CULTURANDO
Tu, a mia insaputa
discendevi discreto
Quest’edizione della nostra rubrica “Culturando” è riservata
alla pubbicazione (alquanto nobilitante) della lettera che
Arrigo Bugiani, l’ideatore ed editore della preziosa, inconsueta
e longeva collana “I libretti di Mal’Aria” scrisse in occasione
della morte del nostro grande letterato Osvaldo Ramous.
Precedentemente - nel 1976 e nel 1981 (ma poi, una terza volta,
postuma, nel 1985), Bugiani aveva dedicato due numeri dei
“Libretti” a Ramous, presentandovi varie poesie tra le quali
“Non è più il vento” e “Dove siete” che riproponiamo a fine
lettera.
Caro, carissimo mio compagno di giochi, la Storia la quale
di suo carattere è alquanto mutevole ci ha divisi nel caso del
vivere; ma la Poesia che attimo per attimo si mantiene sempre
fedele, non ha allentato mai il suo abbraccio. Fino dal primo
istante del nostro incontro ci siamo intesi alla perfezione, non
già cittadini di uno stesso paese bensì partecipi del mondo
contento pacato pien di lumi e festoni e corone, mezzo terra
e mezzo paradiso, condotto avanti e regolato puntualmente
dall’amore umano: che è sostegno unico, appunto, della
DEL POPOLO
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Ennesima prova di valore del poeta fiumano
Anche Osvaldo Ramous
nei «Libretti di Mal’Aria»
di Francesco Cenetiempo
«C
ari amici di Arrigo Bugiani, contento
come una pasqua, Arrigo Bugiani è andato
a farsi benedire dal suo Signore Gesù Cristo. Così si è conclusa la curiosa avventura dei Libretti
di Mal’Aria. Ha lasciato detto di mandarvi un saluto”.
Con queste parole l’editore e scrittore Arrigo Bugiani,
nato a Grosseto nel 1897, si congedò dal mondo dei
vivi nell’agosto del 1994. È l’inciso dell’ultimo numero de I libretti di Mal’Aria, quello del 15 agosto 1994.
Presero congedo (Con lui son‘ iti via) dalla vita anche
Basco Lazzaretti, Fiore Mascheroni e Severino Nuvoli, suoi pseudonimi nei Libretti. Stampati su carta comune a Pisa e sempre con la medesima tiratura di cinquecento copie dichiarate, ricavati da un unico foglio
formato A4 che piegato si presentava con 8 facciate, I
libretti di Mal’Aria sono stati una curiosa operazione
editoriale iniziata nel 1960 e dai più definita “ la più
esile ma sostanziosa biblioteca del mondo”. Un’operazione alla quale avevano aderito tanti, scrittori, poeti, filosofi, artisti, molti dei quali notissimi. E tra questi
c’é anche il fiumano Osvaldo Ramous.
Precedentemente (1951 – 1954), “Mal’Aria” era
stata una rivista di letteratura militante, fondata da
Bugiani a Follonica nel 1951. Recava come sottotitolo “Rivista maremmana” e aveva adottato il detto maremmano “Dio ci manda male che ben ci metta”. Uscirono soltanto nove numeri, contraddistinti da
grande raffinatezza editoriale e tipografica. Sei anni
più tardi nascevano i libretti
La dipartita di Bugiani da questo mondo, con il saluto di prima trasmesso ai figli Maria Teresa e Orso
Bugiani, avvenne silenziosamente e con semplicità,
così come semplice egli era stato in vita, all’insegna di
un cristianesimo integro e povero. Perchè Bugiani era
nato da povera gente, prematuramente orfano si guadagnò il pane prima come tornitore, poi come impiegato alle acciaierie Ilva. L’impossibilità ad accedere
ad una cultura scolastica (non superò la sesta elementare) non gli impedì fin dalla giovinezza di coltivare
una vena lirica che gli valse la collaborazione all’unica rivista cattolica di valore degli anni Trenta in Italia,
Il Frontespizio: una rivista mensile di ispirazione cattolica fondata a Firenze nel 1929 da Enrico Lucarelli
e conclusasi nel dicembre del 1940. Nel giugno 1930
la rivista passava all’editore Vallecchi e si affermava
come luogo autorevole dove riporre quelle esperienze poetiche e critiche raccolte intorno all’idea di una
letteratura come ricerca interiore. Alla fine degli anni
Trenta, porterà un gruppo di collaboratori, guidati da
Carlo Bo, a lasciare la rivista in polemica con la direzione e al suo allinearsi alla cultura fascista. Tra i suoi
collaboratori vi furono A. Soffici, N. Lisi, C. Betocchi,
G. De Luca, C. Bo, M. Luzi, G. La Pira, R. Weiss, e,
appunto Arrigo Bugiani.I suoi scritti vennero, in seguito, raccolti dall’amico Roberto Weiss e inseriti nel
volume Festa dell’omo inutile, illustrato dalle silografie di Natale Lecci, per le Edizioni del Frontespizio
di Firenze. Fu a Genova, dove era divenuto amico di
poeti e pittori liguri come Camillo Sbarbaro, Giorgio
Caproni, Angelo Barile, Adriano Grande e di molti altri che a Bugiani nacque l’idea o meglio la sua straordinaria invenzione editoriale.
Nel 1976, con il numero 185 e con il titolo Non è più
il vento, il nuovo libretto di Mal’Aria viene inviato ai
cultori che sono ormai diverse centinaia e risiedono in
ogni parte d’Italia e che da alcuni anni seguono questa
bizzarra forma di editoria di qualità. L’autore è Osvaldo Ramous (Fiume 1905 - ivi 1981) scrittore, drammaturgo e poeta di Fiume, già noto al pubblico italiano per
alcuni testi poetici pubblicati dall’editore padovano Rebellato (Pianto vegetale, 1967, Realtà dell’assurdo,
1973 e Pietà delle cose, 1977) e ovviamente la prima
edizione in lingua italiana di Poesia jugoslava contemporanea sempre per i tipi dello stesso editore.
Segue a pagina 6
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IV
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• Sabato, 19 gennaio
Poesia. Dal nostro accordo quasi musicale (era di certo un
accordo segnavia scoccato dalle corde degli animi ai primi
passi di creature concepite volenterose) è venuta fuori la
preziosissima amicizia: amicizia di quella specie che saggezza
reclama e proclama immortale. Per il giocoso moto e per il via
di essa (talmente si rivelano, e quanto inconsuete esplodono le
stranezze dell’esistenza!) per vera gioia e fortuna, causa di essa
sono stati due foglietti di Mal’Aria, quello segnato col numero
185 e titolo lusinghiero «non è più il vento», e questo 338
combinato tra il dicembre 1980 e il 22 gennaio 1981. Libretto
338 di lunga incubazione: e intanto, a mia insaputa, tu, addì
due marzo dell’anno scorso, discendevi discreto, educato e
tacito, dalla scala di questo mondo per salirne altra “luminosa
e alta” e a “centro di gloria”. Così io mi son trovato ad essere in
stato di soggezione, di debito, di accidia seppure non malevola,
e non mi resta altro da fare che ben poco: liberare ora questo
tuo ultimo accordo per mandarlo in giro ricordativo mentre
si svolge la nostra provvisoria separazione. Addio Osvaldo
Ramous.
Non è più il vento
Non è più il vento che soffia, / è la voce dei tuoi segreti./
Anche i volti già chiusi nella terra / tornano vivi al sole. / Se
improvviso si apre / il nodo aspro dei sensi / e la foglia sciolta
dal ramo /si fa aia per avvolgerti col suo volo, / da leggere
campane di petali / escono fiati di nascituri / e balconi allegri si
schiudono / sopra il mare del sonno.
Dove siete
Dove siete quelle che nel mio orto / facce umane adoravo
/ come fossero volti di sopravvissuti, / fiori gonfi di sangue /
multicolore? / Tutte nella memoria, qui, e mai vive, / ma pur
sempre presenti. / Dove siete, facce umane / nate dalle cortecce /
d’albero del mio orto?
Osvaldo Ramous
2 cultura
Sabato, 19 gennaio 2008
UN LIBRO/ NELIDA MILANI, Crinale estremo
Il brillante e denso racconto
di un malumore persistente
N
ati a partire dai primi anni Ottanta, i racconti della raccolta “Crinale
estremo” di Nelida Milani coprono
via via un arco di quasi un trentennio e vanno ad arricchire le raccolte precedenti (una
delle quali pubblicata pure in edizione bilingue), prendendo l’avvio da avvenimenti
ed episodi che coinvolgono la stessa autrice che a sua volta si fa portavoce e testimone di un io collettivo che si scioglie nel
vissuto di un rione (quello delle Baracche),
di una città (Pola), di una terra (l’Istria), di
una gente - divenuta, per una somma di accadimenti determinati dalla Storia e, in parte, per una storia lunga di stoltezza umana,
sotto il cielo di sempre - minoranza. Storie
di sradicati e sradicamenti, di radicamenti
altri, situazioni emblematiche dello spaesamento di fronte alla nuova realtà che lascia
i polesani rimasti “in una nuvola di malumore persistente [come se] custodissero
cose morte o morenti, sale e cenere, che il
loro destino fosse un destino di sentinelle di
tombe e macerie, se non addirittura di nessuno e niente” costantemente “prigonieri di
loro stessi, dei loro comportamenti, della
loro natura [...]”. come scrive l’autrice nel
racconto “Impercettibili passaggi”.
Narrati in prima e/o in terza persona, i
tredici racconti qui riuniti affrontano temi
ricorrenti nell’universo compiuto della
penisoletta istriana con una scrittura magnetica, densa, sensibile e confidenziale. I
personaggi che danno vita alla narrazione
appartengono a un’umanità semplice che
si dibatte e annaspa nella lotta prometeica
con e per l’esistenza e, attraverso la dolorosa esperienza della sofferenza, vive sulla
propria pelle il (dis)valore della vita. Così,
ad esempio, la protagonista di “Una valigia
di cartone” (già nell’edizione bluette della
prestigiosa Sellerio), uscita e non solo metaforicamente da un ambiente familiare di
miseria estrema e di sottocultura appartenente a un microcosmo rurale che parla
“misto, un poco in slavo bastardo e un poco
in italiano bastardo” per approdare in città,
narra il suo penosissimo arrancare attraverso la vita e il concatenarsi degli eventi storici determinanti per il paese che, tuttavia,
per una sorta di (com)partecipazione umana, ci appaiono quasi marginali rispetto all’entità della sofferenza individuale. Quando alla fine la donna riuscirà a riscattare la
propria esitenza avendo pagato pesantemente un prezzo durato un’infanzia, una
giovinezza e una maturità, rimarrà comunque coartata nel malessere della propria
“indifendibile” ignoranza che la esclude
alla comprensione della cultura - non però
della saggezza sopraggiunta all’esperienza,
che le fa dire “Ma forse, proprio soffrire è
la grande arte di vivere”.
