ISSN 0031-3130 PERIODICO DELLA RESISTENZA E DEGLI EX COMBATTENTI 7 ANNO LIX 18 LUGLIO 2010 3,00 Poste Italiane spa - Spedizione in a.p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1, comma 2, DCB - Filiale di Roma patria indipendente l 28 gennaio 2005 l 1 Sommario 3 l Il punto, di Wladimiro Settimelli 5 l Lettere al direttore ATTUALITÀ DELLA RESISTENZA Editore Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (A.N.P.I.) Sede legale Via degli Scipioni, 271 - 00192 Roma 7 di Andrea Liparoto 9 Collaborano: Fulvia Alidori - Mirella Alloisio - Ivano Artioli Gemma Bigi - Elena Bono - Marco Cecchini Avio Clementi - Massimo Coltrinari - Serena D’Arbela - Georges de Canino - Primo De Lazzari - Daniele De Paolis - Filippo Giuffrida Sergio Giuntini - Enzo Guidotto - Orsetta Innocenti - Andrea Liparoto - Stefano Lodigiani - Aladino Lombardi - Luciano Luciani Luca Madrignani - Natalia Marino - Ilio Muraca - Paolo Papotti - Guido Petter Antonella Rita Roscilli - Luca Sarzi Amadè Pietro Scagliusi - Leoncarlo Settimelli - Daniele Susini - Ivano Tajetti - Walkiria Terradura - Alfredo Terrone - Tiziano Tussi - Federico Vincenti Segretaria di redazione Gabriella Cerulli Abbonamenti Annuo € 25 (estero € 40) Sostenitore da € 45 versamenti in c/c postale n. 609008 intestato a: «PATRIA indipendente» Arretrati: € 5,00 a copia Direzione, Redazione, Amministrazione Via degli Scipioni, 271 - 00192 Roma Tel. 06 32.11.309 - 32.12.345 Fax 06 32.18.495 E-mail: [email protected] / [email protected] Iscritto al n. 2535 del registro stampa di Roma il 4 febbraio 1952 e nel registro nazionale della stampa con il n. 1032 il 23 settembre 1983. Iscritto al Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC) con il n. 6552. Garanzia di riservatezza per gli abbonati L’Editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione, scrivendo a: PATRIA indipendente Via degli Scipioni, 271 - 00192 Roma Le informazioni custodite nell’archivio elettronico dell’Editore saranno utilizzate al solo scopo di inviare la rivista o altre comunicazioni concernenti l’abbonamento (Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196 sulla tutela dei dati personali). La testata fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250. Grafica e impaginazione Duògrafi s.n.c. Via Odoardo Beccari, 32 - 00154 Roma Tel./Fax 06 57.44.156 Stampa Grafiche PD S.a.s. Via Ostia, 9 - 04022 Fondi (LT) Tel. 0771 51.30.17 Iscritto all’Unione Stampa Periodica Italiana Questo numero è stato chiuso il 16 luglio 2010 2 l patria indipendente l 18 luglio 2010 l Una mattina mi son svegliata..., di Daniela Morozzi Direttore responsabile Wladimiro Settimelli In redazione Gabriella Cerulli, Adriana Coppari l Una straordinaria mobilitazione del mondo della cultura. Scrittori, attori, registi: “In nome della democrazia ci iscriviamo all’ANPI”, LA FESTA 11 l Una cronaca in diretta sui giorni alla Mole di Ancona. Girare, cercare, abbracciarsi tutti noi fratelli dell’ANPI, di Ivano Tajetti 15 l Arrivati anche dal Belgio e dalla Germania. I giovani dell’ANPI e l’antifascismo militante, di Filippo Giuffrida 17 l Uno straordinario Forum sulle diverse esperienze. Il museo della Resistenza tra evocazione e partecipazione, di Fulvia Alidori 20 l Un incontro sulla memoria e il dovere di rispettare i fatti. Attenzione alla “controstoria” per falsificare la verità, di Daniele Susini 21 l Un intenso e appassionato dibattito. La Costituzione: insegnare e fare “pedagogia civile”, di Mattia Stella 23 l “Antifascismo, Democrazia: lavori in corso e prospettive”. E le donne? Erano e sono sempre in prima fila, di Monica Minnozzi 25 l Le testimonianze di chi c’era. Raccontare, raccontare ancora, tutti seduti allo stesso tavolo, di Paolo Papotti L’ANPI E INTERNET 27 l La lettera di commiato del fondatore del sito www.anpi.it Dopo 10 anni Dario Venegoni lascia l’incarico di webmaster STORIA 29 l Fu l’inizio dell’assalto alle tradizioni slovene della città. 90 anni fa i fascisti incendiarono a Trieste la “Narodni dom”, di Milan Pahor 35 l Due animali che seguirono le sorti della Brigata “Camicia Rossa”. Sì certo, “atipici”, ma partigiani. Il cavallo “Sauro” e il cane “Mondiale” TELEVISIONE E SOCIETÀ 40 l Una vergogna nazionale della quale non si occupa nessuno. Senza limiti lo sfruttamento dei bambini in televisione, di Leo Donati CINEMA 42 l Agorà: la sfida del pensiero contro l’oscurantismo, di Serena D’Arbela RUBRICHE 37 l Libri I-XX l Cronache l mare d’Ancona non c’entra proprio nulla, ma è stato un bagno. Un bagno che ha fatto bene al cuore, all’umore, all’anima: al raziocinio e a quel tanto di ribellismo e di non sopportazione che si muove dentro il cuore e sale facilmente alla bocca tra urla e improperi. Sto parlando di noi, della nostra Festa nazionale e mi trovo subito circondato da un mucchio di pensieri che mi riappacificano con il mondo: c’è, eccome, una Italia migliore, una Italia pulita e onesta, una Italia capace di costruire, una Italia positiva, una Italia fatta di bella gente che si affanna nel fare quotidiano, senza cercare o pretendere nulla, una Italia che ti abbraccia e ti giudica fratello, compagno, amico, un democratico, un legalitario e un antifascista, solo per averti visto girare, chiacchierare, guardare e partecipare a dibattiti e incontri dentro la Mole Vanvitelliana nei giorni della Festa nazionale dell’ANPI. Era una Italia a volte giovane e fresca, piena di curiosità, di speranze, di affetto e di rispetto. Altre volte, era una Italia antica: quella che aveva sempre avuto una sola parola da dare e che si era ritrovata ad avere il coraggio di salire in montagna e crepare per la libertà se questo era necessario. Magari lo aveva fatto dopo aver camminato con sofferenza e dolore nelle steppe russe coperte di neve o nella sabbia dei deserti africani, dopo aver visto morire amici e commilitoni per colpa delle guerre fasciste. Lo so, corro il rischio della retorica e del populismo da quattro soldi. Ma non me ne importa un bel nulla: lasciatemi parlare ancora di noi, della nostra festa e di quelli che si incontravano nei meandri della Mole Vanvitelliana. Gente semplice, brava che ne ha viste di tutti i colori. E quelli che portavano pochi anni sulla schiena, bellissimi, generosi, attivi e sempre di corsa. Saranno in prima fila nelle grandi lotte del futuro, saranno in prima fila nel difendere la Costituzione, la democrazia e la libertà. Ci possiamo contare, ne sono certo. Sì, è vero, mi sono ritrovato anche con il cuore in mano e senza essere in grado di dire più una parola, io che sono chiacchierone di nascita. È stato quando un gentilissimo signore mi ha porto la mano e mormorato con la voce tremula e bassa come se si sentisse in colpa: «Sono l’unico superstite della strage…». Non ho capito bene il nome: forse la Benedicta, una di quelle di Monte Sole o di un’altra parte d’Italia. Ho voluto farlo subito sedere, ma non ci sono riuscito. Abbiamo solo scambiato quattro chiacchiere formali sull’oggi, sulla I politica, sul governo. Mi sono vergognato di questa povera Italia. Certo che mi sono vergognato. Lui seppe scegliere e ora aveva il diritto di vivere in un mondo migliore, in una Italia più bella e invece si ritrova a combattere contro la “legge bavaglio” di Berlusconi, contro un gruppo di trafficoni, magari condannati per aver collaborato con la mafia o per aver messo le mani sui soldi pubblici. Si ritrova a combattere, insieme a tutti noi, contro le prepotenze, contro i ministri che mandano a picchiare i terremotati, contro i farabutti che vengono arrestati per bancarotta fraudolenta, dopo aver fatto fallire una azienda e aver messo sul lastrico migliaia di famiglie, contro i bugiardi e gli ipocriti che contrattano posti governativi importanti nel corso di una cena a casa di un giornalista viscido e ruffiano. Lo ripeto: mi sono vergognato per questo Paese diventato impresentabile e addormentato dalle televisioni, dalle “veline” e dalle “velone”, dalle storie d’amore e di fisco di un Briatore, dagli slogan imbecilli del ministro del turismo signora Brambilla, dalle decisioni “irrevocabili”e ridicole nei confronti della cultura, dal non trattare con le regioni e i comuni e dal mancato ascolto dei militari, dei poliziotti e dei carabinieri da parte dei vari ministri. A sinistra, intanto, si continua a litigare. Potevo, io, a quel superstite di una strage nazista, spiegare qualcosa di questa situazione vergognosa e aiutarlo a riconoscere il Paese per il quale aveva combattuto riuscendo a rimanere vivo per caso? Non ci sono riuscito. Ho solo farfugliato qualche frase consolatoria. Lo avrò sicuramente deluso e me ne scuso. Lui aveva conosciuto un’altra Italia e io soltanto questa: quella di oggi. Posso solo immaginare la sua delusione e la sua tristezza. Ma è stato gentile e non ne ha fatto parola. Poi l’ho visto uscire verso un corridoio per visitare il resto della Mole. Mi è parso di nuovo ombroso e chiuso, ma forse era solo il mio senso di colpa. Nei giorni della Festa ho cercato di vedere e di capire le tante persone di ogni regione d’Italia che erano ad Ancona. Per questo dico: ne valeva la pena. È stato, per tutti e non solo per me, un salutare bagno di onestà e di limpidezza, di concretezza, di capacità e di fantasia politica, ma anche di fantasia senza altri aggettivi. Se le feste nazionali dell’ANPI servissero anche soltanto a questo (e cioè ad uno straordinario abbraccio collettivo) sarebbe un buon motivo per organizzarle. patria indipendente l 18 luglio 2010 l 3 Quasi dimenticavo di raccontarlo: mentre ero seduto al bancone della nostra rivista, l’ANPI di Sassoferrato mi ha fatto avere la ristampa anastatica di un vecchio e prezioso libretto dal titolo: “Cuori Partigiani”, scritto da Biagio Cristofaro un colto combattente per la libertà, prima militare e poi salito in montagna, curato, ora, da Alvaro Rossi, con una introduzione di Ruggero Giacobini e una nota di Angelo Verdini. Leggetelo, vi prego. Lo stile è quello retorico dell’epoca e il taglio è quello “antico” dei classici, ma a suo modo è un capolavoro della letteratura resistenziale. Le storie di Ughino il pastore, di Cardona il comandante, del tenente Enzo, di Ferruccio e del medico di paese ucciso dai fascisti perché aiutava i partigiani, sono davvero straordinarie e Cristofaro racconta ogni battaglia e la storia di ogni morto, con grandissima umanità e passione civile. Si sente ad ogni riga: quella era la “sua gente”, la gente che amava e stimava e con la quale aveva deciso di lottare per la libertà. * * * E le critiche alla Festa di Ancona? Potrebbero essere molte, moltissime. Intanto la partecipazione: c’erano molti meno partigiani e antifascisti che non a Casa Cervi per la prima Festa. Inoltre, dentro la città, non era stato fatto abbastanza per spiegare e pubblicizzare la manifestazione. Si poteva fare davvero molto di più e sarebbe stato anche bene. All’interno della Mole, tutto è apparso dispersivo e rari i cartelli di indicazione che annunciavano i diversi avvenimenti. Troppi i dibattiti e gli incontri che, alla fine, si accavallavano e davano l’impressione di una scarsa partecipazione agli uni e agli altri. Assurda la mancanza di posti di ristoro, bar e punti d’incontro collettivi e la mancanza di un “nodo” centrale della festa. Belle, bellissime alcune delle mostre, ma piazzate lungo corridoi e sale introvabili. Peccato, peccato davvero. Mi fermo qui… W.S. ANPI: i nuovi iscritti e la Festa Copertina e controcopertina di questo numero estivo sono dedicate a due importanti avvenimenti che ci riguardano molto da vicino: la conferenza stampa che si è tenuta nella sede nazionale dell’ANPI, a Roma, nel giugno scorso e la seconda Festa nazionale dell’Associazione partigiani che si è svolta, sempre nel giugno scorso, ad Ancona. Lo ripetiamo: paiono due iniziative che riguardavano la nostra associazione, ma in realtà si è trattato di avvenimenti che hanno investito tutto il Paese, in un momento difficile di attacco alla democrazia e alla Costituzione. La conferenza stampa era stata chiesta da donne e uomini di cultura, associazioni e intellettuali, per aderire ufficialmente e pubblicamente all’Associazione partigiani: un gesto di assoluta e totale lealtà, secondo gli intervenuti, alla democrazia, alle istituzioni e alla Costituzione, con l’appoggio diretto e immediato all’organizzazione di coloro che si batterono per una Italia libera e unita e che la ottennero anche a costo della vita. Alla conferenza stampa, affollatissima, erano presenti la scrittrice Dacia Maraini, Concita De Gregorio, direttore de l’Unità, Moni Ovaia, Simona Marchini, Giancarlo De Cataldo, Beppe Sebaste, Fabrizio Gifuni, Marisa Ombra, registi, autori, attori di teatro e di cinema e i nostri partigiani. Poi le adesioni: da Marco Paolini, a Dario Fo e Lidia Ravera. Alla presidenza Armando Cossutta, vicepresidente vicario dell’ANPI che ha parlato di occasione unica per unire gli italiani in una battaglia collettiva. Nel montaggio di copertina, appunto, una veduta della Presidenza e poi i vari personaggi al microfono, nel corso del loro intervento. Nella controcopertina, una panoramica su una delle tante manifestazioni della seconda Festa nazionale dell’ANPI che si è svolta ad Ancona all’interno della Mole Vanvitelliana dal 24 al 27 giugno. È stata, come nel corso della prima Festa, l’occasione di dibattiti, concerti, incontri, conferenze, presentazioni di libri e di iniziative delle ANPI di tutta Italia. Sono stati migliaia i partigiani, gli antifascisti e i democratici che hanno preso parte alla Festa con passione e partecipazione. Tanti gli stand, le iniziative grandi e piccole, i libri e le pubblicazioni esposte, le magliette messe in vendita e la presentazione dei prodotti tipici di ogni regione d’Italia. Ampia e variegata anche la partecipazione di moltissime organizzazioni della società civile. Nessuno si è risparmiato perché la Festa riuscisse nel migliore dei modi. 4 l patria indipendente l 18 luglio 2010 ir al d et lettere tore Chi era il prigioniero con la moto inglese? Buongiorno. Quella di cui scrivo è una battaglia persa in partenza. E tuttavia, quali battaglie varrà la pena combattere, se non proprio quelle perse in partenza? (che con quelle già vinte a priori son capaci tutti). E allora racconto questa storia, che è solo un inizio, una speranza di incipit, e il finale è imprendibile, per ora, e di mistero. Questi i fatti. Firenze, primi di giugno 2010, dalle parti di viale Redi. Un uomo di circa 90 anni racconta la sua storia. Militare durante la Seconda guerra mondiale, nel 1942 viene fatto prigioniero dagli inglesi a Tobruk, sulla costa della Cirenaica (Libia orientale). Internato dapprima in un campo inglese in Kenia, è successivamente trasferito in India, dove rimarrà per 4 anni. Dopo l’8 settembre gli viene concesso (come ad altri prigionieri che aderiscono all’armistizio badogliano) di svolgere alcune mansioni di fiducia all’interno del campo di prigionia e nei dintorni. Per gli spostamenti ha a disposizione una Royal Enfield, antica marca motociclistica di origini britanniche. La moto è una 350 militare a valvole laterali, e non perde mai un colpo. L’uomo di Tobruk ricorda quegli anni lontani, e gli si velano gli occhi. Tornano in mente volti, nomi, vite intere. E anche la vecchia Royal Enfield a valvole laterali. Di quelle motociclette, costruite ora in India, avrebbe desiderio di vederne circolare ancora qualcuna su strada. Alcuni appassionati delle Royal Enfield hanno notizia di questa storia, e vorrebbero rintracciare quell’uomo, che tanto ha visto e tanto potrebbe raccontare, per realizzare il suo piccolo sogno: raggiungerlo a Firenze e salutarlo con il rombo che gli è stato così familiare durante una parte eccezionale della sua vita. Gli indizi però sono pochissimi: l’uomo potrebbe essere nato intorno agli Anni 20 e risiedere attualmente a Firenze, mentre il campo di prigionia in India potrebbe essere stato – ma è una supposizione – quello di Yol ai confini con il Tibet, dove furono internati 10.000 prigionieri italiani catturati sui vari fronti e trattenuti dal 1941 al 1946 (ma esistevano anche altri campi di prigionia, nel subcontinente). Tra le storie poco conosciute di quei diecimila di Yol, c’era anche, ad esempio, quella di Lido Saltamartini, anch’egli catturato a Tobruk. Saltamartini era riuscito a costruire una minuscola macchina fotografica di recupero utilizzando «una scatola metallica di sigarette Waltham’s, lo stagno ricavato da un tubetto di dentifricio “McLeans”, l’unico di stagno tra gli altri di piombo, la candela avu- ta in prestito dal Cappellano con promessa solenne di restituzione immediata al rientro in Italia, il cannello ferruminatorio ricavato da una scatola di salsicce di soia, una lente minuta (4 mm)». I negativi (2.000, di cui 500 andati perduti) delle foto che hanno documentato quegli anni di prigionia venivano nascosti dentro sigarette svuotate del tabacco e dentro tubetti di dentifricio. Dopo 50 anni le foto sono poi state raccolte in un libro dall’associazione benefica “10.000 in Himalaya” fondata da Saltamartini in favore dei bambini sordociechi. Abbiamo scritto dell’anziano prigioniero a distretti militari, ad associazioni di ex combattenti e prigionieri di guerra, al museo diffuso della Resistenza, a organi di stampa locali e nazionali, a istituzioni e amministrazioni. Pochissime, per ora, le risposte. Tra quelle giunte, la pronta mail di Matteo Renzi, giovane sindaco di Firenze, che cercherà di far incrociare i pochi dati forniti con gli archivi anagrafici della città. Certo, il campo di ricerca rimane vastissimo. Chi ci darà una mano? È una battaglia pacifica persa in partenza. Io ci leggo anche della poesia, anche se nascosta tra i pistoni. E sì, ho una Royal Enfield. Grazie per l’attenzione e per l’eventuale aiuto. Saluti (Flaviano - per e-mail) Ancora sul 25 aprile a Roma Caro Direttore, ho letto sul n. 5 di Patria, al quale sono abbonato da anni, e voglio esprimere il mio apprezzamento per la tua lucida e seria “consueta chiacchierata mensile”, perché espone con chiarezza le ragioni che hanno indotto l’ANPI di Roma ad invitare le Istituzioni locali alla celebrazione del 25 aprile a Porta San Paolo, luogo simbolo della Resistenza, non solo romana. Condivido quando tu affermi «mi stupisco che qualcuno si meravigli che l’ANPI scelga sempre le Istituzioni…» da sempre l’ANPI di Roma (come le ANPI di tutta Italia) ricorda il 25 aprile con i rappresentanti delle Istituzioni, le associazioni della Resistenza, i perseguitati politici dal fascismo, i deportati nei campi di sterminio, gli internati militari nei campi di prigionia tedeschi, i familiari delle vittime delle stragi nazifasciste, i partigiani della Brigata ebraica e con gli antifascisti, tutti. Questo lungo elenco per ricordare a coloro che hanno inscenato la “gazzarra” contro la nuova Presidente della Regione Lazio che, in piazza, erano presenti tutti gli appartenenti alle associazioni sopracitate, oltre a patria indipendente l 18 luglio 2010 l 5 migliaia di antifascisti, che in maniera civile e democratica hanno espresso il proprio dissenso verso la neo-Presidente del Lazio, con fischi e slogan non violenti, consci di avere davanti a loro una persona che non ha avuto remore ad associarsi con i fascisti di “Casa Pound”, per vincere le elezioni regionali. La contestazione era prevedibile, ma il lancio di oggetti vari, compreso un fumogeno proprio NO! Gli autori di questi gesti (inconsciamente?) hanno reso un bel servizio alla destra politica, cancellando uno splendido 25 aprile in una piazza gremita e un palco con 72 musicisti e la grande Giovanna Marini, con le sue canzoni impegnate. In merito a chi dà lezioni di antifascismo, voglio ricordare che i Partigiani, quelli veri, hanno combattuto contro il nazifascismo proprio perché l’Italia finalmente avesse delle Istituzioni democratiche, dando anche la vita perché noi, oggi, potessimo stare liberamente in piazza a Porta San Paolo, con partigiani, antifascisti e rappresentanti delle Istituzioni democratiche. Quanto accaduto il 25 aprile deve certamente far riflettere, perché, purtroppo, oggi nel nostro Paese a rappresentare le Istituzioni, ad ogni livello, non ci sono solo persone a noi gradite. È proprio per rispetto verso i partigiani morti perché l’Italia fosse un Paese regolato da una Costituzione, per tutti garanzia di democrazia e libertà, che dobbiamo accettare (con grande amarezza) la presenza di persone sicuramente sgradite. Questa è la Democrazia… Tra le tante riflessioni da fare e che faremo, (in rispetto di chi era in piazza e che civilmente ha contestato) una riguarda chi ha deciso di non votare mai e a prescindere, perché contrario a vivere con delle regole o perché ritiene inutile votare, non riconoscendosi nei partiti presenti nelle liste elettorali, e rinunciando ad uno dei primi diritti democratici… il voto, assumendo un atteggiamento di rifiuto… al pari del Presidente del Consiglio che rifiuta la Costituzione perché di impedimento a decidere a suo piacimento, ritenendola, così com’è, pertanto: obsoleta, “una palla di ferro” e inutile! Dobbiamo intenderci, non si vogliono rappresentanti istituziona6 l patria indipendente l 18 luglio 2010 li perché sgraditi, però quando si deve decidere i rappresentanti istituzionali ad ogni livello, non ci si reca a votare. Anche chi non vota… permette l’elezione degli “Alemanno e Polverini” del caso! Per chiudere questa mia “chiacchierata” con te caro Direttore, voglio solo ricordare che quanto accaduto a Roma il 25 aprile, è stato vergognoso… perché tirare uova marce contro il palco, che rappresenta i partigiani, e colpire il comandante partigiano della Brigata Garibaldi Massimo Rendina e il compagno Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma… sicuramente è stato più vergognoso che vedere sul palco rappresentanti delle Istituzioni a noi non graditi! (Ernesto Nassi - ANPI Roma) Il 25 aprile unico punto di riferimento Più il nostro Paese regredisce socialmente e culturalmente, più il 25 aprile diventa un punto di riferimento e di partenza per ogni premessa democratica. Mai, anche nei momenti più oscuri e pericolosi della Repubblica, è venuto meno il senso dell’unità e della solidarietà nazionale. E nessuno avrebbe potuto, fino a qualche tempo fa, solo supporre lo stato di degrado in cui viviamo, allorché tra egoismo di classe, cesarismo, populismo deteriore e fascismo televisivo prevaricante, si deviano e si contaminano le coscienze, allontanandole dalle regole tipiche della pratica democratica. Nulla sembra, al momento, possa essere fatto per arginare tale deriva. Né sembra efficace l’azione svolta dalla politica, anche da quella attualmente all’opposizione. La quale, non in possesso di un progetto alternativo di risposta democratica, in un’ansia di rimonta, si convince sempre più di perseguire le pulsioni più negative della destra al potere. Dimenticando in particolare il Mezzogiorno d’Italia, i suoi problemi e la loro soluzione in chiave decisamente nazionale. È stato un amaro 25 aprile 2010, senza prospettive e con un pauroso ritorno all’indietro. Ciò dovrebbe indurre più che mai uomini e donne d’Italia a fermarsi un attimo ed a riflettere non poco su quello che siamo oggi nella gran parte, su quello che eravamo ieri. E da dove proveniamo e dove vogliamo realmente andare. Eppure la risposta è a portata di mano: veniamo tutti, vincitori e vinti, da quel 25 aprile 1945. Le mosse di un Paese finalmente libero dalla dittatura, pacificato pur se distrutto ed in ginocchio, unito di nuovo dalle Alpi alla Sicilia, vengono da quella data. Da quelle speranze, dai troppi lutti, dal sangue fraterno versato, dalla voglia irrefrenabile di ricostruire. Mentre scrivo si apprende di pasti negati nel ricco Nord a bambini indigenti. Si ha notizia di un sindaco leghista, che vieta alla banda del paese di suonare “Bella ciao”, trattandosi di una composizione musicale non istituzionale. Il tutto in nome di una formalità senza senso, che nasconde vuoto interiore, estesa faziosità, estraneità al significato profondo del 25 aprile. Per arrivare poi, il suddetto sindaco a “vietare il divieto” e non essere in tal modo sommerso dal senso del ridicolo. Questo, perché, nella sostanza, si è estranei al concetto di una storia comune ed all’idea stessa del bene comune, mentre si preferisce rintanarsi in un ridotto quasi disumano, asfittico e strapaesano. Costoro non possono amare il 25 aprile, ma non possono impedire il nostro credo di libertà. Nonostante il dileggio e la rimozione costante da parte di ben individuabili raggruppamenti politici di destra, riguardo alla ricorrenza della Liberazione, essa incombe ammonitrice, con il suo straordinario peso morale, sulla società italiana. Unica cometa da seguire per un non più rimandabile riscatto etico e morale. Quindi, in questi momenti di dolore e di preoccupazione, chi ha a cuore il bene della democrazia, scopre necessariamente di dover ancora una volta essere “resistente”. Nel senso di battersi con l’arma della parola e della memoria, con tanta voglia di futuro, oltre il buio di questi giorni. Ce la faremo. Viva il 25 aprile! Viva la Costituzione Repubblicana! Viva l’Italia unita e solidale! (Lino D’Antonio - Napoli) Attualità della Resistenza Una straordinaria mobilitazione del mondo della cultura Scrittori, attori, registi: “In nome della democrazia ci iscriviamo all’ANPI” S di Andrea Liparoto Una affollatissima Conferenza stampa nella sede centrale a Roma. “La Resistenza non solo memoria del passato ma esercizio del presente”. Un appello raccolto in tutta Italia Il Vicepresidente Nazionale vicario Armando Cossutta con l’attore Fabrizio Gifuni. ono tanti, appassionati, preoccupati per la deriva antidemocratica in corso nel Paese, indignati. Sono professionisti della fantasia civile, una fantasia che hanno deciso di mettere a disposizione del Paese, iscrivendosi all’ANPI. Così decine e decine di artisti hanno risposto all’input di Dacia Maraini e Concita De Gregorio sottoscrivendo una sorta di atto di fede “laica” che è anche una forte assunzione di impegno per il futuro: «MI ISCRIVO ALL’ANPI PERCHE’ LA RESISTENZA NON SIA SOLO MEMORIA DEL PASSATO MA ESERCIZIO DEL PRESENTE». Lo hanno fatto pubblicamente lunedì 21 giugno nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Roma nella sede nazionale dell’Associazione dei Partigiani. A presiedere, oltre alla stesse Maraini e De Gregorio, due vice presidenti nazionali dell’ANPI: Armando Cossutta (Vicario) e Marisa Ombra. «Siamo qui perché sentiamo il dovere di prendere posizione, occorre un forte atto di volontà di difesa della Costituzione». A esordire è Dacia Maraini che racconta anche di quando durante una cena “di lavoro” con la direttrice de l’Unità Con- cita De Gregorio nacque l’idea appunto di chiamare a raccolta gli artisti per sostenere i partigiani e gli antifascisti nella loro battaglia per la democrazia. Quei partigiani oggi pessimisti «perché quella luce del futuro che vedevano più di 60 anni fa quando si batterono con le armi» – è la stessa De Gregorio a parlare – «oggi non riescono minimamente ad intravederla». «Per questo vogliamo esserci, per far passare il nostro messaggio nei luoghi mediatici dove fa fatica a passare, per una battaglia di civiltà» – prosegue la direttora de l’Unità – «perché è molto importante che il contenuto di senso delle parole sia traghettato da un tempo ad un altro tempo». Corrono in sala parole di profonda responsabilità, testimonianze d’impegno, proposte operative, corrono analisi e spunti di bella intelligenza e nobile sensibilità. Moni Ovadia la prende alta e forte: «Dobbiamo considerare la Resistenza come un evento sacrale, che inaugura una sacralità laica con dei testi fondamentali: la Costituzione e i diritti universali dell’uomo. Ciò va al di là di destra e sinistra. L’ANPI avrà un futuro se ci collochiamo in una prospettiva transgenerazionale ma soprattutto di valori che non possono essere negoziati perché appunto sacri ed eterni». Quindi, una proposta piena di costruttiva suggestione: «Il prossimo 25 aprile non sia fatto solo dei soliti discorsi: facciamolo iniziare la notte del 24 nelle case, nelle piazze dove spezzeremo il pane della libertà. Poi si proseguirà con le celebrazioni fino al Primo Maggio, perché i diritti dei lavoratori sono consustanziali alla Resistenza». Il richiamo a scendere in strada arriva anche da Simona Marchini, patria indipendente l 18 luglio 2010 l 7 figlia e nipote di partigiani decorati: «Vengo da lì, da quella coscienza civile. Invito tutti ad impegnarsi nel territorio, con iniziative concrete, ma insieme, dobbiamo fare rete attiva per aiutare a far rinascere la sensibilità delle persone disorientate, degradate da quello che vivono e vedono. Amici c’è da ricominciare da capo, occorre un vero e proprio neoumanesimo». ParoParla il regista Giuliano Montaldo; alle sue spalle Moni Ovadia. Al tavolo della presidenza Dacia Maraini, le che nascono da una Armando Cossutta e Concita De Gregorio. provata esperienza di “militanza” sociale: «A Roma, nel quartiere S. Basilio» – Cataldo – «è la mitopoiesi. Noi abNoi, che assistiamo da anni, in un continua l’attrice – «ho fatto aprire crescendo di impotenza e sconcerto, biamo abbandonato i simboli, conuna scuola di musica con 450 bamalla trasformazione in leggi dello siderando il Risorgimento una robini che vuol dire 450 famiglie! Stato di tutti i trucchi necessari al ba vecchia, la patria superata, il Dobbiamo coinvolgere sentimentalPresidente del consiglio (e alla crictermine “compagno” obsoleto, lamente o non cambierà nulla». ca di disonesti che godono della sua sciando il campo ad un’altra mitoGiuliano Montaldo dal canto suo poiesi desacralizzata. Recuperare protezione) per sottrarsi alla Legge invita a resistere contro l’imbecilli- tutto questo è fondamentale e in e al giudizio dei cittadini. tà, Beppe Sebaste si dichiara pron- questa sede della memoria tale reNoi, che non riusciamo più a ricoto a farsi “testimone”, mentre Fa- cupero ha proprio il senso di una noscerci in alcun partito, nemmeno brizio Gifuni fa una dichiarazione proposta forte per il futuro». nel Pd, perché ingessato dalle cautecommossa: «Sono orgoglioso di Lidia Ravera manda nella stessa le, dalle rendite di posizione, dalle prendere questa tessera e ne sento giornata un messaggio di spietata lentezze e dalle ambiguità ormai una profonda responsabilità». denuncia e viva appartenenza: connaturate all’esercizio della Qualcuno traccia percorsi decisivi: «Noi, che crediamo nei valori “professione politica”. «Uno dei punti migliori di sfondaNoi che crediamo di riconoscere, nel espressi dalla Costituzione e siamo mento contro i nemici della Costiberlusconismo trionfante, una forben decisi a difenderla da chi la tuzione» – a parlare è Giancarlo De soffre perché troppo democratica. ma inedita e pericolosa di totalitarismo, noi, che non vogliamo cedere alla rassegnazione e all’indifferenza, ci iscriveremo, tutti insieme, con gioia, con convinzione, alla Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Contro l’oblio del sacrificio di chi ci ha regalato questa democrazia, per difenderla e migliorarla». L’atmosfera è di belle e grandi speranze, l’ANPI potrà contare su nuove forze oneste e in grado di costruire massa civile e attivare consapevolezze e coscienze ribelli e profondamente “partigiane”. Ad intervenire sono Una panoramica della sala. anche loro, chi la Resi8 l patria indipendente l 18 luglio 2010 Attualità della Resistenza mo dimenticata, accantonata e lasciata alla destra e allora da qualche tempo quando incontro bambini, persone ricordo una cosa: provate a pensare cosa sarebbe stato in Italia il 25 aprile se non ci fosse stata la Resistenza. Saremmo stati solo un popolo sconfitto. La Resistenza ci ha restituito dignità, onore. Ci ha messo in grado di essere qualcosa di importante e valoroso davanti al mondo». Non mancano affondi e ringraziamenti: «In questo Paese nessuno è più autorevole: la classe dirigente, la politica, gli unici che hanno autorità sono gli artisti e quindi la vostra adesione ha un significato e una importanza straordinaria per la nuova Resistenza». Un’adesione che ha un significato “storico” per Armando Cossutta, un’occasione unica per unire gli italiani, combatterne frustrazione e sfiducia, dare una svolta. Al termine della Conferenza, strette di mano, sorrisi, racconti, progetti. La sensazione comune è quella della possibilità di una forte e incisiva partenza. Perché, lo diciamo con Marco Paolini, l’ANPI «non è un’associazione storica di ex qualcosa; è una sfida al presente, alla rassegnazione e al conformismo». E da oggi, ancora di più. Una mattina mi son svegliata… scappò terrorizzata mentre lui dietro le gridava: “No, io uomo! No paura...”