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La rassegna stampa di Oblique
«“Cosa vai a tirare fuori queste miserie? – dirà forse qualcuno. –
Lasciale stare dove sono”. Ma allora come si fa a capire, non in linea
generale, con discorsi astratti, come stanno davvero le cose, come
funziona tutto quanto nel nostro paese, anche nel piccolo, misero
Antonio Moresco
mondo larvale in via di estinzione della cultura?».
novembre 2008
– «Gian Burrasca come Marinetti, evviva i futuristi!»
Mirella Serri, Tuttolibri della Stampa, primo novembre
3
– «Antonio Moresco, lettera ai conformisti dell’editoria italiana»
Francesco Borgonovo, Libero, primo novembre
5
– «La sagra dell’editoria»
Luigi Mascheroni, il Giornale, primo novembre
8
– «Così i libri diventano carta da macero»
Paolo Bianchi, il Giornale, 2 novembre
10
– «La vita tumultuosa di Lee Miller, divina davanti e dietro l’obiettivo»
Sandro Fusina, Il Foglio, 8 novembre
13
– «Il patriottismo insetticida di Marinetti»
Antonio Carnevale, Panorama, 11 novembre
19
– «Il trionfo del Gattopardo»,
Gioacchino Lanza Tomasi, la Repubblica, 11 novembre
20
– «Franz Kafka e l’arte di disegnare gli incubi»
Luigi Mascheroni, il Giornale, 14 novembre
23
– «Sono io il nuovo Bukowski»
Alessandra Farkas, Corriere della Sera, 17 novembre
25
– «Gli scrittori italiani si occupano di realtà o di ideologia?»
Mario Baudino, La Stampa, 19 novembre
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– «Il gusto del fallimento»
Francesco Borrelli, il manifesto, 22 novembre
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– Se potessi vendere almeno 150mila copie»
Mirella Appiotti, Tuttolibri della Stampa, 22 novembre
31
– «“Caro Hesse, come devo tradurre...”»
Armando Torno, Corriere della Sera, 24 novembre
33
–«Vita ingrata del traduttore prigioniero di due lingue»
Alessandra Iadicicco, il Giornale, 26 novembre
35
– «E l’italiano arrivò a quota 220mila»
Roberto Beretta, Avvenire, 27 novembre
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– «Crossover. Quando il best seller per ragazzi piace agli adulti. E quello per adulti piace ai ragazzi»
Matteo Nucci, Il Venerdì della Repubblica, 28 novembre
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«GIAN BURRASCA COME MARINETTI, EVVIVA I FUTURISTI!»
Dalla copertina di «Porci con le ali» alla dissacrazione dei «Compagni», al giallo
Mirella Serri, Tuttolibri della Stampa, primo novembre 2008
con Vanessa gay: una libido creativa
Scrittore Italiano preferito? «Non ho
dubbi, Antonio Pennacchi». Proprio
lui? Proprio l’autore più rifiutato dello
Stivale che ha ricevuto ben 55 no da 33
editori con il primo libro? «Poi, per mia
fortuna, ce l’ha fatta, ha pubblicato
parecchio. Viaggio per le città del duce
(appena uscito da Laterza, n.dr.), ad
esempio, è bellissimo. Ci sono narratori come Pennacchi o Cormac
McCarthy che mi dispiace non facciano uscire un racconto tutti giorni. È in
linea con i grandi paranoidi: Céline,
Rousseau, Thomas Bernhard. Aggiungerei pure Dostojevskij, ma è troppo, non esageriamo». E l’autore del
Fasciocomunista? Entusiasta per tanta
considerazione? «Non proprio. È
venuto a trovarmi a casa. Voleva litigare. Ha cominciato col dire che il futurismo faceva schifo».
Per qualsiasi altro, un giudizio inoffensivo, ma una provocazione, uno
schiaffo in faccia a Pablo Echaurren,
artista polimorfo perverso quanto a libido creativa – pittore, fumettista, ceramista, romanziere, musicista – ma
bibliofago (come si autodefinisce) e collezionista di tomi, con un’unica, immensa passione, Marinetti & C.
Di miti ne coltiva tanti Echaurren, figlio
d’arte del grande surrealista cileno Sebastian
Matta. Il prolifico artista-betoniera (altra
auto definizione), da quando aveva 17 anni
macina quadri, giornali, libri, film, arazzi,
copertine di libri che hanno spopolato,
come Porci con le ali. Una sua mostra antologica si è tenuta al capitolino Chiostro del
Bramante mentre le opere più recenti sono
state proposte all’Auditorium di Roma.
Adesso ha aggiunto un altro tassello alla
sua personale mitologia, la parodia dei
romanzi-noir destinati a diventare testi di
riferimento nelle biblioteche dei giallisti: Le
memorie di Vanessa (uscita da Fernandel editore) è un nuovo racconto della serie di
Echaurren dedicata al commissario
Vanessa Tullera («la mia poliziotta sta a
Maigret come la mia casa editrice sta alla
Adelphi», precisa), agente gay, forte e determinata in un giallo delirante, dove tra giochi
di parole e ironie, si prende di petto lo splatter, l’anatomopatologia e il mondo dell’arte.
A proposito di libri-culto, l’altarino di Echaurren
vede in primo piano Porci con le ali, il racconto
tutto sesso e politica scritto do Marco Lombardo
Radice e Lidia Ravera. Lei gli diede la definitiva
consacrazione per il successo con la cover che
mescola nudità varie e musi di maiali?
«Quando dalla casa editrice Samonà e
Savelli mi chiamarono per fare la copertina non chiesi di leggere il libro in procinto di essere stampato. Meglio non
mettere limiti all’immaginazione, mi
sono detto. Con il romanzo mi sono
cimentato parecchio tempo dopo e per
quella copertina non sono nemmeno
stato pagato. Nel gruppo dei giornalisti
di Lotta continua, di cui facevo parte, quel
racconto però non era ben visto, era sinonimo di voyeurismo piccolo borghese
con l’obiettivo di far quattrini. Io mi adattavo e se qualcuno mi chiedeva: “Sei tu
quel Pablo della copertina?”. La risposta
era:“Macché. È un altro”».
I suoi autori di riferimento in campo artistico?
«Erano sulle pareti di casa di mia madre.
Tappezzata di Mirò, Calder, Max Ernst,
Capogrossi – Forchettone. Mamma di
quadri ne aveva parecchi, regalò alcuni
Burri per cui ancora oggi mi mangio le
mani. Mirò sì è sovrapposto a Topolino,
con le due orecchione nero e la giacchetta
gialla, e così, tra cartoon e passione per
l’avanguardia,è nata la mia tecnica grafica».
Libri letti da ragazzino?
«Scritti di tassidermia, con le tecniche
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per imbalsamare cadaveri e per impagliare
gli animali. Gian Burrasca che oggi mi
ricorda Marinetti. Il Signor Bonaventura
con la caratteristica marsina, faccia ovale,
il naso a virgola, prima squattrinato poi
milionario. Al personaggio di Sergio
Tofano mi accomunava la conquista dell’assegno da un milione. Ho 17 anni quando incontro il pittore Gianfranco
Baruchello che mi presenta al critico e collezionista milanese Arturo Schwarz, cultore del dada surrealismo in Italia, che mi
fa firmare un contratto di esclusiva.
Compenso? Un milione».
Letture scolastiche?
«Frequentavo il severissimo liceo classico
Giulio Cesare. Ero un allievo svogliato.
Avevo i capelli lunghi, suonavo il basso ed
ero un cubista,nel senso che ballavo sui cubi
del Piper, marinavo la scuola un giorno sì e
uno no. L’unica cosa che mi interessava
erano i coleotteri.Informatissimo,aspettavo
quella fatidica ora di scienze in cui la prof
avrebbe affrontato quel capitolo. Avrei
finalmente esibito tutto il mio sapere. Ma
quel giorno ancora una volta saltò la scuola.
Una fregatura. Mi innamoro di Italo
Calvino, a cui poi manderò un mio disegno,
e lo propongo come autore per la maturità.
Ma il docente, avendolo scambiato per il
riformatore di Ginevra, mi dice “lascia stare
gli stranieri”. La musica era un’altra delle mie
passioni: dai Beatles agli Animals ai Rolling
Stones. Maledetti gli anni in cui diventa
dominio dei cantautori: da Guccini a Dalla
non li ho mai digeriti. Un giudizio sul quale,
l’ho scoperto successivamente, non sono
fortunatamente solo. Valerio Floravanti, il
terroristsa nero con cui ho lavorato a quattro mani al film documentario Piccoli ergastoli e poi a Il ritorno di Silvio Pellico, Rebibbia
rhapsody,tutti sul tema della condizione carceraria, condivide questa idiosincrasia. Per
oblique studio
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me, gli anni pre ’68 sono una stagione calda,
di colori e di speranze e anche di musica
propulsiva e vitale, poi con il ’68 tutto si trasforma e si incupisce in un plumbeo color
verde militare».
I sacri testi del movimento degli anni Settanta
glieli fanno scoprire quegli intellettuali di sinistra a cui nel suo libro Compagni dedica sulfuree pagine? Bernardo Bertolucci, per esempio, descritto come un cineasta due pesi-due
misure che, nei salotti borghesi, si scaglia contro lo sciopero dei lavoratori di Cinecittà «poiché dal momento che era lui a farli lavorare,
scioperare era come boicottare sé stessi e i propri interessi»? Nanni Balestrini molto vanesio,
«lo vedevi girare per mostre, librerie, manifestazioni con la testa sempre volta all’insù»:
Paolo Flores d’Arcais: «Un tombeur de femmes implacabile… abitava a Monteverde e la
sua era la casa più sporca e incasinata che
avessi mai visto».
«L’unico che si è un po’ arrabbiato per
questi miei giudizi è il direttore di
MicroMega. Ma non mi è chiaro il motivo.
Tutte le abitazioni dei compagni “non brillavano”. Ho convissuto per qualche tempo
con Paolo e altri amici. I vetri del suo
bagno credevamo fossero smerigliati per
quanto erano opachi. Collaboratore e poi
redattore di Lotta continua non ero ben
visto per il mio temperamento anarchico.
Adriano Sofri mi consigliava di leggere le
vita dei santi e Gad Lerner mi apprezzava.
Ma tutto nasce con Massimiliano Fuksas.
Dopo un’accanita discussione, punta il
dito accusatore: “Non hai mai letto una
riga di Marx ed Engels!”, sbraita. Era proprio vero. Da quel momento, addio agli
amori precedenti».
Dostoevskij e Céline, miei autori preferiti. Arriva il momento del Capitale».
Lei ha disegnato anche le copertine dei
libri di Walter Veltroni, come Il sogno
degli anni ’60. Un decennio da non
dimenticare: anche questo una sua piccolo
Bibbia?
«Veltroni è un collezionista come me
delle figurine Panini. Dal punto di vista
politico non mi considero schierato.
Qui, sotto casa, a Roma sul Lungotevere, è apparsa su un muro la scritta “Echaurren artista di regime”.
Qualcuno ha poi cancellato l’ultima
parola. Ha fatto bene. Io ho fondato il
“Partito del tubo” il cui slogan è “adotta
un politico e convincilo a smettere”».
Trent’anni di collezionismo insieme a sua
moglie, la studiosa Claudia Solaris, hanno
dato vita a una delle più grandi raccolte di
reperti futuristi del mondo. Se li gode i libri
che acquista?
«È come chiedere a un collezionista di
francobolli se affranca le sue lettere con
il Gronchi rosa. Me ne guardo bene dal
leggerli. I futuristi per lo più sono noiosissimi. Govoni e Palazzeschi mi sono
sempre piaciuti. Ma a Marinetti antepongo però Carlo Emilio Gadda».
Ovvero?
«Campana, Gadda, i surrealisti, Pound, i
dadaisti, Majakovskij, Salinger, e poi
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Nel suo diario lo scrittore mantovano racconta il mondo della cultura.
Unico modo per superare invidie e colpi bassi: adeguarsi al generale appiattimento
Francesco Borgonovo, Libero, primo novembre 2008
lettera ai
conformisti
dell’editoria
italiana
antonio
moresco
La prima parte delle Lettere a nessuno di
Antonio Moresco è uscita per Bollati
Boninghieri nel 1997. Si trattava di un
libro difficile da catalogare, una sorta di
diario in cui lo scrittore di Mantova, autore di romanzi come Canti del caos (allora
non erano ancora stati pubblicati, sarebbero usciti solo nel 2001 per Feltrinelli, che
stampò anche Gli esordi nel 1998) raccontava la sua esperienza di autore inedito.
Ora Einaudi manda in libreria una
nuova versione delle Lettere (pp. 728, euro
22), corredata di una seconda parte in cui
Moresco racconta (nella stessa forma diaristica) i suoi ultimi quindici anni. Trascorsi, questa volta, da scrittore «emerso»,
dopo che Giulio Bollati gli pubblicò, nel
1993, i racconti di Clandestinità.
La prima parte era una sorta di memoriale dal sottosuolo, una collezione di avvenimenti e di pensieri annotati giorno per
giorno nel corso di undici anni passati a
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lavorare «sottoterra», a produrre romanzi
e a proporli agli editori, costantemente
rifiutato, talvolta neppure letto.
Le piccole miserie dietro le quinte
Se le lettere riportate nella prima parte e
indirizzate a personalità molto note del
panorama culturale italiano (Maria Corti,
Claudio Magris, Giovanni Raboni e vari
altri) non furono davvero spedite, a parte
un paio, quelle della seconda sono state
tutte inviate (tranne tre). La reazione
immediata del lettore potrebbe essere:
perché dovrebbero interessare a qualcuno
le confessioni di uno scrittore i cui manoscritti vengono rimandati al mittente o a
cui i grandi editori fanno tante promesse
senza mantenerle? La risposta migliore la
dà lo stesso Moresco, in un passaggio del
libro: «“Cosa vai a tirare fuori queste miserie? – dirà forse qualcuno. – Lasciale stare
dove sono”. Ma allora come si fa a capire,
non in linea generale, con discorsi astratti,
come stanno davvero le cose, come funziona tutto quanto nel nostro paese, anche
nel piccolo, misero mondo larvale in via di
estinzione della cultura?».
Questo libro aiuta a capire come funziona la cultura italiana. Scrive ancora
Moresco: «Se rinunciassi a parlare a viso
aperto e mi autocensurassi non riuscirei a
far vedere come stanno davvero le cose,
mancherebbero le persone reali, i comportamenti, le dinamiche, gli esempi rivelatori
di un clima generale e di un’epoca».
Ovviamente, ci dobbiamo fidare di quanto
racconta. Ma nessuno fra quelli che vengono citati nel testo, finora, lo ha smentito.
Innanzitutto, da Lettere a nessuno
emerge una tendenza dell’editoria italiana:
quella ad uniformare il prodotto, a far
uscire libri fatti con lo stampino. Nel libro
seguiamo la vicenda del manoscritto de
Gli esordi. Prima di trovare qualcuno che
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lo stampi, viene rifiutato da molti. Il motivo? È troppo impegnativo, difficile, forse poco vendibile. Perlomeno diverso da quello
che si manda abitualmente in libreria.Tutti coloro che lo leggevano riconoscevano: ci troviamo davanti a un grande autore;
Moresco riporta una frase di Antonio Franchini, editor
Mondadori: «Siamo coscienti di trovarci di fronte a uno scrittore
vero, uno scrittore autentico».
Ma il giudizio era la stesso: non possiamo pubblicarlo. È sempre Franchini, nel testo, a dire: «Ma come si fa a pubblicarlo?
Bisognerebbe farne un caso letterario, come il libro della
Morante… il prezzo di copertina…».
col gruppo si chiude. Una parte di quel pamphlet viene riproposta da Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera qualche tempo
dopo, in seguito all’uscita degli Esordi da Feltrinelli. Le reazioni
delle terze pagine dei giornali sono pesanti. Dice Moresco: «Si
sono scatenati tutti: “teppista, baldi giovinotti” (Raboni)…
Baldo giovinotto a me, che avevo ormai passato la cinquantina!
Gente che si stracciava le vesti, senza fare il minimo sforzo di
capire l’urgenza delle cose che si cercavano di dire. L’icona letteraria dell’epoca era quella. Io ero un poco di buono». In realtà,
quello che si vuole dagli scrittori sono sempre le stesse quattro
cose, i medesimi argomenti triti. L’attualità, l’impegno politico.
Muro impossibile da superare
Franchini, almeno, si dà la pena di leggere il libro. Relazionarsi
con altri, invece, è come trovarsi davanti a
una barriera impossibile da superare se non
entrando a far parte di una conventicola, un
gruppo di potere, svilendo il proprio lavoro.
Nella prima parte, Moresco racconta gli
incontri con Goffredo Fofi avvenuti nell’arco
di tre anni. Consegna il manoscritto di
Clandestinità alla Feltrinelli. Fofi gli dice:
«Telefonami tra un mese e ti darò senz’altro
la risposta!».
Scrive Moresco: «Il mese successivo, tra
molte difficoltà, ho telefonato da un paesino
del Gargano (…). Mi hanno risposto che eri
in ferie. Bene. Ho richiamato il mese dopo.
Non c’eri. Il mese dopo ancora. Non c’eri».
Dopo mesi e mesi di telefonate mancate, i
due si incontrano: Moresco vede Fofi con le
stampelle, ha una gamba ingessata. Ha avuto
un incidente e gli spiega: «Su di esso ha influito psicologicamente, lo confesso, anche la sua insistenza!». Il libro
viene bocciato.