Anche la maestra di “Impercettibili passaggi” esperisce il dolore ulcerante di una pena d’amore attraverso la quale filtra, peraltro con estrema lucidità, la
molteplice proiezione degli accadimenti
del minuto quotidiano e del passato, vedi
l’”impreparazione” e l’estraneità della gente a una realtà in cui non riesce a riconoscersi per cui subentra la “desertificazione” della vita che va capita come “tutta
una costellazione di malintesi, equivoci,
cose senza importanza, ombre del dubbio
più implacabili di un killer, impercettibili
passaggi che cambiano un’esistenza” - insomma, un avanti e indietro travagliato e
nella propria cruda verità, angosciante. Una
narrazione e una lettura in verticale, altresì in voce della “polposità” della scrittura
alta, ricca di subordinate che ne costituiscono il nerbo, amante della preziosità del
dire e della parola maculata a tratti da sferzante ironia e autoironia (“bisogna assumere il colore delle circostanze, la cattedra di
trasformismo è nata in Istria, Vergerio altro
che Fregoli, col parlare a rate l’italiano, teniamo la lingua a mezzo servizio”, eccetera eccetera).
Nei racconti della Milani i personaggi
femminili prevalgono su quelli maschili in
ragione di una comprensione di donna, di
una sorellanza per complicità di natura che
le permette di addentrarsi nei recessi vulnerabili dell’animo femminile svelandone l’intimità del battito. Nella commistione tra invenzione e autentica realtà, dallo
sguardo acuto dell’autrice prende così vita
tutto un esercito di donne che affrontano
dure battaglie quotidiane e perduranti nel
tempo, donne in balìa dell’onda che le ha
ferite e tradite, donne in cui fondono e si
confondono vizi e virtù, capacità estrema
di amore, sacrificio e coraggio, voglia e impazienza di realizzare “le cose” subito, nel
presente indicativo, perché non hanno mai
il tempo di dilazionare i compiti che la vita
affida loro. Anche, eccome no, donne tenerelle, quelle delle mimose e delle violette,
magari un po’ predisposte ad essere ingannate, che inseguono un sogno semplice
semplice: come la ragioniera belloccia che
va per consulto d’amore dalla chiromante, come Jelena, “poetessa a tempo perso”,
come la timida operaia della Tekop, tutte e
tre innamorate, ignare e illuse dallo stesso
uomo che a ciascuna si presenta in modo
diverso, un Giano trifronte nostrano il cui
“tempo della sua vita terrena s’incenerì di
colpo” per lo scoppio d’una bombola a gas
(Uno e trino).
La voce narrante dei due racconti più
toccanti della raccolta, “Crinale estremo”
e “Madre”, è ancora femminile: due storie espresse nell’intensità di un moto rotatorio che tende ad avvicinare le singole
parti della narrazione al centro, al cuore
della questione, all’autobiografia. La prima attraverso un dialogo che, coll’avanzare della malattia incurabile del fratello
e della sopravvenuta impossibilità di comunicare, si trasformerà per la sorella in
monologo mentale che rifà a ritroso la vita
della famiglia: uno smontare e rimontare
i pezzi che hanno delineato e costituito la
sofferenza esasperata dell’infanzia comune, il distacco, le esperienze separate e diverse e, allo stesso tempo, la rievocazione e
il pedinamento dei ricordi che hanno interessato la città ed i suoi abitanti. Nell’attesa
paventata e sommessamente invocata della
fine che farà cessare il martirio, alla sorella
non rimane che costeggiare d’amore estremo e disperato la vita che va spegnendosi.
Per una casualità, l’ora suprema, tuttavia,
non la troverà presente: quando poco dopo
rivede l’amato fratello, lui è ormai “fermo
come un gabbiano senza vento”, finalmente
“rilassato, [...] con le sue fattezze giovanili”
e a lei non resta che “baciarlo dappertutto
con una tenerezza che [sapeva] dove fosse
diretta: nell’eterno.” Linguaggio umanissimo, vibrante di emozioni, parole struggenti che varcano la soglia dell’interiorità più
profonda esprimendo a pieno il senso della
vita e della morte. E la forza potente dell’amore.
L’onda emozionale s’intensifica nella
lettura di “Madre”, bulimia perpetuata del
dolore per un’assenza contro natura, quella, appunto, della madre che abbandona i
propri figli. Contrapposta alla figura della
grande assente, perdutamente amata e odiata nell’estenuante tirocinio della sofferenza
che delegittimerà l’infanzia dei ragazzi, si
erge la figura della nonna, dal sorriso che
esprime una lunga saggezza, indimenticabile nella connotazione lirico-oggettiva che
ne fa l’autrice. E ancora, la vita compresa
tra due punti: l’Assenza del grembo che
accoglie e, venendo a mancare, sottrae, diventa invalidante, e la Sostanza, di vita e di
amore, che donandosi e donando, salva, ristabilendo l’equilibrio. Due racconti splendidi, che, oltre ad interagire intimamente
con il lettore, sembrano essere pratica cristiana al dono di sé.
Se non fosse per il timore che possa
venir interpretato nell’accezione caricatu-
rale che pure giustamente spetta al termine, non esiterei a definire un po’ barocco lo
stile immediatamente riconoscibile e fortemente personale di Nelida Milani Kruljac.
Ma non è questo che intendo, mi riferisco
invece alla ricchezza ornamentale e artigianale che “carica” la frase di esistenza e
consistenza, di una piena fioritura che percorre tutte le strade della molteplice proiezione della realtà e azzarda disinvoltamente
il pastiche, che innesta la lingua di natura,
il dialetto polesano, alla lingua di cultura,
l’italiano letterario. Simili a macchie sonore di uno spartito musicale, oltre a vivacizzare la narrazione, i “polesanismi” riflettono un modo di essere, anzi, sono la metafora stessa di un modo di essere, ma anche di
un micromondo spezzato dall’orrore della
Storia.
Guardare alla vita frullando malinconica ironia, humor e umana comprensione
(“Morto che parla”, “Vinicio”, “Tubista”) è
conquista di cui è l’età a farsi garante; parafrasare difetti e stupidità umana (“Desinenze”), far scorrere il dito su ferite mai
completamente cicatrizzate di una realtà
attraversata (“Tu sì, tu no”), riflettere e far
riflettere su manifestazioni del carattere, su
comportamenti e frustrazioni celate e palesi (“L’incontro”, “Cugine”), caricare le pagine di verve allegorica intridendole argutamente di satira sottile - è talento inventivo e creativo che approda talvolta a piccoli
gioielli, uno dei quali è il racconto “Etimologia”.
Queste pagine sono frammenti di memoria e riflessioni. Come il sogno, anche la
memoria cerca di attribuire agli eventi un
qualche significato. Tutto ciò si fa narrazione, si fa empatia tra vita e scrittura, tutto ciò trasmette e fa provare sensazioni ed
emozioni che arricchiscono l’anima e fanno di Nelida Milani una delle espressioni
più alte della letteratura italiana dell’Istroquarnerino.
(dall’introduzione di
Gianna Dallemulle Ausenak)
NOVITÀ IN LIBRERIA
Allegria con Mike, bosniaca genialità con Karahasan
‘New entry’ nelle librerie italiane con
Mike Bongiorno che si presenta come autore di La versione di Mike (Mondadori),
straordinario racconto, paradigma di reale
vita vissuta. La determinazione, la vitalità, il
rischio di un uomo che ha dato tanto alla vita
e ha ricevuto forse di più. L’eleganza con la
quale Mike tralascia tutte le difficoltà di un
ambiente pionieristico, ma comunque molto difficile da vivere come quello della radio e della prima TV in Italia fanno di lui,
un ‘icona vivente’. Mentre la sua età biologica rimane incredibilmente indietro rispetto a quella anagrafica, al fianco di Fiorello
recupera una seconda giovinezza e diventa
idolo di un pubblico molto più postmoderno
di quello a cui era abituato. “La versione di
Mike” è la sua prima, vera, autobiografia.
La riflessione di fondo che riempie ogni
riga delle meravigliose pagine dell’ultimo
romanzo di Isabel Allende, riguarda la vita
da scrittrice, la vita di una donna costretta a
lunghi periodi di solitaria riflessione nell’intento di svuotare su un foglio bianco il poz-
zo della sua anima. La Allende ne La somma dei giorni (Feltrinelli) si osserva e si descrive, restituendoci l’immagine vivida e vitale di una madre attenta e accentratrice nei
confronti della sua famiglia allargata, di una
donna che lotta con passione contro il macigno che si porta nel cuore e che le impedisce
di abbassare la guardia nei giorni rumorosi
della sua vita. In queste pagine ascoltiamo
la voce di una madre che teme di lasciarsi sfuggire ancora una volta le persone che
ama, avvertiamo la paura di perdere quel nucleo centrale di vitalità che sono i figli, i nipotini, i vari nonni e prozii.
Dalle librerie croate segnaliamo titoli di
attualità di autori regionali che hanno riscosso notevole successo nell’ultimo periodo.
Le opere di Dževad Karahasan hanno
riscosso numerose edizioni internazionali portando allo scrittore bosniaco numerosi premi. L’ultima sua opera, la raccolta
di novelle Izvještaji iz tamnog vilajeta
(Profil international), delinea un intreccio
ciclico con numerose metafore che si sus-
seguono, partendo dalla corte
ottomana del XIX secolo per
fermarsi ad una Sarajevo alle
prese con una guerra fratricida. Una ricerca continua delle proprie radici all’interno di
un cataclisma annunciato al
quale il Karahasan si avvicina come un eccellente intellettuale europeo, conoscitore
della filosofia e teologia tradizionali.