. O di mia madre. Voleva fare il medico. Impossibile, troppo tardi per chi arrivava in città già grande, quasi analfabeta e doveva lavorare per vivere. Ma lei voleva leggere e scrivere e ci è riuscita, a modo suo. Mentre lavorava a servizio, ha fatto le serali poi, incinta di mia sorella, ha dato gli esami “insieme ai bambini di quinta”. Dice sempre: “un po’ mi vergognavo”. Infine aveva preso il diploma d’infermiera riuscendo a diventare caposala. Un lavoro che ha amato tanto, ottenuto con morsi e sudore. Non ha fatto il medico, ma poco importa, ha fatto il massimo per le possibilità che aveva. Per anni ha medicato anche il marito di sua sorella, mio zio Mario. Fistola polmonare, un buco nella schiena, ricordo del campo di concentramento da cui, per fortuna, riuscì a tornare. Era un metro e ottanta d’uomo e mentre la statura, si sa, non cambia – può curvarsi, ma non cambia – il peso sì. E al ritorno era poco più di 40 kg. Sono pochi. Sua madre, come è accaduto a tante madri, non lo riconobbe quando gli aprì la porta. Uomo di rara ironia. Lo prendevamo sempre in giro per la sua dispensa colma di riserve: biscotti, pelati, caramelle, pasta. Tutto in abbondanza. Sempre. “Non si sa mai”, diceva. E Mario lo sapeva che non si sa davvero mai! O ancora di mio padre. Quando stenza l’ha fatta. «Io sono stata una di quelle 35.000 donne che si batterono per la libertà» – inizia così Marisa Ombra – «La nostra scelta è stata prima che politica, morale di fronte all’insensatezza di quello che stava accadendo soprattutto dopo l’8 settembre: sentimmo la necessità di non stare alla finestra, di fare qualcosa. Oggi non è insensato quello che sta accadendo, ha un senso molto preciso, devastante, e a maggior ragione è fondamentale esserci e resistere. Ogni volta che prendo in mano Patria indipendente, davanti a questa testata ho un senso di disagio perché la parola patria per moltissimo tempo l’abbia- Ecco il testo della bella lettera che l’attrice fiorentina DANIELA MOROZZI ha inviato alla nostra Fulvia Alidori, dell’ANPI di Firenze, tra i curatori di una raccolta di pareri e opinioni sull’Associazione dei Partigiani e sul suo ruolo nella società, in una situazione politica così difficile e complessa. Daniela Morozzi, scelta spesso dal regista Virzì, è stata protagonista di molte fiction televisive e tutti la ricordano in “Distretto di Polizia”, per la sua carica di umanità e simpatia. na mattina mi son svegliata ed è stato impossibile rinunciare ad aprire il computer e scriverti, cara Fulvia. Me lo avevi chiesto con grande generosità un po’ di tempo fa, ma il lavoro, la famiglia ... sai, il tempo corre veloce e io no. Io sono lenta. Per natura e a volte per scelta. Avrei voluto farlo subito, credimi. Mi ero emozionata davanti alla richiesta dell’ANPI, di esprimere un pensiero sulla Resistenza. Bastavano due righe di adesione, è vero. Ma io non volevo due righe, volevo dirvi qualcosa che mi corrispondesse profondamente, per contenuto e forma. E non riuscivo a capire cosa. Perché leggere e dire ANPI mi portava alla mente tante immagini e ricordi di bambina. Troppi. E non sapevo quale scegliere. Potevo iniziare dai miei nonni, contadini, nativi di un minuscolo paese di confine tra l’Emilia e la Toscana chiamato Filigare, di quando raccontavano delle barrette di cioccolata distribuite dagli americani così dolci da far sognare U un mondo migliore. Di mia zia Bruna, che mentre badava le pecore, trovò una bomba inesplosa. La prese per giocarci – perché è così che fanno i bambini – e le scoppiò tra le mani. Viva per miracolo, ha un corpo pieno di cicatrici e centinaia di schegge che ormai convivono dentro di lei. Un corpo, nonostante tutto, delizioso e femminile da sempre. O ancora della miniera, dove mia madre, i suoi 9 fratelli e i miei nonni, insieme agli altri contadini e alle famiglie del posto, si rifugiarono quasi un mese per ripararsi dai bombardamenti tedeschi. Lì a mio zio Franco, un bambino timido e dolce, vennero le croste in testa dove sotto covavano colonie di pidocchi. Si ammalò di meningite, rischiando la vita e portandone ancora oggi i segni. Avrei potuto parlare anche di mia zia Maria, una donna piccola e svelta, di quel giorno quando, prendendo come d’abitudine l’acqua alla fonte, vide il primo “omo nero” della sua vita: un soldato americano. Cominciò a urlare e patria indipendente l 18 luglio 2010 l 9 guardava Berlinguer gli brillavano ingenuità ha detto “Gli fanno fare gli occhi. il referendum, fa ridere. Così non Una volta, ero piccola, avevo la si sentiranno neanche in colpa”. E febbre e lui mi regalò una Barbie ha ragione. Ma che cosa deve vohawaiana. Era mulatta! A caso, for- tare una persona che non lavora da se, ma la scelse così. Sarebbe da anni? Che deve votare una persona dirlo al figlio di Bossi che si vanta che vive in una terra disastrata, in di giocare con il computer al tiro al mano alla camorra. clandestino! A mia sorella invece, Possiamo esprimere giudizi? Io intellettuale già da piccola, ricordo non riesco e non voglio. Sospendo che comprò un libro: l’Emile di Rousseau. Bello eh! Solo che a dieci anni è dura leggerlo. Lei però lo conserva ancora, come non potrebbe! Mi commuove pensarci, ci compravano i libri perché sapevano che erano importanti, nonostante per loro fossero spesso inaccessibili. Neanche oggi mio padre sa chi è Rousseau. Ma noi lo sappiamo, questo per lui conta. Questo per me e per mia sorella conta. L’attrice Daniela Morozzi. Partigiani del quotidiano, partigiani di un pensiero! il giudizio su questi operai e voLa certezza che un mondo miglio- glio rivolgere le mie istanze all’opre poteva esistere e che loro avreb- posizione, ai Sindacati, a me stesbero contribuito a crearlo. E non sa. Dovevamo essere tutti a Pomisi chiedevano: “ma io che cosa gliano con quegli operai, per loro posso fare?”. E avevano ragione! e per rispetto a chi ha combattuto Che domanda è? Sapevano che perché il lavoro avesse il senso che dovevano vivere onestamente, con deve avere: rendere l’uomo libero. dignità, rispetto per sé e per gli al- Vedi, Fulvia, come accade! Quantri. Osservare il mondo, guardare do si comincia a parlare di “resichi ti è vicino con il coraggio di di- stenza” non si finisce più. re “Guarda, se posso..., se hai bi- E poi i ricordi si fanno affiorare e sogno, bussa siamo qui”. Erano uno sembra più importante delbravi cittadini, semplicemente. E i l’altro. Niente di nuovo, tra le albravi cittadini fanno un Paese mi- tre cose. Storie così ne abbiamo gliore. sentite a migliaia. Sono le storie di Hanno vissuto così, davvero! Da tanti: cambiano i luoghi, i particosempre. lari, le intensità, ma sono le storie Oggi, non sopporto di vederli degli uomini e delle donne che delusi. hanno combattuto per dare una Alle ultime elezioni non potevano democrazia al nostro Paese. neanche vedere quelle due o tre Ma una mattina mi son svegliata trasmissioni, per capire meglio chi ed è questo piccolo aneddoto che votare. Non sopporto di vederli volevo raccontarti. offesi così da una classe politica la Premetto che durante il mio ulticui peggiore colpa è quella di aver mo spettacolo, Articolo Femminidimenticato. le, regaliamo Bella Ciao a Miriam Guardando gli operai di Pomiglia- Makeba, morta, come sai, a Cano – una delle storie più dolorose stelvolturno. Una versione del di questi ultimi tempi, per me – brano che il grande musicista con mio padre, ottant’anni, quasi con cui collaboro, Stefano Cocco Can10 l patria indipendente l 18 luglio 2010 tini, ha reso davvero unica. Io ho un bimbo di appena due anni e mezzo. E fin da piccolo la sera per addormentarlo – reduce dalle prove e dal mio attaccamento a questa canzone popolare che ho sempre trovato bellissima – gliela cantavo come ninna nanna, senza alcun intento pedagogico. Sorpresa, una mattina capisco che la sa tutta a memoria, come del resto le altre canzoncine che via via ha imparato. Pochi giorni fa eravamo a Orbetello in un ristorante (sto girando là una fiction per la Rai). E Filippo ha cominciato a cantarla a voce sostenuta. Era bello e divertente, ma esagerava un po’ con il volume, allora gli dicevo di fare piano, per non disturbare gli altri ospiti. Due signori accanto a noi sorridevano. E lui, sessant’anni forse, distinto, con gli occhi azzurri, ad un certo punto mi dice “Lo lasci cantare, è da piccoli che si diventa partigiani”. Mi sono sembrate parole dolci e bellissime. Mi permetto di fartene dono, a dimostrazione di quanto sia importante l’esistenza della vostra Associazione. Vi ringrazio inoltre perché con il vostro lavoro permettete ai nostri figli di sapere da dove vengono per diventare nuovi Partigiani. Ti abbraccio e ti invio, se riesco, il pezzo di Saviano che recito in teatro insieme ai grandi musicisti con cui collaboro, potrai sentire la versione di Bella Ciao e mi farà piacere sapere cosa ne pensi. Grazie Fulvia. E scusa il ritardo. Con il cuore Daniela Morozzi P.S. - Questa lettera l’avevo già scritta. Il 1° luglio ero in Piazza Navona per la manifestazione contro la “legge bavaglio”. Il Segretario dell’ANPI di Roma ha invitato tutti a cantare per non dimenticare proprio “Bella Ciao”. Mi ha fatto un grande piacere. La Festa Una cronaca in diretta sui giorni alla Mole di Ancona Girare, cercare, abbracciarsi tutti noi fratelli dell’ANPI di Ivano Tajetti Il piacere di ritrovarsi, conoscersi, ascoltare le mille storie partigiane. I dibattiti e gli incontri. La raccolta per un archivio delle vicende individuali. Compagni e amici che ti pare di conoscere da sempre. Dare una mano e un aiuto a tutti gli altri. Sentirsi bene con chi ti è vicino ilano, Ancona… aria nuova, respiro…! Mercoledì 23 giugno ore 14.00 varco per la prima volta la grande porta in muratura della settecentesca Mole Vanvitelliana… spazi enormi, struttura austera che denota ancora l’architettura militare-ospedaliera. Nell’immensa piazza interna s’aggirano minuscole figure che entrano in antri, porte, buchi neri… Formichine laboriose, carichi di scatole, apparecchiature, cartelli, i primi sorrisi, i primi abbracci, respiro a pieni polmoni… e divento immediatamente formichina… la ricerca affannosa di un martello, i cartelli da appendere, mi invento “writer” mi sento subito a casa, sono tra amici e fratelli, una spirale di colori, di profumi, di voci e musica mi coinvolge in pieno... Un saluto particolare alle compagne della Lombardia, che in un giorno solo hanno già montato lo stand e le ben sei mostre portate. Ritrovo Luca (Medici) dell’ANPI ATM di Milano, e con lui mi dedico alle ultime sistemazioni delle loro foto, nei saloni immensi del piano superiore della Mole, corro a comprare bottiglie di vino ed una tovaglia a quadretti bianca e rossa. Paolo (Papotti), il mio “fratello” mi coinvolge nel progetto “Seduti allo stesso M tavolo” e come non esserne entusiasta dopo l’esperienza di “Arturo” (http://arturofilm.blogspot.com) tutto quello che riguarda memoria, testimonianze video, riprese e audio… mi fa sentire quasi un regista “esperto”! Arriva sera ed anche a cena sono con gli amici, tutti in trattoria vicino alla Stazione, le “bimbe belle” della segreteria nazionale, il direttore di “Patria” e Nazareno Re “il capo” della Festa. Rivedo e saluto con immenso piacere Raimondo Ricci (e la sua ombra, il caro Paolo), il Presidente, che come di consueto mi dispensa perle di saggezza e buonumore. Giovedì, sveglia presto, appuntamento con Peppino che da trent’anni cura come una figlia la Mole tra allestimenti, ristrutturazioni e restauri, affascinato, mi faccio raccontare un mucchio di belle storie su Ancona; con lui appendo otto cartelli della mia sezione, otto display che raccontano la storia di una piccola fetta della periferia milanese dal 1944 ad ora, di cui vado particolarmente fiero, anche perché ci sono parecchie mie radici tra quelle parole, tra quelle foto. Un’altra bella parete bianca si riempie di storie, uomini, ideali… Sembra tutto bello, mi aggiro curioso tra le ampie sale, basta sostare un attimo e subito si notano le sofferenze, i sacrifici, il sangue e le lacrime che ogni figura ci ricorda. Ecco la memoria che molti hanno dimenticato, ecco volti e documenti, che ci riportano a tremende realtà, razzismo, fascismo, nazismo, storie di deportazione, resistenza, liberazione e poi la storia del dopoguerra con speranze e sogni che purtroppo ancor oggi speriamo e cerchiamo. Tanti ragazzi e ragazze che ci hanno lasciato solo un nome, una foto… piccole storie che tutte insieme hanno fatto la grande storia, quella della nostra democrazia, quella della nostra Repubblica. Ecco il rosso sangue, l’inchiostro con cui è stata scritta la nostra Costituzione. Inizia la festa, mi lascio travolpatria indipendente l 18 luglio 2010 l 11 gere completamente da incontri, approfondimenti, forum, mi muovo tra gli stand, felice come un bimbo, saluto vecchi amici e me ne faccio di nuovi. Compagni che non conoscevo diventano immediatamente amici di lunga data, ci riconosciamo subito, basta un sorriso, una parola, ci si confida impegni ed aspettative; sono sicuramente avvantaggiato, negli ultimi anni ho spedito comunicazioni ed e-mail a nome ANPI Barona a mezza Italia, basta dire chi sono e da dove arrivo e si stringono mani, in qualche caso si aprono bottiglie e si mangiano pezzi di formaggio. La bella piazza interna alla Mole è inondata dal sole, le Autorità esprimono gioia per la nostra presenza ci dicono benvenuti: Ancona, in questi giorni, sarà con noi. Raimondo taglia un nastro e le bandiere tricolori sugli spalti si agitano mosse dalla brezza marina. Programma intenso, gli spazi ampi, seguire tutto è impossibile, inizio ad attaccare cartelli un po’ dappertutto, cerco di indirizzare il traffico ed indicare orari e luoghi di incontro, trasporto scatole e generi di conforto, aiuto l’apertura della libreria e dei bar interni. Una pausa e mi ritrovo seduto su di un gradino con un bicchiere in mano, a chiacchierare dei problemi della nostra Milano con Daniele Biacchessi e il solo parlarne mi fa venire tristezza, purtroppo nella mia città non si vivono dei bei momenti… devo alzarmi e correre di nuovo tra la folla, di nuovo tra gli amici. Rubo un’ora nella sala dagli alti soffitti sorretti da travi secolari ascoltando e imparando la nostra Costituzione, ancora all’ordine del giorno, troppi gli attacchi che la nostra bella Carta fondante in questi ultimi anni sta subendo. E dove, se non tra di noi, se ne deve parlare, attualizzare e difendere! Il tempo di una doccia, due fotografie al sole che si spegne sul mare, la musica dei Gang e le riflessioni di Daniele Biacchessi mi accompagnano verso il meritato riposo. È notte e mentre l’Italia discute e si interroga su una partita di calcio, io tento di addormentarmi leggendo un libro, che oggi mi hanno regalato, una toccante testimo12 l patria indipendente l 18 luglio 2010 nianza di Gualfardo Rombolini (L’altra faccia della Resistenza. Dietro il filo spinato) una nuova conoscenza di questo giorno che sta svanendo e che mi ha notevolmente impressionato e suggestionato. Nel pomeriggio al tavolo con la tovaglia bianca e rossa, avevo avuto l’onore di parlare con lui, di riprendere la sua storia, di piangere guardando parole scritte con un lapis su un vecchio diario rubato tanti anni fa ad una brigata nazista in Germania. Una storia vera di un uomo semplice, un diario terribile che dovrebbe essere letto a tutti quelli che dimenticano o fingono di dimenticare, che tutto stravolgono e falsificano. Mi sono preso l’impegno (con onore) di parlarvene, di scriverne su Patria a lettura conclusa. Devo chiudere il libro, non riesco a dormire il racconto trasformerebbe il mio sonno in un incubo. Venerdì mattina, 25 giugno, il sole splende, mi aggiro per il porto, oggi c’è sciopero generale… l’ha proclamato la CGIL in tutta Italia, in tutte le maggiori città ci sono cortei di lavoratori che protestano contro la manovra economica del governo, ancora una volta pagano solo i lavoratori… Può essere che allora tutte queste barche siano qui ora a dondolare all’ancora, per lo sciopero; niente pesca stamani, niente lavoro. In centro d’Ancona c’è manifestazione, lo so per certo, una nostra delegazione è partita con le bandiere, mi sembra che ci sia anche qualche Partigiano, come al solito in prima fila, e quasi mi vergogno, io qui che giro per il porto e loro in piazza, mi viene in mente mio padre, che in fabbrica mi prendeva in giro… “avanti c’è sciopero, fuori… e mi raccomando in manifestazione, niente bar, niente casa a dormire, se tu sapessi quante volte sono sceso in piazza io L’inaugurazione della Festa con il taglio del nastro da parte del Presidente dell’ANPI, Raimondo Ricci e del Sindaco di Ancona Fiorello Gramillano. dal dopoguerra a ora”. Quanti ricordi ed erano solo gli Anni Ottanta… ora papà non c’è più, siamo nel 2010 e vedo ancora i suoi compagni, gli operai, i Partigiani che scendono in piazza, possibile che in questa Italia, nulla sia cambiato! Dalla Liberazione, sessantacinque anni di lotte, per diritti sacrosanti, come il lavoro, lo studio, la sanità, l’eguaglianza, la libertà. Oggi, ancora oggi. Sciopero. Per farmi perdonare, mi offro volontario come autista, cercano qualcuno per andare all’aeroporto a prendere le delegazioni straniere che arrivano dalla Francia e dal Belgio. Pronti, via! Un micro corteo d’auto, io prendo la Punto di Nazareno, che, mi sa che oltre ad essere ventiquattrore su ventiquattro disponibile per la Festa, ha messo al lavoro amici e famiglia, e se ci fosse stato bisogno avrebbe fatto un forum anche a casa sua! Non faccio in tempo a tornare, che squilla il cellulare “ciao sono Pif, sto arrivando, mi vieni a prendere in stazione?”. Una corsa in auto con Chiara e Giacomo e Pif è in giro per la Festa, vuole conoscere tutti, continuo a presentargli gente. Finge di non sapere nulla e, co- me al solito, fa il “marziano” ma intanto registra ed assimila. Sono contento che sia venuto a trovarmi, ed è anche giusto, è o non è iscritto ANPI? E poi, detto tra noi, da Milano a questa Festa ne sono arrivati veramente pochi! Osservo di nascosto, chi… quando lo riconosce, fa la faccia sorpresa, e sembra pensare… “ma questo che ci fa qui?” e poi fotografie e risate a tutto andare… io scherzando chiedo cinque euro a foto per la sezione della Barona. Presentazioni ed incontri, gli faccio vedere tutte le mostre, lo porto a qualche dibattito, incontra qualche Partigiano, lui insiste, vuole conoscere il Presidente Ricci, da tempo sa che ad ottobre ci sarà un’iniziativa particolare tra lui e Raimondo… (ora non posso dirvi altro, altrimenti che sorpresa sarebbe…) poi vuole conoscere Ottavio Terranova è di Palermo come lui, poi (e non so se posso dirvelo) il prossimo anno vuole fare un film in Sicilia sulla mafia, e secondo me, la consulenza di Ottavio gli sarà preziosa. Un’altra sorpresa, baci ed abbracci con Eugenio (Merico) e Paolo (Enrico Archetti Maestri) degli Yo Yo Mundi, due compagni veri! Un gruppo musicale, per me, tra i migliori in Italia, il loro concerto stasera sarà come al solito “indimenticabile”. Squilla di nuovo il cellulare, il mio amico (un altro… a questo punto direte ma quanti amici hai Ivano?) il mio “capo” Claudio Superchi segretario Provinciale Flai-CGIL di Milano e sua moglie mi stanno cercando. Un’allegra comitiva si aggira nella Mole, risate, battute, curiosità e chiacchiere ma dopo tutto, è o non è una Festa? Un Mojito al baretto sul porto, un andirivieni di personalità: Bebo Storti, Armando Cossutta, Andrea Liparoto (grazie, Andrea… grazie di cuore per quello che fai), Carlo Smuraglia, Antonio Pizzinato con la gentile signora. Di corsa a mangiare una pizza e poi “Mai morti”, lo spettacolo di Bebo e il concerto degli Yo Yo Mundi. Assorto nella musica, mi guardo intorno, osservo le pietre e le mura e immagino la Mole agli inizi dell’800, il popolo, i soldati, cavalli e cani, le onde del mare che cullano antichi velieri, le fiaccole accese che allungano ombre tremolanti e nell’angolo un liuto che porta sonorità di paesi lontani che fanno eco alla dirompente realtà di un’indimenticabile ed attuale Bella ciao degli Yo Yo Mundi: quanta storia… quante memorie dimenticate. Si chiudono cigolando i vecchi portoni della Fortezza è ora di dormire. Sabato inizia bene… passo come tutte le mattine davanti al muro bianco, proprio lì appena sopra, davanti alla Mole, “Ancona, ai caduti ed ai martiri della Resistenza” cerco di partecipare a tutti i forum in programma, peccato che alcuni si sovrappongono ad altri e decidere dove andare è sempre un problema… tutto è interessante, tutto è formazione, in ogni sala è un piacere ascoltare gli oratori. Vi è poi sempre la possibilità d’intervenire. Ogni mezz’ora… un’ora, corro giù all’area visione video, ho promesso a Paolo (Papotti) che stamani curo io il programma, il cambio dei dvd, in questi quattro giorni ne proietteremo circa quaranta giunti da tutta Italia, l’importanza della testimonianza, di fermare per sempre voci ed immagini sta diventando sempre più linea guida per i programmi a venire dell’Associazione, e questo primo passo di un archivio centrale è proprio una bella “idea”. Tra una corsa e l’altra un panino al piccolo bar vicino allo stand Lombardia, Angela (Persici), Isa (Ottobelli), Ornella (Ravaglia), da ottime “standiste”, hanno presidiato l’area, si può dire, giorno e notte, costruito relazioni e gettato basi per belle prospettive in divenire. Saluto Pif, parte… entro sera deve essere a Torino per MTV. Inseguo, Giovanni (Baldini) “il genio dell’informatica ANPI” per fargli inserire in agenda la “costruzione” di un’applicazione per IPhone, IPad. Mi piacerebbe un App. ANPI da poter scaricare gratuitamente sui telefonini e sui nuovi sistemi portatili… Finalmente, stremato, Giovanni acconsente, ci lavorerà sopra anche se ora la priorità è il nuovo sito ANPI, tra l’altro presentato in anteprima proprio in questi giorni qui alla festa (ecco… un incontro… che mi sono perso!). Ore 12,45 tramite il cellulare, vado in diretta nazionale sul network di Radio Popolare, nel programma “Sidecar”…racconto la festa, le migliaia di persone che ci sono, ed invito a venirci a trovare, il week end è appena iniziato, e qui da noi, con noi, mille iniziative, spettacoli, incontri, Antifascismo che sprizza da tutti i pori. Passo dallo stand di Patria, quello della segreteria Nazionale, il sorriso delle “bimbe belle” mi fa sempre molto piacere. L’ennesimo Mojito al solito bar sul mare, con i soliti “amici” milanesi, ma stavolta si aggregano anche i fiorentini. Ore 20.00, sotto “gli archi” di un’Ancona semideserta… un panino, e via… non mi voglio perdere il concerto di Alessio Lega. Non lo conoscevo molto, anche se a dir il vero, avevo scaricato da Internet tutto il suo lavoro “Amore e Resistenza” (sul suo sito, Alessio ha dato la possibilità a tutti di scaricarlo gratuitamente, una operazione rara nel mondo commerciale della musica) ora dal vivo, rimango affascinato da sonorità, gestualità, ma soprattutto da pensieri e parole che Alessio e i suoi due musicisti ci propone. Tocca a Simone Cristicchi, che nella veste inedita d’attore, recita un poema epico: la solitudine e la patria indipendente l 18 luglio 2010 l 13 disperazione di chi sopravvive, un bel monologo sulla guerra, per la precisione sulla campagna di Russia… “Li Romani in Russia”. Affascinato, guardo lo spettacolo sui gradini della bella struttura centrale della piazza interna alla Mole, vicino a me Fulvia (Alidori), Daniele (Susini) e Filippo (Giuffrida). Fulvia, un eterno sorriso; Daniele, mai fermo; Filippo, calma e professionalità… tre delle tante “formichine”… della Festa. Mi sento in simbiosi con loro, mi sembra di conoscerli da una vita, ho quasi l’impressione che spesso quando si parla della “nostra” ANPI, abbiamo senza bisogno di comunicarceUn “totem” per indicare la varie manifestazioni. lo, idee e progetti simili… tutti presumo, anzi ne sono immensi ricordi. Vorrei baciarla, certo, nel nostro vivere quotidia- ora, adesso… mentre scrivo, cosa no, continuamente pensiamo e che comunque spesso, e con noagiamo da “Partigiani” ! Con tan- tevole “faccia tosta” ho fatto, sia ti, molti, in questi giorni, ho senti- con lei, che con l’adorabile Marisa to questa simbiosi, questa empatia, Ferro. questa voglia di fare, senza secon- Il dovere chiama: Antonio Pizzinato è sopra una sedia a svitare di fini e “programmi elettorali”. Il mattino di domenica, rivedo pannelli. Come non rimboccarsi le tutti i miei compagni, oltre che dal maniche! Si comincia a smontare vivo anche nel bel video che Otta- lo stand della Lombardia, e poi vio ci ha portato dalla Sicilia, ritor- con Giovanni (Galantucci) staccano con emozione e nostalgia al re i cartelloni della Mostra, imbalprimo Maggio di Portella della Gi- lare, inscatolare, e correre – per nestra, vorrei di nuovo stringermi sfuggire alla malinconia che coa tutti loro, ancora compiutamen- mincia a farsi sentire – giù in piazte ripenso alle parole, al pensiero za centrale, dove farmi subito suggestionare dai discorsi finali: Mardi Luciano Guerzoni… “la nuova stagione dell’ANPI” in questi gior- tin Schulz, Enrico Panini, Armanni ne ho visto la fatica, ma ne ho do Cossutta. sentito la gioia della costruzione. La Festa è finita, ma migliaia di In questa bella realtà, mi fanno un persone in questi giorni qui ad immenso piacere i complimenti di Ancona, hanno ancora una volta Carla (Argenton) che ha appena dimostrato che l’ANPI c’è! È visto la mostra ANPI Barona, e mi un’Associazione viva, propositiva, dice sorpresa “ma non sapevo che che ha a cuore i problemi di queanche tu sei figlio di…”. È un ono- sta Italia da tanto tempo, e per anre, non per me, ma per mio padre, cora tanto tempo cercherà di risoli miei zii, mio nonno, è un im- verli… compagni disposti a dare menso piacere, raccontare le mie tutto, anche l’impossibile perché radici, il mio “dna”. È bello rac- così ci ha insegnato chi questa Ascontare il perché del mio “amore” sociazione l’ha costruita… Partiverso l’ANPI… e poi a lei, proprio giani e Partigiane, che anche in a lei, che porta nella sua carne, questi giorni, ancora qui ad Anconella sua pelle, memorie, storie e na, hanno suggerito, consigliato, 14 l patria indipendente l 18 luglio 2010 raccontato, indirizzato… Tra loro vi sono ancora molti che non hanno dimenticato i loro vent’anni… ancora si sentono ribelli, e con questo spirito, abbracciano noi “giovani”. Molti di loro stanno già pensando al Congresso Nazionale del prossimo anno: sarà un successivo momento per capire, analizzare, costruire, vedere un’ANPI attuale e soprattutto fiera della sua storia ma anche del suo futuro. I dati li confortano, tanti gli iscritti, tanti i giovani, e quando tra ulteriori quattro anni per il Congresso del 2015, purtroppo, probabilmente molti di loro non ci saranno più, partiranno per le montagne, con un sorriso tra le labbra e una canzone da fischiettare, certi d’aver sino in fondo fatto il loro dovere, certi d’aver lasciato l’Associazione in buone mani. Quello che ci aspetta nel 2011 a Torino sarà un Congresso eccezionale, darà le ali alle nuove generazioni, e la voglia di rendere concreta la nuova stagione da tutti noi sentita e respirata anche grazie a questa Festa. In questa Italia sempre più “vecchia” ancora una volta l’ANPI farà da avanguardia propositiva. Vi saluto, care compagne, cari compagni, amiche, amici, fratelli e sorelle, madri e padri… un triste treno per Milano mi aspetta… Respiro per l’ultima volta il mare, mi riempio gli occhi di colori, di sole. Mi sono divertito, ho passato dei bellissimi giorni, eravamo tanti, eravamo belli, siamo tanti, siamo belli, ho cercato di scrivere emozioni, so di aver dimenticato molti nomi, fatti, situazioni, ve ne chiedo perdono. A presto, prestissimo… sono con tutti voi, un forte abbraccio, grato a tutta questa formazione continua che questa Festa mi ha regalato, un bagaglio prezioso che conserverò per sempre. La Festa Arrivati anche dal Belgio e dalla Germania I giovani dell’Europa e l’antifascismo militante di Filippo Giuffrida Intorno a loro una grande attenzione. Il Mediterraneo mare di pace. Le Repubbliche ex jugoslave e l’Albania. La tutela della memoria. L’intervento di Martin Schulz Al Forum sull’Antifascismo Europeo, da sinistra, il parlamentare europeo Martin Schulz, Anna Colombo, Luciano Guerzoni e Filippo Giuffrida. oxane, Katleen, Emilie ed i due Florian si aggirano tra gli stand della Festa tra il meravigliato ed il commosso. Dopo i loro interventi al Forum dei Giovani Antifascisti sono diventati delle “star”, la Rai vuole intervistarli, qualcuno chiede addirittura una foto ricordo, manca che si mettano a firmare autografi e poi potremmo crederci a Cannes. Vengono dal Belgio, dalla Germania e sono stati i protagonisti, assieme ad una decina d’altri ragazzi, del pomeriggio di sabato 26 giugno, raccontando le loro esperienze nel percorso della memoria e nell’antifascismo militante. Eravamo partiti dal titolo d’una bella esposizione che si tenne tempo fa in Belgio, Avevo vent’anni nel ’45, domandandoci cosa spinga chi ha conosciuto il fascismo solo dai racconti dei nonni, e da qualche sporadica esperienza scolastica, a dirsi antifascista. Sono, per fortuna, ancora in tanti a poterci spiegare perché avere 20 anni nel ’43 ed essere antifascista fu una scelta logica; alla seconda Festa nazionale dell’ANPI volevamo sapere cosa vuol dire avere 20 anni nel 2010 ed essere antifascista. Ecco la sfida. R Mettere assieme ragazze e ragazzi di lingue diverse, di culture diverse, con esperienze diverse ed ascoltarli. Dar loro modo di dirsi, di dirci, perché. Ad Ancona ci siamo riusciti, abbiamo ascoltato i giovani antifascisti d’Europa discutere delle loro realtà con Martin Schulz, Luciano Guerzoni, Nazareno Re ed Anna Colombo. Ma cominciamo con ordine, perché la giornata dedicata all’antifascismo in Europa è stata un crescendo, che ha visto svilupparsi in una logica successione gli argomenti trattati dal Forum dedicato all’Adriatico Mediterraneo, mare di pace; le preoccupazioni e le realtà delle Associazioni Antifasciste e Partigiane di molti Paesi europei; l’esempio di uno Stato in cui la tutela della Memoria ed il suo insegnamento sono compiti di un ente pubblico sino all’incontro con i giovani. Se il forum di venerdì si è concluso con la constatazione che per far sparire il punto interrogativo sul futuro della convivenza dei popoli nell’area dove nacque la civiltà, occorre rafforzare la presenza dell’Europa, e delle Istituzioni Europee, il Forum dell’Antifascismo di sabato mattina si è aperto con le esperienze delle Repubbliche ex jugoslave e dell’Albania. Dopo l’incontro di Durazzo (vedi Patria del novembre 2009) la seconda Festa nazionale di Ancona è stata l’occasione per ribadire l’impegno delle compagne e dei compagni dell’altra sponda dell’Adriatico nella tutela della memoria ed il loro impegno quotidiano. È toccato ad Heinz Siefritz aprire il capitolo Unione Europea, con un passaggio logico nel suo duplice ruolo di rappresentante ufficiale della FIR, la Federazione Internazionale dei Resistenti e dell’associazione tedesca VVN-BdA. Michel Jaupart, Amministratore Generale dell’Istituto belga dei Veterani (INIG), ha poi introdotto un importante capitolo del patria indipendente l 18 luglio 2010 l 15 Forum, illustrando il ruolo istituzionale dell’INIG nei percorsi della memoria e descrivendo nei dettagli, con il supporto dell’amico Jean Cardoen, le varie azioni messe in atto con l’ausilio degli strumenti classici, quali la presenza nelle scuole e la redazione di supporti pedagogici, e con un intelligente uso delle nuove tecnologie, quali il progetto Live & Remember, che vede la creazione di una pagina internet per ogni caduto nella guerra di Liberazione. La consegna della Medaglia della Libertà del Regno del Belgio a Nazareno Re ed al vostro articolista ha poi fatto da cerniera al successivo intervento di Jean Cardoen – responsabile del dipartimento Memoria e Comunicazione all’Istituto – che ha illustrato due progetti internazionali che coinvolgeranno l’ANPI negli anni a venire: la nuova edizione della Mappa Europea dei Campi di Concentramento, Detenzione e Transito – incentrata sull’Europa del sud e dell’est – ed il Treno della Memoria, che porterà 1.000 giovani europei ad Auschwitz nel 2012. A Jean va un particolare ringraziamento per l’impegno profuso nell’organizzazione dei Forum e per la volontà d’ampliare la cooperazione con l’ANPI. 16 l patria indipendente l 18 luglio 2010 I giovani che hanno partecipato al Forum sull’Antifascismo Europeo. Dall’alto: Štefan Čok (ANPI Trieste), Florian Gutske (VVN-BdA, Germania) Gli interventi dalla sala hanno concluso questa prima parte del Forum, che si è riaperto nel pomeriggio con l’incontro “dei” e “con” i Giovani Antifascisti, avviato dall’intervento di Martin Schulz. L’on. Schulz, che i lettori di Patria hanno conosciuto non solo attraverso lo spiacevole incidente di qualche anno fa con il nostro presidente del Consiglio, ma anche nell’intervista pubblicata nel maggio 2009, ha ricordato l’esperienza di suo padre, soldato della Wehrmacht tornato dalla campagna di Russia e dalla prigionia in Inghilterra in una Germania sconfitta, per ritrovare la moglie ed un bimbo nascosti in una cantina di un palazzo distrutto, e le sue parole di qualche anno fa: «Non so esattamente cosa stai facendo al Parlamento Europeo, ma so che lo stai facendo perché quello che è successo non si ripeta mai più!». Martin ci ha poi raccontato dell’impegno dell’Europa contro i totalitarismi ed il revisionismo, esortando i giovani a continuare a vegliare contro il nazifascismo strisciante che ancora oggi rappresenta un pericolo reale. La proiezione del cortometraggio sugli scioperi del comparto siderurgico belga nel periodo dell’occupazione nazista, realizzato dai ragazzi della scuola superiore di Liegi e trasmesso dalla prima rete televisiva francofona, ha poi dato inizio alla parte dei giovani. Roxane Banken, Katleen Pieters, Emilie Tilquin e Florian Delvenne (nella foto in basso) ci hanno raccontato la genesi del progetto, le loro interviste ai sindacalisti ed agli operai che organizzarono e parteciparono agli scioperi, il supporto ricevuto dai professori Fedrigo e Duym, che li accompagnavano ad Ancona, e l’impegno di una serie di registi belgi che si sono prestati alla realizzazione del film. La Festa Il triste confronto con l’attuale situazione del nostro Paese, ed in particolare con le scelte redazionali di Rai Uno, non è sfuggito ai presenti. Immaginare un progetto pedagogico che coinvolga i ragazzi delle superiori di una città italiana sino a portarli alla realizzazione d’un film trasmesso in prima serata dalla rete ammiraglia della televisione pubblica pare un’utopia … È toccato a Florian Gutsche, giovane rappresentante della VVNBdA introdurre l’attualità dell’impegno nella lotta al neofascismo in Germania, illustrando la campagna NoNPD, contro il Partito Nazional-Democratico tedesco. Florian ci ha parlato dell’importanza dell’informazione e della sua manipolazione, di come privare un partito neofascista dell’accesso ai finanziamenti pubblici ed ai rimborsi elettorali sia un modo per lottare contro il neonazismo, della mobilitazione internazionale contro gli scellerati raduni di Dresda e Colonia, in cui le città si sono ritrovare unite, forze politiche, sindacali, lavoratori sotto un’unica bandiera: Nazi Raus! L’evocazione della manifestazione di Colonia, dove i ristoranti avevano affisso sulla porta cartelli che dicevano “Non serviamo nazisti in questo locale”, ed i tassisti rifiutavano di trasportare neofascisti sui loro veicoli ha concluso l’intervento di Florian, che ha lasciato la parola dapprima a Stéfan, e poi a