Altro topos del mondo culturale italiano è l’icona intoccabile,
la personalità di cui non si può parlar male. Singolare, a questo
proposito, la vicenda che vede protagonista la redazione della rivista Riga di Marco Belpoliti. Lui e Moresco si conoscono, diventano amici, si frequentano. Antonio viene ammesso nel gruppo. A
un certo momento, però, tutto s’incrina. Belpoliti chiede a
Moresco un saggio su Calvino per la rivista. Lo scrittore mantovano, sulle prime, è titubante. Poi, dopo qualche insistenza di
Belpoliti, accetta. Il pezzo, però, non piace. Moresco è troppo critico verso Calvino, l’articolo viene rifiutato e il rapporto di amicizia
«Scrivi un romanzo sugli anni Settanta»
Ecco un altro caso significativo raccontato in Lettere a nessuno.
Moresco ha pubblicato da Rizzoli la
seconda parte di Canti del caos, ma la sua
editor, Benedetta Centovalli, viene sostituita da Stefano Magagnoli, fresco dal
successo mondadoriano de Il Codice Da
Vinci di Dan Brown.
Magagnoli invita Moresco in pizzeria.
«Mi dice che ha letto Lo Sbrego e Canti del
caos e che ne è rimasto folgorato, che vuole
battere un colpo, che vuole pubblicare i
miei nuovi libri, mi offre di riproporre in
economica i miei libri già pubblicati da
altri editori, con calendario deciso da me,
addirittura, pubblicità sui giornali del
gruppo, articoli, foto, anticipi mai visti,
perché “i soldi ci sono”, che mi vuole fare
subito un grosso contratto ecc. ecc. E
anche che ha preso Giuseppe Genna, che
gli pubblicherà il prossimo libro, che
Giuseppe gli farà anche da consulente, che lui è amico anche di
Cordelli, che gli ripubblicherà il suo primo libro uscito tanti
anni fa. Drizzo le orecchie… Le stesse cose le va a dire anche
alla mia agente».
Ma che tipo di romanzo si pretende da Moresco? «Alla
fine del nostro primo incontro mi butta lì: «Perché non mi fai
un romanzo sugli anni Settanta? Sono sicuro che ne verrebbe
fuori una cosa fortissima».
Eppure Moresco sarebbe capace di ben altro, potrebbe produrre qualcosa di più ambizioso,di più grande.Lettere a nessuno lo
dimostra:non si limita alle piccole del mondo editoriale,non è soltanto un pamphlet di denuncia. In questo libro si ripercorre l’in-
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tera vita dell’autore e della generazione che l’ha accompagnato, ci
sono pagine belle e potenti, si punta a vette che fanno sembrare
ancora piccoli i ragionamenti sull’industria culturale. Ci sono passaggi di critica letteraria, incontri importanti (come quello con
Ermanno Olmi che si innamora dei suoi libri),la storia terribile della
piccola Antinisca, ragazzina che un mattino decide di impiccarsi a
una trave davanti agli occhi del fratellino, i viaggi in Argentina dopo
il crollo finanziario, escursioni nella Terra del Fuoco, riflessioni sulla
scrittura. Ma tutta l’ambizione si cerca di smorzarla.
«Criminalità organizzata»
Per questi motivi Moresco ha scritto Lettere a nessuno. «Adesso
sono uno scrittore emerso. Ho pubblicato diversi libri, alcuni
scritti mentre ero sotto terra, altri dopo. (…) Ma sono successe
anche cose che mi hanno fatto sperimentare ancora di più la terribile opacità e ostilità del mondo che gravita attorno alla parola
scritta, non migliore di quello politico o addirittura della criminalità organizzata».
In conclusione, Moresco dice di stare lavorando a un nuovo
libro, che si intitolerà Le morti (mentre la nuova edizione di Canti
del caos arriverà nel 2009).
«Ho trovato un posticino segreto dove scomparire», scrive, «Di
notte si vede il firmamento.(…) Scriverò lì quell’ultima cosa che ho
in mente, se non crepo prima. Poi basta. Nonostante tutto, in questa disperazione e in questo orrore riesco ancora a incontrare di
tanto in tanto dei piccoli momenti di gioia, che nessuno mi può
rubare. Il mio ultimo sogno è che venga finalmente il giorno in cui
mi dimenticherò persino di essere stato, un tempo, uno scrittore».
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La sagra dell’editoria
Sempre più libri e festival
(ma sempre meno lettori)
Oltre 60mila titoli l’anno, premi,
mostre e manifestazioni à gogo.
Ma le vendite calano,
le librerie chiudono
e i volumi vanno al macero
Luigi Mascheroni, il Giornale, primo novembre 2008
Benvenuti al luna park del sapere, avanti
singnore&signori, si accomodino: la giostra gira e costa poco. Stacca anche tu un
biglietto della lotteria Erudire et edocere,
qualcosa vincerai.
È la sagra della cultura: in principio
furono i premi letterari, da ultimo i festival, senza dimenticare, in mezzo, il proliferare di centri universitari, nati elemosinando qualche corso per sedi distaccate e poi
allargatisi a veri e propri atenei autonomi
con moltiplicazione di corsi inutili e senza
studenti. Un autentico «virus culturale»
che ha colpito metropoli e cittadelle, paesini e villaggi, Pro Loco ed Enti Locali. «Ma
resta il dubbio sull’effettivo valore culturale della maggior parte di queste manifestazioni», è il laconico commento di Ermanno Paccagnini, italianista dell’Università Cattolica, per anni critico letterario del Sole 24 Ore e oggi del Corriere della
Sera, che sul numero della rivista Vita e
pensiero in uscita l’8 novembre firma un
impietoso saggio contro l’italico divertimentificio della cultura. Ossia contro i
premi in crescita libera che hanno graoblique studio
dualmente sostituito, senza peraltro elevare il livello medio culturale della popolazione in loco, «le vecchie e sacrosante sagre
paesane della salsiccia, della toma o del vin
santo»; i festival, «assaliti da vogliosi ascoltatori (con un certo tasso di guardonismo), libidinosi nel poter miracolisticamente toccare il proprio mito fissandoselo
come reliquia nel telefonino, ma che per la
verità raramente si trasformano in lettori»; e l’iper-offerta di mostre, congressi e
convegni «col tempo divenuti sempre più
pletorici, con poche vere novità e tanta
carta inchiostrata da interventi utili solo a
fare chili di pubblicazioni da presentare a
concorsi e situazioni affini». Tutti parlano,
nessuno ascolta.
Tutti pubblicano e nessuno legge.
Ancora più preoccupante la situazione
editoriale. Gli ultimi dati ufficiali fanno
rabbrividire: nel 2007 in Italia sono stati
oltre 61mila i titoli librari prodotti – il 62%
dei quali novità, il resto ristampe e riedizioni –, per un totale di 268 milioni di copie.
Aveva ragione il mai abbastanza compianto Massimo Troisi in Le vie del Signore sono
finite: «Io non leggo mai.Non leggo libri,
cose… pecché… Che comincio a leggere
mó che so’ grande, che i libri sono milioni e milioni? Non li raggiungo mai, hai
capito? Pecché io sono uno a leggere,
loro sono milioni a scrivere».
Il «virus culturale» ha intaccato gli
editori (che incredibilmente continuano a crescere: nel 2007 erano 2901),
purtroppo però non i lettori. Sempre
secondo i dati ufficiali più aggiornati, le
persone alfabetizzate che nel 2007
hanno letto almeno un libro sono state
meno di 24 milioni, cioè il 43% della
popolazione, cioè parecchio meno della
metà degli italiani.
Cioè più della metà degli italiani
alfabetizzati non legge neppure un libro
in un anno. E quelli che leggono un libro
al mese sono 3,2 milioni. Senza chiamare in causa i giovani: tra gli 11 e i 19 anni
legge un libro all’anno il 53,8% dei ragazzi. In Francia il 66%, in Spagna il 72,3%.
A confermare il disastro, i dati delle
vendite di libri (preoccupanti) e lo stato
di salute delle librerie (pessimo): mentre
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fra agosto e settembre, il Giornale ha
affrontato, in modo critico, la questione
spinosa dei festival e dei premi letterari, si
era già avanzato il pesante sospetto che né
un Bancarella qualunque né un noir-infestival qualsiasi fanno vendere una copia
(per dire) in più.
Un intellettuale terzista, nel senso di
super partes, come Ernesto Galli della
Loggia, intervistato di recente dal Secolo
d’Italia in uno speciale dal titolo «L’Italia dei
festival: dove Marinetti e Gramsci si danno
la mano», metteva in guardia dai facili
entusiasmi: «Durante queste manifestazioni si possono avere delle buone suggestioni, si può restare affascinati da un pensiero, da un personaggio: ma imparare è
un’altra cosa». E Mario Baudino, sulla
Stampa, ha raccolto le critiche che da più
parti si iniziano a sollevare sulle kermesse
letterarie, denunciando come le stesse si
sono trasformate, soprattutto per i giovani
scrittori, in qualcosa a metà fra moda e
mezzo di sostentamento.
«Certo, è una settimana o una tre giorni da delirio e ubriacatura: ma – si chiede
Paccagnini guardando anche il risvolto
economico della faccenda – cosa resta poi
nelle casse dei vari comuni da investire
nella vera, necessaria e proficua operazione culturale, che significa lavorare con continuità in loco per avvicinare i propri cittadini alla lettura?». Risposta: poco, o nulla.
È il destino di quest’epoca «spettacolare»:
che confonde la nuova cultura di massa
con la vecchia cultura popolare; che per
richiamare pubblico (non lettori) è
costretta a chiamare festival, cioè fiera o
festa, una serie di incontri letterari; che sopravvive di bestseller; e che è costretta a
mandare al macero tutti i libri di cui non si
è parlato in tv la sera prima: quelli di
Vespa, di Scalfari, di Camilleri. E per fortuna che c’è Saviano.
...loro sono miiloni a scrivere...
crescono le vendite nei mega-store e nei
supermercati, le librerie tradizionali sono in
crisi. Entra poca gente e quella che entra capita che chieda – lo raccontava ieri un
amico della storica libreria Croci di Varese
– Il mercante in fiera di William Shakespeare, o Narciso e Bocca di rosa di Hermann
Hesse, o Il giardino degli sfizi continui… non
mi ricordo di chi… Sono quelli che leggono
un libro all’anno. «Pecché io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere…».
Milioni a scrivere: in un Paese che brilla per scarsità di lettori tutti hanno un
manoscritto nel cassetto. Ma il problema e
che lo tirano pure fuori. Un esempio per
tutti: la minimum fax di Marco Cassini,
una delle case editrici più eleganti e sfiziose
ma non certo la più grande sul mercato, ha
confessato pubblicamente – si era tutti
presenti la settimana scorsa a un premio
letterario… – che riceve in media, solo di
romanzi di esordienti, setto-otto plichi al
giorno, e la sua casa editrice, nella collana di
narrativa italiana, pubblica in media setteotto titoli all’anno. Uno su 365. In media.
Tanto più che, come recita il sito internet,
«le uscite italiane di minimum fax sono
state già fissate fino alla fine del 2009. La
quantità di materiale pervenuto è enorme e
dobbiamo ancora valutare moltissimi dei
manoscritti arrivati». Punto.
A capo. Siamo da capo: tutti scrivono,
tutti vogliono pubblicare, tutti indicono
premi, tutti organizzano festival, tutti ci
vanno («…quest’anno più dieci per cento,
più dieci per cento!!!…»), nessuno legge. O
per lo meno leggono sempre gli stessi (pochi). Scendere in piazza è facile, ma sedersi
a leggere su una panchina è dura. «Del
resto – constata amaramente Paccagnini –
posto anche che le migliaia di assiepanti le
piazze siano andati ad accogliere Dante più
che ad ascoltare Benigni, quanti di costoro
sono tornati al testo scritto?». E quando,
...pecché io sono uno a leggere...
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COSÌ I LIBRI DIVENTANO CARTA DA MACERO
Ecco come funziona in Italia il meccanismo
dell’«eliminazione delle giacenze» del volumi invenduti.
Alle case editrici (che non parlano) costa meno distruggere
le copie avanzate che tenerle in magazzino
Paolo Bianchi, il Giornale, 2 novembre 2008
Il destino dei giornali è di finire, nel
migliore dei casi, nel cassonetto della raccolta differenziata. Un tempo, per rimettere a posto i giovani giornalisti vanitosi, i
veterani ricordavano loro che quanto scrivevano sarebbe servito, l’indomani, per
incartare il pesce. Sic transit gloria mundi.
Ma per i libri no, per i libri è sempre stato
diverso. Distruggere un libro è tabù. Noi
abbiamo la fortuna di vivere in una società dove le idee circolano liberamente e
nessuno si sogna di distruggere un libro in
pubblico, neanche il Mein Kampf o certe
tirate antisemite di Céline, né il Libretto
Rosso di Mao Tse Tung e nemmeno le farneticazioni di presunti comici semianalfabeti o di pseudogiallisti improvvisati. Però
nel privato le cose stanno diversamente.
Queste sono alcune frasi che un autore di
romanzi (non possiamo farne il nome,ma
come lui ce ne sono parecchi, quasi tutti)
riceve in una lettera intestata della sua
casa editrice: «Oggetto: macero parziale
di n. 1.500 copie di (Titolo) (Autore).
Nell’ambito della revisione periodica del
nostro magazzino, abbiamo rilevato una
giacenza eccessiva del titolo in oggetto. Vi
informiamo pertanto della nostra decisio-
ne di eliminare una parte della giacenza.
Riteniamo che tale riduzione non comprometta la disponibilità commerciale e anzi ci
consenta di eliminare le copie guastate
dalla movimentazione… eccetera. Cordiali
saluti». E tuttavia il provvedimento riguarda un autore il cui libro ha venduto bene, al
punto che dalla stessa casa editrice gli sono
stati proposti altri contratti con relativi
anticipi. Le copie «guaste», nei contratti,
sono in media calcolate intorno al tre per
cento della tiratura complessiva,non di più.
Il resto sono copie «avanzate»: gli ultimi
Grisham che non sono andati benissimo; il
secondo Faletti stampato in un numero di
copie eccessive rispetto alle previsioni basate sul primo romanzo; molti semisconosciuti ma anche bestselleristi come
Ammaniti; il grande giornalista di grido,
che vende anche bene, ma che passato l’argomento del saggio, nessuno vuole più; i
polpettoni americani rimasti sul gozzo dell’editore speranzoso di replicare in Italia il
successo d’Oltreoceano…
L’abitudine di «alleggerire i magazzini» – come dicono con un eufemismo gli
addetti ai lavori – è ormai consolidata. Le
cifre, anche andando per approssimazio-
ne, sono ingenti. Secondo Gianni
Peresson, responsabile dell’ufficio studi
dell’Aie (Associazione Italiana Editori),
«non esistono dati aggregati sul valore
complessivo del macero». Dunque, si
può andare solo per approssimazione.
Esistono, invece, diversi studi sulle
«rese», cioè sulle quantità di volumi
stampati che ritornano all’editore come
boomerang in tempi più o meno ristretti. «Il più recente di questi studi – spiega Peresson – sarà presentato alla Fiera
della piccola editoria di Roma, il 5-8
dicembre prossimi». Ora, le rese sono
un elemento fisiologico del sistema editoriale, che ormai ha caratteristiche
molto simili a quelle di una filiera alimentare. E così, come la grande distribuzione degli ipermercati ci mette di
fronte alla distruzione quotidiana di
prodotti di breve scadenza (ortaggi,
pesce) allo stesso modo le «eccedenze
di magazzino» dell’editoria vengono
distrutte in larga quantità.
Siamo di fronte a un paradosso
vero o solo apparente? È vero infatti
che il Paese è povero di cultura, ma ci
sono migliaia di biblioteche pubbliche,
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periferiche e scolastiche, che non hanno
soldi per acquistare libri. Nella scuola ci si
lamenta genericamente del «caro libri»,
compresi quelli di lettura. Perché allora
non innescare circoli virtuosi che permettano un riutilizzo intelligente di quanto
viene distrutto?
Le grosse case editrici nutrono molto
ritegno ad affrontare l’argomento. Sempre
pronte a far suonare le trombe per sottolineare il successo di un titolo o di autore,
coprono con un velo di segretezza ogni
informazione riguardante le rese e la
distruzione delle copie invendute. In
poche parole, il tabù è una realtà: la morte
del libro. La sua reincarnazione è piuttosto una «reincartazione», perché ogni
pensiero sparisce, triturato e sbiancato,
per riprendere forma come supporto per
altra scrittura stampata.
Per usare ancora le parole di Peresson
«è il meccanismo che l’editoria riserva ad
alcune tipologie di libri che incidono sullo
stato patrimoniale del bilancio». Sì, perché
i costi di magazzino sono esosi. E poi ci
sono sotto questioni fiscali e una legislazione specifica che fa sì che l’editore sia
poco stimolato a regalare libri al pubblico.
Questo, aggiunge Peresson, «avviene nel
nostro Paese dove oltretutto le risorse per
le biblioteche sono pari a un terzo o a un
quarto rispetto ad altri Paesi sviluppati».
In ogni modo, nello studio Aie di prossima pubblicazione, si considererà anche il
fatto, non proprio edificante, che molti
librai utilizzano il diritto di resa come
strumento finanziario; ordinano i libri, li
pagano, ma poco dopo li restituiscono e
recuperano il denaro. E quei libri finiscono nel limbo dei magazzini, che più che un
limbo è l’anticamera dell’inferno.