David Grossman nel suo Lavlji med
(Vuković & Runjić) reinterpreta la storia
biblica di Sansone, dalla nascita (quando
l’angelo del Signore annuncia il suo destino
di campione d’Israele a patto che non tocchi vino né si tagli i capelli) fino alla lotta a
mani nude con il leone, dalle battaglie contro i filistei al tradimento di Dalila, dall’accecamento alla morte sotto le rovine del palazzo a cui è stato incatenato. Nel racconto
di Grossman, la vita di Sansone si intreccia
con le vicende moderne della Palestina a testimoniare l’eterno valore del mito.
Un romanzo scritto da una donna per
tutte le donne, quello di Rujana Jeger (figlia di Slavenka Drakulić) intitolato Opsjednuta (Profil International). Una storia al
femminile dove un gruppo di signore emancipate (e non) dialogano sul sesso, sull’amore, sulla loro vita professionale e famigliare,
sui segreti più intimi, sullo scopo delle loro
vite, spesso in guerra con il proprio corpo
e con la propria coscienza. Scritto con uno
stile frizzante, moderno, a volte crudo, il libro vuole essere un ‘inno alle femminilità’
che non si abbassa a compromessi.
Viviana Car
cultura 3
Sabato, 19 gennaio 2008
GENTE NOSTRA, GENTE DI CULTURA / DARIA VLAHOV HORVAT
Un designer che dipinge
un pittore che fa grafica
di Ilaria Rocchi Rukavina
C
resciuta sulle orme di Romolo Venucci e di Erna Toncinich, fin dall’inizio verrà definita dai critici un esempio delle tendenze più avanguardistiche e sperimentali dell’arte fiumana. Daria
Vlahov Horvat, capelli castani, con
qualche riflesso dorato, che le scendono fluenti lungo il viso, una frangia un po’ lunga usata con ingegnosità tutta femminile quando cerca di
nascondere lo sguardo, i suoi espressivi occhi marroni. Circondata dagli
schermi (sì, al plurale) del computer, strumento fondamentale di lavoro, dà l’impressione di una persona
discreta, riservata, ma non schiva:
quando ha da dire la sua lo fa senza
mezzi termini, mantenendosi però
sempre educata, corretta con chi le
sta intorno. Intervistarla, dopo averla vissuta (e lo si fa tuttora e anche
in futuro si spera) da collega e da
ex compagna di avventura ai tempi
del Liceo (tra noi c’è una sola classe
scolastica di differenza), non è certo
facile. Da dove iniziare? Forse proprio da lì, da quella prima esperienza
quasi condivisa sui banchi di scuola,
all’indirizzo giornalistico del CILI,
al giornalino scolastico, all’immancabile “pratica” all’EDIT.
Pensando alla tua formazione,
ti sei avvicinata prima al giornalismo, alla grafica, quindi all’arte.
In effetti, ho iniziato nel campo
della grafica nel periodo del Liceo,
con Lorenzo Vidotto. Fai conto che
i progettini per il Menabò sono stati
il primo incontro con la grafica, al
quale hanno fatto seguito i periodi
di pratica professionale svolti all’EDIT con Gianfranco Miksa. Poi
ho continuato gli studi a Fiume, alla
Facoltà di Pedagogia, con Butković
e tutta la storia dell’arte. Ma è stato a Venezia che ho veramente acquisito la “specializzazione” nella
grafica editoriale.
Cos’è che ti ha spinto verso
questo campo?
Diciamo che l’arte di oggi ha
una sua funzionalità elitistica, nel
senso che non ha una necessità di
comunicare ulteriormente con chi
la guarda, mentre la grafica, il design sì, hanno il bisogno di comunicare. Potremmo quasi dire che il
design è diventato oggi ciò che era
un po’ l’arte medievale, rinascimentale. Penso alle commissioni d’arte.
Dall’’800 e dal ’900 in poi l’arte si
è staccata dalla società, ovvero è diventata uno specchio della sua anima, che non ha più bisogno di dare
ulteriori spiegazioni. Un artista non
deve necessariamente far capire il
suo messaggio, chi guarda si identifica con quello che vuole vedere,
prende ciò che vuole, c’è assoluta
libertà nell’arte. Nella grafica invece siamo molto più mirati, come
messaggio visivo. Si fanno studi su
un’infinità di aspetti, anche dal punto di vista pratico e, fattore non indifferente, si hanno presenti i costi,
poiché chi commissiona un progetto
sa di avere un tot che può spendere.
Dunque, molte cose nella grafica si
differenziano rispetto all’arte, e forse questo aspetto, chiamiamolo un
attimino più ‘terreno’, è un qualcosa che mi stimola, nel mio creare.
Diciamo che mi trovo benissimo a fare l’editoria, un campo che
ho sempre amato e voluto. Il libro
come oggetto, la tridimensionalità,
la sua funzione, la sua parte intellettuale, la memoria che custodisce,
l’anima che porta l’autore e il tutto
sulla carta… ecco, questa è quella
parte della grafica che veramente
mi piace tantissimo perché è comunicazione.
Sei un po’ la mamma, se così
si può dire, del rilancio “visivo” di
tutte le testate dell’EDIT, dal quotidiano a “Panorama”, per non parlare delle varie collane editoriali.
Quanto ti appaga questo lavoro?
Forse non proprio la mamma,
diciamo che ne sono un po’ il portavoce. L’inizio è stato difficile, anche pesante, perché nonostante fossi all’EDIT da tanti anni, nel 2003
siamo partiti non dico da zero ma
quasi, perché tecnologicamente eravamo rimasti parecchio indietro. Ricominciare a studiarsi tutte le pubblicazioni, ricreare le collane è sta-
to un periodo molto laborioso. Oggi
mi accorgo che forse certe cose le
avrei potute fare diversamente, ma
è un po’ un ragionare a posteriori.
Non sarà tutto oro, ma sono contenta di ciò che abbiamo fatto. Se mi
sento appagata? Guarda, proprio
con la mano sul cuore, direi di sì.
che riempie d’orgoglio ogni redattore che lo fa e in cui riconosco un
notevole stimolo anche dal punto
di vista giornalistico. Gli “InPiù”
hanno una potenzialità anche grafica: infatti i miei colleghi giovani
sperimentano tutte le possibilità.
Ho voluto lasciare loro mano libera
affinché potessero lavorare con tutto il necessario slancio creativo, venendo incontro al contempo anche
a quello che è un lavoro redazionale
non indifferente. E vedo che all’interno di questi supplementi scrivono non solo giornalisti dell’EDIT,
ma si sono inseriti in questo anello
tantissime personalità e intellettuali
della CNI e non solo. Mi fa piacere
vedere in moto una grande fucina di
opere… le collane di libri, le opere
commissionate dalle Comunità degli Italiani, dall’Unione Italiana,
“I percorsi didattici”, i lavori della
Pietas Iulia e realizzati con la Milani e con Elis Deghenghi Olujić..
se ci penso, è un’infinità di lavoro
svolto e mi dispiacerebbe identificarmi solo con un unico progetto,
anche perché, diciamolo, che dal
2003, quando siamo passati al nuovo sistema, cambiando anche tutta
la gestione… ne abbiamo fatte veramente di cotte e di crude.
Come sei riuscita, anzi come
riesci a far coniugare bene il tuo
impegno lavorativo quotidiano e la
tua arte personale, la Daria art director e la Daria artista?
La Daria artista, purtroppo, non
per sua volontà ma ovviamente per
tutti questi impegni lavorativi, si è
messa un po’ da parte. Avevo detto
momentaneamente, non pensando
che questo ‘momentaneamente’ sarebbe stato un momento così lungo. Il che ovviamente mi dispiace,
perché ne sento la mancanza e mi
piacerebbe fare una personale. Ho
svolto un bel lavoro con “Interars”,
questo workshop che abbiamo fatto con la Kons di Trieste e l’Unione
Italiana. È stata una bella esperienza. Ho trovato, involontariamente,
un nuovo stimolo quando, duran-
Gli esordi della sua attività nel campo dell’arte sono legati alla
Comunità degli Italiani di Fiume, alla Sezione Arti Figurative “Romolo Venucci”. E l’attività di Daria Vlahov Horvat, fiumana classe
1966, è indissolubilmente legata alle istituzioni della Comunità Nazionale Italiana. Terminata la scuola media superiore italiana, dopo
aver frequentato (dal 1988 al 1990) la Scuola internazionale di Grafica di Venezia, nel 1994 consegue la laurea in Arti figurative alla Facoltà di Pedagogia dell’Università di Fiume (con i proff. Antun Depope e Ksenija Mogin). Comincia a lavorare all’EDIT, diventando art
director e ridisegnando la grafica delle sue pubblicazioni dopo l’introduzione della nuova tecnologia. Ha seguito due stage professionali
in Italia, a Milano, al quotidiano “Corriere della Sera” (1993) e alla
Casa editrice “Franco Maria Ricci” (1999).
Parallelamente con il design, Daria Vlahov Horvat continua a
sviluppare il suo interesse per la pittura e l’arte in generale (dal 1998
è membro dell’HDLU, l’Associazione degli Artisti Visivi della Croazia), fatto che la porterà a partecipare a diverse mostre collettive, allestendo finora anche cinque personali, di cui si ricorderanno, tra le
altre, le mostre allestite a Grisignana, Albona, Nuova Gorizia, Lubiana e Capodistria. Insieme con altri autori, ha esposto le sue opere in
diverse occasioni a Fiume, Pisino, Venezia, Trieste, Pirano e, grazie
ai laboratori artistici multidisciplinari del progetto “Interars”, a Gorizia e Capodistria (2007).
Premiata più volte per le opere di pittura e di grafica al Concorso d’Arte e di Cultura “Istria Nobilissima” (1984, 1987, 1994, 1995,
1996, 2003), ha ottenuto inoltre il primo premio all’Ex Tempore di
Dignano del 1986, il Diploma alla “Grisia” di Rovigno nel 1988, il
premio acquisto all’Ex Tempore “Mandracchio 1989” di Volosca, il
primo premio all’Ex Tempore di Grisignana nel 1994, il primo premio all’Ex Tempore “Mandracchio 1997” di Volosca, il premio per
acquerello all’Ex Tempore di Pirano nel 1997 e il premio acquisto
alla medesima manifestazione nel 1999, nonché il premio acquisto
all’Ex Tempore di Grisignana nel 2000.
Qual è il progetto editoriale curato per l’EDIT che ti è più caro,
nel quale ti sei potuta esprimere al
meglio?