Daniele, Fulvia, Andrea. Un susseguirsi di voci diverse ma unite nelle stesse convinzioni. “Sono antifascista... perché sono fatto così, non ci posso fare nulla!” sarà certamente poco “politically correct” e di certo non esaurisce né spiega i vari motivi che portano chi ha vent’anni nel 2010 a riconoscersi nell’ANPI e nelle varie as- sociazioni europee che assieme all’ANPI lavorano per un’Italia ed un’Europa migliore, ma è una frase pronunciata dal palco d’Ancona, che ha una forte valenza evocativa e che ci aiuta, almeno in parte, ad avvicinarci ai nostri giovani. Il Forum dei Giovani Antifascisti europei si è chiuso con le conclusioni di Anna Colombo (ANPI Belgio) precedute da un dettagliato intervento di Luciano Guerzoni, Segretario Nazionale ANPI, che ha presentato l’Associazione ai delegati esteri sottolineandone l’attualità dell’impegno e la necessità di lavorare in Europa e con l’Europa per meglio rispondere alle sfide odierne. L’esperienza dei Forum europei ha aperto una strada che l’ANPI si prepara a percorrere assieme alle forze vive del nostro tempo, gli Antifascisti Europei ed i Giovani. Grazie ragazzi! Uno straordinario Forum sulle diverse esperienze Il museo della Resistenza tra evocazione e partecipazione di Fulvia Alidori a seconda Festa nazionale ha ospitato l’incontro ANPI e Musei della Resistenza: tra memoria e cittadinanza. L’evoluzione del concetto di museo da evocazione a partecipazione, il cui intento era mostrare le capacità narrative dei musei e la loro aderenza alla realtà. L’occasione non era solo per i musei della Resistenza ma anche per i luoghi della memoria. Se un museo è il luogo della rappresentazione di un fatto, dell’ANPI è la massima sensibilità per tutelare proprio i musei storici, per tenerli, come direbbe una brava nonna, da conto. Non ci siamo limitati a narrare dell’esperienza italiana. Abbiamo infatti invitato il L Memorial de la Shoah di Parigi, la più antica istituzione di questo tipo, nata nel 1943, nella Francia di Vichy, esempio di Resistenza e sguardo volto al futuro, dando così un respiro internazionale al Forum, lo stesso che ha investito la gran parte degli incontri della Festa. Abbiamo chiamato ad intervenire il Museo Casa Cervi, luogo della prima Festa nazionale, per sancire un simbolico passaggio di testimone, il Museo diffuso della Resistenza di Torino, esempio di stretto legame al tema dei diritti dell’uomo, il Parco Storico di Monte Sole, dell’area di Marzabotto, in cui l’educazione alla cittadinanza passa attraverso la storia e la cura del proprio ambiente, la Fondazione ex Campo Fossoli, testimonianza della partecipazione dell’Italia fascista al sistema concentrazionario, perché spesso si crede che i campi di concentramento siano stati solo un fatto del nazismo, e infine il Museo audiovisivo di Massa Carrara e La Spezia, un museo di due città e di due province, con le difficoltà amministrative che ciò patria indipendente l 18 luglio 2010 l 17 comporta, e che pure è stato capace di esprimere un allestimento all’avanguardia con l’uso di nuove tecnologie. La prima sorpresa è stata ricevere da tutti loro una risposta positiva ad intervenire, anzi se devo dirla tutta, ognuno ha espresso, a modo suo, l’apprezzamento per avere un’occasione di confronto. Ciò che fa pensare che i confronti fra gli esperti di questo settore non siano cosa di tutti i giorni. La scelta di questi sei esempi non ha voluto snobbare tutti gli altri, perché il Forum è solo l’inizio di un progetto più ampio, che mira al coinvolgimento di tutti i musei storici. Sei esempi molto diversi tra loro ma uniti da una passione: la conservazione e la valorizzazione della memoria. Tema vitale per l’ANPI, soprattutto ora che i nostri partigiani se ne vanno. Giovanni Destri, Presidente dell’Assemblea Legislativa della Provincia di La Spezia, raccontando del Museo audiovisivo, ha ricordato proprio il suo ideatore, il partigiano Paolino Ranieri, morto a 90 anni lo scorso 3 giugno, nello stesso giorno in cui 10 anni prima nasceva il museo. L’ennesima sorpresa: un uomo di 80 anni che, prima di tutti, immagina e realizza un museo senza cimeli ma fatto della sola forza del racconto delle parole, fissate nelle immagini. Un uomo della generazione della penna e del calamaio, che vede lontano e che capisce, meglio di noi, di essere nella società dell’immagine. Il confronto sull’evoluzione del concetto di Museo storico è argomento rilevante. Esso, infatti, a nostro parere, diviene, ogni giorno di più, oltre che luogo di memoria e di conoscenza anche luogo di relazione e di educazione alla cittadinanza. Evoluzione che investe anche la nostra Associazione. Quante volte ci siamo sentiti dire che la Resistenza va attualizzata e che non sono più sufficienti le commemorazioni! Che cosa rende un luogo, con la sua idea generatrice, vivo? Penso che la risposta sia la partecipazione e il senso di appartenenza. Le sole commemorazioni possono bastare fino a che avremo l’ultimo 18 l patria indipendente l 18 luglio 2010 se avesse significato in sé. Marzia Luppi, Direttore della Fondazione ex Campo Fossoli, ci ha parlato di questo, e ha anche posto il problema della formazione delle competenze degli operatori museali. Il legame con il territorio è per il Parco Storico di Monte Sole la caratteristica principale. Il Parco è un’ampia area protetta che abbraccia la maggioranza dei luoghi coinvolti nell’eccidio di Marzabotto. Il museo è uno spazio aperto nel quale insistono luoghi che sono stati teatro della strage: case, chiese, borghi. Un connubio storiacura ambientale, tema dei nostri tempi e che tocca da vicino la sensibilità dei più giovani. Di questo ci ha parlato Anna Salerno, responsabile dell’area storica di Monte Sole. Ennesima sorpresa il contributo attivo del pubblico dopo un dibattito lungo tre ore: proposte conpartigiano, perché ognuno di loro è segno della Resistenza, la incarna, hai l’idea della Resistenza davanti a te, in carne e ossa. È come descrivere un profumo con il fiore della sua essenza in mano. Ma quando non ci saranno più? Dobbiamo imparare a colmare l’assenza con l’educazione a una nuova cittadinanza, fatta di pace, di libertà e di giustizia e di conoscenza degli strumenti democratici attraverso cui concretizzare questi ideali. Il museo luogo di conoscenza, di relazione, di educazione e di confronto, un Forum di multiculturalità, più che un tempio, come ha sostenuto Guido Vaglio, Direttore del Museo diffuso della Resistenza di Torino. Il museo luogo di volontà e di impegno, come quello di Isaac Schneersohn, che nella clandestinità dell’aprile 1943, creò il Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDJC), divenuto nel 2005 Mémorial de la Shoah, e la cui attività è fortemente legata alla Scuola, perché è lì che nasce l’identità e si consolida ed è lì che per la prima volta, da soli, senza la famiglia, ci confrontiamo con gli altri e sviluppiamo il senso della nostra autonomia. Di questo ci ha parlato il prof. Olivier Lalieu, re- sponsabile del Servizio dei luoghi della memoria e dei viaggi studio per il Mémorial de la Shoah, che alla fine del suo intervento ha posto il quesito: se l’obiettivo dei musei storici è sempre stato quello di denunciare le conseguenze del nazismo e del fascismo, nonché di lottare contro il riaffermarsi di queste ideologie, occorre chiedersi se il discorso che queste istituzioni promuovono debba essere in grado anche di evocare in maniera più ampia i diritti dell’uomo, col rischio però di confondere situazioni e contesti di natura diversa, di snaturare la riflessione a causa di una politicizzazione controproducente. La scelta del Mémorial de la Shoah volge a promuovere un approccio storico degli eventi e a trarne un messaggio civico il più ampio possibile, capace di coinvolgere la maggior parte delle persone. Spetta al pubblico, alla comunità educativa, trarre le proprie conclusioni e dedurre i propri messaggi educativi al termine di una riflessione rispetto alla quale devono essere i veri protagonisti. Ha invitato al rigore storico, ad una fedeltà filologica direi, senza farsi distrarre dalla storia spettacolarizzata, una scelta cioè in cui è la comunicazione in sé importante e non la cosa comunicata. Concetto ripreso e condiviso sia da Marzia Luppi, Direttore della Fondazione ex Campo Fossoli, che da Paola Varesi, Direttore del Museo Casa Cervi. Il museo “discorso” spiega ciò che è esposto e si apre al territorio, divenendo laboratorio di ricerca e di didattica della storia e consentendo al pubblico di essere sempre di più parte attiva del racconto museografico. Di questo ci ha parlato Paola Varesi, ponendo l’accento sul museo promotore di una cittadinanza consapevole e pronta a condividere i saperi. Poi la storia della Fondazione ex Campo Fossoli e il recupero di un luogo, nel centro della città di Carpi, che è il Museo-monumento al deportato politico e razziale con la cerimonia, a cui parteciparono migliaia di persone. Il recupero segnò la volontà politica di riacquisire una dimensione pubblica al racconto dei testimoni di fenomeni come la deportazione, per anni argomento tabù. Inoltre l’importanza del sito storico del Campo di Fossoli, le cui baracche furono in uso fino al 1970, e della rilevanza della contestualizzazione di un oggetto e di un luogo, tema oggetto di riflessione, perché la tendenza, oggi, è scindere l’azione dal luogo e dal tempo in cui si svolge, come pur rimanendo ognuno con la sua specificità e autonomia, un riferimento per lavorare insieme. Considerare l'ANPI disponibile a valorizzare il lavoro dei musei, nell'ottica che l’unione fa la forza anche per ovviare ai tagli alla cultura portati avanti dal governo. Un’ANPI collettore di idee, luogo accogliente e ricettivo per i musei, una sentinella attenta alla loro evoluzione, che traduce il tutto in incontri periodici strutturati, allargandoli, ovviamente, ad ogni realtà museale, su temi specifici, che potrebbero essere: la didattica della storia, l'uso dei nuovi linguaggi comunicativi, la suggestione dei nuovi allestimenti museali, lo studio della legislazione museale e la questione legata alle risorse economiche, la semantica dei musei, le relazioni con le associazioni, la questione delle competenze degli operatori museali. Gli incontri po- Una delle tante, e interessantissime, mostre nei locali della Mole. In alto: un particolare del cortile interno della Mole. crete, come quella d’inserire nel sito dell’ANPI nazionale un “luogo” per i Musei, proposta del Presidente del Sistema museale di Ancona, o come la richiesta di consigli a Monte Sole da parte di un rappresentante ANPI di Arcevia per realizzare il parco storico a Monte Sant’Angelo, o come l’invito da parte di un socio ANPPIA a riflettere sulla gestione museale con l’utilizzo di contratti a progetto, simbolo della precarietà del sistema lavoro della nostra epoca. Ma le questioni saranno oggetto di prossimi incontri, perché alla fine, per conto dell’ANPI, ho proposto il progetto Musei che consiste nel considerare l’Associazione, trebbero tenersi a rotazione in musei diversi, sarebbe un’ANPI itinerante che studia e conosce sempre più i territori. Ultima sorpresa: l’accoglienza unanime e entusiasta a questa proposta. Un’unione ANPI- Musei e luoghi della memoria, suggellata dall’incontro informale e fuori programma tra il Presidente nazionale dell’ANPI Raimondo Ricci, sopravissuto a Mauthausen, con il prof. Lalieu. Un’unione ANPI- Musei e luoghi della memoria, dove ognuno si prende cura dell’altro e insieme partoriscono un bambino sempre più forte e con gli occhi colmi di futuro. patria indipendente l 18 luglio 2010 l 19 La Festa Un incontro sulla memoria e il dovere di rispettare i fatti Attenzione alla “controstoria” per falsificare la verità di Daniele Susini L’uso politico del “raccontare” per equiparare tutto. Gli interventi di Nicola Tranfaglia, Dianella Gagliani, Alessandra Longo e Andrea Liparoto uso politico della storia non è una novità di questi ultimi anni o meglio del periodo della cosiddetta Seconda Repubblica. Questa è la conclusione a cui si è giunti durante i lavori del forum Storia, Memoria, Comunicazione Revisionismo: dovere storiografico o uso politico della storia? che ha avuto come ospiti Dianella Gagliani dell’Università di Bologna, Nicola Tranfaglia storico, Andrea Liparoto dell’ufficio stampa ANPI Nazionale, Daniele Susini responsabile gruppi ANPI su Facebook. Le conclusioni, a sintesi di quanto emerso, sono state affidate a Alessandro Pollio Salimbeni, membro del Comitato Nazionale ANPI. Questi ospiti sono stati tutti coordinati da Alessandra Longo, giornalista di Repubblica e amica dell’ANPI, che ha elegantemente gestito l’incontro introducendo con competenza la materia in oggetto, riuscendo fin dalla sua introduzione a rivolgere questa riflessione al presente. I relatori, come la professoressa Gagliani e il professor Tranfaglia hanno dato un taglio storico-scientifico ai loro interventi, presentando due relazioni che hanno spiegato come fin dall’immediato dopoguerra i revisionisti storici di professione furono attivi nel cercare di creare una “controstoria fascistizzata”, e ancora, L’ 20 l patria indipendente l 18 luglio 2010 semplificando l’analisi della storia della Resistenza, attraverso ardite quanto smaliziate operazioni pseudo-scientifiche e pseudo-storiche. La contrapposizione storica tra le due memorialistiche è stata affrontata dalla professoressa bolognese che attraverso la presentazione di alcuni titoli di testi che parlano di quel periodo storico con la visione fascista o repubblichina, tendono un inganno che sta nel far intendere al lettore che non esiste una verità storica accertata, data dai fatti, dai valori in campo o dall’analisi storica, ma che esiste esclusivamente una verità di parte dovuta per l’appunto alla faziosità della parte rappresentata. È stato facile intuire come questi siano stati i primi tentativi per cercare di parificare la storia, quella partigiana e quella repubblichina, ma la storia non si usa per fini politici, la storia serve a fare luce sul passato, nella maniera più oggettiva possibile e non deve creare “equilibri politici” dell’oggi. Il professor Tranfaglia ha tracciato una analisi sull’aspetto più politico di questa discussione, in quanto alcune correnti neofasciste e conservatrici hanno da sempre operato in maniera convinta e interessata questo tentativo di revisionismo storico nei riguardi delle vicende dei partigiani. I nemici della Resistenza sanno benissimo che sminuire i suoi valori e gli eventi sono passi fondamentali per cambiare l’ordine che si è creato dopo la fine della guerra, basato sui cardini del binomio Repubblica e Costituzione. Con questo punto di partenza non si possono non trovare somiglianze con il negazionismo di matrice antisemita, che come il nostro revisionismo, non nega tout cout l’evento Shoah o Resistenza che sia, ma ne trova le crepe, i punti di discrasia, minimizzandone i numeri e la sua portata storica, con il celato intento non di far emergere studi più precisi e aggiornati, ma per l’appunto negarne il valore assoluto e permettere una rivalsa del pensiero fascista. L’aspetto politico è stato anche al centro della discussione del capo dell’ufficio stampa dell’ANPI nazionale, Andrea Li- La Festa paroto – che ha giustamente esposto la mole di lavoro e il compito che ha l’ANPI in questa battaglia di verità e giustizia – utilizzando l’esempio della vicenda sul disegno di legge 1360, sulla parificazione pensionistica tra partigiani e repubblichini, in una franca analisi di quello che è avvenuto. È stato giusto ricordare come anche i partiti che provengono da una storia antifascista, si siano resi addirittura copromotori di quella scellerata legge, che solo attraverso l’impegno dell’ANPI e della sua gente si è bloccata, costringendo il presidente del consiglio ad una frettolosa ritirata su questa tematica e, per quanto ipocrite, tentando anche considerazioni e valutazioni del tutto favorevoli all’antifascismo. Questa grande discussione fatta di analisi, considerazioni e valutazioni, ha un problema pratico: quello della divulgazione attraverso i mezzi di comunicazione, classici e più moderni. L’ANPI ha voluto dare un taglio sopratutto legato alla contemporaneità, la trasmissione di idee attraverso le forme più moderne, che sono i social network, Facebook e Twitter in testa, ma internet più in generale. A dare delle indicazioni e delle valutazioni in tal senso sono stati chiamati Daniele Susini e Michele Urbano, rispettivamente responsabile social network e webmaster del sito www.anpi.it. L’impressione generale che hanno esposto i due esperti è che l’ANPI è fortemente interessata a qualificarsi nelle nuove forme di comunicazione. Avere allo stesso tavolo, esperti storici e esperti delle nuove comunicazione ha trasmesso, a colpo d’occhio, l’attuale dimensione dell’Associazione, giovani e anziani, partigiani e antifascisti, tutti radicati nella tradizione, ma proiettati nella contemporaneità. L’ANPI sta vincendo le sue scommesse “multimediali” essendo presente su tutti i maggiori social network e con il suo sito internet. La grande scommessa comunicativa attraverso questi strumenti è la qualità, una qualità che deve confrontarsi sui limiti di questi strumenti, che si possono riassumere nella parola sintesi. Tutto deve essere sintetico, veloce e intuibile, mentre invece i fatti da raccontare che ci riguardano vanno in direzione totalmente opposta, poiché hanno bisogno di tanto tempo e spazio. La comunicazione dell’ANPI non può prescindere da queste nuove forme di comunicazione, e sta qui la nostra sfida: coniugare tradizione e modernità. L’incontro è finito con la presentazione della nuova veste grafica del sito internet dell’ANPI, da parte del Web e Net Master del sito, Michele Urbano e Giovanni Baldini che hanno illustrato, facendole vedere, le sezioni storiche e quelle dell’attualità. Il nostro sito è stato potenziato nella struttura visiva, nella rapidità d’accesso alle news, che si integra con l’intera comunicazione web e diventa strumento non solo per il nazionale ma anche per i singoli comitati provinciali e locali. Siamo sulla buona strada, non siamo soli, siamo con la parte migliore d’Italia. Facciamolo sapere a tutti. Un intenso e appassionato dibattito La Costituzione: insegnare, e fare “pedagogia civile” di Mattia Stella ella giornata di venerdì 25 giugno alla Festa nazionale dell’ANPI, si è tenuto il dibattito dal titolo “La Costituzione non è un optional: il dovere dell’insegnamento”. All’incontro hanno partecipato Raimondo Ricci, Presidente Nazionale dell’ANPI, Sandra Bonsanti, Presidente dell’associazione “Libertà e Giustizia”, Luisella Pasquini, Presidente Istituto Storico delle Marche, Mattia Stella, dell’associazione “Giovani per la Costituzione”, i lavori sono stati coordinati da Ivano Artioli, Presidente ANPI Ravenna. Il dibattito è stato particolarmente intenso e ricco di spunti e proposte di lavoro. Sandra Bonsanti, si è soffermata sul lavoro di “pedagogia civile” svolto dall’associazione “Libertà e Giustizia”, ha ricor- N dato l’appello lanciato da Gustavo Zagrebelsky “rompiamo il silenzio” ed ha ripercorso con grandissima intensità ed emozione la straordinaria battaglia referendaria del 2006. La Bonsanti ha giustamente ricordato che proprio grazie al lavoro svolto dall’associazione “Salviamo la Costituzione, aggiornarla non demolirla” presieduta dal Presidente Emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, è stato avviato un intenso lavoro di divulgazione della Costituzione italiana, lavoro che vide unite tutte insieme le migliori forze politiche, sindacali, sociali, culturali e associative del Paese. In conclusione di questo ricordo ha rimarcato il ruolo fondamentale svolto dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, rappresentato all’interno del comitato referendario da Raipatria indipendente l 18 luglio 2010 l 21 mondo Ricci e Marisa Ferro. La Bonsanti ha infine lanciato l’appello promosso da Zagrebelsky e Onida per modificare la legge elettorale per l’elezione dei parlamentari, sottolineando che l’attuale legge elettorale è la principale causa dello stato di degrado della democrazia italiana. Immediatamente dopo è intervenuta Luisella Pasquini che ha spiegato le origini e le funzioni degli Istituti storici ed ha illustrato tutte le attività poste in essere dall’Istituto marchigiano, ponendo particolare attenzione al lavoro di collaborazione con le scuole di ogni ordine e grado. Inoltre ha ricordato la recente istituzione dell’insegnamento della materia “cittadinanza e Costituzione”, illustrando le modalità applicative con cui si stanno approcciando le scuole del territorio marchigiano, denunciando al contempo il rischio che l’inserimento di questa nuova materia di insegnamento non ottenga il giusto spazio all’interno della programmazione scolastica. Successivamente è intervenuto Mattia Stella, fondatore dell’associazione “Giovani per la Costituzione” e componente del direttivo dell’ANPI di Roma. Stella ha descritto tutti i progetti realizzati dall’associazione, ed ha rimarcato l’esigenza di creare un circuito virtuoso che metta in collegamento il 22 l patria indipendente l 18 luglio 2010 mondo della scuola con il mondo dell’informazione e dei “new media”, affinché il messaggio della Costituzione arrivi attraverso più canali, in particolare attraverso gli strumenti di comunicazione che sono maggiormente utilizzati dalle nuove generazioni. Infine, in relazione all’insegnamento della storia nella scuola primaria, ha suggerito all’ANPI e agli Istituti Storici di avanzare la proposta di modificare gli attuali programmi scolastici affinché il programma di storia della scuola primaria affronti anche le vicende legate alla lotta di Resistenza partigiana e alla nascita della Costituzione. Numerosi sono stati gli interventi del pubblico. Sono state illustrate le pregevoli iniziative promosse dall’ANPI di Venezia che ha avviato un lavoro già con la scuola dell’infanzia, di diverse realtà della Toscana, di Palermo, del circolo ANPI del quartiere Centocelle di Roma. A conclusione dei lavori, l’intervento del Presidente Nazionale Raimondo Ricci: cinquanta minuti di una intensità unica. Ricci ha ripercorso con una magistrale chiarezza espositiva gli ultimi 65 anni della storia d’Italia, collegando con un filo logico estremamente chiaro i diversi momenti tragici che hanno segnato la storia del nostro Paese. Il Presidente dell’ANPI ha ricordato il ruolo storico della Resistenza, sia in chiave culturale che politica, sottolineando come lo spirito della Resistenza e della Liberazione si sia poi trasfuso nella Carta Costituzionale, che ad oggi continua a rappresentare il codice genetico fondamentale della Repubblica italiana, nonostante i continui attacchi che provengono da forze reazionarie, populiste e illiberali. Dal complesso degli interventi è stato possibile desumere alcune direttive guida da utilizzare nel lavoro quotidiano di divulgazione e diffusione della Costituzione. In primo luogo tutti hanno sottolineato come l’ANPI costituisca il principale soggetto culturale nell’insegnamento della Costituzione. Da questo punto di vista, gli interventi dal pubblico hanno esplicitamente proposto all’Associazione di dotarsi di un luogo permanente di confronto tra le diverse realtà e modalità concrete di sviluppo dei progetti sulla Costituzione. In secondo luogo si è messa in evidenza l’assoluta qualità del lavoro promosso nei diversi territori, soprattutto l’elemento comune ai diversi interventi progettuali risiede nella volontà di costruire reti di soggetti associativi e culturali che insieme portano avanti delle elaborazioni con le scuole. Infine è stato ancora una volta ricordato come non si possa chiedere solo alla scuola di farsi carico di questo lavoro di insegnamento della Costituzione, un impegno di tale importanza deve essere portato avanti in raccordo con tutti i soggetti attivi nel campo dell’informazione, affinché la circolazione della conoscenza passi attraverso una molteplicità di canali allargando così la base dei destinatari del messaggio valoriale, culturale e politico della nostra Costituzione repubblicana. La Festa “Antifascismo, Democrazia: lavori in corso e prospettive” E le donne? Erano e sono sempre in prima fila di Monica Minnozzi el pomeriggio di sabato 26 giugno, alla Festa, si è svolto il Forum nazionale delle donne dell’Associazione “Donne, Antifascismo, Democrazia – Lavori in corso e prospettive”. Un incontro che ha rappresentato una delle tante tappe del dibattito che il Coordinamento Femminile ha voluto stimolare all’interno dell’Associazione. L’obiettivo del progetto, da subito, è stato quello di ricostruire e trasmettere la consapevolezza del percorso storico che le donne hanno compiuto nel contesto del processo democratico del nostro Paese. C’era necessità di sollecitare una discussione non relegata al solo mondo femminile, rivolta in particolare alle giovani generazioni e che coinvolga l’intera Associazione in uno sforzo culturale e politico ad ogni livello, anche territoriale. N La parole d’ordine è “fare rete”, perché l’unione fa la forza. Fare rete tra realtà, tra esperienze ed anche tra generazioni. Il rapporto tra donne, antifascismo e democrazia nella nostra storia è inscindibile: nei momenti costitutivi, di costruzione dello Stato democratico e di sviluppo sociale e civile, le donne sono state soggetto attivo, protagoniste di grandi movimenti, sollecitatrici e promotrici del cambiamento e dell’evoluzione sociale e civile del Paese. Ne sono esempi la loro partecipazione determinante alla Resistenza, la conquista del voto, l’apporto dato alla Costituente, l’impegno nella ricostruzione del Paese, il movimento di emancipazione, il femminismo. Momenti, questi, tra loro diversi, ma caratterizzati dalla partecipazione attiva, dalla assunzione di responsabilità, dalla ricerca di un modo autonomo delle donne di stare nella democrazia, con propri obiettivi e forme di partecipazione. Il Forum della Festa – ideato e presieduto da Eletta Bertani con la fattiva e preziosa collaborazione di Marisa Ferro della Segreteria nazionale – ha rispecchiato a pieno quelle che sono alcune delle fondamentali tematiche che s’intrecciano con la questione femminile. Dopo la relazione introduttiva del Coordinamento, esposta da Monica Minnozzi, giovane consigliera ANPI Marche e membro del Coordinamento Nazionale Femminile, si sono avvicendati gli interventi di Celestina Tinelli, componente del Consiglio Superiore della Magistratura; Vera Lamonica, Segretario Confederale CGIL; Catia Iori, sociologa della comunicazione; Alberto Leiss, giornalista e scrittore, e Marisa Ombra, partigiana e Vice Presidente Nazionale ANPI. Il punto d’avvio non poteva che essere la nostra Costituzione, con un’attenta analisi (anche giurisprudenziale) che ha illustrato quante e quali sono state le vicende che hanno investito la condizione femminile italiana dal dopoguerra ad oggi. Sono seguiti contributi molto attuali sulle problematiche del lavoro e sociali, nel loro complesso, in riferimento a patria indipendente l 18 luglio 2010 l 23 quelli che potremmo individuare come gli attuali “modelli” femminili. L’intervento di Leiss ha indubbiamente offerto un punto di vista innovativo ed ha, soprattutto, fatto capire quanto la questione femminile sia in realtà altrettanto questione maschile, specie sul tema della violenza contro le donne. L’intervento di Marsia Ombra non ha potuto che costituire il naturale anello tra: donne, antifascismo e giovani generazioni nell’ottica della nuova consapevolezza femminile che prenda imprescindibilmente ispirazione dalle preziose esperienze che hanno preceduto le donne di oggi. L’iniziativa è stata molto partecipata, anche con una ricca serie di interventi – per numero e, soprat- L’appello dell’ANPI ha già 1.400 firme Ha superato le 1.400 firme l’appello “Sono Italiano, di Costituzione” che l’ANPI ha lanciato sul suo sito in occasione della seconda Festa nazionale svoltasi ad Ancona. Per non contare i soggetti collettivi come associazioni culturali, politiche e sezioni ANPI (l’elenco su www.anpifesta.org e www.anpi.it). Un appello a dichiararsi – con nome e cognome – fedele alle radici civili del proprio Paese, Resistenza e Costituzione, contro gli attacchi e i tentativi di stravolgimento che queste stanno subendo quasi quotidianamente. Qualche prezioso volenteroso ha fatto di più e invitiamo a seguire il suo esempio. La sezione ANPI di Barco (Ferrara) ha raccolto ben 535 firme con dei banchetti in piazza: tra queste quelle del Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, degli on. Dario Franceschini e Alessandro Bratti. L’appello non chiude, quindi, i battenti con la fine della Festa. Chi vuole aderire può farlo inviando una e-mail a [email protected]. Un popolo che resiste e cresce. E che l’ANPI incontrerà presto con iniziative pubbliche. tutto, per contenuti – che Carla Nespolo, del Comitato Nazionale dell’ANPI, nonché Presidente dell’Istituto Storico di Alessandria, ha saputo riassumere nelle sue conclusioni. Quel che è indubbiamente emerso è che oggi c’è bisogno di parlare di donne e noi dell’ANPI vogliamo essere presenti in questo dibattito con il nostro peculiare punto di vista. C’è la necessità e l’urgenza di contrastare le involuzioni sociali e di combattere una vera e propria battaglia culturale attorno al ruolo e alla immagine della donna nel nostro Paese, senza lasciare spazi alla retorica. 