Ma per fortuna l’alternativa non è
secca: vendita immediata o riduzione in
poltiglia. Ci sono delle vie di mezzo. C’è il
cosiddetto «secondo mercato». In parole
povere: il libro che conclude il suo ciclo
primario può entrare, proprio come i film
di seconda visione, in un circuito secondario, ma non meno efficiente del primo,
come la catena di librerie «Il Libraccio»,
che vive sul recupero di volumi la cui
prima vita raramente ormai supera i sei
mesi. E gli stessi riciclatori non mandano
tutto al macero, come ci conferma
Daniele Cirucca della Euro Team di
Solbiate Olona (Varese), che comprende
un deposito di 12mila metri quadrati:
«Ci sono libri più “classici” che durano
almeno cinque anni e trovano un loro
sbocco commerciale. In più, noi acquistiamo molti prodotti da edicola, libri compresi, che hanno una vita diversamente
durevole: è chiaro che i film in dvd o i cd
hanno più mercato dei libri». I libri sono
un po’ la Cenerentola nell’affare del riciclaggio. Ma qualcuno, a modo suo, ci
crede. L’amministratrice della casa editrice Studio Editoriale di Milano, Maria
Antonietta Prina, ci racconta un episodio
accadutole qualche anno fa: aveva portato
al macero una piccola quantità di libri;
per garantire che non fossero rimessi in
commercio (cosa illecita) i margini erano
stati macchiati di vernice. Alcuni mesi
dopo, in una libreria del circuito
Remainder’s, aveva trovato una certa
quantità di quei libri tagliati di netto ai
margini, in modo che non si vedessero le
tracce di vernice. Avevano cambiato
forma e proporzione, ma il contenuto era
salvo. Naturalmente venivano rivenduti a
un prezzo risibile. Un caso limite. Per evitare equivoci, gli editori oggi tendono a
strappare le copertine dai volumi prima di
consegnarli ai riciclatori.
È un peccato che le case editrici siano
reticenti sul tema. Fra tutte quelle che
abbiamo consultato ha risposto solo la
Mondadori spiegandoci attraverso una
sua portavoce che «la politica aziendale
non prevede la divulgazione di questi dati.
Inoltre si tratta di una materia delicata dal
punto di vista normativo e fiscale. Si
potrebbero creare confusione».
Da un bel volume di Oliviero Ponte di
Pino, direttore editoriale Garzanti, dal
titolo I mestieri del libro (Tea, 2008), che
spiega con esemplare chiarezza il funzionamento della macchina editoriale, leggiamo: «Si possono trovare volumi a
prezzi scontatissimi (per esempio nella
catena dei Remainder’s): ma si tratta di
rimanenze o rese di volumi che l’editore
ha messo fuori catalogo, vendendo le giacenze a grossisti, creando un “secondo
mercato” del libro (e salvando così quei
volumi – spesso di grande qualità – dal
macero)». E ancora: «Alla fine del ciclo di
vita del libro nel “primo mercato”, la direzione commerciale può aiutare a valutare
se i volumi pervenuti in resa hanno qualche possibilità nel secondo mercato, o se
sono destinati al macero per alleggerire il
magazzino».
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«SIAMO OBBLIGATI: NON POSSIAMO REGALARLI»
Il responsabile marketing di una importante casa editrice, sotto promessa di anonimato, spiega il meccanismo del macero
dei libri: «Almeno una volta all’anno,
dopo le vacanze estive, viene convocata
una lunga riunione, che dura dal mattino
alla sera, nella quale, titolo per titolo, vengono analizzate e calcolate tutte le eccedenze di magazzino».
E questo lo fanno tutti gli editori?
«Tutti, sì».
Come si calcolano le eccedenze da «scremare»?
«Ci sono formule complicatissime, delle
specie di algoritmi. Una pretesa di scientificità che per mio conto è anche eccessiva.
Però la gestione del magazzino è una faccenda seria. Riguarda le difficoltà nello
stoccaggio, gli equilibri del bilancio, tiene
conto di motivi fiscali…».
Ma non sarebbe meglio regalarli, quei libri?
«Non è consentito. Un conto è il buon
senso, un conto sono le leggi e la pratica.
Anche spedire i libri in omaggio ha un
costo. E chi lo deve sostenere? Chi decide
che cosa regalare a chi?».
Gli autori vengono avvertiti? .
«In genere sì. Nel caso di “macero parziale”
il diritto d’autore rimane alla casa editrice.
Quando viene proposto un macero totale
i diritti tornano all’autore, che solo in que-
sto caso può acquistare le copie invendute
con uno sconto del novanta per cento…».
Qual è la loro reazione?
«Alcuni s’intristiscono, altri si angosciano. Quelli con un po’ d’esperienza non ci
fanno caso. Sanno come funziona il sistema. Quello stesso libro, magari viene
ristampato l’anno dopo».
Le macerazioni risparmiano qualcuno?
«È molto difficile calcolare in anticipo le
vendite. A volte si ristampa con troppa
fretta. E quindi può succedere che al
macero vadano anche i bestseller, libri che
sono stati a lungo in classifica. Sembra
incredibile, lo so, ma è così».
«ORMAI LO FANNO TUTTI, SONO DECINE DI TONNELLATE»
«Abbiamo le carte in regola» è il motto
del Gruppo Masotina Spa, impresa con
sede a Corsico (Milano) tra le maggiori
in Europa per la raccolta, selezione, trattamento e recupero della carta da macero. È gestita dai fratelli Masotina.
Piergiorgio Corradi, funzionario
Commerciale, soddisfa alcune nostre
curiosità.
«Le case editrici tentano la vendita dei
loro prodotti a diversi livelli. Librerie tradizionali, mercati paralleli, grossisti, e
così via. Il macero è l’ultima spiaggia. È
un po’ una tristezza. Ci conforta però
pensare che quanto viene rifiutato possa
tornare a nuova vita senza danni per
l’ambiente. Questo richiede un accurato
lavoro di selezione del materiale».
Abbiamo contato, solo in Lombardia, più
di 13 aziende che si occupano di queste
operazioni…
«Sì, il mercato dei maceri è molto frazionato. In parte dipende dalla tipologia dei
prodotti».
Tutti i grandi editori effettuano macerazioni?
«Per quanto ne sappia, sì. Anche quelli
piccoli, in proporzione. Da noi arrivano
in media 200 camion al giorno di materiali cartacei. Tra questi, ogni anno c’è
qualche decina di tonnellate di libri».
Per quanto riguarda i libri?
Come vengono trattati di fatto?
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«Vengono strappate le copertine, alla presenza di un rappresentante della casa editrice e di uno della Guardia di Finanza.
Poi si procede alla triturazione».
Non le sembra uno spreco e una specie di
sacrilegio?
«Credo di sì. Ma cosa vuole farci? Per le
eccedenze alimentari ci sono già circuiti
specifici, come il Banco Alimentare o la
Caritas. Noi facciamo il nostro lavoro:
recuperare il recuperabile. Tra l’altro,
anche il valore della carta da macero è
sceso, in periodo di crisi economica. E in
Italia molte cartiere chiudono. E comunque, quello che noi riusciamo a recuperare serve anche per continuare a stampare
i quotidiani».
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La vita tumultuosa di Lee Miller,
divina davanti e dietro l’obiettivo
Sandro Fusina, Il Foglio, 8 novembre 2008
Anno domini 1954. Una fotografia ritrae
il disegnatore Saul Steinberg in piedi, di
profilo, con una matita in mano. Grazie al
gioco dei piani sembra che Steinberg stia
disegnando sulla collina dietro di lui il profilo di un uomo con le gambe e la braccia
divaricate. Sembra che stia disegnando
“L’uomo lungo di Wilmington”, la misteriosa opera tracciata chissà quando,
chissà da chi nell’Inghilterra meridionale.
L’autrice della fotografia è Lee Miller, la
signora di Farley Farm. La fattoria Farley
non ha solo il privilegio di guardare
sull’“Uomo lungo”, ma ospita la più importante collezione privata di arte contemporanea d’Inghilterra. L’ha raccolta Roland
Penrose, compagno in Francia, alla vigilia
della Seconda guerra mondiale, dei sogni e
delle azioni dei surrealisti, fautore in
Inghilterra dell’arte d’avanguardia. Penrose
è un buon pittore, ma è anche un uomo
ricco. Non cerca di vendere quadri, piuttosto ne acquista dagli amici artisti. Ha fondato e finanziato l’Ica, l’Istituto per l’arte
contemporanea, in un paese come la Gran
Bretagna che è rimasta a lungo ai margini
della kermesse delle avanguardie, nella sua
dimora ha raccolto una collezione di quadri straordinari. Sulle pareti di casa, tra
maschere africane e oggetti di arte popola13
re, si possono vedere opere che diventeranno storiche, come l’elefante aspirapolvere,
l’“Elefante Celebes”di Max Ernst,la“Donna con mandolino” del 1910 di Picasso, la
“Foresta” del 1916 di Jean Arp, e decine di
altre tele, di Giorgio De Chirico, di René
Magritte, George Braque eccetera, ma
anche l’umile serigrafia “Aidez l’Espagne”
pubblicata nel 1937 da Joan Mirò e venduta a un franco per finanziare la repubblica
spagnola, quando Picasso dipingeva
“Guernica” e Penrose non si perdeva una
sola delle manifestazioni organizzate dai
suoi amici surrealisti.
Farley Farm non ospita solo le opere
degli artisti. Accoglie anche in carne e ossa
gli artisti e gli intellettuali amici. I quali, per
ricambiare devono prestarsi a svolgere i
lavori quotidiani della fattoria. L’idea è
stata di Lee Miller,moglie di Penrose,che li
fotografa per un servizio su Vogue intitolato “Working Guest”, ospiti al lavoro. Così
vediamo Alfred H. Barr, primo direttore
del Moma, il Museo d’arte moderna di
New York, che con un secchio dà da mangiare ai porci. Intanto Alfred Ayer, Freddie
per gli amici, autore di un celebre libro di
logica e professore di Filosofia a Oxford,
regge una cesta di legna per il camino,
mentre Sonia,la vedova di George Orwell,
controlla malamente una grossa carriola
sullo sfondo di una scultura di Henry
Moore. Echaurren Matta, pittore surrealista della seconda ondata, rimira una scala a pioli che gli hanno messo in mano,
perplesso come se non ne avesse mai vista
una. Più a suo agio, il pittore Richard
Hamilton lavora di forbice a una tenda a
strisce. Si vede che sono tutti in posa.
L’unica a lavorare davvero è Lee
Miller,fotografa e padrona di casa.È fatta
così. Ogni volta che deve realizzare un
servizio si tormenta. Marcia a bottiglie di
whisky e a pacchetti di sigarette, tot bicchierini e tot sigarette per ogni parola. Di
lavorare non avrebbe bisogno, i coniugi
Penrose sono straricchi. Roland ha ereditato una fortuna dal nonno materno,
bella figura di banchiere quacchero.
L’educazione familiare non conformista
gli ha imposto la sobrietà elegante dello
stile di vita, il denaro gli ha consentito di
coltivare in libertà le propensioni personali.Giovanissimo ha frequentato il gruppo degli intellettuali di Bloomsbury che,
intorno all’economista Keynes e alla scrittrice Virginia Woolf, coltivano in cerchio
il gusto per l’intelligenza e la parola affilata e intrecciano rapporti affettivi non convenzionali in una Londra che non aveva
ancora ben digerito lo scandalo di Oscar
Wilde. A Parigi si è mischiato, con il
distacco ironico che la sua educazione
inglese gli permetteva, con la turbolenta
setta dei surrealisti, senza partecipare al
frenetico moto di aggregazione e disgregazione intorno all’assolutismo pontificale di André Breton. Quando Breton e
Paul Eluard consumeranno un divorzio
irrevocabile, Penrose riuscirà a restare in
buoni rapporti con entrambi. Lee Miller,
che mette in posa i suoi amici con attrezzi
di stalla e d’orto, è la sua seconda moglie.
Anche la prima moglie di Penrose,
Valentine, lesbica militante e autrice di
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una biografia di Erzsébt Bathory, la cinquecentesca balcanica contessa sanguinaria, vive per qualche tempo alla fattoria. I
triangoli di ogni tipo, equilateri, isosceli,
scaleni, sono una particolarità del posto.
L’assegnazione agli ospiti delle stanze è
solo indicativa. Può capitare che la signora
Paul Eluard dorma nella stanza di Man
Ray, mentre la signora Man Ray dorma
nella stanza di Paul Eluard. Siamo artisti,
aperti alle esperienze. Non ci stupiamo di
nulla, neppure che una coppia arrivata
insieme si ostini a dormire insieme.
Dell’andazzo domestico non si stupisce neppure il piccolo Anthony,figlio naturale di Lee e figlio legale di Ronald. Non si
stupisce, ma non è felice. La mamma non
lo tratta bene, soprattutto quando ha
bevuto un bicchiere di troppo, vale a dire
oblique studio
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ogni giorno della settimana, dalla mattina
alla sera. E il papà non crede di dover derogare dal suo stile flemmatico per difenderlo.“Quando beveva, faceva paura. Non era
mai violenta, ma con la parola poteva essere crudele (a furia di frequentare poeti si
impara a maneggiare con efficacia le parole,ndr).Era pericolosa e imprevedibile,con
cambi repentini di umore e di personalità.
Dopo i dieci anni non riuscivo più a
sopportare, facevo del mio meglio per
comportarmi in modo orribile con lei”. Un
grande inferno familiare, ambientato nella
dolce campagna del Surrey, in una casa più
che confortevole piena di capolavori e di
persone interessanti, qualche volta affettuose con il bambino, come Man Ray.“Le
nascondevo il whisky. Lei mi tormentava.
Ero dislessico e pensava che fossi stupido.
Sapeva essere crudele e Roland non mi difendeva”. Questi ricordi molto personali
Anthony Penrose li ha condivisi con il
pubblico in occasione della grande mostra
che un’’istituzione compassata come il
Victoria & Albert Museum di Londra
dedicava nel 2004 all’opera fotografica di
Lee Miller. Mezzo secolo era passato e il
figlio si era pacificato con la madre ormai
defunta, al punto di dedicarsi alla
conservazione e alla valorizzazione della
sua opera. A intaccare l’impalcatura di
rancore che lo aveva amareggiato era stato
un ritrovamento casuale. Sua moglie era
salita a frugare nella soffitta di Farley Farm
alla ricerca di fotografie di Anthony bambino.Era ridiscesa con un plico di fogli.Lee
vi raccontava con parole toccanti l’assedio
degli alleati a Saint-Malo, subito dopo lo
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sbarco in Normandia.Anthony non sapeva neppure che la madre aveva partecipato
come fotografa accreditata all’avanzata
anglo-americana nell’Europa occupata dai
tedeschi. Nel presente non c’erano abbastanza affetto, abbastanza confidenza,
perché la madre condividesse con il figlio il
passato. Quelle poche pagine bastarono a
fare intravedere ad Anthony l’altra faccia
della Luna: Lee non era solo un’ubriacona
tabagista dal carattere in bilico tra indifferenza e crudeltà. Non era solo la donna
disinvolta, capace di passare con indifferenza da un letto all’altro. Era una donna
capace di vedere con chiarezza e sentire
con intensità. Per la prima volta ad
Anthony venne in mente di andare in
America a cercare le tracce del male di
vivere della madre. Nella cittadina di
Poughkeepsie, sulle rive dell’Hudson, a
una sessantina di chilometri di New York,
dove Lee era nata e cresciuta, viveva ancora lo zio Eric.
Poughkeepsie era la sede della Cia,
intesa non come l’agenzia centrale di
investigazioni, ma come il Culinary Institute of America, il più grande college
di culinaria degli Stati Uniti. Anthony
non poté fare a meno di ripensare al
tratto più domestico di Lee che per la
cucina, creativa secondo i modi dell’avanguardia, aveva una vera mania. A
Farley Farm c’era una biblioteca di quattromila volumi sull’argomento e a tavola
comparivano in continuazione i piatti
stravaganti e molto elaborati che Lee
preparava con le sue mani. Sulla sua
infanzia a Poughkeepsie, Lee, che era
vissuta poi nelle grandi città del mondo,
a New York, a Parigi, a Londra, al Cairo,
faceva dell’ironia. Quando a Roland fu
concesso dalla giovane regina d’Inghilterra il titolo di commander dell’impero, Lee si fece stampare biglietti da
visita intestati a Lady Roland Penrose di
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Poughkeepsie. In quella cittadina industriale sull’Hudson (a Poughkeepsie funziona fino alla Seconda guerra mondiale
l’unico stabilimento della Fiat negli Stati
Uniti), nella testa del fratello era conservata la chiave per leggere il mistero della
sua imbarazzante psicologia. Una fotografia di Man Ray del 1931 mostra Lee
in braccio al padre, con la testa appoggiata alla testa, con le braccia di lei intrecciate intorno al collo di lui, con le braccia di
lui intrecciate attorno alla vita di lei. La
giovane donna e il signore anziano si assomigliano molto. Hanno entrambi lo
sguardo dritto in macchina, ma non guardano fuori di loro. Oppongono al mondo
esterno la stessa espressione dura, lo stesso muro invalicabile. Più che l’intreccio
dei corpi e quello sguardo condiviso che
conferisce all’immagine un’aura di intimità imbarazzante. La fotografia sembra
una versione moderna, disinvolta negli
atteggiamenti, di “American Gothic”, il
quadro di Grant Wood dipinto solo un
anno prima. Le mani intrecciate fanno la
funzione del forcone metaforico esibito
dalla coppia rurale per scoraggiare ogni
incursione dall’esterno. Il fratello di Lee
racconta al figlio di Lee una storia che Lee
non aveva mai raccontato a nessuno. A
sette anni aveva subito un abuso sessuale
di cui non si sarebbe sospettato, se i sintomi della gonorrea non fossero stati piuttosto insoliti in una bambina. Il responsabile, si disse, era un uomo maturo, molto
per bene, molto vicino alla famiglia. Il fratello aveva poi cercato di dargli un volto
tra gli amici che frequentavano la casa.
