomuniche, cartelli infamanti e
carcere per le adultere, perforazione della lingua – ovviamente in pubblico – per i
presunti (si badi: i presunti!)
bestemmiatori.
Il volume sintetizza i frutti di
una monumentale ricerca
che ha scandagliato archivi di
Stato, diocesani, quello dei
gesuiti e perfino l’Archivio
Segreto Vaticano. Esso ci
mostra le adultere «rasate a
zero, con la testa coperta da
un coperchio di orinale, esposte la domenica mattina allo
sguardo dei fedeli che anda-
C
vano a messa», e i concubini costretti ad
assistere, «vestiti di sacco» alla messa domenicale. Punizioni sottili, di indubbio
impatto mediatico (già: ma non accade
qualcosa di simile oggi, quando si maneggia una telecamera con una certa disinvoltura?).
Un libro, dunque, che ci apre alla conoscenza di noi stessi giacché noi siamo oggi il prodotto della nostra storia. Proprio
i concubini sembra fossero un tema particolarmente caro alla Chiesa: si arrivò a
riesumarne i cadaveri, e a percuoterli prima di seppellirli in un luogo consacrato
(punizione che, se non poteva umiliare i
“rei”, doveva rivelarsi insostenibile agli
occhi dei familiari). Spesso però bastava
la minaccia della punizione. Perché la
nostra è una storia di divieti, controdivieti, conflitti di competenze, decreti applicati spesso con “parsimonia” (e soprattutto parzialità). La domanda che il
lettore deve porsi è la seguente: quanto
tutto ciò può avere influito sulla nostra
mentalità odierna (in definitiva sull'antropologia dell’italiano medio)?
Una materia dunque piccante e sconfinata. L’opera in quattro volumi I processi
matrimoniali degli archivi ecclesiastici
italiani ne costituisce un indubbio sviluppo (per chi si volesse dedicare a un
approfondimento). La pubblica Il Mulino, per la serie degli “Annali dell’Istituto
Italo germanico in Trento”. Ne citiamo
uno solo: Coniugi nemici. La separazione in Italia dal XII al XVIII secolo (a cura di Silvana Seidel Menchi e Diego
Quaglioni).
Non è possibile però affacciarsi alla storia
della Chiesa con un’ottica di parte, e soprattutto senza le belle pagine di Niccolò Del Re, forse il massimo conoscitore
della burocrazia pontificia (tra le sue
opere ricordiamo La curia romana e lo
splendido dizionario Mondo Vaticano.
Passato e presente da anni esaurito).
La Libreria Editrice Vaticana ha pubblicato – in un’edizione rinnovata – Monsignor governatore di Roma. Il volume fornisce un ritratto sintetico e rigoroso di
una delle figure più temute dello Stato
Pontificio. Il governatore era infatti la
terza autorità in Roma dopo il papa e i
cardinali. Si trattava di un prelato – spesso vescovo, talora cardinale – con funzione di prefetto e di magistrato: gli
competevano l’ordine pubblico, la repressione del brigantaggio, unitamente a
tutte le competenze di polizia e di organo giudicante, in Roma e nel suo territorio (in alcune epoche addirittura su gran
parte dello Stato Pontificio). Nell’arco di
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 37
quattro secoli ben 126 prelati (cui
sono dedicate le schede che formano la seconda parte del libro) si
alternarono nell’incarico, talmente
prestigioso che il protocollo imponeva a chiunque – popolano, patrizio e perfino cardinale – si imbattesse per strada nel governatore, a
sostare, scendere da cavallo (o dalla carrozza), e riverirlo. Insomma
un volume rigoroso, che indugia
anche su aspetti pittoreschi, sia
della carica in sé, che delle singole
persone che la ricoprirono (quasi
tutti forestieri, ma italiani). Una
lettura per chi ama Roma, o più in
generale la storia.
Luca Sarzi Amadè
RICCARDO GHIDOTTI
Non abbandonarli,
madre con uno
sguardo
Ida Lenti Brunelli, Giusta tra le
Nazioni
Orizzontilibri, www.amicimuseimonselice.it,
2010, pp. 64, s.i.p.
Presentazione di Giuliano Pisani
ueste intense pagine narrano
il vissuto cruciale di Ida Brunelli Lenti, nata a Monselice,
trasferitasi a Torino, sposata con un
lavoratore della Fiat, salvatrice di
alcuni bambini ebrei. Il suo nome è
inciso sulla parete del Memoriale di
Yad Vashem, a Gerusalemme, nel
Q
quale si ricordano al mondo intero
i Giusti tra le Nazioni: i non ebrei
che salvarono gli ebrei 1943-’45
(come titola il libro dell’editrice
Mondadori, elaborato in collaborazione con lo Yad Vashem). Ida,
giovane bambinaia, salvò dallo sterminio i fratelli Alessandro, Fiorenza e Lisetta, figli di Yuzzi Galambos e Kalman Toh, coppia di artisti
ebrei ungheresi, giunti a Padova
nel loro emigrare, ballerina lei, cantante lui. L’attività artistica di entrambi li obbligava ad assentarsi in
ore serali; assunsero, quindi, una
“tata” quindicenne, Ida Lenti, nel
1935, che divenne da quel giorno
«una parte inseparabile della casa e
della famiglia, e noi, i bambini, eravamo legati a lei da amore», come
scrivono in una lettera del 16 settembre 1992 Alessandro e Fiorenza al Memoriale di Gerusalemme.
La madre dei tre fratellini, in punto
di morte, li affida alla “tata” che,
con grande rischio e attraverso varie scappatoie, riesce a salvarli nascondendo la loro vera identità assicurando il loro imbarco in una
nave avviata verso Israele. Nel
1946, Ida mandò ai “suoi” tre
bambini, orfani, una sua foto scrivendo sul retro «Quando sentite la
mancanza di un cuore materno,
guardate questa foto, in modo da
alleviare il dolore». Oggi, in Israele, i tre fratelli si chiamano Zvi Yanai, Yehudit Adler, Miriam Lizeti
Colombi.
Il libro si chiude con i significativi
discorsi pronunciati allo Yad Vashem dai Pontefici Giovanni Paolo
II e Benedetto XVI il 23 marzo
2000 e l’11 maggio 2009, rammentando che yad sta per memoriale e shem per nome.
Primo de Lazzari
LEONCARLO SETTIMELLI
Le parole dei lager
Dizionario ragionato della Shoah
e dei campi di concentramento
Alberto Castelvecchi Editore, Roma,
2010, pp. 192, € 14,00.
L
e parole dei lager (ed. Castelvecchi) di Leoncarlo Settimelli non è solo un “dizionario ragionato della Shoah e dei
38 l patria indipendente l 18 luglio 2010
campi di concentramento”, come
recita il sottotitolo. È un racconto
vivo, ricco, dettagliato della più
atroce barbarie organizzata che
l’umanità abbia conosciuto.
Arrivando alla fine di queste pagine, che offrono notizie, ma anche
tante testimonianze dirette, si ha la
sensazione di essere riusciti a penetrare intensamente dentro luoghi,
persone, fatti, emozioni, usi e strategie aberranti: sei nella storia, tra
indignazione, tenerezza, orrore.
Incontri i bambini, torturati, massacrati, perché inutili, ti imbatti nelle parole rassegnate di una madre:
«Ho avuto la mia creatura. Doveva
essere l’11 di febbraio. Ha vissuto 14
giorni. Il 28 è morta di fame e di
stenti. Mi ricordo che guardavo la
creatura e sapevo che sarebbe morta.
Forse succederà che finisce prima la
guerra, dicevo, ma sarebbe stato un
miracolo» (Savina Rupel).
Puoi vedere Auschwitz, i treni in
arrivo, la discesa caotica e devastante: «Quando la porta scorrevole
veniva aperta, il vagone vomitava
le persone… Sì, “vomitava”: tutti si
buttavano di sotto, magari si rompevano una gamba… Sotto c’erano
le guardie con i cani dobermann
che menavano all’impazzata. Mi
ricordo la mano di mia madre che
mi carezzava la testa e mi diceva:
“Non vi vedremo più”» (Nedo Fiano).
Impari, o ripassi la complicità criminale di industrie ancora oggi
“riccamente” sul mercato, due per
tutte: la Bayer, che forniva agli
aguzzini nazisti lo Zyklon B, l’acido usato nelle camere a gas, e la
Siemens, che utilizzava a costo zero i deportati come manodopera.
Nel 1944 almeno 15.000 di questi
lavorarono nei suoi stabilimenti.
Non solo. Il forno crematorio del
lager di Ravensbruck fu realizzato
proprio dalla Siemens.
Pag. 88 ecco Lager e amore. Un
lemma che toglie il fiato. 10 righe
di illustrazione, il resto solo testimonianze. «Noi giovani scoprimmo il lavatoio comune… In quell’angolo si potevano spesso trovare
delle coppie avvinghiate… In quel
modo soddisfacevano la disperata
esigenza di tenersi stretti alla persona amata... Amore significa vita e
tutte noi volevamo vivere...». Quindi accoppiamenti tra laidi Kapò e
ragazzi stremati che si concedevano per essere sollevati dal lavoro e
una storia che sa di film: un SS che
si innamora di una ebrea. La fuga
insieme dal lager per andare a fare
all’amore in un alberghetto. La fine improvvisa: due nazisti irrompono nella camera e li arrestano.
Lei verrà impiccata e lui spedito a
morire sul fronte russo.
Le parole dei lager sono anche le
canzoni scritte dai prigionieri, Settimelli ne pubblica alcuni testi integrali; sono nomi noti e meno;
oggetti come il cucchiaio che i deportati tengono legato alla vita,
anche di notte, per paura che gli
venga rubato; abitudini macabre
come l’imposizione da parte delle
SS di chiamare “pupazzi” i cadaveri o l’usare i corpi bruciati nei
forni per scaldare l’acqua delle
docce; dati, numeri, sempre agghiaccianti: dei 4.918 bambini deportati ad Auschwitz al di sotto di
15 anni solo 53 si salvarono. Per
citarne uno.
Le parole dei lager è la consapevolezza che la Shoah non è stata solo
una grande tempesta di follia fine
a se stessa. Scrive l’autore nella sua
prefazione: «Il fenomeno dello sterminio si rivela ad una lettura più
approfondita non il frutto di un
piano semplicemente distruttivo
della vita umana, ma come la realizzazione di un progetto complesso
e articolato, che aveva come principale obiettivo quello di riunire
un’ingente manodopera e metterla
al servizio del nazismo e della sua
guerra, a fronte di una scarsità di
beni di prima necessità e di “risorse
umane” (…) Ci troviamo di fronte
ad un complesso piano di sapore industriale-capitalistico, nel quale
profitti e perdite sono esattamente
calcolati…».
Le parole dei lager è tutto questo.
E ancora robusto stimolo alla ricerca, all’approfondimento.
Un volume prezioso, dunque. Per
tutti.
Andrea Liparoto
MIUCCIA GIGANTE,
SERGIO GIUNTINI
Via Somaini 7
Una famiglia antifascista a Lugano
Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2009,
pp. 158, € 14,00
ffiorano vicende e persone
che hanno segnato oltre
mezzo secolo della nostra
storia civile, politica e culturale in
questo bel libro di memorie scritto
da Miuccia Gigante, Segretaria Generale dell’ANED (Associazione
Nazionale Ex Deportati), a quattro
mani con lo storico Sergio Giuntini, corredato di foto, lettere e documenti.
Sono i ricordi di Miuccia bambina
e adolescente nella Lugano degli
Anni ’30 e ’40, punto d’incrocio
per la sua posizione defilata e al
tempo stesso strategica, terreno di
passaggio di mille e mille esuli antifascisti, rifugiati, patrioti, partigiani
che vi trovarono riparo dal regime
che cancellò la parola libertà dal
nostro Paese. Ripartendo anche da
qui a tessere le trame, cospirare, resistere e battersi per ridare dignità e
democrazia all’Italia.
Le radici della famiglia Fonti-Gigante, recuperate ed esplorate da
Miuccia, affondano nel secolo precedente e saldano nella Svizzera
italiana un coacervo di provenienze
disparate. Il padre Vincenzo, Medaglia d’Oro della Resistenza, era
originario di Brindisi, nato dalla
storia d’amore tra l’erede di un nobile casato di origine spagnola e
una ragazza appartenente a una famiglia tutta impregnata di ideali
anarchici e difesa del proletariato e
dei braccianti pugliesi dalle infami
A
condizioni di vita e di lavoro. Il
nonno materno, Luigi Filippo Fonti, calabrese, musicista e appassionato di filosofia e di Tommaso
Campanella, suonò col maestro Cilea e un giovane Enrico Caruso al
“Lirico” di Milano, prima di dover
riparare per le sue simpatie anarchiche a Lugano, dove aderì al Partito
Socialista, divenne direttore delle
cooperative svizzere, abbandonando la carriera artistica, e sposò Marie Donati, insegnante per quarant’anni e vera e propria “istituzione”
delle scuole superiori luganesi. Il
matrimonio dei nonni fu uno dei
primi con rito civile che si celebrò
in città con grande scandalo e la loro abitazione divenne punto di incontro dei militanti socialisti.
La storia rievocata da Miuccia Gigante, tra episodi intimi e vicende
collettive, scivola inesorabilmente
verso gli anni dell’avvento del fascismo attraverso la ricostruzione della personalità di sua mamma Wanda, ragazza vivace e ribelle, studentessa d’arte a Milano. Sono i giorni
cruciali della nascita del movimento mussoliniano, dell’adunata in
Piazza San Sepolcro, il 23 marzo
1919, con la fondazione dei fasci di
combattimento. Nei mesi successivi, la giovane Wanda e sua sorella,
fanno la spola tra il capoluogo lombardo e Lugano, portando notizie
della situazione politica italiana, richieste di aiuto dei militanti perseguitati dalle squadracce, documenti
falsi e soldi per soccorrere le famiglie dei compagni arrestati. È in
questi anni irti di difficoltà per il
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 39
Televisione e società
movimento antifascista clandestino
che la mamma di Miuccia, sfruttando le sue attitudini artistiche, si
specializza nella contraffazione di
carte e documenti, mentre la casa
di via Somaini rimane crocevia e
asilo temporaneo di tanti fuorusciti
dall’Italia: lo zio Riccardo Formica
“Aldo Morandi”, Umberto Terracini, i fratelli milanesi Usellini, il
discusso Ignazio Silone, il figlio di
Cesare Battisti, il regista Comencini. E, primo fra tutti, Vincenzo Gigante, che nel ’21, alla scissione di
Livorno, ha aderito al Partito Comunista per il quale inizia a svolgere lavoro sindacale tra gli edili romani, sfociato nello sciopero del
’23 che portò 18.000 manifestanti
a Piazza Vittorio. Nel 1924 Gigante è aggredito selvaggiamente da
un manipolo di squadristi, l’anno
successivo è incarcerato a Milano
per tre mesi. Il Partito decide di
farlo uscire dal Paese con destinazione Mosca, la prima tappa del
viaggio è a Lugano, dove conosce
Wanda che sposerà sei anni più tardi per procura.
La figura di papà Vincenzo, per la
piccola Miuccia, nata nel ’32, assume i contorni lancinanti di una inesorabile mancanza. Tra una missione e l’altra poche volte gli riesce di
abbracciarla, prima di essere arrestato a Milano, dove era tornato
clandestinamente. Venti anni di
carcere: una sentenza pesante come
una montagna la separa dal padre,
emessa dal Tribunale Speciale di
Mussolini.
Quel tiranno è colui che tanto tempo prima, per sottrarsi alla leva,
aveva trovato rifugio in casa dei
nonni e aveva dormito sul divano,
sotto i ritratti di Marx e Mazzini.
Quelli che vengono dopo sono i
tempi lunghi dell’attesa, di piccole
foto scrutate in ogni dettaglio, di
poesiole spedite e forse non consegnate, sono i giorni delle notizie
che non arrivano, della guerra che
esplode, delle palle di cartapesta
seccate al sole e gettate nel fuoco,
sono le ore infinite trascorse a mettersi per iscritto, per non perdere
tutti gli istanti di una vita che cresce lontano.
Lontano dal carcere di Civitavecchia dov’è rinchiuso papà, lontano
dal confino di Ustica, dall’Istria dov’è partigiano, lontano dalla Risiera
di San Sabba dov’è gettato e trucidato.
Lontano, lontano come quell’unico, dissolto eppure vivo ricordo:
“Maria Concetta, sei mia, sei mia…
Mietta… Miuccia”.
Natalia Marino
Una vergogna nazionale della quale non si occupa nessuno
Senza limiti lo sfruttamento
dei bambini in televisione
di Leo Donati
Cantano con
ammiccamenti strani
ordinati dai grandi.
Ancora una volta
scopiazziamo
gli Stati Uniti
bambini cantano in televisione. È il
nuovo business di RAI, Mediaset,
Canale Italia e altre reti che impiegano i minori per fare cassetta. Le sottanine delle bimbe svolazzano per la gioia di
migliaia di pedofili e i maschietti, truccati da Big Jim, fanno venire loro l’acquolina in bocca. Ma i network non demordono e gli danno sotto, da Ti lascio una
canzone (presenta la burrosa Antonella
Clerici) a Io canto (presenta il mondino
Gerry Scotti), a una trasmissione condotta da quel Povia che anni fa da Sanremo con la scusa che «i bambini fanno
ohhhh» inanellava metafore sospette del tipo
«c’è un lupo nero/ che dà
un bacino/ a un agnellino» e «sai che da soli non
si può/ senza qualcuno/
nessuno può diventare un
uomo».