24 l patria indipendente l 18 luglio 2010 La Festa Le testimonianze di chi c’era Raccontare, raccontare ancora tutti “seduti allo stesso tavolo” di Paolo Papotti E Giovanna parla delle vessazioni fasciste contro gli slavi. Il racconto del partigiano Renato Lori preso dalla commozione. Un grande archivio nazionale con tante, tante testimonianze «N on potevo non essere antifascista! Dalle nostre parti, i fascisti, ci hanno fatto cambiare e italianizzare anche il nome». Così, Giovanna Stanka Hrovatin, comincia il sua racconto, la sua storia, la sua vita da antifascista. Rimangono impresse nella mia memoria, la durezza, la severità e la dignità di Giovanna che, nel raccontare le vessazioni fasciste, assume quasi un aspetto grave, teso, arrabbiato. Tuttavia è difficile collegare questi sentimenti ancora vivi di resistenza vissuta, agli occhi azzurri e dolcissimi di Giovanna, e a quel suo modo semplicemente colto di parlarci di storia. Della nostra storia. Quando Giovanna ricorda che, oltre alle preoccupazioni per sé era preoccupata anche per la madre che, malgrado tutti i pericoli, la sosteneva in queste azioni, si interrompe, le luccicano gli occhi, quasi mi chiede scusa. Ci prendiamo la mano e, con un cenno del capo mi fa capire che è tutto a posto. E riparte il racconto. Chi porta addosso i segni del fascismo ha ancora la forza di arrabbiarsi, la dignità nell’esprimere sentimenti e, nello stesso tempo, lo slancio per investire nel futuro, per andare avanti. A quattordici anni questa donna nascondeva messaggi, viveri ed armi e faceva collegamento tra la città ed i gruppi partigiani perché «Non potevo non essere antifascista!». «L’aria era veramente nuova. Alla celebrazione del primo maggio del 1945, ho vissuto la libertà negli occhi delle persone, solo allora ci siamo resi conto di quello che avevamo compiuto». A questo punto, a Renato Lori, si spezza la voce, si commuove. Dopo averci raccontato le vicende partigiane che lo hanno visto protagonista di una grande stagione di lotta, si commuove quando parla del dopo, quando realizza il senso di tutte le fatiche nella possibilità di festeggiare in libertà. Renato comincia, dopo l’8 settembre, l’attività partigiana, rifiuta la chiamata della Repubblica Sociale Italiana, si consegna solamente dopo l’arresto dei suoi genitori. Quindi riesce a scappare, raggiunge i partigiani, entra nella gloriosa 47a Brigata Garibaldi. La sua ostinazione a continuare l’attività partigiana e a non Partigiani e giovani davanti a una bottiglia di vino e intorno ad un tavolo da cucina: chi racconta, chi ascolta e fa domande. patria indipendente l 18 luglio 2010 l 25 Il prof. Umberto Carpi, che ha svolto la Lectio Magistralis sul tema “Verso il 150° dell’Unità d’Italia: dal I al II Risorgimento. A destra: i tre oratori del comizio di chiusura della Festa, Enrico Panini (CGIL nazionale), Armando Cossutta e il deputato europeo Martin Schulz. In basso: partigiani e antifascisti alla manifestazione di chiusura. indietreggiare davanti a nulla era data dalla volontà di onorare la morte del suo amico Marco, di 17 anni, ucciso in combattimento. Quando Renato parla della sua esperienza, non usa il criterio dello storico, non fa solo esercizio cronologico dei fatti e delle azioni. Non usa il criterio dell’eroe; ci parla del quotidiano, della voglia di scherzare come quando, per gioco, lui ed altri compagni tirarono una cuscinata al comandante della brigata, pensando fosse un altro compagno. Renato è preciso e puntuale perché ci parla di sé, delle sue paure, delle sue ansie, delle sue soddisfazioni, dei suoi sentimenti. Renato ci parla alla pari. Come i grandi maestri che non insegnano solamente, ma accompagnano a capire, a riflettere, ad elaborare. Giovanna e Renato ci hanno parlato di venti mesi della loro vita tutti coniugati al futuro, che doveva essere migliore. Tutto questo, sia 26 l patria indipendente l 18 luglio 2010 per Giovanna, sia per Renato, è comprensibile perché si vedono i gesti, gli sguardi, si leggono le pause o si sente la veemenza del racconto. Ecco perché abbiamo registrato tutto: perché anche gli sguardi ed i gesti diventino un patrimonio, una memoria che, insieme al racconto, insieme ai fatti e alle azioni diventa coinvolgimento completo. C’è un senso di completezza umana nel mettere insieme parole, gesti e azioni che diventa vivere. Spesso per capire bisogna vivere, proprio per questo dobbiamo cogliere, capire e registrare. È necessario lasciare traccia, anche di questo. “Seduti allo stesso tavolo” ha significato tutto questo. Costruire le condizioni perché il confronto avvenisse nel modo più semplice possibile in un contesto conviviale e accogliente che permettesse uno scambio sereno e sincero. Fuori dall’ufficialità, ma profondamente immerso nell’intimo delle persone. Questo si è realizzato ad Ancona. Nella semplicità di un tavolo da cucina: apparecchiato con bicchieri e vino, sopra una tovaglia a quadretti bianchi e rossi. Nella seconda Festa nazionale dell’ANPI i partigiani, le staffette, i patrioti hanno raccontano di sé con intorno tanti ragazzi ad ascoltare: il tutto è stato filmato ed andrà a comporre l’archivio documentale nazionale delle voci di chi fece la Resistenza contribuendo in modo importante a liberare il Paese dal nazifascismo. L’obiettivo: tramandare la memoria. Assicurarla al futuro. Anche per questo continueremo, in forme organizzate che comunicheremo, a raccogliere e filmare le testimonianze, per andare ad ampliare l’archivio documentale che è iniziato ad Ancona, e per dare e darci la possibilità a tutti di capire, riflettere ed elaborare anche l’intimo di quelle esperienze partendo, oltre che dal racconto, anche dai gesti e dagli sguardi. Ancona ha rappresentato, insieme alle testimonianze, anche un momento importante di documentazione filmata. Cinquantacinque fra docufilm, documentari, immagini sono stati proiettati in moto continuo durante la Festa. Anche questi documenti, prodotti dai vari comitati provinciali, dalle sezioni e dagli istituti storici di competenza, andranno a far parte di un grande archivio che diventerà patrimonio dell’Associazione, dei suoi iscritti. Il lavoro è tanto, l’entusiasmo non manca. Anche col progetto di documentazione l’ANPI conferma il grande impegno nell’assicurare la memoria al futuro. L’ANPI e Internet La lettera di commiato del fondatore del sito www.anpi.it Dopo 10 anni Dario Venegoni lascia l’incarico di webmaster La sfida che attende i nuovi responsabili non è solo tecnologica. «Continuerò a seguire questa mia carissima creatura, luce dei miei occhi, pur dai nuovi incarichi che mi è capitato di assumere in seno all’ANED, l’Associazione degli ex deportati nei campi nazisti». uesta è la prima volta – e sarà anche l’ultima – in cui mi rivolgerò in prima persona a tutti i nostri lettori. Dopo un decennio di lavoro per il sito Internet dell’ANPI, è venuto il tempo, per me, di passare la mano. Ho chiesto quasi un anno fa alla Presidenza dell’ANPI di sollevarmi dall’incarico di responsabile di questo sito, e questo cambio ora può realizzarsi, all’indomani della seconda Festa nazionale dell’ANPI di Ancona. Sembra passato un secolo da quando Tino Casali mi affidò l’incarico di fondare un sito che rappresentasse la voce dell’ANPI in rete. Non erano molte, allora, le organizzazioni “serie” a utilizzare questo strumento. Il web non aveva ancora la pervasività e la diffusione planetaria di oggi; le mail erano ben lungi dal sostituire la posta tradizionale; di fibre ottiche ancora non si parlava e si utilizzavano modem da 54 Kb/s che rendevano problematico anche il semplice download della più piccola immagine (e guai a parlare di files audio o video!). Il sito dell’ANPI nazionale è nato il 25 aprile 2000. La grafica della home page era esattamente la stessa del giugno 2010, e testimoniava delle nostre ambizioni: il sito si ripro- Q Dario Venegoni. metteva di essere non solo e non tanto vetrina dell’attività dell’associazione, ma una fonte di informazione importante per le nuove generazioni sui temi della Resistenza, del fascismo, della Seconda guerra mondiale, sui quali – già allora – si andava infittendo l’offensiva revisionistica. L’idea attorno alla quale ho costruito 10 anni fa questo sito era quella che vi fosse grande spazio in Internet per una informazione seria, autorevole, di prima mano, sui temi che ci sono cari, anche se ancora solo pochissime organizzazioni simili alla nostra utilizzava questo strumento. Di qui la scelta di non fondare un “portale” ma un “sito”; non una vetrina di quanto c’era in rete (anche perché c’era pochissimo: persino Wikipedia non esisteva ancora), ma un mezzo di informazione e di documentazione (sulla Resistenza, ma più in generale sul fascismo e la guerra) nuovo, autonomo e originale. Corollario di non poco conto, non avremmo copiato niente dall’esterno, ma prodotto in proprio tutti i nostri contenuti, con l’obiettivo di affermarci come fonte autorevole e autonoma. Quando il sito andò online dietro la “facciata” della home page si trovavano non più di una trentina di pagine. Conscio della povertà dei contenuti avevo trovato un escamotage per rendere evidente un continuo aggiornamento del sito: in home page, alla voce “Accadde oggi”, ogni giorno pubblicavo un anniversario degno di nota per quella specifica data, attingendo da un archivio di avvenimenti notevoli per ogni giorno dell’anno redatto appositamente da Alessandra Lombardi. Sapevo di caricarmi in quel modo – in assenza di software più duttili, oggi largamente disponibili – del compito di aggiornare ogni giorno se non altro quella parte del sito. E così avvenne, giorno dopo giorno, estate e inverno, feriali e festivi compresi… Fino a che quello spazio non si rivelò funzionale alla pubblicazione di notizie d’attualità, che finalmente cominciavano ad arrivare, tanto che il nome della rubrica è stato cambiato in “Accade oggi”. In questo decennio il sito è enormemente cresciuto, grazie alla collaborazione di un piccolissimo gruppo di giornalisti che hanno lavorato con me, prestando gratuitamente la propria opera. Nessuno si offenderà, spero, se in questa circostanza mi limito a fare un nome solo, per tutti: quello di Nando Strambaci, “arruolato” fin dall’inizio per scrivere “qualche biografia” di partigiani. In un decennio ne ha scritte oltre 2.500, ben 500 delle quali solo nell’ultimo anno: un lavoro enorme, fatto con pazienza, rigore e amore che ha portato a comporre sul nostro sito la più vasta galleria di combattenti dell’antifascismo e della Resistenza esistente in rete. Adesso che cedo questa responsabilità, Strambaci potrà scrivere anche la scheda di mio padre Carlo Venegoni, patria indipendente l 18 luglio 2010 l 27 antifascista, condannato dal Tribunale Speciale, incarcerato, chiuso in un campo di concentramento fascista, deportato in un lager nazista: non potendo scrivere le schede di tutti i combattenti della Resistenza, fin qui glielo avevo vietato (scusa, papà!). Vorrei ringraziare in questa occasione i dirigenti dell’ANPI che per dieci anni mi hanno rinnovato la propria fiducia, lasciandomi piena libertà di iniziativa. Non ho mai avuto un solo motivo di contrasto, nessuna ingerenza nel mio lavoro di direttore responsabile di questo strumento di comunicazione. Ad Arrigo Boldrini, a Tino Casali, a Raimondo Ricci e a tutti i compagni che si sono succeduti alla Presidenza e alla Segreteria nazionali dell’ANPI il mio più sincero ringraziamento, che vorrei estendere alle compagne e ai compagni dell’apparato di Roma e ai moltissimi iscritti con i quali sono entrato in contatto in questo periodo. Il mio più grande rammarico è stato quello di non avere potuto completare la digitalizzazione del libro Aula IV, pubblica28 l patria indipendente l 18 luglio 2010 to diversi anni fa a cura dell’ANPPIA, con la raccolta delle principali sentenze del Tribunale Speciale fascista. La pubblicazione di quel libro in versione digitale è stata bloccata parecchi anni fa dalla stessa ANPPIA, che manifestò il proposito – purtroppo non realizzato – di gestire in proprio quel progetto. Peccato, non riesco a dire altro: quei nomi di strenui oppositori del fascismo condannati dal regime a lunghissime pene detentive meriterebbero di essere conosciuti dalle nuove generazioni, e la rete sarebbe un ottimo strumento per raggiungere quel risultato. Oggi questo sito si appresta a voltare pagina. Il rinnovamento tecnologico – che già si imponeva da diversi anni, e che solo considerazioni di carattere economico hanno fin qui rimandato – sarà reso possibile dall’impegno e dalle capacità di un nuovo netmaster, Giovanni Baldini. Michele Urbano mi sostituirà come responsabile politico-giornalistico, con l’ausilio finalmente di una vera redazione, che fin qui è mancata. La sfida che attende i nuovi responsabili, ovviamente, non è solo tecnologica. Tutt’altro. In questi ultimi 15 anni si è passati da un Parlamento nel quale la stragrande maggioranza degli eletti aveva nella Resistenza e nell’antifascismo le proprie radici a un nuovo Parlamento, nel quale tali radici sono negate apertamente da una vastissima maggioranza, alla quale si oppone una minoranza che su questi temi appare – se posso dirlo – quantomeno distratta. Contemporaneamente, il trascorrere degli anni ha falcidiato drammaticamente la schiera dei partigiani e dei resistenti, i quali al contrario un decennio fa erano ancora tra i protagonisti attivi della vita nazionale. Una nuova leva di antifascisti si avvicina ora all’ANPI, mentre si moltiplicano, tra le forze della maggioranza, le tentazioni di rivalutare apertamente il fascismo, di attentare all’unità nazionale, di stravolgere la Costituzione repubblicana dando il via a una legislazione tendenzialmente razzista, xenofoba, antidemocratica. Non si tratta quindi oggi per noi di dire le cose di sempre con un mezzo nuovo, quanto piuttosto di declinare in modo nuovo i valori la cui custodia ci è stata affidata dalla generazione dei partigiani e dei resistenti. Si tratta di parlare in modo diverso dal passato a generazioni che crescono in un mondo che non è più quello dei nostri padri. Questa è la sfida che il sito, rinnovato, si troverà ad affrontare nei prossimi mesi e anni. In questo impegno io continuerò a seguire questa mia carissima creatura, luce dei miei occhi, pur dai nuovi incarichi che mi è capitato di assumere in seno all’ANED l’Associazione degli ex deportati nei campi nazisti. Alla nuova redazione del sito i miei più affettuosi auguri. Un arrivederci di cuore alle migliaia di lettori che mi hanno scritto: ho fatto il possibile per rispondere sempre in tempi rapidi a tutti; mi scuso se in rari casi non ci sono riuscito. Alle centinaia di migliaia di visitatori che in questi anni ci hanno letto e seguito un saluto affettuoso: continuate a starci vicino, c’è sempre più bisogno dell’intelligenza e dell’impegno di tutti! Dario Venegoni Storia Fu l’inizio dell’assalto alle tradizioni slovene della città 90 anni fa i fascisti incendiarono a Trieste la “Narodni dom” di Milan Pahor Una minoranza attiva e forte che Mussolini e i suoi non potevano tollerare. Gli altri saccheggi e le persecuzioni del ventennio. Il cambio dei nomi imposto per legge La sede del “Narodni dom” in una cartolina d’epoca. Sono trascorsi novanta anni da quando le squadracce fasciste di Trieste e dei dintorni, incendiarono in città il “Narodni dom”, centro di vita e di attività culturali, sportive, bancarie e di previdenza degli sloveni. Ma i fascisti non si accontentarono: distrussero anche negozi, studi di avvocati, magazzini, oltre ad aggredire persone e personaggi. Non fu che l’inizio della persecuzione nazista e mussoliniana contro la minoranza slovena di Trieste e contro gli slavi in generale. Ripercorriamo quei fatti e quegli avvenimenti con una ampia cronaca in diretta di Milan Pahor. lla fine del secolo XIX e agli inizi del XX il movimento nazionale degli sloveni di Trieste raggiunge il culmine. La pietra miliare di questo processo è rappresentata dall’imponente edificio del “Narodni dom” nel cuore della città, allora in passato situato in Piazza Caserma 2, oggi in via Filzi 14. Finito di costruire nel 1904. Indubbiamente, il “Narodni dom” è il simbolo della rinascita nazionale, politica, economica e culturale degli sloveni di Trieste. A L’intero movimento, inoltre, poggiava su capacità imprenditoriali consolidate e su di una grande potenza economica. L’operazione si svolge dapprima nell’ambito politico nazionale sloveno, quindi investe anche la sfera economica. Nel 1900 viene costituita la società “Narodni dom”, quindi nel 1901 segue l’operazione finanziaria dell’istituto di credito sloveno “Tržaška posojilnica in hranilnica” (Cassa Triestina di Mutui, Prestiti e Risparmio). La costruzione dell’edificio viene avviata nel 1901 con l’acquisto del terreno edificabile e viene portata a termine nell’agosto del 1904. L’intera operazione si conclude, quindi, nel giro di quattro anni: un successo indiscutibile anche da questo punto di vista. Lo stabile del “Narodni dom” è realizzato sul progetto del noto architetto Max Fabiani. I lavori vengono eseguiti da una ditta slovena triestina di costruzioni “Martelanc”. Ci si aspetterebbe che l’inaugurazione del “Narodni dom” fosse un momento di grande gioia per gli sloveni di Trieste, un momento di pubblica manifestazione della propria nazionalità. Ed invece non fu così. Le varie parti del palazzo vengono progressivamente inaugurate e destinate alla loro funzione, ma senza alcuna cerimonia centrale. Perché? La risposta ci viene data da un articolo apparso sul quotidiano sloveno di Trieste Edinost (Concordia o Unità) il 29 ottobre 1904: «(…) Da qualche tempo a questa parte, gli sloveni di Trieste si attengono alla saggia politica di evitare festeggiamenti chiassosi che portavano spesso a scontri con l’elemento italiano, ma si limitano alla soddisfazione di testimoniare, con l’apertura stessa del “Narodni dom”, la propria presenza a Trieste». Così il 24 agosto 1904 si trasferisce nei nuovi propri locali l’istituto di credito TPH, mentre il 12 ottobre 1904 è la volta dell’albergo, del ristorante e del caffè. Per capire il tutto possiamo ancora una volta citare le idee espresse da un cronista del giornale Edinost di Trieste nell’articolo pubblicato il 24 ottobre 1904: patria indipendente l 18 luglio 2010 l 29 Un’altra immagine del “Narodni dom”. Questa volta dopo l’incendio fascista. «(…) Oggi, in questo giorno così solenne per gli slavi di Trieste non possiamo non ricordare il nostro architetto professore dottore Fabiani, la cui opera desta ammirazione non solo tra gli slavi di Trieste, ma anche tra coloro che slavi non sono, per la originalità e la monumentalità dello stile: al tempo stesso, non possiamo non ricordare la nostra impresa di costruzioni “Martelanc”, la cui esemplare e precisa esecuzione del progetto suscita lodi ed ammirazione sia tra gli slavi, sia tra i non slavi. Per tutta la città si sente un solo, unanime commento: così a Trieste non si era ancora costruito (…)». Il 10 dicembre 1904 ha luogo l’inaugurazione dei locali occupati dalla “Slovanska čitalnica” (Sala di lettura slava), mentre il 15 dicembre viene inaugurata la grande sala centrale con l’intervento canoro di un celebre coro russo. L’8 gennaio 1905, infine, ha luogo la première dello “Dramatično društvo” (Società filodammatica). A questo punto viene da chiedersi come la parte italiana veda il sorgere del “Narodni dom” e come ne colga i molteplici significati. A titolo illustrativo riportiamo alcuni 30 l patria indipendente l 18 luglio 2010 passi del libro Italia d’oltre confine – Le province italiane d’Austria, scritto da Virginio Gayda e pubblicato nel 1914: «(…) Il centro di tutto il movimento sloveno di Trieste è il Narodni dom (Casa nazionale). È come un quartiere generale, un secondo Municipio autonomo, impiantato a Trieste per la esigua minoranza slava, la sede di tutte le Associazioni, il punto di partenza di tutte le agitazioni, il punto di raccordo di tutti gli altri Narodni dom, sparsi per la Venezia Giulia, nelle regioni insidiate o conquistate dagli slavi. (…) Occupa un intero palazzo a tre piani, che fronteggia una piazza, nel cuore di Trieste. Gli sloveni l’hanno voluto lì, perché tutti i forestieri lo vedessero. (…) Il Narodni dom è una curiosa forma di aggregazione politica, tipica degli slavi, che si trova in ogni centro importante e rappresenta già un’evoluzione della così detta “Čitalnica” (Sala di lettura). (…) Così si tengono unite le forze nazionali, perché non vengano perdute. È una rete fittissima di piccoli punti, incrociati con una pazienza meravigliosa. Il Narodni dom di Trieste sta al vertice di questa piramide associativa, che solleva tutti gli sforzi verso la città di mare. (…)». Alcune notizie sul “Narodni dom” le abbiamo già date tra le righe. Inoltre bisogna partire dalla considerazione principale che il “Narodni dom” era un centro multifunzionale di concezione moderna. Insomma era all’epoca all’avanguardia nell’intera Europa. Univa in uno stabile diverse esigenze e scopi. Il tutto si capisce meglio parlando della suddivisione interna del “Narodni dom”. Pianterreno. La parte che guarda sulla Piazza Caserma: un caffè (sulla parte sinistra dell’ingresso principale), un ristorante (sulla parte destra dell’ingresso principale). Via Galatti: la tipografia “Edinost”. Via Geppa: l’albergo “Balkan”. All’interno del pianterreno la palestra della società ginnica slovena “Sokol” (Il falco). Primo piano. Piazza Caserma: l’istituto di credito sloveno TPH, “Slovanska čitalnica” (Sala di lettura). Primo e secondo piano su Via Galatti: la redazione del giornale slo- veno Edinost, la sede della Società politica slovena “Edinost”, “Glasbena matica” (Centro musicale sloveno), “Delavsko podporno društvo (Società operaia di mutuo soccorso), “Dramatično društvo” (Società filodrammatica), “Slovensko planinsko društvo (Club alpino sloveno). Terzo e quarto piano su Via Galatti: studi di avvocati, uffici ed appartamenti. Tutta la parte su Via Geppa: albergo “Balkan” con 40 stanze, al primo piano ristorante dell’albergo. Nella parte interna: al pianterreno la palestra del “Sokol” (Il falco), inoltre dal pianterreno una scalinata interna (sia da destra sia da sinistra) portava al primo piano alla sala grande centrale con loggione. Da questa descrizione sommaria si capisce il progetto moderno ed ambizioso dell’architetto Max Fabiani. Nel palazzo convivevano le istituzioni culturali ed economiche. Nello stesso tempo potevano svolgersi più iniziative, giacché l’architetto aveva progettato e costruito 3 ingressi (uno principale e due laterali) con diverse scalinate e corridoi interni. L’idea del progetto “Narodni dom” si reggeva sul presupposto che lo stabile doveva autofinanziarsi attraverso tutte le attività che vi erano concentrate. Non si potevano aspettare sovvenzioni statali o comunali. L’unico ente che poteva intervenire (anche finanziariamente) era il proprietario del “Narodni dom” che era un istituto di credito sloveno: “Tržaška posojilnica in hranilnica” (TPH) ossia Cassa di Mutui, Prestiti e Risparmio di Trieste. Per capire meglio la questione del “Narodni dom” di Trieste bisogna portare il discorso qualche decennio indietro. Parliamo della primavera del 1848 conosciuta anche come “la primavera dei popoli d’Europa”. I movimenti nazionali di molti Stati europei intrapresero una lotta politica e culturale. L’onda di questi avvenimenti scosse anche la città di Trieste. Si ebbero moti italiani e sloveni. A noi ora interessa la parte slovena e slava della città. Nell’autunno del 1848 si costituisce a Trieste la prima vera associazione politica e culturale slovena e slava nella città. Portava il nome “Slavjansko supportare la costruzione del padruštvo” (Società slava). Nella so- lazzo del “Narodni dom”. Nel cietà operavano insieme gli slove- 1905 la crescita economica sloveni, croati, serbi, cechi, slovacchi, na arriva al culmine con la costitupolacchi che vivevano ed operava- zione di una banca slovena “Jano nella città mediterranea. Cerca- dranska banka” (Banca Adriatica), vano di portare avanti richieste po- costituita come una società per litiche e culturali (problema della azioni. Non a caso il suo battesilingua, scuola, uffici statali, rico- mo si tenne nei locali del “Narodnoscimento nazionale, ecc.). Nel ni dom” a Trieste. 1849 riuscirono a pubblicare an- Accanto alla crescita politica ed che un giornale intitolato Slavjaneconomica si ha anche una crescita ski Rodoljub (il Patriota Slavo): si culturale, scolastica e sportiva. Intrattava del primo giornale in lin- somma si trattava di una rinascita gua slovena e croata stampato a complessiva degli sloveni di TrieTrieste. In tutto uscirono 6 nume- ste. Si sviluppa una fitta rete di cirri. La società operò per otto anni. coli culturali, cori, filodrammatiNel 1861 sulle ceneri della prece- che amatoriali. Nel 1882 nasce la dente si costituì la “Slavjanska società ginnica “Sokol” di Trieste. čitalnica” (Sala di lettura slava), Nel primo decennio del XX secolo che dal 1904 in poi trova sede nel praticamente ogni rione triestino palazzo del “Narodni dom”. Gli ed ogni paese del Comune di Trieanni successivi non furono propizi ste ebbe la sua società ginnica “Soad altre iniziative slovene e slave a kol”, praticamente era nato il moTrieste. Le autorità asburgiche vimento sportivo sloveno a Trienon gradivano altre attività e ne ste. proibivano la costituzione. Si do- Una questione molto spinosa era vette aspettare fino al 1874, quan- la questione scolastica. Le autorità do si costituì “Politično društvo comunali triestine (in mano al parEdinost” (Società politica e cultu- tito liberaldemocratico italiano) rale “Edinost”). L’8 gennaio 1876 non permettevano nell’ambito del esce il primo numero del giornale territorio della città la costituzione Edinost. Nel 1879 si costituisce delle scuole pubbliche elementari “Delavsko podporno društvo (Società di mutuo soccorso). Tutte queste organizzazioni trovarono poi la loro sede negli spazi del “Narodni dom”. Nel 1880 nasce la prima cooperativa economica slovena di Trieste denominata “Gospodarsko društvo” nel rione triestino di Servola (Škedenj in sloveno). Negli anni successivi praticamente ogni rione cittadino di Trieste (San Giovanni, Roiano, Barcola, San Giacomo, Rozzol, Santa Maria Maddalena) e i paesi limitrofi alla città ebbe una sua cooperativa economica, rivendita o spaccio. Da questa fitta rete nacque nel 1891 un grande istituto di credito sloveno, su base cooperativa, la “Tržaška posojilnica in hranilnica”. In pochi anni crebbe di Partigiani “titini” davanti al “Narodni dom”. molto e fu in grado di patria indipendente l 18 luglio 2010 l 31 La sede ristrutturata e le due targhe poste all’ingresso. slovene. Le scuole comunali slovene elementari c’erano soltanto nei paesi sloveni che facevano parte del Comune di Trieste (Opicina, Prosecco, Contovello, Santa Croce, Basovizza ecc.). Per ovviare alla decisa opposizione comunale ed all’evidente discriminazione si scelse la strada della scuola privata slovena. Così si giunse alla costituzione della Società dei Santi Cirillo e Metodio con il preciso intento di aprire asili nido e scuole elementari slovene nella città di Trieste. Il progetto parte nel 1887 nel rione di San Giacomo e si estende poi a tutta la città. La vetta di questa rete di scuole slovene in città venne raggiunta nel 1912, quando proprio nel rione di San Giacomo venne inaugurato uno stabile di 5 piani: l’edificio scolastico della società dei Santi Cirillo e Metodio. Per inciso possiamo dire che il palazzo esiste ancora oggi, ora è la sede del quotidiano sloveno di Trieste Primorski dnevnik (Il quotidiano del Litorale). Avendo presente tutto questo, si 32 l patria indipendente l 18 luglio 2010 capisce il progetto “Narodni dom” di Trieste, come un centro di molte attività e facilmente visibile anche dai forestrieri. Il “Narodni dom” inoltre rappresentava la presenza slovena e slava nella città di Trieste. Possiamo aggiungere che il “Narodni dom” significava il raggiungimento di un livello di tacito riconoscimento della forte ed attiva esistenza di una minoranza slovena accanto alla maggioranza italiana nella città di Trieste. Il “Narodni dom” ebbe una vita attiva e significativa dal 1904 al 1920, in tutto 16 anni. Precisamente la sua esistenza inizia il 24 agosto 1904 e finisce nel rogo del 13 luglio 1920. Il 13 luglio 1920 rimarrà nella memoria collettiva degli sloveni di Trieste (e non solo) per sempre. La stessa sorte degli sloveni è toccata ai croati e ad altre persone di origine jugoslava o slava. Quel giorno ci fu il rogo doloso del “Narodni dom” in seguito all’attacco intenzionale delle squadre fasciste. Tutto ciò succedeva con il tacito assenzo delle autorità pubbliche. L’incendio del “Narodni dom” fu l’episodio fondamentale della giornata del 13 luglio 1920. Però il rogo bisogna inserirlo in un discorso più ampio. Le squa- dracce fasciste quel giorno attaccarono ben 21 diversi obiettivi nel centro della città. Tutto ebbe inizio con il raduno delle squadre fasciste e nazionaliste (di circa 2.000 persone) nella centralissima Piazza Unità d’Italia. L’adunata ebbe inizio alle ore 18.00. Dopo i comizi e i discorsi incendiari le squadre si riversarono per il centro della città e la misero a soqquadro. Le colonne avevano gli obiettivi prefissati ed inquadrati, infatti imperversarono fino alle ore 24.00. Essi rappresentavano la presenza slovena, croata e slava. La polizia non intervenne, tutto si svolse con il preciso intento di colpire la presenza slovena e croata nella città. Non bisogna dimenticare che dopo il 1918 all’interno del Regno d’Italia vivevano da 550 a 600.000 mila sloveni e croati nella Venezia Giulia. Circa 330.000 erano sloveni, il rimanente croati. Possiamo quasi parlare di una notte di San Bartolomeo riguardante gli sloveni e croati. Il cittadino sloveno già allora percepì la forza fascista, non ebbe bisogno di aspettare l’ottobre 1922, cioè la presa di potere da parte del Partito Nazionale Fascista. Nella relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena (luglio 2000) possiamo leggere: «(…) Nel luglio del 1920, l’incendio del Narodni dom, la sede delle organizzazioni slovene di Trieste, non fu così che il primo, clamoroso atto di una lunga sequela di violenze: nella Venezia Giulia come altrove in Italia la crisi dello stato liberale offrì infatti campo libero all’aggressività fascista, che si gio- vò di aperte collusioni con l’apparato dello Stato, qui ancor più forti che altrove, come conseguenza della diffusa ostilità antislava. Le “nuove province” d’Italia nascevano così con pesanti contraddizioni tra principio di nazionalità, ragion di stato e politica di potenza, che minavano alla base la possibilità della civile convivenza tra gruppi nazionali diversi». Questa è la comune posizione degli storici italiani e sloveni che hanno scritto insieme la loro relazione finale. Riporto anche alcuni passi del Memorandum del 1° settembre 1920 che la Società politica “Edinost” consegnò al Presidente del Consiglio dei Ministri Giovanni Giolitti: «Il giorno 13 luglio 1920 i giornali nazionalisti triestini Il Piccolo, L’Era Nuova e La Nazione riportavano un proclama del Fascio Triestino di Combattimento dove si invitava la popolazione per le ore 18 ad un comizio in Piazza dell’Unità esortandola ad una energica reazione per i fatti di Spalato col motto che “è finito il tempo del buon italiano”. Al comizio stesso l’avvocato Giunta, segretario del Fascio di Combattimento pronunciava un discorso che culminava con le parole: “occhio per occhio, dente per dente” e reclamava l’applicazione della legge del taglione contro gli slavi di Trieste; altri oratori emisero il grido: “fuoco al Narodni dom” e questo grido venne accolto dalla folla e ripetuto. Gli organi della pubblica sicurezza non interruppero gli oratori e non fecero nulla per impedire loro di aizzare ancora di più gli animi della folla già troppo eccitata dai giornali locali». Questa è soltanto una piccola parte del Memorandum di molte pagine. Da diverse fonti successive ai fatti del 13 luglio 1920 è possibile ricostruire tutto il percorso fatto dalle squadre fasciste. Ecco l’elenco dei tragici attacchi: 1. L’incendio del “Narodni dom” di Trieste in Piazza Caserma 2. 2. Lo studio e l’appartamento dell’avvocato Kimovec in Piazza Oberdan 5. 3. La locanda “Al gallo” in Piazza Oberdan 6. 4. Il caffè “Il Commercio” in via XXX Ottobre 18. 5. La filiale della “Ljubljanska kreditna banka” (Banca di Credito di Lubiana) in via XXX Ottobre 11. 6. Lo studio dell’avvocato Josip Vilfan in via XXX Ottobre 13. 7. La sede della “ Splošna hranilnica” (Cassa Generale di Risparmio) in via Torre Bianca 39. 8. La scuola popolare privata della Comunità ortodossa serba di Trieste in via Bellini. 9. Lo studio degli avvocati Matej Pretner e Henrik Okretič in via Machiavelli 15. 10. Lo studio degli avvocati Josip Abram e Josip Agneletto in via Genova 11. 11. La sede centrale della “Jadranska banka” (Banca Adriatica) all’angolo della vie San Niccolò 9 e Cassa di Risparmio 5. 12. La sede della “Hrvatska štedionica” (Cassa di Risparmio Croata) in Piazza della Borsa 3. 13. La ditta di spedizioni “Balkan” sulla riva Nazario Sauro 14. 14. Gli uffici e l’appartamento del delegato del Regno dei serbi, croati e sloveni in Piazza Venezia 1. 15. La libreria e cartoleria del sig. Jaka Štoka in via Milano 37. 16. La sede della ditta Franz & Kranz in via Machiavelli 32. 17. Il magazzino del commerciante Andrej Perko in via San Niccolò 3. 18. L’osteria “Makarska” in via San Lorenzo. 19. Il negozio di Josip Stančič in Piazza Vecchia 5. 20. Il negozio dei liquori del sig. Drago Štoka in via Battisti 29. 21. La tipografia del quotidiano sloveno Edinost in via San Francesco 20. Nella pagina 9 del Memorandum della Società politica “Edinost” troviamo le seguenti parole: «(…) Le devastazioni suddette vennero eseguite susseguentemente una dopo l’altra dalle ore 18 e 3/ sino alle ore 24 dallo stesso 4 gruppo di dimostranti almeno quelli susseguenti all’assalto del “Narodni dom”, eccettuato l’assalto alla liquoreria che venne eseguito da un altro gruppo. Perciò gli organi della pubblica sicurezza avrebbero facilmente potuto prevenire la devastazione. Durante l’assalto a ben 21 case, dove si trovavano uffici e negozi slavi, le autorità di pubblica sicurezza non arrestarono neppure uno dei dimostranti devastatori limitandosi ad arrestare qualche individuo che approfittava dell’occasione per rubare. Ciò venne confermato dagli stessi giornali. (…)». Nella memoria collettiva degli sloveni di Trieste è rimasto indelebile l’incendio del “Narodni dom”. Quando si parla del 13 luglio 1920 vi si accenna sempre, il resto rimane un po’ nell’ombra. La giornata sarà sempre ricordata come la data dell’incendio fascista del “Narodni dom” di Trieste, la distruzione del simbolo della presenza slovena e slava nella città. lo storico e pubblicista Mimmo Franzinelli così descrive l’incendio del “Narodni dom” (Squadristi, Milano 2003): «(…) La dichiarazione di guerra si ebbe il 13 luglio 1920 con l’assalto all’Hotel Balkan, sede triestina delle associazioni slavofile, la cui stessa esistenza era percepita dal comandante dei fascisti come una minaccia. Era questo un edificio massiccio, squadrato e di orribile gusto, con l’aspetto più di una caserma che di un albergo: di fronte ai bassi edifici militari della piazza Oberdan. Aveva l’aria di un colosso gonfio di tradimento e di minaccia. Il palazzo fu assediato, sottoposto al tiro di catapulte improvvisate e finalmente espugnato. Dopo circa un’ora le fiamme divamparono ed in breve il tetro edificio non fu che un braciere ardente, dove furono distrutte l’insidia e la minaccia. E la città sfilò davanti alle rovine incandescenti con l’anima leggera ed il respiro come chi è stato tolto da un incubo (…)». Conclusione. Le proteste slovene non servirono a nulla. Non si aprirono inchieste, non si fecero verifiche, non si incominciarono dei processi. Il segnale lanciato fu forte e chiaro. La comunità slovena e croata della Venezia Giulia fu condannata, doveva assimilarsi o sparire. Le successive leggi e decreti distrussero con violenza tutta la infrastruttura patria indipendente l 18 luglio 2010 l 33 slovena e croata: organizzazioni, scuole, circoli, istituti, enti, cooperative ed altro. Fu colpita anche la singola persona: con decreto vennero con forza cambiati migliaia e migliaia di nomi e cognomi. Nel 1927 il duce Mussolini organizzò un incontro con i podestà delle “nuove province”. Fu deciso che doveva sparire tutto quello che era ancora riuscito a sopravvivere di sloveno e croato nella Venezia Giulia ed Istria. Allora nel primo autunno del 1927 nacque il movimento antifascista sloveno, detto anche il primo antifascismo in Europa. La lotta antifascista degli anni Venti e Trenta del XX secolo si tramutò poi nella lotta di Liberazione nazionale durante la Seconda guerra mondiale. Ancora alcune parole sul “Narodni dom”. Il proprietario, la “Tržaška posojilnica in hranilnica”, si dovette tenere le macerie del palazzo. In quel clima ostile non esistevano speranze di ricostruzione. L’istituto di credito sloveno in un certo momento dovette decidere cosa fare. Si decise di sopravvivere come istituto di credito e così nel 1924 il palazzo del “Narodni dom” fu venduto ad una immobiliare italiana. Negli anni seguenti divenne Albergo Regina. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la Liberazione si pose di nuovo la questione del “Narodni dom”. Gli sloveni di Trieste reclamarono la restituzione del palazzo. Le autorità italiane, le autorità angloamericane, la comunità internazionale furono irremovibili. La questione fu per tutti chiusa a doppia mandata. Nessun accordo bilaterale od internazionale contemplava la questione. Gli sloveni di Trieste e della Regione Friuli-Venezia Giulia insistettero. Uno spiraglio fu aperto con la legge numero 38 del 23 febbraio 2001 (Norme per la tutela della minoranza linguistica slovena della regione Friuli-Venezia Giulia), approvata dai due rami del parlamento italiano. L’articolo 19 della citata legge recita: «1. La casa di Una veduta del “Narodni dom” dopo la ricostruzione, nel dopoguerra. 