Sono molto orgogliosa degli
inserti “InPiù” perché li trovo veramente bellissimi non solo sotto
l’aspetto grafico, ma anche giornalistico e redazionale. È una cosa
che completa benissimo “La Voce”,
te un servizio della giornalista di
Radio Capodistria, mi sono vista
chiedere cortesemente, perché con
il mio lavoro – una foratura della
carta che avevo già in mente prima,
pensando ai ritmi, alla trasparenza
fisica di quel precedente discorso
delle iute fatto per la mostra della
“Festa Europea 2001” – ma che
con tutti gli impegni quotidiani non
ero riuscita mai a svolgere – producevo “suono”. “Per cortesia, non
si arrabbi, potrebbe interrompere
perché sento il suono della carta?”.
Non me lo avesse mai detto, ti rendi conto? Produrre un’arte come il
suono mentre stai dipingendo, ossia
creando un’opera di arte visiva?!
Il tutto trovandoti alla Comunità
degli Italiani “Giuseppe Tartini”,
mentre la collega Alenka Sottler di
Lubiana sta facendo tutta una cosa
su Tartini, io cominciavo a produrre
suono, il mio professore di grafica a
Venezia Franco Vecchiet sta strappando… Insomma, ci siamo trovati
come un’orchestra in un laboratorio artistico e ci siamo messi tutti a
ridere perché abbiamo commentato
“ma Tartini dov’è?”. Una cosa bellissima.
C’è una particolare corrente
artistica che ti è più vicina di altre?
Oggi si fa un gran parlare di installazioni, di video arte, di comunicazione multimediale ed interattiva, di tecnologia…
Oggi, forse anche giustamente, perché viviamo nell’era tecnologica, è ovvio che la tendenza dominante sia quella dell’arte tridimensionale, video, rispetto a quella che
è l’arte classica. Per il momento
non mi sono cimentata in un discorso multimediale, ma questo non
vuol dire che col suono non riesca
anch’io a prendere lo slancio verso questa strada. Comunque, non è
facile fare arte multimediale. Interpretarla è anche difficile.
Sia come art director, sia come
artista hai conosciuto e continui a
conoscere e a seguire la produzione artistica della Comunità Nazionale Italiana.
Questo è un impegno che mi
sono presa: mantenere viva e visibile l’arte di quelli che sono gli artisti
della CNI.
È una produzione che merita,
secondo te, di essere valorizzata
di più, e come si potrebbe riuscire
a dare maggiore visibilità a queste opere?
Ogni artista in effetti trasmette
la propria opera tramite le mostre,
questo è il modo più immediato, la
forma più giusta. Attraverso le testate dell’EDIT, cerco di inserire
l’opera di un nostro autore ogni
qualvolta posso farlo, con la “Battana”, le collane, le varie pubblicazioni. Si cerca insomma di dare
visibilità anche perché l’arte visiva
non trova facile impiego nella quotidianità, non è facile promuoverla. Andar per mostre è un’abitudine che purtroppo si è persa, una
volta era ben più diffusa. Ma sai
tra il computer, tra la televisione,
le multisale, è inevitabile. Dunque
l’arte come tale va in effetti protetta e va spinta.
Una domanda immancabile
per concludere: quali i progetti in
cantiere, sia per conto dell’EDIT
sia in generale?
In generale, vorrei proseguire il
discorso di prima sulla lavorazione
della carta.
Vedi allora, che torni sempre
alla carta, al giornalismo?
Molte volte quando faccio grafica e progetti di grafica mi dico:
“Ma non stai facendo grafica, dipingi” e quando invece faccio il
pittore ammetto: “Ma non stai facendo pittura, stai facendo grafica”! C’è questo sdoppiamento, è
una cosa che semplicemente si sovrappone ed è così. Anche il percorso che ho fatto prima, penso a
quello sui grafismi, è qualcosa che
probabilmente mi porto dentro, è un
mio modo di essere, di vedere. Per
quanto riguarda l’EDIT, penso che
il progetto che ha la precedenza sugli altri è “Panorama”. Dopo ce ne
sono un’infinità di altri, per conto
dell’Editoriale. E le cose da svolgere sono davvero tantissime.
4
cultura
Sabato, 19 gennaio 2008
Sabato, 19 gennaio 2008
MOSTRE / Il maestro espressionista per la prima volta in Croazia con una grande mostra ai Klovićevi dvori di Zagabria
Chagall, l’unicità di un’arte fuori dagli schemi
di Helena Labus
“Q
“La fidanzata col pizzo” (1968)
uando Marc Chagall dipinge, non
siamo mai sicuri se sia addormentato o sveglio. Da qualche parte
nella sua testa ci deve essere un angelo”. Queste parole di Pablo Picasso descrivono molto
bene l’espressione artistica e umana del pittore
russo-francese che ha incantato il mondo con
i suoi dipinti sognanti, profondamente emotivi
e intimi. La sua opera artistica ha sempre evaso ogni classificazione, rimanendo fuori dalle
principali correnti dell’arte del XX secolo, pur
facendo occasionalmente uso, in modo prettamente personale, delle nuove forme espressive
dell’arte a lui contemporanea.
Un’occasione unica di vivere l’incanto del
suo immaginario e la profonda umanità della
sua arte è la mostra intitolata “La storia delle storie”, allestita in questo periodo presso la
galleria Klovićevi dvori a Zagabria. Si tratta
di una vasta selezione di opere di Chagall (oltre 250, tra le quali 34 oli su tela) che giungono dal Centro Pompidou di Parigi, dal Museo
Chagall di Nizza e dalla Fondazione Maeght,
con le quali l’artista francese di origine bielorussa viene presentato per la prima volta in
Croazia. Si tratta di lavori che spaziano lungo
tutto l’arco della sua lunga vita e che ci permettono di venire a contatto con i ricordi e i
sentimenti più intimi dell’artista. Dipinti, grafiche, collage, sculture, un filmato, i corridoi
tappezzati di fotografie... ci fanno partecipi del
suo mondo interiore. Un mondo, questo, fatto
di libertà, poesia, emozioni e fantasia, un mondo fatto di colori e di simboli mediante i quali
comunica e presenta sé stesso. Organizzata in
modo cronologico, la mostra si snoda in una
serie di cicli realizzati in diverse tecniche artistiche.
I primi dipinti e disegni narrano della vita
rurale, di Vitebsk, la sua città natale, della vita
di contadini e di scene quasi “private” legate
alla sua vita familiare, tutto motivi che caratterizzeranno le sue opere future. Trattandosi di
scene intime e autobiografiche, vi troviamo
spesso la figura dello stesso artista, a volte nella sua forma umana, altre volte nelle sembianze di un cavallo rosso, di un angelo, oppure di
un mazzo di fiori. Presentandosi nella sua forma umana, Chagall si ritrae spesso da pittore,
con in mano pennello e tavolozza, dimostran-
do in tal modo quanto ritenesse importante la
sua vocazione di artista. Nelle sue rappresentazioni, siano queste dipinti, disegni oppure grafiche, Chagall dispone liberamente, in modo
simbolico, gli elementi della composizione.
Un mondo capovolto
e dai colori brillanti
Molto spesso, nelle sue opere le figure
umane avranno la testa rovesciata o staccata dal collo, staranno sedute sul tetto, oppure
distese in strada, voleranno sopra i tetti della
città o sopra i ponti di Parigi e Nizza sproporzionatamente grandi, unite in un abbraccio e illuminate dalla luna, immerse in colori brillanti, intensi, in meravigliose combinazioni di azzurro viola e rosso, accenti di
verde e giallo, e ci parleranno dell’anima
dell’artista. “Dio, la prospettiva, il colore, la
Bibbia, le forme e le linee, le usanze e tutto
ciò che chiamiamo vita umana – l’amore, la
sicurezza, la famiglia, la scuola, l’istruzione, le parole dei profeti e la vita in Cristo
– tutto era stravolto. Forse anch’io ero a volte colmo di sospetti. In momenti del genere
dipingevo il mondo rovesciato, mozzavo le
teste alle mie figure, le facevo a pezzi e le lasciavo galleggiare nei miei dipinti”, diceva
Chagall del legame tra il suo stato d’animo
e i suoi dipinti.
Ma i momenti di sospetto e ansia erano
spesso legati a sentimenti di amore e di dolcezza che trapelano da numerosi quadri raffiguranti coppie di amanti, che siano questi in
cielo o in terra. Tra i dipinti più emozionanti e
delicati nei quali troviamo gli amanti sono “La
fidanzata con il viso azzurro” (1932-60), una
scena notturna nella quale Chagall sembra parlarci di nozze segrete e mistiche, un’altra scena notturna “La coppia in un panorama azzurro” (1969-71), “Gli amanti nel grigio” (191617), un dipinto molto curato nei dettagli che
raffigura il pittore e la sua amata moglie Bella
(che sarà il tema di numerosi suoi dipinti), e un
delizioso e raffinato collage di piccole dimensioni intitolato “La sposa col pizzo” (1968).
Stupendo in termini di composizione, colorito, atmosfera ed emotività è pure il dipinto
“Le quai de Bercy” (1953), un’altra scena not-
turna, sognante, creata con un sapiente uso di
ricche tonalità di blu e viola, verde e nero, con
spruzzi di giallo e uno smagliante uccello rosso al lato destro del dipinto.
Le grafiche
di una vita
Una parte importante della mostra è dedicata alle grafiche di Chagall, che spaziano dal
ciclo “La mia vita” del 1922 alle illustrazioni per le favole di La Fontaine e illustrazioni di scene bibliche, fino al ciclo di litografie
realizzate a Nizza e sulla Costa azzurra. Particolarmente affascinante e prezioso risulta il
ciclo “La mia vita”, che l’artista compose all’età di poco più di trent’anni. Nel susseguirsi
di stampe realizzate nella tecnica della puntasecca, l’artista ci fa conoscere i membri della
sua famiglia, scene come il parto, l’incendio
nel villaggio, certe località e case di particolare importanza per l’autore, le persone che
hanno segnato la sua vita a Vitebsk, gli amanti e le nozze, ma ci descrive pure il suo dolore
durante la visita alle tombe di sua madre e suo
padre. Riesce a farci ridere, invece, descrivendo con spirito suo nonno scansafatiche. Ciascuna delle delicatissime stampe è un gioiello
nel quale Chagall riesce a rendere l’emozione
che lo lega a una determinata scena, a sua volta presentata con una miriade di dettagli disegnati con mano sicura e al contempo leggerissima. La ricchezza di dettagli – cavalli, galli,
violinisti, arlecchini, mucche, orologi, case,
torri, gatti... – è caratteristica per tutte le sue
opere, che hanno quindi bisogno di essere osservate con cura e attenzione. Tutti questi piccoli mondi che accompagnano il motivo principale possono essere visti come dei quadri a
sé e possiedono un particolare fascino.