Sono passati più di 25
anni da quando la RAI
varò Piccoli fans, condotto da Sandra Milo. Una
trasmissione che ospitava
i nanetti canterini, non
più nel rassicurante con-
I
40 l patria indipendente l 18 luglio 2010
tenitore dello Zecchino d’oro (che prevedeva canzoni scritte apposta per i bambini, mentre ora ci si affida alle hit dei più
noti cantanti), ma in uno studio con orchestra e i genitori, lì a controllare, a
gioire per le interpretazioni riuscite e a
dispiacersi per le stonature o gli attacchi
fuori tempo.
A parte poi gli incidenti, come quello di
una bimba alla quale la Milo chiese se
avesse il fidanzatino. «Sì». Rispose la piccola. «E che cosa fai con lui?», insisté la
Milo. «Quello che mamma e zio fanno
quando non c’è papà». Il programma
venne sospeso perché diseducativo, in
quanto chiedeva ai bambini o ai ragazzi
di scimmiottare i grandi, cantando le loro canzoni, pronunciando frasi d’amore
e di corteggiamento senza avere l’età per
farlo. E infatti è accaduto adesso di vedere una bambina cantare «com’è bello far
l’amore da Trieste in giù» e fare una mossa che sottolineava il movimento verso il
basso, in maniera tale da configurare
qualcosa di sessuale. Per lei era solo un
«ingiù» e invece si prestava a ben altre
interpretazioni.
Ma certe remore sono state evidentemente ritenute superate.
Perbacco, che ci frega a noi dell’educazione dei figli e della loro
crescita?
L’importante è che diventino
qualcuno, non nel campo della
scienza, della tecnica, della medicina, ma in quello della TV.
Ci fosse stato Sergio Endrigo (cui
è “toccato” vincere una edizione
di Ti lascio una canzone con Girotondo intorno al mondo) avrebbe
spaccato il televisore, lui che insieme a Gianni Rodari aveva una
concezione di canzoni per l’infanzia ben diversa. Vi ricordate Per
fare un albero? Vi ricordate La casa? Canzoni che hanno aiutato
intere generazioni a crescere. E ad
imparare.
Invece adesso è tutta una corsa al
più bieco sfruttamento dell’infanzia. Quell’infanzia che rappresenta
un mercato infinito e che anziché
essere educata ad essere cittadina
di domani, viene allevata con il fine di diventare divo televisivo che
scimmiotta il circo mediatico di
nani, ballerine ed escort.
Del resto, il presidente del consiglio ha sempre puntato su queste
forze. Ricordate la risposta che le
stesse aspiranti a un qualsivoglia
successo davano a chi le interrogava sul loro futuro? «Che vorreste
fare?», era la domanda. Risposta:
«Entrare in TV o entrare in politica».
La giornalista de La Stampa Marinella Venegoni, invitata alla registrazione di una puntata di Ti lascio una canzone, ha scritto che «il
direttore di Raiuno Mazza ha annunciato, nel camerino della biondissima Clerici, che il format diventerà dall’autunno il contenitore
della Lotteria di Capodanno.
Un momento raccapricciante è
stato quando Gino Paoli, alle prese con una delle sue canzoni tremendamente asciutte ed esistenziali, è stato circondato da un bal-
letto di otto/dieci
bambine in abito da
prima comunione giallo pulcino, di ampio
tulle, con fiorellini.
Veramente kitsch».
E intanto si sono potuti vedere in TV certi concorsi di bellezza
e di canto per bambine organizzati negli
Stati Uniti e si è visto che le protagoniste vengono truccate da grandi, con parrucche biondo platino,
abiti ammiccanti e persino apposite dentiere che le piccole «indossa-
no» per apparire come bambole
perfette, come donne desiderabili.
Come probabilmente vorrebbero
quelle madri che le portano a sfilare. Alcune concorrenti hanno pochi mesi, altre pochi anni.
È mostruoso.
E le madri a dire: «Che male c’è?
Le facciamo divertire».
Evidentemente anni e anni di frustrazioni portano queste donne a
cercare una rivincita attraverso le
proprie figlie.
Succederà così anche con i nostri
cantanti in erba?
Temo proprio di sì.
Una decorazione
per nonno “Neri”
ono tesserata ANPI e nipote di
un valoroso partigiano che a
tutt'oggi è Presidente delle sezione ANPI di Ruda, in provincia di
Udine: Erminio Masiero, classe ’25.
Volevo mettere in luce un fatto a dir
poco bellissimo: il 2 giugno il comune
di Ruda ha premiato con la Croce di
Malta nonno “Neri” per tutto quello
che ha fatto durante la guerra, per il
suo continuo interesse e la sua dedizione a portare la bandiera dell’ANPI,
per la sua continua forza nell’insegnare ai ragazzi, alle sue stesse pronipoti, come prima a noi nipoti, quello che è stata la guerra con “tanta fame e tanto freddo” come ci racconta
sempre, nonostate il male che lo sta
segnando.
Quel giorno lui non sapeva nulla della premiazione, l’assessore Renato lo
aveva comunicato solo a noi familiari
perché voleva che il tutto fosse una
sorpresa.
Noi, mantenendo il segreto e nascondendoci (in 14 tra la moglie, i due
figli, i consorti, i nipoti con relative
S
famiglie e i 4 pronipoti), abbiamo atteso l’inizio della cerimonia e non si
può minimamente descrivere l’emozione del nonno quando è stato chiamato a ritirare questa onorificenza
così grande che lui non si aspettava.
Il tutto “condito” dalle bellissime voci
di un coro femminile che ha intonato
il Bella ciao a cui si sono uniti poi tutti i presenti alzandosi in piedi.
Penso che per una persona che ha
vissuto la guerra sulla propria pelle,
ha patito la fame, e che ancora oggi,
2010, ha la forza di recarsi a quelle
poche manifestazioni che ricordano i
tanti caduti nella guerra, ricevere un
onorificenza come la Croce di Malta
sia la riprova che nessuno potrà mai
dimenticare.
Nonno per noi sei unico!!!!
Gradirei che questa nota fosse pubblicata su “Patria”, rivista alla quale
nonno “Neri” è abbonato, così che
possa essere ancora una volta felice
ed emozionato.
Serena Fumo
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 41
Cinema
Agorà: la sfida del pensiero
contro l’oscurantismo
di Serena D’Arbela
La locandina del film.
Sotto, il regista Alejandro
Amenàbar dà indicazioni
a Rachel Weisz e, a lato,
una scena del film.
pazia, filosofa ed astrologa di Alessandria d’Egitto, inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio fu trucidata nella seconda metà
del IV secolo d.C. da un gruppo di
“parabolani”, cristiani esaltati agli ordini
del vescovo Cirillo interessato alla presa
del potere nella città. Questo assassinio è
definito dallo storico inglese Edward
Gibbon, una macchia indelebile nella
storia del cristianesimo. Ad Alessandria,
luogo d’incrocio di vivaci valenze culturali, convivevano pagani, cristiani ed
ebrei, ma l’equilibrio si spezza per le mene del vescovo ambizioso e intollerante
con la complicità del prefetto Oreste.
Il film Agorà di Alejandro Amenàbar
sottrae questa complessa vicenda alla rimozione storica e la porta sullo schermo.
Il regista cileno, poi approdato in Spagna (sceneggiatore accanto a Mateo Gil)
mette acutamente in risalto il ruolo della
giovane astronoma e matematica nella
difesa della scienza e della cultura classica del mondo antico. Figlia di Teone, filosofo e geometra, Ipazia si distingue per
il sapere e la disponibilità alla ricerca. Dirige la Scuola filosofica, si prodiga per la
salvaguardia dei tesori della Biblioteca di
Alessandria, ma viene sopraffatta dalla
cieca violenza dei suoi nemici. Il film è
importante anzitutto per il suo contenuto attuale e demistificatore di ogni forma
di fondamentalismo. Ci ricorda che la
storia umana è contrassegnata da ricorrenti e nefasti attacchi alla cultura e alla
libertà di ricerca dell’ingegno umano ad
opera di poteri politici e religiosi contin-
I
42 l patria indipendente l 18 luglio 2010
genti o durevoli. Ieri ed oggi. Ma contiene un altro significativo messaggio, legato alla vicenda del pensiero femminile,
ostacolato di continuo nella propria affermazione, anche quando la donna riusciva ad emergere per le sue qualità eccezionali e per posizione familiare e sociale. Il talento di Ipazia è doppiamente
malvisto. Come donna, perché trasgredisce alle regole di umiltà e di sudditanza
imposte al sesso femminile dagli orientamenti ecclesiastici tradizionali e, come ricercatrice, perché infrange i tabù delle
certezze metafisiche.
Le sequenze filmiche ci mostrano le intuizioni della studiosa riguardo al moto
della terra intorno al sole e la costruzione di un’ipotesi di sistema eliocentrico
risalendo ai suggerimenti dell’antico
astronomo e fisico greco Aristarco di Samo. Tutto ciò è in contrasto con le visioni statiche del tempo. Le indagini sul
movimento dei pianeti incrinano le verità assolute del sistema tolemaico da tutti
accettato come dogma. Ma le orbite circolari delle stelle erranti e gli esperimenti sembrano confermare che la terra descrive intorno al sole un’orbita ellittica e
non circolare. Questi risultati entusiasmano Ipazia ma la morte le impedisce
di portare a termine le sue formulazioni.
Forse grazie ad esse (sono in molti a
pensarlo) la scienza avrebbe potuto anticipare di 1200 anni le scoperte di Keplero, Copernico, Galilei, base della astronomia moderna.
Ci addentriamo col film nei fatti tumultuosi di Alessandria dove i nuovi espo-
nenti del cristianesimo (passata la
fase delle persecuzioni) mossi da
fanatismo e ambizioni politiche
scelgono la via della forza. Si fanno persecutori dei templi pagani
dell’arte e del sapere alla guida di
folle ignoranti e furiose. Le schiere
rozze e violente dei monaci “parabolani” chiamati anche “soldati di
Cristo” rompono con i loro eccessi la tregua tra le diverse comunità
religiose. Si scatenano non solo
contro le effigi delle divinità del
Tempio di Serape ma distruggono
i tesori scientifici accumulati nella
Biblioteca Alessandrina in secoli di
storia. Poco si salva grazie ad Ipazia e ai suoi fedeli.
Il colossal, con le sue scenografie,
i campi lunghi, le scene movimentate e i crudi dettagli è destinato
al grande pubblico, ma l’aspetto
spettacolare resta una cornice e
l’impianto romanzato non impedisce messaggi più profondi dall’intento divulgativo. Il personaggio
inventato dello schiavo Davus
(Max Minghella), allievo di Ipazia,
combattuto fra l’amore per lei e il
proprio riscatto è introdotto con
intento emblematico. Egli constata e depreca il volto violento del
nuovo cristianesimo, ma non può
rinunciare ai suoi benefici. Può solo offrire all’amata maestra una
morte blanda come immagina la
fiction. La figura
del prefetto Oreste (Oscar Isaac)
anch’egli ex allievo e ammiratore
della protagonista,
divenuto cristiano
per comodo è invece uno dei tanti
esempi di viltà e
compromesso col
potere. Infatti egli
non si oppone al
delitto.
Le circostanze della morte dell’astronoma, mitigate nella trama filmica e
ben più brutali
nella realtà, restano
marginali rispetto
alla significatività
del personaggio. Il
regista ne visualizIn questa pagina alcune scene del film.
za la personalità
lungimirante che
offre ascolto ed attenzione all’op- nile nell’ambito della persona. Nel
presso e propugna il rispetto tra le film i cristiani invasati che ricorrodiverse credenze religiose, mentre no alla violenza per affermarsi e
il vescovo Cirillo (Sami Samir) aiz- mal sopportano una femmina penza gli uni contro gli altri. Il fervido satrice, appaiono peggiori degli
filosofare di Ipazia nell’Università stessi pagani.
e anche per strada è un’immagine Come contrappunto alle sequenze
elevata della forza d’azione e di scontro, raffiguranti
razionale, feconda le intemperanze dei contendenti e
di dialogo.
lo scatenamento brutale della folLa narrazione di la, vediamo la città dall’alto, bruliAgorà offre quindi cante di contraddizioni e dal basso
brani di verità ine- il cielo lontano a cui mira la sagdite allo spettato- gezza di Ipazia. La Biblioteca
re, abituato anche Alessandrina con i suoi papiri e
da imprecise no- strumenti rappresenta la curiosità,
zioni scolastiche a la passione di conoscenza, lievito
stereotipi superfi- di ogni scoperta e avanzamento
ciali, che sorvola- dello spirito. I fotogrammi della
no sui tanti risvolti sua distruzione insensata ci ricorinquietanti della dano altri riti demolitori anche restoria della Chiesa. centi contro la cultura e l’arte, ad
Pone il tema sem- opera dei nazisti, per esempio o di
pre attuale dell’in- certi integralisti. La figura della
tolleranza in cui scienziata pagana (interpretata con
cade la religione molta grazia da Rachel Weisz) è
corrotta dalla in- accattivante. Gentilezza e bellezza
transigenza e dal- in equilibrio con la lucidità mental’intrigo politico. le e il coraggio delle convinzioni.
Sottolinea l’inve- Nella sua sfida leggiamo quella del
terata riluttanza pensiero laico, della ragione e delteologica nel rico- la scienza contro l’ottuso fideismo
noscere la totale oscurantista. Sfida femminile ma
parità del femmi- che appartiene al genere umano.
patria indipendente l 18 luglio 2010 l 43
Cronache
Morì a Verbania
Cleonice Tomassetti
per un’Italia
unica e indivisibile
vinciale di Rieti e le sue Sezioni insieme all’Amministrazione Comunale di Petrella Salto, in contemporanea alla commemorazione che si
svolge da sempre a Verbania, per la
prima volta hanno ricordato e reso
omaggio, nel paese che le diede i
natali, a questa Partigiana, a questa
eroina che nel momento più tragico della sua vita ispirò coraggio ai
suoi compagni con le parole e con l’esempio e che,
eroicamente immolò la sua vita in nome di quella Libertà che il nazifascismo voleva cancellata.
La banda musicale locale ha dato il via alla cerimonia
intonando la Canzone del Piave in omaggio a tutti i
«Su coraggio ragazzi è giunto il plotone
d’esecuzione. Niente paura. Ricordatevi
che è meglio morire da italiani che vivere
da spie, da servitori dei tedeschi».
E al grido di “Viva l’Italia libera” a 33 anni, insieme
ad altri 42 partigiani, a Verbania Fondotoce, veniva
assassinata dai nazifascisti Cleonice Tomassetti.
Era nata a Capradosso, in provincia di Rieti. Si era trasferita a Roma e poi a Milano. Venuta a contatto con
ambienti antifascisti, da Milano partì insieme ad altri giovani per lo più renitenti alla
leva, per unirsi alle formazioni partigiane
che combattevano in Valdossola. Fu presa
prigioniera durante un rastrellamento
quando era appena arrivata.
Fu torturata e violentata e infine uccisa assieme ai suoi compagni. Era il 20 giugno
del 1944.
Cleonice, Nice come familiarmente la ricordano a Verbania, nacque in Centro Italia e
morì al Nord come a mantenere vivo quel
filo che dal Risorgimento vuole l’Italia unica e indivisibile. Esempio di patriottismo e
di quel senso di Unita Nazionale per un’Italia che approssimandosi al suo 150° anniversario è costretta ad ascoltare voci, all’interno del suo stesso Parlamento, che la ri- Un momento della cerimonia.
vorrebbero divisa.
Ed è anche l’espressione, lei, unica donna tra 43 par- caduti. Subito dopo l’omaggio floreale dell’ANPI
tigiani barbaramente uccisi, a ricordarci che la Resi- Provinciale e degli Amministratori Comunali, è stato
stenza non fu solo opera di uomini ma che un grosso eseguito prima il “Silenzio” e poi l’immancabile “Belcontributo di sacrifici e sangue fu pagato anche dal- la Ciao”. A seguire gli interventi dell’Assessore Falal’altra metà del cielo.
sca, del Sindaco Micaloni e del Presidente Provinciale
E il 20 giugno, ricorrenza dell’eccidio, l’ANPI Pro- dell’ANPI di Rieti, il partigiano Renzo Ricci. Poi l’Inno Nazionale.
Nutrita è stata la presenza dei concittadini di tutte le
età che, nonostante il tempo pessimo, si sono stretti
intorno ai rappresentanti dell’ANPI e alle Autorità locali per ricordare Cleonice. Tra loro, ad onorare la
memoria della loro congiunta, due nipoti diretti, il signor Loreto Tomassetti e la signora Renata Betti.
Con l’odierna celebrazione, l’ANPI e le Autorità Comunali si sono impegnate a farsi promotrici di iniziative per il prossimo anno, centenario della nascita della Tomassetti. A Cleonice quindi tutta la nostra riconoscenza e l’affetto che si deve a chi, con le sue idee,
la sua lotta e l’estremo sacrificio ci ha consegnato Libertà, Costituzione e un futuro di pace.
Il gruppo dei 43 partigiani fucilati a Fondotoce. Nelle cantine di Villa
Caramora a Intra, dove si trovava il comando SS, i partigiani, tutti catturati durante il rastrellamento, furono trattati con estrema brutalità.