34 l patria indipendente l 18 luglio 2010 cultura “Narodni dom” di Trieste – rione San Giovanni – costituita da edificio e accessori è trasferita alla regione Friuli-Venezia Giulia per essere utilizzata, a titolo gratuito, per le attività di istituzioni culturali e scientifiche di lingua slovena. Nell’edificio di Via Filzi 14 a Trieste, già “Narodni dom”, e nell’edificio di Corso Verdi, già “Trgovski dom”, di Gorizia trovano sede istituzioni culturali e scientifiche sia di lingua slovena (a partire dalla Narodna in študijska knjižnica - Biblioteca degli studi di Trieste) sia di lingua italiana compatibilmente con le funzioni attualmente ospitate nei medesimi edifici, previa intesa tra Regione e Università degli studi di Trieste per l’edificio di Via Filzi, e tra Regione e Ministero delle finanze per l’edificio di Corso Verdi di Gorizia. (…)». Un piccolo passo avanti è stato compiuto nel 2004 e successivamente nel 2006 con l’acquisizione di 3 spazi nel pianterreno dello stabile del “Narodni dom” da parte della Biblioteca slovena di Trieste, che ha ricevuto in comodato gratuito l’uso degli spazi dall’Università di Trieste, giacché dal 1997 l’edificio del “Narodni dom” è diventato la sede della Scuola Superiore di Lingue Moderne dell’Università di Trieste. Questa è anche la situazione del 2010. La menzionata istituzione culturale slovena (Biblioteca - Narodna in študijska knjižnica) gestisce gli spazi. Nella sala conferenze e mostre si svolge attualmente una forte attività culturale che intende promuovere l’interscambio tra le varie componenti culturali, religiose ed etniche, presenti nella città di Trieste. Nel dicembre 2004 (nel centesimo anniversario della costruzione del “Narodni dom”) è stata posta sul frontespizio dello stabile una targa a ricordo dal Rettore dell’Università di Trieste. Il testo italiano dice: «Costruito su disegno dell’architetto Max Fabiani. Centro della vita culturale ed economica slovena di Trieste. Incendiato dall’intolleranza nazionalista il 13 luglio 1920. Il NARODNI DOM rivive oggi nella coscienza di una nuova comune casa europea. 1904-2004». Storia Due animali che seguirono le sorti della Brigata “Camicia Rossa” Sì certo, “atipici”, ma partigiani. Il cavallo “Sauro” e il cane “Mondiale” di Pietro Roberto Comoretto Il normanno bruciato in una casa dove i fascisti straziarono un gruppo di combattenti. I rastrellatori seguivano l’abbaiare del lupo per trovare la Brigata. Con grande dolore venne soppresso Un cavallo normanno. Riceviamo dalla redazione di www.radiomaremmarossa.it questa storia bella e inconsueta che volentieri pubblichiamo. ogliamo ricordare Sauro e Mondiale, cavallo e cane partigiani che seguirono un lungo tratto delle vicende della III Brigata Garibaldi “Camicia Rossa” condividendo le sorti della formazione e la triste fine di alcuni partigiani. Per loro un posto speciale nelle praterie della Libertà. Dai ricordi del partigiano Fosco Sorresina (1): «… due amati, fedeli ed intelligenti animali facevano parte dell’organico a pieno titolo: si trattava di un grosso cavallo normanno e di un cane lupo. Il cavallo, che durante gli spostamenti trainava un pesante barroccio, si adattava anche alla soma e per il colore del suo pelo venne battezzato Sauro». Per confermare l’attaccamento verso il cavallo partigiano, riportiamo la cronaca della sua liberazione dopo che i fascisti repubblichini lo avevano requisito e mostrato a mo’ di trofeo e monito per le strade di Prata: «… Durante la permanenza dei parti- V giani a Prata, Sauro era custodito da un collaboratore in un podere fuori le mura chiamato l’Aina … I fascisti, venuti a conoscenza della presenza della bestia, vennero dal comando di Massa Marittima, lo prelevarono consegnandolo a due uomini del paese presi a caso, lo spazzino Balestri e il minatore Atineo Sanesi. Venne dato loro l’ordine preciso e categorico di fare passeggiare tutta la notte quel cavallo per le vie del paese senza consegnarlo a nessuno, pena gravissimi guai se non si fossero attenuti agli ordini ricevuti. Si trattava di una sciocca spavalderia a mo’ di sfida contro i partigiani. Intanto i due malcapitati impauriti e tremolanti iniziarono, contro voglia, la ridicola passeggiata: la gente era incuriosita, i ragazzi avevano fatto un lungo codazzo e i passi di Sauro rimbombavano per le strette viuzze di Prata. Ben presto nostri collaboratori giunsero al comando per informare dell’accaduto, L’allarme fu immediato, tutti in un attimo fummo pronti, gli ordini furono drastici: “Colpire i fascisti e recuperare il cavallo”. In un batter d’occhio scendemmo dalla montagna, il dislivello ci facilitava la corsa … e appena giunti al cosiddetto Ponte Primo sulla strada provinciale, in una curva fatta a U molto stretta a circa 500 metri dal paese, il comandante Chirici ordinò al tenente Gallistru di prendere due uomini, raggiungere il paese e sparare contro i fascisti …». Nel frattempo una Balilla, carica di fascisti in fuga, riesce a passare attraverso il fuoco degli uomini di Gallistru e dell’appostamento degli altri partigiani, nonostante gli indiani Daras e Jachiris la inseguissero facendo fuoco per quasi un patria indipendente l 18 luglio 2010 l 35 Sauro e quindi era la persona che non si separava mai da questi due animali, Mondiale non era più il docile animale che tutti si conosceva. Infatti diventò irascibile e molte ore del giorno le passava ad abbaiare. Col capitano avevamo cercato più volte di allontanarlo da noi, affidandolo ai contadini della zona, Un cane lupo come Mondiale, protagonista del racconto. ma questo dopo poche ore riappariva. chilometro. Gomme a terra, tutta E così, non avendo la forza di uccibucherellata, con un solo fascista derlo, decidemmo di rischiare e di ferito, l’auto riuscì ad arrivare a tenerlo, pur sapendo che i poderi Massa Marittima. Poggione, Poggio Carlo, Serra a «… Liberammo quindi il cavallo Paganico e Poggio ai Buoi erano che, cavalcato da persona che ne stati oggetto di visita da parte dei aveva dimestichezza, prese la via fascisti repubblichini in cerca di della montagna e scomparve …». noi partigiani; a quanto si seppe in seguito dai nostri informatori era«Sauro poi, purtroppo, morì bruno già sulle tracce del cane …». ciato quando i fascisti dettero fuoco Questi, infatti, è un ottimo punto per rappresaglia al podere di Camdi riferimento per i rastrellamenti po al Bizzi presso il Frassine e lo fascisti: i militi, che raramente osarinchiusero dentro la stalla, subito vano addentrarsi nella macchia e dopo aver finito a pugnalate ed innei forteti, avevano a quanto pare fierito sui cadaveri dei partigiani ormai individuato Silvano Benedici, Pio Fidanzi, questo abbaiare. Otello Gattoli, Remo Meoni e del «Dopo il colloquio catanese Salvatore Mancuso con avuto con il grupuna gamba spezzata. A quest’ultipo di Zazzeri, avmo il fascista “M. della fattoria di venuto nella seconVecchienne” infilerà il pugnale in da quindicina del bocca aprendogli tutta la faccia e marzo ’44, io e il dicendogli “Noi si mangia il pane, Chirici nel corso te mangia questo!”» (2). del nostro trasferiMondiale era invece il cane lupo, mento nella zona mascotte della formazione, docile prescelta (bosco del e intelligente, l’unico fortunato Caglio), passamche durante gli spostamenti non mo dal Poggiarello a prelevare il cane doveva trasportare niente. Dal diario di un altro partigiano lasciato in conse(3), Mauro Tanzini, ecco tratteg- gna al carissimo Bardelloni (boscagiato il carattere sensibile di Mondiale evidentemente provato dalla iolo di Monteroscomparsa di alcuni partigiani e tondo Marittimo), dopo di che prosedell’inseparabile cavallo: guimmo nel nostro «… Il cane, dopo il tragico fatto di cammino. sangue del Campo al Bizzi (16 febNei pressi del pobraio 1944), venne preso in consedere Puntone fumgna dal comandante Chirici. mo avvistati da Venendogli a mancare la compaun gruppo di mignia dei partigiani, soprattutto liti repubblichini e quella di Fulvio Guarguaglini che in questa località era il partigiano addetto al cavallo 36 l patria indipendente l 18 luglio 2010 avvenne la fine del nostro amatissimo Mondiale. Prima di decidermi ad ucciderlo si sentì gridare: “È il cane dei partigiani, arrendetevi”. A questo punto per Mondiale fu la fine: gli sparai due colpi di rivoltella. Questo fatto mi sconvolse molto poiché fu una triste ma necessaria decisione». A Sauro e Mondiale. Oh … intelligenti e fedeli amici, fra i monti nevosi e verdi vallate ci seguiste fino alla morte! Queste memorie, dedicate ai vostri bellissimi nomi, annoverati fra i Caduti per la Libertà, siano segno di dovuta reverenza. (Fosco Sorresina, partigiano combattente) Note (1) Dal libro di Fosco Sorresina “Camicia Rossa, dal Frassine alle Murate” ANPI Grosseto. (2) Testimonianza citata in: Carlo Groppi “La piccola banda di Ariano” pag. 170 - Ed. Il Chiassino 2003. (3) Mauro Tanzini teneva un diario durante la sua attività partigiana, manoscritto che andò perduto e che fu riscritto dallo stesso nel 1960. libri GIOVANNI ROMEO Amori proibiti I concubini tra Chiesa e Inquisizione Editori Laterza, pagg. 256, euro 18,00. NICCOLÒ DEL RE Monsignor governatore di Roma Libreria Editrice Vaticana, pagg. 240, euro 25,00. oncubini, adulteri, fornicatori – insomma, amori proibiti – a Napoli, la città (allora) più popolosa d’Italia, tra ’500 e ’600, precisamente dal 1563 al 1656. Vale a dire: dalla fine del Concilio di Trento – con cui la Chiesa varò una politica feroce e regressiva – alla rivolta di Masaniello, clamorosa illusione di un popolo spremuto e affamato. Perché Napoli? Perché Napoli, con il suo “regno” era vista da Roma come il maggior focolaio di eresie nella Penisola. E l’autore è, non a caso, Giovanni Romeo, che al suo attivo ha una carrellata di volumi sulle pagine più buie della Chiesa a Napoli (la città dove insegna). È infatti con la Controriforma che la Chiesa entra con forza tra le lenzuola, dei prìncipi come dei braccianti, dei laici come degli ecclesiastici. Il motivo (pretesto?) è appunto quello di stabilire se ciò che avviene è rispettoso delle norme conciliari. Le conseguenze sono note: scomuniche, cartelli infamanti e carcere per le adultere, perforazione della lingua – ovviamente in pubblico – per i presunti (si badi: i presunti!) bestemmiatori. Il volume sintetizza i frutti di una monumentale ricerca che ha scandagliato archivi di Stato, diocesani, quello dei gesuiti e perfino l’Archivio Segreto Vaticano. Esso ci mostra le adultere «rasate a zero, con la testa coperta da un coperchio di orinale, esposte la domenica mattina allo sguardo dei fedeli che anda- C vano a messa», e i concubini costretti ad assistere, «vestiti di sacco» alla messa domenicale. Punizioni sottili, di indubbio impatto mediatico (già: ma non accade qualcosa di simile oggi, quando si maneggia una telecamera con una certa disinvoltura?). Un libro, dunque, che ci apre alla conoscenza di noi stessi giacché noi siamo oggi il prodotto della nostra storia. Proprio i concubini sembra fossero un tema particolarmente caro alla Chiesa: si arrivò a riesumarne i cadaveri, e a percuoterli prima di seppellirli in un luogo consacrato (punizione che, se non poteva umiliare i “rei”, doveva rivelarsi insostenibile agli occhi dei familiari). Spesso però bastava la minaccia della punizione. Perché la nostra è una storia di divieti, controdivieti, conflitti di competenze, decreti applicati spesso con “parsimonia” (e soprattutto parzialità). La domanda che il lettore deve porsi è la seguente: quanto tutto ciò può avere influito sulla nostra mentalità odierna (in definitiva sull'antropologia dell’italiano medio)? Una materia dunque piccante e sconfinata. L’opera in quattro volumi I processi matrimoniali degli archivi ecclesiastici italiani ne costituisce un indubbio sviluppo (per chi si volesse dedicare a un approfondimento). La pubblica Il Mulino, per la serie degli “Annali dell’Istituto Italo germanico in Trento”. Ne citiamo uno solo: Coniugi nemici. La separazione in Italia dal XII al XVIII secolo (a cura di Silvana Seidel Menchi e Diego Quaglioni). Non è possibile però affacciarsi alla storia della Chiesa con un’ottica di parte, e soprattutto senza le belle pagine di Niccolò Del Re, forse il massimo conoscitore della burocrazia pontificia (tra le sue opere ricordiamo La curia romana e lo splendido dizionario Mondo Vaticano. Passato e presente da anni esaurito). La Libreria Editrice Vaticana ha pubblicato – in un’edizione rinnovata – Monsignor governatore di Roma. Il volume fornisce un ritratto sintetico e rigoroso di una delle figure più temute dello Stato Pontificio. Il governatore era infatti la terza autorità in Roma dopo il papa e i cardinali. Si trattava di un prelato – spesso vescovo, talora cardinale – con funzione di prefetto e di magistrato: gli competevano l’ordine pubblico, la repressione del brigantaggio, unitamente a tutte le competenze di polizia e di organo giudicante, in Roma e nel suo territorio (in alcune epoche addirittura su gran parte dello Stato Pontificio). Nell’arco di patria indipendente l 18 luglio 2010 l 37 quattro secoli ben 126 prelati (cui sono dedicate le schede che formano la seconda parte del libro) si alternarono nell’incarico, talmente prestigioso che il protocollo imponeva a chiunque – popolano, patrizio e perfino cardinale – si imbattesse per strada nel governatore, a sostare, scendere da cavallo (o dalla carrozza), e riverirlo. Insomma un volume rigoroso, che indugia anche su aspetti pittoreschi, sia della carica in sé, che delle singole persone che la ricoprirono (quasi tutti forestieri, ma italiani). Una lettura per chi ama Roma, o più in generale la storia. Luca Sarzi Amadè RICCARDO GHIDOTTI Non abbandonarli, madre con uno sguardo Ida Lenti Brunelli, Giusta tra le Nazioni Orizzontilibri, www.amicimuseimonselice.it, 2010, pp. 64, s.i.p. Presentazione di Giuliano Pisani ueste intense pagine narrano il vissuto cruciale di Ida Brunelli Lenti, nata a Monselice, trasferitasi a Torino, sposata con un lavoratore della Fiat, salvatrice di alcuni bambini ebrei. Il suo nome è inciso sulla parete del Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, nel Q quale si ricordano al mondo intero i Giusti tra le Nazioni: i non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-’45 (come titola il libro dell’editrice Mondadori, elaborato in collaborazione con lo Yad Vashem). Ida, giovane bambinaia, salvò dallo sterminio i fratelli Alessandro, Fiorenza e Lisetta, figli di Yuzzi Galambos e Kalman Toh, coppia di artisti ebrei ungheresi, giunti a Padova nel loro emigrare, ballerina lei, cantante lui. L’attività artistica di entrambi li obbligava ad assentarsi in ore serali; assunsero, quindi, una “tata” quindicenne, Ida Lenti, nel 1935, che divenne da quel giorno «una parte inseparabile della casa e della famiglia, e noi, i bambini, eravamo legati a lei da amore», come scrivono in una lettera del 16 settembre 1992 Alessandro e Fiorenza al Memoriale di Gerusalemme. La madre dei tre fratellini, in punto di morte, li affida alla “tata” che, con grande rischio e attraverso varie scappatoie, riesce a salvarli nascondendo la loro vera identità assicurando il loro imbarco in una nave avviata verso Israele. Nel 1946, Ida mandò ai “suoi” tre bambini, orfani, una sua foto scrivendo sul retro «Quando sentite la mancanza di un cuore materno, guardate questa foto, in modo da alleviare il dolore». Oggi, in Israele, i tre fratelli si chiamano Zvi Yanai, Yehudit Adler, Miriam Lizeti Colombi. Il libro si chiude con i significativi discorsi pronunciati allo Yad Vashem dai Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI il 23 marzo 2000 e l’11 maggio 2009, rammentando che yad sta per memoriale e shem per nome. Primo de Lazzari LEONCARLO SETTIMELLI Le parole dei lager Dizionario ragionato della Shoah e dei campi di concentramento Alberto Castelvecchi Editore, Roma, 2010, pp. 192, € 14,00. L e parole dei lager (ed. Castelvecchi) di Leoncarlo Settimelli non è solo un “dizionario ragionato della Shoah e dei 38 l patria indipendente l 18 luglio 2010 campi di concentramento”, come recita il sottotitolo. È un racconto vivo, ricco, dettagliato della più atroce barbarie organizzata che l’umanità abbia conosciuto. Arrivando alla fine di queste pagine, che offrono notizie, ma anche tante testimonianze dirette, si ha la sensazione di essere riusciti a penetrare intensamente dentro luoghi, persone, fatti, emozioni, usi e strategie aberranti: sei nella storia, tra indignazione, tenerezza, orrore. Incontri i bambini, torturati, massacrati, perché inutili, ti imbatti nelle parole rassegnate di una madre: «Ho avuto la mia creatura. Doveva essere l’11 di febbraio. Ha vissuto 14 giorni. Il 28 è morta di fame e di stenti. Mi ricordo che guardavo la creatura e sapevo che sarebbe morta. Forse succederà che finisce prima la guerra, dicevo, ma sarebbe stato un miracolo» (Savina Rupel). Puoi vedere Auschwitz, i treni in arrivo, la discesa caotica e devastante: «Quando la porta scorrevole veniva aperta, il vagone vomitava le persone… Sì, “vomitava”: tutti si buttavano di sotto, magari si rompevano una gamba… Sotto c’erano le guardie con i cani dobermann che menavano all’impazzata. Mi ricordo la mano di mia madre che mi carezzava la testa e mi diceva: “Non vi vedremo più”» (Nedo Fiano). Impari, o ripassi la complicità criminale di industrie ancora oggi “riccamente” sul mercato, due per tutte: la Bayer, che forniva agli aguzzini nazisti lo Zyklon B, l’acido usato nelle camere a gas, e la Siemens, che utilizzava a costo zero i deportati come manodopera. Nel 1944 almeno 15.000 di questi lavorarono nei suoi stabilimenti. Non solo. Il forno crematorio del lager di Ravensbruck fu realizzato proprio dalla Siemens. Pag. 88 ecco Lager e amore. Un lemma che toglie il fiato. 10 righe di illustrazione, il resto solo testimonianze. «Noi giovani scoprimmo il lavatoio comune… In quell’angolo si potevano spesso trovare delle coppie avvinghiate… In quel modo soddisfacevano la disperata esigenza di tenersi stretti alla persona amata... Amore significa vita e tutte noi volevamo vivere...». Quindi accoppiamenti tra laidi Kapò e ragazzi stremati che si concedevano per essere sollevati dal lavoro e una storia che sa di film: un SS che si innamora di una ebrea. La fuga insieme dal lager per andare a fare all’amore in un alberghetto. La fine improvvisa: due nazisti irrompono nella camera e li arrestano. Lei verrà impiccata e lui spedito a morire sul fronte russo. Le parole dei lager sono anche le canzoni scritte dai prigionieri, Settimelli ne pubblica alcuni testi integrali; sono nomi noti e meno; oggetti come il cucchiaio che i deportati tengono legato alla vita, anche di notte, per paura che gli venga rubato; abitudini macabre come l’imposizione da parte delle SS di chiamare “pupazzi” i cadaveri o l’usare i corpi bruciati nei forni per scaldare l’acqua delle docce; dati, numeri, sempre agghiaccianti: dei 4.918 bambini deportati ad Auschwitz al di sotto di 15 anni solo 53 si salvarono. Per citarne uno. Le parole dei lager è la consapevolezza che la Shoah non è stata solo una grande tempesta di follia fine a se stessa. Scrive l’autore nella sua prefazione: «Il fenomeno dello sterminio si rivela ad una lettura più approfondita non il frutto di un piano semplicemente distruttivo della vita umana, ma come la realizzazione di un progetto complesso e articolato, che aveva come principale obiettivo quello di riunire un’ingente manodopera e metterla al servizio del nazismo e della sua guerra, a fronte di una scarsità di beni di prima necessità e di “risorse umane” (…) Ci troviamo di fronte ad un complesso piano di sapore industriale-capitalistico, nel quale profitti e perdite sono esattamente calcolati…». Le parole dei lager è tutto questo. E ancora robusto stimolo alla ricerca, all’approfondimento. Un volume prezioso, dunque. Per tutti. Andrea Liparoto MIUCCIA GIGANTE, SERGIO GIUNTINI Via Somaini 7 Una famiglia antifascista a Lugano Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2009, pp. 158, € 14,00 ffiorano vicende e persone che hanno segnato oltre mezzo secolo della nostra storia civile, politica e culturale in questo bel libro di memorie scritto da Miuccia Gigante, Segretaria Generale dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati), a quattro mani con lo storico Sergio Giuntini, corredato di foto, lettere e documenti. Sono i ricordi di Miuccia bambina e adolescente nella Lugano degli Anni ’30 e ’40, punto d’incrocio per la sua posizione defilata e al tempo stesso strategica, terreno di passaggio di mille e mille esuli antifascisti, rifugiati, patrioti, partigiani che vi trovarono riparo dal regime che cancellò la parola libertà dal nostro Paese. Ripartendo anche da qui a tessere le trame, cospirare, resistere e battersi per ridare dignità e democrazia all’Italia. Le radici della famiglia Fonti-Gigante, recuperate ed esplorate da Miuccia, affondano nel secolo precedente e saldano nella Svizzera italiana un coacervo di provenienze disparate. Il padre Vincenzo, Medaglia d’Oro della Resistenza, era originario di Brindisi, nato dalla storia d’amore tra l’erede di un nobile casato di origine spagnola e una ragazza appartenente a una famiglia tutta impregnata di ideali anarchici e difesa del proletariato e dei braccianti pugliesi dalle infami A condizioni di vita e di lavoro. Il nonno materno, Luigi Filippo Fonti, calabrese, musicista e appassionato di filosofia e di Tommaso Campanella, suonò col maestro Cilea e un giovane Enrico Caruso al “Lirico” di Milano, prima di dover riparare per le sue simpatie anarchiche a Lugano, dove aderì al Partito Socialista, divenne direttore delle cooperative svizzere, abbandonando la carriera artistica, e sposò Marie Donati, insegnante per quarant’anni e vera e propria “istituzione” delle scuole superiori luganesi. Il matrimonio dei nonni fu uno dei primi con rito civile che si celebrò in città con grande scandalo e la loro abitazione divenne punto di incontro dei militanti socialisti. La storia rievocata da Miuccia Gigante, tra episodi intimi e vicende collettive, scivola inesorabilmente verso gli anni dell’avvento del fascismo attraverso la ricostruzione della personalità di sua mamma Wanda, ragazza vivace e ribelle, studentessa d’arte a Milano. Sono i giorni cruciali della nascita del movimento mussoliniano, dell’adunata in Piazza San Sepolcro, il 23 marzo 1919, con la fondazione dei fasci di combattimento. Nei mesi successivi, la giovane Wanda e sua sorella, fanno la spola tra il capoluogo lombardo e Lugano, portando notizie della situazione politica italiana, richieste di aiuto dei militanti perseguitati dalle squadracce, documenti falsi e soldi per soccorrere le famiglie dei compagni arrestati. È in questi anni irti di difficoltà per il patria indipendente l 18 luglio 2010 l 39 Televisione e società movimento antifascista clandestino che la mamma di Miuccia, sfruttando le sue attitudini artistiche, si specializza nella contraffazione di carte e documenti, mentre la casa di via Somaini rimane crocevia e asilo temporaneo di tanti fuorusciti dall’Italia: lo zio Riccardo Formica “Aldo Morandi”, Umberto Terracini, i fratelli milanesi Usellini, il discusso Ignazio Silone, il figlio di Cesare Battisti, il regista Comencini. E, primo fra tutti, Vincenzo Gigante, che nel ’21, alla scissione di Livorno, ha aderito al Partito Comunista per il quale inizia a svolgere lavoro sindacale tra gli edili romani, sfociato nello sciopero del ’23 che portò 18.000 manifestanti a Piazza Vittorio. Nel 1924 Gigante è aggredito selvaggiamente da un manipolo di squadristi, l’anno successivo è incarcerato a Milano per tre mesi. Il Partito decide di farlo uscire dal Paese con destinazione Mosca, la prima tappa del viaggio è a Lugano, dove conosce Wanda che sposerà sei anni più tardi per procura. La figura di papà Vincenzo, per la piccola Miuccia, nata nel ’32, assume i contorni lancinanti di una inesorabile mancanza. Tra una missione e l’altra poche volte gli riesce di abbracciarla, prima di essere arrestato a Milano, dove era tornato clandestinamente. Venti anni di carcere: una sentenza pesante come una montagna la separa dal padre, emessa dal Tribunale Speciale di Mussolini. Quel tiranno è colui che tanto tempo prima, per sottrarsi alla leva, aveva trovato rifugio in casa dei nonni e aveva dormito sul divano, sotto i ritratti di Marx e Mazzini. Quelli che vengono dopo sono i tempi lunghi dell’attesa, di piccole foto scrutate in ogni dettaglio, di poesiole spedite e forse non consegnate, sono i giorni delle notizie che non arrivano, della guerra che esplode, delle palle di cartapesta seccate al sole e gettate nel fuoco, sono le ore infinite trascorse a mettersi per iscritto, per non perdere tutti gli istanti di una vita che cresce lontano. Lontano dal carcere di Civitavecchia dov’è rinchiuso papà, lontano dal confino di Ustica, dall’Istria dov’è partigiano, lontano dalla Risiera di San Sabba dov’è gettato e trucidato. Lontano, lontano come quell’unico, dissolto eppure vivo ricordo: “Maria Concetta, sei mia, sei mia… Mietta… Miuccia”. Natalia Marino Una vergogna nazionale della quale non si occupa nessuno Senza limiti lo sfruttamento dei bambini in televisione di Leo Donati Cantano con ammiccamenti strani ordinati dai grandi. Ancora una volta scopiazziamo gli Stati Uniti bambini cantano in televisione. È il nuovo business di RAI, Mediaset, Canale Italia e altre reti che impiegano i minori per fare cassetta. Le sottanine delle bimbe svolazzano per la gioia di migliaia di pedofili e i maschietti, truccati da Big Jim, fanno venire loro l’acquolina in bocca. Ma i network non demordono e gli danno sotto, da Ti lascio una canzone (presenta la burrosa Antonella Clerici) a Io canto (presenta il mondino Gerry Scotti), a una trasmissione condotta da quel Povia che anni fa da Sanremo con la scusa che «i bambini fanno ohhhh» inanellava metafore sospette del tipo «c’è un lupo nero/ che dà un bacino/ a un agnellino» e «sai che da soli non si può/ senza qualcuno/ nessuno può diventare un uomo». Sono passati più di 25 anni da quando la RAI varò Piccoli fans, condotto da Sandra Milo. Una trasmissione che ospitava i nanetti canterini, non più nel rassicurante con- I 40 l patria indipendente l 18 luglio 2010 tenitore dello Zecchino d’oro (che prevedeva canzoni scritte apposta per i bambini, mentre ora ci si affida alle hit dei più noti cantanti), ma in uno studio con orchestra e i genitori, lì a controllare, a gioire per le interpretazioni riuscite e a dispiacersi per le stonature o gli attacchi fuori tempo. A parte poi gli incidenti, come quello di una bimba alla quale la Milo chiese se avesse il fidanzatino. «Sì». Rispose la piccola. «E che cosa fai con lui?», insisté la Milo. «Quello che mamma e zio fanno quando non c’è papà». Il programma venne sospeso perché diseducativo, in quanto chiedeva ai bambini o ai ragazzi di scimmiottare i grandi, cantando le loro canzoni, pronunciando frasi d’amore e di corteggiamento senza avere l’età per farlo. E infatti è accaduto adesso di vedere una bambina cantare «com’è bello far l’amore da Trieste in giù» e fare una mossa che sottolineava il movimento verso il basso, in maniera tale da configurare qualcosa di sessuale. Per lei era solo un «ingiù» e invece si prestava a ben altre interpretazioni. Ma certe remore sono state evidentemente ritenute superate. Perbacco, che ci frega a noi dell’educazione dei figli e della loro crescita? L’importante è che diventino qualcuno, non nel campo della scienza, della tecnica, della medicina, ma in quello della TV. Ci fosse stato Sergio Endrigo (cui è “toccato” vincere una edizione di Ti lascio una canzone con Girotondo intorno al mondo) avrebbe spaccato il televisore, lui che insieme a Gianni Rodari aveva una concezione di canzoni per l’infanzia ben diversa. Vi ricordate Per fare un albero? Vi ricordate La casa? Canzoni che hanno aiutato intere generazioni a crescere. E ad imparare. Invece adesso è tutta una corsa al più bieco sfruttamento dell’infanzia. Quell’infanzia che rappresenta un mercato infinito e che anziché essere educata ad essere cittadina di domani, viene allevata con il fine di diventare divo televisivo che scimmiotta il circo mediatico di nani, ballerine ed escort. Del resto, il presidente del consiglio ha sempre puntato su queste forze. Ricordate la risposta che le stesse aspiranti a un qualsivoglia successo davano a chi le interrogava sul loro futuro? «Che vorreste fare?», era la domanda. Risposta: «Entrare in TV o entrare in politica». La giornalista de La Stampa Marinella Venegoni, invitata alla registrazione di una puntata di Ti lascio una canzone, ha scritto che «il direttore di Raiuno Mazza ha annunciato, nel camerino della biondissima Clerici, che il format diventerà dall’autunno il contenitore della Lotteria di Capodanno. Un momento raccapricciante è stato quando Gino Paoli, alle prese con una delle sue canzoni tremendamente asciutte ed esistenziali, è stato circondato da un bal- letto di otto/dieci bambine in abito da prima comunione giallo pulcino, di ampio tulle, con fiorellini. Veramente kitsch». E intanto si sono potuti vedere in TV certi concorsi di bellezza e di canto per bambine organizzati negli Stati Uniti e si è visto che le protagoniste vengono truccate da grandi, con parrucche biondo platino, abiti ammiccanti e persino apposite dentiere che le piccole «indossa- no» per apparire come bambole perfette, come donne desiderabili. Come probabilmente vorrebbero quelle madri che le portano a sfilare. Alcune concorrenti hanno pochi mesi, altre pochi anni. È mostruoso. E le madri a dire: «Che male c’è? Le facciamo divertire». Evidentemente anni e anni di frustrazioni portano queste donne a cercare una rivincita attraverso le proprie figlie. Succederà così anche con i nostri cantanti in erba? Temo proprio di sì. Una decorazione per nonno “Neri” ono tesserata ANPI e nipote di un valoroso partigiano che a tutt'oggi è Presidente delle sezione ANPI di Ruda, in provincia di Udine: Erminio Masiero, classe ’25. Volevo mettere in luce un fatto a dir poco bellissimo: il 2 giugno il comune di Ruda ha premiato con la Croce di Malta nonno “Neri” per tutto quello che ha fatto durante la guerra, per il suo continuo interesse e la sua dedizione a portare la bandiera dell’ANPI, per la sua continua forza nell’insegnare ai ragazzi, alle sue stesse pronipoti, come prima a noi nipoti, quello che è stata la guerra con “tanta fame e tanto freddo” come ci racconta sempre, nonostate il male che lo sta segnando. Quel giorno lui non sapeva nulla della premiazione, l’assessore Renato lo aveva comunicato solo a noi familiari perché voleva che il tutto fosse una sorpresa. Noi, mantenendo il segreto e nascondendoci (in 14 tra la moglie, i due figli, i consorti, i nipoti con relative S famiglie e i 4 pronipoti), abbiamo atteso l’inizio della cerimonia e non si può minimamente descrivere l’emozione del nonno quando è stato chiamato a ritirare questa onorificenza così grande che lui non si aspettava. Il tutto “condito” dalle bellissime voci di un coro femminile che ha intonato il Bella ciao a cui si sono uniti poi tutti i presenti alzandosi in piedi. Penso che per una persona che ha vissuto la guerra sulla propria pelle, ha patito la fame, e che ancora oggi, 2010, ha la forza di recarsi a quelle poche manifestazioni che ricordano i tanti caduti nella guerra, ricevere un onorificenza come la Croce di Malta sia la riprova che nessuno potrà mai dimenticare. Nonno per noi sei unico!!!! Gradirei che questa nota fosse pubblicata su “Patria”, rivista alla quale nonno “Neri” è abbonato, così che possa essere ancora una volta felice ed emozionato. Serena Fumo patria indipendente l 18 luglio 2010 l 41 Cinema Agorà: la sfida del pensiero contro l’oscurantismo di Serena D’Arbela La locandina del film. Sotto, il regista Alejandro Amenàbar dà indicazioni a Rachel Weisz e, a lato, una scena del film. pazia, filosofa ed astrologa di Alessandria d’Egitto, inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio fu trucidata nella seconda metà del IV secolo d.C. da un gruppo di “parabolani”, cristiani esaltati agli ordini del vescovo Cirillo interessato alla presa del potere nella città. Questo assassinio è definito dallo storico inglese Edward Gibbon, una macchia indelebile nella storia del cristianesimo. Ad Alessandria, luogo d’incrocio di vivaci valenze culturali, convivevano pagani, cristiani ed ebrei, ma l’equilibrio si spezza per le mene del vescovo ambizioso e intollerante con la complicità del prefetto Oreste. Il film Agorà di Alejandro Amenàbar sottrae questa complessa vicenda alla rimozione storica e la porta sullo schermo. Il regista cileno, poi approdato in Spagna (sceneggiatore accanto a Mateo Gil) mette acutamente in risalto il ruolo della giovane astronoma e matematica nella difesa della scienza e della cultura classica del mondo antico. Figlia di Teone, filosofo e geometra, Ipazia si distingue per il sapere e la disponibilità alla ricerca. Dirige la Scuola filosofica, si prodiga per la salvaguardia dei tesori della Biblioteca di Alessandria, ma viene sopraffatta dalla cieca violenza dei suoi nemici. Il film è importante anzitutto per il suo contenuto attuale e demistificatore di ogni forma di fondamentalismo. Ci ricorda che la storia umana è contrassegnata da ricorrenti e nefasti attacchi alla cultura e alla libertà di ricerca dell’ingegno umano ad opera di poteri politici e religiosi contin- I 42 l patria indipendente l 18 luglio 2010 genti o durevoli. Ieri ed oggi. Ma contiene un altro significativo messaggio, legato alla vicenda del pensiero femminile, ostacolato di continuo nella propria affermazione, anche quando la donna riusciva ad emergere per le sue qualità eccezionali e per posizione familiare e sociale. Il talento di Ipazia è doppiamente malvisto. Come donna, perché trasgredisce alle regole di umiltà e di sudditanza imposte al sesso femminile dagli orientamenti ecclesiastici tradizionali e, come ricercatrice, perché infrange i tabù delle certezze metafisiche. Le sequenze filmiche ci mostrano le intuizioni della studiosa riguardo al moto della terra intorno al sole e la costruzione di un’ipotesi di sistema eliocentrico risalendo ai suggerimenti dell’antico astronomo e fisico greco Aristarco di Samo. Tutto ciò è in contrasto con le visioni statiche del tempo. Le indagini sul movimento dei pianeti incrinano le verità assolute del sistema tolemaico da tutti accettato come dogma. Ma le orbite circolari delle stelle erranti e gli esperimenti sembrano confermare che la terra descrive intorno al sole un’orbita ellittica e non circolare. Questi risultati entusiasmano Ipazia ma la morte le impedisce di portare a termine le sue formulazioni. Forse grazie ad esse (sono in molti a pensarlo) la scienza avrebbe potuto anticipare di 1200 anni le scoperte di Keplero, Copernico, Galilei, base della astronomia moderna. Ci addentriamo