Non vi era riuscito. Gli era venuto perfino il sospetto che fosse necessario cercare
più vicino, dentro la casa. Il padre era un
inventore, con la passione della fotografia.
Il suo soggetto preferito era la figlia, il suo
genere d’elezione era il nudo. Theodore
Miller fotografava nuda la figlia, ancora
quando Lee aveva vent’anni, quando già
aveva frequentato la scuola d’arte a New
York. Furono per Anthony confidenze
preziose. Riconsiderò la storia di Lee, gli
sembrò di avere trovato una chiave per
ricomporre in un nuovo disegno i ricordi.
I suoi comportamenti di madre incapace
d’amore, di divinità indifferente, sperperatrice del corpo e avara dell’anima, forse
non erano dovuti a una malattia del carattere, ma a un groviglio intimo, alle metastasi di un amore incistato, inconfessabile,
indelebile nel ricordo. Alla riconciliazione
postuma con il ricordo di una madre, alla
nuova pietà filiale si deve se la storia della
fotografia si è arricchita di un’opera
importante.
Fino a poco più di vent’anni fa Lee
Miller compariva a stento nei repertori. Il
suo patrimonio sterminato di negativi giaceva dimenticato nella vecchia casa. Per
incontrare le sue opere bisognava sfogliare
i vecchi numeri di Vogue pubblicati durante e subito dopo la guerra. Ma il rapporto
di Lee con la fotografia era stato molto più
duraturo e intenso del rapporto con qualsiasi essere animato che aveva attraversato
la sua vita. Aveva cominciato come modella. Aveva già posato a lungo per il padre,
quando in una strada di New York stava
per essere investita da un auto. A scongiurare l’increscioso incidente fu Condé Nast,
il fondatore dell’impero editoriale in persona, al quale non sfuggì che le caratteristiche fisiche della bella ragazza che
aveva salvato corrispondevano perfettamente ai canoni promossi dai suoi giornali.
Era la perfetta bellezza degli anni della
grande depressione. Era snella, con piccoli
seni “perfetti per riempire una coppa di
champagne”. Aveva un profilo severo, un
poco androgino. Le propose di lavorare
per lui, la affidò ai più grandi fotografi del
momento, da George Hoyningen-Huene
a Arnold Genthe.
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Ma fu Edward Steichen, già un monumento vivente della storia della fotografia, a renderla improvvisamente
nota, illustrando con la sua figura intera,
vestita con un elaborato abito alla moda,
la prima pubblicità mai pubblicata su un
giornale di un assorbente. Da tutti loro
Lee imparò qualcosa. Quando arrivò
finalmente a Parigi, in quegli anni meta
obbligata dei giovani americani attratti
dall’eccitazione intellettuale e dalla vita
libera, aveva in testa di diventare fotografa, aveva in borsetta una lettera di
presentazione di Steichen. Il più introdotto degli americani a Parigi, Man Ray,
artista d’avanguardia e fotografo di moda,
fu lieto di accoglierla come assistente. Fu,
pare, un errore in camera oscura di Lee a
suggerire a Man Ray la tecnica delle sue
celebri “solarizzazioni”, fu il fascino e la
disponibilità di Lee a dargli l’idea di farne
la sua musa e la sua donna. Il grado di
intensità della storia sentimentale tra l’artista affermato e la bella assistente suscita
qualche perplessità. Quello per Lee, che
più di tutto amava la sua libertà, fu davvero l’amore più importante di Man Ray?
Però nella biografia dell’artista, pubblicata nel 1975, quando Man Ray e Lee
Miller erano ancora vivi, Roland Penrose,
che non pare soffrisse di gelosie, né attuali né retrospettive, cita solo tre volte Lee, e
sempre come assistente o modella dell’amico. Comunque, a poco più di anno
dal suo arrivo a Parigi, grazie agli insegnamenti e all’appoggio di Man Ray, Lee
aveva già avviato un suo studio fotografico e lavorava già per la moda.Ancora
un anno e rieccola a New York, ritrattista
alla moda. Quando nel 1985 Anthony
pubblicherà la biografia ufficiale della
madre, la intitolerà “Le vite di Lee Miller”.
Anche se fedele alla fotografia, Lee cambiava stile di vita e stili di lavoro con grande rapidità. Fu forse per questo che, in
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occasione della grande mostra antologica
organizzata tra giugno e settembre di
quest’anno a San Francisco, qualche critico, staccandosi dal coro degli ammiratori
incondizionati, si è azzardato a sostenere
che Lee Miller non era una grande artista, anche se poteva sembrarlo, perché in
ogni nuova sua vita aveva saputo ricalcare
con gusto lo stile e la visione del mentore
del momento. Affermazioni di questo
tenore suonarono come un’eresia. Ormai
una fotografia della Miller in tiratura
d’epoca (vintage, scrivono i cataloghi di
vendita), riusciva a spuntare all’asta anche
più di centomila dollari.
La vita successiva si svolse in Egitto.
La Miller non vi arriva con un viaggio
organizzato dall’agenzia Cook. Preferisce
sposare un industriale egiziano molto
ricco e molto mondano e tollerante, Aziz
Eloui Bey, il quale senza inibirle alcuna
libertà, le consente un train-de-vie più che
agiato tra il Cairo e Sankt Moritz. Dalle
fotografie pubblicate non sembra che Lee
si lasciasse prendere dall’esotismo islamico, negli anni Trenta ormai piuttosto consunto. Ai sukh arabi preferisce le luci e le
forme del deserto, alle fotografia di figure
tipiche preferisce i ritratti dei suoi amici e
dei suoi compagni di escursioni, magari
ripresi con gli sci ai piedi mentre si stanno
per lanciare in uno slalom sulle dune.
Aziz Bey le consente di fare lunghe escursioni fino a oasi lontane, fino sulle sponde
del Mar Rosso, in coppia con amici. Sa
che non si tratta di scampagnate innocenti, ma sa anche che Lee non è capace di
rapporti profondi e duraturi. Per lei il
sesso è solo un modo, forse piacevole, di
stabilire rapporti sociali. Non passa
molto tempo però prima che Lee senta il
richiamo dell’Europa. Il marito, che era
forse un po’ imbarazzato dalla vita libera
che la moglie conduceva spensieratamente al Cairo, la lascia andare, senza neppu-
re tagliarle l’appannaggio. Non divorzieranno che nel 1947, quando Lee conviveva già da anni con Penrose.
Anche Penrose, si è visto, era molto
ricco. Qualcuno si è chiesto se mai Lee si
sia innamorata di un povero. È una
domanda oziosa, giacché Lee in amore
non faceva questione di censo, semplicemente non si innamorava. Con Penrose
e Man Ray, che finalmente ha una nuova
pupilla, frequenta gli artisti d’avanguardia
tra Londra e Parigi, in quei mesi molto
eccitati per la grave congiuntura internazionale. Lee, a parte un odio per i tedeschi,
non sembra manifestare passioni politiche: fotografa tutti, molti se li porta a letto,
da Pablo Picasso a Charlie Chaplin. Con
Roland Penrose, che dai tempi di
Bloomsbury non si è mai sognato di
nascondere le propensioni omosessuali,
instaura un vero menage, quasi un matrimonio. Ossequienti all’adagio per cui la
vita matrimoniale è così pesante che per
reggerla bisogna essere almeno in tre, la
coppia coopta il fotografo americano
David S. Scherman. Scherman, nato nel
1916,ha sette anni meno di Lee.Una volta
tanto è giovane e non ricco. Comunque è
abbastanza famoso. È il fotografo accreditato in Inghilterra da Life, la rivista che più
punta sul giornalismo fotografico. Ha già
nel carniere un risultato straordinario. Per
caso si trovava su un piroscafo affondato da
una nave fantasma tedesca. Naufrago, era
riuscito a fotografare dall’acqua la nave
camuffata. Preso a bordo dai tedeschi, era
riuscito a nascondere il rullino in un tubetto di dentifricio. Le sue foto erano servite
per identificare, rintracciare e eliminare
l’Atlantis, la nave pirata che aveva già affondato più di venti navigli commerciali. A
Londra, come la sua collega Miller
documentava la vita quotidiana delle
donne in tempo di guerra. Loro sono
molte delle immagini che testimoniano la
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capacità degli inglesi di occuparsi
normalmente delle attività quotidiane in
una città martellata dai bombardamenti
tedeschi. Della Miller è la celebre
immagine dell’amico scultore Henry
Moore, ripreso mentre si ispira per una
celebre serie di disegni in un sotterraneo
della metropolitana di Londra trasformata in affollato rifugio contro i
bombardamenti. Di Lee sarà l’idea di
farsi accreditare da Vogue per accompagnare Scherman, accreditato da Life, nell’avanzata degli alleati attraverso la
Francia e la Germania dopo lo sbarco in
Normandia. Insieme arriveranno, primi
fotografi, nel campo di Dachau, insieme
saranno i primi a entrare nell’appartamento di Hitler a Monaco di Baviera.
Sarà un’idea di Lee di spogliarsi dell’elmetto e della divisa militare per farsi fotografare nuda da Scherman nella vasca da
bagno di Hitler. Fotografano insieme ma
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non hanno lo stesso stile. Sembra che la
Miller non riesca a vedere le scene terribili
della morte se non attraverso il filtro dell’arte. La guardia di Dachau che fluttua annegata nell’acqua ricorda l’Ofelia preraffaellita
di John Everett Millais,la bella figlia del borgomastro ha assunto nel suicidio l’espressione estasiata della Santa Teresa del Bernini.
Lee scrive anche i testi e le didascalie dei servizi,diffidando la redazione di Vogue di censurarli, di edulcorarli per il suo pubblico.
Scrivere di quello che vede è doloroso, spossante, solo nell’alcol e nelle sigarette trova la
forza.
Fu l’istituzione di un archivio dei negativi, delle stampe e di qualche cimelio e la
biografia scritta dal figlio a riportare in
piena luce l’opera e la figura della Miller. Ha
aperto la serie delle grandi mostre una
antologica allestita nel 2001 da Richard
Calvocoressi per la Scottish National
Gallery of Modern Art, ripresa tre anni
dopo dal Victoria & Albert Museum di
Londra. Il 2008 è stato un anno denso.
Dopo la mostra al Moma di San Francisco
è stata inaugurata una grande retrospettiva
che durerà fino al gennaio del 2009 al Jeu
de Paume di Parigi.In Italia le avventure e le
opere di Lee Miller hanno ispirato a Luca
Romano un racconto costruito secondo i
canoni classici del romanzo storico.
Pubblicato da Fazi editore, si intitola
“L’angelo egoista”.Tutti i fatti, i personaggi e
i luoghi sono storici. Inventato, ma più che
verosimile, è il narratore, un giovane artista
inglese, evidentemente di buona famiglia e
con buone relazioni sociali, irretito dal
fascino e sconcertato dall’ineffabilità dell’angelo egoista. L’invenzione del giovanotto narratore ha più di un pregio, non ultimo
quello di evitare di fare risalire la psicologia
di un’artista gelosa della sua libertà a un
trauma dell’infanzia, come invece fanno le
biografie autorizzate della Miller.
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Il patriottismo insetticida di Marinetti
Antonio Carnevale, Panorama, 11 novembre 2008
“Noi canteremo le locomotive dall’ampio petto, il volo scivolante degli areoplani”. A rileggere oggi il manifesto del
futurismo di Filippo Tommaso
Marinetti c’è da immaginare la faccia
dei pendolari. Che a cento anni di
distanza fanno il viaggio casa-ufficio su
treni lenti e malandati in ogni regione
d’Italia. Oppure il grugno imbufalito
dei piloti di Alitalia, che di “scivolante”
vedono soprattutto il posto di lavoro.
Ma nel 1909 il futuro doveva ancora
venire: il Novecento avrebbe portato
innovazione in ogni casa, in ogni città.
Iniziava il secolo della scienza, della tecnica, della velocità.
“Noi siamo sul patrimonio estremo
dei secoli! poiché abbiamo già creata
l’eterna velocità onnipresente”: un’ossessione, per Marinetti, la velocità. Tanto
che la mise in pratica anche nell’arte,
con una nuova letteratura che per correre più rapida voleva fare a meno della
punteggiatura. Cominciò con la poesia,
approdò al romanzo con Mafarka il
Futurista (che gli valse un processo per
oltraggio al pudore) e dopo qualche
decina di altre opere tra versi, testi per il
teatro e narrativa, finì con Patriottismo
insetticida, uscito nel 1939 e poi mai
ripubblicato. Ora quel romanzo “di
avventure legislative” torna in libreria grazie ai tipi di Excelsior1881.
Patriottismo insetticida narra le avventure di Paranza e Urò, due magistrati che
passano i n esame una serie di imputati,
tutti, infine, assolti dai loro improbabili
reati. Qualche esempio? Assolto il signor
Riccadonna perché ladro sì, “ma con degli
ideali”. Assolto un tale che ha aiutato 206
suicidi a morire (d’indigestione): ha svolto
“il compito umanissimo di semplificare e
affrettare le agonie lente e dolorose”.
Assolto il tale che si vanta “d’aver pestato un
direttore di giornale che calunniava patrioti per aumentare pubblicità vendita e tiratura”. Negli ultimi capitoli il magistrato
Paranza si concede anche un viaggio alle
Isole Figi (inutile cercare il nesso col resto
del romanzo: non c’è). E dovendo dare un
giudizio morale su una comunità di cannibali assolve anche loro, perché “in certi casi”
dice “l’antropofagia è difendibile”.
Un Marinetti più anarchico che
nazionalista, insomma. Che mentre celebra la patria e condanna l’esterofilia, scomoda anche temi come l’eutanasia, l’intolleranza, l’etica del commercio. Tutti argomenti che a distanza di un secolo, a differenza dei personaggi del romanzo, sono
ancora sul banco degli imputati, in attesa
di un giudizio.
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Il trionfo del Gattopardo
Gioacchino Lanza Tomasi, la Repubblica, 11 novembre 2008
Edoardo Sanguineti notò la tenuta sul mercato
del titolo che si ristampa costantemente.
Francesco Orlando ha elencato i cinque pregiudizi
che offuscano la ricezione del libro
Oggi ricorre il cinquantenario della pubblicazione del Gattopardo.Il libro ha fatto il
suo corso e non ha rivali all’estero quale
rappresentante della letteratura italiana
del secondo Novecento. Per i non italiani,
per i docenti di letterature comparate Il
Gattopardo resta il titolo più rappresentativo della narrativa italiana del secondo
dopoguerra. Le citazioni che potrei fare in
proposito sono numerose, ma vorrei rammentare fra tutte un passo da Carta esferica di Arturo Pérez-Reverte, un narratore
le cui ambizioni restano nell’ambito del
successo popolare piuttosto che in quello
del capolavoro. Lo scaffale di narrativa
straniera in casa di Tànger Soto, funzionaria del museo navale, contiene un solo
romanzo italiano: Il Gattopardo. La collezione di narrativa di Tànger è limitata.
Ma vi sono anche Céline, Conrad,
Joyce, Mann, Faulkner. Siamo al 2000,
quarantadue anni dopo la pubblicazione
del Gattopardo.
oblique studio
All’estero Il Gattopardo è un libro fondamentale perché è un libro per tutti. Ho
citato Pérez-Reverte e non Edward Said,
autore del più illuminante saggio sul
romanzo e sulla personalità di Lampedusa, perché la citazione dello spagnolo
dà per scontato che il libro è il solo romanzo italiano del Novecento ad avere un
posto d’obbligo nella biblioteca di un lettore medio. E non soltanto. L’intervento
di Olga Ragusa al Convegno su Tomasi di
Lampedusa a New York (1993) evidenziava come Il Gattopardo avesse sollecitato
una rivisitazione della teoria e tecnica del
romanzo.
Dilettante illuminato Lampedusa
aveva offerto nel suo saggio su Stendhal
un contributo alla narratologia che aveva
stimolato una serie di confronti e risposte. E la Ragusa aveva allora previsto che
il romanzo avrebbe prodotto qualche
chiosa narrativa. Il che si è verificato con
Auftrag in Tartu di Ulrich Knellwolf
(1999) e Il ritorno a Stomersee (2002) di
Boris Bianchieri. Un libro che genera libri.
In Italia Il Gattopardo è certo presente.
Ha una eccezionale tenuta sul mercato,
quale romanzo italiano si ristampa costantemente dopo cinquant’anni? Ma al tempo
stesso è un oggetto controverso. Edoardo
Sanguineti al convegno di New York iniziava la sua relazione constatando che
libro era ancora presente sul mercato italiano con 50mila copie annue di vendita e
che il titolo si era infiltrato nella lingua corrente per descrivere un comportamento:
«il gattopardismo», il cui senso oscilla fra il
trasformismo ignobile e il trasformismo
profetico. Ed a questo punto i letterati sperimentalisti erano stati costretti a prenderlo in considerazione. Fin dalla sua comparsa in libreria il romanzo ha destato rancori
a volte anche violenti. Rammento ancora
la filippica del filosofo Santino Caramella
sulla sua immoralità, e la polemica iniziale
della sinistra.Tanto sdegno segnava l’apparizione di un testo fra i più destabilizzanti
per il costume nazionale. Questo vale
tanto per il privato che per il pubblico.
Siamo nell’inverno del 1959, e le
deplorazioni di Caramella e di Leonardo
Sciascia trovarono un riscontro diverso,
più preciso nella motivazione, distante
eppur affine nella sostanza, nel commento
di mia zia, Lucia Lanza di Mazzarino.