Verso le quindici del 20 giugno vennero fatti passare in colonna attraverso Intra, Pallanza, Suna e Fondotoce; qui, nei pressi del canale che
unisce il Lago Maggiore e quello di Mergozzo furono eliminati tre a tre
(uno riuscì miracolosamente a salvarsi dal colpo di grazia perché nascosto dai cadaveri degli sventurati compagni). La donna che si vede
in prima fila (unica donna del gruppo) è Cleonice Tomassetti.
I l patria indipendente l 18 luglio 2010
La Sezione ANPI di Rieti sarà grata a chi essendo in
possesso di informazioni su Cleonice Tomassetti che esulano dal libro “Classe III B Cleonice Tomassetti vita e
morte” vorrà farcene partecipi inviando una e-mail a:
[email protected] o contattando il Segretario Provinciale Maria Francesca Bottari.
Cronache
La battaglia
di Poggio Bustone (RI)
La battaglia di Poggio Bustone ebbe inizio il 10 marzo
1944 quando il comando militare provinciale, di stanza a Rieti, su ordine del capo della Provincia, Di Marsciano, e sotto il comando del questore Pannaria tra
Guardia Nazionale Repubblicana, polizia ed esercito,
inviò nel vicino paese, un gruppo di 200 uomini per un
rastrellamento di renitenti alla leva il cui bando alla
chiamata era in scadenza nelle successive 24 ore.
Durante la notte i militi, tra i quali diversi giovanissimi
per nulla addestrati, iniziarono l’accerchiamento del
paese che conclusero col sopraggiungere dell’alba. Fu
allora che nel silenzio del mattino cadde ucciso dai fascisti, forse per non farsi rastrellare, Supremo Mostarda
al quale, di lì a poco, seguirono Domenico Mostarda e
il ventottenne Felice Barberino. Nel frattempo venticinque persone furono radunate in Piazza Regina Elena per essere identificate.
Nell’attesa di trasferire a
Rieti i 25 ostaggi e l’arrivo
del magistrato prima di
poter rimuovere i corpi dei
tre assassinati, dal Monte
Rosato, proveniente da S.
Marco, arrivò una squadra
partigiana di 24 uomini
della Brigata Gramsci capeggiata dal tenente Emo
Battisti che, prendendo di
sorpresa i fascisti, e con la
collaborazione della popolazione, permise agli
ostaggi di mettersi in salvo. La battaglia durò una
mezz’ora. La maggior parte dei fascisti riuscì a fuggire
lasciando però sul campo 14 morti tra cui lo stesso questore Pannaria. I caduti tra i partigiani furono 4.
Ma la storia non finisce qui. A Rieti le autorità iniziarono subito lo scarica barile delle responsabilità per la fallita operazione. Il comando tedesco spalleggiò allora il
capo della Provincia, Di Marsciano, fascista fanatico e
loro fedele collaboratore, che organizzò la rappresaglia. Una rappresaglia dura e lunga. Iniziò all’alba del
1° aprile con il fuoco delle artiglierie. Non mancò nel-
La città di Fondi incontra l’ANPI
“Cittadini. Fratelli. Partigiani.”
È stata un’esperienza unica per l’intero sud pontino.
Molti giovani sono accorsi da Gaeta, Formia, Itri, Lenola, ma anche da Sabaudia e Terracina. Tutti al Castello Baronale di Fondi per ascoltare i racconti e le riflessioni di Luciano Guerzoni, Segretario Nazionale
dell’ANPI, e di Aladino Lombardi, già Segretario Regionale dell’ANPI che, in occasione della ricorrenza
della Giornata della Memoria, hanno partecipato al
convegno “Cittadini. Fratelli. Partigiani.”. L’evento,
organizzato dall’associazione culturale “Il Capanno-
la battaglia l’intervento dei partigiani che alla fine pagarono un contributo di sangue di 11 uomini uccisi tra
i quali il tenente Emo Battisti, decorato poi con la Medaglia d’Argento al Valore sul Campo. Poggio Bustone
venne saccheggiata. Tutte le scorte alimentari e gli animali requisiti. Chi tentava di fuggire veniva ucciso e gli
uomini validi catturati. 167 persone furono deportate
per lavorare per i tedeschi. 9 cittadini e 11 partigiani
persero la vita. Il 2 aprile, per rappresaglia della battaglia del 10 marzo e dopo aver fatto sgombrare l’intero
paese, su disposizione del Di Marsciano, Poggio Bustone fu dato alle fiamme. A distanza di due giorni il
paese bruciava ancora.
Alla bandiera di Poggio Bustone venne conferita la
Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente
motivazione: «Durante la Lotta di Liberazione sosteneva coraggiosamente le formazioni partigiane e il 10
marzo 1944 le affiancava in combattimento insorgendo
contro il presidio e liberando il paese. Sottoposta a dura
rappresaglia da parte
delle forze tedesche la popolazione di Poggio Bustone dimostrava fierezza, tenacia e fede indomabile nella libertà e
nella Patria».
Fedeli a questa motivazione il 14 marzo scorso,
i cittadini di Poggio Bustone, hanno voluto ricordare, come ogni anno, la battaglia e la rappresaglia avvenute 66
anni fa. All’appuntamento nella piazza dedicata
ad Emo Battisti, organizzato dalla locale sezione dell’ANPI guidata dal Segretario Ottavio Battisti, è seguita una messa in suffragio dei caduti. Poi, accanto alle targhe che li ricordano,
si sono succeduti gli interventi di varie autorità. A conclusione della manifestazione hanno preso la parola
Renzo Ricci, Presidente dell’ANPI Provinciale di Rieti,
e Aladino Lombardi, già Segretario Regionale ANPI.
Alla commemorazione hanno aderito rappresentanze
di vari partiti politici, la CGIL, l’ARCI, l’ANPPIA di
Terni, le ANPI di Piediluco, Terni e Rieti. (L.G.)
ne”, si proponeva di tenere vivo il ricordo delle atrocità compiute dai nazisti durante la deportazione e di
sottolineare il sacrificio della lotta partigiana.
«È importante che la memoria non vada persa», ha esordito Aladino Lombardi, che ha voluto immediatamente encomiare chi, scampato alla violenza del lager, ha
fatto del racconto di quella esperienza una missione di
vita. «Voglio ricordare una donna come Settimia Spizzichino, che è passata nelle mani del dottor Mengele. Lei,
una volta sfuggita alla morte, ha avuto come unico
obiettivo il racconto di quei giorni terribili». Proprio
questo è stato il punto centrale del discorso di Lombardi. Il ricordo. La memoria. La sensibilizzazione. A
patria indipendente l 18 luglio 2010 l II
Cronache
riguardo ha raccontato le sensazioni scaturite dal suo
viaggio ad Auschwitz insieme a tantissimi giovani. «Ho
accompagnato trecento ragazzi nei campi di concentramento e a visitare il ghetto di Cracovia. Beh, ho percepito in loro il cambiamento. Sono entrati in quei luoghi in
un modo, per poi uscirne persone diverse».
Il convegno è proseguito con l’intervento di Luciano
Guerzoni. Il Segretario Nazionale dell’ANPI ha posto
l’attenzione su alcuni interrogativi troppo spesso trascurati. «Se tutta questa gente non fosse stata soppressa,
cosa avrebbe potuto dare all’umanità?». Una domanda
spiazzante, una questione che in pochi si erano posti.
Poi ha continuato: «Anna Frank sarebbe diventata magari una grande scrittrice». E poi, dopo un attimo di
silenzio e di commozione, ha sussurrato la dolorosa risposta: «Non lo sapremo mai».
Guerzoni ha poi sottolineato le grandi responsabilità
che la popolazione europea ha avuto nella concretizzazione del disegno nazista. «Come è potuto accadere che
altri europei non abbiano impedito il misfatto? Questo è
quello che pesa su di noi. Queste sono le nostre responsabilità. Per capirle, credo che si debba partire dall’indifferenza, che è peggiore dell’apologia del crimine. Perché
l’apologia la puoi individuare. Hai l’occasione di reagire, di contestare. Ma l’indifferenza è incontrastabile». Il
Segretario Nazionale dell’ANPI è poi arrivato al tema
del revisionismo, alle discussioni e alle polemiche degli
ultimi anni. «Il problema non è lo studio, la ricerca. Il
problema sorge quando i prodotti del revisionismo sono in
conflitto con la verità storica».
Salvatore Coccoluto
A Sicignano degli Aburni (Salerno)
il responsabile Dipartimento Immigrazione della CGIL,
Anselmo Botte, il Presidente della Sezione ANPI di
Salerno, Luigi Giannattasio, il Presidente provinciale
Giuseppe Vitiello, ed il rappresentante dei migranti
Abdel Halim Halmi.
In conclusione, il Consigliere nazionale dell’ANPI Antonio Amoretti ha ribadito l’impegno in difesa dei valori della Costituzione ed ha consegnato la tessera onoraria dell’Associazione al Sindaco Amato che, profondamente commosso, ha ringraziato i suoi concittadini e
gli amministratori presenti per la solidarietà che gli
hanno manifestato e l’ANPI per il riconoscimento dato
– per lui di straordinaria importanza – perché proveniente dall’Associazione nata dalla Resistenza e fondamentale per l’affermazione dei valori della Costituzione
democratica con l’impegno a praticarli, nella sua attività istituzionale e di cittadino. (L.G.)
La tessera ad honorem
al Sindaco, costruttore
di convivenza civile
Questa iniziativa – che segnaliamo con forte ritardo – è
maturata nei mesi successivi allo sgombero di un campo di extracomunitari a San Nicola Varco. Tale campo
ospitava un migliaio di extracomunitari, la maggioranza provenienti dal Marocco, che lavoravano nei campi
della Piana del Sele.
In seguito allo sgombero l’ANPI di Salerno insieme ai
compagni della CGIL e ad altri volontari si è mobilitata per cercare di far fronte nel modo migliore all’emergenza umanitaria che era scattata.
In tutto questo una persona che si è distinta è stata il
sindaco di Sicignano che ha ospitato circa 100 extracomunitari, regolari e non, che hanno accettato di spostarsi nel suo paese, garantendogli un tetto, cibo e,
quando è servito, anche una difesa legale (essendo avvocato), non preoccupandosi delle proteste che qualche consigliere dell’opposizione ha organizzato.
Per questo l’ANPI di Salerno ha voluto consegnare al
Sindaco di Sicignano degli Alburni, Alfonso Amato, la
tessera onoraria dell’Associazione con una cerimonia
che si è tenuta nell’Aula consiliare del Comune di Sicignano il 6 febbraio scorso.
Con questo atto l’ANPI ha voluto manifestare il riconoscimento al Sindaco Amato per il suo forte e generoso impegno nei confronti dei migranti e per il concreto sforzo nella costruzione di un clima di convivenza civile e di rispetto e riconoscimento reciproco tra
cittadini di paesi diversi.
La cerimonia, preceduta da un incontro di una delegazione dell’ANPI e della CGIL di Salerno con il Sindaco ed i lavoratori migranti, presso le strutture di accoglienza messe a disposizione dal Comune di Sicignano,
è stata introdotta da Titti Santulli, dell’ANPI di Salerno. Sono poi intervenuti i Sindaci, Giacomo Rosa di
Contursi, Rocco Falivena di Laviano, Palmiro Cornetta di Serre, l’Assessore regionale alle Politiche sociali e
all’Immigrazione e all’Emigrazione, Alfonsina De Felice,
III l patria indipendente l 18 luglio 2010
Giovanna Marturano
è Cavaliere
È con grande orgoglio e soddisfazione che comunichiamo che
il 30 giugno il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
a seguito della petizione inviatagli, ha firmato il Decreto di
nomina di Giovanna Marturano a Cavaliere di Gran Croce
della Repubblica Italiana, cioè le ha conferito la più alta onorificenza dello Stato.
A “Giovannina” le congratulazioni e tutto l’affetto della redazione di “Patria” e dell’ANPI nazionale.
Giovanna Marturano, al centro, ad un 25 aprile a Roma.
Cronache
la gola. Non so dire il suo ultimo sguardo, ma ricordo le
sue ultime parole: “Non ci vuole molto coraggio a morire, ma tu che vivrai abbine molto”».
La Medaglia d’Oro
La mattina del 27 gennaio 1944, Marinelli e nove
al Merito Civile
compagni, dopo una farsa di processo, vennero condannati a morte per l’uccisione del federale di Bologna,
a Zosimo Marinelli
Eugenio Facchini. I condannati vennero accompagnati
Il 25 aprile scorso, il Presidente della Repubblica, al poligono di tiro di Borgo Panigale per l’esecuzione
Giorgio Napolitano, ha concesso la Medaglia d’Oro al che venne affidata al famigerato capitano della Polizia
merito civile a Zosimo Marinelli, una delle figure più Ausiliaria, Renato Tartarotti. Marinelli cadde sotto il
piombo fascista gridando: “Viva l’Italia libera!”.
eminenti dell’antifascismo modenese.
Antifascista sin dagli Anni Venti, accentuò la sua lotta Dall’ultima lettera scritta alla moglie si ha l’idea della
dopo la costituzione della Repubblica di Salò, organiz- religiosità, dello spessore morale ed intellettuale del
zando una delle prime formazioni partigiane in pro- Marinelli. La sera del 27 gennaio 1944, poche ore privincia di Modena. Il 27 novembre 1943, si presentò ma di essere fucilato, scrisse alla moglie: “Il Tribunale
presso la sua abitazione il reggente del fascio di Zocca, ha pronunciato la mia sentenza di morte, ma sono
Vincenzo Minelli, accompagnato da una squadraccia di tranquillo. (…) Ho perdonato e perdono tutti quelli
fascisti, per arrestarlo. I partigiani che facevano capo al che volontariamente o involontariamente hanno proMarinelli catturarono ed uccisero il Minelli. In seguito curato a me questo estremo passo. Nessuno cerchi né
ad una spiata, il 27 dicembre 1943, venne arrestato dai pensi a vendetta, ma si pensi e si chieda a Dio la rassegnazione, la pace”.
Questa la motivazione della concessione
della Medaglia d’Oro al merito civile:
“Ingegnere di elevatissime qualità umane
e civili. Si prodigò con eroico coraggio contro l’oppressione fascista e partecipò attivamente alla Resistenza organizzando una
formazione partigiana. Arrestato, fu barbaramente fucilato a Bologna essendosi rifiutato di rivelare i nomi dei suoi compagni di lotta. Fulgido esempio di coerenza e
di rigore morale fondato sui più alti valori
cristiani e di umana solidarietà”.
La medaglia è stata consegnata nel corso
della solenne cerimonia tenutasi lo scorso
25 aprile nel salone d’onore del Quirinale, personalmente dal Presidente della Repubblica alla nipote Gloria Marinelli, che
Il Presidente Napolitano consegna l’onorificenza alla nipote di Zosimo Marinelli, Gloria.
era accompagnata dal Sindaco di Zocca,
Carlo
Leonelli.
Oltre allo scrivente, facevano parte delCarabinieri di Zocca e dai fascisti. Marinelli fu visto
la
delegazione
gli
altri nipoti di Marinelli, Giuliano e
l’ultima volta il giorno dell’Epifania del 1944, nel corMaurizio
Corsi
ed
Enzo Mazzucchi.
so della messa celebrata all’interno del carcere di Sant’Eufemia di Modena, dal nipote Mario Marinelli, che
su quel drammatico incontro ci ha lasciato una toccan- La provocazione del ministro La Russa
te testimonianza: «In quella mattina grigia di gennaio
Nel corso della solenne cerimonia oltre a quella di Zocci portarono attraverso vari corridoi in uno stanzone
ca, hanno partecipato le delegazioni del comune di
disadorno e gelido. In fondo un altare improvvisato, a
Sasso Marconi (Bologna) e dei comuni dell’Alta Garfatutte le porte guardie armate. Forse erano duecento (de- gnana (Lucca) e le Associazioni Combattentistiche.
tenuti, n.d.r.), barbe lunghe su volti emaciati; molti inCome prevede il cerimoniale, prima del Presidente deldifferenti battevano continuamente i piedi per il freddo,
la Repubblica, hanno preso la parola il Ministri dell’Inaltri riuscivano a stento a nascondere la commozione».
terno Roberto Maroni e quello della Difesa, Ignazio
«All’inizio della messa – continua Mario Marinelli – La Russa che hanno letto le relazioni relative alle convoltandomi per caso incontrai il suo sguardo (Zosimo cessioni delle tre Medaglie d’Oro.
Il Ministro La Russa ha colto l’occasione per affrontare
Marinelli, n.d.r.). Era a pochi passi da me, avvolto in un
un argomento a lui molto caro: l’equiparazione dei parampio mantello, sul viso i patimenti e le prove tremende
tigiani con i combattenti di Salò. Infatti, ha tenuto a
degli ultimi tempi avevano impresso segni profondi (avesottolineare che “anche i fascisti erano animati dagli
va subìto terribili torture). Mi chiese dei suoi familiari
rinchiusi nello stesso carcere. Ci salutammo – conclude il stessi ideali dei partigiani e che erano convinti di combattere per l’onore ed il bene della Patria e che per quenipote – alla fine e stringendoci la mano tentai parole
sto è opportuna una memoria condivisa”. Le parole del
di incoraggiamento mentre la commozione mi stringeva
Il 25 aprile consegnata
dal Capo dello Stato ai familiari
patria indipendente l 18 luglio 2010 l IV
Cronache
Ministro della Difesa hanno raggelato la sala e suscitato
la reazione di diversi esponenti delle Associazioni d’Arma che si sono rifiutati di stringergli la mano. Pure il
Presidente della Repubblica è rimasto senza parole.