col film nei fatti tumultuosi di Alessandria dove i nuovi espo- nenti del cristianesimo (passata la fase delle persecuzioni) mossi da fanatismo e ambizioni politiche scelgono la via della forza. Si fanno persecutori dei templi pagani dell’arte e del sapere alla guida di folle ignoranti e furiose. Le schiere rozze e violente dei monaci “parabolani” chiamati anche “soldati di Cristo” rompono con i loro eccessi la tregua tra le diverse comunità religiose. Si scatenano non solo contro le effigi delle divinità del Tempio di Serape ma distruggono i tesori scientifici accumulati nella Biblioteca Alessandrina in secoli di storia. Poco si salva grazie ad Ipazia e ai suoi fedeli. Il colossal, con le sue scenografie, i campi lunghi, le scene movimentate e i crudi dettagli è destinato al grande pubblico, ma l’aspetto spettacolare resta una cornice e l’impianto romanzato non impedisce messaggi più profondi dall’intento divulgativo. Il personaggio inventato dello schiavo Davus (Max Minghella), allievo di Ipazia, combattuto fra l’amore per lei e il proprio riscatto è introdotto con intento emblematico. Egli constata e depreca il volto violento del nuovo cristianesimo, ma non può rinunciare ai suoi benefici. Può solo offrire all’amata maestra una morte blanda come immagina la fiction. La figura del prefetto Oreste (Oscar Isaac) anch’egli ex allievo e ammiratore della protagonista, divenuto cristiano per comodo è invece uno dei tanti esempi di viltà e compromesso col potere. Infatti egli non si oppone al delitto. Le circostanze della morte dell’astronoma, mitigate nella trama filmica e ben più brutali nella realtà, restano marginali rispetto alla significatività del personaggio. Il regista ne visualizIn questa pagina alcune scene del film. za la personalità lungimirante che offre ascolto ed attenzione all’op- nile nell’ambito della persona. Nel presso e propugna il rispetto tra le film i cristiani invasati che ricorrodiverse credenze religiose, mentre no alla violenza per affermarsi e il vescovo Cirillo (Sami Samir) aiz- mal sopportano una femmina penza gli uni contro gli altri. Il fervido satrice, appaiono peggiori degli filosofare di Ipazia nell’Università stessi pagani. e anche per strada è un’immagine Come contrappunto alle sequenze elevata della forza d’azione e di scontro, raffiguranti razionale, feconda le intemperanze dei contendenti e di dialogo. lo scatenamento brutale della folLa narrazione di la, vediamo la città dall’alto, bruliAgorà offre quindi cante di contraddizioni e dal basso brani di verità ine- il cielo lontano a cui mira la sagdite allo spettato- gezza di Ipazia. La Biblioteca re, abituato anche Alessandrina con i suoi papiri e da imprecise no- strumenti rappresenta la curiosità, zioni scolastiche a la passione di conoscenza, lievito stereotipi superfi- di ogni scoperta e avanzamento ciali, che sorvola- dello spirito. I fotogrammi della no sui tanti risvolti sua distruzione insensata ci ricorinquietanti della dano altri riti demolitori anche restoria della Chiesa. centi contro la cultura e l’arte, ad Pone il tema sem- opera dei nazisti, per esempio o di pre attuale dell’in- certi integralisti. La figura della tolleranza in cui scienziata pagana (interpretata con cade la religione molta grazia da Rachel Weisz) è corrotta dalla in- accattivante. Gentilezza e bellezza transigenza e dal- in equilibrio con la lucidità mental’intrigo politico. le e il coraggio delle convinzioni. Sottolinea l’inve- Nella sua sfida leggiamo quella del terata riluttanza pensiero laico, della ragione e delteologica nel rico- la scienza contro l’ottuso fideismo noscere la totale oscurantista. Sfida femminile ma parità del femmi- che appartiene al genere umano. patria indipendente l 18 luglio 2010 l 43 Cronache Morì a Verbania Cleonice Tomassetti per un’Italia unica e indivisibile vinciale di Rieti e le sue Sezioni insieme all’Amministrazione Comunale di Petrella Salto, in contemporanea alla commemorazione che si svolge da sempre a Verbania, per la prima volta hanno ricordato e reso omaggio, nel paese che le diede i natali, a questa Partigiana, a questa eroina che nel momento più tragico della sua vita ispirò coraggio ai suoi compagni con le parole e con l’esempio e che, eroicamente immolò la sua vita in nome di quella Libertà che il nazifascismo voleva cancellata. La banda musicale locale ha dato il via alla cerimonia intonando la Canzone del Piave in omaggio a tutti i «Su coraggio ragazzi è giunto il plotone d’esecuzione. Niente paura. Ricordatevi che è meglio morire da italiani che vivere da spie, da servitori dei tedeschi». E al grido di “Viva l’Italia libera” a 33 anni, insieme ad altri 42 partigiani, a Verbania Fondotoce, veniva assassinata dai nazifascisti Cleonice Tomassetti. Era nata a Capradosso, in provincia di Rieti. Si era trasferita a Roma e poi a Milano. Venuta a contatto con ambienti antifascisti, da Milano partì insieme ad altri giovani per lo più renitenti alla leva, per unirsi alle formazioni partigiane che combattevano in Valdossola. Fu presa prigioniera durante un rastrellamento quando era appena arrivata. Fu torturata e violentata e infine uccisa assieme ai suoi compagni. Era il 20 giugno del 1944. Cleonice, Nice come familiarmente la ricordano a Verbania, nacque in Centro Italia e morì al Nord come a mantenere vivo quel filo che dal Risorgimento vuole l’Italia unica e indivisibile. Esempio di patriottismo e di quel senso di Unita Nazionale per un’Italia che approssimandosi al suo 150° anniversario è costretta ad ascoltare voci, all’interno del suo stesso Parlamento, che la ri- Un momento della cerimonia. vorrebbero divisa. Ed è anche l’espressione, lei, unica donna tra 43 par- caduti. Subito dopo l’omaggio floreale dell’ANPI tigiani barbaramente uccisi, a ricordarci che la Resi- Provinciale e degli Amministratori Comunali, è stato stenza non fu solo opera di uomini ma che un grosso eseguito prima il “Silenzio” e poi l’immancabile “Belcontributo di sacrifici e sangue fu pagato anche dal- la Ciao”. A seguire gli interventi dell’Assessore Falal’altra metà del cielo. sca, del Sindaco Micaloni e del Presidente Provinciale E il 20 giugno, ricorrenza dell’eccidio, l’ANPI Pro- dell’ANPI di Rieti, il partigiano Renzo Ricci. Poi l’Inno Nazionale. Nutrita è stata la presenza dei concittadini di tutte le età che, nonostante il tempo pessimo, si sono stretti intorno ai rappresentanti dell’ANPI e alle Autorità locali per ricordare Cleonice. Tra loro, ad onorare la memoria della loro congiunta, due nipoti diretti, il signor Loreto Tomassetti e la signora Renata Betti. Con l’odierna celebrazione, l’ANPI e le Autorità Comunali si sono impegnate a farsi promotrici di iniziative per il prossimo anno, centenario della nascita della Tomassetti. A Cleonice quindi tutta la nostra riconoscenza e l’affetto che si deve a chi, con le sue idee, la sua lotta e l’estremo sacrificio ci ha consegnato Libertà, Costituzione e un futuro di pace. Il gruppo dei 43 partigiani fucilati a Fondotoce. Nelle cantine di Villa Caramora a Intra, dove si trovava il comando SS, i partigiani, tutti catturati durante il rastrellamento, furono trattati con estrema brutalità. Verso le quindici del 20 giugno vennero fatti passare in colonna attraverso Intra, Pallanza, Suna e Fondotoce; qui, nei pressi del canale che unisce il Lago Maggiore e quello di Mergozzo furono eliminati tre a tre (uno riuscì miracolosamente a salvarsi dal colpo di grazia perché nascosto dai cadaveri degli sventurati compagni). La donna che si vede in prima fila (unica donna del gruppo) è Cleonice Tomassetti. I l patria indipendente l 18 luglio 2010 La Sezione ANPI di Rieti sarà grata a chi essendo in possesso di informazioni su Cleonice Tomassetti che esulano dal libro “Classe III B Cleonice Tomassetti vita e morte” vorrà farcene partecipi inviando una e-mail a: [email protected] o contattando il Segretario Provinciale Maria Francesca Bottari. Cronache La battaglia di Poggio Bustone (RI) La battaglia di Poggio Bustone ebbe inizio il 10 marzo 1944 quando il comando militare provinciale, di stanza a Rieti, su ordine del capo della Provincia, Di Marsciano, e sotto il comando del questore Pannaria tra Guardia Nazionale Repubblicana, polizia ed esercito, inviò nel vicino paese, un gruppo di 200 uomini per un rastrellamento di renitenti alla leva il cui bando alla chiamata era in scadenza nelle successive 24 ore. Durante la notte i militi, tra i quali diversi giovanissimi per nulla addestrati, iniziarono l’accerchiamento del paese che conclusero col sopraggiungere dell’alba. Fu allora che nel silenzio del mattino cadde ucciso dai fascisti, forse per non farsi rastrellare, Supremo Mostarda al quale, di lì a poco, seguirono Domenico Mostarda e il ventottenne Felice Barberino. Nel frattempo venticinque persone furono radunate in Piazza Regina Elena per essere identificate. Nell’attesa di trasferire a Rieti i 25 ostaggi e l’arrivo del magistrato prima di poter rimuovere i corpi dei tre assassinati, dal Monte Rosato, proveniente da S. Marco, arrivò una squadra partigiana di 24 uomini della Brigata Gramsci capeggiata dal tenente Emo Battisti che, prendendo di sorpresa i fascisti, e con la collaborazione della popolazione, permise agli ostaggi di mettersi in salvo. La battaglia durò una mezz’ora. La maggior parte dei fascisti riuscì a fuggire lasciando però sul campo 14 morti tra cui lo stesso questore Pannaria. I caduti tra i partigiani furono 4. Ma la storia non finisce qui. A Rieti le autorità iniziarono subito lo scarica barile delle responsabilità per la fallita operazione. Il comando tedesco spalleggiò allora il capo della Provincia, Di Marsciano, fascista fanatico e loro fedele collaboratore, che organizzò la rappresaglia. Una rappresaglia dura e lunga. Iniziò all’alba del 1° aprile con il fuoco delle artiglierie. Non mancò nel- La città di Fondi incontra l’ANPI “Cittadini. Fratelli. Partigiani.” È stata un’esperienza unica per l’intero sud pontino. Molti giovani sono accorsi da Gaeta, Formia, Itri, Lenola, ma anche da Sabaudia e Terracina. Tutti al Castello Baronale di Fondi per ascoltare i racconti e le riflessioni di Luciano Guerzoni, Segretario Nazionale dell’ANPI, e di Aladino Lombardi, già Segretario Regionale dell’ANPI che, in occasione della ricorrenza della Giornata della Memoria, hanno partecipato al convegno “Cittadini. Fratelli. Partigiani.”. L’evento, organizzato dall’associazione culturale “Il Capanno- la battaglia l’intervento dei partigiani che alla fine pagarono un contributo di sangue di 11 uomini uccisi tra i quali il tenente Emo Battisti, decorato poi con la Medaglia d’Argento al Valore sul Campo. Poggio Bustone venne saccheggiata. Tutte le scorte alimentari e gli animali requisiti. Chi tentava di fuggire veniva ucciso e gli uomini validi catturati. 167 persone furono deportate per lavorare per i tedeschi. 9 cittadini e 11 partigiani persero la vita. Il 2 aprile, per rappresaglia della battaglia del 10 marzo e dopo aver fatto sgombrare l’intero paese, su disposizione del Di Marsciano, Poggio Bustone fu dato alle fiamme. A distanza di due giorni il paese bruciava ancora. Alla bandiera di Poggio Bustone venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: «Durante la Lotta di Liberazione sosteneva coraggiosamente le formazioni partigiane e il 10 marzo 1944 le affiancava in combattimento insorgendo contro il presidio e liberando il paese. Sottoposta a dura rappresaglia da parte delle forze tedesche la popolazione di Poggio Bustone dimostrava fierezza, tenacia e fede indomabile nella libertà e nella Patria». Fedeli a questa motivazione il 14 marzo scorso, i cittadini di Poggio Bustone, hanno voluto ricordare, come ogni anno, la battaglia e la rappresaglia avvenute 66 anni fa. All’appuntamento nella piazza dedicata ad Emo Battisti, organizzato dalla locale sezione dell’ANPI guidata dal Segretario Ottavio Battisti, è seguita una messa in suffragio dei caduti. Poi, accanto alle targhe che li ricordano, si sono succeduti gli interventi di varie autorità. A conclusione della manifestazione hanno preso la parola Renzo Ricci, Presidente dell’ANPI Provinciale di Rieti, e Aladino Lombardi, già Segretario Regionale ANPI. Alla commemorazione hanno aderito rappresentanze di vari partiti politici, la CGIL, l’ARCI, l’ANPPIA di Terni, le ANPI di Piediluco, Terni e Rieti. (L.G.) ne”, si proponeva di tenere vivo il ricordo delle atrocità compiute dai nazisti durante la deportazione e di sottolineare il sacrificio della lotta partigiana. «È importante che la memoria non vada persa», ha esordito Aladino Lombardi, che ha voluto immediatamente encomiare chi, scampato alla violenza del lager, ha fatto del racconto di quella esperienza una missione di vita. «Voglio ricordare una donna come Settimia Spizzichino, che è passata nelle mani del dottor Mengele. Lei, una volta sfuggita alla morte, ha avuto come unico obiettivo il racconto di quei giorni terribili». Proprio questo è stato il punto centrale del discorso di Lombardi. Il ricordo. La memoria. La sensibilizzazione. A patria indipendente l 18 luglio 2010 l II Cronache riguardo ha raccontato le sensazioni scaturite dal suo viaggio ad Auschwitz insieme a tantissimi giovani. «Ho accompagnato trecento ragazzi nei campi di concentramento e a visitare il ghetto di Cracovia. Beh, ho percepito in loro il cambiamento. Sono entrati in quei luoghi in un modo, per poi uscirne persone diverse». Il convegno è proseguito con l’intervento di Luciano Guerzoni. Il Segretario Nazionale dell’ANPI ha posto l’attenzione su alcuni interrogativi troppo spesso trascurati. «Se tutta questa gente non fosse stata soppressa, cosa avrebbe potuto dare all’umanità?». Una domanda spiazzante, una questione che in pochi si erano posti. Poi ha continuato: «Anna Frank sarebbe diventata magari una grande scrittrice». E poi, dopo un attimo di silenzio e di commozione, ha sussurrato la dolorosa risposta: «Non lo sapremo mai». Guerzoni ha poi sottolineato le grandi responsabilità che la popolazione europea ha avuto nella concretizzazione del disegno nazista. «Come è potuto accadere che altri europei non abbiano impedito il misfatto? Questo è quello che pesa su di noi. Queste sono le nostre responsabilità. Per capirle, credo che si debba partire dall’indifferenza, che è peggiore dell’apologia del crimine. Perché l’apologia la puoi individuare. Hai l’occasione di reagire, di contestare. Ma l’indifferenza è incontrastabile». Il Segretario Nazionale dell’ANPI è poi arrivato al tema del revisionismo, alle discussioni e alle polemiche degli ultimi anni. «Il problema non è lo studio, la ricerca. Il problema sorge quando i prodotti del revisionismo sono in conflitto con la verità storica». Salvatore Coccoluto A Sicignano degli Aburni (Salerno) il responsabile Dipartimento Immigrazione della CGIL, Anselmo Botte, il Presidente della Sezione ANPI di Salerno, Luigi Giannattasio, il Presidente provinciale Giuseppe Vitiello, ed il rappresentante dei migranti Abdel Halim Halmi. In conclusione, il Consigliere nazionale dell’ANPI Antonio Amoretti ha ribadito l’impegno in difesa dei valori della Costituzione ed ha consegnato la tessera onoraria dell’Associazione al Sindaco Amato che, profondamente commosso, ha ringraziato i suoi concittadini e gli amministratori presenti per la solidarietà che gli hanno manifestato e l’ANPI per il riconoscimento dato – per lui di straordinaria importanza – perché proveniente dall’Associazione nata dalla Resistenza e fondamentale per l’affermazione dei valori della Costituzione democratica con l’impegno a praticarli, nella sua attività istituzionale e di cittadino. (L.G.) La tessera ad honorem al Sindaco, costruttore di convivenza civile Questa iniziativa – che segnaliamo con forte ritardo – è maturata nei mesi successivi allo sgombero di un campo di extracomunitari a San Nicola Varco. Tale campo ospitava un migliaio di extracomunitari, la maggioranza provenienti dal Marocco, che lavoravano nei campi della Piana del Sele. In seguito allo sgombero l’ANPI di Salerno insieme ai compagni della CGIL e ad altri volontari si è mobilitata per cercare di far fronte nel modo migliore all’emergenza umanitaria che era scattata. In tutto questo una persona che si è distinta è stata il sindaco di Sicignano che ha ospitato circa 100 extracomunitari, regolari e non, che hanno accettato di spostarsi nel suo paese, garantendogli un tetto, cibo e, quando è servito, anche una difesa legale (essendo avvocato), non preoccupandosi delle proteste che qualche consigliere dell’opposizione ha organizzato. Per questo l’ANPI di Salerno ha voluto consegnare al Sindaco di Sicignano degli Alburni, Alfonso Amato, la tessera onoraria dell’Associazione con una cerimonia che si è tenuta nell’Aula consiliare del Comune di Sicignano il 6 febbraio scorso. Con questo atto l’ANPI ha voluto manifestare il riconoscimento al Sindaco Amato per il suo forte e generoso impegno nei confronti dei migranti e per il concreto sforzo nella costruzione di un clima di convivenza civile e di rispetto e riconoscimento reciproco tra cittadini di paesi diversi. La cerimonia, preceduta da un incontro di una delegazione dell’ANPI e della CGIL di Salerno con il Sindaco ed i lavoratori migranti, presso le strutture di accoglienza messe a disposizione dal Comune di Sicignano, è stata introdotta da Titti Santulli, dell’ANPI di Salerno. Sono poi intervenuti i Sindaci, Giacomo Rosa di Contursi, Rocco Falivena di Laviano, Palmiro Cornetta di Serre, l’Assessore regionale alle Politiche sociali e all’Immigrazione e all’Emigrazione, Alfonsina De Felice, III l patria indipendente l 18 luglio 2010 Giovanna Marturano è Cavaliere È con grande orgoglio e soddisfazione che comunichiamo che il 30 giugno il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a seguito della petizione inviatagli, ha firmato il Decreto di nomina di Giovanna Marturano a Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana, cioè le ha conferito la più alta onorificenza dello Stato. A “Giovannina” le congratulazioni e tutto l’affetto della redazione di “Patria” e dell’ANPI nazionale. Giovanna Marturano, al centro, ad un 25 aprile a Roma. Cronache la gola. Non so dire il suo ultimo sguardo, ma ricordo le sue ultime parole: “Non ci vuole molto coraggio a morire, ma tu che vivrai abbine molto”». La Medaglia d’Oro La mattina del 27 gennaio 1944, Marinelli e nove al Merito Civile compagni, dopo una farsa di processo, vennero condannati a morte per l’uccisione del federale di Bologna, a Zosimo Marinelli Eugenio Facchini. I condannati vennero accompagnati Il 25 aprile scorso, il Presidente della Repubblica, al poligono di tiro di Borgo Panigale per l’esecuzione Giorgio Napolitano, ha concesso la Medaglia d’Oro al che venne affidata al famigerato capitano della Polizia merito civile a Zosimo Marinelli, una delle figure più Ausiliaria, Renato Tartarotti. Marinelli cadde sotto il piombo fascista gridando: “Viva l’Italia libera!”. eminenti dell’antifascismo modenese. Antifascista sin dagli Anni Venti, accentuò la sua lotta Dall’ultima lettera scritta alla moglie si ha l’idea della dopo la costituzione della Repubblica di Salò, organiz- religiosità, dello spessore morale ed intellettuale del zando una delle prime formazioni partigiane in pro- Marinelli. La sera del 27 gennaio 1944, poche ore privincia di Modena. Il 27 novembre 1943, si presentò ma di essere fucilato, scrisse alla moglie: “Il Tribunale presso la sua abitazione il reggente del fascio di Zocca, ha pronunciato la mia sentenza di morte, ma sono Vincenzo Minelli, accompagnato da una squadraccia di tranquillo. (…) Ho perdonato e perdono tutti quelli fascisti, per arrestarlo. I partigiani che facevano capo al che volontariamente o involontariamente hanno proMarinelli catturarono ed uccisero il Minelli. In seguito curato a me questo estremo passo. Nessuno cerchi né ad una spiata, il 27 dicembre 1943, venne arrestato dai pensi a vendetta, ma si pensi e si chieda a Dio la rassegnazione, la pace”. Questa la motivazione della concessione della Medaglia d’Oro al merito civile: “Ingegnere di elevatissime qualità umane e civili. Si prodigò con eroico coraggio contro l’oppressione fascista e partecipò attivamente alla Resistenza organizzando una formazione partigiana. Arrestato, fu barbaramente fucilato a Bologna essendosi rifiutato di rivelare i nomi dei suoi compagni di lotta. Fulgido esempio di coerenza e di rigore morale fondato sui più alti valori cristiani e di umana solidarietà”. La medaglia è stata consegnata nel corso della solenne cerimonia tenutasi lo scorso 25 aprile nel salone d’onore del Quirinale, personalmente dal Presidente della Repubblica alla nipote Gloria Marinelli, che Il Presidente Napolitano consegna l’onorificenza alla nipote di Zosimo Marinelli, Gloria. era accompagnata dal Sindaco di Zocca, Carlo Leonelli. Oltre allo scrivente, facevano parte delCarabinieri di Zocca e dai fascisti. Marinelli fu visto la delegazione gli altri nipoti di Marinelli, Giuliano e l’ultima volta il giorno dell’Epifania del 1944, nel corMaurizio Corsi ed Enzo Mazzucchi. so della messa celebrata all’interno del carcere di Sant’Eufemia di Modena, dal nipote Mario Marinelli, che su quel drammatico incontro ci ha lasciato una toccan- La provocazione del ministro La Russa te testimonianza: «In quella mattina grigia di gennaio Nel corso della solenne cerimonia oltre a quella di Zocci portarono attraverso vari corridoi in uno stanzone ca, hanno partecipato le delegazioni del comune di disadorno e gelido. In fondo un altare improvvisato, a Sasso Marconi (Bologna) e dei comuni dell’Alta Garfatutte le porte guardie armate. Forse erano duecento (de- gnana (Lucca) e le Associazioni Combattentistiche. tenuti, n.d.r.), barbe lunghe su volti emaciati; molti inCome prevede il cerimoniale, prima del Presidente deldifferenti battevano continuamente i piedi per il freddo, la Repubblica, hanno preso la parola il Ministri dell’Inaltri riuscivano a stento a nascondere la commozione». terno Roberto Maroni e quello della Difesa, Ignazio «All’inizio della messa – continua Mario Marinelli – La Russa che hanno letto le relazioni relative alle convoltandomi per caso incontrai il suo sguardo (Zosimo cessioni delle tre Medaglie d’Oro. Il Ministro La Russa ha colto l’occasione per affrontare Marinelli, n.d.r.). Era a pochi passi da me, avvolto in un un argomento a lui molto caro: l’equiparazione dei parampio mantello, sul viso i patimenti e le prove tremende tigiani con i combattenti di Salò. Infatti, ha tenuto a degli ultimi tempi avevano impresso segni profondi (avesottolineare che “anche i fascisti erano animati dagli va subìto terribili torture). Mi chiese dei suoi familiari rinchiusi nello stesso carcere. Ci salutammo – conclude il stessi ideali dei partigiani e che erano convinti di combattere per l’onore ed il bene della Patria e che per quenipote – alla fine e stringendoci la mano tentai parole sto è opportuna una memoria condivisa”. Le parole del di incoraggiamento mentre la commozione mi stringeva Il 25 aprile consegnata dal Capo dello Stato ai familiari patria indipendente l 18 luglio 2010 l IV Cronache Ministro della Difesa hanno raggelato la sala e suscitato la reazione di diversi esponenti delle Associazioni d’Arma che si sono rifiutati di stringergli la mano. Pure il Presidente della Repubblica è rimasto senza parole. Per quel che mi riguarda rifiuto la pacificazione con chi dopo 65 anni non riconosce di avere sbagliato. Si può comprendere che un giovane ventenne, imbevuto di quell’aberrante ideologia, aderisse alla RSI, ma è inaccettabile che non riconosca che era dalla parte sbagliata. Per la “Resistenza” gli obiettivi erano la democrazia e la libertà. Quali erano quelli dei repubblichini? Rolando Balugani A Parma Offre una testimonianza partigiana Marisa Ombra, Vicepresidente nazionale dell’ANPI ed autrice del libro “La bella politica”. Ha parlato delle donne in guerra, per la prima volta sole a prendere decisioni per sé e la famiglia, a governare la vita propria e altrui, con un ruolo nuovo in assenza degli uomini prima al fronte poi in montagna. Capaci, dopo l’8 settembre, pur non essendo costrette ad arruolarsi, di compiere con grande naturalezza scelte che le esponevano a rischi estremi, combattendo o facendo le staffette, senza mai sentirsi eroine. Racconta della staffetta Anna torturata dai tedeschi poi deportata a Ravensbruch. Eppure “senza le staffette non ci sarebbe mai stata la Resistenza”, disse Ferruccio Parri nel 1946. Dopo, di queste ragazze, che non si sentirono mai eroine, non si parlò più per molto tempo. Le donne del Quartiere Montanara, rappresentate da Raffaella Ilari, sono in prima linea nel vigilare, informare e sensibilizzare la popolazione nei confronti dei rigurgiti neofascisti, da quando Casa Pound si è insediata nel loro quartiere. Le “Vagamonde” hanno trasferito le loro testimonianze di donne migranti in uno spettacolo, “La nave di Penelope”, allestito da Andreina Garella di “Festina Lente Teatro”, dando voce ciascuna alle proprie emozioni. Questa nuova Penelope rispecchia la fatica e il valore di donne capaci di viaggiare attraverso la diversità. Giovanna Peditto per le operaie della “Battistero” racconta la consapevolezza di donne che hanno difeso la fabbrica e il proprio posto di lavoro scontrandosi coi nuovi inafferrabili modelli di organizzazione della produzione, multinazionali, finanziarie. Ragazze e ragazzi di oggi raccontano della ricerca svolta a scuola, con la guida della loro Prof. Emanuela Giuffredi, sulle ragazze di ieri, le 21 donne dell’Assemblea Costituente, che sono diventate le “Madri della Repubblica”. Il tutto allietato dagli intermezzi musicali del Complesso Emily County Folk, che ha proposto canzoni popolari e inedite ispirate alla Resistenza. È stato moto bello ritrovarsi in tante/i – chi veniva da Torino, chi da Modena o Reggio Emilia, oltre che da tutta la provincia – anche per il momento conviviale, che ha acceso l’allegria e la conversazione. Dopo pranzo l’attrice Laura Cleri, accompagnata dal M° Cavalli, ha strappato il sorriso e le lacrime leggendo “La cosa principale”, da “Mal di pietre” di Milena Agus, storia di una donna che sopravvive ai pregiudizi e ai propri stessi sensi di colpa, cioè ai pregiudizi interiorizzati di una società che la vuole senz’anima e senza amore, proprio lottando con le armi della fantasia e dell’amore. Parafrasando Ferruccio Parri, senza le donne non sarà possibile quella Resistenza continua che è la democrazia. Gabriella Manelli “Il coraggio delle donne” Festa delle “Veline Ingrate” Il primo giorno di primavera, nei locali della Corale Verdi, si è svolta la festa delle “Veline Ingrate”. Così si è voluto chiamare il Coordinamento Provinciale delle donne dell’ANPI di Parma, da quando, sulla scia del Coordinamento Nazionale, si è costituito, inserendosi nel dibattito sul “silenzio delle donne”, avviato sulla stampa da Nadia Urbinati. Secondo l’autrice il potere ha preso il posto della politica, il suo utilizzo attraverso “mezzi privati, soldi, scambi di favori” ha sostituito la partecipazione, la dimensione pubblica. Un popolo di sudditi, in cui le donne possono persino aspirare a diventare veline, comunque avere sempre qualcuno da ringraziare delle proprie conquiste. Noi no, non vogliamo ringraziare nessuno di quello che siamo: abbiamo scelto di essere “veline ingrate”. Ma perché le donne non si ribellano di fronte alla loro dignità offesa? Noi ci siamo dette che per uscire dal silenzio bisogna ritrovare il coraggio di dire dei NO, la passione e l’audacia per inventare nuove parole politiche, come si è già fatto in altre stagioni, l’ultima quando, negli anni ’70, decise a partire da sé, le donne facevano autocoscienza per scavare dentro il loro silenzio. E trovarono l’audacia, la passione e le parole – “il personale è politico”, “io sono mia” – per imprimere fortissimi cambiamenti alla società: nuovo diritto di famiglia, divorzio, una legge per una maternità consapevole e non imposta come un destino. Abbiamo voluto dedicare questa festa a Neda, la coraggiosa ragazza di Teheran, “morta con gli occhi aperti in un mondo che vive con gli occhi chiusi”. Si sono avvicendate sul palcoscenico della Corale – dinanzi a una platea gremita, non solo di donne – protagoniste di varie stagioni delle conquiste al femminile. V l patria indipendente l 18 luglio 2010 Cronache Ricordati al cimitero di Udine I 23 partigiani Osovani e Garibaldini fucilati dai fascisti di Salò Il 14 febbraio si è svolta la cerimonia in ricordo dei 23 Partigiani osovani e garibaldini fucilati presso il muro esterno del Cimitero di Udine. Fu una rappresaglia ordinata dalle autorità tedesche a seguito dell’eroico ed audace assalto alle carceri di Udine. Alla presenza di numerosi Sindaci, autorità civili e militari il Presidente dell’ANPI di Udine Federico Vincenti ha rivolto un saluto agli astanti. Nelle sue parole ha espresso la profonda preoccupazione per la situazione sociale e politica odierna, con particolare riferimento «...all’imbarbarimento della convivenza civile sempre più allarmata anche da azioni squadristiche, da falsificazioni della storia, da feroci episodi di razzismo, di antisemitismo» e a chi oggi cerca di stravolgere la Costituzione per «...realizzare un mutamento della nostra Repubblica democratica e pluralista mettendo così a repentaglio l’unità della nostra nazione». il ricercatore storico Gabriele Donato ha tenuto l’orazione ufficiale sottolineando la scarsa rigorosità utiliz- Italiani e sloveni insieme Ad Opicina, per ricordare Il paese di Opicina, alla periferia di Trieste, rappresentava l’anello di congiunzione tra le unità partigiane sul Carso ed il movimento di Liberazione di Trieste. Nell’ottobre del 1943 si organizzò qui, nel paese, il primo comitato del Fronte di Liberazione (OF), che fu attivo ininterrottamente fino alla Liberazione anche se strutturato nel tempo diversamente. I giovani erano organizzati in piccoli gruppi per evitare che in caso di arresti e interrogatori i tedeschi scoprissero tutta la rete clandestina. Tra gli attivisti e le staffette spesso mettevano a repentaglio la propria vita anche donne e madri di partigiani, come Rozalija Kos Kocjan, che il 7 marzo 1944 i tedeschi impiccarono ad un albero di fronte alla stazione del tram di Opicina. Ogni anno, in questa data, italiani e sloveni della provincia di Trieste onorano la sua memoria deponendo una corona sulla lapide che la sezione dell’ANPI-VZPI pose sulla facciata dell’edificio situato di fronte all’albero. Anche quest’anno, malgrado un freddo intenso con raffiche di bora, i cittadini hanno partecipato in gran numero alla cerimonia che è stata ar- zata da numerosi pseudo storici, oggi molto accreditati, ma i cui studi sono privi di un serio e meticoloso metodo scientifico: «... è in televisione – ha detto – che prendono forma tesi storiografiche inconsistenti, le cui cosiddette verità durano il tempo di una trasmissione, il tempo necessario, cioè, a raggiungere milioni di spettatori. Tali verità vengono confezionate sulla base delle convenienze politiche, e vengono calibrate in relazione alle aspettative del pubblico, che pretende semplificazioni e drammatizzazioni. (...). Per costoro, tutto quel che di più autorevole la storiografia ha prodotto in decenni di dibattito e ricerche è menzogna: la loro priorità, di conseguenza, è quella di costruire una verità alternativa, buona per essere argomento da talk show televisivo». ricchita dal coro della scuola elementare con lingua d’insegnamento slovena “F. Bevk”. La figura della staffetta Rozalija è stata poi commemorata dalla giovane Majna Pangerc che tra l’altro ha detto: «Sono passati 66 anni da quando Rozalija Kos Kocjan, staffetta e attivista partigiana, ha sacrificato la sua vita per gli ideali della Resistenza: la fratellanza, la pace, la libertà e la lotta contro l’occupatore tedesco e il fascismo oppressore del popolo sloveno e italiano delle nostre terre. Rozalija e tutti i nostri caduti hanno creduto fermamente in questi ideali. E oggi, nel tempo dei cellulari e di facebook, questi ideali sono ancora attuali? Parliamo ancora dei valori che tanto erano radicati negli eroi di quel tempo? Se devo essere sincera, ho i miei dubbi. Tutti abbiamo molti impegni, corriamo su e giù e quasi non abbiamo il tempo di parlare e di pensare. Fermiamoci un po’ e riflettiamo se i nostri figli e i giovani sono a conoscenza degli orrori che il fascismo, la guerra e l’odio hanno portato su queste terre e nell’Europa tutta. Rozalija, quasi sessantenne, esile nell’aspetto – così mi ha raccontato chi l’ha vista penzolare da un albero – portava i calzettoni scuri, i piedi infilati in pantofole felpate, una sciarpa al collo, una giacca striminzita nascosta da un enorme cartellone appatria indipendente l 18 luglio 2010 l VI Cronache peso al collo con la scritta: Ich bin Bandit. Il corpo di Rozalija rimase appeso per ben 2 giorni, affinché tutti potessero vederlo, anche i più piccoli che per andare a scuola dovevano passargli accanto. Perché? Perché aveva lottato per cacciare l’invasore, affinché potessimo parlare nella nostra lingua che il fascismo ci aveva tolto, per un mondo nuovo senza più oppressi né oppressori, senza più sfruttati né sfruttatori». Sezione ANPI-VZPI di Opicina (Trieste) A Bolzano Una piazza ai martiri antinazisti della Rosa Bianca Sophie e Hans Scholl e agli antinazisti sudtirolesi L’ANPI è onorata, assieme alla città di Bolzano, di accogliere il nome di Sophie e Hans Scholl per una sua piazza. Fortunati i sindacati dei lavoratori, che ritroveranno le sedi del loro impegno tra la via Ada Buffulini e la piazza Scholl, in luoghi dedicati a questi martiri della libertà. Sarà così più semplice trovare le motivazioni di quei luoghi. Per noi che affidiamo alla Memoria tanti valori del nostro riscatto dal nazifascismo, non è difficile scorgere una affinità tra lo spirito umano e cristiano dei giovani della Rosa Bianca e le motivazioni profonde che hanno mosso il rifiuto al nazismo dei cattolici sudtirolesi Josef Mair Nusser, Albert Reitsammer e del mite Franz Thaler. “Spirito forte, un cuore tenero” intendeva esprimere Sophie Scholl. Dal sicuro protestantesimo della madre, il figlio Hans avrebbe