L’ispezione ecclesiastica a villa Lampedusa e la eliminazione delle reliquie false
era ancora un vivido ricordo della sua adolescenza, e quando venne al giudizio disse
soltanto: «Quei poveri morti! Ma non si
poteva lasciarli in pace!». Dal privato al
pubblico il passo è breve. Alcuni si sono
risentiti per un testo che derideva le loro
certezze. Sì, quelle certezze erano magari
poco fondate, ma metterle in discussione
equivaleva a complicarsi la vita. La storia
d’Italia era quella che era ed i morti andavano lasciati in pace.
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Nel suo L’intimità e la storia. Lettura del
Gattopardo, Francesco Orlando elenca
nella premessa cinque pregiudizi che
offuscano la ricezione del romanzo in
Italia: 1) biografico, 2) immobilistico, e di
qui il significato di gattopardismo e di gattopardesco, 3) ideologico, 4) sperimentalista, 5) regionalista. Ma salvo il quarto, lo
sperimentalista, che è questione interna
alla casta letteraria, gli altri quattro si formano all’interno di un contrasto fra l’ordine ufficiale delle cose e le spiacevolezze in
cui si incorrerebbe se tale ordine fosse
messo in discussione. Al centro di questo
problema si staglia quello dell’Italia unita.
È la situazione più conflittuale e pertanto
rimossa della coscienza nazionale. E
come non si ha reazione chimica senza
calore non si ha rimozione senza pena e
dolore. Tanto più che Il Gattopardo non è
un romanzo filo borbonico o un romanzo
immobilistico. Lampedusa fa votare il suo
antenato a favore del plebiscito, ma al
tempo stesso contempla che l’unità si è
andata attuando in una camicia di forza,
brogli elettorali, clientele, che ai gattopardi ed ai leoni sono subentrati le iene e gli
sciacalli.
Qualche giorno fa l’ineffabile Bruno
Vespa ha dedicato una puntata di Porta a
Porta al 4 novembre. Una deliziosa parlamentare del Pd battibeccava col patriottico La Russa. Si opponevano i caduti delle
decimazioni di Cadorna agli eroi Baracca,
Battisti, Rizzo, D’Annunzio, evocati in
uno short caldeggiato dal ministero della
difesa. Giulio Andreotti intervenne un
attimo ricordando che fra tante battaglie
sarebbe stato opportuno ricordare anche
la battaglia del grano, ma non era clima di
battute e nessuno ne colse la cattolica perfidia. Non tirava aria di sottigliezze ed in
questo clima, che è poi il clima del
momento, Il Gattopardo sarebbe stato l’intruso per eccellenza. Il paese è ancora alla
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ricerca di una identità e si pensa di poterla fornire facendo appello alla comunicazione di massa. Nella lontana Sicilia
Raffaele Lombardo se l’è presa con un
Lampedusa disfattista. La nazione siciliana da lui ipotizzata è anch’essa una formula a cui aderire pro bono pacis, non la
Nazione, che ha eletto Barack Obama. E
fra l’adesione e la partecipazione ce ne
corre.
Scorre poi ancora, sotterraneo e maggioritario, il largo fiume dei lettori del
Gattopardo. Li ho visti nascere, crescere,
resistere. Nell’inverno del 1958-59 si contavano a Palermo numerosi oppositori e
scettici, con in prima fila i discendenti di
Angelica. Perché in società tutto diventa
personale e alcuni passi apparivano loro
una postuma maldicenza. Ma non mancavano i critici anche fra gli intellettuali,
colti di sorpresa da un evento inaspettato.
Ed il prodigio che si andò sviluppando nel
corso del 1959 e fino al Premio Strega fu
di constatare come il lettore comune, il
lettore allogeno non provasse risentimento alcuno, si riconoscesse anzi nella saggezza di Don Fabrizio.Anche i lettori che
potevano esser ascritti alla categoria delle
iene e degli sciacalli non furono sfiorati
dal sospetto che questa collocazione li
riguardasse. La sola possibile era l’identificazione con il Principe. La simpatia del
personaggio aveva fatto loro cadere le scaglie dagli occhi e li aveva guidati verso
occasioni, memorie di diletto da tempo
cadute in oblio. Ricordo lettori per cui il
libro rappresentò una sorta di epifania
della memoria, memoria di passati piaceri. Una volta un tassista palermitano, che
mi aveva riconosciuto, mi raccontò quale
esperienza indimenticabile fosse per lui
racchiusa nel commento al tratto con cui
il senatore Tassoni si rivolge ad Angelica
nel capitolo finale del romanzo: «Con lei
aveva avuto una breve relazione galante
trent’anni prima e conservava quella insostituibile intimità conferita da poche ore
passate fra il medesimo paio di lenzuola».
Ma il tassista non è un’eccezione. Vari lettori del Gattopardo parlano di questo o
quel passo come di una scoperta a lungo
attesa, tanto da potersi affermare che
Lampedusa sia stato per loro un maestro
di perenne diletto. La miscela salvifica,
fatta di rivelazione e conciliazione, ha
generalmente avuto la meglio sulle frequenti distinzioni di classe e di comportamento disperse nel flusso della narrazione. Il gruppo più motivato degli oppositori si colloca in Italia proprio nel mondo
delle lettere militanti (quel che Orlando
definisce il pregiudizio dello sperimentalismo). Per loro Il Gattopardo è, come ebbe
a scrivere Contini, un grande testo di
divulgazione letteraria. Anche in questo
campo non mancano i pareri opposti. Ma
lo zoccolo duro dei lettori italiani non riesce a sottrarsi all’identificazione col protagonista. Essi escono dalla lettura del
romanzo come gli spettatori di una
buona edizione del Rosenkavalier – fu con
questa opera che il pregiudizio dello sperimentalismo separò definitivamente
Adorno da Strauss –. Gli spettatori non
sanno molto di Vienna e della finis
Austriae, ma hanno ascoltato una favola
d’incanti, ove si parla di un passato
migliore, storicamente più sogno di desiderio che realtà. E si sono abbandonati
alla favola. Ed essa ha parlato di un tempo
e luogo in cui ciascuno ha potuto guardare in faccia le pene d’amore e l’angoscia
della morte. E, per chi vorrà calarsi in
questi testi, sotto la superficie si imbatterà in un reticolo fitto di esperienze storiche, psicologiche, narratologiche. Il
Gattopardo potrà esser letteratura minore
o maggiore, ma viene ritradotto e ristampato in trenta e più lingue. A cinquant’anni ha ancora la chiave della longevità.
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Franz Kafka e l’arte
di disegnare gli incubi
Luigi Mascheroni, il Giornale, 14 novembre 2008
L’opera del grande scrittore praghese “riletta” attraverso
la graphic novel. E il senso del capolavoro non cambia.
Come è destino dei classici
Esistono decine, centinaia di definizioni di “classico”. Da Thomas
S. Eliot a Arnold Bennett si potrebbe tentare un’antologia d’autore su che cos’è un classico in letteratura. Riassumendo e semplificando, si potrebbe dire che un “classico” è quell’opera che resiste
non solo al tempo ma alle “letture”, nel senso che continua a mantenere il proprio messaggio e il proprio valore anche quando
viene re-interpretata in forme diverse, anche le più estreme: il
caso del Giulietta e Romeo di Shakespeare in salsa tarantiniana nel
famoso film “pop” di Baz Luhrmann del ’96 – dove il testo shakespeariano mantiene tutta la sua forza e la sua attualità anche in
bocca ai peggiori ceffi di un gang metropolitana nella
Californiana di oggi – è solo un esempio fra migliaia. “I classici
sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando
s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono
nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale”, scriveva Italo Calvino. Ecco: inconscio collettivo.“Classico” è il testo il cui contenuto si deposita nell’inconscio
umano, anche se – in tempi e luoghi differenti – mutano i “contorni”, le forme, i colori…
In questo senso, un classico assoluto della modernità, forse il
classico dei classici, è l’intera opera di Franz Kafka (1883-1924),
lo scrittore ebreo praghese di lingua tedesca senza il quale il secolo scorso, e questo attuale, non sarebbero quello che sono. La
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dimostrazione è l’infinità varietà di “letture” kafkiane che l’editoria, ma non solo, ci propone di continuo. Solo negli ultimissimi
mesi non si contano le riedizioni dei suoi testi: nelle collane dei
classici, appunto, in quelle per la scuola, nei tascabili, in versione
audiolibro (La metamorfosi in versione audio, in due cd, per le edizioni Narratore Audiolibri)... E ora anche in versione graphic
novel, ossia quel particolarissimo tipo di fumetto in cui le storie
hanno la lunghezza del romanzo e si rivolgono a un pubblico
adulto. Un genere letterario che sembra adattarsi perfettamente
a Kafka e alla sue storie senza tempo.
Due gli esempi più recenti. Da una parte, il capolavoro La
metamorfosi (pubblicata da Guanda) nella versione dell’illustratore americano Peter Kuper (nato nel 1958 a Cleveland,
nell’Ohio), fondatore della rivista politica a fumetti “World War
3” e disegnatore per grandi giornali come “The New Yorker”,
“Time” e “The Washington Post”: qui la storia del commesso
viaggiatore Gregor Samsa che si risveglia una mattina scoprendosi trasformato in un enorme scarafaggio ma continuando a
pensare e ragionare come uomo, mantiene e anzi sembra arricchire l’impatto emotivo e la resa espressiva della scrittura kafkiana. Dall’altra parte, la biografia Kafka (appena uscita da noi per
Bollati Boringhieri con un’introduzione di Goffredo Fofi) raccontata – anzi disegnata – da Robert Crumb, probabilmente il
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più grande fumettista underground del
mondo. Nato a Philadelphia nel 1943 e
fin da giovanissimo vicino alla movimento creativo del comix underground e più
in generale alla controcultura degli anni
Sessanta-Settanta (acidi compresi),
Crumb ha creato nella sua lunga e gloriosa carriera alcuni personaggi divenuti
dei veri simboli come Fritz The Cat o
Mr. Natural. Oggi il tratto underground
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di questo maestro della matita dà corpo alla
vita e alla fantasia onirica del grande praghese in una bellissima storia in forma di
disegni e fumetti (con testi di David Zane
Mairowitz) che porta il lettore sotto la
bombetta del Signor K., fin dentro il cervello del grande scrittore-visionario che
meglio di chiunque altro nel Novecento ha
perlustrato gli anfratti della condizione
umana.
Dal tratto spigoloso, graffiato, duro
di Kuper alle tavole “espressioniste” di
Crumb, due modi “altri” di leggere l’opera
di Kafka, ma identici nel trasmettere gli
incubi – che poi non sono altro che le
inevitabili declinazioni di quella strana
regola che si chiama vita – terribili, claustrofobici, amari, sognati da un mite
signore ignorato dalla sua epoca e che
oggi è un Classico.
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Sono io il nuovo Bukowski
Alessandra Farkas, Corriere della Sera, 17 novembre 2008
Jonathan Ames: «Esorcizzare gli imbarazzi della cultura popolare americana»
«Ieri sera ho mischiato assenzio e vodka.
Non ho ancora messo il naso fuori perché stavo cercando di riprendermi».Sono
le undici del mattino quando Jonathan
Ames emerge arruffato e a piedi nudi sul
portone del suo vecchio brownstone nel
cuore di Boerum Hill, a cinque minuti
dal ponte di Brooklyn, scusandosi per
aver scordato l’appuntamento. 44enne
autore di Sveglia, Sir! e Veloce come la notte
ha tutti i motivi per celebrare. Il suo ultimo libro The Alcoholic ha appena ricevuto una lunga ed elogiante recensione sul
New York Times; il suo corso in fiction
alla New School è tutto esaurito e i produttori cinematografici di Hollywood
vorrebbero fargli scrivere l’ennesima sceneggiatura tv.
E se non bastasse in Italia – definita
da Ames «il mio Paese preferito tra quel-
li dove sono tradotto» – è da ultimo uscito
Cosa (non) amare (Baldini Castoldi Dalai,
traduzione di Francesco Casolo, pp. 346, €
16,50), come al solito ispirato alla sua vita.
«Sono uno scrittore autobiografico», spiega ingurgitando un energy drink biologico,
forse per superare la sbornia notturna.
«Alla Jack Kerouac e Tom Wolfe, anche se
non sono un fan di quest’ultimo. Il mio
referente», precisa, «è piuttosto Charles
Bukowski». Tutt’intorno, sui mobili, sulle
poltrone e sul grande letto disfatto del bilocale sono ammonticchiate pile immense e
traballanti di libri: una passione, spiega,
istillatagli dalla madre insegnante quand’era bambino. «Ho appena ricevuto due
romanzi di Moravia dal mio amico Jason
Schwanman. Sono cresciuto leggendo
Tolstoj, Baudelaire e Thomas Mann ma
anche Italo Calvino e Primo Levi».
In Cosa (non) amare, descritto dalla
New York Times Book Review come «una
gustosa e spumeggiante farsa di droghe,
calvizie e complessi edipici», lo scrittore
si abbandona a dettagliate descrizioni di
funzioni corporee e bassissimi bisogni.
«La cultura americana è molto puritana
– teorizza – i miei lettori apprezzano
che io abbia il coraggio di parlare di certe
cose a voce alta: esorcizza il loro imbarazzo». Il protagonista è un uomo
metropolitano, incerto nei rapporti con
l’altro sesso, angosciato dal concerto
d’identità e genere, perennemente insicuro dei propri attributi «Quella del fallo
è un’ossessione tipica del maschio americano ebreo – ammette – Bret Easton
Ellis scrisse addirittura un saggio sulla
natura fallocentrica di quel libro, affermando che è il mio chiodo fisso».
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Dietro la nevrosi del protagonista
(«avevo un naso troppo grande e un
pene troppo piccolo») si cela una metafora ben più profonda: l’ansia del sentirsi
inadeguato. «L’ossessione fallica non è
altro che il simbolo dell’Angst di cui parla
Kierkegaard».A riscattarla è per fortuna
l’autoironia, un espediente che lo ricollega idealmente alla grande tradizione
ebraica a cavallo tra comicità e tragedia,
da Mort Sahl a Lenny Bruce, da Woody
Allen a John Stewart.
«L’humour è la risposta migliore ai
problemi della vita. Ridere è molto più
catartico che prendere tutto sul serio.
Comunque – precisa – io dirigo i miei
strali comici sempre verso me stesso, mai
all’esterno». Ames giura di «non scrivere
mai sotto l’influenza delle droghe, perché
non mi servono certo ad essere più creativo». Ma poi ammette che «ti danno spunti interessanti che non avresti da sobrio,
specialmente la marijuana». Dopo l’uscita
del suo primo libro, fu costretto ad andare
coi genitori dallo strizzaceivelli – che continua a frequentare, ma telefonicamente –
per spiegar loro che cosa nel testo fosse
vero e cosa inventato. Perché preoccuparsi tanto? «Mamma e papà vivevano tranquilli nel sobborgo benpensante e conformista del New Jersey dove sono nato –
replica – quando un bel giorno il loro
unico figlio maschio pubblica un libro che
parla di sesso selvaggio e stramberie varie,
tra lo stupore-orrore dei vicini».
Gli Ames si sono ripresi dallo shock,
ma da allora hanno smesso di leggere i
suoi libri. «Non mi dispiace se perfetti
sconosciuti scoprono i miei segreti; è dei
parenti che mi preoccupo. Soprattutto
con l’uscita dei miei prossimi due libri:
The Double Life is Twice as Good e If You
Know Me Please Don’t Read This». «Una
notte, quando mi sentivo particolarmenoblique studio
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te in colpa per tutti i miei segreti, realizzai
come per miracolo che vivere due vite opposte e parallele è un bene», rivela, «Così ho
deciso di scrivere The Double Life is Twice as
Good». Il suo modello è Klaus Kinski, musa
di Werner Herzog,proprio in quanto uomo
che «sapeva essere sempre sé stesso, senza
vergogna. Quanto vorrei avere il suo fegato». E invece si deve accontentare di un
impavido alter-ego: Patrick Bucklew, pittore e performance artist in odore di scandalo
a causa della cosiddetta “mangina”. Una
mega vagina in plastica di cui ha realizzato
vari esemplari e che indossa ai party e
durante le sue performance teatrali nei club
più trasgressivi di downtown. «Patrick è
completamente pazzo e sembra uscito dalla
Berlino degli anni Trenta; io sono il suo biografo ufficiale». Il fascino per i transessuali è
del resto uno dei leitmotiv delle sue opere.
«Il transessuale è da sempre presente nella
nostra cultura, dagli dèi hindu alle statue dei
nativi americani. Come diceva Carl Jung,
siamo tutti bisessuali». Grazie alla loro bellezza, secondo Ames, i trans permettono
agli uomini di «esplorare la propria indole
bisex senza vergogna». «Forse l’evoluzione
della specie umana favorisce una convergenza dei generi: un’alternativa pacifista al
macho aggressivo e guerrafondaio e alla
femmina passiva e docile».
In un angolo del disordinatissimo
appartamento Ames riesuma uno dei quadri di Bucklew: il coloratissimo ritratto
della cantante Fiona Apple. «È la mia girlfriend» spiega, «una donna estremamente
sensibile e fragile, come tutti gli artisti». Ma
il sogno di una famiglia tradizionale non è
nelle carte: «Ho già un figlio di 22 anni che
frequenta il college». Ames racconta, senza
remora alcuna, che si è trattato di «un incidente». «Avevo 23 anni quando trascorsi
una sola notte con sua madre, parecchio
più vecchia di me. Due anni più tardi rice-
vetti una lettera che m’informava di avere
un figlio di 15 mesi». Rimpianti? «Nessuno. Credo di essere stato un buon
padre single per mio figlio che oltre ad
assomigliarmi come una goccia d’acqua
porta il mio nome».