Per quel che mi riguarda rifiuto la pacificazione con chi
dopo 65 anni non riconosce di avere sbagliato. Si può
comprendere che un giovane ventenne, imbevuto di
quell’aberrante ideologia, aderisse alla RSI, ma è inaccettabile che non riconosca che era dalla parte sbagliata.
Per la “Resistenza” gli obiettivi erano la democrazia
e la libertà. Quali erano quelli dei repubblichini?
Rolando Balugani
A Parma
Offre una testimonianza partigiana Marisa Ombra,
Vicepresidente nazionale dell’ANPI ed autrice del libro “La bella politica”. Ha parlato delle donne in
guerra, per la prima volta sole a prendere decisioni per
sé e la famiglia, a governare la vita propria e altrui,
con un ruolo nuovo in assenza degli uomini prima al
fronte poi in montagna. Capaci, dopo l’8 settembre,
pur non essendo costrette ad arruolarsi, di compiere
con grande naturalezza scelte che le esponevano a rischi estremi, combattendo o facendo le staffette, senza mai sentirsi eroine. Racconta della staffetta Anna
torturata dai tedeschi poi deportata a Ravensbruch.
Eppure “senza le staffette non ci sarebbe mai stata la
Resistenza”, disse Ferruccio Parri nel 1946. Dopo, di
queste ragazze, che non si sentirono mai eroine, non
si parlò più per molto tempo. Le donne del Quartiere
Montanara, rappresentate da Raffaella Ilari, sono in
prima linea nel vigilare, informare e sensibilizzare la
popolazione nei confronti dei rigurgiti neofascisti, da
quando Casa Pound si è insediata nel loro quartiere.
Le “Vagamonde” hanno trasferito le loro testimonianze di donne migranti in uno spettacolo, “La nave di
Penelope”, allestito da Andreina Garella di “Festina
Lente Teatro”, dando voce ciascuna alle proprie emozioni. Questa nuova Penelope rispecchia la fatica e il valore di donne capaci di viaggiare attraverso la diversità.
Giovanna Peditto per le operaie della “Battistero” racconta la consapevolezza di donne che hanno difeso la
fabbrica e il proprio posto di lavoro scontrandosi coi
nuovi inafferrabili modelli di organizzazione della produzione, multinazionali, finanziarie. Ragazze e ragazzi
di oggi raccontano della ricerca svolta a scuola, con la
guida della loro Prof. Emanuela Giuffredi, sulle ragazze di ieri, le 21 donne dell’Assemblea Costituente, che
sono diventate le “Madri della Repubblica”.
Il tutto allietato dagli intermezzi musicali del Complesso Emily County Folk, che ha proposto canzoni
popolari e inedite ispirate alla Resistenza.
È stato moto bello ritrovarsi in tante/i – chi veniva da
Torino, chi da Modena o Reggio Emilia, oltre che da
tutta la provincia – anche per il momento conviviale,
che ha acceso l’allegria e la conversazione.
Dopo pranzo l’attrice Laura Cleri, accompagnata dal
M° Cavalli, ha strappato il sorriso e le lacrime leggendo “La cosa principale”, da “Mal di pietre” di Milena
Agus, storia di una donna che sopravvive ai pregiudizi e ai propri stessi sensi di colpa, cioè ai pregiudizi
interiorizzati di una società che la vuole senz’anima e
senza amore, proprio lottando con le armi della fantasia e dell’amore.
Parafrasando Ferruccio Parri, senza le donne non sarà
possibile quella Resistenza continua che è la democrazia.
Gabriella Manelli
“Il coraggio delle donne” Festa delle “Veline Ingrate”
Il primo giorno di primavera, nei locali della Corale
Verdi, si è svolta la festa delle “Veline Ingrate”. Così si
è voluto chiamare il Coordinamento Provinciale delle
donne dell’ANPI di Parma, da quando, sulla scia del
Coordinamento Nazionale, si è costituito, inserendosi nel dibattito sul “silenzio delle donne”, avviato sulla stampa da Nadia Urbinati. Secondo l’autrice il potere ha preso il posto della politica, il suo utilizzo attraverso “mezzi privati, soldi, scambi di favori” ha sostituito la partecipazione, la dimensione pubblica. Un
popolo di sudditi, in cui le donne possono persino
aspirare a diventare veline, comunque avere sempre
qualcuno da ringraziare delle proprie conquiste. Noi
no, non vogliamo ringraziare nessuno di quello che
siamo: abbiamo scelto di essere “veline ingrate”. Ma
perché le donne non si ribellano di fronte alla loro dignità offesa? Noi ci siamo dette che per uscire dal silenzio bisogna ritrovare il coraggio di dire dei NO, la
passione e l’audacia per inventare nuove parole politiche, come si è già fatto in altre stagioni, l’ultima
quando, negli anni ’70, decise a partire da sé, le donne facevano autocoscienza per scavare dentro il loro
silenzio. E trovarono l’audacia, la passione e le parole
– “il personale è politico”, “io sono mia” – per imprimere fortissimi cambiamenti alla società: nuovo diritto di famiglia, divorzio, una legge per una maternità
consapevole e non imposta come un destino.
Abbiamo voluto dedicare questa festa a Neda, la coraggiosa ragazza di Teheran, “morta con gli occhi
aperti in un mondo che vive con gli occhi chiusi”.
Si sono avvicendate sul palcoscenico della Corale –
dinanzi a una platea gremita, non solo di donne –
protagoniste di varie stagioni delle conquiste al femminile.
V l patria indipendente l 18 luglio 2010
Cronache
Ricordati al cimitero di Udine
I 23 partigiani Osovani
e Garibaldini
fucilati dai fascisti di Salò
Il 14 febbraio si è svolta la cerimonia in ricordo dei 23
Partigiani osovani e garibaldini fucilati presso il muro
esterno del Cimitero di Udine. Fu una rappresaglia
ordinata dalle autorità tedesche a seguito dell’eroico
ed audace assalto alle carceri di Udine.
Alla presenza di numerosi Sindaci, autorità civili e militari il Presidente dell’ANPI di Udine Federico Vincenti ha rivolto un saluto agli astanti. Nelle sue parole ha espresso la profonda preoccupazione per la situazione sociale e politica odierna, con particolare riferimento «...all’imbarbarimento della convivenza civile sempre più allarmata anche da azioni squadristiche, da falsificazioni della storia, da feroci episodi di
razzismo, di antisemitismo» e a chi oggi cerca di stravolgere la Costituzione per «...realizzare un mutamento della nostra Repubblica democratica e pluralista mettendo così a repentaglio l’unità della nostra nazione».
il ricercatore storico Gabriele Donato ha tenuto l’orazione ufficiale sottolineando la scarsa rigorosità utiliz-
Italiani e sloveni insieme
Ad Opicina, per ricordare
Il paese di Opicina, alla periferia di Trieste, rappresentava l’anello di congiunzione tra le unità partigiane
sul Carso ed il movimento di Liberazione di Trieste.
Nell’ottobre del 1943 si organizzò qui, nel paese, il
primo comitato del Fronte di Liberazione (OF), che
fu attivo ininterrottamente fino alla Liberazione anche se strutturato nel tempo diversamente. I giovani
erano organizzati in piccoli gruppi per evitare che in
caso di arresti e interrogatori i tedeschi scoprissero
tutta la rete clandestina.
Tra gli attivisti e le staffette spesso mettevano a repentaglio la propria vita anche donne e madri di partigiani, come Rozalija Kos Kocjan, che il 7 marzo 1944 i
tedeschi impiccarono ad un albero di fronte alla stazione del tram di Opicina. Ogni anno, in questa data,
italiani e sloveni della
provincia di Trieste onorano la sua memoria deponendo una corona sulla lapide che la sezione
dell’ANPI-VZPI pose
sulla facciata dell’edificio
situato di fronte all’albero.
Anche quest’anno, malgrado un freddo intenso
con raffiche di bora, i
cittadini hanno partecipato in gran numero alla
cerimonia che è stata ar-
zata da numerosi pseudo storici, oggi molto accreditati, ma i cui studi sono privi di un serio e meticoloso
metodo scientifico: «... è in televisione – ha detto –
che prendono forma tesi storiografiche inconsistenti,
le cui cosiddette verità durano il tempo di una trasmissione, il tempo necessario, cioè, a raggiungere
milioni di spettatori. Tali verità vengono confezionate
sulla base delle convenienze politiche, e vengono calibrate in relazione alle aspettative del pubblico, che
pretende semplificazioni e drammatizzazioni. (...).
Per costoro, tutto quel che di più autorevole la storiografia ha prodotto in decenni di dibattito e ricerche è
menzogna: la loro priorità, di conseguenza, è quella
di costruire una verità alternativa, buona per essere argomento da talk show televisivo».
ricchita dal coro della scuola elementare con lingua
d’insegnamento slovena “F. Bevk”. La figura della
staffetta Rozalija è stata poi commemorata dalla giovane Majna Pangerc che tra l’altro ha detto: «Sono
passati 66 anni da quando Rozalija Kos Kocjan, staffetta e attivista partigiana, ha sacrificato la sua vita per
gli ideali della Resistenza: la fratellanza, la pace, la libertà e la lotta contro l’occupatore tedesco e il fascismo oppressore del popolo sloveno e italiano delle
nostre terre. Rozalija e tutti i nostri caduti hanno creduto fermamente in questi ideali.
E oggi, nel tempo dei cellulari e di facebook, questi
ideali sono ancora attuali? Parliamo ancora dei valori
che tanto erano radicati negli eroi di quel tempo? Se
devo essere sincera, ho i miei dubbi. Tutti abbiamo
molti impegni, corriamo su e giù e quasi non abbiamo il tempo di parlare e di pensare. Fermiamoci un
po’ e riflettiamo se i nostri figli e i giovani sono a conoscenza degli orrori che
il fascismo, la guerra e
l’odio hanno portato su
queste terre e nell’Europa tutta.
Rozalija, quasi sessantenne, esile nell’aspetto – così mi ha raccontato chi
l’ha vista penzolare da un
albero – portava i calzettoni scuri, i piedi infilati
in pantofole felpate, una
sciarpa al collo, una giacca striminzita nascosta da
un enorme cartellone appatria indipendente l 18 luglio 2010 l VI
Cronache
peso al collo con la scritta: Ich bin Bandit. Il corpo di
Rozalija rimase appeso per ben 2 giorni, affinché tutti potessero vederlo, anche i più piccoli che per andare a scuola dovevano passargli accanto. Perché? Perché aveva lottato per cacciare l’invasore, affinché potessimo parlare nella nostra lingua che il fascismo ci
aveva tolto, per un mondo nuovo senza più oppressi
né oppressori, senza più sfruttati né sfruttatori».
Sezione ANPI-VZPI di Opicina (Trieste)
A Bolzano
Una piazza ai martiri antinazisti della Rosa Bianca
Sophie e Hans Scholl e agli antinazisti sudtirolesi
L’ANPI è onorata, assieme alla città di Bolzano, di accogliere il nome di Sophie e Hans Scholl per una sua
piazza. Fortunati i sindacati dei lavoratori, che ritroveranno le sedi del loro impegno tra la via Ada Buffulini e la piazza Scholl, in luoghi dedicati a questi martiri della libertà. Sarà così più semplice trovare le motivazioni di quei luoghi.
Per noi che affidiamo alla Memoria tanti valori del nostro riscatto dal nazifascismo, non è difficile scorgere
una affinità tra lo spirito umano e cristiano dei giovani
della Rosa Bianca e le motivazioni profonde che hanno mosso il rifiuto al nazismo dei cattolici sudtirolesi
Josef Mair Nusser, Albert Reitsammer e del mite Franz
Thaler. “Spirito forte, un cuore tenero” intendeva
esprimere Sophie Scholl. Dal sicuro protestantesimo
della madre, il figlio Hans avrebbe avvicinato i valori
del cattolicesimo antinazista del vescovo Clemens August von Galen. L’uno e l’altro dei fratelli, con la loro
sete di cultura, avrebbero protestato la perdita di questi umani valori con la loro resistenza al nazismo, credendo sino in fondo al valore rivoluzionario delle parole di verità dei loro cinque volantini. Hans e Sophie
Scholl della Rosa Bianca andarono a morte il 22 febbraio 1943. “Il Papa ha detto che tutto è perduto con
la guerra!” avrebbe semplicemente obiettato sino alla
morte il cattolico sudtirolese Richard Reitshamer. La
sua morte arriverà l’11 luglio 1944.
L’umano “Unvergessen” il non dimenticare del mite
inflessibile Franz Thaler continua nella sua vita, ben
oltre il cattolico perdono. Ritroviamo le ragioni umanamente profonde, ma radicate nella sua convinzione
religiosa, del rifiuto ad Hitler di Josef Mair Nusser,
nelle parole di Sophie Scholl: «non dovrebbe ogni
uomo, in qualunque epoca viva, ragionare continuamente come se un istante dopo dovesse essere portato davanti a Dio per il giudizio?». Josef Mair Nusser
morirà nella stazione di Erlangen il 24 febbraio 1945.
Gli uni e gli altri seppero rimanere uomini sino alle
estreme conseguenze, nella loro opposizione al nazismo. È il conforto che ci rimane del loro sacrificio.
Ci ricorda Bertrand Russel, per questi uomini e per
tante altre donne e uomini: “gli innocenti non sapevano che era impossibile e quindi lo fecero”.
Lionello Bertoldi
Commemorati
i combattenti
dei Gap e
dell’Intendenza “Montes”
Marcuzzi “Montes”, ideatore di una vasta rete di rifornimenti per le formazioni partigiane a cui venne
dato infatti il nome di “Intendenza Montes”. Marcuzzi, Medaglia d’Oro al Valor Militare, fu una vera e
propria spina nel fianco per i repubblichini collaborazionisti ed i loro alleati nazisti. Ricercato con feroce accanimento, venne arrestato e torturato fino a
quando non sopraggiunse la morte.
Tutta la Bassa friulana ha ricordato l’estremo sacrificio
di questi combattenti per la libertà il 7 marzo a Saciletto di Ruda (Udine).
Alla cerimonia hanno partecipato numerosissimi Sindaci dei Comuni della Bassa e del Monfalconese, zone dalle quali proveniva la maggior parte dei partigiani inquadrati nelle formazioni della Garibaldi e dei
GAP. Dopo il saluto del Sindaco di Ruda Palmina
Mian e la lettura di poesie da parte delle scolaresche
delle scuole di Ruda e Terzo d’Aquileia, il Sindaco di
Monfalcone, Gianfranco Pizzolitto, ha tenuto l’orazione ufficiale. La cerimonia è stata accompagnata
dall’esecuzione di brani musicali da parte del Coro
Multifariam di Ruda.
Nel febbraio del 1945 vennero fucilati dai fascisti di
Salò i partigiani appartenenti ai Gruppi di Azione Patriottica (GAP) operanti nella Bassa friulana. I valorosi patrioti subirono barbare torture nella famigerata
caserma “Piave” di Palmanova.
Assieme a questi valorosi, i cui nomi resteranno scolpiti tra quanti hanno immolato la propria vita per la libertà e la democrazia, va aggiunto quello di Silvio
VII l patria indipendente l 18 luglio 2010
Cronache
Lezioni di antifascismo
dalla Craozia
Un grembiule da cucina con l'immagine di Benito
Mussolini e il tricolore italiano è stato visto in vendita
in un supermercato di Pola (Pula in croato), capoluogo istriano, in Croazia. La notizia è stata diffusa da un
portale d'informazione locale, iPress, dopo la segnalazione di una donna che di solito fa la spesa nel supermercato che fa parte di un gruppo di cui è proprietario un uomo d'affari istriano, Alberto Faggian.
La notizia con le foto del grembiule è stata poi ripresa dalla stampa nazionale croata, secondo la quale oggetti con immagini che inneggiano o mettono in una
A Ontagnano in memoria
dei caduti partigiani
In una splendida giornata soleggiata, il 23 maggio, si
è tenuta a Gonars, località Ontagnano (Ud), la ricorrenza annuale a memoria dei caduti partigiani Benito
Cavedale, Pietro Pallavicini e Arveno Marcuzzi. La
cerimonia, organizzata dalla locale sezione dell’ANPI,
rappresentata dal Presidente Edoardo Ioan, ha visto
intervenire il Sindaco di Gonars, Marino Del Frate,
che ha posto l’accento sulla necessità di una condivisione storica, e l’ex sindaco Ivan Cignola che ha sottolineato l’importanza per la località dell’evento.
Mauro Cedarmas, giovane dell’ANPI Provinciale di
Udine, ha ripercorso – nell’orazione ufficiale – le vicende e sottolineato l’importanza che ha avuto la Resistenza nella storia nazionale: «È con la Guerra di Liberazione, con la morte di questi giovani che abbiamo
potuto dimostrare al mondo che essere italiano poteva
significare altro. È questo il sacrificio che ci ha ridato
onore e dignità, sono questi i morti che De Gasperi e
Togliatti hanno messo sul piatto della storia chiedendo
ed ottenendo, per gli italiani tutti, uno Stato indipendente», sottolineando anche l’importanza della pacificazione storica, che deve necessariamente poggiare su
basi storicamente corrette e su interpretazioni rispettose degli eventi e dei contesti.