Osservando le opere di Chagall, così libere
dai canoni classici della pittura come lo sono
la prospettiva, le proporzioni, l’imitazione del
mondo reale, eppure sempre legate all’espressione figurativa, siamo certi di trovarci a cospetto dell’anima e del cuore dell’artista che
riesce a parlare al nostro stesso cuore. “Ma
forse la mia arte è l’arte di un pazzo, pensavo,
solo una luccicante, viva, triste anima che si
spezza nei miei dipinti”.
Stampa tratta dal ciclo “La mia vita”: La casa del nonno a
Vitebsk (1922)
Litografia “La sirena col pino” (1967)
“Amanti nel grigio” (1916-17)
“La fidanzata con il viso azzurro” (1932-60)
“La fidanzata con il doppio viso” (1927)
“Bella con il garofano” (1925)
5
GALLERIA KORTIL A FIUME
Capricci architettonici
di Mauro Stipanov
Il pittore connazionale Mauro Stipanov torna a presentarsi
al pubblico fiumano alla Galleria Kortil con la mostra “Capriccio architettonico”, una serie di dipinti di grande formato nei quali l’autore esplora
– e questa sembra essere una
costante nella sua opera artistica – l’uso del colore quale mezzo di costruzione di “strutture”.
Strutture che, seppur astratte,
delineano un determinato spazio
all’interno del dipinto.
Stipanov aveva iniziato a dipingere il ciclo “Capriccio architettonico” nella metà degli
Anni ’90 del secolo scorso, facendo riferimento al vedutismo
veneziano del XVIII secolo.
L’idea ripresa da una vecchia
tradizione pittorica viene tradotta in sequenze di colori che assomigliano a degli elementi ornamentali del Settecento. Una decina di anni più tardi, Stipanov
riprende a dipingere il ciclo in
una chiave diversa, concentrando il suo interesse sulla creazione di composizioni che associano a uno spazio architettonico.
Il ciclo di dipinti a olio presentato alla Galleria Kortil,
creato per la maggior parte
l’anno scorso, è ancora un’occasione per ammirare la versatilità e l’immaginazione coloristica di Stipanov. I dipinti esposti,
tra cui è da rilevare l’interessantissimo fregio composto da decine di quadri di piccolo formato,
denotano la capacità dell’autore di creare delle combinazioni coloristiche sempre nuove e
fresche, di ottenere degli “spazi
architettonici” astratti di grande
impatto, ovvero di costruire con
il colore.
Ed è proprio questa sua capacità di costruire con il colore
quello che caratterizza l’opera
pittorica di Stipanov, “l’ultimo
vero pittore fiumano”, come viene definito dallo storico e critico d’arte Boris Toman, facendo
riferimento alla costante ricerca di Stipanov all’interno del
dipinto, nell’ambito del quale
l’autore fa uso esclusivamente
di metodologie e tecnologie pittoriche, senza avvalersi di mezzi
di supporto quali il collage, l’assemblage, o altre “trovate” multimediali.
Per Stipanov, il dipinto è un
fatto pittorico autonomo, una superficie caratterizzata da un proprio contenuto artistico, da un
determinato senso e dalle proprie leggi - dice dell’autore lo
storico e critico d’arte Berislav
Valušek, il quale rileva ancora
che nella pittura di Stipanov si
è davanti ad “uno spazio dipinto che si ispira alle esperienze
del cubismo analitico e sintetico, al costruttivismo e, in un suo
segmento, all’orfismo”. La base
della costruzione di ogni suo dipinto è innanzitutto la composizione, la quale può, però, essere
pure frutto dell’intuizione.
Nei “capricci architettonici”
esposti, l’elemento che unifica
le sue composizioni e funge da
“collante” del ciclo, è il colore
nero sul quale vengono in seguito dipinte - sorprendenti per la
varietà delle combinazioni – superfici colorate che creano una
specie di “rete” fatta di segmenti verticali e orizzontali. Il susseguirsi delle superfici quasi rettangolari, ora gialle, ora celesti,
blu, verdi o rosse, rese con pennellate ampie e visibili, è a volte intercalato da linee rette di
colore bianco che creano degli
accenti di luce e donano solidità alla composizione. L’accostamento dei colori e la loro combinazione contribuiscono a ravvivare la piuttosto severa disposizione delle superfici colorate in
ciascuno dei quadri. Le superfici, a loro volta, sono tutt’altro
che uniformi. Molto spesso, i rettangoli di colore si compenetrano, rendendole vibranti e vive.
L’autore è particolarmente
dinamico e fantasioso, sia nella forma, sia nell’uso del colore, nel succitato fregio, nel quale
troviamo composizioni caratterizzate da una libertà del disegno pittorico e degli elementi
pittorici usati. Vi appaiono infatti forme rotondeggianti, circonferenze, linee curve, cerchi,
macchie di colore che lo rendono particolarmente affascinante
e vivo. Ciascun segmento (dipinto) che compone il fregio conserva inoltre la sua qualità, anche
se estrapolato dalla composizione, e potrebbe quindi funzionare
come un quadro autonomo.
“La decomposizione del
mondo concreto e la sua ricomposizione in un mondo pittorico
autonomo è la costante preoccupazione dell’artista”, dice ancora Valušek, ricordando inoltre
che ciò che rende unica l’opera
di Stipanov sono il ritmo delle
sue linee e dei suoi tratti, delle
superfici, e il colore. “La composizione di questi elementi porta sempre alla musica, a una sonorizzazione del dipinto che è il
profondo e permanente senso di
questa pittura”, conclude il critico. Disciplina e coerenza, unite
all’immaginazione e a un bagaglio di cultura che gli permette
di attingere ai motivi del passato
presi come spunti per un’ulteriore ricerca sulla superficie della
tela, sono le qualità che collocano Stipanov tra i massimi pittori
operanti all’interno della scena
artistica non solo minoritaria o
regionale, bensì nazionale.
Helena Labus
Un particolare del fregio esposto in mostra
6 cultura
Sabato, 19 gennaio 2008
RICORRENZE «TONDE» I personaggi del mondo culturale nati o morti in gennaio
Méliès, Byron, la Moreau...
NATI
Bartolomé Esteban Pérez
Murillo (Siviglia, 1 gennaio 1618
– Cadice, 3 aprile 1682) è stato una delle figure più importanti della pittura barocca spagnola.
Murillo è conosciuto per i suoi dipinti riguardanti fanciulle, giovani
ragazzi, bambini della strada, zingarelli o mendicanti, che costituiscono un interessante studio della
vita popolare.
“Io amo sedurre: visto che non
lo faccio nella vita privata, mi piace farlo in scena”. Questa è la frase più famosa di Monica Guerritore (Roma, 5 gennaio 1958),
attrice cinematografica, televisiva e teatrale. Dopo avere esordito a soli sedici anni sotto la regia
di Giorgio Strehler ne “Il giardino
dei ciliegi” (ma ebbe la sua prima piccola parte ancora tredicenne nel film di De Sica “Una breve
vacanza” nel 1981 si lega sentimentalmente e artisticamente a
Gabriele Lavia, iniziando a recitare ne “I Masnadieri” di Schiller,
che la dirige soprattutto in ruoli
femminili molto forti come “Giocasta”, “Lady Macbeth”, “Ofelia”. La coppia si separa nel 2001.
Accanto alla carriera teatrale porta avanti anche quella televisiva e
cinematografica.
Pietro Metastasio pseudonimo di Pietro Antonio Domenico
Bonaventura Trapassi (Roma, 13
gennaio 1698 – Vienna, 12 aprile
1782) è stato un poeta, librettista e
drammaturgo, figura di spicco del
melodramma italiano. Si dice che
Pietro, ancora bambino, attirasse a
sé la folla recitando versi improvvisati su tema dato. Nel 1709 in
un’occasione simile si fermarono
ad ascoltarlo due signori distinti: Giovanni Vincenzo Gravina,
noto letterato e giurista, nonché
fondatore dell’ Accademia dell’Arcadia, e Lorenzini, un critico
di una certa fama. Scrisse in rapida successione “Didone abbandonata”, “Catone in Utica”, “Ezio”,
“Alessandro nell’Indie”, “Semiramide riconosciuta”, “Siroe” ed
“Artaserse”. Questi drammi furono musicati dai principali compositori dell’epoca.
Giovanni Segantini (Arco, 15
gennaio 1858) fu il maggior pittore divisionista italiano. Allievo all’Accademia di Brera di Milano,
fu influenzato dall’ultimo roman-
ticismo lombardo di T. Cremona.
Adottò in pieno la tecnica divisionista, senza però rinunciare alla
plasticità e alla rappresentazione.
le sue opere più famose sono “Ragazza che fa la calza” (1888, Zurigo, Kunsthaus), “Le due madri” e
“L’angelo della vita” (1889).
John Howard Carpenter (16
gennaio 1948) è un regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e attore nonché compositore di colonne sonore statunitense. Tra i suoi lavori più famosi si
annoverano spesso “Distretto 13:
le brigate della morte” (1976),
“Halloween, la notte delle streghe” (1978), “1997: fuga da New
York” (1981) e “La cosa” (1982).
Influenzato da Howard Hawks e
Alfred Hitchcock è uno dei masssimi esponenti dell’horror
Vittorio Benussi (Trieste, 17
gennaio 1878) assieme a Alexius
Meinong fu l’insegnante di Ramiro Bujas che fu uno tra i primi a
importare la psicoanalisi in Croazia. Benussi ottiene la cattedra di
Psicologia a Padova nel 1919 per
meriti straordinari, dove divenne
professore ordinario nel 1922 e
direttore dell’Istituto di Psicologia Sperimentale fondato da Roberto Ardigò.