A Brooklyn Ames è arrivato vent’anni fa, attratto dagli affitti economici che
l’hanno trasformato nel quartiere degli
artisti. Una comunità in realtà ben poco
aggregata. «Non frequento gli altri scrittori della zona e soltanto alle feste mi
capita d’incontrare gente come Jonathan
Lethem e Paul Auster. Colson Whitehead, anche lui di Brooklyn, ha scritto
un editoriale sul New York Times proprio
per sfatare il mito della “comunità di
scrittori”».
Nel 1989, quando uscì Veloce come la
notte, Ames fu paragonato a Bret Easton
Ellis e Jay McInerney, due scrittori verso
i quali, confessa, «allora provavo gelosia». Vent’anni più tardi, mentre Ellis e
McInerney sono dati per «finiti» dai critici, Ames si è trasformato nel beniamino della critica. «Devo parecchio a Joyce
Carol Oates, mia docente di scrittura a
Princeton, la cui incredibile generosità è
il più grande dono che un insegnante
può fare a uno scrittore». Per lui si è scomodato perfino Philip Roth che nella
prefazione di Veloce come la notte l’ha
definito «un misto di Jean Genet e del
Giovane Holden nell’età dell’Aids». Il
sodalizio tra Ames e il leggendario autore di Pastorale americana è nato per caso.
«Avevo dato una copia del libro a Joanna
Clark, scrittrice polacca e amica mia di
Princeton, che è anche amica di Roth.A
mia insaputa lei gli spedì il manoscritto». Il resto è storia. «So solo – dice –
che è la prima e ultima volta che Roth ha
patrocinato uno scrittore sulla copertina di un libro».
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Gli scrittori italiani si occupano di realtà o di ideologia?
Il nuovo almanacco Guanda divide i critici
Mario Baudino, La Stampa, 19 novembre 2008
I narratori sono tornati alla realtà. Dal
«new epic» dei Wu Ming al «nuovo
naturalismo» di Roberto Saviano, è l’ora
dell’impegno. Questo annuncia l’Almanacco Guanda appena uscito a cura di
Ranieri Polese col titolo Il romanzo della
politica, la politica del romanzo, ma subito
si scopre che l’affermazione non è così
scontata. Polese sostiene che il cosiddetto «noir italiano» è stato il vero motore,
negli ultimi 15 anni, di questo benedetto
ritorno al reale, e apre un fronte polemico. Perché l’idea che il giallo sia il genere
più vicino alla società in cui viviamo,
spesso ripetuta orgogliosamente dai
«giallisti» (nell’Almanacco, per esempio,
lo fa Giancarlo De Cataldo),è stata spesso contrastato, e con forza. Filippo La
Porta, per esempio, pubblicò due anni fa
un memorabile saggio nel volume a più
mani Sul banco dei cattivi (Donzelli) chiedendosi se non fosse proprio il giallo italiano il genere più congeniale a noi, cittadini di un Paese poco serio.
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Fra i suoi tanti difetti – concludeva – il
noir nostrano ha infatti quello di essere
consolatorio, convinto com’è che «la verità
più profonda sia nascosta in un mistero»,
ragion per cui «semplifica a oltranza la
nostra vita interiore, la nostra psicologia e i
nostri dilemmi morali». Detto in altre parole – molto «altre» – è un genere ideologico
e complottista. Questo lo scrive Massimiliano Parente su Libero di sabato scorso,
aggiungendo per buona misura che l’intento (dell’Almanacco Guanda) è «far passare
ciò che un tempo era pacificamente “paraletteratura” come grande letteratura, spazzando via la letteratura che conta con la
scusa piccina piccina del“reale”».È una truffa ideologica proclama il giovane scrittore.
Luca Mastrantonio, dal Riformista, gli tira
pacatamente le orecchie scherzando sul
fatto che Parente mette mano alla pistola
ogni volta che sente la parola realismo. Ma
la domanda resta. Siamo di fronte a una
generazione di scrittori finalmente tornati
all’impegno, o a una finzione collettiva?
Risponde Polese: «Più che di impegno parlerei di ritorno al reale. Nel giallo
si parla di cose vere, per scriverlo bisogna
avere almeno un’idea di come funziona
l’Italia. Questo è un dato meramente tecnico. Ce n’è però uno di sostanza: l’attenzione vera ai contenuti e ai tipi del Paese
in cui viviamo». Abbiamo lasciato alle
spalle, continua, «quelli che Goffredo
Fofi chiamava gli scrittori bonsai: storie
private, personaggi privi di legami con
una realtà specifica». Ora non è più così?
«Direi di no. Basti pensare che su questa
falsariga è venuto Gomorra, libro certo
molto complesso; è pero anche il risultato
di un’indagine». Saviano a parte, Filippo
La Porta non ha cambiato posizione
rispetto a due anni fa. «Il noir italiano ha
deluso, tranne casi isolati. È un genere
che mi pare “trapiantato”e non “reinventato”, come per esempio fece Sergio Leone
con il western. Ha deluso quando ha creduto di essere il solo in grado di rappresentare la realtà. L’unico grande romanzo
realista di quest’anno, invece, è per me Il
contagio di Walter Siti. Realistico e visionario. Pasolini diceva del Belli che riesce a
raccontare veramente il popolo perché è
come se lo vedesse in sogno. Siti fa così».
E gli altri, tutti bocciati? «C’è la cultura di intrattenimento e di massa, che soddisfa bisogni assolutamente legittimi.
Detesto i libri che stanno in mezzo:
romanzi che fanno finta di essere di
genere, autori che si credono Proust. Siti
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è uno scrittore impegnato perché l’unico
impegno dello scrittore è quello conoscitivo». «L’unico impegno che ha lo scrittore è con la propria lingua», aggiunge
Massimo Onofri, indaffaratissimo a organizzare il Tarquinia Cardarelli, un premio
per la critica letteraria. E allora, Polese ha
ragione o torto? «Polese ha ragione quando dice che la letteratura italiana insegue
un feticcio di realtà. Ma questo di per sé
non rende un libro più o meno interessante». Esempi? «Franco Cordelli e Siti
sono scrittori della realtà, ma i loro grandi
temi riguardano proprio l’irrealtà».
Entrambi sono presenti sull’Almanacco.
«Ed entrambi assumono un impegno col
proprio linguaggio e con l’oggetto della
rappresentazione. Mentre invece un
autore molto lodato come Erri De Luca
propone solo estetismo e megalomania
dell’io. A me interessano quei romanzi
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che hanno a che fare con una verità profonda dell’autore».
Forse il problema non è allora il giallo,
inteso come genere il cui successo non sembra conoscere ostacoli, anche se pare arrivato al suo punto apicale. O forse sì. Se infatti
ci rivolgiamo a chi legge per mestiere i
manoscritti che in gran parte, come ovvio,
non diventeranno libri stampati, troviamo
indicazioni sconcertanti. «L’ottanta per
cento dei testi che esamino per dare un
parere all’autore sono ormai libri “gialli” a
vario titolo», confessa Laura Lepri, ascoltatissima editor indipendente. Detto così, fa
un po’ paura. «È vero però che grazie
all’enorme successo del genere molti hanno
imparato a lavorare sulle trame, il che in
Italia non era così abituale». L’epidemia è
alla fase acuta, ma finirà che dovremo
accontentarci. Anche questa, in fondo, è
scuola.
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IL GUSTO DEL FALLIMENTO
Tradotto «Easter Parade» del newyorkese Richard Yates (1926-1992)
Francesco Borrelli, il manifesto, 22 novembre 2008
Una delle domande che vengono in
mente girando l’ultima pagina del quarto romanzo di Richard Yates è come
mai possa averlo interessato seguire
tutta la parabola esistenziale di due
sorelle senza particolare fascino, né vizi
o doti esemplari, e per di più concentrarsi in parallelo su un terzo personaggio femminile, la loro madre, completando un quadro nel quale nessuna passione è sufficientemente evocata da far
temere o incoraggiare una qualche
identificazione. E una delle possibili
risposte è che Yates intendeva – in
Easter Parade (ora tradotto da Andreina
Lombardi Bom per minimum fax
«classics», pp. 283, € 11,50) – aprire un
ventaglio di personaggi qualunque, che
esaltassero la sua già dimostrata propensione a concentrarsi su esistenze fallimentari, aggiungendo altre vite malvissute al suo campionario della solitudine. In più, questo romanzo gli avrebbe consentito di esercitare la sua vena
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narrativa in tre variazioni sulla figura della
madre, una presenza che torna in tutta la
sua opera. La madre di Yates si chiamava
Ruth ed era una scultrice, ma i figli le preferivano il soprannome di Dookie: il richiamo a lei è in questo romanzo così esplicito
che all’autore basta cambiare una lettera e
chiamare Pookie il personaggio della
madre, nonché affibbiarle una mania le cui
conseguenze lui stesso aveva dovuto subire, ossia quella di sottoporre la famiglia a
continui traslochi. Quando la trama prende avvio, il divorzio di Pookie dal marito,
padre delle sue figlie ancora bambine, si è
già consumato, e Yates annota, giocando
sull’incipit di Anna Karenina, che né l’una
né l’altra delle sorelle avrebbero avuto una
vita felice e, a pensarci bene, tutto aveva
avuto inizio con la separazione dei loro
genitori. Il fatto è che tutti i matrimoni per
Yates sono infelici allo stesso modo, litigiosi e destinati a approdare a una separazione, come esemplifica in maniera magistrale
il suo primo e più grande romanzo,
Revolutionary Road, che avrebbe condizionato tutta la sua narrativa posteriore,
indicandogli un modello cui non fu più
capace di corrispondere.
Il meglio di sé Yates lo dà quando
scende nel fondo dell’abbrutimento che
lui stesso ha sperimentato, quando l’alcol
ingerito dai suoi personaggi si converte
nei fantasmi che lo hanno assillato, quando si rivede nei suoi personaggi, distaccato dalla sua volontà, promettere
redenzioni che appaiono e svaniscono
con la prontezza di un miraggio, e quando descrive i repentini sbalzi di umore
che subisce una mente alterata: come
quella di John Wilder, per esempio, l’uomo troppo basso per accettarsi fino in
fondo e troppo lento nel leggere per venire a capo di qualsiasi libro, che beve smodatamente e insegue le ragazzine in
Disturbo della quiete pubblica, un altro
buon romanzo che Yates scrisse nel 1975
(minimum fax 2004).
Le sinistre suggestioni di una famiglia avviata alla rovina, come quella dei
Wheeler di Revolutionary Road – che
abitano in una zona residenziale del
Connecticut e incarnano buona parte
dei cliché piccolo borghesi degli anni ’50
– qui tra le pagine di Easter Parade vengono a mancare, proprio perché la coppia si è già disfatta quando si apre la
prima pagina. La figura dell’uomo è
tutto sommato quella più equilibrata: gli
è spettato il compito di subire le mattane
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della moglie e ora lo attende il dovere di
smontare delicatamente le idealizzazioni
delle figlie.
Siamo nel 1930, all’indomani della
grande depressione,la madre di Sarah e di
Emily è impiegata nel mercato immobiliare e cambia casa a seconda del suo estro e
della sua fortuna, sempre mantenendo
fede al principio di scegliere una dimora
capace di catturare quella «finezza» che le
sembra costituire il migliore ingrediente
del successo sociale. Più modesto e più
accorto, l’ex marito compare poco, ma
quando c’è risulta amorevole e saggio nel
disilludere le figlie circa le qualità che loro
gli attribuiscono. Un giorno Walter
Grimes le porta in visita al Sun, il giornale
presso il quale le bambine credono che lui
lavori a fare i titoli, mentre è un semplice
correttore di bozze, e per di più non provvisto del talento che gli servirebbe per
sbattere la porta di quel giornale reazionario e ultrarepubblicano e cercare un lavoro
più affine alle sue simpatie politiche. Forse
proprio perché lo fa comparire poco,Yates
non si accanisce su di lui come su altri personaggi che ha votato alla disperazione,
mentre mette a fuoco impietosamente
tutte le miserie piccolo borghesi di cui
Pookie è dotata, la sua abitudine a distorcere la realtà e a immaginare per le figlie e
per sé stessa destini sociali che non si sono
mai prefigurati, prima di abbandonarsi
all’alcol e alla modesta depravazione che
ne consegue. Così la si vedrà sempre più
spesso imporre la sua verbosità agli altri e
perdere il controllo sui suoi gesti,apparendo discinta e francamente inopportuna.
L’unico dialogo con il marito è un fuori
campo, che si svolge dietro la porta delle
figlie restie a addormentarsi, con la piccola Emily che spera si stiano riannodando,
in quella conversazione, fili invece rescissi
per sempre.
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In quegli istanti che precedono il sonno
si consumeranno le prime e ultime illusioni
di Emily sul matrimonio, mentre la sorella
Sarah ne coltiverà la sacralità, durante i lunghi anni della sua unione con un uomo che la
picchia e, naturalmente, beve. La vita delle
due sorelle procede parallela, prima a distanza ravvicinata, poi con una frequentazione
sempre più rada: Sarah mette al mondo tre
figli, abita in campagna nella casa dei suoceri
e abbandona presto le sue velleità di scrittura. Il titolo del libro fa riferimento a un giorno della sua vita immortalato in una foto
uscita sul supplemento domenicale del New
York Times: era la Pasqua del 1941 quando
elegantemente vestiti, lei e il suo futuro marito avevano sfilato in una macchina scoperta
tra gli applausi degli astanti. La guerra
incombente non li sfiora, né le figlie se ne
preoccupano, né compare mai nei discorsi
della madre,sempre occupata a raccontare ai
conoscenti le meraviglie della tenuta nella
quale Sarah si trasferirà dopo il matrimonio.
Emily intanto vince una borsa di studio
per il college, si confronta con la prospettiva
di diventare «una intellettuale» e si interroga
su ciò che questa parola vuole significare:
una intellettuale può perdere la verginità
durante l’incontro con un soldato, come a lei
era capitato, ma quel che conta è «imparare a
ricordarlo con un distacco ironico e divertito». Può permettersi di avere una madre che
lascia vedere la sua biancheria intima quando si ubriaca, ma non può acconsentire a che
la cosa le dia fastidio. Non deve parlare troppo né ammutolire alle feste, e deve imparare
che, nel caso ci si sia resi ridicoli, non è elegante «rigirarsi nel letto, più tardi, in preda ai
tormenti dello sconforto». Insomma, per
essere una intellettuale bisogna dare a vedere che non si prende mai niente sul serio, e
Emily ci prova. Poco o nulla filtra del suo
dolore quando l’assistente di filosofia di cui si
è innamorata si rivela impotente, né quando
lui la lascia per dedicarsi all’analisi, né
quando torna e la chiede in moglie. E
tanto meno quando il loro matrimonio
naufraga sulla impossibilità di consumare
dei decenti rapporti sessuali: una delle
tante prove di sfiducia che Yates esibisce
nei confronti della psicoanalisi, da lui stesso sperimentata. E Emily non si scompone più di tanto nemmeno quando viene
lasciata da un giovane marinaio mercantile che si rivela bisessuale e le preferisce un
ragazzino suo amico. Né quando Jack
Flanders, il caporedattore della rivista in
cui lavora, reagisce alle sue frustrazioni di
poeta mancato, rendendole la vita impossibile. Però alla fin fine anche lei cederà:
dopo averle regalato una quantità di relazioni fallimentari, Yates sembra ribadire
che nessun perdente può sperare in un
riscatto: e così fa incontrare a Emily quello che sembrerebbe essere l’uomo della
sua vita e poi fa sì che lui, ancora innamorato della prima moglie, la abbandoni per
tornare dall’altra.
Chi ha iscritta la sconfitta nel proprio
destino – sembra dire quello che Esquire
definì «uno dei grandi scrittori meno
famosi d’America» – non ha scampo, e
non gli restano, così Sara per Emily, altro
che le seduzioni della solitudine: che
chiama sé promettendo la sospensione
del confronto con gli altri, la cessazione
della fatica di scoprirsi inadeguati.
Eppure, se fosse sopravvissuto alle complicazioni postoperatorie del piccolo
intervento al quale si era sottoposto nel
1992, Richard Yates – che pure era stato
abbastanza apprezzato da venire prescelto per scrivere i discorsi di Robert
Kennedy quando era ministro della difesa – avrebbe visto il suo determinismo
pessimista vacillare man mano che la sua
fama cresceva e i suoi romanzi guadagnavano lo statuto di classici.
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Se potessi vendere almeno
150mila copie
Mirella Appiotti, Tuttolibri della Stampa, 22 novembre 2008
In tempi di crisi, facciamo i conti in tasca ai nostri scrittori:
dai signori del bestseller come Camilleri al cabotaggio dei «precari»
Per una volta indiscreti, invadenti, pettegoli: in questi tempi di crisi, facciamo un
po’ di conti in tasca agli scrittori italiani.
Dai grandi numeri (per il modesto mercato nazionale) dei nostri bestselleristi,
più numerosi di quanto sembri a prima
vista, ai piccoli o piccolissimi numeri dei
«precari», termine che nell’hortus conclusus della creatività letteraria risulta, bisogna dirlo, molto meno angoscioso rispetto agli altri campi di lavoro.
Insomma dai 15 milioni ineccepibili
di copie di Camilleri, solo per quanto
riguarda Sellerio e senza le sterminate
traduzioni, alle 5-10mila in media di
autori ormai di notevoli quanto non
paragonabili prove come Tiziano Scarpa
o Antonio Moresco del quale nel 2009
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Mondadori pubblicherà la voluminosa trilogia dei Canti del caos, la terza parte inedita, con il corrispettivo pressoché umiliante
di «6000 euro di anticipo, infatti io non
camperei senza il lavoro di mia moglie».
Tra questi due estremi, il percorso solido, con vendite robuste e piuttosto affollato, tra le 40 e le 50mila copie dei nomi che,
alla fin fine, sostengono per larga parte la
nostra editoria di narrativa grazie soprattutto al milione e mezzo dei cosiddetti lettori forti.