A Pordenone
Presto nascerà un luogo
della “Memoria Partigiana”
Il professor Mario Rossi, partigiano “Fiamma”, già
insegnante d’educazione artistica negli istituti scolastici di Pordenone, è l’autore del progetto artistico
del monumento per il luogo della memoria a Pordenone che sarà costruito nella ex Caserma Martelli di
Via Montereale. La giunta comunale del Sindaco Sergio Bolzonello ha recentemente deliberato di concedere all’ANPI l’area in comodato gratuito. Alla spesa
rilevante per l’arredo urbano e per la costruzione del
monumento, oltre all’ANPI provinciale, contribuiranno enti pubblici e fondazioni bancarie.
luce positiva il fascismo non dovrebbero essere messi
in commercio. Il grembiule ritrae Mussolini in divisa
militare nella sua famosa posa con le mani sui fianchi.
Alle sue spalle c'è la bandiera italiana e la scritta: "Benito Mussolini - statista" con l'indicazione dell'anno
di nascita e di morte. Secondo il portale iPress, l'oggetto è stato già ritirato dal commercio. L'Istria è la
regione croata più attaccata ai valori dell'antifascismo,
anche perché durante il ventennio e la guerra la popolazione croata e slovena era sottoposta a costanti discriminazioni e persecuzioni da parte del regime di
Mussolini.
Sezione ANPI “F. Bonafede” - Pianoro Vecchio
www.anpipianoro.it
La zona è tristemente nota alla storia della Resistenza
friulana per i campi di concentramento di Gonars
stesso e della vicina Visco, e per gli orrori patiti nella
Caserma Piave della vicina Palmanova, luogo nel quale agli orrori degli aguzzini si sono contrapposti atti di
eroismo partigiano, purtroppo non adeguatamente
celebrati e ricordati.
L’evento, la cui importanza è stata sottolineata dalla
presenza di molti sindaci e politici locali, si è concluso
con l’emozionante esecuzione alla fisarmonica di Bella
Ciao, con la struggente esecuzione di “Balute”, cantata insieme da tutti i presenti.
“La fiamma della libertà – scrive Rossi nella presentazione dell’opera – guidò costantemente i partigiani.
Ho voluto che fosse perennemente tesa al cielo. Il sacrificio dei martiri di Via Montereale è messo in risalto dalle figure dei fucilati, in rilievo sul marmo lavorato a sbalzo, mentre su una targa di bronzo dorato,
verranno incisi i nomi dei dieci caduti. La base del
monumento sarà costituita da due gradini semicircolari in marmo bianco, o pietra”.
Nel posto dove sorgerà l’opera del professor Mario
Rossi, sono stati fucilati dieci partigiani, in due diverse tragiche circostanze. Il monumento, ricorda idealmente tutti coloro che hanno sacrificato la vita nella
Lotta di Liberazione dal nazifascismo.
Franco Martelli “Ferrini” è maggiore di cavalleria,
quando dopo l’8 settembre 1943, rifiuta di schierarsi
patria indipendente l 18 luglio 2010 l VIII
Cronache
a fianco di repubblichini e nazisti. Nella primavera del
1944, prende contatto con il CLN locale e la Resistenza, diventando responsabile militare della Brigata
unificata, fra garibaldini e osovani, Ippolito Nievo di
pianura. Martelli, continua a condurre una vita apparentemente normale, senza darsi alla macchia. Una
delazione gli sarà fatale. Il 25 novembre 1944 “Ferrini”, è arrestato nella sua casa di Palazzo Cossetti, a
Pordenone, da Angelo Leschiutta, comandante dei fascisti friulani, equivalente delle brigate nere e da Alfred Dornenburg, il capo delle SS. Entrambi si presentano in abiti borghesi, come i loro scherani al seguito. A Martelli risulta fatale il rinvenimento, da parte delle SS, di un foglio di carta carbone, usato per
scrivere a macchina il verbale di un incontro fra comandanti partigiani. Il mattino del 27 novembre
1944 Franco Martelli “Ferrini”, viene fucilato dai nazifascsti alla caserma Umberto I che, dopo la liberazione porterà il suo nome. Martelli “Ferrini” viene insignito, postumo, di Medaglia d’Oro al V.M.
Quarant’otto giorni dopo, nello stesso luogo, sono fucilati nove partigiani garibaldini: Davide D’Agnolo
“Attila”, operaio ventitreenne di San Martino al Tagliamento; Pietro Pigat “Tom”, di 29 anni, contadino di
Azzano Decimo; Edoardo Ruffo “Edo”, di 18 anni,
venditore ambulante a Zoppola; Elli Vello “Fulmine”,
aveva un anno in più, era contadino ad Azzano Decimo
come Rinaldo Azzano “Dante”, di 23 anni; Ferruccio
Gava “Tigre”, della stessa età, faceva l’operaio a Prata;
Olivo Chiarot “Leo” - Medaglia d’Argento al V. M. azzanese di 23 anni, era Agente di Pubblica Sicurezza;
Giacobbe Perosa “Sgnappa”, di 32 anni, faceva il muratore ad Azzano; Agostino Mestre “Pedro” - Croce al
Valor Militare - ad Azzano gestiva una gelateria.
Impossibilitati a continuare, per i rigori dell’inverno,
Il bozzetto del Monumento.
la vita alla macchia, erano rientrati nelle loro case. Sono catturati in varie circostanze, perlopiù per delazioni, sette nel pordenonese, due a Conegliano Veneto.
Il “Libro Matricola” del carcere di Pordenone attesta
inoltre che, quella stessa mattina della fucilazione, il
14 gennaio 1945, ventinove patrioti sono prelevati e
trasferiti alle prigioni di Udine. Nove fra questi, tutti
del Pordenonese, vengono poi messi al muro. Francesco Aleo “Sacco”, 30 anni, Medaglia di Bronzo al
V.M.; Cesare Longo “Giorgio”, 21 anni, entrambi
contadini; Calogero Zaffuto “Angelo”, 27 anni, bracciante; Giannino Putto “Pronto”, 20 anni, manovale;
Elio Marcuz “Trim”, 22 anni, meccanico, sono fucilati dai fascisti a Tarcento il 1° febbraio 1945; Aleo,
miracolato, sopravvive. Giovanni Bortolussi “Vanni”,
21 anni, è fucilato dai fascisti a Tricesimo il 4 febbraio
1945. Fedele Da Pieve, 53 anni, Floris Pasut, 30 anni, entrambi mezzadri, Rino Allegretto “Tom”, 21
anni, studente e Felice Bet di soli 16 anni, non sono
più tornati dai campi di sterminio nazisti.
Sigfrido Cescut
Riaperto l’ospedale partigiano di Bolnica Franja (Cerkno)
Il 5 maggio di 65 anni fa lasciarono il sicuro riparo dell’ospedale partigiano Bolnica Franja gli ultimi dei 522 feriti
che vi furono curati. Le 13 baracche, che erano state distrutte poco meno di tre anni fa in seguito ad una spaventosa alluvione, dopo la quale era scattata un’ampia iniziativa di solidarietà con raccolta di fondi, sono di nuovo
visitabili dal 22 maggio scorso. Il restauro è costato 2,3 milioni di euro.
La sezione ANPI delle Valli del Natisone (Udine) e il settimanale “Novi Matajur” hanno organizzato una gita alla
quale ha preso parte il coro Matajur che si è esibito in occasione della manifestazione di apertura.
ANPI di Udine
IX l patria indipendente l 18 luglio 2010
Cronache
Un pensiero per...
Valerio Beltrame
È stata una cerimonia semplice ma
intensa quella che ha portato al
commiato da Valerio Beltrame, con la
presenza dei suoi familiari, di amici,
compagni e dei tanti che hanno avuto
la fortuna di conoscerlo e condividerne
i momenti di vita. Un ultimo saluto nel
quale si è ricordata la figura attiva e
dinamica di Valerio, del suo impegno,
dei suoi ideali. Con lui scompare un testimone locale del secolo
scorso, proveniente dal mondo rurale e, come tanti, approdato
a Monfalcone alla ricerca di una occupazione che potesse dare
risposta hai tanti bisogni.
Il mondo del lavoro operaio, il contatto con le tante coscienze
che testimoniavano la volontà di cambiamento, di riscatto, la
coscienza di un mondo che puntava a rivoluzionare gli equilibri
sociali, costretto invece a fare i conti con il sopravvento del
fascismo e della dittatura. Il buio della democrazia, che in
maniera devastante dilagherà in Europa sfociando nella
Seconda guerra mondiale e nelle più tragiche forme di
soffocamento e soppressione delle libertà umane, non hanno
impedito a Valerio di fare la sua scelta di campo. Eccolo attivo
nel Partito Comunista clandestino, impegnato a fare proselitismo
e a rafforzare l’organizzazione. Nella realtà cittadina lavorerà per
creare il movimento antifascista, mantenendo il collegamento
con la realtà slovena e i primi movimenti di resistenza.
Richiamato alle armi, continua il suo impegno a sostegno del
movimento partigiano in Slovenia. Si impegna nella raccolta di
fondi e materiali, ma la sua attività viene interrotta da numerosi
arresti e successive scarcerazioni per mancanza di prove.
Viene nuovamente arrestato nell’ottobre del 1942, deferito al
Tribunale Speciale, rinchiuso nel carcere “Coroneo” di Trieste,
con l’imputazione di appartenenza all’organizzazione comunista
e di collaborazionismo con i partigiani sloveni.
Il 25 luglio 1943, nonostante la caduta del fascismo, si trova
ancora in carcere dove rimarrà in condizioni particolari di
detenzione. L’avvento, dopo l’8 settembre, dei tedeschi
comporta il suo trasferimento in un campo di lavoro forzato.
Il suo ritorno nel dopoguerra a Monfalcone, lo vedrà riprendere
il suo posto tra i lavoratori portuali, ma ancora una volta i forti
fermenti politici, che in quegli anni coinvolgono in primo luogo
la nostra comunità e il movimento comunista, lo vedranno di
nuovo tra i protagonisti. Si trasferisce a Pola nel 1947, dove
lavora presso il cantiere. Nel 1948 viene espulso dal territorio
jugoslavo e torna in Italia. Torna a lavorare al porto,
impegnandosi nella CGIL, e diventa, dopo Durigon e Galopin,
Console della Compagnia Portuale. Con Pizzignacco
viceconsole inizia ad affrontare i temi della modernizzazione del
lavoro portuale e della sua meccanizzazione.
Vivace protagonista della vita politica ed economica cittadina,
diventa consigliere comunale del PCI. Come pensionato,
continua il suo impegno sindacale nello SPI-CGIL.
Rappresentante dell’ANPPIA, a fine 2009 ne viene nominato
componente onorario della Presidenza.
Salutiamo Valerio, ricordandolo con la sua immagine di uomo
attivo, burbero ma sorridente, mentre accompagnato dal suo
immancabile basco si avvia verso l’ultima sfida della vita: ciao
compagno! Grazie, non ti dimenticheremo!
(Adriano Persi - per ANPI Gorizia)
Luigi Ladurini
Aveva 94 anni Luigi, quando si è
spento, a Pavullo, il 30 novembre 2009.
Tesserato ANPI, era stato partigiano
nella “Brigata Dragone” della Divisione
Modena M.
La sua salma è stata tumulata nel
cimitero di Camatta, sua residenza.
Alla moglie Anna, ai figli Giovanni,
Berto e Giorgio ed ai parenti tutti la
nostra Associazione rinnova le più sentite condoglianze.
(ANPI Pavullo)
Giovanni Finocchietti
Il 13 maggio ci ha lasciati Giovanni
Finocchietti, per anni segretario della
sezione ANPI comunale “Ilio Barontini”,
di Livorno. Giovanni aveva 94 anni ed
era stato partigiano del X
Distaccamento della 3ª Brigata
Garibaldi. Aveva collaborato con
Corrado De Maio, altro celebre
partigiano livornese, al lavoro di
vettovagliamento delle formazioni, di reclutamento di uomini
nuovi e di popolarizzazione della lotta di liberazione nazionale.
L'attività implicava continui spostamenti, con il rischio di cadere
in una retata nazifascista. E fu proprio quello che accadde a
Finocchietti che con altri fu inviato prima a Firenze e poi a
Bologna come “volontario” dell'esercito della Repubblica
Sociale di Salò. Riuscì a fuggire e a tornare a Livorno grazie
all'aiuto di alcuni esponenti bolognesi del CLN. Prima di tornare
al suo incarico di sostegno ai partigiani fu costretto a restare
per un po' nell’ombra perché considerato un disertore.
Operaio del Cantiere Orlando e successivamente della CMF,
Finocchietti è stato anche segretario della sezione del PCI di
Montenero. Amava la musica classica e le opere di cui
raccoglieva anche versioni e testi di una certa rarità.
(Cristina Tosi - ANPI Livorno)
Roberto Pannocchia
Il 9 maggio all'età di 85 anni si è spento Roberto Pannocchia,
da sempre uomo di sinistra. A soli 17 anni era stato staffetta
partigiana nella zona di Lorenzana. Arrestato dalla Gestapo,
interrogato “pesantemente” nel carcere Don Bosco a Pisa e
condannato a morte, riuscì a fuggire dal carcere grazie ad un
bombardamento.
Dopo la Liberazione si dedicò attivamente alla politica,
militando nelle file del PCI. Fu anche giornalista: scrisse su
l’Unità e fondò il mensile comunista L’Indicatore, di cui divenne
ben presto direttore. Per lunghi anni fu responsabile
dell'agenzia di assicurazioni Ina-Assitalia e portò sul lavoro
grandi innovazioni. Fu lui infatti a proporre le polizze con
addebito mensile sulla busta paga, agevolando in tal modo
molti lavoratori, a cominciare dai metalmeccanici dell'Italsider di
Piombino. Fu anche un grande appassionato di cinema e di
teatro ed ebbe rapporti fraterni con illustri personalità livornesi.
(Cristina Tosi - ANPI Livorno)
Francesco Gammarota
L’indomito partigiano “Brancaleone”
nome di battaglia che aveva scelto in
onore della sua amata città, Barletta, ci
ha lasciati all’età di 87 anni. È morto
nella sua città che ha sempre amato e
servito anche come consigliere
comunale del PCI. Quando la politica si
faceva per servizio e non per
servirsene.
Nell’Oltrepo Pavese fu Comandante della Brigata Casotti e fu
tra coloro che effettuarono il servizio d’ordine a Piazzale Loreto
a Milano. Tra il 1944 e il 1945, “BrancaIeone” faceva parte di un
gruppo di partigiani della Brigata Garibaldi (distaccamento
CairoIi, Brigata Gramsci) rifugiatisi nel cimitero di Zavattarello (in
provincia di Pavia), per sfuggire a un rastrellamento dei
nazifascisti. Una giovane staffetta partigiana, portava viveri e
soccorso ai feriti e ai loro compagni. Dopo una decina di giorni
fu catturata e torturata per costringerla a rivelare dove portasse
cibo e a chi. Questa eroina non parlò, salvando la vita anche a
“Brancaleone”. Solo nel 2005, dopo una serie di difficoltose
ricerche Gammarota è riuscito a portare sulla tomba di Anna
Mascherini, la staffetta che gli salvò la vita, un omaggio floreale.
Per oltre 40 anni Gammarota è stato operaio della Cementeria
di Barletta dove ha continuato a diffondere i valori della
democrazia, della libertà e della Resistenza.
Con lui si spegne uno degli ultimi barlettani che – come tanti
altri uomini del Meridione – hanno combattuto ed hanno dato
un grande tributo di sangue per riconquistare all’Italia la libertà.
La grande famiglia partigiana dell’ANPI si unisce alla moglie
Lina, ai figli Pasquale, Giuseppe e Manrico nel dolore per la
scomparsa del loro e nostro partigiano “Brancaleone”.
(G.G.)
patria indipendente l 18 luglio 2010 l X
Cronache
Guerrino Ferri
Il 2 maggio, è venuto a mancare il
partigiano Guerrino Ferri “Loppetto”, di
Canepina (Viterbo). Classe 1919, aveva
compiuto novant’anni l’ottobre scorso.
Soldato, dopo l’8 settembre 1943 era
entrato nel Gruppo di Combattimento
Legnano, come Volontario della Libertà,
combattendo nell’Oltre Po pavese.
Da sempre iscritto all’ANPI, era, in un
certo senso, animatore del gruppo informale di anziani vicini
all’Associazione nel suo paese. Ogni 25 Aprile, tutti gli anni,
puntuale, era alla Scuola Sottufficiali dell’Esercito di Viterbo, per
portare la bandiera dell’ANPI durante la deposizione della
corona d’alloro alla lapide del suo compaesano Paolo Braccini,
martire della Resistenza e Medaglia d’Oro al V.M. alla memoria.
(Silvio Antonini - ANPI Viterbo)
Giovanni Merlo
È venuta a mancare, il 30 aprile scorso,
all’età di 86 anni, un'altra figura storica
del mondo partigiano ovadese: il
partigiano “Baffo”. Apparteneva al XX
Distaccamento della III Brigata Liguria,
durante la Battaglia della Benedicta del
10 aprile 1944; successivamente operò
nella Brigata “Olivieri” della Divisione
“Mingo”, nell'Ovadese.