avvicinato i valori del cattolicesimo antinazista del vescovo Clemens August von Galen. L’uno e l’altro dei fratelli, con la loro sete di cultura, avrebbero protestato la perdita di questi umani valori con la loro resistenza al nazismo, credendo sino in fondo al valore rivoluzionario delle parole di verità dei loro cinque volantini. Hans e Sophie Scholl della Rosa Bianca andarono a morte il 22 febbraio 1943. “Il Papa ha detto che tutto è perduto con la guerra!” avrebbe semplicemente obiettato sino alla morte il cattolico sudtirolese Richard Reitshamer. La sua morte arriverà l’11 luglio 1944. L’umano “Unvergessen” il non dimenticare del mite inflessibile Franz Thaler continua nella sua vita, ben oltre il cattolico perdono. Ritroviamo le ragioni umanamente profonde, ma radicate nella sua convinzione religiosa, del rifiuto ad Hitler di Josef Mair Nusser, nelle parole di Sophie Scholl: «non dovrebbe ogni uomo, in qualunque epoca viva, ragionare continuamente come se un istante dopo dovesse essere portato davanti a Dio per il giudizio?». Josef Mair Nusser morirà nella stazione di Erlangen il 24 febbraio 1945. Gli uni e gli altri seppero rimanere uomini sino alle estreme conseguenze, nella loro opposizione al nazismo. È il conforto che ci rimane del loro sacrificio. Ci ricorda Bertrand Russel, per questi uomini e per tante altre donne e uomini: “gli innocenti non sapevano che era impossibile e quindi lo fecero”. Lionello Bertoldi Commemorati i combattenti dei Gap e dell’Intendenza “Montes” Marcuzzi “Montes”, ideatore di una vasta rete di rifornimenti per le formazioni partigiane a cui venne dato infatti il nome di “Intendenza Montes”. Marcuzzi, Medaglia d’Oro al Valor Militare, fu una vera e propria spina nel fianco per i repubblichini collaborazionisti ed i loro alleati nazisti. Ricercato con feroce accanimento, venne arrestato e torturato fino a quando non sopraggiunse la morte. Tutta la Bassa friulana ha ricordato l’estremo sacrificio di questi combattenti per la libertà il 7 marzo a Saciletto di Ruda (Udine). Alla cerimonia hanno partecipato numerosissimi Sindaci dei Comuni della Bassa e del Monfalconese, zone dalle quali proveniva la maggior parte dei partigiani inquadrati nelle formazioni della Garibaldi e dei GAP. Dopo il saluto del Sindaco di Ruda Palmina Mian e la lettura di poesie da parte delle scolaresche delle scuole di Ruda e Terzo d’Aquileia, il Sindaco di Monfalcone, Gianfranco Pizzolitto, ha tenuto l’orazione ufficiale. La cerimonia è stata accompagnata dall’esecuzione di brani musicali da parte del Coro Multifariam di Ruda. Nel febbraio del 1945 vennero fucilati dai fascisti di Salò i partigiani appartenenti ai Gruppi di Azione Patriottica (GAP) operanti nella Bassa friulana. I valorosi patrioti subirono barbare torture nella famigerata caserma “Piave” di Palmanova. Assieme a questi valorosi, i cui nomi resteranno scolpiti tra quanti hanno immolato la propria vita per la libertà e la democrazia, va aggiunto quello di Silvio VII l patria indipendente l 18 luglio 2010 Cronache Lezioni di antifascismo dalla Craozia Un grembiule da cucina con l'immagine di Benito Mussolini e il tricolore italiano è stato visto in vendita in un supermercato di Pola (Pula in croato), capoluogo istriano, in Croazia. La notizia è stata diffusa da un portale d'informazione locale, iPress, dopo la segnalazione di una donna che di solito fa la spesa nel supermercato che fa parte di un gruppo di cui è proprietario un uomo d'affari istriano, Alberto Faggian. La notizia con le foto del grembiule è stata poi ripresa dalla stampa nazionale croata, secondo la quale oggetti con immagini che inneggiano o mettono in una A Ontagnano in memoria dei caduti partigiani In una splendida giornata soleggiata, il 23 maggio, si è tenuta a Gonars, località Ontagnano (Ud), la ricorrenza annuale a memoria dei caduti partigiani Benito Cavedale, Pietro Pallavicini e Arveno Marcuzzi. La cerimonia, organizzata dalla locale sezione dell’ANPI, rappresentata dal Presidente Edoardo Ioan, ha visto intervenire il Sindaco di Gonars, Marino Del Frate, che ha posto l’accento sulla necessità di una condivisione storica, e l’ex sindaco Ivan Cignola che ha sottolineato l’importanza per la località dell’evento. Mauro Cedarmas, giovane dell’ANPI Provinciale di Udine, ha ripercorso – nell’orazione ufficiale – le vicende e sottolineato l’importanza che ha avuto la Resistenza nella storia nazionale: «È con la Guerra di Liberazione, con la morte di questi giovani che abbiamo potuto dimostrare al mondo che essere italiano poteva significare altro. È questo il sacrificio che ci ha ridato onore e dignità, sono questi i morti che De Gasperi e Togliatti hanno messo sul piatto della storia chiedendo ed ottenendo, per gli italiani tutti, uno Stato indipendente», sottolineando anche l’importanza della pacificazione storica, che deve necessariamente poggiare su basi storicamente corrette e su interpretazioni rispettose degli eventi e dei contesti. A Pordenone Presto nascerà un luogo della “Memoria Partigiana” Il professor Mario Rossi, partigiano “Fiamma”, già insegnante d’educazione artistica negli istituti scolastici di Pordenone, è l’autore del progetto artistico del monumento per il luogo della memoria a Pordenone che sarà costruito nella ex Caserma Martelli di Via Montereale. La giunta comunale del Sindaco Sergio Bolzonello ha recentemente deliberato di concedere all’ANPI l’area in comodato gratuito. Alla spesa rilevante per l’arredo urbano e per la costruzione del monumento, oltre all’ANPI provinciale, contribuiranno enti pubblici e fondazioni bancarie. luce positiva il fascismo non dovrebbero essere messi in commercio. Il grembiule ritrae Mussolini in divisa militare nella sua famosa posa con le mani sui fianchi. Alle sue spalle c'è la bandiera italiana e la scritta: "Benito Mussolini - statista" con l'indicazione dell'anno di nascita e di morte. Secondo il portale iPress, l'oggetto è stato già ritirato dal commercio. L'Istria è la regione croata più attaccata ai valori dell'antifascismo, anche perché durante il ventennio e la guerra la popolazione croata e slovena era sottoposta a costanti discriminazioni e persecuzioni da parte del regime di Mussolini. Sezione ANPI “F. Bonafede” - Pianoro Vecchio www.anpipianoro.it La zona è tristemente nota alla storia della Resistenza friulana per i campi di concentramento di Gonars stesso e della vicina Visco, e per gli orrori patiti nella Caserma Piave della vicina Palmanova, luogo nel quale agli orrori degli aguzzini si sono contrapposti atti di eroismo partigiano, purtroppo non adeguatamente celebrati e ricordati. L’evento, la cui importanza è stata sottolineata dalla presenza di molti sindaci e politici locali, si è concluso con l’emozionante esecuzione alla fisarmonica di Bella Ciao, con la struggente esecuzione di “Balute”, cantata insieme da tutti i presenti. “La fiamma della libertà – scrive Rossi nella presentazione dell’opera – guidò costantemente i partigiani. Ho voluto che fosse perennemente tesa al cielo. Il sacrificio dei martiri di Via Montereale è messo in risalto dalle figure dei fucilati, in rilievo sul marmo lavorato a sbalzo, mentre su una targa di bronzo dorato, verranno incisi i nomi dei dieci caduti. La base del monumento sarà costituita da due gradini semicircolari in marmo bianco, o pietra”. Nel posto dove sorgerà l’opera del professor Mario Rossi, sono stati fucilati dieci partigiani, in due diverse tragiche circostanze. Il monumento, ricorda idealmente tutti coloro che hanno sacrificato la vita nella Lotta di Liberazione dal nazifascismo. Franco Martelli “Ferrini” è maggiore di cavalleria, quando dopo l’8 settembre 1943, rifiuta di schierarsi patria indipendente l 18 luglio 2010 l VIII Cronache a fianco di repubblichini e nazisti. Nella primavera del 1944, prende contatto con il CLN locale e la Resistenza, diventando responsabile militare della Brigata unificata, fra garibaldini e osovani, Ippolito Nievo di pianura. Martelli, continua a condurre una vita apparentemente normale, senza darsi alla macchia. Una delazione gli sarà fatale. Il 25 novembre 1944 “Ferrini”, è arrestato nella sua casa di Palazzo Cossetti, a Pordenone, da Angelo Leschiutta, comandante dei fascisti friulani, equivalente delle brigate nere e da Alfred Dornenburg, il capo delle SS. Entrambi si presentano in abiti borghesi, come i loro scherani al seguito. A Martelli risulta fatale il rinvenimento, da parte delle SS, di un foglio di carta carbone, usato per scrivere a macchina il verbale di un incontro fra comandanti partigiani. Il mattino del 27 novembre 1944 Franco Martelli “Ferrini”, viene fucilato dai nazifascsti alla caserma Umberto I che, dopo la liberazione porterà il suo nome. Martelli “Ferrini” viene insignito, postumo, di Medaglia d’Oro al V.M. Quarant’otto giorni dopo, nello stesso luogo, sono fucilati nove partigiani garibaldini: Davide D’Agnolo “Attila”, operaio ventitreenne di San Martino al Tagliamento; Pietro Pigat “Tom”, di 29 anni, contadino di Azzano Decimo; Edoardo Ruffo “Edo”, di 18 anni, venditore ambulante a Zoppola; Elli Vello “Fulmine”, aveva un anno in più, era contadino ad Azzano Decimo come Rinaldo Azzano “Dante”, di 23 anni; Ferruccio Gava “Tigre”, della stessa età, faceva l’operaio a Prata; Olivo Chiarot “Leo” - Medaglia d’Argento al V. M. azzanese di 23 anni, era Agente di Pubblica Sicurezza; Giacobbe Perosa “Sgnappa”, di 32 anni, faceva il muratore ad Azzano; Agostino Mestre “Pedro” - Croce al Valor Militare - ad Azzano gestiva una gelateria. Impossibilitati a continuare, per i rigori dell’inverno, Il bozzetto del Monumento. la vita alla macchia, erano rientrati nelle loro case. Sono catturati in varie circostanze, perlopiù per delazioni, sette nel pordenonese, due a Conegliano Veneto. Il “Libro Matricola” del carcere di Pordenone attesta inoltre che, quella stessa mattina della fucilazione, il 14 gennaio 1945, ventinove patrioti sono prelevati e trasferiti alle prigioni di Udine. Nove fra questi, tutti del Pordenonese, vengono poi messi al muro. Francesco Aleo “Sacco”, 30 anni, Medaglia di Bronzo al V.M.; Cesare Longo “Giorgio”, 21 anni, entrambi contadini; Calogero Zaffuto “Angelo”, 27 anni, bracciante; Giannino Putto “Pronto”, 20 anni, manovale; Elio Marcuz “Trim”, 22 anni, meccanico, sono fucilati dai fascisti a Tarcento il 1° febbraio 1945; Aleo, miracolato, sopravvive. Giovanni Bortolussi “Vanni”, 21 anni, è fucilato dai fascisti a Tricesimo il 4 febbraio 1945. Fedele Da Pieve, 53 anni, Floris Pasut, 30 anni, entrambi mezzadri, Rino Allegretto “Tom”, 21 anni, studente e Felice Bet di soli 16 anni, non sono più tornati dai campi di sterminio nazisti. Sigfrido Cescut Riaperto l’ospedale partigiano di Bolnica Franja (Cerkno) Il 5 maggio di 65 anni fa lasciarono il sicuro riparo dell’ospedale partigiano Bolnica Franja gli ultimi dei 522 feriti che vi furono curati. Le 13 baracche, che erano state distrutte poco meno di tre anni fa in seguito ad una spaventosa alluvione, dopo la quale era scattata un’ampia iniziativa di solidarietà con raccolta di fondi, sono di nuovo visitabili dal 22 maggio scorso. Il restauro è costato 2,3 milioni di euro. La sezione ANPI delle Valli del Natisone (Udine) e il settimanale “Novi Matajur” hanno organizzato una gita alla quale ha preso parte il coro Matajur che si è esibito in occasione della manifestazione di apertura. ANPI di Udine IX l patria indipendente l 18 luglio 2010 Cronache Un pensiero per... Valerio Beltrame È stata una cerimonia semplice ma intensa quella che ha portato al commiato da Valerio Beltrame, con la presenza dei suoi familiari, di amici, compagni e dei tanti che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e condividerne i momenti di vita. Un ultimo saluto nel quale si è ricordata la figura attiva e dinamica di Valerio, del suo impegno, dei suoi ideali. Con lui scompare un testimone locale del secolo scorso, proveniente dal mondo rurale e, come tanti, approdato a Monfalcone alla ricerca di una occupazione che potesse dare risposta hai tanti bisogni. Il mondo del lavoro operaio, il contatto con le tante coscienze che testimoniavano la volontà di cambiamento, di riscatto, la coscienza di un mondo che puntava a rivoluzionare gli equilibri sociali, costretto invece a fare i conti con il sopravvento del fascismo e della dittatura. Il buio della democrazia, che in maniera devastante dilagherà in Europa sfociando nella Seconda guerra mondiale e nelle più tragiche forme di soffocamento e soppressione delle libertà umane, non hanno impedito a Valerio di fare la sua scelta di campo. Eccolo attivo nel Partito Comunista clandestino, impegnato a fare proselitismo e a rafforzare l’organizzazione. Nella realtà cittadina lavorerà per creare il movimento antifascista, mantenendo il collegamento con la realtà slovena e i primi movimenti di resistenza. Richiamato alle armi, continua il suo impegno a sostegno del movimento partigiano in Slovenia. Si impegna nella raccolta di fondi e materiali, ma la sua attività viene interrotta da numerosi arresti e successive scarcerazioni per mancanza di prove. Viene nuovamente arrestato nell’ottobre del 1942, deferito al Tribunale Speciale, rinchiuso nel carcere “Coroneo” di Trieste, con l’imputazione di appartenenza all’organizzazione comunista e di collaborazionismo con i partigiani sloveni. Il 25 luglio 1943, nonostante la caduta del fascismo, si trova ancora in carcere dove rimarrà in condizioni particolari di detenzione. L’avvento, dopo l’8 settembre, dei tedeschi comporta il suo trasferimento in un campo di lavoro forzato. Il suo ritorno nel dopoguerra a Monfalcone, lo vedrà riprendere il suo posto tra i lavoratori portuali, ma ancora una volta i forti fermenti politici, che in quegli anni coinvolgono in primo luogo la nostra comunità e il movimento comunista, lo vedranno di nuovo tra i protagonisti. Si trasferisce a Pola nel 1947, dove lavora presso il cantiere. Nel 1948 viene espulso dal territorio jugoslavo e torna in Italia. Torna a lavorare al porto, impegnandosi nella CGIL, e diventa, dopo Durigon e Galopin, Console della Compagnia Portuale. Con Pizzignacco viceconsole inizia ad affrontare i temi della modernizzazione del lavoro portuale e della sua meccanizzazione. Vivace protagonista della vita politica ed economica cittadina, diventa consigliere comunale del PCI. Come pensionato, continua il suo impegno sindacale nello SPI-CGIL. Rappresentante dell’ANPPIA, a fine 2009 ne viene nominato componente onorario della Presidenza. Salutiamo Valerio, ricordandolo con la sua immagine di uomo attivo, burbero ma sorridente, mentre accompagnato dal suo immancabile basco si avvia verso l’ultima sfida della vita: ciao compagno! Grazie, non ti dimenticheremo! (Adriano Persi - per ANPI Gorizia) Luigi Ladurini Aveva 94 anni Luigi, quando si è spento, a Pavullo, il 30 novembre 2009. Tesserato ANPI, era stato partigiano nella “Brigata Dragone” della Divisione Modena M. La sua salma è stata tumulata nel cimitero di Camatta, sua residenza. Alla moglie Anna, ai figli Giovanni, Berto e Giorgio ed ai parenti tutti la nostra Associazione rinnova le più sentite condoglianze. (ANPI Pavullo) Giovanni Finocchietti Il 13 maggio ci ha lasciati Giovanni Finocchietti, per anni segretario della sezione ANPI comunale “Ilio Barontini”, di Livorno. Giovanni aveva 94 anni ed era stato partigiano del X Distaccamento della 3ª Brigata Garibaldi. Aveva collaborato con Corrado De Maio, altro celebre partigiano livornese, al lavoro di vettovagliamento delle formazioni, di reclutamento di uomini nuovi e di popolarizzazione della lotta di liberazione nazionale. L'attività implicava continui spostamenti, con il rischio di cadere in una retata nazifascista. E fu proprio quello che accadde a Finocchietti che con altri fu inviato prima a Firenze e poi a Bologna come “volontario” dell'esercito della Repubblica Sociale di Salò. Riuscì a fuggire e a tornare a Livorno grazie all'aiuto di alcuni esponenti bolognesi del CLN. Prima di tornare al suo incarico di sostegno ai partigiani fu costretto a restare per un po' nell’ombra perché considerato un disertore. Operaio del Cantiere Orlando e successivamente della CMF, Finocchietti è stato anche segretario della sezione del PCI di Montenero. Amava la musica classica e le opere di cui raccoglieva anche versioni e testi di una certa rarità. (Cristina Tosi - ANPI Livorno) Roberto Pannocchia Il 9 maggio all'età di 85 anni si è spento Roberto Pannocchia, da sempre uomo di sinistra. A soli 17 anni era stato staffetta partigiana nella zona di Lorenzana. Arrestato dalla Gestapo, interrogato “pesantemente” nel carcere Don Bosco a Pisa e condannato a morte, riuscì a fuggire dal carcere grazie ad un bombardamento. Dopo la Liberazione si dedicò attivamente alla politica, militando nelle file del PCI. Fu anche giornalista: scrisse su l’Unità e fondò il mensile comunista L’Indicatore, di cui divenne ben presto direttore. Per lunghi anni fu responsabile dell'agenzia di assicurazioni Ina-Assitalia e portò sul lavoro grandi innovazioni. Fu lui infatti a proporre le polizze con addebito mensile sulla busta paga, agevolando in tal modo molti lavoratori, a cominciare dai metalmeccanici dell'Italsider di Piombino. Fu anche un grande appassionato di cinema e di teatro ed ebbe rapporti fraterni con illustri personalità livornesi. (Cristina Tosi - ANPI Livorno) Francesco Gammarota L’indomito partigiano “Brancaleone” nome di battaglia che aveva scelto in onore della sua amata città, Barletta, ci ha lasciati all’età di 87 anni. È morto nella sua città che ha sempre amato e servito anche come consigliere comunale del PCI. Quando la politica si faceva per servizio e non per servirsene. Nell’Oltrepo Pavese fu Comandante della Brigata Casotti e fu tra coloro che effettuarono il servizio d’ordine a Piazzale Loreto a Milano. Tra il 1944 e il 1945, “BrancaIeone” faceva parte di un gruppo di partigiani della Brigata Garibaldi (distaccamento CairoIi, Brigata Gramsci) rifugiatisi nel cimitero di Zavattarello (in provincia di Pavia), per sfuggire a un rastrellamento dei nazifascisti. Una giovane staffetta partigiana, portava viveri e soccorso ai feriti e ai loro compagni. Dopo una decina di giorni fu catturata e torturata per costringerla a rivelare dove portasse cibo e a chi. Questa eroina non parlò, salvando la vita anche a “Brancaleone”. Solo nel 2005, dopo una serie di difficoltose ricerche Gammarota è riuscito a portare sulla tomba di Anna Mascherini, la staffetta che gli salvò la vita, un omaggio floreale. Per oltre 40 anni Gammarota è stato operaio della Cementeria di Barletta dove ha continuato a diffondere i valori della democrazia, della libertà e della Resistenza. Con lui si spegne uno degli ultimi barlettani che – come tanti altri uomini del Meridione – hanno combattuto ed hanno dato un grande tributo di sangue per riconquistare all’Italia la libertà. La grande famiglia partigiana dell’ANPI si unisce alla moglie Lina, ai figli Pasquale, Giuseppe e Manrico nel dolore per la scomparsa del loro e nostro partigiano “Brancaleone”. (G.G.) patria indipendente l 18 luglio 2010 l X Cronache Guerrino Ferri Il 2 maggio, è venuto a mancare il partigiano Guerrino Ferri “Loppetto”, di Canepina (Viterbo). Classe 1919, aveva compiuto novant’anni l’ottobre scorso. Soldato, dopo l’8 settembre 1943 era entrato nel Gruppo di Combattimento Legnano, come Volontario della Libertà, combattendo nell’Oltre Po pavese. Da sempre iscritto all’ANPI, era, in un certo senso, animatore del gruppo informale di anziani vicini all’Associazione nel suo paese. Ogni 25 Aprile, tutti gli anni, puntuale, era alla Scuola Sottufficiali dell’Esercito di Viterbo, per portare la bandiera dell’ANPI durante la deposizione della corona d’alloro alla lapide del suo compaesano Paolo Braccini, martire della Resistenza e Medaglia d’Oro al V.M. alla memoria. (Silvio Antonini - ANPI Viterbo) Giovanni Merlo È venuta a mancare, il 30 aprile scorso, all’età di 86 anni, un'altra figura storica del mondo partigiano ovadese: il partigiano “Baffo”. Apparteneva al XX Distaccamento della III Brigata Liguria, durante la Battaglia della Benedicta del 10 aprile 1944; successivamente operò nella Brigata “Olivieri” della Divisione “Mingo”, nell'Ovadese. Era nato a Roccagrimalda (AL), dove si è svolto il funerale in forma civile, ricordato dal Sindaco Fabio Barisione e dal segretario dell’ANPI di Ovada, Giuseppe Repetto. Sempre presente nelle attività dell’Associazione, soprattutto a contatto con i giovani delle scuole, dove Merlo portava la sua testimonianza civile e umana non disdegnando di esibirsi nei canti partigiani, a lui molto cari. Con l’ANPI ovadese, partecipava a tutte le manifestazioni e celebrazioni portando la bandiera rossa della sua Brigata che accudiva come una reliquia. L’ANPI dell’ovadese ricorda “Baffo” con riverente riconoscenza per la sua incondizionata attività, partecipazione e attaccamento ai valori per i quali ha combattuto. (G.R. - ANPI Ovada) ANNIVERSARIO Natale Piasentà La vedova del nostro ex segretario provinciale ci ha inviato questo scritto. Pubblicarlo è atto di dovuta riconoscenza nei confronti di un compagno che tanto a dato all’ANPI provinciale di Novara e Verbania con la sua instancabile attività di dirigente politico-organizzativo e amministrativo. Bruno Pozzato, Segretario ANPI provinciale Novara Cameri (Novara) - Il 9 ottobre 2009 il compagno Natale Piasentà ci ha lasciati. Ora i ricordi si rincorrono. Dalla conoscenza alla Scuola del PCI “Marabini” a Bologna, alla decisione di sposarci, la nascita dei figli, il suo lavoro. Partigiano giovanissimo, appena finita la guerra contribuì alla nascita dell’Istituto Didattico Pedagogico della Resistenza ... e poi funzionario nel PCI, responsabile provinciale di stampa e propaganda, sempre in nome degli ideali che lo avevano spinto a fare quella scelta andando in montagna con tanti altri giovani superando difficoltà enormi. Furono anni molto duri ma il sacrificio di questi giovani fece tornare libero il popolo italiano. Poi si impegnò nel movimento cooperativo, fino al pensionamento, sempre lavorando con coscienza e tenendo alti gli ideali per cui era sempre vissuto. Anche quelli nella cooperazione furono anni duri, anni in cui chi vi lavorava non pensava che allo sviluppo del movimento senza mettere in primo piano la propria persona ed il compenso economico. Tutto sempre con la massima onestà ed abnegazione. Appena pensionato si è occupato dei nipoti, amandoli e cercando di trasmettere loro sani princìpi così come aveva fatto con i figli. Nel frattempo non ha mai abbandonato l’impegno civile. È stato nel direttivo dell’ANPI prima e poi Segretario fino a quando non lo ha colpito una terribile malattia: l’Alzheimer. Il ricordo che lascia è di una persona onesta e coerente con gli ideali di libertà, uguaglianza, pace e fraternità. La moglie, i figli, i nipoti, i fratelli, la sorella, le cognate ed i cognati e tutti quanti lo conobbero e lo amarono lo ricordano con tanto affetto. La moglie Rosanna Zanarini XI l patria indipendente l 18 luglio 2010 Antonio Baldo Se n’è andato all’età di 82 anni Antonio Baldo “Fedele”, partigiano della brigata Martiri di Mirano ed ex internato in Germania. Fu segretario provinciale dell’ANPI di Venezia e consigliere nazionale dell’Associazione dal 1972 al 1985. Sposato e padre di due figli, viveva a Marghera. La notizia della sua scomparsa ci addolora profondamente. Due i suoi libri autobiografici: “Ricordi di guerra di un diciassettenne 1940-1945” e “Vi racconto com’era Marghera”. Militò nel PCI e poi nel PDS fino all’iscrizione nel Partito Democratico. Lo ricordiamo con commozione per la sua storia e la sua militanza antifascista, come lo ricordiamo per il tempo dedicato al dovere della memoria. Nell’avantesto di un suo libro scrisse: “Dimenticare il passato è come percorrere una strada al buio, senza un faro che la illumini” significando con ciò che solo la conoscenza e la memoria delle lotte vissute, su cui è nata la nostra Repubblica, ci permette di relazionarci con il presente e di fare un progetto verso il futuro, rivendicando, come faceva in ogni occasione, l’attualità della Resistenza. Alla moglie Mimma e ai figli Mauro ed Anna diciamo: siate orgogliosi del marito e del padre che avete avuto. Il ricordo di un uomo di grande valore, qual era lui, è punto di riferimento per molti di noi. (ANPI Venezia) Maria Teresa Pizzetti Non c’è molta gente a dare l’ultimo saluto alla signora Maria Teresa Pizzetti, milanese di anni 93, perché tanti nemmeno la conoscevano. In molti non sanno che la signora Maria, da qualche anno a Palizzi (Reggio Calabria) per godersi la pensione vicino alla figlia, ha partecipato alla Resistenza facendo parte delle “Brigate d’assalto Garibaldi". Anche io, che ho avuto la fortuna di conoscerla, stento a vedere in questa simpatica vecchietta dagli occhi vivaci ma dolci, un’eroina della Seconda guerra mondiale. Per la sua partecipazione alla Resistenza, la signora Maria è stata imprigionata nel carcere di San Vittore a Milano ed ha più volte rischiato la fucilazione. Era molto orgogliosa, quando raccontava alle persone che le facevano visita, di questo periodo della sua vita. L’8 settembre del 1947 le è stato conferito il “Diploma di medaglia garibaldina” come riconoscimento del valore militare e del grande amore di patria dimostrati combattendo nelle Brigate d’assalto Garibaldi, la guerra di liberazione nazionale contro i tedeschi e contro il fascismo. Ora che non c’è più, rimane in noi il rimpianto di non averle conferito, in vita, il tributo che meritava. Ci rimane il conforto di pensare che il tricolore che avvolge la sua bara, simbolicamente, rappresenti l’abbraccio di una nazione intera che vuole esprimere il proprio ringraziamento e apprezzamento nei confronti di chi ha contribuito a renderla libera. Gianni Fontana Giovanni Landini Il Partigiano “Moret”, nato a Ferno il 16 maggio 1923 (VA), ci ha lasciati nella giornata del 23 giugno. Si era salvato durante l’eccidio dei 5 Martiri di Ferno del 5 gennaio 1945 insieme al compagno Partigiano Fausto Bossi. Ai funerali, che si sono svolti il 25 giugno nella chiesa S. Martino di Ferno non era presente nessuno a rappresentare l’ANPI, associazione cui questo valoroso Partigiano era fortemente legato. Della sua lunga e sofferta malattia non erano a conoscenza né i compagni di Ferno né l’ANPI Provinciale di Varese e nemmeno Giovanni Mazzetta, suo compagno d’arme. L’ANPI, addolorata e colta di sorpresa, perché non ha potuto onorare la memoria del Partigiano Giovanni Landini, come avrebbe meritato, ha espresso al figlio Fiorenzo i sensi del più sentito cordoglio. (ANPI Gallarate) Cronache Nelle affettuose parole di Carla Nespolo Il ricordo di Enzio Gemma Il 1° giugno è mancato Enzio Gemma, Presidente Onorario Emerito dell’ANPI di Alessandria, autorevole componente del Consiglio di Amministrazione dell’ISRAL dal 2005 al 2010. Partigiano, figura di rilievo nella vita politica e sociale alessandrina, ebbe un ruolo significativo a livello imprenditoriale non solo nel nostro Paese, ma anche a livello mondiale. La camera ardente e le esequie civili si sono svolte il 3 giugno nel Palazzo Comunale di Alessandria alla presenza delle massime autorità. La sepoltura nel Sacrario dei Partigiani di Alessandria. L’orazione pronunciata da Carla Nespolo «Credevamo – noi tutti che siamo qui – di essere preparati al congedo da Enzio Gemma. La lunga malattia, le sue stesse serene e consapevoli parole, sembravano accompagnarci a questo momento, con semplicità, come diceva lui: “Secondo il ciclo naturale delle cose”. Ma non è così. Oggi – e per i tempi a venire – Enzio Gemma ci mancherà tantissimo. Egli appartiene a quelle persone che – senza volerlo, senza cercarlo – diventano un esempio, un punto di riferimento importante per la propria comunità e per i tanti che, anche assai diversi tra loro, ne ammiravano l’intelligenza, la forza morale e la coerenza di vita. Queste doti Gemma le trasse dalla sua famiglia: da suo padre Vincenzo, antifascista e comunista, che perse il posto di lavoro piuttosto che piegarsi al fascismo. E da sua madre Maria Adele, della quale, sino all’ultimo, ha ricordato il sorriso e la forza. Da questa storia familiare, è derivata la sua immediata adesione alla Resistenza. Come ha descritto Cesare Manganelli nel Libro d’onore della Resistenza Alessandrina (pubblicato per iniziativa dell’allora Presidente del Consiglio Comunale, Pier Angelo Taverna) Gemma partecipò dal novembre 1943 al febbraio 1944 ai Gap di Torino e, dal giugno 1944 alla Liberazione, fu membro della Brigata Garibaldina “Massobrio”, con il nome di battaglia (piuttosto trasparente, per la verità) di “Enzo”. Di tale formazione, fu ufficiale addetto di Brigata. Una brigata di pianura, che operava tra Castelceriolo, Castelferro, Sezzadio e Alessandria, all’inizio composta da poche decine di uomini e poi via via ingranditasi. Nel febbraio-marzo 1945, la formazione era composta da circa trecento uomini. Chi voglia conoscere le azioni di questo gruppo può farlo consultando, all’ISRAL, il fondo “divisioni partigiane” fascicolo n. 9; vedrà, ad esempio, che questi partigiani – tra l’altro – liberarono alcuni operai da un treno diretto in Germania; operarono in più riprese presso il ponte Bormida, probabilmente per difenderlo da temute rappresaglie delle truppe tedesche in ri- tirata. Parteciparono – come è ovvio – alla Liberazione di Alessandria. Erano giovani e giovanissimi ragazzi, come i Ragazzi di Piazza Mentana e del Canton di Rus, per citare solo due libri recenti. Erano, come “Enzo”, i partigiani di Castelceriolo. A loro, alla loro coraggiosa giovinezza, al sacrificio di tanti, dobbiamo le basi stesse della nostra Repubblica. Oggi troppi lo dimenticano, e chiamano “pacificazione”, la cancellazione delle ragioni dell’antifascismo. Da partigiano, da presidente dell’ANPI, da dirigente politico, Gemma si è sempre opposto a questo “oblio della memoria”. Ieri era il 2 giugno e forse molti di noi hanno pensato a Gemma. Al nostro caro “Gemmone” che se n’è andato. Ci teneva, Gemma, al 2 Giugno. Sin che ha potuto, non ha mancato di partecipare alle cerimonie ufficiali. Ricordo – di tante di quelle occasioni – il suo lampo sereno negli occhi e il suo sorriso indulgente, quando si eccedeva nel formalismo. Infatti, una sua dote molto bella era l’anti-retorica, la sdrammatizzazione della vita. Nel contempo (e forse proprio per questo) aveva un interesse autentico per le persone e l’amicizia che lo legava a molte di esse (anche le più distanti, per idee, da lui, comunista da sempre e per sempre) era forte e sincera. Tanto fermo nelle proprie convinzioni, quanto capace di dialogo e di rispetto per le opinioni altrui: questo era Gemma. L’interesse per “l’altro” gli derivava – me lo disse spesso – proprio dalla guerra partigiana, dove imparò a rispettare le idee di tutti (dai monarchici ai comunisti, era solito ripetere). Questa esperienza trovò, per lui, il proprio sbocco naturale nel PCI. E non possiamo dimenticare che nell’aprile 1944 – a Salerno – il “partito nuovo” di Togliatti, fu varato proprio tenendo conto dell’esperienza unitaria della Resistenza italiana. Per i comunisti italiani, iniziava un cammino nuovo, autonomo dall’Unione Sovietica e che aveva al proprio centro la lotta per la democrazia. In questa temperie politica, si definì e si consolidò l’impegno politico di Enzio Gemma. Divenne – nel dopoguerra – segretario della Camera del Lavoro di Alessandria (dal 1953 al 1958) e poi segretario della Federazione Provinciale del PCI (dal 1959 al 1962). Furono anni duri e belli. Per la nostra città e per l’Italia. Basti pensare alla lotta della “Borsalino”, culminata nella salita sulla ciminiera di Balbi e Baseggio e nella requisizione della fabbrica, da parte del Sindaco Nicopatria indipendente l 18 luglio 2010 l XII Cronache la Basile. Furono anche gli anni del governo Tambroni, dei fatti di Genova del ’60, delle violenze sui dimostranti e di un fascismo che sembrava ritornare. E Genova – anche con i tragici fatti recenti dei G8 – ritornava spesso nei suoi ricordi e nelle sue riflessioni. Anche in quei frangenti così duri, Gemma non perse mai la sua capacità di analizzare lucidamente la realtà e di tenere aperta la porta del dialogo. Di quegli anni e di quelle riflessioni, vi è traccia commovente nelle pagine settimanali de l’Unità, dedicate ad Alessandria, presso l’archivio centrale del giornale. Il segretario Gemma era coadiuvato da un gruppo straordinario di dirigenti: Pollidoro, Gilardenghi, Marchesotti, Raschio, la Pizzorno, Motta, Massone, Scano, Valsesia, per citarne solo alcuni. E prima di lui il segretario Cristoforo Rossi e nelle istituzioni Oreste Villa, Stellio Lozza, Carlo Boccassi. Il forte gruppo dirigente del PCI di Alessandria. Molti di noi, che siamo qui oggi, e che siamo stati la generazione successiva, debbono tutta la loro formazione a così grandi maestri. Il popolo restava, per questa classe politica, il punto di riferimento. Soprattutto i lavoratori, la classe operaia. Quando fu Assessore della giunta Basile e in tutti gli anni a venire, Gemma tenne ben ferma questa prospettiva. Sorsero, per sua iniziativa, la piscina comunale e il palazzetto dello sport. Affinché tutti i giovani (indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia) potessero fare sport. Il progetto di una società più giusta: era questo obiettivo che ispirava tutta la sua attività. Gemma aveva anche – ed era una dote rara tra i comunisti – una grande capacità imprenditoriale. Contribuì, ad Alessandria, alla costruzione della zona industriale D4, per fare solo un esempio. Ma poi ha conosciuto il mondo. Da consulente economico di San Marino (che corrisponde alla funzione di Ministro di quel piccolo stato), a persona che è entrata in contatto con i grandi della terra. Da Ciu en Lai a Fidel Castro, da Ho Chi Minh a Kruscev, per citarne solo alcuni. E poi Togliatti, Berlinguer, Cossutta, ecc. Li ha incontrati da grandissimo manager, senza mai perdere di vista i valori fondamentali del rispetto, del lavoro e della solidarietà. Alcuni tratti, alcuni ricordi (uniti a quelli di chi mi ha preceduto) per onorare, ancora una volta, Enzio