Crisi mondiale a parte della quale non si
conoscono per ora i possibili sviluppi anche
nel mondo del libro (però, storicamente,
«più le cose vanno male, più la gente legge»
ricorda Sebastiano Vassalli), l’antico adagio
Carmina non dant panem sembra dunque
inapplicabile nel terzo millennio non
solo all’universo dell’arte in generale, ma
nella fattispecie alla letteratura. Benché,
e il dato è abbastanza planetario, pressoché nessuno scrittore possa rinunciare
all’«indotto», a quelle attività collaterali
che, a seconda dei diversi livelli, rappresentano surplus di lusso o necessità di
sopravvivenza.
Da un calcolo approssimativo però
vicino alla realtà, anche se ogni caso è
sempre un unicum, l’autore che tagli il
traguardo delle 150mila copie, raggiunte
«di botto» o in un tempo più lungo,
incasserà al netto circa 250mila euro.
Partendo di qui sarà facile contare i proventi, da Mondadori, di un Saviano
(1.700.000 di Gomorra) come di un
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Ammaniti (1.200.000 per Io non ho
paura), o del fenomeno Giordano
(1.000.000 con I numeri primi); di un
Carofiglio (1.200.000 per i tre titoli da
Sellerio con l’avvocato Guerrieri,
200mila da Rizzoli con Il passato è una
terra straniera). Stellare e quasi incalcolabile l’universo Fallaci (vicine alle 600mila
copie le Ciliege, uscite a luglio). E, sempre
Rcs, per ogni titolo della Maraini in
media 200mila, altrettanto la Aslan;
150mila la Mazzucco. Stabilmente in
vetta, a milioni, Moccia, Littizzetto,
Faletti.
Un gradino più sotto ma pur sempre
fuori classe: il De Cataldo di Romanzo
criminale, 400mila copie; il Lucarelli del
suo romanzo perfetto, Almost blue,
300mila circa, i Wu Ming di Q, 350mila,
tutti einaudiani e si continuano a vendere. «I tempi sono molto cambiati, specie
in quest’ultimo decennio – sottolineano
abbastanza all’unisono agenti e editor
indipendenti – ai grandi numeri arrivavano una volta quasi soltanto, fatti i
dovuti distinguo, un Bevilacqua o un De
Crescenzo e pochi altri. Poi venne la
Tamaro, e poco dopo i cannibali… Gran
svolta è stato il giallo italiano, tuttora il
più richiesto all’estero: e a questa letteratura impropriamente di genere dovrebbero essere grati (effetto traino) anche i
non giallisti». D’altronde fuori casa, la
narrativa italiana, professionalmente
forte, suscita sempre più interesse
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andando ad aumentare, sia pure moderatamente, gli introiti del 90% dei nostri autori.
Se pur volando a quote alte, molti scrittori non abbandonano un vecchio o nuovo
«lavoro» quotidiano (Carofiglio, prima
magistrato, ora senatore; Buticchi scoperto
da Spagnol e un super-Longanesi concessionario dell’unica spiaggia di Lerici dove
sgobba d’estate, Mastrocola con oltre un
milione di copie continua a insegnare) o
sono catturati da cinema e televisione (non
solo De Cataldo, ora su Sky, e «Montalbano» pigliatutto pure nella attuale
nuova ondata, anche Veronesi e sino alla
amatissima Oggero) da quota 150mila in
giù l’indotto è una vera necessità.
Tra i pochi che se ne defilano De Carlo
cui la Bompiani ha dedicato una intera
«linea»; Erri De Luca che con 100mila
dice: «ho largamente di che campare»;
altrettanto Corona tra i suoi boschi e in
modo non molto diverso Vassalli: «Perché
vivo in campagna, con modeste necessità»
ma uno dei suoi hit, La chimera, ha avuto 23
ristampe con nove diversi editori oltre a
Einaudi per un totale di 1.000.000 di copie.
Nonostante le 150mila ad ogni uscita,
Andrea Vitali continua a fare il medico e
Piperno ha un’ampia pubblicistica, Scurati
(50mila e più) una cattedra universitaria,
Buttafuoco giornali e tv; né le 100mila
dell’Elenco telefonico e neppure il passaggio
da Sironi a Einaudi hanno allontanato
Avoledo dalla banca, mentre il De Silva in
gran crescita di Non avevo capito niente scri-
ve per il cinema come da tempo anche
Piccolo e la Ravera.
Sotto la soglia delle 10mila copie si
entra nel tunnel dei precari, non tutti
vaganti nel variegato arcipelago dei piccoli editori, molti in scuderie importanti,
giovani non ancora fortunati come
Giordano ma anche nomi con splendido
pedigree: esempio limite Marta Morazzoni, una delle nostre più interessanti
scrittrici tra Longanesi e Guanda, insegnante a Gallarate, che racconta: «Vendo
pochissimo, e quando mi capita come
adesso che un giovane regista svedese
voglia fare un film dal mio romanzo Casa
materna, mi pare di non essere contenta
ma piuttosto gelosa…».
Ci starebbe invece Antonio
Pennacchi, appena uscito da Laterza con
Fascio e martello, dopo 4 romanzi e altrettanti saggi, scrittore di sinistra malamato
dai suoi: «Paradossalmente mi fanno
scrivere solo i giornali della destra, Fazio
non mi inviterà mai, il mio indotto è l’ettaro di terra coltivato a kiwi…».
Quanto ai rampanti da La Gioia a
Raimo, lavorano nella factory di minimum fax, ma «capaci di rinunciare a
qualche guadagno per dedicare tempo
alla scrittura». Come ha fatto, ritirandosi
per tre mesi in Scandinavia, Giorgio
Vasta lodatissimo al suo debutto con Il
tempo materiale. Essere precari può essere a volte non solo una scelta ma anche il
passaporto per un bel conto in banca.
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«Caro Hesse, come devo tradurre...»
Il carteggio, raffinato e puntiglioso, tra Ervino Pocar e lo scrittore
Armando Torno, Corriere della Sera, 24 novembre 2008
Ervino Pocar (1892-1981), il traduttore per eccellenza della letteratura tedesca in Italia, dopo avere studiato a
Gorizia e a Vienna cominciò – correvano gli anni Venti – il suo lungo lavoro
con la casa editrice Carabba di
Lanciano. Nel ’34 diventava traduttore
ufficiale dal tedesco e redattore capo
del settore libri della Mondadori. Da
Thomas Mann a Erich Maria
Remarque, dal filosofo Ernst Cassirer a
Franz Kafka, da Hermann Hesse a
Novalis a Trakl, per limitarci ai più
noti, il lavoro di Pocar permise a generazioni di italiani di accostarsi alla
grande letteratura tedesca. Le traduzioni che lasciò in una sessantina d’anni
di lavoro sono riproposte ancora oggi.
Il suo archivio, conservato alla Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori, consta di 346 fascicoli densi di
preziose indicazioni che rivelano il
volto di una civiltà della parola che stiamo dimenticando.
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La lettera di Pocar e la risposta di
Hesse che pubblichiamo in questa pagina
risalgono al gennaio ’54. Sono l’ultima
parte di uno scambio di impressioni e di
richieste del traduttore, alle quali il tedesco
(ormai svizzero a tutti gli effetti) replica
con disponibilità e gentilezza. Sono il
documento, dicevamo, di una civiltà scomparsa più che una serie di chiarimenti;
riflettono un metodo di lavoro che a noi
sembra eccezionale ma allora non lo era,
tanto che si narra di un correttore di bozze
della Mondadori mandato a Roma qualche anno prima per controllare edizioni
rarissime di Bandello e stabilire una lezione
definitiva per un passo delle opere che
sarebbero uscite nei classici italiani diretti
da Francesco Flora.
Pocar, inoltre, in questa epistola offre un
prezioso aiuto per comprendere la genesi
del titolo italiano dell’opera più sofferta ed
elaborata di Hesse e, di riflesso, anche la
natura del singolare libro. La sua richiesta è
formulata nella missiva del dicembre 1953.
In essa, tra l’altro, leggiamo: «Lo scopo di
questa mia lettera è duplice: primo, metterla al corrente e scusarmi per il ritardo
del lavoro dovuto all’inconsueta difficoltà
del testo; secondo, chiederle di aiutarmi
nella giusta interpretazione di alcuni
punti che non mi sono ben chiari, come
ha fatto a suo tempo Thomas Mann». La
professionalità non lasciava allora in un
canto le buone maniere, quando si leggono le scuse di Pocar per la libertà che si è
preso di «scriverle direttamente,rubandole del tempo». Parole che fanno una certa
impressione, giacché l’illustre traduttore
aveva già portato a termine quattro opere
di Hesse: una per Mondadori, Il lupo
della steppa, e tre per lo scomparso editore Martello. Soprattutto sono meravigliosamente inattuali le confidenze che invia
allo scrittore: «Ora, Il gioco delle perle di
vetro non è un libro facile, anche per i lettori tedeschi… spero di superare le difficoltà che il testo presenta. Ho solo bisogno di tempo. Ogni frase, anzi ogni parola del testo deve essere ponderata e fatta
propria; ciò è assolutamente incompatibile con la fretta. L’editore però difficilmente
si rende conto di ciò».
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Lo studioso
Sono preoccupato
L’autore
Un impegno scabroso
Pregiatissimo Dr. Hesse,
Innanzitutto la ringrazio di cuore per le righe gentili e le faccio i
miei migliori auguri per la sua salute. Per quanto riguarda la mia
traduzione, mi permetto di approfittare della sua disponibilità
per sottoporle alcuni dubbi che mi preoccupano. Dapprima il
titolo! Come si deve tradurre Glasperlenspiel? Nel contesto del
libro la parola si presta a più di un significato, è cangiante e fluttuante, poiché il tedesco Spielen (come il francese jouer) ha un
doppio significato. Purtroppo non esiste un equivalente in italiano. Nel testo si legge, per esempio, che Knecht porta a termine gli insegnamenti del Glasperlenspiel e progetta lui stesso
Glasperlenspiele (plurale). E giusto parlare quindi di «Giuoco
delle perle di vetro»? Ancora una domanda: l’opera è già stata
tradotta in francese? In questo caso potrei verificare come se l’è
cavata il francese. Inoltre, poiché in italiano non è possibile comporre le parole, un titolo come Il giuoco delle perle di vetro risulterebbe prolisso; io ometterei «di vetro» almeno nel titolo. Le
chiedo inoltre cortesemente: chi è il Cigno di Boberfeld? Cosa
sono Dormente risonanti? A pagina 301 la definizione gefordert
(«preteso») è corretta? Cito: «Le situazioni della storia universale, che un tempo avevano reso possibile e preteso la genesi dell’ordine» ecc… Oppure la parola doveva essere gefördert («promosso/incrementato»)?
Ervino Pocar
Stimatissimo Professore,
grazie per la sua lettera. Cercherò di rispondere alle sue
domande. L’edizione francese non è ancora stata pubblicata. È
in preparazione presso la casa editrice Calmann-Levy di Parigi,
rue Auber n. 6, alla quale in caso di bisogno può rivolgersi. Gli
inglesi hanno risolto il problema del titolo chiamando il libro
Magister Ludi. Pensavo alla possibilità di scegliere questo titolo
anche per le lingue neolatine.
Glasperlenspiel è da me inteso proprio nel senso di giuoco. Il
fatto che la parola s’incontri anche al plurale, non è assolutamente una contraddizione. Esiste un giuoco degli scacchi e
milioni di giuochi degli scacchi, cioè l’uno diverso dall’altro,
anche se le partite sono tutte soggette alle stesse regole.
«Schwan von Boberfeld» (Il cigno di Boberfeld) è il poeta
barocco della Slesia Opitz. In molti conventi vengono chiamati Dormente sia i dormitori che i passaggi o corridoi tra i dormitori. Il risuonare (Holten) si riferisce all’acustica dei locali a
volta. L’espressione «reso possibile e preteso» (ermöglicht and
gefordert) a pagina 301 è da intendersi come «reso possibile,
anzi preteso» (ermöglicht, ja sogar gefordert).
Certo si tratta di un lavoro in parte scabroso. È costato anche a
me a suo tempo parecchi anni.
Saluti e auguri.
Hermann Hesse
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Vita ingrata del traduttore prigioniero di due lingue
Solitari, malinconici e pressati dal tempo:
gli «interpreti» della scrittura altrui
sono vittime di una missione impossibile
Alessandra Iadicicco, il Giornale, 26 novembre 2008
Warum siehst du so traurig aus? «Ma perché
hai un’aria tanto triste?», aveva chiesto il
bel tipo col pointer alla ragazza che, il
collo del dolcevita tirato su fino al naso, le
maniche del maglione tirate giù sulle
unghie, stava seduta in riva al lago con un
libro in mano. Era ferragosto, a Costanza,
Bodensee. Dopo tre giorni di clausura, di
pioggia ininterrotta, si poteva mettere il
naso fuori casa, purché infilato nella lana
del golf. C’era freddo. Cigni arruffati. Il
vento pettinava l’acqua contropelo. Il grigiore del lago saliva a cancellare la linea del
cielo. L’insieme aveva una sua struggente
bellezza. Perché tanta tristezza?
Sarà per La malinconia del traduttore.
Bel titolo. L’ha scelto Franco Nasi per i
suoi racconti appena usciti da Medusa
(pagg. 106, euro 11,50) e si vorrebbe
rubarglielo. È un titolo bellissimo per un
sentimento specialissimo. O è invece una
malattia? Non è contagiosa. Neanche stagionale. Era certo che sarebbe esplosa
quest’estate sul lago di Costanza, provocata più dall’incontro ravvicinato e prolungato con il carteggio tra Heidegger e
Jaspers da riscrivere in italiano che non dai
grigiori lacustri e dai rigori tedeschi.
Sarebbe scoppiata anche ai tropici. Somiglia alla tristezza dei tropici, dell’antropologo che se ne va in un altro mondo per
starne fuori, guardarlo di sbieco, vedere
ciò che chi ci vive dentro non riuscirebbe
mai a mettere a fuoco.
Per il traduttore non è lo stesso. Si trasferisce sì in un altro clima, e ne subisce la
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rigidità sulla pelle. Entra in un altro orizzonte di cultura e ci si nasconde dentro,
facendone sparire l’estraneità. Si muove
tra parole originali e deve prenderle per
vere, rispettoso di un autorevole (autoriale) dettato. Non ha come l’etnologo il
beneficio della distanza, il dovere di critica, il diritto di pronunciare il suo giudizio
o di confessare la sua tristezza. La malinconia è il suo segreto.
All’uomo a passeggio sul lago col cane
non l’avrebbe mai detto. Che a quell’ora
poteva essere al mare. Che se ne stava
andando un’altra estate e non l’aveva neanche vista. Che di stagione in stagione, di
traduzione in traduzione, presto sarebbe
stata ora di dire «una volta ero una ragazza». «Sei singola, vero? Si vede», le aveva
detto un’amica scrittrice. «Quand’è che ti
togli di dosso quella faccia da studentessa?», le aveva detto un amico spietato.
La solitudine del traduttore è la conditio
sine qua non: la condizione dello studioso
(o studente) mentre studia. Si lavora in
silenzio.A casa.Da soli.In assoluta libertà –
è questo il bello –, con la totale disponibilità
di spazio e tempo. Non si risponde che al
proprio senso del dovere – è questo il guaio
–,a un’autoimposta disciplina.In mancanza
di un orario o posto di lavoro ogni momento, ogni luogo, è buono per lavorare. Il mandato professionale si fa vocazione esistenziale, una missione. O è il contrario? Se ti
hanno chiamata per commissionarti una
traduzione è perché tu per prima hai detto
sono qui. Quando? Molto presto.
La giornata del traduttore comincia
presto, prestissimo. Nell’ora in cui tacciono
traffico e telefono. I vicini dormono. A chi
non è abituato a esplorare quelle zone del
giorno sembra indecente. C’è chi si spinge
in là dentro le ore della notte. Ma un punto
di equilibrio si trova. Come se alla tensione
verso l’estrema concentrazione debba corrispondere una miracolosa distensione del
tempo. La giornata si allunga perché tradurre è un lavoro lento. «Una lettura forzatamente rallentata del testo». La forza
maggiore che ti frena è quella della scrittura. Potente più dell’urgenza della consegna,
della scadenza del contratto, del numero di
pagine «da fare» al dì che immancabilmente non si riesce a rispettare,ansia del traduttore... La sua palla al piede (o àncora di salvezza?) è la gravità della parola.Il peso della
forma. La funzione poetica, o spessore scabroso del linguaggio su cui non può scivolare via come una comunicazione spedita
vorrebbe. È un movimento innaturale.
Una malattia, la malinconia della lingua.
Che sia una patologia autoimmune protetta dall’epidemia della fretta? Comunque
guarisce da sola. Con certi slanci di leggerezza in cui, spento il computer, chiusi i
dizionari, si fanno cantare le frasi nella
testa. Camminando, pedalando (anche
nuotando). Si voltano da tutte le parti finché, quando meno te lo aspetti, trovi il giusto giro di parole. Dov’era?
Sulla scrivania o in biblioteca. In città
o sulla spiaggia delle vacanze (vacanze?).
A Milano, Costanza, Tübingen,
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Wilflingen, Silvaplana. Le mete non si scelgono a caso. Una
volta là, non occorre accodarsi ai turisti per entrare nella
torre della follia di Hölderlin o fotografare la piramide dell’eterno ritorno riprodotta su mille cartoline. Basta stare nei
pressi, parlare la lingua, vedere i salici sul Neckar o le cime
engadinesi dove Nietzsche concepì il pensiero più audace.