Era nato a Roccagrimalda (AL), dove si è svolto il funerale in
forma civile, ricordato dal Sindaco Fabio Barisione e dal
segretario dell’ANPI di Ovada, Giuseppe Repetto.
Sempre presente nelle attività dell’Associazione, soprattutto a
contatto con i giovani delle scuole, dove Merlo portava la sua
testimonianza civile e umana non disdegnando di esibirsi nei
canti partigiani, a lui molto cari. Con l’ANPI ovadese,
partecipava a tutte le manifestazioni e celebrazioni portando la
bandiera rossa della sua Brigata che accudiva come una reliquia.
L’ANPI dell’ovadese ricorda “Baffo” con riverente riconoscenza
per la sua incondizionata attività, partecipazione e attaccamento
ai valori per i quali ha combattuto.
(G.R. - ANPI Ovada)
ANNIVERSARIO
Natale Piasentà
La vedova del nostro ex segretario provinciale ci ha inviato
questo scritto. Pubblicarlo è atto di dovuta riconoscenza nei
confronti di un compagno che tanto a dato all’ANPI provinciale
di Novara e Verbania con la sua instancabile attività di dirigente
politico-organizzativo e amministrativo.
Bruno Pozzato, Segretario ANPI provinciale Novara
Cameri (Novara) - Il 9 ottobre 2009 il compagno Natale Piasentà
ci ha lasciati. Ora i ricordi si rincorrono.
Dalla conoscenza alla Scuola del PCI “Marabini” a Bologna, alla
decisione di sposarci, la nascita dei figli, il suo lavoro.
Partigiano giovanissimo, appena finita la guerra contribuì alla
nascita dell’Istituto Didattico Pedagogico della Resistenza ... e
poi funzionario nel PCI, responsabile provinciale di stampa e
propaganda, sempre in nome degli ideali che lo avevano spinto
a fare quella scelta andando in montagna con tanti altri giovani
superando difficoltà enormi. Furono anni molto duri ma il
sacrificio di questi giovani fece tornare libero il popolo italiano.
Poi si impegnò nel movimento cooperativo, fino al
pensionamento, sempre lavorando con coscienza e tenendo alti
gli ideali per cui era sempre vissuto. Anche quelli nella
cooperazione furono anni duri, anni in cui chi vi lavorava non
pensava che allo sviluppo del movimento senza mettere in
primo piano la propria persona ed il compenso economico.
Tutto sempre con la massima onestà ed abnegazione.
Appena pensionato si è occupato dei nipoti, amandoli e
cercando di trasmettere loro sani princìpi così come aveva fatto
con i figli. Nel frattempo non ha mai abbandonato l’impegno
civile. È stato nel direttivo dell’ANPI prima e poi Segretario fino
a quando non lo ha colpito una terribile malattia: l’Alzheimer.
Il ricordo che lascia è di una persona onesta e coerente con gli
ideali di libertà, uguaglianza, pace e fraternità.
La moglie, i figli, i nipoti, i fratelli, la sorella, le cognate ed i
cognati e tutti quanti lo conobbero e lo amarono lo ricordano
con tanto affetto.
La moglie Rosanna Zanarini
XI l patria indipendente l 18 luglio 2010
Antonio Baldo
Se n’è andato all’età di 82 anni Antonio
Baldo “Fedele”, partigiano della brigata
Martiri di Mirano ed ex internato in
Germania. Fu segretario provinciale
dell’ANPI di Venezia e consigliere
nazionale dell’Associazione dal 1972 al
1985. Sposato e padre di due figli,
viveva a Marghera. La notizia della sua
scomparsa ci addolora profondamente.
Due i suoi libri autobiografici: “Ricordi di guerra di un
diciassettenne 1940-1945” e “Vi racconto com’era Marghera”.
Militò nel PCI e poi nel PDS fino all’iscrizione nel Partito
Democratico. Lo ricordiamo con commozione per la sua storia
e la sua militanza antifascista, come lo ricordiamo per il tempo
dedicato al dovere della memoria. Nell’avantesto di un suo libro
scrisse: “Dimenticare il passato è come percorrere una strada al
buio, senza un faro che la illumini” significando con ciò che
solo la conoscenza e la memoria delle lotte vissute, su cui è
nata la nostra Repubblica, ci permette di relazionarci con il
presente e di fare un progetto verso il futuro, rivendicando,
come faceva in ogni occasione, l’attualità della Resistenza.
Alla moglie Mimma e ai figli Mauro ed Anna diciamo: siate
orgogliosi del marito e del padre che avete avuto.
Il ricordo di un uomo di grande valore, qual era lui, è punto di
riferimento per molti di noi.
(ANPI Venezia)
Maria Teresa Pizzetti
Non c’è molta gente a dare l’ultimo
saluto alla signora Maria Teresa
Pizzetti, milanese di anni 93, perché
tanti nemmeno la conoscevano.
In molti non sanno che la signora
Maria, da qualche anno a Palizzi
(Reggio Calabria) per godersi la
pensione vicino alla figlia, ha
partecipato alla Resistenza facendo
parte delle “Brigate d’assalto Garibaldi".
Anche io, che ho avuto la fortuna di conoscerla, stento a
vedere in questa simpatica vecchietta dagli occhi vivaci ma
dolci, un’eroina della Seconda guerra mondiale.
Per la sua partecipazione alla Resistenza, la signora Maria è
stata imprigionata nel carcere di San Vittore a Milano ed ha più
volte rischiato la fucilazione. Era molto orgogliosa, quando
raccontava alle persone che le facevano visita, di questo
periodo della sua vita. L’8 settembre del 1947 le è stato
conferito il “Diploma di medaglia garibaldina” come
riconoscimento del valore militare e del grande amore di patria
dimostrati combattendo nelle Brigate d’assalto Garibaldi, la
guerra di liberazione nazionale contro i tedeschi e contro il
fascismo. Ora che non c’è più, rimane in noi il rimpianto di non
averle conferito, in vita, il tributo che meritava. Ci rimane il
conforto di pensare che il tricolore che avvolge la sua bara,
simbolicamente, rappresenti l’abbraccio di una nazione intera
che vuole esprimere il proprio ringraziamento e apprezzamento
nei confronti di chi ha contribuito a renderla libera.
Gianni Fontana
Giovanni Landini
Il Partigiano “Moret”, nato a Ferno il 16
maggio 1923 (VA), ci ha lasciati nella
giornata del 23 giugno. Si era salvato
durante l’eccidio dei 5 Martiri di Ferno
del 5 gennaio 1945 insieme al
compagno Partigiano Fausto Bossi.
Ai funerali, che si sono svolti il 25
giugno nella chiesa S. Martino di Ferno
non era presente nessuno a
rappresentare l’ANPI, associazione cui questo valoroso
Partigiano era fortemente legato. Della sua lunga e sofferta
malattia non erano a conoscenza né i compagni di Ferno né
l’ANPI Provinciale di Varese e nemmeno Giovanni Mazzetta,
suo compagno d’arme.
L’ANPI, addolorata e colta di sorpresa, perché non ha potuto
onorare la memoria del Partigiano Giovanni Landini, come
avrebbe meritato, ha espresso al figlio Fiorenzo i sensi del più
sentito cordoglio.
(ANPI Gallarate)
Cronache
Nelle affettuose parole di Carla Nespolo
Il ricordo di Enzio Gemma
Il 1° giugno è mancato Enzio Gemma, Presidente Onorario Emerito dell’ANPI di Alessandria, autorevole componente del Consiglio di Amministrazione dell’ISRAL
dal 2005 al 2010.
Partigiano, figura di rilievo nella vita politica e sociale
alessandrina, ebbe un ruolo significativo a livello imprenditoriale non solo nel nostro Paese, ma anche a livello mondiale.
La camera ardente e le esequie civili si sono svolte il 3
giugno nel Palazzo Comunale di Alessandria alla presenza delle massime autorità. La sepoltura nel Sacrario dei Partigiani di Alessandria.
L’orazione pronunciata da Carla Nespolo
«Credevamo – noi tutti che siamo qui – di essere preparati al congedo da Enzio Gemma.
La lunga malattia, le sue stesse serene e consapevoli
parole, sembravano accompagnarci a questo momento, con semplicità, come diceva lui: “Secondo il ciclo
naturale delle cose”. Ma non è così.
Oggi – e per i tempi a venire – Enzio Gemma ci mancherà tantissimo.
Egli appartiene a quelle persone che – senza volerlo,
senza cercarlo – diventano un esempio, un punto di
riferimento importante per la propria comunità e per
i tanti che, anche assai diversi tra loro, ne ammiravano
l’intelligenza, la forza morale e la coerenza di vita.
Queste doti Gemma le trasse dalla sua famiglia: da
suo padre Vincenzo, antifascista e comunista, che perse il posto di lavoro piuttosto che piegarsi al fascismo.
E da sua madre Maria Adele, della quale, sino all’ultimo, ha ricordato il sorriso e la forza. Da questa storia
familiare, è derivata la sua immediata adesione alla Resistenza.
Come ha descritto Cesare Manganelli nel Libro d’onore della Resistenza Alessandrina (pubblicato per
iniziativa dell’allora Presidente del Consiglio Comunale, Pier Angelo Taverna) Gemma partecipò dal novembre 1943 al febbraio 1944 ai Gap di Torino e, dal
giugno 1944 alla Liberazione, fu membro della Brigata Garibaldina “Massobrio”, con il nome di battaglia (piuttosto trasparente, per la verità) di “Enzo”.
Di tale formazione, fu ufficiale addetto di Brigata.
Una brigata di pianura, che operava tra Castelceriolo,
Castelferro, Sezzadio e Alessandria, all’inizio composta
da poche decine di uomini e poi via via ingranditasi.
Nel febbraio-marzo 1945, la formazione era composta da circa trecento uomini.
Chi voglia conoscere le azioni di questo gruppo può
farlo consultando, all’ISRAL, il fondo “divisioni partigiane” fascicolo n. 9; vedrà, ad esempio, che questi
partigiani – tra l’altro – liberarono alcuni operai da un
treno diretto in Germania; operarono in più riprese
presso il ponte Bormida, probabilmente per difenderlo da temute rappresaglie delle truppe tedesche in ri-
tirata. Parteciparono –
come è ovvio – alla Liberazione di Alessandria. Erano giovani e
giovanissimi ragazzi,
come i Ragazzi di
Piazza Mentana e del
Canton di Rus, per citare solo due libri recenti.
Erano, come “Enzo”, i
partigiani di Castelceriolo.
A loro, alla loro coraggiosa giovinezza, al sacrificio di tanti, dobbiamo le basi stesse
della nostra Repubblica. Oggi troppi lo dimenticano,
e chiamano “pacificazione”, la cancellazione delle ragioni dell’antifascismo. Da partigiano, da presidente
dell’ANPI, da dirigente politico, Gemma si è sempre
opposto a questo “oblio della memoria”.
Ieri era il 2 giugno e forse molti di noi hanno pensato a Gemma. Al nostro caro “Gemmone” che se n’è
andato. Ci teneva, Gemma, al 2 Giugno. Sin che ha
potuto, non ha mancato di partecipare alle cerimonie
ufficiali.
Ricordo – di tante di quelle occasioni – il suo lampo
sereno negli occhi e il suo sorriso indulgente, quando
si eccedeva nel formalismo. Infatti, una sua dote molto bella era l’anti-retorica, la sdrammatizzazione della
vita.
Nel contempo (e forse proprio per questo) aveva un
interesse autentico per le persone e l’amicizia che lo
legava a molte di esse (anche le più distanti, per idee,
da lui, comunista da sempre e per sempre) era forte e
sincera. Tanto fermo nelle proprie convinzioni, quanto capace di dialogo e di rispetto per le opinioni altrui: questo era Gemma.
L’interesse per “l’altro” gli derivava – me lo disse
spesso – proprio dalla guerra partigiana, dove imparò
a rispettare le idee di tutti (dai monarchici ai comunisti, era solito ripetere). Questa esperienza trovò, per
lui, il proprio sbocco naturale nel PCI. E non possiamo dimenticare che nell’aprile 1944 – a Salerno – il
“partito nuovo” di Togliatti, fu varato proprio tenendo conto dell’esperienza unitaria della Resistenza italiana.
Per i comunisti italiani, iniziava un cammino nuovo,
autonomo dall’Unione Sovietica e che aveva al proprio centro la lotta per la democrazia. In questa temperie politica, si definì e si consolidò l’impegno politico di Enzio Gemma. Divenne – nel dopoguerra – segretario della Camera del Lavoro di Alessandria (dal
1953 al 1958) e poi segretario della Federazione Provinciale del PCI (dal 1959 al 1962).
Furono anni duri e belli. Per la nostra città e per l’Italia.
Basti pensare alla lotta della “Borsalino”, culminata
nella salita sulla ciminiera di Balbi e Baseggio e nella
requisizione della fabbrica, da parte del Sindaco Nicopatria indipendente l 18 luglio 2010 l XII
Cronache
la Basile. Furono anche gli anni del governo Tambroni, dei fatti di Genova del ’60, delle violenze sui dimostranti e di un fascismo che sembrava ritornare.
E Genova – anche con i tragici fatti recenti dei G8 –
ritornava spesso nei suoi ricordi e nelle sue riflessioni.
Anche in quei frangenti così duri, Gemma non perse
mai la sua capacità di analizzare lucidamente la realtà
e di tenere aperta la porta del dialogo. Di quegli anni
e di quelle riflessioni, vi è traccia commovente nelle
pagine settimanali de l’Unità, dedicate ad Alessandria, presso l’archivio centrale del giornale.
Il segretario Gemma era coadiuvato da un gruppo
straordinario di dirigenti: Pollidoro, Gilardenghi,
Marchesotti, Raschio, la Pizzorno, Motta, Massone,
Scano, Valsesia, per citarne solo alcuni. E prima di lui
il segretario Cristoforo Rossi e nelle istituzioni Oreste
Villa, Stellio Lozza, Carlo Boccassi. Il forte gruppo
dirigente del PCI di Alessandria.
Molti di noi, che siamo qui oggi, e che siamo stati la
generazione successiva, debbono tutta la loro formazione a così grandi maestri.
Il popolo restava, per questa classe politica, il punto di
riferimento. Soprattutto i lavoratori, la classe operaia.
Quando fu Assessore della giunta Basile e in tutti gli
anni a venire, Gemma tenne ben ferma questa prospettiva. Sorsero, per sua iniziativa, la piscina comunale e il palazzetto dello sport. Affinché tutti i giovani
(indipendentemente dalle condizioni economiche
della famiglia) potessero fare sport. Il progetto di una
società più giusta: era questo obiettivo che ispirava
tutta la sua attività.
Gemma aveva anche – ed era una dote rara tra i comunisti – una grande capacità imprenditoriale. Contribuì, ad Alessandria, alla costruzione della zona industriale D4, per fare solo un esempio.
Ma poi ha conosciuto il mondo.
Da consulente economico di San Marino (che corrisponde alla funzione di Ministro di quel piccolo stato), a persona che è entrata in contatto con i grandi
della terra. Da Ciu en Lai a Fidel Castro, da Ho Chi
Minh a Kruscev, per citarne solo alcuni. E poi Togliatti, Berlinguer, Cossutta, ecc. Li ha incontrati da grandissimo manager, senza mai perdere di vista i valori
fondamentali del rispetto, del lavoro e della solidarietà.
Alcuni tratti, alcuni ricordi (uniti a quelli di chi mi ha
preceduto) per onorare, ancora una volta, Enzio
Gemma.
La sua città lo ha fatto giustamente (e fu un riconoscimento di cui andava fiero) attribuendogli – nel
2007 – il “Gagliaudo d’oro”.
Noi, oggi, lo salutiamo con amore e rimpianto.
Di lui qualcuno ha scritto che era un comunista “diverso”. Magari inconsciamente, si è voluto separare
l’uomo Gemma (con le sue indubbie qualità personali), dal comunista. Chi pensa così, dimostra un’incapacità di fondo: quella di non saper valutare obiettivamente il ruolo del PCI nella storia del nostro Paese.
“Non da soli, non per noi soltanto” – come amava ripetere – comunisti come Gemma, hanno costruito
un’Italia Nuova.
XIII l patria indipendente l 18 luglio 2010
Dalla Resistenza, alla stesura e poi alla difesa della Costituzione. Dalla difesa della Democrazia, alla salvaguardia dell’Unità Nazionale, lì, senza tentennamenti, ci sono stati i Comunisti Italiani.
Anche di quest’ultimo 25 Aprile Gemma ha voluto
essere dettagliatamente informato, come se fosse presente. E Pasquale Cinefra, lo ha fatto sollecitamente.
Oggi l’ANPI è qui, inchinando le proprie bandiere al
capo riconosciuto e amato. Al proprio Presidente
Emerito. All’amico e compagno che non c’è più. Al
propulsore convinto del rinnovamento dell’ANPI,
con una decisa apertura ai giovani.
Siamo vicini a Dario e Mauro (i figli che hanno ben
seguito la strada – morale e politica – del padre) e di
cui era orgoglioso, con la discrezione e la passione che
gli erano proprie.
Siamo vicini ai cari nipoti Irina, Daria e Jacopo. Alle
nuore Virginia e Adriana. Alla sorella Lella. A tutti i
parenti.
Avete perso un padre e un nonno straordinario. Ma
questo già lo sapete.