Gemma. La sua città lo ha fatto giustamente (e fu un riconoscimento di cui andava fiero) attribuendogli – nel 2007 – il “Gagliaudo d’oro”. Noi, oggi, lo salutiamo con amore e rimpianto. Di lui qualcuno ha scritto che era un comunista “diverso”. Magari inconsciamente, si è voluto separare l’uomo Gemma (con le sue indubbie qualità personali), dal comunista. Chi pensa così, dimostra un’incapacità di fondo: quella di non saper valutare obiettivamente il ruolo del PCI nella storia del nostro Paese. “Non da soli, non per noi soltanto” – come amava ripetere – comunisti come Gemma, hanno costruito un’Italia Nuova. XIII l patria indipendente l 18 luglio 2010 Dalla Resistenza, alla stesura e poi alla difesa della Costituzione. Dalla difesa della Democrazia, alla salvaguardia dell’Unità Nazionale, lì, senza tentennamenti, ci sono stati i Comunisti Italiani. Anche di quest’ultimo 25 Aprile Gemma ha voluto essere dettagliatamente informato, come se fosse presente. E Pasquale Cinefra, lo ha fatto sollecitamente. Oggi l’ANPI è qui, inchinando le proprie bandiere al capo riconosciuto e amato. Al proprio Presidente Emerito. All’amico e compagno che non c’è più. Al propulsore convinto del rinnovamento dell’ANPI, con una decisa apertura ai giovani. Siamo vicini a Dario e Mauro (i figli che hanno ben seguito la strada – morale e politica – del padre) e di cui era orgoglioso, con la discrezione e la passione che gli erano proprie. Siamo vicini ai cari nipoti Irina, Daria e Jacopo. Alle nuore Virginia e Adriana. Alla sorella Lella. A tutti i parenti. Avete perso un padre e un nonno straordinario. Ma questo già lo sapete. Alla fida Feja, il nostro abbraccio. Gemma ora riposerà vicino al suo caro amico e compagno, Pierino Guerci. Nel laico aldilà della memoria, ora è insieme alla sua cara moglie Asmilde. Ciao, Gemma. Ciao, Presidente e guida. Sarai per sempre con noi». * * * Anche il presidente della Provincia, Paolo Filippi, così, tra l’altro, l’ha ricordato: «… La sua militanza nel Partito Comunista – in anni certamente non agevoli per il dialogo fra forze politiche e culture diverse – era però radicata negli ideali della Resistenza che esulano da partiti e da ideologie. Gli uomini della Resistenza, infatti, avevano come imperativo comune l’abbattimento di un nemico, il nazifascismo, che aveva distrutto l’Europa … Erano ideali che partivano dalla tutela e dal rispetto della persona e che gli uomini della Resistenza non hanno mai tradito anche quando si sono trovati su posizioni contrapposte nella vita politica e sociale del dopoguerra. Erano ideali che gli appartenevano… Enzio Gemma ha manifestato più volte la sua grande preoccupazione per i tentativi di scardinamento dell’ordine costituzionale sul quale si regge la nostra Repubblica e teneva sempre desta l’attenzione dei suoi interlocutori, dell’ANPI e delle Istituzioni in particolare, per evitare rischi alla società civile della nostra nazione, dai quali sarebbe difficile tornare indietro. … Pensare ai suoi principi e alle sue azioni e attualizzarli nel nostro tempo difficile e conflittuale è il modo migliore di rendere testimonianza alla sua fede politica, alla sua fede sindacale ma, soprattutto, alla sua fede di “resistente” … Enzio … avrà come ringraziamento per la sua generosità verso il prossimo il proseguimento del suo impegno in ciascuno di noi. È il modo più vero di salutarlo e di dirgli grazie». Cronache Paolino Ranieri, il partigiano “Andrea”, ci ha lasciati Nella notte tra il 2 e 3 giugno è morto Paolino Ranieri figura leggendaria della Resistenza, commissario politico della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini”, Medaglia d’Argento al Valor Militare, membro del Consiglio Nazionale dell’ANPPIA, Presidente dell’ANPI di Sarzana. Paolino, nato a Sarzana nel 1912, era stato testimone, ancora bambino, dei celebri fatti del 21 luglio 1921, quando la città si ribellò alla violenza delle squadracce fasciste. Negli anni successivi maturò idee antifasciste e dalla fine del 1932 entrò a far parte dell’organizzazione clandestina del Partito Comunista. In quegli anni nessuno può sospettare che dietro il giovane barbiere vi sia un abilissimo propagandista, che arruola i giovani insofferenti al regime nella cellula cittadina, e che nella sua bottega di barbiere, proprio sotto la sede del comune, vengano distribuite le direttive dell’organizzazione e la stampa clandestina. Nel 1937, però, in seguito ad una spiata viene arrestato e processato per attività sovversiva dal Tribunale Speciale, con una condanna a quattro anni di reclusione. L’esperienza di Regina Coeli e Fossano costituiranno anche per lui quell’«università del carcere», fondamentale nella formazione politica di tanti antifascisti italiani: non solo lo studio collettivo con i compagni intellettuali (lezioni di politica, storia, economia, francese e ovviamente tanto materialismo storico), ma anche una pratica di condivisione e fratellanza che rimarrà una scuola di vita per il futuro. Quando nel 1940 viene rilasciato, a seguito di una amnistia (si rifiutò sempre di fare domanda di grazia), è ormai un uomo maturo, un «rivoluzionario di professione» che ha ben chiaro quale sarà il suo compito. Con la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre, il C.L.N. e gli antifascisti del territorio iniziano ad organizzare la Resistenza armata all’occupazione nazifascista e così Paolino imbraccia il mitra e diventa il partigiano «Andrea», prendendo il nome di battaglia dal protagonista del romanzo di Gorkij “La madre”, che ha letto negli anni del carcere. «Andrea» è commissario politico di un distaccamento che arriverà ad operare anche nel parmense e che si farà onore con una azione di grande importanza, come la Liberazione di Bardi nel giugno del 1944. Ritornato sui monti sopra Sarzana assume anche il ruolo di Ispettore di Zona per conto della Federazione del P.C.d’I., poi da lì a pochi mesi diventerà il commissario politico della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini” che arruola tra le proprie fila quasi un migliaio di combattenti. Paolino sa bene che la Resistenza non può limitarsi a essere soltanto uno scontro militare, ma che è suo compito formare le coscienze di quelli che dovranno costruire la nuova Italia, inseguendo in ogni gesto quella moralità della Resistenza che deve contraddistinguere il partigiano. E così tra un’azione e l’altra, nelle sere a riposo davanti al fuoco, inizia il lavoro politico con i partigiani della Brigata “Muccini”, che vedono in «Andrea» un modello e una guida. La Brigata “Muccini” diventa presto una spina nel fianco delle forze militari nazifasciste, fino al celebre rastrellamento del 29 novembre del 1944, quando la Wehrmacht e la R.S.I. costringono gli uomini della “Muccini” allo sganciamento al di là della Linea Gotica, verso i territori già liberati. «Andrea» e il comandante Flavio Bertone «Walter», rimangono insieme a poche decine di partigiani sul territorio a combattere una battaglia che si fa ancora più dura. Infatti pochi giorni dopo, il 14 dicembre 1944, Paolino viene ferito ad entrambe le gambe dalle Brigate Nere, che lo portano nel famigerato carcere del XXI a La Spezia. Nel carcere, da cui pochi sono usciti in vita, Paolino rimane quattro mesi in condizioni di detenzione durissime, fino all’aprile del 1945 quando riesce a farsi liberare e ritornare nella sua Sarzana appena in tempo per la Liberazione. Dopo la Liberazione “Andrea” entra nel comune della sua città, camminando ancora sulle stampelle, e diventa «il sindaco» (anche nei nostri giorni, se si passeggiava con lui per le vie di Sarzana, lo si sentiva chiamare così). E sindaco sarà, ininterrottamente, fino al 1971, per 25 anni, lasciando di sé il ricordo di un grande amministratore, di un politico che ha fatto dell’onestà il perno di tutta la sua azione. Negli anni successivi Paolino non si è mai allontanato dal “fare politica”, ha svolto un ruolo di fondamentale importanza nell’ANPI e nell’ANPPIA, impegnandosi strenuamente nella difesa dei valori della Resistenza e nella salvaguardia della memoria storica. Nella seconda metà degli anni Novanta, Paolino vuole trovare una soluzione al progressivo allontanamento delle giovani generazioni da una memoria della Resistenza, che è spesso meramente rievocativa, e matura l’idea di avvicinare quel patrimonio di idee con linguaggi nuovi. Dall’incontro con ricercatori e artisti nascerà il primo Museo Audiovisivo della Resistenza in Italia, che significativamente sorge dalle rovine di una colonia estiva, che i partigiani avevano costruito, in uno dei luoghi di battaglia, per ospitare gli orfani di guerra e i figli delle famiglie indigenti nel dopoguerra. Il Museo delle Prade a Fosdinovo, ha la particolarità di essere un museo di narrazione, che ai tradizionali cimeli sostituisce i volti, i racconti di vita e le memorie visive di alcuni protagonisti della Resistenza. Oggi il museo è diventato un punto di riferimento nel panorama nazionale, una meta di gite scolastiche e di visitatori provenienti da tutta Italia, sede di importanti iniziative culturali, come il festival della Resistenza “Fino al cuore della rivolta”. Paolino aveva avuto una grande intuizione, per questo andava fiero di questa creatura e incoraggiava, come sempre, i più giovani iscritti alle ANPI ad impegnarsi per far conoscere questo importante luogo, a quante patria indipendente l 18 luglio 2010 l XIV Cronache più persone possibili. A chi, come noi, si meraviglia delle coincidenze che talvolta ci affida la cabala indifferente dei nostri giorni, farà un certo effetto sapere che Paolino è morto proprio nel giorno che il museo festeggiava il suo decimo anniversario dalla inaugurazione (3 giugno 2000). Sul sito di Archivi della Resistenza così è stato ricordato «Raccontare la vita di un grand’uomo come Paolino negli spazi risicati di una newsletter (lui avrebbe sorriso di questa parola) è impresa ardua e decisamente ingenerosa. Senz’altro vi saranno altri luoghi e momenti ma non si può tacere il lato più doloroso della vicenda, quello che tocca nella carne viva chi come noi ha avuto il privilegio di essergli amico. Perché oltre al mito Paolino, l’uomo che aveva vissuto per intero il «secolo breve» (tanti compagni che venivano per la prima volta al festival o al nostro 25 aprile chiedevano di questo straordinario novantenne, volevano vederlo, conoscerlo, perché la sua fama andava ben oltre i confini della regione) c’era appunto l’amico, o per meglio dire, il compagno che sapeva esprimerti un affetto profondo, vero e commovente; un calore umano che te lo faceva sentire come una persona vicina, uno di famiglia. Paolino era anche un seduttore della parola, che sapeva adeguarsi ad ogni contesto comunicativo (altrettanto efficace con i bambini delle elementari come con gli studiosi di Resistenza), aveva una capacità oratoria, che non si limitava ai ferri del mestiere del politico di professione, ma nelle sue conversazioni si scorgevano una ironia e una arguzia che erano il segno di una intelligenza raffinata e, soprattutto, l’indice di una attenzione e di un rispetto degli altri che non aveva perso nemmeno negli ultimi struggenti incontri nel letto d’ospedale. In questi anni in cui regna uno stato di insicurezza e precarietà, Paolino poteva sembrare alle generazioni più giovani un dinosauro del secolo scorso, e invece, per chi lo conosceva diventava subito un modello da seguire, nella coerenza di principi e nell’esercizio costante delle armi della critica (Paolino è stato più eterodosso di quanto si possa pensare). Anche la sua tenacia e la sua voglia di vivere sembravano inestinguibili, per questo un altro maestro, che ci ha lasciato l’anno scorso, Ivan Della Mea, definì, in una sua poesia, Paolino «eterno». Nei destini incrociati (e disastrati) della sinistra italiana, Paolino costituiva anche una sorta di àncora di salvezza, ci esortava con il suo esempio a non perdere la speranza anche nei momenti più bui e dava nuova lena alle nostre battaglie; era (probabilXV l patria indipendente l 18 luglio 2010 mente a sua insaputa) un elemento di sicurezza e conforto: «Come sta Paolino?» ci chiedevano molti compagni che abitano fuori e tutti noi a ripetere che stava benissimo che la sua lucidità era impressionante, che era il più giovane di tutti noi. Forse la sua morte, tra i tanti dolorosi distacchi, rischia di segnarne uno ulteriore in questa direzione. Eppure non dovrà essere così! Tutta la sua vita è stata vissuta all’insegna di un impegno civile e di una passione militante di rara coerenza: la politica, nella sua accezione più nobile e ideale, era per lui uno strumento per trasformare la società, per combatterne le ingiustizie seguendo quegli ideali di giustizia sociale che aveva visto realizzati nell’esperienza del carcere e sui monti, insieme ai partigiani. In queste settimane ci confessava spesso la curiosità di sapere come sarebbe andata a finire, che ne sarebbe stato dell’Italia di domani, magari del dopo Berlusconi, ma questo suo dire implicitamente ci chiama in causa, ci fa interrogare sul «che fare?», noi oggi, ci chiede il conto del nostro impegno a combattere lo stato presente delle cose e ci esorta a non arrenderci al nemico più insidioso del “menopeggismo”, della sconfitta a tavolino, perché «un altro mondo è possibile» non è soltanto lo slogan di un facinoroso noglobal, ma era il motto che Paolino sentiva suo e amava ripetere sulla soglia dei novantotto anni. Paolino, l’«eterno», non ci lascia, non ci può lasciare. Il suo esempio non sarà dimenticato, noi di Archivi della Resistenza, insieme ai compagni dell’ANPI Sarzana e al Comitato Sentieri della Resistenza, per prima cosa dedicheremo alla sua memoria l’edizione di “Fino al cuore della rivolta” di quest’anno (che si terrà al Museo della Resistenza dal 30 luglio al 3 agosto). Ma quello che più conta, è che porteremo a termine il progetto di un libro che stavamo curando insieme a Paolino (dal 2007), attraverso cui si racconta tutta la sua incredibile vita dall’infanzia ai giorni nostri. Si tratta di un libro di enorme interesse e non essere riusciti a portarlo alle stampe, prima che Paolino ci lasciasse, costituisce per noi un rimorso non piccolo, per il quale ci scusiamo con tutti voi. Archivi della Resistenza e il Comitato Sentieri della Resistenza esprimono tutta la propria vicinanza ai figli Vanda e Andrea, alla nuora Michela ai nipoti Paolo, Elena e Giacomo, ai pronipoti Andrea e Giulia, ai familiari tutti, ai compagni e le compagne dell’ANPI di Sarzana e a tutti quelli che gli hanno voluto bene. Caro Paolino, che la terra ti sia lieve». Il collettivo di Archivi della Resistenza Cronache Un sardo e un siciliano nella Resistenza A Cagliari Serata in ricordo di Dario Porcheddu Ha fatto bene il Comitato 25 Aprile (di Cagliari) ad organizzare e curare questo incontro di riflessione sul pensiero e l’azione del suo infaticabile Presidente, Dario Porcheddu, deceduto nel novembre 2009 a seguito di una lunga e dolorosa malattia. Quando parliamo di Dario parliamo necessariamente, di riflesso, di democrazia, antifascismo e solidarietà. Tutti comuni denominatori che rientravano nella forte personalità di Porcheddu che è stato un punto di riferimento nell’antifascismo isolano per la passione e la tenacia delle sue idee. Dario lascia un enorme patrimonio culturale, di esperienze e di passioni politiche, che non si possono disperdere o dimenticare impunemente. Nella sua lunga vita (deceduto alla veneranda età di 88 anni) ha scritto alcuni libri che argomentano della sua vita di uomo e di partigiano e della strenua resistenza alle brutture del nazifascismo. Il libro, secondo il mio personale parere, più autorevole e degno di considerazione è stato “Ho baciato la morte” (diario di un partigiano) pubblicato nel 1994 a cura dell’UAPS (Unione Autonoma dei Partigiani Sardi) di cui era da decenni il Presidente regionale. Questa pubblicazione è una cronaca storica vissuta in prima persona dal partigiano Porcheddu, in cui si racconta in modo lineare, e privo di enfasi, la sua lunga esperienza di vita partigiana. Scrive: «… Questa narrazione, che dal 1942, anno in cui venni arruolato nel Corpo della Guardia di Finanza, porta, attraverso oltre quattro lunghissimi anni di peripezie e sofferenze, al 1946, ha un solo scopo: raccomandare, come una preghiera solenne, a chi non avesse conosciuto gli orrori della guerra, ed in particolare ai giovani, che mai si perdano di mira gli ideali della pace, di democrazia e di libertà, valori per i quali in quegli anni si pagarono amarissimi prezzi …». La Sardegna non ha conosciuto la Resistenza armata avendo le truppe tedesche lasciato l’isola ai primi del settembre 1943. Ma tantissimi sardi hanno dato un importante e significativo contributo contro la dittatura fascista militando nelle file delle brigate partigiane nelle Alpi e nell’Appennino. Ma anche nella resistenza europea (Grecia, Albania, ex Jugoslavia). Apprezzata è stata la proposta di creare una Borsa di studio universitaria dedicata a Dario Porcheddu che rappresenterebbe il giusto riconoscimento per un’icona dell’antifascismo sardo e nazionale. Uomini come lui – e tanti altri, magari anonimi, che mai troveremo nei manuali scolastici – rappresentano una forza, un valore aggiunto, necessario per rinsaldare nei fatti la nostra Costituzione repubblicana. È doveroso trovare un giusto spazio per tutti i combattenti sardi, affinché i nostri corregionali ne apprezzino e ne ricordino il pensiero e l’azione Maurizio Orrù Gildo Moncada, agrigentino, partigiano in Umbria Nel 65° anniversario della Liberazione d’Italia dal nazifascismo, un ricordo di Gildo Moncada, partigiano, grafico e pittore. Mio padre. Tra gli attestati che ha ricevuto, mi piace menzionare il “Diploma d’onore ai combattenti per la libertà d’Italia 1943-1945” conferitogli il 19 giugno 1984 dall’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini e dal Ministro Moncada in divisa partigiana a Perugia il della Difesa Gildo 19 giugno 1944, giorno della liberazione del Giovanni Spa- capoluogo umbro. dolini. Tanti furono i siciliani, gli agrigentini che, da volontari per la libertà, combatterono la guerra di Resistenza fino all’estremo sacrificio della propria vita, per gli ideali di Libertà, Democrazia e Patria. Mio padre, Gildo Moncada, agrigentino, fu uno di questi. Il 26 aprile del 1944, entrò a far parte della Brigata partigiana “Leoni” operante in Umbria e nel territorio confinante con le regioni Toscana e Marche, dipendente dalle ricostituite Forze Armate Italiane e dalle truppe alleate anglo-americane comandate dal generale Alexander. Gildo Moncada divenne partigiano, volontario per la libertà, a 16 anni e 3 mesi. Ragazzino, decise di lasciare la famiglia di mio nonno Raimondo, per dare il suo contributo alla grande rivolta di popolo che fu la Resistenza per liberare l’Italia dall’occupazione e dall’oppressione nazi-fascista. Durante un’azione militare a Sansepolcro (in provincia di Arezzo), nella caldissima area di guerra rappresentata dalla Linea Gotica, e in uno dei momenti più cruenti del secondo conflitto mondiale, venne gravemente ferito. Rientrato definitivamente dieci anni dopo nella sua terra, mutilato ad una gamba, è stato fino al 1997 sempre tra gli organizzatori della Festa del 25 Aprile ad Agrigento con il presidente provinciale dell’ANPI Salvatore Di Benedetto, comandante partigiano, grande invalido di guerra, e i rappresentanti di altri enti, Istituzioni, partiti e sindacati. Raimondo Moncada patria indipendente l 18 luglio 2010 l XVI Cronache del 25 aprile A Udine Grande successo per le celebrazioni della Festa della Liberazione Le celebrazioni nella Provincia di Udine per il 65° anniversario della Festa della Liberazione hanno avuto un notevole successo. Nella città di Udine, decorata con la Medaglia d’Oro al Valor Militare per il contributo che il Friuli ha dato alla Resistenza, il 24 aprile, al Borgo Villalta si è tenuta una manifestazione in ricordo dei Caduti nella lotta partigiana del quartiere, soprattutto di Giovan Battista Periz “Orio”, Medaglia d’Argento al Valor Militare, che, catturato a metà gennaio del 1945, venne prima torturato nelle carceri di Udine e poi, in precarie condizioni fisiche, deportato a Mauthausen ove perì. Alla cerimonia, presente il Sindaco della Città prof. Furio Honsell, sono intervenuti la consigliera comunale Cinzia Del Torre e il prof. Luigi Raimondi Cominesi della Presidenza Onoraria dell’ANPI di Udine, già Volontario del Corpo Italiano di Liberazione. La manifestazione ufficiale del 25 Aprile è stata celebrata in Udine con una grande partecipazione, soprattutto di giovani, i quali sono stati protagonisti, nel dopo manifestazione, dell’appuntamento che sta diventando consueto dell’ANPI in Festa, organizzato efficacemente dalla Sezione Udine Città. Centinaia di persone infatti hanno partecipato al pranzo collettivo che ha visto la presenza anche di numerose autorità civili. Le orazioni sono state pronunciate da un rappresentante sindacale, da un giovane consigliere comunale e soprattutto dal Sindaco prof. Furio Honsell il quale nel suo vibrante ed applauditissimo intervento ha sottolineato che « ...grazie alla lotta dei partigiani, al sacrificio di oltre 2.600 morti, 1.600 feriti, 7.000 deportati, e oltre 12.000 prigionieri politici passati nel carcere di via Spalato, la Città di Udine oggi è ricordata come città simbolo della Lotta Partigiana, come simbolo di civiltà. Per quell’epopea Udine fu insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Lotta di Liberazione a nome di tutto il Friuli...» e che «... soprattutto in momenti come questi dobbiamo riaffermare invece l’impegno per l’inclusione sociale e promuovere i valori di uguaglianza, di solidarietà, di accoglienza, rifuggendo dalle discriminazioni verso chi ha contribuito a costruire la ricchezza e il benessere del nostro paese, anche se straniero, e non dobbiamo imbarbarirci calpestando il diritto di asilo nei confronti di chi a noi si rivolge in cerca di giustizia». Accanto al principale appuntamento celebrativo della Città, Udine, si sono svolte numerose altre iniziative minori in tutta la Provincia, mostre, convegni, cerimonie in località significative della lotta partigiana, gare sportive. A Piacenza per il 25 Aprile Intensa collaborazione con le istituzioni Si è in generale verificato, in provincia di Piacenza, sia un aumento delle iniziative, che di partecipazione dei cittadini, che di interesse sulla stampa locale. Il 65° Anniversario della Liberazione quest’anno è stato celebrato in almeno 44 dei 48 comuni piacentini su iniziativa delle stesse amministrazioni comunali. La forma tipica è stata quella consueta della celebrazione di una Messa a suffragio dei Caduti, corteo al XVII l patria indipendente l 18 luglio 2010 monumento che li ricorda, deposizione di corone d’alloro e di fiori, discorso di un oratore concordato con l’ANPI, o di una personalità pubblica provinciale scelta dall’amministrazione comunale, o del solo sindaco. Quest’anno più che in passato la forma celebrativa tradizionale è stata arricchita in diversi comuni con la consegna di medaglie di benemerenza agli ex partigiani viventi. Cronache del 25 aprile Inoltre, in una decina di comuni, sostanzialmente quelli maggiori dopo il capoluogo, la manifestazione del 25 Aprile è stata preceduta da iniziative di approfondimento con gli studenti locali o, alla sera, con i cittadini. Si sono effettuate proiezioni, letture, ascolto delle testimonianze di ex-partigiani. Tre comuni della Val d’Arda/Val d’Ongina hanno ospitato i famigliari provenienti dalla Russia di un partigiano sovietico caduto eroicamente in terra piacentina, dando origine ad un convegno e ad incontri molto partecipati dai cittadini. Quasi tutte queste manifestazioni si sono svolte con il supporto delle nostre Sezioni ANPI. Particolarmente ricco quest’anno il calendario delle iniziative (diciotto) – coordinate dal Comune di Piacenza con l’adesione dell’Amministrazione provinciale, durante l’intero mese di aprile e in maggioranza di carattere provinciale – delle quali sette si sono svolte il 25, coprendo l’intera giornata e coinvolgendo quattro piazze del capoluogo, indirizzandosi specificamente ai bambini con i loro genitori, ai giovani (con il concerto della sera), agli immigrati, agli sportivi. Fra le tante iniziative più significative sul piano storico, culturale e politico segnaliamo un convegno sui vecchi antifascisti di formazione politica (a cui è intervenuto Armando Cossutta); una conferenza sul tema “Donne, Resistenza, Democrazia” (che ha visto la partecipazione dell’artista teatrale Roberta Bigiarelli); un incontro, con manifestazione musicale, su “I diritti (negati) dei migranti”; un “Viaggio della Memoria” di due giorni a Mauthausen con due pullman e 106 partecipanti. Romano Repetti Segretario ANPI Piacenza Il 25 Aprile a Viterbo Come le celebrazioni della Liberazione si trasformano in una folle corsa È stata la fretta a contraddistinguere le celebrazioni istituzionali del 25 Aprile 2010 a Viterbo. Il corteo della prima Festa della Liberazione sotto la – appena insediatasi – giunta provinciale di centrodestra di Marcello Meroi, ha assunto le caratteristiche di una gara podistica, tanta è stata la fretta di concludere tutto al più presto. Il corteo è partito a passo veloce che neanche erano passate le 10, ora stabilita in Prefettura per il concentramento in piazza S. Sisto; un corteo misero e assai risicato che, difatti, si dovrà fermare alla fine di via Ascenzi per permettere alle rappresentanze dei comuni e delle organizzazioni tagliate fuori dalla partenza affrettata di inserirsi nel corteo. In piazza del Sacrario, dove terminano le celebrazioni con la deposizione delle corone d’alloro al Sacello dei Caduti e alla lapide ai Partigiani, decine e decine di persone riuscivano, finalmente, a seguire l’evento dopo aver rincorso il corteo per tutto il tragitto. La brevità ha caratterizzato anche gli interventi dal palco del sindaco di Viterbo, Giulio Marini, e del presidente della Provincia Meroi (entrambi Pdl). Difficile capire il significato di questa ricorrenza dalle loro parole: non un cenno alle vicende storiche che portarono all’insurrezione del 25 Aprile 1945, non un riconoscimento diretto alla Resistenza e alle persone che la animarono nel nostro territorio. Solo vaghi e generici riferimenti a sacrifici e eroismi, senza aggiungere di chi e perché. A sentirli, sembrava che, anziché la Liberazione, il 25 Aprile si ricordi il superamento degli odi che, sottinteso, avrebbero segnato la festa in passato. La parola è poi passata al consigliere del nostro Comitato provinciale ANPI, Giuliano Calisti, che ha aperto l’intervento ricordando i tredici Martiri viterbesi delle Fosse Ardeatine e gli oltre quaranta cittadini inermi caduti nella strage nazista di Vignanello, del giugno 1944. Calisti ha poi ricordato la Medaglia d’Oro al V.M., professor Mariano Buratti, partigiano azionista, torturato a via Tasso e fucilato a Forte Bravetta, citando le parole del suo allievo al liceo classico di Viterbo, Aldo Laterza. Nel citare, invece, la testimonianza di Nello Marignoli, partigiano viterbese combattente in Jugoslavia, Calisti, con riferimento all’attualità, ha concluso: «Ieri i partigiani jugoslavi combatterono assieme ai soldati italiani che avevano conosciuto come invasori, mentre nell’Europa di oggi, spesso, non riusciamo più a trattare con rispetto e dignità i profughi ed i poveri, definiti con l’orrendo termine di “clandestini”. Noi dell’ANPI lottiamo perché, in Europa e nel mondo, il neofascismo, il razzismo e la guerra, diventino i veri clandestini». È seguito un caloroso applauso, con parole d’approvazione, da parte del pubblico che, mentre le autorità sgattaiolavano via, intonava “Bella ciao”. Silvio Antonini Segretario e Portabandiera ANPI Viterbo patria indipendente l 18 luglio 2010 l XVIII Cronache Casale Monferrato Il Presidente Nazionale dell’ANPI Raimondo Ricci commemora la Banda Tom Matteotti organizzandone la VII Brigata di cui assunse il comando. In seguito a delazione fu catturato coi suoi compagni e due garibaldini che erano in missione nella zona: Luigi Santambrogio di 16 anni e Carlo Serretta di 17, e dovettero percorrere il cammino da Casorzo a Casale Monferrato a piedi scalzi nella neve sotto le percosse dei fascisti. Al mattino del 15 gennaio, venne unito a loro un altro garibaldino catturato il 3 gennaio, Alessio Boccalatte, scalzi e legati con il filo di ferro, furono fatti sfilare per le vie della città per essere ulteriormente umiliati, suscitando, invece, la commozione dei cittadini per la sorte di quei ragazzi e lo sdegno nei confronti dei fascisti. Il 31 gennaio in Casale Monferrato (AL), come tutti gli anni dalla Liberazione ad oggi, si è svolta la commemorazione della “Banda Tom”. A ricordare il sacrificio di quei tredici martiri un lungo corteo di cittadine e di cittadini e di rappresentanti delle Istituzioni civili e militari. Dopo le parole introduttive della Presidentessa del Comitato antifascista per la difesa delle Istituzioni repubblicane Anna Maria Crosio e del Sindaco della Città di Casale Monferrato Giorgio Demezzi, il Presidente Nazionale dell’ANPI, Raimondo Ricci, in un teatro affollatissimo, ha commemorato la Banda Tom con un discorso storico di ampio respiro finalizzato a capire il nostro presente ed il nostro futuro. A termine del discorso, mentre il pubblico in piedi applaudiva lungamente, il Presidente ha ripreso il microfono per ricordare a tutti l’Art. 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La commemorazione è poi continuata in Cittadella con la posa della corona d’alloro della Città di Casale Monferrato davanti al muro della fucilazione dove famigliari ed Davanti al muro della fucilazione (da destra): il Presidente Nazionale dell’ANPI, Raimondo Ricamici avevano già posto quattordi- ci, la Presidentessa del Comitato Antifascista per la difesa delle Istituzioni repubblicane di CaMonferrato Anna Maria Crosio, il Prefetto di Alessandra Francesco Paolo Castaldo, il Sinci vasi di ciclamini rossi a ricordare sale daco di Casale Monferrato Giorgio Demezzi, il Gonfalone della Provincia di Alessandria insigniil sangue versato da quei Giusti. to di M.O. al V.M. per la Resistenza e la Bandiera della Sezione ANPI di Casale Monferrato. Andino Bizzarro, fratello del Ca- (Foto: Franca Nebbia) duto Partigiano M.O. al V.M Arduino, ha dato lettura dell’ultima lettera inviata da Condotti in Cittadella, dove era già stato fucilato il 13 giugno 1944 il Partigiano Gaetano Molo, quelle treGiovanni Cavoli “Dinamite” alla famiglia. La commemorazione si è conclusa con l’abbraccio dici giovani vite furono falciate da una raffica di micommosso della figlia di “Dinamite” ad Andino, al traglia. Presidente Ricci ed a Pasquale Cinefra, Presidente I loro corpi dovettero restare due giorni sulla neve prima che venisse permesso di raccogliere quei miseri dell’ANPI Provinciale. resti, comporli in povere casse, e farli trasportare al ci* * * mitero senza funerale. Un po’ di storia: la Banda Tom Questi i nomi dei tredici Martiri: “Tom”, Antonio Olearo, dopo l’armistizio fuggì dal- Antonio Olearo “Tom” (M.O. al V.M.), Giuseppe la Francia ove prestava servizio nel corpo delle Guar- Augino, Alessio Boccalatte, Aldo Cantarello, Luigi die di Frontiera e riparò in Val di Susa, da subito par- Cassina “Ginetto”, Giovanni Cavoli “Dinamite”, tecipando ad azioni di guerriglia. Harry Harbyoire, Remo Peracchio, Giuseppe MaugeNell’inverno ’43-’44, non potendo continuare attiva- ri, Boris Portieri, Luigi Santambrogio “Gigi”, Carlo mente la guerriglia sui monti venne in Monferrato Serretta “Scugnizzo”, Giuseppe Raschio. dove organizzò una banda armata che egli stesso coRenato Gagliardini mandava. Nell’agosto entrò con i suoi uomini nella Divisione Presidente Sezione ANPI Casale Monferrato XIX l patria indipendente l 18 luglio 2010 Cronache Ora Torre Pellice ha i giardini Martiri della Rosa Bianca Il 24 aprile a Torre Pellice (TO) sono stati inaugurati i “Giardini Martiri della Rosa Bianca”, dedicati al gruppo antinazista ghigliottinato in Germania nel 1943. In tale area verde esiste un monumento partigiano dedicato alla battaglia di Rio Cros, quando i partigiani fermarono una colonna tedesca diretta nell’alta Val Pellice. Credo che in Italia non sia mai stato dedicato nulla (forse in Trentino una scuola) a tale gruppo di resistenti tedeschi. Il 25 aprile, sempre a Torre Pellice, l’orazione ufficiale è stata fatta in tedesco (ovviamente poi tradotta) dal borgomastro Becker della città di Moerfelden Walldorf con la quale siamo gemellati. Forse ha fatto un po’ di effetto sentire parlare tedesco il 25 aprile vicino ai monumenti partigiani: ma le colpe dei padri non possono ricadere sui figli e gli antinazisti hanno pari dignità con gli antifascisti e tutti coloro che amano la pace e la giustizia devono essere uniti. Tra l’altro il borgomastro ha fatto un discorso molto bello e apprezzato. Si è voluto unire la resistenza tedesca a quella italiana, contro ogni forma di dittatura e razzismo che si possa affacciare in Europa. Vicino alla bandiera italiana sventolava quella europea per sottolineare che la fede nei valori della democrazia e della libertà travalica le frontiere e le lingue. Due giornate molto emozionanti da segnalare. Lorenzo Tibaldo Presidente del Comitato Resistenza Val Pellice A San Mauro Torinese Omaggio a Bianca Guidetti Serra La sezione ANPI “Leo Lanfranco” di San Mauro, Castiglione e Gassino Torinese in occasione della festa della donna, ha reso omaggio a Bianca Guidetti Serra che per oltre 70 anni del secolo scorso è stata protagonista delle lotte politiche, sociali e culturali contro il fascismo per la democrazia per i diritti, sempre dalla parte dei più deboli. Col patrocinio della città di San Mauro è stata quindi organizzata nella Sala del Consiglio Comunale, il 10 marzo, l’iniziativa: “Le donne raccontano il Novecento” nel corso della quale è stato presentato il libro “Bianca la Rossa” con la partecipazione delle autrici Bianca Guidetti Serra e Santina Mobiglia. Giuseppe Bucci patria indipendente l 18 luglio 2010 l XX patria indipendente l 28 gennaio 2005 l 1