Isidore
Marie
Auguste
François Xavier Comte (Montpellier, 19 gennaio 1798) è stato
un filosofo e sociologo francese,
considerato il padre del Positivismo. Discepolo di Henri de SaintSimon, coniò il termine “fisica sociale” per indicare un nuovo campo di studi. Questa definizione era
però utilizzata anche da alcuni altri intellettuali suoi rivali e così,
per differenziare la propria disciplina, inventò la parola sociologia. Comte considerava questo
campo disciplinare come un possibile terreno di produzione di conoscenza sociale basata su prove
scientifiche. Volendo sbarazzarsi
della metafisica, esalta quasi religiosamente la conoscenza scientifica. Si richiama comunque a Kant
e Leibniz affermando che nell’uomo esistono disposizioni mentali
spontanee. Il libro che secondo la
maggior parte degli storici segna
l’inizio del periodo positivista è il
Corso di Filosofia Positiva.
George Gordon Byron, poeta romantico, nato a Londra il 22
gennaio 1788 cominciò a scrivere
versi dodicenne. Nel 1806 pub-
Dalla prima pagina
Anche Osvaldo Ramous
nei «Libretti di Mal’Aria»
Non sappiamo come e quando sia avvenuto l’incontro tra
Ramous e Bugiani, sappiamo invece con certezza che nell’ottobre 1976 nella stamperia di Colombo Cursi e Figlio in Pisa furono impresse cinquecento copie
del libretto sopra menzionato, su
carta vergata camoscio per duplicatori. La copertina riportava
un disegno del pittore naif Ivan
Lackovic e al suo interno la poesia che dava il titolo al libretto.
La parte sinistra del libretto
riportava la traduzione in lingua
croata (To vise nije vjetar) di Karmen Milačić. Passano alcuni anni
e nel 1982 l’interesse di Bugiani
ritorna nuovamente alla poetica
di Ramous con un ennesimo li-
bretto (il numero 338) intitolato
2 poesie e il ritratto di Osvaldo
Ramous. Anche per questo libretto furono tirate cinquecento copie
ad opera però della stamperia artigiana Igraf in Pisa. All’interno il
ritratto di Ramous realizzato dal
pittore ritrattista Pietro Annigoni
e due poesie: Dove siete? e..
La nostra monodia
Quando nascosta nel petto
/ la chitarra / che accompagna
sommessa / il canto della vita
/ avrà spezzato le corde, / dove
mai volerà / la nostra monodìa /
liberata / dai vincoli di quel ritmo?
Ma non finisce qui. Tre anni
dopo, nella primavera del 1985,
blicò in forma anonima Fugitive
Pieces, ben presto ripudiati e riscritti nel 1807 col titolo di Poems on various occasions, sempre
anonimamente. Nella terza ristampa, col titolo di Hours of Idleness (Ore d’Ozio), apparve il suo
nome, e la bocciatura dell’opera
da parte di Edinbourgh Reviews
gli ispirò “English Bards and
Scotch Reviewers”, in cui attaccò senza pietà tutti gli autori del
suo tempo, tranne Alexander Pope
e la sua scuola. In quest’opera si
delineano le sue qualità di scrittore: la satira feroce e la misantropia. Nel 1823 Byron parte per la
Grecia con l’intenzione di servire
la causa della libertà di quel paese,
ma muore consumato da violenti
attacchi di febbre a Missolungi.
Anche per questa ragione rimarrà
una delle figure più significative
del romanticismo.
Bruno Zevi basce a Roma il
22 gennaio 1918. Nel 1938, a seguito delle leggi razziali, lascia
l’Italia per Londra e poi per gli
Stati Uniti. Si laurea in architettura ad Harvard con Walter Gropius
e studia l’opera di Frank Lloyd
Wright, che contribuirà a divulgare in Italia con numerosi saggi
e articoli lungo tutto il corso della sua vita. “Saper vedere l’architettura”, “Leggere, scrivere, parlare architettura” e “Controstoria e
storia dell’architettura” sono solo
alcune delle sue opere.
Jeanne Moreau
Nata a Parigi il 23 gennaio
1928 Jeanne Moreau già a
vent’anni era una delle più famose attrici francesi. Grazie soBugiani da alle stampe ancora
un libretto dedicato a Ramous, il
420, presso la stamperia artigiana Igraf di Pisa nei soliti cinquecento esemplari. Anticipando il
giorno dell’Avvento il suo titolo
è Natale emblematica poesia di
Osvaldo Ramous con l’epigrafe “Natale. Dorme ancora l’eco
di Osvaldo. A ridestarla un puro
palpito basta” e con un incisione
lignea tedesca del 15° secolo di
ispirazione religiosa. Il testo all’interno è il seguente:
Per un giorno che sfiora le
mie ciglia, / un bagliore negli
anni. Il mio ricordo / è tutto in
questa festa. Ieri, allora, / e il
Natale che attende alla finestra
/ il mio sguardo di bimbo, e trascorrenti / sere tra il lume tiepido
che infiora / capelli inanellati e
bianche chiome / ora disperse al
vento alto del cielo. // M’avvicino al tepore; a quel tepore / che
si rinnova solo dentro il guscio
/ dei pensieri raccolti. Ho bra-
prattutto al riconoscimento del
suo talento da parte di Louis Malle, con cui gira “Ascensore per il
patibolo” (1957) e “Les amants”
(1958), è diventata una tra attrici
di punta negli anni cinquanta. Nel
1960 vince il premio come miglior attrice al Festival di Cannes
per “Moderato cantabile” di Peter Brook, mentre l’anno successivo raccoglie consensi in tutto il
mondo per la sua interpretazione
in “Jules e Jim” di Franäois Truffaut. Oltre a quelli già citati, nel
corso della sua carriera ha lavorato con i più importanti registi del
panorama europeo e statunitense
tra cui Michelangelo Antonioni,
Luis Bunuel, Orson Welles, Luc
Besson e Wim Wenders.
Alessandro Baricco (Torino,
25 gennaio 1958), scrittore e regista italiano, oggi viene annoverato
tra i migliori esponenti dell’attuale narrativa in Italia. Dopo la laurea in filosofia con Gianni Vattimo e il diploma in pianoforte al
Conservatorio, negli anni novanta
si afferma pubblicando i romanzi: “Castelli di rabbia” (1991),
“Oceano mare” (1993), “Seta”
(1996), “City” (1999), “Senza
sangue” (2002). Nel 1994 esce
“Novecento. Un monologo”, da
cui è stato tratto un lavoro teatrale
e un film, “La leggenda del pianista sull’oceano” di Giuseppe Tornatore. Nel 2002 pubblica “Next”
(Feltrinelli), breve saggio sulla
globalizzazione.
Roger Vadim nome d’arte di
Roger Vladimir Plemmianikov
(Parigi, 26 gennaio 1928) è stato
un attore, regista, sceneggiatore e
produttore cinematografico francese. Nel suo primo film da regista, “E Dio creò la donna”, ha lanciato Brigitte Bardot.
Interpretando Blake Carrington nella serie “Dynasty” e
“Charlie’s Angels” John Forsythe (29 gennaio 1918) divenne conosciuto in tutto il mondo.
Nel 1957 incomincerà quella che
sarà una delle carriere televisive
più folgoranti e durature. La serie “Dynasty” ottiene un successo clamoroso e duraturo, essendo
stata trasmessa dal 1981 al 1989,
per un totale di 9 stagioni e più di
200 episodi. Gli altri componenti di spicco del cast erano Joan
Collins, che era compagna di studi di Forsythe all’Actor’s e Linda Evans.
mosia / di scintille impalpabili e
di fuochi / roteanti e pupille che
s’accendono / alla gioia presente, e d’un aroma / che mi seguì,
sperduto nella calca delle strade,
e rifà me bimbo, allora / proteso
alla ricerca d’un estate / che non
venne. // Natale. Dorme ancora
/ l’eco dei morti. A ridestarla un
puro / palpito basta; basta una
parola / non detta ancora. La
dirà per noi / l’angelo dei mosaici, quando squilli / l’annunzio
e pace sia nelle contrade? // In
questa festa / d’infanzia si rinnova in me l’attesa di un più vasto
convegno.
Oggi, a distanza di molti
anni, questi libretti sono davvero “la più esile biblioteca del
mondo”, come scrisse lo scrittore e bibliofilo Marino Parenti.
Una piccola biblioteca di stati
d’animo fatta di tessiture umane e poi letterarie, un “antologia della cartaccia” come ebbe
a scrivere Bugiani in Scoprire le
MORTI
Georges Méliès (21 gennaio
1938) è universalmente riconosciuto come il “padre” degli effetti
speciali nel cinema. Scoprì accidentalmente il trucco della sostituzione
nel 1896, e fu uno dei primi registi
a usare l’esposizione multipla, la
dissolvenza e il colore (dipinto a
mano direttamente sulla pellicola).
Il suo film più noto è “Viaggio nella Luna” (Le Voyage dans la Lune),
considerato il primo film di fantascienza.
Georges Méliès
Lia Zoppelli (2 gennaio 1988),
attrice, dopo aver lavorato con Luchino Visconti fonda una sua compagnia con Ernesto Calindri, Franco Volpi e Valeria Valeri. Nel 1951
è diretta da Mario Ferrero per la prima italiana di “The Cocktail Party”
di T.S. Eliot. Viene poi scelta da Garinei e Giovannini per la commedia
musicale “Giove in doppio petto”,
in cui recita con Carlo Dapporto. Al
cinema interpreta soprattutto ruoli
leggeri e brillanti in commedie all’italiana, molte delle quali hanno
come protagonista Totò, e in alcune pellicole di genere mitologico o
musicale.
Francesco Francia, nato Raibolini ma detto il Francia (5 gennaio
1518) è stato un pittore e orefice italiano, attivo a Bologna. Dai Bentivoglio fu incaricato della realizzazione dei conii delle monete per la
zecca cittadina, e tale carica gli fu
riconfermata da Papa Giulio II.
Arnold Hauser (28 gennaio
1978) è stato il critico e storico
dell’arte che ha delineato una teoria dell’arte in cui i fenomeni artistici sono analizzati in stretta relazione con il loro contesto storico e
sociale.
A cura di Sabrina Ružić
Ramous ritratto da Annigoni
carte (Novara 1994) la cui risonanza poetica ed estetica resta,
in ogni caso, un fenomeno interessante nello scomposto panorama della letteratura del secondo Novecento italiano.