Alla fida Feja, il nostro abbraccio.
Gemma ora riposerà vicino al suo caro amico e compagno, Pierino Guerci.
Nel laico aldilà della memoria, ora è insieme alla sua
cara moglie Asmilde.
Ciao, Gemma. Ciao, Presidente e guida. Sarai per
sempre con noi».
* * *
Anche il presidente della Provincia, Paolo Filippi, così, tra l’altro, l’ha ricordato:
«… La sua militanza nel Partito Comunista – in anni
certamente non agevoli per il dialogo fra forze politiche e culture diverse – era però radicata negli ideali
della Resistenza che esulano da partiti e da ideologie.
Gli uomini della Resistenza, infatti, avevano come imperativo comune l’abbattimento di un nemico, il nazifascismo, che aveva distrutto l’Europa … Erano
ideali che partivano dalla tutela e dal rispetto della
persona e che gli uomini della Resistenza non hanno
mai tradito anche quando si sono trovati su posizioni
contrapposte nella vita politica e sociale del dopoguerra. Erano ideali che gli appartenevano…
Enzio Gemma ha manifestato più volte la sua grande
preoccupazione per i tentativi di scardinamento dell’ordine costituzionale sul quale si regge la nostra Repubblica e teneva sempre desta l’attenzione dei suoi
interlocutori, dell’ANPI e delle Istituzioni in particolare, per evitare rischi alla società civile della nostra
nazione, dai quali sarebbe difficile tornare indietro. …
Pensare ai suoi principi e alle sue azioni e attualizzarli
nel nostro tempo difficile e conflittuale è il modo migliore di rendere testimonianza alla sua fede politica,
alla sua fede sindacale ma, soprattutto, alla sua fede di
“resistente” …
Enzio … avrà come ringraziamento per la sua generosità verso il prossimo il proseguimento del suo impegno in ciascuno di noi.
È il modo più vero di salutarlo e di dirgli grazie».
Cronache
Paolino Ranieri, il partigiano “Andrea”, ci ha lasciati
Nella notte tra il 2 e 3 giugno è morto Paolino Ranieri figura leggendaria della Resistenza, commissario politico
della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini”, Medaglia d’Argento al Valor Militare, membro del Consiglio Nazionale
dell’ANPPIA, Presidente dell’ANPI di Sarzana.
Paolino, nato a Sarzana nel 1912,
era stato testimone, ancora bambino, dei celebri fatti del 21 luglio
1921, quando la città si ribellò alla
violenza delle squadracce fasciste.
Negli anni successivi maturò idee
antifasciste e dalla fine del 1932 entrò a far parte dell’organizzazione
clandestina del Partito Comunista.
In quegli anni nessuno può sospettare che dietro il giovane barbiere vi sia un abilissimo
propagandista, che arruola i giovani insofferenti al regime nella cellula cittadina, e che nella sua bottega di
barbiere, proprio sotto la sede del comune, vengano
distribuite le direttive dell’organizzazione e la stampa
clandestina. Nel 1937, però, in seguito ad una spiata
viene arrestato e processato per attività sovversiva dal
Tribunale Speciale, con una condanna a quattro anni di
reclusione. L’esperienza di Regina Coeli e Fossano costituiranno anche per lui quell’«università del carcere»,
fondamentale nella formazione politica di tanti antifascisti italiani: non solo lo studio collettivo con i compagni intellettuali (lezioni di politica, storia, economia,
francese e ovviamente tanto materialismo storico), ma
anche una pratica di condivisione e fratellanza che rimarrà una scuola di vita per il futuro. Quando nel
1940 viene rilasciato, a seguito di una amnistia (si rifiutò sempre di fare domanda di grazia), è ormai un uomo maturo, un «rivoluzionario di professione» che ha
ben chiaro quale sarà il suo compito.
Con la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre, il C.L.N. e gli antifascisti del territorio iniziano ad
organizzare la Resistenza armata all’occupazione nazifascista e così Paolino imbraccia il mitra e diventa il
partigiano «Andrea», prendendo il nome di battaglia
dal protagonista del romanzo di Gorkij “La madre”,
che ha letto negli anni del carcere. «Andrea» è commissario politico di un distaccamento che arriverà ad operare anche nel parmense e che si farà onore con una
azione di grande importanza, come la Liberazione di
Bardi nel giugno del 1944. Ritornato sui monti sopra
Sarzana assume anche il ruolo di Ispettore di Zona per
conto della Federazione del P.C.d’I., poi da lì a pochi
mesi diventerà il commissario politico della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini” che arruola tra le proprie fila
quasi un migliaio di combattenti. Paolino sa bene che
la Resistenza non può limitarsi a essere soltanto uno
scontro militare, ma che è suo compito formare le coscienze di quelli che dovranno costruire la nuova Italia,
inseguendo in ogni gesto quella moralità della Resistenza che deve contraddistinguere il partigiano. E così tra un’azione e l’altra, nelle sere a riposo davanti al
fuoco, inizia il lavoro politico con i partigiani della Brigata “Muccini”, che vedono in «Andrea» un modello e
una guida. La Brigata “Muccini” diventa presto una
spina nel fianco delle forze militari
nazifasciste, fino al celebre rastrellamento del 29 novembre del 1944,
quando la Wehrmacht e la R.S.I. costringono gli uomini della “Muccini” allo sganciamento al di là della
Linea Gotica, verso i territori già liberati. «Andrea» e il comandante
Flavio Bertone «Walter», rimangono insieme a poche decine di partigiani sul territorio a combattere una battaglia che si fa
ancora più dura. Infatti pochi giorni dopo, il 14 dicembre 1944, Paolino viene ferito ad entrambe le gambe
dalle Brigate Nere, che lo portano nel famigerato carcere del XXI a La Spezia. Nel carcere, da cui pochi sono usciti in vita, Paolino rimane quattro mesi in condizioni di detenzione durissime, fino all’aprile del 1945
quando riesce a farsi liberare e ritornare nella sua Sarzana appena in tempo per la Liberazione.
Dopo la Liberazione “Andrea” entra nel comune della
sua città, camminando ancora sulle stampelle, e diventa «il sindaco» (anche nei nostri giorni, se si passeggiava con lui per le vie di Sarzana, lo si sentiva chiamare
così). E sindaco sarà, ininterrottamente, fino al 1971,
per 25 anni, lasciando di sé il ricordo di un grande amministratore, di un politico che ha fatto dell’onestà il
perno di tutta la sua azione.
Negli anni successivi Paolino non si è mai allontanato
dal “fare politica”, ha svolto un ruolo di fondamentale
importanza nell’ANPI e nell’ANPPIA, impegnandosi
strenuamente nella difesa dei valori della Resistenza e
nella salvaguardia della memoria storica. Nella seconda
metà degli anni Novanta, Paolino vuole trovare una soluzione al progressivo allontanamento delle giovani generazioni da una memoria della Resistenza, che è spesso meramente rievocativa, e matura l’idea di avvicinare
quel patrimonio di idee con linguaggi nuovi. Dall’incontro con ricercatori e artisti nascerà il primo Museo
Audiovisivo della Resistenza in Italia, che significativamente sorge dalle rovine di una colonia estiva, che i
partigiani avevano costruito, in uno dei luoghi di battaglia, per ospitare gli orfani di guerra e i figli delle famiglie indigenti nel dopoguerra. Il Museo delle Prade
a Fosdinovo, ha la particolarità di essere un museo di
narrazione, che ai tradizionali cimeli sostituisce i volti,
i racconti di vita e le memorie visive di alcuni protagonisti della Resistenza. Oggi il museo è diventato un
punto di riferimento nel panorama nazionale, una meta di gite scolastiche e di visitatori provenienti da tutta
Italia, sede di importanti iniziative culturali, come il
festival della Resistenza “Fino al cuore della rivolta”.
Paolino aveva avuto una grande intuizione, per questo
andava fiero di questa creatura e incoraggiava, come
sempre, i più giovani iscritti alle ANPI ad impegnarsi
per far conoscere questo importante luogo, a quante
patria indipendente l 18 luglio 2010 l XIV
Cronache
più persone possibili. A chi, come noi, si meraviglia
delle coincidenze che talvolta ci affida la cabala indifferente dei nostri giorni, farà un certo effetto sapere che
Paolino è morto proprio nel giorno che il museo festeggiava il suo decimo anniversario dalla inaugurazione (3 giugno 2000).
Sul sito di Archivi della Resistenza
così è stato ricordato
«Raccontare la vita di un grand’uomo come Paolino
negli spazi risicati di una newsletter (lui avrebbe sorriso di questa parola) è impresa ardua e decisamente ingenerosa. Senz’altro vi saranno altri luoghi e momenti
ma non si può tacere il lato più doloroso della vicenda,
quello che tocca nella carne viva chi come noi ha avuto il privilegio di essergli amico. Perché oltre al mito
Paolino, l’uomo che aveva vissuto per intero il «secolo breve» (tanti compagni che venivano per la prima volta al festival o al nostro 25 aprile chiedevano di questo straordinario
novantenne, volevano vederlo,
conoscerlo, perché la sua fama
andava ben oltre i confini della
regione) c’era appunto l’amico, o per meglio dire, il compagno che sapeva esprimerti un
affetto profondo, vero e commovente; un calore umano che
te lo faceva sentire come una
persona vicina, uno di famiglia.
Paolino era anche un seduttore
della parola, che sapeva adeguarsi ad ogni contesto comunicativo (altrettanto efficace
con i bambini delle elementari
come con gli studiosi di Resistenza), aveva una capacità oratoria, che non si limitava ai ferri del mestiere del politico di
professione, ma nelle sue conversazioni si scorgevano
una ironia e una arguzia che erano il segno di una intelligenza raffinata e, soprattutto, l’indice di una attenzione e di un rispetto degli altri che non aveva perso
nemmeno negli ultimi struggenti incontri nel letto
d’ospedale. In questi anni in cui regna uno stato di insicurezza e precarietà, Paolino poteva sembrare alle generazioni più giovani un dinosauro del secolo scorso, e
invece, per chi lo conosceva diventava subito un modello da seguire, nella coerenza di principi e nell’esercizio costante delle armi della critica (Paolino è stato più
eterodosso di quanto si possa pensare). Anche la sua
tenacia e la sua voglia di vivere sembravano inestinguibili, per questo un altro maestro, che ci ha lasciato l’anno scorso, Ivan Della Mea, definì, in una sua poesia,
Paolino «eterno». Nei destini incrociati (e disastrati)
della sinistra italiana, Paolino costituiva anche una sorta di àncora di salvezza, ci esortava con il suo esempio
a non perdere la speranza anche nei momenti più bui e
dava nuova lena alle nostre battaglie; era (probabilXV l patria indipendente l 18 luglio 2010
mente a sua insaputa) un elemento di sicurezza e conforto: «Come sta Paolino?» ci chiedevano molti compagni che abitano fuori e tutti noi a ripetere che stava
benissimo che la sua lucidità era impressionante, che
era il più giovane di tutti noi. Forse la sua morte, tra i
tanti dolorosi distacchi, rischia di segnarne uno ulteriore in questa direzione.
Eppure non dovrà essere così! Tutta la sua vita è stata
vissuta all’insegna di un impegno civile e di una passione militante di rara coerenza: la politica, nella sua accezione più nobile e ideale, era per lui uno strumento per
trasformare la società, per combatterne le ingiustizie
seguendo quegli ideali di giustizia sociale che aveva visto realizzati nell’esperienza del carcere e sui monti, insieme ai partigiani.
In queste settimane ci confessava spesso la curiosità di
sapere come sarebbe andata a
finire, che ne sarebbe stato dell’Italia di domani, magari del
dopo Berlusconi, ma questo
suo dire implicitamente ci chiama in causa, ci fa interrogare
sul «che fare?», noi oggi, ci
chiede il conto del nostro impegno a combattere lo stato
presente delle cose e ci esorta a
non arrenderci al nemico più
insidioso del “menopeggismo”, della sconfitta a tavolino, perché «un altro mondo è
possibile» non è soltanto lo
slogan di un facinoroso noglobal, ma era il motto che
Paolino sentiva suo e amava ripetere sulla soglia dei novantotto anni.
Paolino, l’«eterno», non ci lascia, non ci può lasciare. Il suo
esempio non sarà dimenticato,
noi di Archivi della Resistenza,
insieme ai compagni dell’ANPI
Sarzana e al Comitato Sentieri della Resistenza, per prima cosa dedicheremo alla sua memoria l’edizione di
“Fino al cuore della rivolta” di quest’anno (che si terrà
al Museo della Resistenza dal 30 luglio al 3 agosto).
Ma quello che più conta, è che porteremo a termine il
progetto di un libro che stavamo curando insieme a
Paolino (dal 2007), attraverso cui si racconta tutta la
sua incredibile vita dall’infanzia ai giorni nostri. Si tratta di un libro di enorme interesse e non essere riusciti
a portarlo alle stampe, prima che Paolino ci lasciasse,
costituisce per noi un rimorso non piccolo, per il quale
ci scusiamo con tutti voi.
Archivi della Resistenza e il Comitato Sentieri della Resistenza esprimono tutta la propria vicinanza ai figli
Vanda e Andrea, alla nuora Michela ai nipoti Paolo,
Elena e Giacomo, ai pronipoti Andrea e Giulia, ai familiari tutti, ai compagni e le compagne dell’ANPI di Sarzana e a tutti quelli che gli hanno voluto bene.
Caro Paolino, che la terra ti sia lieve».
Il collettivo di Archivi della Resistenza
Cronache
Un sardo e un siciliano nella Resistenza
A Cagliari
Serata in ricordo
di Dario Porcheddu
Ha fatto bene il Comitato 25 Aprile (di Cagliari) ad
organizzare e curare questo incontro di riflessione sul
pensiero e l’azione del suo infaticabile Presidente,
Dario Porcheddu, deceduto nel novembre 2009 a seguito di una lunga e dolorosa malattia.
Quando parliamo di Dario parliamo necessariamente,
di riflesso, di democrazia, antifascismo e solidarietà.
Tutti comuni denominatori che rientravano nella forte personalità di Porcheddu che è stato un punto di
riferimento nell’antifascismo isolano per la passione e
la tenacia delle sue idee. Dario lascia un enorme patrimonio culturale, di esperienze e di passioni politiche,
che non si possono disperdere o dimenticare impunemente. Nella sua lunga vita (deceduto alla veneranda
età di 88 anni) ha scritto alcuni libri che argomentano
della sua vita di uomo e di partigiano e della strenua
resistenza alle brutture del nazifascismo.
Il libro, secondo il mio personale parere, più autorevole e degno di considerazione è stato “Ho baciato la
morte” (diario di un partigiano) pubblicato nel 1994
a cura dell’UAPS (Unione Autonoma dei Partigiani
Sardi) di cui era da decenni il Presidente regionale.
Questa pubblicazione è una cronaca storica vissuta in
prima persona dal partigiano Porcheddu, in cui si racconta in modo lineare, e privo di enfasi, la sua lunga
esperienza di vita partigiana.
Scrive: «… Questa narrazione, che dal 1942, anno in
cui venni arruolato nel Corpo della Guardia di Finanza, porta, attraverso oltre quattro lunghissimi anni di
peripezie e sofferenze, al 1946, ha un solo scopo: raccomandare, come una preghiera solenne, a chi non
avesse conosciuto gli orrori della guerra, ed in particolare ai giovani, che mai si perdano di mira gli ideali
della pace, di democrazia e di libertà, valori per i quali in quegli anni si pagarono amarissimi prezzi …».
La Sardegna non ha conosciuto la Resistenza armata
avendo le truppe tedesche lasciato l’isola ai primi del
settembre 1943. Ma tantissimi sardi hanno dato un
importante e significativo contributo contro la dittatura fascista militando nelle file delle brigate partigiane nelle Alpi e nell’Appennino. Ma anche nella resistenza europea (Grecia, Albania, ex Jugoslavia).
Apprezzata è stata la proposta di creare una Borsa di
studio universitaria dedicata a Dario Porcheddu che
rappresenterebbe il giusto riconoscimento per un’icona dell’antifascismo sardo e nazionale.
Uomini come lui – e tanti altri, magari anonimi, che
mai troveremo nei manuali scolastici – rappresentano
una forza, un valore aggiunto, necessario per rinsaldare nei fatti la nostra Costituzione repubblicana. È doveroso trovare un giusto spazio per tutti i combattenti sardi, affinché i nostri corregionali ne apprezzino e
ne ricordino il pensiero e l’azione
Maurizio Orrù
Gildo Moncada,
agrigentino,
partigiano
in Umbria
Nel 65° anniversario della Liberazione d’Italia dal nazifascismo, un ricordo di
Gildo Moncada, partigiano, grafico e pittore. Mio
padre.
Tra gli attestati che ha
ricevuto, mi piace menzionare il “Diploma
d’onore ai combattenti per la libertà
d’Italia 1943-1945”
conferitogli il 19
giugno 1984 dall’allora presidente
della Repubblica
Sandro Pertini
e dal Ministro
Moncada in divisa partigiana a Perugia il
della
Difesa Gildo
19 giugno 1944, giorno della liberazione del
Giovanni Spa- capoluogo umbro.
dolini.
Tanti furono i siciliani, gli agrigentini che, da volontari per la libertà, combatterono la guerra di Resistenza
fino all’estremo sacrificio della propria vita, per gli
ideali di Libertà, Democrazia e Patria.