A Wilflingen però l’avevano sorpresa. «Tesoro che
c’è?», le aveva chiesto Liselotte, la vedova, quando, entrate
assieme nella foresteria del castello, l’aveva sorpresa in lacrime. Era tutto come descritto nelle Cacce sottili. Il tiglio degli
Stauffenberg davanti alla finestra. L’archeopterix, l’uccello
fossile appeso nella cornice. I volumi di Hamann accanto
al tavolo di lavoro. Le scatole entomologiche coi coleotteri
spillati, gli orologi a polvere allineati sugli scaffali. Jünger
aveva trascritto sulla pagina ciò che lei ne aveva tradotto e
che ora ritrovava al proprio posto. Dov’è che il traduttore
trova la parola giusta?
L’educazione del traduttore. O iniziazione? Esercizio o
ascesi? Metodo o regola? Ora et labora. Ma no. A volte la
ricerca è caccia, collezionismo: di aggettivi, proverbi, etimi,
sinonimi. E la contemplazione ha un che del voyeurismo.
Spiando Celan che traduce Eluard, la Bachmann che traduce Ungaretti, Bertolucci Baudelaire, Celati Michaux, o i
Salmi Ceronetti, si scoprono tesori proibiti. Gioie di un
mestiere che non si fa col cilicio, non è macerazione. Né
masturbazione mentale. Quando parla dell’entusiasmo,
dell’«orgasmo del traduttore», Quirino Principe, maestro
di traduzioni jüngeriane, nomina il migliore antidoto alla
malinconia.
La paura del traduttore.Viene tutta prima di cominciare.
Non tanto per via della mole da affrontare. Cinquecentotrenta pagine dello Heidegger impossibile, incomprensibile, intraducibile le avevano detto quando aveva ventun
anni. Non sapeva che ci avrebbe passato i successivi dieci
anni. La paura viene prima di prendere la parola. Si deve
indovinare l’intonazione, l’altezza della nota, il timbro, il registro. Chi sei tu per dar fiato alle corde? La tua voce non si
dovrà sentire. Sarebbe come se il fotografo mettesse le dita
sull’obiettivo o il doppiatore la faccia sul grande schermo. Il
giornalista non fa mai notizia e inaudito resti il traduttore. E
sai, caro lettore, stavolta traduttore è il giornalista. La giornalista,la traduttrice.Ero io quella.Volgi se vuoi,questo racconto al femminile, alla prima persona. Prendilo, se ti piace, per
un piccolo esercizio di traduzione. Sinceramente tua.
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E l’italiano arrivò a quota 220mila
Tanti sono i vocaboli della nostra lingua secondo
l’autorevole dizionario Battaglia. Del quale esce ora il
Supplemento 2009 con 16mila novità
Roberto Beretta, Avvenire, 27 novembre 2008
Errata corrige. Il «capitalista» non è
nato, come finora si credeva, nel 1860,
bensì mezzo secolo prima e lo tenne a
battesimo Ugo Foscolo, esule in Inghilterra. Ma d’altra parte il «benestante» può far risalire le sue origini fino al
Savonarola, il «multimilionario» appare
sulla rivista Lacerba (1913), mentre per
«cipputi» la data di nascita è assai più
recente – il 1984 – e il padrino forse
meno illustre: Giampaolo Pansa.
Per tenere l’anagrafe delle parole ci
vogliono curiosità, passione, ordine,
pazienza e forse anche un pizzico di
maniacale follia: non per niente
Edoardo Sanguineti ama definirsi «lessicomane» e applica a sé stesso un verso
in cui Giuseppe Baretti chiede licenza
di andare «a fornicare un poco col mio
dizionario prima che si faccia notte»…
Come chiamereste, d’altronde, uno che
coltivi per decenni il «vizio» di schedare
i nuovi vocaboli non appena vedono la
luce tipografica – in un saggio ultra-
specialistico così come nei rotocalchi popolari –, prendendoli al volo col retino a
maglie strette della filologia e compilandone tosto il certificato dattiloscritto: data,
luogo, paternità?
Settantamila schede per registrare ogni
new entry in un dizionario di italiano.
Anzi: «nel» dizionario, perché non diversamente tocca definire la ciclopica mole del
«Battaglia» altrimenti detto Gdli (Grande
Dizionario della Lingua Italiana), ventuno
volumi la cui pubblicazione è iniziata ad
opera appunto del linguista Salvatore
Battaglia nel 1961 ed è stata portata a
compimento da Giorgio Barberi Squarotti
nel 2002. Proprio Sanguineti però ne aveva
firmato già nel 2004 il primo Supplemento, con tutti i lemmi non repertoriati
nei volumi precedenti, e adesso dirige
anche il Supplemento 2009 – che la Utet
ha appena affidato alle sue agenzie locali
(vedi anche su www.utet.it).
L’opera accoglie dunque 16mila voci
«nuove», apparse magari durante l’uscita
della monumentale raccolta e che vanno
ad aggiungersi alle 183.594 (più 20mila
circa nel precedente Supplemento) finora documentate in oltre 6000 autori: dal
che si deduce che l’italiano sta dunque
doppiando il capo del 220mila vocaboli;
sono metà di quelli inglesi, ma pur sempre una cifra ragguardevole! Peccato che
molti di essi, soprattutto i più recenti,
siano in realtà dei «clandestini»… Come
un doganiere scrupoloso, infatti,
Sanguineti si pone ai confini della lingua
e scheda chiunque voglia entrarvi: per
una gran parte si tratta di stranieri puri,
venuti al seguito delle nuove tecnologie o
della finanza («net company», «new economy», «e-business», «call center»,
«compilation», «nomination»…) e in
cerca di una cittadinanza non sempre
gradita agli indigeni; poi ci sono i ricongiungimenti, ovvero il gran numero di
parole che allegano il diritto di residenza
al matrimonio con un suffisso – e qui
davvero si sprecano gli anti- e i neo-, i
poll- e i pluri-, i semi- e i meta- ma anche
i mega- o i macro- (ma anche i micro- e i
nano-), i super- ultra- multi- e ovviamente i video- e i tele-; ma più di tutto spopolano i bio-, gli eco- e soprattutto i post-:
figurarsi che è registrato persino un
«post-galantuomo» (Fruttero e
Lucentini, 1983)!
Certo, ci sono poi le novità assolute;
in ordine di apparizione (e ciascun vocabolo davvero restituisce un’epoca): «can-
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tautore» (1961), «bestiale» (1974), «camperista» (1983), «scafista» (1991), «prepagata» (1996), «spannometrico» (1998),
«portale» (1999), «scaldasalviette» (2000), «tronista» (2004),
«chiavetta» (2004), «tsunami» (2006)… Ma non solo; l’enciclopedico repertorio annovera infatti le «nuove accezioni» – ovvero
i significati aggiunti di vocaboli già a suo tempo registrati –, le
«nuove locuzioni» (i modi di dire) e circa 4500 «retrodatazioni»:
ovvero la scoperta di prime citazioni più antiche di quelle finora
note. E proprio qui – forse – si celano le scoperte più golose. Chi
s’aspetterebbe difatti un «ottuagenario» Ippolito Nievo che
parla di «fashion», neanche fosse un’adolescente moderna?
Oppure una Matilde Serao discettare di «flirt»? Persino il
modernissimo «programmare» risale al 1927. E se ammettiamo
con una certa disinvoltura che il vate motoristico D’Annunzio
immischi nel classicismo invenzioni rombanti quali «alettone» e
«revisionato», chissà se qualcuno è disposto a credere che la
prima uscita letteraria di «avana» – nel senso del sigaro – si deve
nientemeno che al dolce Metastasio…
Del resto, il cagionevole Guido Gozzano si rivela inatteso precursore della nomenclatura ciclistica, aggiudicandosi le prime
menzioni italiche di «biciclettata», «cerchione» e «copertone»; ma
quanto a «battistrada» non dello pneumatico si tratta, bensì del
galoppino che un tempo precorreva le carrozze nobiliari. Sempre
stando alla meccanica, si scopre una «chiave inglese» risalente al
1723 (citata da Lindoro Elateo, nome arcadico di Lorenzo
Magalotti), mentre il primato di «superstrada» spetta inopinatamente a quell’introverso di Luigi Pirandello. Assai moderno pure
Foscolo, che mostra di usare l’«affrancatura postale», mentre
Leopardi preferiva l’«assicurata» e un’altra Leopardi – la sorella di
Giacomo Paolina – addirittura aveva scoperto l’«intercettamento»: proprio nel senso della lettura di un messaggio altrui.
oblique studio
Nemmeno le parole sono nuove sotto il sole, si può ben dire
scorrendo il Battaglia. «Devoluzione»? Lo disse addirittura
Guicciardini all’alba del Cinquecento. «Federalistico»? Coniato
da Antonio Labriola nel primo Novecento. «Municipalizzare»?
Lo prescriveva già Eleonora Fonseca Pimentel nella Napoli settecentesca. «Revisionista»? Ne parlò Piero Gobetti quasi un
secolo fa. E la «sprangata» non dovette aspettare il Sessantotto,
visto che Scipio Slataper la citava oltre mezzo secolo prima.
S’invertono poi i ruoli con Gramsci che fa il «menefreghista»
mentre Mussolini sciorina un bel «classista». Curiose citazioni
almeno quanto il «collezionismo» del serioso socialista Filippo
Turati, il «confortevole» di Silvio Pellico (ex recluso allo
Spielberg…), un «vandalismo» già recriminato ai tempi milanesi di Melchiorre Gioia e il «carrierismo» vituperato da
Marinetti.
Persino il gergo più giovanilistico rivela in realtà radici vetuste. «Balla» (nel senso di fandonia) sta già in Carlo Porta;
«demenziale» è di fine Ottocento, nell’opera di Gian Pietro
Lucini; «eclatante» fa data dal 1850, per mano di un tale
Ferdinando Petruccelli della Gattina, «scazzottatura» è di
Gaetano Salvemini, mentre «piizzonata» ha per antenato un
purista come Emilio Cecchi (lo stesso che parlò per primo di
«divismo»); e – per non essere da meno – il suo sodale Giovanni
Papini ha coniato «mandrillesco». A questo punto è addirittura
logico cercare in Emilio Salgari gli antenati italiani del «coyote»,
un po’ meno scoprire i «mustang» al galoppo in Francesco
Domenico Guerrazzi, allorché per «salvare capra e cavoli» dobbiamo risalire addirittura a san Bernardino da Siena. Quanto
alla definizione affibbiata alle donne che si dedicano alle faccende domestiche, la si deve a un noto Cesare, storico ottocentesco:
macché Voghera, la prima «casalinga» fu quella di Cantù.
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CROSSOVER
Quando il best seller per ragazzi piace agli adulti. E quello per adulti piace ai ragazzi
Matteo Nucci, Il Venerdì della Repubblica, 28 novembre 2008
L’ultimo caso, in uscita, è «Il club dei padri estinti», che ha registrato un successo
inaspettato tra i «teens». Un fenomeno su cui gli editori cominciano a interrogarsi. Ma che non è del tutto nuovo. Holden, per esempio…
Holden Caulfield l’avrebbe bollata con una
parola sola: phony. Una parola così significativa che in italiano si stenta a tradurla.
Ma se gli avessero parlato del fenomeno
crossover l’avrebbe usata di sicuro.
Crossover? Adulti che leggono libri per
ragazzi? Ragazzi che leggono libri per
adulti? Volete farmi secco? Phony, solo
phony. Roba fasulla, insomma. Roba insincera, inautentica, ipocrita e finta. Ma chi
avrebbe potuto spiegargli, poi, che a stato
lui è uno dei colpevoli? Uno dei capostipiti,
dei padri, dei primi protagonisti paradigmatici della letteratura crossover? E come
sarebbe stato possibile convincerlo che
proprio quell’atteggiamento di disprezzo
nei confronti del mondo adulto pieno di
phonies, ipocrisie e falsità, l’aveva reso eroe
dei ragazzi e non più degli adulti a cui era
indirizzato il libro che lo rese immortale?
Lui, il giovane Holden, il catcher in the
rye, esemplare primo e perfetto di tutti gli
adolescenti in crisi, in cerca della propria
identità, in lotta contro il mondo degli
adulti, pronti a far di tutto per non piegarsi alla miseria della sua inautenticità, phony
appunto.
Ma quanti anni avrebbe oggi Holden
Caulfield? L’eroe creato da Salinger nel
1951 sarebbe ancora così veloce a disprezzare un fenomeno di cui parlano editori,
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professori, esperti di letteratura, e che
vede proprio in questi giorni in libreria
una nuova uscita?
Il club dei padri estinti (Einaudi Stile
Libero, pp. 330, euro 17,50) di Matt Haig
racconta la storia di Philip, undicenne che
ha appena perso il padre e che ne vede il
fantasma, un fantasma non proprio classico, tanto che via via che le pagine scorrono
il lettore sarà portato inevitabilmente a
chiedersi se non si tratti piuttosto di una
visione, un ricordo, una speranza.
Comunque sia, proprio come nell’Amleto,
questo fantasma chiede a Philip di vendicarsi, perché suo fratello, lo zio di Philip,
sembra pronto a rimpiazzarlo.
«Ho raccontato un ragazzino che deve
affrontare la morte del padre» spiega Matt
Haig, inglese al suo secondo libro, «e che
per la prima volta e costretto a capire da sé
la verità. Le menzogne del mondo degli
adulti, le cose più belle e quelle più brutte
nella prospettiva di un undicenne. Forse è
per questo che il libro, pubblicato per
adulti, viene letto anche dagli adolescenti.
In questo senso, sì, il pubblico e quello di
un crossover».
E dire che questo fenomeno cui gli editori stanno dedicando buona parte delle
loro attenzioni è scoppiato nel senso esattamente inverso rispetto ai crossover di
Salinger. «Il termine indica l’attraversare i
confini delle fasce d’età e dei generi» spiega
Elena Paruolo, ricercatrice all’Università
di Salerno, esperta dell’argomento. «Ciò
può accadere in due direzioni. Libri concepiti per un lettore adulto che poi diventano di culto fra gli adolescenti. E libri che
invece nascono per gli adolescenti e rompono le barriere nel mondo adulto». E,
come si diceva, il vero boom è partito da
qui. «La ragione è semplice» osserva
Rachel Falconer, docente di letteratura
contemporanea all’Università di Sheffield,
che ha appena pubblicato The Crossover
Novel. Contemporary Children’s Fiction and
Its Adult Readership, «e si chiama Harry
Potter. Chi avrebbe mai immaginato che
una saga potesse raggiungere così tanti lettori? Sapete cosa significa vendere 325
milioni di copie? Ma è, in generale, lo spostamento di lettori adulti su letteratura
per ragazzi che è un evento mai esistito
prima su questa scala. I nomi sono noti.
Philip Pullman fra tutti. Ma pensate
anche alla ripubblicazione delle Cronache
di Narnia. Si può credere che sia un’operazione di marketing. A me pare che vengano prima i lettori. Il mercato segue gli interessi del pubblico. I libri vengono ripubblicati con diverse copertine, e, più tardi,
dopo i libri trionfano i film crossover».
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In effetti da noi già è nelle sale la pellicola tratta dalla saga di
Stephenie Meyer, Twilight, che sta consumando altri successi di
un pubblico trasversale in libreria. Eppure i nostri editori non
hanno ancora scelto la doppia copertina, come in molti Paesi
anglosassoni, e si limitano a immagini neutre che vadano incontro sia ai gusti dei ragazzi che a quelli degli adulti.
«Ma è proprio questa la vera novità» spiega Sandra L.
Beckett, docente di Letteratura francese alla Brock University in
Ontario, Canada, fresca autrice dell’altro must su questa letteratura: Crossover Fiction. Global and Historical Perspectives. «Perché
il fenomeno è esistito da sempre. Non è né contemporaneo, né
anglofono come si è portati a credere. E soprattutto non si limita a questo successo di libri per l’infanzia che passano in mano
adulta, ma semmai, in passato, era piuttosto il contrario. In
fondo, l’attuale Nobel per la letteratura Le Clezio ha sempre
negato l’esistenza di una distinzione fra letteratura per ragazzi e
letteratura per adulti. E quello è il punto. Voi, ad esempio, avete
Ammaniti: narrativa realistica che può essere definita crossover,
ma che non nasce come crossover, o sbaglio?».
Non sbaglia affatto. Io non ho paura fu pubblicato per un
pubblico di adulti e oggi le sue vendite s’impennano a inizio
oblique studio
giugno, con la chiusura delle scuole. Stesso discorso per Mark
Haddon, autore di Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte,
uno straordinario successo fra i ragazzi, ma pubblicato originariamente nelle serissime edizioni dei Supercoralli.
Entrambi, del resto, centrati su un adolescente che si trova
davanti al terribile mondo degli adulti. Ma se questa è la caratteristica del crossover discendente, da adulti a ragazzi, dove
potremmo trovare i caratteri di quello ascendente, da ragazzi
ad adulti?
«Hanno creato il termine kiddults per quel pubblico», spiega
Rachel Falconer, facendo riferimento a un incrocio di kid e adult,
ragazzo e adulto. Adulti che non vogliono crescere? «Forse. O
forse adulti che vogliono risposte chiare. La letteratura contemporanea è segnata da storie complicate in cui spesso non si racconta che per allusioni. I libri per ragazzi invece affrontano i
grandi temi come la guerre di religione o la relatività del bene e
del male, e lo fanno in termini chiari, in prosa elegante e accessibile». «In fondo», riflette Matt Haig, «uno scrittore pensa sempre al suo pubblico, senza distinguere tra ragazzini e adulti. Io
credo che i lettori siano in cerca di storie. Storie belle e raccontate bene. Nient’altro».
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1-30 novembre 2008