Francesco Cenetiempo
cultura 7
Sabato, 19 gennaio 2008
CINEMA Ricordando l’autore de “La corazzata Potemkin”
Ejzenstein, o del montaggio
C
on i suoi film, rivoluzionari per l’uso innovativo del
montaggio e la composizione formale dell’immagine, Sergej
Michajlovič Ejzenstejn, di cui questi giorni ricorrono i 110 anni dalla
nascita e 60 dalla morte, ha avuto
un’influenza determinante sull’arte
cinematografica, sul suo “linguaggio” e sulla sua “grammatica”. Ejzenstejn nacque a Riga (capitale
dell’attuale Lettonia) il 23 gennaio
del 1898 e si spense a Mosca l’11
febbraio del 1948. È stato un pioniere del montaggio cinematografico inteso quale elemento fondamentale delle storie raccontate per
immagini: infatti, fu il primo a ritenere che il montaggio fosse ben più
che una tecnica per assemblare le
scene di un film. Secondo il regista,
come spiega nei suoi influenti libri
“La forma del film” e “Il senso del
film”, un montaggio accurato poteva essere utilizzato efficacemente
per manipolare le emozioni degli
spettatori. Compì lunghe ricerche
in questo campo e sviluppò appunto quello che egli stesso chiamò
montaggio.
Nei suoi primi film, Ejzenstejn
non usò attori professionisti. Il suo
priata origine di classe sociale. È
il caso di “Sciopero” del 1925, la
pellicola d’esordio.
Anche se fu leale con gli ideali del comunismo, Ejzenštejn entrò
in conflitto con numerosi gerarchi
del regime sovietico. Stalin era ben
consapevole del potere del cinema
come mezzo di propaganda e considerava Ejzenstejn una figura controversa. E la popolarità e l’influenza di Ejzenštejn crescevano con il
successo dei suoi film. “La corazzata Potemkin” (Bronenosec Potemkine) fu un successo mondiale.
Il film è ambientato nel giugno del
1905, i protagonisti della pellicola sono i membri dell’equipaggio
della corazzata russa che dà titolo
all’opera, ed è strutturato in 5 atti.
I fatti narrati nel film sono in parte veri e in parte fittizi, in sostanza
si può parlare di una rielaborazione
a fini narrativi dei fatti storici realmente accaduti e che portarono all’inizio della Rivoluzione russa del
1905. Ad esempio, il massacro di
Odessa non avvenne sulla celebre
scalinata bensì in vie e stradine secondarie, e non avvenne di giorno
ma di notte Proprio questo successo fece sì che Ejzenstejn venisse
Sergej Michajlovič Ejzenštejn
stile narrativo non si concentrava scelto per dirigere “Ottobre” (Oksui personaggi individuali, ma si tiabr), che doveva essere parte di
rivolgeva alle grandi questioni so- una grande celebrazione del deciciali, soprattutto ai conflitti di clas- mo anniversario della Rivoluzione
se. Usò quindi delle comparse e i d’ottobre del 1917. Il film però non
ruoli principali venivano affidati a ripeté il successo della Potemkin.
persone senza esperienza profes- Nel 1930 la Paramount Pictures
sionale ma che avevano l’appro- invitò Ejzenstejn a Hollywood of-
La corazzata Potëmkin (1925)
frendogli un contratto di centomila dollari. La casa di produzione
californiana voleva affidargli la
versione cinematografica di “Una
tragedia americana” di Theodore
Dreiser, ma le divergenze sul cast
causarono la rottura del contratto
nell’ottobre di quell’anno. Fu Josef
von Sternberg a finire il film.
Ejzenštejn viaggiò allora in
Messico, dove cercò di produrre un
documentario in parte recitato dal
titolo Que Viva Mexico! Prima che
riuscisse a finirlo, Stalin gli ordinò
di tornare in Unione Sovietica. Ejzenstejn affidò il materiale filmato
non ancora montato al romanziere Upton Sinclair che era anche il
maggior finanziatore del film, con
l’accordo che il materiale sarebbe
stato inviato in Unione Sovietica dopo la partenza di Ejzenstejn
alla prima opportunità possibile.
La sua intenzione era di effettuare
il montaggio a Mosca. Ma il materiale non giunse mai. Il film montato venne alla fine proiettato a New
York nel 1933, nella forma decisa
dal produttore Sol Lesser senza il
consenso di Ejzenstejn, con il titolo “Lampi sul Messico”. Da allora
numerosi film sono stati realizzati
con il materiale filmato da Ejzenstejn in Messico, con vari gradi di
fedeltà alle sue intenzioni.
L’incursione di Ejzenstejn in
“Occidente” fece sì che Stalin
guardasse al regista con occhi ancor più sospettosi, e questi sospetti
non svanirono mai dalla mente del
gruppo dirigente stalinista. Motivi
politici furono alla base della cancellazione dei due successivi progetti cinematografici di Ejzenstejn.
Venne anche nominato un funzionario supervisore incaricato di seguire Ejzenštejn durante la realizzazione di “Alexander Nevskij”.
Il suo film, “Ivan il Terribile,
Parte I” – con musiche di Prokofjev, che presentava Ivan IV di
Russia come un eroe nazionale,
ottenne l’approvazione di Stalin
(e anche un Premio Stalin). Ma il
seguito del film “Ivan il Terribile,
Parte II” incontrò l’opposizione
del governo. Tutto il materiale girato dell’ancora incompleto “Ivan
il Terribile, Parte III” venne sequestrato e in gran parte distrutto, anche se rimangono ancora numerose
scene filmate).
Sua Maestà Ejzenstejn” come
lo chiamava il critico letterario
Sklovskij, resta legato a una stagione “rivoluzionaria” della storia del
cinema, sia per le tematiche affrontate, sia per le tecniche usate. La
sua validità è anche quella di essere riuscito a andare oltre la semplificazione del cinema-propaganda.
Le possibilità espressive ed intellettuali rivelate da Sciopero, La corazzata Potemkin e Ottobre, unite
a una vasta cultura all’intelligenza
registica, all’insegnamento cinematografico, così come lo studio
di problemi di teoria estetica nel
cinema, fanno sì che egli ne venga
considerato uno dei più grandi ed
incontestati maestri.
A cura di Sabrina Ružić
FILM / «Mio fratello è figlio unico» di Luchetti
Non siamo di certo come eravamo
Se negli anni '70, in Italia, il cinema parlava del proprio tempo e
se gli anni '80 e '90 sono stati gli
anni della rimozione terrorizzata,
con il nuovo secolo il cinema ufficiale italiano cerca di riprendere in
mano i fili di un discorso complesso: la storia dei movimenti sociali
durante la "prima repubblica".
Da questo punto di vista, Mio
fratelllo è figlio unico, di Daniele Luchetti, è stato il film del 2007
che ha certamente animato il maggior numero di dibattiti. Con la
sua dialettica ondivaga tra “destra” e “sinistra”, ambientato nel
Lazio degli anni '60 e '70, il film
si aggiunge a una serie di opere cinematografiche degli ultimi anni
che intendono rivisitare le vicende
più dure e controverse della storia
italiana dopo il fascismo: le contrapposizioni sociali durante l'industrializzazione, la contestazione
studentesca, il protagonismo operaio, lo squadrismo neofascista,
l'organizzazione di forme di attacco anticapitalista.
Nel film di Daniele Luchetti,
tratto dal romanzo Fasciocomunista di Antonio Pennacchi, non
più la grande città (Torino, Roma)
è lo scenario prescelto, ma la provincia. Il giovanissimo Accio (interpretato con una buona prova da
Elio Germano), tormentato da una
foto piccante a lui donata dal fratello maggiore Manrico (Riccardo
Scamarcio), decide di abbandonare il seminario e rifiutare un futuro
da prete. Mentre la madre casalinga disperata e il padre operaio non
lo degnano di grande attenzione,
un conoscente del paese lo inizia alle idee fasciste per formarlo politicamente. Il protagonista
arriverà così a scontrarsi più volte con la famiglia e in particolare
con il fratello
Il carattere essenziale del film
è nel suo primo piano narrativo: la
famiglia. I legami fondamentali,
come si deduce già dal titolo, sono
da cercarsi nella più arcaica delle
istituzioni sociali, mentre la città,
la capitale, la fabbrica, la scuola,
l'università e il mondo intero non
fanno che da sfondo a questo scenario fatto di mamme, papà, fratelli e sorelle. Il romanzo cinematografico è per questa via romanzo
psicologico, racconto di un'anima
e delle sue sofferenze.
Se l'ambiente della destra è
caricaturizzato e in ultima analisi
falsificato almeno quanto quello
della sinistra extraparlamentare, il
film pone comunque in essere un
gioco di specchi semplicistico ma
funzionale, il cui risultato gioca
maliziosamente con un'ambiguità pesante. La sinistra edonista e
volgare, che viene additata come
immorale nel film, non somiglia a
quel complesso enorme, sfaccettato e intricato che furono i movimenti della contestazione o della protesta di fabbrica nel '60-'70,
ma semmai alla sinistra di palazzo
odierna con il suo governo. Il fatto
che molti degli intellettuali/ artisti
che oggi governano la cultura italiana fossero allora tra i contestatori non fa che aumentare proprio
quel loro carattere opportunista e
superficiale che nel film viene addossato ai "rivoluzionari". Più che
un "così eravamo" sembra essere
un "così io ero, e così adesso siamo". (da “cinema italiano”)
VIDEO E DVD
I titoli più
gettonati
1. Simpson - il
film
Regia di David
Silverman.
Homer, dopo avere acquistato un
maialino
come
animale domestico, si ritrova con un silos di
spazzatura in giardino, che
Marge gli impone di portare
subito in discarica. Sulla strada verso la discarica, però, decide di scaricare i rifiuti nel
vicino lago, inquinandolo irrimediabilmente. Nel frattempo, il dipartimento per la protezione ambientale degli Stati
Uniti ...
2. Wind chill ghiaccio rosso
sangue
Regia di Gregory Jacobs. Con
Emily
Blunt,
Ashton Holmes.
Due studentesse devono tornare a casa per le vacanze
e decidono di farsi compagnia per il viaggio in macchina così da dividersi anche le spese. Purtroppo la
macchina si guasta nel bel
mezzo del deserto e le due
ragazze cominciano ad essere perseguitate dagli spettri di persone morte in quel
luogo arido.
3. Una impresa
da Dio
Regia di Tom
Shadyac.
Con
Johnny Morgan
Freeman, Steve
Carell.