Mio padre, Gildo Moncada, agrigentino, fu uno di
questi.
Il 26 aprile del 1944, entrò a far parte della Brigata
partigiana “Leoni” operante in Umbria e nel territorio confinante con le regioni Toscana e Marche, dipendente dalle ricostituite Forze Armate Italiane e
dalle truppe alleate anglo-americane comandate dal
generale Alexander.
Gildo Moncada divenne partigiano, volontario per la
libertà, a 16 anni e 3 mesi. Ragazzino, decise di lasciare la famiglia di mio nonno Raimondo, per dare il suo
contributo alla grande rivolta di popolo che fu la Resistenza per liberare l’Italia dall’occupazione e dall’oppressione nazi-fascista.
Durante un’azione militare a Sansepolcro (in provincia di Arezzo), nella caldissima area di guerra rappresentata dalla Linea Gotica, e in uno dei momenti più
cruenti del secondo conflitto mondiale, venne gravemente ferito.
Rientrato definitivamente dieci anni dopo nella sua
terra, mutilato ad una gamba, è stato fino al 1997
sempre tra gli organizzatori della Festa del 25 Aprile
ad Agrigento con il presidente provinciale dell’ANPI
Salvatore Di Benedetto, comandante partigiano,
grande invalido di guerra, e i rappresentanti di altri
enti, Istituzioni, partiti e sindacati.
Raimondo Moncada
patria indipendente l 18 luglio 2010 l XVI
Cronache del 25 aprile
A Udine
Grande successo per
le celebrazioni della
Festa della Liberazione
Le celebrazioni nella Provincia di Udine per il 65° anniversario della Festa della Liberazione hanno avuto
un notevole successo. Nella città di Udine, decorata
con la Medaglia d’Oro al Valor Militare per il contributo che il Friuli ha dato alla Resistenza, il 24 aprile,
al Borgo Villalta si è tenuta una manifestazione in ricordo dei Caduti nella lotta partigiana del quartiere,
soprattutto di Giovan Battista Periz “Orio”, Medaglia
d’Argento al Valor Militare, che, catturato a metà
gennaio del 1945, venne prima torturato nelle carceri
di Udine e poi, in precarie condizioni fisiche, deportato a Mauthausen ove perì. Alla cerimonia, presente
il Sindaco della Città prof. Furio Honsell, sono intervenuti la consigliera comunale Cinzia Del Torre e il
prof. Luigi Raimondi Cominesi della Presidenza
Onoraria dell’ANPI di Udine, già Volontario del Corpo Italiano di Liberazione. La manifestazione ufficiale del 25 Aprile è stata celebrata in Udine con una
grande partecipazione, soprattutto di giovani, i quali
sono stati protagonisti, nel dopo manifestazione, dell’appuntamento che sta diventando consueto dell’ANPI in Festa, organizzato efficacemente dalla Sezione Udine Città. Centinaia di persone infatti hanno
partecipato al pranzo collettivo che ha visto la presenza anche di numerose autorità civili.
Le orazioni sono state pronunciate da un rappresentante sindacale, da un giovane consigliere comunale e
soprattutto dal Sindaco prof. Furio Honsell il quale
nel suo vibrante ed applauditissimo intervento ha sottolineato che « ...grazie alla lotta dei partigiani, al sacrificio di oltre 2.600 morti, 1.600 feriti, 7.000 deportati, e oltre 12.000 prigionieri politici passati nel
carcere di via Spalato, la Città di Udine oggi è ricordata come città simbolo della Lotta Partigiana, come
simbolo di civiltà. Per quell’epopea Udine fu insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Lotta
di Liberazione a nome di tutto il Friuli...» e che «...
soprattutto in momenti come questi dobbiamo riaffermare invece l’impegno per l’inclusione sociale e
promuovere i valori di uguaglianza, di solidarietà, di
accoglienza, rifuggendo dalle discriminazioni verso
chi ha contribuito a costruire la ricchezza e il benessere del nostro paese, anche se straniero, e non dobbiamo imbarbarirci calpestando il diritto di asilo nei confronti di chi a noi si rivolge in cerca di giustizia».
Accanto al principale appuntamento celebrativo della
Città, Udine, si sono svolte numerose altre iniziative
minori in tutta la Provincia, mostre, convegni, cerimonie in località significative della lotta partigiana,
gare sportive.
A Piacenza per il 25 Aprile
Intensa collaborazione con le istituzioni
Si è in generale verificato, in provincia di Piacenza, sia
un aumento delle iniziative, che di partecipazione dei
cittadini, che di interesse sulla stampa locale.
Il 65° Anniversario della Liberazione quest’anno è
stato celebrato in almeno 44 dei 48 comuni piacentini su iniziativa delle stesse amministrazioni comunali.
La forma tipica è stata quella consueta della celebrazione di una Messa a suffragio dei Caduti, corteo al
XVII l patria indipendente l 18 luglio 2010
monumento che li ricorda, deposizione di corone
d’alloro e di fiori, discorso di un oratore concordato
con l’ANPI, o di una personalità pubblica provinciale
scelta dall’amministrazione comunale, o del solo sindaco. Quest’anno più che in passato la forma celebrativa tradizionale è stata arricchita in diversi comuni
con la consegna di medaglie di benemerenza agli ex
partigiani viventi.
Cronache del 25 aprile
Inoltre, in una decina di comuni, sostanzialmente
quelli maggiori dopo il capoluogo, la manifestazione
del 25 Aprile è stata preceduta da iniziative di approfondimento con gli studenti locali o, alla sera, con i
cittadini. Si sono effettuate proiezioni, letture, ascolto
delle testimonianze di ex-partigiani.
Tre comuni della Val d’Arda/Val d’Ongina hanno
ospitato i famigliari provenienti dalla Russia di un partigiano sovietico caduto eroicamente in terra piacentina, dando origine ad un convegno e ad incontri molto partecipati dai cittadini. Quasi tutte queste manifestazioni si sono svolte con il supporto delle nostre Sezioni ANPI.
Particolarmente ricco quest’anno il calendario delle
iniziative (diciotto) – coordinate dal Comune di Piacenza con l’adesione dell’Amministrazione provinciale, durante l’intero mese di aprile e in maggioranza di
carattere provinciale – delle quali sette si sono svolte
il 25, coprendo l’intera giornata e coinvolgendo quattro piazze del capoluogo, indirizzandosi specificamente ai bambini con i loro genitori, ai giovani (con
il concerto della sera), agli immigrati, agli sportivi.
Fra le tante iniziative più significative sul piano storico, culturale e politico segnaliamo un convegno sui
vecchi antifascisti di formazione politica (a cui è intervenuto Armando Cossutta); una conferenza sul tema
“Donne, Resistenza, Democrazia” (che ha visto la
partecipazione dell’artista teatrale Roberta Bigiarelli);
un incontro, con manifestazione musicale, su “I diritti (negati) dei migranti”; un “Viaggio della Memoria”
di due giorni a Mauthausen con due pullman e 106
partecipanti.
Romano Repetti
Segretario ANPI Piacenza
Il 25 Aprile a Viterbo
Come le celebrazioni della Liberazione
si trasformano in una folle corsa
È stata la fretta a contraddistinguere le celebrazioni
istituzionali del 25 Aprile 2010 a Viterbo. Il corteo
della prima Festa della Liberazione sotto la – appena
insediatasi – giunta provinciale di centrodestra di
Marcello Meroi, ha assunto le caratteristiche di una
gara podistica, tanta è stata la fretta di concludere tutto al più presto.
Il corteo è partito a passo veloce che neanche erano
passate le 10, ora stabilita
in Prefettura per il concentramento in piazza S.
Sisto; un corteo misero e
assai risicato che, difatti,
si dovrà fermare alla fine
di via Ascenzi per permettere alle rappresentanze dei comuni e delle
organizzazioni tagliate
fuori dalla partenza affrettata di inserirsi nel
corteo.
In piazza del Sacrario,
dove terminano le celebrazioni con la deposizione delle corone d’alloro al Sacello dei Caduti e
alla lapide ai Partigiani, decine e decine di persone
riuscivano, finalmente, a seguire l’evento dopo aver
rincorso il corteo per tutto il tragitto.
La brevità ha caratterizzato anche gli interventi dal
palco del sindaco di Viterbo, Giulio Marini, e del presidente della Provincia Meroi (entrambi Pdl). Difficile capire il significato di questa ricorrenza dalle loro
parole: non un cenno alle vicende storiche che portarono all’insurrezione del 25 Aprile 1945, non un riconoscimento diretto alla Resistenza e alle persone
che la animarono nel nostro territorio. Solo vaghi e
generici riferimenti a sacrifici e eroismi, senza aggiungere di chi e perché. A sentirli, sembrava che, anziché
la Liberazione, il 25 Aprile si ricordi il superamento
degli odi che, sottinteso, avrebbero segnato la festa in
passato.
La parola è poi passata al consigliere del nostro Comitato provinciale ANPI, Giuliano Calisti, che ha aperto
l’intervento ricordando i tredici Martiri viterbesi delle
Fosse Ardeatine e gli oltre quaranta cittadini inermi
caduti nella strage nazista di Vignanello, del giugno
1944.
Calisti ha poi ricordato la
Medaglia d’Oro al V.M.,
professor Mariano Buratti, partigiano azionista,
torturato a via Tasso e
fucilato a Forte Bravetta,
citando le parole del suo
allievo al liceo classico di
Viterbo, Aldo Laterza.
Nel citare, invece, la testimonianza di Nello
Marignoli, partigiano viterbese combattente in
Jugoslavia, Calisti, con
riferimento all’attualità,
ha concluso: «Ieri i partigiani jugoslavi combatterono
assieme ai soldati italiani che avevano conosciuto come invasori, mentre nell’Europa di oggi, spesso, non
riusciamo più a trattare con rispetto e dignità i profughi ed i poveri, definiti con l’orrendo termine di
“clandestini”. Noi dell’ANPI lottiamo perché, in Europa e nel mondo, il neofascismo, il razzismo e la
guerra, diventino i veri clandestini».
È seguito un caloroso applauso, con parole d’approvazione, da parte del pubblico che, mentre le autorità
sgattaiolavano via, intonava “Bella ciao”.
Silvio Antonini
Segretario e Portabandiera ANPI Viterbo
patria indipendente l 18 luglio 2010 l XVIII
Cronache
Casale Monferrato
Il Presidente Nazionale
dell’ANPI Raimondo Ricci
commemora la Banda Tom
Matteotti organizzandone la VII Brigata di cui assunse il comando.
In seguito a delazione fu catturato coi suoi compagni
e due garibaldini che erano in missione nella zona:
Luigi Santambrogio di 16 anni e Carlo Serretta di 17,
e dovettero percorrere il cammino da Casorzo a Casale Monferrato a piedi scalzi nella neve sotto le percosse dei fascisti.
Al mattino del 15 gennaio, venne unito a loro un altro garibaldino catturato il 3 gennaio, Alessio Boccalatte, scalzi e legati con il filo di ferro, furono fatti sfilare per le vie della città per essere ulteriormente umiliati, suscitando, invece, la commozione dei cittadini
per la sorte di quei ragazzi e lo sdegno nei confronti
dei fascisti.
Il 31 gennaio in Casale Monferrato (AL), come tutti
gli anni dalla Liberazione ad oggi, si è svolta la commemorazione della “Banda Tom”.
A ricordare il sacrificio di quei tredici martiri un lungo corteo di cittadine e di cittadini e di rappresentanti delle Istituzioni civili e militari.
Dopo le parole introduttive della Presidentessa del
Comitato antifascista per la difesa delle Istituzioni repubblicane Anna Maria Crosio e del Sindaco della
Città di Casale Monferrato Giorgio Demezzi, il Presidente Nazionale dell’ANPI, Raimondo Ricci,
in un teatro affollatissimo, ha commemorato la Banda Tom con un
discorso storico di ampio respiro
finalizzato a capire il nostro presente ed il nostro futuro.
A termine del discorso, mentre il
pubblico in piedi applaudiva lungamente, il Presidente ha ripreso il
microfono per ricordare a tutti
l’Art. 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica
fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita
nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
La commemorazione è poi continuata in Cittadella con la posa della corona d’alloro della Città di
Casale Monferrato davanti al muro
della fucilazione dove famigliari ed Davanti al muro della fucilazione (da destra): il Presidente Nazionale dell’ANPI, Raimondo Ricamici avevano già posto quattordi- ci, la Presidentessa del Comitato Antifascista per la difesa delle Istituzioni repubblicane di CaMonferrato Anna Maria Crosio, il Prefetto di Alessandra Francesco Paolo Castaldo, il Sinci vasi di ciclamini rossi a ricordare sale
daco di Casale Monferrato Giorgio Demezzi, il Gonfalone della Provincia di Alessandria insigniil sangue versato da quei Giusti.
to di M.O. al V.M. per la Resistenza e la Bandiera della Sezione ANPI di Casale Monferrato.
Andino Bizzarro, fratello del Ca- (Foto: Franca Nebbia)
duto Partigiano M.O. al V.M Arduino, ha dato lettura dell’ultima lettera inviata da Condotti in Cittadella, dove era già stato fucilato il 13
giugno 1944 il Partigiano Gaetano Molo, quelle treGiovanni Cavoli “Dinamite” alla famiglia.
La commemorazione si è conclusa con l’abbraccio dici giovani vite furono falciate da una raffica di micommosso della figlia di “Dinamite” ad Andino, al traglia.
Presidente Ricci ed a Pasquale Cinefra, Presidente I loro corpi dovettero restare due giorni sulla neve
prima che venisse permesso di raccogliere quei miseri
dell’ANPI Provinciale.
resti, comporli in povere casse, e farli trasportare al ci* * *
mitero senza funerale.
Un po’ di storia: la Banda Tom
Questi i nomi dei tredici Martiri:
“Tom”, Antonio Olearo, dopo l’armistizio fuggì dal- Antonio Olearo “Tom” (M.O. al V.M.), Giuseppe
la Francia ove prestava servizio nel corpo delle Guar- Augino, Alessio Boccalatte, Aldo Cantarello, Luigi
die di Frontiera e riparò in Val di Susa, da subito par- Cassina “Ginetto”, Giovanni Cavoli “Dinamite”,
tecipando ad azioni di guerriglia.
Harry Harbyoire, Remo Peracchio, Giuseppe MaugeNell’inverno ’43-’44, non potendo continuare attiva- ri, Boris Portieri, Luigi Santambrogio “Gigi”, Carlo
mente la guerriglia sui monti venne in Monferrato Serretta “Scugnizzo”, Giuseppe Raschio.
dove organizzò una banda armata che egli stesso coRenato Gagliardini
mandava.
Nell’agosto entrò con i suoi uomini nella Divisione
Presidente Sezione ANPI Casale Monferrato
XIX l patria indipendente l 18 luglio 2010
Cronache
Ora Torre Pellice ha i giardini Martiri della Rosa Bianca
Il 24 aprile a Torre Pellice (TO) sono stati inaugurati
i “Giardini Martiri della Rosa Bianca”, dedicati al
gruppo antinazista ghigliottinato in Germania nel
1943. In tale area verde esiste un monumento partigiano dedicato alla battaglia di Rio Cros, quando i
partigiani fermarono una colonna tedesca diretta nell’alta Val Pellice. Credo che in Italia non sia mai stato
dedicato nulla (forse in Trentino una scuola) a tale
gruppo di resistenti tedeschi.
Il 25 aprile, sempre a Torre Pellice, l’orazione ufficiale è stata fatta in tedesco (ovviamente poi tradotta)
dal borgomastro Becker della città di Moerfelden
Walldorf con la
quale siamo gemellati.
Forse ha fatto un
po’ di effetto sentire parlare tedesco il
25 aprile vicino ai
monumenti partigiani: ma le colpe
dei padri non possono ricadere sui figli e gli antinazisti
hanno pari
dignità con
gli antifascisti e tutti coloro che amano la
pace e la giustizia devono essere uniti. Tra
l’altro il borgomastro ha fatto un discorso
molto bello e apprezzato.
Si è voluto unire la resistenza tedesca a quella italiana, contro ogni forma di dittatura e
razzismo che si possa affacciare in Europa.
Vicino alla bandiera italiana sventolava quella
europea per sottolineare che la fede nei valori della democrazia e della libertà travalica le
frontiere e le lingue.
Due giornate molto emozionanti da segnalare.
Lorenzo Tibaldo
Presidente del Comitato Resistenza Val Pellice
A San Mauro Torinese
Omaggio a
Bianca Guidetti Serra
La sezione ANPI “Leo Lanfranco” di San
Mauro, Castiglione e Gassino Torinese in
occasione della festa della donna, ha reso
omaggio a Bianca Guidetti Serra che per
oltre 70 anni del secolo scorso è stata
protagonista delle lotte politiche, sociali e
culturali contro il fascismo per la
democrazia per i diritti, sempre dalla parte
dei più deboli.
Col patrocinio della città di San Mauro è
stata quindi organizzata nella Sala del
Consiglio Comunale, il 10 marzo, l’iniziativa:
“Le donne raccontano il Novecento”
nel corso della quale è stato presentato il
libro “Bianca la Rossa” con la
partecipazione delle autrici Bianca Guidetti
Serra e Santina Mobiglia.
Giuseppe Bucci
patria indipendente l 18 luglio 2010 l XX
patria indipendente l 28 gennaio 2005 l 1
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