Evan Baxter, raffinato ed
elegantissimo annunciatore
di una stazione televisiva di
Buffalo, è stato da poco eletto al Congresso degli Stati
Uniti. Decide così di trasferirsi con la famiglia in Virginia, per dare una svolta decisiva alla sua vita. E la svolta arriva inaspettatamente
quando Dio scende sulla Terra e misteriosamente ordina
4. Vacancy
Regia di Nimród
Antal. Con Kate
Beckinsale, Luke
Wilson,
Dopo aver lasciato la strada
principale, l’automobile dei
coniugi Fox rompe il motore, fortunatamente proprio di
fronte a un motel. Prendono una stanza per attendono
l’alba per chiamare i soccorsi. Ma nei sudici alloggi dell’albergo sembra nascondersi un segreto, mal celato, dai
cattivi di turno.
5. 10 items or
less
Regia di Brad
Silberling. Con
Morgan
Freeman, Paz Vega.
Scarlet lavora in
un supermercato di Los Angeles. Un attore che non accetta un ingaggio da quattro
anni scambia quattro chiacchiera con lei e ne rimane
intrigato. Decide di aspettare che lei finisca il turno per
farsi dare un passaggio, e finisce per ... sorpresa.
Per gentile concessione della videoteca “Video Darko”
di Fiume
8 cultura
Sabato, 19 gennaio 2008
CARNET CULTURA rubriche a cura di Viviana Car, Lara Drčič, Helena Labus
John Corsellis
in Markus Ferrar
Slovenija 1945
MK Založba
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Hans Kung
Katolička crkva –
kratka povijest
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Serdar Ozkan
Izgubljena vrtnica
MK Založba
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I
Sanja Rozman
Peklenska
gugalnica
MK Založba
I
C
Julie Garwood
Skrivnost
MK Založba
L
I
J. K. Rowling
Harry Potter 6 –
Polkrvni princ
Epta
***
Svetovna zgodovina v preglednicah
Cankarjeva založba
B
Jože Pučnik
Izabrano delo
MK Založba
B
Erica James
Ljubezen in predanost
MK Založba
U
Tess Gerritsen
Grešnik
MK Založba
Francis Wheen
Kako so prodajalci megle zavladali
svetu
MK Založba
P
L
C
Gianni Barbacetto
e altri
Mani sporche
Chiarelettere
B
I
Milana Vlaović
Blato
VBZ
B
Ann Brashares
Sestre po trapericiama
Algoritam
Zdravko Tomac
Tuđmanizam i
Mesićizam
Nominativ
U
T
Ian McEwan
Chesil Beach
Einaudi
S
Gianrico Carofiglio
L’arte del dubbio
Sellerio Editore
I
Banana Yoshimoto
Il coperchio del mare
Feltrinelli
J. K. Rowling
Harry Potter
i darovi smrti
Algoritam
IN SLOVENIA
P
C
Bruno Vespa
L’amore e il potere.
Mondadori
A. Litvinenko
J. Felštinski
Sakačenje Rusije
Znanje
Marina Lewycka
Kratka povijest traktora na ukrajinskom
Profil international
Slaven Letica
Let iznad
kukavičjeg gnijezda
Jesenski i Turk
I
Patrick McGrath
Trauma
Bompiani
Rujana Jeger
Opsjednuta
Profil International
Peter Burger
Teorija avangarde
Antibarbarus
L
Robert I. Sutton
Il metodo antistronzi.
Elliot
B
Ken Follett
Mondo senza fine
Mondadori
B
Bernardo Caprotti
Falce e carrello.
Marsilio
U
J. K. Rowling
Harry Potter e i doni
della morte
Salani
IN CROAZIA
P
A
I LIBRI PIÙ VENDUTI
IN ITALIA
CALENDARIO DEGLI APPUNTAMENTI CULTURALI
CULTURA ITALIANA
LA CNI
Umago, CI “Fulvio Tomizza”, sarà in visione fino al
19 gennaio 2008 la mostra fotografica dell’artista
italiano MASSIMO TELLOLI.
Isola, Palazzo Manzioli, fino al I febbraio rimane in
visione il ciclo di fotografie di Franco Franceschi
intitolato LE STAGIONI DEL CHIANTI.
GLI ALTRI
Zagabria, Istituto Italiano di Cultura, il 24 gennaio cerimonia d’inaugurazione della sezione dedicata all’italianista Pavao Tekavčić presso l’ICI.
Zagabria, Istituto Italiano di Cultura, nell’ambito
del Cinforum didattico “Il cinema italiano e il neorealismo” il 31 gennaio verrà proiettata la pellicola BELLISSIMA di Luchino Visconti.
Zagabria, Museo di Architettura, in collaborazione con l’IIC di Zagabria viene presentata l’esposizione I DISEGNI DI CARLO SCARPA PER LA
BIENNALE DI VENEZIA – ARCHITETTURE
E PROGETTI (1948 – 1968) aperta fino al 3 febbraio 2008.
Lubiana, Cankarjev dom, organizzata dal IIC,
l’esposizione ANDREA PALLADIO: COMMENTI SU GIULIO CESARE rimane aperta fino al 9
febbraio.
Lubiana, Istituto Italiano di Cultura, si intitola OBBIETTIVO DAVID, la mostra che vede esposte le
fotografie di Aurelio Amendola, Maria Brunori e
Luciana Majoni in visione fino al 15 febbraio.
Venezia, Galleria A + A, l’artista slovena Tanja
Špenko si presenta con la sua personale DIPINTI
fino al 22 febbraio.
GRANDI AVVENIMENTI
Roma, alla GALLERIA EMMEOTTO è allestita fino
al 31 gennaio la mostra di MARIO CEROLI, “l’autentico costruttore povero” (Germano Celant). Un
artista lontano da condizionanti etichette che si può
considerare un precursore dell’Arte povera. Settantaquattro lavori in totale fra sculture, superfici di
materie molto diverse, cartoni e disegni progettuali
realizzati tra il ‘69 e il 2006.
Benevento, alla ARCOS è aperta fino al 31 gennaio
2008 la mostra “Les fleurs du mal”, alla quale si
vuole dare una risposta alla domanda “Cos’è la bellezza?”. Un florilegio di nomi noti, come YASUMASA MORIMURA, MARC QUINN, GILBERT
& GEORGE…, dà corpo a un percorso affascinante
per varietà e validità di lavori.
Boston, al MUSEUM OF FINE ARTS si inaugura il
30 gennaio 2008 la mostra “I ritmi della vita moderna: stampe britanniche 1914-1939”, che comprende circa 100 litografie, acquetinte, xilografie
e linografie a colori realizzate da 14 artisti, nella
quale viene esaminato l’impatto del Futurismo e
Cubismo sulla stampa modernista britannica dall’inizio della I guerra mondiale fino all’inizio della II guerra mondiale. La mostra è aperta fino all’1
giugno 2008.
Genova, presso la VILLA CROCE è in visione fino al
10 febbraio la mostra “Art as Life”, completa retrospettiva sull’opera di ALLAN KAPROW (Atlantic
City, 1927 - Encinitas, 2006) che non si limita a riproporre, con documentazione video e fotografica,
la produzione più celebre dell’artista statunitense.
L’esposizione comprende tele, collage e assemblage, nonché foto, appunti, istruzioni, schizzi.
Anno IV / n. 1 19 gennaio 2008
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ, supplementi a cura di Errol Superina / Progetto editoriale di Silvio Forza
Art director: Daria Vlahov Horvat / edizione: CULTURA
Redattore esecutivo: Silvio Forza
Impaginazione: Annamaria Picco / Collaboratori: Francesco Cenetiempo, Ilaria Rocchi
Rukavina, Gianna Dallemulle Ausenak, Helena Labus, Sabrina Ružić, Viviana Car
Fotografie: Goran Žiković
Il presente supplemento viene realizzato nell’ambito del Progetto EDIT Più in esecuzione della Convenzione MAE-UPT n. 1868
del 22 dicembre 1992 Premessa 8, supportato finanziariamente dall’UI-UPT e dal Ministero Affari Esteri della Repubblica italiana.
ISTRIA E QUARNERO
Fiume, Galleria OK, Vedran Burul presenta l’ultimo
ciclo di fotografie ANNOTAZIONI E SITUAZIONI
L’esposizione si può visitare ancora per quale giorno, ovvero fino al 24 gennaio.
Cittanova, Museo Lapidarium, si intitola COSTUMOGRAFIA l’esposizione di Alan Hranitelk in visione fino al 30 gennaio.
Fiume, Museo civico, la retrospettiva dell’opus architettonico di ZDRAVKO BREGOVAC è visitabile
fino al 31 gennaio.
Fiume, Galleria Kortil, l’artista connazionale Mauro
Stipanov, già vincitore di molte edizioni del Premio
Istria Nobilissima, si presenta al pubblico con CAPRICCIO ARCHITTETONICO. La mostra rimarrà
aperta fino al 30 gennaio.
Grisignana, Galleria Fonticus, fino al 30 gennaio si
può visitare la collettiva del locale CIRCOLO ARTISTICO.
Capodistria, Sede della banca Koper, Mira Ličen
Krpotič espone fino al I febbraio il proprio ciclo di
opere intitolato LIRICA SOLARE.
Fiume, Museo di arte moderna e contemporanea
uno dei precursori dell’arte digitale croata, Darko
Fritz espone la sua mostra multimediale ARCHIVI
IN EVOLUZIONE (PROGETTI 1987 – 2007). Mostra aperta fino al 3 febbraio.
Pirano, Galleria civica, Andraž Šalamun si presenta
fino al 3 febbraio con la sua personale BITTICO
2006 E TRITTICO 2007.
Fiume, Riva il fotografo Šime Strikoman il 3 febbraio
immortalerà con una FOTO DEL MILLENNIO la
Sfilata del Carnevale fiumano. Un evento del quale
si può essere protagonisti.
Pirano, Galleria Herman Petrič, la connazionale Fulvia Zudič, pluripremiata e considerata
uno dei nostri artisti migliori, fino al 5 febbraio
espone la sua personale intitolata I CAMPI SALIFERI.
Pinguente, Museo civico, la personale di quadri dell’artista DAMIR BABIĆ si può visitare fino al 29
febbraio.
Pisino, Museo Etnografico l’esposizione sulla cultura e l’arte indonesiana LA TERRA DEL SOLE E
DEGLI UCCELLI rimane in visione fino al 29 febbraio.
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19. 1.2008 - EDIT Edizioni italiane